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SCEMI DI GUERRA

L A T R I N C E A L U O G O D I M O RT E E PA Z Z I A

DANIELE VISCONTI VD - LICEO CLASSICO “G. CARDUCCI”


LE CAUSE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Il contrasto tra la Francia e la Germania, perché la Francia a seguito della sua sconfitta a Sedan, aveva dovuto cedere l'Alsazia e la Lorena alla Germania. - Il contrasto tra Inghilterra e Germania, perché la Germania era corsa agli armamenti costituendo una potente flotta, che minava alla supremazia inglese sui mari. - I movimenti nazionalistici dell'impero Austro-Ungarico che cercavano l'indipendenza o il distacco dall'impero Austriaco. - L'aggressione politica della Russia nei Balcani: la Russia si opponeva al tentativo dell'Austria di rafforzare la propria influenza in quella zona. Ma il pretesto che fece scatenare la Prima Guerra Mondiale fu l'assassinio dell'erede al trono d'Austria Francesco Ferdinando per mano di un Nazionalista Serbo, Gravilio Princip, il 28 giugno 1914. Questo portò ad una concatenazione di eventi: - Il 23 luglio l'Austria invia alla Serbia un ultimatum di 10 punti che comprende anche la partecipazione di funzionari Austriaci alle indagini sull'attentato. - Il 25 luglio La Serbia rifiuta l’ultimatum. - Il 28 luglio 1914, l'Austria è insoddisfatta della risposta serba e dichiara guerra alla Serbia. - Il 29 luglio iniziano i bombardamenti di Belgrado da parte della flotta austro-ungherese. - Il 30 luglio lo zar mobilita le sue truppe per la difesa della Serbia. - Il 31 luglio la Francia, alleata con la Russia (Duplice Intesa), mobilita il suo esercito. - Il 1 agosto la Germania entra in guerra a fianco dell'Austria (Triplice Alleanza) attuando il piano Schlieffen, ovvero l’attacco alla Francia attraverso l’invasione del Benelux (neutrale). Lo stato tedesco dichiara guerra alla Russia. - Il 3 agosto dichiarazione di guerra della Germania alla Francia. Le truppe tedesche occupano il Belgio. - Il 4 agosto il Regno Unito dichiara guerra alla Germania in seguito alla violazione della neutralità del Belgio. - Il 6 agosto l'Austria dichiara guerra alla Russia. - Il 23 agosto Francia e Regno Unito dichiarano guerra all'Austria. - Il 29 ottobre l'Impero Ottomano entra in guerra a fianco degli imperi centrali. - Il 3 maggio del 1915 l'Italia, rimasta neutrale allo scoppio della guerra, rompe la Triplice Alleanza. - Il 23 maggio l'Italia dichiara guerra all'Austria. 1


Alla fine del 1915 abbiamo da un lato l'Intesa formata da Francia, Russia, Regno Unito, Italia e Serbia e dall'altro gli Imperi centrali con Germania, Austria-Ungheria e Impero ottomano. La guerra è ormai entrata nel vivo. Come già detto la Germania attaccò la Francia passando per il Belgio. I tedeschi credevano che sarebbe stata una Guerra lampo (Blitzkrieg), una guerra che prevedeva l'utilizzo di molti uomini supportati da mezzi meccanizzati che dovevano sfondare le linee nemiche in poco tempo per giungere all'obiettivo. Ma non fù così .

UNA GUERRA NUOVA La prima guerra mondiale si può definire l'ultima guerra del passato e la prima dell'era moderna. In realtà si presentava come una sorta di ibrido tra una tecnologia militare avanzata e una dottrina strategica di stampo post-napoleonico. Le nuove innovazioni tecnologiche investirono i vari campi della tecnica militare creando strumenti di morte che mai prima d'ora si erano visti. Ma come detto, essendo anche l'ultima guerra del passato, troviamo sistemi di combattimento che hanno retaggi medievali. 2


