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Elio Benevelli, viale dei Mille 44, Reggio Emilia; elio.benevelli@virgilio.it tel 3662467285

Paolo ai Romani

N. B. Per coloro che non hanno mai letto la Lettera ai Romani è consigliabile cominciare la lettura dalla Lettera stessa che, con le interpolazioni a commento e l’andamento analitico dell’esposizione, dovrebbe risultare più agevole.

L’apostolo Pietro fu senz’altro il primo ad equiparare le Lettere di Paolo ai libri ispirati dell’Antico Testamento, ma pur riconoscendo che furono scritte “secondo la sapienza che gli era stata data” (2 Pt 3, 15) dal Risorto in persona (Cfr. 1 Cor 11, 23; 15, 3), ci avvertì pure che esse contengono “dei punti difficili da capire”, e tali “che gli incompetenti, e gli instabili” nella fede giustificante della promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, facilmente “stravolgono, a loro personale rovina, al pari delle altre parti della Scrittura” (2 Pt 3, 16) ebraica, da lui citate a sostegno delle sue lunghe argomentazioni consequenziali, spesso scandite da memorabili frasi ellittiche, che, se isolate, si prestano a vari fraintendimenti. Occorrerebbe dunque, e non è certo il mio caso, essere già “colmi d’ogni conoscenza” (Rm 15, 14) scritturale, come Paolo riteneva che fossero i destinatari della sua introspettiva e sistematica Lettera ai Romani, il meno circostanziale e dunque il più universale dei suoi scritti teologici; insomma, non è per nulla escluso che quel mio piccolo credo ut intelligam, che mi ha spinto a scrivere queste pagine, per presupposto amor di conoscenza, non m’abbia fatto cadere in qualcuno degli sbandamenti ventilati da Pietro. Ciò premesso, e preso atto con Pietro del nesso indissolubile che intercorre tra gli scritti di Paolo e le sue citazioni della Scrittura ebraica, sempre riletta alla luce del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, ora, senza seguire l’ordine espositivo di Paolo, anche per lasciare intatti alla vostra lettura o rilettura della Lettera ai Romani -accresciuta dalle mie, sempre opinabili, e spesso pure ridondanti, interpolazioni esplicative- la fresca immediatezza, il vigore inflessibile, agonico, commosso e travolgente, l’incalzare sempre ispirato delle argomentazioni di colui che lavorava con le sue mani, per non essere di peso a nessuno, e si riteneva “l’infimo degli apostoli” (1 Cor 15, 9), pur essendone il massimo ed insuperabile teologo, seguiamo piuttosto l’ordine cronologico degli avvenimenti chiave che Paolo estrapola dalla storia scritturale della salvezza e della perdizione. Iddio è sopra tutto ciò che l’uomo, nel suo temporale esserci, può volere, fare, pensare, immaginare, concepire e comprendere. “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le Miei vie sovrastano le vostre vie, i Miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 9), disse Iddio per bocca d’Isaia. Iddio è l’umanamente irraggiungibile Verità in atto, che comprende ogni possibile, visibile od invisibile realtà, materiale e spirituale. Soltanto “Iddio è verace”, mentre “ogni uomo è menzognero” (Rm 3. 4; cfr. Sal 116, 11). “Tutte le Sue opere sono verità” in atto, “tutte le Sue vie sono giustizia” (Dn 4, 34) misericordiosa. “Pietoso è il Signore e giusto; facile alla compassione è il nostro Dio” (Sal 116, 5), che “pesa i cuori” (Pr 24, 12, cfr. Rm 8, 27; 1 Cor 4, 5) e ci osserva e ci scruta sempre con misericordia, senza mai poter essere osservato (Cfr. Es 33, 20; Gv 1, 18; 1 Tm 6, 16). “O profondità della ricchezza, saggezza e conoscenza” anticipata “di Dio! Quanto sono insindacabili i Suoi giudizi ed imperscrutabili le Sue” prescienti “vie” di misericordia! “Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? Chi mai è stato Suo consigliere? Chi Gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?” (Rm 11, 33-35; cfr. Is 40, 13); poiché, ancor prima che rigore, Iddio “è amore” (1 Gv 4, 8; cfr.Gv 15, 8-10) principiativo, diffusivo e terminale; “poiché da Lui, grazie a Lui e per Lui sono tutte le cose” (Rm 11, 36). “Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signor Iddio, Colui che è, che era, che viene (sic), l’Onnipotente (pantokratOr)” (Ap 1, 8), Colui che regna su tutto.


Noi possiamo quindi conoscere i Suoi propositi misericordiosi soltanto nella circoncisa misura che c’è stata da Lui rivelata. Così, i quattro Vangeli ci testimoniano che, in ben quattro occasioni, Gesù fece riferimento agli “eletti che Egli ha scelto” (Mc 13, 20, cfr. Idem, 22; Lc 18, 7; Mt 22, 14; 24, 31), gli eletti al “Regno preparato (hetoimazO) per” loro “fin dalla proiezione (katabolE) del mondo” (Mt 25, 34; cfr. Ef 1, 4) in divenire, mentre Paolo ha appreso dal Messia risorto e ci ha più diffusamente rivelato che, nella Sua prescienza, Iddio conosce da sempre anche tutti gli eredi del Regno dei cieli, “poiché quelli che Egli ha conosciuto in anticipo (proginOskO)”, prevedendone il comportamento, “li ha” anche visti e “designati in anticipo (proorizO)” ad essere poi, nella loro futura ed eterna risurrezione corporale, “conformi (summorphos) all'immagine del Figlio Suo” immortale, “perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29), “il primogenito dei morti” (Col 1, 18) e risorti per l’eternità; ed ancor prima che il prologo del Vangelo secondo Giovanni ci precisasse come il Messia fosse anche l’eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3. 14), Paolo ci aveva già rivelato che “egli è prima di tutte le cose” (Col 1, 17), poiché “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Idem, 16), “per raccogliere” infine “sotto un solo capo (anakephalaioO), nel Messia” risorto, “tutti gli esseri, quelli celesti e quelli terrestri” (Ef 1,10). Sì, l’eterna “Parola” creatrice d’Iddio “divenne” esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale in Gesù di Nazaret, unico nel suo inscindibile genere divino e umano, il solo monogenEs theos (Gv 1, 18), ed in quanto uomo, il primo degli eletti, “l’eletto” (Lc 9, 35) per eccellenza, “conosciuto prima (proginOskO) della proiezione del mondo” in divenire, “ma” nato e “resosi manifesto nell’estremità (eschatos) dei tempi” (1 Pt 1, 20), proprio per inaugurare la fine dei tempi; colui che ora, in quanto Parola d’Iddio, è sempre e da sempre presso di Lui, “nel seno” spirituale “del Padre” (Idem, 18) relazionale di tutti coloro che Gli obbediscono, ed in quanto risorto “Figlio dell’uomo” (Idem, 51; ecc.), di nuovo e del tutto “generato” (At 13, 33; Eb 1, 5; Sal 2, 7; 1 Gv 5, 18) dal Signor Iddio senza alcun concorso umano, e dunque per sempre “nominato” (horizO) e costituito “Figlio di Dio con potenza, secondo (kata) uno Spirito di santificazione e” a partire “dalla (ek)” sua “risurrezione dai morti" (Rm 1, 4; cfr. At 13, 33), ora è anche alla Sua destra (Cfr. Mc 14, 62; Mt 26, 64; Lc 22, 69; At 2, 33; Rm 8, 34), quale “nominato (horizO) “ e per sempre costituito “Giudice dei viventi e dei morti” (At 10, 42; cfr. Rm 2, 16). Già nel libro d’Isaia, il Signor Iddio dice d’essere: “Colui che dall’inizio (minre’shit) annuncia la fine” (Is 46,10), ed, in effetti, lo stesso primo e sintetico capitolo di Genesi è anche, a ben vedere, un racconto progettuale, un racconto che, in alcune sue parti, già parlandoci di quel primordiale passato che ci ha portato a questo presente, c’indica pure come, fin dal suo primo inizio, la creazione degli esseri umani è stata da Lui così concepita e compiuta con verità d’intento giudiziale, e quindi in vista di una Sua seconda creazione; infatti, Paolo sosterrà che la “speranza della vita eterna (aiOnios) ” ci fu “promessa (epaggellomai), da quel Dio che non mentisce, prima (pro) dei tempi (chronos) eterni (aiOnios) ” (Tt 1, 2), fin dalla notte dei tempi, ancor prima della creazione degli esseri umani; poiché, in effetti, è un’errata abitudine di pensiero il sostenere che siamo stati creati a Sua immagine e somiglianza, come se questo fosse un punto di partenza. No, Genesi recita: “E dice Dio: faremo (sic) gli esseri umani (‘adam) in immagine (selem) Nostra, quando (sic) (ki) Nostra somiglianza (kidmutenu)” (Gn 1, 26), e se non si elimina quel “quando (ki)” ci si ritrova costretti, col Messia d’amore che l’ha dimostrato nei fatti, ad interpolare così: “Faremo gli esseri umani”, che risorgeranno “in immagine Nostra, quando” avranno imparato a comportarsi “a Nostra somiglianza”; e che si tratti di una finalità e non di un punto di partenza, lo afferma pure il versetto successivo: “E crea Dio gli esseri umani per (sic) essere Sua immagine (betsalmo), per (sic) essere immagine (betselem) di Dio li crea”, con un corpo “maschile e” un corpo “femminile (zakar uneqebhah) li crea” (Idem, 27); ed anche i due successivi versetti relativi all’alimentazione abbracciano, oltre alla prima, in sempre continuo e caduco (Cfr. Rm 8, 21) divenire, anche alcuni elementi della seconda e definitiva creazione. “E dice Dio: ecco, Io do a voi ogni erba che semina seme sopra la faccia della terra e ogni albero che ha in sé frutto d’albero che semina seme. A voi sarà in cibo; ed” anche “a tutte le fiere della terra ed ai volatili dei cieli e a tutti gli animali immondi” che vivono “sopra la terra”, insomma a tutti gli animali ”che hanno in sé il Mio soffio


vitale, Io dono in cibo ogni verde d’erba; e così sarà” (Idem, 29-30), e non “così avvenne”, come spesso si traduce, supponendo, di fatto, che all’origine tutte le forme di vita fossero vegetariane. No, il sacro Testo originario proclama: “E così sarà”, proprio perché così sarà nella seconda, imperitura e gloriosa creazione; per cui, nel libro d’Isaia, Iddio sentenzierà puntualmente: “Saranno dimenticate le tribolazioni antiche (…) Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra” (Is 65, 16-17), dove “il lupo e l'agnello pascoleranno (sic) insieme, ed” anche “il leone mangerà la paglia (sic) come un bue (…) non faranno né male né danno in tutto il Mio santo monte” (Idem, 25) trascendente. Così non si deve nemmeno confondere la prima creazione degli esseri umani, si badi bene: sempre “da elaborare” (’asah) (Gn 2, 3) ulteriormente, come d’altronde tutto ciò che fu creato in quella Sua prima, paradigmatica ed esortativa settimana lavorativa, che, poi alludendo al sabato eterno, termina con un giorno di riposo, con la peculiare creazione della prima coppia monoteista, poiché un altro luogo comune, di cui ci si dovrebbe liberare, è proprio quello che pone Adamo ed Eva come i primi esseri umani che popolarono la terra. No, mentre nel primo capitolo di Genesi ci viene rivelato che furono creati ed apparvero prima i vegetali, poi gli animali ed infine gli esseri umani, nel secondo ed altrettanto progettuale capitolo di Genesi si stabilisce un altro ordine consecutivo, poiché ci viene raccontato che Iddio crea dapprima Adamo, cui farà seguito il giardino d’Eden, poi gli animali coadiuvanti ed infine Eva, l’unico “aiuto (sic) che gli sia simile” (Gn 2, 18), “edificata” partendo da Adamo. Sì, “Dio edificherà (banah) in donna (‘ishah) la costola (tsela’) che prende dall’uomo (’adam)” (Idem, 22), e già i termini impiegati ci rivelano che i corpi d’Adamo ed Eva, e dei loro successori, furono d’allora concepiti come dei templi da mantenere puri; e non solo per l’uso del verbo “edificare”, ma perché la stessa la parola: tsela’ significa “costola” soltanto in questo contesto, poiché in tutte le altre sue occorrenze bibliche essa significa “lato” della Tenda della testimonianza (Cfr. Es 26, 18. 20; 30, 4; ecc.) o del successivo Tempio di Salomone (Cfr. 1 Re 6, 8; Ez 41, 5; ecc.); e poiché in Esodo si parla del “secondo lato (tsela’) ” (Es 26, 20) della sacra Dimora itinerante, la tradizione rabbinica considererà giustamente l’’adam il primo lato templare; mentre col Messia, Gesù, l’intero corpo umano, maschile o femminile che esso sia, comincerà con l’essere proposto come Santuario (naos) (Gv 2, 19. 21; 1 Cor 3, 16. 17; 6, 19; 2 Cor 6, 16) d’Iddio. Quella d’Adamo ed Eva è dunque una tutt’altra storia creativa, un altro evento paradigmatico, avvenuto forse circa due milioni d’anni dopo la creazione della specie umana, quando, dopo varie evoluzioni, si badi bene, all’interno della sua stessa specie, l’Homo, mas ac femina, sapiens sapiens, ha già popolato tutti i continenti. Sì, Adamo ed Eva costituiscono soltanto la prima coppia umana con cui Egli, forse circa seimila anni fa, si mette a dialogare e che, volente o nolente, si ritroverà a testimoniare la Sua esistenza, e che, volente o nolente, risorgerà in una seconda vita escatologica di premio o punizione. Insomma, è la prima “logofania” divina che permette agli esseri umani di riconoscere, attraverso l’udito, la percepibile esistenza reale e non solo concettuale del nostro unico Iddio, che poi renderà, sostiene Paolo nella sua Lettera ai Romani, soltanto mentalmente percepibili “il Suo essere divino e la Sua eterna potenza” (Rm 1, 20) anche, ad esempio, alla, ed in questo inane (Cfr. At 16- 21), filosofia greca, che quegli attributi dell’unico Altissimo li disperse in un nugolo di creature innalzate ad idoli. L’iniziativa d’adeguato riconoscimento singolare, l’irrevocabile e prima chiamata storica non può venire che da Lui, come sempre da Lui provengono anche tutte le altre chiamate individuali (Cfr. Rm 9, 11; 11, 29). Dopo di che loro, gli storici esseri umani, potranno, ad uno ad uno, incominciare o no a comportarsi a Sua somiglianza, seguendo o non seguendo le Sue parole direzionali. Con Adamo ed Eva inizia dunque l’era dell’Homo, mas ac femina, excultus a Deo. Sì, Adamo ed Eva formano la prima coppia d’esseri umani, non solo creati, ma anche coltivati dal Signor Iddio con le Sue parole direttive. In Genesi, la presentia tacita d’altri esseri umani di discendenza extraedenica la si evince già dalle parole che Caino pronuncerà dopo aver ucciso il fratello: “Io sarò ramingo e fuggiasco, per cui avverrà che chiunque (sic) mi scoprirà m’ucciderà” (Gn 4, 14); ma se Adamo ed Eva fossero stati i primi esseri umani dell’umanità, dopo l’uccisione di Abele, sarebbero rimasti soltanto in tre: lui e i suoi due genitori, e dunque Caino avrebbe dovuto


preoccuparsi soltanto dell’eventuale reazione di Adamo ed Eva, visto che Set non era ancora nato. Ma così non fu, anzi il nostro unico e sempre dialettico Iddio assume la preoccupazione del primo omicida della travagliata storia della salvezza e della perdizione, e poiché, come ci dice Paolo nella sua Lettera ai Romani: “Dove non c’è” ancora “Legge” da rispettare, “non c’è nemmeno trasgressione” (Rm 4, 15), e non avendo ancora comunicato agli esseri umani da coltivare coi Suoi comandamenti, il divieto di uccidere un proprio simile: “Gli dirà Dio: chiunque (sic) ucciderà Caino pagherà sette volte tanto”. E proprio attenendosi al nullum crimen sine lege, “porrà Dio un segno su Caino, perché non lo colpisca chiunque (sic) lo trovi” (Gn 4, 15). Poi la presenza d’altri esseri umani di discendenza extraedenica si esplicita nel sesto capitolo di Genesi, con l’opposizione semantica tra i “figli di Dio” (bene ha ‘Elohim) (Gn 6, 2) -vale a dire i discendenti di Adamo ed Eva, che avendo riconosciuto la concreta esistenza del Dio che rivolse le Sue prime parole ad Adamo, dovrebbero comportarsi come figli relazionali d’Iddio- e “gli uomini” (‘adam) (Idem, 1) per l’appunto di discendenza extraedenica, che poi, nell’undicesimo capitolo di Genesi, saranno ancor più chiaramente chiamati “figli degli uomini” (bene ha’adam) (Gn 11, 5), giunti in Mesopotamia, “emigrando dall’oriente” (Idem, 1), quando costruiranno la pretenziosa ed interrotta torre di Babele. Non fu dunque con Caino, che, ad ogni modo, Iddio abbandonerà a se stesso, lontano dal Suo “volto” (Gn 4, 16) benedicente, ma con Adamo che si compì la prima disobbedienza alle parole d’Iddio. Con la sua cacciata dall’Eden, Adamo esce, in modo emblematico, dal mondo in cui noi ora speriamo per fede giustificante, quello dei sempre viventi, ed entra nel mondo retto sulla caducità che ben conosciamo, entra nel nostro mondo, l’unico che, per ora, possiamo conoscere sempre più; e così con la trasgressione d’Adamo, ci dice Paolo, “il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte” (Rm 5, 12) spirituale, vale a dire l’impossibilità, per tutti gli impenitenti, di accedere all’eterna risurrezione riservata ai meritevoli per grazia coadiuvante e protettiva; ma nemmeno c’è detto, in Genesi, che Adamo, nei suoi “novecentotrenta anni” (Gn 5, 5) di prima vita corporale, non riuscì mai più a meritarsi la vita eterna, Anzi, prima di dirci che Iddio lo “caccerà” (Gn 3, 24) dall’edenico giardino, ci viene precisata la speciale missione assegnatagli: “Dal giardino di Eden, Dio lo invierà (yeshalchehu) a coltivare (’abad) la terra (‘adamah) ” fertile, “poiché è eletto (sic) (luqach) per questo” (Idem, 23). Sicuramente, Adamo, il primo essere umano cui Iddio rivolse la parola, fu anche, assieme alla sua tenera e seducibile compagna, il primo ad infrangerla, ma la conseguente cacciata dall’edenico giardino non è soltanto una giusta punizione, poiché essa implica anche, di fatto, la prima e permanente testimonianza umana delle sempre irrefutabili parole d’Iddio; e, guarda caso, nella frase testé citata, non è semplicemente detto che il Signor Iddio lo manderà, ma più precisamente: lo invierà (yeshalchehu), e sappiamo che shalach (inviare) è il verbo biblico della missione, mentre il verbo laqach, significa “prendere, scegliere, eleggere”, ed infine il termine ‘adamah, oltre a humus e terra fertile, nel libro della Genesi, significa anche “paese di coloro che accolgono la parola d’Iddio”, come all’opposto: sadeh, significa “terra incolta ed anche paese non coltivato dalla parola d’Iddio”, mentre soltanto ‘erets, che significa sempre “terra”, include i due opposti; e così forse interpretarono quel versetto polisenso, sull’elezione d’Adamo (Cfr. Gn 3, 23), Gesù di Sira e gli estensori di Sapienza, poiché nel Siracide si legge: “Sem e Set furono glorificati fra gli uomini, ma superiore ad ogni creatura vivente (sic) è Adamo” (Sir 49, 16); mentre in Sapienza c’è persino rivelato che la sapienza d’Iddio “protesse il primo uomo, il padre dell'umanità” monoteista, “quando fu creato solo (sic), e in seguito”, divenuto trasgressivo assieme alla sua compagna, poi “lo liberò (sic) dalla sua caduta (sic) e gli diede la forza per dominare su tutte le cose. Ma un ingiusto”, l’impenitente Caino, “allontanatosi nella sua collera, perì” poi per sempre “per il suo furore fratricida” (Sap 10, 1-3); e non dobbiamo nemmeno dimenticarci che, nel suo Vangelo, Luca definisce Adamo: figlio “d’Iddio” (Lc 3, 38), ed in effetti egli fu il primo e recalcitrante figlio relazionale d’Iddio, il primo essere umano che potrà risorgere in Sua immagine, soltanto quando avrà imparato ad obbedirGli, e quindi a comportarsi a Sua somiglianza; e poiché pure Luca, che ben conosce l’infrazione d’Adamo, lo definisce figlio “d’Iddio”, possiamo dedurne che egli sarà anche, per misericordiosa e divina intercessione, erede del Regno, erede della seconda


creazione. Insomma, ancor prima di crearlo, Iddio sapeva benissimo che Adamo avrebbe trasgredito il Suo primo e cumulativo divieto, ma non lo crea per la dannazione, quanto piuttosto per la profusione della Sua misericordia, poiché poi “lo liberò dalla sua caduta” (Sap 10, 1), come poi farà per tanti altri immancabili trasgressori della Sua Legge assertiva e proibitiva (Cfr. Rm 11, 32). Certo, si è soliti dipingere Adamo, il primo riottoso uomo di polvere (Cfr. Gn 2, 7), come uno scellerato irrecuperabile, come se, cacciato, dovesse poi morire impenitente, ma Adamo è noi, siamo noi, punibili, fragili e gementi, noi tutti, “quelli di polvere” (1 Cor 15, 48); noi chiamati e di nuovo decaduti ad ogni nostra trasgressione della Sua parola; noi, notte dopo giorno, sempre di fronte all’attrattivo peccato, che, come quello d’allora, ci viene tuttora presentato dai gaudenti di successo come “cosa buona” da gustare, “gradita agli occhi e desiderabile per” nuova “intelligenza (lehaskil)” (Gn 3, 6) dei piaceri del mondo, come se poi, procedendo nell’obbedienza, non ci fossero dati giorni felici; Adamo ed Eva siamo noi, trasgressori consapevoli, che temiamo e speriamo nella “Sua misericordia” (Rm 11, 32); noi tutti esseri di carne e quindi inclini “al male fin dall’adolescenza” (Gn 8, 21); noi “tutti sotto il dominio del peccato” (Rm 3, 9), “tutti rinchiusi insieme (sic) nella disobbedienza” (Rm 11, 32; cfr. Gal 3, 22), noi tutti peccatori e sempre scoperti e “nudi” (‘arumim) (Gn 2, 25; 3, 7. 8.10) di fronte all’onniveggenza d’Iddio, che pur ci concede tempo, poiché, “lento all’ira e largo di misericordia” (Nm 14, 18; cfr. Sal 86, 15; 145, 8; Sir 16, 13; Gl 2, 13; Ef 2, 4: 1 Pt 1, 3), Egli attende ed è sempre pronto ad accogliere il nostro pentimento (Cfr. Rm 2, 4) e conseguente ravvedimento, come Egli stesso ci ricordò in Malachia: “Tornate a Me ed Io tornerò a voi” (Ml 3, 8); ed ancor prima in Isaia: “Nel tornare a Me sarà la vostra salvezza” (Is 30, 15). Adamo ha dunque fatto soltanto per primo ciò che noi tutti facciamo per ultimi, ciò che noi, da soli, non possiamo del tutto impedirci di fare: ha disobbedito alle parole d’Iddio; certo, quello d’Adamo, a differenza dei nostri, fu un peccato subito cumulativo, poiché quell’unica trasgressione, arrogandosi il diritto di stabilire in proprio ciò che è bene e ciò che è male, prevede e contempla tutte le trasgressioni successive; ma, a ben vedere, anche ogni nostro peccato, se non è seguito da un adeguato pentimento, è subito contagioso, poiché provoca poi in noi “ogni altra sorta di concupiscenze (epithumia) ” (Rm 7, 8) altrettanto vietate, e quindi rischia sempre di divenire anch’esso cumulativo; infatti, sempre nella sua Lettera ai Romani, Paolo sostiene che “Adamo”, il primo trasgressore di un divieto divino, “è il prototipo (tupos) di colui che doveva venire” (Rm 5, 14): l’uomo sottoposto all’assertiva e proibitiva Legge mosaica, senza che, da solo, potesse esimersi dal trasgredirla; e così, “per” la disobbedienza principiativa di “un solo uomo”: Adamo, “il peccato entrò nel mondo, e con il peccato la morte” (Idem, 12) spirituale, vale a dire l’impossibilità di accedere all’eterna risurrezione, riservata a coloro che sapranno comportarsi a Sua “somiglianza” (Gn 1, 26). Ad Adamo, anzi all’uomo polvere (‘adam ‘aphar) (Gn 2, 7), “Dio comanda (tsiwah): di tutti gli alberi del giardino tu dovrai mangiare” (Gn 2, 16), e quel “dovrai” non allude soltanto alla necessità di sopravvivenza, ma anche al dovere di una globale esperienza organolettica e conoscitiva dei cibi buoni, poiché si estende a “tutti gli alberi del giardino”, tutti dai frutti buoni, tranne uno, quello che, pur parendo buono, ingenera poi ogni tipo di trasgressione: “Ma dell’albero della” autonoma “conoscenza” distintiva tra “bene e male, non mangerai di esso, poiché, nel giorno in cui tu ne mangiassi, di sicuro” poi “moriresti” (Idem, 17); anche se non di morte subitanea, ma certamente perché perderesti quell’immortalità che ti è conferita dal contiguo, ma contrapposto albero dell’obbedienza alle Mie parole, “l’albero della vita” (Idem, 9) eterna. Il primo ordine che Iddio rivolse ad un essere umano fu quindi duplice: assertivo e proibitivo, come lo sarà il composito Decalogo e, in forma amplificata, la successiva ed altrettanto eterogenea Legge ripetuta. Quel primo ed esplicito ordine divino, stabilendo ciò che si deve e ciò che non si deve mangiare, è dunque una qual sorta di duplice proto-comandamento, giacché dal verbo “ordinare, comandare” (shiwah), che qui appare per la prima volta nella storia scritturale della salvezza e della perdizione,


deriva la parola “comandamento” (mishwah, pl. mishwot), che costituirà il termine principale dell’assertiva e proibitiva Legge mosaica. Ma prima di giungere a Mosè, soffermiamoci sul “padre eccelso (avram) ” (Gn 17, 5) di tutti i credenti nella risurrezione, su “Abramo, l’ibri” (Gn 14, 13), l’adamantino discendente errante d’Eber, nome derivante dalla radice abr, verbo che significa “passare, attraversare”; un nomade quindi di lingua proto-ebraica; certo un integerrimo monoteista, ma, serve ricordarlo, sicuramente non ancora di religione ebraica, che inizierà soltanto con Mosè; mentre soltanto dopo Giosué l’antica lingua ebraica si svilupperà inglobando in parte l’altrettanto semitica “lingua di Canaan” (Is 19, 18). Fermiamoci dunque su Abramo, poiché l’apostolo Paolo colloca giustamente l’inizio della fede giustificante nel Lieto Annuncio (euaggelion) d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, che fu rivolto ad Abramo, citando a modo suo un versetto di Genesi: l’ottantacinquenne “Abramo”, ancora senza figli, “credette (pisteuO) al” Signor “Iddio”, che gli annunciò una innumerevole discendenza, ritenne veridica ogni Sua parola, ebbe fede nella Sua promessa, “e ciò gli fu calcolato (logizomai)” ed accreditato “in vista (eis) della” sua definitiva “giustificazione (dikaiosunE)” glorificante (Rm 4, 3; cfr. Gn 15, 6; 1 Mac 2, 52; Gal 3, 6; Gc 2, 23). Ora, se si rilegge l’inizio del quindicesimo capitolo di Genesi ci si rende non solo conto del merito straordinario d’Abramo, ma anche dell’unicità della sua costitutiva chiamata alla fede nell’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva. Si badi bene, in pieno giorno, poiché soltanto al dodicesimo versetto di quel capitolo di Genesi ci sarà comunicato il calare delle tenebre (Cfr. Gn 15, 12), mentre era quindi all’interno della sua tenda (Cfr. Idem, 5) per ripararsi dal sole, “questa parola di Dio fu rivolta ad Abramo in visione (sic): non temere, Io sono il tuo scudo (sic). La tua ricompensa sarà assai grande” (Idem, 1). Abramo non dubita di questa, dapprima, generica promessa divina, ma si chiede piuttosto quale potrà mai essere la “ricompensa” in questione, poiché “rispose: mio Signor Iddio, che cosa mi donerai?”. Ad ottantacinque anni compiuti, “io me ne vado” ormai da questo mondo “senza figli, e l’erede della mia casa è” un mio inserviente: “Eliezer di Damasco. Vedi bene che a me Tu non hai” ancora “dato alcuna discendenza” corporale, “e” così, soltanto “un mio” fedele “domestico mi sarà erede; ed ecco gli fu rivolta questa parola da Dio”: no, “non costui”, il damasceno Eliezer, “sarà il tuo erede, ma un nato da te (sic) ti sarà erede; quindi lo condusse fuori (sic) ” della tenda “e” in pieno giorno “gli disse: guarda in cielo e conta le stelle, se tu riesci a contarle. Poi soggiunse: tale sarà la tua discendenza. Abramo ebbe solida fiducia (aman) in Dio, che gliela ascrisse a merito” (Idem, 2-6). Abramo dunque, al quale era già stato promesso dal Signor Iddio, “dopo che Lot si fu separato da lui” (Gn 13, 14), quindi alcuni decenni prima: “Renderò la tua discendenza come la polvere (sic) della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti” (Idem, 16), e, giunto ad ottantacinque anni ed ancora fedele alla settantacinquenne moglie Sara, ancora stava aspettando fiducioso di divenire padre, capisce che questa volta la nuova promessa divina, rapportata alle stelle del cielo, non si riferisce soltanto alla sua discendenza corporale; tanto più che Iddio non ha aspettato l’imbrunire per invitarlo a guardare le stelle e provare a contarle, ma lo conduce fuori della tenda e gliele fa vedere in pieno giorno, assieme al sole; ed infatti, Gesù dirà agli increduli Gerosolimitani: “Abramo, vostro padre”, soltanto in discendenza biologica, poiché voi non avete certo ereditato la sua fede nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, “esultò nel vedere” in anticipo, prima in visione diurna (Cfr. Gn 15, 5-6) e poi notturna (Cfr. Idem, 17), ”il mio (sic) ” bivalente “giorno” escatologico, nell’universale risurrezione di premio e di condanna, “e lo vide e si rallegrò” (Gv 8, 56). Interpolando quest’enigmatico passo del Vangelo secondo Giovanni, ho aggiunto: il bivalente giorno del Messia trionfante, poiché in effetti, nell’episodio genesiaco della primaria ed unilaterale alleanza d’eterna risurrezione dei giusti, stipulata con Abramo, formulando la Sua incontrovertibile promessa, Iddio non gli fece soltanto intravedere il giorno del premio escatologico, riservato alla sua discendenza spirituale,


ma gli fece intravedere, seppur in stato di terrificante torpore (Cfr. Gn 15, 12), anche la condanna escatologica che sarà riservata ai reprobi impenitenti, poiché dopo avergli fatto siglare il patto solenne della karat berit (“il taglio dell’alleanza”), facendogli dividere in due una capra ed un montone (Cfr. Gn 15, 9-10), “quando, tramontato (sic) il sole, si era fatto buio fitto, ecco” Abramo vide anche “un forno fumante ed una fiaccola ardente” che “passarono in mezzo agli animali divisi” (Idem, 17), prefigurando così il postremo giorno in cui, il risorto Figlio dell’uomo, il Messia “nominato Figlio” immortale “di Dio con potenza” (Rm 1, 4), si manifesterà col “fuoco” (Lc 12, 49¸ cfr. Ap 20, 9; Ez 38, 22; 39, 6) nella “completa oscurità” (Gn 15, 17) e, come “un tizzone ardente” (Ibidem), accenderà anche d’un “fuoco inestinguibile” (Lc 3, 17) “la fornace fumante” (Gn 15, 17), e in quella “fornace ardente” farà gettare tutti gli” impenitenti “operatori d’iniquità” (Mt 13, 41-42; cfr. Sal 20, 9-10; Ml 3, 1-3, ecc.), assieme a Satana e a tutte le sue immortali legioni di diavoli (Cfr. Mt 25, 41). Ma, tralasciando quest’ultima visione notturna, percepita in stato di “torpore” e di “oscuro terrore” (Gn 15, 12), e tornando piuttosto a ciò che gli fu direttamente promesso di giorno e che egli vide pure in lucida consapevolezza, Abramo, quel giorno non vide certo Gesù, né poté pensare a lui, ma, poiché Iddio gli mostrò le stelle in pieno giorno, “esultò nel vedere il” suo “giorno, e lo vide e si rallegrò” (Gv 8, 56), e senza sapere che quello sarebbe stato il giorno risolutivo del Messia trionfante, comprese lo stesso che tutte le parole d’Iddio sono verità in atto ed indubitabili realtà a venire, e quindi intuì la giustizia escatologica d’Iddio; per questo Paolo, anziché ripetere con Genesi che “Dio glielo ascrisse a merito” (Gn 15, 6), ci rivela più esplicitamente che “glielo calcolò verso la giustificazione” (Rm 4, 3) escatologica, verso la giustizia superiore ad ogni possibile giustizia terrena, glielo contò come iniziale giustificazione in vista di quella definitiva giustizia divina che selezionerà, tra quell’incalcolabile “polvere” (Gn 13, 16; cfr. Nm 23, 10) che sarà la sua discendenza corporale, il “resto d’Israele” (Is 10, 22; cfr. 1, 9; 11, 11. 16; Ger 6, 9; 23, 3; 31, 7; Bar 4, 5; Ez 11, 13; Mic 2, 12; 5, 6. 7; ecc.), “un resto, secondo un'elezione per grazia” (Rm 11, 5), e che, assieme ad un resto eletto tra tutte le altre genti, assieme a tutti coloro che erediteranno la sua fede giustificante, andrà a formare l’altrettanto umanamente incalcolabile numero dei risorti, giustificati e glorificati, e già tutti conosciuti in anticipo, ancor prima della creazione del mondo in divenire, da Colui “che conta il numero delle stelle e le chiama ciascuna per nome” (Sal 147, 4), proprio come il Messia, eterna “Parola” (Gv 1, 1-3. 14) d’Iddio, “chiama, una per una, le sue pecore per nome” (Gv 10, 3). Insomma, per straordinaria e divina intercessione, vedendo di giorno le stelle che stanno sopra la visibilità diurna, Abramo vede ciò che solo Iddio può manifestare senza spegnere il sole; crede a ciò che ancora non è come se già fosse, perché glielo mostra in quell’istante, sebbene in modo indiretto, con un singolare, momentaneo quanto eloquente prodigio, percepito “in” soggettiva “visione” (Gn 15, 1), Colui che sempre mantiene le Sue promesse, ed è anche per davvero capace -e questo è proprio ciò che, a detta di Paolo, specifica la fede giustificante d’Abramo- di dare nuova “vita ai morti” e proprio per questo “chiama le cose che” ancora “non sono come se” già “fossero” (Rm 4, 17). Abramo crede a questa travalicante promessa d’Iddio, estesa a tutta la sua futura discendenza spirituale, alla sua posterità universale, e così, credendo, proprio con questo suo fiducioso atto di fede, con questo suo “fatto compiuto (pragma)” (Eb 11, 1), compì il primo passo umano verso l’eternità escatologica, diede umano “fondamento (hupostasis) (Ibidem) all’inaudita ed allora ancora insperata promessa. In quel giorno epocale d’individuale grazia e fede giustificante, Abramo vide un’esemplificazione dell’eterna risurrezione universale di tutti coloro che saranno “giudicati degni del mondo a venire” (Lc 20, 35), e che sicuramente non brilleranno tutti con la stessa intensità di luce, poiché anche lassù ci saranno delle gerarchie (Cfr. Mt 5, 19-20; 1 Cor 15, 40-44), ma solo per merito acquisito nell’antecedente elezione per grazia, quando saranno di nuovo generati “dall’alto” (Gv 3, 3.7), di nuovo, ed anche corporalmente, “generati da Dio” (Gv 1, 13), senza più alcun concorso d’uomo e di donna. Poi arriveranno i Profeti della risurrezione a proclamare in modo esplicito: “Di nuovo vivranno i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella


polvere, perché la Tua rugiada è rugiada luminosa”, e così “la terra darà alla luce le ombre” (Is 26, 19). Ed ancora: “Quelli che ora dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento (sic); coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle (sic), per sempre” (Dn 12, 2-3). Poi arriverà il sacerdote Zaccaria, il padre del precursore Giovanni Battista, a profetizzare che “grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, verrà a visitarci un sole (sic) dall’alto” (Lc 1, 78): l’eterna “Parola” creatrice d’Iddio che diverrà esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale; mentre suo figlio Giovanni, il precursore, andrà poi “innanzi al Signore”, innanzi a quel sole spirituale, “a preparargli la via” (Idem, 76); ed infine lo stesso Paolo prende ad esempio il diversificato firmamento per farci intuire la diversificata risurrezione dei morti: “Vi sono corpi celesti e corpi terrestri; e altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri; altro è lo splendore del sole (sic), altro quello della luna, altro quello delle stelle; ogni astro differisce dall’altro nello splendore; così anche la risurrezione dei morti: si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruttibilità, si semina nello squallore, si risorge nello splendore; si semina nell’infermità, si risorge nella potenza; si semina un corpo naturale, risorge un corpo (sic) spirituale” (1 Cor 15, 40-44), non più nato da donna, ma di nuovo e del tutto “generato dallo Spirito” (Gv 3, 6) d’Iddio, da quando, “risuscitando (sic) Gesù”, Iddio poté dirgli: “Tu sei” integralmente “Mio figlio, oggi (sic) ” -e “oggi” non significa: prima dei tempi- “ti ho” di nuovo, del tutto e per sempre “generato” (At 13, 33; cfr. Sal 2, 7; Eb 1, 5; 1 Gv 5, 18), senza più alcun concorso umano; ed infatti, a ben vedere, parlando di se stesso, Gesù usò l’espressione “Figlio d’Iddio” (Gv 3, 18; 5, 25; 10, 36; 11, 4) soltanto in proiezione escatologica. Abramo dunque, assumendo l’integrale verità in atto della parola d’Iddio, “verso (para) una speranza (elpis) ” innumerabile, posta “accanto ad (epi) una speranza” di singola figliolanza principiativa, “credette” per davvero “di divenire padre di molti popoli” (Rm 4, 18; cfr. Gn 17, 5), accolse la Sua travalicante promessa, ebbe fede nel dichiarato “amore d’Iddio” (Rm 5, 4), che gli disse: “Non temere. Io sono il tuo scudo” (Gn 15, 1; cfr. Sal 5, 13; 18, 3; 84, 12; Pr 2, 7; Ef 6, 16) spirituale, e ciò gli fu accreditato “verso la giustificazione” (Rm 4, 3; cfr. Gn 15, 6; 1 Mac 2, 52; Gal 3, 6; Gc 2, 23) escatologica, vale a dire come iniziale remissione dei peccati passati; perché poi, custodendo in se stesso quel “buon deposito” (2 Tm 1, 14) di fede giustificante, l’ottantacinquenne Abramo dovrà anch’egli, ed a nostro costante insegnamento, armarsi di santa pazienza, di quell’imprescindibile “pazienza” che, ci ricorda Paolo, produce “una virtù provata, e la virtù provata” rinnova di giorno in giorno, ed anno dopo anno, “la speranza” che “non delude” (Rm 5, 3-5), quella fiduciosa e perseverante speranza che, grazie allo “scudo” (Gn 15, 1) e “con l’aiuto dello Spirito santo” (2 Tm 1, 14; cfr. Rm 5, 5; 8, 9-11), diventa perfezionata (Cfr. Gc 2, 22) certezza di fede nel futurum resurrectionis. Sicché, quando il sempre “integro” (Gn 17, 1) Abramo “ebbe novantanove anni” (Ibidem), e non aveva ancora avuto alcun figlio da Sara, Iddio riprenderà a promettergli: “Ti renderò molto numeroso” (Idem, 2), “tornerò fra un anno, e Sara”, la tua moglie ottantanovenne, la sorellastra, ormai in prolungata menopausa e che conosci da una vita e che hai sempre trovata sterile, “Io la benedirò, ed anche da lei ti darò un figlio. La benedirò ed ella diventerà nazioni (sic); e re di popoli nasceranno da lei. Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e”, fiducioso, “rise” di gioia “in cuor suo” (Idem, 17); e così avrà infine il suo primo soddisfacimento terreno l’esorbitante promessa d’Iddio, poiché il quasi centenario Abramo conoscerà la quasi novantenne Sara col Signor Iddio, ed allora nascerà Isacco, perché “c’é forse qualcosa che sia impossibile a Dio?” (Gn 18, 14). Così poi, a tempo debito, circa quindici anni dopo, Abramo dovrà anche affrontare il più arduo degli esami possibili, circa la veridicità della sua fede nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. “Dio mise” infatti “alla prova (sic) Abramo e gli disse: Abramo, Abramo! Rispose: eccomi! Riprese: prendi il tuo amato figlio”, l’unico che tu abbia avuto da Sara, “Isacco, e va verso di te (sic) (lekh-lekha) nel territorio di Morià, e là offrilo in olocausto (sic) su di un monte che ti indicherò” (Gn 22, 1-2). “Va verso di te”, vale a dire: va a realizzare in modo


definitivo, va a perfezionare (Cfr. Gc 2, 22) ciò che tu già sei e rimarrai per sempre: il padre spirituale di tutti i credenti, Israeliti e non, nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva; dicendo: “Va verso di te”, Iddio ricorre alla stessa espressione che utilizzò quando, ordinando ad Abramo di andarsene da Carran, gli disse: “Allontanati dai tuoi parenti” politeisti “e dalla casa di tuo padre, va verso di te (lekh-lekha) nel paese che Io ti indicherò” (Gn 12, 1); ma questa volta Abramo è invitato ad allontanarsi dall’amato figlio, anzi, deve mostrarsi disposto a restituire il dono a Colui che dona; gli si comanda, a riprova della sua fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, persino di sacrificare in olocausto, di uccidere e poi bruciare e ridurre in polvere, il figlio prediletto avuto dall’amatissima Sara. E se Abramo s’accinse ad obbedire fu anche perché, ancor prima che Isacco nascesse, anzi ancor prima che egli fosse concepito, Iddio si era già impegnato ad un’indefettibile “alleanza perenne (sic) ” (Gn 17, 19) con quel suo figlio promesso, che sarà mite e benedetto; e in seguito, per poi indurlo a scacciare e porre sotto il Suo sguardo benevolo e protettivo il suo primogenito Ismaele, avuto, si badi bene, seguendo il desiderio impaziente (sic) di Sara, che, per supplire alla propria sterilità, gli diede in moglie Agar, la sua schiava egiziana (Cfr. Gn 16, 1-4), il Signore gli aveva anche ripetuto: “Attraverso” tuo figlio “Isacco, sarà chiamata per te una discendenza” (Gn 21,12; cfr. Rm 9, 7) spirituale, e ciò significa che “non sono considerati figli” relazionali “d’Iddio” tutti “i figli della carne” d’Abramo (Cfr. Gv 8, 39), “ma come discendenza” spirituale “sono considerati solo i figli della promessa” (Rm 9, 8; cfr. Gal 4, 23), che nella risurrezione corporale supera i limiti della carne mortale, i chiamati (Cfr. Idem, 7. 11. 24) ad assumere la fede d’Abramo nella “redenta Gerusalemme” (Gal 4, 26) celeste. Abramo quindi crede all’assoluta veridicità di tutte le parole divine e sa che le promesse d’Iddio sono tutte incontrovertibili (Cfr. Rm 4, 21). Dunque Abramo alza il coltello sul figlio Isacco, che condivide la sua stessa fede nel futurum resurrectionis, perché spera che il Signor Iddio possa fermarlo all’ultimo istante: “Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio” (Gn 22, 8), infatti, dirà Abramo, strada facendo, ad Isacco; e così, giunti al dunque, il quindicenne e mite Isacco si lasciò poi legare, senza opporre resistenza, ed offrì fiducioso la sua gola al sacrificio richiesto, ed Abramo è pure pronto a conficcare il coltello, perché crede, assieme ad Isacco, nella promessa, celestiale ed eterna risurrezione corporale di tutti coloro che obbediscono alle parole d’Iddio; e per questo Paolo chiama anche Isacco, per grazia circonciso nel cuore, “nostro padre” (Rm 9, 10) spirituale. No, Abramo non è il padre dei fideisti, la sua non è una fede cieca e spietata, come c’è stata spesso dipinta, egli non obbedisce al buio, non ha strangolato la ragione, non ha calpestato l’amore per il figlio. No, come ci spiega anche la paolina Lettera agli Ebrei, in perfetta consonanza con la Lettera ai Romani: Abramo, al quale Iddio mostrò le stelle in pieno giorno, “aspettava, infatti, la città” celeste “dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Iddio stesso” (Eb 11, 10). “Per la” sua “fede” nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, “Abramo, messo alla prova (sic), offrì Isacco”; sì, “stava per offrire l’unico figlio” della promessa, anzi “quello che aveva ricevuto” egli stesso “le promesse, quello del quale era stato detto: in Isacco sarà chiamata (kaleO) per te”, per la tua fede inconcussa, “una discendenza” (Cfr. Gn 21, 12) che porterà il tuo nome. “Egli pensava, infatti, che Iddio è capace di far risorgere anche dai morti (sic): per questo lo riebbe e fu” per noi “come un simbolo” (Eb 11, 17-19) dell’inestinguibile, operativa e diffusiva fede giustificante nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. Sempre a proposito dell’adamantina “fede del nostro padre Abramo” (Rm 4, 12. 16), la Lettera di Giacomo, che non abborda la questione dall’inizio della giustificazione d’Abramo, ma la coglie nella sua successiva e drammatica messa alla prova, nel momento della più ardua verifica, quando ormai il credere per davvero nella promessa risurrezione, gli impone il lacerante ed estremo operare conseguente, ci conferma: “Abramo, nostro padre, non fu forse” nuovamente “giustificato per le sue opere (sic), quando”, a circa centoquindici anni, “offrì Isacco, suo figlio, sull’altare” tragicamente


improvvisato? “Vedi che la fede” nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante, la sua interiore e totale fiducia nell’amore d’Iddio, “agiva insieme con il suo operare, e che per le opere (sic) ”, vale a dire: proprio accingendosi per davvero a sacrificare Isacco, “la” sua “fede divenne perfetta (sic); e si compì la Scrittura che dice: Abramo credette al” Signor “Iddio”, a Colui che è capace di ridare vita ai morti (Cfr. Rm 4, 17; Eb 11, 19), “e gli fu calcolato verso la giustificazione, ed egli fu chiamato amico di Dio. Vedete che l’uomo è giustificato in base alle opere (sic) e non soltanto (monos) ” partendo “da (ek) fede” (Gc 2, 21-24) nel Lieto Annuncio; fede giustificante che, ad ogni modo, conferisce l’iniziale remissione dei peccati passati, e dovrebbe indurci a non commetterne altri. Insomma, quando Iddio disse ad Abramo: “Guarda in cielo e conta le stelle, se tu riesci a contarle; e poi soggiunse: tale sarà la tua discendenza” (Gn 15, 5) spirituale, gli rivolse un’universale promessa incontrovertibile, quella fu la prima anomala, ma già germinativa ed inoppugnabile formulazione della promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, la prima formulazione di quel “Lieto Annuncio (euaggelion) di Dio” (Rm 1, 1; cfr. 15, 16) che poi, sempre “nelle sacre Scritture” ebraiche, sarà “promesso” in modo esplicito ed inequivocabile “coi Suoi profeti” (Idem, 2; cfr. 16, 26) della risurrezione, finché sarà primariamente realizzato con la principiativa ed eterna risurrezione del Messia, “nominato” e costituito “Figlio” immortale “di Dio, con” salvifica “potenza” (Idem, 4), anche retroattiva per i giusti che, da Abele in poi, vissero prima di lui (Cfr. Eb 11, 1-40). Paolo stabilisce dunque un’identità di senso tra “il Lieto Annuncio (euaggelion) di Dio” (Rm 1, 1; 15, 16; cfr. 10, 15-16; Is 52, 7; Gal 3, 8; Eb 4, 2), prima rivolto ad Abramo e poi ripreso “coi Suoi profeti” (Rm 1, 2; cfr. 16, 26), ed “il Lieto Annuncio (euaggelion) del Messia” (Rm 15, 19; cfr. 1, 9), crocifisso e risorto, per cui anche i cristiani sono “figli della” stessa “promessa” (Rm 9, 8; Gal 4, 28) originaria, poiché sono da considerarsi “figli d’Abramo” tutti “quelli” che vengono “dalla fede” (Gal 3, 7) nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva; infatti, “la Scrittura, prevedendo che Iddio avrebbe giustificato” tra tutte “le genti” quelli che vengono “dalla fede, promise in anticipo questo Lieto Annuncio (proeuaggelizomai) ad Abramo: in te saranno benedette tutte le genti; così quelli” che vengono “dalla fede” giustificante “sono benedetti assieme ad Abramo che credette” (Gal 3, 8-9; cfr. Gn 12, 3; 18, 18) per primo a quel Lieto Annuncio, poiché, in effetti, con la sua eterna risurrezione, il Messia ha portato “per la prima volta (sic) (prOton) a voi”, a tutte le genti, “la benedizione”, ben inteso: “quando ciascuno di voi si distoglierà (apostrefO) dalle proprie malvagità” (At 3, 26); quindi, Paolo ricorda ai fratelli di fede, provenienti da tutte le altre genti: se saprete distanziarvi dal peccato (Cfr. Rm 6, 7), se l’operante “Spirito di Dio” (Rm 8, 9), “lo Spirito” d’amore “del Messia” (Ibidem) risorto abita in voi, “se appartenete al Messia, allora siete” anche voi “discendenza” spirituale “d’Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 3, 29) originaria di “Colui che dà” nuova “vita” spirituale e corporale “ai morti” (Rm 4, 17; cfr. 8, 11); infatti, Paolo ci chiede pure, per poi risponderci: “Quando dunque fu accreditata” ad Abramo quell’iniziale assoluzione in vista della sua definitiva giustificazione? Gli fu accreditata “quando era già circonciso” nel prepuzio “o quando non lo era ancora? Non certo dopo la circoncisione, ma prima” (Rm 4, 10); e così avvenne “perché” poi egli “diventasse padre” spirituale anche “di tutti i non circoncisi” nel prepuzio, “che”, per elezione e corrisposta chiamata, “credono” nel Lieto Annuncio evangelico, “e perché anche a loro venisse poi”, credendo per l’appunto nel Messia risuscitato dai morti, “accreditata la giustificazione” iniziale, con la remissione dei loro peccati passati, “e perché diventasse pure: padre” spirituale di un resto eletto “dei circoncisi” nel prepuzio, vale a dire di quegli Israeliti “che”, ora come allora, “non solo hanno la circoncisione” del prepuzio, “ma camminano (sic) anche”, ora come allora, “sulle orme della fede del nostro padre Abramo”, quella fede giustificante che gli fu accreditata “prima della sua circoncisione” (Idem, 11-12). Insomma, ora come allora (Cfr. Rm 11, 5), il “Lieto Annuncio (euaggelion)” d’eterna risurrezione di tutti coloro che Gli obbediscono “è potenza (dunamis) di Dio”, forza che opera quaggiù “per la


salvezza” attuale ed eterna “di chiunque gli crede” ed agisce di conseguenza, dopo averlo ascoltato tramite le Scritture in ebraico prima, e poi nella rinnovata predicazione in greco, e dunque “del Giudeo”, ben inteso: circonciso anche nel cuore (Cfr. Rm 2, 29; Dt 10, 6; 30, 6; Ger 4, 4; 9, 25, 24, 7; 31, 33; ecc.), “prima” degli altri, e poi” pure “del Greco” (Rm 1, 16), vale a dire di colui che, proveniente da tutte le altre genti, quella promessa l’ha ascoltata ed accolta in greco, nel Nuovo Testamento, quale “Lieto Annuncio del Messia” (Rm 15, 19; cfr. 1, 9), che fu crocifisso e risorse, affinché tutti gli eletti, i giusti d’ogni tempo (Cfr. Eb 11, 1-40), tutti “coloro che sono stati chiamati” alla libertà dal peccato “ricevano”, tutti assieme (Cfr. Idem, 40) ed alla fine dei tempi, “l’eredità eterna che è stata promessa” (Eb 9, 15) ad Abramo ed a tutta la sua discendenza spirituale (Cfr. Lc 1, 55). E’ “in esso”, in quel Lieto Annuncio di risurrezione, formulato prima in ebraico e poi un aramaico e quindi in greco, che “si rivela la” benigna, sempre attuale ed eterna “giustificazione di Dio”, partendo “da (ek) fede” e perseverando “per (eis) fede” operativa, come”, nelle ebraiche Scritture, già s’impegnò “per iscritto” Colui che sempre mantiene le promesse, sentenziando: soccombe chi non ha l’animo retto, mentre “il giusto” perseverante sarà giustificato, vale a dire, una volta risorto, ”vivrà” per sempre, partendo “da (ek) fede” (Rm 1, 17; cfr. Ab 2,4; Gal 3, 11; Eb 10, 38) e perseverando per fede, vale a dire a c ausa ed in forza della sua fede operativa nella promessa d’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva. Detto altrimenti, ora come allora, si è giustificati grazie ad un dono gratuito che non sostituisce, ma precede ogni nostra opera buona; insomma: “Attraverso (dia) la legge (nomos) della fede” (Rm 3, 27) nel Lieto Annuncio di risurrezione, sia stato esso formulato in lingua semitica o greca. Il dono gratuito della fede nell’eterna risurrezione dei giusti è la massima manifestazione che Egli ci ama sempre per primo (Cfr. Rm 11, 35), ed anche prima d’ogni nostro possibile merito, sia se siamo Israeliti e sia se apparteniamo alle altre genti; perché, a ben vedere, ed a confutazione originaria del successivo ed ancora persistente antigiudaismo teologico dei cristiani integralisti, nella sua Lettera ai Romani, Paolo riconosce piena autonomia salvifica a quei pochi eletti Israeliti (Cfr. Rm 11, 5) che, essendo discendenza spirituale d’Abramo, sono anche circoncisi nel cuore (Cfr. Rm 2, 29; Dt 10, 6; 30, 6; Ger 4, 4; 9, 25; 24, 7; 31, 33; ecc.), come d’altronde già fece Gesù, il Messia, che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati; io non sono venuto a chiamare i giusti” alla conversione, “ma i peccatori” (Mc 2, 17; cfr. Mt 9, 13; Lc 5, 32); infatti, a quell’esperto della Legge mosaica che, si badi bene, non cercava “il favore degli uomini” (Gal 1, 10), ma si preoccupava innanzi tutto di “ricevere la vita eterna” (Lc 10, 25), quindi era anch’egli un degno erede della fede d’Abramo, e gia riconosceva che la filigrana salvifica della Legge d’Iddio era da individuarsi in


quella sua parte assertiva che ruota attorno ai due comandamenti prioritari: “Amerai il Signor Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e” parimenti “il prossimo tuo come te stesso” (Cfr. Dt 6, 5, Lv 19, 18), Gesù non chiese di seguirlo, ma gli rispose: “Fa questo e vivrai (sic)” (Lc 10, 28) anche tu per sempre; così, dopo avergli raccontato la parabola del buon samaritano sul sempre doveroso ed operativo amore del prossimo, non lo chiamò fra i suoi discepoli, ma, giusto al contrario, lo congedò dicendogli: “Va' (sic) ed anche tu fa’ lo stesso” (Idem, 37); e ad un altro scriba che si mostrerà altrettanto fedele interprete della prioritaria Legge assertiva (Cfr. Dt 10, 19; 30, 6; Lv 19, 18. 34; 2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Zac, 7, 9; Mi 6, 8), imperniata sull’amore d’Iddio e del prossimo, egli risponderà: “Non sei lontano dal Regno d’Iddio” (Mc 12, 34). “La salvezza viene dai Giudei (sic) ” (Gv 4, 22), ricordò, infatti, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, alla samaritana incontrata al pozzo di Giacobbe; ed il beato apostolo del Risorto gli farà eco scrivendo: “Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione” collettiva “a figli” relazionali d’Iddio, “la gloria, le alleanze, la” assertiva e proibitiva “legislazione (nomothesia) ” mosaica, il culto, le” antecedenti “promesse (sic), i Patriarchi”; ed essendo figlio della sola Maria vergine, “da loro” proviene il Messia secondo la carne, egli che è” pure, “sopra ogni cosa” visibile o invisibile: l’eterna Parola creatrice d’Iddio, ci dirà l’evangelista Giovanni (Cfr. Gv 1, 1-3. 14), e quindi, poiché tale, il Messia è anche, da sempre e per sempre: “Dio benedetto nei secoli” (Rm 9, 4-5; cfr. Gv 20, 28; Tt 2, 13; 2 Pt 1, 1; 1 Gv 5, 20), essendo compartecipe della Santissima Trinità. “A loro”, agli Israeliti, “sono state affidate” tutte “le promesse” incontrovertibili “d’Iddio; ed allora cosa dobbiamo dunque concluderne? Se alcuni”, anzi tanti di loro “furono infedeli” circa la promessa d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, “la loro incredulità può forse annullare la fedeltà di Dio? Impossibile!” (Rm 3, 2-4). “Errarono” tutti “in modo da cadere per sempre? Non sia mai detto” (Rm 11, 11). No. “Iddio non ha ripudiato il Suo popolo (Cfr. Sal 94, 14; 1 Sam 12, 22), che”, nella Sua prescienza, “Egli ha” conosciuto in anticipo e dunque “eletto” per grazia gratuita “fin da principio” (Rm 11, 2), ma eletto -ci precisa Paolo, in sintonia col Messia Gesù (Cfr. Gv 8, 39-41) e col suo precursore Giovanni Battista (Cfr. Lc 3, 8) - soltanto in tutta la discendenza spirituale d’Abramo, e dunque non nella sua interezza etnica; poiché, infatti, “non tutti” gli Israeliti “hanno obbedito al Lieto Annuncio (euaggelion) ” d’eterna risurrezione dei giusti, formulato in lingua ebraica (Cfr. Eb 4, 2). “Lo dice” per primo lo stesso “Isaia”, uno dei maggiori Profeti della risurrezione: “Signore, chi ha creduto” col cuore “alla nostra” salvifica “predicazione (akoE) ” (Rm 10, 16; cfr. Is 53, 1) della fede d’Abramo nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva? Così, Paolo poi ci ricorda che fu proclamato, sempre attraverso Isaia: “Se anche il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, sarà salvato solo il resto” eletto di loro, quando “il Signore, abbreviando il tempo, farà giungere a compimento la Sua parola sopra la terra” (Rm 9, 27-28; Is 10, 22-23), ed allora, sottinteso e per converso “chi potrà contare la” rimanente “polvere di Giacobbe” (Nm 23, 10), rinominato Israele? (Cfr. Gn 32, 29). Insomma, “il fatto di essere discendenza” corporale “di Abramo”, non fa sì che gli Israeliti siano “tutti suoi figli” (Rm 9, 7) spirituali; ma tra loro c’è sempre stato chi, per grazia individuale, vi ha creduto, a quel Lieto Annuncio esorbitante, e si è comportato di conseguenza, altrimenti “saremmo” tutti “divenuti come Sodoma e resi simili a Gomorra” (Idem, 29; Is 1, 9), ci avverte Paolo. Ora, “forse Iddio è soltanto dei Giudei? Non” lo è “anche delle altre genti? Certo, anche delle altre genti! Poiché c'è soltanto un unico Iddio, il quale giustificherà” poi definitivamente “per la” loro operante “fede” nella promessa risurrezione, gli Israeliti, “i circoncisi” nel prepuzio, ben inteso quelli eletti e chiamati per grazia (Cfr. Rm 11, 5), “e” sempre “per mezzo della” loro operante “fede” nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, già realizzatasi in Gesù il Messia, “anche i non circoncisi” (Rm 3, 29-30) nel prepuzio, quelli altrettanto eletti e chiamati per grazia (Cfr. Rm 8, 29-30; Gv 6, 29. 44-45. 65), provenienti da tutte le altre genti; quindi, soltanto tutti “coloro che”, per grazia ricevuta, vengono e verranno “dalla (ek) fede” nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, “questi sono” e saranno per davvero spirituali “figli d’Abramo” (Gal 3, 7); dunque, sia per un resto d’Israele e sia per un resto di tutte le altre genti, è sempre la fede operativa nella promessa ed eterna


