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IL MATTINO MARTEDÌ 22 APRILE 2014

PAPI E SANTI DOMENICA LA CELEBRAZIONE PER GIOVANNI PAOLO II E GIOVANNI XXIII

di VITTORIO EMILIANI

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gna di Sotto il Monte e aveva ancora fratelli contadini, mentre Wojtyla era figlio di un ex ufficiale asburgico, anche se poi aveva voluto vivere un’esperienza operaia. Popolarità in comune. Dato comune a entrambi è stata la quasi immediata e planetaria popolarità legata anche a una straordinaria capacità di comunicazione con le masse dei credenti e non. Roncalli doveva rompere gli schemi venendo dopo un pontefice molto romano, aristocratico, ieratico, chiuso, anche teologicamente, dentro le Mura Vaticane, come Eugenio Pacelli, per tanti versi ancora un enigma. Giovanni XXIII aveva tratti di bonomia così veritieri da mettere in ombra persino una preparazione e una esperienza diplomatica raffinata e complessa esercitatasi in Paesi di minoranza per la Chiesa cattolica (Bulgaria e Turchia) e nella Francia dopo Vichy che aveva

a contemporanea santificazione di due papi come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II rappresenta, credo, un unicum nella storia della Chiesa e anche per questo ne proietta però una immagine di forza, di unità. Difficile infatti immaginare due pontefici più diversi, per estrazione sociale, formazione e cultura religiosa, esperienza diplomatica. Per papa Wojtyla salì immediata al cielo l’invocazione di massa: “Santo subito” e santo sarà proclamato a meno di dieci anni dalla scomparsa, davvero pochi per la tradizione cattolica. Mentre papa Roncalli è mancato nel 1963 e, nonostante che risultasse uno fra i papi più amati (almeno dai ceti più umili e dai cattolici e dai laici più legati al Concilio Vaticano II da lui voluto), la sua elevazione agli altari si completa dopo mezzo secolo. Neppure l’origine sociale li ALL’INTERNO accomunava: il bergamasco Roncalli NELLASECONDA DELL’INSERTO veniva infatti dalla campa- PapaGiovanni XXIII

ilritratto

NELLATERZA DELL’INSERTO

NELLAQUARTADELL’INSERTO

Ora tocca a Bergoglio. All’atto della sua elevazione alla cattedra di Pietro si disse che sarebbe stato un papa “spiritualista” e ciò risultò in buona parte vero. Tuttavia, se Paolo VI mise mano a un ritocco della Chiesa post-conciliare che aveva non pochi spunti di restaurazione, Giovanni Paolo II completò in quel senso il cantiere. Per cui rimase viva la nostalgia per la scelta di Giovanni XXIII realizzata con la svolta del Concilio Vaticano II coinvolgendo credenti di tutte le religioni, agnostici, laici. Si era avviato un percorso di ristrutturazione della storica istituzione che ora papa Bergoglio sta riprendendo con la forza e la serenità di chi ha la raffinata cultura del gesuita e la concreta conoscenza del mondo di un vero pastore di anime. Con un’apertura umana e teologica che spesso sorprende e che unifica i due papi santi e il papa dimissionario, Benedetto XVI. Il cui ruolo di servizi di ORAZIO LA ROCCA grande equilibrio non va dimenticato. NELLAQUINTADELL’INSERTO

Roncalliraccontato dalcardinale Capovilla

PapaGiovanni PaoloII ilritratto

Wojtylaraccontato dalcardinale Dziwicsz

visto i vescovi pesantemente compromessi col governo collaborazionista (il Nunzio Roncalli fu incredibilmente bravo nel ritessere quella tela lacerata). Così come ad Ankara aveva concorso a salvare migliaia di ebrei in fuga, mentre Pio XII almeno ufficialmente taceva. Il contatto con i fedeli. Per Wojtyla, dopo il problematico, intellettuale, inquieto Montini (Paolo VI), fu più facile stabilire un personale contatto con masse di fedeli che aspiravano, in anni difficili, fra terrorismo e guerra fredda, a identificare un padre forte, energico, rassicurante, persino guerriero sotto certi aspetti. Era ancora in piedi l’odioso Muro di Berlino e allo smantellamento dell’Impero sovietico dedicò tanta parte dei propri sforzi al fine di liberare l’amata Polonia da quel giogo. Anche in questo campo tante diversità: Giovanni XXIII si era molto giovato – oltre che della propria espe-

rienza di Nunzio all’estero – di una diplomazia vaticana ad alto livello che, partendo da Montini e Tardini, giungeva ai fratelli Cicognani e più oltre al segretario di Stato, Agostino Casaroli, e al suo ministro degli Esteri, Achille Silvestrini. Mentre Giovanni Paolo II ne fece a meno e gestì di fatto in proprio la più parte delle strategie internazionali avendo successo nella “spallata” all’ormai crollante Unione Sovietica e ai regimi satelliti, ma lasciando nell’America centro-meridionale una Chiesa divisa fra i governi militari e l’opposizione vicina talora ai gruppi rivoluzionari. Certo è che un arcivescovo martire, ucciso sull’altare, il salvadoregno Óscar Romero, non fu proposto ad esempio e la sua causa di canonizzazione è stata sbloccata solo ora, da papa Francesco. Wojtyla ebbe anche numerosi contrasti con le altre Chiese.

