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Old school New school

dynamicity DYNA BRAINS

Power your business

Storie di eccellenze che ispirano evoluzioni


Mini nel 1959 A metà degli anni cinquanta la neonata BMC aveva l’esigenza, alla luce della Crisi del Canale di Suez del 1956 che aveva portato aumenti sensibili nei prezzi dei carburanti, di realizzare una vettura da città, piccola ed economica, ma in grado di trasportare almeno 4 persone. Leonard Lord, timoniere della BMC, affidò il compito all’ingegnere d’origine greca Alec Issigonis. Issigonis fece un capolavoro: grazie alla disposizione anterioretrasversale del motore, al cambio montato sotto ad esso e alla trazione anteriore, la vettura, lunga appena 303 centimetri, poteva ospitare 4 persone. La carrozzeria era a 2 volumi con 2 porte. Altri elementi di modernità erano forniti dalle sospensioni a ruote indipendenti con elementi elastici in gomma (al posto delle molle), dalle ruote da 10 pollici (per limitare l’invasività nell’abitacolo dei parafanghi) e dallo sportello del vano bagagli ribaltabile verso il basso (come anche la targa, che era sempre visibile) per trasportare colli ingombranti. Per contenere i costi di produzione le cerniere delle porte e le saldature erano a vista. L’auto debuttò il 26 agosto del 1959, con marchi Austin e Morris. Sia l’Austin Seven che la Morris Mini Minor (questi i nomi commerciali) erano disponibili negli allestimenti standard e De Luxe. La Mini s’affermò piuttosto lentamente, per via dell’originalità estetica e di qualche problema qualitativo iniziale. Pian piano divenne però uno straordinario successo e il pubblico ne apprezzò anche altre doti sorprendenti: la straordinaria agilità (sembrava un kart) e l’eccezionale tenuta di strada. Per contro la vettura presentò subito un particolare assetto di guida al quale gli utenti dovettero fare l’abitudine e che fu definito alla “camionista”. Si guidava con un volante quasi verticale e, se il pilota era piuttosto alto, con le gambe divaricate. Criticabile nei lunghi viaggi, l’assetto giocava tuttavia un ruolo importante negli spostamenti in città permettendo ai piloti più abili un grande controllo dell’auto.

Gli anni 60 Nel 1960 venne lanciata la versione station wagon della Mini. La nuova versione, dotata dello stesso motore della berlina, era disponibile nella versione Austin (denominata Seven Countryman) e Morris (Mini Minor Traveller). Il 1961 fu un anno importante per la Mini soprattutto per il lancio della Mini Cooper, ovvero la versione sportiva elaborata da John Cooper. Nel 1967 fu introdotta la Mini seconda serie (MK2), che venne prodotta fino al 1969. Gli anni 70 Nel 1969 la British Leyland (nuova denominazione della BMC) decise di rendere la Mini una marca a sé stante e d’intervenire sul modello in due direzioni: migliorando la Mini classica e introducendone una versione di lusso, Traveller, poi sostituita dalla Clubman. Nel 1976 la British Leyland decise d’intervenire sulla Mini classica, lanciandone la quarta serie. Gli anni 80 Nel 1982, con l’uscita di scena della Mini Clubman Estate (che pure aveva goduto di un buon successo, molto superiore a quello della berlina) la gamma Mini venne riorganizzata. Alla base si poneva la Mini 1.0 E, mentre al top c’erano la Mini 1.0 HLE e la Mini Mayfair. Nel 1984, la British leyland intervenne ancora sulla Mini classica. Una serie impressionante di versioni speciali si susseguì senza tregua tra il 1985 ed il 1991: Mini 25, Mini Red Flame, Mini Red Hot, Mini Check Mate, Mini Studio 2, Mini Piccadilly, per citarne alcune. Gli anni 90 Nel 1990 il Gruppo Rover intervenne sulla Mini, principalmente per ragioni di sicurezza ed inquinamento. L’unica versione disponibile sul mercato italiano era la Mayfair. Nel 1991 venne reintrodotta la versione Cooper. In questi anni si dà vita ad un acceso campionato mononomarca di velocità su pista riservato alle Cooper. Nel 1993 arrivò anche la Mini Cabriolet, con motore della Cooper e vistose appendici aerodinamiche. Nel 1997, in seguito all’acquisto del Gruppo Rover da parte della BMW (1994), la gamma venne ulteriormente aggiornata e comprendeva le versioni Classic, Cooper (MK7), Cooper Sport-Pack. La Mini classica uscì di produzione il 4 ottobre 2000, salutata dall’edizione speciale Final Edition che comprendeva quattro modelli: la Seven, la Cooper, la Cooper Sport e la Knightsbridge. Fonte: Wikipedia

La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel fuggire dalle vecchie. John Maynard Keynes


