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BOLLETTINO DIOCESANO

l’Odegitria

Anno LXXXVI n. 6

Bollettino Diocesano

6-2010

Arcidiocesi di Bari - Bitonto • Largo S. Sabino, 7 • 70122 Bari Arcivescovado: Tel.: 080 5214166 Curia Metropolitana: Tel.: 080 5288111 Fax: 080 5244450 • 080 5288250 www.arcidiocesibaribitonto.it • e-mail: curia@odegitria.bari.it

Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 Spedizione in abbonamento postale comma 20/c art. 2 L. 662/96 Filiale di Bari

Novembre - Dicembre 2010


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXVI - N. 6 - Novembre - Dicembre 2010 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari-Bitonto P.zza Odegitria - 70122 Bari - Tel. 080/5288211 - Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it - e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl - 70123 Bari - Tel. 080.5797843 - Fax 080.9190596 www.ecumenicaeditrice.it - info@ecumenicaeditrice.it


SOMMARIO ORDINAZIONE EPISCOPALE DI S.E. MONS. VITO ANGIULI, VESCOVO DI UGENTO-S. MARIA DI LEUCA

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Omelia di S.Ecc. Mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto

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«In laudem gloriae». Ringraziamenti di S.Ecc. Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca

715

Descrizione dello stemma episcopale di S.E. Mons. Vito Angiuli

721

DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio ai partecipanti alla LXII Assemblea generale dei vescovi italiani Discorso alla Curia romana

725 731

DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Comunicato finale dei lavori della LXII Assemblea generale Messaggio della Presidenza per l’insegnamento della religione cattolica

741 749

DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF

751

CURIA METROPOLITANA Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti

755

Settore Laicato. Assemblea CDAL “Chiesa e Mezzogiorno”: intervento di Vito Micunco, direttore dell’Ufficio Mondo sociale e del lavoro, in preparazione al Convegno regionale sul laicato

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709


CONSIGLI DIOCESANI Consiglio Presbiterale diocesano Verbale della riunione del 21 ottobre 2010

767

FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE Nel vuoto di ragione anche la fede ci perde: il Convegno della Facoltà Teologica Pugliese

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ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 “A Cesare e/o a Dio. Riflessioni teologiche sulla laicità”: prolusione del prof. Giuseppe Lorizio Relazione introduttiva sulle attività dell’Istituto

777 800

PUBBLICAZIONI

809

NELLA PACE DEL SIGNORE Don Giuseppe Di Mauro

815

DIARIO DELL’ARCIVESCOVO

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Novembre 2010 Dicembre 2010

819 821

INDICE GENERALE DELL’ANNATA

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

ORDINAZIONE EPISCOPALE Ordinazione episcopale di S.E. Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca* La sera di sabato 4 dicembre 2010, I Vespri della II Domenica di Avvento, nella Cattedrale di Bari, S. Ecc. Mons. Vito Angiuli, Vescovo eletto di UgentoS. Maria di Leuca, e già Pro Vicario generale della nostra Arcidiocesi, durante una solenne concelebrazione eucaristica ha ricevuto l’ordinazione episcopale. Presenti S. Em. il signor Cardinale Salvatore De Giorgi e il Nunzio Apostolico S. Ecc. Mons. Bruno Musarò, la celebrazione è stata presieduta da S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo Metropolita di BariBitonto, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese, che è stato anche il consacrante principale, assistito dai conconsacranti S. Ecc. Mons. Benigno Papa, Arcivescovo Metropolita di Taranto, e S. Ecc. Mons. Domenico D’Ambrosio, Arcivescovo Metropolita di Lecce. L’eletto è stato presentato dall’Amministratore diocesano di UgentoS. Maria di Leuca, mons. Gerardo Antonazzo. Hanno assistito al rito di ordinazione numerosi arcivescovi e vescovi; hanno concelebrato numerosi sacerdoti, molti dei quali appartenenti alla diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca, ed erano presenti diaconi permanenti, seminaristi, consacrati, consacrate e fedeli laici. Fotografie di Michele Cassano.

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Omelia nella Messa di Ordinazione Episcopale

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“Amicus sponsi”, amico dello sposo, così chiama il vescovo il santo pastore e dottore Agostino (Serm. 46,30). Ti auguro, carissimo don Vito, di farti illuminare, in tutta la tua vita e nel tuo ministero, dalla testimonianza del vescovo di Ippona. Di lui «un po’ tutti nella chiesa ci sentiamo discepoli e figli» (Giovanni Paolo II). “Amico dello sposo”: così soprattutto vorrei che ti considerassi in questo giorno solenne e decisivo della tua vita. Ben sai che quest’immagine di “amico dello sposo” appartiene a Giovanni Battista, la cui «voce» potente risuona con forza in questa assemblea nel tempo dell’Avvento. Prima di essere «gettato in prigione» (Gv 3,24), «sul finire della sua missione» (At 13,25), il Precursore, nel racconto dell’evangelista Giovanni, pronuncia le sue ultime parole, che hanno quasi valore di testamento: «Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto “non sono io il Cristo”, ma “sono stato mandato avanti a lui”» (Gv 3,28). Ascolta ancora la «voce» del Battista che ti prepara ad accogliere la grazia del sommo sacerdozio: «lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io, invece, diminuire» (Gv 3,29-30). Le ultime parole di Giovanni Battista oggi


ORDINAZIONE EPISCOPALE devono diventare tue. Ancor più da oggi Lui, il Cristo, deve crescere e tu diminuire. Cristo è l’unico Sposo della Sua Chiesa. Quando, tra breve, ti consegnerò l’anello, mettendolo nel dito anulare della tua mano destra, ti dirò: «Ricevi l’anello, segno di fedeltà, e nell’integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la Santa Chiesa, sposa di Cristo». Se Cristo è lo Sposo e la Chiesa è la sua Sposa, S. Agostino insiste nel dirti: «Anche l’Apostolo (il vescovo) è amico dello sposo, anch’egli è zelante, non per sé, ma per lo sposo» (Commento al Vangelo di Giovanni, XIII,12). Nel clima intenso di questa santa liturgia, risuonino rivolte a te le parole di commento di un antico scrittore sacro: «Ascolta lo sposo che parla d’amore con la sposa e all’udire la sua voce sii colmo di gioia. Rallegrati al vedere come lo sposo ama la sua sposa e come da lei è amato» (Teofilatto). Tu, come vescovo, sei chiamato in modo singolare a partecipare al mistero nuziale del Cristo e della Chiesa. A te è da oggi affidata la sposa di Cristo, la chiesa che è in Ugento–S. Maria di Leuca, la chiesa che devi custodire e difendere, consegnandola pura e immacolata agli occhi dello Sposo. Ricordalo sempre: Cristo è lo Sposo, tu ne sei l’amico discreto e fedele. Tu, come il Battista, sei «la voce che passa» per lasciare spazio all’unico Buon Pastore, perché le pecore ascoltino la Sua voce e si nutrano della Sua Parola. Perché la tua gioia sia piena. La gioia che ti auguriamo in un ministero episcopale lungo e fecondo. L’ufficio primario del Battista non è quello di battezzare, ma di indicare il Cristo, che - come è stato appena proclamato - «battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Questa promessa trova il suo compimento a Pentecoste: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo» (At 2,3-4). Abbiamo col Veni Creator invocato lo Spirito Santo «datore dei sette doni», profeticamente annunciato da Isaia nella prima lettura di questa liturgia. Non si tratta di ricevere con l’episcopato un nuovo dono dello Spirito Santo, ma di instaurare un nuovo rapporto con Lui;

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questa liturgia è la continuazione del mistero della Pentecoste. Nella preghiera di ordinazione l’invocazione dello Spirito Santo è il punto culminante. Tutto il rito tende ad essa: l’imposizione delle mani, il silenzio denso di preghiera propter descensionem Spiritus, l’unzione del capo, la consegna dei Vangeli. È l’epiclesi, l’invocazione che tutti noi vescovi presenti, come successori degli Apostoli, rivolgeremo al Padre tra breve: «Effondi sopra questo eletto […] il tuo Spirito che regge e guida», perché tu, nuovo vescovo, sia pastore del suo popolo, serva il Signore «notte e giorno» con l’autorità degli apostoli, mantenendo un cuore umile, mansueto e puro. Il pastorale che sto per consegnarti indica la cura del pastore per il suo gregge e ricorda la sua autorità.

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«In laudem gloriae», «a lode della sua gloria». Il tuo motto episcopale esprime il modo col quale già vivi il ministero nella chiesa. Così risplende la tua vita, fin da quando ti ho conosciuto negli anni del seminario, in seguito attraverso un servizio profondo e generoso ai chiamati al sacerdozio, e nella preziosa collaborazione a me come ProVicario generale, in special modo nell’accompagnamento del Sinodo diocesano, del Congresso Eucaristico nazionale e delle Visite pastorali. Sentirò, sentiremo la tua mancanza. Hai imparato sempre più a considerare e vivere l’Eucaristia come centro della tua vita cristiana e sacerdotale. Il Signore ti ha preparato a vivere nell’offerta del sacrificio eucaristico la forma più perfetta e il compendio del ministero liturgico episcopale. Tu sarai il dispensatore dei misteri di Dio a favore del suo popolo. Investito di tanta grandezza, partecipe del sommo sacerdozio, sai però che l’atteggiamento che più ti conviene è l’umiltà. Mediatore tra Dio e gli uomini, devi esprimere nella tua vita le realtà che tratti. Allora sarai degno d’entrare a far parte della schiera degli apostoli, e trascinerai con te la Chiesa che ti è stata affidata. E voi, cari fratelli e sorelle della Chiesa che è in Ugento-S. Maria di Leuca, accogliete come Cristo il successore degli Apostoli che il Signore vi dona. Poiché voi siete «il popolo che Dio si è acquistato per la lode della sua gloria». Al Padre sia resa «la gloria, la potenza, l’onore per Cristo con lo Spirito Santo, nella Santa Chiesa, ora e nei secoli dei secoli. Amen». + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto


ORDINAZIONE EPISCOPALE

«In laudem gloriae» Ringraziamento al termine della Messa di Ordinazione Episcopale «Padre della gloria» (Ef 1,17), celebrando il mistero di Cristo, «irradiazione della tua gloria» (Eb 1,3), questa assemblea orante ha elevato un inno di lode alla tua santità. Sostenuto dallo «Spirito della gloria» (1Pt 4,14), unisco la mia voce a questo coro festoso e ti ringrazio, Padre santo, per tutti i benefici che mi hai concesso, soprattutto per il dono del ministero episcopale. Ti lodo con la consapevolezza della fede che, illuminata dalla preghiera liturgica, proclama: «Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie. I nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva» (Prefazio IV). Lode per la Chiesa universale Ti lodo, Signore, innanzitutto per la tua Chiesa, santa e cattolica, che hai affidato alla guida umile, coraggiosa e sapiente di Papa

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Benedetto XVI. In lui, il popolo di Dio sparso nel mondo trova il segno visibile di unità. Il Santo Padre è qui degnamente rappresentato da Sua Eminenza il cardinale Salvatore de Giorgi. Eminenza, la Sua persona, onora la nostra terra di Puglia e rende più saldo il vincolo di amore che unisce il popolo cristiano al Sommo Pontefice. Le sono riconoscente per la Sua partecipazione al rito di Ordinazione. Mi sento anche confortato dalla presenza del Nunzio Apostolico, S. Ecc.za Rev.ma Mons. Bruno Musarò, degli Arcivescovi e dei Vescovi che hanno preso parte a questa celebrazione e dalla partecipazione degli altri confratelli che si sono uniti spiritualmente alla nostra preghiera. Si rende così visibile l’affetto collegiale e la sollecitudine di ogni vescovo per tutta la Chiesa. Lode per le Chiese di Puglia

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Ti lodo, Signore, per le Chiese di Puglia e i loro Pastori che saluto e ringrazio fraternamente. Esprimo una particolare riconoscenza a S. Ecc.za Rev.ma, Mons. Benigno Papa, Arcivescovo Metropolita di Taranto, e a S. Ecc.za Rev.ma, Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, Arcivescovo Metropolita di Lecce, per la preghiera che hanno rivolto al Signore in questa solenne liturgia di Ordinazione. Negli anni in cui ho prestato il mio servizio alle Chiese di Puglia in qualità di delegato per la catechesi, docente nella Facoltà Teologica Pugliese, animatore e padre spirituale nel Seminario Regionale di Molfetta, ho imparato a conoscere le molteplici ricchezze spirituali e pastorali di questa regione. Sarebbero molte le persone da ricordare e da ringraziare. Esprimo la mia gratitudine verso tutti, manifestando la mia riconoscenza a Mons. Luigi Renna, Rettore del Pontificio Seminario Regionale, e a Mons. Salvatore Palese, Preside della Facoltà Teologica Pugliese. L’esperienza vissuta a livello regionale è stata per me particolarmente ricca per le persone incontrate, le iniziative intraprese, i progetti realizzati. In questa molteplice abbondanza di doni, sento come una grazia particolare l’aver conosciuto personalmente don Tonino Bello. I progetti di Dio sono misteriosi, ma si svolgono sempre secondo un disegno sapiente che solo a distanza è possibile riconoscere. Così ora vedo in modo più chiaro il motivo per il quale gli anni del mio servizio presso


ORDINAZIONE EPISCOPALE il Seminario Regionale di Molfetta sono coincisi esattamente con il ministero episcopale di don Tonino. Iniziai a svolgere il mio compito di educatore nel settembre del 1982; un mese dopo don Tonino fece il suo ingresso nella diocesi molfettese. Nell’aprile del 1993, don Tonino morì e nel giugno dello stesso anno conclusi il mio servizio al Seminario. Questa sera, mi sembra quasi di riascoltare le parole pronunciate da Mons. Mincuzzi nella piazza di Tricase durante l’omelia della Messa di Ordinazione episcopale di don Tonino; parole che prefiguravano quanto poi si è realizzato nella sua vita. E, quasi in dissolvenza, rivedo la spianata del porto di Molfetta, stracolma di gente, mentre Mons. Magrassi parlava della morte di don Tonino come di «un tramonto più fascinoso di un’alba». Stare accanto a don Tonino per 11 anni è stata una grazia speciale della quale sarò sempre riconoscente al Signore. Lode per la Chiesa di Bari-Bitonto Ti lodo, Signore, per la Chiesa di Bari-Bitonto affidata all’intelligente e saggia guida pastorale di Mons. Francesco Cacucci. Eccellenza Rev.ma, è dal profondo del cuore che Le esprimo tutta la mia riconoscenza perché in questi anni ho sentito in modo particolarmente intenso la sua vicinanza di Padre e di Maestro. In Lei, rivedo e ringrazio tutti i Pastori di questa Chiesa che mi hanno guidato nel cammino vocazionale e sacerdotale: Mons. Enrico Nicodemo, Mons. Anastasio Alberto Ballestrero che mi ha ordinato sacerdote, Mons. Mariano Magrassi con il quale ho avuto la gioia di collaborare per diversi anni. Mi sento anche particolarmente unito da vincoli di amicizia con gli altri Vescovi originari di questa Diocesi: Mons. Domenico Padovano, Mons. Filippo Santoro, Mons. Luciano Bux. A tutti voi, carissimi sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate e laici la mia più viva gratitudine. Il vostro generoso impegno pastorale mi ha aiutato a conoscere e ad amare questa Chiesa. Vi porto tutti nel cuore. In modo speciale, conservo nell’animo la memoria di alcuni sacerdoti che hanno lasciato un segno indelebile in tutti noi. Mi riferisco a don Tonino Ladisa, don Vito Marotta, don Vito

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Rescina. La loro preghiera e la loro intercessione mi siano di aiuto nel mio ministero. Se ricordo in modo particolare don Tonino Ladisa è perché la sua persona è cara non solo a me, ma a tutti voi per i ruoli che egli ha rivestito a livello diocesano, regionale e nazionale. Questa sera sento che dal cielo mi sorride e mi benedice. La mia nomina episcopale è stata annunciata nella festa degli angeli custodi. Ora conosco i loro nomi: don Tonino Bello e don Tonino Ladisa. In loro ho ritrovato le due ali che si erano spezzate. Sono pronto a riprendere il volo. A questa Chiesa locale appartengono anche i miei familiari che ringrazio per il bene con cui mi hanno sempre circondato. Soprattutto ricordo i miei genitori, Lorenzo e Maria, che dal cielo gioiscono con noi. Ringrazio tutti i miei compaesani di Sannicandro di Bari e tutti i sannicandresi residenti all’estero. Sento ancora l’eco delle parole che in questo periodo sono circolate nel nostro paese: «Meu tnoim u Vescv a Sanchendr». La mia nomina, infatti, non coinvolge solo la mia persona e la mia famiglia, ma anche l’intero paese. Carissimi sannicandresi, nel mio stemma episcopale ho voluto mettere il nostro Castello, così mi ricorderò sempre di voi. Ed ora, dulcis in fundo. Lode per la Chiesa di Ugento-S. Maria di Leuca

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Ti lodo, Signore, per la Chiesa di Ugento-S. Maria di Leuca alla quale mi invii come Maestro, Sacerdote e Pastore. Carissimi, sacerdoti e fedeli ugentini, la liturgia che abbiamo celebrato ha il sapore di una festa nuziale: Cristo sposo celebra le sue nozze con la Chiesa, sua sposa. Si è così avverato quanto una voce mi aveva sussurrato nell’anima: «Don Vito, taggiu dare una beddha zita». Finalmente ho capito che si trattava della relazione d’amore tra me e la Chiesa di Ugento-S. Maria di Leuca. Carissimi, riferendo alla nostra Chiesa particolare le parole che la sposa dice di se stessa nel Cantico dei Cantici (nigra sum, sed formosa) possiamo dire: Chiesa di Ugento–S. Maria di Leuca, sei piccola, ma sei bella! Di quale bellezza risplende la nostra Chiesa? Un fascino tutto particolare esercita la bellezza del territorio e le qualità umane della nostra gente.


ORDINAZIONE EPISCOPALE Ciò che veramente conta, però, è la bellezza spirituale che si manifesta nella vita di fede e di carità del nostro popolo, sorretta da una tenace speranza nonostante le difficoltà sociali siano, talvolta, sconfortanti. Ne è prova il modo con il quale avete reagito all’annuncio della mia nomina: avete gioito non tanto e non solo per la mia persona, a molti di voi del tutto sconosciuta, quanto per l’annuncio di un nuovo Pastore che avete accolto come un dono di Cristo. Da parte mia, ho sentito di volervi bene quando a Roma, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, ho abbracciato i genitori e le sorelle di Marco, morto in Afganistan. Ho pianto con loro, pensando di aver perso anch’io un figlio. Abbracciando i parenti di Marco, mi è sembrato di abbracciare ognuno di voi. La nostra Chiesa, carissimi, è bella perfino nel nome! L’ho compreso meglio quando ho prestato giuramento davanti al cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione dei Vescovi. Scandendo le prime parole della formula latina (Ego, Vitus Angiuli, Episcopus Uxentinus Sanctae Mariae Leucadensis), ho avvertito la bellezza di questo nome e, quasi come un innamorato che ripete tra sé il nome della sposa, ho detto nel silenzio del cuore: questa sposa è tutta bella, tota pulchra, come la Vergine de finibus terrae! Ora che il matrimonio spirituale è stato celebrato, siamo chiamati a prendere due impegni davanti a testimoni qualificati come sono il signor Cardinale, i Vescovi qui presenti e questa assemblea di fedeli. Il primo impegno investe la mia persona: devo amarvi come vi ha amato Mons. Vito De Grisantis: con la stessa tenacia e tenerezza e senza risparmio di energie materiali e spirituali. Il secondo impegno coinvolge entrambi, me e voi: dobbiamo amare il mondo e l’uomo contemporaneo, soprattutto le persone più deboli, i poveri, i giovani, con lo stesso amore con cui li ha amati don Tonino Bello: sine modo e sine glossa! Vi lascio ora due consegne: Ritornando a casa date un bacio ai vostri bambini e porgete la mia benedizione agli ammalati. E dite loro: «Lu Vescuvu ne hole bene».

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Portate il mio saluto anche a tutte le religiose che non hanno potuto essere presenti a questo rito e all’amata comunità delle Clarisse di Alessano e dite loro: «Il Vescovo ha bisogno della vostra preghiera». Rivolgo, infine, una parola di ringraziamento a tutti voi che siete convenuti in questa Cattedrale per celebrare nella gioia questa festa nuziale e a tutti coloro che si sono adoperati per rendere la celebrazione degna del mistero che abbiamo celebrato. Un sentito ringraziamento anche alle Autorità e ai rappresentanti delle Istituzioni civili e militari per la loro partecipazione a questo sacro rito. Ho scelto come motto episcopale le parole dell’inno della Lettera agli Efesini: in laudem gloriae (Ef 1,6.12.14). L’espressione ha un profondo significato biblico, teologico e spirituale. In termini semplici, può essere intesa in questo modo: a stare con i piedi per terra e con il cuore ormai rapito in cielo! Perciò esorto me e voi: in un tempo, come il nostro, attraversato da un diffuso e pervasivo senso di smarrimento, di insicurezza e di offuscamento della speranza, lasciamoci affascinare da Cristo Risorto! La sua luce risplenda su di noi, diradi l’oscurità e le ombre che incombono sul mondo, infonda nei nostri cuori la vera gioia, doni forza e coraggio ai nostri passi, orienti il cammino dell’umanità verso un futuro pieno di speranza. Sì, cari fratelli e sorelle, la nostra vita sia un inno a Cristo risorto. A lui, la lode, l’onore e la gloria! È lui, infatti, «l’uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale. Lui, il Signore, è il fine della storia, il punto “focale dei destini dei popoli e delle loro culture”, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (Gaudium et spes, 45). Sarebbe bello se in ogni circostanza, gioiosa o triste, della vita potessimo ripetere: “In laudem gloriae”. Anche la croce, anzi soprattutto essa, per noi cristiani è segno di gloria. Perfino la morte, per noi, non è altro se non la porta del Castello che si apre e consente di entrare nella settima stanza, la stanza delle nozze, per cantare eternamente, con gli Angeli e i Santi, le lodi del Signore. Grazie a tutti. In laudem gloriae! Cattedrale di Bari, 4 dicembre 2010 + Vito Angiuli Vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca


ORDINAZIONE EPISCOPALE

Descrizione dello stemma episcopale di S.E. Mons. Vito Angiuli Vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca

Secondo la tradizione araldica ecclesiastica cattolica, lo stemma di un Vescovo è tradizionalmente composto da: – uno scudo, che può avere varie forme (sempre riconducibile a fattezze di scudo araldico) e contiene dei simbolismi tratti da idealità personali, o da tradizioni familiari, oppure da riferimenti al proprio nome, all’ambiente di vita, o ad altro; – una croce astile a un braccio traverso, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo; – un cappello prelatizio (galero), con cordoni a dodici fiocchi, pendenti, sei per ciascun lato (ordinati, dall’alto in basso, in 1.2.3.), il tutto di colore verde; – un cartiglio inferiore recante il motto scritto abitualmente in nero. Nel nostro caso si è scelto uno scudo di foggia gotica, classico e frequentemente usato nell’araldica ecclesiastica, e una croce trifogliata in oro, gemmata con cinque pietre rosse che richiamano le cinque piaghe di Cristo.

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Descrizione araldica (blasonatura) dello scudo del Vescovo Angiuli “Campo di cielo, al castello d’oro aperto del campo, torricellato di tre pezzi, quello di mezzo più alto, finestrati di due dello stesso, fondato su di un monte di verde e sormontato da una stella (7) del secondo”.

Il motto: In Laudem Gloriae (Ef 1,6): Interpretazione

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Il Castello richiama il castello normanno-svevo di Sannicandro di Bari (paese natale di mons. Vito Angiuli) e indica anche il castello di Ugento (sede vescovile della diocesi di Ugento–Santa Maria di Leuca). Il significato simbolico del castello si riferisce al modo con il quale gran parte della cultura contemporanea intende il rapporto tra l’uomo e Dio. In Franz Kafka, l’uomo è come attraversato da una terribile maledizione che lo ha colpito a sua insaputa e che gli impedisce di entrare nel castello. Nonostante l’invito ricevuto e il desiderio di entrare nel castello, l’uomo si sente estraneo ad esso e gli è impossibile vacare la soglia. Per santa Teresa d’Avila, invece, il castello indica la presenza di Dio nell’anima e l’unione dell’anima con Dio, meta di ogni autentica vita umana e cristiana. Così ella scrive: «Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un solo diamante o di un tersissimo cristallo (…). L’anima del giusto non è altro che un paradiso dove il Signore dice di avere le sue delizie (…). Questo castello contiene molte mansioni, alcune in alto, altre in basso ed altre ai lati. Nel centro, in mezzo a tutte si trova la principale, che è quella nella quale si svolgono le cose di maggior segretezza tra Dio e l’anima». Il castello è in oro, il metallo più nobile, simbolo quindi della prima virtù, la Fede. Le tre torri del castello indicano le tre persone della Santissima Trinità. Quando l’uomo incontra il Dio vivente di cui parla la Sacra Scrittura e stabilisce una relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il simbolo del castello acquista un nuovo significato: non indica soltanto che l’uomo è il luogo che Dio ha scelto come sua


ORDINAZIONE EPISCOPALE abitazione, ma rivela anche che Dio è il castello dove l’uomo trova la sua vera e autentica dimora. Il castello si trova situato su un monte, che richiama le parole di Gesù ai suoi discepoli: «Voi siete la luce del mondo; una città posta su un monte non può restare nascosta (…). Risplenda così la vostra luce davanti agli uomini, affinché, vedendo le vostre buone opere, glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14-16). La stella a sette punte rappresenta la Vergine Maria, colei che guida all’incontro con Gesù. Attraverso di Lui, che è la porta del castello, l’uomo entra in comunione di amore con la Santissima Trinità. In tal modo, tutta la vita diventa un esercizio per imparare a cantare le lodi di Dio perché, come afferma san Paolo nell’inno della Lettera agli Efesini, ogni cosa, nel tempo e nell’eternità, torni a «lode della sua gloria» (in laudem gloriae: Ef 1,6.12.14).

