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BOLLETTINO DIOCESANO

l’Odegitria

Anno LXXXVI n. 3

Bollettino Diocesano

3-2010

Arcidiocesi di Bari - Bitonto • Largo S. Sabino, 7 • 70122 Bari Arcivescovado: Tel.: 080 5214166 Curia Metropolitana: Tel.: 080 5288111 Fax: 080 5244450 • 080 5288250 www.arcidiocesibaribitonto.it • e-mail: curia@odegitria.bari.it

Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 Spedizione in abbonamento postale comma 20/c art. 2 L. 662/96 Filiale di Bari

Maggio - Giugno 2010


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXVI - N. 3 - Maggio - Giugno 2010 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari-Bitonto P.zza Odegitria - 70122 Bari - Tel. 080/5288211 - Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it - e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl - 70123 Bari - Tel. 080.5797843 - Fax 080.9190596 www.ecumenicaeditrice.it - info@ecumenicaeditrice.it


SOMMARIO DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Discorso all’Assemblea dei vescovi italiani Omelia nella S. Messa a conclusione dell’anno sacerdotale

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DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA LXI Assemblea generale (24-28 maggio 2010) Comunicato finale dei lavori Messaggio ai sacerdoti Messaggio per la salvaguardia del creato

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Questione meridionale, Chiesa e politica (12 maggio 2010)

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PONTIFICIA BASILICA S. NICOLA Omelia di S.Em. il card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, nella festa della traslazione delle reliquie di S. Nicola, patrono della città di Bari (9 maggio 2010)

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CURIA METROPOLITANA 357

Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti

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Settore Presbiteri La settimana formativa dei preti giovani (Malta, 26 giugno-1 luglio 2010)

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Settore Evangelizzazione. Ufficio Missionario La IX edizione del premio “don Franco Ricci”: “Contagiare di Speranza tutti”

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Ufficio Chiesa e mondo della cultura Il Mezzogiorno: da “questione” a “laboratorio”

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PARROCCHIE Parrocchia S. Croce (Bari) Il restauro della tela del Veronese

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PUBBLICAZIONI

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NELLA PACE DEL SIGNORE Don Martire Dacchille

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Maggio 2010 Giugno 2010

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Discorso all’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana

Venerati e cari fratelli, Nel Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità di Pentecoste, Gesù ci ha promesso: «Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26). Lo Spirito Santo guida la Chiesa nel mondo e nella storia. Grazie a questo dono del Risorto, il Signore resta presente nello scorrere degli eventi; è nello Spirito che possiamo riconoscere in Cristo il senso delle vicende umane. Lo Spirito Santo ci fa Chiesa, comunione e comunità incessantemente convocata, rinnovata e rilanciata verso il compimento del Regno di Dio. È nella comunione ecclesiale la radice e la ragione fondamentale del vostro convenire e del mio essere ancora una volta con voi, con gioia, in occasione di questo appuntamento annuale; è la prospettiva con la quale vi esorto ad affrontare i temi del vostro lavoro, nel quale siete chiamati a riflettere sulla vita e sul rinnovamento dell’azione pastorale della Chiesa in Italia. Sono grato al cardinale Angelo Bagnasco per le cortesi e intense parole che mi ha rivolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti: il Papa sa di poter contare sempre sui vescovi italiani. In voi saluto le comunità diocesane affidate alle vostre cure, mentre estendo il mio pensiero e la mia vicinanza spirituale all’intero popolo italiano.

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Corroborati dallo Spirito, in continuità con il cammino indicato dal Concilio Vaticano II, e in particolare con gli orientamenti pastorali del decennio appena concluso, avete scelto di assumere l’educazione quale tema portante per i prossimi dieci anni. Tale orizzonte temporale è proporzionato alla radicalità e all’ampiezza della domanda educativa. E mi sembra necessario andare fino alle radici profonde di questa emergenza per trovare anche le risposte adeguate a questa sfida. Io ne vedo soprattutto due. Una radice essenziale consiste - mi sembra - in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso. Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo “tu” e “noi” nel quale si apre l’“io” a se stesso. Quindi un primo punto mi sembra questo: superare questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un “io” completo in se stesso, mentre diventa “io” anche nell’incontro collettivo con il “tu” e con il “noi”. L’altra radice dell’emergenza educativa io la vedo nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere la natura, la seconda la Rivelazione. Ma la natura viene considerata oggi come una cosa puramente meccanica, quindi che non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata o come un momento dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o - si dice - forse c’è rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due fonti, la natura e la Rivelazione, anche la terza fonte, la storia, non parla più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro. Fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero della natura come creazione di


MAGISTERO PONTIFICIO Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri. E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare. Così, in questo “concerto” – per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’“io” al “tu”, al “noi” e al “Tu” di Dio. Quindi le difficoltà sono grandi: ritrovare le fonti, il linguaggio delle fonti, ma, pur consapevoli del peso di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione. Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci a pascere con amore il suo gregge. Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa, che è una passione dell’“io” per il “tu”, per il “noi”, per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio. I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita. È desiderio di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili. La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno. La trasmissione della fede è

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parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché in Gesù Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna il Concilio Vaticano II, «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et spes, 41). L’incontro personale con Gesù è la chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità fraterna, la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione. Il compito educativo, che avete assunto come prioritario, valorizza segni e tradizioni, di cui l’Italia è così ricca. Necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia, con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, “fontana del villaggio”, luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane. In ognuno di questi ambiti resta decisiva la qualità della testimonianza, via privilegiata della missione ecclesiale. L’accoglienza della proposta cristiana passa, infatti, attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia. In un tempo nel quale la grande tradizione del passato rischia di rimanere lettera morta, siamo chiamati ad affiancarci a ciascuno con disponibilità sempre nuova, accompagnandolo nel cammino di scoperta e assimilazione personale della verità. E facendo questo anche noi possiamo riscoprire in modo nuovo le realtà fondamentali. La volontà di promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione non nasconde le ferite da cui la comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi membri. Questa umile e dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti. L’anno speciale a loro dedicato ha voluto costituire un’opportunità per promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo impegno evangelico e ministeriale. Nel contempo, ci aiuta anche a riconoscere la testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del curato d’Ars – si spendono senza riserve per educare alla speranza, alla fede e alla carità. In questa luce, ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per noi in richiamo a un «profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia» (Benedetto XVI, Intervista ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo, 11 maggio 2010).


MAGISTERO PONTIFICIO Cari fratelli, vi incoraggio a percorrere senza esitazioni la strada dell’impegno educativo. Lo Spirito Santo vi aiuti a non perdere mai la fiducia nei giovani, vi spinga ad andare loro incontro, vi porti a frequentarne gli ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione. Non si tratta di adeguare il Vangelo al mondo, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità, che consente in ogni tempo di trovare le forme adatte per annunciare la Parola che non passa, fecondando e servendo l’umana esistenza. Torniamo, dunque, a proporre ai giovani la misura alta e trascendente della vita, intesa come vocazione: chiamati alla vita consacrata, al sacerdozio, al matrimonio, sappiano rispondere con generosità all’appello del Signore, perché solo così potranno cogliere ciò che è essenziale per ciascuno. La frontiera educativa costituisce il luogo per un’ampia convergenza di intenti: la formazione delle nuove generazioni non può, infatti, che stare a cuore a tutti gli uomini di buona volontà, interpellando la capacità della società intera di assicurare riferimenti affidabili per lo sviluppo armonico delle persone. Anche in Italia la presente stagione è marcata da un’incertezza sui valori, evidente nella fatica di tanti adulti a tener fede agli impegni assunti: ciò è indice di una crisi culturale e spirituale, altrettanto seria di quella economica. Sarebbe illusorio – questo vorrei sottolinearlo – pensare di contrastare l’una, ignorando l’altra. Per questa ragione, mentre rinnovo l’appello ai responsabili della cosa pubblica e agli imprenditori a fare quanto è nelle loro possibilità per attutire gli effetti della crisi occupazionale, esorto tutti a riflettere sui presupposti di una vita buona e significativa, che fondano quell’autorevolezza che sola educa e ritorna alle vere fonti dei valori. Alla Chiesa, infatti, sta a cuore il bene comune, che ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese. Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel vostro recente documento su Chiesa e Mezzogiorno, troverà ulteriore approfondimento nella prossima Settimana sociale dei cattolici italiani, prevista in ottobre a Reggio Calabria, dove, insie-

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me alle forze migliori del laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda di speranza per l’Italia, perché «le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili» (Enc. Deus caritas est, 28). Il vostro ministero, cari confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla cui guida siete posti, sono la migliore assicurazione che la Chiesa continuerà responsabilmente ad offrire il suo contributo alla crescita sociale e morale dell’Italia. Chiamato per grazia ad essere Pastore della Chiesa universale e della splendida città di Roma, porto costantemente con me le vostre preoccupazioni e le vostre attese, che nei giorni scorsi ho deposto – con quelle dell’intera umanità – ai piedi della Madonna di Fatima. A Lei va la nostra preghiera: «Vergine Madre di Dio e nostra Madre carissima, la tua presenza faccia rifiorire il deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità, faccia tornare la calma dopo la tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù, riflesso nei nostri cuori, per sempre uniti al tuo! Così sia!» (Fatima, 12 maggio 2010). Di cuore vi ringrazio e vi benedico. Benedetto XVI Roma, Aula del Sinodo, giovedì 27 maggio 2010

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Omelia nella S. Messa a conclusione dell’anno sacerdotale

Cari confratelli nel ministero sacerdotale, Cari fratelli e sorelle, l’Anno sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e il suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur

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conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”. Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì». Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci. Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio e alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che


MAGISTERO PONTIFICIO ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdoti: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi – e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il Salmo 23 (22) – “Il Signore è il mio pastore” –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria vita. «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla»: in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa di noi. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema: «Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» (Ez 34,11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita

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conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia di Dio.


