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Incubi Celesti Testo a cura di / by Jacopo Bosio

Ho lasciato fuori pesi e misure. La Dorothy Circus Gallery mi accoglie in uno spazio dove tutto è ordine e forte identità: un incantesimo alla Lewis Carroll mi permette di entrare all’interno di una galleria - scatola di cioccolatini gigante, o sono io a essere minuscolo? - dove trovo opere d’arte che evocano messaggi atemporali, forse avvelenati. La carta da scartare è di velluto rosso, e mi circonda distesa sulle pareti. Come occhi di chiaroveggenti, bianchi e turchese, pervinca, perla, mi appaiono i quadri della collezione “Incubi Celesti”, di Nicoletta Ceccoli, artista tra le massime esponenti del Pop Surrealismo. Racchiude la possibilità di ognuno di questi Incubi Celesti, un’antica cornice laccata che mi ricorda le foglie delle magnolie. Nicoletta Ceccoli sa che in ogni casa di bambola entrerà il Tempo, facendosi strada sotto forma di serpente, o il Dolore, raggelato, e che cambieranno per sempre le cose, ma Qui, Ora, in uno spazio senza tempo percorso da fiumi carsici e fatto di borotalco, di vestitini in cipria, polvere di ragno e quinte di carta da zucchero, tutto è ancora a un passo dal cambiare. Fermo immagine già incrinato. Alice (o è una delle sue sorelle?) lo sa: il dolore del mondo degli adulti è appena al di là dal fiume. I gelati sono dolci, ma sporcano, i messaggi delle carte sono incantevoli ma fallaci e i loro semi, Cuori, Quadri, Picche e Fiori, possono assumere le combinazioni più pungenti e dolorose. È la stessa avventura che si ripete in un limbo opaco, senza bisogno che nessuno ce la spieghi: la perfezione dell’infanzia si incrina. Una bimba indaco e lavanda si destreggia tra gli incubi che avanzano e li domina con grazia. Burattini che pungono, serpenti d’erba che soffocano e coniglietti di pezza, sono i suoi complici e i suoi nemici. Il suo volto di angelo e di statua, per ora, non dice e non chiede. E ci lascia la speranza di tornare indietro, guardandoci alle spalle con nostalgia, da uno specchio in cui c’è ancora la possibilità di rientrare.

I have left outside units of measure. The Dorothy Circus Gallery welcomes me into an area where everything is well-placed and recalls powerful and familiar identities. A Lewis Carroll spell allows me to enter into a gallery - is it a giant chocolate box, or have I shrunk? - where I find artwork recalling on timeless messages, perhaps poisoned ones. The card left to uncover is made out of red velvet, and it surrounds me, it covers the walls. Like the eyes of a clairvoyant, blue and white, sengreen and pearl, the pictures of the collection “Incubi Celesti” (“Blue Nightmares”) appear to me. The collection is from Nicoletta Ceccoli, one of the major representatives of Pop Surrealism. It encloses the possibilities of each and every of these Blue Nightmares, like an antique lacquered frame, that reminds me of magnolia leaves. Nicoletta Ceccoli is aware that in every doll house Time will enter, making its way like a snake; or Pain will enter, cold. And then they will change things forever. But Here, Now, in a space without time, ran by karst rivers and made out of talcum powder, of blush coloured dresses, of spider dust and pale blue stage wings, everything is still just a step away from changing. Like a still image that is already cracked. Alice (or is it one of her sisters?) knows: the pain of the adult world is just on the other side of the river. The ice creams are sweet but they soil. The messages of the cards are adorable but fallic, and their seeds: Hearts, Diamonds, Spades and Clubs, can take the most poignant and painful forms. It is the same adventure repeating itself in a dull limbo, and without the need for anyone to explain it to us, perfection begins to crack. An indigo and lavender child juggles the nightmares that come towards her and she dominates them gracefully. Stinging puppets, grass snakes that suffocate and stuffed bunnies, are her friends and foes. Her angel and statue like face, for now, doesn’t say and doesn’t ask for anything. And it leaves us with the hope that it is possible to go back, to look behind us with nostalgia, from a mirror from which it is still possible to enter.