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Alla cerimonia invitato anche Benedetto XVI Due papi santificati insieme. Non era mai successo, e a Roma e in Vaticano fervono i preparativi per celebrare adeguatamente lo storico evento. In calendario, veglie, incontri di preparazione sulla vita e le opere di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII; una “Notte bianca di preghiera”; potenziamento delle opere di carità per i poveri; ma niente megafeste e raduni oceanici in stile Giubileo del 2000. «Queste canonizzazioni saranno per Roma un evento spirituale, un evento sicuramente di popolo, ma solo ed essenzialmente spirituale», sottolinea il cardinale vicario Agostino Vallini. Sabato 26 dalle 21 veglia a San Giovanni in Laterano con i pellegrini bergamaschi e “Notte bianca di preghiera” in undici chiese romane, dove si pregherà e si leggeranno gli scritti più significativi (encicliche, lettere pastorali, omelie) dei due pontefici. Il rito di domenica 27 inizierà alle 10 presieduto da papa Francesco affiancato da 1.000 concelebranti e da 700 ministranti per la distribuzione della comunione. È stato invitato anche Joseph Ratzinger, il papa emerito Benedetto XVI. Il reliquario di Giovanni Paolo II sarà lo stesso della beatificazione e ne è stato realizzato uno gemello per Giovanni XXIII. Alla celebrazione saranno presenti le due miracolate da Karol Wojtyla: la suora francese guarita dal Parkinson e la costaricana Floribeth Mora Diaz, guarita dalla rottura di un aneurisma. Nessuna previsione sull’affluenza: «Arriveranno in tanti, ma cifre non ne facciamo», precisa il cardinale Vallini. Piazza San Pietro e via della Conciliazione saranno comunque piene (in media vi possono confluire circa 300 mila persone) e la cerimonia sarà proiettata su diversi mega schermi intorno al Vaticano e trasmessa in diretta tv in tutto il mondo dal Centro televisivo vaticano diretto da monsignor Dario Viganò. Come pure on line attraverso il sito www.2papisanti.org, il portale www.karol-wojtyla.org, Facebook, Twitter e Youtube.


II

Due Papi Santi

di ORAZIO LA ROCCA

I

l papato di Giovanni XXIII, ovvero, i cinque anni che gettarono le basi del rinnovamento della Chiesa cattolica. Anni profondamente segnati con l’indizione di un Concilio, il Vaticano II a 90 anni dal Vaticano I; con la pubblicazione di encicliche per la pace e la fratellanza tra gli uomini; e appassionati appelli che scongiurarono, nel 1961, lo scoppio di una terza guerra mondiale per la crisi tra Usa e Urss a causa dell’invio dei missili sovietici a Cuba; primi viaggi fuori dalle mura vaticane; primi incontri con gli ebrei di Roma; visite ai carcerati, agli ospedali, «carezze ai bambini di tutto il mondo» lanciate in un poetico discorso alla Luna la sera dell’apertura delle assise conciliari, con parole commoventi e sincere che segnarono un’epoca; gesti, parole, pensieri profetici e paterni allo stesso tempo che per la prima volta portarono credenti e non credenti a definire il vescovo di Roma “il papa buono”, un’espressione destinata a restare nella storia. Pontificato breve. Sono gli anni del pontificato di Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli), eletto papa il 28 ottobre 1958 e morto in Vaticano il 3 giugno 1963. Un pontificato breve – quattro anni e otto mesi – durante il quale la Chiesa si aprì al mondo contemporaneo senza rinunziare ai valori della tradizione evangelica, ma mettendo a punto un vasto e profondo programma di cambiamento che portarono il cattolicesimo a scrollarsi delle incrostazioni del passato e a dotarsi di nuovi strumenti pastorali con cui operare nella società. Strumenti che vanno dall’ecumenismo al dialogo interreligioso, dal ruolo dei laici nelle istituzioni ecclesiastiche all’introduzione delle lingue nazionali nelle liturgie, dall’apertura agli ebrei – abolendo, tra l’altro, l'offensiva espressione “Perfidi giudei” nelle preghiere pasquali – alla valorizzazione del dialogo con le culture contemporanee, fino alla individuazione di quella sorta di strada senza ritorno per la Chiesa cattolica che fu la “scelta preferenziale per i poveri” e la messa al bando di ogni forma di violenza, ingiustizia, oppressione, sfruttamento, a partire dalle guerre. Obiettivi centrati grazie alle intuizioni di un anziano pontefice, Giovanni

IL MATTINO MARTEDÌ 22 APRILE 2014

da SOTTO IL MONTE (BERGAMO)

rapporti con gli ortodossi

Famiglia di mezzadri

Grande diplomatico

■■ Quarto di tredici figli di Giovanni Battista Roncalli e Marianna Mazzola nacque poverissimo e studiò in seminario solo per l’aiuto economico di uno zio.

■■ Rappresentò la Chiesa in Bulgaria, in Turchia e in Francia prima e dopo la Seconda guerra mondiale: ricorrendo a status e abilità salvò migliaia di ebrei.

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GIOVANNI XXIII IL RITRATTO

Così aprì la Chiesa conservando i valori tradizionali Un pontificato breve (meno di cinque anni) ma tanti gesti che sono rimasti nella storia XXIII, che, dopo essere stato beatificato il 3 settembre del 2000, il 27 aprile sarà proclamato santo da papa Francesco insieme con Giovanni Paolo II. Le origini. Nato il 25 novembre 1881 in una famiglia di contadini a Sotto il Monte (Bergamo), Roncalli fu eletto al soglio di Pietro a 78 anni in un Conclave dove tra i cardinali era emersa la volontà di puntare a una figura di “transizione” (quindi avanti con gli anni), dopo il lungo pontificato di Pio XII che aveva guidato la Chiesa dal 1939 fino al ’58. Ben presto, però, papa Roncalli – 260esimo successore di San Pietro - fece capire che non sarebbe stato un pontefice "transitorio" e tantomeno "accomodante", a partire dalla scelta del nome, Giovanni XXIII, un appellativo piuttosto scomodo essendo stato il nome di un antipapa del 1400. Alla guida della Chiesa di Roma, il futuro pontefice santo, arriva sulla scia di una lunga esperienza pastorale iniziata come segretario del vescovo di Bergamo Giacomo Radini-Tedeschi, dopo gli studi conseguiti al seminario minore bergamasco e al Pontificio seminario maggiore, a Roma, grazie agli aiuti di uno zio e alla vittoria di una borsa di studio. Fu ordinato prete il 10 agosto 1904 nella chiesa di