risurrezione dei meritevoli, per grazia coadiuvante e protettiva, il “fondamento (hupostasis) delle cose sperate”, il movente imprescindibile del loro ottenimento, il “fatto compiuto (pragma) a prova (elegchos) di ciò che” ancora “non si vede” (Eb 11, 1). Certo, sostiene pure Paolo, poiché gli Israeliti aspettano ancora un loro invincibile e pure quaggiù immortale Messia liberatore (Cfr. Gv 12, 34), la nostra universale “predicazione del Messia crocifisso”, e dunque dapprima mortale, suona a loro come “uno scandalo” (1 Cor 1, 23), come una logica contraddizione in termini, ed “hanno così urtato”, nella loro stragrande maggioranza, “contro “la pietra d'inciampo, come sta scritto: “Ecco che Io pongo in Sion una pietra di scandalo”, il Messia crocifisso, “e una roccia d'inciampo” (Rm 9, 32-33; cfr. Is 8, 14), il Messia risorto; e quindi, ora, “quanto al Lieto Annuncio (euaggelion) ” dell’avvenuta, eterna e principiativa risurrezione di Gesù, “essi”, che si credono la personificazione stessa della pura fede monoteista ed ancora attendono un altro Messia, che sia quaggiù imbattibile e perpetuo, si mostrano “avversi (echthros) “, proprio “perché voi” cristiani “l’avete assunto” per chiamata individuale (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65) e per scelta perseverante; “ma quanto all’elezione” individuale di un loro resto, essi rimangono e “sono amati, a causa dei padri, perché i doni (charisma) ” spirituali “e la chiamata” sempre individuale “d’Iddio sono irrevocabili”; infatti, proprio “come voi un tempo non credeste al” Signor “Iddio e ora avete ottenuto misericordia“, non certo a causa, ma di fronte “alla loro disobbedienza, così anch'essi ora (nun) non credono alla misericordia usata verso di voi, affinché anch'essi ora (sic) (nun) ottengano misericordia” (Rm 11, 28-31), ben inteso: se fanno parte di quel loro permanente “resto, secondo un’elezione per grazia” (Rm 11, 5) e dunque se “camminano anche sulle orme della fede” giustificante “del nostro padre Abramo” (Rm 4, 12); e dunque, voi cristiani, provenienti sia dal giudaismo e sia dal paganesimo (Cfr. Rm 9, 24; 10, 12), e che, per vostra precipua e corrisposta chiamata individuale (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65), credete nel Messia crocifisso e risorto, non lasciatevi tentare dalla superbia, non crediate di essere i soli candidati alla salvezza. “Se la primizia (aparchE) ” della “pasta (phurama) ” originaria è “santa, se” è “santa la radice (rhiza)” germogliante del monoteismo, e lo è, “lo saranno anche i rami” (Rm 11, 16) rimasti fedeli alla fede d’Abramo, che trae linfa dalla promessa ed eterna risurrezione dei giusti (Cfr. Rm 4, 17). “Se però alcuni (sic) rami” del monoteismo originario, anzi tanti, “sono stati recisi e tu, essendo un olivo selvatico”, date le tue origini pagane, “sei stato innestato fra loro (sic) ”, tra i rami risparmiati, tra coloro che tuttora camminano sulle orme della fede d’Abramo (Cfr. Rm 4, 12), “diventando così partecipe (sic) della radice e della linfa” scritturale e spirituale “dell'olivo” originario, “non menar vanto contro i rami” (Rm 11, 17-18) che “sono stati potati”, non per lasciar spazio a te, poiché c’è senz’altro posto per tutti i chiamati che poi si dimostrano consenzienti e volenterosi, e poiché il bene degli uni non deriva mai dal male degli altri (Cfr. Rm 3, 8), ma proprio “per la” loro personale “incredulità” ed infedeltà circa la promessa rivolta ad Abramo e ripresa dai Profeti (Cfr. Rm 1, 2; 16, 26); “mentre tu resti lì” proprio “in ragione della fede” (Rm 11, 19) operativa nell’avvenuta, principiativa ed eterna risurrezione del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, e quindi, tu sei stato recuperato per chiamata individuale (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65) di Colui che tutto vede in anticipo e dunque e soltanto “per Sua misericordia” (Rm 15, 9), per Sua gratuita, e certo non contrapposta, bontà. “Se pertanto sei tentato dalla superbia sappi” e ricordati sempre “che non sei tu che porti la radice” germogliante, “ma è la radice” germogliante “che porta te” (Rm 11, 18), con la sua originaria ed imperitura linfa scritturale, poiché “tutto ciò che”, nel vero assoluto delle Scritture ebraiche, “è stato scritto prima di noi, è stato scritto” anche “per la nostra” attuale “istruzione, affinché”, nella comune fede d’Abramo ed “in virtù della perseveranza (hupomonE) e della chiamata ad avvicinarsi (paraklEsis), che ci derivano dalle Scritture” ebraiche, da fede e per operativa fede giustificante nel Lieto Annuncio (Cfr. Rm 1, 17), rivolto per primo ad Abramo, pure “noi teniamo viva (echO) la” nostra fiduciosa “speranza” (Rm 15, 4) d’eterna salvezza. Sì, “la salvezza viene” tuttora e per sempre “dai Giudei” (Gv 4, 22), essendo stata da principio e per sempre proclamata nelle loro sante Scritture; e gli Israeliti, quelli non ancora circoncisi nel cuore, “se


non persevereranno nell'incredulità” verso il Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, formulato in ebraico (Cfr. Eb 4, 2), “saranno anch'essi innestati; Iddio è sicuramente capace di innestarli di nuovo” (Rm 11, 23), si badi bene: sul loro (Cfr. Idem, 24) buon olivo originario, sulla “santa primizia” della loro “pasta” (Rm 11, 16) originaria, quella saldamente radicata sull’inconcussa fede d’Abramo. “Se tu”, che sei d’origine pagana, “sei stato reciso dalla pianta selvatica, cui tu appartenevi per nascita e, contro la tua stessa origine” e contrariamente agli usi agricoli, “sei stato innestato su un olivo buono (sic), quanto più loro, che sono della medesima origine, potranno essere nuovamente innestati sul loro (sic) olivo” (Idem, 24) buono, e non necessariamente sul nostro e nuovo olivo selvatico! “Non voglio, infatti, che ignoriate, fratelli, questo mistero” del disegno salvifico d’Iddio, “perché non siate presuntuosi: l'indurimento” del cuore, “di una parte (sic) d’Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti”, i resti eletti degli altri popoli. “Allora tutto” il popolo d’”Israele” di quegli estremi tempi crederà finalmente nel Lieto Annuncio d’Iddio (Cfr.Rm 1, 1; 15, 16) e del Messia (Cfr.Rm 1,9; 15, 19) e “sarà salvato, come sta scritto: da Sion”, dalla redenta Gerusalemme celeste, “uscirà il Liberatore (rhuomai), egli” li attirerà a sé e “toglierà le empietà da Giacobbe”/Israele. “Sarà questa la Mia “nuova “alleanza con loro” (Cfr. Is 59, 20), la nuova Alleanza di risurrezione, “quando” avranno anch’essi fede nel Mio Lieto Annuncio ed Io allora “rimuoverò (aphaireO)” anche “i loro peccati” (Rm 11, 25-27; Is 27, 9), e poi, “abbreviando il tempo, il Signore farà giungere a compimento la Sua parola sopra la terra” (Rm, 9, 28; Cfr. Is 10, 23); e con chi altri si può identificare il “Liberatore” in questione, se non con il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, Gesù, nostro Signore, scelto dal Signor Iddio, nel tempo stabilito, per mantenere l’impegno assunto con Abramo (Cfr. Lc 1, 55), per realizzare il Suo misericordioso disegno di salvezza? Dunque, il “mistero” qui rivelatoci dall’Apostolo è, con buona probabilità, da ricollegarsi con la veridica profezia millenarista poi proclamata nell’Apocalisse di Giovanni, secondo la quale, poiché al meglio s’arriva sempre passando attraverso il bene, prima della fine del mondo, e della creazione di un nuovo mondo senza corruttibilità, i martiri “a causa della testimonianza di Gesù (sic) e della parola d’Iddio (sic) ” quindi, tra loro dovrebbero esserci anche i profeti ed i giusti, tra i Giudei, martirizzati dagli stessi Giudei, e poi, fino al secolo scorso, dagli impietosi cristiani integralisti- risorgeranno e regneranno, “con” lo Spirito coadiuvante del “Messia” risorto, “per mille anni” (Ap 20, 4), i mille anni che precedono la nuova creazione, per cui sarà allora che “ogni Israelita” (Rm 11, 25) di quei postremi tempi riconoscerà il promesso, tanto atteso ed agognato ed immortale Messia, in Gesù, morto e risorto per principiare l’eterna risurrezione dei giusti d’ogni tempo e luogo; e così, come predisse Osea, e come ribadì l’apostolo Paolo, “avverrà che, nel luogo stesso (sic) dove fu detto loro”, a tutti gli increduli circa il Lieto Annuncio: “Voi non siete Mio popolo, là saranno” tutti “chiamati”, a ragion veduta, “figli” relazionali “del Dio vivente” (Rm 9, 26; cfr.Os 2, 1); e così poi, alla fine dei tempi, anche tutti quegli Israeliti, individualmente giustificati per fede ed ancor prima eletti per grazia, faranno parte del già previsto e glorificabile “resto d’Israele” (Is 10, 22). Or dunque, fermo restando che “anche (sic) al presente (sic) ”, tra loro, tra gli Israeliti che non sono stati chiamati a convertirsi al cristianesimo, poiché i convertiti fanno sempre parte del “noi” o del “voi” impiegati nella Lettera ai Romani- “c'è un resto, secondo un’elezione per grazia; e se lo è per grazia” anticipata, “non lo è per le” successive “opere”, prescritte dalla Legge di Mosè, “altrimenti la grazia non sarebbe più tale”, allora “cos’altro dire in definitiva?”. Sosteniamo che “Israele”, nel suo complesso, “non ha ottenuto quello che cercava” nell’alterna e sempre parziale osservanza della Legge assertiva e proibitiva (Cfr. Gv 5, 45); tra loro “lo hanno ottenuto”, e continuano ad ottenerlo, soltanto “coloro che erano” e sono e saranno già “compresi nella” anticipata “elezione”, e proprio per quell’ebraica, e non cristiana, scelta elettiva, essi furono e sono e saranno chiamati ad uno ad uno ad assumere la fede d’Abramo e a praticare il prioritario amore d’Iddio e del prossimo; tutti “gli altri”, al contrario, “sono stati”, per loro precipua colpa reiterata e perdurante impenitenza, abbandonati a se stessi (Cfr. 2 Cr 15, 2; Rm 1, 26. 28) e quindi ”induriti” (Rm 11, 5-7) nel cuore, poiché si sono essi stessi venduti a Satana (Cfr. Rm 7, 14) come schiavi e figli suoi relazionali (Cfr. Gv 8, 44), e quindi sono ormai del tutto incapaci di dare ascolto alla promessa d’eterna risurrezione, fatta prima ad Abramo, poi ripresa dai Profeti ed infine primariamente realizzata dal Messia, che, ricordiamolo, non si


manifestò” risorto “a tutto il popolo” d’Israele, “ma soltanto ai prescelti (sic) dal” Signor “Iddio” (At 10, 40-41); “ma quanto all’elezione” individuale di “un resto” (Rm 11, 5) d’Israele, di quei loro pochi figli spirituali d’Abramo, ripetiamolo, essi rimangono e rimarranno “amati, a causa dei padri”, dai quali, per grazia anticipata, hanno ereditato la fede giustificante, “perché i doni spirituali e la chiamata” sempre individuale “d’Iddio sono irrevocabili” (Rm 11, 28-29). La fede nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti è dunque un prioritario dono insindacabile d’Iddio, che tutto vede in anticipo, e così, sia esso Israelita o cristiano (Cfr. Rm 2, 10-11), “il giusto vivrà” per sempre, partendo “da (ek) fede” (Rm 1, 17), certo, ma anche perseverando “per (eis) fede” (Ibidem) operativa; quindi non si scambi nemmeno il primo passo del nostro esistenziale cammino di fede con la sua meta, non si confonda la giustificazione iniziale, e costitutiva del giusto procedere, con quella finale e glorificante; anche se, ovviamente, non potrà darsi giustificazione escatologica senza quella iniziale, che è già trasformazione presente dell’essere umano; chiunque abbia, infatti, ricevuto “i doni spirituali e la chiamata d’Iddio” (Rm 11, 29), con quella “caparra dello Spirito” (2 Cor 5, 5), è già spiritualmente “generato da Lui (1 Gv 2,, 29), come “una nuova creatura” (2 Cor 5, 17; Gal 6, 15), “porta” già in sé “una vita eterna” (Gv 3, 36; 5, 24: 6. 40.47), e “se non commette peccato”, se “il seme” spirituale “d’Iddio rimane in lui” (1 Gv 3, 9) ed opera il bene, poi, nella risurrezione universale, sarà di nuovo e del tutto, quindi anche corporalmente, “generato dallo Spirito” (Gv 3, 8), generato “da Dio” (Gv 1, 13; cfr. Sal 2, 7; At 13, 33; Eb 1, 5a; 1 Gv 5, 18), senza più alcun concorso d’uomo e di donna; a questo riguardo Paolo scrisse di se stesso: “Anche se non sono consapevole di nessuna colpa, non per questo sono giustificato (sic) ” in modo definitivo. “Il mio giudice è il Signore” Gesù, il Messia. “Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo”; finché sono in vita gli esseri umani rimangono passibili di peccato, e quindi non possono avere l’assoluta certezza della definitiva giustificazione, che spetta sempre al Signor Iddio, tramite il Messia risorto: “Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascun” giusto “avrà la sua lode dal” Signor “Iddio!” (1 Cor 4, 4-5). Sì, il dono della fede nell’eterna risurrezione dei giusti esige che essa divenga e rimanga operativa, perché, “fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non fa seguire le opere” che la confermano e la perfezionano (sic), quella fede “a che serve? Quella fede può forse salvarlo”, può forse essere sufficiente a conferirgli l’eredità eterna? “Se un fratello o una sorella è senza vestito” adeguato “e” pure “sprovvisto del cibo quotidiano, ed uno di voi dice loro: andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma poi non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve” quel vostro buon augurio? “Così anche la fede” nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva: “Se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta” (Gc 2, 14-17) strada facendo, poiché, “come il corpo senza lo spirito” vitale “è morto, così anche la fede, senza le opere” ad essa consequenziali, “è morta” (Gc 2, 21-26); ed infatti, già il salmista cantava: “Secondo le sue opere (sic) Tu ripaghi ogni uomo” (Sal 62, 13; Pr 24, 12; Qo 12, 14; Sir 11, 26; 16, 15), e in Ezechiele sta scritto: “Io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta (sic) ” (Ez 18, 30; cfr. Ger 17, 10). “Quanti fecero il bene” usciranno dai loro sepolcri “per una risurrezione di vita” eterna “e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5, 29), proporzionata ai loro misfatti, ci promise il Messia d’amore, che poi ci mise in guardia anche contro i peccati d’omissione (Cfr. Mt 25, 42-43), che, si badi bene, non rientravano tra le trasgressioni contemplate dalla storica Legge punitiva; e nella stessa Lettera ai Romani, s’afferma che Iddio “renderà a ciascuno secondo le sue opere (sic): la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore e incorruttibilità; indignazione e collera” punitiva “contro coloro che, per indisciplina (eritheia)”, spirito di rivalità e partigianeria (Cfr. Fil 2, 3; Gc 3, 14), “non obbediscono alla verità” in atto della Sua parola, “ma all'ingiustizia” (Rm 2, 6-8) temporale degli uomini. Sì, “in Lui c’è misericordia ed ira” (Sir 5, 6), e ci sarà lassù ”tribolazione e angoscia per l’anima d’ogni essere umano che opera il male”, oppure si rifiuta d’applicare quella Legge assertiva che esige la caritatevole pratica dell’amore del prossimo (Cfr. Lc 16, 19-31), per il circonciso e per il non circonciso nel prepuzio, “per il Giudeo prima, e poi per il Greco; gloria invece, onore e pace per


chiunque”, circonciso o non circonciso nel prepuzio, “opera il bene, prima per il Giudeo” che, eletto per grazia, ha praticato la giustizia, credendo nella promessa fatta ad Abramo, “e poi per il Greco”, vale a dire per chi, sempre eletto per grazia, ha operato bene, credendo nel Lieto Annuncio del Messia formulato in greco, “perché presso Iddio non c'è” alcuna “parzialità” (Rm 2, 9-11; cfr. Dt 10, 17; At 10, 34; Ef 6, 9; Col 3, 25) d’appartenenza etnica, ma solo cronologica precedenza di giudizio per gli Israeliti, che ricevettero per primi la Sua Legge assertiva e proibitiva. La fede nel futurum resurrectionis è prioritaria giustizia davanti al Signor Iddio, c’é accreditata come iniziale giustificazione, come remissione dei peccati passati, ma la sola fede non assolve nessuna giustizia tra gli uomini, se non è seguita dalle buone opere della fede nel futurum aeternum, le sole azioni che ci garantiscono la definitiva giustificazione, e dunque l’accesso al Regno dei cieli. “Tutti “, una volta risorti, “dovremo comparire davanti al tribunale del Messia, ciascuno per ricevere (komizO) “ ciò che gli spetta “per le opere compiute (prassO), nella sua” prima “vita corporale, sia nel bene e sia nel male” (2 Cor 5, 10), quindi, finché si è in tempo, “risplenda così la vostra luce davanti agli uomini (sic), affinché, vedendo le vostre buone opere (sic), glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 16), ci disse il Messia d’amore, perché anche le nostre buone opere vengono da Lui (Cfr. Fil 2, 13) e dunque noi non possiamo vantarcene. “Quando avrete compiuto tutto ciò che vi è stato comandato” dal Signor Iddio, prescrisse Gesù per i suoi discepoli, “dite: siamo servi” ordinari, poiché abbandonati a noi stessi, saremmo soltanto degli “incapaci (achreios) ” ed inetti. “Noi abbiamo soltanto fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17, 10) in libera ottemperanza alla volontà del Signor Iddio. Più in generale e sempre in materia di fede, ci avverte, infatti, Paolo: “Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto?” (1 Cor 4, 7). “Voi raggiungete, infatti, la salvezza per grazia, mediante una fede” operativa, “che non viene da voi, ma è dono” integrale “di Dio”, e dunque “non viene dalle” vostre “opere, perché nessuno possa vantarsene”, poiché anche nei nostri comportamenti virtuosi, “noi siamo invero opera Sua, creati, in” vista del “Messia Gesù, per le opere buone (sic) che Iddio ha reso pronte in anticipo (proeitoimazO) perché noi le percorressimo (peripateO) ” (Ef 2, 8-10; cfr. Gv 3, 21; 9, 3), come delle sicure strade di salvezza. Non è dunque Iddio che compie le tue volontarie opere d’evangelica giustizia, ma Egli le ha preparate, “rese pronte in anticipo” proprio per te, per la tua chiamata individuale, ed è Lui che ti ha posto e ti pone in condizione di poterle compiere. La fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, perché di questa sola e precipua fede sempre si tratta nella Lettera ai Romani (Cfr. Rm 4, 17. 24), è certo un “dono (charisma) ” spirituale “d’Iddio” (Rm 6, 23), ma sta a noi accettare ed onorare quel credito, che Egli ci apre prima di ogni nostro merito. “E’ opera d’Iddio il credere in colui che Egli vi ha mandato” (Gv 6, 29); sì, si comincia a credere per grazia, la fede è un dono gratuito, poiché non proviene dai nostri meriti passati, ma è pur data in vista di quelli futuri, poiché poi io devo dare tutto me stesso a chi mi ha fatto quel dono immeritato. La fede non è data per merito, poiché è essa stessa che, assunta, dà principio a quel merito che ti varrà la vita eterna; benemerenza che non sarà mai del tutto tua, ma sempre in disuguale mezzadria con Colui che dona sempre di più di quanto riceva, poiché assieme alla fede nell’eterna risurrezione dei giusti, Egli si fa tuo “scudo” (Gn 15, 1; cfr. Sal 5, 13; 18, 3; 84, 12; Pr 2, 7; Ef 6, 16), ti dona, anzi ti riversa nel cuore quel Suo amorevole Spirito santo (Cfr. Rm 5, 5) che la sostiene, dapprima col battesimo trinitario (Cfr. Mt 28, 19) e poi, ad ogni tua comunione eucaristica e per purificarti dalle tue sopravvenute “opere morte” (Eb 9, 14; cfr. 1 Gv 1, 7), lo Spirito d’amore che la ripristina, lo “Spirito eterno” (Ibidem) “del Messia” (Rm 8, 9), che è morto e risorto anche per te; e dunque, e sempre per grazia, Egli ti ha anche fornito, e riprende a donarti ad ogni tua ricaduta, seguita da un tuo doveroso pentimento, l’aiuto per operare bene, ma dovrai essere pur sempre tu a farlo, secondo le tue capacità, perché Iddio non ti chiede nulla di più delle tue stesse capacità (Cfr. Mt 25, 15). E’ per bontà Sua che tu possa essere buono, ma sta sempre a te esserlo, anche se poi non devi mai pensare di poterlo essere senza di Lui, il solo ad essere totalmente buono. A chi lo chiamò “Maestro buono”, non rispose forse


Gesù, si badi bene, quand’era ancora uomo mortale, e dunque ancora passibile di tentazioni: “Perché mi chiami buono? Nessuno è” del tutto “buono, se non Iddio solo” (Mc 10, 17-18). Insomma, l’iniziativa salvifica parte sempre da Lui (Cfr. Rm 9, 16), certo, ma poi occorre assecondarla, nella consapevolezza che Egli ti dà molto di più di quanto farai tu, e lassù Lui ti darà ancora di più, perché “quelli che”, nella Sua prescienza, “Egli ha conosciuto in anticipo (proginOskO)”, vale a dire che, ancor prima della loro nascita, Egli già conosceva quale uso essi avrebbero poi fatto del loro libero arbitrio, poiché obbedendoGli e quindi col Suo aiuto, si sarebbero poi comportati a somiglianza del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, e dunque a Sua somiglianza, “li ha anche designati in anticipo (proorizO)” ad essere infine, nella risurrezione universale, “conformi all'immagine del Figlio Suo” immortale, “perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29: cfr. Fil 3, 21), altrettanto coeredi del Regno (Cfr. Mt 25, 34). Sì, “ancor prima della proiezione del mondo” in divenire, “Egli ci ha eletto in lui”, in vista del risorto Messia d’amore, “per” poi “essere santi e irreprensibili davanti a Lui nell’amore (sic) ” caritatevole, e quindi per le nostre già predisposte e buone opere da compiere, “designandoci in anticipo (proorizO) Suoi figli adottivi (huiothesia)”(Ef 1, 4-6); ma l’elezione ab aeterno la conosce soltanto Iddio, noi invece conosciamo di sicuro la chiamata, che non è data per meriti acquisiti, certo, ma sicuramente da acquisire, grazie al sostegno “dello Spirito, che intercede sempre per i santi (sic)” (Rm 8, 27); perché “quelli che” Egli “ha designato in anticipo (proorizO)” quali sicuri coeredi del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, “li ha anche chiamati” alla fede nell’eterna risurrezione dei giusti, “quelli che ha chiamato”, e loro Gli hanno liberamente creduto, “li ha anche dichiarati giusti (dikaioO) e quelli che Lui ha” inizialmente “giustificato (dikaioO), li ha anche”, quaggiù e per la loro perseveranza, “glorificati” (Idem, 30) nella santità di un retto comportamento; perché persecuzioni e miserie, angosce e sofferenze comprese (Cfr. 2 Cor 12, 9-10; Gc 1, 2-3), “tutto concorre al bene” spirituale “di coloro che amano Iddio e sono stati chiamati (sic) “ all’obbedienza “secondo il Suo disegno” (Rm 8, 28) d’attuale ed eterna salvezza; e la Sua misericordiosa ed imprescindibile chiamata iniziale, in buona sostanza, è sempre la stessa per tutti i figli spirituali d’Abramo: “cammina davanti a Me e sii integro” (Gn 17, 1) e vedrai che Io sarò il tuo scudo spirituale e t’aiuterò sulla via del bene; quindi, ben sapendo che “molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22, 14) a ricevere lassù il luminoso abito nuziale (Cfr. Idem, 11), è sempre a quella chiamata individuale che noi dobbiamo rispondere con devota ed operativa riconoscenza. Mentre invece, se Iddio non avesse soltanto previsto, nella Sua prescienza, ma -come in tanti pretendono- Egli determinasse da solo l’obbedienza degli uni e la disobbedienza degli altri, allora cos’altro sarebbe l’intera prima creazione se non un Suo futile gioco da burattinaio? Insomma, se tutto il merito e il demerito degli esseri umani provenissero entrambi da Lui, Egli approverebbe o disapproverebbe Se stesso per interposte persone. No, Egli tutto conosce in anticipo, ma Lui non elimina mai la responsabilità individuale. Certo, come promesso, Egli aiuta col Suo Spirito santo le donne e gli uomini retti a sopportare anche le prove più ardue. Certo, “l’Eterno è con voi quando voi siete con Lui” (2 Cr 15, 2), ma “Egli non ha comandato a nessuno d’essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir 15, 20). Se questo accade occorre poi pentirsi e ravvedersi, poiché resta scritto: “Se voi Lo abbandonate, Egli vi abbandonerà” (2 Cr 15, 2) a voi stessi e a Satana (Cfr. 2 Cor 2, 11), “il principe” (Gv 12, 31; cfr. 14, 30) di tutti i peccatori impenitenti, fin d’ora già “pronti (katartizO) per la distruzione (apOleia)” (Rm 9, 22; cfr.2,12; Mt 10, 28) escatologica; quindi, a ben vedere, soltanto le regole d’ingaggio nella prima vita corporale, quelle sì sono, di sicuro e per tutti, predeterminate e dichiarate in anticipo: qui c’è l’albero dei sempre viventi, l’albero dell’obbedienza alle Mie parole, e non lontano, sempre senza spostarti di un passo, ogni giorno e sempre a portata di mano, c’è l’albero della conoscenza, fai da te, del bene e del male; “se vuoi, osserverai i comandamenti: l'essere fedele dipenderà dal tuo buon volere” (Sir 15, 15). Scegli! Sapendo che se obbedirai e sceglierai l’albero dei sempre viventi, Io t’aiuterò e “sarò il tuo scudo” (Gn 15, 1; Sal 5, 5; 18, 3; 84, 12; Pr 2, 7; Ef 6, 16; ecc.) spirituale, ma se preferirai l’albero della “ribellione” (Rm 2, 6; cfr. 8, 7), Io ti abbandonerò a te stesso e quindi sarà


Satana, che lavora sempre per la morte spirituale (Cfr. Sap 2, 24), a perderti sempre più. Sì, proprio “là dove tu voi stendere la mano. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua” (Sir 15, 16). A te la scelta, figlio o figlia d’Adamo ed Eva, che dovresti lasciarti elevare dalle parole d’Iddio. Anzi, a te le scelte, perché ti troverai sempre a dover scegliere, per l’intera durata della tua prima vita corporale. Anzi, alla lunga ed in definitiva, stando così le cose, sei libero per modo di dire, perché sei soltanto libero di scegliere tra due servitù: se diventare “schiavo del peccato” (Gv 8, 34; cfr. Rm 7, 14), che porta poi sempre “alla morte” spirituale, oppure servo, anzi figlio adottivo (Cfr. Rm 8, 15) “dell’obbedienza” per amore, “che” sempre “ conduce alla” definitiva ed eterna “giustificazione” (Rm 6, 16). Certo, c’è chi potrebbe obiettare che soltanto “Iddio è verace ed ogni essere umano menzognero, come sta scritto: perché Tu” solo “sia riconosciuto giusto nelle Tue parole e vinca quando sei giudicato” (Rm 3, 4; cfr. Sal 116, 11; Sal 51, 6), quindi soltanto Iddio è veramente libero di determinare, da se solo, le Sue scelte; ma noi, al contrario, siamo forse sempre liberi di scegliere tra bene e male, od invece il nostro pensare, dire ed agire non è forse, il più delle volte, dominato, determinato da cause interne ed esterne, consapevoli e non, e a loro volta determinate da tante altre cause soggiacenti, anche non consapevoli, che tutt’assieme sovrastano la nostra soggettività e il nostro volere? Certo, a volte non ti è data un’effettiva possibilità di scelta tra “il fuoco”, che mortifica, e “l’acqua” (Sir 15, 16), che vivifica; certo, in alcune situazioni, in certi ripetuti momenti, il tuo cosiddetto libero arbitrio si riduce, in definitiva, ad una mera congettura, soprattutto quando il peccato ormai “abita” (Rm 7, 20) in te al punto da divenire abitudinario, quale degno figlio relazionale del Diavolo (Cfr. Gv 8, 44; 1 Gv 3, 8), e quindi anche quale coerede della meritata punizione che, “nel fuoco inestinguibile” (Mt 3, 12), riceverà Satana, il quale però non avrà mai alcun potere sugli esseri umani che obbediscono alla Parola d'Iddio (Cfr. Rm 16, 19-20; Ef 6, 16); sappi quindi che “Colui che scruta i cuori” (Rm 8, 27) tiene anche conto dei tuoi diversificati e molteplici condizionamenti interni od esterni, conosce tutti gli andirivieni della tua coscienza e sa pazientare “nella ricchezza della Sua bontà” (Rm 2, 4); ma poi spetta pur sempre a te il pentirti e ravvederti fin che sei in tempo. Tutto è nelle mani d’Iddio, certo, ma ad eccezion fatta per il tuo pentimento. Iddio dapprima non guarda “ai peccati degli uomini, in vista del” loro “pentimento” (Sap 11, 23). Sì, “la benignità d’Iddio attende il tuo pentimento” (Rm 2, 4), poiché neanche Colui che tutto può, “nemmeno Colui che ti ha creato senza il tuo aiuto, può salvarti senza il tuo aiuto” (Agostino), quindi rimane valido l’avvertimento: “Chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita” (Ap 22, 17) eterna, ma se poi tu vorrai continuare a scegliere il fuoco, senza pentirtene mai e mai ravvederti, ebbene: “Chi vuol morire muoia; chi vuole perire perisca” (Zc 11, 9) nella seconda morte in anima e corpo risorto. Ma da dove esce, chi ha mai parlato di seconda morte? Non ne basta una, per la quale già voteremmo tutti contro? Certo, si dimentica spesso la seconda morte in anima e corpo risorto, eppure, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, ci aveva, per primo, avvertito: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere (apokteinO) l’anima; abbiate paura piuttosto di Colui che ha il potere di distruggere (apollumi) nella” infernale “Geenna e l’anima (sic) e il corpo” (Mt 10, 28). Il Messia proclamò inoltre: “In verità, in verità” in atto “vi dico: se uno osserva la mia parola”, che è sempre parola d’Iddio, “non vedrà la morte in eterno (sic) ” (Gv 8, 51; cfr. 11, 26); mentre, ed è logicamente implicito, chi si ribella e, rimanendo impenitente, continua a calpestare la parola d’Iddio, per Sua misericordiosa benevolenza, una volta risorto e dopo aver scontato le meritate e proporzionate punizioni escatologiche, quella promessa “morte in eterno” se la gusterà tutta, con fugace sollievo liberatorio. Insomma, forse ad esclusione dell’antidiluviano Enoch, che, “per fede, fu trasportato via, in modo da non vedere la morte, e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via” (Eb 11, 5; cfr. Gn 5, 24), tutti gli esseri umani postdiluviani, peccatori o giusti che fossero o siano, dovettero e devono tutti passare attraverso quella prima morte biologica che, certo, non distrugge l’anima, la quale poi, come c’insegna la parabola del ricco spilorcio e del mendicante di nome Lazzaro (Cfr. Lc 16, 19-31), ancor si duole (Cfr. Rm 2, 9) o gioisce come se fosse ancora legata al suo corpo, ma poi, con l’universale


risurrezione corporale, i peccatori impenitenti non rimarranno all’inferno per l’eternità. Il nostro unico Iddio, sempre clemente, ha previsto per loro una misericordiosa seconda morte, che li libererà delle sofferenze del “fuoco eterno, preparato”, si badi bene, “per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25, 41) ribelli. No, nemmeno lo Spirito eterno può preservarci dalla prima morte corporale; anche se in Gesù gli imperativi dello Spirito hanno sempre prevalso sulle esigenze del corpo, ciò nonostante la morte corporale non l’ha risparmiato; sì, persino l’eterna Parola creatrice d’Iddio, che per amore si abbassò alla mortale condizione umana, per poi, risorgendo, elevarci fino a Lui, assunse perciò stesso anche la prima morte, intrinseca ad ogni economia corporale, a qualsiasi forma di vita terrestre; infatti, non solo gli esseri umani, ma l’intera creazione, ci rivela Paolo, attende di essere liberata dalla sua vana caducità (Cfr. Rm 8, 19-22). E proprio perché tutti dobbiamo passare attraverso la prima morte corporale, a cos’altro si riferisce il beato apostolo sofferente, se non alla seconda morte, quando nella Lettera ai Romani scrive: “Il” meritato “salario (opsOnion) del peccato” impenitente “è la morte; ma il dono d’Iddio è la vita eterna” (Rm 6, 23)? Così quando Paolo scrive: “Se vivete secondo” gli esclusivi “desideri carnali, voi morirete” (Rm 8, 13), è implicito che si riferisce alla seconda morte in “anima e corpo” (Mt 10, 28) risorto, ”alla morte in eterno” (Gv 8, 51; cfr. 11, 26), dato che la prima morte corporale riguarda anche coloro che saranno giustificati e poi, risorgendo, godranno della vita eterna, assieme al “Messia Gesù nostro Signore” (Rm 6, 23). Sì, per noi non c’è altra strada; anche per risorgere per sempre, prima bisogna morire, è ovvio, com’è certo dalle Scritture che coloro che risorgeranno per la “condanna” (Gv 5, 29) finiranno poi nel “fuoco eterno” (Mt 25, 41), nel “fuoco inestinguibile” (Mt 3, 12; Lc 3, 17); ma, sempre rimettendoci alle Scritture, pur rimanendo di sicuro “eterno ed inestinguibile” il fuoco della dannazione, l’eternità escatologica della pena infernale riguarda soltanto “il Diavolo”, colui che si presenta sempre sotto mentite spoglie, e “i suoi angeli” (Mt 25, 41) rivoltosi, i suoi, altrettanto invisibili, spiriti immondi, che, come il loro satanico caporione, non avendo corpo, ma andando in cerca, tra gli esseri umani, d’altri corpi compiacenti, sono stati per l’appunto creati immortali, e loro sì, “saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli” (Ap 20, 10). Mentre per quanto concerne gli esseri umani, sarà l’apostolo più amato da Gesù, sarà ancora una volta Giovanni nella sua visionaria Apocalisse, a rivelarci, in modo esplicito, che soltanto chi supererà positivamente il giudizio universale “non sarà colpito dalla seconda morte” (Ap 2, 11), quando, a cose fatte, si dirà: “La morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato” e punito “secondo le sue opere (sic); poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco; questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco”, in cui avverrà, quindi, anche l’eliminazione della morte e dello stesso inferno, predisposto per gli impenitenti. “Chi non era scritto nel libro della vita” eterna “fu gettato nello stagno di fuoco” (Ap 20, 1315), perché “per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori” impenitenti, “è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la” misericordiosa “seconda morte” (Ap 21, 8) in anima e corpo risorto. Saranno dunque salvati soltanto gli eletti, coloro che, ancor prima della creazione del mondo in divenire, erano già inscritti “nel libro della vita” (Ap 20, 15) eterna; ma nessun peccatore impenitente, prevede Paolo, ha il diritto d’obiettare, confondendo così la Sua prescienza con una Sua supposta ed indebita predeterminazione: “Allora perché” Iddio “continua a rimproverarci? Chi può infatti resistere alla Sua intenzione (boulEma)?” (Rm 9, 19), perché, ripetiamolo, Egli non ha mai comandato a nessuno di peccare (Cfr. Sir 15, 20) ed ha posto tutti gli esseri umani nella stessa condizione di partenza: li ha creati tutti “con la medesima pasta (phurama) ” (Idem, 21), sono tutti esseri di carne, tutti “inclini al male fin dall’adolescenza” (Gn 8, 21). “Oserà forse dire l’oggetto plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?” (Rm 9, 20). La tua opera non ha manichi (Cfr. Es 45, 9) tali da poter essere afferrata soltanto dal bene; ma se Iddio avesse creato soltanto uomini buoni e tali da poter amare soltanto Lui e il prossimo, allora, senza aver mai conosciuto il male e i loro adepti, non potrebbe esserci nessuna verifica sull’effettiva solidità della loro fede nell’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva. “Forse il vasaio” riprende a chiedere Paolo, “non ha piena disponibilità sull'argilla, così da fare, con la medesima pasta (sic), un vaso”, che, certo per grazia ricevuta, ma anche per corrisposta chiamata, per sua obbediente e perseverante scelta


soggettiva, andrà “verso (eis) l’onore, ed uno” che, sempre per sua reiterata e soggettiva disobbedienza e malvagità impenitente, sarà abbandonato a se stesso e quindi a Satana ed andrà dunque “verso (eis) il disonore?” (Idem, 21); oppure, dato che il Vasaio in questione già conosce tutto in anticipo, non dovrebbe nemmeno plasmare quel vaso che, di sicuro e per suo libero arbitrio, si riempirà e sarà ancor più da Satana riempito di disonore? E che poi nessun corpo umano sia dal Signor Iddio predeterminato a raccogliere necessariamente disonore e divina indignazione, ce l’aveva gia rivelato l’Apostolo scrivendo: “Con la tua durezza e col tuo cuore impenitente (sic) ”, proprio “tu accumuli indignazione su di te” (Rm 2, 5), anche se poi, e soltanto dapprima, Iddio ti “sopporta con molta pazienza” (Rm 9, 22); quindi, essendo anche detto che ti “sopporta”, non fu certo Lui a crearti in modo che tu possa poi giungere alla prevista risurrezione per la condanna. No, sei tu che poi ti riempi il cuore con le tue buone o malvagie intenzioni ed azioni, che poi continueranno, in modo similare, ad uscirti dall’interno, a sgorgare dal tuo profondo e personale sentire. “Dal di dentro, infatti”, ci ricordò il Messia d’amore, “vale a dire dal cuore degli esseri umani, escono le intenzioni cattive, / i propositi malvagi (Mt 15, 19) /: prostituzioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, / depravazioni, false testimonianze, bestemmie (Ibidem), / malvagità, inganno, pubblica impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose malvagie escono da dentro e rendono” spiritualmente “impuro l'uomo” (Mc 7, 21-23), che così corre spedito verso la sua immancabile condanna escatologica. Certo, Iddio, che tutto conosce da sempre, ma di sicuro non travia né punisce in anticipo nessuno, “usa misericordia con chi vuole (sic) e”, abbandonandolo a se stesso e quindi a Satana (Cfr. 2 Cor 2, 11), “indurisce chi vuole (sic) ” (Rm 9, 18). Allora, “che diremo dunque? C'è forse” abuso ed “ingiustizia da parte del” Signor “Iddio? Non sia mai detto” (Idem, 14). Sì, l’iniziativa salvifica “parte” sempre “da Dio, che usa” in anticipo “misericordia” (Idem, 16) con chi sa che saprà poi pentirsi e ravvedersi, o la rifiuta con chi sa che rimarrà comunque impenitente, certo, ma, si badi bene, se la rifiuta e dunque, col Suo abbandono, indurisce e condanna, allora Colui che è “lento all’ira” (Es 34, 6) lo fa sempre dopo aver a lungo tollerato; poiché, come ci avvertì Pietro (Cfr. 2 Pt 3, 16), si rischia sempre di stravolgere il discorso di Paolo, se non si collocano testualmente le sue ellittiche citazioni scritturali; ed in effetti, al riguardo, Paolo argomenta di seguito: “Dice, infatti, la Scrittura al Faraone”, già, per conto suo, ostinato e irremovibile (Cfr. Es 7, 13-14): se fin da principio Io avessi steso la mano per colpire te e il tuo popolo con la peste (sic), tu saresti ormai cancellato dalla terra, invece “ti ho fatto alzare (exegeirO)” dalla sesta piaga, ti ho lasciato vivere soltanto per poi inviare a te ed al tuo popolo altri flagelli, “per” poi infine “manifestare su di te la Mia” risolutiva “potenza”, richiudendo su di te e sui tuoi combattenti scelti le acque del Mar Rosso (Cfr. Es 15, 4; Dt 11, 4), “e perché il Mio nome sia” poi così “proclamato in tutta la terra” (Rm 9, 17; cfr. Es 9, 15-16). A detta di Paolo e per “la sapienza che gli era stata data” (2 Pt 3, 15) dal Risorto in persona (Cfr. 1 Cor 11, 23; 15, 3), Iddio “dunque”, sempre secondo prescienza, verità e giustizia, poiché tutte le Sue vie sono giustizia (Cfr. Dt 32, 4), non solo “usa” a priori “misericordia con chi vuole”, poiché Egli sa anche che quello poi saprà pentirsi e ravvedersi, ma, lasciando mano libera a Satana, “indurisce” anche a posteriori “chi vuole” (Rm 9, 18), vale a dire solo dopo aver prima sopportato con pazienza la sua ribellione impenitente (Cfr. Idem, 22), poiché non c’è mai divina riprovazione, abbandono e condanna senza una precedente e reiterata colpa umana. Eppure coloro che credono ad una supposta, doppia ed esclusiva predeterminazione divina obiettano, sempre citando Paolo: ma “non è tutto; c'è anche Rebecca che ebbe” due “figli” gemelli “da un solo uomo, Isacco, nostro padre” spirituale: “quando essi non erano ancora nati (sic) e” quindi “non avevano fatto ancora nulla di buono o di malvagio, perché rimanesse (menO)” a noi evidente nei secoli “il proposito (prothesis)” lungimirante “di Dio”, fondato “sull'elezione non in base alle opere, ma alla Sua chiamata, le fu detto” in profezia: “Il maggiore sarà sottomesso (douleuO) al minore”, come” infatti, a posteriori, “fu” anche “scritto: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù” (Rm 9, 10-13; Cfr. Gn 25, 23; Ml 1,2-3); dunque, ne concludono, tutto non è soltanto previsto, ma


anche già predeterminato, ancor prima della nascita d’ogni singolo essere umano. Così parrebbe, soltanto ad un frettoloso ascolto preconcetto, e quindi ed ancora una volta, fraintendo Paolo e la Scrittura da lui addotta (Cfr. 2 Pt 3, 16), poiché, collocandole nel loro originario e rispettivo contesto scritturale, ci s’accorge invece che quelle due ellittiche citazioni di Paolo, si badi bene: l’una profetica e l’altra a posteriori, travalicano entrambe il futuro individuale dei due gemelli in questione, innanzi tutto perché dai successivi capitoli di Genesi apprendiamo che il primo nato Esaù non sarà mai sottomesso, e meno che mai “schiavizzato (douleuO)” da Giacobbe; e sarebbe assurdo supporre che Paolo lo ignorasse; quei due nomi, evocati nella Lettera ai Romani, funzionano quindi da eponimi, vale a dire quali indicatori delle loro rispettive ed ancor lontane discendenze, come ci chiarisce anche il primo capitolo di Malachia, dove, ed è ciò che più importa, gli elencati interventi d’Iddio contro gli Idumei (Cfr. Ml 1, 3-5), vale a dire contro i discendenti d’Esaù, che ricevette in eredità il paese di Edom (Cfr. Gs 24, 4), seguono e non precedono le loro secolari empietà, prima così a lungo tollerate dal Signor Iddio. Per una congrua interpretazione della Lettera ai Romani, ripartiamo dunque da Genesi, soffermandoci dapprima sulla divina profezia, citata da Paolo. Dopo la morte dell’eccelso Abramo, il suo secondogenito Isacco, l’allora ormai cinquantanovenne erede spirituale della promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, “supplicò Dio per sua moglie, perché essa era sterile e Dio lo esaudì, così che sua moglie Rebecca rimase incinta” ed ebbe una gravidanza gemellare; “se non che i feti si urtavano nel ventre ed essa esclamò: se è così, perché questo? Allora andò a consultare Dio” (Gn 25, 21-22). Qui non c’è detto dove si reca Rebecca, coi suoi tre cuori che le pulsano in corpo; ma bisogna poi sempre delimitare uno spazio sacro per consultare il Signore che “riempie il cielo e la terra” (Ger 23,24) ed è dappertutto? Forse la fedele Rebecca, andò semplicemente ad appartarsi nell’armonia della natura; ma qualunque sia stato il luogo di consultazione, “Dio le rispose: due nazioni (sic) sono nel tuo ventre, e due popoli (sic) dal tuo grembo, si disperderanno; un popolo sarà forte più dell’altro e il maggiore servirà il minore” (Gn 25, 23). Prendiamo anche atto, per inciso ed onde evitare una lettura esclusivamente patriarcale della Bibbia ebraica, che, anche a nostro attuale insegnamento (Cfr. Rm 15, 4), quest’oracolo divino è rivolto ad una donna, e per giunta senza l’intercessione di un angelo. Rebecca, preoccupata per i due nascituri che si contendono lo stesso grembo, vuole spiegazioni sull’immediato futuro di due singole vite, ma il nostro unico Iddio allunga di diversi secoli la portata della Sua risposta, parlandole non di due nascituri, ma di due “popoli” che si contenderanno non più l’uso itinerante, ma lo stabile possesso della terra loro assegnata; e questo avverrà soltanto quando gli Israeliti, i discendenti di Giacobbe/Israele, addirittura circa sette secoli dopo, col loro re Davide, asserviranno gli Idumei, i discendenti di Esaù (Cfr. 2 Sam 8, 13-14; 2 Re 14, 7; Ez 35, 1-15), quegli stessi Idumei che poi il prode Giuda “umiliò, impadronendosi” anche “delle loro spoglie” (1 Mc 5, 3). Fu così che Rebecca capì quantomeno, e si comporterà poi, di conseguenza, in piena autonomia dal marito, che la fede giustificante, ereditata da Abramo, non passerà attraverso il figlio “maggiore”, vale a dire il primo che nascerà tra i suoi due gemelli; e da quella stessa profezia noi dobbiamo dedurne che la divina elezione non s’adegua al diritto di primogenitura, ma si stabilisce sulla preveggenza di Colui che chiama (Cfr. Rm 9, 11); Colui che, conoscendo in anticipo tutto ciò che avverrà, “usa misericordia con chi vuole ed indurisce” pure “chi vuole” (Idem, 18), certo, e ci mancherebbe che così non fosse, ma, ripetiamolo, come Egli usa misericordia anticipando i meriti individuali, poiché già sa che poi saranno acquisiti, quando invece abbandona a se stessi e quindi, di fatto, indurisce il cuore degli esseri umani, che egli sa già essere irrecuperabili, lo fa sempre in seconda battuta, vale a dire dopo che l’uomo o la donna in questione hanno liberamente scelto tra le due strade oblique, che Egli pone sempre di fronte a loro: la facile strada in discesa degli agi immediati o quella inerpicata, la sola che porti a Lui, “per la porta stretta” (Lc 13, 24) del Regno dei cieli, da dove non si passa col fardello degli egoismi e delle scriteriate e smodate passioni corporali.


Nascerà per primo Esaù, ma “subito dopo uscì il fratello e teneva in mano il tallone d’Esaù; fu chiamato Giacobbe” (Gn 25, 24-26). Non c’è dunque stata soluzione di continuità tra la nascita del primo e del secondogenito, eppure, la primogenitura spetta ad Esaù, che poi la venderà ad Isacco in cambio di “una minestra di lenticchie” (Idem, 29), a dimostrazione di quanto poco tenesse Esaù all’eredità religiosa di sommo sacerdote patriarcale; e, infatti, la paolina Lettera agli Ebrei, parlandoci d’Esaù, lo definirà un “profanatore, che in cambio di una sola pietanza vendette la sua primogenitura; e voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, perché non riuscì a far cambiare parere al padre, sebbene glielo richiedesse con lacrime” (Eb 12, 1617), e nonostante che quella benedizione, carpita da Giacobbe con l’inganno organizzato da Rebecca, memore della divina profezia a lei solo indirizzata, fosse stata espressa, suo malgrado, dal padre Isacco ormai quasi cieco; vendita del diritto di primogenitura che, si badi bene, avverrà in assenza di testimoni, e quindi non sarà effettuale per quanto riguarda i beni materiali. Prova ne sia che poi Esaù riceverà in eredità tutti i greggi e gli altri beni mobili del padre Isacco, compresa la parte spettante a Giacobbe, che invece, per sfuggire alla vendetta di Esaù (Cfr. Gn 27, 41), dovrà andarsene a mani vuote “in Paddan-Aram, presso Làbano” (Gn 28, 5), nell’Alta Mesopotamia, nel “paese degli orientali” (Gn 29, 1). Od ancor prima, fu forse Iddio a costringere il poi materialmente beneficiato Esaù a prendersi due mogli ittite e dunque politeiste, che, ovviamente, “furono causa d’intima amarezza per Isacco e per Rebecca” (Gn 26, 35)? Non sia mai detto. “Non dire: Egli mi ha sviato, perché Egli non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abominio, ed esso”, di conseguenza, “non è” nemmeno mai “voluto da chi teme”, a differenza di quanto fece Esaù, l’immancabile giustizia definitiva di “Dio” (Sir 15, 12-13). E non si può nemmeno sostenere che Iddio, il paziente per suprema eccellenza, punì subito quaggiù Esaù e la sua spuria discendenza per queste sue acclarate empietà; anzi, nel libro di Giosuè, Iddio stesso ci ricorderà: “Assegnai a Esaù”, vale a dire ai suoi discendenti, “il possesso fondiario delle montagne di Seir” (Gs 24, 4), che diverrà il paese di Edom, a Sud del mar Morto e a Ovest dell’Arabia, dunque al di fuori del paese di Canaan (Cfr. Gn 36, 6), il futuro paese d’Israele; mentre invece il sempre nomade Giacobbe non ricevette in possesso alcuna terra, né dapprima si moltiplicò di molto la sua prima discendenza, finché, nell’esiguo “numero di settanta persone” (Dt 10, 22), “i suoi” discendenti “scesero” poi “in Egitto” (Gs 24, 4) per sfuggire alla carestia, e dove rimarranno in schiavitù per più di quattro secoli (Cfr. Es 12, 40). Certo, nella Sua infallibile prescienza, Iddio scelse Giacobbe e la sua discendenza, e li sosterrà spiritualmente nelle loro prove più ardue, ma, si badi bene, li “tratterà” anche “secondo la” loro “condotta”, li “ripagherà secondo le” loro “azioni” (Os 12, 4), li tratterà sempre con l’amore e il rigore di un buon padre di famiglia, che vuol educare al meglio la sua prole. Insomma, come ci avvertì l’apostolo Pietro, quando si stravolge qualche punto delle Lettere di Paolo, si fraintendono anche “altre parti della Scrittura” (2 Pt 3, 16) ad esso connesse. Paolo sa che “un giorno solo davanti al Signore è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (Idem, 8: cfr. Sal 90, 4), e per meglio sottolineare, non certo la predeterminazione, ma la prescienza e l’ineguagliabile longanimità del Signore, unisce di seguito l’ultima parte della profezia che Iddio rivolse alla gestante Rebecca: “Il maggiore sarà sottomesso al minore” (Rm 9, 12; Gn 25, 23), da leggersi con Genesi: “L’empia discendenza del figlio maggiore sarà poi, per i suoi secolari demeriti, sottomessa a quella del minore”, con una constatazione a posteriori tratta da Malachia, profeta vissuto nella seconda metà del quinto secolo avanti Cristo, in cui il Signore, usando come eponimi i due figli d’Isacco e Rebecca, ricorda agli Israeliti: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù” (Rm 9, 13; Ml 1,2-3), sottinteso: nelle loro rispettive discendenze; affermazione con la quale, quando si sono già evidenziati i meriti e demeriti degli uni e degli altri, Iddio, che usa misericordia in anticipo, ma abbandona e quindi indurisce e punisce sempre e soltanto a posteriori, dopo aver a lungo sopportato le persistenti colpe degli esseri umani, sempre nel libro di Malachia, invita anche subito dopo gli Israeliti a riconoscere che non fu per i loro meriti, ma per amore del loro patriarca Giacobbe/Israele, quindi, ed ancora una volta, a causa dei padri (Cfr. Rm 11, 28), che Egli li ha di volta in volta protetti e puniti come un padre: “Se Io sono Padre”, il Padre vostro relazionale, “il mio onore dov’è? Se io sono Signore dov’è il


timore” della Mia definitiva giustizia? (Ml 1, 6), e che, dunque, se i loro sacerdoti avessero continuato col “profanare l’alleanza dei” loro “padri” (Ml 2, 10) spirituali e non avessero posto termine alle loro empietà cultuali, li avrebbe puniti come, dopo tanta sopportazione, punì i discendenti di Esaù, facendo infine del loro territorio “un deserto” (Ml 1, 3). E sempre perché davanti a Lui “mille anni sono come il giorno di ieri ch’è passato” (Sal 90, 4), poco più avanti, affinché non confondano la paziente tolleranza con l’ingiustizia, Egli annuncia pure, agli eredi della fede d’Abramo nel Lieto Annuncio e sempre per bocca di Malachia, sia la lontana venuta di Giovanni Battista -un novello Elia (Cfr. Ml 3, 2224; Mc 9, 11-13; Mt 11, 14; 17, 11-13; Lc 1, 17), “un messaggero che preparerà la via” (Ml 3, 1) al “Dio della giustizia” (Ml 2, 17) evangelica ed escatologica, all’eterna “Parola” creatrice d’Iddio che “divenne” esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale, a Gesù il Messia, colui che inaugurerà la promessa ed eterna risurrezione dei giusti- e persino sia il lontanissimo giorno del Giudizio universale (Cfr. Ml 3, 13-21), in cui quello stesso Messia d’amore, crocifisso e risorto, e che ora siede alla “destra d’Iddio” (Rm 8, 34), s’ergerà, “con potenza” (Rm 1, 4), ad universale Giudice delegato (Cfr. At 10, 42; Rm 2, 16). Prima però d’arrivare al Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, sempre seguendo la storia scritturale della salvezza e della perdizione, dobbiamo ripartire da Giacobbe, al quale Iddio insegnò in seguito, seppur a modo Suo, il dovere della pietà, per poi, come stiamo per indicare, sospenderlo per i suoi lontani discendenti durante la conquista della terra promessa; quindi, facciamo un passo indietro ed a proposito del ritorno di Giacobbe dal “paese degli orientali” (Gn 29, 1) in terra di Canaan, tralasciando i suoi accorgimenti tattici per rabbonire Esaù (Cfr. Gn 32, 4-22), che servono soltanto a precisarci, in modo inconfutabile, come lui, personalmente, non lo sottomise proprio per nulla, soffermiamoci piuttosto su un successivo e misterioso episodio, che, come vedremo, si dimostrerà di fondamentale importanza teologica per i secoli a venire: il passaggio notturno dello Iabbok, oggi chiamato Nahr Ez-Zerqa, “fiume azzurro”, quel precipitoso affluente orientale del Giordano, che, si badi bene, circa mezzo millennio dopo, stabilirà poi, tra dirupi e cascate, il confine naturale e statale della terra promessa, e finalmente conquistata da Giosuè (Cfr. Gs 12, 2; Nm 21, 24; Dt 2, 37 e 3, 16; Gdc 11, 22). “Durante quella notte” Giacobbe “si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli”, Beniamino non era ancora nato, “e passò il guado dello Iabbok; li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi”. Poi “Giacobbe rimase solo, e un uomo (ish) lottò (abaq) ”, qualcuno si rotolò nella polvere “con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo”, quell’uomo “lo colpì all'articolazione del femore, e così” un tendine “ del femore di Giacobbe “si strappò, ma egli continuava a lottare con lui. L’uomo gli disse: lasciami andare, perché è spuntata l'aurora. Giacobbe rispose: non ti lascerò, se prima non mi avrai benedetto (sic). Gli domandò: come ti chiami? Rispose: Giacobbe. Riprese: non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele (sic), perché hai combattuto con” un emissario celeste di “Dio (sic) e con gli uomini (sic), e hai vinto! Giacobbe allora gli chiese: dimmi il tuo nome. Gli rispose: perché mi chiedi il nome? E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Peniel”, che significa: volto di Dio; “perché - disse - ho visto” un emissario celeste di “Dio a faccia a faccia”, ho lottato con lui, “eppure la mia vita è rimasta salva”, per Sua evidente misericordia. “Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Peniel e zoppicava all'anca” (Gn 32, 23-32). Chiariamo subito, col profeta Osea e come abbiamo già interpolato, che qui non si tratta di una vera e propria personificazione del Signor Iddio quanto di un Suo angelo, che per l’appunto ha assunto sembianze umane; a Peniel, Giacobbe “lottò con Dio”, vale a dire “si rotolò nella polvere con l'angelo e vinse (sic) ”; poi “pianse (sic) e lo supplicò (sic) ”, nonostante avesse vinto, quindi Giacobbe si rese anche conto che quell’angelo lo lasciò vincere. “Poi Dio lo ritrovò in Betel e là gli parlò” (Os 12, 4-5) e gli disse: “A te assegno” in uso “il paese che già assegnai” in uso “ad Abramo e ad Isacco; e alla tua” lontana “stirpe dopo di te darò” infine “il paese” (Gn 35, 12) in esclusivo possesso, poiché allora la tua discendenza combatterà “con gli uomini” (Gn 32, 29) e, col Mio aiuto, li vincerà; ma perché dunque, appena mette piede su quella terra che poi diverrà il paese d’Israele, Giacobbe si ritrova a lottare


con un emissario d’Iddio? E soprattutto, perché Iddio lascia vincere Giacobbe, che in ogni modo non poteva essere più forte di un angelo? Ci risponde Sapienza in quel passo in cui c’è rivelato che Iddio “gli assegnò la vittoria in una lotta dura” con un angelo, al già superato guado dello Iabbok, “perché sapesse che”, per l’attuale ed eterna salvezza, “la” pratica della “pietà (sic) è più potente di tutto” (Sap 10, 12); fu dunque la misericordia d’Iddio ad assegnargli la vittoria sull’angelo affinché imparasse a sua volta ad essere misericordioso; ma poi non eserciteranno di sicuro la pietà i suoi due collerici figli Simeone e Levi, quando decideranno, si badi bene: contro il volere di Giacobbe, di compiere, per sproporzionata rappresaglia e dopo lo stupro subito da Dina, quella prima carneficina degli Evei di Sichem, uccidendone, “con astuzia” (Gn 34, 16) ed inganno, “tutti i maschi” (Idem, 25), che, come da loro richiesto e per vivere in pace, si erano appena fatti circoncidere; e poi, assieme agli altri “figli di Giacobbe, saccheggiarono la città, perché quelli”, dicevano, anche se lo fece soltanto uno di loro, “avevano disonorato la loro sorella; presero così i loro greggi, i loro armenti, i loro asini e tutto quello che vi era nella città e nella campagna” circostante, insomma, “portarono via come bottino tutte le loro proprietà, tutti i loro piccoli e le loro donne” (Idem, 27-29); e tutto questo renderà il clan d’Israele “odioso agli abitanti del paese, ai Cananei e ai Perizziti, mentre Giacobbe/Israele aveva pochi uomini” (Gn 34, 30) per potersi difendere da tutti loro, e dovrà così lasciare “quella porzione di campagna” (Es 33, 19) -che aveva regolarmente acquistato a Sichem, “per cento pezzi d’argento” (Ibidem), e che i suoi figli impazienti (sic) già consideravano terra d’Israele (Cfr. Gn 34, 7) - e riprendere il suo peregrinare; e così poi, in punto di morte Giacobbe/Israele maledirà profeticamente “la collera” sproporzionata di Simeone e Levi, “perché violenta, e il loro furore, perché crudele” (Gn 49, 7); sicché poi, per quella loro esagerata ed odiosa rappresaglia e mancanza di pietà, per quel loro metodico saccheggio, con riduzione in schiavitù delle donne e dei bambini di Sichem, i discendenti di Giacobbe/Israele saranno ripagati “secondo le” loro “azioni” (Os 12, 4), e, gira e rigira, si ritroveranno poi schiavi in Egitto, dove erano scesi, per sfuggire la carestia, “in numero di settanta persone” (Dt 10, 22), per poi divenire seicentomila, dopo circa altri “quattrocentotrenta anni” (Es 12, 40) ed essere infine liberati da quella schiavitù con l’eccelso Mosè, che li condurrà verso la terra promessa. Ora, soffermiamoci quindi ed infine su Mosè, il patriarca che ricevette la composita: assertiva e proibitiva, cultuale e punitiva Legge d’Iddio, così spesso evocata nella Lettera ai Romani, e in tanti altri scritti di Paolo, in accezioni spesso contrastanti ed apparentemente persino contraddittorie, se non si tiene conto del fatto che, pur usando lo stesso ed unico termine: “Legge”, d’altronde al pari di Gesù il Messia (Cfr. Mt 5, 17; 22, 40; Lc 16, 17; Gv 5, 45-47), che per primo lo usò in sottaciuta duplice accezione: assertiva e proibitiva, Paolo distingue pure, anche se solo contestualmente e non in modo esplicito, tra un vero assoluto, assertivo e proibitivo, valido in ogni tempo e luogo, ed un vero storico relativo, concernente le successive norme cultuali e le terrene, ed altrettanto transitorie, punizioni comunitarie, che vanno a costituire la storica Legge cultuale e punitiva; ma ancor prima d’esemplificare, facendo ricorso a tutte le Lettere di Paolo, quest’imprescindibile e sempre implicita distinzione semantica sull’aspetto normativo della Torah, per il quale fu detto: “Vi sarà un’unica Legge per il nativo e per il forestiero, che risiede tra di voi” (Es 12, 49), rileggiamoci uno strano episodio biblico che precede la storica e ripetuta emissione della composita, prima duplice e poi quadruplice, Legge d’Iddio che, per l’appunto, prima di essere amplificata con minuziose prescrizioni cultuali e pure dettagliata in corrispettive punizioni comunitarie, fu consegnata, soltanto in forma assertiva e proibitiva, su due sole tavole di pietra nelle mani di Mosè. “Il Signore disse a Mosè in Madian: va’, torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita” (Es 4, 19), poiché, come si ricorderà, Mosè, che, in difesa di un Israelita, aveva ucciso una prevaricatrice guardia faraonica, aveva dovuto fuggire dall’Egitto e rifugiarsi nella penisola siniaca per evitare la pena capitale. “Mosè prese” dunque “la moglie e i figli, li fece salire su un asino e tornò nel paese d’Egitto, impugnando il” prodigioso “bastone che aveva ricevuto da Dio” (Idem, 20). Allora, Colui che “dall’inizio annuncia la fine” (Is 46, 10), “disse a Mosè: mentre tu parti per tornare in


