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anno XXII - N째 1 GIUGNO 2004

Direzione, Amministrazione, Redazione: Casella Postale n.1 - Campolongo sul Brenta (VI) - C.C.P.N. 10971364 - Spedizione in abbonamento postale Taxe percue - Tassa riscossa - Ufficio Postale - PT VICENZA - PAR AVION - ART. 2 COMMA 20/C L. 662/96


Il Vento del Brenta - Giugno 2004

Campolongo in cifre

I numeri del 2003 Sinteticamente riportiamo tutti i dati relativi alla popolazione di Campolongo dell’anno appena trascorso; la legge sulla privacy ci impedisce di approfondire l’analisi oltre la semplice statistica. NATI

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MORTI

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MATRIMONI: MATRIMONI 1 civile, 1 religioso (nella Chiesa Parrocchiale), 6 religiosi celebrati fuori del territorio comunale. IMMIGRATI

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EMIGRATI

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1 10 11 1 16 4

SPAGNA BOSNIA E. MACEDONIA GHANA CUBA

Periodico di informazione e di cultura edito dalla Pro Loco di Campolongo sul Brenta Presidente della Pro Loco: Ruggero Rossi Direttore responsabile: Giandomenico Cortese

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STRANIERI ufficialmente residenti a Campolongo al 31.12.2003: n° 59 (nel 2002 erano 65, differenza -6) FRANCIA ALBANIA JUGOSLAVIA MOLDAVIA MAROCCO CINA

IL VENTO DEL BRENTA anno XXII - n° 1 Giugno 2004

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LA POPOLAZIONE al 31.12.2003 era composta da 847 residenti di cui 418 maschi e 429 femmine (al 01.01.2003 eravamo in 845 di cui 417 maschi e 428 femmine). CENTO ANNI FA i nati furono 44, i morti 36 ed i matrimoni 14.

Comitato di redazione: Ruggero Rossi Fiorenzo Vialetto Natalino Ziliotto Redazione: Casella Postale n°1 - Campolongo sul Brenta Autorizzazione: Tribunale di Bassano del Grappa n°1/83 Impaginazione e Stampa: Grafica EFFE2 - Romano d’Ezzelino (VI) Hanno collaborato: Florido Pilati, Giovanni Lovato, Giuseppe Cian Seren, Gian Carlo Bianco, Liliana Corso, Antonio Parolin, Domenico Tolio Questo numero è stato inviato a 1.068 famiglie, delle quali 321 residenti a Campolongo, 667 nel resto d’Italia, 80 all’estero.


Pro Loco

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Nuovo statuto, solito impegno

È stata questa un’occasione per rivedere assieme, i consiglieri della Pro loco e i soci, quali sono i compiti e gli impegni che caratterizzano questa Associazione. Intanto diamo uno sguardo alle modifiche sostanziali: il Consiglio di Amministrazione è ora formato da un numero minimo di 7 membri eletti dall’Assemblea dei Soci e da 2 nominati dal Consiglio. Possono essere soci tutti i cittadini residenti, già residenti, domiciliati o che svolgano attività nel territorio comunale. Alle riunioni del Consiglio partecipa anche la rappresentanza dell’Amministrazione Comunale, con voto consultivo. Altra grossa novità: i membri restano in carica quattro anni!! Oltre al Collegio dei Revisori dei conti (tre membri eletti dall’Assemblea dei Soci) è istituito anche il Collegio dei Probiviri (sempre tre membri): costoro hanno il compito di controllare il rispetto delle norme stabilite dallo Statuto e di dirimere eventuali controversie fra i soci. All’articolo 1 è espressamente dichiarato che “...l’Associazione

ha carattere volontario, non persegue fini di lucro e svolge compiti di utilità pubblica e sociale”. Fra gli scopi che l’Associazione si propone, riportati all’art.3, particolare interesse ha, per la nostra Associazione la realizzazione di “iniziative rivolte a favorire la valorizzazione turistica, culturale e di salvaguardia del patrimonio storico, culturale, folcloristico, ambientale e dei prodotti tipici della località” e lo scopo di “riunire tutti coloro che hanno interesse allo sviluppo turistico e culturale della località...”. Si potrebbe pensare che questi sono obiettivi che valgono solo per i Comuni più grandi e per località a vocazione spiccatamente turistica...

Noi crediamo, io e gli attuali membri dell’Associazione, che ciò ci possa riguardare in prima persona: molti sono gli aspetti, se non strettamente turistici, almeno “storico, culturale, folcloristico, ambientale e dei prodotti tipici” che potrebbero essere recuperati e valorizzati. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che qualcosa è stato già fatto, anche senza andare a scomodare ciò che prevede lo statuto delle Pro Loco... Vero! Perché, allora, non continuare su questa strada, percorrendola nel segno della collaborazione, della condivisione dei progetti, delle idee, dei dubbi se necessario? Siamo sicuri che se una qualche proposta ci giungesse, non potremo che essere lieti di lavorare insieme per realizzarla. E questo non solo perché lo dice lo Statuto...

di Ruggero Rossi

Con il trasferimento all’Ente Provincia delle competenze riguardanti le Pro Loco anche gli Statuti hanno dovuto essere rivisti e integrati, così come richiesto e indicato dalla Provincia stessa.

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Testimonianze

di Florido Pilati

Il contrabbando tra fine ’800 e

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Dal racconto del vecchio contrabbandiere Bepi “Balin” - PRIMA PARTE -

Dai racconti del vecchio “Balin” (Giuseppe Pilati) da Conco, uditi quand’ero ragazzo, nelle stalle della mia contrada dei Lova, ho appreso che negli ultimi decenni del 1800 - tempi di grande miseria - i contrabbandieri di Conco e Lusiana andavano nel Tirolo e alla Barricata (allora confine tra Italia e Austria) (Comuni di Enego e Grigno, ndr.) per il contrabbando dello “spirito” (alcol), che veniva trasportato con le cosiddette “baghe” (due larghe e robuste bretelle di pelle di pecora o di capra, quasi una specie di zaino) che rendevano più comodo il trasporto della “carga” (carica), attraverso le montagne sino a Nove. Da qui, caricato su un carro a quattro ruote, prendeva la direzione di Venezia, dove veniva commercializzato. Tempi, quelli, di sacrifici e di severa disciplina! Parliamo di cento e più anni fa. A Gallio e Foza, in quei tempi, esistevano due caserme di Finanza per il controllo del commercio illegale proveniente dal territorio austriaco. Dura quindi la vita dei contrabbandieri, in un territorio montuoso e con valli non facilmente transitabili. Bisognava arrangiarsi. Come sempre, difficoltà e bisogno, aguzzano l’ingegno. Non era certo difficile arrivare ad un accordo con il comandante delle guardie tramite qualche “personaggio” di Gallio e Foza: qualche lira per ogni contrabbandiere

Florido Pilati da Conco, classe 1929: cavatore, artista del marmo e… contrabbandiere

assicurava il “via libera” per i contrabbandieri. Anche allora, a quanto pare, esisteva “tangentopoli”. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole!. I capi intascavano…, e le guardie venivano spedite in perlustrazione in luoghi lontani dal percorso dei contrabbandieri. Tanti, famosi e conosciuti: di Conco di Sopra, della vallata di Santa Caterina, di Lusiana… In particolare Piero “Vaccaria” (Bagnara Pietro), il ricordato Bepi “Balin”, mio nonno Anselmo; e tantissimi altri. Indimenticabile, il “Bòte” dei Lova, giovanotto forte e audace. D’estate camminava sempre a piedi nudi, con un callo, grosso e spesso, sotto i piedi da far invidia agli africani.

