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Inuk è il singolare di Inuit. Giovanni Talarico


Non è un semplice puzzo di fritto. E’ il ricordo impregnato di stanchezza routine e smog cittadino che nella Capitale hai il piacere di trovarti un giorno sotto il naso. L’odore di città che senti, quando dopo un anno, sopravvivi a quella Roma. Un paio di chitarre, qualche libro ed il frigo pieno di birra. Tanto per sentirti e mostrarti rockettaro. Un anno. Quel tempo che occorre per velocemente sentirti scivolare di dosso quella sensazione da felice turista, che più di un mese nella sua espressione più forte non dura, e resta isolata nel ricordo più lontano; come quelle barzellette da pisciarsi addosso che per la loro brevità e intensità finisci per ricordarne solo la trama; ricordi quanto ti hanno fatto ridere, ma non sapresti più raccontarle. Ne ricordi solo la trama che di per sé, non è per nulla divertente. Di fritto, mi odora l’immagine di me all’uscita del posto in cui lavoravo. Un ristorante con trenta dipendenti –per lo più napoletani- che altro non era che un salvavita. Il posto che salva il culo allo studente svogliato; tanti errori prima di trovarsi li, ma scegliendo di trasferirsi a Roma, aveva fatto quello più grosso.. Giovanni. Non per piangersi addosso, ma è davvero un’idiozia! Si, perché ti rendi conto che cambia troppo il tuo modo di pensare fare fuga dal proprio paesino terrone, e rifugiarsi lontano da quello che si crede un mondo arretrato. Rozzo. Con nessuna possibilità di miglioramento e di sviluppo. Impari, col passare degli anni, che quella modernità tanto desiderata ti ha solo insegnato come capire da quanto tempo non viene cambiato l’olio nella friggitrice.. perché dopo dodici ore di lavoro al ristorante di via Velletri -mal retribuite ed in nero ovviamente- non puoi che esserne diventato uno specialista. Quella puzza di olio. Incredibile, come nel ristorante di Chén, di fianco, fossero tutti in regola. Roma è una città satura di lavoratori rottinculo pronti a servire e fottere senza alcun resoconto ogni turista: inglese, americano, cinoppese (giapponese o cinese, ma anche coreano, filippino e pure inuk, tanto non li distingue nessuno), negro, bianco e caffellatte . Insomma tutti. Ma puzzoso il ricordo, perché tale, mi porta lontano da quella metropoli. Roma non è più mia; meglio dire che io non sono più un suo schiavo. Ed ora tutto dovrebbe essere cambiato. Quindi, per quanto possa la Roma di qualche anno fa avermi lasciato un così scarno ricordo, adesso c’è da capire se la mia vita al momento va un po’ meglio. Ebbene. Se giusto si volesse puntare il dito su quest’uomo che vuole disprezzare la Capitale, lo si faccia pure; ma dietro ad ogni volpe c’è sempre un frutto troppo irraggiungibile del quale il palato non può farsene sapore. Il fatto è questo: se avessi saputo che quel puzzo mi sarebbe poi così tanto mancato, me ne sarei fatto una boccettina “ricordo” o “in caso di emergenza”. Perché con tutti quelli che possono essere aspetti negativi di una caotica città come quella romana, resta il fatto che se ti sposti ancora più a Nord, attratto dalla modernità che sempre più satura le pubblicità.. mmerda! finisci col trasferirti a Milano. Tanto per essere chiari, inuk è il singolare di inuit e non “il nostro antenato primitivo che visse circa quattromila anni fa” come dicono alcuni.


Ma è Roma ciò su cui concentrare questa analisi, quindi dei mangiatori di carne cruda, ne parlerò un’altra volta. Quella, è una magica città in cui non esiste una vera e propria discriminazione. In quell’ammasso di raggi stradali “le differenze” non sono percepibili con l’aiuto delle classiche caratteristiche fisionomiche e sociologiche - il colore della pelle, dalla religione o che dir si voglia, distinzioni di radice etnica-. No. L’uomo a Roma si distingue facilmente –e ti basta molto meno di un anno per entrare in questa visioneper sei caste: “il terrone”, “il Romano” (con due differenti ramificazioni della classe stessa dovuta alla distanza di residenza dal centro città), “il turista” (dove è chiaramente riconoscibile la completa assenza di discriminazione), “l’impiegato”, “il Bondù” e gli “intoccabili”. Gli ultimi, sono un gruppo molto misto. Dai piccoli criminali ai barboni, dai malati di mente erranti, agli zingari che suonano il violino in metropolitana. Forse, potrebbe essere interessante dare una definizione breve e chiara di ognuna delle caste romane, ma sarebbe come spiegare ad un astemio che differenza c’è tra la guinness e la franziskaner – senza offesa per il lettore-. L’unico particolare che noterebbe è che una, è nera, mentre l’altra, è bianca.. quindi mi toccherà spendere qualche parola in più. E’ di fondamentale importanza osservare ognuno di questi Uomini e centrare l’attenzione sulle reazioni che lo stesso ha con “il mondo dell’altero”. Non ha un preciso scopo nella vita –né, aggiungerei, fa niente per trovarlo- ma inevitabilmente dovrà entrare in contatto con il diverso.. incontrare l’altro, quello dell’altra categoria, quello che non vorrebbe avere vicino a sé, perché puzza, è lento o va troppo forte, perché fa casino o ci disturba il suo eccessivo silenzio, ci mette ansia. Insomma, non gli va giù. Io, pur appartenendo a quella dei terroni, con il passare del tempo avevo capito che c’erano ottime possibilità di essere accettato anche dagli altri. Questo grazie alla mia buona educazione e il mio innato rispetto per il prossimo. Apparentemente sono due qualità facilmente riconoscibili in ognuno di noi; la chiave per il vivere civile, pacifico e in armonia persino con sé stessi.. ma è solo molto apparentemente che gli uomini posseggano entrambe le qualità –senza offesa esplicita al lettore-. Tre ore e mezzo. Un ottavo dell’intera giornata per dedicarmi a questa folle corsa che mi porta nel mezzo della vita sociale di questo agglomerato di persone pronte ad esibirsi per me. No, non sto dando i numeri. E’ proprio questo il tempo necessario a dare una furtiva occhiata nell’Homo Romanus in tutte le sue varianti! Ma a questo punto pare quasi ovvio che mi metta a spiegare perché così breve lasso di tempo possa rendere onore ad una così ampia schiera di umanità, e quale possibilità ci sia quindi in sole tre ore e mezzo che cinque caste, cinque così diverse razze umane entrino in collisione così ferocemente da rendere ad ognuna