MINI1959


Mini nel 2001 All’inizio del 1994 BMW acquisì dalla British Aerospace il Gruppo Rover, proprietario del marchio Mini. La casa tedesca già dai primi anni novanta stava cercando di ampliare la propria gamma di auto con l’aggiunta di una superutilitaria, creando allo scopo tutta una serie di concept car, tra cui l’auto elettrica E1, che più si avvicinava al segmento della Mini. Dopo l’acquisizione di Mini, i vertici della casa tedesca insistevano sul fatto che il futuro modello compatto del gruppo dovesse avere caratteristiche iconiche di BMW (come ad esempio la trazione posteriore) per sostenere gli standard e l’immagine del marchio tedesco; tuttavia, il marchio Mini non aveva nessuna di queste caratteristiche, così BMW vide questo come un’opportunità per creare un’altra vettura compatta, di livello premium ma ad un prezzo ragionevole. Iniziarono così a prendere forma i progetti della futura gamma BMW Serie 1 e di una nuova gamma a marchio Mini. In questo periodo anche Rover stava lavorando autonomamente all’erede della storica Mini. La prima proposta fu la ACV30, presentata durante il Rally di Monte Carlo 1997; il nome della concept era un parziale acronimo di Anniversary Concept Vehicle, mentre il 30 stava a rappresentare i trent’anni dalla prima vittoria Mini al rally monegasco. La vettura era una coupé due posti alimentata da un motore posteriore Morris Garages. Nel 1998 BMW iniziò a dare indicazioni precise circa la creazione della nuova Mini. Il primo aspetto preso in esame riguardò il design, che venne scelto tra quindici proposte di stile diverse. Il progetto prescelto venne da BMW Designworks e portava la firma di Frank Stephenson: il suo progetto, che posizionava la nuova Mini tra le city car, lasciava libero il segmento superiore alle nuove Serie 1, e si inseriva quindi perfettamente nei precedenti piani della casa per le vetture compatte. Pochi mesi dopo, a prendere in mano le redini della situazione, viene

chiamato Gert Volker Hildebrand, già designer di Volkswagen e Mitsubishi. Si dichiara entusiasta di quanto fatto fino quel momento da Stephenson: «Stephenson ha fatto un lavoro superbo. La nuova vettura fonde i tre archetipi del corpo umano: un solido corpo maschile, sensuali curve femminili e persino alcuni elementi arrotondanti tipicamente infantili». Ai primi due spetta l’attirare il pubblico maschile, al terzo di conquistare quello femminile. Dopo il lancio della nuova Mini, Stephenson ha commentato: «Volevamo che la prima impressione sulla macchina fosse: “non può essere che una Mini”». Originale è anche l’interno della nuova Mini, sebbene la strumentazione e i comandi siano ispirati al vecchio abitacolo. Moderna è la razionalità diffusa a ogni livello, tesa ad evolvere la Mini degli anni sessanta, ma anche a renderla più esclusiva, d’élite. L’evoluzione dei modelli Nel 2004 la gamma s’arricchì della Mini One D e della Mini Cabrio con tetto apribile in tela, nelle versioni One De Luxe, Cooper e Cooper S. L’anno successivo arrivarono le elaborazioni John Cooper Works. Nell’ottobre 2006 BMW rilancia la Mini sul mercato. La nuova generazione si basa su una nuova piattaforma che ne aumenta la lunghezza di 60 millimetri, cambiamento motivato dalle nuove normative europee nei crash test pedonali. Questa serie fu sviluppata in collaborazione con Italdesign Giugiaro. Dall’estate 2010 tutti i motori Mini sono di fabbricazione BMW. Debuttano luci a led per le luci di posizione posteriori, il tunnel centrale del cruscotto è tutto nero, privo di inserti argentei visti nei modelli precedenti. Ma le novità più importanti del 2010 sono rappresentate dai nuovi motori diesel che sostituiscono quelli finora forniti dal Gruppo PSA. Della seconda serie della Mini è in vendita anche una versione station wagon, la Mini Clubman. Più grande della berlina ha anche il posteriore diverso, con il portellone diviso in due ante, e una piccola porta per accedere più facilmente ai posti posteriori. Un’altra evoluzione della Mini è il modello SUV, la Mini Countryman, in commercio dal 2010. Ha cinque porte, maggior spazio interno, un baule capiente e trazione sia anteriore che integrale, nelle versioni denominate ALL4. Fonte: Wikipedia

Il vantaggio competitivo deriva dalla scoperta ed implementazione di un modo unico e distintivo di competere rispetto ai concorrenti, che sia sostenibile nel tempo. Michael E. Porter


MINI2001


Il suo nome è leggenda, la sua fama immortale: John Cooper. Il pilota britannico fu non solo un mito nel mondo delle corse ma anche un geniale costruttore. Negli anni ’60 diede l’avvio a una nuova era della meccanica applicata ai bolidi da corsa, fondando la John Cooper Works. Oggi le affascinanti MINI John Cooper Works, MINI John Cooper Works Cabrio e MINI John Cooper Works Clubman sono alla loro terza generazione e sono la prova che tecnica e passione per le competizioni creano prodotti insuperabili.