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EAU DE PARFUM Testo a cura di / by Michela Di Stefano

Il profumo ha il misterioso potere di evocare luoghi, esperienze e persone lontani nello spazio e nel tempo. Eppure la magia dura molto poco, e in men che non si dica tutto svanisce in una nube di fumo. Eau De Parfum è l’alone emanato dal desiderio intenso ed effimero di qualcosa del quale non riusciamo a spiegarci razionalmente la formula. Ha a che fare con la chimica. È la quintessenza di una femminilità che non ha paura di evidenziare una propria decisa personalità, come l’eterea fanciulla che si affaccia dal dipinto in stile fanta-rococò di Mia Araujo, circondata da una fragranza rosata che le avvolge la figura con una carica di frizzante vitalità. Il profumo il più delle volte viene ritenuto alla stregua di un inutile accessorio mentre non si prende in considerazione il suo grande potere rivelatorio; esso infatti obbliga ad affinare il senso più importante di cui siamo dotati: il respiro. Il profumo diviene allora, come nelle opere di Ana Bagajan e John Brophy, un soffio leggero che illumina e anima chi lo percepisce, donandole grazia e leggerezza. Ed ecco che allora Eau De Parfum prende la forma di uno charme evanescente, che seduce e al contempo incute timore, come quello che irradiano le femmes fatales, dal candore gotico lunare, che abitano gli spazi incantati creati dall’artista Natalie Shau. Ma se il profumo è il segno di chi sa che la raffinatezza è sempre in primis una scelta, il nostro senso dell’olfatto è invece l’istinto che ci ricorda quanto simili siamo agli animali, al loro modo di essere guidati irresistibilmente verso ciò che più stimola gli impulsi biologici. E così gli animali umani di Leila Ataya e Martin Wittfooth, con i loro occhioni spalancati su di noi, sembrano volerci ricordare quella parte pura, immediata di noi stessi che non conosce le fredde congetture razionali della mente, ma segue con naturalezza solo ciò che sente istintivamente. L’acquerello Butterfly’s Parfum di Benjamin Lacombe, ritrae il disegno di una ragazza stesa per terra su di un prato, sulla quale crescono e prolificano, in una simbiosi perfetta di natura umana ibrida, radici, piante e foglie; in questo insolito ecosistema, l’uomo ritrova la sua casa nell’odore umido del bosco mentre la natura, con le sue farfalle colorate, sembra trovare una nuova linfa vitale nel calore che traspira dal corpo umano steso al suolo. Eau De Parfum è una mostra che vuole essere vissuta con la freschezza di una sfumatura di profumo, ma con la consapevolezza che tutte le cose più intense vanno assaporate nel breve momento in cui riescono a farci vivere un’emozione.

Smell has the mysterious power to evoke people, times and places far away in time and space. However this magic doesn’t last long; and all of a sudden everything vanishes in a puff of smoke. Eau de Parfum is the halo exhaled by the intense and ephemeral desire of something we cannot rationalise. It has something to do with chemistry. It is quintessential of a femininity that is not afraid to show its decisive character. Like the ethereal girl by Mia Araujo in fantasy rococo style, that is looking out of the painting surrounded by a pink essence hugging her figure with a shot of effervescent vitality. Fragrance is often considered like an unnecessary accessory, while its great revealing power is neglected. But in fact this forces us to refine the biggest sense we have: breathing. Fragrance then becomes, like in the works of Ana Bagajan and John Brophy, a gentle breeze that enlightens and animates who perceives it, transmitting them grace and lightness. And this is how Eau de Parfum takes the form of an evanescent charm, that is seducing and at the same time and intimidating. Like the charm emanated by those lunar candid and gothic femme fatales, that live the in the spelled spaces created by the artist Natalie Shau. But if perfume is the sign of someone for whom elegance and taste are first choice, sense of smell is instead the instinct that reminds us how similar we are to animals, to their way of being irresistibly drawn to what mostly stimulates their physiological instincts. The animals of Leila Ataya and Martin Wittfooth, with their big eyes wide open onto us, seem to want to remind us of that pure, immediate part of us that doesn’t know the cold rational conjectures of our mind, but that naturally follows only its instinct. The Butterfly’s Parfum by Benjamin Lacombe depicts the drawing of a girl lying down on a field in which hybrid human nature, roots, plants and leaves grow and multiply in perfect symbiosis. In this unusual ecosystem mankind can feel at home in the smell of damp wood. While nature, with its coloured butterflies, seems to find new vital energy out of the heat transpiring from the body lying on the ground. Eau de Parfum is an exhibition that wants to be lived through the freshness of a trace of perfume, but with the awareness that all intense experiences need to be enjoyed in that brief moment in which they make us live through an emotion.