Attraverso le montagne, dalla Barricata a Nove, camminando per due notti consecutive Le spedizioni alla Barricata venivano programmate per tempo dall’astuto e indiscusso organiz-

zatore Bepi “Balin”, nonché abile nei contratti. Da Conco si andava a Gallio, si passava attraverso Campomulo, le Mandrielle, Marcesina e, finalmente, la Barricata. Percorso in alternativa: Gallio, Foza, Lazzaretti, Marcesina e Barricata. Una gran galoppata di un’intera giornata. Ma questo non era un problema. I problemi e i rischi potevano venir al ritorno. La partenza, “baghe” cariche del prezioso “spirito”, avveniva sull’imbrunire. Per lo più si viaggiava in gruppo, anche di quindici-venti uomini. Si camminava tutta la notte. Al mattino si poteva essere già a Stoccareddo o nelle contrade del Sasso. Qui trovavano gli amici. Le case dei contadini del posto erano sempre aperte per mangiare qualcosa: il cibo, povero, di una volta: polenta e latte, formaggio, o “puina” (ricotta). La giornata era dedicata al riposo, sui fienili o nelle stalle, lontani da occhi indiscreti. Per il pranzo, come al mattino: polenta e… Un po’ di denaro in contanti per ricompensare gli amici per il cibo


Testimonianze

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la prima Guerra Mondiale e soprattutto per l’ospitalità. Poi, sempre alla sera quando era quasi buio, si imboccava la Valle della Pozza e della “Sciaresara”, e poi: Val Scausse, Col Novanta, la “vasca” (allora ovviamente non c’era), il Campardo (il colle dei Tre Confini), Malga Verde, Solena (colle Zolima), Rubbietto, Tortima, Spiadi (Spiaggi), Crosara, Marostica, e… finalmente… Nove, da dove la merce prendeva un’altra strada. E qui aveva fine la lunga galoppata di due notti consecutive tra monti e valli dei nostri contrabbandieri Quindi, ritorno a casa. Una giornata di riposo. E poi, sotto un’altra volta, per un’altra spedizione. Sperando in Dio e nella buona sorte!

Il fascino del vecchio saggio I racconti del Bepi “Balin” -il vecchio saggio della mia contrada, scomparso molti anni fa-, mi hanno sempre affascinato, facendo nascere in me l’ardente desi-

Dal contrabbando di “spirito” al contrabbando di tabacco del Canal di Brenta derio di visitare quei luoghi che hanno visto i nostri contrabbandieri, protagonisti di un “lavoro”. Sottolineo “lavoro”, perché, per noi di lavoro si trattava. Quasi ogni anno, in estate, mi reco a Marcesina dove conosco agricoltori di Piazzola sul Brenta, allevatori di vacche “rendène”, dal bellissimo manto nero e dalle forme raffinate. Da vero appassionato, mi azzardo anche ad indovinare la quantità di latte prodotto per capo. Di lì il mio sguardo spazia a nord dove scorgo l’imponenza delle Dolomiti, che sembrano messe lì a difesa della nostra patria. Cammino e mi godo il caldo sole estivo che mi riscalda le membra e la mente. Il cielo azzurro, il ronzio delle api, dei bombici e di altre variopinte farfalle, le magnifiche bellezze di quei luoghi mi colmano di entusiasmo e di felicità. Luoghi che ora io visito quasi con devozione nel ricordo dei nostri vecchi che rischiarono per la sopravvivenza loro e dei loro figli. Senza dimenticare i caduti della grande guerra, qui ricordati da colonne spezzate, resti di granate, lapidi a ricordo di ufficiali caduti. E non molto lontano l’Ortigara: sacrario degli Alpini, luogo di lutti, tristezza e rimpianto.

Ma torniamo agli inizi del 1900. Il commercio di “spirito” non tirava più come un tempo (i veneziani l’avranno sostituito con qualcosa d’altro!). I nostri contrabbandieri, faranno, come sempre, di necessità virtù. Cambiano prodotto e percorsi. La miseria era grande, e la gente doveva pur vivere. La sopravvivenza era garantita, per molti, soltanto attraverso il contrabbando. Le nostre montagne furono testimoni di fatiche, di sacrifici, di paure… ma anche di vere lotte. Mi raccontava mio padre Gino che all’alba di un mattino d’aprile del 1913, sulla Busa del Xilo (monte Frolla), un certo Antonio Pellizzari di Oliero di Sopra, venne preso da due guardie. Il contrabbandiere ingaggiò una furiosa lotta con i militi che gli strapparono giacca e camicia. Ma l’uomo, con la forza della disperazione, riuscì a liberarsi e a fuggire. Il Pellizzari, in seguito, fu arruolato nel Battaglione Val Brenta (c’era anche mio padre). Il Pellizzari morì nel 1916 combattendo sul monte Cauriol. Nel gennaio del 1951, al ritorno dal mio servizio militare, ebbi l’occasione di fermarmi all’osteria, tanto cara, di Toni Talian, a Oliero di Sopra, dove incontrai ed ebbi modo di parlare con un brigadiere dei Carabinieri: era il figlio del contrabbandiere Antonio Pellizzari. (continua)

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Testimonianze

di Giovanni Lovato

Ricordi del Paese: costumi frugali

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Un giorno, a Bassano, sono entrato in un negozio di fiori; la fioraia stava avvolgendo una piccola azalea e il suo vaso di terracotta con un grande foglio di carta; lei si dava da fare, attenta al suo lavoro, e nello stesso tempo conversava con la cliente, che aveva davanti a sé, spiegando cosa e come si deve fare per alimentare e per far crescere bene una pianta giovane; a alla fine, quando la cliente stava per uscire dal negozio con la sua piantina in braccio, la fioraia ha soggiunto: “…e si ricordi, signora, per crescere bene la pianta ha bisogno di acqua: lei però non deve dargliene troppa perché altrimenti la rovina.” La sera di quel giorno sono andato a dormire tardi, verso mezzanotte; a letto, spenta la luce e chiusi gli occhi, ho rifatto mentalmente la strada che avevo percorso durante la giornata, ho rivisitato le persone che avevo incontrato, ho rivisto anche la fioraia, ho risentito le raccomandazioni che aveva fatto alla sua cliente e ho pensato che quel consiglio (di dare quanto è necessario ma niente di più del necessario) era valido per una buona crescita delle piante ma anche per una buona crescita dei giovani. Per associazione di idee mi è venuto in mente che proprio il giorno prima avevo letto, in un articolo pubblicato dal “Corriere della Sera”, che oggigiorno in Italia, in generale, i giovani vengono super alimentanti a casa e poi, fuori dai pasti, mangiano merende, merendine, patatine fritte, gelati, biscotti eccetera, e non fanno un movimento sufficiente per cui hanno un peso eccessivo rispetto alla norma e alcuni di essi hanno la tendenza a diventare obesi; e mi è venuto in mente che qualche giorno prima avevo letto, in un giornale tedesco, che in Germania i genitori danno una mancia eccessiva ai loro figli i quali, in

generale, hanno le mani bucate. Allora, nel dormiveglia, mi sono chiesto che tipo di alimentazione ricevevamo noi quando eravamo ragazzi e cosa facevamo con la mancia settimanale che i nostri genitori ci davano. Ho frugato tra le mie memorie recondite e lontane (lontane quasi tre quarti di secolo!) e ho trovato che… Quand’ero ragazzino, nell’età delle elementari, nel piccolo paese dove sono nato la gente aveva una vita dura: gli uomini e le donne lavoravano dalla mattina presto fino alla sera tardi e dovevano vivere con quel

poco che riuscivano a ricavare dalla coltivazione del tabacco e dalla vendita della legna (a “Bortol Scandea” che a sua volta la rivendeva ai carrettieri che venivano dalla campagna); le donne, in particolare, oltre a lavorare nei campi e ad accudire la famiglia, contribuivano al magro reddito famigliare anche facendo dei “lavori di Perle”. Essi non avevano un’assicurazione contro i danni che a volte venivano provocati dalla