levetta di aperture delle portiere dall’interno, al posto della caratteristica “cordella”, cruscottino ovale a tre strumenti): aveva freni anteriori a disco Lockheed ed il cambio a leva corta con rinvio a torretta. Nel gennaio 1964 la cilindrata passò a 998 cc, in seguito all’unificazione della “misure” con i monoblocchi della Riley Elf e della Wolseley Hornet, senza apprezzabili differenze in termini di potenza. Successivamente, vennero montati pneumatici radiali di serie; nel settembre dello stesso anno, anche la Cooper adottò il sistema Hydrolastic. Nel frattempo (nel ‘63) era nata la Cooper S. La Cooper divenne MKII nel ‘67, come le altre Mini; nel ‘68 arrivò il cambio completamente sincronizzato e l’anno successivo la Cooper uscì di produzione. Fonte: “Auto d’Epoca” di novembre 1992

Fonte: brochure “Mini John Cooper Works”

La Mini Cooper del 1961 Alla ricerca di una base per sviluppare una vettura stradale veloce ed economica, il celebre costruttore di monoposto John Cooper rimase entusiasta delle capacità della Mini, ma si scontrò con la scarsa propensione di Alec Issigonis a tramutare la sua utilitaria in una sportiva. Non si diede per vinto ed entrò direttamente in contatto con George Harriman, vicepresidente della BMC e successore di Leonard Lord nel 1961 alla guida del gruppo, ottenendo di poter elaborare e commercializzare un primo lotto di mille vetture. La prima versione di questa mitica vetturetta sportiva fu presentata nel 1961: il motore “A” da 848 cc era stato portato a 997 cc, aumentando la corsa e diminuendo l’alesaggio, ed alimentato da due carburatori SU erogava 55 cavalli a 6000 giri. La testata era simile a quella delle Austin-Healey Sprite, con sedi e condotti delle valvole maggiorati, il rapporto di compressione era di 9:1 e la vettura era dotata di due scarichi maggiorati. Commercializzata sia con il marchio Austin (Seven Cooper) che con quello Morris (Mini Cooper), veniva costruita comunque a Longbridge (nella fabbrica dell’Austin); la modesta caratterizzazione di marca era assimilabile a quella delle Mini normali. La Cooper era basata sull’allestimento Super (sedili più imbottiti, tappetini,

La Mini Cooper degli anni 2000 Per il rilancio della Mini, nel 2001, il motore usato era un 1.6 Phentagon Chrysler-Rover costruito in Brasile dalla Tritec, dotato di iniezione elettronica e sedici valvole comandate da un unico albero a camme, in versione aspirata e sovralimentata da un compressore volumetrico. Le potenze erano di 90 cavalli (One), 115 cavalli (Cooper) e 163 cavalli per la sportiva Cooper S, arrivata solo l’anno successivo. Nel 2005 arrivarono le elaborazioni John Cooper Works, che permisero di alzare la potenza dei motori della Cooper e della Cooper S (quest’ultima fino a 200 cavalli). Questo kit prevedeva una nuova testata per aumentare il rapporto di compressione, la riprogrammazione della gestione elettronica del motore, uno speciale filtro dell’aria, e la sostituzione dell’impianto di scarico normale con uno inox. Alla fine 2004, inizi 2005 nella MINI Cooper S la potenza aumentò di 7 cv grazie ad interventi al compressore volumetrico, sul sistema di scarico e al cambio dai rapporti più corti, che resero la Mini molto più scattante di prima, strappando un buon 7.2 secondi nello 0-100 con una velocità max di 222 km/h, il kit JCW portò dai 200 cv della pre-restyling a 210 cv con uno 0-100 degno di nota di 6.5 secondi e 230 km/h. La Cooper rimase a 115 cavalli, ma adesso montava un cambio Getrag e non più Midland per risolvere la fragilità riscontrata nel secondo. Nel 2006 venne prodotta, negli stabilimenti delle carrozzerie Bertone di Grugliasco (TO), la Mini GP in serie limitata a 2000 esemplari, il vero nome era Mini Cooper S John Cooper Works GP kit, si tratta della Mini più potente mai prodotta, con ben 218 CV. Questa serie speciale potenziata e alleggerita (2 soli posti) con alettone in Carbonio e cerchi in Magnesio da 18” era in grado di raggiungere velocità oltre 240 km/h con 0-100 in meno di 6.3 secondi. Tutti gli esemplari sono numerati sul tetto e nella targhetta interna, realizzati in colore speciale Thunder Blue con tetto Argento, fu la prima ad adottare gli specchietti Rossi come sinonimo di sportività. Fonte: Wikipedia


