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Il Caffé

Milano Anno: I Numero: VII Direttore: Alessio Mazzucco

NO TAXATION

WITHOUT REPRESENTATION BUGIE, PROMESSE, POPULISMO: DOVE ANDREMO A FINIRE? Alessio Mazzucco Che il Presidente Fini prenda le distanze dalle iniziative di Governo non può essere certo oggetto di stupore. A volte è imbarazzante: un’armata che con trombe e tamburi fa gran caciara sull’inno di una liberazione da una (dicunt) sorta di inesistente dittatura comunista nel nostro Paese. Dal biennio prodiano (non certo un biennio rosso) è ritornato più forte che mai il signor Berlusconi. E questa volta è partito in quarta. Vediamo a più di un anno e mezzo dal suo insediamento che accade. Accanto ai soliti slogan e agli eccessi populisti, si sono affacciati nuovi scenari e nuove iniziative politiche che in Italia non si vedevano da molto tempo. Forse troppo. Temi toccati: pubblica amministrazione, scuola e università, tasse. Questi, almeno, sui quali vorrei riflettere. L’astro nascente del PdL, ministro Renato Brunetta, ha dichiarato guerra ai fannulloni. Ricordate? Un’inchiesta de L’Espresso denunciava un Ministro della PA assenteista al Parlamento Europeo e in difficoltà a trovare una cattedra universitaria (nonostante le sue millantate glorie, tra cui ricordiamo la possibilità di vincere un bel Nobel). Dimentichiamoci delle precedenti questioni e parliamo di politica. (Continua a pag. 3)

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Diego Zunino

ra appena trascorso il mio primo giorno di Università da studente del terzo anno, il pretenzioso Euro City agglomerato di vagoni più o meno riportati alla decenza da almeno trent'anni- diretto a Nizza stava ormai lasciando la Stazione Centrale di Milano. Vecchi scompartimenti, sedili polverosi: sovraffollatissima (alquanto pretenziosa) prima classe che sfruttava gli ultimi sgoccioli d'estate. È stato in questo ambiente squisitamente naif che ho iniziato a ripensare in un'altra prospettiva alla legge elettorale. L'elegante signora di mezza età dinanzi a me chiede cordialmente indicazioni per le Cinque Terre, quali coincidenze ed altre amenità simili; dal suo accento ispanico mi rendo conto che è straniera: dell'Uruguay per la precisione, mi racconta di tutto sulla sua vita da quando ha lasciato l'Italia alla volta di Montevideo, al fratello che mai ha voluto sapere più nulla del paese natio fino a un bollettino tragicomico sui morti di influenza A nel suo paesino di 700 anime. Tra le tante chiacchiere per ammazzare una sgradevole ora di tempo mi è rimasta impressa una cosa che mi ha detto con aria quasi ironica "Dell'Italia mi arrivano gli avvisi che debbo andare a votare, ma io non so nulla del vostro Paese, né dei partiti né delle persone. Non sono mai andata a votare, né tanto meno mio fratello che, si figuri, l'avete pure fatto Console Onorario. Che ci vuole fare, non mi sembra nemmeno giusto: io da voi mica pago le tasse, perché devo potere votare?". Ecco, mi è tornata in mente la protesta dei coloni americani: no taxation without representation. Chi ha la doppia cittadinanza e magari in Italia non c'è mai stato, perché deve votare? A mio parere il voto degli “Italiani all'estero” suona come il volere malinconicamente imitare chi possiede ancora residui di colonie (es. I territori d'Oltremare in Francia) che fanno parte della nazione, evocando invece forse residui di emigranti dei tempi che furono. (Continua a pag. 2)

BERLUSCONI E L’ EUTANASIA DI UN GOVERNO Gianmario Pisanu Come spesso ama ripetere il Ministro Tremonti, la parola crisi (dal greco krisis,”forza distintiva”, “separazione” e quindi “scelta”, “decisione”) implica al contempo un momento negativo, inteso come pura contrapposizione alla realtà preesistente, e in seconda istanza una fase propositiva, quando un nuovo ordine si affaccia sulle macerie ancora fumanti dello status quo appena abbattuto. Secondo quanto trapelato recentemente da ambienti del centro-destra vicini al Premier, è in quest’ottica che Berlusconi, tribolato dalle annose vicende giudiziarie che lo riguardano e amareggiato dalle accuse di cesarismo mossegli dal co-fondatore del PdL Fini, starebbe meditando un ritorno anticipato alle urne. (Continua a pag. 4)

LEGGERE È UN’ARTE E UNA FILOSOFIA Gianpaolo Repici

Pochi giorni fa chiacchieravo con alcuni membri di questo giornale di come ciascuno intenda la lettura, con quale stato d’animo essa vada affrontata e in che modo una persona debba approcciarsi ai libri che vuole leggere. La chiacchierata, ricca di spunti interessanti, mi ha portato ad estendere il dibattito a tutti coloro che leggono o scrivono su Il Caffè. “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo del vivere” scriveva Daniel Pennac. Mi trovo in perfetto accordo. (A pag. 9)


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NO TAXATION WITHOUT REPRESENTATION (Segue dalla prima) La legge che è stata oggi (giovedì 19 Novembre, nd.r.) proposta prevede invece di permettere il voto financo alle elezioni comunali ai cittadini extracomunitari immigrati e residenti da più di cinque anni, inoltre citando il Corriere: dà la possibilità agli immigrati di essere eletti consiglieri e di fare parte della giunta con l'esclusione delle cariche di vicesindaco e, ovviamente (?), di sindaco. La proposta di legge è, altrettanto ovviamente per il buon Calderoli, “un attentato alla democrazia”, mentre per l'(ex) compagno Cicchitto “inaccettabile […] senza che la presidenza del gruppo sia stata interpellata […] senza che rientri negli impegni di governo”. Ho imparato oggi una memorabile lezione di diritto costituzionale, in Italia: - immigrati residenti in Italia da cinque o più anni regolarmente attentano alla democrazia se pagando tasse dirette (il lavoro prestato) e indirette

(l’IVA), con i figli che parlano un italiano migliore di tanti italiani perché hanno studiato nelle nostre scuole dove hanno pagato ivi le tasse di iscrizione possono volere ardire di scegliersi un consigliere comunale, piuttosto che non votare rimanendo vittima di scelte che li penalizzano magari in quanto ceto socialmente più debole; - i nostri compatrioti che parlano con accento ispanico o americano, non pagano nessuna tassa -e certo, le rimesse non sono più quelle di una voltama possono scegliersi ben dodici deputati e sei senatori. (http://bit.ly/8aVjOh). I Parlamentari hanno il divieto di mandato imperativo nei confronti di chi li ha eletti ma non verso chi li ha nominati, o è stato nominato insieme a loro ma meglio. Suggerisco ai tanti immigrati lesi da chi li accusa, loro, di attentato alla democrazia che in caso di loro inclusione in una lista ci2

vica, invece di chiamarla con i soliti nomi propri del civismo si fregino di un suggestivo: “Albissola (o comune interessato) Tea Party”.