esemplificazione chiara e completa. In effetti, se parlassi ad un marziano, avrei bisogno di centinaia di testi di sociologia, psicologia, antropologia e chissà quante altre menate di sto tipo per essere esauriente. Anche solo per spiegare il perché dei nomi delle classificazioni.. mah credo, che se a qualcuno finisse in mano questa porcheria avrà le carte in regola per capire – milanesi esclusi-. La sveglia delle sette significa sonno, voltastomaco, e desiderio e promessa di non bere più così tanto se l’indomani dovrò lavorare; e cazzo, nemmeno oggi riesco a farmi la doccia perché sennò finisco che ci resto. Da buon terrone allora, mi faccio scivolare un po’ di quella Zup che sta nel frigo. Magari mi fa un po’ ruttare quella disastrosa necessità di restare a casa a vegetare fino alle quattro del pomeriggio. Non bastasse, Gabriel ha lasciato già la sua bella e profumata cacca, che più che quella di un gatto pare proprio quella di un terrone il giorno dopo il Cenone di Capodanno Calabrese, che dio – dovesse esserci – solo sa quanto è pesante e quanto in quegli intestini può maturare fino allo schifo proprio. Comunque il gatto, s’attacca, almeno fino a quando la mia vicina di stanza non si sveglierà per andare in bagno e non potrà fare a meno di pulire la sabbietta che starà a quel punto ad implorare pietà. Quindi, giù per le scale, da un’abitazione di sei appartamenti, abitati perlopiù da terroni e Bondù. In fondo alle stesse, una Bondù che altro tempo non aveva alle sette e trenta del mattino di lavare le scale; ed io, che già per miracolo mi tengo su per le gambe, figuriamoci se m’accorgevo che è tutto umido. “□□□□□□” Non possono che essere festosi saluti di buon mattino allargati a tutta la mia famiglia, e perché no, anche agli amici e i parenti meno importanti. “Buon giorno.. mi scusi.. buon giorno.. arrivederci..” mi sembra già di essere a lavoro “Buongiorno! Le trovo subito un tavolo per due!” “Mi scusi, vuole un caffè?” “Arrivederci!” Oltrepassato il cortiletto del condominio, e chiusomi dietro il cancelletto, ho sempre la sensazione che quest’angolo di città sia il più timido ed educato di tutta la capitale. Un angolo della Casilina che non ha voce. Vedo gli alberi di Torre Spaccata, la solita punckettona che porta fuori il cane e osservo il semaforo che regola quel piacevole traffico. Un paio di auto, il 105 che fa Termini/Grotte Celoni, il Tranvetto. L’ultimo, per comodità e perché è più rapido, è quello che prendo tutte le mattine per andare a lavoro. Fa lo stesso percorso del 105. Per chi s’annoia di mettere su la bialetti e farsi il caffè – la cacca di Gabriel in tutto questo non aiuta – tappa fissa è il bar sotto casa. Oltre che per quel caffè mi fermo a scambiare due chiacchiere con il proprietario e la sua signora per tuffarmi nel primo vagone bestiame che mi porta a lavoro. Il bar è sempre semivuoto, anche alle sette e trenta del mattino, ed io questa mattina più delle altre avrei bisogno di caciara a coprire i miei occhi rossi, tossici ed assonnati.


“Un caffè, per favore..” cercando pietosamente di dare forma al viso che mostra anche ad un chilometro la sua tragica espressione da ubriacone “.. ed un saccottino al cioccolato.” ora vorresti la caciara, tutta la gente di corsa, in ritardo, che manco ti guarda se stai morendo.. e forse la gente manco ti si filerebbe se il caro Enrico non facesse quella espressione da pacioccone burino e comunicando al mondo intero la tua presenza.. “Buon giorno, Don Giovanni..” telepaticamente tento di pregargli di fermarsi li “.. abbiamo fatto le ore piccole eh? Eh eh!! A passar le notti sulle curve che sinuose ci fanno sorridere, si finisce col perder il gusto dei raggi del sole l’indomani! Eh eh!” non che troppo mi importasse, però sono parole sue, ed ogni mattina, e poi il pomeriggio, ne tirava sempre una nuova Caffè, saluti e.. “Mi raccomando, salutami la bionda!! Eh eh!!” ovviamente dalle facce schifate capivo che solo lui poteva credere in una mia nottata di fuoco.. burino e pure ingenuo. A questo punto mi isolerei, come consueto, nell’ascolto di una sana playlist di brani che spaziano dalle blueseggianti ballate dei White Stripes agli psicotici viaggi dei Tool.. ma così perderei tutto ciò che mi accade intorno. Per questo “oggi” fingerò di aver lasciato il mio iPod in camera, nell’altra borsa, e ascolterò il ricordo delle prossime due ore e cinquanta minuti lasciando alle caste di comunicare liberamente fra loro. La passerella che fa da scalino al mio tranvetto ed una normale fermata dei mezzi pubblici hanno davvero poco in comune, e per quanto appaia poco interessante, sottolinea un dettaglio della periferia della città che altrimenti non verrebbe fuori. La mancanza di indicazioni implica che chi non conosce quella parte di città debba necessariamente rivolgersi a qualcuno,anch’egli in attesa dei mezzi; semmai far slalom fra le auto in corsa mentre non rispetti la segnaletica luminosa.. tutto perché l’autista del mezzo in transito o qualche passeggero quasi a volerti farti mettere sotto si è messo ad urlare “Per Termini se pija l’artro” oppure “Plenda altlo lato” o ancora “□□□□□□” quest’ultimo è un terrone, incomprensibile tanto quanto la Bondù che lavava le scale. All’alba! E’ chiaro già a tutti che Roma almeno nel vivere in periferia si sforzi con tutti i mezzi di far comunicare le persone, fargli scambiare parole, sorrisi e buon giorno! Per quelle zone poi l’invasione di terroni e Bondù restituisce al tutto un’ottima possibilità