MAGISTERO PONTIFICIO Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: «Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire lui – questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché egli nei comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Salmo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta della vita. C’è poi la parola concernente la «valle oscura» attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. «Se scen-

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do negli inferi, eccoti», dice il Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro Salmo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce. «Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza»: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore. Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’Eucaristia in


MAGISTERO PONTIFICIO cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo – come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci ha comandato: «Fate questo in memoria di me»? Lieti perché egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo: «Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita»(23 [22], 6). Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sulle due antifone alla comunione proposteci oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: «Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua» (Gv 19,34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il Battesimo e l’Eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez 47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e nell’Eucaristia. La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come antifona alla comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: «Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva» (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di

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amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen. Benedetto XVI Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù Piazza San Pietro, venerdì 11 giugno 2010

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA LXI Assemblea generale

Comunicato finale dei lavori (Roma, 24-28 maggio 2010)

1. Educare, priorità pastorale È una Chiesa che intende interpretare la propria missione “senza complessi e senza menomazioni” quella che emerge dalla LXI Assemblea generale della CEI, approvando il testo degli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020: un «orizzonte temporale proporzionato alla radicalità e all’ampiezza della domanda educativa», come sottolineato da Benedetto XVI nel suo discorso di giovedì 27 maggio. In tale intervento – incentrato essenzialmente sul tema dell’educazione – il Papa ha richiamato anzitutto la necessità di superare «un falso concetto di autonomia», in virtù del quale «l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo». Al riguardo, ha ribadito che «solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’ “io” a se stesso», per cui «la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione». Vanno inoltre superati, ha spiegato il Santo Padre, «scetticismo» e «relativismo», che escludono le «due fonti che orientano

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il cammino umano», ossia la natura – intesa oggi come «una cosa puramente meccanica», priva di «alcun imperativo morale, alcun orientamento valoriale, alcun orientamento dall’essere stesso» – e la Rivelazione («considerata o come un momento dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale» o, comunque, non comprendente «contenuti, ma solo motivazioni»). Quando tacciono la natura e la Rivelazione – ha aggiunto Benedetto XVI – «anche la terza fonte, la storia, non parla più, perché diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro». Nell’incoraggiare la Chiesa italiana a «percorrere senza esitazione la strada dell’impegno educativo», il Papa ha additato l’obiettivo di «formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza, che – mentre riconosce il fine trascendente della vita – orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio». Tale orizzonte di senso ha costituito lo sfondo anche della prolusione del cardinale Presidente, ripresa e valorizzata da un ampio dibattito assembleare. In particolare, essa ha ribadito la necessità che «si affermi una generazione di adulti che non fuggano dalle proprie responsabilità perché disposti a mettersi in gioco, a onorare le scelte qualificanti e definitive, a cogliere – loro per primi – la differenza abissale tra il vivere e il vivacchiare». Il testo degli Orientamenti pastorali è stato presentato nelle sue articolazioni: la Lettera di consegna; i quattro capitoli, che evidenziano i fondamenti biblici, teologici, ecclesiali e i riferimenti socio-culturali dell’educazione e indicano i percorsi pedagogici e pastorali conseguenti; la proposta di alcune indicazioni relative a una possibile agenda pastorale per la scansione del decennio. Alla presentazione è seguito il dibattito in aula e nei gruppi di studio. Ascoltata la sintesi finale, l’Assemblea ha approvato il documento a larga maggioranza, demandando al gruppo redazionale di integrarlo alla luce delle osservazioni emerse e degli emendamenti votati. Il testo definitivo sarà presentato nel prossimo settembre al Consiglio Episcopale Permanente, che ne autorizzerà la pubblicazione.


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 2. Soci fondatori del Paese Con i nuovi Orientamenti pastorali la Chiesa aggiunge un altro tassello al proprio impegno sul fronte del bene comune, forte di una tradizione e di una storia millenarie, che l’hanno vista in prima linea a servizio dell’uomo e del suo sviluppo integrale. Per questo nella prolusione il cardinale Presidente – guardando all’imminente ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia – non ha esitato ad affermare che «i credenti in Cristo si sentono tra i soci fondatori di questo Paese». Nell’assicurare che la Chiesa – animata dalla premura per «l’interiore unità e la consistenza spirituale» dell’Italia - «non risparmierà energie morali né culturali per partecipare al significativo anniversario», egli ha ribadito che «l’unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti». Guardando al futuro, ha evidenziato due realtà strettamente connesse con il bene del Paese: la famiglia, per la quale ha domandato con urgenza «una politica che sia orientata ai figli», anche al fine di uscire dal «lento suicidio demografico» verso il quale l’Italia sta scivolando; il lavoro, «preoccupazione che angoscia», per cui è stato chiesto «un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese». Questi temi sono stati ampiamente ripresi nel dibattito assembleare, nel quale è pure emersa l’opportunità di individuare un atto comune in vista della ricorrenza. Anche in questo senso la prossima Settimana sociale, prevista in ottobre a Reggio Calabria, costituisce un’opportunità preziosa.

3. Una verità odiosa, affrontata con chiarezza I sacerdoti sono ogni giorno a servizio del bene di tutti: «Per come stanno in mezzo al popolo, per come operano, per come si spendo-

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no – ha evidenziato il cardinale Presidente nella prolusione - i nostri sacerdoti sono la gloria della nostra Chiesa. I casi di indegnità non possono oscurare il luminoso impegno che il clero italiano nel suo complesso, da tempo immemore, svolge in ogni angolo del Paese». Il riconoscimento, condiviso dall’Assemblea, è tanto più significativo in quanto giunge in un momento in cui la Chiesa è ferita dal dramma della pedofilia, un problema “terrificante”, affrontato dal Papa «in maniera chiara ed incisiva». Numerosi interventi hanno ribadito la necessità di una vera penitenza e conversione, unita al coraggio della verità – che, anche quando è «dolorosa ed odiosa», non può essere taciuta o coperta – senza peraltro lasciarsi intimidire da generalizzazioni strumentali. Più voci hanno sottolineato la centralità della formazione – in particolare negli anni del seminario – per la quale sono richieste precise competenze, unite a un corretto discernimento, nonché ad una costante attenzione alla qualità umana e spirituale della vita del clero.

4. Presenza e servizio pastorale dei sacerdoti stranieri in Italia

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La missione, che non conosce confini, vive di scambio e di cooperazione tra le Chiese. Alla generosa tradizione italiana – che annovera a tutt’oggi circa diecimila missionari, fra cui cinquecento sacerdoti diocesani fidei donum – in tempi recenti si è affiancato anche il fenomeno inverso, che fa registrare una crescente presenza di sacerdoti stranieri, coinvolti a tempo pieno nella pastorale delle diocesi italiane. Tale fenomeno è stato presentato analizzando alcune questioni di fondo: le motivazioni che soggiacciono a tale presenza; il rischio di impoverire le Chiese di provenienza, contribuendo nel contempo a raffreddare la disponibilità italiana alla missione; la necessità di accompagnare attivamente queste nuove presenze.

5. Adempimenti di carattere giuridico-amministrativo L’Assemblea ha approvato la modifica dei termini per l’approvazione e la comunicazione dei bilanci consuntivi degli Istituti diocesani ed interdiocesani per il sostentamento del clero. Come ogni


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA anno, è stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della CEI, sono stati definiti e approvati i criteri per la ripartizione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2010 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero.

6. Comunicazioni e informazioni Distinte comunicazioni hanno illustrato la Fondazione “Missio” e il coordinamento degli organismi pastorali missionari; l’influsso di internet nell’azione pastorale della Chiesa in Italia; l’applicazione agli enti ecclesiastici delle normative in materia di sicurezza. Inoltre sono stati presentati alcuni appuntamenti di saliente rilievo previsti nel prossimo futuro: la 46ª Settimana sociale dei cattolici italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), la 26ª Giornata mondiale della gioventù (Madrid, 16-21 agosto 2011) e il 25° Congresso eucaristico nazionale (Ancona, 4-11 settembre 2011). È stata presentata la prossima Giornata per la carità del Papa, prevista per il 27 giugno, ed è stato approvato il calendario delle attività della CEI per il 2010-2011. A conclusione dei lavori, i vescovi hanno deciso di indirizzare una lettera ai presbiteri italiani, confermando il particolare apprezzamento per il loro servizio e ribadendo i valori fondamentali evidenziati nell’Anno sacerdotale. 377 7. Nomine Nel corso dei lavori, l’Assemblea generale ha eletto vice Presidente della CEI per l’area Nord S.E. mons. Cesare Nosiglia, vescovo di Vicenza. Ha poi provveduto a eleggere i presidenti delle dodici Commissioni episcopali, che faranno parte del Consiglio Permanente per il prossimo quinquennio: - S.E. mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, presidente della


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Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi; - S.E. mons. Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato, presidente della Commissione episcopale per la liturgia; - S.E. mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi, presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute; - S.E. mons. Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata; - S.E. mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, presidente della Commissione episcopale per il laicato; - S.E. mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, presidente della Commissione episcopale per la famiglia e la vita; - S.E. mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone–Veroli–Ferentino, presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese; - S.E. mons. Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo; - S.E. mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università; - S.E. mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso–Boiano, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace; - S.E. mons. Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata–Tolentino–Recanati-Cingoli–Treia, presidente della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali; - S.E. mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni. L’Assemblea generale ha eletto membri del Consiglio per gli affari economici: S.E. mons. Alfonso Badini Confalonieri, vescovo di Susa; S.E. mons. Giovanni Paolo Benotto, arcivescovo di Pisa; S.E. mons. Pietro Farina, vescovo di Caserta; S.E. mons. Lorenzo Ghizzoni, vescovo ausiliare di Reggio Emilia–Guastalla. La Presidenza della CEI, nella riunione del 24 maggio, ha nominato assistenti ecclesiastici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: per la sede di Milano, p. Enzo Viscardi, IMC; per la sede di Roma, don Paolo Morocutti, dell’arcidiocesi di Siena–Colle di Val d’Elsa– Montalcino.