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio al Card. Angelo Bagnasco in occasione della LXII Assemblea generale della CEI

Al venerato fratello il cardinale Angelo Bagnasco Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Con questo messaggio, che vi invio in occasione della 62a Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, intendo farmi spiritualmente pellegrino ad Assisi, per rendermi presente e raggiungere personalmente Lei e ciascuno dei vescovi convenuti, Pastori premurosi delle amate Chiese particolari che sono in Italia. La vostra sollecitudine e il vostro impegno si manifestano nel governo responsabile delle diocesi e nella vicinanza paterna ai sacerdoti e alle comunità parrocchiali. Di ciò è segno eloquente l’attenzione al tema dell’educazione, che avete assunto come priorità del decennio che si apre. Gli Orientamenti pastorali recentemente pubblicati sono espressione di una Chiesa che, alla scuola di Gesù Cristo, vuole prendersi a cuore la vita intera di ogni uomo e, a tale fine, cerca «nelle esperienze quotidiane l’alfabeto per comporre le parole con le quali ripresentare al mondo l’amore infinito di Dio» (Educare alla vita buona del Vangelo, 3). 1. In questi giorni siete riuniti ad Assisi, la città nella quale «nacque al mondo un sole» (Dante, Paradiso, Canto XI), proclamato dal venerabile Pio XII Patrono d’Italia: san Francesco, che conserva intatte la sua

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freschezza e la sua attualità – i Santi non tramontano mai! – dovute al suo essersi conformato totalmente a Cristo, di cui fu icona viva. Come il nostro, anche il tempo in cui visse san Francesco era segnato da profonde trasformazioni culturali, favorite dalla nascita delle università, dallo sviluppo dei comuni e dal diffondersi di nuove esperienze religiose. Proprio in quella stagione, grazie all’opera di papa Innocenzo III – lo stesso dal quale il Poverello di Assisi ottenne il primo riconoscimento canonico – la Chiesa avviò una profonda riforma liturgica. Ne è espressione eminente il Concilio Lateranense IV (1215), che annovera tra i suoi frutti il “Breviario”. Questo libro di preghiera accoglieva in sé la ricchezza della riflessione teologica e del vissuto orante del millennio precedente. Adottandolo, san Francesco e i suoi frati fecero propria la preghiera liturgica del Sommo Pontefice: in questo modo il Santo ascoltava e meditava assiduamente la Parola di Dio, fino a farla sua e a trasporla poi nelle preghiere di cui è autore, come in generale in tutti i suoi scritti. Lo stesso Concilio Lateranense IV, considerando con particolare attenzione il Sacramento dell’altare, inserì nella professione di fede il termine “transustanziazione”, per affermare la presenza reale di Cristo nel sacrificio eucaristico: «Il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel Sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo e il vino nel sangue per divino potere» (DS, 802). Dall’assistere alla santa Messa e dal ricevere con devozione la santa Comunione sgorga la vita evangelica di san Francesco e la sua vocazione a ripercorrere il cammino di Cristo Crocifisso: «Il Signore – leggiamo nel Testamento del 1226 – mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo» (Fonti Francescane, n. 111). In questa esperienza trova origine anche la grande deferenza che portava ai sacerdoti e la consegna ai frati di rispettarli sempre e comunque, «perché dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri» (Fonti Francescane, n. 113).


MAGISTERO PONTIFICIO Davanti a tale dono, cari fratelli, quale responsabilità di vita ne consegue per ognuno di noi! «Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti - raccomandava ancora Francesco – e siate santi perché egli è santo» (Lettera al Capitolo Generale e a tutti i frati, in Fonti Francescane, n. 220)! Sì, la santità dell’Eucaristia esige che si celebri e si adori questo Mistero consapevoli della sua grandezza, importanza ed efficacia per la vita cristiana, ma esige anche purezza, coerenza e santità di vita da ciascuno di noi, per essere testimoni viventi dell’unico Sacrificio di amore di Cristo. Il Santo di Assisi non smetteva di contemplare come «il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umilî da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane» (ibid., n. 221), e con veemenza chiedeva ai suoi frati: «Vi prego, più che se lo facessi per me stesso, che quando conviene e lo vedrete necessario, supplichiate umilmente i sacerdoti perché venerino sopra ogni cosa il Santissimo Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di Lui scritte che consacrano il corpo» (Lettera a tutti i custodi, in Fonti Francescane, n. 241). 2. L’autentico credente, in ogni tempo, sperimenta nella liturgia la presenza, il primato e l’opera di Dio. Essa è “veritatis splendor” (Sacramentum caritatis, 35), avvenimento nuziale, pregustazione della città nuova e definitiva e partecipazione ad essa; è legame di creazione e di redenzione, cielo aperto sulla terra degli uomini, passaggio dal mondo a Dio; è Pasqua, nella Croce e nella Risurrezione di Gesù Cristo; è l’anima della vita cristiana, chiamata alla sequela, riconciliazione che muove a carità fraterna. Cari fratelli nell’Episcopato, il vostro convenire pone al centro dei lavori assembleari l’esame della traduzione italiana della terza edizione tipica del Messale Romano. La corrispondenza della preghiera della Chiesa (lex orandi) con la regola della fede (lex credendi) plasma il pensiero e i sentimenti della comunità cristiana, dando forma alla Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito. Ogni parola umana non può prescindere dal tempo, anche quando, come nel caso della liturgia, costituisce una finestra che si apre oltre il tempo. Dare voce

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a una realtà perennemente valida esige pertanto il sapiente equilibrio di continuità e novità, di tradizione e attualizzazione. Il Messale stesso si pone all’interno di questo processo. Ogni vero riformatore, infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra.

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3. Questa ragione vi spinge, nelle mutate condizioni del tempo, a rendere ancor più trasparente e praticabile quella stessa fede che risale all’epoca della Chiesa nascente. È un compito tanto più urgente in una cultura che – come voi stessi rilevate – conosce «l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività» (Educare alla vita buona del Vangelo, 9). Questi elementi sono il segno di una crisi di fiducia nella vita e influiscono in maniera rilevante sul processo educativo, nel quale i riferimenti affidabili si fanno labili. L’uomo contemporaneo ha investito molte energie nello sviluppo della scienza e della tecnica, conseguendo in questi campi traguardi indubbiamente significativi e apprezzabili. Tale progresso, tuttavia, è avvenuto spesso a scapito dei fondamenti del cristianesimo, nei quali si radica la storia feconda del Continente europeo: la sfera morale è stata confinata nell’ambito soggettivo e Dio, quando non viene negato, è comunque escluso dalla coscienza pubblica. Eppure, la persona cresce nella misura in cui fa esperienza del bene e impara a distinguerlo dal male, al di là del calcolo che considera unicamente le conseguenze di una singola azione o che usa come criterio di valutazione la possibilità di compierla. Per invertire la rotta, non è sufficiente un generico richiamo ai valori, né una proposta educativa che si accontenti di interventi puramente funzionali e frammentari. C’è bisogno, invece, di un rapporto personale di fedeltà tra soggetti attivi, protagonisti della relazione, capaci di prendere posizione e di mettere in gioco la propria libertà (cfr ibid., 26). Per questa ragione, è quanto mai opportuna la vostra scelta di chia-


MAGISTERO PONTIFICIO mare a raccolta intorno alla responsabilità educativa tutti coloro che hanno a cuore la città degli uomini e il bene delle nuove generazioni. Tale indispensabile alleanza non può che partire da una nuova prossimità alla famiglia, che ne riconosca e sostenga il primato educativo: è al suo interno che si plasma il volto di un popolo. Come Chiesa che vive in Italia, attenta a interpretare ciò che avviene in profondità nel mondo di oggi e, quindi, a cogliere le domande e i desideri dell’uomo, voi rinnovate l’impegno a operare con disponibilità all’ascolto e al dialogo, mettendo a disposizione di tutti la buona notizia dell’amore paterno di Dio. Vi anima la certezza che «Gesù Cristo è la via, che conduce ciascuno alla piena realizzazione di sé secondo il disegno di Dio. È la verità, che rivela l’uomo a se stesso e ne guida il cammino di crescita nella libertà. È la vita, perché in lui ogni uomo trova il senso ultimo del suo esistere e del suo operare: la piena comunione di amore con Dio nell’eternità» (ibid., n. 19). 4. In questo cammino, vi esorto a valorizzare la liturgia quale fonte perenne di educazione alla vita buona del Vangelo. Essa introduce all’incontro con Gesù Cristo, che con parole e opere costantemente edifica la Chiesa, formandola alle profondità dell’ascolto, della fraternità e della missione. I riti parlano in forza della loro intrinseca ragionevolezza e comunicabilità ed educano a una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 11). Cari fratelli, alziamo il capo e lasciamoci guardare negli occhi da Cristo, unico Maestro, Redentore da cui promana ogni nostra responsabilità nei confronti delle comunità che ci sono affidate e di ogni uomo. Maria Santissima, con cuore di Madre, vegli sul nostro cammino e ci accompagni con la sua intercessione. Nel rinnovare la mia affettuosa vicinanza e il mio fraterno incoraggiamento, imparto di cuore a Lei, venerato fratello, ai vescovi, ai collaboratori e a tutti i presenti la mia apostolica benedizione. Dal Vaticano, 4 novembre 2010

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Discorso alla Curia romana

Signori cardinali, venerati fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, cari fratelli e sorelle!

È con vivo piacere che vi incontro, cari membri del Collegio cardinalizio, rappresentanti della Curia Romana e del Governatorato, per questo appuntamento tradizionale. Rivolgo a ciascuno un cordiale saluto, ad iniziare dal cardinale Angelo Sodano, che ringrazio per le espressioni di devozione e di comunione, e per i fervidi auguri che mi ha rivolto a nome di tutti. Prope est jam Dominus, venite, adoremus! Contempliamo come un’unica famiglia il mistero dell’Emmanuele, del Dio-con-noi, come ha detto il cardinale Decano. Ricambio volentieri i voti augurali e desidero ringraziare vivamente tutti, compresi i rappresentanti pontifici sparsi per il mondo, per l’apporto competente e generoso che ciascuno presta al vicario di Cristo e alla Chiesa. Excita, Domine, potentiam tuam, et veni – con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente nei giorni dell’Avvento. Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’impero romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel

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momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce. Excita, Domine, potentiam tuam, et veni. Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera di Avvento della Chiesa. Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso. Excita : la preghiera ricorda il grido rivolto al Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola potente ebbe placato la tempesta, egli rimproverò i discepoli per la loro poca fede (cfr Mt 8,26 e par.). Voleva dire: in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuole dire anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme. PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti – cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo. Excita, Domine, potentiam tuam, et veni: nelle grandi angustie, alle quali siamo stati esposti in quest’anno, tale preghiera di Avvento mi è sempre tornata di nuovo alla mente e sulle labbra. Con grande gioia avevamo iniziato l’Anno sacerdotale e, grazie a Dio, abbiamo potuto concluderlo anche con grande gratitudine, nonostante si sia svolto così diversamente da come ce l’eravamo aspettato. In noi sacerdoti e nei laici, proprio anche nei giovani, si è rinnovata la consapevolezza di quale dono rappresenti il sacerdozio della Chiesa Cattolica, che ci è stato affidato dal Signore. Ci siamo nuovamente resi conto di quanto sia bello che esseri umani siano autorizzati a pronunciare in nome di Dio e con pieno potere la parola del perdono, e così siano in grado di cambiare il mondo, la vita; quanto sia bello che esseri umani siano autorizzati a pronunciare le parole della consacrazione, con cui il Signore attira dentro di sé un pezzo di mondo, e così in un certo luogo lo trasforma nella sua stessa sostanza; quanto sia bello poter essere, con la forza del Signore,


MAGISTERO PONTIFICIO vicino agli uomini nelle loro gioie e sofferenze, nelle ore importanti come in quelle buie dell’esistenza; quanto sia bello avere nella vita come compito non questo o quell’altro, ma semplicemente l’essere stesso dell’uomo – per aiutare che si apra a Dio e sia vissuto a partire da Dio. Tanto più siamo stati sconvolti quando, proprio in quest’anno e in una dimensione per noi inimmaginabile, siamo venuti a conoscenza di abusi contro i minori commessi da sacerdoti, che stravolgono il sacramento nel suo contrario: sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita. In questo contesto, mi è venuta in mente una visione di sant’Ildegarda di Bingen che descrive in modo sconvolgente ciò che abbiamo vissuto in quest’anno. «Nell’anno 1170 dopo la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto. Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: “Ascolta, o cielo: il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono insudiciate!”. E proseguì: “Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità, sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha preso come sua sposa. Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti. Insudiciano le mie

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scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità”. E sentii una voce dal cielo che diceva: “Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di Dio e ai quali, come agli apostoli, è stato detto: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15)» (Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale: PL 197, 269ss). Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato – per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza. Dobbiamo sforzarci di tentare tutto il possibile, nella preparazione al sacerdozio, perché una tale cosa non possa più succedere. È questo anche il luogo per ringraziare di cuore tutti coloro che si impegnano per aiutare le vittime e per ridare loro la fiducia nella Chiesa, la capacità di credere al suo messaggio. Nei miei incontri con le vittime di questo peccato, ho sempre trovato anche persone che, con grande dedizione, stanno a fianco di chi soffre e ha subito danno. È questa l’occasione per ringraziare anche i tanti buoni sacerdoti che trasmettono in umiltà e fedeltà la bontà del Signore e, in mezzo alle devastazioni, sono testimoni della bellezza non perduta del sacerdozio. Siamo consapevoli della particolare gravità di questo peccato commesso da sacerdoti e della nostra corrispondente responsabilità. Ma non possiamo neppure tacere circa il contesto del nostro tempo in cui è dato vedere questi avvenimenti. Esiste un mercato della pornografia concernente i bambini, che in qualche modo sembra essere considerato sempre più dalla società come una cosa normale. La


MAGISTERO PONTIFICIO devastazione psicologica di bambini, in cui persone umane sono ridotte ad articolo di mercato, è uno spaventoso segno dei tempi. Da vescovi di Paesi del Terzo Mondo sento sempre di nuovo come il turismo sessuale minacci un’intera generazione e la danneggi nella sua libertà e nella sua dignità umana. L’Apocalisse di san Giovanni annovera tra i grandi peccati di Babilonia – simbolo delle grandi città irreligiose del mondo – il fatto di esercitare il commercio dei corpi e delle anime e di farne una merce (cfr Ap 18,13). In questo contesto si pone anche il problema della droga, che con forza crescente stende i suoi tentacoli di polipo intorno all’intero globo terrestre – espressione eloquente della dittatura di mammona che perverte l’uomo. Ogni piacere diventa insufficiente e l’eccesso nell’inganno dell’ebbrezza diventa una violenza che dilania intere regioni, e questo in nome di un fatale fraintendimento della libertà, in cui proprio la libertà dell’uomo viene minata e alla fine annullata del tutto. Per opporci a queste forze dobbiamo gettare uno sguardo sui loro fondamenti ideologici. Negli anni settanta, la pedofilia venne teorizzata come una cosa del tutto conforme all’uomo e anche al bambino. Questo, però, faceva parte di una perversione di fondo del concetto di ethos. Si asseriva – persino nell’ambito della teologia cattolica – che non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé. Esisterebbe soltanto un “meglio di” e un “peggio di”. Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze e dal fine inteso. A seconda degli scopi e delle circostanze, tutto potrebbe essere bene o anche male. La morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze e con ciò cessa di esistere. Gli effetti di tali teorie sono oggi evidenti. Contro di esse papa Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Veritatis splendor del 1993, indicò con forza profetica nella grande tradizione razionale dell’ethos cristiano le basi essenziali e permanenti dell’agire morale. Questo testo oggi deve essere messo nuovamente al centro come cammino nella formazione della coscienza. È nostra responsabilità rendere nuovamente udibili e comprensibili tra gli uomini questi criteri come vie della vera umanità, nel contesto della preoccupazione per l’uomo, nella quale siamo immersi.

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Come secondo punto vorrei dire una parola sul Sinodo delle Chiese del Medio Oriente. Esso ebbe inizio con il mio viaggio a Cipro dove potei consegnare l’Instrumentum laboris per il Sinodo ai vescovi di quei paesi lì convenuti. Rimane indimenticabile l’ospitalità della Chiesa ortodossa che abbiamo potuto sperimentare con grande gratitudine. Anche se la piena comunione non ci è ancora donata, abbiamo tuttavia constatato con gioia che la forma basilare della Chiesa antica ci unisce profondamente gli uni con gli altri: il ministero sacramentale dei vescovi come portatore della tradizione apostolica, la lettura della Scrittura secondo l’ermeneutica della regula fidei, la comprensione della Scrittura nell’unità multiforme incentrata su Cristo sviluppatasi grazie all’ispirazione di Dio e, infine, la fede nella centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa. Così abbiamo incontrato in modo vivo la ricchezza dei riti della Chiesa antica anche all’interno della Chiesa Cattolica. Abbiamo avuto liturgie con Maroniti e con Melchiti, abbiamo celebrato in rito latino e abbiamo avuto momenti di preghiera ecumenica con gli Ortodossi, e, in manifestazioni imponenti, abbiamo potuto vedere la ricca cultura cristiana dell’Oriente cristiano. Ma abbiamo visto anche il problema del Paese diviso. Si rendevano visibili colpe del passato e profonde ferite, ma anche il desiderio di pace e di comunione quali erano esistite prima. Tutti sono consapevoli del fatto che la violenza non porta alcun progresso – essa, infatti, ha creato la situazione attuale. Solo nel compromesso e nella comprensione vicendevole può essere ristabilita l’unità. Preparare la gente per questo atteggiamento di pace è un compito essenziale della pastorale. Nel Sinodo lo sguardo si è poi allargato sull’intero Medio Oriente, dove convivono fedeli appartenenti a religioni diverse ed anche a molteplici tradizioni e riti distinti. Per quanto riguarda i cristiani, ci sono le Chiese pre-calcedonesi e quelle calcedonesi; Chiese in comunione con Roma ed altre che stanno fuori di tale comunione ed in entrambe esistono, uno accanto all’altro, molteplici riti. Negli sconvolgimenti degli ultimi anni è stata scossa la storia di condivisione, le tensioni e le divisioni sono cresciute, così che sempre di nuovo con spavento siamo testimoni di atti di violenza nei quali non si rispetta più ciò che per l’altro è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità. Nella situazione attuale, i cristiani sono la minoranza più oppressa e tormentata. Per secoli sono


MAGISTERO PONTIFICIO vissuti pacificamente insieme con i loro vicini ebrei e musulmani. Nel Sinodo abbiamo ascoltato parole sagge del Consigliere del Mufti della Repubblica del Libano contro gli atti di violenza nei confronti dei cristiani. Egli diceva: con il ferimento dei cristiani veniamo feriti noi stessi. Purtroppo, però, questa e analoghe voci della ragione, per le quali siamo profondamente grati, sono troppo deboli. Anche qui l’ostacolo è il collegamento tra avidità di lucro ed accecamento ideologico. Sulla base dello spirito della fede e della sua ragionevolezza, il Sinodo ha sviluppato un grande concetto del dialogo, del perdono e dell’accoglienza vicendevole, un concetto che ora vogliamo gridare al mondo. L’essere umano è uno solo e l’umanità è una sola. Ciò che in qualsiasi luogo viene fatto contro l’uomo alla fine ferisce tutti. Così le parole e i pensieri del Sinodo devono essere un forte grido rivolto a tutte le persone con responsabilità politica o religiosa perché fermino la cristianofobia; perché si alzino a difendere i profughi e i sofferenti e a rivitalizzare lo spirito della riconciliazione. In ultima analisi, il risanamento può venire soltanto da una fede profonda nell’amore riconciliatore di Dio. Dare forza a questa fede, nutrirla e farla risplendere è il compito principale della Chiesa in quest’ora. Mi piacerebbe parlare dettagliatamente dell’indimenticabile viaggio nel Regno Unito, voglio però limitarmi a due punti che sono correlati con il tema della responsabilità dei cristiani in questo tempo e con il compito della Chiesa di annunciare il Vangelo. Il pensiero va innanzitutto all’incontro con il mondo della cultura nella Westminster Hall, un incontro in cui la consapevolezza della responsabilità comune in questo momento storico creò una grande attenzione, che, in ultima analisi, si rivolse alla questione circa la verità e la stessa fede. Che in questo dibattito la Chiesa debba recare il proprio contributo, era evidente per tutti. Alexis de Tocqueville, a suo tempo, aveva osservato che in America la democrazia era diventata possibile e aveva funzionato, perché esisteva un consenso morale di base che, andando al di là delle singole denominazioni, univa tutti. Solo se esiste un tale consenso sull’essenziale, le costituzioni e il diritto possono funzionare. Questo consenso

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di fondo proveniente dal patrimonio cristiano è in pericolo là dove al suo posto, al posto della ragione morale, subentra la mera razionalità finalistica di cui ho parlato poco fa. Questo è in realtà un accecamento della ragione per ciò che è essenziale. Combattere contro questo accecamento della ragione e conservarle la capacità di vedere l’essenziale, di vedere Dio e l’uomo, ciò che è buono e ciò che è vero, è l’interesse comune che deve unire tutti gli uomini di buona volontà. È in gioco il futuro del mondo. Infine, vorrei ancora ricordare la beatificazione del cardinale John Henry Newman. Perché è stato beatificato? Che cosa ha da dirci? A queste domande si possono dare molte risposte, che nel contesto della beatificazione sono state sviluppate. Vorrei rilevare soltanto due aspetti che vanno insieme e, in fin dei conti, esprimono la stessa cosa. Il primo è che dobbiamo imparare dalle tre conversioni di Newman, perché sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti. Vorrei qui mettere in risalto solo la prima conversione: quella alla fede nel Dio vivente. Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. È questa la “realtà” secondo cui ci si orienta. Il “reale” è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili. Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta. La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione era in Newman la coscienza. Ma che cosa si intende con ciò? Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che in materia di mora-


MAGISTERO PONTIFICIO le e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. Il mondo viene diviso negli ambiti dell’oggettivo e del soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono considerate come ambito del soggettivo. Qui non esisterebbero, in ultima analisi, dei criteri oggettivi. L’ultima istanza che qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la parola “coscienza” si esprime, appunto, questo: in questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con le sue intuizioni ed esperienze. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza – religione e morale – una verità, la verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza – un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che passo passo si apriva a lui. La sua terza conversione, quella al cattolicesimo, esigeva da lui di abbandonare quasi tutto ciò che gli era caro e prezioso: i suoi averi e la sua professione, il suo grado accademico, i legami familiari e molti amici. La rinuncia che l’obbedienza verso la verità, la sua coscienza, gli chiedeva, andava ancora oltre. Newman era sempre stato consapevole di avere una missione per l’Inghilterra. Ma nella teologia cattolica del suo tempo, la sua voce a stento poteva essere udita. Era troppo aliena rispetto alla forma dominante del pensiero teologico e anche della pietà. Nel gennaio del 1863 scrisse nel suo diario queste frasi sconvolgenti: «Come protestante, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita è misera, non però la mia religione». Non era ancora arrivata l’ora della sua efficacia. Nell’umiltà e nel buio dell’obbedienza, egli dovette aspettare fino a

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che il suo messaggio fosse utilizzato e compreso. Per poter asserire l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e la moderna comprensione soggettiva della coscienza, si ama far riferimento alla sua parola secondo cui egli – nel caso avesse dovuto fare un brindisi – avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione, “coscienza” non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità. Devo rinunciare a parlare dei viaggi così significativi a Malta, in Portogallo e in Spagna. In essi si è reso nuovamente visibile che la fede non è una cosa del passato, ma un incontro con il Dio che vive ed agisce adesso. Egli ci chiama in causa e si oppone alla nostra pigrizia, ma proprio così ci apre la strada verso la gioia vera. Excita, Domine, potentiam tuam, et veni. Siamo partiti dall’invocazione della presenza della potenza di Dio nel nostro tempo e dall’esperienza della sua apparente assenza. Se apriamo i nostri occhi, proprio nella retrospettiva sull’anno che volge al termine, può rendersi visibile che la potenza e la bontà di Dio sono presenti in maniera molteplice anche oggi. Così tutti noi abbiamo motivo per ringraziarLo. Con il ringraziamento al Signore rinnovo il mio ringraziamento a tutti i collaboratori. Voglia Dio donare a tutti noi un Santo Natale ed accompagnarci con la sua bontà nel prossimo anno. Affido questi voti all’intercessione della Vergine Santa, Madre del Redentore, e a voi tutti e alla grande famiglia della Curia Romana imparto di cuore la benedizione apostolica. 740

Sala Regia, lunedì 20 dicembre 2010


D OCUMENTI

DELLA

C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Comunicato finale dei lavori della LXII Assemblea generale Assisi, 8-11 novembre 2010

La comunione cordiale e grata con il Successore di Pietro e un clima di affetto collegiale hanno caratterizzato la 62ª Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, riunita in Assisi - Santa Maria degli Angeli dall’8 all’11 novembre 2010. Hanno preso parte ai lavori 211 membri, 8 Vescovi emeriti, rappresentanti dei religiosi, delle religiose, degli istituti secolari, della Commissione Presbiterale Italiana e della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali, nonché alcuni esperti in ragione degli argomenti trattati. Con una prolusione ampiamente apprezzata, il Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, ha offerto una lettura puntuale e approfondita di alcune questioni rilevanti: i processi di secolarizzazione in atto e le condizioni per una nuova evangelizzazione, chiave del rinnovamento spirituale e morale; il ruolo della religione in ambito politico-sociale e il contributo dei cattolici; la vicinanza operosa e propositiva delle Chiese alle famiglie provate dalla crisi economica e dalla disoccupazione; la liturgia, incontro tra il volto dell’uomo e quello di Dio in Gesù Cristo. Proprio l’ambito liturgico, posto al centro dei lavori, ha visto l’esame e l’approvazione della prima parte dei testi della terza edizione italiana del Messale Romano. La liturgia è stata anche il filo conduttore del messaggio del Santo Padre che, nell’esprimere ai Vescovi affettuosa vicinanza e fraterno incoraggiamento, ha sottolineato come ogni celebrazione abbia il suo fulcro nella presenza, nel primato e nell’opera di Dio. Un congruo spazio di riflessione e di confronto è stato dedicato alla raccolta di proposte per l’attuazione degli Orientamenti pastorali recentemente pubblicati e incentrati sull’educazione; al rapporto tra le Chiese e

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l’Unione Europea; al rilancio delle erogazioni liberali per il sostentamento del clero. Accanto a una comunicazione sullo stato della rilevazione delle opere sanitarie e sociali ecclesiali in Italia, sono state fornite informazioni in merito alla XXVI Giornata Mondiale della Gioventù (Madrid, 16 - 21 agosto 2011), al XXV Congresso Eucaristico Nazionale (Ancona, 3 - 11 settembre 2011) e al VII Incontro Mondiale delle Famiglie (Milano, 30 maggio - 3 giugno 2012).