MINI cooper


Le competizioni degli anni 60 Mentre Alec Issigonis, a cui si attribuisce la paternità della Classic Mini, si concentrava principalmente sulla macchina di tutti i giorni, il suo amico e socio in affari John Cooper non appena vide i primi disegni ne intuì un diverso potenziale. In questa piccola macchina di produzione, il geniale costruttore riconobbe le basi di una promettente auto da corsa. Con entusiasmo cominciò quindi a trasformarla. Ciò mise le basi per la creazione di una storia automobilistica di successo e senza paragoni con il nome di John Cooper (che corse anche nel BMC Competition Department fondato nel 1961), ancora indissolubilmente legato alla leggenda sportiva della MINI. Le vittorie del Rally di Montecarlo sono parte della sua storia tanto quanto ne è parte la produzione di auto che portano il marchio Cooper. Nel 1962 la Mini Cooper S fece scalpore a Montecarlo. Con il finlandese Rauno Aaltonen al volante, la piccola auto si imbarcò in una crociata in stile Davide contro Golia, ovvero contro rivali più potenti. A soli tre chilometri dall’arrivo Aaltonen, in testa, interpretò male una curva e si dovette ritirare. L’anno successivo però il finlandese si rifece della delusione: guidando una Mini Cooper S si piazzò terzo assoluto e vinse nella sua classe. Il meglio doveva ancora arrivare perché nella stagione 1963/1964 la Mini ottenne risultati ancora migliori. Guidando in maniera spettacolare, Paddy Hopkirk finì primo assoluto al Rally di Montecarlo. Nel 1965 il finlandese Timo Mäkinen e il copilota Paul Easter ripeterono il successo di Montecarlo. Al traguardo su un totale di 237 equipaggi sulla griglia di partenza arrivarono solo 35 macchine, incluse tre Mini Cooper S. Un “hat trick” fu messo a segno l’anno seguente. I piloti Timo Mäkinen, Rauno Aaltonen e Paddy Hopkirk, ottennero un risultato sensazionale piazzandosi al primo, secondo e terzo posto. Un’amara delusione doveva però arrivare. Il trio fu squalificato dopo che i commissari di gara decretarono l’irregolarità dei fari.

La delusione per la mancata vittoria non ha scalfito l’entusiasmo dei fans verso la Mini e i suoi piloti. Quando Aaltonen e la Mini terminarono primi ancora una volta il Rally di Monte Carlo nel 1967, i tre si erano già assicurati il loro posto nella storia del motorsport. Con i loro successi Hopkirk, Mäkinen e Aaltonen diventarono noti come i “Tre Moschettieri” dei rally. Nel 1965 Aaltonen trionfò nell’European Rally Championship con Tony Ambrose e Timo Mäkinen a completare un eccellente risultato per la Mini Cooper S, finendo rispettivamente secondo e terzo. In aggiunta vari piloti Mini celebrarono numerose vittorie individuali in tutta Europa. In ogni caso la Classic Mini non brillò solo nei rally. Negli anni 60 la macchina conquistò eguale successo sui circuiti stradali. Con le sue qualità sportive venne eletta macchina da corsa del decennio. Fonte: minimotorsport.com

Timo Mäkinen (Helsinki, 18 marzo 1938) È un pilota di rally finlandese, considerato uno degli originali “finlandesi volanti” del mondo del rally internazionale. È famoso per aver vinto molte volte il rally RAC d’Inghilterra al volante di una Ford Escort Mk I, preceduto solamente da Erik Carlsson con la sua Saab 96. Iniziò a correre nei rally internazionali quando non esisteva ancora il campionato del mondo piloti, nel 1959 al rally dei Mille Laghi, con la sua Triumph TR3. Avrebbe poi guidato le Austin-Healey e le Mini. Con la Healey finì quinto al RAC del 1963. Nel 1964 guidò per la maggio parte dell’anno la Mini, ma alla fine conquistò il secondo posto al RAC di nuovo su una Healey. Nel 1965, tornato alla guida della Mini Cooper S, si aggiudicò il Rally di Montecarlo ed il Mille Laghi, ma arrivò di nuovo secondo al RAC sempre guidando una Healey. Sarebbe poi diventato il dominatore di quell’evento con la Ford Escort RS. Nel 1967 resta famosa la guida della sua Mini Cooper S lungo la prova speciale di Ouninpohja, al Rally di Finlandia. La sua macchina ha il cofano aperto, poiché le cinghie di pelle che lo tenevano chiuso si erano allentate. Mäkinen prova a mettere la testa fuori dal finestrino della vettura, ma le dimensioni del casco non glielo consentono. Riesce solamente a far uscire metà testa. Guida peranto in derapage la sua macchina in modo da affrontare la maggior parte del percorso di traverso e poter così vedere la strada. In questo modo riuscirà a conquistare il terzo posto di tappa e a vincere il rally. Nel 1994 fa un breve ritorno sulle scene per celebrare il trentesimo anniversario della sua vittoria al Rally di Montecarlo del 1964 assieme a Paddy Hopkirk, che prenderà anche lui parte all’evento. Si ritira nella seconda prova speciale per problemi di conduzione del carburante. Fonte: Wikipedia


Rauno Aaltonen, Timo M채kinen e Paddy Hopkirk

Timo M채kinen

rally championship


Il Motorsport La famiglia di Mini Motorsport è grande e abbraccia tutto il mondo. Il marchio Mini è attivo sulle scene delle corse di ogni continente. Siano i rally, i monomarca in circuito o le corse di lunga durata, innumerevoli team competono con passione e impegno in una vasta gamma di campionati. Sfortunatamente non sempre finiscono sotto i riflettori. A volte sono solo i tifosi locali della Mini a conoscere le gesta di questi team e piloti. Ma in queste iniziative private di sicuro non manca la passione che spesso porta a successi importanti. Così come avviene per il Mini Challenge in Brasile e in Argentina, iniziative private hanno permesso di organizzare altre serie anche in Germania, Italia, Svizzera e Gran Bretagna sotto forma di Mini Trophy, Mini Rushour, Mini Challenge. In cima a tutto questo i clienti sportivi sono impegnati in una serie di eventi internazionali nei quali Mini è sempre ben rappresentata. Il rally Dakar, varie serie in circuito, eventi internazionali Targa, innumerevoli campionati nazionali rally e corse con le classiche Mini Cooper S. Ovunque ci si trovi, la Mini illumina gli schieramenti di partenza così come fa battere il cuore dei fans con le sue prestazioni. E questo avviene su scala globale. Fonte: minimotorsport.com