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Il Consiglio Episcopale Permanente, nella sessione straordinaria del 26 maggio, ha provveduto alle seguenti nomine: - don Cataldo Zuccaro, della diocesi di Frosinone–Veroli–Ferentino, assistente ecclesiastico nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC), per un ulteriore triennio; - don Paolo Mignani, dell’arcidiocesi di Torino, assistente ecclesiastico nazionale della Gioventù Operaia Cristiana (GIOC); - don Renzo Migliorini, della diocesi di Verona, assistente ecclesiastico nazionale del Movimento Apostolico Ciechi, per un ulteriore quadriennio; - dott. Alberto Ratti, presidente nazionale maschile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI). Il Consiglio Permanente ha aggiornato la composizione del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, per quanto concerne i membri vescovi: S.E. mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso–Boiano, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace; S.E. mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea; S.E. mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina. S.E. Mons. Miglio è stato confermato presidente dello stesso Comitato. Roma, 29 maggio 2010

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia

Carissimi, Noi vescovi, riuniti in Assemblea generale, abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi mentre l’Anno sacerdotale si avvia alla conclusione. Il nostro primo pensiero è sempre per voi, e lo è stato ancora di più in questi mesi. Incalzati da accuse generalizzate, che hanno prodotto amarezza e dolore e gettato il sospetto su tutti, abbiamo pregato e invitato a pregare per voi. Non sono mancate occasioni di ascolto e di dialogo per condividere la grazia e la benedizione del ministero ordinato. Ora, tutti insieme vogliamo esprimervi la nostra cordiale stima e vicinanza, ispirata dalla comune responsabilità ecclesiale. La nostra vuole essere, anzitutto, una parola di gratitudine. La gloria di Dio risplende nella vostra vita consumata nella fedeltà al Signore e all’uomo, perché siete pazienti nelle tribolazioni, perseveranti nella prova, animati da carità, fede e speranza. Noi siamo fieri di voi! Il bene che offrite alle nostre comunità nell’esercizio ordinario del ministero è incalcolabile e, insieme ai fedeli, noi ve ne siamo grati. La vostra consolazione non dipenda dai risultati pastorali, ma attinga alla presenza amica dello Spirito Paraclito e alla partecipazione al calice del Signore, dal cui amore siamo stati conquistati.

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È anche una parola con cui ci invitiamo a vicenda a perseverare nel cammino di conversione e di penitenza. La vocazione alla santità ci spinge a non rassegnarci alle fragilità e al peccato. Essa è un appello accorato di Gesù e un imperativo per tutti: venite a me!... rimanete in me!... seguitemi! Questa irresistibile sollecitazione ci commuove e ci spinge ad andare avanti, ci aiuta a non adagiarci sulle comodità, a non lasciarci distogliere dall’essenziale, a non rassegnarci a ciò che è solo abituale nel ministero. La Chiesa ci affida il Vangelo che illumina i nostri passi, corregge le nostre derive, ispira i pensieri e i sentimenti del cuore e sostiene il desiderio di bene presente nell’animo di ciascuno. Accogliamo con gioia la sua parola di speranza e di verità, desiderosi di lasciarci educare da lui. Davanti a noi sta una promessa: «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La chiamata che ci ha afferrato e plasmato ci aiuterà a superare anche le tribolazioni di questo tempo, corrispondendo con rinnovato slancio al mandato che ci è stato affidato. È, infine, una parola di incoraggiamento. Quando il Signore ha inviato i discepoli in missione ha detto loro: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Non ci ha promesso una vita facile, ma una presenza che non verrà mai meno. Senza di lui siamo nulla e non possiamo fare niente; dimorando in lui i nostri frutti saranno abbondanti e duraturi. La sua compagnia non ci mette al sicuro dagli attacchi del maligno né ci rende impeccabili, ma ci assicura che il male non avrà mai l’ultima parola, perché chi si fa carico del proprio peccato può sempre rialzarsi e riprendere il cammino. Vi sostenga la comunione del presbiterio, la nostra paternità, la certezza della presenza del Signore Risorto che rende possibile attraversare ogni prova. Gratitudine, conversione, incoraggiamento: questo vi diciamo per essere ancora più uniti nel condividere l’impegno e la gioia del ministero a servizio delle nostre Chiese e del Paese. Ci protegga la Vergine Maria. Ci benedica Dio che dona senza misura la consolazione di sperimentarlo vivo nella fede. I Vescovi delle Chiese che sono in Italia Roma, 28 maggio 2010


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C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Messaggio per la V Giornata per la salvaguardia del creato

Custodire il creato, per coltivare la pace (1 settembre 2010)

La celebrazione della 5ª Giornata per la salvaguardia del creato costituisce per la Chiesa in Italia un’occasione preziosa per accogliere e approfondire, inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra, magistralmente trattato dal Santo Padre Benedetto XVI nel Messaggio per la 43ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2010), intitolato Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato.

1. Il dono della pace La Sacra Scrittura ha uno dei punti focali nell’annuncio della pace, evocata dal termine shalom nella sua realtà articolata: essa interessa tanto l’esistenza personale quanto quella sociale e giunge a coinvolgere lo stesso rapporto col creato. L’assenza di guerre costituisce, infatti, solo un elemento di una dinamica che investe la vita umana in tutte le sue dimensioni e che, secondo l’Antico Testamento, si realizzerà in pienezza nel tempo messianico (cfr Is 11,1-9). Anche il Nuovo Testamento evidenzia tale ricchezza di significato, collegando strettamente la pace alla Croce del Signore, da cui sgorga come dono prezioso di riconciliazione: Cristo stesso, secondo le parole dell’apostolo Paolo, «è la nostra pace» (Ef 2,14).

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L’uno e l’altro Testamento convergono, poi, nel sottolineare lo stretto legame che esiste tra la pace e la giustizia, messo in forte rilievo dal profeta Isaia: «praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre» (Is 32,17). Nella prospettiva biblica, l’abbondanza dei doni della terra offerti dal Creatore fonda la possibilità di una vita sociale caratterizzata da un’equa distribuzione dei beni. È la logica della manna: «colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava» (Es 16,18).

2. La pace minacciata

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Benedetto XVI ha segnalato più volte quanti ostacoli incontrino oggi i poveri per accedere alle risorse ambientali, comprese quelle fondamentali come l’acqua, il cibo e le fonti energetiche. Spesso, infatti, l’ambiente viene sottoposto a uno sfruttamento così intenso da determinare situazioni di forte degrado, che minacciano l’abitabilità della terra per la generazione presente e ancor più per quelle future. Questioni di apparente portata locale si rivelano connesse con dinamiche più ampie, quali per esempio il mutamento climatico, capaci di incidere sulla qualità della vita e sulla salute anche nei contesti più lontani. Bisogna anche rimarcare il fatto che in anni recenti è cresciuto il flusso di risorse naturali ed energetiche che dai paesi più poveri vanno a sostenere le economie delle nazioni maggiormente industrializzate. La recente Assembla speciale del Sinodo dei vescovi per l’Africa ha denunciato con forza la grave sottrazione di beni necessari alla vita di molte popolazioni locali operata da imprese multinazionali, spesso col supporto di élites locali, al di fuori delle regole democratiche. Come osserva il Papa nell’Enciclica Caritas in veritate, «l’incetta delle risorse naturali, che in molti casi si trovano proprio nei Paesi poveri, genera sfruttamento e frequenti conflitti tra le Nazioni e al loro interno» (n. 49). Anche le guerre – come del resto la stessa produzione e diffusione di armamenti, con il costo economico e ambientale che comportano – contribuiscono pesantemente al degrado della terra, determinando altre vittime, che si aggiungono a quelle che causano in maniera diretta.


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Pace, giustizia e cura della terra possono crescere solo insieme e la minaccia a una di esse si riflette anche sulle altre: «Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale» (n. 51).

3. Un dovere gravissimo È in questo contesto che va letto il richiamo del Papa a una responsabilità ad ampio raggio, al «dovere gravissimo (…) di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla» (n. 50). Tale dovere esige una profonda revisione del modello di sviluppo, una vera e propria «conversione ecologica». La famiglia umana è chiamata a esercitare un responsabile governo dell’ambiente, nel segno di «una solidarietà che si proietti nello spazio e nel tempo» (Messaggio per la 43ª Giornata mondiale della pace, n. 8), guardando alla generazione presente e a quelle future. È impossibile, infatti, parlare oggi di bene comune senza considerarne la dimensione ambientale, come pure garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona trascurando quello di vivere in un ambiente sano. Si tratta di un impegno di vasta portata, che tocca le grandi scelte politiche e gli orientamenti macro-economici, ma che comporta anche una radicale dimensione morale: costruire la pace nella giustizia significa infatti orientarsi serenamente a stili di vita personali e comunitari più sobri, evitando i consumi superflui e privilegiando le energie rinnovabili. È un’indicazione da realizzare a tutti i livelli, secondo una logica di sussidiarietà: ogni soggetto è invitato a farsi operatore di pace nella responsabilità per il creato, operando con coerenza negli ambiti che gli sono propri.

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4. Contemplare la creazione di Dio Tale impegno personale e comunitario per la giustizia ambientale potrà trovare consistenza – lo sottolinea ancora Benedetto XVI – contemplando la bellezza della creazione, spazio in cui possiamo cogliere Dio stesso che si prende cura delle sue creature. Siamo, dunque, invitati a guardare con amore alla varietà delle creature, di cui la terra è tanto ricca, scoprendovi il dono del Creatore, che in esse manifesta qualcosa di sé. Questa spiritualità della creazione potrà trarre alimento da tanti elementi della tradizione cristiana, a partire dalla celebrazione eucaristica, nella quale rendiamo grazie per quei frutti della terra che in essa divengono per noi pane di vita e bevanda di salvezza. Già nel 1983 l’Assemblea di Vancouver del Consiglio Ecumenico delle Chiese invitava i cristiani a una “visione eucaristica”, capace di abbracciare la vita personale e sociale, che si realizza nel creato. Oggi la stessa pace con il creato è parte di quell’impegno contro la violenza che costituirà il punto focale della grande convocazione ecumenica prevista nel 2011 a Kingston, in Giamaica. Celebriamo, dunque, la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato in spirito di fraternità ecumenica, nel dialogo e nella preghiera comune con i fratelli delle altre confessioni cristiane, uniti nella custodia della creazione di Dio. Siamo certi, infatti, che Dio, «tramite il creato, si prende cura di noi» (ivi, n. 13). Roma, 1° maggio 2010

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Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace


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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Questione meridionale, Chiesa e politica1

1. Le solide radici dell’attenzione della Chiesa italiana nei confronti del Mezzogiorno L’attenzione della intera Chiesa italiana nei confronti del Mezzogiorno non ha inizio con il recente documento dell’Episcopato italiano del 21 febbraio 2010 “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Questa attenzione ha radici solide. Un primo avvicinamento lo si deve alla lettera collettiva su “I problemi del Mezzogiorno” redatta da monsignor Antonio Lanza nel 1948 e sottoscritta dall’episcopato meridionale continentale, senza la firma dell’episcopato siciliano. La lettera del 1948 corrisponde ad una lettura della società meridionale che rappresenta la concezione della Chiesa come società garante di un ordine sociale fondato prevalentemente sulla giustizia e sulla carità in linea con il Vaticano I e in accordo con il magistero sociale di Leone XIII, Pio XI e Pio XII. A questi insegnamenti si era peraltro ispirata la XXI Settimana sociale dei cattolici italiani tenuta a Napoli dal 21 al 28 settembre

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Intervento presso l’Università degli Studi di Salerno, nell’ambito delle iniziative culturali del Dottorato di ricerca della Facoltà di Scienze Politiche, il 12 maggio 2010.