grandine o da uno sfavorevole andamento delle condizioni meteorologiche, né avevano la prospettiva di una pensione; avevano poco ma avevano il senso della solidarietà e trovavano anche il modo di far la carità ai poveri che, di quando in quanto, passavano di casa in casa a chiedere l’elemosina. Erano sempre sotto pressione e tiravano avanti con rassegnazione, sorretti solo da una grande fede e dalla speranza di una vita migliore dell’aldilà. Con quel poco che avevano a disposizione i miei compaesani andavano a far la spesa da “Jaco fornaro” dalla “Maria del Micel” e dalla “Maria de a Scalca”, e comperavano l’indispensabile “col libretto”, a credito (e quindi facendo debiti che poi i capifamiglia ripagavano a fine anno, non appena riscosso, in banca, l’importo del tabacco consegnato al Monopolio dello Stato). Per la spesa si andava anche dal “frutarol” Rodolfo ma solo per qualche frutto perché varie famiglie avevano, vicino alla loro casa, un piccolo orto nel quale coltivavano pomodori, “teghe, capussi, fasoi, e broccoi”, e in primavera le donne andavano a raccogliere nei campi e nei prati, “e radicee e ‘e farinee”. Rodolfo non faceva quindi grandi affari si perché nel paese molte famiglie avevano appunto ortaggi propri, sia perché lui non aveva il sistema del libretto (e quindi chiedeva il pagamento in contanti), sia anche perché aveva la concorrenza di Mario, un “frutarol” ambulante che ogni giovedì veniva da “soto Bassan”. Mario pretendeva pure i soldi in contanti ma lui passava per le contrade e quindi portava la sua merce vicino agli acquirenti e, in più, aveva dei modi particolari per sollecitare il desiderio delle donne potenziali compratrici; suonava la tromba già da lontano e poi, arrivato in una con-


Testimonianze

trada, se non vedeva arrivare nessuno, cercava di invogliare la gente a comperare cantando: compare, comare ‘a merce ‘a gà ribassà a poche palanche al chio ‘a voi regaear, e quindi faceva leva non solo sulla qualità della sua merce ma anche sulla sua bella voce e soprattutto sulla promessa di prezzi stracciati. La gente sentiva ma aveva pochi “schei” o non ne aveva affatto e allora, pur allettata dall’idea di mangiarsi qualche “persego” o dei “bromboi”, resisteva alla tentazione per cui, il più delle volte, Mario ripartiva per andare a cantare la stessa canzone nella contrada successiva. A ripensarci, allora, per Campolongo, passava un altro venditore ambulante e cioè un pescivendolo che arrivava il venerdì, in bicicletta, con due ceste – una davanti e una dietro – piene di “sardee” di “masanete” o di “moeche”; noi ragazzi di montagna, conoscevamo solo “e trute”, e i “marsoni”, e qui noi eravamo interessati a vedere quelle specie di crostacei (di cui l’una con il guscio molle e l’altra con il guscio duro o “croccante”), eravamo interessati a vederne il movimento lento e rumoroso, anche se ci facevano ribrezzo, ma anche per quella merce non c’era una gran domanda, e il pescivendolo se ne andava presto. Allora i pasti erano molto frugali e sempre gli stessi; alla mattina una scodella di caffè-latte (nella quale al posto del caffè c’era dell’orzo), oppure una scodella di “mosi” e cioè di polenta e latte; a mezzogiorno un piatto di pastasciutta o un piatto di minestrone; e per “disnar” un piatto di verdura, nel periodo pasquale con mezzo uovo e d’inverno con mezza “uanega” (una salsiccia di maiale) oppure una mezza “martondea” (una specie di polpetta

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di carne di maiale macinata e tenuta insieme con un pezzo della rete sottile dell’addome del maiale stesso); i nonni, in particolare, sdentati com’erano, mangiavano “a panà” (e cioè pane rammollito in acqua calda). Queste erano le pietanze che gli abitanti del mio paese, e quelli degli altri paesi della Vallata del Brenta, potevano permettersi quando io ero ragazzino; queste erano le diete che venivano seguite non tanto per una scelta di carattere igienico-sanitario ma per mancanza di mezzi, con cui procurarsi generi alimentari più raffinati e più nutrienti. Allora, per i vari

pasti, noi ragazzi sedavamo attorno al tavolo insieme con i genitori e con i nonni, e avevamo gli stessi piatti; nessuno di noi si sarebbe sognato di far delle storie per un piatto non gradito perché si sapeva che chi avesse fatto dei capricci si sarebbe sentito dire “o magna sta minestra o salta a finestra” oppure “questo ghe xe, se no te o vol, subia”. Eravamo ragazzi e avevamo fame e quindi per non “saltar el pasto” ci

siamo abituati a mangiar di tutto fin da giovanissimi; se mai, noi ragazzi avevamo un altro problema e cioè quello della continenza; ma anche a questo proposito in famiglia ci hanno insegnato ben presto a superarlo perché quando davamo l’impressione di aver tanto appetito i nostri padri, e soprattutto i nostri nonni, ci ricordavano che “ghe xe pi di che luganeghe” (ci sono più giorni che salsicce) per farci capire che è meglio mangiar poco oggi per avere qualcosa da mangiare anche domani, Eppure, nonostante queste diete, il parroco del paese ci raccomandava, specialmente al venerdì e nel periodo della Quaresima, di far digiuno; io sapevo che questo era un precetto della chiesa ma con tutta quella fame che sentivo dentro di me avevo difficoltà a capire quella raccomandazione nei confronti di chi mangiava già relativamente poco e mi sembrava che quella raccomandazione fosse un invito all’auto fustigazione, quasi al suicidio; sapevo anche che certi santi avevano avuto la forza di digiunare a lungo e che a volte gli stessi avevano avuto anche dei momenti di estasi, ma pensavo che i santi erano santi e che noi, invece, eravamo dei poveri mortali inermi e indifesi dagli attacchi della fame. Allora, oltre a dover fare delle diete magre, noi ragazzi dovevamo aiutare i nostri genitori nei campi nei masi; molte volte dovevamo andare a far la spesa, e andar a prendere l’acqua al Brenta o alla pompa; e in più, tolte le ore durante le quali eravamo impegnati a far i compiti assegnateci per casa, per i nostri giochi eravamo sempre fuori a correre e a saltare. In conclusione, allora non mangiavamo troppo e ci muovevamo molto; e quindi non avevamo problemi di sovrappeso.