Santa Maria in Montesanto di piazza del Popolo, a Roma. Nel 1921 il giovane Roncalli entra al servizio della Santa Sede, su scelta di papa Benedetto XV, per occuparsi delle missioni presso Propaganda Fide. Quattro anni dopo, nel 1925, papa Pio XI – dopo la consacrazione episcopale – lo invia in Bulgaria in missione diplomatica. Vi resterà 10 anni tessendo, tra l’altro, ottimi rapporti con la chiesa ortodossa. Gli ebrei salvati. Nel 1934 è promosso arcivescovo e nominato delegato apostolico in Turchia e

Grecia, dove – nel corso del secondo conflitto mondiale – si impegna fortemente per impedire le deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento. Stesso impegno svolto, in seguito, a Parigi come nunzio apostolico, nel 1944. Grazie alle sue conoscenze diplomatiche convince il re della Bulgaria a bloccare un treno pieno di ebrei pronto per partire in Germania e a salvarne altre migliaia in Ungheria destinati alle camere a gas. A Venezia. Concluse le missioni diplomatiche, nel 1953 è ordina-

to cardinale e Patriarca di Venezia. Qui si rende protagonista di molti gesti di apertura e di dialogo con le altre religioni e la cultura contemporanea. Sorprendente è il messaggio inviato al congresso del Partito socialista convocato a Venezia. Un fatto assolutamente inedito. Mai prima di Roncalli, un Patriarca aveva inviato un messaggio al congresso di un partito di sinistra. Papa. Nell’ottobre del 1958 l’elezione papale, che porterà Giovanni XXIII a compiere una lunga serie di gesti altrettanto inedi-

UNA TRADIZIONE CANCELLATA

In ginocchio dal presidente francese Quando la berretta cardinalizia veniva consegnata dai capi di Stato

La consegna della berretta cardinalizia

Il futuro pontefice ricevette la berretta cardinalizia il 15 gennaio 1953 non da Pio XII in Vaticano ma all’Eliseo dal presidente della Repubblica francese dell’epoca, il socialista e ateo professo Vincent Auriol. Auriol reclamò un privilegio plurisecolare dei re di Francia che prevede che il neo porporato si inginocchi davanti al sovrano in attesa che questi gli

ponga sul capo la berretta. Perché Auriol abbia deciso per questa cerimonia, esattamente non si sa. Fatto sta che lui per primo, a vedere Angelo Roncalli ai suoi piedi, fu preso dal panico e accennò ad andarsene. Allora fu rimproverato con gli occhi dal capo del cerimoniale dell’Eliseo e, quindi, imbarazzato, posta la berretta rossa sullo zucchetto del futu-

ti come la nomina dei primi cardinali in Africa e nelle Filippine, e la canonizzazione del primo santo dalla pelle scura, Martin De Porres. Altre novità, la prima visita papale ai piccoli malati dell’ospedale Bambino Gesù il giorno di Natale, e a Santo Stefano la prima visita di un papa ai carcerati di Regina Coeli. Complessivamente, papa Roncalli uscì dal Vaticano 152 volte, dando il via alle tradizionali visite alle parrocchie e agli altri ospedali, dove si recò anche in incognita per trovare qualche amico ri-

ro papa, disse: «No, Eminenza, si alzi, si alzi: sono io che debbo inginocchiarmi davanti a lei». In quegli anni anche i presidenti della Repubblica italiana Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi fecero lo stesso con i nunzi apostolici che lasciavano l’Italia. Reclamarono allora il privilegio altri capi di Stato cattolici e, tra questi, anche il dittatore spagnolo Francisco Franco. Qualcosa non andava più e il rischio di cortocircuiti politico-morali consigliò a Paolo VI, poco più di dieci anni dopo, di abolire per sempre il privilegio. (l.f.) ©RIPRODUZIONERISERVATA


Due Papi Santi

MARTEDÌ 22 APRILE 2014 IL MATTINO

coverato. In treno ad Assisi. Storico il primo viaggio in treno per Loreto ed Assisi dove si reca per affidare alla Madonna e a San Francesco l’avvio del Concilio Vaticano II. Tra le personalità ricevute in Vaticano, grande clamore e sorpresa suscita l'udienza concessa alla figlia del leader sovietico Kruscev, Rada, accompagnata dal marito Alexei Adzubej, che gli manifestano tutto il loro apprezzamento per il suo impegno per la pace. Impegno che Giovanni XXIII aveva messo in pratica con l’appello «a tutti gli uomini di buona volontà» in occasione della crisi di Cuba del 1961 e nel 1963, poco prima di morire, con l’enciclica Pacem in Terris. La fine. Il 3 giugno la morte, dopo una lunga agonia tra atroci sofferenze che Giovanni XXIII affronta con serenità, incoraggiando persino chi intorno a lui piange, come il segretario Loris Capovilla: «Perché piangete? Questo è un momento di gioia...». Per la beatificazione si dovrà aspettare il 2000, quando gli verrà riconosciuta la guarigione miracolosa di una suora. Per la santificazione, papa Francesco – in deroga alle norme canoniche – ha dato il placet senza attendere il riconoscimento di un secondo miracolo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

III

11 ottobre 1962

per la prima volta

un equivoco doloroso

Il discorso della Luna

Cardinale e santo neri

Non scomunicò Castro

■■ Il pontefice quel giorno non voleva più intervenire ma, vista la folla, parlò della Luna e chiese una carezza per i bambini: fece il discorso più famoso di tutti i tempi.

■■ Roncalli fu il primo a nominare un porporato nero, l’africano Laurean Rugambwa (1960, nella foto), e a consacrare un santo di colore, Martìn de Porres (1962).

■■ All’inizio del 1962 si sparse la voce che il papa avesse scomunicato il leader cubano. Non era vero ma non fu ritenuta opportuna una smentita. Roncalli ne soffrì.