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1947 su “I problemi della vita rurale”, che aveva, fra l’altro, analizzato la società meridionale sulla base del ruralismo e della solidarietà. In debita considerazione vanno anche tenute le coeve missioni religioso-sociali promosse dall’Azione Cattolica Italiana nell’Italia meridionale nel 1948-49, tese ad elaborare una strategia di intervento che evidenziasse la priorità della questione meridionale in Italia. La Chiesa italiana sino dai primi anni di vita della CEI ha chiara coscienza dei problemi del Mezzogiorno. Già nelle iniziali riunioni i presidenti delle Conferenze regionali del Sud fanno spesso sentire la loro voce su problemi specifici riguardanti il Mezzogiorno, oppure, come fa nel 1953 Enrico Nicodemo, arcivescovo di Bari, il quale propone lo studio e la discussione sul Mezzogiorno da parte dell’intera CEI in una delle riunioni annuali, specificando che l’urgenza viene dalla particolare carenza di educazione sociale e civica delle popolazioni del Sud e sottolineando come spesso anche molti cattolici praticanti sbandano sul terreno sociale e politico, vista la predominanza nel Mezzogiorno dell’individualismo e del sentimentalismo. La Chiesa italiana non ha una linea ecclesiale nei confronti dei problemi del Mezzogiorno. È la Congregazione Concistoriale, che nel dicembre 1954 comunica al presidente della CEI che, con l’approvazione del papa, è stata costituita una Commissione specifica per studiare i mezzi più efficaci ed opportuni “per la difesa della fede e dei costumi tra le popolazioni del Mezzogiorno d’Italia”. Presidente è stato nominato l’arcivescovo di Napoli, Marcello Mimmi, e segretario il suo ausiliare Alfonso Castaldo. È intenzione della Congregazione vaticana che questa commissione rientri fra gli organismi ordinari della Chiesa italiana. Però, vista l’urgenza, viene comunicato che la Commissione per il Sud inizierà i propri lavori immediatamente, a dicembre 1954, sotto la presidenza dello stesso segretario della Congregazione Concistoriale, il cardinale Adeodato Piazza. Nelle conclusioni dell’Assemblea della CEI del gennaio 1955 si ritrova l’interesse dei vescovi italiani per la costituzione della Commissione episcopale per il Mezzogiorno, ma di tale Commissione non si troverà più traccia. Negli anni Sessanta i problemi del Mezzogiorno assumono diversa connotazione. Dall’osservatorio della CEI nel 1961 emerge che nel


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Sud le presenze a messa sono ancora alte, dal 40% al 70%, rispetto al Nord che si attesta intorno al 25-30%. Il fenomeno delle “chiese deserte” tocca poco il Sud. Ma è il problema della emigrazione massiccia dal Sud al Nord della penisola, che spopola intere regioni per gonfiarne altre, che ha ripercussioni sulla religiosità di molti italiani. Fra i tanti problemi causati da questo trasferimento c’è la poca accoglienza di molte regioni settentrionali nei confronti dei meridionali emigrati. Il cartello spesso esposto nei locali del Nord “Qui non si accettano meridionali” è preoccupante, secondo Ugo Camozzo vescovo delegato della CEI per l’emigrazione. C’è bisogno di richiamare i fedeli verso un maggiore impegno di “solidarietà” evangelica nei confronti degli emigranti e la Chiesa italiana emana una lettera pastorale collettiva sul problema delle migrazioni. Passati gli anni del Concilio Vaticano II, una presa di coscienza maggiore e più organica dei problemi del Mezzogiorno arriva a partire dall’assemblea generale della CEI che si svolge a Roma dal 14 al 19 aprile 1969. Dopo la relazione introduttiva del cardinale presidente, Giovanni Urbani, i vescovi italiani dibattono divisi in tre gruppi di studio, distinti per appartenenza regionale: Nord, Centro e Sud. I vescovi del Sud, su sollecitazione di monsignor Michele Mincuzzi, ausiliare di Bari, preparano un documento sulla situazione economico-sociale del Mezzogiorno. Dichiarano di voler essere in continuità con la tradizione avviata dalla lettera collettiva del 1948. Notano che il divario economico tra Nord e Sud, anziché diminuire si è notevolmente aggravato. Denunciano il permanere delle condizioni che spingono all’emigrazione dai campi, la notevole disoccupazione e la persistenza di zone di analfabetismo. I vescovi del Sud si appellano ai responsabili della politica e al mondo dell’economia per superare le difficoltà e risolvere i problemi con rapidità; ma l’appello è rivolto anche alla gente del Sud, affinché diventi protagonista della propria rinascita. L’interessante documento dei vescovi meridionali viene fatto proprio dall’assemblea plenaria dei vescovi italiani dell’aprile 1969 e citato nel comunicato finale dei lavori. Per la prima volta tutto l’episcopato italiano assume una posizione ufficiale sui problemi del Mezzogiorno.

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I problemi del Sud ritornano nella sessione dell’8-10 maggio 1973 dove emerge l’opportunità di emanare un documento sui problemi del Sud a nome di tutto l’episcopato italiano, visto che proprio nel 1973 cadeva il venticinquesimo anniversario dell’uscita della pastorale collettiva del 1948. Una bozza per un documento collettivo sul Sud viene presentata nel corso dell’annuale assemblea della CEI del 1974 e approvata a maggioranza come progetto per una seconda stesura da affidare ad un gruppo di lavoro formato da vescovi del Nord, del Centro e del Sud. Il testo di questa lettera rimarrà in bozza e mai pubblicato vista l’impossibilità di amalgamare le osservazioni pervenute da varie parti d’Italia che inducevano, per la loro diversità inaccordabile, a lasciar cadere l’ipotesi di un documento collettivo di tutti i vescovi italiani sul Mezzogiorno. L’anniversario della lettera del 1948 verrà concretamente ricordato solo dall’arcivescovo di Potenza, Aurelio Sorrentino, con la lettera pastorale “I problemi del Mezzogiorno 1948-1973”. È con gli anni Ottanta che le questioni meridionali diventano patrimonio della Chiesa italiana, infatti il 18 ottobre 1989 viene pubblicato il documento “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Quello che emerge dall’analisi del documento del 1989, rispetto a quello del 1948, è la messa a nudo della disomogeneità del Sud e questo porta a far intravedere l’esistenza di più Mezzogiorni, sia per quanto riguarda la complessità della società meridionale, non più confinata nell’ambito circoscritto del mondo rurale e delle questioni agrarie, sia per quanto riguarda i caratteri della cultura del Mezzogiorno. Il documento del 1989 sottolinea con determinazione il principio della crescita autopropulsiva del Mezzogiorno, una crescita che abbia come obiettivo primario non la ricerca ossessiva dell’abbattimento del dualismo Nord-Sud, bensì la determinazione e la consapevolezza dell’esistenza di una risorsa meridionale che impegna il Mezzogiorno ad accorciare i divari e a legittimare un protagonismo che sia innanzi tutto culturale. Ecco perché nel gennaio 1996 i vescovi delle conferenze episcopali di Basilicata, Calabria, Campania e Puglia, insieme ai rappresentanti delle diverse istituzioni che fanno parte della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale si ritrovano a Napoli per approfondire e promuovere le condizioni del dialogo fra Vangelo e cultura nelle regioni del Mezzogiorno, condizioni caratterizzate da una ricchissima


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO storia di pensiero teologico e filosofico, e si ritrovano inoltre per tendere insieme verso la coniugazione della memoria della fede con i problemi reali della gente del Sud.

2. Il Mezzogiorno plurale Introducendo i lavori del convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili”, tenutosi a Napoli il 1213 febbraio 2009, il cardinale Crescenzio Sepe si chiedeva «se in presenza di tanti Mezzogiorni abbia ancora senso parlare di un solo Meridione». In effetti, «il Mezzogiorno è un’area in cui hanno coabitato, con difficili problemi di amalgamazione, diverse realtà dal passato fortemente divergente dalle radici marcatamente divaricate». Da questo punto di vista, è sempre più chiaro che in Italia «non esiste un solo meridione, ma tanti». Di questo, peraltro, il documento del 1989 è perfettamente consapevole quando, pur rivolgendosi “al” Mezzogiorno (singolare), mostra bene, però, di sapere che esso «non è una realtà omogenea» e che «appare più appropriato parlare di “Mezzogiorni”» (n. 7) e significativamente nel documento del 2010 il paragrafo 13 viene titolato “Da un Sud differenziato un impegno unitario”. Si presenta forte la tentazione di considerare monoliticamente il Mezzogiorno d’Italia, cedendo ad una ”immagine condivisa” molto in uso nel mondo pubblicitario. La ricerca storica crea un forte attrito su questa tentazione, perché articolatamente ha dimostrato la pluralità delle dimensioni identitarie del Mezzogiorno. Gli elementi e gli studi storici offrono più che l’immagine di una identità meridionale unica e monolitica, un profilo plurale del Mezzogiorno. La scelta di fondo degli storici è stata quella di un particolarismo storico per aree ben definite, come la più rispondente all’esigenza di indagini su un territorio non omogeneo, partendo dal presupposto di un Mezzogiorno non immobile, diversificato e vario nelle sue parti e nelle sue aree territoriali, individuabili sulla base di analisi sociali, economiche, culturali e religiose. È storicamente difficile