(continua)

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Cose di casa nostra

di Giuseppe Cian Seren

Lo sbarramento sul fiume Brenta

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Il tracciato dell’opera a valle, relative diatribe e varianti Le opere a valle dello sbarramento sono il canale derivatore e la centrale idroelettrica. La distanza sbarramento-centrale superava i 5 Km. Dai rilievi e relativi studi, dovendo ubicare il canale in modo di assicurare una pendenza minima costante, si segue il più possibile l’andamento naturale del terreno. I bordi dello stesso dovevano essere possibilmente alla stessa quota del terreno circostante. Si doveva movimentare circa 400.000 metri cubi di materiale. La tecnologia di quel tempo consentiva l’uso di escavatori a tazza o con benna, ma fu prevalente lo scavo a mano o con picconi, pala, carriole e carrelli su binario; i cumuli e i materiali da costruzione, si spostavano con i camion. L’americana ruspa era ancora lontana e anche le attuali autobetoniere. In relazione alla massa d’acqua che doveva scorrere nel canale, non poteva che essere in calcestruzzo armato. Il canale con le pareti inclinate costava meno ma occupava più terreno. Le pareti verticali furono adattate precipuamente nel tratto terminale da Pove sud a Bassano e nel primo tratto CampolongoCampese nord. Come dirà anche la concessione, in ogni caso le pareti dovevano essere in grado di resistere (non fra-

nare) a canale scarico o vuoto e viceversa nei tratti emergenti a canale pieno o carico. I terreni interessati erano soggetti ad occupazione permanente e a quella provvisoria durante la fase di costruzione. In ogni caso, la concessionaria aveva il diritto di accesso per ispezioni, controllo e manutenzione, in ogni tempo, per la durata del diritto acquisito. Questa lunga opera aveva due punti critici, l’attraversamento del Brenta a Solagna sud e nel tratto a monte della centrale, lungo circa 200 metri, dove non era possibile il suo interramento. Lasciamo immaginare le tante diatribe relative alla remunerazione dei terreni, alla vendita del raccolto nei terreni coinvolti in fase di costruzione, al permanente frazionamento conseguente e al posizionamento dei ponticelli che dovevano assicurare il transito di attrezzature agricole e di persone. In merito al numero ed alla posizione è ben chiaro che alla SADE interessava costruirne il minor numero possibile e stretti. Le diatribe e le delusioni per i proprieta-

ri interessati non furono né indolori né poche, ma come già detto, la vincitrice, a vil prezzo, era sempre la citata società. Forse si converrà che un canale, del quale non si poteva attingere neanche un secchio d’acqua, era ed è più “impattante” di una strada, come è ormai modo di dire oggi. Per il tratto Campesana sud- Solagna sud, rispetto alla soluzione in essere, si prospettò di proseguire diritti, ma si doveva costruire un ponte canale che isolava in toto l’unica pianura di Solagna a monte della contrada Sega; inoltre la storica contrada Torre, si sarebbe trovata pressoché sepolta. All’inizio degli anni ’70 con la costruzione del primo tratto sud della futura superstrada, tratto pressoché parallelo al canale sul lato est della piana Campesana, si dimenticò quel messaggio ben valido della fine anni ‘30. Si vociferava che in quel tratto avrebbero realizzato un sifone sotto l’alveo del Brenta proseguendo diritti come detto sopra. Ma la tecnologia di quel tempo non lo consentiva e si paventavano anche i


Cose di casa nostra

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a Campolongo (IIIª parte) problemi che avrebbe creato la sua gestione; giova forse ricordare che all’inizio degli anni ‘90, una simile soluzione, con sifone in sub-alveo, venne realizzata dal consorzio Pedemontano Brenta presso la località Marchesane a sud di Bassano. Trasferisce parte di acqua dal canale di presa, che inizia tra i due i due ponti storici e la trasferisce nel canale irriguo in destra Brenta. Il ponte canale in essere non crea impatto ambientale, visto da Solagna sud. Il canale in parola ha la lunghezza di 5.220 metri e consente il transito di ben 50,5 metri cubi al secondo; forse occorre ricordare che in quel periodo di fine anni ‘30 venne realizzato la variante della S.S. 47 da Motton a Solagna sud (si abbandonava il tratto di Strada Imperiale in comune di Pove del Grappa) e così anche per noi ciclisti giovincelli era nato “el stradon de Pove”. L’unico rettilineo di oltre 1 Km in Valbrenta a quel tempo. Va anche evidenziato che un buon tratto è adiacente al canale in parola. La centrale idroelettrica a monte di Cà Erizzo o meglio di Cà Barzizza è dotata di due turbine Kaplan alternatore, la potenza di concessione è di KW 6.125, il salto o dislivello dalla presa (sbarramento) all’asse turbina è di circa m 19,80, lo scarico avviene a 107,70 m sul livello del mare. Infine va precisato, che nel periodo estivo, se la portata del Brenta lo consente, 4,5 m cubi al secondo vengono derivate a monte della centrale per usi irrigui. La presa è stata ricavata all’incirca dal tratto di canale pensile in calcestruzzo. Il canale irriguo di derivazione e la centrale di sollevamento di San Vito a nord di Bassano, sono stati realizzati dal Consorzio Grappa Cimone nei primi anni ‘40. Ne riparleremo… (continua)

Proseguiamo la pubblicazione dei nominativi di coloro che con il loro indispensabile aiuto economico concorrono, concretamente, alle spese di stampa e spedizione del giornale. Versamenti pervenuti a tutto il 19/05/2004

Anno 2003

212) Nicolino Vialetto – Campolongo S.B. 213) Roberto Negrello – Campolongo S.B. 214) Pietro Zannini – Campolongo S.B. 215) Giacomino Bonato – Romano d’Ezz. (VI) 216) Santina Bonato – Valstagna (VI) 217) Maria Grazia Bonato – Romano d’Ezz. (VI) 218) Giuseppina Bonato – S.Nazario (VI) 219) Dolores Bonato – Bassano D.G. (VI) 220) Gianantonio Vettorazzo – Paderno D.G. (TV) 221) Giovanna Conte – Campolongo S.B.

Anno 2004

1) Arnaldo Serradura – Campolongo S.B. 2) Virgilio Bonato – Campolongo S.B. 3) Eddy Bonato – Pove del Grappa (VI) 4) Massimo Vialetto – Campolongo S.B. 5) Livio Vialetto – Campolongo S.B. 6) Giuseppe Benacchio – Carpanè di S.Nazario 7) Brando Lazzarotto – S.Giuseppe di Cassola (VI) 8) Flavia Ferrazzi – Cassola (VI) 9) Angela Lazzarotto – Milano 10) Rino Zortea – Cassola (VI) 11) Livio Secco – Solagna (VI) 12) Paola Zannoni Carraro – Solagna (VI) 13) Don Andrea Stevanin – Thiene (VI) 14) Anna Cavallin – Campolongo S.B. 15) Alvise Zannini – San Nazario (VI) 16) Nina Secco Fietta – Bassano D,G. (VI) 17) Gianfranco Cavallin – Bassano D.G.(VI) 18) Giovannina Volpe – Bassano D.G. (VI) 19) Gianna Dalla Palma – Enego (VI) 20) Cristiano Bonato – Bassano D.G.(VI) 21) Ines Bombieri – Bassano D.G. (VI) 22) Maria Volpe Cecchin – Marostica (VI) 23) Caterina Stevanin – Bassano D.G. (VI) 24) Maria Cavalli Lazzarotto – Bassano (VI) 25) Anna Maria Bordin . Solagna (VI) 26) Caterina Bonato Sandri – Arzignano (VI) 27) Mirta Bonato Montagna – Monteviale (VI) 28) Leopoldina Bonato – Marostica (VI) 29) Giovanna Bordin – Solagna (VI) 30) Antonio Lazzarotto – Bassano D.G.(VI) 31) Lena Bonato Franzolin – Villafranca (VR) 32) Alfredo Pellizzari – Campolongo (VI) 33) Barbara e Mariella Vialetto – Campol. S.B. 34) Danilo Bontorin – Romano d’Ezz. (VI) 35) Guerrino Vialetto – Campolongo S.B. 36) Antonella Vialetto Battocchio – Romano d’Ezz. (VI) 37) Emilio Vialetto – Campolongo S.B. 38) Natalino Orlando – Origgio (VA) 39) Angelina Vialetto Pozzi – Milano 40) Teresa Vialetto – Lainate (MI) 41) Claudio Lazzarotto – Bassano (VI) 42) Paola Conte Dissegna – Romano d’Ezz. (VI) 43) Annamaria Secco – Bresso (MI) 44) Antonio Volpe – S.Donato Milanese (MI) 45) Lorenzo Zannoni – Verbania 46) Artemio Secco – Campolongo S.B. 47) Bruna e Mario Camazzola - Romano d’Ezz. (VI) 48) Caterina Gheno – Romano d’Ezzelino (VI) 49) Gian Giuseppe Bonato – Valstagna (VI) 50) Rita e Giannina Zannoni - Mortegliano (UD) 51) Luciana Conte Zannoni – Bassano (VI) 52) Anna Irma Lazzarotto – Mestre (VE) 53) Doriano Serradura – Pove del Gr. (VI) 54) Virginio Vialetto – Roma 55) Anna Maria Vialetto – Tezze S.B. (VI) 56) Primo Vialetto – Pedavena (BL)