Diego Zunino


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BUGIE, PROMESSE, POPULISMO: DOVE ANDREMO A FINIRE? (Segue dalla prima)

La lotta di Brunetta nei confronti dell’inefficienza della PA ha un sapore epico, una sorta di lotta a metà tra l’essere il paladino del buon lavoro e il minister vanagloriosus, bravo a parlare, un po’ meno bravo ad ottenere. Siamo seri: quanto è andato avanti a parlare di lotta all’assenteismo? Un anno, forse più. E i dati lo hanno smentito qualche tempo fa (lui stesso lo ammise) mostrando una controtendenza nell’indice di assenteismo. Ma ci son cose che mi stanno più a cuore: facilitazioni burocratiche, class action (scomparsa tra i meandri di un parlamento lento e bloccato), assalto ai baluardi di potere delle PA, … “Rivoluzione in corso” è il nome del suo libro; tra sistemi di carota e bastone e qualche annuncio populista magari si metterà in moto qualcosa. Vedremo gli effetti del nuovo DDL da poco approvato. Istruzione: finalmente si razionalizza. Ad aspettare che le università e le scuole si mettano in moto autonomamente per un rinnovamento interno, rimarremmo qui qualche decennio. Sì agli accorpamenti, no a facoltà inutili. Un applauso al coraggio di certi aspetti della riforma. Ma i fondi ripartiti tra le Università che metodi useranno, quali criteri? E la ricerca la buttiamo via così, senza alcun rimorso? Voglio dire: per crescere e ritornare ad essere competitivi nel mercato mondiale serve ricerca e innovazione. Tagliare i fondi ai laboratori e ai centri di ricerca universitari è stata così una buona idea? Non credo. O forse tagliare le ore d’insegnamento delle materie essenziali per una cultura generale o per avere buoni strumenti in futuro è cosa buona? Non mi convince. Per chi volesse consultare i dati cito due articoli: da Il Sole 24 Ore, “Doccia

fredda sull’istruzione: in finanziaria 7,3 miliardi in meno in tre anni” di Claudio Tucci; da lavoce.info “La scuola dopo l’ennesima doccia scozzese” di Chiara Saraceno. Tasse. L’ICI abolita. Finalmente, scrosci d’applausi, evviva! Evviva cosa? Al massimo evviva il populismo. Un recente articolo de Il Corriere di Sergio Rizzo (“I conti in rosso dei Comuni (senza Ici)”, 8 novembre) è illuminante: i comuni più grossi sono stati soffocati. Così parla Chiamparino, Sindaco di Torino e Presidente dell’Anci: “Il fatto è che non ab-biamo più autonomia fiscale. L’Ici è pra-ticamente sparita, l’addizionale Irpef è bloccata. Il problema non è tanto il pat-to di stabilità, quanto il fatto che manca-no proprio le risorse.”. Ma abolire l’ICI a scaglioni come il Governo Prodi aveva intenzione di fare proprio non piaceva? Ora applaudono tutti, ma quando i Comuni taglieranno definitivamente fondi e iniziative, vedremo la carica populista della riforma sciogliersi come neve al sole. L’IRAP lasciatela stare: vi prego! Almeno potremo continuare a vantare la SECONDA sanità migliore al mondo (con pecche e difetti, ovvio, ma pur sempre democratica e accessibile). Magari, se proprio si vuol far pagare meno tasse a tutti, non è meglio più lotta all’evasione con controlli incrociati, indagini sui conti di grandi e medi imprenditori, commercianti, liberi professionisti, sui loro beni, ecc.. (come del resto faceva il Ministero del Tesoro 2006-2008) e meno scudi fiscali? Ho una domanda per il Governo: avevate promesso l’abolizione delle province; non se ne parla più. Un’altra domanda: Obama punta ad una spinta all’economia data da incentivi sullo 3

sviluppo di energie pulite. Noi che si fa? Daremo incentivi per le energie pulite? Svilupperemo nuovi settori di ricerca per metterci, se non all’avanguardia, almeno nella posizione di Paesi che ricominciano a crescere tanto dopo la crisi? Che si è fatto per il rapporto tra ambiente e crescita? Era nel programma dell’attuale Governo; la vostra promessa era occuparvene, o no? Non parlerò di Giustizia perché la discussione è ancora in corso. Solo un’ultima cosa mi vien da dire: si potrebbero proporre e realizzare meno cattedrali nel deserto e dare una visione più di lungo termine ad un Paese alla deriva? Magari meno ponti sullo stretto di Messina per infrastrutture ferroviarie migliori? Meno parole e più fatti su un federalismo fiscale serio? Magari meno discussioni feroci sui crocifissi e più dibattiti e ragionamenti politici ed intellettuali su una società sempre più globalizzata ed eterogenea? Magari meno chiacchiere sugli ammortizzatori sociali esistenti e più idee per nuove strutture del mercato del lavoro, rapporto coi sindacati e protezione sociale ed economica dei precari? Personalmente sono molto preoccupato. Scrivo questo articolo spinto da dubbi e domande sincere. Che si sia sostenitori o no di questo Governo, questo è IL Governo del nostro Paese: a loro, quindi, dobbiamo rivolgere le nostre perplessità. Al di là dell’antiberlusconismo e di questa fantomatica lotta tra un popolo che si fregia di esser portatore di libertà e un gruppo di cittadini marchiati indelebilmente come “compagni” e “comunisti”, ragioniamo seriamente sul nostro futuro. Onestamente, non lo trovo così roseo. Alessio Mazzucco


L ’ A N A

BERLUSCONI

E L’EUTANASIA (Segue dalla prima) La lista dei detrattori accusati di cospirazionismo è assai lunga: dai giudici rifondaroli ai vassalli disobbedienti che anelano al suo scettro (Fini e democristiani vari), dall’astiosa combriccola “Repubblichina” al Presidente Napolitano (reo di non aver mantenuto ciò che non poteva promettere), senza trascurare l’ex concubina pietra dello scandalo, Veronica Lario, e le impietose testate giornalistiche estere che spesso e volentieri ne tratteggiano esilaranti caricature (e perché no, anche la sempiterna CIA, specie da quando Obama, un democratico, è alla Casa Bianca). Tutti remerebbero in direzione avversa , tutti lo spedirebbero dritto dritto a Sant’Elena senza passare per l’Elba, se solo potessero. Convinto dunque di avere contro i cosiddetti “poteri forti” (espressione abusata e fumosa, caposaldo della dietrologia a buon mercato), l’eventualità di una legittimazione popolare di massa appare quale unico argine a un declino lento e inesorabile. Una Nuova Alleanza con gli italiani dopo il diluvio elettorale, che spazzerebbe via maldicenze e oppositori, va profilandosi all’orizzonte della scena politica italiana, specie se la vis agonistica e il fiuto dell’imprenditore prevarranno sugli accorti consigli di paludati strateghi, in primis Letta, che guardano alle elezioni con timorosa circospezione. Verrebbe in tal modo confermata ancora una volta l’endemica instabilità dei nostri governi, prerogativa che ci accompagna sin dai tempi dell’Unità e che ci caratterizza, ahinoi, agli occhi del mondo intero insieme a pizza, mafia e “O’ sole mio”. Se è vero infatti, come soleva dire De Gasperi, che un politico guarda alle prossime elezioni mentre uno statista alla prossima gene-