Egitto, sappi che tu compirai, alla presenza del Faraone, tutti i prodigi che Io ti ho messo in mano” col bastone che ti ho dato; “ma”, abbandonandolo a se stesso per sua colpa reiterata ed impenitente, “Io indurirò” ancor più “il cuore del” già ostinato (Cfr. Es 7, 13-14) “Faraone, ed egli non lascerà partire il Mio popolo” eletto e separato. “Allora tu dirai al Faraone che il Signore dice”: il popolo d’”Israele è il Mio” relazionale “figlio primogenito (sic). Io ti avevo” già “detto: lascia partire” il popolo d’Israele, “il Mio figlio” collettivo e relazionale, “perché Mi serva (sic) ” in esclusiva; “ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco, allora io faccio morire il tuo figlio primogenito” (Es 4, 20- 23); ebbene, dopo questa solenne affermazione di protettivo amore paterno nei confronti di un intero popolo, da Lui designato qual Suo “primogenito (sic) figlio” relazionale, e dopo aver annunciato un’adeguata punizione al Faraone, a più riprese disobbediente, si resta poi stupiti nel costatare che il Signor Iddio manifesta un’ostilità improvvisa, ed anche potenzialmente letale, nei confronti dello stesso Mosè, da Lui appena designato liberatore del popolo d’Israele; “mentre” Mosé “si trovava in viaggio”, si legge, infatti, in Esodo, “durante una sosta notturna (sic), il Signore gli venne contro (sic) e cercò di farlo morire (sic); quindi Zippora”, la moglie di Mosè, ”prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello toccò i piedi” a Mosè “e” gli “disse”: “Tu sei per me uno sposo di sangue. Allora”, dopo quel segno, il Signore, che prima gli era venuto contro, “si ritirò da lui. Zippora aveva detto sposo di sangue a causa della circoncisione” (Idem, 24-26) simbolica, da lei operata su Mosè, mediante la circoncisione reale del figlio. Ora, il pronto intervento della moglie Zippora, altra biblica azione risolutiva compiuta autonomamente da una donna, che percepisce da sola il volere d’Iddio, ci fa capire che Mosè, sebbene si fosse ritirato a Madian, e quindi in un ambiente monoteista, non aveva fino ad allora circonciso il figlio, probabilmente il secondogenito Eliezer (da El: “Dio”e da ezer: “aiuto”), e soprattutto, essendo stato affidato al Nilo appena nato, e poi allevato dagli egiziani, non era ancora egli stesso circonciso, non aveva ancora ricevuto il segno che stabiliva l’appartenenza alla discendenza corporale d’Abramo, quindi l’assunzione di quella prima Alleanza, che, come ripeteremo, fu elargita in vista della terra (sic) promessa e non della Gerusalemme celeste. Nel frattempo, “il Signore” aveva ordinato “ad Aronne: va incontro a Mosè nel deserto! Andò e lo incontrò al monte di Dio”, vale a dire presso il Sinai, “e lo baciò” (Idem, 27). Allora Mosè rimandò a Madian, i figli e la moglie (Cfr. Es 18, 2), ed assieme al fratello Aronne tornerà poi in Egitto a preparare il solo umanamente impossibile esodo verso la terra promessa, che, si badi bene: come ogni altra promessa d’Iddio, sarà loro conferita per grazia e non per merito. “No”, dirà, infatti, il Signore al popolo d’Israele, “tu non entri in possesso del loro paese a causa della tua (sic) giustizia, né per la rettitudine del tuo cuore; ma il Signore tuo Dio scaccia quelle nazioni dinanzi a te per la loro (sic) malvagità” impenitente “e per mantenere la parola che il Signore ha giurato ai tuoi padri (sic), ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe. Sappi dunque che non a causa della tua giustizia il Signore tuo Dio ti dà il possesso di questo fertile paese; anzi tu sei un popolo di dura cervice” (Dt 9, 56), né più né meno di tutti gli altri popoli, poiché -serve ricordarlo per non cadere nel solito, e tuttora non sempre soltanto carsico, antigiudaismo teologico- anche tra le altre genti sarà salvato soltanto un resto eletto per grazia, e soltanto grazie all’universale intercessione del Messia Gesù. Ebbene, leggendo che nottetempo “il Signore venne contro” Mosè “e cercò di farlo morire” (Es 4, 24), non possiamo non ricordare la lotta notturna che Giacobbe dovette sostenere con l’angelo, sulla riva occidentale dello Iabbok, appena tornò a metter piede su quella che, tanti secoli dopo, diverrà la terra promessa: il paese d’Israele; ma mentre in quel caso, come abbiamo già precisato, Iddio volle insegnare al patriarca Giacobbe, rinominato Israele, “che la pietà”, praticata quaggiù, “è” poi lassù “più potente di tutto” (Sap 10, 12), e quindi, di fatto, lo circoncise nel cuore anche rispetto agli esseri umani, ma non si dimostreranno poi disposti alla pietà i suoi figli Simeone e Levi, questa volta Egli si limita ad esigere, per il patriarca Mosè, soltanto l’equivalente di una circoncisione del prepuzio, forse perché, per storiche necessità e, si badi bene, col Suo beneplacito, sia Mosè, durante l’esodo, e sia Giosuè nella conquista della terra promessa -pur entrambi circoncisi nel cuore rispetto al Signor Iddio, per cui ognuno di loro Lo amerà e quindi Gli obbedirà con tutto se stesso- dovranno spesso esimersi dall’esercitare “il potere” escatologico dell’umana pietà verso i


loro simili, il meta-storico valore della compassione e del perdono, che soltanto col Messia d’amore tornerà in prioritario, doveroso ed imprescindibile vigore, per l’ottenimento della giustificazione escatologica: “Perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe; ma se voi non perdonate” coloro che vi hanno in qualche modo offeso, “neppure il Padre vostro celeste perdonerà le vostre colpe” (Mc 11, 25-26; cfr. Mt 6, 12. 14; Lc 6, 37; 11, 4), poiché lassù “il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia” (Gc 2, 13) coi propri simili. Sì, per la storica conquista della terra promessa, per l’affermazione statale del primo popolo monoteista, il nostro sempre dialettico Iddio, che, coltivando gli esseri umani con le Sue parole direttrici, si adeguò con gradualità ai loro tempi, dapprima improntati alla durezza dei cuori (Cfr. Mt 19, 8), accantonerà temporaneamente persino la pietà, ed anzi imporrà Lui stesso al popolo d’Israele il sistematico genocidio, lo “sterminio” incondizionato delle intere famiglie dei politeisti residenti nel paese di Canaan, “affinché”, gli fu persino detto, “il Signore (...) ti conceda misericordia, abbia pietà di te (sic) e ti moltiplichi come ha giurato ai tuoi padri (sic) ” (Dt 13, 18). Certo, rivolgendosi a Mosè, Iddio porrà dapprima un limite al popolo d’Israele nell’uccisione dei nemici che, si badi bene, non risiedevano nella terra promessa, ma rimanevano pur sempre da assoggettare: “Quando ti avvicinerai ad una città per attaccarla”, si legge nel Deuteronomio, “le offrirai prima la pace; se quella città accetta la tua offerta e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà (sic), ma se non vuol far la pace con te e vorrà la guerra, allora tu l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà posta nelle tue mani, ne colpirai tutti i maschi (sic) a filo di spada; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda (sic) ” (Dt 20, 10-14); ma poi, per Giosuè, ed è quello che ci preme sottolineare, dovrà rimanere invece totale lo sterminio dei popoli che risiedono in Canaan: “Soltanto nelle città di questi popoli, città che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri (sic); ma li voterai allo sterminio (sic): cioè gli Hittiti, i Cananei, i Perezziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi, e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio” (Idem, 16-18). Così, già nelle steppe di Moab, un mese dopo la morte d’Aronne ed alla presenza di Mosè, il popolo d’“Israele fece un voto al Signore e disse: se tu mi metti nelle mani questo popolo, le loro città saranno da me votate allo sterminio (sic). Il Signore ascoltò la voce” del popolo “d’Israele e gli mise nelle mani i Cananei”; così, il popolo d’”Israele votò allo sterminio i Cananei e le loro città, e quel luogo fu chiamato Corma” (Nm 21, 2-3), che significa per l’appunto “consacrato allo sterminio”; e nel Levitico si preciserà: “Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte (sic) ” (Lv 27, 29); così nel Deuteronomio si ricorda: “In quel tempo prendemmo tutte le città” di Sicon, re di Chesbon e di Og, re di Basan, “e votammo allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini; non vi lasciammo alcun superstite” (Dt 2, 34; 3, 6); e, ad eccezione dell’eletta “Raab, la meretrice”, che, “per fede”, accolse “con pace” i loro “esploratori” (Eb 11, 31), “votarono poi allo sterminio, passando a filo di spada, ogni essere vivente (sic) che era nella città” di Gerico, “dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino i buoi, gli arieti e gli asini” (Gs 6, 21). Poi votarono “allo sterminio tutti gli abitanti di Ai” (Gs 8, 26), dei quali però presero il bestiame come bottino; mentre furono invece risparmiati gli abitanti di Gabaon, Chefira, Beerot e Kiriat-Iarim, che si lasciarono sottomettere senza combattere, sicché “Giosué li costituì tagliatori di legna e portatori d’acqua per la comunità e per l’altare del Signore” (Gs 9, 27); ma poi gli Israeliti passarono a filo di spada “ogni essere vivente (sic) che era in Makkeda” (Gs 10, 28), “Lachis” (Idem, 35), “Eglon” (Idem, 37), “Ebron, Libna e Debir” (Idem, 39), “Azor” (Gs 11, 11), ecc. Insomma, “Giosuè batté tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano e le pendici”, ed abbattendo “tutti i loro re, non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira (sic), come aveva comandato (sic) il Signore, Dio d’Israele” (Gs 10, 40). Mentre Saul, al quale il Signore aveva detto tramite il profeta Samuele: “Colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione (sic) per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti (sic), buoi e pecore, cammelli


e asini” (1 Sam 15, 3), sarà destituito dalle sue funzioni di re d’Israele, proprio perché, conquistando la città di Amalek, “passò” sì “a filo di spada tutto il popolo (sic) ” (Idem, 8), ma, per regale solidarietà, non tolse poi la vita al suo re Agag, e risparmiò pure “il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, quelli non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio” soltanto “tutto il bestiame scadente e patito” (Idem, 9). Ora, per comprendere queste orribili carneficine, che solo oggi noi definiremmo crimini contro l’umanità, non possiamo esimerci da almeno quattro considerazioni: primo, lo sterminio, seppur parziale, dei nemici era, da millenni, anche se di solito sottaciuto, poiché la storia antica, e sovente non solo quella, è sempre stata scritta dai vincitori, una qual sorta di deterrente praticato dai conquistatori per scoraggiare successive rivolte; secondo, l’argomentazione scritturale addotta per giustificare quei genocidi è sempre imperniata sulla necessità di preservare il popolo ebraico dalle contaminazioni coi costumi politeisti (Cfr. Dt 20, 16-18; Lv 18, 3, 24-25; ecc.); terzo, nella Sua giustizia escatologica, sicuramente Iddio non mancherà di premiare con la vita eterna, tutti i bambini e le bambine, e quei pochi giusti e giuste, che gli Israeliti non potevano certo riconoscere durante quelle loro meticolose carneficine, e che pur dovevano esserci tra quei popoli, poiché, anche tra coloro che non hanno ricevuto la Legge d’Iddio, ci avvertì Paolo, c’è chi, per natura e grazie a Lui, ama il prossimo ed opera il bene (Cfr. Rm 2, 14-16; 13, 8); quarto e si badi bene, proprio “a Sichem” (Gs 24, 1), guarda caso, proprio là dove cinque secoli prima, Simeone e Levi, avevano compiuto il primo, e quello fu deprecato e maledetto, sterminio per vendicare lo stupro di Dina, Giosué, a conquista avvenuta e dopo aver distribuito la terra promessa tra le tribù d’Israele, “ormai vecchio ed avanti negli anni” (Gs 23, 1), convocò un assemblea plenaria di tutti gli Israeliti che vivevano qua e là nel paese, per farli testimoniare e giurare contro se stessi (sic), come già il Signor Iddio aveva preso “il cielo e la terra, a testimoni contro di” (Dt 30, 18) loro, e per le loro trasgressioni della Sua Legge proibitiva, cultuale e punitiva. In quella storica occasione, dopo aver elencato, partendo da Abramo, i principali avvenimenti che testimoniano come il successo da loro ottenuto sia stato opera d’Iddio, Giosué disse: “Iddio vi ha dato una terra, che voi non avevate lavorato, ed ora abitate in città che voi non avete costruito, e voi mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantato. Temete dunque” la giustizia del “Signore e serviteLo con integrità e fedeltà; eliminate gli dèi che i vostri padri” carnali, quelli che non ereditarono la fede d’Abramo, “servirono oltre il fiume” Giordano (Cfr. Dt 30, 18) “e in Egitto” (...). Allora il popolo rispose e disse: lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi” (Gs 24, 15-17); ma, consapevole che essi avrebbero, alla fine, seguito altri costumi ed associato altri dèi al nostro unico Iddio, Giosué ripeté loro: “Voi non potrete servire” come dovreste, e quindi senza soluzione di continuità “il Signore, perché Egli è un Dio santo, è un Dio geloso; Egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati; se abbandonerete (sic) il Signore e servirete dèi stranieri, Egli vi si volterà contro (sic) e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà. Così il popolo disse a Giosué: no! Noi serviremo il Signore. Allora Giosué disse al popolo: voi siete testimoni, contro di voi stessi (sic), che voi avete scelto il Signore per servirLo” (Idem, 19-22) in modo esclusivo. Giosué aggiunse pure: “Siete testimoni contro di voi stessi”, poiché, come vedremo, essi dovranno anche comminare ed eseguire le comunitarie condanne a morte stabilite contro i trasgressori della proibitiva e cultuale Legge mosaica. “Risposero: siamo testimoni” (Idem, 22) contro di noi stessi. Così, dopo secoli di alterna, ma pur crescente prosperità, che raggiunse il suo apice circa “quattrocentottanta anni dopo l’uscita degli Israeliti dal paese d’Egitto” (1 Re 6, 1), forse verso il 960 a.C., con la costruzione del leggendario Tempio in muratura di Salomone, poi, qualche secolo dopo, come previsto, gli Israeliti s'allontanarono in massa dal Signore Iddio, che allora tolse loro la Sua protezione, e così, abbandonati a se stessi, furono invasi, deportati in Mesopotamia e così via, di peripezia in peripezia. Ma, non dimentichiamolo mai, tra gli Israeliti ci sono sempre stati dei giusti, eredi per grazia dell’incondizionata fede d’Abramo nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei meritevoli per grazia coadiuvante e protettiva, poiché, “se il Signore non ci avesse lasciato una” residuale “discendenza” spirituale tra gli Israeliti, ci ricorda Paolo, citando Isaia, “saremmo” tutti “divenuti come Sòdoma e resi simili a Gomorra” (Rm 9, 29; Is 1, 9).


Orbene, dopo aver rievocato tutti quegli impietosi stermini, si badi bene: perpetrati in nome e per esplicito volere del nostro Signor Iddio, ed a nostro evidente esempio di divina morale storica e relativa, dovrebbe esserci più facile distinguere, all’interno della composita ed imperitura Legge mosaica, tra vero assoluto, assertivo e proibitivo, valido in ogni tempo e luogo, e vero storico relativo, concernente le norme cultuali e le altrettanto temporanee punizioni comunitarie dei peccati, tutti equiparati a dei reati; religiose punizioni terrene che, come indicheremo, saranno poi sospese con la morte ed eterna risurrezione principiativa del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo. Tutti ricordano come, verso la fine dell’esodo, il nostro unico e sempre dialettico Signor Iddio si ritrovò per ben due volte a dover dare a Mosè lo stesso Decalogo. “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede”, per la prima volta nella storia dell’umanità, “le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, vergate per opera di Dio” (Es 31, 18). Queste “dieci parole” (Dt 10, 4) d’Iddio, assertive e proibitive, costituiscono il vero assoluto, valido in ogni tempo e luogo, ed anche se furono incise sulla pietra, sono, e rimarranno per sempre, la tabella interiore, il Codice morale di tutta l’umanità redimibile; e si badi bene, le due tavole dell’originaria Legge d’Iddio: i dieci comandamenti universali non contengono ancora nessuna comunitaria prescrizione punitiva, dunque rimangono degli imperativi morali, sottesi da due fondamentali esigenze d'amore; infatti, come poi c’insegnò il Messia (Cfr. Mc 12, 29-31, Mt 22, 37-40), la prima tavola della Legge, i primi tre comandamenti, possono essere riassunti nell'esortazione tassativa ad amare il Signor Iddio, poi ripresa nel Deuteronomio: “Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore (sic) ed il cuore della tua discendenza” spirituale, “affinché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e viva“ (Dt 30, 6) per sempre, una volta che sarai risorto; ed amare Iddio, allora come ora, significa obbedirGli, “perché in questo consiste l’amore d’Iddio, nell’osservare i Suoi comandamenti” (1 Gv 5, 3) assertivi e proibitivi; mentre la seconda tavola della Legge, gli altri sette comandamenti sono riassumibili nell'imperativo, poi esplicitato nel Levitico: “Amerai il tuo prossimo, e il forestiero dimorante fra di voi, come te stesso. Io sono il Signor Iddio” (Cfr. Lv 19, 18. 34; Rm 13, 8-10) degli uni e degli altri; ma già ciò che accompagna la prima enunciazione del Decalogo: “Tutto il popolo vedeva i tuoni, i lampi, il suono di tromba e il monte fumante” (Es 20, 18; cfr. Dt 5, 22-23; Sal 67, 7), ci lascia intravedere che, pur non essendo detto quando, tutti coloro che non rispetteranno le due tavole, assertive e proibitive, della Legge prioritaria ed universale, saranno puniti da Colui che “sopporta colpa, trasgressione e peccato degli esseri umani, senza con questo ritenerli innocenti” (Es 34, 7). Nel frattempo però, gli Israeliti, “vedendo che Mosè tardava a discendere dal monte” (Es 32, 1), si fabbricarono uno splendente vitello d’oro fuso, “e dissero: questo è il tuo dio, o Israele, che ti fece uscire dalla terra d’Egitto” (Idem, 4); un dio d’oro fuso, poiché fu anche in cambio di oro che i più ricchi tra loro lasciarono le loro case e i tutti i loro terreni in proprietà agli Egiziani (Cfr. Es 11, 2; 12, 35). “Così, “quando poi Mosè s’avvicinò all’accampamento e vide il vitello e le danze, s’accese di sdegno e gettò dalle sue mani le Tavole” dell’essenziale Legge assertiva e proibitiva, “mandandole in pezzi ai piedi del monte; quindi egli prese il vitello che avevano fabbricato, ne bruciò il piedistallo di legno e macinò la parte in oro in modo da ridurlo in polvere, lo sparse nell’acqua e lo fece trangugiare ai figli d’Israele” (Idem, 19-20). Poi gridò: “Chi si è mantenuto fedele al Signore, venga da me; e tutti i figli di Levi (sic) si raggrupparono intorno a lui. Egli disse loro: così ha parlato il Signor Iddio d’Israele, ognuno di voi cinga la propria spada; passate e ripassate attraverso l’accampamento di tenda in tenda ed uccidete” senza pietà “i peccatori, si tratti anche del proprio fratello, del proprio amico e del proprio parente. I figli di Levi eseguirono l’ordine di Mosè e caddero in quel giorno, in mezzo al popolo” d’Israele “circa tremila uomini” (Idem, 26-28), sui circa “seicentomila” (Es 12, 37) che erano, donne comprese. Poi Mosè, assumendo egli stesso una colpa che non commise, tornò alla presenza del Signore supplicando: “Perdona la loro colpa, o altrimenti cancellami dal libro”, sottinteso: della vita eterna, “che Tu hai scritto. Il Signore rispose a Mosè: colui che ha peccato contro di Me, quello” sì, Io lo “cancellerò dal Mio libro” (Idem, 32-33) dei futuri


sempre viventi, dal “libro della vita” (Ap 20, 15) eterna. “Poi il Signore disse a Mosè: taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzato. Tieniti pronto per domani mattina: domani mattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lassù per Me, in cima al monte” (Es 34, 1-2; cfr. Dt 10, 1-4); così, quando poi Mosè ritornò lassù, non solo “il Signore scrisse sulle tavole, com'era scritto prima, le dieci parole che aveva pronunciato sul monte, in mezzo al fuoco (sic), nel giorno dell'assemblea” (Dt 10, 4), ma gli furono poi comunicati man mano, prima sul monte e poi dentro la tenda della Testimonianza, circa seicento e più precetti e comandi: una lunga lista di proibizioni e tassative norme alimentari e cultuali da far rispettare, con relative e comunitarie punizioni terrene, in caso d’infrazione individuale o collettiva, in cambio del vittorioso possesso della terra a loro promessa (Cfr. Dt 6, 1-3; 8, 1): “Metti per iscritto tutte queste parole, perché, precisamente a queste condizioni (sic), Io concludo un’Alleanza con te e con tutto il popolo d'Israele. Egli trascorse là quaranta giorni e quaranta notti, in cui non mangiò pane, né bevve acqua” (Es 34,-28), poiché “l'acqua viva” (Gv 4, 10), che Iddio versava in lui, faceva sì che egli non sentisse né fame né sete; e così, ed è quello che ci preme sottolineare, allegando le punizioni comunitarie relative ad ogni trasgressione della Legge proibitiva e cultuale, Mosè redasse anche lo storico Codice penale del popolo d’Israele. Si tenga inoltre ben presente che la punitiva (sic) Legge ripetuta, la quale non cambia interiormente l’uomo e la donna, ma li lascia così come sono, dopo aver soltanto stabilito la punizione comunitaria da infliggere per ogni trasgressione della Legge proibitiva e cultuale, non fu certo emessa in vista della Gerusalemme celeste; infatti, non era prevista alcuna sociale punizione terrena per chi non rispettava la Legge assertiva, che imponeva soltanto ai giusti, per essere tali, ed essere infine lassù per sempre giustificati, giacché eredi coerenti della fede d’Abramo, anche di compiere per l’appunto “opere di pietà, secondo le prescrizioni della” prioritaria ed assertiva “Legge del Signore” (2 Cr 35, 26; cfr. 2 Cr 32, 32; Nee 13, 14) Iddio. Nella Lettera ai Romani, anche Paolo ci ricorda, infatti, coi Salmi, che “nessun uomo sarà giustificato davanti a Lui (Cfr. Sal 143, 2) in virtù delle opere della” proibitiva, cultuale e punitiva “Legge” (Rm 3, 20; cfr. Gal 2, 16) mosaica, che, d’altronde, come qualsiasi altra “legge” statale, “ha potere sull'essere umano solo per il tempo in cui egli è in vita” (Rm 7, 1); ed in effetti, la Scrittura ebraica ci precisa che il Patto d’alleanza, in base al quale viene emessa la punitiva Legge ripetuta riguarda soltanto, come accennavamo, la conquista ed il felice possesso di un paese, che sarà chiamato Israele: “Ascolta, o popolo d’Israele” i Miei comandi, “e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice, e cresciate molto di numero nel paese (sic) dove scorre il latte e il miele” (Dt 6, 3; cfr. Idem, 24); ed ancora: “Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese (sic) che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri” (Dt 8, 1); ma, come la scrupolosa osservanza delle due Tavole della Legge e dell’intera Legge ripetuta garantiva la prosperità terrena, la loro trasgressione, prima della venuta del Messia crocifisso e risorto, comportava, oltre alle specifiche punizioni comunitarie, anche delle divine punizioni terrene: “Vedi, Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” sulla terra che ti accingi ad abitare; “poiché Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le Sue vie, di osservare i Suoi comandi, le Sue leggi e le Sue norme” cultuali e punitive, “perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese (sic) che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e tu ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, Io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese (sic) di cui state per entrare in possesso passando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi (sic) il cielo e la terra. Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla Sua voce e tenendoti” spiritualmente “unito a Lui, poiché è Lui la tua vita e la tua longevità (sic), per poter così abitare sulla terra (sic) che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe” (Dt 30, 15-20).


Così, per quanto riguarda invece le individuali punizioni comunitarie, mentre il Codice morale del Decalogo “senza confini” (Sal 118, 96) esige: “Ricordati del sabato per santificarlo” (Es 20, 8), il religioso Codice penale israelita, la storica e punitiva Legge ripetuta stabilisce: “Chiunque farà un lavoro di sabato sarà messo a morte” (Es 31, 15; 35, 2). La Legge universale del Decalogo proclama: “Onora tuo padre e tua madre, perché i tuoi giorni siano lunghi sulla terra (sic) che il Signore tuo Iddio ti dà” (Es 20, 12); la Legge ripetuta con correlate e comunitarie punizioni terrene, lo storico e religioso Codice penale israelita stabilisce: “Colui che percuote” (Es 21, 15), “maltratta” (Lv 20, 9) od anche solo “maledice suo padre o sua madre: sarà messo a morte” (Es 21, 17). La prima Legge universale proibisce: “Non commetterai adulterio (Es 20, 14); la storica Legge punitiva stabilisce: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adultero e l'adultera dovranno essere messi a morte” (Lv 20, 10); chi ha un rapporto sessuale “con la matrigna” (Lv 20, 11) o “con la nuora” (Lv 20, 12), ed anche “se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutte e due hanno commesso abominio; dovranno essere messi a morte” (Lv 20, 13), e così “chiunque”, uomo o donna, “s’imbruttisce con una bestia deve essere messo a morte” (Es 22, 18; cfr. Lv 20, 15-16); ed ancora: “Se un uomo o una donna, in mezzo a voi, eserciteranno la negromanzia o la divinazione, dovranno essere messi a morte” (Lv 20, 27), e soprattutto si ricordi quella norma con cui -oltre ad avere più volte infranto il divieto lavorativo del sabato (Cfr. Gv 5, 9; Mc 2, 24; 3, 4; ecc.), poiché, a loro impietoso avviso, i Giudei integralisti considereranno i miracoli di Gesù alla stregua di prestazioni mediche- sarà, con cieca osservanza della punitiva Legge ripetuta, religiosamente maledetto e condannato (Cfr. Gv 19, 7), e poi ucciso in croce romana, quel figlio della vergine Maria dolce che era già stato designato dal cielo: operativo Figlio relazionale d’Iddio (Cfr. Mc 1, 11; Lc 3, 22; Mt 3, 17): “Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Lv 24, 16); e Gesù, poiché era anche l’eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), aveva pur giustamente, proclamato: “Io e il Padre” mio relazionale “siamo uno” (Gv 10, 30) ed anche: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8, 58). Ora, mentre, come abbiamo visto, le spaventose modalità di divina emissione della prima formulazione del Decalogo universale: tuoni e lampi, il suono della tromba ed il Sinai fumante (Cfr. Es 20, 18; Dt 5, 22-23; Sal 67, 7) ed il fuoco (Cfr. Dt 10, 4), ci rinviavano al redde rationem finale, nella sua Seconda lettera ai Corinti, Paolo ci fa invece osservare come la graduale emissione della cultuale e punitiva Legge ripetuta sia stata accompagnata da manifestazioni che n’evidenziavano il suo glorioso, quanto terreno e “transitorio” (sic) (katargeO) (2 Cor 3, 7. 11.13) carattere punitivo. Si legge, infatti, in Esodo: “Quando Mosè scese dal monte, avendo in mano le due” nuove “tavole della testimonianza, egli non sapeva che”, questa volta, “dopo che il Signore gli aveva parlato” tramite un angelo (Cfr. At 7, 38; Gal 3, 19), “la pelle del suo viso era” raggiante e “sormontata da corna” (ebraico: qaran, derivato da qeren: corno). “Aronne e tutti i figli d’Israele, vedendo che la pelle del suo viso era” raggiante e “sormontata da corna, non osavano avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò” e quando infine “si fecero avanti, egli trasmise loro tutti gli” altri “ordini che il Signore gli aveva dato sul monte Sinai; quando poi Mosè ebbe finito di parlare con loro, si pose un velo (sic) sul viso” (Es 34, 29-34). Orbene, benché san Gerolamo avesse giustamente tradotto nella sua Vulgata: “cornuta esset facies sua ex consortio sermonis Dei” (Es 34, 30), di questo punitivo Mosè cornigero sembrerebbe che se ne sia ricordato solo Michelangelo, scolpendo il suo celeberrimo Mosè con la fronte per l’appunto munita di corna. Ma, anche sottacendo questo esplicito e concreto simbolo contingente del mosaico “ministero della condanna” (2 Cor 3, 9) terrena, quel che più importa osservare è che quest’effetto straordinario non si era prodotto dopo l’antecedente conversazione che Mosè ebbe col Signor Iddio per il primo conferimento del Decalogo inciso su pietra, mentre si ripeterà ad ogni successiva comunicazione del religioso Codice penale, costituito dai circa seicento decreti e prescrizioni, che man mano riceverà, con le relative punizioni comunitarie stabilite per i trasgressori: “Quando Mosè entrava davanti al Signore nella Tenda del convegno per parlare con Lui, si toglieva il velo” e restava a viso scoperto “fino all’uscita dalla Tenda del convegno”. Poi, una volta uscito, “riferiva ai figli d’Israele ciò che gli era stato ordinato. I figli d’Israele, guardando il volto di Mosè, vedevano


che la pelle” luminosa “del suo viso era sormontata da corna. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore” (Es 34, 34-35) nella Tenda del convegno, assieme “al giovane Giosuè, figlio di Nun, il suo inserviente” ed aiutante, che svolgeva funzioni di copista, e “non si allontanava dall’interno della Tenda” (Es 33, 11). Quel velo, che il solo Mosè, parola e braccio armato d’Iddio, si poneva sul viso dopo ogni sua comunicazione del religioso Codice penale e cultuale ai figli d’Israele, serviva a nascondere il carattere transitorio di quelle sue straordinarie e simboliche corna, che sparivano di volta in volta, assieme allo splendore del suo viso, fino a quando non si rinnovava l’incontro legislativo che, tramite “l’angelo che” gli “parlava” (At 7, 38; cfr. Gal 3, 19), gli comunicava, nelle stabilite punizioni comunitarie, il vero storico relativo da trasmettere al popolo d’Israele, che per il momento doveva applicarlo come se fosse eterno vero assoluto. Ebbene, a proposito di quel velo il beato apostolo del Risorto scrive: “Se il ministero” terreno “della morte (sic), inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè”, e dapprima non gli si avvicinarono, “a causa della gloria, che pure svaniva, del suo volto, quanto più non sarà glorioso il ministero” attuale ed eterno “dello Spirito” (2 Cor 3, 7-8) d’Iddio e del risorto Messia d’amore (Cfr. Rm 8, 9)? “Se già il ministero della condanna” comunitaria “fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia” evangelica d’Iddio, coniugata nell’amore caritatevole del prossimo e del forestiero che abita presso di te. “Anzi, sotto quest'aspetto, quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovreminenza della gloria attuale”, quella della Nuova Alleanza d'eterna risurrezione dei meritevoli, per precedente e gratuita grazia coadiuvante e protettiva, se poi ci si mantiene retti; “se dunque ciò che era transitorio (sic) fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo”, e lo è in vista dell'eternità. “Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè, che poneva un velo (sic) sul suo volto, perché i figli d’Israele non vedessero la fine di ciò che era solo transitorio” (2 Cor 3, 9-13). Oltre a porre l’accento sull’aspetto transitorio del mosaico “ministero della condanna” (2 Cor 3, 9) terrena, basato sulle storiche punizioni comunitarie correlate ad ogni prescrizione cultuale e ad ogni comando proibitivo della Legge ripetuta, Paolo, con la stessa Scrittura ebraica, che proclamava: “Maledetto chi devia dai Tuoi decreti” (Sal 119, 21), non esita a definire l’insieme di quei decreti punitivi, che equiparavano ogni peccato ad un reato comunitario: una storica “maledizione” (Gal 3, 10. 13) terrena, poiché, infatti, senza grazia divina, l’uomo non riusciva da solo a rispettare tutte quelle proibizioni e quei minuziosi decreti cultuali, e si trovava così sempre esposto quaggiù al rigore della storica Legge punitiva. “Quelli che si richiamano alle opere della” proibitiva, cultuale e punitiva “Legge” mosaica, egli scrive nella Lettera ai Galati, “stanno sotto la maledizione (katara) ” terrena, vale a dire sono sempre passibili d’esecrabile punizione comunitaria, di maledizione legale, “poiché sta scritto: maledetto chiunque non rimane fedele a tutte (sic) le cose scritte nel libro della Legge per praticarle” (Gal 3, 10; cfr. Dt 27, 26). Ebbene, “Il Messia”, scrive l’Israelita Paolo, “ci ha riscattato dalla maledizione” terrena “della Legge” punitiva, poiché, pur essendo del tutto innocente, si consegnò alla lettera della Legge punitiva, “diventando, lui stesso”, con la sua ignominiosa morte in croce, “maledizione” subita “per noi”, per amor nostro, “come sta scritto: maledetto chi pende dal legno” (Gal 3, 13; cfr. Dt 21, 23); e così morì appeso (Cfr. At 5, 30) nell’umiliazione della croce; e questo tragico epilogo avvenne “affinché, mediante il Messia Gesù”, vale a dire con la sua eterna e principiativa risurrezione, ad effetto anche retroattivo per tutti i giusti che vissero prima di lui (Cfr. Eb 11, 1-40), “la benedizione d’Abramo”, estesa a tutta la sua discendenza spirituale per aver egli creduto alla promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, “arrivasse alle genti, e noi ricevessimo la promessa del” suo amorevole “Spirito (sic) ” della vita eterna (Cfr. Rm 8, 2. 9) “mediante (dia) la fede” (Gal 3, 14) nella già avvenuta e principiativa risurrezione del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, che, trasferendo nell’aldilà le punizioni connesse ad ogni impenitente “violazione della Legge” (1 Gv 3, 4; cfr. Rm 4, 7; 6, 19) proibitiva, sospendendo “il ministero della morte” (2 Cor 3, 7), il mosaico “ministero della condanna” (Idem, 9) terrena, inaugurò “il ministero dello Spirito (sic) ” (Idem, 8) d’amore, il terreno


“ministero della giustizia” (Idem, 9) evangelica, ed innescò così il graduale annullamento delle “opere del diavolo” (1 Gv 3, 8), in vista della sua definitiva sconfitta escatologica (Mt 25, 41). La punitiva Legge ripetuta, sostiene Paolo, ha dunque svolto una necessaria quanto transitoria funzione storica di “sorvegliante pedagogico (paidagOgos)” (Gal 3, 24), fino all’arrivo del Messia Gesù, “fino alla venuta della” singolare ed irripetibile “discendenza” risolutrice, “per la quale era stata fatta” ad Abramo “la promessa” (Idem, 19) dell’eterna risurrezione dei giusti, fino all’arrivo del “germoglio venuto dall’alto (sic) ” (Lc 1, 78): “Ecco, Io manderò il Mio servo Germoglio” (Zc 3, 8; cfr. Rm 15, 12; Is 11, 1. 10), che “spunterà da sé (sic)” (Zc 6, 12), essendo egli anche l’eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3); “il Germoglio giusto” che, divenuto esemplare carne mortale (Cfr. Idem, 14) nella vergine Maria dolce, poi “eserciterà la giustizia sulla terra” (Ger 23, 5), mostrando all’opera l’amore diffusivo d’Iddio per gli esseri umani: il Messia crocifisso e risorto, che, con la sua meritata risurrezione corporale, realizza in anteprima la promessa fatta ad Abramo, e fa sì che sia possibile, alla fine dei tempi, l’universale ed eterna risurrezione dell’intera discendenza spirituale d’Abramo, ed anche, ripetiamolo, dei giusti che l’hanno preceduto, perché il valore retroattivo della risurrezione messianica s’estende a tutti gli esseri umani che, da Adamo ed Eva in poi, si sono lasciati coltivare, come di sicuro fece Abele, dalle Sue parole, ed hanno così saputo comportarsi a Sua somiglianza, poiché, “pur non avendo” ancora “ricevuto le promesse, ma avendole viste con la mente (horaO) e salutate da lontano, ed essendosi riconosciuti stranieri e pellegrini sulla terra (...) essi”, con la loro anima ed in attesa della risurrezione universale, ora “aspirano ad una patria migliore, e cioè alla celeste; perciò Iddio non disdegna di chiamarsi loro Dio; infatti Egli ha preparato loro una città” (Eb 11, 13-16) futura, “la Gerusalemme liberata” (eleutheros) che “è” e sarà anche “la nostra madre” (Gal 4, 26) “patria” (Fil 3, 20). Poi, “sopraggiunta la fede” diffusiva nel crocifisso e risorto Messia d’amore, “noi non siamo più sotto un sorvegliante pedagogico” e sempre passibili di comunitarie punizioni terrene, comminate in nome della storica Legge ripetuta. ”Tutti voi” credenti, “infatti”, provenienti, sempre per chiamata individuale, sia dal giudaismo e sia dal paganesimo (Cfr. Rm 9, 24; 10, 12), “siete figli” relazionali “d’Iddio, per la fede nel Messia, Gesù, poiché essendo stati battezzati nel Messia”, vale a dire: anche in nome del Figlio (Cfr. Mt 28, 19) divenuto immortale, “vi siete rivestiti” dello Spirito eterno “del Messia” (Gal 3, 25-27) risorto, che poi di nuovo e col suo corpo integrale, s’offre pure a voi in ogni santa eucaristia, purificando la vostra “coscienza dalle” sopravvenute “opere morte” (Eb 9, 14; cfr. 1 Gv 1, 7) e fortificandovi nella pratica quotidiana delle sette virtù perfezionative: fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Così, davanti al Signor Iddio, “tutti voi siete” spiritualmente “uno (sic) (heis) nel Messia, Gesù” (Gal 3, 28); vale a dire: tramite lo Spirito d’amore che c’è stato riversato nei cuori (Cfr. Rm 5, 5; 1 Cor 2, 12; 3, 16; 6, 19; 2 Cor 4, 13; Gal 3, 2. 5: 4, 6; Tt 3, 15), voi siete quaggiù sue membra operative nella diffusione e nella pratica dell’altruistica giustizia evangelica. “Come in un solo corpo abbiamo varie membra, che non hanno tutte le medesime funzioni, così anche noi, pur essendo molti, formiamo nel” fortificante Spirito eterno del “Messia” risorto, “un solo corpo” (Rm 12, 4-5; cfr. 1 Cor 10, 17) spirituale ed operativo; da cui dovrebbe anche conseguirne che, nonostante le storiche divisioni confessionali e le loro pur numerose divergenze dottrinali, permane, “nella novità (kainotEs) dello Spirito” (Rm 7, 6) del Messia risorto (Cfr. Rm 8, 9; Gal 4, 6), un vincolo d’unione spirituale (Cfr. Gv 17, 11) ed una convergenza operativa tra tutti i cristiani del mondo. “E se appartenete al Messia, allora appartenete alla discendenza” spirituale “d’Abramo, siete eredi secondo la promessa” (Gal 3, 29) fatta ad Abramo, ed in primis mantenuta nel Messia Gesù, per sempre “nominato Figlio” immortale “di Dio”, a partire “dalla” (ek) sua eterna “risurrezione dai morti” (Rm 1, 4; cfr. At 13,, 33; Eb 1, 5; Sal 2, 7). “Quando venne la pienezza del tempo, Iddio mandò avanti (exapostellO) il Suo” designato ed operativo “Figlio” relazionale, “nato da donna, nato sotto la” punitiva “Legge” di Mosè, anche “per riscattare” con la sua morte ed eterna risurrezione “coloro” che erano “sotto la” punitiva “Legge” mosaica, “perché ricevessimo” noi tutti, che crediamo in lui, sia d’origine giudaica e sia pagana (Cfr. Rm 9, 24; 10, 12), “l'adozione” individuale “a figli” relazionali d’Iddio. “E che voi siete figli”


designati ne è prova il fatto che, mantenendo la Sua promessa, “Iddio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Suo Figlio” risorto, che grida: Abbà, Padre; quindi non sei più schiavo” del peccato, poiché soggiogato dagli elementi mondani, “ma figlio” relazionale d’Iddio; “e se sei figlio” obbediente, tu stai beneficiando dell’attuale ed eterna salvezza, tu “sei anche erede” designato del Regno dei cieli “per” grazia ed intervento di “Dio” (Gal 4, 4-7; cfr. Mc 14, 36; Mt 11, 27, Lc 10, 22; Gv 10, 30. 38; Rm 7, 6; 8, 15), tramite l’eterno Spirito coadiuvante (Cfr. Rm 8, 9-11) del “Figlio” immortale “di Dio” (Rm 1, 4). Sì, “ora, liberati dalla” sottomissione alle comunitarie punizioni terrene della “Legge” mosaica, soggettivamente “morti” rispetto alla Legge punitiva, circa “a ciò che ci teneva prigionieri” nella nostra prima vita corporale, “noi” siamo “nella novità (kainotEs) dello Spirito” di colui che fu risuscitato dai morti e dunque nell’amore, “e non più” nel timore, come avveniva “sotto il vecchio (palaiotEs)” regime “della lettera” (Rm 7, 6) punitiva della Legge di Mosè, sotto il pur “glorioso”, ma passeggero, ministero della scritturale condanna terrena (Cfr. 2 Cor 3, 7-11). D’altronde, nella sua prima vita corporale, il Messia, in nome di una precedente ed universale norma assertiva d’Iddio (Cfr. Gn 2, 24), aveva già revocato quella parte della Legge mosaica che permetteva al marito di punire la moglie con un atto di ripudio. Nel suo costitutivo discorso della Montagna, egli disse, infatti: “Fu” storicamente “dichiarato” nella punitiva Legge ripetuta “che chi ripudia sua moglie deve darle una dichiarazione scritta di ripudio (Cfr. Dt 24, 1), ma io” ora “vi dico: chiunque ripudia sua moglie, tranne il caso di prostituzione (porneia) ” o concubinato da parte sua, “la espone all'adulterio; e chi sposa una donna ripudiata, commette adulterio anche lui” (Mt 5, 31-32), perché, egli preciserà in seguito: “Fu per la vostra durezza di cuore”, del tutto simile a quella di tutte le civiltà del tempo, “che Mosè” su divino e storico mandato, “concesse a voi di ripudiare le vostre mogli; ma all’inizio (sic) non è stato così” (Mt 19, 8). “Non avete letto che il Creatore da principio li creò” rispettivamente “maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Cfr. Gn 2, 24), sicché non sono più due, ma una carne sola; quindi, quello che Iddio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19, 4-6; cfr. Mc 10, 6-9). La norma maschilista sul ripudio aveva dunque un valore religioso storico e relativo: era valida per i cuori induriti, per coloro che entrando nella terra promessa si accingevano a costituirsi in comunità territoriale e statale; ma poi Iddio annunciò per bocca d’Ezechiele: “Darò loro un cuore nuovo, Io metterò dentro di loro uno Spirito nuovo (sic); toglierò dal loro petto il cuore di pietra e ne darò loro uno di carne” (Ez 11, 19), incline all’amore, alla pietà ed al perdono del prossimo, quindi, poi, in nome di una precedente ed assertiva norma d’Iddio, in nome del vero assoluto, valido in ogni tempo e luogo, il solo che conduca alla seconda vita, Gesù, il Messia, sospende ciò che, nella planetaria arretratezza morale, fu sì concesso agli Israeliti, ma soltanto in vista della loro prosperità terrena, come d’altronde lo è tutta la prima Alleanza, dicendo: “Chi ripudia la moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio” (Lc 16, 18); e già con queste sue veridiche affermazioni, egli si esponeva ai rigori del diritto penale ebraico, poiché, come dicevamo, nella Legge ripetuta, Mosè aveva sentenziato: sia quaggiù “maledetto chi non mantiene in vigore” tutte “le parole di questa Legge” (Dt 27, 26) proibitiva, cultuale e punitiva. Gesù, “nato sotto la” punitiva “Legge” (Gal 4, 4) mosaica, ci ha dunque riscattato dalla sua avversità, dalle sue numerose maledizioni legali, dalle sue religiose punizioni terrene, proprio sottoponendosi interamente ad essa, “diventando lui stesso maledizione per noi” (Gal 3, 13), accettando la sua esecrata ed umiliante condanna a morte, ingiustamente formulata proprio in base alla lettera della punitiva Legge mosaica. “Noi abbiamo una Legge e secondo la” nostra “Legge” punitiva (Cfr. Es 31, 15; 35, 2; Lv 24, 16) “deve morire” (Gv 19, 7), sostennero i Giudei formalisti ed impietosi, in quel fatidico giorno, per crocifiggerlo, dato che, sotto l’Impero romano, non si poteva più praticare la pur prescritta lapidazione, perché, come dicevamo, sempre a loro distorto avviso, egli aveva a più riprese profanato il riposo cultuale del sabato e “perché si” era “fatto Figlio di Dio” (Ibidem) ed aveva anche dichiarato: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8, 58), e persino: “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10, 30). Così, Gesù, senza la cui morte e risurrezione,


ripetiamolo, non si darebbe risurrezione universale, non cercò di sottrarsi alla sua ignominiosa morte in croce, da lui più volte annunciata. Ad esempio, quando giunsero ad arrestarlo, “appena disse loro: “Io sono”, formula che, a nostra comprensione, affermava in realtà come, poiché eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), vi fosse in lui l’eternità del Padre suo, e come, se l’avesse voluto, per loro egli sarebbe stato, anche corporalmente, indefettibile, “essi indietreggiarono e caddero (sic) ” tutti “a terra” (Gv 18, 5), senza capire il perché di quel loro improvviso mancamento, e solo per voler suo poterono poi rialzarsi da quell’inconsapevole tracollo; e a quei due discepoli che avrebbero voluto sacrificarsi per lui, resistendo in armi al suo arresto, egli ricordò che, se l’avesse ritenuto momentaneamente opportuno, avrebbe anche potuto farsi inviare dal Padre “più di dodici legioni di angeli” (Mt 26, 53), contro le quali non ci sarebbe stata “coorte” (Gv 18, 3. 12) romana che avrebbe potuto opporsi; ma questo non rientrava nel disegno d’Iddio, poiché egli, consenziente, aggiunse pure: ma allora “come dunque si compirebbero le Scritture, che così deve avvenire?” (Mt 26, 54). Per risorgere occorre morire ed io devo morire per risorgere a favore dei giusti d’ogni tempo e luogo. “Non dovrei io bere il calice” di dolore e di morte “che mi ha dato il Padre” (Gv 18, 11) mio relazionale, per la mia eterna risurrezione principiativa, e dunque, “nella Sua benevolenza” (Ef 1, 9), per amore mio e dell’intera umanità redimibile? No, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo non si sottrasse alla sua ingiusta condanna a morte, formulata in cieca osservanza della Legge punitiva (Cfr. Gv 19, 7), ma al contrario, proclamando sempre la verità in atto, le andò incontro e l’accettò fiducioso, “in cambio della” sicura “gioia (sic) (chara) postagli davanti (prokeimai) ” (Eb 12, 2), con la promessa ed eterna risurrezione dei giusti d’ogni tempo, etnia o meticciato. Sì, Gesù fu per davvero “l’agnello puro e senza macchia” (1 Pt 1, 19) profetizzato da Isaia, l'agnello che accetta di essere condotto, anzi che va egli stesso “al macello” (Is 53, 7), che consegna “se stesso alla morte” (Is 53, 12), ”in espiazione” (Idem, 10) dei peccati commessi dai giusti “sotto la prima Alleanza” (Eb 9, 15), dato che, in un modo o nell’altro, “tutti hanno peccato” (Rm 3, 23; 5, 12; cfr. 11, 32; Gal 3, 22), ed “in remissione (aphesis) ” (Mt 26, 28) dei peccati passati di tutti coloro che credono e crederanno in lui (Cfr. At 10, 43; 13, 39). Ora, ferma restando l’eterna condanna di quei Giudei integralisti che hanno odiato il Messia e il Padre suo relazionale (Cfr. Gv 15, 18. 23-25), ed affermando che egli agiva per conto di Satana, hanno bestemmiato contro lo Spirito santo (Cfr. Mt 9, 34;.12, 24; Mc 3, 22; Lc 11, 15; 12, 10), non si dimentichi che, sulla croce, Gesù perdonò persino coloro che vollero crocifiggerlo, dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34); e sarebbe quanto mai stolto supporre che il Padre nostro relazionale non abbia poi accolto, su quella loro specifica colpa oggettiva, quella preghiera del Suo relazionale ed operativo Figlio prediletto a favore di coloro che, come poi ripeté Pietro, agirono “per ignoranza” (At 3, 17), e dunque senza responsabilità soggettiva, e men che mai essa avrebbe poi dovuto essere ritenuta ereditaria; tanto più che, applicando alla lettera la Legge punitiva su di lui, essi erano così “convinti (dokeO) di rendere un servizio (latreia)” devoto e dovuto “a Dio” (Gv 16, 2), ci dirà indirettamente lo stesso Gesù, riferendosi alla successiva, prevista e similare uccisione di alcuni suoi apostoli; tanto più che nel gran consiglio dei maggiorenti gerosolimitani, che decisero della sua sorte, si diceva: “Cosa facciamo? Quest'uomo produce molti segni e se lo lasciamo continuare ad agire così, tutti crederanno in lui”: lo proclameranno re dei giudei od ancor peggio re d’Israele, e così “verranno i Romani”, ma i Romani erano già lì, occupavano per intero l’antico paese d’Israele, quindi intendevano dire “verranno” altri (sic) “Romani” in spedizione punitiva, con tutte le loro legioni di stanza in Siria, ed assieme a quelli che già governano le nostre finanze con diritto di vita e di morte, “distruggeranno il” nostro “Luogo” santo “e la nostra comunità” (Gv 11, 47-48); tanto più che questa era senz’altro una realistica valutazione dei pericoli in cui poteva precipitare il loro paese, qualora, oltre a cominciare ad acclamarlo “re d’Israele” (Gv 12, 13) in sua assenza, fosse anche stato, contro Roma, proclamato tale dal popolo, poiché l’arrivo repressivo dell’esercito romano di stanza in Siria fu proprio ciò che accadde una cinquantina d’anni dopo, quando tre legioni romane, inviate da Nerone e comandate da Flavio Vespasiano e dal giovane Tito, restaurarono la loro pace e la loro giustizia coloniale, con lo spietato sterminio di tutti gli Israeliti che si erano ribellati all'Impero; tanto


più che, in quell’occasione decisionale, “uno di loro, di nome Caifa, che ricopriva la carica di sommo sacerdote in quell'anno, disse: voi non capite nulla e non considerate come per voi sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo, piuttosto che perisca la comunità intera; queste parole” però, ci precisa subito l’evangelista Giovanni, Caifa “non le disse da se stesso”, come espressione del suo pensiero individuale, “ma essendo egli in quell’anno sommo sacerdote”, e dunque responsabile di tutti i monoteisti esistenti, “egli”, per benevola intercessione del Signor Iddio, “profetizzò (sic) che bisognava che Gesù morisse per la comunità” giudaica, “e non soltanto per “preservare “la loro comunità” dall’incombente repressione militare, “ma anche per radunare (sunagO) in uno (sic) (heis)”, in un solo gregge (Cfr. Gv 10, 16) e senza distinzioni d’origine etnica, tutti “i figli” relazionali “d’Iddio che erano dispersi” (Gv 11, 49-53); e quest’ultima finalità non rientrava certo nelle intenzioni del sommo sacerdote Caifa, ma del Signor Iddio, che, nella Sua “prescienza” (At 2, 23) e “benevolenza” (Ef 1, 9), proprio così aveva stabilito che dovesse accadere, affinché poi, mantenendo la promessa rivolta ad Abramo e quindi a “prova (endeixis) “ (Rm 3, 25. 26; cfr. 5, 8) della Sua giustizia, egli risorgesse per l’amorevole, attuale ed eterno riscatto (Cfr. Mc 10, 45; Mt 20, 28) dei giusti d’ogni tempo e luogo. Ed infatti Gesù, colui che, risorto, diverrà il “sommo sacerdote dei beni” spirituali “che vengono” l’attuale ed eterna salvezza, prima di essere “inchiodato sulla croce” (At 2, 23), disse: “Per questo il Padre” mio relazionale “mi ama, perché”, scegliendo di sottopormi alla Legge punitiva, “io pongo (tithEmi) la mia anima (psuchE)” immacolata di fronte a Lui “per” poi “prenderla (lambanO) di nuovo”; perché, sia ben chiaro: la mia anima nessuno me la toglie contro la mia volontà, “nessuno me la solleva (airO) ” dal corpo, “ma io la pongo (tithEmi) da me stesso” (sic) davanti al Signor Iddio, “poiché io ho una” umana e libera “potestà (exousia) di porla ed io ho” pure, obbedendo, “una” concessa e divina “potestà (exousia) di riprenderla” e ricongiungerla al mio corpo risorto; sì, proprio perché ho piena ed umana libertà di scelta, so anche che, obbedendo, avrò di sicuro il permesso di riaverla in eterno, perché “questo è il comando (entolE) che ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10, 17-18) relazionale, ed io, fiducioso nella “promessa” fatta “ad Abramo” (Gal 3, 18; cfr. Lc 1, 55), eseguo sempre la Sua volontà (Cfr. Gv 4, 34; 5, 30; 6, 38; Mc 14, 36; Mt 26, 39. 42; Lc 22, 42; Is 53, 11); e così, dopo questa, per loro smisurata e blasfema affermazione, molti Giudei integralisti lo ritennero “posseduto da un demonio e fuori di sé” (Gv 10, 20), ma, col senno di poi, noi sappiamo che, in effetti, Gesù era ed è “il buon (kalos) pastore” (Idem, 11), l’unico “buon pastore” della storia dell’umanità, perché dopo di lui non se ne daranno altri, poiché nessun altro potrà mai fare ciò che lui fece per noi. “Nel tempo stabilito”, scrive Paolo, “mentre noi eravamo ancora (sic) senza forze (asthenEs)” spirituali, “il Messia morì” e risorse anche “per gli empi”, poi capaci di pentirsi e ravvedersi. “Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene, ma Iddio dimostra (sunistEmi) il Suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora (sic) peccatori”, il “Messia è morto” e risorto per la nostra attuale ed eterna salvezza, “per noi” (Rm 5, 6-8), che, credendo e col suo Spirito, ci saremmo poi ravveduti dalle nostre malvagità (Cfr. At 3, 26). (Eb 9, 11) per