Mini Challenge Italia 2013 I team partecipanti si sono fronteggiati nell’ambito di 6 week end di gara dal 28 aprile al 20 ottobre 2013. Ogni appuntamento si è svolto con una sessione di prove libere per la durata massima di 50 minuti, qualifiche ufficiali di 35 minuti e due gare da 25 minuti + 1 giro ciascuna. La griglia di Gara 1 è stata stilata in base ai tempi conseguiti da ogni pilota nelle prove ufficiali di qualifica, mentre la griglia di partenza di Gara 2 si è ottenuta invertendo le posizioni dei

primi otto piloti classificati di Gara 1, seguiti in griglia dagli altri piloti classificatisi dal 9° all’ultimo posto. MINI Challenge ha assegnato per l’edizione del 2013 tre diversi titoli e riconoscimenti: MINI Challenge 2013 Champion, MINI Challenge 2013 Winning Team e MINI Challenge 2013 Women on Wheels. Fonte: Ufficio stampa Team Dinamic Promodrive

Con una vittoria in gara 1 e un secondo posto in gara 2, Nicola Baldan si è laureato Campione del Mini Challenge Italia 2013, con una gara d’anticipo, assieme ad un team di assoluto rilievo, il Dinamic (squadra, già protagonista nel Supertars International Series con le bellissime BMW M3 ufficiali). Al suo approdo in squadra Baldan aveva detto: “Sono molto felice dell’accordo raggiunto con il Team Dinamic, avere la possibilità di lavorare con dei tecnici di così grande professionalità mi consentirà di imparare molto. Da parte mia cercherò di portare tutta la mia esperienza accumulata negli anni alla guida di questa tipologia di vetture con l’obbiettivo di fare bene fin da subito. Non vedo l’ora di iniziare con i primi test!” Nicola Baldan è un profondo conoscitore di questa tipologia di vetture e di gare monomarca. Il 30enne veneto ha tra i suoi trascorsi una lunga partecipazione a diverse edizioni della Renault Clio Cup Italia (campione Junior 2004 e 2007), a cui è seguito l’impegno nel Trofeo Abarth 500 (Vice Campione Italiano 2009, Campione Italiano ed Europeo 2010, Campione Italiano 2011), e diverse apparizioni nella Seat Leon Supercopa nel 2010 e nel Trofeo Ginetta G50 Cup tra il 2011 e il 2012. La dichiarazione di Baldan dopo la vittoria: “Sono contentissimo! Sinceramente non pensavo di vincere il titolo con una gara d’anticipo, ma anche ad Imola siamo stati perfetti e ci siamo meritati alla grande questo trionfo. Come ho già detto in altre occasioni, quest’anno ho avuto una grande fortuna, quella di collaborare con persone fantastiche e super professionali. Avere al mio fianco un tecnico del calibro di Bruno Chiazzaro è una di quelle occasioni che a pochi capitano nella vita. Va a lui e a tutti i ragazzi della squadra la maggior parte del merito di questo successo. Maurizio Lusuardi e Stefano Gabellini hanno formato una squadra vincente non solo sotto l’aspetto tecnico, ma anche umano. Il Team Dinamic Promodrive è composto fondamentalmente da appassionati di Motorsport, persone abituate a vivere le corse in maniera corretta e pulita, proprio come piace a me. Anche a loro vanno i miei ringraziamenti più grandi, soprattutto per la fiducia che hanno riposto nei miei confronti.” Fonte: nicolabaldan.com


Nicola Baldan

mini challenge


Il Team Dinamic Promodrive Il Team Dinamic Promodrive, già tra i protagonisti della passata edizione di MINI Challenge, si è presentato ai nastri di partenza del 2013 con cinque vetture: la numero 8 per la concessionaria MINI Milano guidata da Nicola Baldan; la numero 5 pilotata da Stefania Grassetto; la numero 6 per la concessionaria Reggio Motori guidata da Niccolò Mercatali; la numero 9 per la concessionaria Tullo Pezzo guidata da Francesca Linossi e la numero 25 pilotata da Giovanni Ciraso. Imola, 1 settembre 2013 Non poteva andare meglio il weekend sul circuito romagnolo di Imola per il Team Dinamic Promodrive: Nicola Baldan, a bordo della vettura numero 8 di MINI Milano, ha infatti conquistato il titolo di campione del MINI Challenge 2013 con una giornata d’anticipo, grazie al primo posto espugnato in gara 1 e al secondo in gara 2. “Si è trattato di un weekend partito bene sin dalle prove ufficiali dove Baldan ha conquistato la pole - ha commentato il Team Manager Stefano Gabellini –. Dopo la vittoria di Baldan in gara 1 era inevitabile fare i conti e, visto che ci bastavano solo nove punti e quindi anche un quinto posto ci avrebbe consegnato in mano la vittoria del Campionato, Nicola non ha puntato a tagliare per primo il traguardo. Questo importante risultato è merito di un grande lavoro di squadra, pertanto voglio ringraziare tutti coloro che la compongono, a cominciare dal responsabile tecnico Bruno Chiazzaro, tutti i meccanici che ci hanno garantito sempre macchine impeccabili, gli sponsor e ovviamente tutti i piloti. Siamo molto soddisfatti ma non andiamo in vacanza e anche a Monza faremo di tutto per raggiungere altri obiettivi: puntare a far si che la Linossi possa salire la classifica conquistando il secondo posto in campionato e far salire sul podio lombardo anche altri nostri piloti”.