LE NUOVE ARMI Dal 1891 l'Italia impiegò come fucile il famoso "Modello 91". Tale fucile, scelto dopo un concorso indetto dallo Stato, utilizzava un calibro molto più piccolo del precedente senza variarne le prestazioni, il che favoriva il trasporto al fronte di una quantità maggiore di munizioni. L'arma però non era perfettamente funzionante; molti proiettili mentre venivano sparati si modificavano sfregando l'interno della canna. Si decise quindi di adottare, per la prima volta al mondo, il sistema (coperto da segreto militare) della rigatura progressiva, cioè di una rigatura elicoidale, che eliminava i problemi. Il fucile fu così pratico e funzionale che fu adottato anche durante la Seconda Guerra Mondiale e un suo modello modificato uccise il presidente americano J.F. Kennedy, il 22 novembre 1963 a Dallas. In cima alla canna poteva essere montata la baionetta. Questa poteva essere utilizzata nel corpo a corpo all’interno della trincea nemica, ma risultava molto scomoda da estrarre dal corpo esangue del nemico. Per questa ragione veniva invece utilizzata la vanghetta come ricorda lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque nel suo libro “Niente di nuovo sul fronte occidentale” : « La sciabola-baionetta, del resto, ha perduto molto della sua importanza. Per gli attacchi è venuto ora di moda avanzare soltanto con bombe a mano e vanghette. La vanghetta da trincea, affilata agli orli, è assai più leggera e di migliore uso; serve non soltanto a colpire sotto il mento, ma a menare gran fendenti, con efficacia assai maggiore: quando si vibra il colpo fra la spalla ed il collo, si spacca talvolta il nemico fino al petto. Invece la baionetta resta sovente conficcata nel corpo dell’avversario, sicché bisogna puntargli i piedi sulla pancia per liberarla, e nel frattempo ti arriva qualche colpo. Inoltre qualche volta si spezza.» Un’ altra arma importante, forse la più temuta, fu la mitragliatrice. Permetteva una sequenza e una velocità di colpi mai vista sul campo di battaglia. Aveva una costruzione pesante, accessori elaborati, sistemi di raffreddamento ad acqua che permettevano un fuoco difensivo sostenuto, pesante e con eccellente accuratezza, ma era troppo ingombrante per poterla muovere velocemente. L’Italia adottò la cosiddetta Fiat “modello 14”, una mitragliatrice che risultò non molto efficace a causa dei suoi caricatori a cassetta, che si inceppavano a causa delle ammaccature o del fango accumulatosi nella trincea. L’esercito austriaco utilizzava invece la Schwarzlose, mitragliatrice che utilizzava nastri di proiettili, che permettevano un trasporto più agile, una maggior velocità di ricarica, eliminando le inceppature. 3


Con la trasformazione da Guerra lampo a Guerra statica o di trincea, si trovarono dei metodi per difendere la propria trincea. Il più famoso era l’utilizzo di filo spinato. Esso permetteva una difesa ottima contro gli assalti poiché il soldato nemico poteva impigliarsi ed essere facilmente ucciso dai colpi della mitragliatrice. Prima di ogni assalto ogni esercito doveva mandare dei volontari a tranciare il filo. Erano state inventate ruote dentate per abbatterli o si utilizzavano dei bombardamenti, ma entrambi risultavano inefficaci. L’unico metodo era dunque il taglio in prima persona del soldato con delle semplici cesoie. Ma avvicinarsi alla trincea era difficile.Gli eserciti adottarono delle corazze o armature, che riprendono in modo sconvolgente quelle dei cavalieri medievali. Dagli eserciti erano giudicate totalmente invulnerabili ai colpi di arma da fuoco. In media prima di ogni assalto morivano 150 uomini. Per oltrepassare il filo spinato la tecnica più usata era quella di porre al di sopra del filo corpi di commilitoni uccisi nell’assalto precedente. Una volta usciti dalla trincea i soldati dovevano stare attenti sia alle tagliole che alle “bocche di lupo”, buche a forma conica profonde circa 2 metri, e larghe circa 1-2 metri alla loro sommità. In fondo a queste buche erano incastonati spuntoni in ferro in cui venivano aggiunti alcuni agenti infettivi, come feci o cibo imputridito, cosicchè il ferito subiva ulteriori infezioni, che potevano anche risultare mortali se gli agenti infettivi entravano in circolazione attraverso le ferite. A volte la buca poteva essere camuffata con leggeri rivestimenti, in modo da ingannare chi vi passasse attorno. La tecnologia militare creò anche i primi carri armati. Erano lenti e poco funzionali, ma nella battaglia di Cambrai gli inglesi li utilizzarono in massa, attaccando il 20 novembre 1917 con 400 carri su un fronte di 8 km. L'attacco non fu preceduto dal consueto bombardamento di artiglieria, e prese quindi di sorpresa i comandi tedeschi. I quali videro spuntare da una cortina fumogena le sagome sgraziate dei carri, che terrorizzarono le fanterie, seguite dai fanti inglesi che completarono l'opera. Ma forse l’arma più aggressiva e funzionale fu il gas. Con la prima guer4