«È stato un testimone di Cristo in tutta la sua vita, fino a quando ci lasciò non come un anziano, ma come un bambino di 81 anni e sei mesi che dal suo letto, sentendo il calore della gente in piazza San Pietro, ripeteva come in una personalissima preghiera “io li amo e loro mi amano, e amo Roma anche per questo”. Ma non è giusto definirlo papa buono, perché significherebbe metterlo in contrapposizione con altri papi». Il beato Giovanni XXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, nel ricordo dello storico segretario personale, Loris Francesco Capovilla, elevato alla dignità cardinalizia da papa Francesco nel suo primo Concistoro, lo scorso febbraio. Riconoscimento di gran significato per una persona di 98 anni qual è don Capovilla (guai a chiamarlo eminenza o signor cardinale, s’arrabbierebbe), inserito nel collegio cardinalizio come memoria storica del pontefice del Concilio Vaticano II. Eminenza, cosa ha provato quando ha saputo che Giovanni XXIII entra nella lunga schiera dei santi? «Per favore non chiamatemi eminenza. Sono e sarò sempre don Loris. Alla notizia della santificazione mi sono raccolto in preghiera e sono stato a lungo immerso nel silenzio. Sono contentissimo, ma non per me, per lui, per papa Giovanni che così torna a riprendere il suo posto nel cuore della gente, anche se immagino che non sia mai stato dimenticato da nessuno». Arrivare alla santità è anche premiare un intero pontificato. Non è vero? «Non ho mai voluto parlare della beatificazione di papa Giovanni. E tanto meno lo faccio ora con la santificazione per un senso di rispetto e pudore. Preferisco, invece, pensare che il riconoscimento gli sia stato assegnato per la sua lunga testimonianza di servitore della Chiesa, un servizio fatto col cuore e con l’animo in tutta la sua vita sempre con la dolcezza del padre, col sorriso, con quegli occhi che in qualsiasi momento esprimevano dolcezza, comprensione, amore. Lui si faceva capire con poche parole, con espressioni semplici, con quegli occhi che esprimevano sempre dolcezza e curiosità tipiche dei bambini. Non si spiega diversamente il successo che ebbe quel suo discorso alla Luna, la sera

» «È sempre rimasto un giovane prete»

L’INTERVISTA IL CARDINALE LORIS FRANCESCO CAPOVILLA

Il segretario personale: «Si mosse nell’apparente paradosso del conservatorismo unito all’evangelica apertura al nuovo» Cardinale Loris Francesco Capovilla

HANNO DETTO DI LUI FRANZ VON PAPEN

« Io gli passavo soldi, vestiti, cibo, medicine per gli ebrei ... Credo che che 24mila ebrei siano stati aiutati da lui. Ambasciatore tedesco ad Ankara

detenuto

nikita kruscev

«

Santità, le parole di speranza che ha pronunciato oggi nel nostro carcere valgono davvero anche per me? Detenuto del carcere di Regina Coeli che si buttò ai suoi piedi

dell’inaugurazione del Concilio, quando invitò quanti lo ascoltavano di fare una carezza ai bambini dicendo loro che era la carezza del papa». Come ricorda papa Giovanni XXIII? «Pur avendo contribuito ad aprire la Chiesa al mondo contemporaneo col Concilio, per me è stato un prete all’antica, legatissimo al terreno solido della rivelazione cristiana, che sempre diede tono e slancio al suo

p.PAOLO pasolini

« La prego di accettare gli auguri e le congratulazioni per la sua costante lotta per la pace Leader Unione sovietica in occasione dell’enciclica “Pacem in terris” (1963)

c. Burckhardt

«

«

Quando si rivolgeva a dei comunisti si rivolgeva veramente a delle persone come lui.

Era pieno di humor, allegro e nell’insieme, un vero figlio popolare del Risorgimento.

Poeta regista e intellettuale

Diplomatico svizzero

servizio. Volle essere il prete segnato dalla familiarità con Cristo, e di null’altro preoccupato se non del nome, del regno e della volontà di Dio». Qual è il segreto di tanto amore per Giovanni XXIII? «Può sembrare forse inconcepibile, ma il segreto del successo di Roncalli sta nella matrice tradizionale, e dinamica allo stesso tempo, della sua formazione e cultura ecclesiastica, nell’apparente paradosso tra severo con-

servatorismo e umana ed evangelica apertura al nuovo». Dunque, un grande papa, coerente e semplice, innamorato di Cristo e dell’uomo, specie il più sofferente. Una prova? «Basti pensare che da chierico appena quattordicenne inizià a scrivere il suo Giornale dell’anima, raccontando pensieri personali, confessioni, preghiere quotidiane, continuando a scriverlo sino a 81 anni, senza mutare temperamento e costu-

me. Roncalli rimase lo stesso prete della giovinezza, con quella caratteristica e mai smentita coerenza di pensiero e di azione». Eppure per tutti è stato, è e sempre sarà il papa buono. «Per favore, non chiamatelo “papa buono”. È da oltre mezzo secolo che contesto la definizione. Non perché Roncalli non sia stato buono. Tutt’altro. L’appellativo viene usato in modo improprio, quasi per mettere Giovanni XXIII in contrapposizione con chi lo ha preceduto e seguito, in particolare Pio XII e Paolo VI, che non erano mica “cattivi”...». Ma come si arrivò a chiamarlo papa buono? «È una definizione nata dai romani. 7 marzo 1963: era prevista una visita alla parrocchia di San Tarcisio. C’era la campagna elettorale e i parrocchiani, col placet dei partiti, decisero di coprire i manifesti con teli bianchi e la scritta “Evviva il papa buono!”. Quell’aggettivo restò». Lei però è contrario. «I giornali, soprattutto quelli di destra, usavano questo appellativo in realtà per mortificare il suo pontificato. Invece, sappiamo che è stato molto importante per la Chiesa e per il mondo, per il Concilio Vaticano II, per la causa della pace e anche per il suo stile. Papa Francesco ha una capacità di vicinanza alle persone che ricorda quella di Roncalli». (o.l.r.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