Quando non si è dei leader, il successo consiste semplicemente nel crescere. Quando si diventa leader, invece, il successo si materializza nel far crescere gli altri. Jack Welch Jr.

Fonte: Ufficio stampa Team Dinamic Promodrive


IL CIRCUITO DI IMOLA Conosciuto in tutto il mondo grazie alle blasonate competizioni motoristiche che vi si svolgono, l’Autodromo Internazionale “Enzo e Dino Ferrari” di Imola, è portatore, da più di cinquant’anni, di valori sportivi, storici, culturali ed economici, per il territorio in cui è situato e per l’intero Paese. Le origini dell’Autodromo di Imola sono così ricordate da un testimone di eccezione, Enzo Ferrari, in un suo libro del 1980: “Il mio primo contatto con Imola risale alla primavera del 1948. […] Valutai fin dal primo momento che quell’ambiente collinoso poteva un giorno diventare un piccolo Nurburgring per le difficoltà naturali che il costruendo nastro stradale avrebbe compendiato, offrendo così un percorso veramente selettivo per uomini e macchine.” Il collaudo della pista – a lavori ultimati – è stato eseguito il 19 ottobre 1952 dai piloti Ascari, Farina e Villoresi sulle Ferrari, Bertocchi sulla Maserati, Masetti sulla Gilera e Lorenzetti

sulla Guzzi. La denominazione attuale dell’Autodromo “Enzo e Dino Ferrari” vide la sua ultima modifica nel 1988 dopo la morte del “Drake”; mentre dal 1968 riportava solo il nome del figlio Dino prematuramente scomparso. Nel 1995 le curve del Tamburello e Villeneuve furono sostituite da due varianti per ridurre la velocità del tracciato. Il circuito e le strutture annesse sono state oggetto di un piano di riqualificazione e di ammodernamento, conclusosi nel settembre 2007 e curato dal noto architetto tedesco Hermann Tilke, specializzato nella realizzazione di circuiti automobilistici. La nuova struttura conta 32 box, è stato creato un paddock molto più spazioso e realizzata la nuova Race

Control che, concepita secondo i più moderni criteri, ospita uffici, direzione gara, sala cronometraggio, speakeraggio ed una vip-lounge. Dal punto di vista morfologico degli spazi e delle strutture fisiche complementari, il circuito è da sempre considerato all’avanguardia in termini di flessibilità e funzionalità, rendendosi all’altezza di ospitare anche manifestazioni non solo motoristiche. Fonte: autodromoimola.it

IMOLA CIRCUIT


Un colpo all’italiana (The Italian Job) È un film del 1969 diretto da Peter Collinson. Nel cast gli attori Rossano Brazzi, Michael Caine, Robert Powell, Raf Vallone, Noel Coward. Nel 1999 il British Film Institute lo ha inserito al 36º posto della BFI 100, la lista dei migliori cento film britannici del XX secolo. Un gruppo di ladri inglesi arriva a Torino per organizzare una rapina ai danni di un convoglio che trasporta i ricavi della FIAT dall’Aeroporto di Torino-Caselle fino alla città. Sabotando il sofisticato sistema computerizzato di controllo dei semafori cittadini, la banda riesce a paralizzare il traffico, compiere il furto, seminare la polizia e fuggire a bordo di tre Mini Cooper. Nei contenuti speciali presenti nell’edizione in DVD della pellicola vengono svelate molte curiosità legate alla pellicola e alla sua realizzazione. Nel 1969 la città di Torino disponeva veramente di un centro di controllo computerizzato del traffico, all’epoca tra i primi sistemi del genere in Europa. Proprio questo fu uno dei motivi che spinsero la produzione del film a scegliere il capoluogo piemontese come location del film. Il film nacque da un’idea del fratello dello sceneggiatore Troy Kennedy-Martin, e doveva essere, nelle intenzioni iniziali, un semplice sceneggiato televisivo per la BBC ambientato tutto in Inghilterra. L’ambientazione italiana della pellicola fu un’idea di Troy KennedyMartin, la cui sorella viveva a Milano da molti anni. La pellicola infatti avrebbe dovuto essere ambientata nel capoluogo lombardo, ma la produzione incontrò subito molti problemi in fase di sceneggiatura (soprattutto per quanto riguardava i permessi per creare l’enorme ingorgo automobilistico nel centro della città); così, quando si venne a conoscenza del sistema di controllo del traffico di cui era dotata Torino, gli sceneggiatori colsero l’occasione al volo e decisero di spostare l’ambientazione sotto la Mole. All’epoca la British Motor Corporation