di integrazione. Comunque, il primo mezzo che passa è troppo colmo; la gente giù lla fermata, prosegue con i mattutini scambi di opinioni, un teatralissimo e grottesco momento che mi piace ricordare come “aforismi di periferia”.. “E’ sempre così per noi de Torrespaccata! Non se vive più de sta parte de Roma” “Mio paise tranveto non abbiamo, però arriviamo sempre” “Questa è l’Italia di Roma” e via via discorrendo sempre accendendo i toni man mano che le lancette rintoccano dolorose ai polsi, gli stessi poi, che schizofrenicamente finiscono agli occhi per controllare l’ora ogni trenta secondi. Il secondo tranvetto viene violentato da noi che fu vietato quello di prima. Immagino sempre la scena che vede ribaltarsi su di un lato il mezzo, per la troppa e violenta pressione sul lato.. vabbe’ Lo scenario è alquanto bizzarro. Quelli che mi stanno schiacciati addosso, quelli che un secondo prima aspettavano nervosi con me alla fermata, alla successiva sosta cambieranno “clinicamente” personalità. Loro, adesso che hanno risolto il precedente problema legato alla salita sul tranvetto, si comportano in un modo davvero “assurdo”. Mi sento come uno a cui viene spiegato cosa è un anacoluto senza che abbia la più pallida idea di cosa sia una figura retorica; e magari è pure un leghista brianzolo che nel suo vocabolario, come termine più complesso ha “secessione” “Come fai a non capire!! Allora, facciamo che tu intenzionalmente voglia violare la norma sintattica che di conseguenza interrompe la costruzione logica di una preposizione; è nella tua volontà così rendere a quel particolare momento del periodo l’immediatezza della lingua parlata.. dai Ignazio, è semplicissimo!!” Le porte del mezzo si aprono, una piccola comitiva che aspetta alla fermata spinge verso di me per entrare, mentre dalla parte opposta pare tutti vogliano scendere.. aspetta.. o qualcuno l’ha mollata, oppure tutti spingono verso le porte per non far salire più nessuno. Aforismi di periferia, capitolo due. “ E’ sempre peggio ppe’ noi de via Togliatti..” eccetera. E contrapposto ai mancati passeggeri, ora il già stanco, dopo mezzo minuto, popolo in viaggio.. “Che, ve pare che mo facevamo salire pure questi qua?” “Mortacci, già semo sott’olio noi artri!” se solo avessi i mezzi in parole per descrivere la mia espressione a questo punto, giuro, lo farei. In mente mi torna solo quel modo che nelle notissime chat si usa per disegnare quella faccina.. uguale – underscore – uguale – virgolette =_=” qualcosa che corre tra lo sbalordito e l’adirato. Per essere sincero non so se esiste un termine che mi possa aiutare. L’espressione nei manga giapponesi; il viso tondo


tondo, gli occhi che diventano due x e quella gocciolina che scivola sulla fronte.. Le successive fermate, un po’ perché meta di lavoratori; un po’ perché punti di connessione con altre linee di trasporto, ti lasciano sempre mezzo posto a sedere. La particolarità di queste linee periferiche sta nella massiccia presenza di Bondù, che si sa, puzzano. Non perché si voglia fare del razzismo, o fare di ogni puzzo un pregiudizio, ma almeno, quella mattina le mie ascelle, finendo sotto il naso di un impiegato, si sarebbero confuse fra la decina di bengalesi a bordo. L’impiegato, se è tanto sfigato da abitare in periferia, è la persona più odiosa la mattina nel tranvetto.. specie se non ti sei lavato. Solitamente è quello che ha il posto. Abiterà sotto il capolinea? Ha comunque il posto. E si sa, “oggi come oggi, chi c’ha er posto so tiene stetto”. Brutto è lo scarpino lucido e nuovo. Il completo inverno-primavera-estate-autunno, che cambia solo quando s’aggiunge la giacca in più, è solitamente contornato da una cravatta di vergognosa bruttezza che il voltastomaco che ho si fa dieci volte più forte.. e il puzzo di Bondù certo non aiuta. Stamattina, ho vicino quello stereotipo di impiegato che, come la seicento abart ha le minigonne, ha una superaccessoriata faccia da culo. Non bastasse.. Lo so che la vecchietta alle sette di mattina potrebbe stare a casa a dare l’acqua alle piante invece di scassare le palle sui mezzi col suo cazzo di carrello sempre vuoto per la spesa.. però sempre una vecchietta è, no? E’ quella dolce nonnina pronta a porgerti un sorriso se le cedi il posto.. ma si! Mi alzo, con goffa galanteria da gentiluomo degli anni cinquanta, mostro il posto alla signora gobbetta munita di bastone, le cedo il mio spazio.. “che te sembro ‘ndicappata?..” la faccina manga adesso ci sta pure meglio “.. L’Italia l’avete rovinata voi, ‘sti giovani maleducati e pure ‘sti extracomunitari!..” e da qui in poi maledicendo per le prossime fermate pure tutti i coinquilini che albergano “al calendario”. Nel frattempo, chiaramente, mentre guardo la signora zoppicare più in la verso l’altro unico posto libero, faccia da culo cravatta voltastomaco non ci pensa due volte a rifilarmi quello spazio, che a quelli come lui spetta di diritto. Perché se non si sapesse, a Roma, sui mezzi, quelli ad avere il posto sicuro sono gli impiegati, ed i Bondù, che partono dallo stesso capolinea. Insomma, mi toccherà stare in piedi e reggermi per ciò che resta di questo percorso fino a Porta Maggiore, dove prenderò il 3 per arrivare alla fermata degli autobus in piazza dei Cinquecento, di fronte la stazione Termini.. una frenata un po’ brusca del conducente mi distrae dai miei programmi sul tragitto e vedo scappare ai finestrini tutti quanti, tranne gli impiegati paraculo che temono di perdere il posto a sedere. Delle urla, ma nessun impatto. Allora, visto che stavolta mi tocca raccontare ed ho pure scordato l’iPod a casa, m’affaccio pure io.