57) Giuseppe Lunardi – Campolongo 58) Andreina Perin – Montebelluna (TV) 59) Giannina Orlando – Lainate (MI) 60) Flossie Bonato – Ganna (VA) 61) Sebastiano Bonato – Padova 62) Giovannina Volpe Corso – Bolzano (BZ) 63) Graziosa Zannoni – Pinerolo (TO) 64) Orfeo Giusto – Vigevano (PV) 65) Flavia d’Errico Budini – Treviso 66) Graziano Vialetto – Campolongo S.B. 67) Nica Zannoni – Rosà (VI) 68) Fernanda Sgrinzato – Bassano D.G. (VI) 69) Ottavia Vialetto – Bojon (VE) 70) Maria e Angelina Bonato – Venezia 71) Angelo Zannoni – Chieri (TO) 72) Flavia Zannini – Bassano D.G. (VI) 73) Cesare Secco – Bassano D.G. (VI) 74) Luciano Temperato – Campese di Bassano (VI) 75) Caterina e Roberto Pagnoni – Bernareggio (MI) 76) Marisa Volpe – Campolongo S.B. 77) Walter Lazzarotto – Bassano D.G. (FI) 78) Lorenzo Orlando – Firenze 79) Wally Lazzarotto – Campolongo S.B. 80) Dionigi Coppola – Bressanone (BZ) 81) Savina Negrello – Palombina Mare (AN) 82) Giuditta Illesi – Bassano D:G. (VI) 83) Maria Bonato Casneda – Valganna (VA) 84) Sebastiano Pellizzari – S.Mauro Torinese (TO) 85) Pietro Volpe – San Christophe (AO) 86) Severino Vialetto – Campolongo S.B. 87) Lina Volpe – Aosta (AO) 88) Pietro Versienti – Torre S.Susanna (BR) 89) Luciano Negrello – Castiglione Stiviere (MN) 90) Carmela Bonato – Bassano D.G. (VI) 91) Teresa Bonato – Campolongo S.B. 92) Mario Bonato – Torino 93) Maria Vialetto – Campolongo S.B. 94) Silvana e Franca Vialetto – Campolongo S.B. 95) Giovanna Donazzan De Toni – Campolongo S.B. 96) Roberto Bianchin – Campolongo S.B. 97) Domenico Bonato – Campolongo S.B. 98) Gianni Zannoni – Campolongo S.B. 99) Sergio Zannoni – Valstagna (VI) 100) Jole Zannoni Damiani – Peschiera (VR) 101) Narciso Bonato – Campolongo S.B. 102) Enzo Giusto – Pove del Grappa (VI) 103) Giovanni Bonato – Cittadella (PD) 104) Giuseppina Malvezzi – Solaro (MI) 105) Rino Bonato – Rosa’ (VI) 106) Teresa Bonato – Roma 107) Giorgio Zannini – Dosson (TV) 108) Teresa Lazzarotto – Tezze S.B. (VI) 109) Anna Maria Vialetto – Onè di Fonte /TV) 110) Natalia Orlando – Valstagna (VI) 111) Antonio Pizzato – Campolongo S.B. 112) Angelina Vialetto – Campolongo S.B. 113) Mario Paolini – Valstagna (VI) 114) Maria Vialetto – Padova (PD) 115) Stellapaola Conte – Novate Milanese (MI) 116) Rose Marie Franco – S.Prex (Svizzera) 117) Giovanni Bonato – Rosà (VI) 118) Severina Orlando Binaghi – Milano 119) Ida Bonato Costa – Campolongo S.B. 120) Maria Rita Bonato – Thiene (VI) 121) Sofia Lunetta Bonato – Thiene (VI) 122) Romano Mocellin -. Annecy le Vieux /F) 123) Antonio Parolin – Campolongo S.B. 124) Dino Lazzarotto – Bassano D.G. (VI) 125) Modesta Bonato – Valstagna (VI) 126) Angela Zannoni – Campolongo S.B. 127) Ernesta Secco – Campolongo S.B. 128) Paolo Zannini – Possagno (TV) 129) Ilde Grando Campana – Bassano D.G. 130) Angelo Cavallin – Cassina de Pecchi (MI) 131) Antonietta Volpe – Campolongo S.B. 132) Mirco Bonato – Campolongo S.B. 133) Diala Ricci – Roma 134) Gianfranco Cavalli – Campolongo S.B. 135) Alberto Serradura – Campolongo S.B. CONTINUA A PAG. 14

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Il Vento del Brenta - Giugno 2004

Momenti di vita

di Giancarlo Bianco - Tenente Alpino

Rossosch - Operazione sorriso

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(Appunti ed impressioni di viaggio di un alpino che ha partecipato all’avvenimento) … Perché? ... Perché qualcuno, accecato dalla bramosia del potere, doveva affermare che una razza era “über alles” e si era illuso di poter conquistare il mondo. Col risultato di produrre solo sciagure. (Qui è meglio venire a conquistare pacificamente le “matrjoske” ! Ne vale proprio la pena). Forse a quel qualcuno mancava qualche nozione di storia poichè doveva sapere che nessun impero ha retto e si è fatalmente sfasciato. Ne sanno qualcosa Gengis Khan, Alessandro Magno ed i nostrani antichi romani. Anche Napoleone da queste parti si è impantanato ed ha dovuto fare marcia indietro. Ed i sovietici non sono da meno. Hanno concluso la guerra da vincitori, ma il loro grande paese che è grande in tutto: grande per la sua estensione, grande per la sua storia che annovera fra i regnanti Pietro il Grande che ha fatto grandi cose, grande per le sue tradizioni, grande per la sua cultura,… ha conosciuto una grande rivoluzione con una grande ideologia politica che ha prodotto grandi epurazioni con grandi campi di sterminio ed ha concluso il secolo scorso con un grande fallimento ed una grande conversione. Che equivale ad una sconfitta. E le conseguenze le sta pagando il popolo russo con una qualità della vita per noi inimmaginabile. Assorto nei miei pensieri, mi accorgo che siamo a Waluiki solo quando il bus si ferma. Nei dintorni di questa cittadina nei giorni 26,