1. Le Chiese, “risorsa non surrogabile”

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Il progresso della scienza e della tecnica ha permesso di conseguire risultati significativi, ma vede spesso “la sfera morale confinata nell’ambito soggettivo e Dio, quando non viene negato, comunque escluso dalla sfera pubblica”. Il rilievo, contenuto nel messaggio del Papa, è in piena sintonia con il pensiero dell’Episcopato italiano, mosso da una passione educativa a tutto campo. Già nella sua prolusione il Cardinale Presidente, riprendendo i temi toccati da Benedetto XVI nel recente viaggio in Inghilterra, ha spiegato che se la ragione purifica la religione, liberandola dalle tentazioni del settarismo e del fondamentalismo, a sua volta la religione svolge un servizio altrettanto prezioso nei riguardi della ragione: la illumina, permettendole di recuperare le profondità dei principi e di verificarne l’applicazione, evitando riduzionismi e manipolazioni ideologiche. Il dibattito assembleare ha evidenziato che ripartire dalla ragione costituisce anche un modo fruttuoso per entrare in dialogo con la cultura e, più in generale, con la società. La ragione stessa riconosce nella natura umana quei principi o valori “non negoziabili” che, se rispettati come tali, sono garanzia della dignità di ogni persona e costituiscono una forza unitiva per l’intero tessuto sociale. Nelle parole del Cardinale Presidente, l’apporto delle Chiese rimane “risorsa non surrogabile” per un Paese che non si rassegni a “galleggiare”, rinunciando a quei presupposti etico-culturali indispensabili per una crescita e uno sviluppo in confronto serrato con situazioni sempre nuove. A tale proposito, è stata ribadita con forza la consapevolezza dell’irrinunciabilità della rilevanza pubblica della fede. A fronte della tentazione diffusa dell’accidia, cioè di un vivere senza


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA cura e senza slanci, i Vescovi riscontrano nelle comunità cristiane un interesse crescente verso la dimensione politica dell’impegno pubblico. Essi hanno espresso soddisfazione condivisa per il felice esito della Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Reggio Calabria nell’ottobre scorso: concorde è la scelta di non omologarsi al pessimismo dilagante, per abbracciare invece la prospettiva della speranza, con cui leggere e ordinare i problemi del Paese secondo un’agenda propositiva. Da ciò nasce la necessità di riprenderne e valorizzarne con coraggio i contenuti. Su questa stessa strada è stato sottolineato che alla debolezza dell’azione politica si deve rispondere con un maggiore impegno di formazione alla sfera sociale, anche per qualificare in tale ambito una competenza che non può essere improvvisata. Essa è piuttosto frutto di una scuola che sa muoversi in maniera continuativa sui tempi lunghi e, mentre plasma al bene comune a partire dalla dottrina sociale della Chiesa, si snoda secondo un’educazione accompagnata da buone pratiche. Tra le situazioni difficili, nei confronti delle quali i Vescovi si sentono particolarmente solidali, c’è il disagio delle famiglie provate dalla crisi economica, degli adulti estromessi dal sistema produttivo e dei giovani privi di un lavoro stabile: a tale riguardo, è stata accolta con favore la suggestione del Cardinale Presidente di un tavolo fra governo, forze politiche, sindacati e parti sociali per approntare un piano emergenziale sull’occupazione. Particolare vicinanza è stata espressa alle popolazioni italiane colpite in questi giorni da esondazioni e allagamenti. Tutte le comunità sono invitate a pregare domenica 21 novembre, Solennità di Cristo Re, per i cristiani dell’Iraq, che soffrono la tremenda prova della testimonianza cruenta della fede.

2. “Cercatori di Dio e dei suoi sentieri” La Chiesa in Italia ha scelto come prioritario il versante educativo, sul quale essa si trova ad affrontare una secolarizzazione che, pre-

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sentandosi con promesse di una libertà senza vincoli, consegna in realtà a una “solitudine senza futuro”. Per contrastare tali processi, i Vescovi rinnovano il loro impegno: «per quello che possiamo, per tutto quello che siamo e saremo in grado di mettere in campo in termini di passione educativa, di dedizione per la vocazione e la felicità delle nuove generazioni, noi continueremo ad esserci» (cfr Prolusione). Ne è segno eloquente il documento Educare alla vita buona del Vangelo, che contiene gli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020. Su di essi, i Vescovi hanno lavorato nei gruppi di studio, al fine di focalizzare indicazioni concrete per la programmazione pastorale. Proprio la fiducia nella possibilità di educare anche in questa stagione non facile, porta ad assumersene la responsabilità, visto che «crescere non è un automatismo legato all’età o ai titoli di studio, ma richiede la coltivazione di sé, la capacità di riflessione, la palestra delle virtù». In questo la Chiesa si sente sostenuta dalla consapevolezza di essere voce attesa e ascoltata sia dai credenti praticanti (secondo recenti rilevamenti demoscopici, il 27,9% degli italiani partecipa ogni domenica alla celebrazione eucaristica; il 18,9% lo fa una o due volte al mese; il 24,2% almeno qualche volta all’anno) sia, più in generale, dall’opinione pubblica, che vede nella Chiesa la forza ancora in grado di unire un tessuto sociale sfilacciato. Negli interventi assembleari è emersa la necessità di individuare percorsi formativi che aiutino ad abbracciare scelte di vita autentica. Nello specifico, è stato sottolineato il valore dell’ascesi e dello spirito di sacrificio, nonché l’urgenza di un’educazione positiva della sessualità in ordine al progetto di Dio. L’impegno educativo esige che sia salvaguardata l’autonomia della coscienza credente. Ciò che fa la differenza rispetto al sentire comune, è l’esperienza di fede: è questa che permette di essere “sale della terra” e “luce del mondo”. In questa direzione non sono mancati auspici per una riforma morale e intellettuale, a partire da una cura sempre più puntuale della formazione sacerdotale, al fine di far crescere pastori credibili, affidabili e capaci di interpretare i segni dei tempi. Di qui l’apprezzamento per i contenuti della Lettera recentemente indirizzata dal Papa ai seminaristi e l’invito ai giovani a riconoscere quella nostalgia incomprimibile di felicità vera, che trasforma in “cercatori di Dio e dei suoi sentieri”. Per la formazione di que-


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA sti ultimi, è stata evidenziata la necessità di investire con coraggio maggiori risorse umane ed economiche. Allo stesso modo, la convinzione del primato della famiglia deve tradursi sul fronte civile in politiche adeguate e, su quello più propriamente ecclesiale, nella scelta di non arrendersi alle gravi difficoltà, per affrontarle invece con spirito di misericordia, di comprensione e di chiarezza. A fronte della penuria delle risorse disponibili, non è mancato il richiamo a un rinnovato impegno a tutela e sostegno della scuola paritaria, come pure a una maggiore valorizzazione degli insegnanti di religione cattolica.

3. Per una fede più trasparente e praticabile Al cuore dei loro lavori, i Vescovi, dopo aver affrontato alcune questioni puntuali, hanno approvato la prima parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. Nella prossima Assemblea generale (maggio 2011) saranno analizzati i restanti testi, prima dell’approvazione generale e della loro trasmissione alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a cui spetterà autorizzare la pubblicazione della nuova versione italiana del Messale Romano. Nel suo messaggio, il Santo Padre ha ricordato ai convenuti che «ogni parola umana non può prescindere dal tempo, anche quando, come nel caso della liturgia, costituisce una finestra che si apre oltre il tempo». La prospettiva che ha animato la revisione del Messale – finalizzata all’obiettivo di «rendere ancor più trasparente e praticabile quella stessa fede che risale all’epoca della Chiesa nascente» (Benedetto XVI) – ha visto i Vescovi coniugare la fedeltà ai testi originali con la consapevolezza delle mutate condizioni temporali.

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4. Chiese e Unione Europea Il rapporto tra le Chiese e l’Unione Europea è stato oggetto di una relazione competente e apprezzata, che ha suscitato grande interesse. Essa ha messo in luce come, nonostante la mancata citazione nei documenti ufficiali delle radici cristiane della civiltà europea, una consapevolezza sempre più diffusa vede la religione al centro del dibattito sull’identità e il futuro dell’Unione Europea, mentre si profila il difficile compito di armonizzare tradizioni e valori di una società multietnica, interculturale e multireligiosa. All’esplicito riconoscimento anche sul piano giuridico del contributo specifico che le Chiese e le comunità religiose possono apportare alla governance del sistema comunitario, corrisponde una crescente partecipazione dei soggetti confessionali agli sviluppi del processo di integrazione. Se rimangono da individuare soggetti, contenuti e modalità del dialogo fra l’Unione Europea e le confessioni religiose, l’apertura favorisce comunque l’inclusione delle Chiese fra gli interlocutori stabili del processo di integrazione europea. Ciò non implica l’attribuzione di un privilegio incompatibile con la democrazia, ma semmai rafforza la partecipazione democratica; non contrasta con il principio di laicità, ma lo realizza secondo una prospettiva coerente con il contenuto positivo della libertà religiosa e con il ruolo riconosciuto alle istituzioni religiose in relazione alle esigenze della persona.

5. Il rilancio delle offerte per il sostentamento del clero 746

Un ulteriore approfondimento ha affrontato la questione del rilancio delle offerte deducibili per il sostentamento dei sacerdoti, uno dei canali individuati al momento della riforma del sistema di finanziamento della Chiesa in Italia. I Vescovi hanno condiviso l’opportunità di promuovere nei fedeli sempre più l’educazione alla corresponsabilità, anche per rendere disponibili ulteriori risorse economiche da destinare alle esigenze di culto e pastorale e alla carità. A tale scopo sono state presentate all’Assemblea talune proposte operative nel segno della trasparenza. Esse mirano a promuovere la partecipazione attiva e responsabile di tutti e la conoscenza,


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA mediante un libro bianco (cfr www.offertesacerdoti.it), delle opere realizzate sul territorio con i fondi dell’otto per mille.

6. Comunicazioni e informazioni Una comunicazione ha fornito ai Vescovi un aggiornamento sullo stato della rilevazione delle opere sanitarie e sociali ecclesiali, avviato lo scorso anno a livello nazionale. Emerge un quadro di presenze straordinariamente ricco, animato dalla prossimità a quanti si trovano in situazione di bisogno e di disagio; esso necessita di essere ulteriormente conosciuto e meglio coordinato. È ormai avviato da tempo in tutte le diocesi il percorso di preparazione alla XXVI Giornata Mondiale della Gioventù (Madrid, 16 - 21 agosto 2011). Il principale strumento di informazione è costituito dal sito internet www.gmg2011.it, curato dal Servizio Nazionale per la pastorale giovanile. Con il titolo “Signore, da chi andremo?” si svolgerà ad Ancona dal 3 all’11 settembre 2011 il XXV Congresso Eucaristico Nazionale, che intende avere tra i suoi tratti salienti la dimensione popolare e quella territoriale. Ulteriori informazioni sono fin da ora disponibili sul sito internet www.congressoeucaristico.it. “La famiglia: il lavoro e la festa” è il tema dell’VII Incontro mondiale delle Famiglie (Milano, 30 maggio - 3 giugno 2012), a cui si affiancherà un convegno teologico-pastorale. Allo scopo di valorizzare riflessioni e approfondimenti, nonché di presentare appuntamenti e iniziative, è stato predisposto il sito internet www.family2012.com.

7. Nomine La Presidenza della CEI, riunitasi l’8 novembre, ha provveduto alle seguenti nomine: - Consiglio di amministrazione della Fondazione di religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena: S.E. Mons. Mariano CRO-

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CIATA,

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Segretario generale della CEI, Presidente; S.E. Mons. Dino DE ANTONI, Arcivescovo di Gorizia; S.E. Mons. Ernesto MANDARA, Vescovo ausiliare di Roma; S.E. Mons. Salvatore NUNNARI, Arcivescovo di Cosenza – Bisignano; mons. Giampietro FASANI, Economo della CEI. - Collegio dei revisori dei conti della Fondazione di religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena: dott. Paolo BUZZONETTI, Presidente; rag. Fabio PORFIRI, membro effettivo; mons. Mauro RIVELLA, Sottosegretario della CEI, membro effettivo; rag. Renzo BOLDRINI, membro supplente; mons. Adolfo ZAMBON, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici, membro supplente. - Consiglio di amministrazione dell’Istituto Centrale per il sostentamento del clero per il quinquennio 2011-2015: don Giovanni SOLIGO (Treviso), Presidente, dott. Giorgio FRANCESCHI, Vice Presidente, prof. Giuseppe Maria CIPOLLA, dott. Giacomo GNUTTI, dott. Federico MANZONI, dott.ssa Maria SPECIALE; membri eletti in rappresentanza del clero: don Ermenegildo ALBANESE (Oppido Mamertina – Palmi); don Simone DI VITO (Gaeta); don Claudio RUBAGOTTI (Cremona). - Collegio dei revisori dei conti dell’Istituto Centrale per il sostentamento del clero per il quinquennio 2011-2015: mons. Giampietro FASANI, Economo della CEI, Presidente; dott. Giuliano GRAZIOSI, membro effettivo; mons. Luciano VINDROLA (Susa), membro effettivo, in rappresentanza del clero; dott. Paolo BUZZONETTI, membro supplente; ing. Livio GUALERZI, membro supplente; don Umberto OLTOLINI (Milano), membro supplente, in rappresentanza del clero. - Co-Presidente dell’Osservatorio centrale per i beni culturali di interesse religioso di proprietà ecclesiastica: S.E. Mons. Simone GIUSTI, Vescovo di Livorno, Presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici. - Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma: don Hector Eduardo QUIROS QUINTERO (Darien). Nella riunione del 10 novembre, il Consiglio Episcopale Permanente ha eletto S.E. Mons. Salvatore LIGORIO, Arcivescovo di Matera – Irsina, membro della Commissione Episcopale per le migrazioni. Assisi, 11 novembre 2010


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CONFERENZA EPISCOPALE NOMINA VESCOVILE ITALIANA Messaggio della Presidenza in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2010-2011

All’inizio del nuovo anno scolastico desideriamo far pervenire a ognuno di voi, studenti, genitori e docenti, il nostro saluto e il nostro augurio. Per la Chiesa in Italia questo è un anno speciale, perché segna l’inizio di un decennio caratterizzato da una rinnovata attenzione all’educazione, riconoscendo nell’arte delicata e sublime dell’educare una sfida culturale e un segno dei tempi. Siamo convinti che la scuola costituisca un luogo irrinunciabile per promuovere l’educazione integrale della persona, come pure dell’importanza dell’insegnamento della religione cattolica, che permette di affrontare le questioni inerenti il senso della vita e il valore della persona alla luce della Bibbia e della tradizione cristiana. «Lo studio delle fonti e delle forme storiche del cattolicesimo è parte integrante della conoscenza del patrimonio storico, culturale e sociale del popolo italiano e delle radici cristiane della cultura europea» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 47). Tale insegnamento si inserisce oggi nel processo di riforma della scuola italiana, mediante la proposta di nuovi traguardi per lo sviluppo delle competenze e di obiettivi di apprendimento nella scuola dell’infanzia e del primo ciclo, e con la prospettazione di competenze, conoscenze e abilità nel secondo ciclo. Siamo persuasi che la dimensione religiosa è costitutiva dell’essere umano e che l’insegnamento della

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religione cattolica può aiutare i giovani a interrogarsi e riflettere, per elaborare un progetto di vita capace di arricchire la loro formazione, con particolare riferimento agli aspetti spirituali ed etici dell’esistenza, stimolandoli a interpretare correttamente il contesto storico, culturale e umano della società, in vista del loro coinvolgimento nella costruzione della convivenza umana. Gli insegnanti di religione cattolica, forti di una formazione umana e spirituale radicata nell’appartenenza ecclesiale e arricchiti nella cura costante di una professionalità adeguata alle nuove sfide culturali, si offrono come protagonisti, in sinergia con i colleghi delle altre discipline, di un’azione pedagogica illuminata dalla fiducia nella vita e dalla speranza, capace di raggiungere il cuore e la mente dei giovani, facendo leva sulle loro migliori risorse e proiettandoli verso quei traguardi di senso che lasciano intravedere la bellezza di una vita autenticamente buona. Nell’anno scolastico 2009-2010 l’insegnamento della religione cattolica è stato scelto dal 90% delle famiglie e degli alunni delle scuole statali. Tale dato sale al 90,80%, se si tiene conto anche di quanti frequentano scuole cattoliche. L’alto tasso di adesione attesta la forza di attrazione di questa disciplina, di cui gli stessi avvalentisi sono i testimoni più efficaci. Proprio a questi studenti e alle loro famiglie chiediamo di incoraggiare positivamente quanti non l’hanno ancora scelta, affinché scoprano la ricchezza della dimensione religiosa della vita umana e la sua valenza educativa, finalizzata al pieno sviluppo della persona. Roma, 22 novembre 2010 750


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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto per l’attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF

L’Arcivescovo della Arcidiocesi di Bari-Bitonto VISTA la determinazione approvata dalla XLV Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (Collevalenza, 9–12 novembre 1998); CONSIDERATI i criteri programmatici ai quali intende ispirarsi nell’anno pastorale 2011 per l’utilizzo delle somme derivanti dall’otto per mille dell’IRPEF; TENUTA PRESENTE la programmazione diocesana riguardante nel corrente anno priorità pastorali e urgenze di solidarietà; SENTITI, per quanto di rispettiva competenza, l’incaricato del Servizio diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica e il direttore della Caritas diocesana; 751 UDITO il parere del Consiglio diocesano per gli Affari economici e del Collegio dei consultori dispone I) Le somme derivanti dall’otto per mille IRPEF ex art. 47 della Legge 222/1985 ricevute nell’anno 2010 dalla Conferenza Episcopale Italiana “per esigenze di culto e pastorale” sono così assegnate:


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ESIGENZE DI CULTO E PASTORALE

1 1 2

ESIGENZE DEL CULTO NUOVI COMPLESSI PARROCCHIALI RESTAURO EDIFICI

2 1 2 4 5 6 9 10

ESERCIZIO CURA DELLE ANIME ATTIVITÀ PASTORALI STRAORDINARIE CURIA DIOCESANA E CENTRI PASTORALI MEZZI COMUNICAZIONE SOCIALE ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE CONSULTORIO FAMILIARE DIOCESANO PARROCCHIE STRAORDINARIE NECESSITÀ

3 1 2 4 5 6

FORMAZIONE DEL CLERO SEMINARIO DIOCESANO, INTERDIOCESANO, REGIONALE RETTE SEMINARISTI E SACERDOTI FORMAZIONE PERMANENTE CLERO FORMAZIONE DIACONATO PERMANENTE PASTORALE VOCAZIONALE

4 1 4

SCOPI MISSIONARI CENTRO MISSIONARIO DIOCESANO SACERDOTI FIDEI DONUM

5 2

CATECHESI ED EDUC. CRISTIANA ASSOCIAZIONI ECCLESIALI

6 1

CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO

8 1

INIZIATIVE PLURIENNALI FONDO DI GARANZIA TOTALE DELLE ASSEGNAZIONI

2010

10.693,17 100.000,00 110.693,17

77.000,00 440.000,00 15.493,71 40.000,00 100.000,00 27.000,00 61.759,17 761.252,88

200.000,00 25.822,84 25.822,84 10.000,00 5.164,57 266.810,25

10.329,14 15.493,71 25.822,85

7.746,85 7.746,85

2.324,06 2.324,06

130.269,02 130.269,02 1.304.919,08


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO II) Le somme derivanti dall’otto per mille IRPEF ex art. 47 della Legge 222/1985 ricevute nell’anno 2010 dalla Conferenza Episcopale Italiana “per interventi caritativi” sono così assegnate: 888

INTERVENTI CARITATIVI

1 1 2 3

DISTRIB. PERSONE BISOGNOSE DA PARTE DELLA DIOCESI DA PARTE DELLE PARROCCHIE DA PARTE DI ENTI ECCLESIASTICI

2 1 2 6

OPERE CARITATIVE DIOCESANE IN FAVORE DI EXTRACOMUNITARI IN FAVORE DI TOSSICODIPENDENTI FONDAZIONE ANTIUSURA

4 1 2 3

OPERE CARITATIVE ALTRI ENTI CASA BETANIA CASA DELLA CARITÀ CASA DEL CLERO MONS. E. NICODEMO

5 1

ALTRE ASSEGNAZIONI/EROGAZIONI A DISPOSIZIONE DEL VESCOVO PER CARITÀ

6 1

INIZIATIVE PLURIENNALI INIZIATIVE PLURIENNALI

TOTALE DELLE ASSEGNAZIONI

2010

194.833,69 174.760,79 67.139,40 436.733,88

38.734,26 1.316,55 25.822,84 105.873,65

8.846,85 14.904,99 25.534,93 49.286,77

139.523,83 139.523,83

81.191,07 81.191,07 812.609,20

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Le disposizioni del presente provvedimento saranno trasmesse alla Segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana attraverso i prospetti di rendicontazione predisposti secondo le indicazioni date dalla Presidenza della C. E. I.

Bari, li 25 novembre 2010 † Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari - Bitonto Prot. 635/ A/10

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

Sacre ordinazioni e istituzioni - La sera di sabato 4 dicembre 2010, I Vespri della II Domenica di Avvento, nella Cattedrale di Bari, durante una solenne concelebrazione eucaristica, S. Ecc. Mons. Vito Angiuli, Vescovo eletto di Ugento-S. Maria di Leuca, ha ricevuto l’ordinazione episcopale. Presente S. Em. il signor Cardinale Salvatore De Giorgi, la celebrazione è stata presieduta da S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, che è stato anche il consacrante principale, assistito dai conconsacranti S. Ecc. Mons. Benigno Papa, Arcivescovo di Taranto e S. Ecc. Mons. Domenico D’Ambrosio, Arcivescovo di Lecce. L’eletto è stato presentato dall’Amministratore diocesano di Ugento-S. Maria di Leuca mons. Gerardo Antonazzo. Hanno assistito all’ordinazione anche altri arcivescovi e vescovi; hanno concelebrato numerosi sacerdoti, molti dei quali appartenenti alla diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca, ed erano presenti diaconi permanenti, seminaristi, consacrati, consacrate e fedeli laici. - La sera del 7 dicembre 2010, I Vespri della Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni Bosco in Bari, S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, ha istituito accolito il seminarista diocesano Michele Calabrese. - La sera del 12 dicembre 2010, III Domenica di Avvento, S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, nella Catte-

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drale di Bari, ha ordinato diaconi permanenti gli accoliti Giovanni Caradonna e Giacomo Leuzzi, incardinandoli nel clero diocesano. Decreti arcivescovili S. Ecc. l’Arcivescovo, con decreto del - 12 novembre 2010 (Prot. n. 67/10/D.A.G.), ha rinnovato la costituzione del Tribunale diocesano per la durata di cinque anni; - 29 novembre 2010 (Prot. n. 74/10/D.A.G.), ha concesso il consenso dell’Ordinario per l’erezione canonica di una casa delle suore Bene-Tereziya in Cassano delle Murge. Nomine e decreti singolari

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A) S. Ecc. l’Arcivescovo ha nominato, in data: - 1 novembre 2010 (Prot. n. 64/10/D.A.S.-N.), don Giovanni Giusto all’ufficio di parroco della parrocchia S. Caterina Vergine e Martire in Bitonto, per nove anni; - 1 novembre 2010 (Prot. n. 65/10/D.A.S.-N.), don Pietro Tanzi all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Ferdinando in Bari; - 3 novembre 2010 (Prot. n. 66/10/D.A.S.-N.), don Giacomo Fazio all’ufficio di economo del Seminario diocesano; - 16 novembre 2010 (Prot. n. 68/10/D.A.S.-N.), don Giuseppe Spano all’ufficio di parroco della parrocchia S. Pio X in Bari, per nove anni; - 23 novembre 2010 (Prot. n. 71/10/D.A.S.-N.), don Domenico Fornarelli membro del Collegio dei consultori dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, fino alla scadenza dell’attuale Collegio; - 23 novembre 2010 (Prot. n. 72/10/D.A.S.-N.), don Giacomo Fazio membro del Collegio dei consultori dell’Arcidiocesi di BariBitonto, fino alla scadenza dell’attuale Collegio; - 24 novembre 2010 (Prot. n. 73/10/D.A.S.-N.), il sig. Giuseppe Antonelli all’incarico di commissario della Confraternita “Associazione Pio Monte del Purgatorio” in Bitritto; - 1 dicembre 2010 (Prot. n. 75/10/D.A.S.-N.), il diacono permanente Giuseppe Delle Grazie all’ufficio di collaboratore dell’Ufficio Amministrativo diocesano;


CURIA METROPOLITANA - 1 dicembre 2010 (Prot. n. 76/10/D.A.S.-N.), la prof.ssa Francesca Vessia, confermandola per altri cinque anni, all’incarico di presidente del Consiglio dell’E.S.A.S. e direttore del Consultorio Familiare diocesano; - 13 dicembre 2010 (Prot. n. 81/10/D.A.S.-N.), il diacono permanente Giovanni Caradonna all’ufficio di collaboratore della parrocchia S. Marcello in Bari; - 13 dicembre 2010 (Prot. n. 82/10/D.A.S.-N.), il diacono permanente Giacomo Leuzzi all’ufficio di collaboratore della parrocchia Stella Maris in Bari-Palese; - 13 dicembre 2010 (Prot. n. 83/10/D.A.S.-N.), don Sabino Perillo all’ufficio di cappellano delle Suore Figlie della Carità della Casa della Carità “S. Vincenzo de’ Paoli” in Palo del Colle. B) Sua Eccellenza l’Arcivescovo, in data: - 16 novembre 2010 (Prot. n. 69/10/D.A.S.), ha riconosciuto a don Luigi Minerva il diritto ad usufruire per motivi di salute dei benefici previsti per la condizione di anzianità; - 16 novembre 2010 (Prot. n. 70/10/D.A.S.), ha riconosciuto a don Giuseppe Di Mauro il diritto ad usufruire per motivi di salute dei benefici previsti per la condizione di anzianità; - 7 dicembre 2010 (Prot. n. 78/10/D.A.S.), ha concesso licenza a S.Ecc.za Mons. Lucio Renna, Vescovo di San Severo, per il conferimento, nella cappella maggiore del Seminario Regionale di Molfetta, ai seminaristi diocesani Mario Diana, Alfredo Gabrielli e Gerri Zaccaro dei ministeri dell’accolitato al primo e del lettorato agli altri due.

Errata corrige Nel numero 5/2010 p. 570 del Bollettino, a causa di un errore di compilazione e correzione delle bozze, è stata attribuita una nomina di trasferimento, in realtà non avvenuta, al sac. diocesano Pietro Tanzi.

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CURIA METROPOLITANA Settore Laicato. Consulta delle Aggregazioni laicali

Chiesa e Mezzogiorno (Bari, 20 novembre 2010)

Sabato 20 novembre 2010, dalle ore 16.00 alle ore 18.30, presso la Casa del Clero, si è svolta, in preparazione al Convegno Ecclesiale Regionale del 2011 sui laici nella Chiesa e nella società pugliese, un’assemblea delle Aggregazioni laicali, aperta anche ai laici delle comunità parrocchiali e delle Confraternite, sul tema Chiesa e mezzogiorno. L’incontro è stato introdotto da Vito Micunco, direttore dell’Ufficio diocesano Mondo sociale e del lavoro. Si è voluto ripartire dal Convegno tenutosi, sullo stesso tema, presso la Fiera del Levante il 18 settembre 2010, tenendo anche conto dei lavori della 46° Settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi a Reggio Calabria a metà ottobre. Riportiamo l’intervento di Vito Micunco.

Vent’anni fa, in occasione del quarantesimo anniversario della Lettera collettiva dei vescovi sulla questione meridionale, veniva pubblicato il documento della CEI su Chiesa italiana e Mezzogiorno. Si trattò di un evento storico per la Chiesa italiana. Il documento infatti fu sottoscritto da tutti i vescovi italiani «consapevoli – così c’era scritto – degli ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale». Non era mai accaduto prima. La stessa Lettera collettiva di quarant’anni prima era stata firmata solo dai «vescovi di molte diocesi del Mezzogiorno d’Italia».

