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LEZIONE 06- Le Performances La Performance rappresenta una pratica artistica consistente in azioni (di arte, danza, musica, poesia, teatro) inscenate direttamente dall’artista o da altri soggetti da lui scelti, dal vivo, in tempo reale, alla presenza di un pubblico. Storicamente anticipata da alcune manifestazioni futuriste e dada e, negli anni Cinquanta, da esperienze del Gruppo Gutai e da operazioni di artisti come Y. Klein e P. Manzoni, la performance designa dai primi anni Sessanta un’ampia varietà di eventi e situazioni con cui gli spettatori possono essere invitati ad interagire: concerti Fluxus, azioni di Body Art, happening, interventi di Land Art e spettacoli di Teatro Sperimentale. Nel corso del decennio successivo il termine ha assunto una connotazione sempre più individuale, di radice concettuale. La documentazione della performance è affidata a immagini fotografiche, registrazioni audiovisive, video. Tra i performers di maggior rilievo si possono ricordare M. Abramovič, V. Acconci (Performance test, 1969), L. Anderson, H. Nitsch, Y. Ono, D. Oppenheim, G.Pane. Gina PANE

Gina Pane (Biarritz 1939-Parigi 1990) rappresenta uno delle più importanti esponenti della Body Art. Dopo un esordio astrattista-minimalista ed una serie di azioni a contatto con la natura (Terra protetta1970), esplorò la nozione di vulnerabilità attraverso performances di carattere rituale-sacrificale in cui si infliggeva sevizie e mutilazioni (ferendosi le braccia e le labbra con rasoi e mangiando carne avariata: Nutrimento 1971; Sangue/latte caldo,1972; Io, 1972) facendo

del proprio corpo il simbolo del “corpo sociale

anestetizzato dalla vita urbana e da una società che l’aliena” (Escalade non-anesthèsié, 1971) e sfidando la propria resistenza fisica e quella mentale degli spettatori. Con le Azioni


Sentimentali (1973-81, pianificate con testi e disegni preparatori) ritualizzava stati psicologici e relazioni ambivalenti, come il legame tra madre e figlio. Negli anni Ottanta proseguì la ricerca sulla corporeità attraverso installazioni murali, assemblaggi e sculture in metallo, legno e vetro (Partizioni) contraddistinte da riferimenti ai martiri cristiani assunti a simboli della sofferenza umana.

Gina Pane, Azione sentimentale, 1974

“Ora che siamo liberi possiamo tornare a sognare le catene.Mostrare fino in fondo le proprie debolezze fisiche e psichiche è l’unica strada che può permettere a molti di intervenire sulla propria vita.”

Gina Pane presenta sempre situazioni legate ad antecedenti ricordi che vengono tradotti nella pièce. Attraverso la Performance, l’autrice si libera da cariche di affetto bloccato in


maniera tanto intensa da rasentare il patogeno. Il grado di eccitazione arriva fino al limite del trauma. Si hanno scariche emozionali mediante le quali ci si chiede se l’autrice si libera del peso dell’evento traumatico o lo sistematizza per tesaurizzarle. Il tema è, spesso, quello di riempire un vuoto insostenibile, un vuoto-lutto, la perdita dell’oggetto amato. Vanessa BEECROFT

