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ARTE& CULTURA LASCIATE Lakermessecarnascialesca diAscoliPiceno

OGNI SPERANZA O VOI CH’INTRATE

Scene, gag e siparietti del Carnevale più pop delle Marche

di Giovanna Mascaretti Il Carnevale di Ascoli Piceno, come tutte le altre manifestazioni carnascialesche, affonda le proprie radici nel substrato storico-antropologico presente in tutte le popolazioni antiche (Babilonesi ed Egizi pare che lo celebrassero per purificare la terra e garantire maggiore fecondità). Arrivando nell’area egea tali riti si codificano in maniera più chiara assumendo un significato spiccatamente religioso dando origine alle Feste Dionisiache e Saturnalia in cui licenza e libertà di costumi, generate sovente dall’assunzione di vino così caro a Dioniso, portano a un totale sovvertimento delle regole della vita quotidiana, con il ricco e il povero che si abbandonano insieme a piaceri e dissolutezze totalmente impossibili nel resto dell’anno (va detto che nelle società antiche le differenze sociali sono molto più rigide e marcate di quanto non avvenga ora). Nel mondo romano i Saturnalia dedicati a Saturno, la divinità che garantiva prosperità al mondo dell’agricoltura, erano partecipatissimi: addirittura veniva eletto un re della festa deputato all’organizzazione dei giochi che erano sempre contraddistinti da un’assoluta licenziosità e sregolatezza. Col tempo l’uso di un costume consente di rendere ancora più irriconoscibili i partecipanti alla festa, nasce quindi la maschera che venne poi esaltata parecchi secoli dopo nella Commedia dell’Arte con la creazione dei travestimenti tradizionali (per esempio Arlecchino, pensate un po’, si riferiva al demone Hallequin o Aliquin!). Il passaggio di queste celebrazioni pagane nel mondo cristiano avviene in un’epoca imprecisata quando vengono inserite nel calendario nel periodo antecedente la Quaresima, cioè il tempo di mortificazione e rinuncia dopo gli eccessi e prima della Pasqua (l’etimologia più sicura del termine Carnevale rinvia infatti a carnem levare, letteralmente abbandonare la carne ossia la proibizione ad alimentarsi con essa come forma di penitenza). Sebbene celebrato in tutto il territorio regionale, quello ascolano è, per tipicità e caratteristiche, il Carnevale che forse più attinge le proprie radici nel passato con il coinvolgimento totale della cittadinanza e degli occasionali stupefatti avventori che diventano essi stessi parte integrante e fondamentale della celebrazione. Scenette e siparietti, con allestimenti fissi o itineranti, allietano tutti i suggestivi angoli del centro storico di Ascoli, in particolare la meravigliosa Piazza del Popolo palcoscenico d’eccezione che per l’occasione viene anch’essa mascherata e colorata da luminarie e festoni, con l’austero Palazzo dei Capitani a vigilare sullo svolgi-

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mento della festa. Nessuna sfilata di carri come a Viareggio né cortei di maschere dunque ma un vero e proprio teatro popolare che attinge spunti e idee dai fatti legati al costume, alla politica, alla cronaca, sia di stampo locale sia a carattere nazionale e internazionale. Uomini e donne di tutte le età e classe sociale prendono parte alla sacra rappresentazione del Carnevale dando libero sfogo alla propria inventiva imbastendo copioni ricchi di battute taglienti e gags esilaranti in cui però l’improvvisazione gioca un ruolo determinante visto che il coinvolgimento degli spettatori genera risultati sempre diversi e imprevedibili. Costumi ricercati ma più spesso cenciosi e démodé in abbinamento ad un trucco caricaturale e grottesco vanno a completare il quadro in una fantasmagoria di combinazioni prodotto di genio e arguzia, aspetti caratteriali così pregnanti del popolo ascolano. E veglioni, balli e feste sono il naturale corollario alla colorata kermesse…. “Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate”, speranza di non riuscire a essere coinvolti e ammaliati da tale spettacolo.

Unodeiteatri-gioiellodelleMarche

L'ANNIBAL CARO DI CIVITANOVA ALTA L'inaugurazione nel 1 872 con Un ballo in maschera e la Norma di Emanuela Voltattorni “Un nuovo ed elegante Teatro si costruirà nell’area comunale, di grandezza proporzionata alla popolazione di Civitanova, e si intitolerà da nome di Annibal Caro, cui la patria intende in simil guisa innalzare un monumento in onore. Avrà tre ordini di palchi. Il prim’ordine ne conterà sedici, oltre la porta d’ingresso: il secondo e terzo diciassette. E sopra i medesimi correrà una loggia aperta e comoda”. Civitanova Alta è un antico borgo - costruito su un colle e protetto dalle mura della fortezza del castello medievale - che conserva tra le sue vie l'eco dell'illustre personaggio locale, di cui la città si pregia di aver dato i natali: il poeta, traduttore, numismatico e drammaturgo, Annibal Caro. Nel 1 859, con un decreto si decise di demolire il vecchio teatro in legno per farne uno più grande e prestigioso che fu inaugurato nel 1 872 con “Un ballo in maschera” di Verdi e la “Norma” di Bellini, e venne intitolato proprio all'intellettuale. Arrancando per le vie del paese, passeggiando tra le bellezze della città, si arriva alla strada principale e non si può che notare il teatro, a partire dal suo antico portale di epoca rinascimentale, riccamente scolpito. Questo si apre sull'atrio dell'Annibal Caro, caratterizzato dalla forma rettangolare, la volta a botte e le colonne doriche alle pareti, che indicano l'entrata della maestosa sala, con tre ordini di palchi e le balaustre decorate sobriamente con le tipiche rosette circolari in gesso dorato. Lo sguardo viene però rapito dallo splendore dell'elegante decorazione pittorica della volta. Vi è infatti raffigurato un velario - un'antica tenda che proteggeva gli spettatori dal sole e dalla pioggia - con un fregio, a foglie d’acanto e medaglioni, dei puttini, cammei e festoni, con al centro un imponente rosone intagliato da cui pende il lampadario. Oltre alle bellezze architettoniche se si visita un teatro non si può che percepirne quel segreto che ne è l'anima e nascosto dietro al sipario, che il regista J-L. Barrault definì “la palpebra del teatro”. Ebbene, vista l'importanza, sul grande tendaggio del teatro di Civitanova Alta non poteva che essere raffigurato Annibal Caro, il quale si trova ritratto al centro di un paesaggio alberato, con lo sguardo rivolto verso i sommi poeti Dante e Virgilio, sullo sfondo di una luminosa visione paradisiaca, affiancato dal dio Apollo e dalle tre Grazie. Rimasto chiuso per 1 4 anni, il teatro è stato sottoposto a un accurato restauro e riaperto al pubblico nel luglio del 1 997.

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Life Marche Magazine - febbraio 2015  

Life Marche Magazine - febbraio 2015  

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