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SAN GIACOMO DELLA MARCA A MONTEPRANDONE

Iviaggi delpoeta

TORRE DI PALME VIAGGIO D’INVERNO

Pellegrini marchigiani verso l’arte del bello

Dappertutto regnano un ordine e un nitore che s’infondono a chi s’incammina

di Eleonora Crucianelli

di Enrica Loggi

Il volto sereno di Padre Lorenzo mi accoglie all’ingresso del convento dove quello che doveva essere un breve appuntamento informativo si trasforma in un’avvincente visita guidata fino ai locali privati dei frati francescani. La pila di libri che trovo pronti per me in Sagrestia non smentisce le origini di questo acclamato Santuario fondato nel 1 450 proprio come biblioteca dei 1 87 codici che san Giacomo volle mettere a disposizione di studiosi e religiosi esterni. Una biblioteca moderna, per così dire, che sebbene ormai lontana dai tempi di Remigio e Salvatore, minacciava con la scomunica i lettori distratti che non ne avessero restituito i preziosi contenuti. Le curiosità sul Santo e sui suoi luoghi narrate con entusiasmo dal mio mentore sono davvero moltissime e lo sono ancor di più quelle legate alla costruzione del Santuario e alle opere d’arte in esso contenute. Tanto per iniziare, una legata al nome della chiesa: comunemente detta san Giacomo della Marca fu in realtà voluta ed intitolata verso la metà del 1 500 da lui stesso a Santa Maria delle Grazie ritratta proprio nella formella in terracotta donata dal Santo che oggi è diventata fulcro di venerazione miracolosa. Un’opera che rimanda alle famose Madonne Corsini del Della Robbia (come quella dell’ospedale Santa Maria Nuova a Firenze), primordiale esempio di un industrial design ante litteram che qui assume un significato del tutto nuovo. Come avviene continuamente in questo luogo, anche qui l’apprezzamento artistico si intreccia all’adorazione religiosa secondo la quale l’immagine sacra sarebbe stata protagonista di un evento miracoloso che, durante una visita di San Giacomo a frate Francesco della Rovere di Savona, avrebbe visto il capo della Madonna inclinarsi in segno di approvazione della fede mariana del Santo. I piani di lettura del Santuario sono davvero molti ed a quelli già citati si aggiunge la stratificazione storico architettonica dell’edificato che oggi è generato dal rimaneggiamento e sopraelevazione settecenteschi del primo convento biblioteca e della chiesa. Così le tracce murarie antiche fanno capolino quando meno te l’aspetti attraverso le pareti della nuova struttura, come ad esempio nella cappella di san Giacomo dove al corpo intatto del Patrono fa da sfondo un altare in pietra che, se osservato attentamente, si rivela essere un portale rinascimentale probabilmente in origine posto all’ingresso dell’ambiente. Anche il gruppo del Crocifisso deterrebbe una sua peculiarità stilistica e culturale. Pare infatti che nell’eseguire le due figure della Madonna Addolorata e San Giovanni risalenti al 1 540, Vincenzo Pagani, ingaggiato con lo scopo di imitare il modello ascolano di Cola dell’Amatrice, avesse di proposito contraddetto l’ordine personalizzando del tutto le due figure. Perciò la Madonna ci appare del tutto plasticizzata mentre il san Giovanni composto e malinconico ricorda una pittura che si rifà esplicitamente a Lorenzo Lotto. Le bellezze di questo posto sono ovunque intrise di storia e curiosità. Le pareti che oggi ci appaiono intonacate rivelano rarissimi tratti affrescati con tutta probabilità dai fedeli di Monteprandone che qui venivano sepolti nel XVI Secolo e che in quel tempo avrebbero connotato meravigliosamente l’intero paramento murario andato poi distrutto nel tempo. La ricostruzione temporale delle epoche che hanno segnato la realizzazione del Santuario è un viaggio pregno di sorprese come quella rivelatasi ai restauratori del portale ligneo d’ingresso quando, durante il lavoro di ripulitura, rinvennero la moneta con l’effige di Gregorio XIII che ne testimoniava l’epoca e la predilezione del tempio da parte del Papa. La mole con la quale oggi il Santuario domina il paesaggio si deve molto alle operazioni di rifacimento effettuate nel 1 700 in occasione della canonizzazione di san Giacomo che portò con sé anche l’acquisizione di nuovi pezzi d’arte e d’arredo presto ceduti insieme a gran parte dei preziosi Codici in età napoleonica, durante le operazioni di sgombero dai conventi degli ordini religiosi. Solo nel secolo successivo si riuscì a restituire una degna immagine alla chiesa anche e soprattutto attraverso l’impresa del Tegli di raffigurare l’intera vita del Santo nel ciclo pittorico delle lunette del chiostro. Il culto del santo è da sempre una costante per il popolo monteprandonese e più in generale per quello marchigiano. La lettera a Papa Sisto IV con la quale chiedeva di rientrare da Napoli per poter spegnersi nel suo “paesello natale” testimonia una sofferenza del santo alla quale corrispose quella dei suoi concittadini che commissionarono da subito la sua effige ai più talentuosi artisti del tempo. È proprio alla totalità di questa fede che si deve 4