Vanessa Beecroft (Genova, 25 aprile 1969) è una artista italiana di fama internazionale. È considerata una delle artiste più innovative e accreditate nel panorama contemporaneo internazionale. Di madre italiana e padre inglese, ha trascorso parte della sua infanzia a Malcesine (sul lago di Garda). Tornata a Genova, dopo aver frequentato il Liceo Artistico del capoluogo ligure ed essersi diplomata all'Accademia Ligustica di Belle Arti, segue i corsi di spettacolo dell'Associazione “La Chiave” di Campopisano diretta da Mimmo Chianese; si iscrive alla facoltà di Architettura, per poi trasferirsi all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove si diploma nel 1993. Attualmente vive a lavora a New York, che l'artista stessa definisce «il primo paese in cui mi sono sentita casa». La scelta espressiva della Beecroft maturata fin da giovanissima è stata quella di pensare e realizzare performance, utilizzando il corpo di giovani donne più o meno nude, questo straordinario materiale umano viene da lei mosso, secondo precise coreografie, come su una scacchiera invisibile, con opportuni commenti musicali o con lo studiato variare delle luci. Ciascuna delle partecipanti deve attenersi con scrupolo a una serie di precise e inderogabili norme che l'artista impone prima di ciascuna azione, per comporre dei veri e propri "quadri viventi", esposte in gallerie e musei di arte contemporanea. L'artista pone al centro della propria riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del volubile mondo della moda. Private di ogni possibilità di dialogo o di relazione, le modelle appaiono congelate al di là di un'invisibile barriera. Al tempo stesso il loro mutismo e il loro totale isolamento producono lo strano effetto di far rimbalzare lo sguardo di chi guarda su sé stesso, trovandosi in una situazione di disagio.


Segnalata da Giacinto Di Pietrantonio, ha tenuto la sua prima mostra personale nel 1994 presso la Galleria Fac-Simile a Milano dove esponeva anche il suo compagno Miltos Manetas. Dalle parole dell’Artista possiamo apprendere i tratti salienti del suo operare: «Lascio che la componente aleatoria di una performance crei momenti non previsti, non perché io ami il caos, ma perché non lo posso evitare.» (Vanessa Beecroft. Performances 1993-2003, catalogo della mostra, Skira, Milano, 2003, pag. 183.)

VB21 entità “cadute sulla Terra” Dea Madre, forza creatrice e trasformatrice (la stessa artista appare in stato di gravidanza avanzata), professioniste o donne comuni, dall’incarnato diafano o scure di pelle, dalle chiome fluenti alla Maddalena o quasi calve (effetto ottenuto facendo indossare cuffie che nascondono completamente i capelli). Nudità del femminile in natura e nudità dell’icona: la carne e gli accessori, le scarpe (disegnate dallo stilista austriaco Helmut Lang) con lacci alla caviglia e tacchi che affondano nella viva terra di campo.

Il caos: impossibile evitarlo. Dalle patologie del corpo nascoste negli anfratti del quotidiano o spettacolarizzate dalla moda, dal fascino oscuro delle uniformi militari, Vanessa Beecroft è passata allo studio dei cicli vitali: crescita, formazione e invecchiamento, attraverso la collazione di tableaux vivants con gruppi eterogenei di donne, colte in età e atteggiamenti diversi.


Della performance realizzata, oggi ci rimane un gruppo di grandi fotografie e il video realizzati nel 2004 al Tepidarium del Giardino dell'Orticultura di Firenze (la più grande serra ottocentesca d’Italia, opera dell’architetto inglese Giacomo Roster) sotto l’egida della Fondazione Pitti Immagine Discovery. L’impianto scenografico è rigoroso e solenne. Le modelle, dapprima immortalate in posizione eretta e raccolte in un gruppo unico (sorta di cerchio magico che risulta allo stesso tempo fuori e dentro di sé), si isolano e si lasciano progressivamente cadere al suolo diventandone parte come in una cerimonia tribale, un atto di ricongiunzione con il mondo del sensibile, la fonte originaria. Infinitamente attratte. Indissolubilmente legate – sciolto ogni legame con l’altro da sé - come per un ancestrale incantesimo. Vengono in mente tanto i bellissimi versi di Baudelaire in Ciel brouillé: “Tu ressembles parfois à ces beaux horizons / Qu’allument les soleils des brumeuses saisons…“ quanto le osservazioni di Paul Virilio nel saggio La Macchina che vede (SugarCo, Milano, 1989, p.130): “L’immagine fàtica che si impone all’attenzione e trattiene lo sguardo non è più un’immagine potente ma un cliché che cerca, alla stessa stregua del fotogramma cinematografico, di inscriversi in uno svolgimento temporale in cui ormai l’ottica e la cinematica si confondono.“ Enigmatico è il rapporto che si instaura con lo sguardo estraneo, con lo spettatore-voyeur,

ospite

anonimo

spiazzato da un effetto di resistenza dell’insieme: arbitrarietà del feticcio che non rappresenta e non duplica nessuna

cosa

disorientamento rivendicando propria

provocando percettivo

e

capricciosamente

una

autonomia.