Il buon pastore non è dunque colui che mette a rischio la propria vita per amore delle pecore, ma colui che, nella fede d’Abramo nell’eterna risurrezione dei giusti, ed avendo così fiducia nel Padre relazionale di tutti coloro che Gli obbediscono, se ne priva deliberatamente, sapendo che egli risorgerà, a favore del suo innumerevole gregge, che abbraccia un resto eletto tra tutte le genti. “Io sono il buon pastore”, e giacché eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), “io conosco” ancor prima della creazione del mondo in divenire “le mie pecore” una per una “ed esse”, una per una, “conoscono me: così come il Padre conosce me e io conosco il Padre” mio relazionale, e sappiamo entrambi cosa dobbiamo attenderci l’uno dall’altro. “E’ per questo che”, in quanto uomo mortale e sottoponendomi alla Legge punitiva, “io pongo (tithEmi) ” fiducioso e di fronte al Padre “la mia anima (psuchE) ” immacolata, innanzi tutto “a favore delle” degne “pecore” della casa d’Israele, e non solo per loro, perché, “io ho” pure “altre” degne “pecore che non sono di questo recinto” israelita, “ed io devo guidare” alla vita eterna “anche quelle; e tutte”, una per una, “ascolteranno la mia voce, e” così lassù “vi sarà” infine “un solo gregge”, per sempre liberato dalla morte, “ed un


solo pastore” (Gv 10, 14-16), il messianico buon pastore escatologico, che fin d’ora dispensa “i beni” spirituali “che vengono” (Eb 9, 11): l’attuale ed eterna salvezza dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva; poiché, con la sua morte e risurrezione, egli ha anche trasferito nell’aldilà le punizioni dei peccatori impenitenti; sì, “rendendo” quaggiù “inoperante (katargeO) la Legge” (Ef 2, 15) punitiva, ha sospeso il mosaico ministero della condanna comunitaria e l’ha sostituito con l’attuale ministero del suo Spirito d’amore e quindi della terrena giustizia evangelica (Cfr. 2 Cor 3, 8-9), per purificare (Cfr. Eb 9, 14; 1 Gv 1, 7) e trasformare col suo “Spirito della vita” (Rm 8, 2. 9) eterna e dunque “per creare (ktizO) in se stesso, dei due” che credono in lui, del circonciso e del non circonciso nel prepuzio, “un solo uomo nuovo (sic) ” (Ef 3, 15). Col mio corpo eucaristico, “Io sono la porta” delle realtà escatologiche, disse il Messia d’amore; poiché, credendo nel Lieto Annuncio e mettendo poi in pratica le mie parole s’accede all’attuale ed eterna salvezza, “se uno entra attraverso di me”, che da sempre e per sempre sono anche Parola e Spirito d’Iddio, se pratica il nostro insegnamento, entra quaggiù nel Regno d’Iddio, ed io gli dirò fin d’ora: non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni (Cfr. Is 43, 1), e lui o lei, accogliendo quella chiamata, “sarà salvo” o salva, “poiché” gli o le saranno rimessi tutti i peccati passati, e così ”andrà (sic) e” poi “verrà (sic) dove troverà pascolo” (Gv 10, 9), il che vale ad affermare: andrà a compiere “opere di pietà, secondo le prescrizioni della” prioritaria ed assertiva “Legge del Signore” (2 Cr 35, 26; cfr. 2 Cr 32, 32; Nee 13, 14) Iddio, andrà a compiere “le opere buone che Iddio ha reso pronte in anticipo, perché noi le percorressimo” (Ef 2, 8-10; cfr. Gv 3, 21; 9, 3), e quindi verrà poi nel mio Regno dei cieli, dove troverà pascolo e quant'altro, in sovrabbondanza. Insomma, il nostro riscatto è stato sicuramente pagato a caro prezzo, “con il sangue della sua croce” (Col 1, 20); certo, nello strazio della croce, Gesù è di sicuro “morto per noi” (Rm 5, 8; 1 Ts 5, 10), “è morto per tutti” (2 Cor 5, 14) i peccatori, che seppero, sanno e sapranno pentirsi e ravvedersi, ma non è soltanto morto, “é morto e risorto” (Idem, 15; cfr. Rm 8, 34; 14, 9), per redimerci col suo Spirito d’amore e infine regalarci, con la sua, la nostra eterna risurrezione, se anche noi, partendo “da (ek) fede” giustificante sapremo perseverare “per (eis) fede” (Rm 1, 17) operativa nella promessa rivolta ad Abramo, poiché sono le opere che tengono in vita, che danno respiro alla fede (Cfr. Gc 2, 26); poiché, ora come allora “vivrà” per sempre, partendo “da (ek) fede” nel Lieto Annuncio, soltanto “il giusto (sic) ” (Ibidem; cfr. Ab 2, 4; Gal 3, 11; Eb 10, 38), colui che poi pratica l’amore d’Iddio e del prossimo, mentre, abbandonato a se stesso, soccombe sempre, ora e per sempre, chi non ha l’animo retto (Cfr. Ab 2, 4) e si dimostra incapace di pentimento. “Io sono venuto” egli disse, per morire e risorgere, “perché”, secondo la promessa costitutiva rivolta ad Abramo ed alla sua discendenza spirituale, le donne e gli uomini di “tutte le genti” (Cfr. Gn 12, 3; 18, 18), tutti quelli che, nel Giudizio universale, saranno considerati meritevoli, “abbiano la vita, e l'abbiano in sovrabbondanza” (Gv 10, 10): per l’eternità. Ma allora, Gesù, a chi l’ha offerta la sua morte in croce? L’ha forse offerta al Signor Iddio? Non sia mai più detto. Certo, il Messia d’amore visse sempre “secondo lo Spirito” e senza pensare “alle cose della carne” (Rm 8, 5) concupiscente; sì, egli fece di tutta la sua prima vita corporale: un esemplare, continuo ed incruento “sacrificio vivente (sic), santo e gradito al” Signor “Iddio” (Rm 12, 1), ma poi non è morto, soffrendo, per placare l’indignazione d’Iddio, quella si placa obbedendo alle Sue parole ed alle parole del Figlio, che sono sempre parole del Padre. “Io non mi compiaccio certo della morte di chi muore” (Ez 18, 32), disse Iddio per bocca d’Ezechiele; e meno che mai la morte del supremo innocente, la morte di colui che fu “mandato in una carne” del tutto “simile a quella del peccato” e quindi, di per se stessa, anche potenzialmente gravitante “attorno (peri) al peccato” (Rm 8, 3), e che, pur essendo stato anch’egli, poiché uomo a tutti gli effetti, sottoposto a tentazioni (Cfr. Mc 1, 1213; Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13; Mc 14, 32-42; Mt 26, 36-46; Lc 22, 39-46), non conobbe alcun peccato (Cfr. 2 Cor 5, 21), poté essere gradita a Colui che disse: “Provo forse piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva” (Ez 18, 23) poi in eterno? No, Gesù non offrì al Signor Iddio la sua sofferenza in croce e la sua morte corporale, ma la sua obbedienza; accettando per altruismo la sua ingiusta condanna a morte, inflittagli in nome della punitiva Legge mosaica (Cfr. Gv 19, 7; Es 31, 15; 35, 2; Lv 24, 16), “si sottopose” (Eb 12, 2) per l’appunto a quella Legge punitiva, proprio ed anche per togliere, risorgendo,


ogni validità religiosa alle sue terrene punizioni comunitarie, che, tutte assieme, costituivano il vero storico relativo della Legge ripetuta, e così facendo, proprio siglando “nel” suo “sangue”, versato per molti, “la nuova Alleanza” (Lc 22, 20, cfr. Mc 14, 24; Mt 26, 28) di risurrezione, egli offrì a Colui che “non è un Dio dei morti, ma” il Dio “dei viventi” (Mc 12, 26; cfr. Mt 22, 32; Lc 20, 38) la sua anima “senza macchia” (Eb 9, 14), e quindi sommamente propiziatrice (Cfr. Rm 3, 25) dell’eterna risurrezione dei giusti, e quella, sì, Gli fu gradita. “Il Figlio dell’uomo” disse, infatti, il figlio della vergine Maria dolce, parlando di sé, ”non è venuto per essere servito, ma per servire e”, infine, “consegnare (sic) (didOmi)” al Padre suo relazionale “la propria anima (psuchE)” immacolata “in riscatto (lutron) per molti (polus)” (Mc 10, 45; cfr. Mt 20, 28), per tutti i giusti d’ogni tempo, luogo, etnia o meticciato, per tutti quelli che, per grazia ricevuta ed assunta fede giustificante, e quindi praticando l’amore d’Iddio e del prossimo, e dunque la prioritaria Legge assertiva (Cfr. Dt 10, 18-19; 30, 6; Lv 19, 18. 34; 2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Tb 4, 5-11; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc,), hanno anche rispettato più agevolmente la Legge proibitiva, e dunque hanno ed avranno meritato di risorgere per l’eternità, e di ricevere così il Regno d’Iddio in condivisa eredità. “Ora”, con la sua eterna risurrezione, Gesù “il Messia ha posto” quaggiù “fine (telos) al” regime punitivo della proibitiva e cultuale “Legge” mosaica, al ministero della condanna in terra, “affinché sia data” l’iniziale “giustificazione” e dunque la remissione di tutti i peccati passati “a chiunque crede” (Rm 10, 4) e crederà nella sua già avvenuta, principiativa ed eterna risurrezione corporale. D’altronde, chi altri, oltre al Signor Iddio, se non il Messia d’amore, Gesù, “parola di vita” (1 Gv 1, 1) eterna, chi altri, se non l’eterna “Parola” creatrice d’Iddio che, per noi, “divenne” esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale, avrebbe potuto togliere validità religiosa alle storiche punizioni terrene stabilite dalla Legge ripetuta, che fu ed è pur sempre Legge d’Iddio? “C’è un solo Iddio”, ci ricorda, infatti, Paolo, “ed anche un solo mediatore (mesitEs) trascendente “tra Iddio e gli esseri umani, un uomo (sic)”, l’unico uomo del tutto innocente: il “Messia Gesù” (1 Tm 2, 5), “nostra” fiduciosa “aspettativa (elpis)” (1 Tm 1, 1), colui “che ha vinto la morte” (2 Tm 1, 10), il Messia crocifisso e risorto, “il nostro grande Dio (sic) (Cfr. Gv 20, 28; Rm 9, 5; 2 Pt 1, 1; 1 Gv 5, 20) e salvatore Gesù” il “Messia” (Tt 2, 13); e dicendo “grande Dio”, Paolo non pensa certo ad un Dio da porre affianco al nostro unico Iddio, ma, come ci spiegherà l’evangelista Giovanni, si riferisce alla “Parola” (Cfr. Gv 1, 1-3) che, pur tutta divina, non è il tutto d’Iddio, alla “Parola” che “divenne” esemplare “carne” (Idem, 14) mortale proprio per sconfiggere la morte, che s’abbassò alla nostra condizione esistenziale per elevarci fino a Lui, nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. “La nostra patria” spirituale “è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù”, il “Messia, il quale cambierà d’aspetto (metaschEmatizO) al nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha”, alla fine dei tempi “di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3, 20-21). Così, ricapitolando, repetita iuvant, i passi salienti delle Lettere di Paolo sulla funzione temporanea della Legge punitiva, proprio praticando e proclamando la priorità della fede giustificante nel Lieto Annuncio rivolto ad Abramo e la conseguente pratica dell’amore d’Iddio e del prossimo, dell’amorevole Legge assertiva, la Legge fatta per i giusti, e sottoponendosi poi egli stesso, e nonostante la sua totale innocenza, alla storica Legge punitiva, ci rivela Paolo, il “Messia ha posto” quaggiù “fine alla Legge” (Rm 10, 14) punitiva, al comunitario “ministero della condanna” (2 Cor 5, 9) terrena; egli ha fatto sì che l’imperitura Legge assertiva e proibitiva d’Iddio fosse per sempre composta da esclusive “parole di vita” (At 7, 38) eterna; con la sua straziante crocifissione, “per mezzo della sua carne”, morta e risorta, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, ci ha riconciliati col Signor Iddio, ha tolto “l’inimicizia” storica, ancora operante nella Sua composita Legge, “rendendo inattiva (katargeO) la Legge dei comandamenti (entolE)” rafforzati “in decreti (sic) (dogma)” (Ef 2, 15) punitivi, in correlate e terrene punizioni comunitarie, adeguate, in modo transitorio, alla storica “durezza” (Mt 19, 8) dei cuori, e con contingenti funzioni di sorvegliante pedagogico (Cfr. Gal 3, 24); “in cambio della” prossima “gioia che gli si proponeva” (Eb 12, 2) con la sicura salvezza dei giusti d’ogni tempo e luogo, proprio accettando per altruismo la sua condanna a morte, formulata in nome della Legge punitiva (Cfr. Gv 19, 7, proprio sottoponendosi alla storica


“maledizione” (Gal 3, 10) terrena della Legge punitiva, scrive sempre l'israelita Paolo, il Messia d’amore, “ci ha riscattati dalla maledizione” terrena “della Legge” punitiva, “perché in lui la benedizione d’Abramo passasse” anche “alle” altre “genti e” pure “noi ricevessimo la promessa del” suo “Spirito” coadiuvante e protettivo “mediante la fede” (Idem, 13-14) operativa nella sua avvenuta ed eterna risurrezione principiativa; insomma, “perdonandoci (charizomai) tutte le” trasgressioni e “cadute (paraptOma)” passate, quelle antecedenti alla nostra fede giustificante, il Messia d’amore “ha” anche “lavato in ogni sua parte (exaleiphO) ” punitiva, “tolto (airO) dal mezzo (ek ho mesos)” della Legge assertiva e proibitiva, “inchiodandolo (prosEloO) alla sua croce, quel documento scritto (cheirographon) contro di noi” israeliti, “che c’era avverso (hupenantios) coi suoi decreti (sic) (dogma)“ (Col 2, 13-14) punitivi, e persino di terrena condanna a morte; qui, scrivendo ai Colossesi, Paolo non usa la parola Legge, poiché Gesù non inchioda certo tutta la Legge “alla sua croce”, ma s’avvale dell’inusitato termine cheirographon, proprio per riferirsi alle tante punizioni capitali, inserite nella Legge ripetuta e che, con tutta evidenza, non lasciavano il tempo, una volta pentiti, di riscattarsi nel “ministero dello Spirito” (2 Cor 3, 8) e “della giustizia” (Idem, 9) evangelica, nel fattivo esercizio di quell'”amore” (agapE) caritatevole che “edifica” (1 Cor 8, 1) e “copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4, 8), che per operativa fede giustificante, e a differenza della Legge, “conferisce” per davvero “la vita” (Gal 3, 21) eterna; ma, sia altrettanto ben chiaro, “lavare” la composita Legge ripetuta, rimuovere, togliere validità religiosa al diritto penale israelita, alle storiche condanne terrene, stabilite dalla Legge punitiva, non significa per nulla abolire l'indispensabile funzione civile e comunitaria d’ogni, poi sempre riformabile, diritto penale. L'umana e statale punizione dei reati -e non più dei peccati- resterà sempre necessaria. “L’autorità” terrena, ci ricorda Paolo nella Lettera ai Romani, quando punisce i criminali, “è” indirettamente “al servizio di Dio per il tuo bene (Cfr. 1 Pt 2, 14). Ma se” tu stesso “fai il male”, e contravvieni la legge statale in vigore, “allora temi, perché non invano” l’autorità terrena “porta la spada”; perché, “per la giusta condanna di chi opera il male, essa è, infatti, al servizio di Dio” (Rm 13, 4), esercita, anche se non più con esplicita funzione religiosa, quel ministero della condanna in terra che fu proprio della punitiva Legge ripetuta. Perciò, come nelle questioni spirituali “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5, 29; 4, 19), così nelle faccende temporali, “è necessario stare sottomessi” alle leggi in vigore nel paese in cui viviamo, “non solo” per timore di essere poi abbandonati a noi stessi “a causa della” divina “indignazione (orgE), ma anche per” positive “ragioni di coscienza” (Rm 13, 5) civica e doveroso ordine sociale. Quindi, “ogni anima (sic) (psuchE) sia sottomessa alle autorità superiori (huperechO), poiché non c'è autorità”, angelica (Cfr. At 7, 53) o terrena, “se non al di sotto (hupo) di Dio e” tutte “quelle che esistono”, invisibili o visibili, “sono” sempre “al di sotto (hupo) di Dio” (Idem, 1), tutte soggette al Suo giudizio; dunque, e sia altrettanto ben chiaro, nemmeno le autorità terrene possono fare ciò che vogliono; siatene certi: “L’Altissimo scruterà” anche “i” loro “propositi e giudicherà le” loro “opere” (Sap 6, 3). Tornando alla Legge assertiva e proibitiva d’Iddio, serve dunque ricordare, con Paolo, che essa “è santa” (Rm 7, 12) e “spirituale (Idem, 14) e la sua “luce è imperitura” (Sap 18, 4) e “senza confini” (Sal 118, 96). “Mediante (dia) la Legge” assertiva e proibitiva “si ha” infatti, “il” preciso ed universale “riconoscimento (epignOsis) del peccato” (Rm 3, 20), compreso quello d’omissione (Cfr. Mt 25, 41-46), ed anche per “coloro che hanno peccato senza” la conoscenza della “Legge (anomOs) ” (Rm 2, 12) mosaica, poiché, “chiunque commette il peccato, commette anche violazione della Legge (anomia), perché il peccato è” sempre “violazione della Legge (anomia)” (1 Gv 3, 4; ; cfr. Rm 4, 7; 6, 19) assertiva e proibitiva d’Iddio; ed il peccato in quanto tale, e quindi non più come reato, sarà senz’altro punito nell’aldilà, se non sarà seguito quaggiù dal suo corrispettivo pentimento e ravvedimento, finché si è in tempo, “prima che” Egli “faccia venire le tenebre” (Ger 13, 16).

4),

“Considera quindi” sia “la bontà”, che differisce la punizione in vista del tuo pentimento (Cfr. Rm 2, “e” sia la definitiva “severità di Dio” (Rm 11, 22), nelle misericordiose modalità che ti sono state


annunciate; poiché, con la sua morte e risurrezione, Gesù non ha certo abrogato la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio; certo “ha tolto dal mezzo” (Col 2, 14) della composita Legge mosaica tutte le sue religiose punizioni comunitarie e revocato il ripudio coniugale e tante prescrizioni alimentari e cultuali, questo sì, perché “nessuno mette vino nuovo in otri vecchi” (Mc 2, 22; cfr. Mt 9, 17; Lc 5, 37); ma egli non ha nemmeno eliminato tutte le punizioni individuali, poiché, a ben vedere, per gli impenitenti, le ha piuttosto rimosse, portate con se e spostate nel tempo e nello spazio, differite e riassunte in un unico ed escatologico giudizio cumulativo, che, di sicuro, terrà anche conto di tutte le circostanze attenuanti, di tutti quei molteplici e diversificati condizionamenti interni ed esterni, che hanno spesso inficiato le nostre effettive possibilità di scelta individuale, il nostro filosofabile e cosiddetto libero arbitrio; ma sarà sempre la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio a stabilire “il riconoscimento” (Rm 3, 20) dei peccati commessi in parole ed azioni, ed anche omissioni, perché con Gesù, lassù sarà finalmente punito (Cfr. Mt 25, 42-43) chi non avrà compiuto “opere di pietà, secondo le prescrizioni della” assertiva “Legge del Signore” (2 Cr 35, 26; cfr. 2 Cr 32, 32; Nee 13, 14) Iddio. “Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre” nostro relazionale, perché con la Legge assertiva e proibitiva, “c'è già chi vi accusa: Mosè (sic), nel quale avete” erroneamente “riposto la vostra speranza” (Gv 5, 45) di raggiungere “la vita eterna” (Idem, 39), attraverso la sola, e sempre soltanto alterna, osservanza della Legge proibitiva, cultuale e punitiva, disse il Messia d’amore ai Giudei suoi contemporanei; poiché, come disse il Signor Iddio, tramite Geremia, proprio tralasciando la pratica prioritaria della Legge assertiva, i vostri sacerdoti, “i detentori (sic) della Legge” proibitiva, cultuale e punitiva “non Mi hanno conosciuto” (Ger 2, 8), non hanno riconosciuto che Io sono innanzi tutto “amore” (1 Gv 4, 8. 16; cfr. Gv 15, 8-10) principiativo, diffusivo e terminale; “se credeste, infatti”, integralmente “a Mosè” (sic), riprese a dire il Messia d’amore, “credereste anche a me, perché di me egli ha scritto” (Gv 5, 46) più volte, nell’immutabile vero assoluto della prioritaria ed assertiva Legge d’Iddio, che vi stimolava ad amare innanzi tutto Iddio e il prossimo (Cfr. Dt 10, 18-19; 30, 6; Lv 19, 18. 34; 2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Tb 4, 5-11; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc,); “ma se non credete” integralmente “ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole” assertive? (Gv 5, 47); ed ancor prima aveva precisato, anche per tutti noi: “E non dovete” nemmeno “pensare che io sia venuto ad abolire (kataluO) la Legge o i” libri dei “Profeti” della risurrezione. No, nient’affatto! “Non sono venuto per abolire, ma per realizzare compiutamente (plEroO)” (Mt 5, 17), vale a dire: affinché, “da fede e per fede” (Rm 1, 17) operativa nel Lieto Annuncio dell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, oltre al rispetto della Legge proibitiva, fatta per i trasgressori (Cfr. Gal 3, 19; 1 Tm 1, 9-10), sia innanzi tutto praticata quaggiù la prioritaria e giustificatrice Legge assertiva, fatta per i giusti, quella imperniata sull’amore d’Iddio e del prossimo, e poi per avverare la promessa dell'eterna risurrezione dei meritevoli fatta ad Abramo, ed in seguito ripresa dai Profeti (Cfr. Rm 1, 2; 16, 26), ed alla fine dei tempi, per realizzare pure la punizione escatologica dei peccatori impenitenti, per applicare su di loro, in un’unica sentenza di condanna, la punitiva Legge d’Iddio, “là” dove “sarà il pianto e lo stridore dei denti” ( Mt 8, 12; 13, 42. 50; 22, 13; 24, 51: 25, 30; Lc 13, 28); “perché vi assicuro che fino a quando ci saranno il cielo e la terra, non scomparirà neppure una lettera o un trattino dalla” assertiva, proibitiva e punitiva “Legge” d’Iddio, “senza che tutto non sia avvenuto (ginomai) ” (Idem, 18; cfr. Lc 16, 17), ed infine applicato nella seconda creazione, in cui avrà fine ogni iniquità. Sì, Gesù il Messia, colui che in terra fu solo amore diffusivo, pietà e perdono del prossimo, e tanta sopportazione, lassù, in qualità di delegato Giudice ultimo, eserciterà anche il rigore, lassù avvierà alla loro meritata punizione i malvagi impenitenti, e condannati in qualitativa e temporale proporzione dei misfatti (Cfr. Mt 16, 27; Ger 17, 10; Ez 11, 5) e delle omissioni compiute (Cfr. Mt 25, 42-43), ed in vista della loro “morte in eterno ” (Gv 8, 51. 52; cfr. 10, 28; 11, 26), della loro definitiva, misericordiosa e liberatrice “seconda morte” (Ap 2, 11; 20, 6. 14; 21, 8) in “anima e corpo” (Mt 10, 28) risorto. D’altronde, già quand’era ancora in fasce, il vecchio Simeone, uomo saggio e pio, dopo aver ringraziato Iddio per aver “visto”, egli disse, nel santo (Cfr. Lc 1, 35) bambinello che scalciava, “la Tua salvezza”, l'attuale ed eterna salvezza “da Te preparata davanti e per tutti i popoli (sic), la luce”


spirituale “per illuminare” tutte “le genti” del mondo, “ma ancor prima”: peculiare “gloria del Tuo popolo” eletto e separato: “Israele” (Lc 2, 30), egli profetizzò: “Ecco, egli è posto (keimai) ”, come pietra d’inciampo (Cfr. Is 8, 14) e come pietra angolare (Cfr. Is 28, 16), “per” la “caduta (ptOsis)” definitiva di molti “e” l’eterna “risurrezione (anastasis) di molti” altri “in Israele”, e non solo. Insomma, egli sarà “un segno contestato (antilegO) ” (Lc 2, 34), e lo sarà fino alla fine del mondo, quand’egli diventerà l’universale Giudice incontestabile. Sì, colui che, risorto, è stato per sempre “nominato Figlio” immortale “di Dio con potenza” (Rm 1, 4), è la salvezza o la condanna di tutte le genti, Israeliti compresi, il Redentore di molti o la condanna di altrettanti, e, forse, anche di più; sebbene, in verità, non c’è stato rivelato nessun computo preciso al riguardo; anzi ad “un tale” che “gli chiese: Signore, saranno pochi quelli che si salvano? Gesù rispose”, rivolgendosi a tutti i presenti: “Sforzatevi” piuttosto voi “d’entrare fin d’ora (sic) per la porta stretta” (Lc 13, 23-24), quella da dove si passa ad uno ad uno e non per gruppo confessionale o tanto meno per popolo; e “sforzatevi d’entrare fin d’ora”, perché se non si entra quaggiù, se non ci si procura personalmente, qui ed ora, l’olio delle buone opere, lassù si farà poi la fine delle cinque vergini stolte, cui sarà sentenziato, quando “ciascuno di noi”, davanti al Messia risorto, “renderà conto al” Signor “Iddio di se stesso” (Rm 14, 12): “In verità” in atto “vi dico: io non vi conosco” (Mt 25, 12). Chi meglio di Davide conosceva la composita: assertiva e proibitiva, cultuale e punitiva Legge d’Iddio, disseminata in Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio? Ciò nonostante Davide, autore di così tanti Salmi, pregava con cuore retto, dicendo: “Fammi conoscere la via” maestra “dei Tuoi comandamenti” (Sal 119, 27); sì, egli non si stancava nel ricercare l’hierarchia veritatum, intrinseca alla composita Legge d’Iddio, poiché si rendeva conto che la vita, sotto la proibitiva, cultuale e punitiva Legge mosaica, era un disagiato cammino ad ostacoli verso Iddio. Già “la Legge” assertiva e proibitiva, infatti, ci rivelò Paolo, “intervenne (pareiserchomai)“ storicamente “ad aumentare (pleonazO) la” consapevolezza dell’immancabile “caduta (paraptOma) ” (Rm 5, 20), della generale trasgressione (Cfr. Rm 3, 20) e dunque della generale impossibilità umana di accedere, senza la grazia coadiuvante, all’immortalità escatologica, poiché il peccato è tale in forza della Legge assertiva e proibitiva, che ne stabilisce “il riconoscimento” (Rm 3, 20), e, per chi non sa pentirsi e ravvedersi, ogni peccato è un “pungiglione della morte” (1 Cor 15, 56) in eterno, conficcato fin d’ora nel nostro corpo, sempre destinato all’universale e retributiva risurrezione. “La Scrittura” normativa, sia assertiva e sia proibitiva, “infatti, ha rinchiuso assieme (sugkleiO) tutti”, Israeliti e non, “sotto il peccato, perché” poi “ai credenti” d’ogni origine “la promessa” dello Spirito coadiuvante del Messia (Cfr. Rm 8, 9), elargito per l’attuale ed eterna salvezza, “fosse data” partendo “dalla fede” esemplare che fu “di (sic) Gesù” il “Messia” (Gal 3, 22), che ha per l’appunto realizzato la promessa che fu rivolta “ad Abramo, ed alla sua” planetaria “discendenza” spirituale “in eterno” (Lc 1, 55; cfr. Gn 12, 3; 13, 5; 22, 18), ancor prima che fosse emessa la Legge mosaica, perché “se la giustificazione” venisse direttamente “dalla Legge” e non dalla precedente fede operativa nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, “allora” il “Messia” sarebbe “morto” e risorto “invano” (Gal 2, 21). La Legge assertiva e proibitiva giunse dunque a rendere evidenti il merito ed il demerito d’ogni essere umano, e così essa sarà anche il metro di giudizio per l’intera umanità, sia per i nati sotto la Legge mosaica e sia per i nati tra le altre genti in ogni tempo e luogo; infatti, “quando le genti, che non hanno” ricevuto “la Legge” di Mosè, ma, “per” loro benigna “natura, agiscono secondo quella” proibitiva ed assertiva “Legge” mosaica, che induce pure ad operare il bene, “essi, pur non avendo” ricevuto la “Legge, sono legge a se stessi”, e così saranno giustificati “nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù” il “Messia” (Rm 2, 14-16), il risorto “Figlio dell’uomo” (Gv 1, 51; ecc.), per sempre “nominato Figlio” immortale “di Dio” (Rm 1, 4); così “tutti coloro che” invece “hanno peccato senza la” conoscenza della “Legge (anomOs)” assertiva e proibitiva, nonostante fossero “senza Legge (anomOs) “ assertiva e proibitiva, “saranno anche” definitivamente “distrutti (apollumi)” (Rm 2, 12a; cfr. 9, 22); e quel “distrutti” vale a ricordarci, come sentenziò il Messia, che, una volta risorti e dopo aver scontato la meritata


condanna escatologica, saranno avviati, da “Colui che ha il potere di distruggere (apollumi) l’anima e il corpo” (Mt 10, 28), alla “morte in eterno” (Gv 8, 51; cfr. 11, 26), alla misericordiosa seconda morte in anima e corpo risorto; e così pure, “quanti invece”, appartenendo al popolo eletto e separato, “hanno peccato sotto la” assertiva e proibitiva “Legge” di Mosè, se non si pentiranno quaggiù, una volta risorti, “saranno” poi lassù anch’essi “giudicati mediante (dia) la Legge” (Rm 2, 12b; cfr. Gv 5, 45-47) assertiva e proibitiva, e saranno parimenti condannati e puniti per i loro misfatti e le loro omissioni, ed infine polverizzati nell’escatologico “stagno di fuoco” (Ap 20, 14. 15). Perché “non coloro che ascoltano (akroatEs) la Legge” assertiva e proibitiva “sono giusti davanti al” Signor “Iddio, ma saranno” per sempre “giustificati” soltanto “quelli che”, partendo da fede e perseverando per fede nel Lieto Annuncio (Cfr. Rm 1, 17), “mettono in pratica (poiEtEs) ” innanzi tutto “la Legge” (Rm 2, 13) assertiva, quella che induce ad amare Iddio (Cfr. Dt 30, 6) ed il prossimo (Cfr. Lv 19, 18), e così, camminando, per grazia ricevuta, con quelle due gambe d’amore, essi sconfiggono ”il male col bene” (Rm 12, 21), evitano anche di cadere nelle trasgressioni della Legge proibitiva, e dunque, ancor più per amore (Cfr. 1 Gv 5, 3) riconoscente che per timore, praticano tutte le prescrizioni della Legge assertiva e proibitiva d’Iddio (Cfr. Rm 10, 5; Gal 3, 12; Lv 18, 5). D’altronde, scrisse Paolo a Timoteo: “La Legge” proibitiva “non è fatta per il giusto (sic), ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, gli adulteri, i pervertiti, i trafficanti d’uomini, i falsi e gli spergiuri, e per ogni altro vizio che è contrario alla sana dottrina” (1 Tm 1, 9-10); mentre l’assertiva Legge d’Iddio è fatta per i giusti, come lo sono tanti passi dei Salmi, che spesso vanno a costituire, con tanti altri passi dei libri dei Profeti della risurrezione: l’assertiva Legge ripetuta, quella fatta per “il resto” (Rm 9, 27; 11, 5) eletto d’Israele e per un resto di tutte le altre genti, altrettanto conformi ad “un'elezione per grazia” (Ibidem), poiché la fede giustificante, la fede operativa nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, opera adesso come ha sempre operato anche in passato. L’arrivo del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo ha dunque risposto alla preghiera di Davide, che diceva: “Fammi conoscere la via” maestra “dei Tuoi comandamenti” (Sal 119, 27), indicandoci innanzi tutto che quella via parte sempre dalla fede nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante ed è sempre retta dall’amore d’Iddio e del prossimo, e poi offrendoci pure, col suo corroborante “Spirito della vita” eterna (Rm 8, 2. 9; Eb 9, 14), anche la forza di percorrerla. S’imbocca senz’altro un ben più agile cammino verso Iddio, se si sceglie la via interna ed esterna del Decalogo che esorta e proibisce, allora ci s’accorge, con Gesù, che dentro quelle assertive e proibitive “dieci parole” (Dt 10, 4) di verità in atto, disposte in decrescente gerarchia, c’è impresso in filigrana ciò che sarà poi reso esplicito dalla Legge assertiva (Cfr. Dt 30, 6; Lv 19, 18): l’amore del prossimo, congiunto a quello del prioritario amore d’Iddio, poiché poi l’amore del prossimo costituisce il segno e la misura del nostro stesso amore d’Iddio, perché “chi non ama” il prossimo “non ha conosciuto Iddio, perché Iddio è amore” (1 Gv 4, 8) principiativo, diffusivo e terminale; così, “se uno dicesse: io amo Iddio, ed odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi non ama il fratello che vede, non può, infatti, amare Iddio che non vede” (Idem, 20). Dall’amore all’amore, questa è la moneta che vale, la preziosa perla rara da comprare quaggiù (Cfr. Mt 13, 46), per poi valicare in scioltezza le strette porte del Regno, dove ognuno porterà i suoi frutti, ottenuti col sostegno dello “Spirito” d’amore “del Messia” (Rm 8, 9) risorto, che gli predispone anche le buone opere da compiere “in” nome e per amore di “Dio” (Gv 3, 21) e grazie a Lui (Cfr. Fil 2, 13). Il dono spirituale dell’operativa fede giustificante nel Messia d’amore comporta dunque un libero asservimento (Cfr. Rm 6, 22), e quello è un giogo che non pesa. “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati” dal fardello della Legge proibitiva “ed io vi donerò il riposo. Prendete il mio giogo” d’amore e d’obbedienza “sopra di voi, imparate da me, che sono mite e umile di cuore”, disse Gesù, “e troverete il riposo” attuale ed eterno “delle vostre anime, poiché il mio giogo è facile da portare e il mio fardello è leggero” (Mt 11, 28-30; cfr. 1 Gv 5, 3) e funziona anche da scudo protettivo, poiché chi


pratica l’amore d’Iddio e del prossimo, non ha nemmeno problemi con la proibitiva Legge d’Iddio, perché col bene previene il male, o in ogni modo gli impedisce di annidarsi stabilmente in lui. “Non lasciarti vincere dal male”, ripeté Paolo, “ma sconfiggi il male col bene (Rm 12, 21). “Siate saggi”, operando “per il bene, in modo da essere così immuni dal male”, poiché, perseverando nell’amore del prossimo, “il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi” (Rm 16, 19-20; cfr. Ef 6, 16). Insomma, ne conclude il beato apostolo del Risorto, ”chi ama l’altro ha adempiuto” in anticipo, riassumendola in modo efficace anche “la” proibitiva ”Legge” d’Iddio, poiché, cogliendone prima lo Spirito d’amore diffusivo, che sempre la sottende, ne rispetta poi più agevolmente anche la lettera; “infatti”, gli stessi comandamenti proibitivi del Decalogo: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare” la roba e la donna d’altri (Cfr. Es 20, 13-17; Dt 5, 17-21) ”e qualsiasi altro comandamento” inerente ai rapporti tra gli esseri umani, “si riassumono in quest’espressione: amerai il prossimo tuo come te stesso (Cfr. Lv 19, 18). L’amore non fa nessun male al prossimo”. Sì, “pieno compimento della” assertiva e proibitiva “Legge” d’Iddio “é l’amore” (Rm 13, 8-10) diffusivo d’Iddio e degli esseri umani. “Da questi due precetti dipende tutta la Legge” assertiva e proibitiva “e i” libri dei “Profeti” (Mt 22, 40) dell’eterna risurrezione dei giusti, proclamò, ancor prima di Paolo, Gesù il Messia, inviato dal Signor Iddio a manifestare nell’amore il Suo nome misericordioso (Cfr. Gv 17, 6. 26), il Suo amorevole e provvido: “Io sono Colui che dice: eccomi qua” (Is 52, 6), poiché “Iddio è amore, e chi rimane nell’amore rimane nel” Signor “Iddio e Iddio rimane in lui” (1 Gv 4, 16). “In realtà”, scrive Paolo ai Galati, “mediante (dia) la Legge io sono morto alla Legge” (Gal 2, 19), vale a dire: “Mediante la Legge” assertiva, attraverso l’amore caritatevole, suscitato in me dalla legge dello Spirito della vita eterna, in unione col Risorto (Cfr. Ivi 8, 2), proprio mediante la pratica delle opere dettate dalla legge della fede (Cfr. Rm 3, 27) nella promessa dell’eterna risurrezione dei giusti, già mantenuta nel Figlio immortale di Dio, “io sono morto alla Legge” proibitiva e punitiva, “per vivere per Dio” (Gal 2, 19), verso l’eterna ricompensa. L’apostolo Paolo, che un tempo fu zelatore della Legge ed intransigente fariseo e quindi riteneva che fosse la scrupolosa osservanza della Legge proibitiva e cultuale, ed il connesso dovere di impartire le punizioni comunitarie, a conferire l’eredità eterna, una volta convertito dal Messia risorto, scrive: “Sapendo che l'uomo non è giustificato dalle opere della Legge, se non (ean mE) per mezzo (dia) della” prioritaria “fede” operante che fu “di (sic) Gesù” il “Messia”, e quindi soltanto praticando l’amore caritatevole del prossimo, per altro già contemplato e testimoniato (Cfr. Rm 3, 21) dalla Legge assertiva, “noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, abbiamo creduto anche noi nel Messia Gesù”, e già questo ha comportato la remissione dei nostri peccati passati (Cfr. Lc 24, 47; At 2, 38; 5, 31; 10, 43; 13, 38), “per essere” poi anche definitivamente “giustificati” a partire “dalla fede nel Messia”, e dunque dalla nostra conseguente pratica d’amore d’Iddio e del prossimo, “e non” a partire “dalle opere della Legge” proibitiva e punitiva; “poiché dalle opere della Legge” proibitiva e punitiva, dalla semplice osservanza negativa, “non sarà mai giustificato nessun” essere di “carne” (Gal 2, 15-16; cfr. Sal 143, 2; Rm 3, 20), perché la Legge proibitiva e punitiva serve solo a certificare la sua colpevolezza (Cfr. Rm 3, 20; 1 Gv 3, 4) ed a punirlo (Cfr. Rm 2, 12). “Questa vita nella carne, io la vivo” dunque “nella fede” esemplare “del (sic) Figlio” immortale “d’Iddio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”, per principiare l’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. “Non annullo dunque la grazia d’Iddio”, perché, al contrario, la salvezza trova sempre nella fede giustificante la sua prioritaria possibilità di raggiungimento; “infatti, se la giustificazione” venisse “dalla Legge” proibitiva, cultuale e punitiva, allora il “Messia sarebbe morto” e risorto “invano” (Gal 2, 20-21), quando invece, venuto a mostrarci la via maestra dell’amore diffusivo, della pietà e del perdono del prossimo, per amore d’Iddio e fiducia nel Lieto Annuncio rivolto ad Abramo, è poi morto in croce, sottoponendosi di proposito alla mortale condanna della storica Legge punitiva, proprio per riscattarci dalle sue terrene maledizioni legali, da tutte le sue religiose punizioni comunitarie, per realizzare la promessa d’eterna risurrezione fatta “ad Abramo ed alla sua discendenza” spirituale “per sempre” (Lc 1, 55), per essere il primo nato dai morti, il primogenito escatologico d’Iddio, “la primizia di quelli che dormono” (1 Cor 15, 20; cfr. Dn 12. 3), che vivono nell’anima, nell’attesa di essere per sempre ed anche corporalmente “vivificati” (Idem, 22).


“Ora”, scrive Paolo nella Lettera ai Romani, con la vita, morte e risurrezione del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, in base alla precedente e promessa benedizione, rivolta, tramite Abramo (Cfr. Gn 12, 3; ecc.) ai giusti d’ogni etnia, e quindi “a prescindere (chOris) dalla” successiva “Legge” proibitiva, cultuale e punitiva, si è manifestato l’amorevole eccomi qua (Cfr. Is 52, 6) d’Iddio, “si è” quaggiù “manifestata la giustizia” terrena e, in anteprima, anche escatologica “di Dio”; e si badi bene: attuale ed eterna giustizia, per altro e rispettivamente, aggiunge di seguito Paolo, già “testimoniata (sic) dalla Legge (sic) ” assertiva “e dai Profeti” (Rm 3, 21) dell’eterna risurrezione dei figli spirituali d’Abramo, poi inaugurata dal Messia risorto; sì, terrena innanzi tutto e, in prospettiva, anche escatologica “giustizia di Dio, attraverso (dia) la fede” esemplare “di (sic) Gesù”, il “Messia”, fede incondizionata nel Lieto Annuncio, prima rivolto ad Abramo e poi in lui primariamente realizzatosi, “per tutti i credenti”, d’ogni tempo e luogo, nella Sua parola, “perché non c’è differenza” tra circoncisi o non circoncisi nel prepuzio (Cfr.Rm 3, 29-30): “Tutti”, anche i giusti tra gli uni e tra gli altri, in un modo o nell’altro, “hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma” molti (Cfr. Ivi 5, 15; Mc 14, 24), avendoGli creduto, “sono giustificati gratuitamente”, ed anche con effetto retroattivo (Cfr. Eb 11, 1-40), “per la Sua grazia ed in virtù del” consenziente e patito e poi glorioso “riscatto (apolutrOsis) realizzato dal Messia Gesù” (Rm 3, 22-24) con la sua morte e risurrezione. Sì, a dimostrazione dell’efficacia escatologica della fede d’Abramo e dunque della Sua fedele “benevolenza” (Ef 1, 9), “Iddio lo ha dapprima posto (protithemai) a servire, nel suo sangue”, versato per molti (Cfr. Mc 14, 24; Mt 26, 28), e poi nella sua eterna risurrezione, “come strumento propiziatorio (hilastErion)”, si badi bene: “per mezzo (dia) della” sua esemplare “fede (sic) ” nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti; e quindi, ed anche se soltanto per alcuni testimoni da Lui prescelti (Cfr. At 10, 41; Gv 14, 22-23), “ad (eis) evidente prova (endeixis) della Sua giustizia” escatologica, vale a dire: della coerenza tra la promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva e la sua principiale realizzazione nel Messia crocifisso e risorto, e pure a prova della Sua giustizia attuale, attraverso il dono gratuito concesso in grazia di un solo uomo del tutto innocente (Cfr. Ivi 5, 15), “attraverso (dia) il” Suo “passare oltre (paresis) i peccati commessi prima (proginomai) “ d’aver creduto; dono elargito “nella” presciente e paziente “indulgenza (anochE) d’Iddio” e per l’appunto “a vantaggio (pros) della dimostrazione (endeixis) della Sua attuale (sic) giustizia”, anticipata verso tutti i credenti nel Messia, “per (eis) “ poi “essere giusto” anche a posteriori “e” allora “giustificare” per sempre “chi“ viene “dalla (ek) fede” operante “di (sic) Gesù” (Rm 3,25- 26), la fede quanto mai esemplare di colui che ha inaugurato l’ampio ministero in terra dell’amore diffusivo per e tra gli esseri umani e che ha poi accettato di sottoporsi alla storica Legge punitiva e di morire in croce per risorgere a favore di tutti i circoncisi nel cuore d’ogni tempo e luogo, e a detrimento punitivo ed infine a totale distruzione escatologica, di tutti i non meritevoli ed impenitenti d’ogni tempo e luogo, in base al “riconoscimento del peccato” (Rm 3, 20; cfr.1 Gv 3, 4), stabilito dall’imperitura Legge assertiva e proibitiva. Sì, scrivendo che, col Messia d’amore, Iddio ci dà “dimostrazione della Sua giustizia nel tempo presente” (Rm 3, 26), Paolo intende anche dire che, con la vita e con la morte e risurrezione del Messia, il Regno dei cieli, l’agognato Regno retto dall’amore, “s’è avvicinato (eggizO)” (Lc 10, 9; cfr. Mc 1, 15; Mt 3, 2; 4, 17; 10, 7) fino a noi, è sceso in terra e c’è rimasto nelle pratiche di vita dei suoi apostoli, discepoli e credenti, quindi in innumerevoli momenti e forme disperse, ma tutte riunite assieme (Cfr. Gv 17, 11; Gal 3, 28) nell’unico Spirito eterno del Messia risorto (Cfr. 1 Cor 6, 17; 12, 4. 11. 12. 13; ecc.), nello Spirito d’Iddio (Cfr. Rm 8, 9-11); “se qualcuno mi ama, osserverà” fattivamente “la mia parola” d’amore diffusivo d’Iddio e del prossimo, “e il Padre mio lo amerà”, disse il Figlio operativo d’Iddio, “e noi (sic) verremo a lui e prenderemo dimora (sic) ” spirituale “presso di lui (Gv 14, 23). Certo, dopo essere apparso “ai prescelti dal” Signor “Iddio” (At 10, 41), il Redentore è poi risalito al cielo col suo spirituale e nuovo corpo di carne, finalmente immortale, ma, con “un altro” Sommo “Aiutante” (paraklEtos: il “chiamato accanto” per aiutare) che procede dal Padre, col Suo miracoloso “Spirito della verità” (Cfr. Gv 14, 16-17. 26; 15, 26; 16, 7. 12) in atto, infuso in “circa centoventi” (Rm 13, 8-10) Galilei, uomini e donne (Cfr. At 2, 17-18), con coloro che furono le prime e costitutive, potenziate ed operative


membra corporali (Cfr. 1 Cor 12, 12) del Messia risorto, ha posto le sue inestirpabili radici quaggiù, e così poi, col battesimo trinitario (Cfr. Mt 28, 19) e con la comunione eucaristica, col suo integrale corpo risorto, il suo sempre purificatore e corroborante “Spirito eterno” (Eb 9, 14; cfr. Rm 8, 9) è entrato e, a volte, seppur temporaneamente perduto per colpa loro, poi, col loro pentimento, rientra in tanti altri chiamati all’operativa fede giustificante nel Lieto Annuncio del Messia; e così di secolo in secolo si diffonde tuttora e sempre più di cuore in cuore, in un rivolo di rinnovate primizie spirituali, “per l'utilità comune” (1 Cor 12, 7), nella rappacificante pratica del condiviso amore d’Iddio e del prossimo; perché, se non partecipi quaggiù al disseminato Regno d’Iddio, se non spargi anche tu i tuoi granelli del terreno Regno d’Iddio (Cfr. Mc 4, 30-32; Mt 13, 31-32), poi tirati su dal cielo (Cfr. Fil 2, 13), se non pratichi l’altruistica giustizia evangelica, tu non farai nemmeno parte del Regno dei cieli. “Da questo”, infatti, si distinguono i figli” relazionali “d’Iddio dai figli” relazionali “del diavolo: chi non pratica la giustizia” evangelica “non è” spiritualmente generato “dal” Signor “Iddio, né lo è chi non ama il suo fratello” (1 Gv 3, 10, cfr. 1 Gv 2, 29); poiché soltanto “chi pratica la” terrena “giustizia” evangelica “ è” già spiritualmente “generato da Lui” (1 Gv 2, 29), come “una nuova creatura” (2 Cor 5, 17; Gal 6, 15), avendo egli già ricevuto “la caparra dello Spirito” (2 Cor 5, 5) coadiuvante e protettivo, e, ben inteso, “se non commette peccato”, se “il seme” spirituale “d’Iddio rimane in lui” (1 Gv 3, 9), anch’egli “rimane in eterno” (1 Gv 2, 17); poiché “porta” già in sé “una vita eterna” (Gv 3, 36; 5, 24: 6. 40.47), non riceverà un giudizio di condanna, “è” già “passato dalla” irrevocabile “morte” corporale, che prima o poi l’attende, “alla vita” (Gv 5, 24; cfr. 1 Gv 3, 13) eterna, perché poi, nell’ultimo giorno, risorgendo per l’eterna e meritata ricompensa, sarà di nuovo e del tutto, quindi anche corporalmente, “generato dallo Spirito” (Gv 3, 8), generato “da Dio” (Gv 1, 13; cfr. Sal 2, 7; At 13, 33; cfr. Eb 1, 5; 1 Gv 5, 18), senza più alcun concorso d’uomo e di donna, ed allora sarà anch’egli corporalmente “simile (sic) ” al Figlio immortale d’Iddio (Cfr. Rm 1, 4) e finalmente “lo” vedrà “com’egli è” (1 Gv 3, 2): “Immagine” visibile “del Dio invisibile” (Col 1, 15, cfr. Rm 8, 29). L’elezione per grazia gratuita, essendo avvenuta prima della creazione del mondo in divenire, rimane a noi sconosciuta fino al nostro coadiuvato operare conseguente, che solo la certifica (Cfr. Rm 8, 16; 1 Ts 1, 4-5; 1 Gv 3, 18-19); ed è sempre individuale, come poi è sempre stata, è e sarà sempre individuale anche ogni conseguente chiamata “alla libertà” (Gal 5, 13) dal peccato, che sola c’è subito conoscibile, sia per il resto eletto d’Israele e sia per una parte altrettanto residuale ed eletta di tutte le altre genti. La grazia giustificante d’Iddio è dunque sempre stata, e rimarrà per sempre, la chiave di volta della nostra salvezza, purché essa non diventi poi il soporifero giaciglio della nostra buona coscienza confessionale; poiché non soltanto partendo “da (ek) fede” nel Lieto Annuncio dell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, ma anche perseverando “per (eis) fede” (Rm 1, 17) operativa, “il giusto (sic) vivrà” (Ibidem) poi per sempre nell’eterna risurrezione a lui riservata. Insomma, la grazia della fede giustificante è forza irresistibile, solo se, perseverando, ci si abbandona a lei in parole ed azioni, anima e corpo; solo se, ricevendo per grazia lo Spirito coadiuvante e protettivo, non si ritenga così d’aver “già ottenuto il premio o” d’essere arrivato alla perfezione”, poiché quel premio eterno lo si otterrà soltanto sforzandosi “di correre per conquistarlo” (Fil 3, 12). Paolo, infatti, scrive pure alla comunità di Tessalonica: “Noi conosciamo (eidO), fratelli amati dal” Signor “Iddio, la vostra elezione (sic), poiché il nostro Lieto Annuncio (euaggelion), in effetti, non è giunto a voi soltanto per mezzo della parola” comunicativa, “ma” è entrato “pure” in voi “con potenza” operativa “e con Spirito Santo (sic) ” e dunque e proprio per il vostro, così coadiuvato, operare conseguente: anche “con piena certezza (plErophoria) (1 Ts 1, 4-5), ma poi più avanti, nella stessa lettera, aggiunge anche: “Vi preghiamo e supplichiamo (sic) nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così gia vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più” (1 Ts 4, 1) e finisce col ricordare loro un elenco di prescrizioni comportamentali: “astenetevi dalla impudicizia” (Idem, 3), e così via; perché il dono, dapprima immeritato, della fede giustificante comporta sempre una lotta quotidiana contro ogni tipo di tentazione, che notte e giorno ci balza addosso da fuori e da dentro;


e così, spesso soccombiamo nel peccato per un certo tempo, prima di pentirci e ravvederci di nuovo, purificandoci (Cfr. Eb 9, 14; 1 Gv 1, 7) nell’ecclesiale comunione eucaristica e tornando così ad osservare, per riconoscente “amore d’Iddio, i Suoi comandamenti; e i Suoi “ stessi “comandamenti” proibitivi “non sono gravosi” (1 Gv 5, 3; cfr. Mt 11, 28-30), se si riparte ricominciando ad amare il prossimo, se si pratica, innanzi tutto, la giustizia evangelica. “La giustizia del giusto non lo salva se pecca”, ci avvertì, infatti, il Signor Iddio, tramite il profeta Ezechiele, “e l'empio non cade” in eterno “per la sua iniquità, se” poi “desiste dall'iniquità; come il giusto non potrà” poi “vivere” in eterno “per la sua giustizia, se pecca; se Io” dunque “dico al giusto: vivrai (sic), ed egli, confidando sulla sua giustizia, poi commette l'iniquità, nessuna delle sue azioni buone sarà più ricordata e morirà” poi anche in eterno, se rimarrà quaggiù impenitente, proprio “per la malvagità che egli ha commesso”; così, “se Io dico all'empio: morirai” poi anche in eterno, “ed egli” pentito, “desiste dalla sua iniquità e compie ciò che è retto e giusto, rende il pegno, restituisce ciò che ha rubato, osserva le leggi della vita” eterna, s’attiene quindi alla Legge assertiva e proibitiva d’Iddio, “senza commettere il male, egli vivrà e non morirà” in eterno; “nessuno dei peccati che ha commesso sarà più ricordato (sic); egli”, pentito e ravveduto. “ha praticato ciò che è retto e giusto (sic) e certamente vivrà” in eterno, una volta risorto. “Ciò nonostante, i figli del tuo popolo”, confondendo la Mia prescienza con una Mia supposta predeterminazione al bene o al male, “vanno dicendo: il modo di agire del Signore non è retto, mentre è la loro condotta che non è retta”. Queste sono le Mie regole immutabili, e quelle, sì, sono per davvero predeterminate: “Se il giusto desiste dalla giustizia e fa il male, per questo certo morirà” poi anche in eterno, “mentre se l'empio desiste dall'empietà e compie ciò che è retto e giusto, per questo vivrà” (Ez 33, 12-19) in eterno, una volta risorto; poiché Io Mi lascio trovare soltanto da chi, chiamato alla fede nel Lieto Annuncio dell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, poi Mi cerca con tutto il cuore e con tutta l’anima (Cfr. Dt 4, 29; 1 Cr 28, 9), e quindi, per amore, obbedisce a tutti i Miei comandamenti (Cfr. 1 Gv 5, 3) assertivi e proibitivi; “voi”, per prevaricante spirito di rivalità, “andate” invece “dicendo: non è retto il modo di agire del Signore; ebbene, Io giudicherò ciascuno di voi secondo il suo modo di agire” (Ez 33, 20; cfr. 18, 21-32). Tra grazia e peccato c’è dunque e sempre totale incompatibilità; o l’una o l’altro, non si danno vie di mezzo. Il peccato è sempre “violazione della Legge” (1 Gv 3, 4; cfr. Rm 4, 7; 6, 19) assertiva e proibitiva d’Iddio, “ribellione” (Rm 2, 6) e “rivolta contro Dio” (Rm 8, 7, cfr. Gc 4, 4); “voi consideratevi (logizomai) “ dunque “morti al peccato, ma viventi per il” Signor “Iddio, nel Messia Gesù” (Rm 6, 11), vale a dire nel suo coadiuvante “Spirito eterno” (Eb 9, 14; cfr. Rm 8, 9); “o non sapete”, ci precisa Paolo, “che quanti”, in nome del padre e del Figlio e dello Spirito santo (Cfr. Mt 28, 19), “siamo stati battezzati nel Messia, Gesù”, per unirci a lui nello Spirito della vita eterna, “siamo stati battezzati nella sua morte” e risurrezione? “Per mezzo del battesimo” per adulti “siamo, infatti, stati” soggettivamente (Cfr. Rm 6, 11) “sepolti insieme con lui nella morte”, rispetto al peccato, “affinché come il Messia fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi”, grazie al suo amorevole Spirito santo, “possiamo (sic) ” con lui “camminare in una vita nuova” e liberata dalle esclusive e quindi ingannatrici passioni della carne; insomma, “se siamo stati” di nuovo e spiritualmente “trapiantati assieme (sumphutos) ” a lui “con una morte” e risurrezione soggettivamente “simile alla sua, lo saremo” poi “anche corporalmente “con la sua” eterna “risurrezione” (Rm 6, 3-5) principiativa. No, tra grazia e peccato non si danno contemporanee vie di mezzo, ma solo alterne ricadute, anche per coloro che, comportandosi da giusti, possono congetturare di ritenersi eletti (Cfr. 1 Ts 1, 4-5), poiché anche coloro che dovrebbero ritenersi come “morti e sepolti”, rispetto al peccato, ben s’intenda, anche i battezzati e cresimati, in un modo o nell’altro, peccano tuttora, ed anche una volta ravveduti, essendo sempre di pur “debole carne” (Mc 14, 38), riprenderanno, di tanto in tanto, a peccare; poiché, come ci avvertì Giovanni, “se noi diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità” in atto d’Iddio “non è in noi; se” invece “riconosciamo i nostri peccati” e ci pentiamo, “Egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa”, ma “se diciamo che non


abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo e la Sua parola non è in noi” (1 Gv 1, 8-10). Sì, anche noi cristiani, noi tutti che, nella persistente “debolezza della” nostra “carne” (Rm 6, 19), non solo siamo tentati, ma, prima o poi e persino a più riprese, sempre pecchiamo, non possiamo certo essere purificati con un nuovo battesimo, ma ricorrendo invece, dopo un adeguato pentimento di fronte al Signor Iddio, alla santa comunione eucaristica, il corpo integrale, la carne ed “il sangue di Gesù, Suo Figlio” immortale, “ci purifica da ogni peccato” (1 Gv 1, 7), perché torna a donarci “il seme” spirituale “d’Iddio” (1 Gv 3, 8), quello “Spirito eterno”, sempre inerente al corpo del Messia, che “purifica la nostra coscienza dalle” sopravvenute “opere morte” (Eb 9, 14) e ci fortifica nella pratica delle sette virtù perfezionatrici; quell’eterno Spirito d’amore con cui il Messia “offrì se stesso senza macchia al” Signor “Iddio” (Ibidem) e che, peccando, ci aveva abbandonato; e così ci rimettiamo sul pur sempre accidentato cammino verso la misericordiosa giustificazione escatologica, “in virtù del riscatto realizzato dal Messia Gesù” (Rm 3, 24; cfr. Mc 10, 45; Mt 20, 28; Gv 10, 9) con la sua morte e risurrezione. Insomma, come dicevamo, il pentimento è, in definitiva, per tutti, Israeliti e non, la chiave di volta del cosiddetto libero arbitrio, o, se si preferisce, l’unica forma d’integrale libero arbitrio che sia, in ogni caso, sempre riservata in esclusiva all’uomo ed alla donna di carne, gli unici che conosciamo: i peccatori e le peccatrici, poiché quaggiù non se ne danno altri, dato che “tutti hanno peccato” (Rm 3, 23; 5, 12). “Iddio, infatti”, con la Sua Legge assertiva e proibitiva, “ha rinchiuso assieme (sic) (sugkleiO) tutti” gli esseri umani, Israeliti e non, “nella” sempre possibile ed anche, prima o poi, immancabile “disobbedienza, per dispensare a tutti la Sua misericordia” (Rm 11, 32); sia per permettere a molti di noi, a tutti coloro che sanno pentirsi e ravvedersi, l’accesso all’eterna ricompensa, o sia per abbreviare agli altri incorreggibili ed impenitenti le loro meritate pene escatologiche, nella loro misericordiosa seconda morte in anima e corpo risorto. Così, proprio partendo dal presupposto che la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio stabilisce “il riconoscimento del peccato” (Rm 3, 20; cfr.1 Gv 3, 4), e quindi che “la Scrittura” normativa, “ha rinchiuso assieme (sic) (sugkleiO) tutti”, Israeliti e non, “sotto il peccato (sic) ” (Gal 3, 22), l’israelita Paolo, che riflette sempre su se stesso, prima di mettersi a parlare col cuore a tutti i credenti, per segnalarci come ogni peccato, senza pentimento, ne trascina con sé tanti altri, scrive nella sua Lettera ai Romani: “Che diremo allora?”. Diremo “che la Legge” assertiva e proibitiva “è peccaminosa? Non sia mai detto”. Diciamo piuttosto che “se non ci fosse stata la Legge” proibitiva, “io”, Israelita per nascita, “non avrei conosciuto”, non avrei imparato a conoscere la trasgressione e quindi “il peccato” in generale, “né avrei conosciuto la concupiscenza, se la Legge” proibitiva “non avesse detto: non desiderare” (Rm 7, 7; cfr. Es 20, 17; Dt 5, 21) la donna e i beni d’altri. “Prendendo così avvio da questo comandamento” infranto, passando, per ribellione (Cfr. Rm 2, 6), dal desiderio proibito alla sua soddisfazione, “il” mio primo diabolico “peccato” impenitente, come se fosse Satana in persona, “provocò in me ogni altra sorta di concupiscenze” (Rm 7, 8), altrettanto proibite, quanto, sulle prime, piacevoli non loro soddisfacimento; e si sarà anche notato che Paolo qui non incolpa il peccatore, che potrà pur sempre pentirsi, ma “il peccato” impenitente, che, così allegorizzato, come lo fu nella sua prima occorrenza biblica (Cfr. Gn 4, 7), adombra senz’altro Satana, poiché “la nostra battaglia infatti -ci ricorderà poi nella Lettera agli Efesini- non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro (...) i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male” (Ef 6, 12); così, sempre mettendosi nei nostri panni, nei panni del peccatore, poiché anche lui, prima che Iddio, con la Sua grazia, gli rivelasse il Risorto (Cfr. Gal 1, 16; cfr. 1 Cor 11, 23; 15, 3) ed egli si pentisse e ravvedesse, ha certo conosciuto il peccato e non lo nascose, continua scrivendo: “Ma allora è stato ciò che è bene che mi ha condotto alla morte” spirituale? “No davvero! È stato invece il peccato (sic) ” impenitente: “esso, mi ha procurato la morte” spirituale, poiché, permanendo con Satana in me, mi preclude l’accesso all’immortalità escatologica, proprio “servendosi di ciò che è bene, per” meglio “manifestare la sua natura corruttrice” e contagiosa, vale a dire: “per diventare peccaminoso al massimo, mediante quel comandamento” di non concupire, che esso ha vanificato, rendendo così potenzialmente inoperanti anche tanti altri comandamenti. “Sappiamo, infatti, che la Legge” assertiva e proibitiva d’Iddio “è


spirituale (sic), mentre”, abbandonato a me stesso, “io sono” soltanto “carnale”, e quando il peccato diventa in me un’abitudine, io sono allora “venduto” da me stesso a Satana “come schiavo del peccato” (Rm 7, 13-14), poiché, come ci avvertì il Messia, “chiunque commette il peccato”, se non si pente, poi “è” anche “schiavo del peccato” (Gv 8, 34). Così, trasgredendo l’assertiva e proibitiva Legge di Mosè, da cui, giacché Israelita, è derivato il mio stesso riconoscimento del bene e del male, “io non riesco” nemmeno “a capire (ginOskO) ciò che faccio”, perché “io non faccio ciò che voglio, ma ciò che detesto. Ora, se” mi rendo conto che “faccio ciò che non voglio, io ammetto” implicitamente “che la Legge” assertiva e proibitiva “è buona (sic); quindi non sono più io a farlo, ma il peccato (sic) ” impenitente, “che”, con Satana che lo giustifica e l’abbellisce, “ha preso in me stabile dimora (oikeO). Io so, infatti, che in me, vale a dire nella mia carne, non abita il bene; c'è accanto (parakeimai) a me il desiderio del bene”, da me conosciuto attraverso la Legge assertiva, “ma non la capacità di attuarlo”; poiché, quando pecco, “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato (sic) ” impenitente, “che”, con Satana, “abita in me”, e dunque ormai dispone delle mie azioni. “Io trovo dunque in me”, nel mio stesso corpo di carne concupiscente, “questa” satanica “legge: quando voglio fare il bene”, il peccato è accovacciato alla mia porta (Cfr. Gn 4,7), “il male è accanto (parakeimai) a me” (Rm 7, 15-21), pronto a balzarmi addosso ed ad avere la meglio.“Siate” dunque “temperanti, vigilate”, ci ammonì poi Pietro. “Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1 Pt 5, 8), ma egli potrà soggiogare sempre e solo chi ha già peccato per conto proprio e poi rimane incapace di pentimento e non sconfigge il male operando per il bene (Cfr. Rm 16, 19-20; Ef 6, 16). Or bene, se questa è la condizione umana, e non se ne danno altre, anzi, se persino chi sa riconoscere, con le parole d’Iddio, il bene dal male, mettendosi nei panni d’ogni peccatore impenitente, si ritrova a confessare: “Io mi compiaccio nel” mio “umano foro interiore (esO) della Legge” proibitiva ed assertiva “d’Iddio” (Rm 7, 22), che mi mette in guardia su ciò che non devo fare ed additandomi il bene, esige da me opere di pietà e giustizia (Cfr. Dt 10, 19; Lv 19, 18. 34; 2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc.); “ma nel mio corpo”, incline al male fin dall’adolescenza (Cfr. Gn 8, 21), “scorre un'altra legge, che muove guerra a quella che custodisco nella mia mente e mi rende schiavo (sic): è la legge del peccato che sta nelle mie membra” (Rm 7, 23) concupiscenti, viene spontaneo tornarci a chiedere: ma dove sta allora il libero arbitrio di chi dimora nella carne, che, incline al male, va dapprima verso il disfacimento terreno, e poi, risorta e punita, conoscerà infine la distruzione escatologica (Cfr. Rm 2, 12; ), 22; Mt 10, 28)? Quantomeno nella sua possibilità di pentimento. “Uomo infelice che sono”, ne conclude, infatti, di seguito Paolo, sempre ponendosi nei panni del peccatore. “Chi mi attirerà” per sempre “a se (rhuomai), fuori del corpo” peccaminoso “di questa” diabolica “morte” (Idem, 24) spirituale, che, risorto, mi porterà poi alla “morte in eterno” (Gv 8, 51; 11, 26)? Chi se non il Signor Iddio? Colui che, accogliendo il mio pentimento ed aiutandomi per grazia gratuita a praticare il bene, mi dà anche la forza di resistere al male. “Grazie” dunque “al” Signor “Iddio”, che, “con” lo Spirito della vita eterna di “nostro Signore Gesù, il Messia” (Rm 7, 25) d’amore, pietà e perdono del prossimo, m’induce a compiere “opere buone” (Mt 5, 16), “opere prodotte in” nome e per amore di “Dio” (Gv 3, 21; cfr. Ef 2, 8-10) e grazie a Lui (Cfr. Fil 2, 13), facendo così di tutto me stesso un vaso dell’amore d’Iddio e del prossimo, uno strumento della giustizia (Cfr. Rm 6, 13) evangelica. Poiché se così non fosse, “di conseguenza”, abbandonato a me stesso, mi ritroverei a dire: “Con la mente, servo la” assertiva e proibitiva “Legge d’Iddio, con la carne” servo “invece la” coattiva “legge del peccato” (Rm 7, 25), rimasto impenitente. Insomma, certo, tutto è nelle mani d’Iddio, tranne però il pentimento del singolo essere umano; quello di sicuro spetta solo a noi, poiché nessun pentimento sarà rifiutato da Colui che disse: “Tornate a Me ed Io tornerò a voi” (Ml 3, 8; cfr. Is 30, 15; 1 Gv 1, 8-10). “La benignità d’Iddio attende il tuo pentimento” (Rm 2, 4). Tutti sono almeno liberi di pentirsi e ravvedersi; persino Giuda Iscariota, spesso, sempre confondendo la Sua prescienza con una Sua supposta predeterminazione, preso ad erroneo esempio di predestinato al male, ebbe invece, fino all’ultimo, la libertà di pentirsi di fronte al Signor Iddio, che ben “conosce i segreti dei cuori” (Sal 44, 22, cfr. Rm 2, 16), ma non lo fece.


Sì, l’Iscariota fu dapprima inserito tra gli apostoli, tra quelli che Gesù “scelse” (eklegomai) (Lc 6, 13) e “rese pronti” (poieO) (Mc 3, 14) alla bisogna. “Non sono forse stato io a scegliere voi, i Dodici”, i miei inviati? “Ciò nondimeno uno di voi è un diavolo”, poiché accoglierà poi Satana in se stesso.”Egli alludeva a Giuda, figlio di Simone Iscariota, poiché era lui che sarebbe” poi “andato a consegnarlo” a suoi nemici, “pur essendo uno dei Dodici” (Gv 6, 70-71). Gesù inserì quindi, deliberatamente, tra i giusti, tra i suoi servi fedeli, tra i suoi inviati, colui che diverrà malvagio, ma che dapprima aveva pur risposto positivamente alla chiamata; poiché, quando Gesù lo nominò apostolo, lo giustificò e gli attribuì gli stessi poteri conferiti agli altri undici, inviandolo con gli altri “a predicare, dopo aver loro attribuito il potere di scacciare i demoni” (Lc 6, 13), e poi lo inviò pure con gli altri in due missioni antisataniche e risanatrici, tra “le pecore perdute della casa d'Israele” (Mt 10, 6; cfr. Ez 34, 5), dicendo loro: “Proclamate che”, con me, “il Regno dei cieli si è avvicinato (eggizO) ” (Idem, 7) sopra di loro (Cfr. Lc 10, 9), anzi, è giunto tra loro (Cfr. Mt 12, 28; Lc 11, 20, 17, 21) l’attuale ed eterno, il terreno ed escatologico Regno d’Iddio. “Guarite i malati, risuscitate i morti (sic), purificate i lebbrosi, cacciate i demoni” (Mt 10, 8), che vi si parranno innanzi; ma poi, sebbene, in due parabole distinte, egli avesse stabilito -poiché non il pre-conosciuto esito finale, ma le regole, quelle sì, sono sempre tutte e per tutti predeterminate- che il servo fedele, cui molto fu anche affidato, qualora diventasse malvagio, dovrà subire la stessa pena che, per bocca di Daniele, il Signor Iddio scelse d’infliggere a quegli anziani ipocriti e perversi che accusarono ingiustamente la bella Susanna (Cfr. Dn 13, 55-59), e quindi, egli promise, il suo signore poi: “lo squarcerà in due (dichotomeO) ” e risorto, “lo porrà tra gli increduli“ (Lc 12, 46), “lo squarcerà in due (dichotomeO) ” e risorto, “gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti (sic), là dove vi sarà il pianto e lo stridore dei denti” (Mt 24, 51), Giuda Iscariota, che non aveva ancora in cuore, ma “aveva” già “in mente (mellO) di consegnarlo” (Gv 6, 71) ai suoi aguzzini, ed essendo “ladro, e tenendo la borsa” adibita a cassa comune, “sottraeva” parte di “ciò che vi mettevano dentro” (Gv 12, 6), da degno impenitente, non desistette dai suoi propositi. Così poi, “nel corso di una cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore (sic) a Giuda Iscariota, figlio” impenitente “di Simone, il proposito di consegnarlo” (Gv 13, 2) ai suoi nemici, Gesù non lo sbugiarda, ma, per insegnare, a tutti i discepoli, l’obbligo (Cfr. Idem, 14) della reciproca e servizievole umiltà, gli lava persino i piedi in un catino (Cfr. Idem, 5), assieme agli altri undici; poi, Giovanni, stimolato da Pietro, gli chiese sottovoce, in modo che gli altri non potessero sentirlo: “Signore, chi è” l’apostolo che ti tradirà? Gesù rispose: è colui al quale darò il boccone” di pane “che sto per intingere” nella salsa; e “intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota; ed allora, dopo” che gli offerse “il boccone” -e quindi prima che l’Iscariota lo prendesse (Cfr. Idem, 30) e lo ingerisse, poiché Gesù, ed Iddio con lui, non ha mai costretto nessuno a peccare (Cfr. Sir 15, 20)- “il Satana entrò” egli stesso “in Giuda” (Gv 13, 25-27), prese stabile dimora in lui, si badi bene, dopo che lui, ripetiamolo, aveva già ripetutamente peccato per conto suo (Cfr. Gv 6, 71; 12, 6); e così poi, “preso” infine “il boccone” (Gv 13, 30) ed ingeritolo, quell’apostolo divenuto ipocrita alzò, come previsto, “il suo calcagno”(Gv 13, 18; Sal 41, 10) contro di lui, che glielo aveva persino ed umilmente lavato (Cfr. Idem, 5); “andò”, nottetempo, “a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie” templari “sul modo di consegnarlo nelle loro mani (Lc 22,4), col favore della notte, e quindi di nascosto dalla folla, che avrebbe potuto opporsi, poiché, anche se ormai non lo considerava più l’invincibile ed anche quaggiù immortale Messia che s’aspettava (Cfr. Gv 12, 32-36), lei continuava tuttavia a considerarlo un profeta inviato dal cielo (Cfr. Mt 21, 11. 46); e, venale qual era, Giuda “chiese” innanzi tutto ”loro: quanto volete darmi perché io ve lo consegni? Essi gli fissarono (histEmi)”, per la sua delazione, ”trenta monete d’argento” (Mt 26, 15), proprio come un tempo si pesavano (histEmi) per davvero “trenta sicli d’argento” (Es 21, 32), il prezzo che serviva al riscatto per la morte di uno schiavo altrui, procurata dalle corna di un proprio bue (Cfr. Ibidem); mentre in questo caso si trattava di quel “giusto servo” (Is 53, 11; cfr. At 3, 13. 26; 4, 27. 30) d’Iddio, il Messia d’amore, l’eterna Parola creatrice che, per noi, si abbassò ad essere anche esemplare carne mortale (Cfr. Gv 1, 14); e quello fu pure il prezzo con cui i mercanti di pecore da macello


valutarono le prestazioni del pastore Zaccaria, e con lui lo stesso Signor Iddio, che gli aveva ordinato di pascere “il gregge destinato alla uccisione” (Zc 11, 1): “Essi allora”, scrisse sempre Zaccaria, “fissarono il mio compenso in trenta sicli d’argento; ma il Signore mi disse: getta nel tesoro” del tempio “questa magnifica (sic) somma, con cui Io (sic) sono stato da loro valutato! Così presi i trenta sicli d’argento e li gettai nel tesoro della casa del Signore” (Idem, 12-13). Quella notte dunque, dopo che il Messia disse loro: “Se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi siete” moralmente “obbligati a lavarvi i piedi gli uni con gli altri” Gv 13, 14), ossia a farvi servitori gli uni degli altri, tra i suoi discepoli, soltanto Giovanni e Pietro conoscevano chi l’avrebbe tradito, senza sapere quando e come; infatti, anche durante la sua ultima cena terrena, “Gesù disse: in verità” in atto, “io ve lo dichiaro” fin d’ora. “Uno di voi, colui che mangia con me, mi consegnerà” ai nemici. Allora, di colpo “rattristati”, forse pensando ad una loro possibile azione preterintenzionale, nove di loro “cominciarono a dirgli uno dopo l'altro: sono forse io?” (Mc 14, 18-19). Certo, Gesù aveva pure detto a tutti loro: “Uno dei Dodici, colui che pone con me la mano nel piatto, quello mi consegnerà“ (Mt 26, 23); ma chi? Mangiando senza posate, erano tutti obbligati a porre le loro mani nel gran piatto posto al centro; ed ancora una volta, anziché svelare il nome del peccatore incallito, ormai divenuto succube di Satana, che lavora sempre per la seconda morte dei suoi seguaci umani, Gesù, giacché da sempre e per sempre “Parola” (Gv 1, 1-3. 14) d’Iddio, allude piuttosto alla tremenda pena, da lui già stabilita, dichiarata e ribadita in anticipo con puntigliosa precisione (Cfr, Mt 24, 51; Lc 12, 46), per quel fedele sovrintendente che prima si lasciò tentare dal “Menzognero” e poi, impenitente, consegnerà se stesso al “padre della menzogna” (Gv 8, 44): “Perché, il” mortale “Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui”, come agnello condotto al macello (Cfr. Is 53, 7), “ma guai all’uomo dal quale il” mortale “Figlio dell'uomo è consegnato! Sarebbe stato meglio per lui che non fosse mai nato, quell’uomo” (Mc 14, 21). Allora, anche “Giuda” Iscariota, “che si accingeva a consegnarlo” ai suoi nemici, “disse” come avevano fatto gli altri: “Rabbi, sono forse io? Gli rispose: tu l'hai detto” (Mt 26, 25), non io; sicché, eccetto Giovanni e Pietro, gli altri nove apostoli continuarono a non sapere chi l’avrebbe tradito; tanto più che Gesù non si decideva ad espellere il previsto delatore, come forse loro s’aspettavano che egli facesse, ma se l’avesse fatto, alcuni di loro avrebbero poi senz’altro tentato d’impedirgli il tradimento; e così poi anche l’Iscariota assistette e partecipò al suo ecclesiale e salvifico testamento eucaristico (Cfr. Mc 14, 22-25; Mt 26, 27-29; Lc 22, 17-20). Poi, usciti dalla sala dell’ultima cena, il delatore sguscerà via dai Dodici ed infine si rivelerà egli stesso, conducendo i soldati romani e le guardie templari all’orto del Getsemani; e quando poi Giuda lo baciò su una guancia, indicando ai soldati romani, ed in modo pleonastico alle guardie templari, che ben lo conoscevano, colui che dovevano arrestare, “Gesù gli disse: amico, per questo sei qui” (Mt 26, 59); e se il Messia d’amore si rivolge a Giuda chiamandolo “amico”, non fu certo per sarcasmo, ma piuttosto perché egli amò per davvero anche i suoi nemici (Cfr. Mt 5, 44-45); ed anche e soprattutto perché, se lo volesse, Giuda potrebbe pur sempre pentirsi del suo ignobile mercimonio di fronte al Signor Iddio, sempre disponibile al perdono (Cfr. Is 30, 15; Ml 3, 8; 1 Gv 1, 9), e dunque tornare ad essergli “amico”. L’incredulo Giuda invece, ormai incorreggibile, sceglierà di pentirsi soltanto di fronte a coloro che non possono e nemmeno vogliono perdonarlo, infatti, all’indomani mattina “Giuda, che l’aveva consegnato, vedendo che Gesù era stato condannato” a morte dal Sinedrio, “fu preso dal rimorso” (sic), e sperando di poter salvare all’ultimo momento la vita di colui che, pur tradito, lo chiamò ancora una volta “amico”, “riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani” notabili, poco prima che uscissero dal cortile di Caifa per recarsi al Pretorio con l’Agnello d’Iddio (Cfr. Gv 1, 29. 36) da macellare, “dicendo: ho peccato (sic) consegnando sangue innocente (sic); ma essi dissero: a noi che importa? Sono affari tuoi. Allora” Giuda Iscariota, disperato ed anche risentito per quel cinico rifiuto, “gettato il denaro ricevuto in direzione (eis) del Santuario”, l’edificio accessibile ai soli sacerdoti, “si ritirò, andando (aperchomai) ad impiccarsi” (Mt 27, 3-5).


Almeno quello era il suo deliberato proposito, sennonché ”i sommi sacerdoti raccolsero il denaro, ma dissero: non è lecito metterlo nel tesoro” del Tempio, “perché questo è il prezzo del sangue; quindi decisero in consiglio” ed all’istante “di comprare con quei soldi” impuri un campo, “destinandolo alla sepoltura degli stranieri” (Idem, 6-7); ma, dovendo recarsi subito da Ponzio Pilato, che doveva ratificare la loro condanna a morte dell’Innocente, non poterono certo farlo in quella stessa mattinata, e così, nel frattempo, verosimilmente, l’impenitente Iscariota fu richiamato e dovette tornare sulla sua decisione di “andare ad impiccarsi”, e quando poi, in seguito, si ripresentò dagli allora mercanti di pecore da macello, dai sommi sacerdoti, essi comprarono, assieme a lui, “il campo del vasaio”; almeno è quanto si può desumere dagli Atti degli apostoli, dove apprendiamo che Pietro poi disse: “Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che lo Spirito Santo (sic) aveva annunciato nella Scrittura, per bocca di Davide, riguardo a Giuda Iscariota, il quale si fece guida” notturna “di coloro che hanno arrestato Gesù. Egli era uno dei nostri ed aveva ricevuto la sua parte (sic) nel nostro” santo “servizio” apostolico. “Ora, quell’uomo”, forse assieme o su incarico dei sommi sacerdoti, “si comprò un campo con il prezzo dell’ingiustizia”, dove poi, “precipitando, si squarciò in mezzo (lakaO mesos) e si sparsero tutte le sue viscere” (At 1, 16-18), come se fosse stato colpito da un colpo di mannaia, inflittogli da un invisibile angelo d'Iddio (Cfr. Dn 13, 55), e come, con due sue parabole, espressamente rivolte ai suoi discepoli, Gesù aveva stabilito (Cfr. Mt 24, 51; Lc 12, 46) che così sarebbe avvenuto. “Ciò fu noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, cosicché quel campo fu chiamato nel dialetto loro Akeldamà, ossia Campo del sangue. Così, infatti, è scritto nel libro dei Salmi: divenga la sua dimora deserta, e non vi sia chi abiti in essa; e il suo servizio” apostolico “lo prenda un altro” (At 1, 19-20; cfr. Sal 69, 26; 109, 8); “perciò”, riprende il Vangelo secondo Matteo, “quel campo si chiama, fino ad oggi” che stiamo scrivendo: “campo del sangue. Allora si compì ciò che era stato detto dal profeta Geremia (sic) ” (Mt 27, 8-9a), ma a questo punto, pur scrivendo “Geremia”, l’evangelista Matteo cita invece il profeta Zaccaria, che, ripetiamolo, ad un certo punto della sua vita, su ordine del Signore Iddio, che aveva deciso di abbandonare a se stessi tutti gli Israeliti non circoncisi nel cuore, si mise a pascolare precisamente le pecore da macello per conto dei mercanti di pecore (Cfr. Zc 11, 7): “E presero i trenta pezzi d'argento, il prezzo di Colui che hanno così valutato i figli d’Israele, e li diedero per il campo del vasaio, quando feci come il Signore mi aveva ordinato” (Mt 27, 9b-10; cfr. Zc 11, 11-13); mentre il passo del profeta Geremia, che più s’addice alla situazione, dovrebbe essere questo: “Ecco, come l'argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle Mie mani” (Ger 18, 6), per cui, vanificando i suoi propositi di suicidio, la sua decisione d’andare “ad impiccarsi” (Mt 27, 5), fu applicata a Giuda Iscariota, squarciato in due, la punizione prevista ed annunciata (Cfr. Mt 24, 51; Lc 12, 46) dalla verità in atto, dalla “Parola” d’Iddio che “divenne” esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale, per poi risorgere a favore dei giusti d’ogni tempo e luogo (Cfr. Eb 11, 1-40), di tutti coloro che seppero e sapranno camminare “sulle orme della fede” giustificante “del nostro padre Abramo” (Rm 4, 12). Insomma, tutto era già previsto fin nei minimi dettagli, e l’obbediente, e quanto mai esemplare, Figlio relazionale d’Iddio, per quanto lo riguarda, fa anche sì che tutto avvenga secondo Scrittura, riservandosi soltanto, essendo anche da sempre e per sempre “Parola” (Gv 1. 1-3. 14) d’Iddio e quindi immancabile verità in atto, di stabilire in anticipo e di dichiarare lui stesso quale sarebbe poi stata la pena per quel suo servo divenuto incredulo, ladro e ipocrita, ed infine malvagio e impenitente; e così Giuda Iscariota finì poi, come promesso, stroncato di sghembo sotto la cintura, prima di ricevere il suo meritato “posto” (At 1, 25), “là” dove “sarà il pianto e lo stridore dei denti” (Mt 24, 51), finché non sarà per sempre precipitato “nello stagno di fuoco” (Ap 20, 14; ecc.), dove anche il suo corpo risorto finirà in polvere, cibo esclusivo del paradigmatico “serpente antico, colui che chiamano Diavolo e il Satana” (Ap 12, 9), alimento obbligato di quell’unico serpente divenuto loquace, con Satana in corpo, e per il quale, all’inizio di questa nostra lunga ed ancora aperta storia del bene e del male, fu sentenziato da Colui che tutto conosce in anticipo e predetermina le regole eterne per ogni esistente: “Poiché fai (sic) ciò”, quindi non solo perché hai fatto, ma perché continui a fare ciò, “che


tu sia maledetto (...) e polvere (sic) mangerai tutti i giorni della tua vita” (Gn 3, 14), vale a dire, ripetiamolo: per l’eternità; poiché l’invisibile Satana è immortale, come lo sono tutti gli invisibili angeli ribelli (Cfr. Mt 25, 41), così divenuti spiriti immondi e sempre in cerca di un corpo umano compiacente, da soggiogare; infatti il Signore ci dirà per esteso in Isaia che sul Suo “santo monte, il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue, ma il serpente (sic) mangerà la polvere (sic) “ (Is 65, 25) per sempre; e cosa sarà mai questa polvere, se non ciò che rimarrà dell’‘adam ‘aphar (Gn 2, 7), dell’uomo polvere, che, risorto, sarà lassù ed infine gettato nello stagno di fuoco, se è rimasto quaggiù peccatore impenitente? Sì, prima d’aver schiacciato il cronometro del tempo, ancor prima d’aver suscitato il mondo in incessante corsa temporale per la Sua definitiva giustizia escatologica, ci rivela Paolo, il nostro unico Signor Iddio già conosceva in anticipo tutti coloro che, alla fine dei tempi, avrebbero poi raggiunto il Messia risorto (Cfr. Rm 8, 29), il per sempre costituito e “nominato Figlio” immortale “di Dio” (Rm 1, 4), nel suo Regno posto di là dal tempo; ma gli esseri umani, viandanti e passeggeri nel tempo, circoncisi nel prepuzio o battezzati che siano, come potranno sapere se sono stati per davvero inseriti ab aeterno nella lista degli eletti, quando nessuna creatura ha la prescienza del suo Creatore? Ora, dato che, “anche al presente”, tra gli Israeliti, che non si sono convertiti al cristianesimo per chiamata individuale, “c'è un resto, secondo un’elezione per grazia” (Rm 11, 5), Israelita o non che tu sia, hai un solo modo per verificarlo: rispondere alla tua specifica chiamata alla fede nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, e quindi, camminando con giustizia, pazienza, fortezza e temperanza “sulle orme della fede” giustificante “del nostro padre Abramo” (Rm 4, 12), devi compiere opere buone, perché se tu credi nella Sua promessa ed eterna risurrezione, se riponi “in Lui la” tua “speranza (Is 8, 17; cfr. Rm 8, 24), ti poni in cammino verso la definitiva giustificazione, e proprio in ogni tua volontaria buon’azione, “lo Spirito stesso”, che hai ricevuto come guida (Cfr. Rm 8, 14) ed aiuto (Cfr. Idem, 26), “attesta (summartureO) al” tuo “spirito” vitale “che” sei per davvero un obbediente figlio relazionale “di Dio” (Idem, 16; cfr. 1 Ts 1, 4-5), per elezione e grazia ricevuta; insomma, t’accorgi che Iddio crede in te e ti sostiene nel tuo operare il bene, nel perseguire quella “gioia” (Rm 14, 17) maggiore “nello Spirito santo” (Ibidem), che ti darà la pace interiore, poiché, ora come allora, “l’effetto della giustizia è la pace” (Is 32, 27). “ Figli, non amiamo con le parole e con la lingua, ma con le opere e nella verità” in atto dello Spirito santo che abbiamo ricevuto, poiché soltanto dal nostro giusto operare “noi conosceremo che siamo” per davvero venuti “dalla verità” (1 Gv 3, 18-19) in atto dell’elezione per grazia. Sta infatti scritto: “Io l’ho stimolato per la giustizia; spianerò tutte le sue vie” (Is 45, 13), quindi, tutti “coloro che credono a Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone” (Tt 3, 8), dimostrino di possedere “la fede che opera per mezzo dell’amore” (Gal 5, 6) d’Iddio e del prossimo. Praticare il bene è sempre stato il miglior antidoto contro il male, fin dalla prima occorrenza biblica della parola “peccato”, da quando Iddio disse a Caino: ”Perché ardi” d’invidia contro tuo fratello “e perché s’abbattono in tristezza le espressioni del tuo volto? Di certo, se agirai bene, l’elevare (se’et) ” del Mio volto rasserenante e benefico sarà rivolto anche a te e alla tua riconoscente offerta, “ma se non agirai bene, il peccato (chata’t) ” impenitente -leggi: Satana- “sarà accovacciato alla” tua “porta e il suo (sic) desiderio” sarà rivolto “verso di te; ma”, se agirai bene, ”tu lo governerai” (Gn 4, 6-7), sottinteso: perché, grazie a Me, grazie al Mio Spirito protettivo e coadiuvante, ti sarai elevato sopra di lui, e resterai immune dalle sataniche tentazioni. Insomma, agire, fare, compiere, operare, praticare il bene, equivale ad impugnare “lo scudo della fede” operante, ”con il quale” -ci disse Paolo- “potrete spegnere tutti i dardi infuocati del Maligno” (Ef 6, 16; cfr. Rm 12, 21; 16, 19), perché “noi sappiamo pure che tutto concorre (sunergeO) al bene” spirituale “di coloro che amano Iddio” e da Lui ed in base alla Sua prescienza, “sono stati chiamati (sic) “ all’obbedienza “secondo il Suo” dichiarato “disegno” (Rm 8, 28) escatologico, ed essi hanno assunto quella chiamata ricevuta per grazia; perché “Egli riserva ai giusti (sic) la Sua protezione, Egli è scudo a coloro che agiscono con rettitudine” (Pr 2, 7). “Signore, Tu benedici il giusto (sic): come scudo lo copre interamente la Tua”


illuminante “benevolenza” (Sal 5, 13; cfr. Sal 18, 3; ecc.), “poiché sole (sic) e scudo è il Signor Iddio. Il Signore concede” prima “grazia e” poi ed infine eterna “gloria, Egli non rifiuta il bene” spirituale “a chi cammina con rettitudine. Beato l’uomo” o la donna, “che in Te confida” (Sal 84, 12). Così, e proprio perché “anche nel tempo presente”, tra gli Israeliti che non si sono convertiti al cristianesimo per chiamata individuale, ”c’è (ginomai) un resto, secondo un’elezione per grazia” (Rm 11, 5), che diviene anch’esso verso la salvezza escatologica, “il Dio della perseveranza e della chiamata ad avvicinarsi (paraklEsis), vi conceda”, circoncisi nel prepuzio o battezzati che siate, “di avere gli uni verso gli altri”, e nella comune fede d’Abramo, “gli stessi sentimenti” d’amore “che furono del Messia Gesù, affinché all’unisono (homothumadon) “, voi tutti da Lui circoncisi nel cuore, come se foste riuniti “in una sola bocca”, e per la grazia ricevuta nella vostra rispettiva chiamata alla fede giustificante, “glorifichiate Iddio (sic) (Cfr. Sal 18, 50; 117, 1; Dt 32, 43), Padre del” risorto “Signore nostro Gesù Messia” (Rm 15, 5-6), l’universale, e seppur ancora, a volte, anche “contestato (antilegO)” (Lc 2, 34; cfr. Rm 15, 30) Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, che, giacché pure eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), venne dall’alto “a guidare i nostri passi sulla via della pace (Lc 1, 79), “affidandoci la parola della riconciliazione” (2 Cor 5, 19). ”Accoglietevi perciò gli uni gli altri” nella comune fede d’Abramo, che ci deriva dalle comuni Scritture ebraiche, con cui teniamo viva anche la nostra lieta e fiduciosa aspettativa d’attuale ed eterna salvezza (Cfr. Rm 15, 4), proprio “come il Messia accolse noi” tutti, circoncisi e non circoncisi nel prepuzio, “per la gloria d’Iddio (sic) “ (Rm 15, 7), “poiché c’è soltanto un unico Iddio” (Rm 3, 30) per “tutte le genti” (Gn 12, 3; 18, 18; Gal 3, 8; ecc.); perché poi, per tutti gli eletti, ora come allora, partendo, “da fede” e perseverando “per fede” (Rm 1, 17) operativa nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, si credette, e si crede, sempre e soltanto per giustificante e gratuita grazia, riconosciuta ed accolta con gratitudine; poiché, certo, la fede assunta determina sempre l’iniziale remissione dei peccati passati, ma poi la comune fede d’Abramo rimane un dono che comporta, per i giusti d’ogni confessione monoteista, il dovere di compiere “le opere di pietà” (2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc.) e giustizia, “le opere” buone “prodotte in Dio” (Gv 3, 21; cfr. Mt 5, 16; Ef 2, 8-10) e grazie a Lui (Cfr. Fil 2, 13), “le” umane “opere” compiute in nome e per amore “d’Iddio” (Gv 6, 28; 9, 4), “le opere buone che Iddio ha reso pronte in anticipo perché noi le percorressimo” (Ef 2,10), come sicuri sentieri che salgono al “santo monte” (Is 65, 25), al “monte della Casa del Signore” (Is 2, 2), all’eterno e condiviso Regno dei cieli, “preparato per” gli eletti, Israeliti e non, “fin dalla proiezione del mondo” (Mt 25, 34; cfr, Ef 1, 4) in divenire. Tanto più che il praticare la pietà e l’amore caritatevole, secondo l’asseverante legge del Messia d’amore (Cfr.1 Cor 9, 20), è, senz’ombra di dubbio, un dovere ineluttabile per ogni cristiano, perché i così spesso ignorati peccati d’omissione sono un’esplicita ed imprescindibile novità amplificatrice, introdotta dal Messia d’amore, rispetto alla pur già caritatevole Bibbia ebraica (Cfr. Dt 10, 19; Lv 19, 18. 34; ecc.); e così, nel suo giudizio finale, colui che disse: “Voi siete amici miei, se fate ciò che vi comando” (Gv 15, 14), il da sempre designato e poi per sempre “nominato Figlio” immortale ”di Dio” (Rm 1, 4), che non vuol certo essere riconosciuto in una muta ed inerte immagine dipinta o scolpita, dirà: “Andate via da me, o maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli” (Mt 25, 41) ribelli, e dove voi rimarrete, a vostra meritata punizione, “là” dove “sarà il pianto e lo stridore dei denti” ( Mt 8, 12; 13, 42. 50; 22, 13; 24, 51; 25, 30; Lc 13, 28), fino a quando sarete poi per sempre “distrutti (apollumi) (Rm 2, 12; cfr. 9, 22; Mt 10, 28), fino a quando sopraggiungerà per voi la liberatrice e misericordiosa “morte in eterno” (Gv 8, 51; cfr 11, 26); “poiché io ebbi fame e voi non mi deste da mangiare, io ebbi sete e voi non mi deste da bere, io ero straniero e voi non mi ospitaste, nudo e voi non mi copriste, infermo e in carcere e voi non veniste a trovarmi. Quindi risponderanno anche loro dicendo: Signore” nostro Gesù, “quando ti vedemmo aver fame o sete, essere straniero o nudo, infermo o in carcere, e non ti abbiamo servito? Allora” il Messia d’amore, divenuto Giudice inappellabile, “risponderà loro dicendo: in verità” in atto “vi dico, ciò che non avete fatto ad uno di questi più piccoli, voi non l’avete fatto a me!” (Mt 25, 42-45).


Insomma, c’è ben poco da infiorettare, tergiversare od obiettare, in buona sostanza, lo si dica o lo si taccia, con la Sua imperitura Legge assertiva e proibitiva, il nostro unico Signor Iddio “ha rinchiuso assieme (sic) tutti” noi, non circoncisi e circoncisi nel prepuzio, “nella” sempre possibile e prima o poi anche immancabile “disobbedienza, per dispensare a tutti la Sua misericordia” (Rm 11, 32), sia per permetterci l’accesso all’eterna ricompensa -poiché, in effetti, se noi fossimo giudicati secondo tutte le trasgressioni e i peccati d’omissione commessi, saremmo noi tutti condannati- o sia per abbreviare le nostre pene escatologiche, nella misericordiosa e liberatrice seconda morte in anima e corpo risorto, se riceveremo una meritata risurrezione di condanna. Ciò assodato, ora ridiamo la parola all’integrale Lettera ai Romani di Paolo: rientriamo ancora una volta con quel beato apostolo del Risorto nel cuore pulsante del primissimo cristianesimo, allora come ora, sempre maturo alla vendemmia; tenendo pure conto in subordine che, con le mie esplicative e pure spesso ridondanti interpolazioni testuali, sempre poste in corsivo e quindi pur sempre a mio carico, io mi sono sforzato ed ho cercato, salvo probabili fraintendimenti, di rendere di primo acchito leggibile e, spero, meglio comprensibile un testo, la cui stringata, ed a volte ellittica, formulazione era sostenuta e colmata da un sapere comune tra mittente e destinatari; un insieme di conoscenze condivise, che c’é possibile ricostruire solo per sempre incerta induzione logica, ma che, stante la lunga lista di persone alle quali Paolo rivolge, in chiusura, i suoi saluti, doveva essere già ben consolidato, attraverso una fitta rete di precedenti relazioni interpersonali. Lo stesso Apostolo ritiene, oltretutto, che quei suoi primi destinatari romani -tutti di sicura e comprovata fede nell’avvenuta, eterna e propiziatrice (Cfr. Rm 3, 25) risurrezione del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, ed ai quali egli dice d’aver “scritto” soltanto “per rinverdire ciò che già sapete” (Rm 15, 15)- siano anche già tutti “pieni di bontà e colmi d’ogni” elargita “conoscenza” (Idem, 14) scritturale; situazione che, ripetiamolo e sia ben chiaro, non è certo la mia.

Lettera ai Romani Da Corinto, forse verso la fine del 57.

Romani 1 1. 1 Chi si rivolge a voi con questa lettera in greco è Paolo, servo (doulos) volontario del Messia (christos) Gesù, da lui stesso chiamato (klEtos) ad essere suo apostolo (Cfr. 1 Cor 9, 1; Gal 1, 16; 2, 6-9; At 9,15; 26, 16), anzi ed ancor prima prescelto (aphorizO) e messo da parte fin dal grembo di sua madre (Cfr. Gal 1, 15; At 13, 2; Is 49, 1), per proclamare il Lieto Annuncio (euaggelion) di Dio, 1. 2 che, nelle sacre Scritture ebraiche, Egli aveva dapprima promesso (proepaggellomai) ad Abramo (Cfr. Gn 15, 5) e poi coi Suoi profeti (Cfr. Ivi 16, 26) dell’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva, 1. 3 e che ora ha infine realizzato, in funzione principiativa, riguardo (peri) al dapprima designato Figlio Suo prediletto, relazionale ed operativo (Cfr. Mc 1, 11; Mt 3, 17; Lc 3, 22), proveniente (ginomai) dalla stirpe (sperma) legale (Cfr. Lc 3, 23) di Davide secondo (kata) la carne mortale, 1. 4 e poi, secondo (kata) uno Spirito di santificazione (hagiOsunE) e a partire dalla (ek) sua risurrezione dai morti (Cfr. At 3, 33; Eb , 5; Sal 2, 7), per sempre nominato (horizO) e costituito Figlio immortale di Dio, con sempre attuale, unica e salvifica (Cfr. At 4, 12) potenza (dunamis) ed infine capacità d’universale giudizio escatologico (Cfr. Ivi 2, 16): Gesù il Messia e Signore nostro.


Sì, con lui, l’eterna “Parola” creatrice d’Iddio “divenne” esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale nella vergine Maria dolce, divenne “Figlio dell’uomo” (Gv 1, 51; ecc.), e così “colui che fu ucciso appeso ad un legno, Iddio lo ha” poi per sempre “risuscitato il terzo giorno, ed ha” anche “voluto che si manifestasse” per quaranta giorni, in almeno dodici occasioni successive (Cfr. Gv 20, 11-17; Mt 28, 5-10; Mc 16, 12-13; Lc 24, 13-32; Idem, 33-35; Gv 20, 19-23; Idem, 24-25; Idem, 26-31; 1 Cor 15, 6-7; Mt 28, 1620; Mc 16, 14-18; At 1, 4-8; Gv 21, 1-14), “non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti dal” Signor

“Iddio”, e quindi anche “a noi”, i suoi primi apostoli, dirà Pietro a Cesarea, “che abbiamo” pure “mangiato e bevuto con lui (sic) dopo la sua risurrezione dai morti. Egli ci ha ordinato di proclamare al popolo e di testimoniare che egli è stato nominato (horizO)” e costituito “dal” Signor “Iddio giudice” escatologico” dei viventi e dei morti” (At 10, 39-42; cfr. Ivi, 2, 16) in eterno, e così, di nuovo e del tutto “generato” (At 13, 33; cfr. Sal 2, 7; Eb 1, 5a; 1 Gv 5, 18) dal Signor Iddio, senza alcun concorso umano, tornerà, “simile (sic) ad un figlio d’uomo (sic), sulle nubi del cielo” (Dn 7, 13); e fin d’ora, “chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati (Idem, 43) passati e, praticando, per fede nel Lieto Annuncio, la giustizia evangelica, accede all’attuale ed eterna salvezza. 1. 5 Da lui, noi abbiamo ricevuto grazia ed apostolato per portare all’operativa obbedienza (sic) della fede nel suo nome di risorto e per sempre costituito Figlio immortale d’Iddio e supremo Giudice ultimo, un resto eletto tra tutte le genti (ethnos), 1. 6 tra le quali siete anche voi, sia d’origine giudaica e sia pagana (Cfr. Ivi 9, 24; 10, 12), ma tutti ormai chiamati di Gesù Cristo (christos), ed in futuro: cristiani. 1. 7 Ed é così che ora io mi rivolgo a tutti coloro che, degni d’amore, prediletti (agapEtos) di Dio e chiamati (sic), ad uno ad uno, ad essere santi (sic), ora si trovano in Roma: grazia e pace a voi da parte di Dio, Padre nostro relazionale, e da parte del Signore nostro Gesù, il Messia. 1. 8 Prima di tutto ringrazio il mio Dio, il Dio cui anch’io appartengo tramite Gesù, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, riguardo a tutti voi, perché in tutto quanto il mondo attorno al Mediterraneo si parla della vostra fede messianica. 1. 9 Mi è, infatti, testimone Iddio, che io servo con tutto il mio spirito (pneuma) vitale nella predicazione del Lieto Annuncio (euaggelion) dell’eterna e principiativa risurrezione del per sempre nominato Figlio Suo immortale (Cfr. Ivi 1, 4), con quale costanza ininterrotta io vi ricordo 1. 10 e vi menziono sempre nelle mie preghiere, chiedendo che mi si offra infine, secondo il volere d’Iddio, una favorevole occasione di venire da voi. 1. 11 Ho, infatti, un vivo desiderio di vedervi, per comunicarvi qualche dono (charisma) spirituale che vi fortifichi, 1. 12 o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede messianica, che noi abbiamo in comune, voi ed io. 1. 13 Non voglio pertanto nascondervi, fratelli, che, anche se fino ad ora fui da me stesso trattenuto (kOluO) dal farlo, avendo scelto “di proclamare” dapprima “il Lieto Annuncio (euaggelizO) soltanto dove non era ancora giunto il nome del Messia” (Ivi 15, 20), ciò nondimeno io mi sono spesso proposto di venire fra voi, per raccogliere anche tra voi, e tra gli altri Romani, che “sono stati chiamati” (Ivi 1, 7; 8, 28) “alla libertà” (Gal 5, 13) dal peccato, qualche frutto (karpos) spirituale a mia e vostra edificazione (Cfr. Ivi 14, 9; 15, 2), come già feci tra le altre genti, alle quali detti la precedenza, 1. 14 poiché io sono sempre in necessario (Cfr. 1 Cor 9, 16) debito (sic) (opheiletEs) verso i Greci e verso coloro che i Greci chiamano barbari, verso sapienti ed ignoranti. 1. 15 “Ora però, non trovando più un” vergine “campo d'azione in quelle regioni, e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di farvi visita” (Ivi 15, 23), sono quindi pronto (prothumos), disposto e desideroso, per quanto sta in me, a proclamare anch’io il Lieto Annuncio (euaggelizO) dell’eterna e principiativa risurrezione di Gesù il Messia pure a voi e ad altri chiamati alla fede, che pure abitano a Roma. 1. 16 Anche se, a volte, il proclamarlo tra i pagani sia già stato per me motivo di derisione (Cfr. At 17, 32), io non arrossisco mai dell’esorbitante Lieto Annuncio (euaggelion) d’eterna risurrezione dei giusti, poiché esso è potenza (dunamis) di Dio, forza che opera quaggiù per l’attuale ed eterna salvezza di chiunque gli crede ed agisce di conseguenza, dopo averlo ascoltato tramite le Scritture in ebraico prima, e poi nella rinnovata predicazione in greco, e dunque del Giudeo circonciso


anche nel cuore (Cfr. Ivi 2, 29; Dt 10, 6; 30, 6; Ger 4, 4; 9, 25, 24, 7; 31, 33; ecc.), prima degli altri, e poi, ora, anche del Greco, vale a dire di colui che, proveniente da tutte le altre genti, la promessa d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, l’ha ascoltata ed accolta in greco, quale “Lieto Annuncio del Messia” (Ivi 15, 19; cfr. 1, 9) crocifisso e risorto. 1. 17 E’ in esso, in quel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, formulato prima in ebraico e poi im aramaico e quindi in greco, che si rivela (apokaluptO) la benigna, sempre attuale ed eterna giustificazione (dikaisunE) di Dio, partendo da (ek) fede ed operando per (eis) fede, come, nelle ebraiche Scritture, già s’impegnò per iscritto Colui che sempre mantiene le promesse, sentenziando: “Soccombe chi non ha l’animo retto, mentre il giusto (sic) sarà giustificato, vale a dire, una volta risorto vivrà per sempre, partendo da (ek) fede” (Cfr. Ab 2, 4; Gal 3, 11; Eb 10, 38) e perseverando per fede operativa nella divina promessa, prima rivolta ad Abramo e per tutta la sua discendenza spirituale (Cfr. Ivi 4, 1-25; Lc 1, 55), poi ribadita nei Libri dei Profeti della risurrezione (Cfr. Ivi 1, 2; 16, 26), ed infine ora mantenuta in anteprima, ed anche con futuro effetto retroattivo per i giusti vissuti prima di lui (Cfr. Eb 11, 1-40), con l’avvenuta, eterna e principiativa risurrezione di Gesù, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, inviato a farci meglio conoscere che, ancor prima che rigore, Iddio è amore (Cfr. Gv 15, 8-10; 1 Gv 4, 8) principiativo, diffusivo e terminale. Ora come allora, la giustificazione viene dunque dalla “fede del nostro padre Abramo” (Ivi 4, 12) e diverrà definitiva per chi, in base a quella fede giustificante e con l’aiuto dello Spirito santo (Cfr. Gl 3, 1; At 2, 1-4; Ivi 8, 9-11. 26; ecc.), avrà saputo mantenersi “giusto” (Ivi 1, 17), compiendo anche “opere di pietà, secondo le prescrizioni della” assertiva “Legge del Signore” Iddio (2 Cr 35, 26; cfr. 32, 32;Dt 10, 18-19; Lv 19, 18. 34; Nee 13, 14; Tb 4, 5-11; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc,), operando “il bene” (Ivi 2, 10) in nome e per amore d’Iddio (Cfr. Gv 3, 21; 6, 28; 9, 3; Ef 2, 810) e grazie a Lui (Cfr. Fil 2, 13; Ef 3, 20). “Figli, non amiamo con le parole e con la lingua, ma con le opere e nella verità” in atto dello Spirito santo che ci sostiene, poiché soltanto dal nostro operare “noi conosceremo che siamo” per davvero venuti “dalla verità” (1 Gv 3, 18-19; cfr. Rm 8, 16; 1 Ts 1, 4-5) in atto dell’elezione per grazia anticipata. Insomma, poiché il definitivo e “giusto giudizio d’Iddio renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Ivi 2, 5-6), rischia di divenire fuorviante stabilire delle contrapposizioni radicali tra la fede e le opere o tra la fede e la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio. Infatti, più avanti, Paolo chiederà ai destinatari di questa sua missiva: “Togliamo dunque ogni valore alla Legge” di Mosè, nella sua doppia valenza, assertiva e proibitiva, “mediante la fede” nel Lieto Annuncio? “Nient'affatto, anzi”, proprio mediante la fede nell’eterna risurrezione dei giusti e nella definitiva condanna dei reprobi, “noi confermiamo la Legge” (Ivi 3, 31) nella sua interezza, poiché “il” pieno “compimento della Legge” assertiva e proibitiva “è l’amore” (Ivi 13, 10) d’Iddio e del prossimo, assunto a quotidiana pratica di vita, l’amore che, sconfiggendo il male col bene (Cfr. Ivi 12, 9. 17. 21), è pure capace di rispettare per intero la Legge proibitiva. Il beato apostolo non dimentica certo che Gesù proclamò: “E non dovete pensare che io sia venuto ad abolire (kataluO) la Legge o i” libri dei “Profeti” dell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. “Non sono venuto per abolire, ma per realizzare compiutamente (plEroO)” (Mt 5, 17) la Legge d’Iddio e pure i libri dei Profeti, vale a dire: affinché, oltre al rispetto della Legge proibitiva, quella fatta per i trasgressori (Cfr. Gal 3, 19; 1 Tm 1, 9-10), sia innanzi tutto praticata quaggiù, e per fede nel Lieto Annuncio, la prioritaria Legge assertiva, quella fatta per i giusti, quella imperniata sull’amore d’Iddio e del prossimo, e per poi avverare lassù ed alla fine dei tempi la promessa fatta ad Abramo dell'eterna risurrezione dei meritevoli, poi esplicitata dai Profeti (Cfr. Ivi 1, 2), e dunque anche per eseguire la punizione escatologica degli ingiusti ed impenitenti, applicando, in un’unica e misericordiosa sentenza di condanna escatologica, la punitiva Legge d’Iddio. Pagani e Israeliti, quasi tutti vivono nel peccato


Sì, soltanto “il giusto vivrà” (Ivi 1, 17) per sempre, mentre soccombe chi non ha l’animo retto (Cfr. Ab 2, 4).

1. 18 Difatti, anche ora e “per la fine” (1 Ts 2, 16), l’indignazione (orgE) di Dio -uso un’espressione antropomorfica (Cfr. Ivi 3, 5), ma va da sé che il Signor Iddio non è soggetto ad alcun turbamento- si rivela (apokaluptO) dall’alto del cielo, contro ogni empietà (asebeia) ed ingiustizia (adikia) di uomini, che, abbandonati a se stessi (Cfr. Ivi 1, 26. 28), soffocano la verità in atto d’Iddio nell’iniquità (adikia), a loro più confacente, del permissivo politeismo, 1. 19 perché ciò che è loro conoscibile (gnOstos) del Signor Iddio è manifesto (phaneros) in (en) loro, poiché Iddio stesso, da Adamo in poi, l’ha appositamente manifestato (phaneroO) per (gar) loro, e lo si riscontra nella loro consapevolezza dell’esistenza reale di un’invisibile forza trascendente che domina e regge il mondo. 1. 20 Sì, dalla creazione (ktisis) del mondo in divenire, non solo lo stesso “firmamento annunzia l’opera delle Sue mani” (Sal 19, 1), ma soprattutto coi Suoi precipui interventi (poiEma) per e negli esseri umani (Cfr. Ivi 1, 19), da Adamo in poi, le Sue qualità invisibili, come la Sua eterna potenza ed il Suo essere divino (theiotEs), sono divenute mentalmente percepibili (kathoraO). E così, anche se Iddio non si è loro rivelato in parole ed atti specifici, come ha fatto con Adamo e poi, via via, fino agli antichi patriarchi d’Israele, dalla cui esperienza diretta sono poi derivate le sacre Scritture ebraiche, essi sono senza scuse, 1. 21 poiché, pur conoscendo (ginOskO) l’esistenza reale del Signor Iddio, da Lui stesso evidenziata nella loro mente e per loro (Cfr. Ivi 1, 19), non Lo hanno glorificato come unico Dio, né Gli hanno reso grazie con cuore retto, ma al contrario si sono a tal punto fuorviati, nei loro vani ragionamenti filosofici, attorno alla concezione intellettuale d’Iddio ed alle Sue qualità e prerogative, che il loro cuore insensato è ormai diventato costante preda delle tenebre. A cosa valse a Platone, e ai suoi seguaci, l’aver dissertato sull’innocenza d’Iddio? 1. 22 Ritenendosi sapienti, con tutto il loro filosofeggiare, sono diventati stolti, 1. 23 ed hanno scambiato la gloria dell’incorruttibile Iddio con le sembianze dell’uomo corruttibile, di volatili, di quadrupedi e di serpenti, insomma con la più variegata pluralità d’idoli permissivi. 1. 24 Perciò Iddio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri dei loro cuori ottenebrati, fino a disonorare tra loro i propri corpi. 1. 25 Hanno scambiato l’eterna verità in atto d’Iddio, che, pur pazientando (Cfr. Ivi 2, 4), accumula indignazione su di loro (Cfr. Ivi 1, 18; 2, 5; 3, 5; 5, 9; 9, 22; 12, 19; 13, 5), con la falsità del politeismo, hanno adorato e servito la creatura al posto del Creatore, che è e sia per sempre lodato. Amen! 1. 26 Perciò Iddio li ha abbandonati a passioni avvilenti; le loro donne scambiarono il naturale rapporto sessuale con quello contro natura; 1. 27 ugualmente anche gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, si accesero di desideri gli uni verso gli altri, compiendo turpitudini tra loro, ricevendo in se stessi l’adeguata ricompensa del loro smarrimento. 1. 28 Infatti, poiché coi loro idoli hanno disprezzato il pieno riconoscimento del Suo amore principiativo, la corretta conoscenza (epignOsis) d’Iddio, quale unico, universale ed eterno Creatore, Iddio li ha abbandonati alla loro intelligenza insipiente (adokimos) ed inadeguata, in modo da compiere ciò che non conviene. “L’Eterno sarà con voi quando voi sarete con Lui; se Lo cercherete”, obbedendo alle Sue parole, “Egli si farà trovare”, facendosi vostro scudo spirituale (Cfr. Gn 15, 1; Sal 5, 13; 18, 3; 84, 12; Pr 2, 7; Ef 6, 16); ma se Lo abbandonerete”, con la vostra disobbedienza impenitente (Cfr. Ivi 2, 5), “Egli vi abbandonerà” (2 Cr 15, 2) a voi stessi, e dunque “in balia di Satana” (2 Cor 2, 11). 1. 29 Così, stracolmi d’ogni genere d’ingiustizia reciproca, perversità, cupidigia, cattiveria, invidia, omicidio, lite, frode e depravazione, 1. 30 sono divenuti calunniatori, maldicenti, odiatori di Dio (theostugEs), insolenti, orgogliosi, superbi, ingegnosi nel male, ribelli ai loro genitori, 1. 31 senza comprensione, senza lealtà, senza cuore e dunque senza pietà.