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L’adesione di tutto l’episcopato italiano a questa nuova iniziativa non fu ininfluente sulle sorti che la nota ebbe presso vasti settori dell’opinione pubblica. La Chiesa italiana, presentandosi unita e solidale nelle sue diverse espressioni particolari, si distinse per coerenza e capacità di interpretare il bene comune nazionale, rafforzando così l’idea di fondo contenuta nel documento: «Il Paese non crescerà se non insieme». Come scrisse don Tonino Bello in un suo appassionato commento al documento, che con il suo stile inconfondibile intitolò “Sollicitudo rei meridionalis”: «Anche la Chiesa cresce insieme. La questione meridionale coinvolge tutti. Non nel senso che essa sia una specie di fossa dalla quale quelli del Nord devono aiutare quelli del Sud a venir fuori. No. Nella fossa ci siamo tutti, e tutti insieme dobbiamo uscirne». La Chiesa risultò essere una voce credibile nell’analisi e nella denuncia come nella proposta e nell’annuncio. E infatti furono tante le voci di provenienza diversa e di diverso orientamento che sentirono il bisogno di entrare in dialogo con la comunità ecclesiale su questa importante tematica. Lo stesso SVIMEZ, un ente che ha come compito istituzionale quello di studiare i fatti economici e non certo di indulgere in considerazioni di carattere generale, nel suo Rapporto annuale del 1990, che portava la firma del grande meridionalista Pasquale Saraceno, fece un autorevole richiamo al documento pubblicato soltanto qualche mese prima. Del resto, sebbene il documento si ponesse in una prospettiva eminentemente pastorale, esso non rinunciava ad offrire un’analisi puntuale dei diversi aspetti della questione meridionale. Scrivevano i vescovi: «Il problema del Mezzogiorno si configura come questione morale in riferimento alla diseguaglianza nello sviluppo tra Nord e Sud del Paese e alle implicazioni di un tipo di sviluppo incompiuto, distorto, dipendente e frammentato». Con questo giudizio, ripreso e argomentato in modo compiuto e convincente in ogni parte del documento, veniva evidenziato un divario economico tra Nord e Sud del Paese. Un divario che, nonostante decenni di politiche di intervento straordinario, appariva ancora molto lontano dall’essere superato. Lo scorso febbraio, a vent’anni di distanza da quello storico docu-


CURIA METROPOLITANA mento, la CEI è tornata sull’argomento pubblicando un nuovo intervento dal titolo “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Desiderio dei vescovi è «riprendere la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi problemi irrisolti, riproponendoli all’attenzione della comunità ecclesiale nazionale». A parere dei vescovi, sono ancora tanti i problemi irrisolti che affliggono il Sud. Anzitutto c’è la criminalità organizzata che di fatto impedisce lo sviluppo sociale, economico e politico. Non meno grave è il dilagare dell’economia illegale e di alcune sue deleterie conseguenze come l’usura, l’evasione fiscale e il lavoro nero. Ancora molto diffusa è la povertà economica che, pur essendo un’emergenza nazionale, si concentra nelle regioni meridionali dove più alta è la presenza di famiglie monoreddito. Da non sottovalutare è il disagio sociale che al Sud, in assenza di risorse adeguate e di un’efficiente rete di servizi assistenziali, facilmente si trasforma in esclusione. Non vanno infine dimenticati la disoccupazione e il lavoro precario, che colpiscono soprattutto le giovani generazioni. Come non va dimenticato il fenomeno della nuova emigrazione, ormai non più per fame ma di mestiere, che obbliga tanti giovani, spesso i più promettenti e preparati, ad andare altrove per trovare uno sbocco occupazionale adeguato agli studi fatti. Rispetto a questi problemi la Chiesa, ovviamente, non ha soluzioni da offrire ma soltanto orientamenti di carattere generale da cui ricavare le decisioni che occorre adottare. A giudizio dei vescovi, un orientamento fondamentale per affrontare la questione meridionale è quello di tenere insieme il principio della solidarietà con quello della sussidiarietà. Il principio di sussidiarietà, in base al quale si vuole portare l’intervento pubblico là dove il rapporto tra amministrazione e bisogni è più stretto, è assolutamente condivisibile ed anzi è uno dei principi cardine del magistero sociale della Chiesa.

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Esso, tuttavia, come ricorda autorevolmente la Caritas in veritate «va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà» perché la sussidiarietà «senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale». Dunque, ciò che non si può accettare è che questo processo di decentramento e ripartizione dei poteri tra le diverse articolazioni amministrative avvenga in modi e forme tali da dimenticare anche le più elementari esigenze di solidarietà e di uguaglianza, con pesanti conseguenze sul piano dei diritti. Oggi c’è una spinta preoccupante verso un modello di federalismo competitivo, ridotto al solo aspetto fiscale, da cui nasce il rischio che si venga a creare una situazione di grave disparità di trattamento a seconda dell’area geografica di appartenenza o della tipologia dei bisogni tutelati. I vescovi, pertanto, non negano che una riforma in senso federale dello Stato possa essere utile per fronteggiare la crescente divaricazione tra un Sud in alcuni casi molto arretrato e un Nord che invece figura come una delle aree geografiche più ricche non solo d’Italia ma dell’intera Europa. Anzi i vescovi affermano espressamente che il federalismo potrebbe aiutare a rafforzare l’unità del Paese. A questo riguardo rivendicano l’attualità della visione regionalistica di Sturzo e di Moro ammettendo che una sua corretta attuazione, nella forma di un federalismo solidale e unitario, rappresenterebbe non soltanto una risposta alla “questione settentrionale”, ma anche una sfida per il Mezzogiorno che «potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali, nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale». Non si tratta di una posizione per così dire di comodo, alla ricerca di una mediazione a tutti i costi per non scontentare nessuno. Si tratta invece di un profondo convincimento su cui, non a caso, il cardinale Bagnasco è tornato a più riprese in molte altre occasioni, dimostrando così una totale sintonia con il Presidente della Repubblica. Richiamo qui alcune parole del discorso pronunciato da Giorgio Napolitano a Marsala l’11 maggio 2010 in occasione del 150° anniversario dello sbarco dei Mille, parole di lì a pochi giorni espressa-


CURIA METROPOLITANA mente riprese dal cardinale Bagnasco nella sua prolusione all’Assemblea dei vescovi: «Le critiche che è legittimo muovere in modo argomentato e costruttivo agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità o aderenza ai bisogni (…) del Mezzogiorno, non possono essere accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto, anche profondamente, qui nel Mezzogiorno, sia nella gestione dei poteri regionali e locali e nel funzionamento delle amministrazioni pubbliche, sia negli atteggiamenti del settore privato, sia nei comportamenti collettivi. E parlo di correzioni essenziali anche al fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata che è diventata una vera e propria palla di piombo al piede della vita civile e dello sviluppo del Mezzogiorno». Non va sottaciuto che il federalismo è una riforma sotto molti aspetti rischiosa, non ultimo poiché irreversibile. Non per questo, però, può essere considerata meno necessaria – per il Nord come per il Sud. Per il Sud essa impone di raccogliere alcune sfide non facili. Si tratta di superare definitivamente l’assistenzialismo che ha generato clientelismi e corruzione, alimentato criminalità organizzata, disincentivato l’intrapresa economica. Si tratta di puntare sulle risorse specifiche del Mezzogiorno, prima fra tutte quella legata alla sua naturale funzione di cerniera tra l’Europa centrale e il Mediterraneo. Si tratta di creare, attraverso un lavoro innanzitutto educativo, che deve coinvolgere anche la Chiesa, le condizioni per un protagonismo attivo delle comunità locali che devono divenire artefici del proprio sviluppo. Bisogna impegnarsi tutti perché cresca in fretta questa nuova consapevolezza. In caso contrario, infatti, avvertono i vescovi, il rischio è che il Mezzogiorno venga trasformato «in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo». A questo punto, però, la domanda è quella che con molto coraggio si è posto il prof. Giuseppe Savagnone, direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, nella sua relazione alla Settimana sociale, incentrata sul documento dei vescovi sul Mezzogiorno.

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Perché – si è chiesto Savagnone – le speranze espresse vent’anni addietro nel primo documento dei vescovi italiani sono andate deluse? Nonostante le coraggiose prese di posizione, i tanti studi e dibattiti che sono nati sotto la spinta di quel documento (ricordiamo il 1° Convegno ecclesiale delle Chiese di Puglia, tenutosi a Bari il 29 aprile–2 maggio 1993, sul tema “Crescere insieme in Puglia. Le Chiese di Puglia per una comunità di uomini solidali”), la situazione al Sud non è migliorata, anzi, è peggiorata. Lo sviluppo incompiuto, distorto, dipendente e frammentato non solo non si è trasformato in vero sviluppo ma è sempre più precipitato in quel “circolo vizioso” che era stato indicato come il prodotto perverso di una cattiva politica del Meridione. Certamente ci sono oggi approcci alla questione meridionale molto riduttivi che rafforzano pregiudizi sul Mezzogiorno e alimentano nuove faziosità all’interno del Paese. Molti dei problemi che affliggono il Meridione sono gli stessi che interessano anche il Centro-Nord e pertanto richiedono obiettivi comuni e una strategia condivisa. In ogni caso, però – ha ricordato Savagnone – «resta lo scandalo di un territorio su cui i cattolici hanno un capillare e profondo radicamento, più che al Nord». La presenza viva e profetica della Chiesa nel Mezzogiorno non può essere affidata ai documenti ufficiali e alle figure straordinarie dei suoi martiri, ma deve necessariamente passare dallo stile di vita delle comunità ecclesiali. Le Chiese del Sud sono chiamate a dare il loro essenziale contributo con la pastorale ordinaria e con un nuovo protagonismo dei laici. «Troppe volte – evidenzia di Savagnone – la nostra pastorale è affetta da una schizofrenia che da un lato neutralizza la valenza laica dei fedeli quando si trovano all’interno del tempio e assegna loro esclusivamente un ruolo di vice-preti, ignorando la loro dimensione professionale, familiare, politica; dall’altro, li abbandona, fuori delle mura del tempio, a una logica puramente secolaristica, per cui essi alimentano la loro cultura non attingendo al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa, ma ai grandi quotidiani laicisti e alla televisione». In effetti dobbiamo ammettere che, a differenza di altre stagioni, oggi manca la presenza di un laicato cristiano che possa dirsi realmente tale.


CURIA METROPOLITANA Quando questa presenza è espressione diretta dell’associazionismo cattolico, spesso pretende di parlare a nome e per conto della Chiesa, apparendo così poco credibile nel rappresentare gli interessi di tutti. Quando invece, per così dire, non chiede tutele clericali, da parte della comunità cristiana viene immediatamente guardata con sospetto, isolata e abbandonata a se stessa, perdendo così di fatto ogni possibilità di confronto comunitario e quindi di una vitale appartenenza ecclesiale. Da tempo i nostri Pastori invocano una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Lo aveva auspicato per primo papa Benedetto XVI nel suo famoso discorso in occasione della visita a Cagliari a settembre 2008: «La politica necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». Lo aveva ripetuto il cardinale Bagnasco nel gennaio 2010 al Consiglio Episcopale Permanente confidando un suo sogno ad occhi aperti: «vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro a essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni». Entrambi lo hanno poi ribadito con forza, rispettivamente nell’indirizzo di saluto e nella prolusione di apertura, alla Settimana sociale reggina. La presenza dei cristiani nella società non può limitarsi al solo campo sociale e caritativo. Questa concentrazione dei credenti su certe forme di servizio non è sufficiente perché presuppone la pretesa o l’illusione di una condizione di autosufficienza che non c’è più. I laici, per la loro indole secolare, che li distingue ma non li separa dai preti e religiosi, sono chiamati a rappresentare allo stesso tempo il mondo nella Chiesa e la Chiesa nel mondo. Da un lato essi devono fare in modo che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini» trovino eco nella comunità cristiana, come recita l’incipit della Gaudium et spes. D’altro lato, come recita la Lumen gentium, «sono

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chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo con la testimonianza della loro vita». Zona di frontiera chiama il laicato il nostro Arcivescovo. «Voi siete frontiera comune tra Chiesa e non Chiesa (…) siete zona di confine, dove lo specifico cristiano ed ecclesiale, attraverso voi, potrà passare nel mondo per animarlo, ma dove anche lo specifico del mondo e del temporale, attraverso la vostra professione, il vostro essere immersi nel mondo, può entrare nella storia e dare corpo e concretezza». Disattendere questo compito, come purtroppo talvolta accade, comporta conseguenze a livello ecclesiale come a livello sociale. A livello ecclesiale perché non consente al popolo di Dio di fare un’esperienza di Chiesa veramente compiuta, dove, per utilizzare un’espressione di san Paolo, «il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra» (1Cor 12, 14). E a livello sociale perché finisce di fatto per privare la società di una voce che per quanto isolata – o forse proprio perché tale – è importante. Per le ragioni che abbiamo già detto, questo atteggiamento deve essere considerato particolarmente grave e colpevole specialmente nel nostro Sud. Come laici, invece, oggi siamo chiamati a spenderci in prima persona attraverso l’esercizio delle nostre competenze e in ascolto del magistero della Chiesa, orientandoci legittimamente verso una pluralità di opzioni e convergendo sui principi e i valori fondamentali del Magistero, senza che fra di essi ci sia un prima e un dopo, un più e un meno importante. «Forse sorprende e spiazza – ha osservato Savagnone – il fatto che la Chiesa si occupi, oltre che dei problemi più strettamente connessi alla sfera etica, come sono quelli della biomedicina e della famiglia, in cui sarebbero ravvisabili in modo esclusivo i “valori non negoziabili”, anche di quelli relativi agli assetti sociali e politici». Un “merito” del documento dei vescovi Chiesa e Mezzogiorno è «di aver sottolineato che alla Chiesa sta a cuore non soltanto la vita nel momento del suo concepimento o in quello terminale, ma anche ciò che sta tra questi due momenti estremi. Anche la solidarietà è un valore non negoziabile, come lo è la sorte di tutti i deboli e gli esclusi. È a questo titolo che la Chiesa si occupa della questione meridionale». Vito Micunco Direttore Ufficio Mondo sociale e del lavoro


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CONSIGLI DIOCESANI Consiglio Presbiterale diocesano

Verbale della riunione del 21 ottobre 2010

Il giorno 21 ottobre 2010, alle ore 9.30, presso il salone della Casa del Clero in Bari, si è riunito il Consiglio Presbiterale diocesano, convocato e presieduto dall’Arcivescovo Mons. Francesco Cacucci. Sono presenti: il Vicario generale mons. Domenico Ciavarella, mons. Vito Angiuli e i vicari episcopali: don Ubaldo Aruanno, mons. Vito Bitetto, don Candeloro Angelillo, mons. Francesco Colucci, mons. Domenico Falco, mons. Angelo Latrofa, p. Leonardo Di Pinto, O.F.M. Sono assenti: don Angelo Cassano, don Luciano Cassano, don Angelo Romita, p. Rosario Scogliamiglio O.P., p. Santo Pagnotta O.P., p. Damiano Bova O.P., p. Mariano Bubbico O.F.M. capp., P. Francesco Neri O.F.M. Cap. Alla riunione odierna partecipano anche i direttori e i vice-direttori degli uffici di Curia. All’ordine del giorno: 1. Preparazione al Terzo Convegno ecclesiale regionale: “I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi” a livello vicariale (introducono mons. A. Latrofa e dott. M.L. Lo Giacco, delegati diocesani al Comitato organizzatore del Convegno). 2. Varie ed eventuali. Dopo la preghiera dell’Ora Media, l’Arcivescovo rinnova gli auguri

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a mons. Vito Angiuli, Vescovo eletto della Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca. Mons. Latrofa introduce il primo punto all’o.d.g., sottolineando che il Convegno regionale ha lo scopo di aiutare tutti i membri del popolo di Dio a riscoprire la grandezza della vocazione laicale e a far maturare sempre più l’ecclesiologia di comunione e la corresponsabilità. Occorre guardare ai doni e alle sfide dell’attuale contesto culturale ed ecclesiale e mettere al centro dell’azione pastorale l’attenzione alla relazione e in particolare alla relazione educativa. Il laicato deve essere sempre più “produttore di senso” nella comunità ecclesiale e nella società civile nei diversi ambiti di vita e di testimonianza. Mons. Latrofa inoltre esorta a valorizzare e utilizzare nelle parrocchie e nelle aggregazioni laicali il sussidio preparato dall’Istituto Pastorale Pugliese e a partecipare al seminario di studio che si terrà a Molfetta il 6 novembre sul tema: “Il rapporto clero-laici e i luoghi della corresponsabilità”. Il programma dettagliato del convegno è in via di definizione. Come momento conclusivo si prevede il pellegrinaggio regionale il 1 maggio 2011 a San Giovanni Rotondo presso il Santuario di San Pio e la solenne celebrazione eucaristica. La dott. Maria Luisa Lo Giacco richiama il rischio che il grande evento, pur coinvolgendo la base nella preparazione, successivamente non incida molto nella vita delle persone, delle comunità ecclesiali e della società pugliese. Nella nostra diocesi negli ultimi anni notevole è stato l’impegno dell’Ufficio Laicato e della CDAL nella crescita della comunione, della stima e dell’amicizia; questa esperienza, iniziata tra i responsabili diocesani delle diverse aggregazioni laicali, deve essere propria di tutti i laici non solo aggregati ma anche presenti nelle comunità ecclesiali e nei diversi ambiti di vita sociale. Si dà spazio agli interventi. Il prof. Giuseppe Micunco, visitando le parrocchie e le realtà laicali, fa notare la necessità di aiutare i laici a non chiudersi nella propria realtà associativa e parrocchiale ma ad allargare l’orizzonte alla Chiesa locale, alla società e al mondo, in quanto la vocazione e la responsabilità dei laici riguarda prima l’essere e poi l’agire della Chiesa.


CONSIGLI DIOCESANI Don Vito Carone sottolinea il fatto che la formazione dei laici deve essere affidata ai laici stessi e per conoscere meglio la realtà pugliese sotto l’aspetto storico-culturale e sociale bisognerebbe far riferimento a centri competenti quali alcune Facoltà e Dipartimenti universitari. Intervengono i vicari zonali presentando quello che si è programmato a livello vicariale circa la preparazione al Convegno: catechesi comunitarie, approfondimento dei documenti conciliari e magisteriali sul laicato, momenti assembleari, percorsi formativi per operatori pastorali, coinvolgimento delle amministrazioni locali e del volontariato, conoscenza di laici che si sono distinti per il loro impegno e la loro testimonianza nella Chiesa locale e nella società barese, riflessione comune su temi attuali sociali ed etici. Intervengono anche alcuni direttori di Uffici di curia presentando le diverse iniziative programmate, in particolare un laboratorio diocesano animato da Creativ che si terrà dal 1 al 3 aprile 2011 sul tema dell’educazione a cui sono invitati giovani e adulti, operatori pastorali, animatori, docenti, amministratori. Mons. Ciavarella comunica il calendario delle visite ai vicariati in gennaio-febbraio 2011 e dei pellegrinaggi in Cattedrale per la festa dell’Odegitria; esorta i direttori degli uffici di curia a sostenere e accompagnare il cammino e la formazione dei laici nei vicariati e nelle parrocchie. L’Arcivescovo invita a non disperdersi nelle varie iniziative programmate, ma a convergere verso una sintesi che aiuti le comunità e i singoli laici a prendere sempre più consapevolezza della loro vocazione e missione. Sottolinea inoltre che, sotto il profilo ecclesiologico, non devono essere in modo esclusivo i presbiteri a preoccuparsi della formazione dei laici, con il rischio di rimanere in una visione clericale. La formazione deve coinvolgere insieme clero e laici: è questo il significato dell’incontro comunitario settimanale che deve essere partecipato da parte di tutti, affinando la capacità di “leggere” la realtà del proprio territorio. Anche la nostra realtà diocesana conferma che i laici sia in modo aggregato e istituzionale, sia singolarmente sono capaci di espri-

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mersi e di realizzare iniziative, dibattiti, interventi mettendo in azione le loro capacità e competenze. Da parte nostra, dei presbiteri, una sana autocritica permetterà di rispettare e valorizzare i laici nella loro dignità e nel loro protagonismo nella Chiesa e nella società; dobbiamo dare più spazio e possibilità ai laici di esprimersi, di coinvolgersi, di maturare nella coscienza ecclesiale, di essere corresponsabili. Ogni presbitero è chiamato ad accompagnare spiritualmente i laici perché siano testimoni credibili di Cristo nella famiglia, nella società, nell’ambiente di studio e di lavoro, nel tempo libero. La riunione si conclude alle 12.30 con la preghiera dell’Angelus. Il segretario sac. Antonio Serio

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FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE Nel vuoto di ragione anche la fede ci perde. Il Convegno della Facoltà Teologica Pugliese (Bari, 25-26 novembre 2010)

Nata come “indagine razionale”, la filosofia da alcuni anni è alle prese con la questione relativa alla legittimità di quello strumento la ragione – del cui uso da sempre essa si è fatta garante. In ogni epoca storica la filosofia ha discusso sulla ragione, e lo ha fatto, guarda caso, usando proprio la ragione. Il primo convegno della Facoltà Teologica Pugliese, dal titolo Allarghiamo gli spazi della razionalità. Fede amica dell’intelligenza, si inserisce a pieno titolo nel dibattito, tutto postmoderno, avente come oggetto la crisi di una ragione che, dopo gli autori della cosiddetta “scuola del sospetto”, sembra non sia più in grado di autolegittimarsi, e quindi di conseguenza di legittimare tutto ciò che su di essa si reggeva, uomo compreso. Viene da porsi subito la domanda sul perché la teologia si interessi tanto alla razionalità, e in particolare a quella filosofica. La risposta la si può trovare forse nel fatto che i teologi ormai sono convinti che si riesce a parlare meglio di Dio solo a condizione che si torni ad usare la ragione. Sono tante le ricerche condotte in questo campo e i relatori chiamati a spiegare questo nesso hanno prodotto molti lavori che vanno in questa direzione - che avallano la convinzione secondo la quale il pensiero razionale può aiutare la fede a dire meglio ciò in cui essa crede. In fondo anche chi crede è chiamato a «rendere ragione della speranza» che si porta dentro (1 Pt 3,15). Ma per fare questo è necessario che la ragione aiuti se stessa, forse

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lasciandosi aiutare anche dalla fede. Si tratta solo di vedere quale tipo di fede può dare questo aiuto. Di certo alludiamo ad una «fede pensosa», come ha ribadito il documento dei vescovi italiani dal titolo Lettera ai cercatori di Dio. Una fede cioè pensata e pensante, capace di porre le domande vere per cercare risposte vere, quelle stesse che si pone la ragione quando questa si lascia interrogare nel profondo del suo inquieto cercare. Solo una fede di questo tipo può aiutare la razionalità ad uscire dalle derive nichiliste del pensiero postmoderno, il quale, dopo aver bruciato nel non-senso la domanda su Dio, ora sta bruciando anche la domanda sull’uomo, che proprio per questo motivo non riesce più a vedersi come “persona”. E proprio qui sta forse la provocazione che il convegno vuole lanciare: proporre, attraverso il confronto con la teologia, di allargare lo spazio del pensiero per ripensare la persona, e così aiutare l’uomo ad essere più uomo. Lo scenario allora si arricchisce se prendiamo in considerazione il fatto che siamo ormai passati da una ragione che metteva in discussione la fede, ad una fede che mette in discussione non tanto la ragione in se stessa, ma un certo modello di essa, che affermando la sua totale egemonia, ha fatto il deserto intorno a sé, e forse anche dentro di sé, provocando la sua stessa crisi. La via, che già nel titolo il convegno sembra indicare, non è quella di “restringere” il campo della ragione, quasi a pensare che lo spazio da questa lasciato vuoto possa costituire una ghiotta opportunità perché venga occupato dalla fede. Contrariamente a quello che pensano alcuni nostalgici fideisti, il ritorno della fede non deve avvenire nel deserto del pensiero razionale, né contro di esso. La fede sa che nello spazio lasciato vuoto dalla ragione neanche essa riuscirebbe a stare bene. Infatti, nel vuoto della ragione anche la fede ci perde. E chi “crede pensando” la propria fede sta sperimentando fino in fondo e dentro di sé il disagio di una ragione che sta vivendo la propria crisi. Questo monito è rivolto non tanto ai non credenti, quanto piuttosto a un certo tipo di credenti, i quali, pensando che si possa fare a meno della razionalità nella esperienza della propria fede, sono tentati di approfittare della crisi della ragione per appioppare Dio alla gente, senza sapere che la prima operazione della loro fede dovrebbe essere quella di riabilitare la stessa razionalità. E’ stata proprio


CURIA METROPOLITANA questa l’operazione tentata anni fa da Giovanni Paolo II con la sua Fides et ratio, che in questo senso resta un punto di riferimento anche per l’oggi. Pertanto, più che restringere, il convegno invece sembra che voglia proporre di pensare ad “allargare gli spazi della ragione” e tentare di fare questo anche attraverso il contributo della teologia. Tale operazione sembra plausibile in quanto paradossalmente oggi la crisi della ragione – e di tutti i suoi correlati: soggetto, identità, fondamento, valore, legge morale, etc… – non è dovuta, come hanno sostenuto Vattimo e Rovatti nel loro famoso Pensiero debole (Feltrinelli, Milano 1983), ad un eccesso di ragione, quanto piuttosto alla “cura di dimagrimento” alla quale essa è stata sottoposta. Allora il problema, in primo luogo, non è tanto discutere in che senso oggi stiamo vivendo la “crisi della ragione”, quanto piuttosto cercare di capire quale suo “modello” è andato in crisi, quale spazio di essa andava limitato, quale quello da azzerare e quale invece era quello che andava mantenuto. Se da questa crisi è possibile uscire solo se si “allargano” gli orizzonti del razionale, bisogna però capire bene il senso di tale “allargamento”. Esso non va inteso in termini quantitativi di ulteriore espansione del potere della razionalità a danno di altri livelli del pensare e dell’agire umani. Di tale ubriacatura si occupò già la critica di Th. W. Adorno quando denunciò che «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura...» (M. Horkheimer-Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi 1982, p. 11). Il vero senso che si può dare a una tale espressione va inteso come un tentativo di aprire, rendendo la ragione capace di dialogare con gli altri registri del vissuto umano, come quelli della corporeità, dell’affettività, dell’immaginazione, del mistero che l’uomo è a se stesso. La via da percorrere, allora, è quella di aprire la ragione all’altro della ragione, perché – seguendo la lezione di Lévinas – solo un evento di alterità può aiutare la ragione a ritrovare la propria identità,