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scorgere un “vincolo identitario unico” per il Mezzogiorno, anche se le terre del Sud d’Italia sono state unite dalla stessa realtà monarchica, tranne brevissime parentesi, a partire da Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia dal 1130, fino a Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie fino all’Unità d’Italia. Proprio il momento dell’unione del Sud nel grande Stato italiano determina l’identificazione del Sud come il “Mezzogiorno” e diventa in blocco oggetto di studio e di analisi da parte di sociologi, antropologi, politici, economisti che vanno a costituire la categoria dei meridionalisti. Il meridionalismo diventa così una sorta di griglia interpretativa attraverso cui ci si accosta, nell’Italia unita, alla storia del Mezzogiorno, da allora in poi letta come storia della “Questione meridionale”, cioè di quei tentativi compiuti dallo stato nazionale per sanare le lacerazioni sociali, culturali ed economiche conseguenti all’incontro fra Nord e Sud dell’Italia. Un Mezzogiorno “differenziato”, come lo definisce il documento del 2010, e non omogeneo e immobile, può essere meno interessante di un meridione unico e problema eterno, ma il patrimonio di storia del Mezzogiorno è rappresentato da un percorso non unicamente polarizzato, è rappresentato da un percorso a stella. Peraltro lo stesso Mezzogiorno religioso fruisce di una particolare condizione costitutiva di partenza che spinge ad identificare non già una “Chiesa meridionale” bensì una “Chiesa che è nel Mezzogiorno d’Italia”, cioè un insieme di chiese locali “diocesane” presenti sul territorio meridionale, perché «se esiste uno specifico settore che per le sue peculiarità istituzionali e per i suoi risvolti costituzionali possa definirsi eminentemente locale, questo è certamente il settore della storia della chiesa. Esso, infatti, assume come ambito di ricerca e come campo di verifica la Chiesa locale intesa come microcosmo teologico e come struttura essenziale entro cui il processo della historia salutis trova la sua naturale collocazione» e quindi la Chiesa in quanto tale, e come realtà istituzionale, altro non è che il risultato di comunione delle varie Chiese locali. È quindi un artificio culturale l’individuazione di una “Chiesa meridionale”.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO 3. Il documento del 2010 Il documento del febbraio 2010 è stato preceduto da un interessante itinerario di studio conclusosi con il convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili”, tenutosi a Napoli il 12-13 febbraio 2009. A venti anni dal documento “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno” del 1989 appare necessario aprire un forum per cogliere i cambiamenti avvenuti e ripensare le strategie da adottare per rendere più incisiva l’azione della Chiesa nel Mezzogiorno. A tale scopo, su iniziativa del cardinale Sepe, i presidenti delle cinque Conferenze episcopali delle regioni dell’Italia meridionale nominano una commissione scientifica per avviare una riflessione comune, i cui orientamenti sarebbero successivamente confluiti in un nuovo documento della Conferenza Episcopale Italiana sul mezzogiorno. Nasce così una commissione formata dai rappresentanti delle singole regioni, eletti dalle rispettive Conferenze episcopali. Di essa fanno parte anche i presidi delle tre Facoltà teologiche presenti sul territorio meridionale. Convocata nell’episcopio di Napoli, la Commissione lavora a lungo per ritrovare una linea comune in un panorama vasto e complesso. Man mano che si procede affiorano progressive convergenze, pur nella diversità di posizioni culturali di partenza. Si profila così la possibile articolazione dei contenuti di un convegno quale momento conclusivo di valore prospettico. Fissato l’orizzonte dei contenuti da proporre, la commissione passa a designare i relatori: Piero Barucci, Giuseppe Savagnone, Alessandro Pajno, Carlo Greco. Questi sono invitati dalla commissione più volte per discutere insieme dei vari ambiti tematici, in modo da evitare sovrapposizioni o possibili sfasature. Alla fine i relatori redigono gli abstract dei loro contributi che vengono inviati a tutte le diocesi del Sud, perché se ne possa discutere a vari livelli e si avvii un processo di coinvolgimento e di condivisione delle linee da adottare. Le diverse osservazioni vengono messe a disposizione della commissione e dei relatori per la stesura finale dei contributi. Al convegno di Napoli partecipano oltre ottanta

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vescovi con le rispettive delegazioni di tutte le diocesi del Sud, oltre ai rappresentanti delle congregazioni religiose, ai rappresentanti dei movimenti ecclesiali, alle organizzazioni laicali, agli esponenti del mondo della cultura. A Napoli sono presenti le Chiese del Sud: 80 diocesi, 4000 parrocchie, un grande numero di associazioni, scuole, istituti religiosi, aggregazioni varie, una rete unica che si estende in maniera ramificata su tutto il territorio meridionale. I risultati del convegno vengono raccolti in volume e affidati alla CEI in vista della stesura di un documento dell’intero episcopato italiano sul Mezzogiorno. Il lavoro della commissione e il convegno stesso hanno rappresentato una autentica occasione di stile sinodale, mai vissuto nella preparazione di documenti dell’episcopato italiano e meno ancora di documenti sul Mezzogiorno. Con queste premesse il documento del 21 febbraio 2010 mette ancora una volta il Mezzogiorno al centro dell’attenzione della intera Chiesa italiana. L’azione di evangelizzazione della Chiesa, per esplicare pienamente la sua azione di salvezza e di promozione umana, deve necessariamente essere contestualizzata e incarnata nella realtà sociale nella quale opera, all’interno di una visione unitaria sia ecclesiale che comunitaria. Va visto in questi termini il documento dell’Episcopato italiano. Tutto va inteso non come una denuncia, che rischierebbe di restare improduttiva di effetti concreti sul piano del cambiamento, ma come un invito a prendere coscienza del permanere di una condizione di disagio delle popolazioni del Mezzogiorno; inoltre, come un appello ad operare con sinergia per rimuovere gli ostacoli e favorire la crescita complessiva della società meridionale in un’ottica nazionale di sviluppo; infine, tutto va inteso come dichiarata disponibilità della Chiesa a cooperare concretamente ed efficacemente, lanciando una sfida educativa capace di trasformare le coscienze e i comportamenti con una lotta ferma alla corruzione, alle illegalità, alla disonestà. Lo spettro di osservazione del documento è ampio, perché tocca mali antichi come il fatalismo ed emergenze moderne come la questione ecologica, e anche tematiche recentissime come il federalismo, sul quale il giudizio dei vescovi è chiaro: esso non deve accentuare le distanze tra le diverse parti d’Italia ma saper essere «solidale, realistico e unitario» (n. 8), senza che lo Stato rinunci a proteggere i diritti fondamentali di tutti gli italiani.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO La “questione meridionale” non è affatto superata; forse lo è sul piano terminologico. Ma certamente resta tale, e in tutta la sua complessità, dal punto di vista sostanziale. Certamente molti passi avanti sono stati compiuti e risorse finanziarie sono arrivate al Sud, ma è mancato un disegno complessivo per cui si è avuto uno sviluppo parziale e incompiuto caratterizzato da singole e slegate realizzazioni piuttosto che da interventi organici e integrati. Si è operato a macchia di leopardo e senza un armonico progetto che tenesse conto delle specifiche risorse e vocazioni territoriali, valorizzando progetti e capacità locali. Conseguentemente, permangono tanti Sud con differenti problemi e prospettive. Nel documento i Vescovi hanno attribuito alla dimensione educativa un ruolo primario nella crescita del Mezzogiorno. Bisogna fare rete, mettersi insieme, far sentire solidarietà e vicinanza, parlare al cuore e alla mente della gente. Occorre agire sulle famiglie, sui giovani, nella scuola. La Chiesa è impegnata in questo senso, elevando la voce di condanna nei confronti di quanti scelgono la prepotenza, la violenza, la morte. La grande maggioranza della gente è accanto alla Chiesa in questa battaglia difficile, ma non impossibile se affrontata con coraggio, con chiarezza e con determinazione, come il documento chiede. I giovani costituiscono la vera forza e la grande risorsa del Sud che va preservata, incoraggiata e valorizzata. È pur vero che nell’era della globalizzazione ci possono essere singole aspirazioni a recarsi in altri Paesi e in determinate strutture avanzate per perfezionare le proprie conoscenze, per affinare il proprio sapere, per arricchire il proprio bagaglio culturale, per sviluppare particolari ricerche. Ma è evidente che occorre limitare o bloccare gli esodi di giovani energie e di intelligenze, creando sul territorio condizioni di sviluppo e di crescita complessiva e integrata, per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, delle professioni e della ricerca. Questo sarà possibile se si potenzieranno le università e le strutture scientifiche, se verranno incentivate la ricerca e l’innovazione tecnologica, se si realizzeranno politiche di investimenti per nuove attività produttive.

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La speranza per il Mezzogiorno indicata dai vescovi italiani risiede in primo luogo nell’affrontare proprio la sfida educativa: «Si deve reagire urgentemente contro questo progressivo degrado», che «nel Mezzogiorno raggiunge livelli drammatici» (n. 17). La sfida è seria e implica anche che le nuove generazioni riescano a guardare «al gratuito e persino al grazioso, e non solo all’utile e a ciò che conviene; al bello e persino al meraviglioso, e non solo al gusto e a ciò che piace; alla giustizia e persino alla santità, e non solo alla convenienza e all’opportunità». Non è una utopia. La sfida educativa è posta dal documento a ragion veduta, non è impossibile e si può vincere, proprio grazie ai giovani, alla loro intelligenza, alla loro modernità, al loro entusiasmo, che non sono categorie astratte ma costituiscono presupposti forti che possono portare al cambiamento e al riscatto, all’interno peraltro di un tessuto sociale che non è solo carico di violenza, ma è anche estremamente qualificato e ricco di risorse. La Chiesa invita a guardare al Mezzogiorno “con amore”, a condividerne i bisogni e le speranze. Fa appello all’intelligenza, alla creatività, al coraggio di un “pensare insieme”, all’assunzione di una responsabilità nuova, riponendo grande speranza proprio nei giovani del Sud. Sono loro, in qualche modo, i protagonisti del documento, sollecitati continuamente al duro ma necessario compito del riscatto da modelli di pensiero individualisti e da strutture che sfruttano e abbruttiscono il territorio. Sono loro a essere stimolati a valorizzare il patrimonio morale e religioso che il Mezzogiorno, nonostante tutto, sa ancora esprimere, e incoraggiati a sperimentare nuove strade nello sviluppo economico, chiamati a favorire «un cambiamento di mentalità e di cultura» per vincere «i fantasmi della paura e della rassegnazione», chiamati «a parlare e testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno» (n. 16). «Conosco personalità di giovani cattolici che sarebbero in grado di assumersi la responsabilità politica come alta forma di carità. Noto però che nelle comunità manca un incoraggiamento più deciso in questa direzione, manca una educazione a questo: nelle catechesi dovrebbe emergere questo impegno per costruire la città terrena, che è un dovere di ogni cristiano» (O. Pagone, Mons. Cacucci allo scoperto: le mie domande ai politici – Intervista, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 10 settembre 2008).