razione, i nostri dirigenti non brillano certo per lungimiranza e, una volta metabolizzata l’eventuale sconfitta alle urne, promettono ai propri seguaci, assetati di revanscismo e fedeli alle proprie origini guelfo/ghibelline, di adoperare ogni mezzo per abbreviare l’estenuante scadenza quinquennale della legislatura. Sicché, nell’infuocata primavera del 2006,mentre ancora non si erano spenti gli echi delle polemiche per l’esito risicato , Berlusconi annunciava a gran voce l’imminente fine del Governo Prodi (che sarebbe caduto ben due volte di lì a un anno e mezzo) ; parimenti, dopo la batosta subita nel 2008, Veltroni profetizzava arrembante che “il governo non sarebbe durato 5 anni”, nonostante la schiacciante maggioranza parlamentare conseguita dallo schieramento avverso. Così facendo, in un clima di delegittimazione reciproca e di totale sfiducia nei meccanismi dell’alternanza di una normale democrazia parlamentare, l’Italia è arrivata a detenere il poco invidiabile record di 60 (sessanta!) governi in 43 anni, dal 1946 ad oggi, contro i 17 degli Usa e gli 11 francesi (questi ultimi con sole 8 diverse presidenze) . Vi è tuttavia un elemento di sostanziale novità nella crisi che serpeggia tra le fila dell’attuale governo. All’epoca della vituperata Prima Repubblica, quando le maggioranze si formavano dopo complicate trattative parlamenta-

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ri all’oscuro dai riflettori dell’opinione pubblica, i partiti traevano legittimazione quasi per intero dal Parlamento (il voto popolare sanciva esclusivamente i rapporti di forza tra gli schieramenti) . Di conseguenza le crisi di governo, perlopiù provocate da trame di palazzo, fiorivano a grappoli (basti pensare ai governi “balneari”, così chiamati perché non resistevano ai rigori autunnali), esaltando l’immagine di autoreferenzialità che un mondo (la Politica) rincantucciato nella sua turris eburnea dava di sé. Con il crollo dei partiti di massa , e più in generale delle ideologie, successivi alla fine della Guerra fredda, il sistema si rivelò improvvisamente obsoleto e iniquo agli occhi dei cittadini, che rivendicavano finalmente maggior voce in capitolo nella scelta dei propri rappresentanti. Fu allora che, in preda al marasma giacobino e ai furori populisti scatenati da Tangentopoli , l’Italia perse una storica occasione per modernizzarsi. L’ondata rivoluzionaria che attraversò il Paese partorì il proverbiale topolino, stavolta nelle vesti di una fantomatica Seconda Repubblica, così chiamata per scimmiottare le cinque Repubbliche francesi (quelle sì, generate da


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A L I S I

A DI GOVERNO cambiamenti radicali, nel bene o nel male). I risultati sono sotto gli occhi: in 15 anni,ben 10 governi diversi (Berlusconi I,II,III e IV,Prodi I e II ,D’Alema I e II, Dini , Amato II) , il doppio rispetto agli Stati Uniti e il triplo di quelli francesi maturati nel medesimo lasso di tempo. Solo l’anomalia berlusconiana e il suo straordinario potere mediatico e finanziario hanno mitigato, almeno in parte, l’esasperata caducità dei governi( peraltro con due crisi all’attivo, nel 1994 e nel 2005, molteplici rimpasti e aggiustamenti in corsa). Ma ecco che, proprio quando il quadro politico pareva essersi stabilizzato in seguito alle elezioni del 2008, che han mutilato le estreme e conferito un mandato forte e inequivocabile alla coalizione di centrodestra, una “crisi d’abbondanza” , per certi versi speculare a quelle parlamentari, mina la solidità del governo. Paradossalmente, il vasto consenso raccolto nel paese si è rivelato strada facendo un boomerang per il Presidente del Consiglio che, certo dell’appoggio popolare, si è speso sino al parossismo per consolidare l’immagine di padre della patria, “Presidente di tutti” (si pensi al paternalismo ostentato in occasione del terremoto dell’Aquila, così plateale da non trovare riscontri in esperienze recenti), confidando di poter assicurare in tal modo lunga vita al proprio esecutivo. Ma l’Italia non è uno Stato presidenziale e neppure una democrazia di stampo plebiscitario. E’retta da un sistema a base parlamentare legittimato dal voto elettorale, Giano Bifronte che fatica a incasellarsi in una qualsiasi categoria weberiana . Illudersi di poterla governare a suon di sondaggi è da sconsiderati, specie se si igno-

rano gli altri fattori di stabilità necessari. Convinto che mostrare i muscoli e esasperare i toni ad ogni costo fosse indice di forza, anche a costo d’inimicarsi potenziali alleati( la maldestra gestione del caso Boffo che ha deteriorato i rapporti con parte del mondo cattolico è a tal proposito eloquente ) , il Premier s’è a lungo andare scavato la fossa con le proprie mani, sicché persino all’interno del suo partito c’è già chi parla di post-berlusconismo, nonostante rimanga ancora primatista indiscusso di suffragi. Come in occasione dell’ormai celebre discorso del predellino, Berlusconi è dunque pronto a giocarsi la partita della sopravvivenza (politica) per non morire d’inedia.

a ricevere laute sovvenzioni per le elezioni del 2006 (fino al 2011, scadenza naturale della defunta legislatura), per quelle del 2008 (fino al 2013), cui s’aggiungereb -bero nuovi rimborsi in caso di votazioni anticipate nel 2010.

Ma un eventuale chiamata alle urne, un anno e mezzo dopo l’inizio dell’attuale legislatura e a tre anni e mezzo dalla sua naturale scadenza, comporterebbe per l’Italia danni d’immagine e economici non indifferenti. In primo luogo, paleseremmo ancora una volta la nostra schizofrenia , confermandoci un partner inaffidabile nel panorama internazionale, perché, com’ebbe a dire Bush (ex sodale del Premier) è assai complicato intrattenere solide relazioni con un paese che cambia amministrazione a ogni piè sospinto.

Con quale faccia e a che diritto si andrebbe poi a cianciare di tagli, sacrifici, lacrime e sangue ?

Ma c’è dell’altro. In virtù del decreto mille proroghe del 2005 varato dall’allora maggioranza di centrodestra, con l’appoggio una volta tanto convinto dell’opposizione, il rimborso elettorale ai partiti viene comunque effettuato anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere, sommandosi ai nuovi rimborsi previsti per legge e dovuti per le eventuali elezioni prossime a venire. Così, ad esempio, Pdl e Pd continuano

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Insomma, un triplo finanziamento pubblico camuffato (giacché questi erano stati abrogati da un referendum del 1993; fatta la legge, trovato l’inganno). Uno spreco di denaro pubblico assurdo e dissennato, specie in tempi di vacche magre, considerando tra l’altro gli ingenti costi gestionali che un'elezione comporta (per quelle del 2006 le spese complessive ammontarono a circa 393 milioni di euro).

Gianmario Pisanu


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EPPUR SI MUOVE?