ra mondiale abbiamo la nascita della guerra chimica. Ogni esercito possedeva un reparto formato da chimici specializzati che creavano nuovi componenti da immettere nei campi di battaglia e nelle le trincee. Il gas risultava efficace per due motivi: 1) poteva uccidere un gran numero di soldati nemici senza perdite per il proprio esercito; 2) il gas una volta immesso sul terreno poteva ristagnare per giorni e giorni nelle trincee, costringendo i soldati a una ritirata. Si utilizzavano, a questo scopo, vari tipi di gas. Il più famoso era l’iprite (o gas mostarda, a causa del suo odore simile alla senape) che fu utilizzata per la prima volta in Belgio, ad Ypres (da cui l’origine del nome), il 12 luglio 1917, per iniziativa dell'esercito tedesco. Provocava nei soldati devastanti piaghe, difficilmente guaribili in basse concentrazioni e, in caso di esposizione a dosi molto elevate, causava danni gravissimi all'apparato respiratorio e ematopoietico. Sono descritte anche forme di cecità da cheratite. La sua azione era lenta (da quattro ad otto ore) ed insidiosa, poiché non si avvertiva dolore al contatto. Concentrazioni alte risultano letali in circa dieci minuti. Un altro gas era il fosgene. Era un veleno particolarmente insidioso, perché non provocava effetti immediati. In genere i sintomi si manifestavano tra le 24 e le 72 ore dopo l'esposizione. La morte sopraggiungeva per

combinazione di emorragie interne, shock e insufficienza respiratoria. A differenza di altri gas, il fosgene non veniva assorbito attraverso la pelle, il suo effetto si produceva solo per inalazione. Fu inizialmente usato come arma chimica dai francesi nel 1915. Si calcola che i morti dovuti all'uso del fosgene siano stati circa 100.000. 5


Per ripararsi da questi gas gli eserciti adottarono delle maschere protettive. All’inizio si era sottovalutato il problema adoperando dei semplici fazzoletti. I russi crearono le maschere antigas migliori, con un filtro che permetteva un’autonomia molto lunga, mentre la maschera italiana non prevedeva un filtro ma solo delle garze imbevute di sostanze che dovevano neutralizzare il gas. In realtà questo non avveniva. Il 29 giugno del 1916 gli austriaci utilizzarono il gas e tra gli italiani morirono seimila uomini, molti dei quali furono uccisi con mazze ferrate, mentre agonizzanti cercavano di ritirarsi. Questo sottolinea ancora una volta la grande brutalità di questa guerra.

LA TRINCEA La grande ricerca tecnologica però non risolse la guerra in modo veloce. La trincea divenne il luogo dove i soldati passavano gran parte della loro giornata. Le virtù richieste ai soldati in tale situazione erano obbedienza, pazienza e resistenza alle sofferenze, alle privazioni e all’angoscia di trovarsi sempre a un passo dalla morte. I pasti consumati dai soldati spesso erano freddi. Le razioni non sufficienti. Fumando si ingannava l’attesa e la fame. Ma anche fumare era diventato difficile. Se di notte si voleva fumare o si fumava la sigaretta al contrario o non si potevano accendere più di tre sigarette di seguito, poiché il cecchino nemico alla prima si destava, alla seconda prendeva la mira e alla terza sparava. A volte mancava l’acqua per bere come ricorda questo soldato: “Difatti da berre non si riceveva che mezzo litro di acqua, e anche questa veniva portata dai muli da tre ore di distanza, e questa nemmeno tutti i giorni si arrivava a ricevere mezzo litro d'acqua, perchè, durante il viaggio i muli erano presi a cannonate, e addio acqua.” soldato Augusto Gaddo Un’altro descrive come i soldati cercavano di sopperire alla mancanza di acqua: “Si cercava resistere anche a quel corporale bisogno, ognuno cerca resistere alla sete tenendo in bocca fili di erba oppure una pallottola di fucile. Vi fu un caporal maggiore napolitano, che non potendo resistere alla febbre della sete, orinò in una tazza di latta, e dopo averla tenuta all'aria per qualche minuto, la bevve d'un fiato: ma gli incorse male, perchè l'orina, di per se stessa ammiacale [ammoniacale] e calda anche pel forte calore gli produsse dolori allo stomaco seguiti da forti convulsioni.” soldato Giovanni Varricchio Le trincee si riempivano d’acqua molto facilmente e i soldati erano costretti a vivere nell’umidità per mesi e mesi. Le condizioni così preca6


rie favorivano la diffusione di varie malattie quali dissenteria, tifo e colera. Nell’attesa dell’attacco molti passavano il tempo cacciando topi, (molto diffusi), giocare a carte, ascoltare musica (da poco infatti era stato inventato il grammofono) soprattutto quella di Verdi. In questo modo facevano conoscenza tra loro visto che provenivano da regioni diverse. Quello era il primo momento post-unitario in cui milioni di uomini poterono viaggiare e conoscere altre usanze. A tal proposito il film di Mario Monicelli “la Grande Guerra” ne è una bella testimonianza.