Negazione

seducente che lambisce il concetto stesso di esistenza nel momento in cui si configura

come

dimensione differente.

soglia

di una


«Non parlate, non interagite con gli altri, non bisbigliate, non ridete, non muovetevi teatralmente, siate semplici, siate naturali, siate distaccate, siate classiche, siate inapprocciabilI (…)» (in Vanessa Beecroft. Performances 1993-2003, op. cit.). Se il discorso si sposta sul piano della ricerca identitaria, vale ancora quanto rilasciato a Laura Stefani nel corso di un’intervista apparsa sulla rivista Flair nell’ottobre 2003: «Il riferimento autobiografico è il modo più diretto e spontaneo che ho a disposizione per creare, uso me stessa come esempio per un discorso che, una volta trasferito sul piano artistico, riesce a diventare universale». Chiarissimi i rimandi/omaggi ai dipinti di Botticelli e di Filippino Lippi. Il Quattrocento dell’arte italiana (periodo di riscoperta della rappresentazione del paesaggio, di una superficie fisica come preparazione della superficie metafisica) catapultato nel nuovo millennio. «La terra rappresenta un riferimento alla Land art», ha dichiarato la stessa Artista nell’intervista.


La prima performance realizzata dall’Artista è documentata in una videocassetta vhs: il Libro del cibo (1985-1993), un video basato sulla lista di ogni cibo ingerito dall’artista in otto anni a testimonianza di una lotta personale contro l'anoressia. Seguono le esposizioni nei più importanti musei del pianeta: il Guggenheim di New York (1998) e la Kunsthalle di Vienna (2000); le partecipazioni alla Biennale di Venezia (1997, 2001) e alle Biennali del Whitney Museum of American Art, di Sidney e di San Paolo (2002). Tra le mostre ed esposizioni, meritano menzione 'Winter of Love' (Long Island NY,1994), 'Everything that's Interesting is New: The Dakis Joannou Collection' (Atene, 1996), 'Traffic' (Bordeaux, 1996), 'Persona' (Chicago, 1996), 'Fatto in Italia/Made in Italy’ (Ginevra e Londra, 1997), 'Truce: Echoes of Art in Age of Endless Conclusions' (Santa Fe, 1997) e 'Wounds, Between Democracy and Redemption in Contemporary Art' (Stoccolma, 1998). Risultano più discutibili le “americanate” di VB 42 (2000), messa in scena dopo un lungo iter di burocrazia militare utilizzando soldati ed ufficiali dei corpi speciali della Navy statunitense e VB GDW (2000), attuata a Portofino durante il suo matrimonio della Beecroft con Greg Durkin: qui il glamour entra nel territorio della boutique barocca, diventa pura pacchianeria mediatica modello Jeff Koons spargendo in giro un odore pungente di (auto)agiografia ai confini del divismo. Più apprezzate dalla critica le performances: VB 48 che rappresenta un’esibizione realizzata nel 2001 al Palazzo Ducale di Genova, con performers somiglianti a clandestine nigeriane viste nella città ligure; VB 51 (2002), al Castello di Vinsebeck in Germania con la partecipazione delle attrici tedesche Hanna Schygulla e Irm Hermann, infine lo splendido Sister Project (realizzato insieme allo svizzero Harald Szeemann, curatore indipendente di mostre scomparso di recente), imponente calendario di 12 stampe lunghe tre metri e mezzo ciascuna, che raffigurano i mutamenti stagionali e degli umori di una donna nell’arco di un anno.