(la casa automobilistica produttrice delle tre Mini protagoniste del film) non intuì le possibilità commerciali che poteva offrire la pellicola, a differenza della FIAT: quando la casa italiana venne a conoscenza del film contattò la produzione e gli offrì la somma di 50 mila dollari per sostituire le tre Mini con tre Fiat 500 dotate di turbocompressore, e inoltre si disse disponibile a fornire anche tutte le auto di altre marche di cui necessitavano per il film. La produzione di Un colpo all’italiana declinò questa offerta, motivando il rifiuto con il fatto che «il film era uno scontro tra noi [gli inglesi] e loro [gli italiani], dovevamo dimostrare che noi eravamo intelligenti e loro sciocchi». La scena madre è indubbiamente la fuga per Torino con le vetture Mini Cooper, che tuttavia presenta inverosimiglianze ed incongruenze topografiche che si traducono in una licenza poetica per spettacolarizzare le sequenze. Nel 2012 la BMW, proprietaria di MINI e sponsor dei Giochi della XXX Olimpiade di Londra, ha realizzato un cortometraggio chiamato The Britalian Job, ispirato al film Un colpo all’italiana, ambientato nella capitale inglese e con protagoniste tre moderne Mini, e interpretato dagli atleti britannici Daley Thompson, James Cracknell, Jonathan Edwards e Matthew Pinsent. Il remake del film The Italian Job di Peter Collinson è del 2003, ed è diretto da F. Gary Gray. Gli attori che hanno fatto parte del cast del film sono: Mark Wahlberg, Charlize Theron, Edward Norton, Seth Green, Donald Sutherland. Dopo aver messo a segno un colpo milionario a Venezia i protagonisti del furto vengono beffati e derubati a loro volta. Un anno dopo, tornati in America, avranno modo di vendicarsi replicando il “colpo all’italiana”. A bordo di tre Mini appositamente modificate i rapinatori fanno sparire il bottino nel traffico caotico di Los Angeles. Gli attori sono stati obbligati a seguire delle lezioni di scuola guida per poter girare senza controfigure le scene degli inseguimenti in macchina; Charlize Theron ha detto di essersi sentita molto simile a Jason Statham perché entrambi erano molto competitivi. In totale nella pellicola furono utilizzate 32 Mini Cooper. La produzione del film ha dovuto chiedere una autorizzazione speciale alle autorità veneziane per poter girare la sequenza dell’inseguimento lungo i canali, a causa delle eccessive velocità delle barche. Fonte: Wikipedia

Ritrovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso, ma riuscire a lavorare insieme è un successo. Henry Ford


the italian job


Gli attori dei due film Sir Maurice Joseph Micklewhite, in arte Michael Caine (Londra, 14 marzo 1933) Apparso in oltre cento pellicole e attivo sul grande schermo dal 1956, è uno dei volti più noti del cinema britannico moderno, grazie alla versatilità in ruoli da protagonista e da caratterista. Raggiunge la notorietà internazionale sul finire degli anni sessanta con Alfie (1966) di Lewis Gilbert, e bissa il successo nel decennio successivo con pellicole quali Carter (1971), L’uomo che volle farsi re (1975) e Quell’ultimo ponte (1978). Si aggiudica ben due premi Oscar, il primo per il ruolo dell’adultero marito della protagonista nell’indimenticabile Hannah e le sue sorelle (Hannah and Her Sisters) (1986) di Woody Allen, e il secondo per quello del medico convinto abortista ne Le regole della casa del sidro (The Cider House Rules) (1999) di Lasse Hallström.

da Calvin Klein che lo vuole per la sua nuova campagna pubblicitaria di intimo al fianco di Kate Moss facendolo diventare un sex symbol. Debutta come attore nel film di Penny Marshall Mezzo professore tra i marines, ma si fa notare nel film Boogie Nights - L’altra Hollywood; tra i film da lui interpretati si ricordano inoltre The Yards e Three Kings, al fianco di George Clooney e Ice Cube; lavora nuovamente con Clooney ne La tempesta perfetta. Appare nel remake di Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie, ad opera di Tim Burton. Interpreta anche Chris nel film Rock Star con cui riscuote parecchio successo. È il protagonista di Imbattibile e The Departed - Il bene e il male (2006) di Martin Scorsese, insieme a Leonardo Di Caprio, Jack Nicholson e Matt Damon con cui ottiene una nomination sia agli Academy Awards sia ai Golden Globe come miglior attore non protagonista. Nella classifica (fatta da MTV nel 2009) delle 50 persone più sexy degli anni novanta, si è classificato al primo posto. L’attore ha partecipato nel 2008, dopo il film Max Payne, alla trasmissione televisiva inglese Top Gear, dove ha raccontato che da giovane ha rubato la stessa auto almeno 5 volte. Ha guidato la Chevrolet Lacetti nel circuito di Top Gear ottenendo un tempo di 1:48.7. Nel 2010 interpreta Micky Ward, pugile protagonista di The Fighter, film di gran successo vincitore di due premi Oscar.