IV

Due Papi Santi

di ORAZIO LA ROCCA

G

iovanni Paolo II, il papa dei record. Il pontefice «venuto da un paese lontano» - così si autodefinisce la sera dell’elezione, il 16 ottobre 1978, quando si presenta per la prima volta in pubblico dalla Loggia della Benedizione della basilica di San Pietro - che in circa 27 anni mette a punto una serie quasi infinita di gesti profetici che traghetteranno la Chiesa verso il Terzo Millennio, aprendola definitivamente al mondo contemporaneo. Rottura con la tradizione. Un’opera pastorale svolta in ideale continuità con la “rivoluzione” conciliare avviata da Giovanni XXIII, col quale il 27 aprile condivide l’ascesa agli onori degli altari col titolo di santo. In verità, quella calda sera d’ottobre - subito dopo l’esito del voto del Conclave che lo aveva eletto 263esimo successore di San Pietro, prendendo il posto di Giovanni Paolo I, il papa dei 33 giorni - Wojtyla parla con un italiano incerto, condizionato dal suo forte naturale accento polacco. Rompendo il tradizionale protocollo che per secoli aveva imposto ai pontefici eletti di limitarsi alla sola benedizione della folla, senza dire nulla, il papa polacco compie subito un primo piccolo grande gesto di rottura e di rinnovamento, parlando come un vecchio amico alla folla festante radunata in piazza e a quanti lo seguono dalla tv. Subito si presenta come vescovo di Roma (la stessa cosa farà papa Francesco il 13 marzo 2013) spiegando, tra l’altro, che «vengo di un paese lontano... se mi sbaglio mi corrigerete!», con evidente riferimento alla scarsa dimestichezza che ha con la lingua italiana, handicap che supererà rapidamente. Ex operaio. Ultimo di tre figli, Karol Wojtyla nasce a Wadowice (Polonia), il 18 maggio 1920. A 9 anni perde la madre. Il padre è un ufficiale dell’esercito asburgico. Durante l’infanzia è chiamato con l’appellativo Lolek (Carletto). Vive in stretto rapporto con la comunità ebraica, nella quale avrà amici fraterni che incontrerà anche a Roma dopo l’elezione papale. Si laurea all’università di Cracovia, dove durante la guerra per mantenersi agli studi lavora come operaio nella fabbrica chimica Solvay. Sfugge per miracolo alla depor-

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nel periodo dal 1940 al 1944

come vescovo e arcivescovo

Operaio alla Solvay

Contributi al concilio

■■ Karol Wojtyla lavorò nelle cave di pietra alla produzione di soda caustica: ebbe così il documento che gli evitò la deportazione in Germania. (foto: Wojtyla 12 enne)

■■ Il futuro pontefice (nella foto da cardinale) partecipò alla stesura di due documenti fondamentali quali furono considerati la Dignitatis Humanae e la Gaudium et Spes.

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GIOVANNI PAOLO II IL RITRATTO

L’affetto infinito e i mille gesti del rinnovamento Ha saputo attrarre consensi con gli esempi e favorire un profondo cambiamento tazione nazista. Nel 1944 entra in seminario. Due anni dopo è ordinato prete e inviato a Roma a studiare alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (futura Angelicum) dove si laurea in teologia. Torna in Polonia e, dopo un’esperienza in parrocchia, insegna etica alle università Jaghellonica e di Lublino. Nel 1958 Paolo VI lo nomina vescovo ausiliare di Cracovia e poi arcivescovo titolare. In questa veste partecipa al Concilio. La nomina cardinalizia è del 1967. Papa prolifico. In 27 anni di pontificato - il terzo per durata nella storia della Chiesa, dietro solo a San Pietro e a Pio IX - risulta piuttosto problematico elencare in modo completo tutte le sue gesta, i suoi interventi pubblici e privati, raccontarne viaggi, appelli, richiami, encicliche. Nessun papa prima di lui era stato tanto prolifico. In gioventù compone, infatti, poesie, scrive commedie teatrali; recita in teatro e sembra che sia stato anche fidanzato. Da prete e da vescovo collabora con periodici diocesani su tematiche dedicate alle famiglie, alla vita di coppia e al mondo del lavoro. Nessun papa prima di Wojtyla aveva vissuto esperienze durissime sotto due dittature, nazismo e comunismo, prove che porterà sempre con sé per additarle come moni-

ti contro qualsiasi forma di oppressione, in difesa dei diritti umani e della libertà, a partire da quella religiosa. Nessun papa prima di Wojtyla era entrato in una Sinagoga dove, in una memorabile prolusione del 1986 definirà gli ebrei «i nostri fratelli maggiori», chiedendo anche perdono per «i peccati commessi contro di loro dai cristiani nei secoli passati». Lui e le altre religioni. Nessun papa prima di Wojtyla aveva perdonato il suo attentatore - il terrorista turco Alì Agca - che lo

aveva ferito gravemente in piazza San Pietro il 13 maggio 1981, andandolo a visitare in carcere. Instancabile la sua voglia di dialogo e di incontro, non solo con i cattolici, ma anche con le altre religioni (come ad Assisi nel 1986 nel primo storico meeting interreligioso), e con i giovani, per i quali “inventerà” le Giornate mondiali della gioventù. Giovanni Paolo II, dunque, il papa dei record, che - numeri alla mano - danno l’esatta dimensione dell’enorme lavoro svolto dal primo papa non italiano do-

po 455 anni, dai tempi di Adriano VI (1522-1523), ma anche il primo venuto da un paese dell’Est, la Polonia, in piena guerra fredda e ben undici anni prima della caduta del Muro. Quattordici le encicliche pubblicate, tra le quali spicca il trittico dedicato ai problemi del lavoro (Sollicitudo rei socialis, Laborem Exercens e Centesimus annus). Lui e i fedeli. I viaggi internazionali sono stati 105, sempre contrassegnati da grandi bagni di folla; molti di più quelli fatti in Italia e, in particolare, a Roma

GLI SPARI IN PIAZZA SAN PIETRO

Quando perdonò il suo attentatore Il toccante incontro in carcere con Mehmet Ali Agca di Ludovico Fraia