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO L’omelia del card. Bagnasco, tenuta a Napoli il 13 febbraio 2009 nell’ambito del convegno “Chiesa nel Sud. Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili” offre gli spunti migliori per concludere: «Come Pastori sappiamo che il Vangelo è sorgente di una cultura rinnovata, di un modo di sentire e di concepire la sacralità della vita, la dignità di ogni persona, la bellezza del vivere insieme nell’armonia e nella pace, nella operosità che nasce dal mettere a frutto i talenti di intelligenza e di cuore che il Signore ha dato a ciascuno per il bene di tutti. Ma da protagonisti! Con quella dose di fierezza che non vuole essere superiorità e sufficienza, ma consapevolezza e responsabilità. Si tratta dunque non solo di crescere nella coscienza delle proprie possibilità, e sono molte, ma anche della possibilità di farcela se, insieme, si reagisce ai mali che ovunque, dove l’uomo vive, si annidano ed esplodono. Insieme, disposti a guardare ad un interesse più alto di ogni particolarismo. Insieme, sapendo che nessuna autorità centrale o periferica - pur doverosa e necessaria - può sostituire il protagonismo che localmente e in rete si può sprigionare. Basta che ognuno prenda coscienza di ciò che è questa parte del nostro Paese e di ciò che può essere per il bene proprio e di tutti. Non si tratta di creare un’altra Italia, ma di costruire l’unico Paese con la partecipazione di ricchezze diverse, convergenti e complementari, così da sentire la gioia e la sofferenza di una parte come la gioia o la sofferenza di tutti». + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto

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PONTIFICIA BASILICA S. NICOLA Omelia di S.Em. il card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, nella Festa della Traslazione delle reliquie di S. Nicola (9 maggio 2010)

Cari fratelli e sorelle, sono veramente lieto di trovarmi in questa maestosa Basilica, a celebrare l’Eucaristia in occasione della solenne ricorrenza della Traslazione delle spoglie mortali di san Nicola. Vi saluto tutti con grande affetto, ad iniziare dal vostro Arcivescovo mons. Francesco Cacucci, che ringrazio per le cortesi parole che mi ha indirizzato. Saluto con deferenza le autorità civili e militari, esprimendo gratitudine per la loro significativa presenza. Un particolare saluto rivolgo ai Padri Domenicani, che amorevolmente custodiscono questa chiesa, tanto cara al popolo cristiano e meta di numerosi pellegrinaggi che testimoniano la devozione profonda della gente di Oriente e di Occidente nei confronti di san Nicola. Vi porto il beneaugurante saluto e la benedizione del Santo Padre Benedetto XVI, che volentieri si unisce spiritualmente a noi in questa festa così suggestiva e carica di religiosità. In questo 923° anniversario della Traslazione, con animo devoto e orante, celebriamo il vescovo san Nicola, patrono di Bari e del terri-

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torio circostante. Egli, secondo la più antica tradizione manoscritta, era vescovo di Myra, città della Licia in Asia Minore (odierna Turchia). Era un pastore d’anime, un vescovo dedito al bene del suo gregge, in una regione – la Licia – alquanto fuori della ribalta culturale del tempo. Sottoscrisse a Nicea (325) durante lo storico Concilio, la fede nella divinità di Cristo, proclamato consustanziale al Padre. Si mantenne fermo nel confessare la fede anche durante le violente persecuzioni che seguirono la politica filo-cristiana dell’imperatore Costantino. Il santo vescovo era impegnato non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi, nel proteggere i perseguitati. Uomo della carità, si distinse per la sua generosità, realizzando varie iniziative per soccorrere il suo gregge. San Nicola di Myra viene detto anche di Bari, perché in questa città fu portato e rimane conservato il suo corpo. Nel 1087, infatti, circa 62 marinai si impossessarono delle sue spoglie mortali e le trasportarono a Bari, dove giunsero il 9 maggio, con indescrivibile esultanza della popolazione. I marinai consegnarono il corpo al benedettino Elia, abate di san Benedetto, il quale edificò sul posto la Basilica del Santo. A seguito della traslazione delle reliquie, il culto di san Nicola, già diffuso in Oriente, si propagò a poco a poco anche in Occidente, trovando tanta corrispondenza nella devozione della gente e nella dedicazione di numerose chiese. Pertanto, se il mondo occidentale venera san Nicola, lo deve a questa città di Bari e ai suoi abitanti di ieri e di oggi, che ne hanno favorito il culto. Possa la sincera devozione per san Nicola suscitare una fede sempre più convinta in Dio, al quale egli ha reso ardente testimonianza. Quanti si recano in questa Basilica per onorare il vostro celeste Patrono si sentano spinti ad «acclamare a Dio da tutta la terra, cantando la gloria del suo nome», come abbiamo pregato nel salmo responsoriale. A voi tutti, cari baresi, spetta il compito di mantenere viva e di rendere sempre più autentica questa devozione nei confronti di san Nicola, specialmente vivendone con intensità di fede le memorie liturgiche del 6 dicembre e del 9 maggio. Penso in particolare alla festa della Traslazione, che stiamo celebrando oggi: essa affonda le radici nel vostro passato e fa parte delle vostre più care tradizioni. Dire tradizione significa evocare qualcosa di importante. Una


PONTIFICIA BASILICA S. NICOLA popolazione è tale anche per la fedeltà alle proprie tradizioni; quando se ne distacca diventa un insieme di persone slegate. Il sentimento comune verso le proprie radici, verso la propria storia spirituale fa di una comunità umana un soggetto preciso, con una sua fisionomia, che vive ed interpreta gli eventi in modo originale. Le tradizioni religiose sono molto importanti e vanno capite sempre di nuovo nella loro natura profonda. A tale proposito, il modo più autentico per onorare un Santo patrono in una comunità è quello di considerarlo un amico che vive nella luce e nella gioia del regno di Dio, uno che là dove vive beato s’interessa di noi, delle nostre speranze, dei nostri problemi, e intercede a nostro favore presso quel Dio da cui «viene ogni buon regalo e ogni dono perfetto» (cfr Gc 1, 17). Il brano degli Atti degli Apostoli, poc’anzi proclamato, ha sottolineato l’irresistibile espansione del Vangelo, mostrando come un alto funzionario etiope, quindi straniero e per questo disprezzabile agli occhi dei giudei, e per di più eunuco, perciò incapace di partecipare al culto secondo le norme israelitiche, si apre alla Parola divina e si fa battezzare. Illuminato dall’apostolo Filippo quest’uomo capisce finalmente il passo di Isaia che è fonte di scandalo per la maggior parte del popolo eletto. San Paolo, nella seconda lettura, ci ha detto che l’unica cosa importante è che Cristo sia annunciato! Paolo stesso deve considerare che un giorno non ci sarà più, tuttavia lo sostiene la convinzione che la sua morte è un’ulteriore occasione per manifestare Gesù: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva, sia che io muoia». La morte non gli provoca paura perché lo introdurrà alla presenza di Gesù al quale ha votato la propria vita. Per questo può dire: « Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Il brano del Vangelo ci riporta nella sinagoga di Cafarnao, dove Gesù sta tenendo un lungo discorso sul “pane della vita”. Egli, riferendosi al racconto biblico relativo alla manna inviata dal cielo al popolo d’Israele nel deserto, applica a se stesso il contenuto di quella Scrittura dicendo: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo». Gesù ha tutti i contorni dell’uomo, e tuttavia è proprio in questo uomo che si è manifestato l’Assoluto. Non è il pane di Mosè che dà la vita:

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«I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e sono morti». E’ Cristo la vera manna, il pane venuto dal cielo: chi se ne nutre, mediante l’Eucaristia, assimila la sua Persona e il suo Spirito, entra con lui nel regno dell’amore e diventa, come lui, un dono di Dio per la fame del mondo. Il santo vescovo Nicola visse mirabilmente la Parola di Dio contenuta in questi testi della Scrittura. Egli, con il suo insegnamento, ha contribuito alla diffusione del vangelo e ha fatto brillare la vera dottrina intuendo che l’eresia di Ario, che considerava Gesù solo un uomo “divino” ma non propriamente Dio, svuotava la fede cristiana del suo fondamento, cioè del fatto che Dio si è incarnato e ha donato la sua vita per noi. Se Gesù fosse stato solo un uomo generoso, pur sacrificandosi fino alla morte, come avrebbe potuto darci la vita divina, salvarci dal peccato? San Nicola ha realizzato altresì il modello di discepolo del Signore decritto da san Paolo nella seconda lettura; infatti, con l’eroica confessione della fede, pur in mezzo alle tribolazioni, egli ha testimoniato il mistero cristiano della Croce. Questo mistero è diventato una luce che lo ha spinto sempre più a far tesoro dell’amore di Cristo e a conformarsi ad esso in ogni momento della sua vita. Ad imitazione del divino Maestro, egli si è fatto “pane vivo” – come ci ha ricordato l’odierna pagina evangelica - e cibo spezzato per i fratelli, diventando dono per gli altri e accogliendo tutti. Ha fatto dell’Eucaristia l’indispensabile alimento per camminare nel tempo con la forza che viene dal Verbo Incarnato, fattosi cibo e bevanda. Così diventò sensibile alle molteplici sofferenze e povertà del suo popolo, recando aiuto tempestivo nelle diverse situazioni di bisogno. Pertanto il messaggio di san Nicola è riconducibile a due parole: verità e carità. La verità innanzitutto, che significa ascolto attento della Parola di Dio e slancio coraggioso nel difendere e diffondere gli insegnamenti del Vangelo. E poi la carità, che spinge ad amare Dio e, per amore suo, ad amare il prossimo. Se una preferenza ci fu nelle scelte di san Nicola, essa fu per quanti si trovavano nella difficoltà e nella sofferenza. Ecco perché il suo insegnamento è ancora attuale e merita di essere proposto come modello a quanti nella Chiesa vogliono essere fedeli discepoli di Cristo, e anche a coloro che nella società hanno a cuore il bene comune. Cari fratelli e sorelle, la presenza nella vostra città del corpo di san