1. 32 Ed anche quando, com’è il caso degli Israeliti, che vivono con la proibitiva Legge di Mosè e conoscono l’irrevocabile sentenza (dikaiOma) d’Iddio, secondo la quale coloro che compiono (prassO) tali (toioutos) azioni, se non avranno saputo pentirsi e ravvedersi in tempo utile, saranno infine avviati all’“infamia eterna” (Dn 12, 2), insomma, sono già meritevoli (axios) di una “seconda” (Ap 2, 11; 20, 13-14; 21, 8) morte (Cfr. Ivi 6, 21; 8, 6), in anima e corpo risorto (Cfr. Mt 10, 28), poiché dopo aver scontato le loro meritate punizioni infernali, saranno anche avviati alla loro totale distruzione (Cfr. Ivi 2, 12; 9, 22), alla morte in eterno (Cfr. Gv 8, 51; 11, 26), loro, per la maggior parte, non credendo alla risurrezione di premio o di condanna (Cfr. Dn 12, 2-3; Gv 5, 29; At 24, 15), e quindi che l’ira d’Iddio giungerà a compimento alla fine dei tempi (Cfr. Sof 1, 18; Dn 8, 19), non solo le fanno (poieO), ma ormai approvano pure coloro che le compiono (prassO) (Cfr. Sal 50, 18-19), proprio perché vogliono a loro volta essere approvati nei loro comportamenti trasgressivi. Romani 2 Riconoscendo il peccato, non si deve in ogni caso giudicare i singoli peccatori Il Messia ci aveva ammonito: “Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati” (Mt 7, 1; cfr. Lc 6, 37-38).

2. 1 Sei dunque senza scusa, chiunque tu sia, o uomo che giudichi al posto d’Iddio, perché proprio giudicando singolarmente gli altri, condanni ipso facto te stesso: infatti, proprio tu che giudichi, compi alcune, se non tutte le medesime azioni che condanni negli altri, 2. 2 ma, tu ed io, sappiamo bene che, abbandonandoli “alla loro intelligenza insipiente” (Ivi 1, 28), l’attuale ed eterno giudizio d’Iddio per chi commette tali cose, e non si pente (Cfr. Ivi 2, 4. 5), è sempre formulato secondo verità in atto. E quindi anche secondo giustizia, poiché la verità in atto d’Iddio è sempre attuale ed eterna giustizia. “Ma chi sei” poi “tu, che ti fai giudice del tuo prossimo?” (Gc 4, 12). Può forse ergersi a giudice chi, risorto, dovrà presentarsi “al tribunale d’Iddio” (Ivi 14, 10)?

2. 3 O pensi forse tu, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni ed intanto in buona parte le compi tu stesso, di poter sfuggire al definitivo giudizio d’Iddio? 2. 4 Oppure ti prendi gioco della ricchezza della Sua bontà, della Sua longanime tolleranza e della Sua pazienza, senza riconoscere che la benignità d’Iddio attende il tuo pentimento (metanoia) (Cfr. Sap 11, 23)? Quel pentimento che è sempre stato e, finché sarai in vita, rimarrà sempre riservato, in modo esclusivo, al tuo libero arbitrio, poiché neanche Colui che tutto può, “nemmeno Colui che ti ha creato senza il tuo aiuto, può salvarti senza il tuo aiuto” (Agostino).

Con la risurrezione universale, Iddio premierà o punirà ciascuno secondo le sue opere 2. 5 Tu, invece, con la tua durezza e col tuo cuore impenitente (sic) (ametanoEtos), accumuli indignazione (orgE) su di te per quel postremo giorno dell'indignazione (orgE) e della collera punitiva in cui ti sarà rivelato il giusto e definitivo giudizio (dikaiokrisia) d’Iddio, 2. 6 il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere (sic): 2. 7 la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore e incorruttibilità; 2. 8 indignazione (orgE) e collera (thumos) punitiva contro coloro che, per spirito di rivalità, indisciplina (eritheia) e partigianeria (Cfr. Fil 2, 3; Gc 3, 14), non obbediscono alla verità in atto della Sua parola, ma all'ingiustizia temporale degli uomini. 2. 9 Sì, “in Lui c’è misericordia ed ira” (Sir 5, 6), e ci sarà lassù tribolazione e angoscia per l’anima (psuchE) d’ogni essere umano (anthrOpos) che opera il male, oppure omette di praticare la misericordiosa Legge assertiva (Cfr. Lc 16, 19-31), per il circonciso e per il non circonciso nel prepuzio, per il Giudeo prima, e poi per il Greco; 2. 10 gloria invece, onore e pace per chiunque,


circonciso o non circonciso nel prepuzio, opera il bene, prima per il Giudeo che ha praticato la giustizia, credendo nella promessa fatta ad Abramo, e poi per il Greco, vale a dire per chi ha operato bene, credendo nel Lieto Annuncio del Messia, poi riformulato in greco, 2. 11 perché presso Iddio non c'è alcuna parzialità (Cfr. Dt 10, 17; At 10, 34; Ef 6, 9; Col 3, 25) d’appartenenza etnica, ma solo cronologica precedenza di giudizio per gli Israeliti, che ricevettero per primi la Sua Legge assertiva e proibitiva. 2. 12 Poiché la “santa” (Ivi 7, 12), assertiva e proibitiva Legge d’Iddio stabilisce sempre “il” preciso “riconoscimento (epignOsis) del peccato” (Ivi 3, 20), compreso quello d’omissione (Cfr. Mt 25, 42-43), per l’intera umanità; quindi, pure tutti coloro che, non essendo Israeliti, hanno peccato senza la conoscenza della Legge (anomOs), nonostante fossero senza Legge (anomOs), una volta risorti e dopo aver scontato la loro meritata condanna escatologica, saranno anche definitivamente distrutti (apollumi) (Cfr. Ivi 9, 22), saranno avviati alla “morte in eterno” (Gv 8, 51; cfr 11, 26; Mt 10, 28; Ap 2, 11; 20, 13-14; 21, 8); ed anche quanti invece, appartenendo al popolo eletto e separato, hanno peccato sotto l’assertiva e proibitiva Legge mosaica, saranno lassù giudicati (krinO) mediante (dia) la Legge mosaica (Cfr. Gv 5, 45-47) e parimenti condannati, puniti ed infine distrutti; 2. 13 perché non coloro che ascoltano (akroatEs) la Legge mosaica sono giusti (dikaios) davanti al Signor Iddio, ma saranno giustificati (dikaioO) soltanto quelli che, per prioritaria fede giustificante nel Lieto Annuncio (Cfr. Ivi, 1, 17), mettono in pratica (poiEtEs), innanzi tutto, la Legge assertiva, quella che induce ad amare Iddio (Cfr. Dt 30, 6) ed il prossimo (Cfr. Lv 19, 18), e così, camminando con quelle due gambe d’amore, essi sconfiggono” il male col bene” (Ivi 12, 21), evitano anche di cadere nelle trasgressioni della Legge proibitiva, e dunque praticano interamente (Cfr. Mt 5, 17; Ivi 13, 10) la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio (Cfr. Ivi 10, 5). Si può essere per natura circonciso nel cuore anche senza aver conosciuto la parola d’Iddio 2. 14 Così, quando le genti, che pur non hanno ricevuto la Legge di Mosè, ma per loro benigna natura, agiscono secondo quella proibitiva ed assertiva Legge mosaica, che induce anche ad amare il prossimo e ad operare il bene, essi, pur non avendo ricevuto la Legge di Mosè, sono legge a se stessi; 2. 15 essi dimostrano che quanto l’assertiva e proibitiva Legge mosaica esige è scritto nei loro cuori, come lo testimonia la loro stessa coscienza e i loro stessi ragionamenti, che di volta in volta li accusano o li difendono. 2. 16 Così avverrà nel postremo giorno in cui Iddio, secondo il mio (Cfr. Ivi 16, 25; 2 Tm 2, 8) Lieto Annuncio (euaggelion) cristiano, giudicherà i segreti (sic) degli uomini (Cfr. Mt 10, 26) per mezzo di Gesù il Messia, delegato Giudice ultimo, proprio giacché, oltre ad essere da sempre e per sempre l’eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), egli fu anche mortale “Figlio dell’uomo” (Gv 1, 51; ecc.), poiché egli, che, risorto, ora siede alla destra del Padre (Cfr. Ivi 8, 34; Mc 14, 62; Mt 26, 64; Lc 22, 69; At 2, 33; ecc.), proprio giacché fu figlio mortale della sola Maria vergine, ha pure conosciuto, in prima persona, tutti i condolenti limiti dell’umana condizione esistenziale. Chi ha ricevuto la Legge mosaica deve praticarla nella sua assertiva e proibitiva interezza 2. 17 Ora, se tu ti vanti di portare il nome di Giudeo e ti riposi sicuro e soddisfatto sulla Legge mosaica, e ti glori in Dio, 2. 18 del quale conosci la volontà e, istruito dalla Sua Legge assertiva e proibitiva, sai distinguere ciò che è meglio, 2. 19 e ti credi guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre (Cfr. Is 42, 6-7; 49, 6), 2. 20 educatore degli ignoranti, maestro dei fanciulli, perché possiedi nella Legge assertiva e proibitiva l'espressione della conoscenza e della verità in atto d’Iddio... 2. 21 ebbene, come mai proprio tu, che istruisci gli altri, non insegni a te stesso? Tu che proclami di non rubare, rubi? 2. 22 Tu che proibisci l'adulterio, sei adultero? Tu che aborri (bdelussomai) il contatto con gli idoli, li derubi con le tue stesse mani dai loro santuari (hierosuleO)? 2. 23 Insomma, tu che ti glori della Legge di Mosè, offendi Iddio trasgredendo la Sua Legge assertiva e proibitiva. 2. 24 Proprio com’è stato scritto, “il nome d’Iddio è così bestemmiato e profanato per causa vostra anche tra le altre genti” (Cfr. Is 52, 5; Ez 36, 20).


2. 25 Insomma, la tua appartenenza al popolo eletto e separato, la tua circoncisione del prepuzio ti giova, sì, se pratichi, con amore (Cfr. 1 Gv 5, 3) e non di malavoglia e solo per timore, la Legge di Mosè nella sua assertiva e proibitiva interezza; ma se trasgredisci qua e là la santa ed imperitura Legge d’Iddio, come, in mancanza di grazia e fede giustificante, inevitabilmente accade, pur con la tua circoncisione del prepuzio, tu sei come uno non circonciso. La circoncisione che più conta davanti al Signor Iddio è quella del cuore 2. 26 Ed in modo inverso, se chi non è circonciso nel prepuzio osserva le prescrizioni (dikaiOma) proibitive ed assertive della Legge di Mosè, amando Iddio e il prossimo suo, la sua mancanza di circoncisione non gli sarà forse contata come circoncisione? 2. 27 E così, chi non è circonciso nel prepuzio, ma pratica la Legge assertiva e proibitiva, una volta risorto: giudicherà te che, nonostante la lettera della Legge mosaica e la circoncisione del prepuzio, trasgredisci la Legge assertiva e proibitiva. 2. 28 Infatti, vero Giudeo non è chi appare tale all'esterno, e la circoncisione, che più ha valore di fronte al Signor Iddio, non è quella visibile nella carne, 2. 29 ma vero ed integro Giudeo è colui che lo è al di dentro (kruptos) e la circoncisione che conta è quella “non operata dall’uomo” (Col 2, 11), è quella del cuore (Cfr. Dt 10, 16;30, 6; Lv 26, 41;Ger 4, 4;6, 10; 9, 25; Ez 44, 7-9), nello spirito e non nella lettera, ed allora la lode che riceve non viene dagli uomini, ma dal Signor Iddio. Romani 3 Dobbiamo forse, noi Giudei, ritenerci superiori? 3. 1 Qual è dunque la prerogativa del Giudeo? Qual è allora l'utilità della circoncisione del prepuzio? 3. 2 Grande, sotto ogni riguardo. Anzitutto perché a loro, tramite Abramo ed i Profeti (Cfr. Ivi 1, 2; 16, 26), sono state affidate le promesse (logion) incontrovertibili d’Iddio. 3. 3 Che dunque? Se alcuni furono infedeli (apisteO), non credendo alla promessa d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, la loro incredulità può forse annullare la fedeltà (pistis) d’Iddio, verso coloro che tuttora camminano sulle orme della fede d’Abramo (Cfr. Ivi 4, 12)? 3. 4 Impossibile! Resti piuttosto assodato che soltanto Iddio è verace e, senza di Lui, “ogni uomo è menzognero” (Sal 116, 11), come sta scritto: “Perché Tu solo sia riconosciuto giusto nelle Tue parole e vinca quando sei giudicato” (Sal 51, 6). 3. 5 Se poi la nostra abituale ingiustizia mette in risalto l’attuale giustizia (dikaisunE) di Dio, che ci “ha” così “abbandonati all’impurità” e “a passioni avvilenti” (Ivi 1, 24. 26), cosa diremo? Forse è ingiusto Iddio quando, e qui uso ancora un linguaggio antropomorfico: ci riserva la Sua attuale ed eterna indignazione (orgE), vale a dire: quando, per la nostra impenitente pervicacia nel peccare, ci abbandona a noi stessi ? 3. 6 Non sia mai detto! Altrimenti, come potrà Iddio giudicare il mondo? 3. 7 Ma se nella mia persistente menzogna (pseusma) la verità in atto dell’indignazione d’Iddio si rivela e sovrabbonda (perisseuO) a Sua gloria, mi chiederà allora l’ostinato impenitente (Cfr. Ivi 2, 5), perché dunque sono ancora giudicato come peccatore? 3. 8 Perché non dovremmo fare il male affinché ne derivi poi, per altri, il bene, come alcuni, di sicuro: meritevoli di condanna, ci calunniano, sostenendo che noi lo affermiamo? 3. 9 Che dunque? Dobbiamo forse, noi Israeliti ritenerci superiori? Niente affatto! Abbiamo poc’anzi accusato (proaitiomai) ogni essere umano, senza grazia (Cfr. Ivi 4, 16; 11, 5-6), di essere menzognero (Cfr. Ivi 3, 4); sì, i Giudei assieme ai Greci, sia chi a ricevuto la Legge assertiva e proibitiva e sia chi non l’ha ricevuta, sono tutti sotto il dominio del peccato, 3. 10 come sta scritto per loro: “Non c'è nessun giusto, nemmeno uno, 3. 11 non c'è uomo sensato, nessuno che cerchi Iddio, offrendoGli la sua “obbedienza di fede” (Ivi 16, 26) giustificante. 3. 12 Tutti si sono fuorviati e pervertiti assieme (sic) (hama); no, senza il sostegno dello Spirito santo (Cfr. Ivi 5, 5), non c'è chi compia il bene, non ce n'è neppure uno” (Sal 14, 1-4; 53, 1-4). 3. 13 “La loro gola è un sepolcro spalancato, seminano inganni con la loro lingua, veleno di serpenti è sotto le loro labbra, 3. 14 la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza “ (Sal 5, 10; 140, 4). 3. 15 “I loro piedi corrono a versare il sangue; 3.


16 strage e rovina sono sul loro cammino 3. 17 e non conoscono la via della pace” (Is 59, 7-8; Pr 1, 16; cfr. Lc 19, 41-42). 3. 18 “Non c'è timore della giustizia di Dio davanti ai loro occhi” (Sal 36, 2). Mediante la Legge assertiva e proibitiva si ha solo l’universale riconoscimento del peccato 3. 19 Ora, noi sappiamo che quanto dice l’assertiva e proibitiva Legge di Mosè lo dice innanzi tutto per gli Israeliti, per il popolo eletto e separato, lo dice per quelli che sono nati con (en) e quindi sotto la Legge mosaica, perché, visto che poi, tranne gli eletti per grazia (Cfr. Ivi 4, 16; 11, 5), nessuno la rispetta integralmente e l’auto-redenzione rimane impossibile, sia così chiusa anche ogni loro bocca, e dunque tutta l’umanità (kosmos) sia riconosciuta colpevole, e quindi passibile di punizione, davanti al Signor Iddio. No, di per se stesso,“nessun vivente davanti a Te è giusto” (Sal 143, 2). “Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo” (1 Gv 1, 10). 3. 20 Tutti colpevoli dunque, compresi gli Israeliti, perché, senza la fede giustificante nel Lieto Annuncio, dalle (ek) sole opere della Legge nessun uomo (sarx) di carne sarà giustificato (dikaioO) davanti a Lui, poiché mediante (dia) la Legge assertiva e proibitiva si ha solo il preciso ed universale riconoscimento (epignOsis) del peccato, compreso quello d’omissione (Cfr. Mt 25, 41-46). “Chiunque commette il peccato, commette anche violazione della Legge (anomia), perché il peccato è” sempre “violazione della Legge (anomia)” (1 Gv 3, 4; cfr. Ivi 4, 7; 6, 19) assertiva e proibitiva d’Iddio. Con la venuta del Messia, il Regno d’Iddio si è avvicinato fino a noi 3. 21 Ora invece, per grazia gratuita (Cfr. Ivi 3, 24) e quindi a prescindere dalla (chOris) Legge proibitiva, con la vita e la morte e risurrezione del Messia d’amore, il Regno d’Iddio s’è avvicinato fino a noi (Cfr. Lc 10, 9; Mc 1, 15; Mt 3, 2; 4, 17; 10, 7), si è quaggiù manifestata (phaneroO) la giustizia (dikaiosunE) attuale ed eterna di Dio, si badi bene, per altro e rispettivamente già promessa, attestata e testimoniata (sic) dall’assertiva Legge mosaica e dai Profeti dell’eterna risurrezione dei giusti (Cfr. Ivi 1, 2; 16, 26); 3. 22 attuale ed eterna giustizia di Dio, attraverso (dia) la fede esemplare di (sic) Gesù, il Messia, fede incondizionata nel Lieto Annuncio, prima rivolto ad Abramo e poi in lui primariamente realizzatosi, per (eis) tutti i credenti (pisteuO), d’ogni tempo e luogo, nella Sua parola, perché non c’è differenza tra circoncisi o non circoncisi nel prepuzio (Cfr. Ivi 3, 29-30): 3. 23 tutti, anche i giusti tra gli uni e tra gli altri, hanno in qualche modo peccato e sono privi della gloria d’Iddio, 3. 24 ma molti (Cfr. Ivi 5, 15; Mc 14, 24), anche con effetto retroattivo (Cfr. Eb 11, 1-40), sono giustificati gratuitamente (dOrean) per la Sua grazia (charis) e proprio in virtù (dia) del riscatto (apolutrOsis) realizzato per tutti gli eletti dal Messia Gesù con la sua morte e risurrezione. Universale, retroattivo e proiettivo riscatto, compiuto in espiazione (Cfr. Is 53, 10) dei peccati passati, commessi dai giusti “sotto la prima Alleanza” (Eb 9, 15), e “in remissione dei peccati” (Mt 26, 28) passati di tutti coloro che credono e crederanno in lui e nella sua avvenuta ed eterna risurrezione principiativa (Cfr. At 10, 43; 13, 39). 3. 25 Sì, a dimostrazione dell’attuale ed eterna efficacia della fede d’Abramo e dunque della Sua fedele e persistente benevolenza (Cfr. Ef 1, 9), Iddio lo ha, infatti, dapprima posto (protithemai) a servire, nel suo sangue, “versato per molti“(Mc 14, 24; Mt 26, 28), e poi nella sua eterna risurrezione, come strumento propiziatorio (hilastErion) attraverso (dia) la sua fede (sic) nel Lieto Annuncio, e quindi, ed anche se soltanto per alcuni testimoni da Lui prescelti (Cfr. At 10, 41; Gv 14, 22-23), ad (eis) evidente prova (endeixis) della Sua giustizia (dikaiosunE) escatologica, vale a dire: della coerenza tra la promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva e la sua principiale realizzazione nel Messia crocifisso e risorto, e pure a prova della Sua giustizia attuale, attraverso il dono gratuito concesso in grazia di un solo uomo del tutto innocente (Cfr. Ivi 5, 15), attraverso (dia) il


Suo passare oltre (paresis) i peccati commessi prima (proginomai) d’aver creduto; 3. 26 dono elargito nella presciente e paziente indulgenza (anochE) d’Iddio e per l’appunto a vantaggio (pros) della dimostrazione (endeixis) della Sua attuale (sic) giustizia, anticipata verso tutti i credenti nel Messia, per (eis) poi essere giusto anche a posteriori e allora giustificare per sempre chi viene dalla (ek) fede operante di (sic) Gesù nel Lieto Annuncio, l’esemplare fede di colui che ha inaugurato l’ampio ministero in terra dell’amore diffusivo per e tra gli esseri umani, e che ha poi accettato di sottoporsi alla storica Legge punitiva e di morire così in croce per risorgere a favore di tutti i circoncisi nel cuore d’ogni tempo e luogo (Cfr. Eb 11, 1-40), e, ben inteso, anche a detrimento punitivo (Cfr. Ivi 2, 8-9) di tutti i non meritevoli ed impenitenti d’ogni tempo e luogo. L’uomo è giustificato da e per la sua fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti 3. 27 Dove sta dunque il possibile vanto degli esseri umani, siano essi circoncisi o non circoncisi nel prepuzio? Esso è stato escluso! Infatti, attraverso (dia) quale legge (nomos) si è inizialmente giustificati? Quella delle opere, prescritte dalla “santa” (Ivi 7, 12) Legge d’Iddio? No, ma, ancor prima, grazie ad un dono gratuito che non sostituisce, ma che precede sempre ogni, poi conseguente, opera buona, vale a dire: attraverso (dia) la prioritaria legge (nomos) della fede (sic) nel Lieto Annuncio, sia stato esso formulato in lingua ebraica o greca. Il dono gratuito della fede nell’eterna risurrezione dei giusti è la massima manifestazione che Egli ci ama sempre per primo, ed anche prima d’ogni nostro possibile merito (Cfr. Ivi 11, 35). 3. 28 Noi riteniamo, infatti, che un essere umano (anthrOpos), uomo o donna che sia, sia dichiarato giusto (dikaioO) rispetto alla fede nel Lieto Annuncio, vale a dire: che egli riceva il prioritario dono della fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, dapprima a prescindere (chOris) dalle opere della assertiva e proibitiva Legge mosaica. 3. 29 Forse Iddio è soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle altre genti? Certo, anche delle altre genti! 3. 30 Poiché c'è soltanto un unico Iddio, il quale giustifica, rimette i peccati a tutti coloro che assumono la fede d’Abramo, e quindi giustificherà (sic) poi definitivamente, per (ek) la loro operativa fede nel Lieto Annuncio, i circoncisi non solo nel prepuzio, ma anche nel cuore, e sempre attraverso (dia) la loro operativa fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti anche un resto eletto tra i non circoncisi nel prepuzio. 3. 31 Togliamo dunque ogni valore all’intera Legge di Mosè, nella sua doppia valenza: assertiva e proibitiva, mediante la fede nella promessa dell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva? Nient'affatto, anzi, proprio mediante “la” prioritaria “legge della fede” (Ivi 3, 27) nel Lieto Annuncio, noi confermiamo la santa Legge assertiva e proibitiva d’Iddio, perché il dono gratuito della fede esige poi, per amore (Cfr. 1 Gv 5, 3) riconoscente e non per subita costrizione, la prioritaria osservanza della Legge assertiva, poiché proprio praticando l’amore d’Iddio e del prossimo, si rispettano molto più agevolmente anche i divieti stabiliti dalla Legge proibitiva. “L’amore, infatti, non procura del male al prossimo: quindi il” pieno “adempimento (plErOma) della Legge” assertiva e proibitiva ” è l’amore” (Ivi 13, 10) d’Iddio e del prossimo. Romani 4 Abramo ebbe fede nella promessa d’Iddio e ciò gli fu accreditato come iniziale giustificazione 4. 1 Che diremo dunque d’Abramo? Noi, che siamo Israeliti per nascita, lo dobbiamo vedere (heuriskO) e considerare semplicemente come il nostro eccelso antenato (propatOr) secondo la carne (sarx)? No di certo, poiché egli è da ritenersi il modello di comportamento, il padre spirituale d’ogni credente nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva.


4. 2 Se, infatti, Abramo fu infine giustificato (dikaioO) per le sue opere, e lo fu sicuramente, ha di che vantarsi (kauchEma) soltanto tra gli altri uomini, per la sua perseveranza, ma non davanti a Dio, che per primo (Cfr. Ivi 11, 35) lo pose sulla via del bene e lo protesse. 4. 3 Ora, che cosa dice la Scrittura, quando Iddio disse gratuitamente ad Abramo: “Non temere. Io sono il tuo scudo (sic), la tua ricompensa sarà assai grande” (Gn 15, 1), “guarda in cielo e conta le stelle, se le puoi contare, tale”, come in cielo alla fine dei tempi e così prima in terra, “sarà la tua discendenza” (Idem, 5) spirituale, l’ottantacinquenne “Abramo, ancora senza figli, credette (pisteuO) al Signor Iddio, ebbe subito fiducia nel Suo dichiarato amore protettivo, ritenne veridica ogni Sua parola, ebbe fede nella Sua esuberante ed esaustiva promessa, e ciò gli fu calcolato (logizomai) ed accreditato in vista (eis) della sua definitiva giustificazione (dikaiosunE)” (Cfr. Idem, 6) glorificante. 4. 4 A chi lavora (ergazomai), infatti, il suo salario (misthos) non è calcolato (logizomai) come grazia (charis), come una benevola elargizione, ma come cosa dovuta (opheilEma) a posteriori. 4. 5 A chi invece non opera (ergazomai) ancora, ma già crede in Colui che, nella Sua prescienza, giustifica persino l'empio (asebeS) (Cfr. Ivi 5, 6), vale a dire che, in attesa del suo pentimento (Cfr. Rm 2, 4), fa credito anche all’empio, all’ingiusto, al peccatore (Cfr. Mt 9, 12-13), poi capace di pentirsi e ravvedersi, la sua fede gli viene calcolata (logizomai) in vista (eis) della definitiva giustificazione, e quindi come iniziale giustificazione, come remissione dei peccati passati, perché dimostra di essere consapevole che il Signor “Iddio è” innanzi tutto “amore” (1 Gv 4, 8) principiativo, diffusivo e terminale, e, con la Sua prescienza, è sempre giusto in tutto ciò che fa, poiché “tutte le Sue vie sono giustizia” (Dt 32, 4) misericordiosa. 4. 6 Così anche Davide proclama beato l’essere umano (anthrOpos) a cui Iddio accredita (logizomai) in anticipo la giustificazione (dikaiosunE) iniziale a prescindere (chOris) dalle sue azioni passate e solo in attesa del suo preconosciuto pentimento (Cfr. Sal 32, 5): 4. 7 “Beati quelli, uomini o donne, le cui violazioni della Legge (anomia) (Cfr.1 Gv 3, 4) assertiva e proibitiva d’Iddio, le cui passate iniquità furono perdonate e i peccati furono rimessi; 4. 8 beato l’uomo (anEr) al quale il Signore, per prescienza e benevola indulgenza (Cfr. Ivi 3, 26), non mette in conto (logizomai) un (sic) peccato” (Cfr. Sal 32, 1-2), sapendo in anticipo che poi egli saprà riconoscerlo e pentirsene. “Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto la mia colpa. Ho detto: confesserò al Signore i miei errori, e Tu perdonasti il mio peccato (sic) ” (Idem, 5), sostenne, infatti, Davide nell’immediato seguito dello stesso Salmo.

Abramo divenne il padre spirituale di tutti coloro che camminano sulle orme della sua fede 4. 9 Orbene, questa beatitudine esplicitata da Davide, che riconosce le sue colpe ed è perdonato prima ancora d’aver compiuto conseguenti azioni di ravvedimento, riguarda soltanto l’Israelita, chi è circonciso nel prepuzio o anche chi non lo è, chi appartiene alle altre genti? Ora, noi diciamo rettamente che “la fede fu subito accreditata ad Abramo, come remissione di tutti i suoi peccati passati, in vista (eis) della giustificazione” (Cfr.Gn 15, 6) finale. 4. 10 Ma come e quando, dunque, gli fu accreditata questa giustificazione iniziale in vista di quella definitiva? Gli fu accreditata quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima. 4. 11 Egli ricevette, infatti, “il segno della circoncisione” (Gn 17, 10) soltanto come successivo sigillo della sua iniziale giustificazione della fede nella divina promessa, fede riconosciutagli quando non era ancora circonciso; questo perché poi diventasse padre spirituale anche di tutti i non circoncisi nel prepuzio, quindi dei provenienti da tutti gli altri popoli, che, per elezione e chiamata individuale (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65; Ivi 8, 29-30), credono nel Lieto Annuncio evangelico, nella promessa d’Iddio già mantenuta nell’eterna risurrezione principiativa di Gesù e perché anche a loro venisse poi, credendo per l’appunto nel Messia “risuscitato dai morti” (Ivi, 4, 24), accreditata l’iniziale giustificazione, con la remissione dei loro peccati passati 4. 12 e perché diventasse pure: padre spirituale di un resto eletto dei circoncisi nel prepuzio, vale a dire di quegli Israeliti che, ora come allora, non solo hanno la circoncisione del prepuzio, ma camminano anche, ora come allora, sulle


orme della fede del nostro padre Abramo, fede giustificante che gli fu accreditata prima della sua circoncisione. 4. 13 In effetti, non in virtù della Legge di Mosè -Legge che storicamente era ancora di là da venire, poiché essa giunse circa “quattrocentotrenta anni dopo” (Gal 3, 17)- fu data ad Abramo e alla sua discendenza spirituale la promessa di diventare erede del nuovo mondo escatologico, ma in virtù dell’iniziale giustificazione che viene dalla fede nell’eterna risurrezione dei meritevoli per grazia coadiuvante e protettiva; 4. 14 poiché se diventassero eredi (kleronomos) del Regno dei cieli tutti gli Israeliti, tutti coloro che provengono dalla Legge mosaica, allora sarebbe resa vana la fede e nulla la promessa. “Se infatti l’eredità” eterna “si ottenesse in base alla Legge” mosaica, “non sarebbe più in base alla promessa; Iddio invece concesse il Suo favore ad Abramo” ed alla sua discendenza spirituale “mediante la” precedente “promessa” (Gal 3, 18) d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. 4. 15 La santa (Cfr. Ivi 7, 12) Legge assertiva e proibitiva, infatti, pur essendo stata data “per la vita” eterna (Ivi, 7, 10; cfr. Lv 18, 5; Sir 17, 11), quando non viene integralmente praticata, provoca, per le sue ripetute trasgressioni, l'indignazione (orgE) d’Iddio, che, dopo aver a lungo sopportato (Cfr. Ivi 9, 22), poi abbandona gli impenitenti (Cfr. Ivi, 1, 24. 26) a se stessi e quindi a Satana, e dunque alle loro reciproche ingiustizie; mentre dove non c'è ancora Legge mosaica da rispettare, a rigor di termini, non c'è ancora nemmeno trasgressione (parabasis). Così, ad esempio, non si può certo rimproverare ad Abramo d’aver infranto, sposando la sua sorellastra Sara, quel divieto che sarà poi stabilito sul Sinai: “Non scoprirai la nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o figlia di tua madre, sia nata in casa o fuori” (Lv 18, 9), e che poi indurrà gli Israeliti a proclamare: “Maledetto chi si unisce con la propria sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre” (Dt 27, 22). Pure la giustificazione escatologica degli eletti, Israeliti e non Israeliti, avverrà per grazia 4. 16 Insomma, ora come allora, eredi del Regno si diventa partendo da fede e perseverando per fede (Cfr. Ivi 1, 17) operativa nella promessa risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, perché, come quell’iniziale, anche la giustificazione definitiva, sia secondo grazia e divina misericordia, giacché tutti pecchiamo nella nostra prima vita corporale (Cfr. Ivi, 3, 9. 23; 5, 12;11, 32; 1 Gv 1, 10), e così la promessa ed eterna risurrezione sia sicura per tutta la discendenza spirituale d’Abramo, quindi non soltanto per quella discendenza spirituale che deriva dalla Legge mosaica, vale a dire per quel resto eletto d’Israele, circonciso pure nel cuore, ma anche per quella eletta discendenza, soltanto spirituale, che deriva sempre dalla peculiare fede di Abramo, che è così padre spirituale anche di tutti noi, che crediamo nel “Lieto Annuncio del Messia” (Ivi 15, 19; cfr. 1, 9) Gesù, crocifisso e “risuscitato dai morti” (Ivi 4, 24), e siamo dunque anche noi “eredi secondo la promessa” (Gal 3, 29; cfr. 4, 23; Ivi 9, 8), rivolta “ad Abramo ed alla sua” planetaria “discendenza” spirituale, “in eterno” (Lc 1, 55; cfr. Gn 12, 3; 13, 5; 22, 18). Per divenire eredi del Regno occorre innanzi tutto credere al Dio che dà nuova vita ai morti 4. 17 Infatti sta scritto che fu detto ad Abramo: “Ti ho costituito padre spirituale di molti popoli” (Gn 17, 5), ed egli è dunque il padre spirituale degli eletti tra tutte le genti, davanti al Dio cui egli credette come a Colui che dà nuova vita ai morti (sic), Colui che chiama le cose che ancora non sono come se già fossero. 4. 18 Sicché, assumendo l’integrale verità in atto della parola d’Iddio, verso (para) una speranza (elpis) innumerabile, posta accanto ad (epi) una speranza di singola figliolanza


principiativa, Abramo credette di divenire “padre di molti popoli”, proprio come gli era stato detto: “Tale sarà la tua discendenza” (Gn 15, 5) spirituale, numerosa quanto luminosa lassù in cielo. 4. 19 Così, fortificandosi nella pazienza (Cfr. Ivi 5, 3-4), quattordici anni dopo, pur non avendo ancora avuto nessun figlio da Sara, egli non vacillò nella fede, non mise in dubbio la veridicità della promessa ricevuta, nonostante egli vedesse già come morto il proprio corpo -aveva allora ormai circa cento anni- e morto alla fecondazione era pure il grembo ottantanovenne di Sara, peraltro sterile lungo tutto il periodo in cui avrebbe dovuto essere feconda; e fu infine esaudito, poiché ebbe da Sara il figlio Isacco, perché niente è impossibile al Signor Iddio (Cfr. Gn 18, 14). 4. 20 No, per la promessa d’Iddio, Abramo non esitò con incredulità, ma si fortificò con la fede nella promessa ed eterna risurrezione di tutti coloro che Gli obbediscono, ed obbedendo diede gloria al Signor Iddio, anche quando, dopo altri tre lustri, con la morte nel cuore, s’accinse a sacrificare Isacco, “egli pensava, infatti, che Iddio è capace di far risorgere anche dai morti” (Eb 11, 19; cfr. Ivi 4, 17), 4. 21 poiché, infatti, era pienamente convinto che quanto Egli aveva promesso era anche capace (dunatos) di portarlo a compimento. 4. 22 Per questo “gli fu accreditato in vista (eis) della giustificazione (dikaiosunE) ” (Cfr. Gn 15, 6) escatologica d’Iddio. 4. 23 E non soltanto per lui è stato scritto che “questo gli fu accreditato”, 4. 24 ma per tutta la sua discendenza spirituale, e quindi anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato come iniziale giustificazione: a noi che crediamo in Colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, 4. 25 il quale è stato per l’appunto consegnato (paradidOmi) alla “maledizione” terrena “della Legge” (Gal 3, 13) punitiva (Cfr. Gv 19, 7), per poi riscattarci da tutte le religiose punizioni comunitarie e per (dia) poi propiziare con la sua innocenza la remissione dei nostri peccati passati (Cfr. Ivi 3, 25) ed è stato, infatti, tre giorni dopo, risuscitato da morte per (dia) la nostra iniziale giustificazione (dikaiOsis), mediante la fede, a dispiegamento universale, nella sua già avvenuta e nella nostra promessa ed eterna risurrezione corporale, se rimarremo “nella Sua bontà” (Ivi 11, 22), e dunque se, perseverando, sapremo meritarcela, sempre per grazia coadiuvante e protettiva. Romani 5 Il Messia morì e risorse per riscattare l’intera umanità redimibile 5. 1 Giustificati (dikaioO) inizialmente da (ek) e per (Cfr. Ivi 1, 17) fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti (Cfr. Ivi 4, 17. 24), si abbia dunque pace verso (pros) Iddio per mezzo del Signore nostro Gesù, il Messia, 5. 2 poiché per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la nostra fede nella promessa, prima rivolta ad Abramo e poi in lui realizzatasi con funzione principiativa, di accedere a questa grazia di remissione dei peccati passati nella quale stiamo saldi, e così, operando di conseguenza, ci acquietiamo e rallegriamo (kauchaomai) nella certezza della risurrezione e nella speranza della gloria d’Iddio, vale a dire: nella fiduciosa” speranza della vita eterna” (Tt 1, 2), riservata ai meritevoli (Cfr. Ivi 2, 7.10) per grazia coadiuvante e protettiva. 5. 3 E non ci acquietiamo soltanto guardando al futuro, no, noi ci rallegriamo (kauchaomai) e ci gloriamo nel Signor Iddio (Cfr. Ivi 5, 11) anche nelle tribolazioni presenti (Cfr. 2 Cor 12, 9-10; Gc 1, 2-3), ben sapendo, sulle orme d’Abramo, che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, 5. 4 e la virtù provata la fiduciosa speranza. 5. 5 La nostra speranza poi non delude, perché l'amore d’Iddio per gli esseri umani è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Cfr. 1 Cor 2, 12; 3, 16; 6, 19; 2 Cor 4, 13; Gal 3, 2. 5: 4, 6; Tt 3, 15), e dunque, così fortificati, quell’amore d’Iddio e del prossimo lo pratichiamo con “gioia” (Ivi, 12, 8; 14, 7; 2 Cor 9, 7) e riconoscente perseveranza. 5. 6 Infatti, nel tempo stabilito, mentre noi eravamo ancora senza forze (asthenEs) spirituali, il Messia morì e risorse anche per gli empi (asebEs), poi capaci di pentirsi e ravvedersi (Cfr. Ivi 5, 8; 6, 1722), per riscattare l’intera umanità redimibile. 5. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene, 5. 8 ma Iddio dimostra (sunistEmi) il Suo sempre attuale ed eterno amore verso di noi perché, mentre eravamo


ancora (sic) (eti) peccatori (Cfr. 1 Gv 4, 10), il Messia è morto e risorto anche per noi, come lo è per tutti coloro che crederanno in lui, e pure per tutti i giusti che lo precedettero (Cfr. Eb 11, 1-40). 5. 9 A maggior ragione ora, inizialmente giustificati nel suo sangue, “versato per molti (sic) “(Mc 14, 24), e poi nella sua eterna risurrezione principiativa, se sapremo essere perseveranti nel bene (Cfr. Ivi 2, 7), se rimarremo nella Sua bontà (Cfr. Ivi 11, 22), saremo da lui salvati dalla divina indignazione (orgE), che abbandona gli uomini nei loro peccati, consegnandoli infine a Satana ed ai suoi angeli ribelli. 5. 10 Se, infatti, quand'eravamo ancora ostili (echthros) all’obbedienza, ma sapendo che avremmo poi creduto, siamo stati riconciliati col Signor Iddio per mezzo della morte ed eterna risurrezione del Figlio Suo, molto più ora che, avendo creduto nel Lieto Annuncio ed operando di conseguenza, siamo stabilmente riconciliati, e se sapremo perseverare, saremo poi per sempre salvati mediante la sua propiziatrice (Cfr. Ivi 3, 25) vita eterna. 5. 11 E siamo ancor più acquietati e fieri (kauchaomai) e, con la nostra fede operativa, ci gloriamo d’appartenere al Signor Iddio, non certo per merito nostro, ma per mezzo dello Spirito d’amore del Signore nostro Gesù, il Messia, dal quale ora noi abbiamo ottenuto la remissione dei nostri peccati passati, l’incoraggiante e propizia riconciliazione col Signor Iddio. Adamo è il prototipo permanente di tutti i trasgressori delle parole d’Iddio 5. 12 Perché, come per la flagrante disobbedienza (Cfr. Ivi 5, 19) principiativa di un solo uomo: Adamo, il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte spirituale, vale a dire l’impossibilità di accedere all’eterna risurrezione, così anche la morte spirituale ha raggiunto tutti (pas) gli uomini, poiché tutti (pas) hanno peccato, compresi coloro che pur operarono anche il bene. 5. 13 Sì, anche se, a stretto rigor di termine, il peccato non può essere imputato (ellogeO) quando ancora manca la Legge mosaica, che lo certifica (Cfr. Ivi 3, 20; 1 Gv 3, 4), da Adamo e fino alla Legge mosaica, c’era comunque il peccato nel mondo, 5. 14 perché il peccato partì da un solo atto di disobbedienza all’esplicita parola d’Iddio, da un’unica trasgressione che, arrogandosi il diritto di stabilire in proprio ciò che è bene e ciò che è male, contemplò tutte le trasgressioni successive, e quindi la morte spirituale regnò pure da Adamo fino a Mosè, fino alla Legge che certifica il peccato (Cfr. Ivi 3, 20), anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella d’Adamo, il quale, primo trasgressore di un divieto divino, è in ogni caso il prototipo (tupos) permanente di colui che doveva venire: l’uomo sottoposto all’assertiva e proibitiva Legge d’Iddio, senza che, da solo, potesse esimersi dal trasgredirla. In grazia di un solo innocente, molti saranno giustificati 5. 15 Ma il dono (charisma) salvifico della grazia non è come la caduta (paraptOma) edenica, come la prima perdita della potenziale immortalità: se, infatti, in seguito alla caduta di uno solo morirono spiritualmente in molti (sic) (polus), vale a dire a molti fu precluso l’accesso all’immortalità per le loro ripetute e personali trasgressioni impenitenti, molto di più (mallon) la grazia d’Iddio e il dono (dOrea) gratuito, retroattivo, sempre attuale ed eterno, concesso in grazia di un solo uomo, l’unico uomo del tutto innocente: Gesù, il Messia crocifisso e “risorto dai morti” (Ivi 10, 9), sovrabbondò (perisseuO) sui molti (sic) (polus), sugli eletti e giusti d’ogni tempo e luogo. La messianica remissione dei peccati “sovrabbondò”, anche perché non riguardò soltanto coloro che credettero, credono e crederanno nel risorto Figlio d’Iddio, ma si riversò pure su quei giusti che, pur avendo peccato, poiché “tutti hanno peccato” (Ivi 5, 12), operarono il bene per fede -come lo fecero “Abele” (Eb 11, 4), “Enoch” (Idem, 5) e “Noè” (Idem, 7) e così via- e perciò stesso, considerandosi “stranieri e pellegrini sopra la terra” (Idem,13), furono graditi al Signor Iddio, e dunque riceveranno anch’essi l’eterna ricompensa, anche se, avendo vissuto prima di Abramo, non fu loro esplicitamente promessa. Insomma, non solo a partire da Abramo e per tutta la sua discendenza spirituale, ma anche da Abele ad Abramo “il giusto” sarà giustificato, vale a dire, una


volta risorto, “vivrà” per sempre “da“ e poi per la sua “fede” operativa (Ivi, 1, 17; cfr. Ab 2,4; Gal 3, inteso, sempre e soltanto grazie a Gesù, perché senza la sua principiativa risurrezione non ci sarebbe la risurrezione universale, dunque né eterna ricompensa né castigo escatologico, con successiva “morte in eterno” (Gv 8, 51; 11, 26; cfr. Mt 10, 28; Ap 2, 11; 20,

11; Eb 10, 38-39; 11, 4. 5. 7); e ben

13-14; 21, 8).

5. 16 Sì, non è accaduto per il dono (dOrEma) di grazia, come per il peccato principiativo e cumulativo di uno solo; mentre, infatti, il giudizio (krima) partì da un solo atto trasgressivo per la sentenza di condanna (katakrima), il dono (charisma) di grazia partì invece da molte cadute, vale a dire da tutte le trasgressioni dei successivi divieti divini, verso (eis) la giustificazione (dikaiOma) retroattiva e proiettiva, sempre attuale ed eterna di molti, di tutti gli esseri umani di fede manifesta ed operativa, poiché “senza la fede” operativa nel Lieto Annuncio “è impossibile essere graditi” a Colui che “ricompensa” per sempre soltanto “coloro che Lo cercano” (Eb 11, 6) “con tutto il cuore” (Ger 29, 13), obbedendo e quindi operando il bene per amor Suo e grazie a Lui (Cfr. Fil 2, 13). 5. 17 Insomma, se per la caduta di uno solo la morte spirituale ha regnato attraverso (dia) quel solo prototipo permanente d’uomo trasgressore, ancor più quelli che ora ricevono la sovrabbondanza (perisseia) della grazia e del dono (dOrea) spirituale della iniziale e salvifica giustificazione (dikaiosunE) per fede nel Lieto Annuncio, se manterranno un comportamento confacente, regneranno nella vita eterna per mezzo (dia) di uno solo: Gesù, il Messia, “la primizia” (1 Cor 15, 20) dei risorti da morte per l’eternità. 5. 18 Come dunque, per la cumulativa ribellione e caduta di uno solo dall’edenica condizione di potenziale immortalità, la condanna escatologica si è poi riversata su tutti (pas) gli uomini trasgressori ed impenitenti (Cfr. Ivi 2, 5), così anche, per il giudizio (dikaiOma) favorevole di uno solo: Gesù, il Messia, l’unico uomo che visse senza peccato alcuno, si riversa, anche retroattivamente (Cfr. Eb 11, 1-40), su tutti (pas) gli uomini d’accertabile fede operativa, la giustificazione (dikaiOsis) di vita eterna. 5. 19 Similmente, come per la disobbedienza cumulativa di uno solo: Adamo, molti (sic) (polus), tutti gli impenitenti trasgressori successivi furono ritenuti (kathistEmi), a loro volta, peccatori, così, anche per la totale obbedienza continua e fino “alla morte in croce” (Fil 2, 8) di uno solo: Gesù, il Messia, molti (sic) (polus), tutti coloro che, eletti, seppero, sanno e sapranno poi obbedire e, all’occasione, anche pentirsi e ravvedersi, saranno, a loro volta e per sempre, ritenuti (kathistEmi) giusti (dikaios), vale a dire: verranno giustificati e glorificati nella risurrezione universale, sia che vissero prima, al tempo di Cristo o dopo Cristo. Laddove è abbondato il peccato ha poi sovrabbondato la grazia 5. 20 Inoltre, come dicevo, l’assertiva e proibitiva Legge mosaica intervenne (pareiserchomai) poi storicamente ad aumentare (pleonazO) la caduta (paraptOma) generalizzata, vale a dire: a dare piena consapevolezza della generale trasgressione (Cfr. Ivi 3, 20) e dunque della generale impossibilità umana di accedere, senza la grazia, all’immortalità escatologica; ma laddove è abbondato (pleonazO) il peccato di molti (Cfr. Ivi 5, 19), ha poi storicamente sovrabbondato (huperperisseuO) la grazia, la remissione dei peccati passati concessa a tutti i credenti (Cfr. Ivi 5, 18), 5. 21 perché come il peccato aveva regnato con la conseguente morte spirituale, che, se non ci si pente e non ci si ravvede, conduce sempre alla “morte in eterno” (Gv 8, 51; 11, 26), così regni anche la grazia con l’iniziale e permanente giustificazione (dikaiosunE) per la vita eterna, per mezzo dello Spirito d’amore di Gesù il Messia, nostro Signore. Romani 6 Considerate il vostro corpo come morto al peccato


6. 1 Che dire infine? Continuiamo allora a rimanere nel peccato, affinché poi abbondi (pleonazO) la grazia, come sostengono alcuni nostri calunniatori (Cfr. Ivi 3, 8)? 6. 2 Neanche per sogno! Consideriamoci piuttosto e fin d’ora morti al peccato, ma viventi per il Signor Iddio, nello Spirito eterno del Messia Gesù (Cfr. Ivi 6, 11; 7, 4; 8, 10-11. 16-17). Noi, infatti, che nel battesimo per adulti siamo stati di nuovo e spiritualmente “generati da Dio��� (Gv 1, 13; cfr. 1 Gv 2, 29) per compiere la Sua volontà (Cfr. 1 Gv 2, 17) e dunque praticare la giustizia evangelica (Cfr. Idem, 29; Ivi 6, 13), noi che abbiamo ricevuto “la caparra dello Spirito” (2 Cor 5, 5) “della vita” (Ivi 8, 2) eterna, e quindi già siamo soggettivamente (Cfr. Ivi 6, 11) morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato? 6. 3 O non sapete che quanti, “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo” (Mt 28, 19), siamo stati battezzati nel Messia Gesù, per unirci a lui nell’amorevole “Spirito della vita” (Ivi 8, 2) eterna, siamo stati battezzati nella sua morte e risurrezione? 6. 4 Per mezzo del battesimo per adulti, infatti, siamo anche stati soggettivamente (Cfr. Ivi 6, 11) sepolti assieme (sunthaptomai) a lui nella morte (Cfr. Col 2, 12), rispetto al peccato, affinché poi, come il Messia fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi, grazie all’amorevole Spirito santo che abbiamo ricevuto, possiamo (sic) con lui camminare (peripateO), come nuove creature (2 Cor 5, 17; Gal 6, 15), in uno stato nuovo (kaionotEs) di vita, non più incline al male, che ottunde sempre noi stessi e gli altri. 6. 5 Se siamo stati di nuovo e spiritualmente trapiantati assieme (sumphutos) a lui con una morte e risurrezione soggettivamente (Cfr. Ivi 6, 11) simile alla sua, lo saremo poi anche corporalmente con la sua risurrezione principiativa. 6. 6 Sappiamo bene che, nel nostro battesimo per adulti, il nostro uomo vecchio è stato soggettivamente (Cfr. Ivi 6, 11) crocifisso con lui, perché fosse reso inoperante (katargeO) non certo la nostra sana vitalità corporale, ma di sicuro il nostro abitudinario corpo del peccato (Cfr. Gal 5, 24), e quindi noi non fossimo più schiavi del peccato impenitente, e dunque figli relazionali di Satana (Cfr. Gv 8, 44). 6. 7 Chi, vivendo nel e per il bene, si pone a distanza (apo) dal peccato ed è soggettivamente(Cfr. Ivi 6, 11) morto ad ogni tipo di trasgessione, raccoglie il frutto che lo porta alla santificazione (Cfr. Ivi 6, 19. 22), e quindi è anche già stato giustificato (dikaioO), 6. 8 poiché, infatti, se siamo per davvero soggettivamente morti al peccato assieme al Messia, vivendo secondo le esigenze dello Spirito e non più della carne concupiscente, crediamo pure che poi, risorti, vivremo di nuovo anche corporalmente e per sempre con lui, 6. 9 sapendo che il Messia risuscitato dai morti non muore più, poiché la morte non ha più potere su di lui, come non l’avrà poi su di noi. 6. 10 Quello che (hos) in lui morì, il suo corpo mortale, morì una volta per tutte (ephapax) al sempre possibile peccato, che in ogni caso egli non commise mai (Cfr. 2 Cor 5, 21), anche se, in quanto uomo di carne a tutti gli effetti, fu anch’egli messo alla prova delle umane tentazioni (Cfr. Mc 1, 12-13; Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13; Mc 14, 32-42; Mt 26, 36-46; Lc 22, 39-46); ora invece poiché egli vive, anche corporalmente e per sempre, vive in eterno e per il Signor Iddio una nuova vita spirituale e corporale. 6. 11 Così anche voi, battezzati, consideratevi (logizomai) ormai morti al peccato, ma viventi per il Signor Iddio, nel Messia Gesù, vale a dire nello “Spirito di Dio” (Ivi, 8, 9; cfr. 15, 19) e “del Messia” (Ibidem), e quindi anche in quel suo “Spirito eterno” che egli vi ha donato e vi ridona, col suo integrale corpo risorto, in ogni vostra comunione eucaristica, per purificare “la” vostra “coscienza dalle” sopravvenute” opere morte” (Eb 9, 14; cfr. 1 Gv 1, 7) e fortificare la vostra pratica quotidiana delle sette virtù perfezionative: fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. 6. 12 Non regni, dunque, stabilmente il peccato nel vostro corpo mortale, sì da obbedire ai suoi desideri (epithumia) disordinati; 6. 13 non offrite le vostre membra al peccato come strumenti d’ingiustizia (adikia) verso Iddio, verso voi stessi e i vostri simili, ma offrite piuttosto voi stessi al Signor Iddio, come se foste effettivamente dei viventi tornati dai morti, poiché prima eravate di fatto destinati alla “morte in eterno” (Gv 8, 51. 52; cfr. 10, 28; 11, 26; Mt 10, 28; Ap 2, 11; 21, 8); offrite dunque le vostre membra al Signor Iddio come strumenti (hoplon) di giustizia (dikaiosunE) evangelica; 6. 14 ed allora il peccato non regnerà più su di voi, perché “il Dio della pace, schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi” (Ivi 16, 20; cfr. Ef 6, 16), poiché non siete più sotto la “maledizione” (Gal 3, 10. 13) terrena della Legge punitiva, sotto “il ministero della condanna” (2 Cor 5, 9) comunitaria, ma sotto la


misericordiosa grazia individuale, sotto lo spirituale “ministero della giustizia” (2 Cor 3, 9) evangelica, in totale ottemperanza della prioritaria Legge assertiva d’Iddio. Così non trasgredite più soltanto per timore di una condanna, prima comunitaria e poi escatologica, ma al contrario obbedite e praticate il bene per amore d’Iddio e del prossimo, e voi sapete bene che “fede, amore, gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, dolcezza e padronanza di sé, non cadono certo sotto i rigori della Legge” (Cfr. Gal 5, 22-23) proibitiva e punitiva. Asservitevi all’iniziale giustificazione per grazia, siate perseveranti e sarete glorificati 6. 15 Che dunque? Dovremmo forse commettere peccati perché non siamo più sotto (hupo) la comunitaria maledizione terrena della Legge punitiva, ma sotto (hupo) la grazia individuale, sotto il ministero d’amore, pietà e perdono del prossimo? Sarebbe assurdo! 6. 16 Non sapete voi che, se vi mettete stabilmente a servizio di qualcuno per obbedirgli come schiavi, siete, in tutto e per tutto, schiavi di colui al quale servite: sia del peccato (Cfr. Gv 8, 34), che, senza pentimento, porta sempre alla morte spirituale, e dunque alla definitiva seconda morte in anima e corpo risorto, sia dell'obbedienza alla giustizia (dikaiosunE) evangelica, che sempre conduce all’attuale ed eterna giustificazione? 6. 17 Rendiamo dunque grazie al Signor Iddio, perché voi eravate ormai schiavi del peccato e dei desideri proibiti, ma voi avete poi obbedito di buon cuore a quell'insegnamento d’amore, pietà e perdono del prossimo, che vi è stato trasmesso, 6. 18 e così, liberati dal peccato (Cfr. Gv 8, 36) impenitente, foste asserviti alla giustizia (dikaiosunE) evangelica, all’attuale ed eterna giustificazione. 6. 19 Parlo con esempi umani, tratti dalle odierne divisioni sociali tra schiavi e uomini liberi, a causa della debolezza della vostra carne (Cfr. Mc 14, 38). Così, proprio come, un tempo, mettevate le vostre membra al servizio dell'impurità (akatharsia) e della violazione della Legge (anomia), così, ora, mettete le vostre membra al servizio della giustizia evangelica per la santificazione (hagiasmos). 6. 20 Certo, quando eravate sotto la schiavitù del peccato, voi eravate anche liberi nei riguardi della giustizia evangelica e dei doveri che essa comporta. 6. 21 Ma quale frutto voi raccoglievate, allora, da cose di cui ora vi vergognate? In effetti, la loro meta (telos) è la morte “in eterno” (Gv 8, 51; 11, 26), la seconda morte in anima e corpo risorto (Cfr. Mt 10, 28; Ap 2, 11; 20, 13-14; 21, 8; Ivi 2, 12). 6. 22 Ora invece, “chiamati alla libertà” (Gal 5, 13) dal peccato, liberati col vostro consenso dal peccato e volontariamente asserviti (douloO) al Signor Iddio, voi, praticando la giustizia evangelica, raccogliete il frutto che vi porta alla attuale santificazione, e come meta (telos) avete la vita eterna. 6. 23 Perché il meritato salario (opsOnion) del peccato impenitente è la morte in eterno, la seconda morte in anima e corpo risorto, mentre il misericordioso dono (charisma) d’Iddio è una nuova ed immortale vita spirituale e corporale: la vita eterna col (en) Messia Gesù nostro Signore. Romani 7 Dalla Legge che proibisce e condanna allo Spirito d’amore che edifica e porta alla salvezza 7. 1 O forse ignorate, fratelli -sto parlando a persone con esperienza (ginOskO) di Legge mosaica e pure di quella romana- che la Legge punitiva, come qualsiasi altra legge penale, ha potere sull'essere umano (anthrOpos) solo per il tempo in cui egli è in vita? 7. 2 Anche la donna sposata, infatti, è legalmente legata al marito finché egli vive; ma se questi muore, non è più vincolata alla legge che l’aveva legata a quell’uomo (anEr). 7. 3 Essa sarà dunque chiamata (chrEmatizO) adultera, soltanto se, mentre vive il marito, si dà ad un altro uomo, ma se il marito muore, essa è libera da quel vincolo legale, e non può più ritenersi adultera se passa ad un altro uomo. 7. 4 Lo stesso vale per voi, fratelli miei, che, col battesimo per adulti, appartenete ormai ad un altro, allo “sposo” (Gv 3, 29; Mc 2, 19-20; Mt 9, 15; Lc 5, 34-35) dell’intera umanità redimibile, siete diventati “figli” designati “della” escatologica “sala nuziale” (Mc 2, 19; Mt 9, 15; cfr. 2 Cor 11, 2), futuri “figli della” eterna “risurrezione” (Lc 20, 36); quando, infatti, in nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo


(Cfr. Mt 28, 19),

siete “stati battezzati nel Messia, Gesù”, per unirvi a lui nell’amorevole Spirito della vita eterna (Cfr. Ivi 8, 2; Eb 9, 14), siete “stati battezzati nella sua morte” (Rm 6, 11) e risurrezione, poiché, attraverso (dia) il corpo (sOma) del Messia, condannato a morte in cieca osservanza della Legge punitiva (Cfr. Gv 19, 7), siete stati soggettivamente (Cfr. Ivi 6, 11) messi a morte (thanatoO) con lui, rispetto alla Legge punitiva, per iniziare, nell’amore, nella pietà e nel perdono del prossimo, ad esistere (ginomai) grazie ad un altro: “l’uomo celeste” (1 Cor 15, 49), di nuovo e del tutto “generato” (At 13, 33; Eb 1, 5; Sal 2, 7; 1 Gv 5, 18) dal Signor Iddio, senza alcun concorso umano, grazie a colui che fu per sempre risuscitato dai morti; così che noi tutti, senza poter vantare meriti solitari, ma assieme allo “Spirito di Dio” (Ivi 8, 9), assieme allo “Spirito” d’amore “del Messia” (Ibidem) risorto, ora portiamo infine frutti (karpophoreO) degni d’eternità al Signor Iddio. Equiparando i peccati ai reati e con le sue sentenze capitali, la punitiva Legge mosaica non concedeva ai colpevoli il tempo di pentirsi e ravvedersi; essa era una qual sorta di “maledizione” Gal 3, 10. 13) terrena; così Gesù, “nato sotto la Legge” (Gal 4,4) punitiva, fu, sia per odio (Cfr. Gv 15, 18. 23-25) e sia per ignoranza (Cfr. At 3, 17), ingiustamente condannato a morte in base alla Legge punitiva (Cfr. Gv 19, 7), ed egli stesso “si sottopose alla croce, sprezzando l’ignominia” (Eb 12, 2), anche “per riscattare tutti coloro che erano sotto la” maledizione terrena della “Legge” (Gal 4, 5) punitiva, per trasferire lassù, in un’unica sentenza di condanna escatologica, la punizione dei trasgressori impenitenti della Legge assertiva e proibitiva d’Iddio; insomma, con la sua morte e risurrezione, il Messia ha rimosso, “tolto (airO) dal mezzo (ek ho mesos)” della santa Legge assertiva e proibitiva,” inchiodandolo (prosEloO) alla” sua “croce, quel documento scritto (cheirographon) contro (kata) di noi” israeliti, “che c’era avverso (hupenantios) coi suoi decreti (dogma)“ (Col 2, 13-14) punitivi, con quelle punizioni comunitarie che, quando stabilivano una terrena condanna a morte, non lasciavano, con tutta evidenza, nemmeno il tempo di riscattarsi nel “ministero dello Spirito” (2 Cor 3, 8), nel fattivo esercizio di quell'amore caritatevole che “copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4, 8), nel terreno “ministero della giustizia” (2 Cor 3, 9) evangelica, non più “inciso in lettere su pietre” (2 Cor 3, 7), ma, come promesso per “un’Alleanza nuova” (Ger 31, 31) di risurrezione, infine scritto sui nostri cuori (Cfr. Idem, 33; Ez 11, 19-20; Sal 37, 30; Eb 10, 16).