Il film racconta la guerra descrivendo le avventure e disavventure del romano Oreste Jacovacci e del milanese Giovanni Busacca . Seppure di carattere completamente diverso sono uniti dalla mancanza di qualsiasi ideale e dalla volontà di evitare ogni pericolo e uscire indenni dalla guerra. Alla fine entrambi moriranno uniti più che mai da un vincolo di amicizia per salvare la Patria e non passare così come traditori. Molti soldati non riuscivano a sopportare le continue vessazioni fisiche a cui erano sottoposti e disertavano. In massa si ribellavano. Alcuni scappavano, altri venivano catturati e messi sotto processo. I processi per diserzione (101.665 condanne, più altre 26.862 esenzioni dalla pena concesse a militari rientrati spontaneamente nei ranghi) assorbirono gran parte del lavoro dei tribunali militari. La condanna era quasi sempre a morte. Se si ribellava un intero battaglione era ancora in uso l’antica tecnica romana della decimazione che prevedeva l’uccisione di un soldato ogni dieci. La punizione colpiva a caso e tutti i soldati della coorte punita correvano il rischio di essere uccisi, indipendentemente dal grado o dai compiti svolti. Di conseguenza la minaccia della decimazione oltre che spaventare obbligava i legionari a mantenere un com7


portamento risoluto in battaglia. Il primo caso colpì il 141° fanteria della Brigata Catanzaro il 26 maggio 1916, accusato di essersi sbandato sul monte Mosciagh davanti al nemico. In quell'occasione furono fucilati un sottotenente, tre sergenti ed otto soldati. Molti soldati si automutilavano per essere spediti negli ospedali situati nelle retrovie. Alcuni si spinsero anche fino al suicidio.

I SOLDATI «Cittadini e soldati, siate un esercito solo! Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento.» Così finiva il comunicato che il re d’Italia Vittorio Emanuele III scriveva rivolgendosi all’esercito nel 1917, invitandolo a resistere. Ma chi erano quei soldati che dovevano stare uniti col popolo? Gli eserciti non erano pronti a sopportare una guerra di tali dimensioni. L’esercito italiano aveva un organico di 228.000 uomini, divisi tra Marina ed Esercito Regio. All’entrata in guerra furono chiamati 2.250.000 uomini da tutta Italia e alla fine della guerra il totale fu di 5.903.000 uomini. La maggior parte di essi fu assegnata alla fanteria di linea e ai mitraglieri, (gli uomini che vivevano in trincea). Quasi 260.000 agli alpini, corpo militare che doveva combattere sulle vette più alte delle Alpi, in condizioni davvero proibitive. C’era anche un reparto di cavalleria con 76.000 uomini, ormai però caduta in decadenza a causa della tecnologia, come ricorda un comandante in questa lettera: “ ...é triste che tutta un’arma debba vivere all’infuori del grande sconvolgimento, che noi si debba essere costretti a vivere una vita oziosa e stupida di villeggiatura, a confinare l’orizzonte delle proprie aspirazioni alle code dei cavalli...”. Questo sottolinea l’idea di una guerra ancora “medievale”. Furono chiamati alle armi le classi dal 1874 al 1899, ma andarono sui campi di battaglia molti volontari più anziani e molte volte più giovani. I più giovani furono definiti “i soldatini del 99: la classe che salvò l’Italia”, ma molti di loro, quasi il 40%, morivano dopo un mese al fronte. I soldati di fanteria venivano pagati 90 centesimi al giorno, ma soprattutto verso la fine della guerra, spesso le paghe non arrivavano. Questi soldati provenivano per lo più da famiglie contadine di tutta Italia. Erano abituati a coltivare campi, a utilizzare le bestie nei loro spostamenti, a vivere col ritmo delle stagioni. Come ricorda un soldato: “Vivevo in armonia nel mio paese: ad un tratto scoppia la guerra” Tanti non sapevano cosa li attendeva, credevano che fosse una guerra veloce, semplice. Ogni stato europeo attraverso una propaganda asfis8


siante e un martellamento psicologico riuscì a convincere il popolo che era richiesto l’aiuto di tutti. Molto esemplificativa fu l’utilizzo della pubblicità con manifesti simili se non uguali in tutta Europa. Uomo di Maozan in Italia, Zio Sam in America, Horatio Kitchener (Lord Kitchener) il ministro della guerra in Inghilterra, il “poilu” in Francia. Quel dito puntato era rivolto ad ogni cittadino. Ormai era diventata una guerra di massa per una società di massa. Ma cosa voleva dire per un soldato partire per la guerra? Doveva lasciare tutto, famiglia, amici, posto di lavoro, essere mandato su un treno verso una destinazione non ben definita. Alla fine di ogni sfilata in cui i soldati si mostravano alle autorità cittadine e al popolo c’era un treno pronto a partire. I soldati raccontavano che il momento della partenza a volte era molto più doloroso di stare al fronte in prima linea. I treni erano diretti verso piccole stazioni in cui i soldati appena arrivati, spesso vedevano arrivare i treni della Croce Rossa carichi di feriti.