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senza che questa ricada di nuovo in una vuota autoreferenzialità che storicamente l’ha portata ad assumere la forma della totalità. Ma non ci può essere apertura all’alterità senza consapevolezza dei propri limiti, e senza che tali limiti vengano intesi non come qualcosa che chiude – preparando la strada ad una rinuncia disperata e disperante – ma come qualcosa che apre. È solo nei suoi limiti – i quali nel mentre da un lato chiudono, da un altro aprono – che la ragione può incontrare gli altri registri, spesso presuntuosamente lasciati fuori perché giudicati insignificanti. Non si tratta quindi di rinunciare alla ragione per fare spazio alla fede, ma di interrogare la fede – intesa come “amica della ragione” – perché possa aiutare la ragione a ritrovarsi e a trascendersi per una visione dell’uomo degna del suo essere persona. Parafrasando un famoso detto del Goya, se dovessimo rinunciare alla ragione, altre forme di potere (oltremodo irrazionali) starebbero già pronte per prenderne il posto, generando dal ventre del suo sonno innumerevoli mostri. Si tratta invece di pensare ad una razionalità che, sentendosi ospite del pensiero, sa fare spazio dentro di sé per ospitare altri registri che potrebbero curarla dal suo solipsismo e dalla sua autoreferenzialità. In questa luce più che di “ragione” dovremmo forse iniziare a parlare di “ragioni”, per mettere in scena una ragione dialogica, che è capace di aprirsi alla differenza e alla diversità senza dilaniare o rendere impossibile l’identità, di disegnare il plurale senza perdere di vista il possibile convergere nell’unità, altrimenti ci troveremmo con una pluralità intesa come semplice somma di unità chiuse, unità plurali che perdono anche il senso del loro essere plurali. Questo però esige che facciamo i conti con un altro passaggio cruciale della postmodernità: quello che ci ha portati dalla “ragione fondativa” ad una “ragione procedurale”, puramente funzionale e strumentale, e che ha trasformato la ragione in strumento di dominio. Evento, come ha sostenuto Heidegger, che ha preparato l’avvento dell’egemonia della tecnica, che esorcizza ogni tentativo di trovare il “fondamento”, perché teme di venire smascherato come una proposta di un fondamento rovesciato. Da qui sorge un’altra domanda cruciale per il convegno: è possibile fare del tutto a meno della pratica fondazionistica, anche se ai più appare ormai datata? Chi nega il fondamento in fondo lo postula,


FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE in quanto l’assenza di fondamento è a sua volta una strategia per fondare. Riabilitare la ragione è ridare alla filosofia quello che da sempre è suo, cioè i suoi due momenti: quello della destrutturazione e dello smascheramento (dal dubbio di Socrate al dubbio di Cartesio, dall’epokè di Husserl al metodo archeologico di Foucault, passando per il metodo genealogico di Nietzsche) e quello della fondazione e della giustificazione. Socrate ci ha insegnato da più di duemila anni due cose a riguardo: che chi distrugge una verità deve sempre poterla confutare, dimostrando la sua debolezza, e che tale operazione è sempre funzionale alla costruzione di verità ragionevolmente più credibili. È su questa nuova piattaforma che fede e ragione possono incontrarsi. E se forse non è ancora possibile farlo sul piano della ragione, che abbiamo visto ha bisogno di esser ripensata, di certo ciò potrebbe avvenire su quello della ragionevolezza, unico resto che ha resistito a ogni forma di decostruzionismo, ultimo lembo di terra a cui è ancora possibile ancorarsi nel vuoto di ragione che imperversa da ogni parte. Ed è forse proprio dalla ragionevolezza che ragione e fede possono ripartire per un dialogo più fecondo, soprattutto per ridare dignità e spessore a quell’uomo che della ragione ha bisogno di far retto uso per comprendere, soprattutto e meglio, se stesso, gli altri e il mondo. Giocando sul titolo – Allargare gli orizzonti della ragione – possiamo dire che se c’è un contributo che la fede può offrire oggi ad una ragione in crisi, è quello di aiutarla a ridisegnare quegli orizzonti da Nietzsche prima cancellati e poi ricuciti sul perimetro della “morte di Dio” – che essa stessa ha dissolto. Orizzonti appunto cancellati proprio nel momento in cui essa stessa ha pensato di poterne fare a meno, oltrepassandoli in una zona in cui ha finito per sperimentare anche la propria assenza. prof. Michele Illiceto Docente Facoltà Teologica Pugliese di Bari

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ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011

Prolusione del prof. Giuseppe Lorizio

A Cesare e/o a Dio: riflessioni teologiche sulla laicità (Bari, 15 novembre 2010)

Introduzione Cesare non è Dio! Non è certo la buona notizia, ma possiamo certamente considerarla una buona notizia, soprattutto se riflettiamo intorno alla sua dirompenza nel contesto del paganesimo imperiale. Una buona notizia che tuttavia ha il suo risvolto negativo, quando si misura con la martyria, cui è sottoposto il cristiano che nega l’equazione, ponendosi in opposizione con quanti, ebrei o pagani, sostengono di non avere altro re che Cesare, dimenticando che egli, come Pilato, non avrebbe alcun potere se Dio non glielo concedesse. Onestà intellettuale ci chiede di non dimenticare che il detto evangelico è stato richiamato ed interpretato in sede di filosofia della politica (e, se si vuole, della storia) nel quadro del tanto deprecato illuminismo laico, per contestare l’identificazione del potere religioso con quello civile e quindi l’inclusione della figura di Cesare in quella di Dio (es. P. Giannone), insomma un’idea deviata di teocrazia. L’attualità del detto evangelico si può ulteriormente cogliere allorché ci si ponga di fronte alla nascita e allo sviluppo dello stato mo-

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derno, secondo l’hobbesiana figura del Leviatano, preludio di quella, più ideologica e filosoficamente pregnante, dello stato etico di matrice hegeliana, la cui deriva totalizzante è stata profeticamente messa in luce da F. Rosenzweig nella sua tesi su Hegel e lo stato. Ma, rispetto a questo contesto tipicamente moderno, si può altresì rilevare l’inattualità dell’identificazione di Cesare con la figura politica dello stato moderno, nella misura in cui le istituzioni politiche proprie della modernità subiscono profonde trasformazioni, fin quasi a risultare insufficienti a determinare il rapporto del singolo con le istituzioni più potenti della postmodernità, tra le quali ovviamente spicca il mercato, con le sue leggi e la sua autorità, di fronte alla quale quella dei vari poteri pubblici e politici impallidisce e spesso trema.

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Siamo così al punto di partenza della nostra riflessione, dove, mettendo in gioco il rapporto tolleranza/libertà si chiama in causa la laicità delle istituzioni e il corretto rapporto che il credente è chiamato ad attivare nei loro confronti. Il messaggio che la parola del Vangelo ci consegna comporta in primo luogo la desacralizzazione delle istituzioni politiche e civili, ovvero un processo di radicale relativizzazione delle stesse. E ciò non solo nei confronti di una qualsiasi divinità religiosa, bensì anche – e direi soprattutto se non rischiassi di essere frainteso – nei confronti della persona umana e dei suoi radicali diritti: alla vita, alla giustizia, alla verità ecc. L’espressione rosminiana secondo cui la persona umana è il diritto sussistente credo abbia ancora una sua forte carica profetica e possa valere ad esprimere in forma non banale tale relativizzazione. Siamo di fronte al canone-criterio fondamentale sul quale misurare l’autenticità e l’adeguatezza delle istituzioni civili e politiche. Tutto ciò che è o è persona o va finalizzato alla persona. Dove ovviamente la nozione di persona non equivale semplicemente a quella di individuo, ma contempla la dimensione sociale e comunitaria a partire da un’identità irriducibile in ogni caso alla serie delle relazioni che si è in grado di attivare. È qui che si radica e si situa la riflessione intorno al rapporto fra istituzione e libertà, istituzione e tolleranza, laddove appunto il riconoscimento del fondamento personologico implica il rispetto dell’esercizio dell’autentica libertà sia dei singoli che delle comunità, il che va molto oltre il minimo


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” comun denominatore di un atteggiamento di pura e semplice tolleranza. La consapevolezza della valenza socio-politica del personalismo cristiano è stata in diverse occasioni elaborata nel Novecento filosofico e penso in particolare alla magistrale lezione di Jacques Maritain, che si incarica di smascherare l’assolutismo totalizzante della concezione moderna dello stato propria sia di un Hobbes che di un Rousseau, ma penso anche alla rivoluzione personalista e comunitaria vagheggiata da Emmanuel Mounier e teorizzata, con forte carica profetica, nei suoi scritti. Ma, nella linea della nozione rosminiana di persona, mi piace ricordare qui la grande lezione di Giuseppe Capograssi, che riesce ad ispirarsi non solo al filone agostiniano di Pascal, Vico e Rosmini, bensì anche alla filosofia dell’azione di Maurice Blondel e alle sue implicanze giuridiche.

1. Prospettiva cristologica sulla laicità. L’esperienza religiosa di Gesù: il mercato e il tempio Tra i molteplici, dirompenti, gesti compiuti dal Nazareno, va segnalato quello compiuto nel tempio di Gerusalemme (Mc 11,15-18; Mt 21,12-13; Lc 19,45-48), interessante anche in quanto ad esso si connette il loghion relativo alla distruzione del tempio stesso e alla sua ricostruzione. Qui la dimensione escatologica dell’azione e della predicazione di Gesù si esprime in tutta evidenza: «con la distruzione del tempio e la sua riedificazione è il vecchio mondo che scompare e ne emerge uno nuovo. Gesto e loghion insieme dimostrano che Gesù si riconnette alla speranza giudaica del rinnovamento escatologico. Ne concludiamo che Gesù non è solo un rabbi, ma rivela la statura di un profeta: non tanto nel senso di chi prevede il futuro quanto piuttosto in quello di chi parla e agisce autoritativamente in nome di Dio. In lui è presente qualcuno che è più grande del tempio» (R. Penna). Il forte richiamo al Gesù storico e il rimando al livello gesuano della

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singolare universalità cristologica pone il problema dell’esperienza religiosa di Gesù. Per quanto attiene il nostro tema va da un lato rilevato come la religione di Gesù non possa in nessun modo essere lessinghianamente intesa alla stregua della religione dell’umanità, né dialetticamente contrapposta alla religione cristiana e d’altra parte bisogna pur notare come essa cultualmente si esprima nel senso della partecipazione ai riti ebraici, al battesimo di Giovanni (peraltro gesto rituale posto in polemica con l’ambiente sacerdotale) e soprattutto nella preghiera. Gesù non pone dei riti propri ma compie dei gesti e dice delle parole. La questione dell’eucaristia situata nel grembo della ritualità della cena ebraica, qualora tale ipotesi fosse accertata, consente di rilevare ulteriormente questa differenza, senza tuttavia autorizzare una sorta di demonizzazione del rito e del culto. Sintomatico evidentemente risulta anche l’atteggiamento della prima comunità cristiana.

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Un fecondo “germe” ontologico e metafisico che siamo chiamati a raccogliere e far germogliare speculativamente mi sembra di poterlo indicare nella fondamentale dimensione di pro-esistenza, che caratterizza l’esperienza e la vicenda di Gesù di Nazareth. Se in tempi di deriva secolaristica questa fondamentale categoria veniva declinata prevalentemente, se non esclusivamente, in senso orizzontale e se oggi, in epoca di proclamata post-secolarizzazione e di imperante post-modernità, sembra doversi intendere in senso radicalmente verticale, un pensiero che non intenda soggiacere alle mode non può esimersi dal compito di integrare le due direzioni, considerandole entrambi imprescindibili per una corretta interpretazione dell’esperienza di Gesù. La sua capacità e il suo modo di relazionarsi al Padre nello Spirito e agli altri uomini impone al pensiero dell’essere il non potersi declinare prescindendo dalla relazionalità e dalle sue esigenze. Non è qui il caso di diffonderci nella disamina anche critica dell’ontologia della relazione, che ha dettato e presieduto l’adozione della forma relazionale dell’analogia (come appunto analogia relationis) sia in ambito teologico che filosofico. Le vicende di tali prospettive nel pensiero contemporaneo sono fin troppo note anche ai teologi, meno frequentata, sia da loro che dai filosofi, mi sembra invece un’acquisizione tommasiana fondamentale, capace di mostrare come storicamente l’impatto del


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” pensiero cristiano con la metafisica (in tal caso aristotelica) sia tutt’altro che scontato e facile e come tale impatto di fatto richieda un radicale ripensamento delle categorie messe in opera in percorsi speculativi, che meritano tutto il rispetto e l’attenzione da parte dei teologi, ma che vanno radicalmente rivisitati per poter esprimere il novum anche speculativo connesso con l’evento cristologico. Mi riferisco a tal proposito allo sfondamento ousiologico prodotto da Tommaso in rapporto alla metafisica aristotelica, che poneva la sostanza al primo posto fra le categorie, laddove l’Aquinate esprime la tesi secondo cui Dio non è del genere della sostanza, neppure di quella sostanza sovrasensibile, protagonista del famoso testo della Metafisica di Aristotele (L, 7) che Hegel ha voluto porre a sigillo della sua Enciclopedia delle scienze filosofiche (= “Filosofia dello spirito”), dove «l’idea, eterna in sé e per sé, si attua, si produce e gode se stessa eternamente come spirito assoluto». Tornando a Tommaso, il testo di Summa Theologiae I, 3, 5, ad I, in cui l’esclusione della categoria di sostanza da un modo corretto di parlare di Dio viene espressa in obliquo, va letto alla luce di quel luogo del Commento alle sentenze, in cui la quaestio: utrum Deus sit in praedicamento substantiae è posta esplicitamente, come chiara è la risposta negativa, la cui articolazione tralascio, senza tuttavia dimenticare di trarre qualche conclusione speculativa, che è compito del teologo trinitario elaborare ulteriormente: 1) in primo luogo l’ontologia soggiacente a tale impostazione esclude il falso dilemma ontologia della sostanza o ontologia della relazione, ma neppure tende ad esclusivizzare la seconda figura, una volta che ci si è liberati della prima (come mostreremo tra breve); 2) in seconda istanza consegue da quanto detto che la sussistenza della relazione non si possa pensare, neppure tomisticamente, nel quadro della identificazione fra sussistenza e sostanza, ossia come se sussistenza= sostanza. Non senza una certa indecisione nel linguaggio e con un riferimento interessante al De Trinitate agostiniano, il teologo Ratzinger aveva a suo tempo sottolineato questo stravolgimento delle categorie che l’evento cristologico apporta nel momento in cui incrocia il pensiero metafisico: «Con quest’idea di correlazione esprimentesi nella

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parola e nell’amore, indipendente dal concetto di “sostanza” e non catalogabile fra gli “accidenti”, il pensiero cristiano ha trovato il nucleo centrale del concetto di “persona”, che dice qualcosa di ben diverso e infinitamente più alto dell’idea di “individuo”. […] In questa semplice ammissione, si cela un’autentica rivoluzione del quadro del mondo: la supremazia assoluta del pensiero accentrato sulla sostanza viene scardinata, in quanto la relazione viene scoperta come modalità primitiva ed equipollente del reale. Si rende così possibile il superamento di ciò che noi chiamiamo oggi “pensiero oggettivante”, e si affaccia alla ribalta un nuovo piano dell’essere. Con ogni probabilità, bisognerà anche dire che il compito derivante al pensiero filosofico da queste circostanze di fatto è ancora ben lungi dall’esser stato eseguito, quantunque il pensiero moderno dipenda dalle prospettive qui aperte, senza le quali non sarebbe nemmeno immaginabile»1. Vale la pena chiedersi a questo proposito se l’attuale critica all’ontoteologia, fin troppo diffusa fra filosofi e teologi, non abbia piuttosto come bersaglio una metafisica ed una ontologia organizzate intorno alla categoria di “sostanza”.

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Ma, ritornando a Gesù di Nazareth, il ricorso alla pro-esistenza mi sembra non debba farci dimenticare quella che oggi chiameremmo la sua forte personalità, che gli consente di stare non solo con e per ma di fronte al Padre e agli altri, con tutta la sua consistenza di soggetto libero, capace di orientare la propria vita e di operare delle vere e proprie scelte. Il profondo mistero dell’io di Cristo e della sua coscienza, mentre non consente che la sua persona venga diluita in nessuna delle due direzioni (verticale e/o orizzontale) della pro-esistenza, richiede una ripresa, in prospettiva ontologica e metafisica, del tema dell’unione ipostatica e delle sue conseguenze sul versante trinitario ed antropologico. Si dà, anche a livello cristologico, una immanenza della soggettività, tale da non consentire che la persona e il suo io si riducano alla relazione, un nocciolo duro irriducibile che fa appunto dire “io” a

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J. RATZINGER, Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 200312, pp. 173-174.


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Cristo, come, analogamente, a ciascuno di noi e che consente di pensare la relazionalità in termini di libertà e di gratuità. L’ontologia della relazione – per tanti aspetti interessante e illuminante - mostra a questo livello tutti i suoi limiti e la sua insufficienza, ma, come abbiamo visto prima, essa non può declinarsi in senso sostanzialistico. Il lavoro di scavo speculativo, ontologico e metafisico, vive qui tutto il suo dramma ed esercita da qui tutto il suo fascino.

2. Prospettiva testimoniale sulla laicità: la testimonianza come martyrìa proesistente La logica del martirio-testimonianza e la figura del laico-testimone non possono non rimandare all’ontologia da cui questo dinamismo si genera: si tratta dell’ontologia della rivelazione del Dio trinitario, così come ad esempio si esprime nel IV Vangelo. Il dinamismo di trasmissione della “conoscenza” soprannaturale qui viene espressa appunto in termini rivelativi, dove interviene tra le altre una categoria particolarmente significativa per l’apologia e l’apologetica, esprimente una modalità privilegiata di tale trasmissione, ossia la testimonianza (= martyrìa), sicché Gesù non presenta un proprio pensiero, ma appunto rende testimonianza al Padre: Amen amen lego soi oti o òidamen laloùmen kai o eoràkamen martyroùmen kai ten martyrìan emon ou lambànete («In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza», Gv 3,11) e, viceversa, il Padre gli rende testimonianza: Egò de echo ten martyrìan meizo tou Ioànnou. ta gar erga a dédoken moi o patèr ina teleiòso autà, autà ta erga a poiò, martyrèi perì emou oti o patèr me apéstalken. kai o pémpsas me patèr, autòs memartùreken perì emou («Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me», Gv 5, 36-37), cui va

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aggiunta la testimonianza delle Scritture: Eraunàte tas grafàs, oti ymèis dokèite en autais zoèn aiònion echein, kai ekeinai eisin ai martyrùsai perì emù («Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza» Gv 5,39). E su tale testimonianza reciproca del Padre e del Figlio poggia la testimonianza dei discepoli e quella di Giovanni Battista.

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In questa prospettiva Antonio Rosmini ha elaborato e proposto una dottrina della certezza della fede, basata sul dinamismo della testimonianza e della sua trasmissione. Ogni mediazione della conoscenza di Dio si fonda su una immediatezza di comunicazione, sicché la fede fa riferimento a verità che si percepiscono e non solo si conoscono. Vale la pena riportare il passaggio decisivo in cui questa dottrina della testimonianza viene esposta nel contesto della logica: «E infatti la rivelazione divina da prima fu immediata. Tal è quella fatta a’ profeti e agli apostoli e altri discepoli, e questi preordinati a ricevere l’immediata comunicazione di Dio non la ricevettero solamente come si riceve una testimonianza espressa in parole esterne, ma di più come si riceve una percezione, ché essi percepirono internamente le cose divine; e la percezione non ammette errore. Quelli poi che ricevono questa comunicazione mediante la testimonianza della Chiesa, la ricevono anch’essi per un mezzo che Iddio rende infallibile; non solo perché la Chiesa comunicante da parte sua è infallibile, ma di più perché anche in quelli che credono alla testimonianza della Chiesa, è un lume interiore ed evidente che viene da Dio, e quindi un’interna percezione, che dà loro la facoltà di giudicare quelle cose assolutamente vere e di prestare ad esse una fede incondizionata ed assoluta. Tale è la teoria coerentissima della fede cristiana, tutta conforme alla dottrina logica. Laonde quantunque le verità della fede sieno attestate da innumerevoli testimonianze, consentanee tra loro e in tutti i secoli, quantunque e le profezie e i miracoli e l’autorità d’uomini dottissimi, la costanza de’ martiri, la portentosa sua propagazione ed altri argomenti interni e razionali accumulati d’ogni maniera ne confermino la verità in modo da produrre la massima certezza normale e pratica ed anche apodittica; tuttavia la verità di questa religione non si fonda soltanto sulla dimostrazione, ma di più sull’evidenza del lume interno, che Iddio per grazia comunica, dando a chi crede una percezione di


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” sè ed un criterio immediato della verità. Il che è conforme a’ divini attributi, anche per questo che dipendendo dalla fede la salute di tutti gli uomini, s’ella si fondasse puramente sopra una dimostrazione razionale, sarebbe per pochi; perché per pochi è la verità dimostrativa, e Iddio non avrebbe ottenuto il suo fine»2. Il collegamento, che in maniera spontanea si produce nella nostra mente fra l’esperienza del martirio e il fondamentalismo, può essere ampiamente (e direi oggi opportunamente) falsificato da una riflessione più approfondita e meno legata alle contingenze dell’attualità, tale da consentire di cogliere la dimensione teologica fondamentale del martirio cristiano e quindi il suo radicarsi nella fede testimoniale, che ne costituisce il nucleo portante e al tempo stesso l’orizzonte di comprensione. Una prima indicazione preziosa in questo senso viene dal fatto che originariamente (ed etimologicamente) il martirio non ha a che fare con la morte, significando appunto il termine greco “testimonianza”, come forma privilegiata dell’apologia. In secondo luogo, allorché ha a che fare con la morte, il martirio cristiano (che nella prospettiva rahneriana viene descritto come la morte cristiana per eccellenza) viene a realizzarsi storicamente nel contesto della persecuzione, ossia della sofferenza e della morte che i cristiani subiscono a motivo del loro credere. Il martirio cristiano ha innanzitutto a che fare con la struttura testimoniale della fede: ad fidem pertinet aliquid alicui credere (S. Th. II/II, 129,6), si tratta dunque di «accettare per vero e reale qualcosa sulla testimonianza di qualcun altro». Lungi dal costituirsi in un orizzonte fideista e fondamentalista, la fede cristiana esige strutturalmente il rapporto con la conoscenza, per quanto da essa non si lasci completamente catturare. La complessa dinamica del credere e del conoscere e, se si vuole, di fede e ragione riguarda sia l’aliquid sia l’alicui, presenti nella definizione tommasiana. Rispetto all’ali-

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A. ROSMINI, Logica, Città Nuova – CISR, Roma – Stresa 1984, p. 365.

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quid, si tratta della non assurdità del messaggio, rispetto all’alicui dell’attendibilità o affidabilità del testimone. Il “radicalismo” cristiano sta appunto nella totalità dell’atto del credere, che interpella e coinvolge tutta la persona, nella sua sfera conoscitiva, affettiva e volontaria, ponendola in rapporto di una testimonianza assolutamente affidabile ed attendibile, percepita e colta come fondamento della certezza del credere. Tale “radicalismo” inoltre consente di prendere le distanze e di porre la fede al riparo da ogni deriva dossica, ossia da ogni concezione che ne mini la fondamentale istanza veritativa, relegandola nell’ambito delle opinioni e quindi, come direbbe il card. Newman, degli assensi nozionali, tralasciando o addirittura negando il suo imprescindibile nesso con la realtà (assenso reale).

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Se il senso della laicità cristiana sta nella “testimonianza”, posta sulla base del fondamento agapico ed esprimentesi in una strutturale forma kenotica, allora 1) il martirio cristiano non ha nulla a che vedere con il fondamentalismo di qualsiasi genere e 2) la sua realizzazione suprema nel dare la vita per Cristo non esprime alcun fanatismo ideologico, ma la semplice coerenza del testimone col contenuto della propria testimonianza (l’evento pasquale). La morte del martire è quindi paradigmatica dell’esistenza credente nel suo quotidiano esprimersi e realizzarsi: «il martirio il più difficile non è quello che ti dà la morte per un atto di virtù passeggera, a cui può supplire talvolta un affetto impetuoso; ma quello che sostiene con serenità e costanza d’animo le afflizioni, i travagli e la lenta agonia della vita» (V. Gioberti). Lo stesso testo programmatico di 1Pt 3,15, pressoché unanimemente considerato la magna charta dell’apologetica, racchiude insieme al famoso invito a «rendere ragione della speranza» (étoimoi aei pros apologhìan pantì to aitùnti ymàs logon perì tes en ymìn elpìdos; un’attestazione minoritaria aggiunge “e della fede”, kai pìsteos) delle indicazioni contestuali a mio avviso particolarmente significative per il nostro discorso. La prima concerne l’orizzonte contemplativo in cui va innestato il “rendere ragione”, per cui senza tale radicamento le ragioni del credere risulteranno sterili, se non controproducenti, ma il contesto storico in cui questo versetto è incastonato fa esplicito riferimento


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” alle persecuzioni che la comunità sta subendo e suggerisce quindi l’accostamento fra apologhia e martyria, legando indissolubilmente i due termini e le due modalità espressive del credere (rendere ragione e testimoniare). Il testo, dunque, esortando all’apologia (difesa della fede), chiede che il cristiano espliciti le ragioni della propria speranza/fede e ciò è possibile perché il contenuto della fede non è assurdo, irrazionale o il prodotto del nostro sentimento, bensì possiede una intrinseca ragionevolezza che l’apologia manifesta. L’apologia, pertanto, esercita una sorta di arte maieutica nel momento in cui estrae dalla fede la sua logica e le sue ragioni. Quanto poi al modo dell’apologia, il testo ci indica che essa non è mai violenta anzi le si richiede dolcezza e retta coscienza; non la violenza ma il metodo della persuasione e del dialogo sarà quello proprio del cristiano. Ciò vuol dire il riconoscimento che anche nell’interlocutore opera il logos: se il credente esercita la ragione redenta l’altro possiede comunque la ragione creata, come partecipazione al Logos preesistente, nel quale tutte le cose sono state create. Il martire cristiano subisce la violenza ma non la produce né verso di sé né verso gli altri. Il “radicalismo” evangelico consiste non in un atteggiamento intollerante e dispotico ma nel radicarsi nell’evangelo della fede cristiana e dei comportamenti e atteggiamenti che da essa sgorgano. Il paradigma apologhia e martyria del protocristianesimo si rinviene, anche se in forme non identiche, ma analoghe, in ogni epoca di questa ormai bimillenaria storia, per cui non deve meravigliare se la grazia ha suscitato delle figure in cui in maniera mirabile il binomio si è realizzato anche nel nostro tempo. Il martirologio è un libro sempre aperto e ricco di nomi e di esperienze, percorrerlo e rileggerlo alimenta senz’altro la nostra spiritualità e la nostra missione, ma non può non interpellare anche il nostro teologare.