27 e 28 gennaio 1943 ebbe fine il calvario della Julia, della Cuneense e della Vicenza. Mi sovvien che anche Emilio era della Julia e quindi anche lui è passato di qui ed è uno dei pochissimi riusciti a sfuggire miracolosamente alla cattura. Sì, proprio Emilio Vialetto, il mio compagno di banda ai tempi del maestro ”Bin Fuma” prima e di Attilio Boscato poi, quando da ragazzotto anch’io andavo a suonare il clarinetto. L’ultima volta che l’ho visto, un paio d’anni fa, era invidiabilmente in forma. Vorrei che fosse qui a rivedere e a raccontare…. Dopo una quindicina di chilometri di strada sterrata e piena di buche che mette a dura prova la tenuta del nostro bus, si scende verso un villaggio che si distende su una larga balka; avvicinandosi si distingue benissimo una linea ferroviaria a doppio binario che per un certo tratto corre su un terrapieno. Là in basso c’è un sottopassaggio. E’ Nikolajewka. Anche senza l’aiuto delle cartine è certo il posto dove il generale Reverberi, salito su un blindato tedesco, lanciò il suo famoso incitamento: “Tridentina Avanti!“. Questo era l’ultimo ostacolo verso la salvezza e fu superato più con la forza della

disperazione che con le poche armi e le pochissime munizioni rimaste. Il prezzo in vite umane fu enorme. Le parole di Don Sergio puntualmente mi fanno riflettere ma non riescono ancora a fugare i miei tanti … perché?… ! Richiamata forse da una insolita confusione, dalla recinzione della sua isba numero 73, la prima a destra dopo il passaggio a livello, si affaccia una signora anziana incurvata dagli anni e dalla fatica. È la signora Ielena. Nel gruppo c’è un giovane di 85 anni portati

benissimo, l’avvocato Ruggero Di Palma Castiglione che parla un po’ di russo, all’epoca sottotenente del Ravenna ed ufficiale di collegamento col comando tedesco. I due parlottano insieme e così si viene a sapere che la signora è sempre vissuta lì; allora aveva 16 anni e alle 5 del pomeriggio preparava il tè caldo per gli alpini perché faceva molto freddo. D’un tratto scompare ma riappare quasi subito con un secchio di mele. È tutto quello che ci può offrire. “Spasìba”, grazie, signora Ielena, il suo gesto è confortante ed è più eloquente di tanti


Momenti di vita

Il Vento del Brenta - Giugno 2004

(IIª parte) discorsi. E grazie per pensare anche ai nostri alpini che sono sepolti dove lei sa. Sulla strada per Uspenka dopo un paio di kilometri, in posizione defilata, percorrendo un viottolo in aperta campagna, con un po’ di difficoltà troviamo il cippo che ricorda i caduti italiani, su uno spiazzo seminascosto da una siepe alta di cespugli. È chiaro l’intendimento di non dargli molto risalto; ma in compenso il posto è molto tranquillo. D’altra parte bisogna considerare che anche gli italiani sono stati degli invasori. Dopo gli onori e le preghiere, concludiamo il nostro mesto incontro con quanti riposano qui, sotto un blocco di granito, affidando al “Signore delle cime” il nostro saluto ed il nostro arrivederci.

È domenica 14. Partenza alle 7,30. Bisogna arrivare a Rossosch in tempo per le cerimonie ufficiali del 10º anniversario dell’inaugurazione dell’asilo e per l’80° del riconoscimento a Rossosch del rango di Città. È una giornata piena di sole. Palazzoni, viali alberati ed i monumenti ormai familiari, cannoni e T34 compresi, ci danno il benvenuto. La presenza di insegne con marchi commerciali multinazionali mi fa pensare ad un sintomo di

risveglio economico e produttivo che non ho visto prima d’ora; ma le difficoltà sono tante, mi dice la guida. L’asilo “Sorriso” (altro nome non poteva essere più appropriato) si nota subito; è inconfondibile. L’edificio, recuperato da quanto restava della sede del comando del Corpo d’Armata Alpino, è basso, terrazzato, con al centro un tetto spiovente a mò di baita. Quella “baita” che sognavano i nostri alpini nell’inferno della ritirata. All’interno tutto è stato realizzato in maniera funzionale e razionale: sale allegre per la didattica, per i giochi, per il riposo e poi la mensa e la cucina. Nel seminterrato è stata ricavata una piccola foresteria per gli alpini/volontari che periodicamente provvedono alle manutenzioni di questo gioiello di famiglia ed un piccolo museo alla cui cura ed allestimento ha contribuito in maniera determinante il Prof. Alim Morozov, uno studioso di qui che ha raccolto un’ampia documentazione fotografica ed oggetti ritrovati, appartenuti alle nostre truppe, che sono mirabilmente esposti e curati… ed aiutano a ricordare... Non trovo un superlativo adeguato a rendere l’idea di questa meraviglia, frutto del volontariato alpino che ha trasferito qui idee, risorse, mezzi ed oltre 700 alpini che si sono alternati, per lasciare a 140 bambini ed ai cittadini di Rossosch un segno di fratellanza e solidarietà. Il cerimoniale fa il suo corso. La funzione religiosa con la Santa Messa precede il rituale civile che inizia con l’alza bandiera: prima quella italiana e poi quella russa con i rispettivi inni nazionali (certo che sentire le note dell’inno di Mameli da queste parti, fa ancora più effetto). Il labaro dell’ANA, i

vessilli di sezione (ne ho contati 32), gli innumerevoli gagliardetti (manca solo quello del mio gruppo perché sta nella valigia dispersa) e le centinaia di alpini presenti sono perfettamente schierati. Al centro di un parco pubblico antistante l’asilo viene scoperto un piccolo monumento molto significativo: è riprodotto un cappello alpino stilizzato che accanto alla nappina con la penna affianca la stella a cinque punte, segno distintivo dell’esercito russo. Seguono i discorsi delle tante autorità sia italiane che russe e la consegna di targhe, medaglie, riconoscimenti a cominciare dai pochi reduci presenti. E poi canti con i cori Soreghina di Genova ed Edelweiss Montegrappa di Bassano e musica con la fanfara Valchiese della sezione di Salò. Dulcis in fundo, non può mancare l’esibizione di un gruppo di bambini che frequentano l’asilo, assieme alle loro insegnanti vestite con i locali, sgargianti costumi. Il pomeriggio è dedicato alla festa con musica e folklore ma preferisco optare per “Quota Pisello”. È una altura più elevata delle altre sopra Nova Kalitwa, da dove si domina un ampio tratto del Don che ad un certo punto compie

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un’ansa e scompare dietro a uno sperone. Sulla sommità è stato edificato un monumento che riproduce in un bassorilievo una scena di guerra. Lo sovrasta una specie di obelisco con una stella in punta. Ai lati numerose lapidi riportano i nomi di 2000 caduti russi. Intorno qualche traccia di trincea. “Questo tratto era presidiato dalla Julia e proprio qui, intorno al 20 gennaio 1943, quando il ripiegamento era già cominciato, avvennero dei furiosi combattimenti ...”. Il prof. Morozov che di buon grado ha accettato di venire con noi, è prodigo di informazioni e spiega con pazienza incalzato dalla curiosità di tanti che vogliono sapere. L’immancabile e per me indimenticabile don Sergio si prepara per celebrare la Messa, ma manca un altare. Detto e fatto. Con alcuni zaini si fa una pila, come tovaglia si dispiega una bandiera tricolore e salta fuori anche un sacchetto di pezzetti di pane con del vino e dell’acqua. Sembra di essere tornati ai primi tempi della Chiesa. “Il sacrificio di tante vite umane non è avvenuto invano… Dobbiamo tenere sempre accesa la fiamma della speranza…” Sì, ma la nostra millenaria civiltà cristiana (mi vien da borbottare fra me e me), ci ha chiesto un prezzo enorme. Perché fare la guerra? Che senso ha? È meglio fare asili! Forse ha ragione don Sergio perché in mezzo a noi sono comparse due anziane signore che si sono inerpicate fin quassù, facendosi coraggio l’una con l’altra tenendosi sottobraccio, per pregare insieme agli alpini. Ricordano ancora bene quell’inverno quando spesso, in famiglia, dividevano con i nostri soldati una zuppa calda ed il tetto delle loro isbe. Anche questa è speranza. Così come l’asilo “Sorriso” di Rossosch. Ad un comando i vessilli ed i gagliardetti si innalzano.