oggi una smisurata produzione artistica legata al suo culto che possiamo rinvenire ancor oggi attraverso i maggiori musei internazionali. Dall’esposizione delle reliquie perfettamente conservate al tronco di quercia superstite esposto nel giardino del Santuario, la presenza di san Giacomo è tangibile in questo luogo e richiama fedeli da ogni dove. È probabilmente a questo che dobbiamo oggi la felice conservazione del patrimonio artistico che essa porta con sé. Dopo oltre un’ora di intensa visita ci congediamo. Appagata da tanta bellezza, mi allontano con la sensazione di aver conquistato un altro pezzetto di quella meraviglia con cui nostro territorio non smette mai di stupirmi.occasione della canonizzazione di san Giacomo che portò con sé anche l’acquisizione di nuovi pezzi d’arte e d’arredo presto ceduti insieme a gran parte dei preziosi Codici in età napoleonica, durante le operazioni di sgombero dai conventi degli ordini religiosi. Solo nel secolo successivo si riuscì a restituire una degna immagine alla chiesa anche e soprattutto attraverso l’impresa del Tegli di raffigurare l’intera vita del Santo nel ciclo pittorico delle lunette del chiostro. Il culto del santo è da sempre una costante per il popolo monteprandonese e più in generale per quello marchigiano. La lettera a Papa Sisto IV con la quale chiedeva di rientrare da Napoli per poter spegnersi nel suo “paesello natale” testimonia una sofferenza del santo alla quale corrispose quella dei suoi concittadini che commissionarono da subito la sua effige ai più talentuosi artisti del tempo. È proprio alla totalità di questa fede che si deve oggi una smisurata produzione artistica legata al suo culto che possiamo rinvenire ancor oggi attraverso i maggiori musei internazionali. Dall’esposizione delle reliquie perfettamente conservate al tronco di quercia superstite esposto nel giardino del Santuario, la presenza di san Giacomo è tangibile in questo luogo e richiama fedeli da ogni dove. È probabilmente a questo che dobbiamo oggi la felice conservazione del patrimonio artistico che essa porta con sé. Dopo oltre un’ora di intensa visita ci congediamo. Appagata da tanta bellezza, mi allontano con la sensazione di aver conquistato un altro pezzetto di quella meraviglia con cui il nostro territorio non smette mai di stupirmi.

C’è una primavera assopita nell’inverno di Torre di Palme, il piccolo borgo fermano arrampicato sulla sommità di un colle che guarda l’Adriatico. Sono andata a cercarlo pescando fra i ricordi, le luci accese nella mente e investite dal tempo. Eccolo, piccolissimo più di sempre e immerso nelle lame di un sole trionfante che cerca le sue viuzze scoscese, esili e tacite in questo inverno caduto a capofitto in un suo divenire, dentro i rabbuffi del vento che agita, all’ingresso, degli alberi di leccio in forma di corone. Dappertutto, il silenzio: come lasciato ad echeggiarsi tra una via e l’altra, diramanti a spina di pesce sul colle aguzzo che guarda da ogni lato, nell’altura che si definisce sotto i passi di chi prova a fronteggiare la sua bellezza petrosa, ad amarla. Torre di Palme nasce presto, nella storia degli uomini. Le sue chiese datano anni intorno al Mille; tre chiese minuscole di mattoni cotti dalla facciata severa e insieme familiare che costeggiano l’infinito, si dispongono lungo la strada maestra che porta al Belvedere sotto il sole di gennaio e ammiccano a una furtiva primavera che scaldi le mura, e si sciolga come in una metamorfosi antica tra passato e presente. La terrazza panoramica conclude il breve perimetro del borgo affacciandosi e lontanando lo splendore del mare, la vicina città di Porto San Giorgio, il Conero all’estremo orizzonte e il contorno festoso delle colline. Vi si erge la torre campanaria di Santa Maria a Mare (XII secolo) e da un lato il piccolo Oratorio di San Rocco, eretto all’epoca dai Monaci Eremitani. Dappertutto regnano un ordine e un nitore che s’infondono a chi s’incammina, adornano case dove lo sguardo può ritrovare un suo nido, una sua storia che da sola si va perdendo nell’incontro con un imminente avvenire. Ed ecco, a sorprenderci ancora, un polittico del 1 400. La firma prestigiosa è quella di Vittore Crivelli. Ci attende nella chiesa di Sant’Agostino, spoglia e magnifica per l’umiltà in cui si racchiude l’immagine centrale della Madonna col Bambino, immersa nei colori smaglianti della veste, nei festoni fiorati e nei frutti che perpetuano il suo denso calore immaginifico, accanto alle effigie di San Pietro ed altri santi che si raccolgono nella perfezione grafica, nell’ordine rigoroso e nella coralità policroma e sentimentale d’insieme, ciascuno immerso in una incandescente e solitaria bellezza. Si esce dalla chiesetta portatrice di questo tesoro per entrare in altri atri, slarghi a precipizio sul mare, fioriture che adornano il cammino, visioni improvvise di piante domestiche a ridosso delle case, in un fervente dettato di pazienza, nell’avvenire segreto che lucida gli spazi, incastona il tempo del silenzio che è il dormiveglia di questo borgo vivo a ridosso delle stagioni, assorto nel suo linguaggio candido, nella sua veste antica che attende dall’alto colle chi ama rifugiarsi nelle precoci propaggini della sua primavera.

Foto di Roberto Tamburrini

Life Marche Magazine - febbraio 2015  
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