Questa scena è ben descritta ne La Grande Guerra, in cui il vociare dei soldati si ferma alla vista del treno bianco. Tutti rimangono in silenzio, sapendo che forse quello sarà anche il loro destino. Un soldato in viaggio verso i campi di battaglia racconta: “Prima di scendere sentiamo già il rombo di cannoni”. Una volta scesi i soldati dovevano intraprendere lunghe marce di 5-10 km. Nel loro cammino vedevano diradarsi mano a mano il paesaggio cittadino che lasciava posto a lunghe e brulle distese, in cui sfilavano al loro fianco le nuove armi, i feriti, i morti. Vincenzo Bianchi, psicologo dell’esercito, descrive così la situazione dei soldati:” Moto vertiginoso di autocarri, automobili che vanno e che vengono. Il soldato rimane intontito nel vedere cose così nuove e terrifican9


ti che si estrania dal mondo dimenticando i legami famigliari.”. I soldati si trasformano, piano piano perdono il loro passato, diventano parte della guerra. Padre Agostino Gemelli, grande psicologo e sacerdote, nonchè fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, prestò la sua opera al fronte come medico e sacerdote. Fondò un laboratorio psicofisiologico presso il comando supremo dell'esercito, dove compì studi sulla psicologia dei soldati. Egli parla così della situazione presente: “La guerra non ha bisogno di Eroi ma di automi facilmente manipolabili”. L’esercito voleva portare quegli uomini ad uno stato di torpore e indifferenza, attraverso una ferrea disciplina, in cui tutti si sarebbero distaccati dagli affetti. Molti soldati cedevano, ma altri prendevano coscienza come il soldato trentino Guerrino Botteri, ex maestro di scuola elementare: ”Si diventa gocce di una fiumana che con un moto fatale va avanti, spinge e retrocede. Le gocce non contano nulla; se la goccia grida, prima di spegnersi, il suo grido è sopraffatto dal cigolio enorme del fiume.” e ancora: “Avanti come macchine mute, rassegnate, rese stupide, dal dolore dal sonno dall’acqua che ci macera i piedi.” Ma un’altra testimonianza emblematica è quella del soldato concorezzese Giuseppe Cereda, mentre si ritirava dal fronte nel 1917: “E gira di qua, gira di là sempre inutilmente, qualche ferito abbandonato ne ultimamente gli ospedali ci implorava aiuto volendone salire, poverini, ci si vedeva persi e la compassione per loro era fuggita...”. Ma non solo i soldati semplici colgono questo aspetto della guerra. I primi sono i comandanti come Ignazio di Trabia che scrive: “Ecco i soldati - tranquilli e silenziosi - si riuniscono e si muovono; e non sanno dove sono diretti, ne che azione devono compiere. Tutti ubbidienti, tutti disciplinati.”. Il soldato teme di perdere se stesso, di perdere la sua identità e le sue tradizioni. Allora reagisce come può attraverso la scrittura. Quando non può farlo, la sua mente si ribella e sopraggiunge una reazione negativa: la pazzia.

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LA SCRITTURA Uno dei metodi che i soldati usavano per superare le difficoltà della trincea era la scrittura. Scrivevano su ogni cosa, carta da lettere, muri delle case abbattute, all’interno degli elmetti, all’interno della trincea. Le lettere inviate dal fronte verso casa furono in tutta la Guerra quasi 4 miliardi. Le poste austriache nel 1917 si bloccarono a causa del gran numero di lettere. Così il governo austriaco decise di dare ai soldati delle cartoline prestampate su cui c’era scritto: “Sono vivo e sto bene”. Il soldato la firmava e la spediva alla famiglia. Veniva così eliminata la facoltà di esprimersi. Infatti nelle lettere era espressa quella vita che lì non riuscivano a vivere. Molte erano lettere d’amore, lunghi diari dedicati alla fidanzata lasciata a casa. Altri scrivevano alla madre, ricordando il suo cibo, chiedendo come andava il lavoro nei campi. Il soldato Nello Pinelli scrive invece al padre:” Carissimo papà! Domani mattina dovrò avanzare per la conquista di una posizione che mi sta di fronte. Che la povera mamma mia mi assista per adempiere tutto il mio dovere. Bacioni a te, alle sorelle, a tutti.” I soldati mettevano nelle loro lettere quell’ordine che nella guerra non esisteva. Spesso si sfogavano parlando di una guerra ingiusta, violenta, criticando le scelte senza senso dei comandanti. Pagavano queste loro affermazioni con punizioni che andavano da un anno di reclusione alla fucilazione. Il popolo non doveva sapere. La più grande e forse famosa produzione letteraria scritta nelle frontiere della Prima guerra mondiale fu Il porto sepolto di Giuseppe Ungaretti. Uscita alla fine del 1916 presenta molte poesie aventi come sfondo la guerra ma che hanno in sè una ricerca metafisico-religiosa. Il piccolo volume fu pubblicato a Udine da un suo amico e commilitone, il tenente Ettore Serra. Conteneva il primo nucleo dell’edizione definitiva del 1931, comprese le poesie scritte al fronte, dal 22 dicembre 1915 al 2 ottobre del 1916.