Karol Wojtyla con Mehmet Ali Agca

Papa Giovanni Paolo II è stato anche protagonista di uno fra i più grandi gialli del ventesimo secolo: l’attentato con cui lo si voleva togliere dalla storia del mondo. Alle 17,17 del 13 maggio 1981 l’attentatore turco Mehmet Ali Agca - un espertissimo killer - colpì il pontefice, in piedi sulla papamobile, con due

proiettili di una pistola Browning calibro 9, da una distanza di tre metri e mezzo. Il primo proiettile colpì Wojtyla all’addome, attraversò l’osso sacro e uscì dai lombi; il secondo ruppe l’indice della mano sinistra, e sfiorò il braccio destro. Nessun colpo mortale. Eppure, mai come in questo caso, la fredda realtà criminologica si intreccia all’inevitabile

tra le parrocchie del centro e della periferia. Ma il primo viaggio lo fa pochi giorni dopo l’elezione papale del 1978, ad Assisi per consacrare il pontificato a San Francesco. Da qui l’attribuzione a Wojtyla di “papa globetrotter” o di “papa atleta di Dio”, in ricordo dei viaggi e delle passioni sportive, calcio, canoa, sci, montagna. È record anche in materia di santità: Wojtyla è stato il papa più prolifico con 1.338 beatificazioni e 482 canonizzazioni. Altro merito di Wojtyla, la pubblica ostentazione dei suoi pro-

interpretazione religiosa: quella del miracolo e, in particolare, della mano invisibile che avrebbe deviato il primo colpo, forse mortale. Di misteri, del resto, la vicenda è piena. Per esempio l’esistenza di un terzo proiettile mai esaminato dagli inquirenti (forse sparato da un altro killer), trovato sul cofano, della papamobile e inserito dallo stesso papa sulla corona della Madonna di Fatima nel 1984. Per non parlare dei mandanti di Alì Agca, vivo ma silenzioso, dopo essersi finto pazzo per anni e aver taciuto anche con il pontefice. RIPRODUZIONERISERVATA


Due Papi Santi

MARTEDÌ 22 APRILE 2014 IL MATTINO

blemi di salute. Malgrado le ferite dell’attentato, ha subìto un intervento per l’asportazione di un tumore benigno, ha convissuto col Parkinson, ha avuto un intervento alla gola che gli impedì di parlare negli ultimi giorni di pontificato, senza mai rinunziare alla guida della Chiesa. La morte arriva la sera del 2 aprile 2005. Ai funerali parteciperanno quasi tutti i capi di Stato davanti a una marea di pellegrini calcolata intorno ai cinque milioni, molti dei quali durante le esequie espongono giganteschi cartelloni con scritto “Santo subito”. I gesti. Gesti pubblici e personali, profondamente profetici, che hanno segnato tutto il pontificato wojtyliano e che fanno dire allo storico segretario di Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale di Cracovia Stanislao Dziwicsz, «posso serenamente testimoniare che ho avuto il privilegio di essere vissuto accanto a un santo». Frase ripetuta dal porporato in tante occasioni, specialmente dopo la beatificazione del 2011 e che non a caso ha ispirato il titolo del libro-intervista “Ho vissuto con un Santo” (Rizzoli editore) scritto con Gian Franco Svidercoschi, ex vice direttore dell’Osservatore Romano e decano dei vaticanisti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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seguendo giovanni paolo I

lotta alla malattia

pochi i precedenti

No al triregno

Vittima del Parkinson

Funerali oceanici

■■ Eletto papa rifiutò anche lui la tiara papale formata da tre corone simboleggianti i tre poteri dei pontefici: padre dei re, rettore del mondo, Vicario di Cristo.

■■ Wojtyla combattè con il terribile morbo fin dal 1991, quando apparve un leggero tremore alla mano sinistra. Seguirono problemi di movimento e di parola.

■■ Le esequie l’8 aprile 2005 sei giorni dopo la morte: 200 le delegazioni, rappresentanti di tutte le religioni e folla oceanica: una partecipazione di cinque milioni di persone.

«Ho vissuto con un santo», ha più volte affermato il cardinale Stanislao Dziwicsz, arcivescovo di Cracovia (Polonia), parlando di Giovanni Paolo II, il papa che ha servito per 40 anni come segretario personale e che il 27 aprile sarà inserito nella schiera dei santi. «È un appuntamento – confida il porporato – che stiamo aspettando con infinita felicità», pur puntualizzando di non essere stato per nulla sorpreso quando, dopo la scomparsa di Karol Wojtyla, la sera del 2 aprile 2005, il giorno dei solenni funerali in piazza San Pietro migliaia di fedeli lo acclamarono “Santo subito”. Una richiesta attualizzata in tempi relativamente brevi. Sei anni dopo la morte, il 1˚ giugno 2011, per Giovanni Paolo II arrivò l’ora della beatificazione. Il 2014 è l’anno della santificazione universale. Quasi un record, che il cardinale Dziwicsz accoglie con una gioia apparentemente scontata. Eminenza, Wojtyla predestinato sulla via della santità? «Da tempo vado ripetendo che ho vissuto accanto un santo quando il beato Giovanni Paolo II era in vita. Ora che la Chiesa lo canonizza sembra di assistere alla ratifica di un atto quasi dovuto, spontaneo, un traguardo che era stato già deciso in tempi assai lontani». Il sentire popolare lo proclamò “santo subito”. Lei dice di esser stato testimone della santità ancora prima. «Lo accompagnai fino all’ultimo. Si sarebbe potuto pensare che fosse la fine di tutto. In realtà fu l’inizio di una nuova storia. Morte e funerali divennero catechesi emozionante per il mondo. La santità cominciò a parlare loro. La santità è la sintesi di chi era lui e di quello che riuscì a compiere in tutta la sua vita». Tra i primi a capirlo – oltre a lei – è stato papa Francesco che lo ha voluto santificare insieme con un altro gigante della Chiesa, Giovanni XXIII. «E non a caso fin dall’inizio del pontificato di papa Bergoglio si è subito notato la grande affinità che lo lega alla figura di papa Roncalli. Dopo nove anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II arriva per la Chiesa uno straordinario momento di grazia con la proclamazione di due papi santi, legati da una continuità pastorale straordinaria tutta legata al Concilio Vaticano II, che ha avuto in Giovanni XXIII il