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3. Prospettiva teoretica ed epistemologica della laicità: l’alterità non alternativa tra fede e ragione e l’agàpe come orizzonte di un possibile dialogo Questo momento della problematica, su cui stiamo cercando di riflettere, tende a declinare il rapporto Cesare/ Dio con riferimento alla laicità della ricerca scientifica e filosofica. Come ciascuno potrà rilevare si tratta qui del rapporto fede/scienza filosofia, nell’orizzonte del rapporto fede/ragione, nel quadro dell’alterità non alternativa. Il sapere credente non può ignorare la presenza, nella cultura, sia accademica che diffusa, del nostro tempo, di una sorta di “politeismo” delle forme di razionalità o di polimorfismo della ragione, risultante dalla frammentazione del sapere, come segno e indice della più radicale frammentazione del senso, secondo l’interpretazione che ce ne offre la Fides et ratio3. Piuttosto che ad una ragione univocamente rappresentantesi (e come tale onnicomprensiva, sacra e totalizzante) l’intellettuale (occidentale) contemporaneo si trova di fronte alla pluralità delle razionalità, supposta dai differenti ambiti del sapere: abbiamo così (solo per fare qualche esempio) una razionalità scientifica, una razionalità tecnica, una razionalità matematica, una razionalità informatica, una razionalità filosofica, una razionalità teologica ecc. La possibilità di superare la frammentazione, attraverso un fecondo dialogo interdisciplinare, passa attraverso il reciproco riconoscimento delle diverse forme di razionalità e dalla loro interazione. Tra le problematiche connesse a questa visione epistemologica generale, dal nostro punto di vista, un rilievo non indifferente, ma 788 3

«So bene che queste esigenze, poste alla filosofia dalla parola di Dio, possono sembrare ardue a molti che vivono l’odierna situazione della ricerca filosofica. Proprio per questo, facendo mio ciò che i Sommi Pontefici da qualche generazione non cessano di insegnare e che lo stesso Concilio Vaticano II ha ribadito, voglio esprimere con forza la convinzione che l’uomo è capace di giungere a una visione unitaria e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio dell’era cristiana. La settorialità del sapere, in quanto comporta un approccio parziale alla verità con la conseguente frammentazione del senso, impedisce l’unità interiore dell’uomo contemporaneo. Come potrebbe la Chiesa non preoccuparsene? Questo compito sapienziale deriva ai suoi Pastori direttamente dal Vangelo ed essi non possono sottrarsi al dovere di perseguirlo» (FeR, 85).


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” direi decisivo, è dato dal fatto che la forma della razionalità teologica viene difficilmente riconosciuta, se non pregiudizialmente elusa, da parte dei cultori degli altri ambiti di razionalità (fra cui si situano quelli sopra indicati). Analoga sorte sembra subire la forma filosofica della razionalità, soprattutto allorché intenda esercitarsi intorno alle questioni più radicali concernenti il senso dell’essere e dello stesso sapere, in una parola allorché si tratta della «razionalità metafisica»4. Di qui i richiami di Fides et ratio alla necessità dell’istanza metafisica per la teologia. La questione risulta complessa anche dal punto di vista dell’epistemologia teologica: vorrei qui offrire qualche spunto di riflessione, enunciando alcune tesi, che ovviamente richiedono ulteriori approfondimenti e una non superficiale discussione: La razionalità teologica e la razionalità metafisica (e genericamente filosofica – è convinzione di chi scrive che non si dia autentico filosofare senza l’istanza metafisica) non si identificano né coincidono. A questo riguardo basti richiamare il fatto che possiamo storicamente registrare forme di razionalità metafisica elaborate prima, in opposizione, in alternativa, fuori dell’ambito credente cristiano. Il che non significa che queste due forme di razionalità non possano trovare delle importanti convergenze, quali quelle già lungamente sperimentate nell’ambito dell’ibridazione-contaminazione del cristianesimo col platonismo, medioplatonismo e neoplatonismo e con l’aristotelismo. La razionalità teologica e la razionalità metafisica possono di fatto 4 Riguardo al rapporto fra sapere metafisico e sapere teologico per ulteriori approfondimenti rimando a G. LORIZIO, “Crisi della metafisica e metamorfosi della teologia”, in Lateranum 67 (2001), pp. 203-258 e al più recente IDEM, “Quale metafisica per, dalla, nella teologia? Una riflessione teologico-fondamentale a 40 anni dalla Dei Verbum”, in Hermeneutica. Annuario di filosofia e teologia, “Quale metafisica?”, Morcelliana, Brescia 2005, pp. 189-227.

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convergere (fin quasi a coincidere, ma non a identificarsi5) nel momento in cui la prima riesce a sviluppare la Rivelazione come forma mentis secondo la figura del pensiero rivelativo. Tale profonda convergenza6, che avrebbe il vantaggio di escludere almeno la forma epistemologica dell’estrinsecismo (non del tutto fugata nei casi sopra addotti di ibridazione) può aiutare a configurare la forma della razionalità metafisica secondo il profilo della “metafisica agapica”7. Quando anche il compito delineato nella precedente tesi venisse compiutamente (o nella misura più compiuta possibile) assolto, resterebbe la necessità del confronto-dialogo: – con le altre forme di razionalità; – con la razionalità filosofica così come si è espressa e si esprime prima, al di fuori, in contrapposizione e dopo le grandi sintesi che il pensiero credente ha elaborato nel corso della sua lunga storia. Tale possibilità dialogica passa attraverso l’elaborazione (in campo teologico propria della fondamentale) di una visione teologica della ragione umana, che nelle diverse forme di razionalità si esprime e, oggi dovremmo dire piuttosto, si nasconde. Tale elaborazione o visione teologica (lo sguardo della fede) sulla ragione ci consente di coglierne tre dimensioni (diacronicamente prima, sincronicamente poi) costitutive, la cui correlazione sembra imprescindibile per l’elaborazione di un corretto rapporto fede/ragione nell’ambito della razionalità teologica.

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L’identificazione fra queste due forme di razionalità perpetrata all’interno del modello neo-scolastico ha fatto sì che esso porgesse il fianco alla pertinente critica relativa al suo estrinsecismo epistemologico. 6 La teologia fondamentale come “disciplina di frontiera” sa bene che ci sono delle “zone comuni” fra le diverse forme di razionalità e specialmente fra quella teologica e quella filosofica, che dovrebbero essere smilitarizzate da ambo le parti, cosa che non sempre accade, dando origine a conflittualità nelle quali l’alterità tra fede e ragione rischia di trasformarsi in pericolosa alternativa. 7 Si tratta di una chiave di lettura importante del I cap. del II volume del nostro manuale di Teologia fondamentale, dove si può trovare anche un’articolazione della “metafisica agapica” secondo le dimensioni aitiologica, aletheiologica, ontologica e teologica.


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” La prima dimensione possiamo disegnarla secondo il sintagma della “ragione creata”. Si tratta di un ambito che certe impostazioni, sostanzialmente criptobarthiane, tenderebbero ad ignorare (pur senza escluderlo del tutto), almeno muovendo rigidamente nell’ambito della razionalità propriamente teologica, e tuttavia essa, nella formula linguistica della “ragione naturale”, appartiene in maniera non marginale alla grande tradizione cattolica. All’interno della figura della “ragione creata” è possibile da un lato teologicamente riprendere le classiche tematiche dei praeambula fidei, del duplex ordo cognitionis e dell’analogia e, attraverso di esse, affrontare il confronto dialogo con altre forme di razionalità8. A proposito dell’analogia mi sembra doveroso qui sottolineare che sembra particolarmente urgente, proprio in relazione al “pensiero rivelativo” nella prospettiva della “metafisica agapica” un’elaborazione dinamica della stessa teoria del “più bello dei legami”9. Tale elaborazione verrebbe a configurarsi secondo le tre dimensioni (che possono diventare tre momenti) dell’analogia entis, dell’analogia relationis e dell’analogia charitatis, quest’ultima come figura che non distrugge le precedenti, ma cerca di integrarle ed inverarle nello spirito della “metafisica agapica”. La seconda dimensione va disegnata secondo il sintagma della “ragione ferita”. In questo senso al limite creaturale proprio dell’umana conoscenza va aggiunto, come suo indebolimento, il danno 8

Le tre suddette tematiche sono oggetto di riflessione nell’excursus che segue l’esposizione del cap. III della II parte del vol. I del nostro manuale. 9 «Ma non è possibile che due cose sole si compongano bene senza una terza: bisogna che in mezzo vi sia un legame che le congiunge entrambe. E il più bello dei legami è quello che faccia, per quant’è possibile, una cosa sola di sé e delle cose legate: ora l’analogia compie questo in modo bellissimo» (Timeo, 31 ca), cfr a questo proposito V. MELCHIORRE, La via analogica, Vita e pensiero, Milano 1996, in particolare il cap. VII: “Il più bello dei legami. L’analogia dell’uno in Platone”, pp. 231-239. In relazione alla metafora e alla paternità divina, ho trattato il tema in G. LORIZIO, “Analogia e/o metafora nel linguaggio teologico su Dio Padre”, in IDEM (ed.), “Un solo Dio e Padre di tutti” (Ef 4,6). Atti del Convegno della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, in Lateranum 46 (2000), pp. 43-64, i cui risultati ho ripreso anche nel manuale.

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provocato dal peccato, che colpisce anche le facoltà intellettuali e razionali dell’uomo caduto. Queste due forme di limitazione imprimono un ritmo di “approssimazione” alle diverse forme di razionalità sopra indicate, compresa quella teologica in rapporto alla res che indagano e riflettono. Se debolezza della ragione o del pensiero significa il non pieno e trasparente esercizio della razionalità nelle diverse forme in cui si esprime, a causa della ferita impressa dal peccato all’uomo, allora da un lato tale insistenza sulla debolezza non può non riguardare anche la teologia, ma d’altro lato il teologo sa – dalla fede da cui sgorga il suo sapere – che questa debolezza o infermità non ha carattere ultimo e definitivo, ma solo penultimo e provvisorio.

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Siamo così al terzo sintagma attraverso cui si esprime questa visione teologica della ragione umana, ossia la forma della “ragione redenta” a proposito della quale Maurice Blondel ebbe a definire la filosofia autentica come “santità della ragione”10. A questo proposito siano consentite due considerazioni: la prima a proposito della formula tommasiana della filosofia come opus perfectae rationis, che a mio avviso è da intendersi appunto come “ragione redenta”, ossia che riceve la sua perfezione da Cristo; la seconda tendente a porre questa figura della ragione anche in rapporto alle reliquia peccati, ossia al fatto che la redenzione e il battesimo, pur togliendo il peccato non ne elimina tutte le tracce; il che comporta l’assunzione di un atteggiamento di profonda umiltà soprattutto allorché questa forma della “ragione redenta” si esprime secondo le modalità proprie della razionalità filosofica (giustificando ampiamente il correlato sintagma della “filosofia cristiana”) sia in quella della razionalità teologica11. Nel senso suddetto la riflessione sul rapporto fede/ragione, sviluppata nell’ambito della “metafisica agapica” da un lato non intende instaurare alcuna alternativa rispetto alla classica “metafisica del-

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M. BLONDEL, L’Azione. Saggio di una critica della vita e di una scienza della prassi, ed. it. a cura di S. SORRENTINO, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 552. 11 Per ulteriori approfondimenti di queste tematiche rimando al mio piccolo lavoro: G. LORIZIO, Fede e ragione. Due ali verso il Vero (“Diaconia alla Verità” 13), Paoline, Milano 2003.


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” l’essere”, ma consentire al lumen Revelationis di rivestirla della nuova luce che emana dal Vangelo; d’altro lato rende fondamentalmente estrinseca la domanda circa il rapporto della fede con la ragione e della teologia con la filosofia nei termini di una “filosofia prima” oppure di una “filosofia ermeneutica”. Inoltre il ricorso alla prospettiva della “metafisica agapica” consente di evitare una sorta di “riduzionismo ontologico”, nonché di ripensare radicalmente il modulo teologico-fondamentale della triplex demonstratio, che – spesso anche per ragioni condivisibili – stenta a lasciarsi superare soprattutto nelle proposte elaborate in ambito tedesco, anche di recente12, intrecciandosi e non di rado confondendosi col “modello antropologico trascendentale”, magari rivisitato e riproposto in forme diverse. Infine la prospettiva da noi adottata consente di smascherare il falso dilemma tendente a porre in alternativa verità e carità. A questo proposito vale la pena richiamare, in quanto descritto come punto focale della fede cristiana, un passaggio dell’omelia pro eligendo Pontifice, nella quale l’allora, ancora per poco, cardinale J. Ratzinger così si esprimeva: «Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1)». Se questa in coincidenza consiste la formula fondamentale della fede cristiana,

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Risulta fin troppo evidente nella strutturazione dell’Handbuch l’adozione di questo modulo: cfr W. KERN - H. J. POTTMEYER - M. SECKLER (edd.), Corso di teologia fondamentale. Vol. I: Trattato sulla religione; vol. II: Trattato sulla rivelazione; vol. II: Trattato sulla Chiesa; vol. IV: Trattato sulla gnoseologia teologica, trad. it. Queriniana, Brescia 1990; ma esso viene a determinare strutturalmente ad esempio anche le proposte di H. VERWEYEN, La Parola definitiva di Dio. Compendio di teologia fondamentale, Queriniana, Brescia 2001; J. WERBICK, Essere responsabili della fede. Una teologia fondamentale, Queriniana, Brescia 2002.

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come essa non potrebbe valere a configurare il sapere che dalla fede si origina?

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Nel soggetto abitato dall’amore la fede si instaura come disposizione agapica verso la ragione, consapevole del fatto che la grazia non distrugge la natura ma la presuppone e la potenzia. E su tale convinzione poggia la possibilità del rischio speculativo nell’esercizio della ragione creata come capacità di conoscenza della verità e come supporto per il dialogo con quanti non hanno abbracciato la stessa fede. Una duplice possibile direzione intraprende la disposizione epistemologica di questo itinerario interno al credere: quella dello sviluppo del momento speculativo del sapere della fede e quella della filosofia cristiana. Quanto alla prima dimensione essa risulta particolarmente urgente onde evitare alla teologia di ridursi a mera analisi di testi o a esercizio sentimentale o a semplice sostegno alla prassi. Positivismo, sentimentalismo e prassismo sono rischi che il teologare corre ancora oggi a quasi due secoli di distanza dalla loro denuncia da parte di Hegel. Il disprezzo verso la modernità e i suoi esiti, le eccessive cautele verso la cultura postmoderna, il costante ricorso a formule denigratorie di quanto si esprime in orizzonti non propri ecc. diventano i segnali di una fede tutt’altro che certa, ma insicura e paurosa che teme il rischio della speculazione e il salto verso la ragione, preferendo arroccarsi sulle proprie posizioni nutrendosi unicamente delle proprie presunte certezze e credenze. Quanto al sintagma “filosofia cristiana”, esso esprime da un lato la possibilità di cavare un autentico pensiero metafisico dalle viscere della religione cristiana, secondo la nota espressione di Rosmini, e, d’altro canto, l’esigenza di elaborare un pensiero non idolatrico nei confronti della verità che non solo si cerca, ma che anche al cristiano è dato trovare in Colui che è la verità. Così all’idolo del concetto si contrappone l’icona della speculazione intrisa di fede e di devozione, ma non per questo meno libera e autonoma. La possibilità di pensare Dio oltre l’essere, ma non senza l’essere, viene qui declinata a partire dalla rivelazione neotestamentaria del nome del Dio di Gesù Cristo, un nome non più impronunziabile ma disponibile e redentivo, come un volto non più invisibile ma accessibile nel chiaroscuro della icona. Così quando Bonaventura pone la questione de divinis nominibus non esclude la dimensione ontologica, ma pone


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” l’essere appunto come primo nome del Dio della rivelazione in posizione subordinata rispetto al nome che il Cristo ha rivelato come amore. Ma ciò risulta impossibile se non in una prospettiva autenticamente trinitaria, dove l’orizzonte della metafisica della carità viene a nutrirsi di un’autentica ontologia trinitaria, dove la prospettiva ermeneutica trova il suo punto di approdo e di approccio per potersi compiere e al tempo stesso superare appunto metafisicamente. La metafora cherubica, richiama in un certo senso quella delle ali e la necessità per il soggetto di assumere un atteggiamento contemplativo nei confronti del vero cercato e ricevuto nella fede: «Tu, infatti, sei come il primo cherubino allorché contempli le proprietà che si riferiscono all’essenza di Dio e ammiri con stupore come l’Essere divino è insieme primo ed ultimo, eterno e sempre presente, assolutamente semplice ed immenso o non circoscritto, è tutto in ogni luogo senza essere mai contenuto, totalmente in atto e mai in divenire, perfetto in sommo grado senz’avere alcunché di superfluo né di manchevole, e tuttavia immenso, infinito, senza limiti, sommamente uno eppure modo di tutte le cose, così da avere in sé tutte le perfezioni, ogni potenza, ogni verità, ogni bene. Se, dunque, sei il primo cherubino, guarda verso il propiziatorio e ammira come in esso il primo Principio sia congiunto con l’ultimo, Dio con l’uomo creato nel sesto giorno, l’Eterno sia congiunto con l’uomo temporale, nato dalla Vergine nella pienezza dei tempi, l’Essere assolutamente semplice con quello sommamente composto, l’Essere totalmente in atto con quello che in sommo grado è stato soggetto al patire e al morire, l’Essere perfettissimo e immenso con quello soggetto a misura, l’Essere sommamente uno e modo di tutte le cose con quell’essere singolo, composto e distinto da tutti gli altri, cioè con l’uomo Gesù Cristo. Ma tu sei anche il secondo cherubino allorché contempli le proprietà delle Persone, e ammiri con stupore come la comunicabilità coesiste con le proprietà personali, la consustanzialità con la pluralità, la perfetta somiglianza con la personalità, la perfetta uguaglianza con l’ordi-

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ne, la coeternità con la generazione, l’intimità reciproca con la processione, in quanto il Figlio è mandato dal Padre, e lo Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, pur restando sempre con loro senza mai staccarsi da loro. Se, dunque, sei come il secondo cherubino, guarda verso il propiziatorio e ammira come in Cristo l’unione personale coesista con la trinità delle persone e con la duplicità delle nature; la totale uniformità del volere coesista con la pluralità delle due volontà, umana e divina; la contemporanea affermazione del nome di Dio e di uomo con la pluralità delle proprietà personali; l’uguale adorazione di Dio e dell’uomo con la molteplicità delle loro prerogative; l’uguale glorificazione di Dio e dell’uomo con la diversa dignità dell’uno e dell’altro; l’uguaglianza nella potestà con la diversità dei poteri»13. Qui per il doctor seraphicus si accede alla perfetta illuminazione dove appunto il paradosso dei contrari non appare contraddittorio, ma fecondo di suggestioni ed elementi speculativi che l’esercizio, la speculazione teologica e la filosofia cristiana si sforzeranno di sviluppare come servizio al cammino verso l’autentica conoscenza del Vero.

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Parallelamente e dialetticamente il soggetto abitato dall’amore eserciterà laicamente la ragione come apertura agapica verso la fede e come ancella (della fede appunto non della teologia) che le apre la strada, impedendole di inciampare. Muovendosi in questa prospettiva la ragione diverrà capace di elaborare i cosiddetti praeambula fidei con la consapevolezza dei propri limiti creaturali e strutturali, che tuttavia non le impediscono di osare la conoscenza della verità e di procedere, sia pure a tentoni, nel cammino della ricerca, senza alcuna preclusione o chiusura. Tale possibilità è fondata sulla presenza nella mente dell’uomo di una traccia dell’Infinito, di una luce intellettuale, che il peccato può affievolire ma mai del tutto spegnere. In questo senso in quanto aperta verso la conoscenza di un “oggetto infinito” la ragione è capace dell’infinito e quindi il suo quaerere sarà infinito e senza tregua, finché si è nella storia. La ragione creata riconosce che questa traccia è appunto solo una trac13

BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Itinerario dell’anima a Dio, a cura di L. Mauro, Rusconi, Milano 1985, pp. 399-400.


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” cia e non l’Infinito stesso, di qui la sua predisposizione all’apofatismo e al silenzio dell’altiora ne quaesieris, ed inoltre ri-conosce che questa scintilla non è prodotto dei suoi sforzi e delle sue ricerche, ma è data perché da essa li alimenti e li orienti. Trasferita sul rapporto teologia/filosofia questa concezione della ragione agapicamente aperta comporta prospetticamente una visione della filosofia come praeparatio evangelii o come “antico testamento della teologia”, dove il carattere “previo” non induce la separazione o la contrapposizione, bensì appunto l’armonia e la predisposizione: «Ciò che la filosofia può fare per le [= la teologia] non è già la costruzione a posteriori del contenuto teologico, bensì la sua anticipazione o anzi, più correttamente, la sua fondazione, l’indicazione delle condizioni preliminari sulle quali la teologia riposa. E siccome la teologia stessa coglie il proprio contenuto non già come un contenuto stabile, bensì come evento (cioè non come vita, ma come esperienza di vita), allora per lei anche le condizioni preliminari non sono elementi concettuali bensì realtà presente; in luogo del concetto filosofico di verità, quindi, ora le si impone il concetto di creazione. La filosofia contiene perciò l’intero contenuto della rivelazione, ma lo contiene non già come rivelazione, bensì come una condizione preliminare alla rivelazione, come un “prima” della rivelazione, dunque non come un contenuto rivelato, ma creato. Nella creazione è “prevista” la rivelazione con tutto il suo contenuto, e quindi, secondo l’idea di fede dell’epoca attuale, inclusa la redenzione. La filosofia, così come è esercitata dal teologo, diventa profezia della rivelazione, diventa per così dire l’«antico testamento» della teologia. Ma con ciò la rivelazione, davanti ai nostri occhi stupiti, riassume nuovamente l’autentico carattere di miracolo, autentico in quanto diviene in tutto e per tutto l’adempimento della promessa profetica avvenuta nella creazione. E la filosofia è la sibilla che per il fatto di predirlo rende il miracolo “segno”, lo rende segno della provvidenza divina»14. 14

F. ROSENZWEIG, La stella della redenzione, a cura di G. BONOLA, Marietti, Casale Monferrato 1985, pp. 114-115.

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La libertà della filosofia e la sua laicità dovrà quindi essere cara a chi crede, giacché essa non potrà svolgere il suo compito se non nell’esercizio libero e liberato della ricerca del vero. Solo un sapere credente che si strutturasse ideologicamente avrebbe timore della libertà del pensiero e questo timore sarebbe il sintomo di una mancanza di fede profonda nella creazione e nelle sue istanze. Creazione che è insieme il nome di un legame (creaturale con l’Assoluto trascendente), ma anche di una fondamentale alterità del mondo e dell’uomo rispetto a Dio.

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La et che sta a congiungere, in un rapporto dialettico e fecondo, la fede e la ragione, consentendo il superamento dell’inaccettabile fideismo razionalistico, espresso nella formula dell’aut aut, se non vuol assumere la figura della riconciliazione hegelianamente intesa, dovrà gratuitamente vestire le sembianze e profondamente declinarsi in senso agapico-comunionale, consentendo così ai due termini non solo di collaborare occasionalmente o di impostare atteggiamenti di non belligeranza, bensì di intrecciarsi ed armonizzarsi senza rinunziare, anzi esaltando, la loro legittima autonomia e la specificità dei loro ruoli. La mediazione cristologica risulta fondamentale ed imprescindibile perché il salto dalla ragione alla fede non si costituisca in termini fideistici e quello dalla fede alla ragione non dia adito al razionalismo onnicomprensivo o alla deriva nichilistica. E se nell’esercizio della ragione creata e nelle filosofie che precedono o si situano al di fuori dell’appartenenza cristiana sono presenti i semi del Verbo, nel Verbo incarnato, che i cristiani adorano come vero Dio e vero uomo, paradosso assoluto e reale, facendo professione appunto dei contrari, si trova realizzata la pienezza della razionalità e quindi di ogni autentica conoscenza, secondo la famosa intuizione di Giustino: «tutto ciò che di buono i filosofi e i legislatori hanno sempre scoperto e formulato, è dovuto all’esercizio di una parte del Logos che è in loro, tramite la ricerca e la riflessione […] la nostra dottrina è superiore ad ogni dottrina umana, poiché per noi la razionalità nella sua interezza si è manifestata in Cristo in corpo, intelletto e anima»15. 15

GIUSTINO, Apologie, a cura di G. GIRGENTI, testo greco a fronte, Rusconi, Milano 1995, p. 199.


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” In ogni caso l’unico orizzonte possibile entro il quale si possa ipotizzare un incontro fecondo fra il paradosso e il pensiero è e resta l’orizzonte agapico, dove il quadro concettuale di riferimento rimanda alla «metafisica della carità»16 e alle sue espressioni: «Se il paradosso e l’intelletto s’incontrano nella comune comprensione della loro diversità, l’incontro sarà felice come l’intesa dell’amore: felice nella passione [...]. Se lo scontro non è di comune intesa, il rapporto è infelice, e questo amore infelice – se posso dirlo – dell’intelligenza (il quale, bisognerebbe notarlo, è come l’amore infelice che ha il suo fondamento in un egoismo frainteso: più in là l’analogia non va, poiché la forza del caso qui non può nulla) noi possiamo chiamarlo con un termine più specifico: scandalo»17. E che l’intesa tra pensiero e paradosso è possibile lo mostra la differenza non solo semantica tra il paradosso e il paralogismo, quest’ultimo sì incompatibile col logos e con la ragione che da esso promana e in esso si esprime. Per concludere La riflessione sulla laicità ci pone di fronte al paradosso cristiano della santità non separata del laico. Se il termine “santità”, nella sua accezione biblica indica separazione (Dio è il tre volte santo, ossia la trascendenza-separazione assoluta rispetto al modo e all’uomo), la laicità, correttamente intesa, toglie, a livello interumano, la separazione e chiede di vivere la fede nel mondo, ma senza lasciarsi omologare dal mondo.

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Cfr G. LORIZIO, “La metafisica della Carità in Antonio Rosmini”, in RdT 5 (1995), pp. 527-552. S. KIERKEGAARD, “Lo scandalo del paradosso (un’illusione acustica)”, in Briciole di filosofia e postilla non scientifica, a cura di C. FABRO, Zanichelli, Bologna 1962, p. 137.

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Relazione introduttiva sulle attività dell’Istituto

Ecc.za Rev.ma, Preside Facoltà Teologica Pugliese, gentili autorità, stimati colleghi e studenti, amici carissimi,

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rivolgo insieme con il direttore mons. Vito Angiuli, un fraterno saluto a tutti voi che avete voluto essere presenti a questo atto ufficiale di apertura del nuovo anno accademico dell’Istituto Superiore di Scienze religiose di Bari. Sono grato a tutti coloro che, impossibilitati a presenziare, hanno fatto giungere un segno della loro partecipazione e rivolgo a nome di tutti voi un caloroso saluto al direttore di questo Istituto mons.Vito Angiuli recentemente eletto vescovo della Diocesi di Ugento–Santa Maria di Leuca. A lui va il nostro cordiale augurio per la sua nomina e il ringraziamento per l’attività fin qui svolta nel nostro Istituto come docente e direttore con elevato carico di responsabilità in quanto anche pro-vicario generale della nostra Arcidiocesi, lavoro intenso e proficuo sicuramente premessa di un futuro più florido per il nostro Istituto. A lui vogliamo anche assicurare la nostra preghiera per il suo ministero episcopale e l’ordinazione che riceverà in Cattedrale dal nostro Arcivescovo il prossimo 4 dicembre. Desideriamo ora docenti e alunni lasciare alla sua persona in questa circostanza un segno del nostro affetto e della nostra gratitudine. Siamo qui radunati non per una celebrazione formale, ma per rinnovare la nostra comune convinzione dell’importanza che ha questa istituzione accademica per la missione evangelizzatrice della nostra Chiesa locale e per la formazione teologica di tutti coloro che desiderano dare un fondamento più solido alla loro vita di fede. La finalità specifica di questa comunità accademica, infatti, è quella di offrire un percorso di conoscenza teologica tenendo in unità


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” la dimensione scientifica della ricerca con il senso affettivo dell’adesione di fede. Non uno studio asettico, e nemmeno un’ indagine approssimativa, ma un approfondimento dei contenuti della fede fatto con intelligenza e amore.