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La prima poesia è Veglia. Un'intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d'amore. Non sono mai stato tanto attaccato alla vita. Cima Quattro il 23 dicembre 1915

La poesia è stata scritta l'antivigilia di Natale ed è anche per questo che il titolo Veglia, parola che viene dal latino Vigilia, richiama la situazione del poeta. E’ composta da due strofe di diversa lunghezza. La prima, di 13 versi, è costituita da un unico e ininterrotto fluire del discorso poetico, che insiste sulla crudezza della situazione. Ricorre spesso l'uso di participi passati che finiscono per costituire la struttura portante dell'intero componimento: infatti ricollegandosi per assonanza e nella forma alla parola nottata, che conclude il primo verso, essi ricoprono la funzione di rima ("buttato", "massacrato", "digrignata", "penetrata"). Da sottolineare da un punto di vista retorico, la metonimia all'ottavo verso "congestione", sostantivo usato nel senso di "mani congestionate dal freddo". In questa poesia il poeta resta a lungo accanto al cadavere di un suo compagno, fino quasi a condividere con lui l'esperienza della morte. Il poeta, sceglie di rovesciare la drammaticità della scena con un immenso atto vitale nel verso 12-13: "ho scritto lettere piene d'amore", che dà un senso di legame e di compenetrazione tra lui stesso e il defunto. 12


L'attaccamento alla vita affermato nella conclusione ha invece un valore in qualche modo religioso: il sopravvissuto custodisce i valori della vita anche per il morto. Nel concludere così il componimento, il poeta non vuole dire la sua resa all'insensatezza del dolore e della morte, ma dimostrare il suo bisogno di suprema armonia, da realizzarsi attraverso l'assunzione di quelle parti di realtà bisognose di significato. Le ragioni di un attaccamento alla vita che nascono dall’orrore e dal dolore, dalla morte, sono una potente riaffermazione di valori di umana solidarietà e più profondamente di una domanda di sul senso della vita che è comune a tutti. Un’altra lettera scritta da un caporale descrive bene cosa è per lui quella guerra in cui combatte: “Stamattina sono stato in un piccolo cimitero nel quale sono seppelliti morti italiani e austriaci. C’è un colonnello valorosissimo che comandava la brigata Sassari l’anno scorso e c’è un cadetto cannoniere austriaco. Le tombe sono vicine. Ho avuto più forte del solito l’impressione che tutti combattiamo per un’unica ragione che sfugge alle masse e a noi.” Le lettere dunque rappresentano un documento storico importantissimo, ma prima ancora sono sfoghi, sogni, desideri di uomini che si sono dovuti scontrare con una realtà più grande delle loro aspettative e dei loro pensieri. LA PAZZIA Nella trincea i soldati subivano una continua pressione psicologica. Si doveva stare sempre pronti all’assalto che giungeva nei momenti più inaspettati. Si dormiva poco, il cibo era scarso. Si era continuamente soggiogati dal fuoco della artiglieria nemica, che bombardava per giorni e giorni. Gli effetti delle esplosioni sul soldato vengono descritti da Vincenzo Bianchi in questo modo: “ La detonazione, il lampo, il calore delle esplosioni, lo spostamento dell’aria, il sollevamento della terra, acri e soffocanti fumi: è una continua aggressione a tutti e cinque i sensi”. I soldati incominciano a soffrire costantemente di nevrastenia, che è caratterizzata da un'ampia varietà di segni e sintomi. I più comuni sono debolezza e fatica cronica, dolori e ansia generale o "nervosismo" ma poteva anche sopraggiungere afasia, amnesia e tentativi di mutilazione o suicidio. Nei treni che si allontanavano dal fronte c’erano feriti con menomazioni fisiche, ma anche molti soldati sani e robusti, però malati nella mente. Venivano mandati nei reparti di psichiatria degli ospedali in cui erano assisititi da psichiatri. Furono fatti molti filmati per descrivere i sintomi di questo male mentale. Gli psichiatri inglesi lo chiamarono 13