Il conducente, per mezzo busto fuori dal finestrino sta imprecando contro una signora che ritiene esser passata col verde, mentre l’altro no, eccetera.. “An vedi! Mortacci tua!! Che, to sei bevuto er caffè? Sta ancora a dormì?” .. la signora in auto a malapena capisce cosa sta succedendo, finché resasi conto che l’uomo rievoca generosamente i suoi defunti parenti .. “Ma vedi de annà affanculo pure te! Nun state a fà un corno tutt’er giorno!” .. il Bondù lavavetri a questo punto, colto da irrefrenabile voglia di lavorare, approfitta dell’ingorgo che non durerà più di un minuto, ma che gli farà racimolare qualche spicciolo.. “Vavvìa pure tu eh!” ma tutti conosciamo l’ostinazione dei lavavetri “No, guarda che ho detto di no! Non ch’ho ‘na lira!” perché seppure siano ormai passati secoli dal cambio lira euro, in Italia, si dice ancora così. Il lavavetri s’allontana allora imprecando in aramaico e la signora approfitta degli ultimi istanti di semaforo arancione per poi chiaramente passare col rosso e inevitabilmente accendere un’altra discussione col prossimo tram costretto a inchiodare per non fare della donna oggetto della prima pagina di giornale della sera: “Morte in via Casilina... l’impiegata quarantenne muore sul colpo... il conducente del tram –E’ passata col rosso- … i testimoni –Bisogna prendere provvedimenti verso questi autisti-... –Non si vive più in questa parte della città, troppi extracomunitari…” eccetera.. A questo punto, quando la discussione si è spenta tutti si torna ai propri posti.. ed entra in scena l’impiegato.. Ma c’è da fare una breve parentesi. Parentesi. Non è che poi pare che io ce l’abbia con gli impiegati? Nel senso che ognuno sulla pagina di giornale della sera può metterci chi vuole.. insomma, può immaginare che muoia qualchedun’altro. Io avevo per le mani l’impiegata, ma poteva essere anche un Bondù! Chiusa. Una strofetta che avevo sentito da qualche parte. Sono sicuro che sia qualcosa del tipo “Mamma mia quanto sei bona, la mia dolce Topolona”… la suoneria di sto qua, che trovandosi al mio fianco non posso stamani ignorare.. ma la cosa tanto sorprendente non è la suoneria, quanto la voce di quest’impiegato, la sua conversazione, il suo accento.. “Si, buongiorno..” mentre la mano che non regge il palmare quasi accarezza l’elegante ventiquattrore “.. certamente, per questo pomeriggio, alle sedici facciamo.. vi saluto.” è un terrone. l’impiegato qua, è un’altra cosa. Questo in fondo in fondo è simpatico. Si, un impiegato che occupa un posto a sedere tutte le mattine quando vado a lavoro, ma in fondo, non è poi così male. Beh, si capisce dal fatto che non sta poi li a tirarsela tanto per il suo telefonino da millecinquecento euro, e quelle scarpe, non sono poi tanto


male. Un esempio sbagliato. Porta Maggiore. Non mi sono mai interessato alla storia di queste costruzioni antiche che abbracciano armonicamente questo trafficato spazio cittadino, ma sono davvero bellissime, ed ogni mattina, a questo punto del viaggio, anche se in ritardo, non posso che fermarmi. Tiro su una paglia di Virginia, mi siedo sulla panchina vicino un barbone e mi metto fermo a guardarmi intorno. Lo stomaco già sta un po’ meglio, e l’essere sceso dal trenino bestiame, puzzone e affollato, mi rende pure una sensazione di libertà che per quanto piccola e breve, mi fa sorridere.. “C’hai ‘na siga?” ecco che l’intoccabile al mio fianco approfitta della mia bontà, “Te ne giro una.. ché io fumo il tabacco.” .. “Bono! Grazie!” .. ecco, non che mi abbia infastidito il signore, che alla fine è vestito come me quando vado a vedere i concerti degli Afterhours, però me ne vado e mi avvicino alla fermata, ché sennò finisce che si mette a parlare, poi puzza, mi vede la gente con lui, insomma vado. Non finisco la sigaretta perché il tram numero tre già sta arrivando e mi conviene avvicinarmi alle porte, ché sennò con la folla che si fa, finisce che non riesco a salire. “Fate scendere prima!” una di quelle signore che si capisce che è di Milano, non per come parla o come si veste, ma perché come il Barbone, puzza proprio di qualcosa che l’ha marcita dentro e fuori. Milano. Che diciamolo pure, è peggio delle sigarette e dell’alcol. I milanesi puzzano come i Barboni. Non che si senta proprio la puzza, ma appena li vedi, anche se sono lontani fai la stessa espressione che hai quando ti si siede vicino un barbone. Chiaramente, scanso la signora e mi metto a sedere. Questo è il percorso più breve ma più intenso. Molti Bondù pure qui. Gli impiegati sono seduti. Un numero evidente di universitari. I cinoppesi, che adesso si avvicinano sempre più all’insediamento massiccio di Corso Vittorio. Io e qualche altro ragazzo, per la gran parte o freak o universitario o turista. Tutti ora avranno cominciato a metabolizzare il caffè, per cui, ecco che piano piano si comincia a discutere del più e del meno. Le solite cose di cui si parla la mattina.. “Ieri sera ero a testaccio cor Gemello e cor Panza.. ” vorrei poter scrivere un libro sui nomignoli che ci si da a Roma “.. se semo bevuti pure la benza der motorino.. hahaha!” ma magari con un paio di drink stavano già belli e fuori di testa “La fidanzata di mio figlio ha preso cento e lode.. ” faccina manga “Vuoi dire centodieci?” menomale che l’altra signora ne sa qualcosa “No, no! Ha preso proprio il massimo!!” è un genio questa qui lo so.. ma vengo interrotto dall’attento ascolto da una ragazza,