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Tara McPherson EXTRA SENSORY VISION

12x18 cm - Acrylic and gold on panel

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John Brophy NEROLI

23x30 cm - Oil on canvas

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the magic caravan Testo a cura di / by Alexandra Mazzanti

“A partire dal romanticismo il buffone, il saltimbanco e il clown sono divenuti le

“Since the romantic movement the jester, the charlatan and the clown have become the

immagini iperboliche e volontariamente deformanti che agli artisti piacque dare di

hyperbolic and purposely deforming images that the artists like to project of themselves

se stessi e della condizione dell’arte. È un autoritratto camuffato la cui portata si li-

and of the art status. It is a disguised self-portrait limited to a sarcastic or pitiful cari-

mita alla caricatura sarcastica o dolorosa… Il gioco ironico possiede di per sé il valore

cature… This ironic game has the gift of an interpretation: it is an epiphanic derision

di un’interpretazione: è una derisoria epifania dell’arte e dell’artista in cui la critica

of art and of the artist himself. In this game the analysis of the bourgeois’ honorableness

dell’onorabilità borghese in quel gioco si sdoppia, in un’autocritica diretta, contro la

splits itself into a direct self-criticism against aesthetic vocation as such.”

vocazione estetica in quanto tale.”

J. Starobinski - Portrait of the artist as charlatan

J. Starobinski - Ritratto dell’artista da saltimbanco

Hear! Hear! The circus is back in town, get close my friends, come here numerous! Don’t miss the amazing piano exhibition of the girl with two heads, the show of the dancing panda, the tweeting progress of the tree man! Somersaults, coloured banners, sparkles and sequins… The circus has always had the capacity to introduce even in the most remote village in which it raises its white and red tent, the revolutionary valence of an upside down world and a magical reflection on life. All rules slide, all meanings are transported into a disturbed vision, like in a deforming mirror. Since the most ancient times the circus’ magic convoy prompts the community, showing it the flirty and exciting bugbear of a possibilities one wishes to deny. Like the crippled, the doubles, the unsettling absolutes of the Lower-case, the Enormous and the Unusual; that we all deny but to which we are all inevitably drawn to, maybe just at night time and maybe just for a few hours of fun. What the poets incarnating the main characters of this weird world have being showing to us, is what comes after. If for us the show ends with a torn ticket and thrown away, for the creatures of the travelling show - may they be blue frogs or girls with freckles the shape of hearts, fire-eaters or sad clowns - the absurd doesn’t end. Freaks; a group of characters played by the pop surrealist imaginary constantly recalling something else, like a ghost, a voice singing outside the chorus, that carries the stigmata of its own difference on the outside and on the inside. It’s in keeping with this tradition that I have chosen to present to you a show in the name of the magical and the surreal: the suspended tangles by Naoto Hattori, that stretch into indefinable atmospheres. He is a Japanese artist with exceptional pictorial virtuosities, and his work revokes in a Pop Surrealist take, Bosh and Arcimboldo, in which the eye becomes artifact and witness at the same time. An accomplice to this magic trick is Mark Elliot, an illusionist painter with a photographic technique. Tints and chromes recall the allure of Hopper’s long gone America. Held together inside a burning circle, the two artists navigate through images that recall the intrinsic dichotomy of the circus’ world that displays itself between Sadness and Happiness.