Chiunque si sia mai minimamente occupato di economia conosce la teoria dei giochi, e più precisamente un concetto di risoluzione definito equilibrio di Nash, dal famoso matematico John Nash, quello di Russell Crowe in A beautiful mind, per intenderci. Secondo questo modello, i vari giocatori sono perfettamente informati sulle diverse strategie che gli altri partecipanti possono adottare, ed il profilo risultante è tale che nessuno dei giocatori può trarre ulteriore vantaggio nel cambiare la strategia messa in atto, a patto che gli altri concorrenti non modifichino le loro. Riflettevo così l’altro giorno, in maniera piuttosto disimpegnata, riguardo al sistema politico italiano, e pensavo a come fossero passati già quindici anni per la precisione era il 10 maggio 1994 - dal primo insediamento a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Per rendere forse meglio il concetto, vorrei ricordare che in quella data alla presidenza degli Stati Uniti sedeva Bill Clinton, in Francia François Mitterrand, in Germania Helmut Kohl, ancora in carica al primo governo sulla scia della riunificazione tedesca, in Russia Boris Eltsin... Insomma, nomi che nell’immaginario comune, per i tempi della politica, appartengono al passato remoto. In un articolo Gianmario Pisanu ricorda come solo nella Seconda repubblica si siano già succeduti dieci governi, mentre l’attuale scricchiola tanto da tenerne i ministri svegli la notte. Al contempo è però importante ricordare che a parte pochi noti, il riciclo di nomi, sia delle più alte cariche che non, è stato tale da causare ben poche sorprese e rinnovamenti, non dico da un governo all’altro (di sinistra o destra che fosse), ma anche da una Repubblica all’altra. Così, a parte la paralisi politica dettata dalla sua endemica fragilità, si nota ben poca discontinuità, segno sem-

pre di radicati cambiamenti in atto, col passare di governi e legislature. Pare proprio che l’Italia, o meglio le forze sociali, politiche ed economiche al suo interno, abbiano trovato un punto d’equilibrio - più o meno riuscito - dal quale non hanno ragione di spostarsi. Più il tempo passa, più gli storici problemi della penisola appaiono quanto mai cronici, dalla corruzione, alla giustizia, alla collusione tra Stato e mafie, al parassitismo, nepotismo, all’autoreferenzialità della classe politica. Il punto morto nel quale si è incagliata l’Italia è come un tumore che vegeta, e pian piano colpisce anche le cellule sane che lo circondano. Il risultato è l’apatia, la sfiducia ed il totale scoraggiamento dei cittadini, che ben consci dell’aria che tira e col fiuto affinato da secoli di servaggio, non fanno nulla perché questa situazione migliori, ma tentano a loro volta, nel loro piccolo, di trarre qualche vantaggio dall’inefficienza generale, per non pagare tasse, imposte, od anche solo un biglietto dell’autobus. Poiché la classe dirigente è la prima a (non) farlo, non si comprende perché il singolo cittadino, che in una vita non guadagnerà forse quanto taluni evadono in un anno, debba prodigarsi tanto nel rispettare come un pollo qualsiasi balzello gli venga imposto, aumentando soltanto l’entropia ed il senso di inaffidabilità dell’insieme. È certamente vero che dovrebbe essere l’uomo politico, per primo ed autonomamente, a dare l’esempio e puntare sulla trasparenza educativa, ma appurato oramai da anni che ciò non avviene, questa colpa perde valore di scusante per il singolo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo e senza alcun tornaconto immediato, si prodigasse nel fare, se non bene, meglio, potrebbe cambiare qualcosa? Potrebbero, forse, gli altri giocatori capire che le scelte stanno cambiando, e 6

che la propria strategia non è più quella vincente, ma un’altra, forse più vantaggiosa per la comunità tutta? Potrebbe addirittura rivelarsi il tramonto di una classe politica, palesemente inadatta a rispondere alle esigenze di una società più pretenziosa della nostra? Oggi più che mai si punta su parole quali libertà e democrazia, più a colmare il baratro della sfiducia nello strumento politico che per una reale coscienza di concetto. Il risultato è solo uno schietto individualismo, con la più grave conseguenza di nascondere qualsivoglia progetto futuro, una visione a lungo termine, una meta verso la quale tendere il sistema paese. Ma senza una rotta precisa, sino a quando la nave potrà restare in mare aperto? E, quando si troverà ad attraccare, siamo sicuri che sarà in prossimità di un porto nel quale riparare? Così sfiduciato, mi trovo poi a leggere giornali serbi, la ben più grave stagnazione del mio paese natale, mi dico come in fondo l’Italia non stia messa tanto male, e, con una botta d’ottimismo, che anche le pretese che ognuno pone verso lo stato in cui vive siano proporzionali allo sviluppo conseguito; come ciò che a noi, qui, può apparire grave, sia in realtà meno peggio di quanto sembri. Eppure non credo che il benchmark italiano debba essere la Serbia, quanto piuttosto Germania, Francia o Regno Unito. Ecco, forse me le annoto, per la prossima volta che mi toccherà di emigrare.

Filip Stefanovic


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LA

CRISI DEL

C E N T R O - S I N I ST R A Forse è un titolo banale quello che ho deciso di dare al seguente articolo; tuttavia, non trovo niente di meglio che riassuma in maniera così semplice ed efficace quella che è, appunto, la crisi del centrosinistra. Crisi che ha raggiunto il suo apice con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 2008 che, come ben sappiamo, hanno determinato l’uscita dal Parlamento delle frange della sinistra e della destra estrema. Tutto ciò ha portato ad una notevole semplificazione del sistema politico e, finalmente, ad una situazione in cui i piccoli partiti non sono più gli aghi fatali della bilancia del destino di una coalizione di governo (anche se, francamente, a pagare le spese di questo sono quasi sempre stati i governi di centrosinistra più che quelli di centrodestra, se escludiamo la caduta di Berlusconi, nel ’94, ad opera di Bossi). Proprio qui sta una delle prime considerazioni da fare: per ben due volte, l’alleanza di centrosinistra capitanata da Romano Prodi ha avuto mandato di governare e dopo due anni, con una puntualità da fare invidia ad un orologio svizzero, è caduta. La prima volta grazie alla coerenza e lungimiranza politica del signor cashmere, alias Fausto Bertinotti, il quale, convinto che Prodi non avrebbe tutelato gli interessi dei lavoratori e poiché ci si accingeva a parlare di meritocrazia, questa sconosciuta, ha ben pensato di negare la fiducia al premier assieme a tutti i suoi adepti e di lasciare il paese in mano al signor B. La seconda volta ha provveduto la scempiaggine intellettuale dei senatori Rossi e Turigliatto, sempre Prc, in prima istanza e, in seconda istanza, ci si è messo il fermo e convinto ideale politico di Mastella che, fulminato un anno dopo sulla via di Arcore, ha deciso che il suo vero partito era il Pdl. Non tanto la prima caduta di Prodi, quanto la seconda, hanno trascinato il centrosinistra in uno sfacelo che credo lascerà i segni per i prossimi quindici anni, mentre la sinistra radicale (che nel frattempo continua a dividersi poiché non ha imparato la lezione) è stata letteralmente annientata. Ovviamente, ciò ha comportato una batosta elettorale in parte arginata dalla creazione del Pd e dalla presenza di un leader più carismatico di Prodi, vale a dire Walter Veltroni, a cui va rico-