Alcuni temi affrontati: La metamorfosi della donna-statua A Palermo presso la Galleria d'arte moderna una mostra racconta la sessantaduesima performance dell'artista genovese (VB 62) che celebra i corpi delle donne. In scena ci sono venti modelle nude e tredici calchi in gesso per riflettere sul rapporto vitamorte.

Questa performance consiste in una “mise-en-espase� realizzata nella incompiuta chiesa di Santa Maria dello Spasimo a Palermo, luogo storico che nel Seicento fu


utilizzato come lazzaretto per gli appestati e oggi è reso ancora più pittoresco dagli ailanti che crescono sotto la volta priva di tetto. In scena, i corpi reali di venti ragazze nude accanto a tredici loro simulacri, a statue cioè che la Beecroft ha fatto realizzare dal calco in gesso eseguito sui corpi vivi di alcune donne, invitate ad assumere pose differenziare, ma con la caratteristica di mantenere un realismo naturale, fissato quindi nel tempo e nello spazio.

VB62 di Vanessa Beecroft Galleria d’Arte Moderna di Palermo, Chiesa di Santa Maria dello Spasimo


Corpi autentici e cloni d'autore appaiono uniti in un biancore assoluto, simile al colore del lutto per i Sufi. "Le sculture sembreranno modelle dormienti - dice Riccardo Lisi - e come nella Genesi solo il respiro darà vita a ciò che appare inanimato". Il percorso espositivo propone le sculture, nate dalla collaborazione con maestranze locali e in particolare, con gli scultori Giuseppe Agnello, Salvatore Rizzati, Antonio Rizzo e Erika Compagnone, accompagnate da un girato senza montaggio della durata di mezz'ora, che racconta il lavoro svolto allo Spasimo e che riassume le fasi più salienti della performance, svoltasi lungo l'arco di tre ore. Dunque, "VB62", dove V e B sono le iniziali, mentre il numero 62 corrisponde alla sessantaduesima performance della sua carriera. Beecroft, intitola i suoi interventi sulla base di una numerazione progressiva in quanto sostiene - sono da considerarsi tutte un'unica opera. La mostra, dunque, vuole rivelare l'essenza figurativa e scultorea di tutta la sua pratica artistica. Scultura e performance si attuano in questo altare sacro dell'apparire, e vengono ulteriormente stigmatizzati con la ripresa video e la fotografia, espedienti mediatici che completano da sempre l'"eternità" il suo lavoro. Costante del suo fare artistico è l'immagine della donna, perché Vanessa Beecroft fa della condizione femminile l'ampio territorio della sua ricerca, utilizzando come materiale primario il corpo stesso della donna. E' con questo mezzo che l’Artista affronta alcuni degli aspetti più controversi della realtà sociale e culturale contemporanea tra cui il rapporto con il cibo e la sessualità e l'ossessione per la bellezza e la forma fisica. Fino alle sue conseguenze più tragiche che scadono nell'anoressia. E va avanti con questo criterio dalla sua prima performance, realizzata all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha studiato dall'88 al '93, con cui presentava il suo "libro del cibo". In quell'occasione reclutò trenta ragazze, tra conoscenti e incontri casuali, variamente abbigliate, con una metodica attenzione per il rosso, giallo, rosa, bianco e nero, tutte donne scelte in base alla loro somiglianza a precise tipologie che l'artista

mette

in

luce

insistendo

su

ossessioni

di

natura

alimentare.