PONTIFICIA BASILICA S. NICOLA Nicola, oltre ad essere un elemento fondante e qualificante della vostra identità e della vostra storia, costituisce un perenne richiamo ad affermare sempre più il Vangelo della carità, mediante la testimonianza dei valori dell’accoglienza e della solidarietà. Tali valori esprimono la vera solidità di una comunità civile. La città è fatta di volti, di storie che si intrecciano, di gioie e di sofferenze condivise. Per assolvere il suo compito a servizio del bene comune, essa deve prestare sempre più attenzione a quanti sono in difficoltà, impegnandosi per dare a tutti, specie agli ultimi, una vita dignitosa e serena. Perseverate dunque nella premurosa custodia del patrimonio di valori religiosi ereditati dai vostri padri e apriteli a quella “fantasia della carità” che consente di andare incontro a quanti sono afflitti da antiche e nuove povertà. Possano specialmente le comunità parrocchiali e le associazioni cattoliche avvertire il bisogno di affrontare con rinnovato ardore apostolico i problemi etici, sociali e culturali del momento presente, rispondendo con carità intelligente alle nuove sfide, così che cresca la qualità della convivenza civile. Nel vescovo san Nicola, il Signore ha posto «un segno di riconciliazione tra l’Oriente e l’Occidente», come recita la Colletta di questa Santa Messa. In effetti, la presenza delle reliquie di questo grande Santo ha fatto di Bari un centro propulsivo di fraternità e di ecumenismo, un punto di particolare incontro tra Oriente e Occidente, suscitando importanti occasioni di preghiera e di riflessione tra le diverse Chiese, in particolare tra cattolici e ortodossi. Formulo l’auspicio che questa città, specialmente per l’apprezzata opera dei suoi Istituti e Centri di studio e di spiritualità, continui nella ricerca di sempre più intensi contatti ecumenici con le Chiese cristiane d’Oriente, in particolare con i fratelli russi che numerosi si recano in pellegrinaggio in questa Basilica. Al vostro illustre Patrono e alla Vergine santa, che voi venerate nell’antica icona della Vergine Odegitria, affidiamo gli auspici di bene scaturiti da queste giornate di festa. Al santo vescovo Nicola, in particolare, chiediamo di continuare a proteggere la cara diocesi e la città di Bari, come pure l’intera regione. Ci rivolgiamo a lui con una

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delle preghiere più note con cui lo invoca la liturgia orientale: «O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima».

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

1. Sacre ordinazioni, ammissioni, ministeri istituiti - La sera del 1° maggio 2010, vigilia della V domenica di Pasqua, nella chiesa parrocchiale-santuario di S. Fara in Bari, S.Ecc. mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, con le legittime dimissorie dei rispettivi ministri provinciali, ha ordinato diaconi i professi frati minori cappuccini fra Giuseppe Buenza, fra Alessandro Campagnari e fra Ernesto Saponaro; - la sera del 5 maggio 2010, feria della V settimana di Pasqua, nella Concattedrale di Bitonto, S.Ecc. mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, con le legittime dimissorie del ministro provinciale, ha ordinato diaconi i professi frati minori fra Vincenzo Dituri e fra Nicola Violante; - la sera dell’11 giugno 2010, solennità del Sacro Cuore di Gesù, nella Cattedrale di Bari, S.Ecc. mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, ha ordinato presbitero il diacono Alessandro Tanzi, del clero diocesano.

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2. Decreti generali S. Ecc. l’Arcivescovo, con decreto arcivescovile del - 1 maggio 2010 (Prot. n. 21/10/D.A.G.), ha modificato i confini della parrocchia S. Maria delle Vittorie in Bari; - 18 giugno 2010 (Prot. n. 26/10/D.A.G.), ha stabilito che sia istruito il processo su una presunta guarigione attribuita al Servo di Dio mons. Carmine De Palma, costituendo il relativo tribunale per il quale ha nominato mons. Ignazio Fraccalvieri giudice delegato, don Ubaldo Aruanno promotore di giustizia e la dott.ssa Gabriella Roncali notaio.

3. Nomine e decreti singolari A) S. Ecc. l’Arcivescovo ha nominato, in data: - 11 giugno 2010 (Prot. n. 25/10/D.A.S.-N), don Alessandro Tanzi all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia Cattedrale in Bari. B) S. Ecc. l’Arcivescovo ha trasferito, in data - 25 giugno 2010 (Prot. n. 27/10/D.A.S.-N.), don Emanuele Spano dall’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Nicola di Bari in Adelfia Montrone all’ufficio di parroco della parrocchia Maria SS. Addolorata in Mariotto, per nove anni.

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CURIA METROPOLITANA Settore Presbiteri

La settimana formativa dei preti giovani (Malta, 26 giugno-1 luglio 2010)

Come ogni estate, anche quest’anno noi preti giovani insieme all’Arcivescovo, Mons. Francesco Cacucci, abbiamo vissuto un periodo di vacanza, dal 26 giugno al 1° luglio nell’isola di Malta. Eravamo ventuno, accompagnati, oltre che dall’Arcivescovo, dal Provicario generale mons. Vito Angiuli, responsabile della formazione dei preti giovani. Tra noi c’erano anche alcuni confratelli meno giovani che hanno voluto condividere con noi la vacanza: l’instancabile mons. Marco Mancini, don Peppino Sicolo e il prof. don Filippo Casamassima. Sono stati giorni intensi, in cui si è stati bene insieme. Abbiamo sentito molto vicina la paternità del nostro Arcivescovo e tra noi preti si è respirata una salutare fratellanza sacerdotale. È stato dato ampio spazio all’incontro con la Chiesa locale, che si è mostrata vivace nelle sue molteplici espressioni. Fin dall’inizio ci siamo sentiti “come a casa”! Il 27 giugno il nostro Arcivescovo ha presieduto la celebrazione eucaristica a Siggiewi dove si svolgeva, proprio in quei giorni, la festa patronale in onore di san Nicola. È stato un momento coinvolgente per noi e per la comunità locale tutta perché si è visto in

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san Nicola un segno di comunione profonda tra le due Diocesi. In questa occasione l’Arcivescovo ha invitato i maltesi presenti a far visita alla tomba di san Nicola a Bari. Subito dopo - dalla terrazza privata di una famiglia che gentilmente ci ha ospitati - abbiamo potuto assistere alla processione del Santo che si snodava per le vie cittadine. Per le strade, addobbate per l’occasione con drappi e luminarie, si respirava un fervore devozionale molto intenso verso il Santo. Di particolare interesse sono state le visite alle città: Medina, l’antica località fenicia, prima capitale dell’isola, dove abbiamo visitato la cattedrale barocca dei Santi Pietro e Paolo; Rabat, dove abbiamo celebrato la Santa Messa nella grotta ove si ritiene che san Paolo abbia trascorso da prigioniero il suo periodo di permanenza a Malta; ed ultima, ma non meno importante, la città di Floriana. In quest’ultima località, nella mattinata del 30 giugno, abbiamo avuto modo di incontrare mons. Paul Cremona, Arcivescovo di Malta che, ospitandoci nello studio dell’Episcopio, ci ha presentato la sua realtà diocesana e ci ha raccontato della visita apostolica di Sua Santità Benedetto XVI nei giorni 17 e 18 aprile 2010. All’incontro con l’Arcivescovo di Malta è seguita la visita a La Valletta, capitale dell’isola, e alle sue bellezze storico-architettoniche come la Cattedrale di San Giovanni, il museo della Cattedrale con il celebre dipinto di Caravaggio, la chiesa del naufragio di San Paolo, nella quale è conservata una preziosa reliquia del Santo. La permanenza a Malta ci ha permesso di conoscere la figura di San Giorgio Preca, sacerdote, primo Santo maltese il cui impegno tra i laici ha in qualche modo anticipato gli orientamenti del Concilio Vaticano II. San Giorgio Preca ha fondato il Museum, una realtà laicale, tutt’oggi attiva, che ha superato i confini di Malta ed è gestita dagli stessi laici con l’assistenza di alcuni sacerdoti. In questi giorni non sono mancati momenti distensivi, trascorsi a diretto contatto con la natura, come le escursioni in traghetto all’isola di Gozo, alla Grotta Azzurra e alla Laguna Blu. Molto divertenti sono stati i momenti trascorsi nella piscina dell’albergo dove l’Arcivescovo si è difeso bene di fronte a qualche “sabotatore” che cercava di metterlo in difficoltà nel gioco della pallavolo!


CURIA METROPOLITANA Una serata è stata dedicata alla verifica del percorso formativo dei preti giovani 2009-2010, che ha avuto come tematica “l’oratorio”. Tutti hanno condiviso l’importanza di questi laboratori, apportando qualche suggerimento alle modalità degli incontri. Interessante è stato l’intervento conclusivo dell’Arcivescovo che ha ribadito, ancora una volta, l’importanza dei momenti di riposo nella vita del prete e ha parlato anche del prossimo convegno sui laici che si terrà in Puglia, invitandoci a “declericalizzare” la nostra pastorale, impegnando maggiormente i laici a livello parrocchiale e diocesano. Alla prossima! sac. Francesco Mancini

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CURIA METROPOLITANA Settore Evangelizzazione. Ufficio Missionario

La IX edizione del Concorso missionario “Don Franco Ricci”: “Contagiare di Speranza tutti”

Introduzione “Contagiare di Speranza tutti”. È possibile? Il papa Benedetto XVI ci ha detto, nel messaggio per la 83.ma Giornata missionaria 2009, che è doveroso: è un dovere dell’uomo, prima ancora che del cristiano, in questo nostro tempo in cui, dice il papa, «l’umanità conosce stupende conquiste, ma sembra aver smarrito il senso delle realtà e della stessa esistenza». Se volessimo dare un nome ‘moderno’, esistenziale alla speranza, potremmo chiamarla inquietudine. Non irrequietezza, sinonimo di ansia e di stress, ma inquietudine: quella particolare insoddisfazione dell’anima alla continua ricerca di una felicità vera. È l’idea esistenziale di speranza che ci dà la Spe salvi di Benedetto XVI: «Che cosa vogliamo veramente? […] In fondo - il Papa riferisce il pensiero di sant’Agostino - vogliamo una sola cosa, la ‘vita beata’, la vita che è semplicemente vita, semplicemente ‘felicità’. […] Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. […] Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa ‘vera vita’; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso cui ci sentiamo spinti. […] Questa ‘cosa’ ignota è la