1. La configurazione giuridico-accademica degli ISSR A partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II si è intensificato tra i fedeli (laici e religiosi) l’interesse per lo studio della teologia e delle scienze religiose come strumento per arricchire la propria vita cristiana, essere capaci di dare ragione della propria fede (cfr 1Pt, 3,15), esercitare fruttuosamente l’apostolato e collaborare alla missione della Chiesa. Tra le iniziative programmate per rispondere a tale esigenza vanno annoverati gli Istituti di Scienze Religiose (ISSR). La loro conformazione giuridico-accademica è stata delineata con le disposizioni contenute nella Istruzione sugli Istituti Superiori di Scienze Religiose (25/9/2008) della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Gli articoli 2 e 3 delineano la diversa natura dello studio della teologia nella Facoltà e negli ISSR. Per quanto riguarda la Facoltà l’articolo 2 così recita: «Lo studio della teologia e lo studio delle scienze religiose si articolano in due percorsi distinti, che si differenziano soprattutto per la natura degli insegnamenti e per i curricoli formativi che essi propongono. Il percorso di studio che viene offerto dai centri accademici ecclesiastici - quali le facoltà di teologia e gli istituti ad esse incorporati, aggregati e affiliati - ha lo scopo di assicurare allo studente una conoscenza completa e organica di tutta la teologia; ciò è richiesto in particolare a coloro che si preparano al sacerdozio. Inoltre esso si propone di approfondire in modo esauriente le diverse aree di specializzazione della teologia, di acquisire il necessario uso del metodo scientifico proprio di tale disciplina, nonché di elaborare un contributo scientifico originale». L’articolo 3, invece sottolinea che gli ISSR «intendono offrire la conoscenza degli elementi principali della teologia e dei suoi necessari presupposti filosofici e complementari delle scienze umane.

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Questo percorso di studio, più specificatamente, ha lo scopo di promuovere la formazione religiosa dei laici e delle persone consacrate, per una loro più cosciente e attiva partecipazione ai compiti di evangelizzazione nel mondo attuale, favorendo anche l’assunzione di impieghi professionali nella vita ecclesiale e nell’animazione cristiana della società: preparare i candidati ai vari ministeri laicali e servizi ecclesiali; qualificare i docenti di religione nelle scuole di ogni ordine e grado, eccettuate le istituzioni di livello universitario». Lo scopo specifico degli ISSR è regolato dall’articolo 4: «Gli ISSR si legge nell’Istruzione - designano un’ulteriore possibilità di partecipare, assieme alla teologia, dello sforzo di approfondimento della verità, allo scopo di accompagnare la crescita nella fede delle singole persone e dell’intera comunità. Lo studio e l’insegnamento delle scienze religiose forniscono gli elementi necessari per elaborare una sintesi tra la fede e la cultura nella singolarità delle situazioni vissute dalle chiese particolari. Si tratta di una prospettiva che risponde alla richiesta di una qualificazione del servizio ecclesiale nelle concrete esigenze dei tempi e dei luoghi. Essa, pertanto, adotta specifici strumenti di studio, metodi pedagogici e l’impiego di energie per un apprendimento e un’applicazione didattica differenti da quelli che vengono richiesti dalle facoltà di teologia». Nella Nota di ricezione, approvata e emanata il 23 settembre 2009 dal Consiglio episcopale permanente della CEI sono indicate le norme recepite e attuative della Istruzione della Congregazione; norme che forniscono il quadro con cui procedere alla revisione degli statuti e regolamenti degli ISSR. A questa revisione sono impegnati tutti e sette gli Istituti Superiori di Scienze Religiose della Puglia. In tal modo si può dire che questo progetto di riordino rappresenta la risposta che la Chiesa italiana ha voluto dare a istanze provenienti da più arti e comunque attente alle necessità di garantire spazi formativi adeguati alle mutate esigenze culturali e capaci di formare laici consapevoli.

2. La vita dell’Istituto nell’anno 2009-2010 La vita del nostro Istituto si muove nell’alveo di questa cornice. Sono stati approvati gli statuti ed è stato rivisto il regolamento in


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” attesa della sua definitiva approvazione. Insieme agli istituti di Puglia si sta ripensando il piano di studio secondo una modalità più rispondente alla finalità specifica dell’insegnamento della teologia nella forma di “scienze religiose”. Infatti in questo anno è stata approvata la convenzione tra Istituto e Facoltà relativa agli impegni economici e amministrativi ed è in corso da parte della Facoltà la verifica del possesso dei titoli di studio in capo ai docenti stabili. Nel nostro Istituto in particolare si è introdotta la scheda di valutazione dei professori da parte degli studenti; si è avviato il “biennio ciclico” di studi autorizzato dalla Facoltà teologica nel biennio di specializzazione; si è provveduto all’adeguamento dei crediti nel piano di studi per adeguarli al numero richiesto dal nuovo Statuto della Facoltà e si è provveduto ad adeguare le tasse di iscrizione che da diversi anni erano rimaste invariate. Segnalo alcuni aspetti riguardanti l’attività svolta nello scorso anno. 2.1. I professori, gli studenti e i titoli accademici conseguiti Gli studenti ordinari iscritti all’anno accademico 2010/2011 sono in tutto 90. Nel triennio sono così suddivisi: 21 studenti (1° anno), 18 (2° anno), 27 (3° anno). Nel biennio di specializzazione sono: 24 (2° anno). Gli studenti uditori sono 14, gli iscritti al biennio teologico-filosofico 3, gli iscritti al corso di diaconato 6 e 14 studenti fuori corso. In totale gli iscritti sono 127. Tra i docenti vi sono alcuni che hanno lasciato il loro incarico: Gino Copertino e Stefania Calefato (per motivi personali), Filippo Casamassima, Vito Antonio Baldassarre e Angelo Romita (per raggiunti limiti di età). Sono stati cooptati due nuovi docenti: Luigi Di Nardi e Maria Antonietta Griseta. È stato inoltre riconosciuto il passaggio per il prof Donato Lucariello da docente incaricato annuale a docente stabile straordinario. Durante l’anno 2010, 7 studenti hanno conseguito il grado accademico di Magistero in Scienze religiose, 1 studente il grado accademico di Diploma in Scienze religiose, 16 studenti la Laurea in Scienze religiose e 3 studenti la Laurea Magistrale in Scienze religiose.

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Hanno conseguito il Magistero in Scienze religiose: a) nella sessione invernale (22-23 marzo 2010): de Palma Daniele, Battesimo ed Eucaristia: ascesi ed unione dell’uomo con Dio, Carella Annamaria, Gli effetti del sacramento dell’Unzione degli infermi, Fumato Francesca, Cristo Agnello. Titolo cristologico nella Sacra Scrittura, nella tradizione, nella liturgia, Gennariello Giuseppina, L’esperienza religiosa degli adolescenti; b) nella sessione estiva (22 giugno 2010): Benedetti Viviana Maria Grazia, Maria e i cristiani riformati. c) nella sessione autunnale (22 novembre 2010): Moro Lucia, Rut: verso un’identità, Colafemmina Sandra, L’arte del celebrare in un mondo che cambia. Ha conseguito il Diploma in Scienze Religiose nella sessione estiva (22 giugno 2010) Bitetto Vittoria Maria, La donna nel magistero di Giovanni Paolo II e nella chiesa di oggi. Hanno conseguito la Laurea in Scienze religiose: a) nella sessione invernale (22 marzo 2010) Squicciarini Isabella, La dimensione culturale del sacrificio: tra rivelazione biblica e psicologia analitica, Navarra Domenica, La presenza salvifica di Gesù Cristo nei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, Soriano Maddalena, La Chiesa popolo di Dio, Allegretta Anna Irene, Gesù di fronte alla propria morte, Coppola Jacqueline, Evangelizzazione e giustizia sociale, nel pensiero di Gustavo Gutiérrez, Modugno Maria Rosaria, La carità, anima della vita socio economica e il microcredito secondo Muhammad Yunus, Cataldi Angela, Il movimento cattolico a Bitonto durante l’episcopato di L. Bruno (1884-1893) e P. Berardi (1898-1921). b) nella sessione estiva (22 giugno 2010): Angiolillo Vincenzo, Il concetto di espiazione in Rm 3,21-26, Qafko Mimoza, La grazia del Battesimo e il suo influsso nella vita cristiana, Lacatena Mirangela, Aspetti dell’episcopato monopolitano di Nicola Monterisi (1913-1919); c) nella sessione autunnale (22 novembre 2010): Vavalle Nicola, Il contributo di Ilario nelle riflessione trinitaria del IV secolo, Barile Caterina, San Giovanni Bosco e il beato Francesco Faa’ di Bruno: canto e musica come mezzo di privilegiato di formazione alla bellezza spirituale e morale, Miulli Mariagrazia, Il problema dell’aetas nubilis nel diritto canonico e nella legislazione concordataria italiana, Pastore Cinzia, Il dono della festa dell’Espiazione (Lv 16), Dinardo Eufemia, Il significato della sofferenza di Gesù e del cristiano, Sicuro Franco Alberto, Il processo di Gesù. Interpretazioni ebraiche e cristiane.


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Hanno conseguito la Laurea magistrale in Scienze religiose: a) nella sessione invernale (23 marzo 2010): Lorusso Maria, L’esperienza di Bose all’interno della vita religiosa della Chiesa, Susca Lorenza Francesca, Il nuovo umanesimo religioso di Martin Buber. b) nella sessione estiva (22 giugno 2010): Cappelluti Vito, Linee fondamentali di spiritualità nel pensiero politico e sociale di Giuseppe Lazzati. 2.2 Le iniziative culturali Tra le iniziative culturali ricordo le seguenti: — Giovedì 25 febbraio 2010, alle ore 17.30, presso l’aula magna “E. Nicodemo” si è tenuta la presentazione di due libri: Il futuro nelle radici, di Antonio Serio, e Chiesa e mezzi di comunicazione: un rapporto da approfondire, di R. Doronzo. Sono intervenuti mons. Angelo Latrofa, Vicario episcopale per l’evangelizzazione, e il dott. Renato Brucoli, Editore EdInsieme. Ha moderato mons. Vito Angiuli, direttore ISSR Bari; — Venerdì 26 marzo 2010, presso l’aula magna “E. Nicodemo”, si è tenuta la presentazione del libro dal titolo Nathan il saggio di G.E. Lessing di Leo Lestingi. Sono intervenuti il prof. Pasquale Bellini, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Bari, e il prof. sac. Filippo Casamassima, docente ISSR di Bari. Ha moderato mons. Vito Angiuli, Direttore ISSR di Bari. — Martedì 20 aprile 2010, presso l’aula magna “E. Nicodemo”, si è tenuta la presentazione del libro dal titolo Gesù il Salvatore. Luoghi e tempi della Sua venuta nella storia, di Nicola Bux. È intervenuto il prof. Michele Loconsole, presidente ENEC. Ha moderato mons. Vito Angiuli, Direttore ISSR di Bari. — Martedì 4 maggio 2010, presso il Dipartimento di Studi classici e cristiani si è tenuta la presentazione del volume di Roberto Rusconi, Santo Padre. La santità del papa da san Pietro a Giovanni Paolo II. Il tutto è stato organizzato dal Dipartimento di Studi classici e cristiani dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, e dall’ISSR “Odegitria” di Bari. Sono intervenuti S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari- Bitonto; il prof. mons. Vito Angiuli, Direttore

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ISSR di Bari; la prof. Sofia Boesch Gajano, presidente del Centro Europeo di Studi Agiografici; il prof. André Vauchez, Directeur Académie des Inscriptions et Belles-Lettres de France. Ha introdotto il prof. Giorgio Otranto. Nel mese di luglio, al fine di realizzare un incontro con la comunità cristiana in Terra Santa, si è svolto un viaggio organizzato dal nostro Istituto guidato dal prof. don Angelo Garofalo a cui hanno partecipato il nostro direttore, alcuni docenti e diversi alunni del nostro Istituto. 2.3 La Scuola di comunicazioni sociali

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La Scuola di comunicazioni sociali, collegata all’Istituto Superiore di Scienze religiose “Odegitria” dallo scorso anno intitolata a don Vito Marotta, suo fondatore, è guidata dal nuovo direttore il dott. Enzo Quarto. La scuola propone un laboratorio di ufficio stampa perché volontari di parrocchie o di altre strutture religiose o di associazioni di laicato cattolico, apprendano sul campo gli elementi base per una efficace comunicazione. La scuola si rivolge a tutti coloro che operano nell’ambito dell’informazione anche con l’ausilio di nuove tecnologie, compresi addetti stampa, tecnici di ripresa, fotografi, studiosi dei fenomeni della comunicazione, insegnanti ed educatori sociali per aprire alla complessità del sistema. Così come dichiarato al n. 50 nei recenti Orientamenti pastorali CEI sul tema educativo: «si rivela indispensabile l’apporto dei mezzi della comunicazione promossi dalla comunità cristiana (tv, radio, giornali, siti internet, sale della comunità) e l’impegno educativo negli itinerari di formazione proposti dalle realtà ecclesiali. Un ruolo importante potrà essere svolto dagli animatori della comunicazione e della cultura, che si stanno diffondendo nelle nostre comunità, secondo le indicazioni contenute nel Direttorio sulle comunicazioni sociali. L’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica dovrà costituire negli anni a venire un ambito privilegiato per la missione della Chiesa». 2.4. La biblioteca La biblioteca diocesana” Odegitria” operante presso l’Istituto Superiore di Scienze religiose di Bari, è specializzata in scienze teo-


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” logiche ed umanistiche ed è aperta a studenti, docenti e al pubblico con 20 postazioni di lettura di cui 2 per disabili. Dieci le sale di deposito libri; una di consultazione per il pubblico oltre ai locali di servizio e per la direzione. Costituita da un ampio spazio di 250 mq, è dotata di scaffali mobili e fissi, di armadi e delle attrezzature informatiche dedicate alla schedatura, classificazione e ricerca del materiale bibliotecario e di una videoteca. Le diverse tipologie documentarie presenti ammontano a circa 70.000 volumi e 780 periodici. Oggi sono 72 i periodici in abbonamento e scambio. La catalogazione elettronica è organizzata per autore, soggetto, titolo, collocazione, edizione. Grazie ad una donazione in danaro in questo anno si è offerta al nostro Istituto la possibilità di catalogare seguendo le procedure informatiche di CEI-B i libri donati lo scorso anno dalla prof.ssa Lamacchia e quelli donati dalla biblioteca dei Gesuiti dell’Istituto Di Cagno Abbrescia. Il programma consentirà inoltre di mettere in rete la biblioteca del nostro Istituto. Attualmente si sta procedendo al lavoro di ampliamento dei depositi e pertanto si potrà a breve procedere ad una migliore sistemazione degli ambienti di consultazione. La biblioteca coltiva rapporti di collaborazione con la biblioteca dell’Istituto di Teologia ecumenica “S. Nicola” e con la biblioteca “Gaetano Ricchetti”. Presentazione della prolusione accademica per l’anno 2010-2011 Tiene la prolusione accademica il prof. mons. Giuseppe Lorizio, nato a Poggio Imperiale ( Fg) nel 1952, ordinato sacerdote nel 1976, incardinato nella diocesi di Roma dal 1984, si è specializzato in teologia fondamentale nel 1980 presso la Pontificia Università Gregoriana dove ha completato gli studi teologici conseguendo nel 1988 il dottorato di ricerca con un lavoro sulla Teodicea di Antonio Rosmini, cui è stato assegnato il premio “Emilio Chiocchetti” dall’Istituto Trentino di cultura. Ha conseguito inoltre la licenza in Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense. È stato nominato cappellano di Sua Santità in data 23 luglio 1998. È professore ordinario di teologia fondamentale e metodologia teo-

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logica nella Facoltà della Pontificia Università Lateranense. Dirige inoltre l’area internazionale di ricerca su problemi di teologia fondamentale in prospettiva ecumenica presso la Pontificia Università Lateranense; è membro del Comitato nazionale per gli Studi Superiori di Teologia e Scienze religiose della Conferenza Episcopale Italiana. L’intrecciarsi e il rincorrersi della ricerca filosofica e del sapere della fede costituiscono l’orizzonte della sua esperienza di ricerca, espressa in numerosi lavori (cfr la sua ricca bibliografia: libri, saggi, articoli). In questa prospettiva da anni è impegnato nello studio della genesi del pensiero rosminiano. Ringrazio sentitamente il prof. Lorizio per aver accettato il nostro invito. Il professore terrà la sua prolusione sul tema: “A Cesare e/o a Dio. Prospettive teologiche sulla laicità”. La sua riflessione sarà certamente un proficuo contributo per il III Convegno Ecclesiale delle Chiese di Puglia che affronterà il tema I laici nella chiesa e nella società pugliese, oggi che si svolgerà in San Giovanni Rotondo dal 28 aprile al 1 maggio 2011. prof. Carlo Lavermicocca

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Educazione come mistagogia. Un orientamento pedagogico nella prospettiva del Concilio Vaticano II

Presentazione di mons. Francesco Cacucci a Educazione come mistagogia. Un orientamento pedagogico nella prospettiva del Concilio Vaticano II di Mons. Vito Angiuli Centro Liturgico Vincenziano, Roma 2010 Indice: Presentazione di Mons. Francesco Cacucci; Sigle e abbreviazioni; Introduzione. Capitolo primo LA RECEZIONE DEL CONCILIO VATICANO II E LA “SVOLTA MISTAGOGICA” DELLA PASTORALE: 1. Il Concilio Vaticano II: “stella polare” per il cammino della Chiesa del terzo millennio; 2. L’ermeneutica del Concilio e le fasi della sua recezione: a) La recezione come processo critico-ecclesiale – b) Le fasi della recezione conciliare; 3. La recezione conciliare e la riflessione ecclesiologica; 4. La riflessione ecclesiologica e la prassi pastorale; 5. La riscoperta conciliare della categoria del mistero; 6. Dal mistero di Cristo alla mistica della vita cristiana: a) Mistica come esperienza liturgico-sacramentale del mistero di Cristo – b) Mistica come esperienza biblico-spirituale del mistero di Cristo – c) Mistica come esperienza esistenziale-vitale del mistero di Cristo; 7. Mistica e mistagogia; 8. La mistagogia., cammino permanente e progressivo nel mistero di Cristo: a) Il primato del mistero – b) Il rapporto tra mistero e storia - c) Il mistero creduto, celebrato e vissuto. Capitolo secondo L’EMERGENZA EDUCATIVA E LA PROSPETTIVA MISTAGOGICA DELLA PASTORALE: 1. L’emergenza educativa nel contesto di una cultura al bivio: a) La terza morte di Dio – b) Il bivio culturale – c) Il bivio antropologico – d) Il bivio

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pedagogico; 2. I presupposti dell’azione educativa; 3. Il mistero di Cristo, centro e punto di forza della pastorale mistagogica: a) La dottrina del Vaticano I e del Vaticano II – b) Mistero, mistica e mistagogia per un rinnovamento della pastorale e un confronto con la cultura contemporanea; 4. I risvolti pedagogici della struttura del mistero di Cristo: a) La dimensione sintetica del mistero- b) La dimensione antinomica del mistero; 5. Le ragioni di convenienza della pastorale mistagogica; 6. L’educazione cristiana come accompagnamento mistagogico: a) L’unità dell’atto educativo e la formazione integrale della persona – b) Le principali tappe della mistagogia (L’attrazione, L’iniziazione, La conformazione, L’irradiazione) – c) La duplice forma di mistagogia (La mistagogia come esperienza liturgico-sacramentale del mistero, La mistagogia come esperienza esistenziale-vitale del mistero, La distinzione e la complementarietà tra le due forme di mistagogia). Capitolo terzo «UT MYSTERIUM PASCHALE VIVENDO EXPRIMATUR»: 1. La mistagogia come esperienza liturgico-sacramentale del mistero: a) La dimensione rivelativa ed educativa della liturgia – b) Le principali caratteristiche della mistagogia liturgica (Cristo, vero mistagogo e pedagogo, La trasformazione dell’io, Il radicamento nella comunità, L’ordo temporis, La ripetizione, La responsabilità, Il rendimento di grazie) – c) Il metodo e i mezzi propri (La catechesi mistagogica, L’omelia); 2. La mistagogia come esperienza esistenziale-vitale del mistero: a) L’uomo, “immagine dell’immagine”: il ricentramento cristiano dell’antropologia – b) L’esperienza di Cristo nella vita quotidiana – c) Il discernimento e l’accompagnamento spirituale. Conclusione I PRINCIPALI GUADAGNI EDUCATIVI: 1. In riferimento alla persona; 2. In riferimento alla comunità parrocchiale; 3. In riferimento al compito educativo della famiglia e della scuola Indici: Indice biblico – Indice dei riferimenti conciliari – Indice dei nomi – Indice generale.

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All’inizio del nuovo millennio il tema dell’educazione è ritornato prepotentemente alla ribalta. La situazione di transizione che stiamo vivendo esige che ci si interroghi sulle modalità più opportune per trasmettere alle nuove generazioni le ragioni che rendono bella la vita e i motivi che spingono il cuore ad aprirsi alla speranza. Educare, infatti, vuol dire spalancare nuovi orizzonti di significato per l’esistenza, trasmettere verità che danno un senso pieno alla vita, orientare verso nuovi traguardi, guardare con rinnovata fiducia al destino ultimo dell’uomo e al futuro dell’umanità. I radicali cambiamenti culturali e antropologici sopravvenuti nel


PUBBLICAZIONI nostro tempo pongono l’impegno educativo come uno dei compiti più urgenti e problematici. Viviamo dentro una grande emergenza educativa. Il clima di relativismo pervasivo sembra aver dissolto le certezze basilari e i valori che danno significato alla vita e spesso ha creato negli educatori uno stato d’animo di sfiducia nella loro opera educativa, rendendo più forte il rischio che essi smarriscano o addirittura non comprendano in modo adeguato quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Ciò che occorre è un nuovo coraggio educativo, un impegno che nasce dalla volontà di non venir meno a un compito inalienabile e imprescindibile e si fonda su una più matura consapevolezza che è la vita a esigere di essere accompagnata verso la sua piena maturazione. La vita genera vita e ogni vita è un nuovo inizio, una nuova avventura, un nuovo annuncio di speranza. Questo libro non intende affrontare i molteplici aspetti del variegato e complesso tema dell’educazione. Il suo scopo principale è di richiamare l’orientamento pedagogico presente nei documenti conciliari e, in particolar modo, nella Gravissimum educationis. L’Autore ritiene che la recezione del Concilio Vaticano II richieda una “svolta mistagogica” della pastorale. Essa consiste in una azione ecclesiale che, partendo dalla centralità del mistero pasquale di Cristo, consideri la vita cristiana come «esperienza mistica», cioè come intima unione con Cristo e, conseguentemente, intenda l’educazione come «accompagnamento spirituale mistagogico». In altri termini, secondo l’Autore, il rinnovamento conciliare si fonda su tre concetti chiave: mistero, mistica e mistagogia. Queste tre ideeguida propongono un nuovo orientamento per la riflessione teologica, una conversione dell’agire pastorale, una differente proposta educativa. Nella prospettiva conciliare, educare significa introdurre nel mistero di Cristo, quale paradigma del mistero dell’uomo. Questi, infatti, non solo è avvolto nel mistero, ma è mistero a se stesso. Accogliere questa condizione umana ed entrare nella logica della scoperta del significato più profondo della vita è il principale itinerario educativo che il Concilio chiede di percorrere. Mistagogia significa prendere per

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mano una persona e aiutarla a entrare nella profondità del suo mistero, considerato alla luce del mistero pasquale di Cristo. Ciò implica un’attenzione all’opera della salvezza che segretamente agisce in ogni uomo e nella storia, ma significa anche considerare le dinamiche personali, gli avvenimenti storici, le vicende quotidiane, anche le più difficili e sofferte, dentro le quali il mistero si presenta e si manifesta con una ricchezza da esplorare e far fruttificare. Si potrebbe dire che l’educazione proposta dal Concilio fa leva sul mistero di Cristo attinto dalla liturgia ed espresso nella vita quotidiana. La mistagogia liturgica, l’essere afferrati da Cristo e da lui introdotti nella vita divina, si apre così alla mistagogia della vita quotidiana nella quale ogni frammento dell’esistenza diventa il luogo in cui far rifluire la ricchezza del mistero di Cristo. L’accompagnamento mistagogico parte dal riconoscimento che è il mistero a introdurre nel mistero. Opera, questa, delicatissima perché non si muove nella logica dell’inquadramento dentro uno schema prestabilito e valido per tutti, ma si realizza nel rispetto della singolarità di ciascuno e nella consapevolezza che in ogni uomo sono nascoste risorse da risvegliare ed energie da orientare verso la piena maturazione umana e cristiana. Il mistagogo è un maestro-testimone il cui unico compito è di mettere in sintonia la persona con la sua realtà più intima per aiutarla a percepire la voce del “Maestro interiore” che parla nella profondità del cuore e apre sentieri di liberazione e cammini di speranza. La necessità di prospettare alle nuove generazioni un avvenire di luce e non di oscurità rende particolarmente stimolante la riflessione sulla questione educativa. Per questo la Conferenza Episcopale Italiana ha scelto il tema dell’educazione come linea guida degli orientamenti pastorali di questo decennio. L’auspicio è che il richiamo alla visione conciliare sia un ulteriore stimolo ad affrontare con coraggio la sfida educativa nella consapevolezza che la posta in gioco è la scoperta del senso della vita e la sua apertura a un futuro pieno di speranza. Esprimo profonda riconoscenza a Mons. Vito Angiuli, già mio ProVicario generale e ora Vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, per aver saputo dimostrare che la mistagogia ha il suo posto nella vita. Talvolta si rileva che la scelta di pastorale mistagogica privilegia la catechesi e la liturgia, mentre è meno evidente la sua applicazione


PUBBLICAZIONI nella vita. Se il compito della mistagogia è di guidare l’uomo verso il mistero, essa raggiunge il suo pieno senso non solo quando consente all’uomo di scoprire la propria esperienza di fede, ma anche quando rende tale esperienza visibile al prossimo nella storia. “Mistagogo” è allora quel tipo di guida spirituale, in cui il credente viene reso consapevole della profondità mistica della sua fede. Qui si innesta il processo educativo, il cui scopo è di aiutare gli uomini a scoprire e a far crescere l’esperienza di Dio. In connessione diretta con la mistagogia, K. Rahner constata che la vita di un uomo non ha solo fasi biologiche, fasi di sviluppo, ma anche fasi spirituali. Il grande teologo differenzia quattro fasce di età: l’adolescente, l’adulto da una parte, i bambini e gli anziani dall’altra. Ogni età presenta le sue esigenze e le sue chances. Il cammino mistagogico deve permettere di sperimentare il “nuovo” della fase successiva di età, senza distruggere l’esperienza pregressa. È un compito delicato, nel quale l’educazione si colora continuamente di amore e di testimonianza. Ha colto bene il carattere della mistagogia rahneriana A. Exeler: è «un’introduzione, satura d’esperienza, nella fede cristiana». Ecco l’opera educativa: far sperimentare il mistero attraverso l’amore, come attraverso la Parola, il silenzio, la preghiera. La mistagogia è quindi introduzione alla meditazione della Parola di Dio, guida alla preghiera e alla vita. Va dall’ascolto della Parola, ai sacramenti, all’interpretazione dell’esperienza della vita. Questo prezioso libro rappresenta un contributo rilevante nell’approfondimento del vero significato della mistagogia nella pastorale. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Bari, 4 dicembre 2010 Nell’ordinazione episcopale di Mons. Vito Angiuli