Raffaele Vallone, in arte Raf Vallone (Tropea 17 febbraio 1916 Roma 31 ottobre 2002) È stato un attore, calciatore, giornalista e partigiano italiano. È stato anche interprete teatrale e di fotoromanzi. La sua prima apparizione risale al 1942, nel film Noi vivi, dove interpreta un marinaio. Fece anche i primi passi nel teatro debuttando nel 1946 al Teatro Gobetti di Torino. Ma è con Riso amaro, film del 1949 di Giuseppe De Santis, cui seguirono nel 1950 Non c’è pace tra gli ulivi, sempre di De Santis, e Il cammino della speranza di Pietro Germi, che riesce ad imporsi come uno fra gli attori più importanti del neorealismo e decide di dedicarsi unicamente al cinema.

Charlize Theron (Benoni, 7 agosto 1975) A tredici anni viene mandata in collegio, successivamente frequenta la “Scuola Nazionale delle Arti” a Johannesburg. Appena quindicenne ha una esperienza traumatica: assiste alla morte del padre Charles, alcolizzato, ucciso per legittima difesa dalla moglie, che tentava di aggredire, la quale si salvò dall’accusa di omicidio. L’anno seguente, accompagnata dalla madre, vince il concorso internazionale New Model Today per giovani modelle di Positano. Decide quindi di trasferirsi in Italia per lavorare come modella a Milano. Qui nel 1993 diventa nota per la sua partecipazione ad uno spot pubblicitario della Martini ambientato a Santa Margherita Ligure, reso celebre dal suo fondoschiena. Dopo un’epserienza nel mondo della danza interrotta per un incidente al ginocchio nel 1995 esordisce nel cinema con Children of the Corn III: Urban Harvest. La notorietà arriva nel 1997 con L’avvocato del diavolo, accanto ad Al Pacino e Keanu Reeves. Dimostra le sue capacità artistiche in La leggenda di Bagger Vance del 2000 per la regia di Robert Redford. La consacrazione internazionale avviene nel 2004 con Monster, in cui interpreta la serial killer Aileen Wuornos. Per questo film Charlize vince l’Oscar come migliore attrice, il SAG Award e il Golden Globe: è stata la prima sudafricana a vincere un premio internazionale per la recitazione. Il critico cinematografico e sceneggiatore Roger Ebert la definì: “una delle più grandi performance della storia del cinema”. Nella pellicola la Theron si è sottoposta ad estenuanti ore di trucco, apparendo sullo schermo imbruttita ed ingrassata di 15 kg. Nel 2006 è tra le attrici più pagate di Hollywood posizionandosi al settimo posto.

Mark Robert J. Michael Roger Wahlberg (Boston, 5 giugno 1971) Dopo un’infanzia e un’adolescenza difficile passa un breve periodo in carcere. Uscito di prigione cerca di rifarsi una vita lanciandosi nella musica. Dopo qualche hit viene notato


Edward Harrison Norton (Boston, 18 agosto 1969) Ha ricevuto due candidature al Premio Oscar per i film Schegge di paura e American History X, vincendo il Golden Globe come miglior attore non protagonista per il primo film citato. La sua prima interpretazione cinematografica è del 1996 nel thriller Schegge di paura, accanto a Richard Gere e Laura Linney, dove la sua intensa e sentita interpretazione lo fa candidare al Premio Oscar per il miglior attore non protagonista e gli fa ottenere un Golden Globe per la stessa categoria. Lo stesso anno è al fianco di Woody Harrelson nel film di Milos Forman, Larry Flint - Oltre lo scandalo, ed entra nel cast del musical di Woody Allen Tutti dicono I Love You. Nel 1998 partecipa al film Il giocatore (Rounders) con Matt Damon. Nel 1998 si trasforma in uno skinhead americano per il film American History X. L’interpretazione di Norton viene giudicata in maniera positiva dalla critica, così come il resto del filmche ottiene, inoltre, anche buon incasso. La prestazione teatrale in questo film gli fa guadagnare una nomination agli Oscar come miglior attore protagonista. Nel 1999 è protagonista, recitando insieme al co-protagonista Brad Pitt, nel film Fight Club, per la regia di David Fincher, che lo conferma attore di ruolo a 360°. Nel 2002 è protagonista di La 25ª ora (per la regia di Spike Lee) e di Red Dragon. Nel 2006 lavora come protagonista in The Illusionist L’illusionista accanto a Paul Giamatti e Jessica Biel e nello stesso anno recita accanto a Naomi Watts ne Il velo dipinto. Norton ha dato vita al programma Solar Neighbors (Vicini Solari) che si occupa di portare pannelli solari nelle case delle famiglie povere di Los Angeles. Nel luglio 2010, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha nominato Edward Norton ambasciatore dell’Onu per la salvaguardia della flora e della fauna. Fonte: Wikipedia

Michael Caine

Raf Vallone

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Charlize Theron

© Glen Wilson

Edward Norton

© Eva Rinaldi

Mark Wahlberg

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