più o meno credo della mia età che mi domanda qualcosa tipo “□□□□□□” ed io “Scusa?” e lei “Stazione Termini, Train, Metro, Subway.. ” ed io interrompendola subito “Metropolitana è prossima fermata.. guardare la!” urlando come se questa disgraziata fosse sorda, che non ho capito perché quando si parla con uno straniero si urla continuamente. Comunque lei ringrazia con sorriso un po’ imbarazzato e scende a piazza Vittorio. La signora romana al mio fianco allora mi guarda, col gentile amore di una mamma che riconosce in ogni bravo ragazzo il proprio figlio, e mi dice “Ma come siete imparati voi giovani oggi! Capite pure l’inglese!” allora io non posso che afferrare questo momento di infinito humor e rispondere “Certo signora! Lo studio al Conservatorio!” e lei “Ah! Che bravo! La tua mamma deve essere fiera di te!” e scende alla fermata dopo. Le otto e un quarto, ed ancora sono il largo anticipo. A me solitamente piace fare così, uscire molto prima di casa, smaltire il sonno, fumare una sigaretta con tranquillità e poi attaccare a lavorare. Perché sennò finisci che fai tutto di fretta, ti innervosisci, discussioni coi colleghi eccetera.. insomma, un po’ come si fa a Milano che finisci per spostare tutte le lancette di casa venti minuti avanti per essere certi di non fare ritardo.. ma è prematuro parlare di Milano adesso. Le otto e un quarto. Stazione Termini, Piazza dei Cinquecento, quella attaccata a piazza della Repubblica. Una cosa che non ho mai capito, è perché ci siano due fermate metro della stessa linea a quattrocento passi di distanza. Una volta , nelle mie prime settimane a Roma, dovendo andare appunto in piazza della Repubblica finii per scendere a Termini, prendere la metro e fare questa fermata, che dura circa dieci secondi di viaggio. Il problema è che per scendere fin sotto la stazione termini a prendere la metro impieghi un quarto d’ora, poi, per risalire in superficie in piazza della Repubblica altri dieci minuti.. in totale, venticinque minuti per fare trecento metri; uscire dalla scalata “scale mobili”, accendersi una sigaretta e trovarsi davanti una stazione dei treni uguale uguale a quella di mezz’ora prima.. E pensando a sta cosa che dovrebbe far ridere si sono fatte le otto e venti. Lo scenario qui è spettacolare. La stazione centrale di Roma è sempre così piena di gente, e così colorata che ti mette allegria. I piccioni, in qualunque momento dell’anno stanno li a spaccarti le palle con il loro canto e a rendere tutti dei londinesi.. sempre a spasso con l’ombrello.. ma vederli nel cielo muoversi armoniosamente a darti il benvenuto è una scena suggestiva e piacevole. A Milano in piazza Duomo i piccioni sono dei rompicoglioni e basta. Il 38 è il prossimo autobus che mi porterà definitivamente a destinazione, anche se in


realtà posso anche prendere il 217 o il 92 o il .. adesso mi sfugge .. che mi portano tutti in zona piazza Fiume. E’ interessante la questione di più vetture che fanno lo stesso percorso, perché qui entrano in gioco loro, le vittime del tempo che scorre inesorabile senza lasciarti neppure il tempo di respirare. Loro, che devono essere .. alle nove? .. in perfetta puntualità sul posto di lavoro.. seh .. semmai per essere puntuali, tutti quanti, al bar dove vado a prendere il caffè io tutte le mattine, di fretta, di frettissima per poi fermarsi dieci minuti sul bancone a bere mezzo centimetro di caffè ristretto. Gli Impiegati. “Mannaggia al clero!” direbbe un mio carissimo amico. Eccoli quindi su una fila, piazzati di fronte al 92,38,217 e 312 –mi sembraaspettando che salga un conducente su uno di essi per correre presto sul primo che parte.. io me ne sto a prendere posto sul 38 che mi ferma proprio davanti a lavoro in via Velletri e faccio due occhiate alla tipa che sta seduta due posti più in la. Forse è francese, e nonostante i francesi non mi vadano troppo a genio, questa ragazza merita proprio approvazione. Lei.. che mi crediate o no.. ricambia la mia occhiata con un bel sorriso, e allora capisco che non può che essere straniera, perché un’italiana se la sarebbe tirata fino al colletto della camicia col broncio sul viso di quella a cui dici “Che bel culo!”. Quindi, felice che il mio viso ha ripreso conoscenza e quindi posso cominciare a sentirmi di nuovo parte di una umanità lontana dai problemi dell’alcolismo, osservo per questi ultimi dieci minuti di viaggio i passeggeri del trentotto, dopo chiaramente aver sorriso, come ogni mattina, del “pronti.. via!” di quegli impiegati che fortunatamente sono saliti brontolando e sbuffando per l’attesa sul 217 che ha chiuso le porte quattro secondi e mezzo prima del 38. Bene, ora i discorsi si fanno più intensi, e la gente, che qui adesso manca dei Bondù, si mette a fare apprezzamenti su quello e l’altro progetto di lavoro, a lamentarsi del tempo o ad imprecare con il conducente per il solito ritardo dei mezzi pubblici “de Roma”. Anche questa mattina c’è la solita barbona di via Goito, quella col carrello della spesa del GS stracolmo di buste con dentro chissà che cosa. Fa un caldo pazzesco, ma lei è sempre vestita di tutti quegli stracci.. poveretta. Su piazza Fiume le zingare lavavetri scassano le palle a conducenti e gente a piedi, mentre qualcuno dei loro figli sta già rubando qualche portafoglio. Routine. Poi scendo in via Velletri. Questa zona, per capirci è quella vicina a villa Borghese, al Piper, all’Alien e alla nota Facoltà di Scienze politiche.. il covo degli studenti-comunisti-borghesifacciadaculo più famosi di via Salaria, famosi e conosciuti quanto le baldracche che di sera costellano la stessa via. Il bar dove prendo il caffè sta sull’angolo di un palazzone grosso e antico. Ci sono sempre tre o quattro barman fighe ed Enrico, che per la mia sempre generosa mancia, la sera mi fa un po’ di sconto sulla birra, oppure mi offre un ciupito. Chiaramente chi starà occupando il bancone di venti metri per parlare e parlare prima di andare a lavoro sono gli impiegati.. ed io sarò costretto a farmi passare il caffè da Elisa, che con quel suo sorriso manco mi fa pensare che dovrò lavorare, e passandomi il caffè mi fa pure l’occhiolino e mi bisbiglia.. “Lavori stasera? Perché forse passo con una mia amica a mangiare la pizza da voi.. se non ci sei vado all’altra pizzeria..”