Udite Udite il circo è tornato in città, avvicinatevi amici, accorrete numerosi! Non perdete la strabiliante esibizione al piano della ragazza a due teste, lo spettacolo del panda danzante, l’avanzare cinguettante dell’uomo albero! Capriole, strisce colorate, brillantini e paillettes… Il circo ha da sempre la capacità di presentare, anche nel più remoto paesino in cui monta le sue tende bianche e rosse, la valenza rivoluzionaria di un mondo ribaltato e la portata magica di una riflessione sulla vita. Tutte le regole slittano, tutti i significati sono trasposti in una visione alterata, come in uno specchio deformante. È dai tempi più antichi che la carovana magica accompagna e suggestiona la comunità, mostrandole lo spauracchio giocoso ed eccitante di una possibilità che si vuole negare: lo storpio, il doppio, i superlativi inquietanti del Minuscolo, dell’Enorme e dell’Inconsueto, che tutti rifiutiamo ma da cui siamo inevitabilmente attratti: forse di notte e solo per poche ore di divertimento. Ciò che da sempre ci mostrano i poeti che si sono incarnati nei protagonisti di questo strano mondo, è quel che viene dopo: se per noi lo spettacolo si chiude con il biglietto stracciato e buttato via, per le creature dello spettacolo ambulante, siano rane azzurre o ragazze con le lentiggini a forma di cuore, siano mangiafuoco o clown tristi, l’assurdo non passa. Freaks: l’insieme dei personaggi messi in scena dall’immaginario pop surrealista richiama costantemente la figura dell’altro, del fantasma, della voce fuori dal coro, che porta tatuate su di sé e dentro di sé le stigmate della propria differenza. È in questa tradizione che ho scelto di presentarvi, per uno show all’insegna della magia e dell’irrealtà, i grovigli sospesi di Naoto Hattori, artista giapponese dagli eccezionali virtuosismi pittorici, che si snodano in atmosfere irriducibili a definizioni unitarie, che rievocano in chiave Pop Surrealist Bosh e Arcimboldo, in cui l’occhio è eletto al contempo artefice e testimone. Complice di questo gioco di prestigio è Mark Elliott, pittore illusionista dalla tecnica fotografica, tinta di cromie che richiamano le suggestioni dell’ormai lontana America di Hopper. Uniti nel cerchio infuocato i due artisti si destreggiano in immagini che richiamano la dicotomia insita nel mondo del circo che si gioca tra Tristezza e Allegria.

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WOULD YOU BE MY MIRACLE? Testo a cura di / by Rosa Maria Albino

È possibile che tutto possa accadere negli spazi della Dorothy Circus Gallery, come la neve in estate, il ribaltamento delle stagioni, incontri con regine e dame d’altri tempi, personaggi fiabeschi e mitologici. In questo spazio accadono anche piccoli miracoli che amalgamano perfettamente realtà e surrealtà, pittura e tecnologia. “Would you be my miracle?” pare voglia chiederci la luminosa e ambigua immagine di “Consort” dipinta da Ray Caesar, una “femme fatale” dagli occhi verdi e dalle labbra vermiglie che ci guida a scoprire il miracolo della pittura digitale attraverso quadri che sembrano usciti da atelier di valenti maestri del pennello. Ray Caesar, uno dei massimi esponenti del Pop Surrealism, intinge i suoi “pennelli digitali” nella raffinata pittura rococò per creare inconfondibili icone femminili seducenti, ipnotiche e aliene, sirene che trascinano negli abissi del subconscio. La nostalgia di un altrove è il sentimento che emanano le sue regine del ghiaccio con la loro slitta regale, i tessuti serici, sensibili alla luce degli abiti, i paesaggi e i particolari dei suoi dipinti. Quasi bambole umane ammalianti e sognanti, impreziosite da perle, pizzi e gioielli, sono le immagini dipinte dell’artista lituana Natalie Shau come a evocare atmosfere estetizzanti e decadenti, talora inquietanti e stranianti. Tra rimandi mitologici, letterari e religiosi, le tenere creature del pittore italiano Paolo Guido ci riportano agli echi e agli immaginari dell’infanzia. L’immagine di “Consort”, immobile nel suo abito e spazio celeste sembra dileguarsi per lasciarci l’emozione di una sinfonia pittorica fluida quasi soprannaturale, realizzata pixel dopo pixel nello spazio virtuale e infinito del computer. Il miracolo si è avverato.

Anything could happen within the Dorothy Circus Gallery, like snow in summer, like the overturn of seasons, or encounters with queens and past dames, and fairy tale or mythological characters. In this space even small miracles can happen that perfectly blend reality and surrealism, paintings and technology. ”Would you be my miracle?” seems to ask us the light and ambiguous image of “Consort” painted by Ray Ceasar. A green-eyed femme fatale with red lips that guides us through the discovery of the miracle that is digital painting, through paintings that seem to have come out from ateliers of gifted paint masters. Ray Ceasar, one of the top representative of Pop Surrealism, dips his “digital brushes” in the refined rococo paintings to create unmistakable, seducing, hypnotic and alien female icons. Mermaids that drag you into the depths of the subconscious. His ice queens, with their regal sledge, silky materials, sensitive to the lights of the clothes, and the landscapes and the details of his paintings, emanate a feeling of nostalgia for another time. The images of the Lithuanian artist Nathalie Shau, are like human dolls, amazed and dreamy, embellished with pearls and jewels, as if evoking aesthetic and decadent atmospheres, although sometimes disturbing and alienating. The sweet creatures of the Italian painter Paolo Guidi take us back to childhood echoes and fantasies through literal, mythological and religious references. The image of “Consort”, immobile in his blue dress and space, seems to vanish to leave behind the emotion of an almost unnatural fluid pictorial symphony, realized pixel by pixel, in the virtual and infinite space of the computer. The miracle has come true.