Col tempo, le pseudo-attrici delle sue performance sono diventate modelle professioniste, che vedono il coinvolgimento a regola d'arte di truccatori ed acconciatori, uno staff sui generis indispensabile per affrontare in modo diretto i temi centrali della cultura contemporanea come il corpo e la sessualità, l'identità e la molteplicità, mescolando fascino glamour alla storia dell'arte. Come sempre accade nelle complesse performance di Vanessa Beecroft, anche in VB62 si possono riconoscere, nelle pose e nella esecuzione plastica delle donne, autorevoli riferimenti alla tradizione scultorea rinascimentale siciliana. "Nell'ideare questo progetto - racconta Riccardo Lisi - si è sentita stimolata anche dall'eleganza barocca degli stucchi modellati da un grande palermitano, Giacomo Serpotta, oltreché da un suo notevolissimo antecedente, Francesco Laurana, che operò a Palermo per cinque anni, due secoli prima di Serpotta. Grazie alla tecnica del calco, le sculture realizzate da Vanessa Beecroft son caratterizzate da un realismo naturale e moderno. La superficie del gesso è stata trattata e lisciata fino a ricordare il nitore del marmo". http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/beecroft-palermo

La crudeltà accettata nel Darfur

Alla Biennale di Venezia dell’ anno precedente (VB 61), la Beecroft aveva regalato al pubblico un momento di meditativa e compassata adrenalina, allestendo nella Pescheria di Ponte Rialto una simbolica e spettacolare mattanza di corpi di donne di colore come un manifesto brutale e sfrontato dei genocidi nel Darfur. Una monumentale tela bianca stesa a terra accoglieva decine e decine di donne in pose tragiche o rassegnate su cui lei riversava ad arte, secondo una personale visione cromatica e scenografica, quasi in una danza mistica e sacrale, avanzando lentamente tra un corpo e un altro, litri e litri di


liquido rosso, una densa sostanza color del sangue che ad ogni tocco faceva rabbrividire.

Vanessa Beecroft. vb61.399.nt vb61 Still Death! Darfur Still Deaf?, Venezia 2007 stampa cromogenica digitale su alluminio e plexiglas cm 180x230 edizione 1/6 courtesy Galleria Lia Rumma, Napoli - Milano e Galleria Massimo Minini, Brescia foto Nic Tenwinggenhorn Š2007 Vanessa Beecroft

Performance VB 62


ARTE CONTEMPORANEA E MOVIMENTO

Elastic Group of Artistic Research Alexandro Ladaga e Silvia Manteiga Ricerca sul dinamismo: Utilizzano qualsiasi mezzo tecnologico che gli consente di esprimere l’immagine in movimento. Opera: Video portraits (2006) ELASTIC Group of Artistic Research è un duo composto da Alexandro Ladaga e Silvia mantenga che presentano alla Ierimonti Gallery una video installazione sul tema della “riflessione”, sia intesa in senso letterale che metaforico: tre video, specchi come supporto dell’opera, un accompagnamento sonoro insieme ironico e destabilizzante, buffo e ossessivo. ELASTIC Group of Artistic Research si propongono alla scena artistica internazionale con opere caratterizzate da forti aspetti concettuali, frutto di un’attenta analisi della realtà circostante. La spiccata attitudine e sensibilità nei confronti dei mezzi tecnologici e della loro evoluzione fa di questi artisti due interpreti attenti della modernità e delle sue mille sfaccettature. La loro produzione ha come obiettivo a servire da spunto di riflessione per arrivare da soli alla propria personale soluzione. Da qui si evince quanto sia radicato nel modo di operare del duo, il motto che fu di Duchamp:”L’arte la fa il pubblico”. Da qui la loro attenzione estrema verso la reciprocità di rapporti fra prodotto artistico e spettatore, il quale viene spesso coinvolto, anche in modo interattivo, in quello che sono le video installazioni, trasformandosi a sua volta in parte dell’opera d’arte. Alexandro Ladaga e Silvia Manteiga lavorano con i media digitali, video, suono, animazione, per la creazione di installazioni site specific e public art capaci di unire i linguaggi della tecnologia piu’ recente al pensiero filosofico. Hanno fondato ELASTIC Group of Artistic Research nel 1999. Sono stati invitati a numerose esposizioni internazionali in spazi pubblici e privati in Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Francia, Gran Bretagna, Austria, Olanda, Belgio, Polonia, Bulgaria, Turchia, Grecia, Cile, Cuba, Brasile, Canada, Giappone, Russia, USA, Corea. Sono autori del libro Strati Mobili.