altro occhiolino “Si, oggi faccio la lunga.. ” nel gergo, faccio sia il turno di mattina che quello serale “.. e comunque, sai che se non ci sono io, gli altri sanno che sei mia amica.” non potevo spassionatamente non ricambiare l’occhiolino pure io, vi pare. A questo punto si sarà capito che sono un gran figo, quindi, basta con gli incontri fascinosi. Nemmeno ci penso, anzi, me l’ero quasi scordato, ecco entrare dalla porta del bar il Bondù che vende i Compact Disk e DVD pirata.. “Hey, fratello!” riferendosi a me “Come va fratello?” e come consueto ci si sbatte il palmo della mano, la si fa scivolare indietro per chiudere il pugno e sbatterlo amichevolmente su quello dell’altro “Bene, come ogni mattina, più o meno..” ma chiaramente lui deve provarci pure questa, di mattina: e allora: incurante del mio solito no al quale avrebbe già dovuto ormai fare abitudine “Guarda cosa mi è arrivato di nuovo.. questa è roba caldissima fratello!” perché me lo chiede ogni mattina? Ed io, impugnando uno sbuffo e guardandolo con la solita faccia dello scazzato “Lo sai, io compro solo CD originali, i tuoi non li voglio, scusami, ma non ne compro.. ” ma essendo troppo un buono io “.. se vuoi, ti offro un caffè.” Offerto. Questo, fa davvero schifo, e manco so perché tutte le mattine vengo a prenderlo in questo bar. Si, ci vengo per Elisa. Ad ogni modo, sono trascorsi importanti minuti, in cui il mio scarso senso dell’umorismo fino a qui cercato di comunicare, ha perso ogni sua anche minima ispirazione. Non è perché sto per andare a lavoro, ma perché adesso mi toccherà passare del tempo con persone che non mi vanno tanto a genio. Stamattina, il mio amico, nonché vicedirettore Marko, non è in servizio, quindi, diciamo che mi sento un po’ solo. Non voglio dire che i napoletani siano tutte persone cattive: è che queste che mi sono capitate sono molto ambigue, tutto qua: dei terroni un po’ diversi da noi Calabresi: hanno espressioni molto teatrali e divertenti, ma non capiscono quando lo scherzo si è spinto troppo in là. Ma ecco le prime urla mentre sto pagando i due caffè.. “We!! Giannì! Buongiorno!” .. calma .. “L’hai già bevuto il caffè Giannino?” ed io “si” .. odio che mi si chiami con diminuitivi diversi da Gio .. “Ci stai tu oggi? Ma sei di lunga?” “si”


“Hai fatto festa ieri eh? Giannì!!” .. e a pensare che per le prossime sei o sette ore, prima della pausa delle tre non sentirò che gridare sto qua .. “si” .. mi verrebbe voglia di scappare simulando un cagotto di quelli tremendi, da influenza che ti tiene a letto almeno un mese .. Ebbene, ancora sono in anticipo, ma già vorrei essere chiuso in bagno coi guanti in lattice a lustrare il cesso: ho mal di testa: non voglio stare a lavoro. Le nove e quarantacinque. Sebbene si attacca a lavoro alle dieci, essendo già qui si apre, così che ci resti magari un dieci minuti alla fine della preparazione della sala per fumare una sigaretta. Macchina del caffè: in azione: il forno a legna: si lascia respirare cosicché la brace di ieri sera comincia a scaldare: due pezzi di legno: messi. Caffè e sigaretta seduto sbracato su una sedia fuori fra i tavoli della sala esterna a guardare, come ogni mattina, la commessa del negozio di abiti che sta di fronte al ristorante. Ed il secondo collega arriva rumor .. “Giannino!!” .. calma. La sala piano piano è al completo, quindi con la rapidità di ogni mattina, tra una sigaretta e una battuta, un insulto ed un pettegolezzo, si procede rapidamente verso l’apertura al pubblico. Il telefono. “Giannino? Rispondi tu?” “si” .. e come ogni mattina “Ristorante Napoletano, buongiorno!” “Tre persone alle dodici e trenta” .. calma .. “si” “un tavolo lontano dalla porta” “si, che nome?” “Solaro” “Bene, a dopo” “…” .. faccina .. questo che essere poteva essere se non un impiegato? Ma esco dal ristorante brontolando contro Solaro e compagni, che alla porta .. “Sei persone alle dodici e quarantacinque, CGL” .. “si..” .. calma .. perché tanto saltargli al collo mi avrebbe solo recato problemi. “Amico!” non adesso, ti prego, no .. “Allora! Guarda bei calzini! Guarda malliette di cotone!..” trattasi ovviamente del Bondù che vende i calzini .. “No grazie, Bondù, ho già tutto, ciao!” Piano sarebbero passati: il bondù degli accendini, quello che lava i vetri, quello che vende quei cosi in legno per fumare la droga –detta così mi rende completamente ignorante alla cosa, ma è solo per salvarmi dall’eventuale lettura di questo testo da parte della mamma- il Bondù dei Compact Disk, quello delle sigarette.. delle statuette.. mai due uguali, che strano. Telefono. Indovina chi va a rispondere.. “Si?” vediamo così che succede “Ristorante Napoletano?” “Mhm” “Chi è, Giovanni?” .. porca miseria, mi si chiama per nome? ..