Sull’attenti ascoltiamo la preghiera dell’alpino. L’emozione è fortissima ed alla fine vedo molti volti rigati. Ore 21,45. Il mio posto sul treno speciale notturno diretto a Mosca: carrozza 6 scompartimento 3 con 4 cuccette, mi attende. (Meno male che domani, forse, riuscirò a recuperare la mia valigia). Ritrovo gli amici di Borgo Valsugana che avevo perso di vista perché assegnati ad un gruppo diverso. Ci scambiamo le impressioni e abbiamo molto da dirci, incoraggiati anche da una bottiglia di wodka che incautamente Armando ha tirato fuori. Così lui mi racconta di un altro asilo, questa volta in Sardegna, rimesso in piedi dal volontariato degli alpini della sezione di Trento; certamente questa storia meriterebbe di essere più conosciuta, ma si sa che gli alpini fanno senza tanto clamore e per questo, spesso, sono scomodi e si preferisce collegarli all’immagine col fiasco di vino. Ormai è notte

Momenti di vita

inoltrata quando tocchiamo il fondo (della bottiglia) e la stanchezza accumulata ci consiglia di riposare. Io però non riesco a chiudere occhio. Tante sono le emozioni di questi tre giorni. Come in un film, rivedo i fotogrammi dei momenti più intensi che sicuramente mi resteranno impressi nella memoria. E poi sono contento di aver conosciuto i “soci della birra” e del fortunato incontro con gli amici di Gropparello, un comune situato sulle prime pendici dell’Appennino Piacentino dove, nel castello di Montechino, sono venuto alla luce. Però il pensiero più fisso e malinconico mi rimane per quei dispersi, senza nome, che sono sepolti qua e là, fra le colline basse e le balke di questa campagna russa, vicino alla riva destra del Don. Il treno mi sta portando via ma mi rimane un rammarico: di non aver avuto più tempo per vedere ancora, conoscere e poi capire di più la gente di qui che non è molto diversa da noi, anche se sorride poco. Spero, un giorno, di ritornare. Una cosa è certa: che mi sento ancora più ricco d’orgoglio per appartenere alla grande famiglia degli alpini che ha voluto lasciare a Rossosch un segno di quella fratellanza e solidarietà che sono caratteristiche indelebili del loro DNA. Valori che sembrano essere sempre più rari nella società moderna ma che sono una colonna portante di qualsiasi comunità, indipendentemente dal modo di pensare e di credere. E questo messaggio è mirabilmente sintetizzato nelle parole incise sulla targa fissata al monumento dedicato ai caduti italiani e russi, di fronte all’asilo “Sorriso” : “Da un tragico passato, un presente di amicizia, per un futuro di fraterna collaborazione”. (fine seconda e ultima parte)


L’Opinione

Il Vento del Brenta - Giugno 2004

Quel giorno di vent’anni fa, nel mio ricordo È un ricordo nitido nella mente, quel mercoledì 6 giugno 1984.

Vent’anni di galera gli sono stati dati, ora sarà libero, ha pagato con la giustizia, mentre una moglie ha perso suo marito, un ragazzo e una bambina il padre. Quel padre che qualche settimana dopo non ci sarebbe più stato per festeggiare assieme i 22 e 12 anni di Giampietro e Paola.

di Liliana Corso

Recatami alla Posta di Campolongo, affollata in quel poco spazio che c’era, si percepiva un senso di disagio, tanto che una giovane impiegata, ricordando che era mercoledì, sollecitò Angelo di far presto, perché temeva potesse venire il rapinatore solitario e, disse, “a casa ho tre bambine”… (n.d.r: negli ultimi tempi frequenti erano state le rapine in Uffici Postali della zona). Forse, anche mio fratello aveva qualche percezione di pericolo, tanto che ad ogni macchina che si fermava davanti all’Ufficio Postale, sollevava lo sguardo e scrutava i movimenti. Mi fermai con lui un po’ più a lungo del solito a parlare, ma poi dovetti andare via anch’io.

Più tardi ebbi la sensazione che qualcosa di grave sarebbe accaduto e sentii il bisogno di recarmi di nuovo alla Posta, ma non sapevo con quale scusa! Poi una telefonata, il suono lacerante di ambulanza, la folla nella piazza, mio fratello riverso a terra…. a me, spontaneamente, venne da dire, senza nulla sapere dei fatti, “è stata una rapina…” Aveva 26 anni il suo assassino, voleva denaro senza fatica, vacanze, la bella vita, e la rapina, se gli andava bene, era il modo per avere tutto ciò (ne aveva 40 all’attivo).

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Non ti abbiamo dimenticato! Mi accorsi ben presto che raccogliere l’eredità di Angelo non sarebbe stata cosa facile.

Egli, infatti, godeva della fiducia di tutti a Campolongo e la gente veniva all’ufficio postale portando pratiche e problemi che spesso non rientravano nelle competenze del servizio postale: e

Angelo si sforzava di trovare per ciascuno una risposta soddisfacente. Faticando non poco cercai di riuscire, col passare del tempo e per quello che era possibile, a conciliare le esigenze delle persone con quelle dell’amministrazione postale, aiutato in questa operazione dalla comprensione del compianto sindaco Augusto Stevanin, dai

di Domenico Tolio

Nonostante siano passati vent’anni, rimane vivo il ricordo della telefonata con cui, nel pomeriggio del 6 giugno 1984 il Direttore Annibale Rebecchi, di Bassano del Grappa, mi invitava a raggiungere al più presto Campolongo sul Brenta per assumere in reggenza le funzioni di Angelo Corso, il responsabile dell’ufficio postale rimasto ucciso durante un tentativo di rapina. Dopo i primi giorni di servizio, occupati dagli accertamenti dei funzionari ispettivi, le operazioni di sportello ripresero il normale ritmo quotidiano.


Il Vento del Brenta - Giugno 2004

L’Opinione

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suggerimenti dell’indimenticabile Gianni Carraro, funzionario comunale, e dalla collaborazione del collega portalettere Pietro Zannoni, nonché dal rapporto familiare instauratosi con la gente di Campolongo. Fu per me un periodo fondamentale sia dal punto di vista della formazione professionale che da quello della maturazione personale. Nel tempo si sono poi avvicendati altri incarichi ed esperienze lavorative diverse e, ormai da due anni, il collocamento a riposo.

Com’è nell’ordine naturale delle cose la vita continua il suo percorso, ma non per questo può venire meno il ricordo di chi, come rammentato dall’esempio di Angelo, ha saputo dare alla propria gente un servizio costante e generoso, capace di portare nelle istituzioni un volto di umanità. Con l’occasione porgo a tutta la comunità di Campolongo sul Brenta, di cui ho un caro ricordo, un augurio cordiale di progresso nella concordia.

136) Venezia Tartaglia – Torino 137) Elio Zannoni – Torino 138) Pietro Vialetto – Gattinara (VC) 139) Bortolo Zannini – Mestre (VE) 140) Pierre Costa – Bruyeres (Francia) 141) Monique Bonato – Svizzera 142) Angelo Tartaglia – Vidigulfo (PV) 143) Antonia Bonato Vialetto – Mestre (VE) 144) Fausto Bonato – Campolongo S.B. 145) Franco Orlando – Vicenza 146) Gianfranco Zannini – Milano 147) Jole Balbo Zannoni – Torino 148) Anonimo – Campolongo S.B. 149) Marisa Costa – Campolongo S.B. 150) Francesco Bon – Campolongo S.B. 151) Evandro Costa – Torino 152) Agnese Zannini – Perrignier (Francia) 153) Louise Shuh – Colmar (Francia) 154) Ernesto Scramoncin – Bassano D.G. 155) Valerio Bonato – Bassano D.G. 156) Gina Secco Ferrazzi – Bassano D.G. 157) Ermida Costa – Campolongo S.B. 158) Primo Costa – Campolongo S.B. 159) Giorgio Zannini – Campolongo S.B. 160) Gemma Lazzarotto – Bassano D.G. 161) Giovanna Zannini – Campolongo S.B. 162) Alessandro Zannoni – Bassano D.G.