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In A garden where Testo a cura di / by Alexandra Mazzanti

Esiste un giardino sospeso tra sogno e leggenda, un Eden che si trova da qualche parte dentro di noi assieme alla percezione di una vita nel grembo, come un antico ricordo sul fondo di un cassetto o un tesoro immerso nel buio profondo. Con un occhio chiuso e uno aperto, possiamo provare a guardarvi dentro e riscoprire tra cromie d’altri tempi il nido segreto di quei bambini, fratelli nel gioco e complici di un incanto arcano. È proprio lungo i sentieri fioriti e freschi del nostro giardino che si affacciano creature misteriose, dipinte a olio, con l’oro caldo della luce del sole che trafigge le nubi, come sbucassero dai cespugli, assorte in un maliconico e allo stesso tempo curioso esame delle meraviglie della natura e dello spirito dell’uomo, sempre racchiuse in un loro oceano inaccessibile. Cariche di un misticismo fiabesco le opere di Joe Sorren disseminano impressioni e lasciando alla forma il sapore della lentezza, abbandonano il segno concreto, invitandoci a sdraiarci sotto un albero per osservare i soffioni disperdere nell’aria la loro magia e le foglie improvvisare per noi una danza. Così nella quiete ritrovata, tra il profumo dei prati e il fruscio di vestiti leggeri, si snoda la nuova poesia di Sorren, sapiente nella tecnica pittorica, e sublime nella figurazione del sogno. La poetica di Sorren cattura le nostre emozioni, e ci sorprende come una pioggia estiva, come la carezza del vento tra i capelli, descrivendo l’attesa di un amore, talvolta con un invisibile cuore gonfio tenuto stretto tra le mani, talvolta raccontando un bacio con il solo raggrumarsi di un rosso intenso sulle labbra, su di un volto, un certo giorno, da qualche parte in un giardino dove…

Hung between dream and legend there is a garden, an Eden, that lives somewhere within us, in the same place where we perceive life in the womb, like an ancient memory tucked away or a treasure buried in deep darkness. With one eye open, we can try to look inside and rediscover through old shades the hiding nest of those children, play mates and accomplices of a mysterious spell. It is right along the flowery and cool paths of our garden that mysterious creatures appear, oil painted. They appear with a warm golden light that breaks through the clouds, as if they were jumping out of the bushes, rapt in a melancholic and at the same time curious examination of the marvels of the natural world and of the human spirit, always enclosed inside an inaccessible ocean. The artwork of Joe Sorren is brimming with fairy tale mysticism, spreading impressions. His work infuses shapes with a feel of laziness, abandoning concrete signs, inviting us to lie under a tree to observe the wind dispel in the air its magic and observe the leaves improvise a dance for us. Just so, in this newfound peace, amongst the fragrance of the grass and the rustle of light clothes, the new poetry of Sorren unwinds itself. He is master in painting techniques and sublime at representing dreams. Sorren’s poetry seizes our emotions, and surprises us like rain in the summer, like breeze through hair. It describes the wait for love, sometimes with an invisible bulging heart held tight between the hands, other times just describing a kiss with a deepening of red on the lips, on a face, one day, somewhere in a garden where…

“… E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pesca intatta, tra le palpebre gli occhi son come polle tra l’erbe, i denti negli alveoli son come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i malleoli c’intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude, o Ermione.” G. D’annunzio - La pioggia nel pineto

“… And all life is inside us fresh and fragrant, the heart in the chest is like a peach untouched, the eyes between the eyelids are like water springs between grass, teeth in their sockets are like bitter almonds. And we go from thicket to thicket, now joined now apart (and the rough green vigour locks our ankles, entwines our knees) who knows where, who knows! And it rains on our silvery faces, it rains on our naked hands, on our thin clothes, on the fresh thoughts our soul discloses, renewed, on the beautiful tale that yesterday illuded me, that today illudes you, oh Hermione.” G. D’annunzio - The rain in the pine-wood

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< Joe Sorren INTO THE LIGHT LOST 51x51 cm - Oil on panel

^ Joe Sorren SEEMED SO VERY REAL 51x51 cm - Oil on panel

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Once Upon a Time by Dorothy Circus Gallery