“Si!?” .. e con mia felicità .. “Carissimo!! Sono Infantino! Oggi ti porto tre colleghe davvero da piedistallo, e basta. Un posto per noi ci sta?” .. “Già tutto pieno Simone, oggi, per te non c’è nulla.. mi spiace.” .. ma con Simone non c’è gusto a fare degli scherzi .. “Ok ok, non c’è problema, grazie Giovanni.” Il posto chiaramente resta prenotato a suo nome, e lui si presenterà sapendo che il tavolo ci sarà. Telefono; firma qualche bolla; via la polvere da sopra il bancone del bar; altro caffè; altra paglia: sono le dieci e venticinque. Raccolgo i miei ultimi pensieri sperando di avere ancora qualcosa da raccontare. Ripasso quello che resta da fare, cercando fra cartacce modo di fare spazio nel cassettino dei documenti, ricevute, scontrini .. altro da dire non c’è .. “Buongiorno.” questo alla porta lo conosco.. “Buongiorno, mi dica.” e lui, quasi mi avesse riconosciuto, fa un’espressione misto sorpresa imbarazzo .. “Si, un tavolo per l’una c’è? Per sei persone, a nome Trippa .. ” ed io “Si, lo prenoto subito.” Cortese ed educato, pure se a me pare proprio un altro impiegato.. ah si, è il tipo di prima nel tram. Lo seguo con lo sguardo mentre si allontana in via Velletri, verso il ristorante cinese di Chéng. Gira l’angolo. Lui scompare, ma io, che sul serio adesso non so più che dire, controllo l’ora e mi porto la mano sul capo, grattando con cura la testa; ho in faccia l’espressione di uno perduto. “Giannì?!” mi chiamano. Torno in sala e riprendo il mio lavoro. Volto ancora una volta lo sguardo verso quell’angolo di via Velletri. Poi spengo i miei pensieri definitivamente. Stanco. Già così stanco e incazzato alle dieci e trenta del mattino. E’ una città stancante la Capitale, mi ripeto, è una città pesante. Punto. Questo è quanto serve a spiegare l’uomo di Roma. Perché non saprei che altro dire? No, niente affatto. Proprio perché questa è Roma. Mancheranno i racconti delle serate a Testaccio? Bah, due o tre drink dico io; il giorno dopo un gran mal di testa. Il lungo Tevere e il Gianicolo? E chi può passeggiarci se non l’impiegato ed il turista. Cinecittà? Un altro pianeta. I centri sociali? Perché forse di criminali, terroni e comunisti non viene fuori nulla da ciò che ho già detto? Insomma, non è che voglia essere riduttivo, questa è la grande città che fu impero. Una città che nella sua bruttezza ha ancora però da servire qualche piacere alla Milano di oggi. La grande città della fretta in cui da poco più di due anni son finito a vivere. La gente scappa. Come eternamente in ritardo all’appuntamento della loro vita porta avanti le lancette dell’orologio. A stento ti rivolge la parola, perché non so per quale assurda ragione diffida di chiunque a meno che non faccia parte delle sue conoscenze più strette. Ti guarda con l’espressione da semplice puzza sotto il naso, se per caso