» «Così ho vissuto accanto a un santo»

L’INTERVISTA IL CARDINALE STANISLAO DZIWICSZ

Il segretario: «Ha speso tutte le energie per liberare l’uomo dalle oppressioni e dai gioghi delle ideologie» Il cardinale Stanislao Dziwicsz

Papa Giovanni Paolo il 22 febbraio 2001 con l’allora neo cardinale Bergoglio, futuro papa Francesco

HANNO DETTO DI LUI paolo mieli

ANNIE LAURENT

«

È stato il papa del dialogo interreligioso, della mano tesa al mondo ebraico e musulmano, del riconoscimento dei torti. ex direttore Corriere della Sera

«

Il bacio del Corano di Giovanni Paolo II, portato in dono da una delegazione irachena, nel 1999, ha suscitato un forte smarrimento presso i cristiani Politoga francese

profetico ideatore e in papa Wojtyla il realizzatore». Wojtyla ha governato la Chiesa per 27 anni e nell’immaginario collettivo è di casa. Ma c’è una “formula” che fa capire più a fondo la personalità di uomo e di pastore? «Sì. È la preghiera la chiave giusta per capire la personalità di Wojtyla. Sin da giovane, e soprattutto a partire dagli anni bui segnati dalle esperienze della Seconda guerra mondiale, quando

Slawomir Oder

«

Il segreto della paternità risiedeva nella sua capacità di scommettere sui giovani, che spronava per farne emergere le potenzialità postulatore beatificazione

rino fisichella

«

Sapeva ascoltare e interessarsi di tutto. Aveva un modo simpatico di far notare certe cose, perché la persona capisse Rettore dell’università Lateranense

come tutti i polacchi fu costretto a sottostare a nazismo e comunismo, fu affascinato dalla persona di Gesù, il quale entrò nella sua vita e lo conquistò per sé e per il Vangelo. Il giovane discepolo cominciò un intenso cammino spirituale, imponendosi un programma a cui rimase fedele». Un programma osservato anche nel pontificato? «Certo. Pregava ogni giorno nel suo studio secondo le indica-

carlo martini

«

Non vorrei sottolineare la necessità della sua canonizzazione ... mi pare che basti la testimonianza storica della sua dedizione ex arcivescovo di Milano

zioni del Vangelo. Ma noi tutti abbiamo avuto l’occasione di sentire le sue preghiere nelle grandi celebrazioni a Roma, nelle chiese, nelle basiliche, negli stadi e nelle piazze dei vari Paesi visitati. Pregava da solo e con coloro cui prestava servizio. Pregava come solo un vero pastore sa fare». Wojtyla, un grande pontefice, ma anche un grande polacco che ha dato tanto al suo Paese in momenti non facili.

«È stato al servizio del suo Paese e del mondo intero. È stato al servizio dell’uomo, specie il più umile, povero, oppresso, sfruttato e diseredato. Senza guardare al colore politico, alle appartenenze sociali e alle religioni. Si è speso per il rispetto dell’uomo, proclamando la sua dignità a partire dal rispetto dei diritti umani, del diritto al lavoro, della libertà politica e religiosa. Impegni e verità professati in tutta la sua vita e per tutti i 27 anni di pontificato, durante i quali ha scritto encicliche che hanno segnato il corso della storia». Qual è l’aspetto più caratterizzante del pontificato? «Ha speso tutte le sue energie per liberare l’uomo dalla schiavitù, dalle oppressioni e dai gioghi delle ideologie, nazismo prima e comunismo dopo, avvertendo, però, che dopo quello di Berlino, c’era un altro Muro da abbattere: sfruttamento dei poveri, corsa alla ricchezza sfrenata dell’Occidente, capitalismo. Lo ha gridato forte senza farsi condizionare da posizioni politiche». Un’opera incessante al servizio dei più poveri, svolta da Wojtyla avendo accanto il fido Stanislao Dziwicsz. «L’ho servito con l’amore di un figlio verso il padre, stando nell’ombra. Ma ora continuo a servirlo, con il primario impegno a tenere viva la sua memoria. La memoria di un santo». (o.l.r.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


VI

Due Papi Santi

NEL VENETO

Angelo Roncalli patriarca a Venezia

di Nadia De Lazzari Nel Veneto, in particolare nella diocesi di Venezia, i ricordi legati a Giovanni XXIII, il Papa buono che il 27 aprile sarà santo, potrebbero riempire interi volumi. Fu Patriarca di Venezia dal 1953 al 1958. Christifideles e prelati ne ricordano ancora oggi l’umanità, la semplicità, l’affabilità, gli aneddoti. A Porto Santa Margherita di Caorle don Antonio Gusso, classe 1935, lo rievoca così: «Il patriarca Roncalli per noi seminaristi era un padre generoso. Sempre si congedava con un aneddoto e una benedizione. Accanto voleva i bambini. A loro spiegava con linguaggio semplice come comportarsi nella vita». Don Antonio della parrocchia Croce Gloriosa ha dedicato la nuova chiesa, consacrata il 21 giugno 2009, al “Beato Giovanni XXIII”. In una teca custodisce gocce di sangue, lo zucchetto, le pantofole che il pontefice indossava nelle liturgie. Orgoglioso sottolinea: «È l’unico tempio nel Triveneto dedicato a lui. Mi sto attivando perché diventi