ShellShock, ovvero letteralmente trauma da bombardamento (to shell=bombardare), ma fu conosciuto come nevrosi post traumatica da combattimento. I sintomi erano vari: alcuni avevano insistenti ricordi dell'evento traumatico tramite incubi; altri un intenso disagio alla vista di qualcosa che può ricordare l'accaduto, come un luogo o una persona. Un esempio calzante era quello di un soldato che presentava una fobia elettiva alle divise di colore rosso. Altri ancora avevano la sensazione di rivivere il momento come se si stesse ripresentando davvero (flashback, allucinazioni, illusioni, episodi di dissociazione). Un soldato francese, quando veniva pronunciata la parola bomba si rintanava sotto il letto cercando un riparo. Un altro invece continuava a camminare accovacciato riproducendo la posizione che utilizzava per spostarsi in trincea. Tanti non parlavano, non ricordavano, e molti avevano degli spasmi fisici. Il tremolio continuo a gambe o braccia era la valvola di sfogo di un male interiore che non potevano esprimere. Un soldato italiano di istanza sul Carso, addetto alla mitragliera, durante un assalto colpì i suoi compagni; i suoi sintomi furono balbuzie e impossibilità ad addormentarsi. La cura per questi soldati era difficile. Le terapie psicologiche sono in continua evoluzione; in Inghilterra adottarono l’ipnosi ma con scarsi risultati. In Francia il dottor Vincent utilizzava l’elettrizzazione a 70 volt per ridurre gli spasmi fisici nel paziente. Entrambi i metodi però intaccavano il fisico e la mente del soldato in modo violento; cercavano di guarirlo in fretta cosicchè potesse tornare sul campo di battaglia in poco tempo. Gli psichiatri applicavano dei metodi militari nelle loro cure per non eliminare quella tensione di guerra a cui tutti erano chiamati. I più alti gradi militari infatti non riconoscevano la malattia mentale pensando che quegli uomini fossero soltanto dei codardi. I numeri dei pazienti passanti all’interno delle cliniche furono impressionanti: 80.000 in Inghilterra, 315.000 in Germania e in Italia circa 40.000 (mancano però dati ufficiali a causa della censura fascista). Molti tornarono a casa apparentemente sani e solo dopo che furono usciti da quel contesto si resero conto delle azioni fatti e subite, del dolore provato e non riuscirono più a reinserirsi nella società. Un soldato internato dopo la guerra in un manicomio scrive alla moglie: “Tutto il mondo è pazzo o sono pazzo Io?” 14


Una figura che nella letteratura esprime bene la situazione sopra descritta è Septimus Warren Smith, il co-protagonista del romanzo di Virginia Woolf, Mrs Dalloway.

Come capiamo fin dalle prime battute, Septimus è un malato mentale, colpito da shell-shock. La nevrosi di Septimus viene così trattata dall’interno, riportando tutta la successione di pensieri sconnessi e di relazioni causali strambe. Egli, nel movimento degli alberi e nel canto degli uccellini, scorge una sorta di messaggio apocalittico, si sente il predestinato a compiere una missione religiosa; vede addirittura sé stesso come un Cristo, un martire, un capro espiatorio (scapegoat) destinato a rinnovare la società. Nelle sue visioni tormentate, egli avverte anche la presenza dei morti, e in particolare sembra riconoscere i suoi compagni in guerra, primo fra tutti un certo Evans. La tragedia di Septimus è fondamentalmente quella di non essere compreso dai medici, che lo trattano semplicemente come un caso clinico. Sarà proprio da questa sua paura della Natura Umana (rappresentata dai medici) che Septimus maturerà la decisione di suicidarsi. Septimus continua il suo delirio allucinatorio, convincendosi che gli alberi hanno un messaggio che lui dovrà comunicare addirittura al primo ministro, e cioè “No crime” (che rappresenta quasi un tentativo di auto-assolversi per il fatto di non aver provato dolore alla morte di Evans durante la guerra). Il dolore per la perdita del proprio ufficiale compare solo più tardi, sotto forma di rimorso, senso di colpa e paura di non essere più capace di provare sentimenti. Sarà per questa ragione che Septimus deciderà di sposare Lucrezia, che con la sua allegria e frivolezza costituiva una protezione contro il suo panico. L’unico momento in cui Septimus sembra essere sano di mente è poco prima del suicidio, quando le visioni lo abbandonano e riesce a ridere e scherzare tranquillamente con la moglie, al punto che questa si convince che non sia più necessario internarlo in un manicomio. Quando però arriva il dottor Holmes a prelevarlo, Septimus, capendo che la Natura Umana stava venendo per vendicarsi, decide di gettarsi dalla finestra andandosi a conficcare sulle inferriate del cancello sottostante. 15