una risata più animata la scambi al telefono, o con un amico in luogo pubblico. Il milanese è sei giorni su sette ospite di una festa di compleanno di cui dovrà pagare ciò che consuma portando pure un regalino. Alle otto svegli. Alle otto e cinque in ritardo. A lavoro per le nove con la voglia matta di andare in pausa alle nove e cinque. Un’ora di pausa pranzo per avanzare animate discussioni di lavoro. Ancora a lavoro con la voglia di pausa, cinque minuti dopo lo stacco per il pranzo. Lavoro e ancora lavoro per tornare a casa e sentirsi gravare il peso di ciò che ci toccherà da fare appena tornati. Si esce? Si. C’è il compleanno del mio collega di lavoro. E via altri quindici euro per l’aperitivo super-INN. Sabato le faccende. Domenica leopardiana.. le feste.. gli amici.. il ritardo.. di corsa.. presto che si fa una bella serata.. dieci euro.. ma dai che forse nell’altro posto si risparmia.. la macchina nuova.. ritardi coi pagamenti.. le consegne.. il traffico.. le multe.. la zona a traffico limitata.. il vigile stronzo.. il negro.. lo zingaro.. troppa gente sulla metro.. troppa poca.. troppi scippi.. troppi stranieri.. quanti terroni.. il Duomo.. Cadorna FNM.. I navigli.. la macchina nuova.. l’aperitivo.. il tram.. Respiro. Ogni luogo in cui il nostro corpo resterà per più di un anno sarà la nostra prigione. La sua popolazione, il nostro motivo di fastidio. Un giorno sarà quello del sud, poi lo straniero. Quello che non la pensa come noi, poi l’autista del tram numero 3. Perdendoci sempre in inutili commenti, passeremo le nostre giornate a lamentarci di tutto, perché ciò che alla fine accomuna il popolo di Milano e quello di Roma è il continuo lagnarsi di ciò che la città ci sta togliendo, di quello che non ci offre, di ciò che continua a negarci. Un continuo complotto. Una cospirazione contro ogni noi stesso che non vuole accettare l’idea di essere uno stronzo pieno di pregiudizi, rompicoglioni e intollerante, stanco della stessa aria che respira. Perché alla fine la Bondù che lava le scale non ha imprecato contro di noi, ma ha esattamente avuto lo stesso stupido atteggiamento che abbiamo noi con uno straniero: si alza la voce e si dicono parole sgrammaticate, incomprensibili persino a noi, se da soli ce le pronunciassimo. Perché quella donna, magari indiana, africana, americana, non ci avrà detto altro che “Tranquillo, tanto dopo devo ripassarle le scale.” ma chiaramente noi, ottusi che siamo, non possiamo pensar che alle peggio parole. E così uguale per tutte le persone che in poche ore, quelle del mattino, credo anche le più importanti per iniziare al meglio una giornata, incontriamo. Dalla signora che passa col rosso, al lavavetri, all’impiegato al venditore abusivo di compact disk pirata. Magari proprio questo ragazzo, non troppo più grande di me, mi fermava tutte le mattine per cercare di farmi un poco di compagnia. A me, che alle nove del mattino, sembrava m’avesse travolto un uragano a buttarmi dal letto e non una sveglia. Lui voleva farmi compagnia, non rifilarmi qualcuno dei suoi CD, che diavolo, avrà capito che non ne compro.. mica è scemo! A quel barbone, che nella sua più completa solitudine, magari manco fumava, ma per scambiare due parole con un altro uomo si sarebbe fatto pure le pere. Siamo soli, perché soli vogliamo stare. Perché se sentiamo uno che ha l’accento di quello o l’altro posto siamo pronti a catalogarlo, stereotiparlo e criticarlo. Noi siamo i migliori. Quelli che la mattina si alzano e nonostante siano colpevoli del proprio stato comatoso non degnano di uno sguardo manco il proprio gatto e lasciano


che sia un altro a pulire la sua cacca. Escono di casa e cominciano a giudicare chiunque gli stia a più di un passo di distanza, lamentandosi di tutta quella gente intorno e poi piangere della propria solitudine. Ed un caffè ancora, tanto per amplificare il tutto. Poi la macchina, la tv, le scarpe e le cene, andando in fine a dormire ubriachi di cazzate che l’indomani ci strapperanno ogni voglia di scendere giù dal letto ad affrontare la giornata in maniera quantomeno civile. Gabriel, da canto suo non ha manco chiesto di venire a vivere con me e con la stessa gioia continuerà a sporcare la sabbietta, chiedere da mangiare e fare le fusa, del tutto disinteressato a ciò che al suo padrone insoddisfatto succede. Perché lui infondo è un gatto, e si sa, non fa certo distinzioni di colore o lunghezza del pelo. Cosa vuoi che ne sappia di quello che pensiamo noi. Noi, i migliori. Io, che vogliono ringraziare Roberto e Cristiana per il contributo alla massiccia e inconsapevole ispirazione che mi hanno dato nello scrivere questo testo. Io che voglio dimenticare che Roberto e Cristiana sono i miei docenti di Critica letteraria e antropologia culturale, perché chiamandoli per nome fingo in qualche modo che loro siano miei amici riuscendo a cancellare il fatto che di amici io non me ne son saputo fare in due anni che vivo a Milano. Delle due grandi città già in tanti ne hanno parlato e neppure del mio stile può farsene un autentico. E allora penso a Brizzi, della cui prosa mi sono cibato per tentare una fuga dal mio stile e calarmi nell’avventura di queste poche pagine. Testori che m’ha descritto Milano di anni fa, e che da allora non ha fatto che peggiorare. Bianciardi, che ancora su Milano, m’ha detto quanto basta per leggere fra le righe della storia di un impero il cui sovrano è fatto di carta di scambio. Palandri, che mi imbarazzò così tanto parlare con lui. Mai potrò scordare la vergogna che provai per la sconclusionata risposta che diedi alla sua domanda. La sveglia delle sette significa sonno, voglia di restare ancora qualche minuto fra le lenzuola ancora piene di quel sogno dal quale mai avrei voluto svegliarmi. Gabriel sta grattando sulla porta della stanza.. mi alzo “Hai già fame?”, e strusciandosi alle gambe nude avvinghia la coda morbida attorno al polpaccio e alza il capo. Ha il musetto ancora addormentato. La mia sveglia ha richiamato pure la sua di attenzione. Sigillo in fretta le narici con la pinza per i panni che tengo appesa su un chiodo in corridoio e corro a pulire la sabbietta già sporca. Apro le finestre per far cambiar l’aria, e salutando con un gesto della mano la signora delle pulizie che sta già giù in cortile, metto sul fuoco la bialetti. Sono le sette e mezzo. Esco di casa dopo aver preferito le fusa di Gabriel ad una doccia fresca. Chiudo il cancelletto del cortile di casa che dà su via Casilina. Il sole è ancora basso ma la gente è già tanta per strada. Una strada viva, in piedi e pronta per una nuova giornata. Avvicinandomi alla fermata del trenino che porta in stazione centrale mi giro una paglia, tanto per ammazzare il tempo d’attesa. Un uomo si avvicina. Mi guarda e.. “□□□□□□” Apro la mia bocca in un largo sorriso. Giovanni Talarico

Inuk è il singolare di Inuit.  

Primo capitolo di "Vado a riscaldare il passato"