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GLI OPIFICI DI MONSAMPOLO JESI E FOSSOMBRONE Continua il viaggio nell’archeologia industriale marchigiana

LeMarche eiNapoleonidi delladiaspora

VILLA EUGENIA A CIVITANOVA MARCHE Quella volta in cui il vino marchigiano salvò Napoleone III

Il duplice passaggio di Napoleone Bonaparte nelle Marche ha lasciato segni interessanti e pregevoli nel nostro territorio, specialmente nell’organizzazione delle tenute agricole, alcune delle quali ancora oggi sono produttive, e consapevolmente tramandano insieme alla loro storia l’intreccio con le vicende napoleoniche. La tenuta civitanovese fu una risorsa fondamentale per Napoleone III quando, rifugiatosi in Inghilterra dopo la sua rocambolesca fuga dalla fortezza di Ham nel nord della Francia, dove era rinchiuso a scontare il fallimento del suo secondo tentativo di rivoluzione, riuscì a sopravvivere vendendo “il vino più asciutto e non zuccherato, mescolato ad acquavite, affinché sopporti il mare e sia vicino al gusto degli inglesi” che si fece spedire da Civitanova. Napoleone III è il “Napoleonide” che più ha dato a Civitanova: non si limitò alla semplice gestione della propria tenuta, ma attivò nella cittadina una serie di iniziative meritevoli. Il suo forte impulso alla tecnologia si diffuse anche alle nostre campagne tramite le nuove esperienze di coltivazione della tenuta che, per le sue dimensioni, ebbe un indubbio ruolo di stimolo sull’intera economia agricola dei dintorni. All’epoca era il solo sovrano europeo con una sincera apertura sociale; con la moglie Eugenia fondò due asili gratuiti a Civitanova Alta e a Poggio Imperiale per i figli dei contadini. Fece realizzare scuole rurali e sostenne l’Ospedale di Civitanova Alta. Tutto ciò portò la popolazione ad una viva simpatia per le vicende della coppia imperiale, proprietaria di oltre metà del territorio civitanovese. Ma facciamo un passo indietro per capire come queste terre arrivarono in mano a Napoleone III e giungere alla costruzione della Villa. Con l’annessione nel 1 808 al Regno d’Italia il territorio marchigiano fu governato da Napoleone Bonaparte, che nominò Eugenio Beauharnais, figlio della moglie Giuseppina, viceré del regno d’Italia. Napoleone attribuì i beni confiscati alla Chiesa alla dotazione personale di Eugenio, rendendo il figlio adottivo uno dei più grandi proprietari terrieri europei. Intorno al 1 820 la tenuta di Civitanova passò da Eugenio a Luigi Napoleone, il più stravagante dei fratelli di Napoleone Bonaparte. Non sappiamo cosa l’abbia indotto ad acquistare da Eugenio