nosciuto il merito di aver salvato il centrosinistra dall’implosione; consapevole del fatto che presentarsi alle elezioni con le solite, vecchie, trite e ritrite alleanze avrebbe significato una sconfitta di dimensioni epocali, ha rotto i ponti con l’ala estrema rappresentata da Pdci, Prc e Verdi con cui, si sa, i risultati ottenuti sono stati a dir poco terrificanti. Ma proprio qui sta un’altra considerazione: l’incapacità totale del partito di sostenere il suo segretario, nonostante la situazione fosse già abbastanza compromessa. Siccome pare che il detto “lupo perde pelo ma non il vizio” sia assolutamente vero, i dirigenti del Pd hanno continuato bellamente a litigare tra loro e ad attaccare il loro capo che, com’era prevedibile, non è stato in grado di tenere le redini della situazione e ha dovuto abbandonare la segreteria dopo le prima disfatte elettorali delle regionali. Ora come ora, il Pd manca di una forza e di una coesione che siano in grado di contrapporsi alla potenza mediatica, prima ancora che politica, dell’Egoarca. E tale situazione sembra destinata a permanere, almeno sino a quando all’interno di esso rimarranno i “soliti noti” che, pur di non mollare la loro situazione di privilegio, paiono propensi a mandare tutto in malora senza porsi troppi interrogativi sulle conseguenze dei loro atti. Fino a quel momento, benché i risultati dell’affluenza delle primarie siano più che confortanti e facciano sperare in una rinnovata fiducia della gente, chi sarà indeciso se votare centrodestra o centrosinistra sarà molto riluttante a ridare fiducia a quest’ultima, visti i precedenti. Più che mai il Partito Democratico necessita di quel rinnovamento tanto atteso, il solo che sia in grado di creare un’opposizione forte e con spiccato senso di identità, pur nel pluralismo delle idee e delle opinioni; dovrebbe operare, a mio avviso, una sorta di aufhebung, come diceva Hegel, che consenta il superamento della crisi e delle controversie ma che conservi, allo stesso tempo, quella che è la dialettica interna sfociando in una “sintesi”, sempre per citare Hegel, a patto che, ovviamente, porti alla nascita di obiettivi concreti e non alle solite lotte intestine; ma non basta. Il Pd dovrà anche riprendere quel-

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la vecchia abitudine che caratterizzava il centrosinistra o. perlomeno, il Pci: andare casa per casa a proporre le proprie idee politiche, ritrovando quel contatto con la gente che manca ormai da troppo tempo; ci si chiede come mai la Lega, foriera di meschinità ideologiche e populistiche, ottenga così ampio consenso e non si capisce che ciò è dovuto al fatto che politici comunali e regionali del partito, se così lo vogliamo definire, vanno a ricercare il dialogo con le persone comuni, vanno ad ascoltare i problemi direttamente alla loro radice, vanno a promettere (anche se poi il mantenere è tutt’altra storia). Ciò che l’opposizione dovrebbe perseguire è proprio questo, poiché pare abbia perso di vista la storia fondante da cui era partita ai tempi delle lotte di classe, storia che ha le sue fondamenta sulla vicinanza ai problemi veri del popolo, quelli più immediati e concreti. Tuttavia, è doveroso dirlo, il Pd risulta, al momento, il più forte partito di sinistra d’Europa, avendo una base elettorale del 30%, mentre nel resto dell’Unione schieramenti come quello tedesco arrivano appena al 23%; oltretutto, essere contro Berlusconi significa anche essere contro un apparato mediatico che non ha eguali in altre nazioni, apparato che martella l’opinione pubblica in maniera incessante, assuefacendola e convincendola che, in fin dei conti, il fatto che il presidente del consiglio sia andato a letto con delle escort è solo chiacchiericcio inutile e poco interessante, se non falso e del tutto inverosimile. Sconfiggere tale sistema è arduo e complesso, soprattutto a causa delle difficoltà del partito e anche a causa di quello che oserei definire tratto dominante del centrosinistra: la capacità di dividersi e litigare nei momenti cruciali della storia ( la scissione di Livorno ne è un esempio lampante). Ciononostante, spero con convinzione che sia capace di comprendere che, al momento, essere forti e coesi significa molto, essendoci in gioco il destino di un Paese intero, ancora nelle mani del signor B.

Giorgio Piga


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ATEI QUESTI SCONOSCIUTI “Maybe it’s too late for intellectual debate, but a residue of confusion remains.” Così esordisce Greg Graffin in “Atheist peace”, una delle più celebri canzoni dei Bad Religion, band americana che suona punk rock da un buon trentennio (caldamente consigliati). Nonostante il titolo possa trarre in inganno, il testo della canzone rende perfettamente quell’alone di mistero misto a timore che circonda la figura dell’ateo, soprattutto in Italia. Mangiano i bambini? Sono libertini? Hanno levato le ancore dal porto sicuro della moralità per far rotta verso un futuro ancor più dissoluto e privo di punti di riferimento? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che circolano attorno agli atei, i quali non fanno molto per chiarire la situazione agli occhi del credente medio, ormai convinto che sia più facile vincere al superenalotto che trovare un ateo in carne e ossa sul posto di lavoro. In realtà, ciò che rimane sconosciuto ai più è che gli atei non sono affatto una specie in via d’estinzione sul suolo italiano. Secondo i dati riportati dall’UAAR (Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti), si è passati dal 5,2% del 1987 al 18% del 2003 sull’intera popolazione e il fenomeno non manifesta segni di arresto. Siamo quindi pienamente legittimati a chiederci quali siano le caratteristiche tipiche e le motivazioni del giovane ateo italiano. Croce e delizia del Belpaese, la famiglia gioca un ruolo di punta nel processo di socializzazione religiosa fin dall’infanzia. Si tratta di una sorta di “legge di inerzia” che porta l’orientamento religioso della famiglia d’origine ad auto-riprodursi nelle generazioni successive. È facile intuire, quindi, come i giovani atei nascano e crescano solitamente in nuclei familiari in cui almeno uno dei genitori si attesta su posizioni di ateismo e altrettanto ragionevole è la connessione con situazioni segnate da separazioni, divorzi e matrimoni civili. Inoltre, ricerche di carattere socio-

logico condotte da professori dell’università Cattolica di Milano hanno rilevato che gli atei sono presenti soprattutto nel Nord-Ovest e nel Centro e tendono ad avere titoli di studio più alti, tanto tra gli intervistati quanto tra i loro genitori. A questo si unisce una maggiore partecipazione in associazioni e partiti, con un’estremizzata auto-collocazione politica a sinistra e la diffusione di un’immagine più ampia della politica, percepita non soltanto come “tutela dei propri interessi”, ma anche come “dovere di ogni cittadino”. Eppure qualcosa non torna. Il 18% di 60 milioni di abitanti equivale a quasi 10 milioni di italiani. Chiunque storcerebbe il naso di fronte a queste cifre: dove sono tutti questi atei? Formerebbero un più che nutrito esercito in seno alla nazione che ospita la sede della chiesa cattolica e avrebbero i numeri per far valere le loro posizioni. Invece latitano (che siano rinchiusi nelle segrete del Vaticano?). Si perdono nella “atheist peace” di cui parla Graffin e si convincono, con rassegnazione, che non valga la pena far sentire la propria voce, animati dall’italianissimo “tanto non cambierebbe nulla”. L’ateo fatica a giocare a carte scoperte e, quando trova il coraggio di farlo, le occhiate si dividono tra quelle colme di pietà e quelle in cui guizza il germe del sospetto. Parlerei di “omertà dell’ateismo” in Italia, un sapere e non sapere allo stesso tempo, un “so che sei ateo, ma non ti preoccupare: non lo dirò a nessuno”.