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NELLA PACE DEL SIGNORE don Giuseppe Di Mauro

Giovedì 18 novembre 2010, dopo mesi di sofferenze, don Giuseppe Di Mauro, vice Cancelliere dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, è tornato alla casa del Padre. Nato a Santeramo in Colle il 26 luglio 1930, da Gaetano e Addolorata Ciccarone, entrò fin da ragazzo nel Seminario Arcivescovile di Bari e in seguito nel Pontificio Seminario Appulo “Pio XI” di Molfetta. Qui nel 1951 ricevette il lettorato, nel 1952 gli altri ordini minori dell’esorcistato e dell’accolitato; quindi, a fine 1953, fu ordinato suddiacono e di lì a qualche mese diacono. Completata la formazione, il 18 luglio 1954 fu ordinato presbitero, a Santeramo in Colle, suo paese natale, da S. Ecc. Mons. Enrico Nicodemo. Appena ordinato, il 30 settembre dello stesso 1954, fu nominato vicario cooperatore della parrocchia S. Nicola in Mola di Bari, ufficio che svolse con zelo per ben sette anni, e del quale conservò sempre un ricordo positivo, confortato dall’attestazione di tanti parrocchiani che ancora dopo molti anni lo ricordavano con simpatia. Il 17 settembre del 1961 fu trasferito all’ufficio di vicario cooperatore della parrocchia Immacolata in Gioia del Colle, incarico anch’esso che laudabiliter svolse, tanto che in meno di due anni, il 30 aprile 1963, senza concorso (visto che «cum concorsui bis rite indic-

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to nemo adfuerit»: frasi riportate dal decreto di nomina), fu nominato parroco della parrocchia S. Vito in Palo del Colle, incarico che iniziò ufficialmente il successivo 23 luglio. Da allora la vita di don Giuseppe si è svolta sempre a Palo. Alla parrocchia S. Vito è rimasto per ben vent’anni, fino al 14 ottobre del 1983. In tutto questo tempo ebbe modo di inserirsi pienamente nel tessuto cittadino, fondando e dirigendo il mensile “Il Faro palese”, vero osservatorio sulla vita civile ed ecclesiale di Palo e dei comuni limitrofi, periodico che ben presto si diffuse anche all’estero. Proprio grazie a tale diffusione, don Giuseppe fu conosciuto e amato dai Palesi emigrati nel nord Europa e nel Nuovo Mondo, promuovendo anche il gemellaggio tra Palo del Colle e Bibesheimam-Rhein, cittadina nei pressi di Francoforte, ove tanti Palesi sono presenti ormai da tempo. Lasciata la parrocchia, don Giuseppe ha iniziato a svolgere incarichi fuori Palo, ma conservando sempre la residenza in Palo, che divenne così la sua seconda patria, dopo che a Santeramo non rimase più alcun parente stretto. Anche per tale motivo, al momento di effettuare l’opzione tra il restare nell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto o trasferirsi nella Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, nella quale veniva inserita la sua città natale, decise di restare incardinato nella nostra Arcidiocesi. Frattanto, l’8 gennaio 1984, in virtù dell’esperienza accumulata dirigendo “Il Faro”, veniva creato dall’Arcivescovo Magrassi delegato arcivescovile per «seguire pastoralmente» il settore delle comunicazioni sociali, con la nomina in contemporanea di Tonino Ciaula a direttore dell’omonimo Ufficio di Curia. In tale veste, e grazie all’iscrizione all’Ordine dei giornalisti, divenne direttore responsabile del Notiziario diocesano e curò il rapporto della Diocesi con i giornalisti, finché non fu in tali incombenze sostituito dal compianto don Vito Marotta. Altro incarico che don Giuseppe ricoprì dopo aver lasciato la parrocchia S. Vito fu quello di cappellano dell’Ospedale di Grumo Appula, ove restò fino a qualche anno fa, quando fu costretto a lasciare per raggiunti limiti di età. In tale ambiente egli spese tutte le sue energie più direttamente pastorali, sia nel contatto degli ammalati, sia nel rapporto con il personale medico ed ausiliario. Con l’assistenza delle suore ivi impegnate, creò una piccola comu-


NELLA PACE DEL SIGNORE nità di fedeli che lo aiutavano nell’animazione della messa domenicale e nell’assistenza pastorale ai degenti. In considerazione di tale ultimo impegno, e grazie anche all’esperienza acquisita nel campo dei donatori di sangue, il 14 dicembre 1986 fu nominato assistente spirituale dei Gruppi “Fratres” Pugliesi, settore che seguì sempre con attenzione e simpatia. Ma l’incarico che egli ha svolto per ben 25 anni fino alla sua dipartita è stato quello che lo ha visto presente con costanza e fedeltà quotidiana a servizio della sezione pratiche matrimoniali della Cancelleria arcivescovile. A questa mansione egli fu chiamato per affiancare e aiutare mons. Michele Ruccia fin dai primi mesi della nomina di quest’ultimo a cancelliere (settembre 1984), anche se solo il 9 novembre 1987 fu nominato ufficialmente incaricato di Curia per la sezione matrimoni della Cancelleria. Dopo aver affiancato mons. Ruccia per tanti anni, dal 1994 continuò la sua preziosa collaborazione con il nuovo cancelliere don Paolo Bux, il quale ne propose la nomina a vice cancelliere, nomina che ricevette il 23 marzo 1995. Il 4 novembre 2004, don Giuseppe fu nominato assistente spirituale della Confraternita di S. Rocco in Palo del Colle, ufficio pastorale che svolse con impegno finché, lasciata la Confraternita, il 1° maggio 2009 ricevette l’ultima nomina, quella di cappellano delle Suore Figlie della Carità e della loro Casa di riposo “S. Vincenzo de Paoli”, sempre in Palo. In queste ultimi incarichi, ebbe modo di collaborare con i pastori che in momenti difficili si avvicendarono nella guida della comunità cittadina, offrendo loro il necessario aiuto ministeriale. Ma negli ultimi tempi, come aveva cominciato a diradare la sua presenza in Curia, così, a causa di problemi di salute sempre più fastidiosi, andava ritirandosi da impegni e collaborazioni. Finché, nello scorso aprile, in seguito a nuovi preoccupanti sintomi, fu costretto a un lungo ricovero in cliniche baresi. Nonostante una lieve ripresa estiva, che gli ha permesso di riprendere, anche se con molta fatica e tanta speranza, la sua presenza in Curia e alle Suore Vincenziane,

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da settembre l’aggravarsi della malattia lo ha costretto definitivamente a letto, ove, dopo aver celebrato in casa finché ha potuto, munito dei conforti religiosi, ha concluso il suo ministero sacerdotale, sempre svolto con umiltà, impegno culturale e dedizione totale, offrendo al Signore con dignità e forza d’animo le sofferenze dell’agonia. Il 20 novembre 2010 nella chiesa matrice di Palo del Colle si è svolta la messa esequiale, presieduta da Mons. Vito Angiuli, vescovo eletto di Ugento-Santa Maria di Leuca a nome dell’Arcivescovo impegnato altrove, e concelebrata da numerosi presbiteri e diaconi, alla presenza di tanti fedeli che, unitamente ai celebranti, hanno voluto testimoniare con la presenza e con le parole le virtù e i meriti del caro don Giuseppe. Sempre nelle chiesa madre di Palo il 20 dicembre 2010 si è celebrato anche il trigesimo, presieduto da S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto.

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Novembre 2010

1 – Al mattino, presso la parrocchia Ognissanti in Valenzano, celebra la S. Messa per la festa titolare nella solennità di Tutti i Santi. – Alla sera, presso la parrocchia S. Caterina vergine e martire in Bitonto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Giovanni Giusto. 2 – Al mattino, presso il Cimitero di Bari, celebra la S. Messa nella Commemorazione di Tutti i fedeli defunti. – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa. 3 – Al mattino, presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” in Molfetta, presiede la riunione della Conferenza Episcopale Pugliese. – Alla sera, presso la Casa del clero in Bari, presiede la riunione del Consiglio Pastorale Diocesano. 4 – Al mattino, presso il Sacrario dei Caduti d’Oltremare, celebra la S. Messa per la Giornata delle Forze Armate. 4-7– Visita pastorale alla parrocchia S. Francesco da Paola in Bari. 6 – Al mattino, presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” in Molfetta, partecipa all’incontro preparatorio al Convegno Regionale sul laicato. 8-11 – Ad Assisi, partecipa ai lavori dell’Assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana. 11-14 – Visita pastorale alla parrocchia S. Fara in Bari.

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12– Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano delle Murge, partecipa al ritiro del clero; dom Pietro Vittorelli, O.S.B., abate di Montecassino, tiene la meditazione sulla Liturgia delle Ore. 14– Al pomeriggio, nella Basilica di S. Nicola, celebra la S. Messa per 800 cantori dell’Associazione “S. Cecilia”. 15– Al pomeriggio, presso la chiesa di Maria SS. del Carmine, nella città vecchia, celebra la S. Messa per l‘apertura dell’anno accademico 2010-2011 dell’Istituto Superiore di Scienze religiose “Odegitria”; di seguito, presso la sede dell’Istituto, presiede la cerimonia di inaugurazione. 16– Al mattino, presso il Seminario arcivescovile, incontra l’équipe educativa. – Alla sera, presso la parrocchia S. Giuseppe Moscati in Triggiano, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. 17– Alla sera, presso la parrocchia S. Pio X in Bari, celebra la S. Messa per la presa di possesso del nuovo parroco don Giuseppe Spano. 18– Al mattino, presso la sede della Fondazione della Cassa di Risparmio di Puglia, presiede l’incontro per la presentazione degli Atti del corso regionale: “Ripensare i Consultori Familiari in Puglia”. 19-21 – A Roma, partecipa al Concistoro in occasione della creazione dei nuovi cardinali. 22– Al mattino, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la festa della Virgo fidelis, patrona dell’Arma dei Carabinieri. 23– Alla sera, in Cattedrale, presiede l’incontro con le Comunità Neocatecumenali presenti in diocesi. 24– Al mattino, presso la Curia arcivescovile, incontra il Collegio dei Consultori. – Alla sera, presso la chiesa del “Purgatorio” in Bitritto, per il ciclo di incontri “Cattedra degli uomini di buona volontà”, organizzato dalla parrocchia Maria SS. di Costantinopoli e dall’Ufficio diocesano Mondo sociale e del lavoro su “Come pensano le istituzioni”, partecipa con l’editore Alessandro Laterza, Presidente di Confindustria Bari-BAT, all’incontro su “Quale uomo abbiamo a cuore?”. 25-28 –Visita pastorale alla parrocchia S. Maria Maddalena in Bari. 25– Al pomeriggio, presso l’Auditorium della Scuola Allievi della


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Guardia di Finanza in Bari, porta il saluto ai partecipanti al Convegno della Facoltà Teologica Pugliese. 26– Al mattino, presso il Politecnico di Bari, celebra la S. Messa e successivamente partecipa alla inaugurazione del nuovo anno accademico. 29-30 – A Fano, al Seminario di studio e riflessione pastorale organizzato dal COP (Centro di Orientamento Pastorale) sul tema “Peccato e conversione”, tiene la relazione: Il Vangelo e il peccato: la speranza nella fragilità (il Vangelo dei vasi di creta).

Dicembre 2010 1 – Alla sera, presso la parrocchia S. Gabriele dell’Addolorata in Bari, benedice il nuovo portale della chiesa e celebra la S. Messa. 2-5 – Visita pastorale alla parrocchia Maria SS. Addolorata in Bari. 4 – Al mattino, presso la sede del Comando dei Vigili del Fuoco in Bari, celebra la S. Messa per la festa di S. Barbara, Patrona del Corpo. – Al pomeriggio, in Cattedrale, presiede il rito di ordinazione episcopale di S.E. Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca. 6 – Alla sera, nella Basilica di S. Nicola, presiede la concelebrazione eucaristica nella solennità del Santo Patrono. 7 – Alla sera, presso la parrocchia S. Giovanni Bosco in Bari, celebra la S. Messa per il conferimento del ministero dell’accolitato al seminarista Michele Calabrese. 8 – Al mattino, nella Concattedrale di Bitonto, celebra la S. Messa per la festa della Patrona, Maria SS. Immacolata. – Alla sera, presso la parrocchia Beata Vergine Immacolata in Bari, celebra la S. Messa per il 25° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del parroco p. Angelo Garzia, O.F.M. Cap.

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9 – Al mattino, in Episcopio, presiede la riunione del Consiglio di amministrazione della Biblioteca “G. Ricchetti”. – Alla sera, presso la parrocchia Buon Pastore in Bari, presiede l’Adorazione eucaristica vocazionale. 10– Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano delle Murge, partecipa al ritiro del clero; al termine, presiede la cerimonia di chiusura dell’istruttoria diocesana del processo per la beatificazione del Servo di Dio mons. Carmine De Palma. – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria di Loreto in Mola di Bari, celebra la S. Messa per il 60° anniversario della istituzione della parrocchia. 11– Al mattino, partecipa alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede dell’Ospedale Oncologico “Giovanni Paolo II”. 12– Al mattino, presso l’Istituto Margherita di Savoia in Bari, detta la meditazione al ritiro delle religiose e celebra la S. Messa. – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per l’ordinazione dei diaconi permanenti Giovanni Caradonna e Giacomo Leuzzi. 13– Alla sera, in Prefettura, partecipa allo scambio augurale per le festività natalizie. 14– Al mattino, presso l’Ospedale S. Paolo in Bari, incontra gli ammalati e il personale in occasione del Natale. – Alla sera, presso la parrocchia S. Nicola in Mola di Bari, presiede l’incontro per l’inizio della visita pastorale alle parrocchie dell’XI vicariato. 15– A Vallo della Lucania, tiene la prolusione in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Scienze religiose della diocesi sul tema “La scelta mistagogica nella pastorale”. 16– Al mattino, presso la casa delle Piccole Sorelle del Vangelo in Bari, celebra la S. Messa. – Alla sera, presso la chiesa del Gesù nella città vecchia, celebra la S. Messa per la riapertura della chiesa, dopo il restauro. 17– Al pomeriggio, presso il Liceo scientifico “Arcangelo Scacchi” in Bari, incontra docenti e studenti in occasione del Natale. 18 – Al mattino, presso la Curia arcivescovile, scambia gli auguri natalizi con i collaboratori e il personale degli uffici. – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa e amministra il sacramento della Confermazione ai cresimandi della parrocchia Preziosissimo Sangue in S. Rocco.


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO 19– Al mattino, presso il Policlinico di Bari, visita gli ammalati e celebra la S. Messa in preparazione al Santo Natale. – Alla sera, presso la parrocchia S. Andrea in Bari, celebra la S. Messa nella chiesa restaurata. 20– Alla sera, presso la parrocchia S. Maria La Porta in Palo del Colle, celebra la S. Messa per il trigesimo della morte di don Giuseppe Di Mauro, vice cancelliere dell’Arcidiocesi. 21– Al mattino, presso la sede della Questura di Bari, incontra il personale per lo scambio degli auguri natalizi. 22– Al mattino, presso il Palazzo della Provincia di Bari, celebra la S. Messa in preparazione al Natale. 23– Al mattino, presso la sede dell’Ospedale Oncologico “Giovanni Paolo II”, visita gli ammalati e celebra la S. Messa. – Al pomeriggio, presso la Casa circondariale di Bari, celebra la S. Messa per i detenuti e il personale carcerario. 24– In Cattedrale, celebra la S. Messa della Notte del Natale del Signore. 25– Al mattino, nella Concattedrale di Bitonto, celebra la S. Messa del Giorno del Natale del Signore. 26– Al mattino, presso la parrocchia Gesù di Nazareth in Bari, celebra la S. Messa. 27– Al mattino, presso la parrocchia S. Maria di Costantinopoli in Bitritto, celebra la S. Messa e incontra i seminaristi di teologia. – Alla sera, a Gioia del Colle, benedice il presepe vivente. 823


D OCUMENTI

E

V ITA

DELLA

C HIESA

DI

B ARI -B ITONTO

INDICE GENERALE Indice generale dell’annata 2010

ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONS. VITO ANGIULI VESCOVO DI UGENTO-S. MARIA DI LEUCA Omelia di S. Ecc. Mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto Saluto e ringraziamento di S. Ecc. Mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca Descrizione dello stemma episcopale di S.E. Mons. Vito Angiuli

711 712 715 721

DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio per la Quaresima Discorso alla Sacra Rota Messaggio per la Giornata mondiale delle vocazioni Discorso alla Penitenzieria Apostolica Discorso alla LXI Assemblea dei vescovi italiani Omelia nella S. Messa a conclusione dell’anno sacerdotale Messaggio per la Giornata mondiale della Gioventù 2011 Lettera apostolica in forma di “Motu Proprio” che istituisce il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione Messaggio in occasione della 46a Settimana sociale dei Cattolici italiani Messaggio ai partecipanti alla LXII Assemblea generale dei vescovi italiani Discorso alla Curia romana

7 13 199 205 359 365 447 535 541 725 731

825


DOCUMENTI DELLA SANTA SEDE Congregazione per la Dottrina della Fede Breve relazione circa le modifiche introdotte nelle Normae de de gravioribus delictis riservate alla Congregazione per la Dottrina della Fede 459

DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno Presentazione della Lettera dei vescovi italiani su “Annuncio e catechesi per la vita cristiana” Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia LXI Assemblea generale (Roma, 24-28 maggio 2010) Comunicato finale dei lavori LXII Assemblea generale (Assisi, 8-11 novembre 2010) Comunicato finale dei lavori Consiglio Permanente Comunicato finale dei lavori della sessione invernale (Roma, 25-27 gennaio 2010) Comunicato finale dei lavori della sessione primaverile (Roma, 22-25 marzo 2010) Comunicato finale dei lavori della sessione autunnale (Roma, 27-30 settembre 2010) Messaggio per la salvaguardia del creato Dichiarazione sulla questione dell’esposizione dei simboli della religione cattolica Presentazione degli Orientamenti pastorali 2010-2020 Messaggio per l’insegnamento della religione cattolica

19 215 381

373 741

51 209 549 383 463 547 749

CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE Lettera di indizione del III Convegno Ecclesiale Regionale: “I laici nella Chiesa e nella società pugliese oggi”

57

Nomina di don Vito Spinelli ad assistente regionale Movimento Apostolico Sordi

61

Commissione regionale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi Seminario di studi su: “Come fare iniziazione cristiana dei ragazzi oggi nelle Chiese di Puglia” (15-16 febbraio 2010): Domenica e iniziazione cristiana (mons. Vito Angiuli)

219


INDICE GENERALE D’ANNATA Cosa vuol dire fare iniziazione cristiana oggi in Italia (le ragioni del cambio, l’identità, i compiti) (don Carlo Lavermicocca) Conclusioni: In cammino verso un nuovo modello di iniziazione cristiana

229 243

DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO Mons. Vito Angiuli eletto Vescovo della Diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca

559

MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF Messaggio per la Giornata del Seminario Saluto all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese Questione meridionale, Chiesa e politica (12 maggio 2010) “Pati divina” e “pati humana” nel ministero episcopale di un “vescovo fatto popolo” Riflessioni in occasione della benedizione del monumento a mons. Tonino Bello a Palo del Colle (13 luglio 2010) Saluto di S.E. Mons. Francesco Cacucci, Gran Cancelliere, alla inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà Teologica Pugliese Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF

63 67 69 387

465 563 751

NOMINE Don Rocco D’Ambrosio nominato Professore straordinario e Direttore del Dipartimento di Dottrina sociale della Chiesa della Facoltà di Scienze Sociali nella Pontificia Università Gregoriana

827 473

PONTIFICIA BASILICA S. NICOLA Omelia di S.Em. il card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, nella festa della traslazione delle reliquie di S. Nicola, patrono della città di Bari (9 maggio 2010)

399


CURIA METROPOLITANA Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti

Vicariato generale Vicariato generale. Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso La libertà religiosa

475

Settore Presbiteri. Ufficio Presbiteri La settimana formativa dei preti giovani (Malta, 26 giugno-1 luglio 2010) L’esperienza formativa del clero diocesano ad Ars

407 619

Settore Diaconato e ministeri istituiti Relazione sulle attività 2009-2010

489

Settore Vita consacrata La Cappella dell’Adorazione. Cristo nel cuore della città di Bari

635

Settore Laicato. Ufficio Laicato Le assemblee diocesane del 16 ottobre 2009 e del 12 febbraio 2010 in preparazione al Convegno regionale sul laicato: Dal rischio educativo l’impegno dell’io per un nuovo umanesimo fondato sulla “carità nella verità”: relazione del prof. Franco Nembrini, Fraternità di CL Educare ad essere cittadini del mondo: relazione del prof. Jesús Morán, del Movimento dei Focolari Settore Laicato. Aggregazioni laicali Il convegno su santa Luisa De Marillac

828

73, 247, 405, 487, 567, 755

77

78 87

103

Il convegno alla Fiera del Levante su “I cristiani per la solidarietà, la legalità, la sussidiarietà” Relazione del prof. Luigi Alici sul documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno”

626

“Chiesa e Mezzogiorno”: intervento del direttore dell’Ufficio Mondo sociale e del lavoro Vito Micunco in preparazione al convegno regionale sul laicato

759

Settore Laicato. Ufficio Famiglia Il convegno diocesano “Preparazione ed accompagnamento delle famiglie e dei battezzandi”

109

623


INDICE GENERALE D’ANNATA Ufficio Laicato e Ufficio Comunicazioni sociali La strana geografia dell’informazione. Nord-Sud, Est-Ovest. I mondi noti e ignoti (G. Micunco) Settore Evangelizzazione. Ufficio catechistico e Ufficio Famiglia Gli incontri di formazione per catechisti e operatori pastorali (11 e 12 gennaio 2010) Genitori e catechisti insieme, come comunità educante, per vivere la centralità della domenica (mons. Angelo Latrofa) Vangelo e bellezza: evangelizzare attraverso l’arte e la musica (don Maurizio Lieggi - sr Cristina Alfano) Settore Evangelizzazione. Uffici: Catechistico, Comunicazioni sociali. Missionario, Tempo libero e sport, Chiesa e mondo della cultura Incontri di formazione per catechisti e operatori pastorali (settembre 2010) Educare evangelizzando, evangelizzare educando: relazione di don Carlo Cassatella, F.D.B. Quale modello educativo per la catechesi oggi?: schema della relazione della prof. Marta Lobascio Settore Evangelizzazione. Ufficio Missionario La IX edizione del premio “don Franco Ricci”: “Contagiare di Speranza tutti” “Spezzare pane per tutti i popoli”: Le iniziative diocesane per la GMM 2010 Ufficio Chiesa e mondo della cultura Il Mezzogiorno: da “questione” a “laboratorio” Uffici: Liturgico, Arte sacra-Museo-Musica sacra, Comunicazioni sociali, Chiesa e mondo della cultura La Rassegna “Notti sacre”... e fu sera e fu mattino... “L’impegno dei laici cristiani nella società”: relazione di p. Enzo Bianchi, priore di Bose

249

113 116 255

571 576 594

411 599

419

601 605

CONSIGLI DIOCESANI Consiglio Presbiterale Diocesano-Consiglio Pastorale Diocesano Consiglio Presbiterale diocesano Verbale della riunione del 22 ottobre 2009 Verbale della riunione del 29 gennaio 2010

127 269

829


Verbale della riunione del 30 aprile 2010 Verbale della riunione del 21 ottobre 2010 Consiglio Pastorale diocesano Verbale della riunione del 20 gennaio 2009 Verbale della riunione del 19 maggio 2009 Allegato: “La realtà degli oratori nella diocesi di Bari-Bitonto”, a cura dell’Ufficio diocesano per la pastorale del tempo libero, turismo e sport Verbale della riunione del 3 novembre 2009 Verbale della riunione del 19 gennaio 2010 Allegato: “Il cammino dell’Ufficio per la pastorale della salute all’insegna della ricerca e della creatività”: relazione del direttore p. Leonardo di Taranto nei 25 anni di attività dell’Ufficio Verbale della riunione del 4 maggio 2010 Allegato: “A vent’anni dalla Fondazione Giovanni Paolo II-onlus”: Relazione introduttiva di Mons. Nicola Bonerba Intervento del segretario generale ing. Giovanni Vessia

639 767

131 139 143 153 277

280 643 649 651

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE Relazione del Vicario giudiziale sulle attività del Tribunale nell’anno 2009

61

FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE Nel vuoto di ragione anche la fede ci perde: il Convegno di Bari della Facoltà Teologica Pugliese

771

ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA”

830

La nuova configurazione giuridico-accademica degli ISSR: relazione per l’anno accademico 2008-2009

303

Inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 “A Cesare e/o a Dio. Riflessioni teologiche sulla laicità”: prolusione del prof. Giuseppe Lorizio Relazione introduttiva sulle attività dell’Istituto

777 800

AZIONE CATTOLICA ITALIANA Incontro dei sacerdoti con il prof. Franco Miano, Presidente nazionale di A.C. Vita associativa

313 493


INDICE GENERALE D’ANNATA PARROCCHIE Parrocchia S. Croce (Bari) Il restauro della tela del Veronese S. Maria del Carmine (Noicattaro) Preti e laici, una comunione nel segno della corresponsabilità: incontro con mons. Domenico Sigalini, Assistente nazionale dell’ACI

423

681

PUBBLICAZIONI 171,319,433,493,689, 809

NELLA PACE DEL SIGNORE Don Angelo Michele Battista Don Leonardo Cardetta Don Carlo Fiore Don Martire Dacchille Vito Rescina Don Pietro Addante Don Giuseppe Di Mauro

185 343 345 433 517 520 815

DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Gennaio 2010 Febbraio 2010 Marzo 2010 Aprile 2010 Maggio 2010 Giugno 2010 Luglio 2010 Agosto 2010 Settembre 2010 Ottobre 2010 Novembre 2010 Dicembre 2010

187 189 347 350 435 438 523 524 699 702 819 821

831


BOLLETTINO DIOCESANO

l’Odegitria

Anno LXXXVI n. 6

Bollettino Diocesano

6-2010

Arcidiocesi di Bari - Bitonto • Largo S. Sabino, 7 • 70122 Bari Arcivescovado: Tel.: 080 5214166 Curia Metropolitana: Tel.: 080 5288111 Fax: 080 5244450 • 080 5288250 www.arcidiocesibaribitonto.it • e-mail: curia@odegitria.bari.it

Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 Spedizione in abbonamento postale comma 20/c art. 2 L. 662/96 Filiale di Bari

Novembre - Dicembre 2010


Bollettino Diocesano Novembre-Dicembre 2010