LeMarche elaseta di Sara Anselmi La produzione della seta, diffusa nelle Marche dal Seicento in poi, è fortemente legata al mondo rurale. Gli opifici rappresentano uno dei principali esempi della struttura protoindustriale marchigiana dell’Ottocento, e sono il vero e proprio anello di congiunzione tra città e campagna. Contadini e mezzadri infatti arrotondano i loro guadagni allevando i bachi, mentre nei centri urbani sono attive le filande tra le poche attività extragricole. Lo stesso non si può dire per la fase della tessitura, che rappresenta un po’ il punto debole del processo produttivo nelle Marche, mancando spesso iniziative di innovazione tecnologica principalmente perché, nella maggior parte dei casi, gli stabilimenti erano concessi in affitto e quindi chi li gestiva non era incentivato ad investirvi per ammodernarli. Sono tre gli edifici che citeremo come riferimenti dell’evoluzione tipologica dell’opificio tessile nella nostra regione, a testimonianza sia del contesto storico-economico in cui operavano, e dei modi di produzione, sia della relativa dimensione estetica e forma architettonica L’opificio di Monsampolo del Tronto, col suo impianto ben visibile dalla via Salaria sulla sommità di un colle coltivato a vigneto, sembra non rivelare affatto la vera identità del luogo, del tutto simile ad un edificio rurale. Avvicinandosi si osserva che l’impianto ha due distinti corpi di fabbrica uniti da un passaggio sospeso, che collega lo stabilimento produttivo con l’abitazione degli operai. Entrambi gli edifici sono in muratura con tetto a capanna, ma quello destinato all’allevamento dei bachi si distingue per le dimensioni e la serie di aperture dovute alle necessità igieniche di ventilazione. L’unico elemento decorativo, mutuato dalla tradizione rurale, sono le rientranze ellittiche della muratura. A Jesi prevalgono gli opifici operanti nella fase successiva alla produzione del bozzolo, quella della trattura della seta, come la filanda Bigi – Agostinelli. Come nel caso di Monsampolo, il linguaggio architettonico nasce da principi di pura economia compositiva, nella creazione degli spazi in relazione alla presenza della manodopera, delle macchine e della fonte di energia. La murature in laterizio hanno costolature che consentivano un’ampia flessibilità della struttura per eventuali ampliamenti e la creazione di ampie aperture. Il solaio, costruito in putrelle d’acciaio e voltine in laterizio, e poggiante su pilastrini in ghisa, e la capriata della copertura, realizzata in legno con catena in acciaio, indicano l’origine più recente dell’edificio, rispetto agli opifici analoghi presenti nel comune anconetano, dove prevale l’uso del legno. La filanda Staurenghi a Fossombrone è, nel contesto regionale, l’opificio tessile più vicino ai modelli presenti in Italia settentrionale, ma soprattutto in Inghilterra, dove l’evoluzione architettonica di questa tipologia produttiva rappresenta una decisiva trasformazione della stessa idea di fabbrica. Per dimensione e composizione si tratta di una delle architetture più interessanti nel panorama regionale, col suo splendido affaccio sul fiume Metauro.

la tenuta di Civitanova, resta comunque il fatto che, dopo Waterloo, i Napoleonidi nella diaspora finiscono quasi tutti per procurarsi un pied-à-terre nelle Marche, soprattutto in quell’angolo più marginale, sito a poca distanza dai confini del Regno di Napoli e nelle vicinanze del porto di Ancona. Alla morte di Luigi, il giovane Luigi Napoleone (Napoleone III) ereditò anche il latifondo di Civitanova, proprio mentre si trovava prigioniero ad Ham, dove lo abbiamo lasciato poco fa in procinto di fuggire in Inghilterra e salvarsi commerciando vino marchigiano. Divenuto imperatore sposò Eugenia di Montijo, e la autorizzò farsi una villa a Biarritz, al confine con la Spagna, dove nel 1 856 venne costruita Villa Eugénie. Un episodio che lanciò subito una moda, probabilmente all’origine della Villa Eugenia costruita sul magnifico poggio tra Civitanova Alta ed il mare, sotto la direzione dell’ing. Hallaire. Alla morte del marito Eugenia ereditò la tenuta, che contava “1 00 terreni” e la fece gestire a distanza dai Tebaldi. Nel dopoguerra venne dato il via ad una graduale politica di smobilitazione della tenuta da parte degli eredi e i terreni vennero acquistati dagli stessi contadini. Negli anni cinquanta vi fu una corsa alla parcellizzazione delle aree site a ridosso della villa, con una massiccia speculazione immobiliare, favorita dal fatto che non vi era ancora un piano regolatore. Villa Eugenia venne venduta ad imprenditori del settore calzaturiero e le aree limitrofe alla Villa, classificata dalla Soprintendenza come Bene storico, in occasione dell’adozione del Piano regolatore di Civitanova nel 1 975, divennero edificabili. Le pertinenze della Villa furono separatamente vendute ad imprenditori del luogo. La storica dimora è così rimasta la sola testimone di un passato di bellezza ora negato dal suo stato di abbandono. Il giardino è divenuto una selva, gli arredi e i dipinti sono stati trafugati e dispersi, per anni non è stato fatto nulla. Dopo i recenti crolli del tetto il caso ha suscitato l’attenzione del FAI, che ha organizzato un incontro dal titolo “Villa Eugenia e le residenze Napoleoniche nelle Marche” presieduto dallo storico e critico d’arte Stefano Papetti tenutosi lo scorso dicembre. Si spera sia l’inizio di una fase di recupero di ciò che resta dello splendore di Villa Eugenia. (sa) 7

Life Marche Magazine - febbraio 2015  
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