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Anche per combattere questo torpore, è nata l’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti (UAAR), l’unica associazione nazionale con lo scopo di rappresentare i cittadini atei e agnostici italiani. Diverse le personalità che vi hanno aderito, da Margherita Hack a Danilo Mainardi, fino a Piergiorgio Odifreddi e altrettanto varie le iniziative organizzate, come la campagna degli autobus “atei”, il progetto per l’ora alternativa a quella di religione nelle scuole e lo sbattezzo. Parlando da atea che frequenta un’università cattolica -in quale paradosso spazio-temporale mi sono cacciata, grande Giove!- non posso far altro che sperare che gli atei italiani si sveglino dal sonno in cui sono piombati e si rendano conto che non c’è niente di peggiore che vergognarsi delle proprie posizioni e nascondere la testa sotto una coltre di indifferenza e rassegnazione.

Elena Scaltriti


Il Caffé IL DIBATTITO

CROCIFISSO NELCALDERONE C

ome tutto ormai in questo nostro povero paese, anche un tema profondo come l’opportunità o meno di esporre il crocifisso cristiano nei luoghi pubblici non è stato oggetto di un sereno dibattito, in seguito alla nota sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma è stato trascinato nella macelleria della strumentalizzazione politica, un “calderone” che tutto inghiotte e tutto trita. Tutto finì in un colossale lancio di scarpe fra laici e cattolici. Non ho la pretesa di portare a soluzione un dibattito in cui tutti hanno detto di tutto… mi piacerebbe, timidamente, suggerire un ottica un po’ diversa del problema. Personalmente sono assai contrario a rimuovere il crocifisso cristiano dalle aule scolastiche “manu militari”, in seguito ad una sentenza di tribunale, specie quando la maggior parte degli italiani appare contraria. I simboli, specie se hanno un enorme peso storico, molto meglio spiegarli che rimuoverli. Percepisco a pelle, in oltre, l’antidemocraticità della risoluzione, l’imposizione venuta dall’alto. Bene sarebbe che potessero essere gli italiani ad esprimersi referendariamente… ma per abrogare quale legge? L’esposizione del crocifisso cristiano nei luoghi pubblici e civici è, per così dire… una prassi. Il punto è proprio questo. Come la pensiamo noi cattolici sulla prassi che vuole il nostro crocifisso esposto nei luoghi pubblici? Non ho mai detto “crocifisso”, ma “crocifisso cristiano”: è senz’altro, come abbiamo detto, un simbolo - ma uno dei tanti - della storia e della cultura del nostro paese, ma è solo in ambito cattolico che quel simbolo cessa di essere un segno storico al pari di altri, e diventa il fondamento del messaggio più profondo della nostra fede, il Dio fattosi uomo e per l’uomo immolatosi. Lo spunto che ci terrei a suggerire è questo, rivolgendomi ai miei correligionari cattolici. Quel simbolo è il segno potente del nostro rapporto con Dio: non temiamo si svilisca, per così dire “inflazionandosi”, a forza di venire esposto anche nelle scuole, e nelle poste, negli uffici… ci fa poi così piacere che la croce cristiana sia ridotta a semplice “prassi”, lei che era “scandalo per i giudei, e follia per i pagani”? Amedeo Maddaluno HANNO DETTO: Gianpaolo Repici:

Damiano:

La mia opinione: no, non temo si svilisca quel simbolo, assecondando la prassi di cui si è parlato nell'articolo. Certamente non è un simbolo inflazionato, dal momento che la sua presenza è sempre più precaria. Il fatto che venga esposto o meno non influisce sul mio personale rapporto con la fede, non lo banalizza, per come la vedo io. Semmai, mi aiuta a ricordare chi sono. A capire che non tutto nel mondo è relativo, e che se in Italia abbiamo Roma e il Papa non dobbiamo voltare le spalle a ciò che siamo. Nel bene e nel male. Credo sia giusto lottare per tenere il Crocifisso esposto. Per tanti sarà una prassi, ma se per alcuni quella prassi aiuta a gettare uno sguardo un po' meno freddo sul mondo e a pensare a qualcosa di più grande, allora ha un valore enorme. A prescindere dall'esattezza della loro fede.

E' assurdo affrontare un problema di giustizia (è giusto togliere il crocifisso?) guardando alla sensibilità della maggioranza. Uno, perché di sensibilità si tratta, non di ragione. Due, perché è maggioranza.

Una domanda soltanto: perché non abbattiamo le nostre chiese per trasformarle in edifici di cui non sia ovvia a prima vista la funzione? L'imponenza della Croce sui campanili e sulle cupole non potrebbe forse ferire coloro che non si dichiarano cattolici? Evitiamo loro questo problema. Radiamo al suolo il Duomo di Milano.

Sostenere che una sentenza sia antidemocratica, significa non aver ben chiaro il significato stesso di democrazia, che non è "decidono i più", bensì qualcosa di un po' più complesso. I tribunali, cioè lo stato di diritto, esistono proprio a tutela delle minoranze. Tutela delle minoranze contro posizioni del potere maggioritario che risultano ingiuste sulla base di princìpi (uguaglianza, laicità), che si è scelto di mettere alla base di tutto. Perdonami, ma la tua analisi è molto, molto debole.

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Il Caffé ARTE E CULTURA

LEGGERE È UN’ARTE E UNA FILOSOFIA Pochi giorni fa chiacchieravo con alcuni membri di questo giornale di come ciascuno intenda la lettura, con quale stato d’animo essa vada affrontata e in che modo una persona debba approcciarsi ai libri che vuole leggere. La chiacchierata, ricca di spunti interessanti, mi ha portato ad estendere il dibattito a tutti coloro che leggono o scrivono su Il Caffè. ll tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo del vivere” scriveva Daniel Pennac. Mi trovo in perfetto accordo. Una delle cose che ho patito di più dopo la transizione liceo-università è stata l’enorme difficoltà di trovare del tempo libero per leggere; sentivo che mancava qualcosa, che in qualche modo mi stavo inaridendo interiormente. Finché non mi sono imposto di tornare a leggere con costanza, ricavandomi almeno qualche minuto ogni giorno. Ma veniamo a noi: il motivo del “conflitto” verbale coi miei colleghi de Il Caffè è riconducibile al modo in cui si legge, alla filosofia che ci sta dietro e ai criteri con cui si scelgono i libri. Ho una lunga coda di libri da leggere, e ad ogni testo di narrativa contemporanea alterno un classico o un saggio. Mi sono imposto di non decidere in base all’istinto cosa leggere: ho impilato tutti i libri in coda e li ho rinchiusi in uno zaino, in modo tale che in cima alla pila ci sia quello che, cronologicamente, è entrato in mio possesso per primo (per chi s’intende di logistica o informatica, è una coda FIFO bella e buona!). Quando termino la lettura di un testo, mi limito ad aprire lo zaino e pescare il libro successivo. Non scelgo cosa leggere, non valuto quale testo mi sembri più interessante in quel momento, tra quelli a mia disposizione. I miei colleghi sostenevano invece che ognuno debba leggere ciò che più gli aggrada: posto di