Riporto qui sotto un passo di Mrs Dalloway in cui è espressa la pazzia di Septimous, in particolare quando ricorda il suo compagno morto in guerra: “(Septimus alone in his room) He started up in terror. What did he see? The plate of bananas on the sideboard. Nobody was there (Rezia had taken the child to its mother. It was bedtime). That was it: to be alone forever. That was the doom pronounced in Milan when he came into the room and saw them cutting out buckram shapes with their scissors; to be alone forever. He was alone with the sideboard and the bananas. He was alone, exposed on this bleak eminence, stretched out-but not on a hill-top; not on a crag; on Mrs. Filmer's sitting-room sofa. As for the visions, the faces, the voices of the dead, where were they? There was a screen in front of him, with black bulrushes and blue swallows. Where he had once seen mountains, where he had seen faces, where he had seen beauty, there was a screen. "Evans!" he cried. There was no answer. A mouse had squeaked, or a curtain rustled. Those were the voices of the dead. The screen, the coalscuttle, the sideboard remained to him. Let him then face the screen, the coal-scuttle and the sideboard . . . but Rezia burst into the room chattering. Some letter had come. Everybody's plans were changed. Mrs. Filmer would not be able to go to Brighton after all. There was no time to let Mrs. Williams know, and really Rezia thought it very, very annoying, when she caught sight of the hat and thought . . . perhaps . . . she . . . might just make a little. . . . Her voice died out in contented melody. "Ah, damn!" she cried (it was a joke of theirs, her swearing), the needle had broken. Hat, child, Brighton, needle. She built it up; first one thing, then another, she built it up, sewing. She wanted him to say whether by moving the rose she had improved the hat. She sat on the end of the sofa. They were perfectly happy now, she said, suddenly, putting the hat down. For she could say anything to him now. She could say whatever came into her head. That was almost the first thing she had felt about him, that night in the café when he had come in with his English friends. He had come in, rather shyly, looking round him, and his hat had fallen when he hung it up. That she could remember. She knew he was English, though not one of the large Englishmen her sister admired, for he was always thin; but he had a beautiful fresh colour; and with his big nose, his bright eyes, his way of sitting a little hunched made her think, she had 16


often told him, of a young hawk, that first evening she saw him, when they were playing dominoes, and he had come in-of a young hawk; but with her he was always very gentle. She had never seen him wild or drunk, only suffering sometimes through this terrible war, but even so, when she came in, he would put it all away. Anything, anything in the whole world, any little bother with her work, anything that struck her to say she would tell him, and he understood at once. Her own family even were not the same. Being older than she was and being so clever-how serious he was, wanting her to read Shakespeare before she could even read a child's story in English!- being so much more experienced, he could help her. And she too could help him.”

DOVERE DI MEMORIA In questo periodo la società subisce un drastico mutamento. Le novità tecnologiche sono entrate in maniera preponderante nella vita e sono state applicate all’episodio bellico, creando morte e distruzione. Il sistema di valori che caratterizzava la vita è stato spazzato via, non solo a livello locale o statale, ma a livello mondiale. Insieme ad esso sono state anche eliminate intere generazioni di uomini, creando gravi danni economici negli Stati, ma soprattutto nelle famiglie di appartenenza. I milioni di morti che questa guerra ha portato molto spesso non avevano un nome, erano irriconoscibili a causa delle esplosioni. Così gli stati alla fine della guerra decisero di ricordare i militari caduti senza nome con grandi monumenti. Come ricorda Gian Battista Vico nella Scienza Nuova del 1732 uno dei tre cardini della società è 17


la sepoltura dei defunti. Così in Italia nel 1920, l'allora colonnello Giulio Douhet, propose di creare la tomba del Milite Ignoto nel complesso monumentale del Vittoriano in piazza Venezia, a Roma. Sotto la statua della dea sarebbe stata tumulata la salma di un soldato italiano sconosciuto, selezionata tra quelle dei caduti. La scelta venne affidata a Maria Bergamas, madre del volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall'esercito austriaco per unirsi a quello italiano ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo fosse ritrovato. Il 26 ottobre 1921, nella Basilica di Aquileia, Maria scelse il corpo di un soldato tra undici altre salme di caduti non identificabili, raccolti in diverse aree del fronte. La donna venne posta di fronte a undici bare allineate, e dopo essere passata davanti alle prime, non riuscì a proseguire nella ricognizione e gridando il nome del figlio si accasciò al suolo davanti a una di esse. Questa fu scelta e collocata sull'affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore e più volte feriti, e poi deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato. Il viaggio si compì sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma a velocità moderatissima in modo che presso ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il caduto simbolo. Furono molti gli Italiani che attesero, a volte anche per ore, il passaggio del convoglio al fine di poter rendere onore al caduto. Il treno infatti si fermò praticamente in tutte le stazioni. Si voleva far rinascere una società e forse quello era l’unico modo. Per molto tempo questa guerra è stata dimenticata e soprattutto sono state dimenticate quelle vittime di guerra che subirono risvolti psicologici. La società del tempo li chiamava “scemi di guerra” e il fascismo li ha rinchiusi nei manicomi facendoli morire nella loro pazzia. Come ricorda lo storico Antonio Gibelli: “La guerra è un officina, lo stato è il padrone, l’operaio è il soldato, la morte è il prodotto finale”.

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BIBLIOGRAFIA -Adolfo Omodeo “ Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti 1915-1918” Einaudi 1934 -Enrico Verra “Scemi di guerra. La follia nelle trincee.” Cinecittà Luce - Mario Monicelli “ La grande guerra ” 1959 - AA.VV Filmati sulla Prima Guerra Mondiale Istituto Luce -Giuseppe Cereda “La Ritirata del 1917 ” Archivio Storico della Città di Concorezzo

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Scemi di Guerra  

tesina Maturità 2011

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