7. 5 Quando invece noi vivevamo ancora ed in modo esclusivo nella e per la carne, le afflizioni (pathEma) dei peccati, equiparati a dei reati da perseguire attraverso (dia) la Legge punitiva, agivano nelle nostre membra portando frutti alla morte spirituale prima e, per letale sentenza comunitaria, spesso anche corporale, ed infine, una volta risorti e dopo aver scontato la meritata punizione escatologica, alla misericordiosa seconda morte in anima e corpo risorto. 7. 6 Ora però, liberati (katargeO) dalla mera sottomissione alle comunitarie e religiose punizioni terrene della Legge mosaica, soggettivamente (Cfr. Ivi 6, 11) morti rispetto a ciò che ci teneva prigionieri nella nostra prima vita corporale (Cfr. Ivi 7, 1-3), noi siamo nella novità (kainotEs) dello Spirito di colui che fu risuscitato dai morti (Cfr. Idem, 4) e dunque nell’amore, e non più nel timore, come avveniva sotto il vecchio (palaiotEs) regime “della lettera” (gramma) punitiva della Legge di Mosè, sotto il pur glorioso, ma passeggero, ministero della scritturale condanna terrena (Cfr. 2 Cor 3, 7-11). La Legge assertiva e proibitiva ci dà la chiara consapevolezza del peccato 7. 7 Che diremo allora, , cosa dobbiamo concluderne? Diremo forse che la Legge assertiva e proibitiva, la santa (Cfr. Ivi 7, 12) Legge d’Iddio è peccaminosa? Non sia mai detto! Però io, Israelita per nascita, se non ci fosse stata la proibitiva Legge d’Iddio non avrei nemmeno imparato a conoscere (ginOskO) la trasgressione e quindi il peccato in generale (Cfr. Ivi 3, 20); né, prendendo ad esempio uno dei peccati più diffusi, avrei riconosciuto (eidO) la concupiscenza (epithumia) trasgressiva, se la proibitiva Legge d’Iddio non mi avesse detto: “Non desiderare” (Es 20, 17; Dt 5, 21) la donna e i beni d’altri.


Ogni peccato senza pentimento ne trascina altri 7. 8-9 Prendendo così consapevole avvio (aphormE) da questo comandamento (entolE), infranto per mia insana ribellione, passando dall’illecito desiderio alla sua soddisfazione, il mio primo diabolico peccato (sic) impenitente, come se fosse Satana in persona, provocò (katergazomai) in me ogni altra sorta di concupiscenze (epithumia) altrettanto vietate. Un tempo, ancora infante, anch’io vivevo senza (chOris) la Legge d’Iddio, all’incirca come viveva Adamo, prima ancora d’ascoltare il divieto di gustare l’esecrabile frutto dell’autonoma conoscenza del bene e del male. Senza divieti divini, senza (chOris) la proibitiva Legge d’Iddio, infatti, non c’era ancora la mia consapevolezza della trasgressione: il peccato era ancora inoperante (nekros), non provocava in me altri desideri trasgressivi, ma, sopraggiunto quel comandamento di non desiderare la donna e le cose altrui, il peccato, nato dalla mia ribelle e contagiosa concupiscenza, ha preso vita (anazaO) in me, è divenuto consapevole trasgressione, e io così sono spiritualmente morto (apothnEskO), poiché, trasgredendo mi sono separato dal Signor Iddio e, rimanendo impenitente e quindi abbandonato a me stesso ed infine a Satana (Cfr. 2 Cor 2, 11), ho perduto l’accesso all’immortalità escatologica. 7. 10 Con la mia persistente disobbedienza, l’avvertimento divino, il comandamento (entolE), che, assunto con fede, amore e gratitudine, doveva accompagnarmi verso (eis) la vita eterna, mi ha fatto incontrare (heuriskO) la morte (thanatos) spirituale. 7. 11 Il peccato impenitente, infatti, subdola personificazione di Satana” il Tentatore” (Mt 4, 3), prendendo consapevole avvio (aphormE) dal comandamento che proibiva la concupiscenza della moglie e dei beni altrui, mi ha prima sedotto (exapataO) e sempre per suo tramite, vale a dire passando dal desiderio all’atto e rimanendo poi abitudinario (Cfr. Ivi 7, 17. 20), mi ha anche spiritualmente ucciso (apokteinO), mi ha precluso l’accesso all’immortalità escatologica. Collegandosi alla trasgressione del decimo comandamento mosaico, non ci avvertì forse il Messia dicendoci: “Chiunque guarda una donna” sposata “ per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5, 28)?E dal cuore ai fatti il passo è breve. La Legge assertiva e proibitiva d’Iddio è santa 7. 12 Così, sia ad ogni modo ben chiaro, in se stessa, la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio è santa (sic), e santo e giusto e buono è il decimo comandamento, che nel desiderio proibito soffoca il peccato sul nascere. 7. 13 Ma allora è stato proprio ciò che è bene che mi ha condotto alla morte spirituale? No davvero! È stato invece il consapevole peccato: esso, mi ha procurato (katergazomai) una morte spirituale e, rimanendo impenitente e quindi contagioso, mi ha reso dedito al male, mi ha schiavizzato e posto al servizio di Satana, proprio servendosi di ciò che è bene per manifestare il suo essere peccato inequivocabile, per diventare, nella sua acquisita consapevolezza trasgressiva, peccaminoso (hamartOlos) al massimo (huperbolE), proprio mediante quel decimo comandamento di non concupire che lo ha inizialmente evidenziato. L’uomo abbandonato a se stesso, pur conoscendo il bene, compie immancabilmente il male 7. 14 Sappiamo, infatti, che la Legge assertiva e proibitiva è spirituale (sic) e ci accompagna verso la vita eterna (Cfr. Ivi 7, 10), mentre, abbandonato a me stesso, io sono, come lo sei tu, che leggi, soltanto carnale, quindi “incline al male fin dall’adolescenza” (Gn 8, 21), e dunque ben presto, quando il peccato prende poi “in me stabile dimora” (Ivi 7, 17. 20), io mi ritrovo di fatto venduto (piprasko) da me stesso a Satana come schiavo del peccato, poiché, come ci avvertì il Messia, “chiunque commette il peccato”, se non si pente, poi “è” anche “schiavo del peccato” (Gv 8, 34). 7. 15 Io, trasgredendo la Legge, da cui, in quanto Israelita, è derivato il mio stesso riconoscimento del bene e del male, non riesco nemmeno a capire (ginOskO) ciò che faccio, perché io non faccio ciò che voglio, ma ciò che detesto (miseO). 7. 16 Ora, se mi rendo conto che faccio


ciò che non voglio, io ammetto (sumphEmi) implicitamente che la proibitiva Legge d’Iddio è buona (sic); 7. 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato (sic) impenitente che, con Satana che lo giustifica e l’abbellisce, ha preso in me stabile dimora (oikeO). 7. 18 Io so, infatti, che in me, vale a dire nella mia carne, non abita il bene; c'è accanto (parakeimai) a me il desiderio (thelO) del bene, conosciuto attraverso la Legge assertiva, quella emessa per i giusti, ma non la capacità di attuarlo; 7. 19 poiché io non compio il bene che voglio (thelO), ma pratico il male che non voglio. 7. 20 Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato (sic) impenitente che, con Satana, ormai abita in me e dispone delle mie azioni. 7. 21 Io trovo dunque in me, nel mio stesso corpo di carne concupiscente, questa satanica legge individuale: quando voglio fare il bene, il peccato è accovacciato alla mia porta (Cfr. Gn 4,7), il male è accanto (parakeimai) a me, pronto a balzarmi addosso ed ad avere la meglio. “Siate temperanti, vigilate”, ci avvertì poi Pietro. “Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1 Pt 5, 8), ma egli potrà soggiogare sempre e solo chi ha già peccato per conto proprio e rimane incapace di pentimento; mentre invece, operando “per il bene”, in modo da essere così “immuni dal male, il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi” (Ivi 16, 19-20; cfr. Ef 6, 16). 7. 22 Io mi compiaccio (sunEdomai) nel mio umano foro interiore (esO) della proibitiva ed assertiva Legge d’Iddio, che mi mette in guardia su ciò che non devo compiere e, additandomi il bene, esige da me opere di pietà e giustizia (Cfr. Dt 10, 19; Lv 19, 18. 34; 2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc,), 7. 23 ma nel mio corpo scorre un'altra legge, che muove guerra a quella che custodisco nella mia mente e mi rende schiavo: è la coattiva legge del peccato che sta rintanata nelle mie membra, e mi spinge poi a ricercare le soddisfazioni proibite. 7. 24 Uomo infelice (talaipOros) che sono! Chi mi attirerà per sempre a se (rhuomai), fuori del corpo peccaminoso di questa diabolica morte spirituale, che, risorto, mi porterà poi alla “morte in eterno” (Gv 8, 51; 11, 26)? Chi altri mi libererà se non il Signor Iddio, che, accogliendo il mio pentimento ed aiutandomi per grazia gratuita a praticare il bene, col Suo “Spirito” (Ivi 8, 9), con “lo Spirito” d’amore “del Messia” (Ibidem) risorto, mi dà anche la forza di resistere al male? 7. 25 Grazie dunque al Signor Iddio, che, con lo Spirito eterno (Cfr. Ivi 8, 2. 9; eb 9, 14) di nostro Signore Gesù, il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, m’induce a compiere “opere buone” (Mt 5, 16), “opere prodotte in” nome e per amore di “Dio” (Gv 3, 21; cfr. Ef 2, 8-10) e grazie a Lui (Cfr. Fil 2, 13), facendo così di tutto me stesso un vaso dell’amore d’Iddio e del prossimo, uno strumento della giustizia (Cfr. Ivi 6, 13) evangelica! Poiché se così non fosse, di conseguenza, abbandonato a me stesso ed infine a Satana, mi ritroverei anch’io a dire: con la mente, servo l’assertiva e proibitiva Legge d’Iddio, con la carne servo invece la coattiva legge del peccato, rimasto impenitente. Romani 8 Non camminate secondo la carne concupiscente ma secondo lo Spirito del Messia d’amore 8. 1 Ora però non c'è più sentenza d’abbandono e quindi di condanna (katakrima), ma attuale ed eterna salvezza per coloro che vivono in stabile unione spirituale col Messia Gesù. 8. 2 Poiché la legge dello Spirito della vita eterna, in unione col Messia Gesù, vi ha liberato (eleutheroO) dalla carnale e diabolica legge del peccato e della sempre conseguente morte spirituale, che ci conduce poi sempre, inesorabilmente, all’”infamia eterna” (Dn 12, 2), all’escatologica seconda morte in anima e corpo risorto.


Sì, per mezzo della fede in “colui che Iddio ha risuscitato” dai morti, “a voi è annunciato il perdono dei peccati” passati; “e la giustificazione, che non avete potuto ottenere mediante la” sempre deficitaria osservanza della “Legge di Mosè, per mezzo suo la ottiene” subito “chiunque crede” (At 13, 37-40) e crederà in lui e nella sua eterna risurrezione principiativa, ed opererà poi di conseguenza. 8. 3 Infatti, ciò che, nonostante il timore suscitato, rimaneva impossibile alla esterna Legge proibitiva d’Iddio, perché, senza grazia giustificante, la carne, incline al male, la rendeva comunque inoperante (astheneO), Iddio lo ha reso possibile: mandando il proprio esemplare Figlio relazionale ed operativo, che, in una carne del tutto simile a quella del peccato e quindi di per se stessa gravitante attorno (peri) al peccato, e poiché uomo, pur sottoposto a tentazioni (Cfr. Mc 1, 12-13; Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13; Mc 14, 32-42; Mt 26, 36-46; Lc 22, 39-46), non conobbe alcun peccato (Cfr. 2 Cor 5, 21), poiché praticando l’amore diffusivo, prescritto dalla “santa” (Ivi 7, 12) Legge assertiva, rispettò anche, senza alcun sforzo o timore, tutta la Legge proibitiva. Egli, Gesù il Messia, amando, ha sempre condannato (katakrinO) il sempre possibile peccato nella sua esemplare carne mortale, dimostrandoci nei fatti come sia possibile vivere nella carne, ma sempre per lo “Spirito della vita” (Ivi 8, 2) eterna e, nel suo caso, fino alla più umiliante ed atroce delle morti corporali. Sì, egli è vissuto obbedendo, ed è poi morto soffrendo ed è risorto, per donarci infine, prima col battesimo trinitario “lo Spirito di Dio” (Ivi 8, 9. 14) e poi, per purificarci dei nostri successivi peccati, dei quali sapremo pentirci, col suo integrale corpo risorto e ad ogni nostra ecclesiale comunione eucaristica, il suo “Spirito eterno” (Eb 9, 14), “ lo Spririto del Messia” (Ivi 8, 9), 8. 4 affinché, partendo e ripartendo dalla fede nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, la giustizia (dikaiOma) della Legge, tutto quello che è stabilito ed ordinato dalla santa e spirituale Legge assertiva e proibitiva d’Iddio si realizzasse (plEroO) (Cfr. Mt 5, 17) compiutamente anche in noi, che, per gratuita grazia ricevuta, non camminiamo più secondo la carne concupiscente, ma secondo lo Spirito della vita eterna (Cfr. Ivi 8, 2. 9), che ha preso stabile dimora in noi e, purificando “la nostra coscienza dalle” sopravvenute “opere morte” (Eb 9, 14: cfr. 1 Gv 1, 7), risveglia le nostre virtù perfezionative. Quelli che vivono solo secondo la carne non sono proprio capaci di piacere al Signor Iddio 8. 5 Quelli, infatti, che vivono soltanto secondo la carne pensano sempre, e non c’è altro verso, alle cose della carne, e dunque si preoccupano solo della loro prima vita corporale, quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono ad accordarsi (phroneO) alle cose proprie dello Spirito e dunque, in sintonia con la Legge assertiva, praticando con costanza il prioritario amore d’Iddio e del prossimo, non infrangono nemmeno la Legge proibitiva. 8. 6 Ma le propensioni (phronEma) esclusive della carne portano sempre alla morte spirituale prima, e poi alla seconda e misericordiosa dissoluzione in anima e corpo risorto, dopo aver scontato le meritate punizioni infernali, mentre le propensioni dello Spirito portano subito alla pace dell’attuale salvezza e poi alla vita eterna; pur passando attraverso la prima morte corporale, non si scappa. 8.7 In effetti, le propensioni esclusive della carne sono sempre in rivolta (echthra) contro Dio, perché non si sottomettono mai all’integrale, sia assertiva e sia proibitiva, Legge d’Iddio, e nemmeno lo potrebbero. 8. 8 No, quelli che appartengono soltanto alla carne non sono proprio capaci di piacere a Dio! Sottoponetevi alla legge dell’amore e riceverete la vita eterna 8. 9 Voi però non appartenete soltanto alla corruttibile carne, ma ancor più allo Spirito, giacché lo Spirito di Dio abita stabilmente in voi (Cfr. 1 Cor 3, 16), come in un santuario (Cfr. Gv 2, 19; 1 Cor 6, 19), poiché se qualcuno non ha l’operativo Spirito d’amore del Messia risorto, se non riconosce Gesù nei sofferenti e bisognosi (Cfr. Mt 25, 34-46), non gli appartiene; crede di esserlo, ma non è un vero cristiano.


8. 10 Ora, invece, se il Messia risorto è e abita in voi col suo fortificante “Spirito eterno” (Eb 9, il vostro corpo è come morto rispetto al peccato, ma -o qual incommensurabile compenso- allora l’amorevole Spirito del Messia risorto è in voi primizia (Cfr. Ivi 8, 23) rappacificante di vita eterna attraverso la giustizia (dikaiosunE) evangelica che praticate. 8. 11 Perché se lo Spirito di Colui che ha, per sempre, risuscitato Gesù dai morti abita stabilmente in voi, proprio per mezzo del Suo stesso Spirito della vita eterna, che già abita in voi, Colui che ha, per sempre, risuscitato il Messia dai morti, darà poi la vita eterna anche ai vostri corruttibili corpi mortali (Cfr. 1 Cor 6, 14; Fil 3. 20-21). 14; cfr. Ivi 8, 2. 9),

Solo coloro che sono guidati dallo Spirito sono figli relazionali d’Iddio 8. 12 Così dunque fratelli, noi siamo tutti debitori di vita, ma non verso la carne per poi dover vivere anche noi secondo le esigenze esclusive della carne. 8. 13 Perché se vivete solo secondo la carne, voi state (mellO) già morendo (apothnEskO) spiritualmente, e una volta morti e risorti, e scontate le vostre meritate punizioni, voi morirete di nuovo in anima e corpo risorto; se invece, appartenete per davvero allo Spirito, saprete soffocare i vostri desideri proibiti, e se voi fate morire (thanatoO) sul nascere le possibili opere (praxis) malvagie del corpo, una volta morti e risorti, vivrete col Messia per l’eternità. 8. 14 Tutti quelli, infatti, che sono guidati (agO) dallo Spirito di Dio, solo costoro sono figli relazionali di Dio: i futuri coeredi (Cfr. Ivi 8, 17) del Regno. Gli altri sono i figli relazionali di Satana (Cfr. Gv 8, 43), sono gli schiavi comuni dei desideri meramente carnali e dei soli beni materiali, ed in definitiva, una volta risorti e dopo aver scontato le loro meritate punizioni infernali, saranno di nuovo ridotti a polvere nel risolutivo “stagno di fuoco” (Ap 20, 14. 15), diverranno eterno alimento esclusivo ( Cfr. Gn 3, 14; Is 65, 25) del paradigmatico “serpente antico, colui che chiamano Diavolo e il Satana” (Ap 12, 9). 8. 15 Voi, al contrario, voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi, per rimanere nel continuo timore della sempre meritata, immanente o futura e poi definitiva punizione, ma avete ricevuto uno Spirito da relazionali figlie e figli adottivi (huiothesia), lo Spirito eterno del Figlio immortale d’Iddio, per mezzo del quale, non ognuna od ognuno solo per sé, ma noi (sic), assieme, gridiamo nell’amore: Abbà, Babbo o Papà, il Padre (Cfr. Gal 4, 5-7) relazionale di tutti coloro che Gli obbediscono. E quando preghiamo, noi diciamo: “Padre nostro (sic) ” e non “Padre mio”, e chiediamo per noi un perdono proporzionato alla nostra capacità di perdonare agli altri i torti ricevuti, ed infatti diciamo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi stessi li abbiamo rimessi ai nostri debitori“ (Mt 6, 12), “perdona a noi i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore” (Lc 11, 4). Insomma, nessuno mai potrà salvarsi da solo. Lo stesso Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, il figlio di Maria dolce, divenne il primogenito dei risorti da morte (Cfr. Col 1, 18), proprio per aver associato a se stesso dei fratelli (Cfr. Ivi 8, 29). 8. 16 Lo Spirito stesso, che abbiamo ricevuto in aiuto (Cfr. Ivi, 8, 26) e come guida (Cfr. Ivi, 8, 14), attesta (summartureO) al nostro spirito vitale che, nella nostra quotidiana obbedienza operativa, noi siamo figlie e figli (teknon) relazionali di Dio, per effettiva elezione e grazia ricevuta (Cfr. 1 Ts 1, 4-5). 8. 17 E se siamo figlie e figli relazionali di Dio, siamo anche già eredi designati, e con la risurrezione dai morti, noi saremo per sempre costituiti eredi di Dio, tutti assieme coeredi (sugklEronomos) del Messia d’amore, proprio perché, ora, all’occorrenza che non manca mai, noi stessi patiamo assieme (sumpaschO) a tutti i sofferenti e i bisognosi, nei quali egli volle essere riconosciuto (Cfr. Mt 25, 31-46), e ci guardiamo dal commettere peccati d’omissione, per amor suo riconoscente, per poi partecipare alla sua gloria (sundoxazomai), nella nuova creazione che verrà. 8. 18 Per questo ritengo che le


tante e solo in parte alleviabili sofferenze (pathEma) del momento presente non siano, in ogni caso, paragonabili alla gloria futura che, nel nuovo Regno dei cieli, dovrà essere rivelata in noi ed in tutti gli altri giusti d’ogni tempo e luogo (Cfr. Eb 11, 40). Tutte le creature terrestri attendono con impazienza la nuova creazione senza caducità 8. 19 Anzi, in questo nostro primo mondo, in cui, in innumerabili catene alimentari, ogni forma di vita si nutre della morte corporale di un’altra forma di vita, l’intera (Cfr. Ivi 8, 22) creazione stessa intuisce ed attende con impazienza la definitiva e gloriosa rivelazione dei costituiti figli d’Iddio. 8. 20 Essendo stata essa stessa sottomessa alla caduca vanità (mataiotEs) di tutto ciò che muta e passa -e non per suo volere, ma per volere di Colui che l'ha sottomessa- nutre essa stessa la speranza 8. 21 d’essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione (phthora), per entrare nella stabile libertà della gloria immarcescibile dei costituiti figli e figlie d’Iddio, nell’agognato Regno in cui l’agnello potrà dormire tranquillamente col leone, divenuto vegetariano (Cfr. Is 65, 25). 8. 22 Noi sappiamo, infatti, che l’intera creazione all’unisono geme e soffre ogni giorno e fino ad oggi nelle doglie del parto. Anche se non vediamo ancora quello che speriamo, lo attendiamo con fiduciosa perseveranza 8. 23 Ed essa non è la sola a gemere, poiché anche noi, noi che per ora possediamo soltanto le primizie (aparchE) dello Spirito d’eternità, e dovendo ancora passare attraverso la strettoia dell’inesorabile morte corporale per ritrovarci poi nel frantoio della sepoltura, prima d’arrivare all’eterna risurrezione, noi gemiamo interiormente aspettando di vedere la nostra definitiva adozione a figli o figlie, la piena redenzione (apolutrosis) del nostro corpo (sic), nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva. “Sospiriamo in questo nostro stato” d’irreversibile caducità corporale, “desiderosi”, non certo di divenire anime senza corpo, dei puri spiriti, ma “di rivestirci” per sempre “del nostro” nuovo ed imperituro “corpo (sic) celeste” (2 Cor 5, 2). 8. 24 Perché, per il momento, noi siamo stati salvati, abbiamo beneficiato dell’anticipata remissione dei nostri peccati passati, per (gar) la fiduciosa speranza che deriva dalla nostra certezza di fede operativa nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, poiché ciò che si spera, se visto standoci dentro, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede standoci dentro, come potrebbe ancora sperarlo? 8. 25 Ma anche se ancora non vediamo quello che speriamo, noi lo attendiamo con fiduciosa perseveranza. Perché sappiamo che esso è “ciò che Iddio ha preparato per quelli che Lo amano” (1 Cor 2, 9; Cfr. Is in Lui e Gli obbediscono, e dunque “l’attesa dei giusti è la gioia“ (Pr 10, 28). “Secondo la Sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli ed una terra nuova (Cfr. Is 65, 17), nei quali “avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3, 13).

64, 3) e confidano

Tutto concorre al bene spirituale di coloro che amano Iddio, comprese le tribolazioni 8. 26 Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto (sunantilambanomai) alla nostra debolezza, perché, pregando, spesso non sappiamo nemmeno cosa a noi convenga domandare, poiché anche ciò che ora riteniamo poter esserci utile potrebbe poi rovesciarsi a nostro danno, e viceversa, ma allora è lo Spirito stesso che intercede con insistenza per noi, con gemiti inarticolati ed inaudibili. 8. 27 E Colui che sonda e scruta i cuori (Cfr. Sal 139, 1) sa quali sono le propensioni (phronEma) dello Spirito, che per i santi (sic) (hagios) intercede sempre secondo i


Suoi voleri e disegni, concepiti ed attuati per la misericordiosa salvezza dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. 8. 28 D’altronde, noi, sempre per fede giustificante, sappiamo anche che -persecuzioni, miserie ed ansie, angosce e sofferenze comprese (Cfr. Ivi 5, 3; 2 Cor 12, 9-10; Gc 1, 2-3)- tutto concorre (sunergeO) al bene spirituale di coloro che amano Iddio e da Lui sono stati chiamati (sic) all’obbedienza secondo il Suo dichiarato disegno (prothesis) escatologico, ed essi hanno assunto quella chiamata, ricevuta per grazia, con grata riconoscenza. Nella Sua prescienza, Iddio conosce da sempre anche tutti gli eredi del Regno dei cieli 8. 29 Poiché quelli che, nella Sua prescienza, Egli ha conosciuto in anticipo (proginOskO), vale a dire che, ancor prima della loro nascita, Egli già conosceva quale uso essi avrebbero poi fatto del loro libero arbitrio e che, col Suo aiuto, si sarebbero comportati a somiglianza del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, e dunque a Sua somiglianza, li ha anche designati in anticipo (proorizO) ad essere, nella risurrezione, conformi all'immagine del Figlio Suo (Cfr. Fil 3, 21) immortale, perché egli sia poi lassù il primogenito tra molti fratelli. 8. 30 Sì, poiché quelli che Egli ha designato in anticipo (proorizO) quali sicuri coeredi del risorto Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, li ha anche chiamati (sic) alla fede nell’eterna risurrezione dei giusti, quelli che ha chiamato, e loro Gli hanno liberamente obbedito, li ha poi anche dichiarati giusti (dikaioO) e quelli che Lui ha giustificato (dikaioO), li ha anche quaggiù glorificati nella santità (Cfr. Ivi 8, 27), volgendo ogni accadimento, anche doloroso, a profitto della loro attuale ed eterna salvezza (Cfr. Ivi 8, 28). Per quanto c’è dato capire, l’Apostolo sostiene che per essere quaggiù “glorificati” nella santità ed infine lassù resi poi “conformi all’immagine del Figlio Suo” (Ivi 8, 29) immortale, di sicuro, si è anche prima chiamati alla fede nel Lieto Annuncio e poi giustificati per aver assunto quella chiamata. Il che non sta certo a significare che tutti i chiamati saranno anche giustificati e santificati quaggiù ed infine per sempre glorificati lassù. Non per niente Gesù proclamò: “Molti sono” i “chiamati” al banchetto del Regno, ”ma pochi” gli” eletti” (Mt 22, 14) a ricevere lassù il luminoso abito nuziale (Cfr. Idem, 11). Non si confonda dunque la prescienza d’Iddio con una forzata predeterminazione. Gli eletti, coloro che furono “scelti fin da principio per la salvezza nella” quotidiana “santificazione dello Spirito” (2 Ts 2, 13), non sono in ogni caso delle marionette predisposte al bene da una grazia coercitiva. L’elezione ab aeterno la conosce soltanto Iddio, noi invece conosciamo di sicuro la chiamata, che non è data per meriti acquisiti, certo, ma sicuramente da acquisire, grazie al sostegno dello Spirito, “che intercede con insistenza per noi” (Ivi 8, 26). Tra la chiamata e la definitiva giustificazione, rimane sempre la responsabile scelta di obbedire o di disobbedire in parole ed azioni ed omissioni, mentre soltanto con la definitiva giustificazione nulla e nessuno potrà più opporsi all’eterna glorificazione (Cfr. Ivi 8, 31. 33-34). Ricordiamoci le parole che, citando Ezechiele, l’estensore della canonica Lettera agli Ebrei pare porre in bocca al Risorto: “Il mio giusto vivrà” partendo “da (ek) fede” (Cfr. Ab 2, 4; Ivi 1, 17; Gal 3, 11) e perseverando per la sua stessa fede operativa nell’eterna risurrezione dei meritevoli, ”ma se invece si sottrae” ai doveri che la fede nel Lieto Annuncio comporta, “non si compiace in lui l’anima mia” (Eb 10, 38; cfr. Ez 33, 12-20; 18, 21-32).

8. 31 Cos’altro dunque possiamo addurre su questi eletti che saranno poi per sempre giustificati? Se Iddio è per noi, chi s’alzerà lassù contro di noi, nel Giudizio universale? 8. 32 Insomma, Egli che non ha risparmiato il proprio prediletto ed operativo Figlio relazionale, ma lo ha consegnato (paradidOmi) alla Legge punitiva, per poi sospenderne le maledizioni terrene (Cfr. Gal 3, 13), le religiose punizioni comunitarie, l’ha consegnato alla croce perché poi risorga in eterno per tutti noi, per Sua grazia misericordiosa, una volta risorti, non ci donerà forse ogni cosa insieme con lui, se ci saremo sostanzialmente attenuti all’insegnamento di colui che ci ha tanto amato da morire e risorgere per noi e per i giusti d’ogni tempo e luogo? 8. 33 Allora chi accuserà gli eletti di Dio?


Quando è Dio che giustifica (dikaioO). 8. 34 Chi li condannerà? Quando il Messia, Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato a favor nostro, sta già alla destra d’Iddio e intercede per noi? 8. 35 Chi ci separerà dunque, qui ed ora, dall'attuale ed eterno amore operativo del Messia risorto, se noi perseveriamo quaggiù nell’obbedire al suo insegnamento? Chi, se non noi stessi, potrà separarci dall’amore d’Iddio? Forse la tribolazione o l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo o la spada? 8. 36 Certo riviviamo tempi nefasti e d’incombente persecuzione, secondo quanto fu scritto: “A causa Tua, Signore, siamo messi a morte lungo l’intera giornata; dalla mattina alla sera siamo trattati come pecore da macello” (Cfr. Sal 44, 23), proprio come lo fu il Messia, il giusto servo per eccellenza d’Iddio, “l’agnello puro e senza macchia” (1 Pt 1, 19) profetizzato da Isaia (Cfr. Is 53, 7). 8. 37 Ma in tutto ciò noi siamo ben più che vincitori (hupermikaO), perché non lo siamo certo per nostro esclusivo merito solitario, ma proprio tramite (dia) Colui che, per primo (Cfr. Ivi 11, 35), ci ha amato ed anche ora ci sostiene col Suo Spirito eterno, sempre che noi stessi non ricadiamo nel novero dei peccatori impenitenti. 8. 38 Io sono, infatti, persuaso che né “il pungiglione” (1 Cor 15, 55) della prima morte, il nostro “ultimo nemico” (Idem, 26), né le ingannevoli lusinghe della prima vita corporale, né angeli né principati, né presente né avvenire, 8. 39 né potenze, né forze delle altezze né quelle delle profondità, né alcun'altra creatura terrestre o celeste, nessuno mai potrà separarci dall'attuale ed eterno amore operativo d’Iddio, nello Spirito del Messia Gesù, nostro Signore, se non noi stessi, noi che di sicuro ci separiamo dal Signor Iddio, quando non sappiamo riconoscere il Messia nei sofferenti e bisognosi (Cfr. Mt 25, 34-46), che di volta in volta ci stanno di fronte. Romani 9 A questo punto, per evitare che i destinatari della sua lettera, provenienti, sempre per chiamata individuale (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65; Ivi 8, 28; Gal 5, 13), sia dal giudaismo e sia dal paganesimo (Cfr. Ivi 9, 24; 10, 12), si ritengano gli unici candidati alla salvezza, l’Apostolo riprende a dissertare sugli Israeliti che, non avendo ricevuto quella nuova chiamata, hanno variamente scelto di dover rimanere tali; anche se, tra loro, sia chiaro, saranno salvati soltanto i figli spirituali d’Abramo, ”i figli della promessa” (Ivi 9, 8). Gli Israeliti possiedono l’adozione collettiva a figli relazionali d’Iddio 9. 1 Ciò che io sto per dire sugli Israeliti in generale e su quei pochi tra loro che, per grazia ricevuta (Cfr. Ivi 11, 5), hanno ereditato “la fede d’Abramo” (Ivi, 4, 16) nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, è la verità nel Messia Gesù, corrisponde in tutto al suo insegnamento (Cfr. Mc 2, 17; 12, 28- 34; Mt 9, 13; Lc 5, 32;10, 25-37; Gv 4, 22). Non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza in unione con lo Spirito Santo. 9. 2 Io ho nel cuore un gran dolore e una sofferenza continua. 9. 3 Vorrei persino essere io stesso maledetto e temporaneamente distante dal (apo) Messia, se questo andasse a vantaggio dei miei fratelli, a me congiunti nel vincolo della carne. 9. 4 Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione collettiva a figli (huiothesia) relazionali d’Iddio (Cfr. Es 4, 22; Dt 7, 6), la gloria, le alleanze, la assertiva e proibitiva legislazione (nomothesia) mosaica, il culto, le divine promesse incontrovertibili 9. 5 e i Patriarchi, ai quali furono rivolte quelle promesse (Cfr. Ivi 15, 26); ed essendo nato dalla vergine Maria dolce, da loro proviene il Messia secondo la carne (Cfr. Gv 1, 14) mortale, egli che, da sempre e per sempre, è pure, sopra ogni cosa (epi pas) visibile o invisibile: l’eterna Parola creatrice d’Iddio, ci dirà l’evangelista Giovanni (Cfr. Idem, 1-3), e quindi e per ciò stesso anche: Dio (sic) (Cfr. Gv 20, 28; Tt 2, 13; 2 Pt 1, 1; 1 Gv 5, 20) benedetto nei secoli. Amen. Ma non tutti gli Israeliti sono dal Signor Iddio ritenuti discendenza spirituale d’Abramo


9. 6 Essi, tranne quei pochi che sono stati attirati a farlo dal Signor Iddio (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65; Ivi 9, non riconoscono ancora (Cfr. Ivi 11, 25-26) in Gesù l’atteso Messia, ma la parola d’Iddio sugli eredi della “fede” giustificante “d’Abramo” (Ivi 4, 12. 16) non è venuta meno (ekpiptO). “Dio non è un uomo che mente, né un figlio d’uomo che si pente: è Lui, forse, che dice e non fa, parla e non esegue?” (Nm 23, 19). Infatti, non tutti quelli che discendono da Giacobbe, il patriarca che sarà poi chiamato Israele, sono Israele. 24; 10, 11-12,

“Vero Giudeo è”, infatti, soltanto “colui che lo è interiormente, e la circoncisione” che conta “è quella del cuore” (Cfr. Ivi 2, 26), e così, proprio perché “solo il resto” eletto di loro “sarà salvato” (Cfr. Ivi 9, 27; Is 10, 22-23), fu per converso anche scritto: “Chi può contare la polvere di Giacobbe”, rinominato Israele? (Idem, 10). 9. 7 Né, ancor prima di Giacobbe-Israele, per il fatto di essere discendenza (sperma) corporale di Abramo sono tutti suoi figli spirituali, poiché, dopo avergli detto: “Guarda in cielo e conta le stelle se le puoi contare, tale sarà la tua discendenza” (Gn 15, 5), Iddio precisò poi ad Abramo: “In Isacco sarà chiamata (kaleO) per te una discendenza” (Cfr. Gn 21, 12) spirituale, 9. 8 e ciò significa che non sono considerati figli relazionali d’Iddio tutti i figli della carne d’Abramo (Cfr. Gv 8, 39), ma come discendenza spirituale sono considerati solo i figli della promessa, i chiamati (Cfr. Ivi 8, 28; 9, 7. 11. 24) ad assumere la fede d’Abramo nella “redenta Gerusalemme” (Gal 4, 26) celeste; ed è per questo che anche”voi, fratelli” battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo (Cfr. Mt 28, 19), e quindi anche nel Messia risorto, proprio ”come Isacco, siete figli della promessa” (Idem, 28), che nella risurrezione corporale supera i limiti della carne mortale. 9. 9 Furono queste, infatti, le parole della promessa, rivolte ad Abramo: “Io verrò in questo tempo e Sara avrà un figlio” (Gn 18, 10.14), che chiamerai Isacco, e lui sarà mite ed obbediente, lui sarà circonciso nel cuore e “con” lui “Io farò sussistere la Mia alleanza, quale alleanza perenne (sic) ” (Gn 17, 19) d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, promessa a tutta la tua discendenza (Cfr. Gn 15, 5) spirituale. Questa e non altra fu, in effetti, l’esplicita promessa di figliolanza tra il quasi centenario Abramo e la quasi novantenne Sara, alla quale “era cessato ciò che avviene regolarmente alle donne” (Gn 18, 11) da così tanti decenni, e che per giunta era sempre stata sterile; ma “c’è forse qualche cosa che sia impossibile a Dio?” (Idem, 14). L’elezione non s’innesca partendo dalle opere, ma procede dalla Sua precedente chiamata 9. 10 E non è tutto; c'è anche Rebecca che ebbe due figli gemelli, Esaù e Giacobbe, da un solo uomo: Isacco, nostro padre spirituale; ma Esaù, pur nipote d’Abramo, non fu discendenza spirituale d’Abramo. 9. 11 Quando essi, Esaù e Giacobbe, non erano ancora nati e quindi non avevano fatto ancora nulla di buono o di malvagio, perché rimanesse (menO) a noi evidente nei secoli il proposito (prothesis) lungimirante di Dio, fondato sull'elezione (eklogE) non in base (ek) alle opere, ma alla Sua precedente chiamata (kaleO), 9. 12 accantonando persino il diritto di primogenitura, le fu detto in profezia da Colui che tutto conosce in anticipo (Cfr. Ivi 8, 29) e sa quindi essere sempre giusto in anticipo nella Sua scelta: “Il maggiore, nella sua empia discendenza, sarà sottomesso (douleuO) a quella del minore” (Cfr. Gn 25, 23), 9. 13 come sta anche scritto a posteriori su quei gemelli considerati come futuri eponimi: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù” (Ml 1,2-3) nelle loro rispettive discendenze, poiché non sarà certo Giacobbe a sottomettere Esaù, ma saranno gli Israeliti, i discendenti di Giacobbe, che, addirittura circa sette secoli dopo, col loro re Davide, asserviranno gli Idumei, i politeisti discendenti di Esaù (Cfr. 2 Sam 8, 13-14; 2 Re 14, 7; Ez 35, 1-15). 9. 14 Che diremo dunque? C'è forse abuso ed ingiustizia da parte del Signor Iddio, che tutto conosce da sempre, ma di sicuro non travia né punisce in anticipo nessuno? Non sia mai detto. 9. 15 “Tutte le Sue vie sono giustizia” (Dt 32, 4). Già dopo la prima ribellione della stragrande maggioranza degli Israeliti, che si forgiarono ed idolatrarono il vitello d’oro, e dunque prima di


rinnovare l’alleanza del Decalogo, prima di fargli tagliare “due tavole di pietra come le prime” (Es 34, 1), poi seguite da seicento e più comandi e decreti alimentari e cultuali, correlati con transitorie (Cfr. 2 Cor 3, 8.13) punizioni comunitarie, Egli disse a Mosè: “Userò misericordia con chi vorrò, e, sempre nella Mia prescienza, avrò pietà di chi vorrò averla” (Es 33, 19). 9. 16 Quindi l’iniziativa salvifica non parte mai dall'uomo che vuole e si dà da fare, o persino che corre (trechO) anzi tempo, com’Esaù che combatté col fratello Isacco fin dal ventre materno, per riuscire ad essere lui il primogenito (Cfr. Gn 25, 22. 25). No, l’iniziativa salvifica parte sempre da Colui che tutto conosce in anticipo, parte da Dio, che usa a priori misericordia con chi sa che poi saprà anche pentirsi e ravvedersi, o la rifiuta ad altri, certo, ma se la rifiuta e dunque abbandona a se stessi gli incoreggibili impenitenti, allora Colui che è “lento all’ira” (Es 34, 6) lo fa sempre dopo aver a lungo tollerato (Cfr. Ivi 9, 22). 9. 17 Dice, infatti, la Scrittura al Faraone, già, per conto suo, ostinato e irremovibile (Cfr. Es 7, 1314): se fin da principio Io avessi steso la mano per colpire te e il tuo popolo con la peste (sic), tu saresti ormai cancellato dalla terra, invece “ti ho fatto alzare (exegeirO) dalla sesta piaga, ti ho lasciato vivere, ho sopportato con molta pazienza (Cfr. Ivi 9, 22) la tua empietà, soltanto per poi inviare a te ed al tuo popolo altri flagelli, per poi infine manifestare su di (en) te la Mia risolutiva potenza, richiudendo su di te e sui tuoi “combattenti scelti” (Es 15, 4) le acque del Mar Rosso (Cfr. Dt 11, 4), e perché il Mio nome sia poi così proclamato in tutta la terra” (Cfr. Es 9, 15-16). 9. 18 Iddio dunque, sempre secondo prescienza, verità e giustizia, non solo usa a priori misericordia con chi vuole, ma, abbandonandolo a se stesso e poi lasciando così mano libera a Satana, indurisce anche a posteriori chi vuole, vale a dire solo dopo aver prima sopportato con molta pazienza la sua ribellione (Cfr. Ivi 9, 22), poiché non c’è mai divina riprovazione, abbandono e definitiva condanna senza un’acclarata e reiterata colpa umana. Nessuna creatura possiede la prescienza del suo Creatore 9. 19 Mi potrai però dire, tu che sei ancora incredulo: “Allora perché il Signor Iddio continua a rimproverarci? Chi può infatti resistere alla Sua precedente intenzione (boulEma)?”. Parli come se fosse stato lo stesso Iddio ad averti traviato. No, “Egli non ha comandato a nessuno d’essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir 15, 20). Non cercare di nascondere la tua responsabilità, colpevolizzando Iddio, come se i tuoi peccati rientrassero nelle Sue intenzioni. 9. 20 O uomo recalcitrante, ma tu chi sei per criticare Iddio, con dei presupposti menzogneri? Oserà forse dire l’oggetto plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così? La tua opera non ha manichi “(Cfr. Es 45, 9) tali da poter essere afferrata soltanto dal bene. 9. 21 Forse il vasaio non ha piena disponibilità sull'argilla, così da fare, si badi bene: con la stessa carne, sempre incline al male fin dall’adolescenza (Cfr. Gn 8, 21), insomma con la medesima pasta (sic) (phurama), un vaso (skeuos), che, per grazia ricevuta e corrisposta chiamata, quindi anche per sua obbediente scelta soggettiva, andrà verso (eis) l’onore (timE), ed uno che, sempre per sua personale, reiterata e soggettiva disobbedienza e malvagità, sarà abbandonato a se stesso e quindi a Satana, ed andrà dunque verso (eis) il disonore (atimia)? Od invece, dato che il Vasaio in questione già conosce tutto in anticipo, non dovrebbe nemmeno plasmare, “con la medesima pasta” (Ivi 9, 21), quel vaso che, di sicuro e per suo libero arbitrio, si riempirà e sarà ancor più da Satana riempito di disonore? Ma se Iddio avesse creato soltanto uomini buoni e tali da poter amare soltanto Lui e il prossimo, allora, senza aver mai conosciuto il male e i loro adepti, non avrebbe potuto esserci nessuna verifica sull’effettiva solidità della loro virtù, e della loro fede giustificante nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. 9. 22 Se pertanto Iddio, volendo manifestare la Sua successiva indignazione (orgE) e far conoscere la Sua potenza (Cfr. Ivi 9, 17), ha sopportato con molta pazienza -quindi non fu Lui a


predestinarli al disonore- recipienti (skeuos) d’indignazione, resesi, da se stessi e da Satana, pronti (katartizO) per la distruzione (apOleia) escatologica, dopo aver scontato le meritate punizioni infernali, 9. 23 e questo per far conoscere la ricchezza della Sua gloria verso recipienti (skeuos) di misericordia, da Lui e dalla loro concomitante perseveranza, resi pronti in anticipo (proetoimazO) alla eterna gloria escatologica, 9. 24 come noi, che, uno ad uno e nella Sua prescienza, Egli ha chiamato (sic), prima d’ogni nostro merito, alla fede d’Abramo nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, già realizzata nel Messia con funzione principiativa, non solo tra i Giudei (ioudaios) ma anche tra gli altri popoli, che potremmo dire? 9. 25 Risponderemo esattamente come dice a due riprese Osea: “Chiamerò Mio popolo anche un resto eletto di quello che prima non era Mio popolo e Mia diletta anche quella che prima non era la diletta” (Os 2, 25), 9. 26 poiché, com’Egli ha già chiamato alcuni Giudei (Cfr. Ivi 9, 24; 10, 12) a credere nel Lieto Annuncio del Messia, poi “avverrà pure che, quando saranno entrati nella fede d’Abramo i resti eletti tra tutte le altre genti, anche gli Israeliti d’allora riconosceranno nel Messia Gesù il Liberatore che li attirerà a se e toglierà le loro empietà (Cfr. Rm 11, 25-27; Is 27, 9; 59, 20-21), ed allora, proprio nel luogo stesso (sic) dove fu detto loro: “Voi ora non siete più Mio popolo”, là, pentiti e ravveduti, tutti gli Israeliti (Cfr. Rm 11, 26) di quei postremi tempi, di nuovo e con motivata ragione, saranno chiamati figli relazionali ed obbedienti del Dio vivente” (Cfr.Os 2, 1), e faranno poi tutti parte di quel già previsto resto eletto d’Israele che sarà infine glorificato nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva. Solo un resto degli Israeliti, conforme ad un’elezione per grazia, sarà salvato 9. 27 Infatti, riguardo agli Israeliti (israEl), il profeta Isaia esclama: “Se anche il numero dei figli d'Israele fosse come la sabbia del mare, sarà salvato solo il resto (hupoleimma) eletto di loro, ancor prima della proiezione del mondo in divenire (Cfr. Ef 1, 4), 9. 28 quando il Signore, abbreviando il tempo, farà giungere a compimento la Sua parola sopra la terra” (Is 10, 22-23). 9. 29 Ed ancora, sempre secondo ciò che ha predetto Isaia: “Se il Signore degli eserciti (SabaOth) celesti non ci avesse lasciato una residuale discendenza spirituale d’Abramo, per grazia circoncisa nel cuore (Cfr. Ivi 2, 26), saremmo tutti divenuti come Sòdoma e resi simili a Gomorra” (Is 1, 9). 9. 30 Che diremo dunque? Sosteniamo che alcuni, tanti singoli membri degli altri popoli, che non rincorrevano (diOkO) la giustificazione (dikaiosunE) nell’osservanza della proibitiva, cultuale e punitiva Legge mosaica, a loro, per altro, sconosciuta, hanno raggiunto, per grazia individuale e non per loro precedente merito personale, l’iniziale giustificazione: quella però che deriva, anche per loro, dalla fede giustificante nella principiativa ed eterna risurrezione del Messia Gesù; 9. 31 mentre gli Israeliti (israEl), tutti quelli tra loro che rincorrevano una legge di definitiva giustificazione nell’osservanza della proibitiva, cultuale e punitiva Legge mosaica (Cfr. Gv 5, 45) non l’hanno raggiunta. 9. 32 E perché mai non l’hanno trovata? Proprio perché non hanno cercato la giustificazione che deriva dalla (ek) fede d’Abramo (Cfr. Ivi 4, 16) nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti, poi mantenuta nella principiativa ed eterna risurrezione di Gesù, ma si sono comportati come se essa derivasse dalle (ek) opere della proibitiva, cultuale e punitiva Legge di Mosè (Cfr. Gv 5, 45), che, invece, fu loro elargita per la terrena e prospera conquista di quella terra promessa che fu poi chiamata Israele (Cfr. Dt 6, 1-3; 8, 1). Hanno infine urtato così, nella loro stragrande maggioranza, contro “la pietra d'inciampo” (Is 8, 14), contro Gesù il Messia, 9. 33 come sta scritto: “Ecco che Io pongo in Sion una pietra di scandalo, il Messia crocifisso (Cfr. 1 Cor 1, 23), e una roccia d'inciampo, il Messia risorto; ma chi crede in lui e nella sua eterna risurrezione principiativa non sarà deluso” (Is 28, 16), sia egli d’origine israelita o pagana (Cfr. Ivi 9, 24; 10, 12). Romani 10 Quasi tutti gli Israeliti s’illudono di potersi giustificare nell’osservanza della Legge mosaica


10. 1 Fratelli, io desidero con tutto il mio cuore e prego Iddio che anche loro, gli Israeliti, siano salvati, 10. 2 poiché prendo atto che hanno zelo per Dio, ma, purtroppo, ad eccezione dei pochi giusti per elezione e grazia individuale (Cfr. Ivi 11, 5), non secondo discernimento, 10. 3 poiché, ignorando la trascendente giustificazione (dikaiosunE) d’Iddio, per grazia elettiva, chiamata ed assunta fede nel Lieto Annuncio, e cercando al contrario di stabilire essi stessi la propria giustificazione nell’alterna osservanza della Legge proibitiva, cultuale e punitiva (Cfr. Gv 5, 45) e tralasciando la Legge assertiva (Cfr. Mc 7, 8-10; Mt 15, 3-6), non si sono sottomessi all’attuale ed eterna giustificazione d’Iddio, che, partendo “da fede”, procede poi sempre “per fede” (Cfr. Ivi 1, 17; Ab 2,4; Gal 3, 11; Eb 10, 38-39) operativa nella Sua promessa d’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva. 10. 4 Ora, con la sua eterna e principiativa risurrezione corporale, Gesù il Messia ha posto quaggiù fine (telos) al comunitario regime punitivo della proibitiva Legge mosaica, al “ministero della condanna” (2 Cor 5, 9) terrena, “ci ha riscattati, liberandoci dalla maledizione” terrena “della” punitiva “Legge” (Gal 3, 13) mosaica, affinché siano rimessi i peccati passati, vale a dire sia data l’iniziale giustificazione a chiunque crede nella sua eterna e principiativa risurrezione corporale. Dalla sempre dubbia osservanza della Legge alla certezza della fede nel Messia risorto 10. 5 Mosè infatti descrive la definitiva giustificazione che viene dall’osservanza di tutte le prescrizioni dell’assertiva e proibitiva Legge mosaica così: “L'uomo che le pratica nella loro interezza, poi, risorto, vivrà per (en) esse” (Cfr. Lv 18, 5; Gal 3, 12) in eterno. Ma chi dunque poté, da solo e senza un’individuale elezione per grazia (Cfr. Ivi 11, 5-6), osservarle nella loro interezza, tutte quelle divine prescrizioni? Nessuno, poiché “tutti hanno peccato” (Ivi 3, 9. 23; 5, 12; 1 Gv 1, 10); quindi chi pone la sua definitiva giustificazione soltanto nell’osservanza di tutte le prescrizioni stabilite dalla Legge di Mosè ricade in un sempre rinnovato dubbio circa la propria salvezza escatologica. 10. 6 Invece l’iniziale giustificazione che viene dalla fede, nell’avvenuta e principiativa risurrezione del Messia crocifisso, deve basarsi sulla certezza, e quindi verifica, innanzi tutto, la solidità della tua fede nel Lieto Annuncio del Messia, e dunque ti parla così: non dire nel tuo cuore: “Chi salirà al cielo” (Dt 30, 12)? Forse che l’eterna Parola creatrice (Cfr. Gv 1, 1-3), il Verbo d’Iddio, incarnandosi nel Messia, Gesù, non è già disceso dal cielo, per manifestarci nell’amore il Suo nome misericordioso (Cfr. Gv 17, 6. 26), il Suo amorevole e provvido: “Io sono Colui che dice: eccomi qua” (Is 52, 6), e per poi continuare a seminare quaggiù, coi suoi apostoli, discepoli e credenti, tanti altri granelli del Regno dei cieli? 10. 7 Oppure, non dire nemmeno in cuor tuo: “Chi, tra i mortali, discenderà nel funereo abisso” per poi risalire a nuova e principiativa vita incorruttibile? Forse che il Messia crocifisso non è risorto, non è già per sempre risalito dai morti? La risurrezione universale non è quindi una mera speranza, ma una ferma certezza di fede nella Sua promessa, rivolta ad Abramo e già mantenuta nel Messia risorto; dunque ciò che nella risurrezione rimarrà sempre una speranza, finché ci rimane la possibilità di compiere il male, è piuttosto la nostra eterna risurrezione (Cfr. Ivi 8, 24-25), poiché nessuno di noi spera di risorgere per la condanna, ma la sola speranza a cui ci ha chiamati il Messia (Cfr. Ef 1, 18; 4, 4) è “la speranza della salvezza” (1 Ts 5, 8), “la speranza della vita eterna” (Tt 1, 2), “che ci attende nei cieli”, secondo “la parola di verità” in atto “del Lieto Annuncio” (Col 1, 5); e guarda caso, rifiuta la veridica promessa di risurrezione chi, non avendo alcun’intenzione di pentirsi e ravvedersi, pensa, ed in questo avrà senz’altro le sue buone ragioni, che, se così sarà, lui si ritroverebbe poi senz’altro a soggiornare lungo i più diversi e verminosi gironi infernali, prima di precipitare ed annichilire nell’abisso misericordioso, “nello stagno di fuoco” (Ap 20, 14. 15) della seconda morte in anima e corpo risorto; e dunque s’illude e si consola nella convinzione che non ci sarà per niente data un’altra vita spirituale e corporale.