leggere ciò che più gli aggrada: posto di fronte a tutte le alternative, deve poter scegliere quella più allettante per lui, nello stato d’animo in cui è. La trovo un’opinione molto “romantica”, istintiva, e in questi termini non nascondo alcun giudizio negativo. Ma io sono anche uno scrittore, e cerco d’immedesimarmi in chi scrive: ritengo che a chiunque debba essere data la possibilità di dire ciò che crede, e di essere ascoltato. Quello che Voltaire disse, e che è stato citato di recente su queste pagine: “Non condivido quello che dici, ma farò di tutto affinché tu possa dirlo”, io lo applico alla lettura. Posso guardare all’opera di uno scrittore storcendo il naso, mosso dai preconcetti, ma voglio dare a tutti almeno una possibilità. Sentire ciò che vogliono raccontare. Capire perché abbiano speso mesi o anni della loro vita per realizzare il loro libro: elaborarlo, scriverlo, correggerlo, stamparlo. Sudore e fatica: anche solo questi rendono la loro opera degna di essere, se non apprezzata, esaminata. Come posso dare a tutti questa possibilità, se mi limito a scegliere i libri che più m’interessano? Come posso essere imparziale, se decido in base ai miei gusti? E qui intendo fare un passo in più: sono convinto che, se mi si lascia carta bianca in fatto di scelta dei libri, io tenderò a procurarmi quelli che più sicuramente incontreranno il mio gradimento. Ma questo non significa altro, se non che quei libri in qualche modo rispecchieranno il mio modo di essere. In altre parole, io come lettore “crescerei” vedendo intorno a me solo cose simili a quelle che penso io. E trovo che questo sia sbagliato. L’esperienza della lettura, oltre che un intrattenimento, dev’essere innanzitutto formante. È uno dei più potenti mezzi conoscitivi di cui l’uomo dispone, e come 10

tale va usato. Ridurre la lettura a semplice passatempo è a mio avviso sbagliato, e svilisce l’opera di chi, scrivendo, ha voluto comunicare al mondo qualcosa. Aprirsi a libri che d’istinto non si leggerebbe, ad autori che già si sa essere allineati diversamente da sé, a stili di scrittura lontani da quelli prediletti, tutto ciò può essere faticoso. Ti costringe a metterti in dubbio, a confrontare le tue opinioni e i tuoi gusti con altri differenti, forse conflittuali. Questo appare tanto più palese nel caso dei saggi o della narrativa “impegnata”, ma anche la narrativa “leggera” se ne fa portavoce, a suo modo. Non affermo di dover leggere solo cose lontane dai propri gusti, perché si perderebbe quel sapore piacevole che la lettura di un’opera gradita porta sulle labbra. Leggere non dev’essere un obbligo o un peso. Se ho sperimentato che un autore proprio non mi piace, non comprerò una seconda volta un suo libro, e magari “tirerò il fiato” tornando da uno dei miei scrittori preferiti; ma gli ho dato una possibilità. Siamo umani, abbiamo delle opinioni, prediligiamo certi stili ad altri; ma è corretto, di tanto in tanto, se si riesce anche frequentemente, fare capolino al di fuori della nostra sfera privata, solida e protettiva. Guardare oltre, effettuare un’incursione nella sfera di qualcun altro. E chissà che l’esperienza non risulti gratificante e, da due che erano, si formi un’unica grande sfera, splendente e di modello per le altre. Sarei felice di dibattere con voi queste cose. La mia opinione può essere salda in me, ma mai perfetta; e ascoltare le motivazioni altrui contribuisce senz’altro a perfezionarla.

Gianpaolo Repici


Il Caffé ARTE E CULTURA

LA DONNA BAUDELAIRIANA OSSIMORICA INCARNAZIONE DI UN RAGGIO LUNARE

“Mentre dormivi nella tua culla, la Luna, che è il capriccio in persona, guardò alla finestra e disse- Questa bambina mi piace-”. Inizia così il poemetto in prosa di Charles Baudelaire intitolato “I benefici della luna” ("Les bienfaits de la Lune”), contenuto nella raccolta “Spleen di Parigi”(composta tra 1855-1864) e non di certo una delle opere più conosciute del poeta maledetto. L’ incipit rappresenta una sorta di battesimo spirituale,un effluvio sensualmente oscuro che la luna infonde nella donna, ancora bambina, legandola eternamente a lei. Le dona l’incanto esteriore, occhi verdi, carnagione d’opale,ma non solo questo;come una dolce tiranna impone sulla donna la sua eterna influenza, i suoi stessi amori e capricci. La donna, come la Luna stessa, sarà quindi legata all’acqua, tranquilla o multiforme (antico simbolo di fertilità), alle nuvole, alla notte e al silenzio, ai gatti flessuosi e languidi. Ma soprattutto sarà attratta dal luogo in cui non è, e dall’amante che non conosce. Sarà corteggiata da coloro che amano la Luna stessa,da quegli uomini così simili al poeta, cioè a quel nemico del sonno che in una altro bellissimo sonetto, “tristezze della luna” (contenuto in “Spleen e ideale”) sarà lì, pronto a raccogliere le lacrime dell’astro, e a conservarle come un talismano, per poi incastonarle tra i

versi

di

una

poesia.

Infatti in quest’ultimo sonetto, seppur precedente al poemetto, l’identificazione Luna- Donna è ancora più forte, supportata da un voluto gioco di ambiguità. La donna non è più una bambina, o meglio, è la luna che, in una serata malinconica, diventa donna,e stesa mollemente sui suoi cuscini, si accarezza distrattamente i seni nell’estatica e narcisistica contemplazione di sé stessa. Così come la luna ha due volti, anche la visione di Baudelaire riguardo al mondo femminile è ambigua. C’è il lato chiaro, luminoso, permeato direttamente di fascino e luce angelica, che porta a identificare la donna con la realizzazione di un riscatto o con la salvezza divina. La donna, come la luna, arrotonda il suo ventre e contribuisce al ciclo della vita, e con i suoi ritmi regolari fa da eco all’astro celeste, che per antonomasia scandisce i battiti del tempo. Ma tutto sembra essere smentito, e prevale il volto oscuro del femminino quando ad esempio Baudelaire descrive la 11

donna come riflesso della temibile divinità, come intossicante madrina portatrice di malefici, prostituta o anche forma seducente del diavolo. Il poeta maledetto lungo tutta la sua opera ci presenta quindi la donna come una “maledetta e cara bambina viziata”, una figura di luci ed ombre, dal fascino dolce e malvagio, un degno granello di polline dei “Fiori del male”, ossimoro costante e sempre in equilibrio tra poli opposti, tanto da essere sempre un soggetto estremamente attraente da analizzare e interpretare. Jenny Luchini