Off Nibroll Ricerca sul dinamismo: Keisuke Takahashi, videomaker, e Mikuni Yanaihara, coreografa e danzatrice, sono i componenti di Off Nibroll, un duo di artisti giapponesi che combinano danza e video arte, un progetto ambizioso ed insolito, che si propone di inserire la danza nel contesto dei musei e delle gallerie, come performance integrativa al video. In occasione del vernissage della mostra “Dry flower”, la Ierimonti Gallery ospiterà la performance di danza di Mikuni Yanaihara: un modo per avvicinare, nel vero senso della parola, il pubblico al danzatore, per far sì che il movimento venga vissuto e percepito più da vicino


Opera: Dry Flower , (2007).

Un solo balzo aldilà della porta e già ci troviamo dentro lo spazio piccolo e curato della Ierimonti Gallery, galleria di Milano, che attualmente ospita in una personale il duo giapponese Off Nibroll. A presentare la ricerca di Keisuke Takahashi, videomaker, e Mikuni Yanaihara, coreografa e danzatrice, sono tre video che combinano danza e videoarte in un connubio poetico, sublimato dal fascino dei simboli orientali. Il ‘combo’ prende il nome da un medicinale giapponese, il Nibroll appunto, che negli ultimi anni è stato ritirato dal mercato per le sue controindicazioni dagli effetti allucinogeni. Non è un caso che le atmosfere dei video di Off Nibroll si compongano di colori, suoni e immagini che in qualche modo ci riportano ad una dimensione fantastica, avulsa dalla realtà, proiettata in altri tempi e altri spazi altri.

Dry Flower, che dà il titolo alla mostra, è un video che rievoca vita e morte attraverso soluzioni formali e concettuali prese dalla tradizione giapponese. In particolare da un gioco educativo, che si fa coi bambini per insegnare loro che il ciclo di un essere vivente si compone di fasi che iniziano con la nascita e si concludono con la morte. Nel video due figure, al ritmo cadenzato di una musica elettronica, spostano su un tavolo due bicchieri, capovolgendoli e muovendoli per scoprire prima fiori e poi animali, stormi di uccelli, branchi di pesci, gruppi di cerbiatti. Immagini digitalizzate, e fiabesche, che si muovono sullo schermo come le fantasie di un bambino, creando sinergie con le figure che in modo sincopato improvvisano sequenze inmovimento sulla scena. Pubblic = un + public. Il video, sullo schermo allestito su un modulo quadrato di specchi sul pavimento, riflette tutta la brillantezza del supporto, coinvolgendo lo spettatore in una danza evanescente che vede figure in negativo compiere movimenti dolci e rarefatti. I corpi si dissolvono, e prendono la forma delle rondini, che paiono migrare verso mete lontane, mentre volteggiano nell’aria come ballerine sospese.


Nella parete di fronte, No direction every day. Una composizione di tre video, in cui sagome bianche di figure umane, si muovono nello scenario bucolico e naturale. Anche qui, la dimensione favolistica racconta in una sequenza narrativa la nascita di un paesaggio. Mani che si intrecciano a far crescere rami, foglie e poi alberi. Con estrema leggerezza e con tocchi precisi, l’immaginario si trasforma: boschi e foreste si costruiscono secondo una gestualità che ricorda quella dell’ideogramma. Il video è qui presentato per la prima volta in Europa, e sarà visibile nella prossima edizione di Invideo Festival, in programma allo spazio Oberdan di Milano. Ancora una volta, la ricerca di Off Nibroll tocca il tema della caducità della vita, ma in una dimensione sognante e gioiosa che ci costringe a guardare oltre il nostro sguardo, a ricercare dentro, in profondità, il contatto con l’anima.


PerformBeecroft  

caldo,1972; Io, 1972) facendo del proprio corpo il simbolo del “corpo sociale La Performance rappresenta una pratica artistica consistente...

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