La classe del ’43 14

Ai primi di settembre i componenti della classe del ’43 hanno festeggiato i 60 anni con una gita in Sardegna. Con l’occasione di questo periodo festoso si sono voluti ricordare, unitamente ad altri amici che li hanno accompagnati, anche di coloro che vivono in situazioni di difficoltà. Hanno versato all’associazione “Adottiamo una scuola per bambini di strada – Bahia – Brasile” una significativa somma che potrebbe essere un’idea per analoghe iniziative.


Pensieri in rima

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“Cose de casa nostra” Pasqua 2004

Seconda cena dea contrà Lovati Quea sera a gera proprio frescheto e quei che tira el careto gà pensà ben de meterse tuti drio el mureto. Gerimo abastansa ben messi e quasi tuti i stessi. So e toe i gà messo tuto el ben de Dio e xe’ stà magnà e bevuo fin che xe’ finio. Stavolta ghemo anca e fotografie e ringrasiemo quei tre che xe’ in pie compreso a contrà Lovati che insieme ghemo costruio i fatti. Augorandose de star ben se vedemo anca stano che vien. Toni Paroin

Indovineo: ’Na serata in compagnia Semo ivitai da un nostro amico in ’na taverna in stie antico. Ghe festegemo ogni ano el so compleano. Quasi sempre semo in sete e cantemo ae so 59 barete, no lè ne bruto ne beo co’ noialtri l’è come un fradeo. El sta insieme co tuti quanti, el ga vudo cariche importanti. El xe’ bravo zogare a carte el par uno che vien da Marte, per no dirgheo a tuta a xente non ve digo altro gnente. E desso, se no sì da manicomio Gavì capio che el xe’............? Toni Paroin

L’orologio della torre non si vuole mai fermare e una nuova primavera si prepara ad annunciare. La natura si ridesta e una trama di colori sembra tessere nel prato lo sbocciar di tanti fiori. E la neve che sui monti steso aveva un bianco velo si dissolve in mezzo al verde con l’arrivo del disgelo. Pur la rondine è tornata sotto il vecchio porticato e rivivere fa il nido nell’autunno abbandonato. Mentre il gregge custodito nel recinto di pianura già riprende il suo cammino verso i pascoli d’altura. E la festa della vita che ritrova il suo vigore 15 si completa con la gioia per la Pasqua del Signore. Egli sempre ci accompagna rimanendo a noi vicino, pronto a tendere la mano quando ripido è il cammino E tornato presso il Padre dal suo Regno su nel cielo guida ancora i nostri passi con la luce del Vangelo. Domenico Tolio


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Condoglianze È venuta meno, improvvisamente il 2 gennaio scorso, Margherita Zannini “dei Bianchi”, vedova Bonato. Aveva 79 anni. Ai figli ed ai parenti giungano i sensi del nostro cordoglio più sentito. Antonio Bonato “Candoea” di anni 83 è mancato all’affetto dei suoi cari il 2 gennaio scorso. Alla moglie, figlie e parenti pervengano le nostre condoglianze. Fratel Tarcisio Bonato, camilliano, si è spento, all’età di 80 anni il 15 gennaio scorso, a Capriate (BG) dove risiedeva da parecchi anni. Le nostre condoglianze giungano ai suoi parenti.

riposo di Valstagna. Ai parenti giungano le più vive condoglianze.

clamata dottoressa in lingue e letteratura straniere Nicoletta Vialetto, figlia di Fiorenzo e Annarita.

Nozze d’oro

Alberto Vezzaro, figlio di Luciano e Loredana Illesi, si laureato presso l’Università degli Studi di Trento in Economia e Commercio il 31 marzo scorso.

Bernardino Bonato “Dino dei Marti” e Paola Colpo hanno festeggiato il loro 50 anni di vita comune venerdì 27 febbraio scorso. Dopo la messa di ringraziamento celebrata da don Paolo gli sposi sono stati calorosamente festeggiati da figli, nipoti, amici e conoscenti.

Confetti rossi

Un gravissimo lutto ha colpito la famiglia di Pietro e Luisa Zannini. Il loro figlioletto Filippo di 6 anni, dopo una lunga lotta contro il male, è venuto meno il 31 gennaio scorso. Una folla strabocchevole ha partecipato al suo funerale stringendosi commossa attorno ai genitori, ai fratellini di Filippo ed ai nonni. Le parole, in queste circostanze, rischiano di risuonare vuote. Auspichiamo che la famiglia riesca a superare questi difficili momenti aggrappandosi a valori che riescano a lenire l’immane pena dei loro cuori.

Tra la fine del 2003 e la primavera del 2004, diversi giovani di Campolongo hanno conseguito la laurea. Ciò non può che fare piacere perché il nostro paese ritorna a rinverdire la tradizione che voleva, in decenni passati, il nostro paese all’avanguardia nel numero dei diplomati e laureati. Sicuramente, ora è molto più difficile farsi strada nel mondo del lavoro perché la concorrenza è aumentata ed il periodo che attraversiamo non è certo di espansione economica. Auguriamo, comunque, a tutti i neolaureati un futuro pieno di soddisfazione, consapevoli che il titolo di studio è solo una tappa verso l’affermazione personale, economica e sociale cui i nostri giovani, giustamente, aspirano. Con l’occasione ci complimentiamo anche con i genitori che hanno sostenuto e incoraggiato i loro figlioli durante il percorso scolastico.

Caterina Zannini di anni 92 è deceduta il giorno 11 febbraio 2004. Ai suoi parenti giungano le nostre condoglianze.

Si è laureata presso l’Università degli studi di Padova, in scienze dell’educazione, Laura Bonato, figlia di Giuseppe e Mafalda.

È deceduta il 27 febbraio scorso Natalia Orlando di anni 91. Da tempo era ospite della casa di

Il 10 marzo scorso, presso l’Università degli Studi Ca’ Foscari di Venezia, è stata pro-

Mario Rossi “Meto”, papà del nostro presidente Ruggero, è venuto meno all’età di 79 anni il 23 gennaio scorso. Alla moglie ed ai famigliari giungano i sensi del nostro più profondo senso di partecipazione al loro lutto.

Notizie flash

Andrea Bonato, figlio di Ugo e Agnese, ha conseguito la laurea in Ingegneria edile all’Università degli studi di Padova il 16 aprile scorso.

Fiocchi rosa ed azzurri Alla vigilia di Natale è nata Chiara Grosselle, di Carlo e Chiara Negrello. Ai genitori, ai nonni Giovanni e Vanna le nostre più vive congratulazioni. Il 30 dicembre dello scorso anno è nato Gabriele Vidale, terzogenito di Maurizio e Orietta Cavallin. Le nostre congratulazioni ai genitori, nonni e alle sorelline Valentina e Arianna. Il 28 marzo scorso è nato Riccardo Mocellin, figlio di Francesco e Giovanna (nipote di Giannino membro del consiglio della Pro Loco). Al neonato ed ai suoi genitori i migliori auguri per un futuro radioso. Gioia Serradura è venuta alla luce il 28 marzo scorso. A papà Doriano ed a mamma Gloria giungano le nostre più vive congratulazioni. Il 12 aprile è nato Leonardo Alessi, di Alessandro e Serenella Zannini. Ai genitori e ai nonni Gina e Franceschino giungano le nostre congratulazioni.

IL VENTO DEL BRENTA 06-2004  

anno XXII - N° 1 GIUGNO 2004 Direzione, Amministrazione, Redazione: Casella Postale n.1 - Campolongo sul Brenta (VI) - C.C.P.N. 10971364 - S...

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