Il Caffé TEATRO, CINEMA E MUSICA

TERRY GILLIAM E IL

DOTTOR PARNASSUS Il 24 Novembre, Perugia ha avuto l’occasione di incontrare il regista angloamericano Terry Gilliam, invitato a partecipare all’anteprima cinematografica dell’ ”Immaginario Festival”, manifestazione in programma dal 3 all’8 Dicembre nel capoluogo umbro. Il regista, che ha da poco compiuto 69 anni, è salito sul palcoscenico del teatro “Pavone” per essere intervistato da Alessandro Riccini Ricci, organizzatore del festival, e proporre al pubblico incredibilmente giovanile, la proiezione di alcuni suoi lavori, da “Tideland” alle animazioni per il “Monty Pythons Flying Circus“ - The Miracle of Flight” e “Storytime”, seguiti inevitabilmente dal suo ultimo, visionario, film “The Imaginarium of Doctor Parnassus- Parnassus, l’uomo che voleva ingannare il diavolo”. Gilliam, scherzando molto con il suo Interprete e con il pubblico, si è mostrato disponibile a parlare del suo prossimo e molto discusso progetto cinematografico: “The Man Who Killed Don Quixote – L’uomo che uccise Don Chisciotte”. Il progetto era talmente ambizioso, che sarebbe dovuto essere tra le più costose produzioni cinematografiche realizzate con fondi esclusivamente europei, ma per problemi con l’avvocatura francese, restìa a rilasciare la sceneggiatura, le riprese sono state posticipate di quasi 8 anni, e sembra che inizieranno in Primavera in Spagna. A parere del regista, però, questa lunga pausa ha beneficiato al film, che ora, con una nuova sceneggiatura, risulta più interessante, a partire già dal titolo.

Sembrerebbe che la storia sia incentrata su di un uomo che si crede Don Chisciotte e che vede crollare tutte le sue certezze tornando dopo 10 anni in un paese che aveva considerato idilliaco, e trovandolo del tutto cambiato. Gilliam ha dichiarato di non voler svelare il cast completo e i dettagli della trama finché non avrà trovato i soldi della produzione. Una cosa, però, è certa: nel cast non figurerà Johnny Depp, “troppo preso dai suoi impegni di pirata”. Il regista ha anche aggiunto, ostinato: “Voglio realizzare questo progetto proprio perché tutti mi dicono di non farlo”. Inevitabile la domanda sulle difficoltà incontrate dal regista nel portare avanti la lavorazione di "Parnassus" dopo la tragica scomparsa dell’attore Heath Ledger. Gilliam ha risposto, dapprima ironicamente: “Basta avere lo specchio magico!” (alludendo evidentemente all’oggetto-fulcro della storia di Parnassus), poi, riacquistata la serietà, ha rivelato che le riprese sono andate avanti soltanto grazie all’insistenza di sua figlia, co-produttrice del film, che riteneva doveroso terminare l’ultimo film dell’attore, come tributo al suo talento e alla sua memoria. Il regista ha commentato la scritta inserita prima dei titoli di coda a fine film, in cui si legge “Un film di Heath Ledger e Amici”, definendola "una esplicita dichiarazione del clima fraterno nato durante le riprese": gli attori Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, hanno infatti deciso di devolvere i loro compensi a Matilda Ledger, unica figlia dell’attore scomparso. 12

Rispondendo all’ultima domanda riguardante Parnassus, su quanto egli fosse soddisfatto del suo lavoro, Gilliam ha esclamato: “Io non credo di aver mai imparato a fare dei film, ma di Parnassus sono molto soddisfatto. Mi pagano come un regista, ma in realtà io mi sento come uno studente! Mi piace fare film che risultino intelligenti per i bambini, e interessanti per gli adulti. Voglio coinvolgere il mio pubblico su più livelli, fare film che permettano di usare la testa”. Ha poi lasciato il palcoscenico sorridendo, e aggiungendo che dopo tanto parlare di fantasia “alla realtà non riesco proprio a pensare, ma domani dovrò di nuovo affrontarla, purtroppo, rimettendo piede a Londra!” L’edizione di quest’anno dell”immaginario Festival”, evoluzione di bATik film festival, è dedicata ai 70 anni di Batman e ai miti del presente, argomento trattato da diversi punti di vista, dal cinema al fumetto, dai videogame alle serie tv. Per maggiori informazioni potete consultare il sito: http://www.immaginariofestival.org/

Stefania Betti


Il Caffé TEATRO, CINEMA E MUSICA

TERMINATOR 4: IL CROLLO DI UN MITO Qualcuno ebbe a dire una volta: “(…) da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così” - Marcellus Wallace -. Quale aneddoto calza di più di questo per tutti i recenti disastri Hollywoodiani: basti pensare a film come “Trenta giorni di buio”o gli ultimi film di “James Bond”, o ancora al farcito “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” che già il titolo fa ridere. Ma questa le batte tutte. Terminator Salvation non poteva farcela a lungo. Con "Terminator 3: le macchine ribelli" la formuletta magica di Hollywood aveva funzionato per l’ennesima volta: chi non avrebbe voluto rivedere il caro Schwarzy in vesti metalliche, la purissima azione, le esplosioni e le gambe rotte che i precedenti due capitoli della saga robotica più celebre (nulla togliendo a Tetsuo) che avesse mai solcato i nostri schermi ci aveva regalato. Una saga costellata di paradossi allucinanti e colpi di scena della vita familiare alla Guerre Stellari. Così lo vidi; e lo videro tutti gli appassionati del genere. E guardando questo film, l’idea che già da altri film mi era stata suggeri-

ta si realizzò definitivamente: gli effetti speciali, pur essendo potenti al cinema o con un sistema dolby, non fanno il film. Troppe sono state le esplosioni computerizzate e le automazioni dei robot al limite dell’irrealtà; tutto troppo perfetto. E, come sempre, quando un aspetto del film poco importante come gli effetti viene curato meglio, a scapito degli altri parametri importanti del film, come l’interpretazione e lo storyboard, la pellicola è condannata. Certo, può essere piaciuto a qualcuno, forse a molti, ma tutti saranno d’accordo nel sostenere che il penultimo capitolo di Terminator non può considerarsi neanche lontanamente paragonabile ai suoi predecessori. Ma eccoci al dunque: che senso avrebbe, dopo lo scortese schiaffo puzzolente della soapopera Sarah Connor Chronichles, umiliare ancora la memoria di un classico della cinematografia contemporanea quale è Terminator? Rivoltarlo, scuoterlo come un tappeto sporco, appropriarsi della storia, dei personaggi e delle 13

invenzioni solo per fare un altro, ennesimo film futuristico d’azione senz’anima e senza un briciolo di modestia? Hollywood ce lo vede un senso: il boom ai botteghini. Come per Star Wars e Indiana Jones poi, hanno di nuovo fregato tutti alla grande: il titolo sul manifesto sembra il canto di una sirena che attrae e poi uccide, un richiamo a cui è impossibile resistere. Per fortuna, tutti noi oggi possiamo giovare del servizio che internet esegue per la comunità: farci assaggiare il prodotto (quasi sempre facendocelo mangiare per intero), così possiamo testare la qualità. Io ho fatto così. Sembrerebbe che io l’abbia visto questo film, da come ne sto parlando. In realtà non l’ho visto per intero: sono “uscito dalla sala” prima, non so quanto. Cercavo di resistere per vedere finalmente di nuovo Arnold fatto al computer, tornato in auge come al suo esordio; ma non ce l’ho fatta. Scontato, ambizioso e, nonostante gli sforzi, per niente cupo. Buona visione. Nicola Pili


Il Caffé - Numero 7  

Settimo Numero

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