10. 8 Che cosa dunque afferma l’attuale ed eterna giustificazione che viene dalla fede operativa nella promessa ed eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva? Essa dice: “La parola (rhema) assertiva d’Iddio ti è molto vicina, anzi, è stata posta, per grazia, nella tua bocca ed ancor prima seminata nel tuo cuore, proprio perché tu la metta in pratica” (Dt 30, 14) e la diffonda qui ed ora, nel prioritario amore d’Iddio e del prossimo, questa è la salvifica parola della fede operativa che noi annunciamo e che anche voi dovete proclamare. 10. 9 Poiché se proclamerai anche tu il Lieto Annuncio evangelico, se, testimoniando agli altri la tua fede messianica, dichiarerai con la tua bocca che Gesù, colui che ha inaugurato in terra lo stabile ministero dell’amore diffusivo d’Iddio e del prossimo, è il Signore, l’eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), che in lui si è fatta esemplare “carne” (Idem, 14) mortale, e dunque crederai, con tutto il tuo cuore, che Iddio l’ha poi per sempre risuscitato (egeirO) dai morti, e sempre con “cuore nobile e buono” (Lc 8, 15), quindi per amore e non per timore, ti comporterai di conseguenza ed amerai innanzi tutto Iddio ed il tuo prossimo, sarai salvo. 10. 10 Chi crede non solo con la mente, ma anche col cuore (sic) e quindi si comporta di conseguenza per amore, piuttosto che per timore, s’incammina verso (eis) la definitiva giustificazione: è inizialmente giustificato, gli sono stati rimessi tutti i suoi peccati passati, ed operando per amore cammina ad ogni suo passo nella giustizia evangelica, e chi dichiara (homologeO) con la bocca, e quindi annuncia agli altri il Vangelo, l’insegnamento di Gesù e la sua meritata, eterna e principiativa risurrezione corporale, sta camminando verso (eis) la salvezza. 10. 11 Dice, infatti, la Scrittura: “Ecco, Io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata”, vale a dire il Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, colui che ci ha manifestato come, ancor prima che rigore, “Iddio è” innanzi tutto “amore” (1 Gv 4, 8) principiativo, diffusivo e terminale. “Chiunque, per grazia ricevuta, crede in lui non vacillerà e non sarà confuso (kataischunO)” (Cfr. Is 28, 16). 10. 12 Chiunque, poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, e con Greco s’intenda tutti coloro che ora ascoltano “ex novo” il Lieto Annuncio in lingua greca, giacché lui stesso, il Messia risorto, che è anche da sempre e per sempre l’eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), è il Signore di tutti, sempre abbondante (plouteO) di rivelazioni profetiche (Cfr. Gl 3, 1), ed altri carismi e doni misericordiosi (Cfr. Ivi 12, 1. 6), verso tutti quelli che, avendo ricevuto il Suo Spirito (Cfr. Ibidem; At 2, 1-4), poi l'invocano (epikaleO) (Cfr. Mt 7, 11; Lc 11, 13; 18, 1; 21, 36; Mc 11, 24; Ivi 12, 12) come aiutante (Cfr. Ivi 8, 26) “per l'utilità comune” (1 Cor 12, 7), come già “predisse il profeta Gioele” (At 2, 16), e come già avvenne per i primi “circa centoventi” (At 1, 15) discepoli e discepole (Cfr. At 2,17) di Gesù, nel “giorno di Pentecoste” (At 2, 1), 10. 13 e così, infatti, sta pure scritto, sempre nel libro di Gioele: “Chiunque, accogliendo e praticando, con “cuore nobile e buono” (Lc 8, 15), le sue parole assertive, avrà invocato il nome del Signore non resterà deluso (Cfr. Ivi 10, 11) e, operando quaggiù col suo Spirito di vita eterna (Cfr. Ivi 8, 2. 9), sarà poi anche per sempre salvato (sOzO) ”, quando il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue (Cfr. Gl 3, 4- 5; Cfr. At 2, 20-21). 10. 14 Ma come potranno invocarlo come aiutante senza aver prima creduto “col cuore” (Ivi 10, 10) nella sua risurrezione principiativa? E come potranno credere col cuore nel suo rinnovato, e poi in lui stesso realizzato, Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare in assenza di coloro che, ora come allora, lo annunciano (kErussO) con la loro bocca (Cfr. Ivi 10, 9. 10) e per iscritto? 10. 15 E questi, come potranno di nuovo annunciarlo felicemente, senza essere stati inviati (apostellO) dall’alto e spronati in ogni loro passo sulla via della giustificazione? Proprio come sta scritto, nel libro d’Isaia, a proposito dei Profeti dell’eterna risurrezione dei meritevoli per grazia coadiuvante e protettiva: “Quanto sono belli i piedi (sic) di coloro che, ora come allora e sempre per divino mandato (Cfr. Ivi 16, 26), recano il Lieto Annuncio (euaggelizO) dei beni” (Cfr. Is 52, 7) escatologici! Solo un resto d’Israele ha obbedito al Lieto Annuncio formulato in ebraico


10. 16 Ma non tutti gli Israeliti hanno obbedito (hupakouO) al profetico Lieto Annuncio (euaggelion) d’eterna risurrezione dei giusti, formulato in ebraico, e così “ad essi la” salvifica “parola udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti nella fede” d’Abramo “a quelli che avevano ascoltato” (Eb 4, 2) e creduto alla promessa d’eterna risurrezione dei giusti. Lo dice lo stesso Isaia: Signore, “chi ha creduto (pisteuO) col cuore al nostro salvifico annuncio (akoE)” (Is 53, 1), compiendo così, per riconoscente amore d’Iddio, le opere di pietà, prescritte per i giusti dalla Sua santa Legge assertiva (Cfr. Lv 19, 18. 34; Dt 10, 18-19; 2 Cr 32, 32; 35, 26; Nee 13, 14; Tb 4, 5-11; Zac, 7, 9; Mi 6, 8; ecc,)? Non certo i Farisei, che pure credevano nella risurrezione, ma, trascurando la prioritaria Legge assertiva d’Iddio (Cfr. Mc 7, 8-9; Mt 15, 3-6), s’illudevano di poterla ottenere nella sola osservanza della Legge proibitiva, cultuale e punitiva (Cfr. Gv 5, 45), e persino delle tradizioni tramandate oralmente, palese frutto della dottrina degli uomini. 10. 17 La fede giustificante dipende dunque e sempre dall’accoglienza fattiva dell’annuncio (akoE) salvifico; ed esso, ora e per sempre, ormai si basa sull’ascolto (akoE) operativo dell’esaustiva parola (rhEma) assertiva del Messia (Cfr. Ivi 9, 1) d’amore, pietà e perdono del prossimo, che, con la sua eterna risurrezione principiativa, ha realizzato la promessa fatta ad Abramo e ripresa dai Profeti (Cfr. Ivi 1, 2; 16, 26), inaugurando così l’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva, da Abele in poi (Cfr. Eb 11, 1-40). 10. 18 Quindi, a proposito degli Israeliti, ora io mi chiedo e dico pure: non hanno forse udito (akouO) il Lieto Annuncio, già proclamato dai loro Profeti (Cfr. Ivi 1, 2; 16, 26) dell’eterna risurrezione dei giusti? Tutt'altro: “Per tutta la terra d’Israele è corsa la loro (sic) voce, e, con la loro diaspora, fino ai confini del mondo conosciuto sono risuonate le loro (sic) parole (rhEma)” (Sal 19, 5) assertive, le parole che Iddio mise loro in bocca, ed in base alle quali Gesù riconobbe l’autonomia salvifica di quei pochi Israeliti circoncisi nel cuore, e dunque anche, per grazia, capaci di praticare la prioritaria Legge assertiva d’Iddio (Cfr. Lc 10, 25-37; Mc 12, 28-34; Gv 4, 22), quella fatta per i giusti, camminando “sulle orme della fede” giustificante “del nostro padre Abramo” (Ivi 4, 12). 10. 19 Ed allora mi chiedo e dico ancora: forse il popolo d’Israele, nella sua stragrande maggioranza, non ha compreso, od invece non ha voluto comprendere? Già per primo Mosè, parlando in nome d’Iddio, disse loro, e lo dice pure per oggi (Cfr. Ivi 11, 11. 28): “Io vi provocherò (parazEloO), all’emulazione nella fede d’Abramo nell’eterna risurrezione dei giusti, con l’aggiunta di coloro che non sono un popolo, ma prescelti resti di tutte le altre genti, alle quali non fu rivolta la Legge assertiva e proibitiva d’Iddio; sì, Io susciterò il vostro sdegno (parorgizO)” (Dt 32, 21), con l’aggiunta di gente senza una precedente intelligenza (asunetos) scritturale. Poiché il Signor Iddio dirà pure ad un resto eletto delle altre genti: “Voi che un tempo eravate nonpopolo, ora invece siete” divenuti “popolo di Dio, eravate non beneficati dalla bontà divina, ora invece”, uno ad uno, “siete beneficati” (1 Pt 2, 10; cfr. Os 2, 23), per grazia elettiva e successiva e corrisposta chiamata alla fede giustificante nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti. 10. 20 E sempre per bocca del profeta Isaia, poi, Iddio arriva anche ad affermare: “Sono stato trovato da quelli che, non appartenendo per nascita al monoteismo israelita, prima non Mi cercavano, Mi sono manifestato (emphanEs), con la Mia eterna “Parola” creatrice che “divenne” esemplare “carne” (Gv 1, 14) mortale, a quelli che, non essendo Israeliti, prima, non si rivolgevano a Me; sì, con l’universale Messia d’amore, Io ”dissi: eccomi, eccomi, a gente che non invocava il Mio nome” (Cfr. Is 65, 1); 10. 21 mentre, sempre del popolo d’Israele ed ancora tramite il profeta Isaia, Iddio dice: “Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo disobbediente e ribelle” (Is 65, 2); come lo sono d’altronde tutti i popoli, poiché sempre e soltanto un resto di loro sarà obbediente, e lo sarà solo per grazia inizialmente immeritata. Romani 11


Ma tuttora, anche tra gli Israeliti, c’è un resto conforme ad un’elezione per grazia 11. 1 Io vi domando dunque: Iddio avrebbe forse globalmente ripudiato il Suo popolo eletto e separato? Impossibile, anch'io tra l’altro sono Israelita, della discendenza corporale e spirituale d’Abramo, della tribù di Beniamino. 11. 2 No. “Iddio non ha ripudiato per intero il Suo popolo” (Sal 94, 14; 1 Sam 12, 22), che, nella Sua prescienza, Egli ha conosciuto in anticipo e dunque eletto per grazia fin da principio, ma eletto soltanto in tutta la discendenza spirituale d’Abramo, e dunque non nella sua interezza etnica (Cfr. Ivi 9, 6-7). Non sapete forse ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre al Signor Iddio contro il popolo d’Israele? 11. 3 “Signore, hanno ucciso i Tuoi profeti e demolito i Tuoi altari. Io sono rimasto solo ed ora vogliono la mia vita” (1 Re 19, 10). 11. 4 Ma quale fu allora la risposta divina (chrEmatismos)? “Pure ora, Io mi sono riservato (kataleipO) tra loro settemila uomini, coloro che, nella Mia prescienza, Io avevo già scelto in anticipo: quelli che poi, guarda caso, non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal” (1 Re 19, 18), il presunto dio delle montagne, delle nubi e delle tempeste, chiamato anche ” il principe della terra” dai Cananei. 11. 5 Così, anche (sic) nel tempo (kairos) presente (sic) (nun), tra gli Israeliti, che non si sono convertiti al cristianesimo per chiamata individuale (Cfr. Ivi 9, 24; 10, 12), c'è (ginomai) un resto (leimma), secondo (kata) una precedente elezione per grazia, che diviene verso la salvezza escatologica, poiché ha assunto la fede giustificante d’Abramo. 11. 6 E se questo è dovuto alla grazia anticipata, non lo è stato a partire dalle (ek) successive opere (Cfr. Ivi 9, 32) prescritte dalla assertiva e proibitiva Legge di Mosè; altrimenti la grazia non sarebbe (ginomai) più tale. 11. 7 Che dire in definitiva? Il popolo d’Israele, nel suo complesso, non ha ottenuto quello che cercava nell’alterna osservanza della proibitiva, cultuale e punitiva Legge di Mosè (Cfr, Gv 5, 45); tra loro lo hanno man mano ottenuto soltanto i persistenti (Cfr. Ivi 9, 29) eredi della fede d’Abramo (Cfr. Ivi 4, 16; 9, 8) nell’eterna risurrezione dei giusti, coloro che erano già compresi nell’anticipata elezione individuale, e per grazia coadiuvante e protettiva praticarono per l’appunto la prioritaria Legge assertiva d’Iddio, quella fatta per i giusti, e perciò stesso osservarono anche agevolmente la Legge proibitiva (Cfr. Ivi 13, 8-10); tutti gli altri, al contrario, sono stati, sempre dopo tanta divina pazienza e per loro precipua colpa reiterata, abbandonati a se stessi e quindi induriti (pOroO) nel cuore, poiché si sono essi stessi venduti a Satana come schiavi e figli suoi relazionali Cfr. Gv 8, 44). 11. 8 Sì, per non aver creduto (Cfr. Ivi 11, 20) nell’eterna risurrezione dei giusti, per la loro pervicacia nel perseguire soltanto i beni terreni, Iddio li ha abbandonati a loro stessi e dunque a Satana, proprio come sta scritto: “Iddio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non sentire, fino al giorno d'oggi” (Is 29, 10; cfr. 6, 9-10; Dt 29, 3; Mc 4, 12; Mt 13, 15; Gv 12, 40). 11. 9 E Davide dice in profezia: “Diventi la loro stessa lauta mensa una trappola, un laccio, un inciampo e serva loro da giusto castigo! 11. 10 Siano oscurati i loro occhi sì da non vedere la verità in atto dell’indignazione d’Iddio (Cfr. Ivi 1, 18; 2, 5; 3, 5; 5, 9; 9, 22; 12, 19; 13, 5), che li ha abbandonati a se stessi e quindi a Satana, e fa' poi loro durevolmente (dia) curvare insieme (sugkamptO) la schiena“ (Cfr. Sal 69, 24), nell’escatologico giorno della sottomissione (Cfr. Rm 14, 11; Is 45, 23; 49, 18) e del giudizio universale. 11. 11 Ora io domando: ma errarono (ptaiO) tutti in modo da cadere (piptO) per sempre? Non sia mai detto. Certo essi caddero per il loro scetticismo circa la promessa ed eterna risurrezione dei giusti (Cfr. Ivi 11, 20), ma non fu quella la causa del vostro recupero, poiché dal male degli uni non può derivarne un bene per altri (Cfr. Ivi 3, 8). Si pensi piuttosto, come predisse “per primo Mosè” (Ivi 10, 19; cfr. Dt 32, 21), che, per provocarli (parazEloO) all’emulazione nella comune fede d’Abramo, di fronte alla loro massiccia caduta (paraptOma) nell’incredulità, l’attuale ed eterna salvezza (sOtEria) è, nel tempo stabilito, pervenuta anche ai non Israeliti (ethnos): soltanto a quelli, ben inteso, già contemplati, per divina prescienza, tra gli eletti per grazia individuale. 11. 12 Se pertanto la loro caduta in massa ha coinciso nel tempo con l’arricchimento (ploutos) salvifico di un resto del mondo, proveniente dal paganesimo, se la loro perdita (hEttEma) d’immortalità escatologica ha coinciso nel tempo con l’arricchimento (ploutos) dei resti eletti tra i non Israeliti (ethnos), noi chiediamoci piuttosto (mallon) che cosa non sarà -quando “saranno entrate


tutte le genti” (Ivi 11, 25) elette nella fede del Lieto Annuncio del Messia- la loro generalizzata pienezza (plErOma) di fede giustificante, se non una qual sorta di ritorno alla vita dai morti (Cfr. Ivi 11, 15). 11. 13 Pertanto, ecco che cosa dico a voi, appartenenti alle altre genti (ethnos): come apostolo dei non Israeliti (ethnos) (Cfr. Gal 2, 7), io faccio onore al mio ministero, 11. 14 nella speranza, secondo la veridica profezia di Mosè (Cfr. Ivi 10, 19), di provocare (parazEloO) all’emulazione nella comune fede d’Abramo i miei consanguinei (sarx) e, se Iddio vorrà, di salvarne alcuni, certo soltanto quelli che sono già compresi nell’originaria e sempre individuale elezione per grazia (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65), che solo Iddio conosce. 11. 15 Se, infatti, il loro diffuso rifiuto (apobolE) del Lieto Annuncio dell’eterna risurrezione dei giusti ha cronologicamente coinciso con la riconciliazione (katallagE) del mondo, vale a dire dei resti eletti di tutte le altre genti, quale potrà mai essere, dopo che saranno entrate alla fede nel Lieto Annuncio del Messia tutte le altre genti (Cfr. Ivi 11, 25-27), la loro intera riammissione (proslEmpsis) individuale alla salvezza, se non, anche per loro, come lo è stato per voi (Cfr. Ivi 6, 13), una qual sorta di soggettivo ritorno alla vita (zOE) dai morti (nekros) ? Poiché, senza la fede giustificante d’Abramo, anche tutti gli Israeliti (Cfr. Ivi 11, 26) di quei postremi tempi, rimarrebbero immancabilmente avviati alla “morte in eterno” (Gv 8, 51; cfr. 11, 26). Non lasciatevi tentare dalla superbia, non crediate di essere i soli candidati alla salvezza 11. 16 Ma innanzi tutto, anche al presente permane fra loro un resto eletto per grazia (Cfr. Ivi 11, 5), perché se la primizia (aparchE) della pasta (phurama) originaria è santa, se è santa la radice (rhiza) germogliante del monoteismo, e lo è, lo sono anche i rami rimasti fedeli alla fede d’Abramo, che trae linfa dall’incontrovertibile promessa d’eterna risurrezione dei giusti. 11. 17 Se però alcuni rami del monoteismo originario sono stati recisi e tu, essendo un olivo selvatico (agrileaios), date le tue origini pagane, sei stato innestato fra loro (sic), tra il loro resto eletto (Cfr. Ivi 9, 27; 11, 5; Is 10, 22-23, tra i rami rimasti fedeli alla fede d’Abramo, diventando così partecipe della radice germogliante e della linfa scritturale e spirituale del buon olivo originario, 11. 18 tu non menar vanto (katakauchaomai) contro i rami, che non sono stati potati per lasciar posto a te, dove, in realtà, c’é sempre posto per i chiamati poi volenterosi, ma piuttosto per la mancanza in loro della fede d’Abramo, per la loro ostinata sordità circa il Lieto Annuncio formulato in ebraico (Cfr. Eb 4, 2) ed ora primariamente realizzato col Messia crocifisso e risorto dai morti; se pertanto t’insuperbisci (katakauchaomai), ricordati che non sei tu che porti la radice germogliante, ma è sempre la radice germogliante che porta te, con le sue sante e sempre attuali Scritture ebraiche (Cfr. Gv 4, 22; Ivi 15, 4). 11. 19 Forse tu dirai, sbagliando: quei rami sono stati recisi affinché vi fossi innestato io! 11. 20 Comodo (kalOs), confortante quanto pericolosa affermazione, perché il bene non deriva mai dal male (Cfr. Ivi 3, 8). No, essi sono stati invece tagliati a causa della loro precipua incredulità (apistia) ed infedeltà circa la promessa rivolta ad Abramo, mentre tu resti lì proprio in ragione della fede giustificante nell’avvenuta e principiativa risurrezione del Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, quindi, tu sei stato chiamato e recuperato alla salvezza innanzi tutto “per Sua misericordia” (Cfr. Ivi 15, 9) e gratuita bontà (Cfr. Ivi 11, 22), dunque non abbandonarti all’orgoglio vanaglorioso, ma temi piuttosto di cadere a tua volta per stolta superbia (Cfr. Pr 14, 3; Sir 10, 7; ecc.) 11. 21 Se, infatti, Iddio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te. Dio è amore e rigore 11. 22 Considera dunque sia la bontà (chrEstotEs) e sia la severità (apotomia) di Dio: rigore (apotomia) verso quelli che, per spirito di disobbedienza, sono caduti rispetto alla definitiva salvezza; bontà di Dio invece verso di te, se rimarrai (sic) nella Sua bontà, riconoscendo che tu tutto devi alla Sua benevolenza. Altrimenti anche tu sarai reciso. Tutti gli Israeliti dei postremi tempi saranno accolti nella nuova Alleanza di risurrezione


11. 23 Quanto a loro, se non persevereranno nell'incredulità verso il Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti, formulato in ebraico (Cfr. Eb 4, 6) ed ora, realizzatosi nel Messia risorto, riformulato in greco, saranno anch'essi innestati “sul loro (sic) olivo” (Ivi 11, 24) buono, tra “i figli della promessa” (Ivi 9, 8) ed eterna risurrezione dei giusti; sì, il Signor Iddio è sicuramente capace di innestarli di nuovo su quel “resto” eletto tra loro, che “sarà salvato” (Cfr. Ivi 9, 27; Is 10, 22-23). 11. 24 Se tu, che sei d’origine pagana, sei stato reciso dalla pianta selvatica, cui tu appartenevi per nascita e, contro la tua stessa origine (phusis), ed anche contrariamente agli usi agricoli, sei stato innestato su un olivo buono (sic) (kallielaios), vale a dire sulla residuale, ma permanente (Cfr. Ivi 9, 29; Is 1, 9) discendenza spirituale d’Abramo e non certo su quella carnale (Cfr. Ivi, 9, 8; Gv 8, 39), quanto più loro, che sono della medesima origine, potranno essere nuovamente innestati sul loro (sic) olivo (elaia) buono, e non sul nostro e nuovo olivo selvatico; e così lassù, di nuovo “generati da Dio” (Gv 1, 13), senza più alcun concorso umano, saremo tutti “figli della” escatologica “sala nuziale” (Mc 2, 19; Mt 9, 15; cfr. 2 Cor 11, 2), saremo per sempre “figli di Dio, essendo” divenuti “figli della” eterna “risurrezione” (Lc 20, 36), riservata ai giusti, proprio e soltanto “in virtù della” eterna “risurrezione” principiativa “di Gesù” il “Messia” (1 Pt 3, 21; cfr. At 13, 32-33) d’amore, pietà e perdono del prossimo. 11. 25 Non voglio, infatti, che ignoriate, fratelli, questo mistero del disegno salvifico d’Iddio, perché non siate presuntuosi: l'indurimento del cuore, di una parte (sic) d’Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti, i resti eletti degli altri popoli. 11. 26 Allora tutto (pas) il popolo d’Israele crederà finalmente nel Lieto Annuncio d’Iddio (Cfr. Ivi 1, 1; 15, 16) e del Messia (Cfr. Ivi 1, 9; 15, 19) e sarà salvato come sta scritto: “Da Sion, dalla “redenta Gerusalemme” (Gal 4, 26) celeste, uscirà il Liberatore (rhuomai), egli li attirerà a se e toglierà le empietà da Giacobbe/Israele. 11. 27 Sarà questa la Mia nuova alleanza di risurrezione con tutti loro (Cfr. Is 59, 20-21), con tutti gli Israeliti di quegli estremi tempi, quando crederanno anch’essi nel Mio Lieto Annuncio ed Io allora rimuoverò (aphaireO) anche i loro peccati” (Is 27, 9). Ed avverrà così che, “invece di sentirsi dire: voi non siete” più “Mio popolo”, gli stessi Israeliti di quegli estremi tempi “saranno” allora tutti “chiamati figli” relazionali ed obbedienti “del Dio vivente” (Os 2, 1; cfr. Ivi 9, 26); e con chi altri noi possiamo identificare il “Liberatore” in questione, se non col Messia Gesù, nostro Signore, inviato per realizzare il Suo misericordioso disegno di salvezza e perdizione? Dunque, il “mistero” qui rivelatoci dall’Apostolo è, con buona probabilità, da ricollegarsi alla veridica profezia millenarista proclamata nell’Apocalisse di Giovanni, secondo la quale, poiché al meglio s’arriva sempre passando attraverso il bene, prima della fine del mondo, e della creazione di un nuovo mondo senza corruttibilità, i martiri “a causa della testimonianza di Gesù e della parola d’Iddio” risorgeranno e regneranno, “con” lo Spirito di vita eterna del “Messia” risorto,” per mille anni” (Ap 20, 4), i mille anni che precedono la nuova creazione, per cui sarà allora che “tutto Israele” (Ivi 11, 26), riconoscerà il promesso, tanto atteso ed agognato Messia, in Gesù, morto e risorto per inaugurare l’eterna risurrezione dei giusti d’ogni tempo e luogo, e solo allora ogni Israelita, individualmente eletto per grazia, chiamato e sostenuto nell’operare il bene, ed infine, alla fine dei tempi, per sempre giustificato per fede operativa, farà così parte del già previsto, estendibile e glorificabile “resto d’Israele” (Is 10, 22). Certo, essi ora non credono che voi abbiate ottenuto misericordia 11. 28 Ma ora, quanto al Lieto Annuncio (euaggelion) dell’avvenuta, eterna e principiativa risurrezione di Gesù, il Messia crocifisso e risorto, essi, che si credono la personificazione stessa della pura fede monoteista ed ancora attendono un loro invincibile e pure quaggiù immortale Messia (Cfr. Gv 12, 34), si mostrano tutti avversi (echthros) a causa vostra, proprio perché voi l’universale Messia crocifisso e risorto l’avete accolto per elezione e chiamata personale (Cfr. Gv 6, 29. 44-45. 65); ma, poiché tra loro permane “una” residuale “discendenza” (Ivi 9, 29) spirituale d’Abramo, poiché tra loro, “anche al presente, c'è un resto” eletto (Ivi 11, 5), quanto all’elezione (eklogE) individuale, quei loro pochi eredi della fede d’Abramo nell’eterna risurrezione dei giusti,


rimangono per l’appunto amati, a causa dei padri, dai quali hanno ereditato la prioritaria ed operativa fede giustificante, 11. 29 perché i doni (charisma) spirituali e la chiamata individuale d’Iddio sono irrevocabili. 11. 30 Infatti, proprio come voi un tempo non credeste (apeitheO) al Signor Iddio e ora avete ottenuto misericordia (eleaO), non certo a causa, ma di fronte alla loro disobbedienza (apeitheia), 11. 31 così anch'essi ora (nun) non credono (apeitheO) alla misericordia (eleos) usata verso di voi, affinché anch'essi ora (sic) (nun) ottengano misericordia (eleaO), ben inteso: se fanno parte di quel loro permanente “resto, secondo un’elezione per grazia” (Ivi 11, 5) e dunque “camminano anche sulle orme della fede” giustificante “del nostro padre Abramo” (Ivi 4, 12). Con la Sua Legge assertiva e proibitiva, Iddio ci ha rinchiuso insieme nella sempre possibile disobbedienza, per dispensare a tutti la Sua misericordia, non sempre assolutoria 11. 32 Iddio, infatti, con la Sua Legge assertiva e proibitiva, ha rinchiuso insieme (sic) (sugkleiO) tutti gli esseri umani, Israeliti e non, nella sempre possibile ed anche, prima o poi, immancabile disobbedienza, per dispensare a tutti la Sua misericordia! Sia per permettere a molti di noi, a tutti coloro che sanno pentirsi e ravvedersi, l’accesso all’eterna ricompensa, assieme ai giusti d’ogni tempo e luogo (Cfr. Eb 11, 40), o sia per abbreviare agli altri incorreggibili ed impenitenti, d’ogni tempo e luogo, le loro meritate pene escatologiche, nella loro misericordiosa seconda morte in anima e corpo risorto. 11. 33 O profondità della ricchezza, saggezza e conoscenza anticipata di Dio! Quanto sono insindacabili i Suoi veridici giudizi ed imperscrutabili le Sue prescienti vie di misericordia! “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le Miei vie sovrastano le vostre vie, i Miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”, disse Iddio per bocca d’Isaia (Is 55, 9), che ci chiese pure:

11. 34 “Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato Suo consigliere?” (Is 40, 13). 11. 35 O chi Gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? 11. 36 Poiché da Lui, grazie a Lui e per Lui sono tutte le cose. A Lui la gloria. Romani 12 Offrite spiritualmente al Signor Iddio i vostri corpi purificati 12. 1 Vi esorto dunque, voi tutti, che non mi siete fratelli per consanguineità, ma piuttosto attraverso i doni misericordiosi (oiktirmos) d’Iddio, coi quali siete soggettivamente” morti al peccato” (Ivi 6, 11), ad offrire spiritualmente al Signor Iddio i vostri corpi purificati, “per l'utilità comune” (1 Cor 12, 7), e quindi, si spera, non più passibili di trasgressioni; vi esorto a darvi a Lui anima e corpo, come un continuo ed incruento sacrificio vivente, santo e gradito al Signor Iddio, come se foste effettivamente dei vivi tornati dai morti (Cfr. Ivi 6, 3-11); sì, offrite le vostre membra come strumenti di giustizia evangelica (Cfr. Idem, 13): sia questo il vostro culto spirituale (logikos), la conseguente adorazione razionale ed operativa di Colui che per primo vi ha amato (Cfr. Ivi 11, 35) ed al quale tutto dovete. 12. 2 Non conformatevi alla mentalità di questo secolo mondano, ma trasformatevi (metamorphoO) nel completo rinnovamento del vostro modo di pensare (nous), in modo che possiate meglio capire che cosa Iddio vuole da voi, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto. Nello Spirito eterno del Messia risorto noi formiamo un solo corpo spirituale ed operativo 12. 3 Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non siate pretenziosi, ma attenetevi piuttosto ad una giusta valutazione delle vostre capacità, ognuno secondo la parte


operativa di fede che Iddio gli ha accordato. 12. 4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo varie membra, che non hanno tutte la medesima funzione (praxis), 12. 5 così anche noi, pur essendo molti, formiamo nel fortificante Spirito eterno del Messia risorto, un solo corpo (Cfr. 1 Cor 10, 17) spirituale ed operativo, poiché, ciascuno per la sua parte, siamo anche membra coadiuvanti gli uni degli altri. Poiché il Messia ci disse: “Io vi do questo comandamento nuovo, amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi; se avete amore gli uni per gli altri, da questo riconosceranno tutti che siete” per davvero “miei discepoli” (Gv 13, 34-35; cfr.15, 12. 17; Ivi 12, 10). “Chi ama suo fratello dimora nella luce e in lui non v’è pericolo d’inciampo” (1 Gv 2, 10; cfr. 2 Gv 5-6). Chi dà, qualunque cosa dia, lo faccia con semplicità 12. 6 Possediamo pertanto doni (charisma) spirituali differenti diaphoros) secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la parte (analogia) di fede che Iddio gli ha accordato; 12. 7 chi ha ricevuto un diaconato si consacri al suo ufficio di diacono; chi ha ricevuto il dono spirituale dell'insegnamento scritturale si dedichi all'insegnamento della parola d’Iddio 12. 8 chi sa eccellere nell'esortazione attenda all'esortazione. Chi dà, qualunque cosa dia, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza. Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Cfr. 2 Cor 9, 7). 12. 9 L’amore (agapE) caritatevole non tollera finzioni. Detestando il male, attaccatevi al bene. 12. 10 Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno e sororale (Cfr. Ivi 12, 5; Gv 13, 34-35; 15, 12. 17; 1 Gv 2, 10; 2 Gv 5-6), gareggiate nello stimarvi a vicenda (Cfr. 1 Pt 1, 22). 12. 11 Siate solleciti e non pigri; non perdete tempo, servite il Signore con spirituale fervore. 12. 12 Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, assidui nella preghiera (Cfr. Lc 18, 1; 21, 36), poiché anche pregare, affinché prevalga la giustizia evangelica, è agire assieme (Cfr. Ivi 15, 30-31). 12. 13 Contribuite alle necessità materiali dei santi (hagios) itineranti, che, “inviati” (Ivi 10, 15) dal cielo, predicano il Lieto Annuncio; insomma: siate premurosi nell'ospitalità. 12. 14 Invocate benedizioni su coloro che vi perseguitano; sì, voi benedite e non maledite mai. “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”, disse il Messia d’amore, “affinché siate (sic) figli” relazionali “del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il Suo sole sui cattivi come sui buoni e fa piovere sui giusti come sugli empi” (Mt 5, 44-45). 12. 15 Prendete parte alla gioia di chi gioisce e al pianto di chi piange (Cfr. Sir 7, 34; Fil 2, 17-18). 12. 16 Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri. Non aspirate a cose eccelse, ma lasciatevi attrarre dalle mansioni modeste, non siate presuntuosi, ritenendovi saggi (Cfr. Pr 3, 7). Non lasciarti vincere dal male, restituendo la ferita ricevuta, ma sconfiggi il male col bene 12. 17 Non restituite a nessuno male per male (Cfr. Mt 5, 38-39;1 Ts 5, 15; 1 Pt 3, 9). “Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini” (Is 5, 21), ma soltanto per avere l’approvazione d’Iddio e dunque stimolarli a fare altrettanto. “Risplenda così la vostra luce davanti agli uomini, affinché, vedendo le vostre buone opere, glorifichino il Padre vostro” relazionale “che è nei cieli” (Mt 5, 16), ci disse Gesù. 12. 18 Se possibile, per quanto questo dipende da voi (sic), vivete in pace con tutti. 12. 19 Sappiate dunque difendervi, ma poi non applicate la legge del taglione; voi, non eleggete voi stessi a giustizieri (Cfr. Lv 19, 18), carissimi, ma lasciate che agisca l’indignazione (orgE) e la collera divina. Sarà lei a farsi carico del diritto degli offesi. Sta scritto ad eterno vigore: “A me la


vendetta (ekdikEsis), sono Io che ricambierò” (Dt 32,35) il torto che avrai quaggiù subito, dice il Signore. Sì. Egli si riserva il ricorso alla violenza punitiva, ma non t’impedisce ogni azione nei confronti di chi ti ha procurato un danno, anzi, 12. 20 al contrario, “il Dio della pace” (Ivi 15, 13) ti esorta a prodigarti per la sua sopravvivenza: “Se il tuo nemico ha fame, dagli del cibo; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo” (Pr 25, 21-22), se egli continuerà a combatterti o, nel caso contrario, susciterai in lui il rimorso, e dunque il pentimento, d’averti combattuto. 12. 21 Insomma, non lasciarti vincere dal male, restituendo la ferita ricevuta, ma sconfiggi il male col bene. Fare il bene è l’unica risposta alla fin fine vincente. Romani 13 Nelle questioni spirituali ci si deve sottomettere alla parola d’Iddio, ma nelle faccende temporali è necessario sottomettersi alle leggi in vigore nel paese in cui viviamo 13. 1 Ogni anima (pas psuchE) sia sottomessa alle autorità (exousia) superiori (huperechO), poiché non c'è autorità, angelica o terrena, se non al di sotto (hupo) di Dio e tutte quelle che esistono, invisibili o visibili, sono sempre al di sotto (hupo) di Dio, tutte soggette al Suo giudizio. 13. 2 Quindi chi si ribella (antitassomai) all'autorità terrena, che, sapendosi essa stessa sottomessa al Suo giudizio, dovrebbe sempre corrispondere alla rispettiva autorità celeste, al “ministero degli angeli” (At 7, 53), e dunque sempre tendere esclusivamente al bene collettivo ed alla sua tutela (Cfr. Ivi 13, 4), si oppone (anthistEmi) anche alla tassativa prescrizione (diatagE) d’Iddio, e quelli che si oppongono si attireranno da se stessi il giudizio (krima) di condanna, al pari di quei loro governanti che a volte, ed anche spesso, dimostrarono d’ignorare i comandamenti assertivi d’Iddio ed infransero pure consapevolmente le Sue sante proibizioni. “Per Me regnano i re, e i magistrati emettono giuste (sic) sentenze” (Pr 8, 15), nel paese d’Israele, si legge in Proverbi, od almeno così avrebbero dovuto fare, poiché poi sarà anche detto: “Porgete” dunque “l’orecchio, voi che dominate le moltitudini, (...) l’Altissimo giudicherà” anche “le vostre opere e scruterà i vostri propositi; poiché, pur essendo ministri del Suo regno” d’Israele, “ non avete governato rettamente, non avete osservato la Legge” assertiva e proibitiva del Signore, “né avete camminato secondo il volere di Dio” (Sap 6, 2-4). 13. 3 Se infatti i governanti (archOn) non sono dei tiranni, non sono certo da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità terrena? Fa' il bene e n’avrai lode, se non sempre da lei, perlomeno dai circoncisi nel cuore, e sicuramente e per sempre dall’autorità celeste. 13. 4 Poiché, anche l’autorità terrena, quando punisce i criminali, è indirettamente al servizio di Dio per il tuo bene (Cfr. 1 Pt 2, 14); ma se tu stesso fai il male, e contravvieni la legge in vigore, allora temi, perché non invano l’autorità terrena porta la spada; poiché, per la giusta condanna di chi opera il male, essa è, infatti, al servizio indiretto di Dio. Vale a sostenere che essa esercita la funzione che fu propria del ministero mosaico della condanna in terra, anche se le sue punizioni sono ormai sprovviste d’ogni diretto valore religioso, da quando il Messia d’amore, dopo aver prima cancellato col suo sangue i peccati passati di tutti coloro che credono e crederanno in lui, con la sua eterna risurrezione, ha trasferito le giuste condanne degli impenitenti nell’escatologico giorno della sottomissione (Cfr. Rm 14, 11; Is 45, 23; 49, 18) e del giudizio universale. 13. 5 Perciò, come nelle questioni spirituali “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” così nelle faccende temporali, è necessario stare sottomessi alle leggi in vigore nel paese in cui viviamo, non solo per timore di essere poi abbandonati a noi stessi dalla divina (At 5, 29; 4, 19),


indignazione (orgE), ma anche per positive ragioni di coscienza (suneidEsis) civica e doveroso ordine sociale. 13. 6 Per questo dunque dovete anche pagare i tributi, poiché quelli che li riscuotono, nel giusto esercizio delle loro funzioni e quindi se poi li spendono per l’utilità comune, sono anch’essi indirettamente al servizio di Dio. 13. 7 Sapendo che sono anch’essi “al di sotto di Dio” (Ivi 13, 1) e quindi tutti soggetti al Suo giudizio, rendete dunque, a tutti, ciò che è loro dovuto (opheilE): a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi l’onore, l’onore (Cfr. Mt 22, 21). Pieno compimento dell’assertiva e proibitiva Legge d’Iddio è l’amore del prossimo 13. 8 Non abbiate debiti con nessuno, se non quello di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama l’altro ha adempiuto (plEroO) pienamente l’assertiva e proibitiva Legge d’Iddio. 13. 9 Infatti, gli stessi comandamenti proibitivi del Decalogo: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare” (Es 20, 13-17; Dt 5, 17-21) e qualsiasi altro comandamento inerente ai rapporti tra gli esseri umani, si riassume in positivo in questa successiva espressione: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19, 18; cfr. Mc 12, 29-31, Mt 22, 37-40). 13. 10 L'amore non fa nessun male al prossimo. Sì, pieno compimento (plErOma) dell’assertiva e proibitiva Legge d’Iddio è l'amore d’Iddio (Cfr. Dt 6, 5) e degli esseri umani (Cfr.Lv 19, 18); “da questi due precetti dipende tutta la Legge” assertiva e proibitiva “e i” libri dei “Profeti” (Mt 22, 40) dell’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva. 13. 11 Fate tutto questo, e fatelo sapendo in che tempi (kairos) viviamo, in stagioni che tutte promettono tempesta, una possibile ed imminente persecuzione imperiale. E’ dunque giunta l’ora di svegliarvi dal sonno, perché la nostra morte corporale, e quindi la nostra definitiva ed eterna salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti, non fosse altro che per il nostro invecchiamento; 13. 12 se pure voi vi chiedete: “Quanto resta della notte?” (Is 21, 11), vi renderete conto che la notte è avanzata ed è vicino il giorno della definitiva salvezza. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e rivestiamoci delle armi della luce (Cfr. Ef 5, 8-16). 13. 13 Comportiamoci con la dignità che conviene a chi agisce in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in litigi e gelosie (Cfr. Lc 21, 34). 13. 14 No, non seguite la carne nei suoi corrotti desideri, ma purificatevi e fortificate piuttosto le vostre sette virtù perfezionative nell’ecclesiale comunione eucaristica, sì, indossate (enduO), come fareste con una corazza (Cfr. 1 Ts 5, 8; Ef 6, 16-17; Is 59, 17), lo “Spirito della vita” (Ivi 8, 2) eterna, che il Signore nostro Gesù, il Messia, ci dona col suo integrale corpo risorto ad ogni Eucaristia, perché “il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, benevolenza, fiducia, mitezza e padronanza di sé” (Gal 5, 22-23, cfr. Ivi 14, 17). Romani 14 Non contrapponetevi tra voi su questioni di purezza alimentare 14. 1 Accogliete fraternamente tra voi chi, neoconvertito, è ancora debole nella cultuale fede messianica, senza porre in discussione (diakrisis) le sue precedenti convinzioni (dialogismos) sulla purezza alimentare. 14. 2 Uno è convinto di poter mangiare di tutto e di fronte a tutti; l'altro invece, che è ancora debole nella cultuale fede messianica, mangia ancora soltanto legumi. 14. 3 Ebbene, colui che mangia di tutto eviti di condannare chi non mangia di tutto; chi non mangia di tutto, non giudichi male chi mangia di tutto, perché Iddio lo ha chiamato ed accolto, assieme a te, a far parte della Sua stessa Chiesa di Cristo, che sta anche formalizzando nuove pratiche cultuali, poiché “nessuno mette vino nuovo in otri vecchi” (Mc 2, 22; Mt 9, 17; Lc 5, 37). 14. 4 Ma chi sei poi tu per arrogarti il diritto di giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare, se egli rimarrà nella Sua bontà (Cfr. Ivi 11, 22), se persisterà nel praticare l’amore d’Iddio e del prossimo; quindi non contrapponetevi mai tra voi su simili questioni, in verità, marginali.


14. 5 C'è poi chi distingue un giorno dall’altro, chi preferisce astenersi dal mangiar carne il venerdì, e chi invece, i giorni, li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire, in rapporto alla nostra comune fede messianica, le sue convinzioni personali. 14. 6 Chi si preoccupa del giorno e si astiene dal mangiar carne il venerdì, se ne preoccupa per il Signore; chi mangia carne anche in quel giorno, ne mangia per il Signore, poiché anche lui rende grazie al Signor Iddio per il suo cibo; anche chi non mangia carne in quel giorno, se n’astiene per il Signore e pure lui rende poi grazie al Signor Iddio per il suo cibo vegetariano o ittico. 14. 7 Nessuno di noi, infatti, vive solo per se stesso e nessuno muore solo per se stesso, 14. 8 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore (Cfr. Gal 2, 20), se noi moriamo, e tutti prima o poi moriremo corporalmente, moriamo per il Signore. Sia vivendo e sia morendo, siamo dunque del Signore. 14. 9 Per questo, infatti, il Messia è morto ed è ritornato alla vita (zaO): proprio per poi essere il delegato Giudice ultimo, che ora siede alla destra del Padre, il Signore dei morti e dei viventi (zaO), poiché sarà lui a giudicare chi avrà infine meritato “la morte in eterno” (Gv 8, 51; 11, 26) e chi, al contrario, vivrà per sempre. 14. 10 Ma tu invece, perché giudichi tuo fratello, perché arrivi persino a disprezzarlo? Ricordati che noi tutti, risorti, ci presenteremo, uno ad uno, al tribunale d’Iddio, 14. 11 poiché sta scritto: “Com’è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a Me e ciascuna lingua, volente o nolente, renderà gloria al Signor Iddio” (Is 49, 18; 45, 23), nel luminoso giorno della sottomissione universale. 14. 12 Quindi ciascuno di noi, davanti al Risorto, renderà conto al Signor Iddio di se stesso. 14. 13 Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate piuttosto a non esser causa d’inciampo o di scandalo al fratello. 14. 14 Io so, e ne sono persuaso per le parole stesse di nostro Signore Gesù (Cfr. Mc 7, 14-23; Mt 15, 11. 17), che nulla di ciò che è commestibile è spiritualmente impuro (koinos) in se stesso; ma se uno ritiene che un certo cibo sia impuro, per lui lo è, poiché ciò è inerente alla sua coscienza, al suo modo di porsi in relazione col Signor Iddio. 14. 15 Ora però, se, a causa di un tuo alimento, tu scandalizzi deliberatamente tuo fratello, tu non ti comporti più secondo la prioritaria legge dell’amore del prossimo. Guardati perciò dal mandare in rovina con l’ostentazione del tuo cibo, uno per il quale il Messia è morto e risorto! 14. 16 L’alimento che, al tribunale della vostra coscienza, è bene per voi non divenga perciò occasione per altri di dire male di noi tutti! 14. 17 Il terreno e celeste Regno d’Iddio non è mai questione di cibo o di bevanda, ma è amorevole giustizia evangelica, pace e gioia (sic) nello Spirito Santo, che ci protegge, ci guida e ci aiuta (Cfr. Ivi 8, 14. 26) a compiere opere buone, oppure, per noi, non è, 14. 18 poiché soltanto chi serve il Messia in queste cose sostanziali, è bene accetto al Signor Iddio e stimato dagli uomini e dalle donne di fede messianica. 14. 19 Diamoci dunque da fare per ciò che contribuisce alla vicendevole pace e alla reciproca e crescente edificazione (oikodomE) spirituale ed operativa. 14. 20 Non distruggere, per una mera questione di cibo, l'opera d’Iddio, poiché anche il vostro operare “il bene” (Rm 15, 2), è sempre e innanzi tutto opera Sua (Cfr. Mt 5, 16; Gv 3, 21; 6, 28; 9, 4; Ef 2, 8-10; Fil 2, 13). Tutto è puro, d'accordo; ma è certo male, per l’uomo di fede giustificante, mangiare o bere ciò che altri suoi fratelli ritengono proibito, suscitando così consapevolmente scandalo tra loro. 14. 21 Perciò, là dove tuo fratello può scandalizzarsi, è meglio non mangiare carni, né all’occorrenza bere vino od altre bevande alcoliche, se questo può essere motivo di lacerazione comunitaria. 14. 22 Non calpestare la fede che possiedi, volendo imporre fin d’ora ad altri le tue pur giuste convinzioni circa la purezza spirituale di tutti gli alimenti (Cfr. Mc 7, 14-23; Mt 15, 11. 17), ma conservala piuttosto per te stesso davanti al Signor Iddio. Beato invece chi non condanna se stesso in ciò che ha fermamente deciso di fare, ritenendolo un suo imprescindibile dovere di fede, come, ad esempio, l’astenersi dal mangiare le carni immolate agli idoli (Cfr. 1 Cor 8, 7-13); 14. 23 ma chi è nel dubbio sull’opportunità di un certo suo comportamento alimentare, mangiando ciò che altri fratelli rifuggono, si condanna, perché, non tenendo conto delle laceranti conseguenze comunitarie del suo agire, sicuramente non agisce per dovere e caritatevole certezza di fede messianica; e tutto ciò che divide la comunità, senza (ou) provenire da (ek) una doverosa certezza di fede messianica, come lo è invece l’astenersi dal mangiare carni immolate agli idoli, è di sicuro peccato.


Romani 15 I forti nella fede messianica sostengano i fratelli ancora deboli 15. 1 Insomma, noi che siamo i forti, per grazia giustificante e certezza di fede operativa, abbiamo il dovere di farci caritatevole carico delle residuali e temporanee debolezze cultuali d’alcuni fratelli, senza cercare di compiacere soltanto noi stessi nelle nostre distintive convinzioni e pratiche alimentari. 15. 2 Ciascuno di noi cerchi piuttosto di compiacere il prossimo, che gli sta affianco, operando il bene (sic), per edificarlo ulteriormente nella pratica della giustizia evangelica (Cfr. Ivi 14, 17). 15. 3 Gesù, il Messia, infatti, non cercò certo di piacere a se stesso, ma sempre e soltanto al Signor Iddio, come sta persino scritto nei Salmi ed a proposito delle sofferenze del giusto nel suo operare per amore d’Iddio e del prossimo: l’odio e “gli insulti di coloro che T’odiano e T’insultano sono caduti sopra di me” (Sal 69, 10; cfr. Mc 15, 29; Mt 5, 11; Lc 6, 22, 22, 65; 23, 11. 39; Gv 9, 28; 15, 18. 23-25). 15. 4 Ora, tutto ciò che, nel vero assoluto delle Scritture ebraiche, è stato scritto prima di noi, è stato scritto anche per la nostra attuale istruzione, affinché, “da fede” e “per fede” (Ivi, 1, 17) giustificante, quindi nella comune fede d’Abramo nell’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, ed in virtù della perseveranza (hupomonE) e dell’incoraggiante chiamata ad avvicinarsi (paraklEsis), che ci derivano dalle Scritture ebraiche, anche noi teniamo viva (echO) la nostra lieta e fiduciosa aspettativa (elpis) d’attuale ed eterna salvezza. 15. 5 E il Dio della perseveranza e dell’incoraggiante chiamata ad avvicinarsi (paraklEsis) nell’operativa fede giustificante, vi conceda, circoncisi nel prepuzio o battezzati che siate, di avere gli uni verso gli altri, e nella comune fede d’Abramo, gli stessi sentimenti d’amore che furono del Messia Gesù, 15. 6 affinché all’unisono (homothumadon), voi tutti da Lui circoncisi nel cuore, come se foste riuniti in una sola bocca (stoma), e per la grazia ricevuta nella vostra rispettiva chiamata alla fede giustificante, glorifichiate Iddio (sic) (Cfr. Sal 18, 50; 117, 1; Dt 32, 43), Padre del risorto Signore nostro Gesù, l’universale, e seppur ancora, a volte, anche “contestato (antilegO)” (Lc 2, 34; cfr. Ivi 15, 30) Messia d’amore, pietà e perdono del prossimo, che, giacché pure eterna Parola creatrice d’Iddio (Cfr. Gv 1, 1-3), venne dall’alto“a guidare i nostri passi sulla via della pace (Lc 1, 79), “affidandoci la parola della riconciliazione” (2 Cor 5, 19). Accoglietevi gli uni gli altri come il Messia accolse noi tutti nella comune fede d’Abramo 15. 7 Accoglietevi perciò gli uni gli altri, nella comune “fede” giustificante “del nostro padre Abramo” (Ivi 4, 12), come il Messia accolse noi tutti per la gloria d’Iddio (sic), “poiché c'è soltanto un unico Iddio” (Rm 3, 30) per “tutte le genti” (Gn 12, 3; 18, 18; cfr. Rm 3, 30; Gal 3, 8; ecc.). 15. 8 Io vi dichiaro, infatti, a vostra indelebile memoria, che il Messia si è posto dapprima (Cfr. Mt 15, 24) al servizio (diakonos) delle degne pecore d’Israele, vale a dire dei circoncisi non solo nel prepuzio, ma anche nel cuore, per mostrarci la fedele verità (alEtheia) in atto di Dio nell’esecuzione delle Sue parole, vale a dire per confermare (bebaioO) le ispirate promesse dei padri eletti del monoteismo originario, degli eredi spirituali della fede d’Abramo; 15. 9 le altre genti invece, anzi i resti eletti dei più diversi popoli, che pur sempre ed anch’essi “tutto devono alla Sua bontà” (Cfr. Ivi 11, 22), glorificano Iddio per la Sua successiva (Cfr. Mt 15, 26) misericordia, come sta profeticamente scritto nella Bibbia ebraica: “Per questo Ti loderò tra tutte le genti (sic), e celebrerò col canto il Tuo nome” (Sal 18, 50). 15. 10 E ancora: ”Rallegratevi, o genti tutte, insieme (sic) al resto eletto del Suo popolo” purificato (Cfr. Dt 32, 43). 15. 11 E di nuovo: “Lodate il Signore, o genti tutte; i popoli tutti Lo esaltino” (Sal 117, 1). 15. 12 Ed ancora il profeta Isaia dice (sic) tuttora per tutti coloro che credettero, credono e crederanno nel Lieto Annuncio d’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva: “Spunterà la radice (rhiza) germogliante dello Iesse (di quello Iesse che fu il padre di Davide), nascerà da una vergine d’Israele, ”promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe e della casa di Davide” (Lc 1, 27), l’agognato Messia, colui che sorgerà (anistEmi), morirà e risorgerà a condurre (archO) tutte le genti; in lui spereranno i resti prescelti di tutte le genti” (Cfr. Is 11, 1.10).


15. 13 Il Dio della speranza (elpis) vi ricolmi (plEroO) dunque d’ogni gioia (sic) e pace nell’operativa fede giustificante, perché, proprio in forza (dunamis) dello Spirito Santo e rimanendo nella Sua bontà (Cfr. Ivi 11, 22), sovrabbondiate (perisseuO) nella fiduciosa speranza (elpis) della vostra eterna risurrezione. Il ruolo missionario di Paolo 15. 14 Fratelli miei, sono personalmente convinto che pure voi siete pieni di bontà e colmi d’ogni, non solo verbale, conoscenza (gnOsis) scritturale ed evangelica, e quindi già capaci d’esortarvi (nouthetheO) reciprocamente. 15. 15 Vi ho tuttavia scritto, a volte con una certa audacia (tolmEroteros), non certo per predicare me stesso, ma come per ricordarvi (epanamimnEskO) che io sono un vostro servo nel Messia (Cfr. 2 Cor 4, 5), in forza della grazia, che mi è stata concessa dal Signor Iddio, 15. 16 di essere per l’appunto un ministro (leitourgos) del risorto Messia Gesù tra i non Israeliti (ethnos), esercitando in missionario servizio sacerdotale (hierourgeO) il Lieto Annuncio (euaggelion) d’Iddio e del Messia (Cfr. Ivi 1, 9; 15, 19), affinché anche l’offerta (prosphora) dell’obbedienza (Cfr. Ivi 15, 18) dei non Israeliti (ethnos) divenga a Lui gradita, essendo santificata dallo Spirito Santo. 15. 17 E sono fiero (kauchEsis) di questo mio servizio sacerdotale, compiuto per il Signor Iddio nel nome e nello Spirito del Messia Gesù; 15. 18 poiché se io oso parlare con fierezza è solo di ciò che il Messia stesso ha operato attraverso me, per condurre, in quotidiana parola ed azione possente (1 Ts 1, 5), anche i non Israeliti (ethnos) all'obbedienza, 15. 19 con la potenza di segni e prodigi (teras), con la potenza dello Spirito di Dio; così, da Gerusalemme e fino alle propaggini (kuklO) dell'Illiria (la penisola balcanica), ho, per grazia ricevuta, pienamente diffuso (plEroO) il Lieto Annuncio (euaggelion) del Messia crocifisso e risorto, 15. 20 sforzandomi (philotimeomai) però, in vista di una maggiore efficacia operativa, di proclamare il Lieto Annuncio (euaggelizO) d’eterna risurrezione dei giusti, per grazia coadiuvante e protettiva, soltanto dove non era ancora giunto il nome del risorto Messia Gesù, per non costruire su un fondamento altrui, 15. 21 in conformità a quanto sta scritto: ”Lo vedranno all’opera, tramite i suoi apostoli, discepoli e credenti (Cfr. Ivi 12, 4-5), anche coloro ai quali non era stato ancora annunciato e così coloro che non n’avevano ancora udito parlare, comprenderanno” (Is 52, 15) che il Signor Iddio, “Colui che” col Messia disse e “dice: eccomi qua” (Is 52, 6), è innanzi tutto “amore” (1 Gv 4, 8. 16; cfr. Gv 15, 8-10). 15. 22 E così, a più riprese, io non sono potuto (egkoptO) venire da voi. 15. 23 Ora però, non trovando più un vergine campo d'azione in queste regioni, e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di farvi visita, 15. 24 quando andrò in Spagna, passando per Roma, spero di vedervi e d’esser da voi aiutato per poter meglio recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra amorevole presenza. 15. 25 Per il momento, da Corinto vado a Gerusalemme, a rendere un servizio a quella santa comunità; 15. 26 i credenti della Macedonia e dell'Acaia, infatti, hanno voluto fare una colletta (Cfr. 1 Cor 16, 4; 2 Cor 8, 1-5; 9, 1-5; At 20, 4) per i poveri della santa comunità di Gerusalemme; 15. 27 ed hanno certo giudicato bene nel ritenersi loro debitori: infatti, essendo entrati in comunione (koinOneO) coi loro originari beni spirituali (pneumatikos) e scritturali, i non circoncisi (ethnos) devono, a loro volta, rendere loro un caritatevole servizio sacro, assistendoli nelle loro necessità materiali. 15. 28 Fatto questo e presentato loro ufficialmente questo tangibile frutto d’amore caritatevole, andrò in Spagna passando da voi. 15. 29 E so che, arrivando tra voi, vi giungerò con la pienezza della benedizione del Messia, morto e risorto per i giusti d’ogni tempo e luogo. 15. 30 Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù, il Messia, ed attraverso l'amore dello Spirito Santo che è in voi, ad aiutarmi nel mio sforzo (sunagOnizomai), ricordando le avversità che m’attendono, nelle preghiere che rivolgete per me al Signor Iddio, 15. 31 perché io sia liberato dagli increduli (apeitheO) della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme sia gradito a quella santa comunità, 15. 32 sicché io possa poi venire da voi nella gioia, per volontà di Dio, e riposarmi in mezzo a voi. 15. 33 Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.


Romani 16 Raccomandazione per Febe e saluti per i credenti da lui conosciuti 16. 1 Vi raccomando la latrice di questa lettera: Febe, nostra sorella, che è diaconessa nella chiesa di Cencre (il porto di Corinto sul mare Egeo): 16. 2 accoglietela nel nome del Signore, come si conviene ai santi (sic), a coloro che, purificati, appartengono al Signor Iddio, ed assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch'essa, infatti, ha protetto (prostatis) ed aiutato molti con le sue risorse, ed anche me stesso. 16. 3 Salutate Prisca e Aquila (Cfr. At 18, 2), miei collaboratori nel Lieto Annuncio del Messia Gesù; 16. 4 per salvarmi la vita (psuchE) essi hanno rischiato, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le attuali chiese dei non circoncisi (ethnos), che si sono irradiate “cominciando da Gerusalemme” (Lc 24, 47). 16. 5 Salutate anche la comunità che ora si riunisce nella loro casa romana. Salutate il mio caro Epèneto, primizia dell'Asia minore per il Messia. 16. 6 Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. 16. 7 Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni (episEmos), che erano nell’amorevole Spirito del Messia già prima di me. 16. 8 Salutate Ampliato, mio diletto nel Signore. 16. 9 Salutate Urbano, nostro collaboratore nel Lieto Annuncio del Messia, e il mio caro Stachi. 16. 10 Salutate Apelle, che ha fornito buona prova nello Spirito d’amore del Messia. Salutate i familiari d’Aristòbulo. 16. 11 Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narcìso, che sono ed operano nello Spirito del Signore. 16. 12 Salutate Trifèna e Trifòsa che hanno lavorato per il Signore. Salutate la carissima Pèrside che ha lavorato per il Signore. 16. 13 Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e la madre sua che è anche spiritualmente mia. 16. 14 Salutate Asìncrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro. 16. 15 Salutate Filòlogo e Giulia, Nèreo e sua sorella e Olimpa e tutti i credenti che sono con loro. 16. 16 Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le chiese del Messia. Avvertimento contro di coloro che seminano discordia 16. 17 Mi raccomando poi, fratelli, di guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro l’insegnamento che avete appreso: tenetevi lontani da loro. 16. 18 Costoro, infatti, non servono il Messia nostro Signore, ma il proprio ventre (Cfr. Fil 3, 19), e così, con belle parole e discorsi lusinghieri, essi ingannano il cuore dei semplici. Esortazione conclusiva e saluti dei credenti residenti a Corinto 16. 19 La fama della vostra operativa obbedienza è giunta a tutti nel mondo a noi conosciuto; quindi, mentre mi rallegro di voi, io voglio che siate saggi (sophos), operando per il bene, in modo da essere così immuni dal male, 16. 20 poiché, perseverando nel bene, il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi. Sia sempre con voi la grazia del Signore nostro Gesù il Messia. 16. 21 Vi saluta infine Timòteo mio collaboratore, e con lui Lucio, Giasone, Sosìpatro, miei parenti. 16. 22 Vi saluto nel Signore anch'io, Terzo, che ho scritto questa lettera sotto dettatura dell’apostolo Paolo. 16. 23 Vi saluta Gaio, che mi ospita e presso il quale si riunisce tutta la comunità di Corinto. 16. 24 Vi salutano Erasto, tesoriere della città, e il fratello Quarto. Preghiera di chiusura a gloria eterna d’Iddio e di Gesù il Messia 16. 25 A Colui che ha il potere (dunamai) di fortificarvi (stErizO) in una condotta di vita secondo (kata) il mio (sic) Lieto Annuncio (euaggelion) e quindi ed ancor prima secondo la fattiva proclamazione (kErugma) di Gesù il Messia, poiché poi dal Risorto in persona “io ho ricevuto quello che vi ho trasmesso” (1 Cor 11, 23; cfr. 15, 3), e dunque di fortificarvi secondo (kata) la rivelazione


(apokalupsis) del salvifico mistero (mustErion), dapprima sottaciuto (sigaO) per secoli, 16. 26 ma, dopo l’eterna risurrezione principiativa del Messia, reso manifesto (phanereO) non solo (te) mediante le precedenti ed ebraiche Scritture profetiche (Cfr. Ivi 1, 2) sull’eterna risurrezione dei giusti per grazia coadiuvante e protettiva, ma ora (sic) (nun) anche, e sempre per irrevocabile mandato (epitagE) dell'eterno Iddio, reso man mano a tutti (Cfr. Ivi 16, 19) noto (gnOrizO) nella fattiva obbedienza di fede giustificante di un crescente resto eletto tra tutte le genti (ethnos). 16. 27 A Dio, solo sapiente (sophos), giunga per sempre, mediante Gesù il Messia, la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

“P.S. Dopo esser riuscito a far pervenire i caritatevoli aiuti dei fedeli della Macedonia e dell’Acaia ai numerosi, quanto bisognosi, cristiani della disagiata Chiesa di Gerusalemme, in quella stessa città ancora e per lo più incredula ed ostile (Cfr. Ivi 15, 31), Paolo sarà poi arrestato e sottoposto dal Sinedrio ad un giudizio inquisitorio; e sarà solo durante “la notte seguente” al tentativo di sua incriminazione da parte del Sinedrio, che “il Signore gli si avvicinò e gli disse: Coraggio! Paolo, come” tra mille difficoltà “hai reso testimonianza alla mia causa in Gerusalemme, così”, tra mille e più difficoltà, tu devi testimoniare anche a Roma” (At 23, 11); finché non Mi raggiungerai in cielo, verrebbe da aggiungere, poiché, a Roma, Paolo andrà poi incontro al domicilio coatto ed infine, probabilmente, anche al martirio.



Paolo ai Romani