IL MATTINO MARTEDÌ 22 APRILE 2014

» GIOVANNI XXIII

Il Patriarca che insegnava con il sorriso I ricordi di Guido Gusso, che fu suo cameriere La dedica della chiesa a Porto S. Margherita Santuario. Invito tutti a firmare su un libro che consegnerò in Vaticano». A Caorle la devozione è grande. I pescatori ricordano “le ciacole” con il Papa buono. «Gli piaceva stare con noi. Ci chiedeva della famiglia e del lavoro». Originario di Caorle è anche Guido Gusso, classe 1931, lo storico cameriere del patriarca Roncalli e poi aiutante di camera e autista di Papa Giovanni XXIII: «Gli rimasi accanto dieci anni» dice. Fino al 3 giugno 1963, giorno del distacco terreno. Rievoca con estrema chiarezza il primo incontro a Venezia: «Il patriarca Roncalli aveva fatto

l’ingresso il 15 marzo. Sapevo che cercavano un cameriere. Quello prima di me era stato assunto in banca. In Patriarcato non trovavano nessuno, lo stipendio era modesto. Mi sono detto: ho 22 anni, so fare il cameriere e so’ un bravo fio. Presentai la domanda a monsignor Spavento e al cardinale Capovilla. L’assunzione arrivò immediatamente». Il giovane Guido - ora vive a Roma esclamò: «Datemi almeno il tempo di tornare a casa e prendermi un po’ di indumenti». Era sabato. Lunedì 23 marzo 1953, il “bravo fio” era sul posto di lavoro. «La paga era

di pochi schei. Al mese fumavo cinquemila lire di sigarette, ne prendevo quindicimila». Il lavoro iniziava alle 6 e finiva alle 22: «Correvo sempre ma lavorare con il Beato è stato meraviglioso. Quanta umanità!». Gusso ricorda il viaggio verso Roma per il Conclave: «Il patriarca Roncalli e l’allora monsignore Capovilla andarono in treno, io in automobile. Era carica di libri». Da quel Conclave, il patriarca Roncalli uscì papa Giovanni XXIII: «A Venezia ritornai dopo un mese per riprendermi i vestiti. Non ho più messo piede in laguna».

Il patriarca Roncalli con alcuni seminaristi. A destra Antonio Gusso, che poi gli dedicò


Due Papi Santi

MARTEDÌ 22 APRILE 2014 IL MATTINO

a chiesa di Porto S. Margherita

Durante il suo pontificato, papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia. E dopo il Lazio, nel quale sono state 38, la regione più visitata è stata il Veneto, che lo ha accolto per 12 volte. La prima visita il 26 agosto 1979 è a Canale d’Agordo, Belluno, la Marmolada sotto una grande nevicata. Poi Padova, il 12 settembre 1982: le immagini lo mostrano sul Liston e poi affacciato sul Cortile Antico del Bo. Tre anni dopo, torna per visitare Vittorio Veneto, Riese Pio X, Treviso, Venezia e Mestre: è una visita di tre giorni, dal 15 al 17 giugno, la papamobile si muove tra la folla in piazza dei Signori a Treviso, a Venezia il pontefice è in gondola con il patriarca Marco Cè. Sono trascorsi quasi trent’anni. Mario Rigo, allora sindaco di Venezia: «Il ricordo di quell’incontro, 16 e 17 giugno, è ben vivo. Non ci fu retorica di circostanza. Il Santo Padre ci avvinse tutti». In Piazza San Marco lo circondava una folla incredibile. A Porto Marghera il Papa incontrò gli industriali e i lavoratori: «Era crisi, con 13 mila posti di lavoro persi. Il Papa ascoltò i tre rappresentanti sindacali. Si spazientì. Aveva un discorso scritto, strinse il foglio e parlò a braccio, con calore e coraggio, di rilancio legato all’anima etica». Nel luglio del 1987 è a Lorenzago, San Pietro di Cadore, Fortogna; Lorenzago sarà uno dei luoghi più cari al Pontefice, vi tornerà per altre cinque volte, e in quella che fu la prima, congedandosi dalla popolazione, domenica 12 luglio disse: «E se qualcuno, forse a Roma o non so dove, dirà al Papa: “Ma

VII

» GIOVANNI PAOLO II La quiete del Cadore conquistò Karol

NEL VENETO

Wojtyla dodici volte in Veneto, la prima a Belluno nel 1979 Poi Padova, Treviso, Vittorio Veneto, Riese, Venezia, Mestre

Giovanni Paolo II a Lorenzago A sinistra è a Padova davanti al Bo

che cosa fai? Devi stare a Roma! Durante le vacanze se vuoi puoi andare a Castel Gandolfo, ma non andare a Lorenzago!” Se mi diranno così io risponderò: non faccio altro che ricambiare la collegialità affettiva». Di tante immagini che Giovanni Paolo II ha lasciato, tra le più belle vi sono quelle

scattate in Cadore e a Lorenzago, durante le sue passeggiate di meditazione: si vede in lui il passare del tempo, ma nello sguardo c’è sempre l’incanto per la bellezza dei luoghi, la pace, l’affetto tanto discreto della gente. Da lì, spesso, si muoveva: visitò tra gli altri il Santuario di Petralba, Pieve e Santo

Stefano di Cadore, Domegge. Le sue vacanze a Lorenzago iniziavano e si concludevano sempre con il passaggio all’aeroporto di Treviso Sant’Angelo, dove riceveva il saluto delle autorità. Verona lo ebbe in visita pastorale nel 1988, Vicenza tre anni dopo. Il caorlotto Guido Gusso fu

anche suo cameriere, lavorò per lui vent’anni. Ne ricorda l’affabilità, la libertà di pensiero: «E di movimento. Una vigilia di Natale, dopo una visita ai familiari di Emanuela Orlandi, venne a trovarmi». Erano le 12.30. Gusso, sposato e con un figlio, abitava all’interno del Vaticano. «Il Papa mi trovò in maniche di camicia. Mia moglie Antonia aveva i bigodini in testa e una tuta sgangherata. Corse in cucina e si nascose. Giovanni Paolo II mi disse di chiamarla. Lo feci quattro volte. Il Pontefice disse: “È brutto sentirsi chiamare e non rispondere”. Gli mostrai delle fotografie, anche di Venezia. Le guardò con molto interesse». Nadia De Lazzari

Papi e santi  
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