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vera ‘speranza’ che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l’autentico uomo» (nn. 11-12). Questa inquietudine è un dono di Dio, Dio stesso l’ha messa nel cuore dell’uomo: «Ci hai creati per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te» (Agostino, Conf 1, 1). Agostino sembra far suo il grido dell’umanità. E’ il grido che abbiamo sentito risuonare in vario modo anche nei vostri lavori. Uno di voi, ad esempio, ha scritto: «Sperate! / Sperate di avere un domani, / che ci sia un futuro migliore, / non dubitate, non è ancora finita!!! / Abbiate fede, speranza e siate / fonte di conforto, / consapevoli di esistere / per il mondo e per gli altri!». È l’inquietudine piena di speranza che ha mosso e guidato la vita di don Franco Ricci, questo giovane sacerdote missionario barese, ucciso, nel 1992 a soli 43 anni, per la sua testimonianza a Gesù Cristo, al vangelo e alla giustizia, alla cui memoria è dedicato e intitolato questo Concorso missionario. Scrive, quando è ancora a Londra per studiare l’inglese: «Io ho deciso di annunziare Cristo ai pagani e non vedo l’ora di partire in settembre per il Sidamo». E poi, quando è in missione, in Etiopia: «Da quando sono rientrato non mi sto concedendo un minuto di riposo. Mediamente in un mese sono in safari 25 giorni, intervallati dal solo lunedì e martedì, in cui sono a Tullo per rivedere i componenti della comunità, per lavarmi e per mangiare qualcosa di più decente della wuasa”. E ancora: «Ogni domenica sono sulle cappelle di montagna per la celebrazione della S. Messa. Ogni domenica mattina, quando lascio Tullo con la macchina, prego sempre il buon Dio che mi permetta di tornare sano e salvo alla missione. Camminare su strade inesistenti con mille ostacoli sia di ordine naturale come di ordine umano, è cosa veramente ardua» (3 marzo 1983). Anche per noi è possibile, è doveroso avere questa inquietudine piena di speranza, pur tra le tante discriminazioni etniche, economiche, per le quali il mondo, anche quello vicino a noi, quello di casa nostra, si divide ancora in ricchi e poveri, in fortunati e infelici; tra le discriminazioni culturali, le discriminazioni degli affetti, in famiglia, tra compagni di scuola, nel quartiere. Non bisogna arrendersi. Un altro di voi ha scritto: «La speranza non nasce, / la speranza non muore, / inizia quando / crediamo in qualcosa / e finisce quando / gettiamo le armi». Non bisogna ‘gettare le armi’. Ma perché la speranza duri, deve fondarsi su una fede.


CURIA METROPOLITANA La speranza di don Franco Ricci, oltre che su una sua naturale generosità di carattere e sull’educazione familiare, si fondava anche sul Vangelo, sull’Eucaristia, sulla comunità cristiana. Chi come don Franco lascia tutto per andare in Africa ad annunciare il Vangelo, ha un cuore pieno di speranza, la speranza di lavorare per la giustizia, per la pace, per condizioni di vita più umane, per una vita che abbia un senso. Per questa speranza don Franco ha dato la vita e l’ha data non facendo il ‘rivoluzionario’ politico o sociale, ma annunciando il Vangelo, annunciando Gesù Cristo; come ha detto il papa nella Spe salvi, non è stato il rivoluzionario gladiatore romano Spartaco a liberare gli schiavi dalla loro condizione servile, ma il messaggio cristiano che annunciava «una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo» (n. 4). Don Franco ha trovato la morte per mano di criminali, avidi di potere, di denaro, di prepotenza, e che non hanno voluto comprendere la sua missione di giustizia e di amore. La sua testimonianza non è stata inutile (non lo è mai quella degli uomini giusti, che danno la vita per amore): continua a ‘contagiare’ ancora quanti lo hanno conosciuto e imparano a conoscerlo e che, anche grazie a lui, coltivano una speranza che impegna per la vita. I vostri lavori dimostrano che vivere di questa speranza che contagia di speranza tutti gli altri è possibile, è possibile vedere le ingiustizie del nostro mondo e, magari, denunciarle. Don Franco Ricci diceva di sé e degli altri missionari: «Noi siamo persone scomode, perché vediamo e non sappiamo tacere». Chi vede, diventa scomodo per chi non vuol vedere o, peggio, per chi vuole impedire agli altri di vedere. Molti di voi lo hanno capito; qualcuno lo ha scritto: «Come onde ribelli / vi imporrete e vi abbatterete / sugli scogli dell’insicurezza, e / sarete considerati grandi / perché ad un passo dall’affogare / non avete smesso di nuotare!». Una speranza ostinata. Una testimonianza di quello che può nascere da questo impegno l’abbiamo trovata, ad esempio, nella corrispondenza che i ragazzi di una classe hanno avuto con un carcerato, a cui hanno dato, appunto, speranza: «Mi avete fatto fare balzi di gioia, sempre più in alto, mi avete colmato immensamente… Prometto a voi come scambio di

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una sincera amicizia e fratellanza testuali parole: ‘di Amarmi e Amare sempre meglio come Dio vuole’, ‘di non deludere’, ‘di non peccare mai più’, ‘di esservi servo, anche delle mie brutte esperienze perché esse possano servire a farvi riflettere per non sbagliare’; questi sono solo una parte del mio impegno… Ora concludo dandovi un abbraccio carissimo e con un raggio di sole per ciascuno di voi vi saluto calorosamente». Abbiamo bisogno di questo contagio di speranza. In una vita che, come ha scritto un altro poeta tra voi, è «una tempesta di problemi», abbiamo bisogno degli altri; ogni uomo è come un bambino che può e deve contare sull’amicizia, sulla solidarietà degli altri; concludeva il nostro poeta: «Affàcciati alla tua finestra / vedrai che ti aiuteranno / e nascerà la tua vita».

2. L’impegno profuso

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L’impegno che avete messo nei lavori che avete presentato è stato lo sforzo che ciascuno ha fatto di contagiare di speranza gli altri. Nell’esaminare i tanti lavori che ci sono pervenuti, abbiamo potuto considerare in quanti modi la speranza possa contribuire a rendere il mondo più umano, e, prima ancora che pensare ai premi, abbiamo apprezzato quante cose belle può ispirare questa grande risorsa dell’uomo che è la speranza. Avrete notato che nel titolo del Concorso la parola ‘Speranza’ era scritta con la ‘s’ maiuscola; volevamo invitarvi a riflettere anche sulla speranza cristiana, non solo su quella che viene dal cuore di ogni uomo, ma anche su quella che è dono di Dio, che nasce dalla fede in lui. Anche se non sempre c’è un diretto riferimento alla parola di Dio o agli insegnamenti della Chiesa, emerge però sempre nei vostri lavori un tessuto di valori umani e cristiani che hanno una radice religiosa e cristiana, che oggi deve sempre più venire alla luce. Se l’attenzione agli altri si fonda solo sulla sensibilità o su un passeggero interesse, rischia di essere fragile e di venire meno alla prima difficoltà. Una speranza che voglia essere solida può trovare, deve trovare nella Sacra Scrittura, nella preghiera, nell’Eucaristia, nella fede, questa solidità. Abbiamo potuto apprezzare la sensibilità e l’impegno degli insegnanti, che sono riusciti a coinvolgere, a volte, intere classi: senza il


CURIA METROPOLITANA loro interessamento, le loro indicazioni, la loro guida, non si sarebbe fatto nulla. Dietro il lavoro dei ragazzi si può cogliere la loro sensibilità umana, prima ancora che cristiana, a temi e valori di civiltà, di servizio al prossimo, di crescita culturale. Ed è certamente molto bello che tanti dei lavori che avete presentato siano lavori di gruppo, talvolta di un’intera classe; anche questo è un valore: riflettere, cercare, lavorare insieme è già rispondere ad un bisogno di avere uno sguardo diverso sul mondo: insieme si può fare di più, si può sperare meglio.

3. I lavori pervenuti Ci sono pervenuti lavori di ogni tipo, diversi sia per ambito e generi, sia per quantità e qualità. In tutti c’era il desiderio di comunicare qualcosa: alcuni hanno messo in movimento soprattutto la riflessione, l’approfondimento, altri la fantasia, altri il genio poetico o artistico. La Commissione esaminatrice ha potuto lavorare con serenità e obiettività e, in molti casi, ha avuto davvero difficoltà a fare delle scelte. Non potendo dare a tutti i premi previsti dal bando di concorso, abbiamo pensato di ‘segnalare’ almeno i lavori più interessanti o più originali. Nell’ambito della scrittura, per la poesia, abbiamo cercato di valutare, oltre che il contenuto, anche la struttura poetica, il linguaggio, le immagini, il ritmo, la musicalità; per la prosa ci sono pervenuti lavori molto diversi: articoli, saggi, lettere, ricerche. Anche qui, nell’assegnazione dei premi, si è tenuto conto non solo del contenuto, ma anche della chiarezza espositiva, del modo di presentare il lavoro (grafici, colori, ecc.), dell’impegno complessivo messo nella preparazione. Anche per le arti figurative, infine, si è tenuto conto sia del messaggio proposto sia, qui a maggior ragione, delle tecniche utilizzate, della sapienza artistica, dell’efficacia comunicativa.

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4. La cerimonia di premiazione La cerimonia di premiazione si è svolta il 29 maggio 2010 presso il Politecnico di Bari. Quest’anno le scuole partecipanti sono state 18, due in più dello scorso anno, ma il numero può essere importante solo in parte. E’ da notare, invece, che alcune scuole non avevano partecipato gli anni scorsi e gli istituti superiori sono aumentati: Scuole elementari n. 3 (diverse) Scuole medie n. 9 (diverse) Scuole superiori n. 6 (3 lo scorso anno) In totale più di 250 partecipanti. I lavori letterari (favole con titoli noti e racconti di fantasia) sono risultati molto interessanti per la tematica trattata in maniera seria e varia anche da partecipanti molto giovani; poesie con chiari messaggi. Sono aumentati i lavori filmati e sonori: DVD e CD anche realizzati con impegno che si è certi hanno coinvolto anche i docenti nella realizzazione degli stessi. La fotografia quest’anno ha visto tecnici in erba e per la foto in sé e per l’abbinamento alla tematica. I partecipanti che hanno presentato componimenti musicali sono lodevoli per l’impegno e il coraggio di mettersi in gioco con lavori veramente da professionisti: qualcuno un po’ troppo elaborato, ma tutti rispettano l’armonia e la melodia. Il materiale usato da alcuni artisti denota l’attenzione al rispetto della natura e la fantasia d’impiego e abbinamento al tema di quest’anno. 416

5. I lavori premiati SCUOLE ELEMENTARI 1° PREMIO “Il gruppo degli azzurro cielo” - Racconto – Piarulli Emanuela – Classe 4° sez. C - 1° C.D. S. Giovanni Bosco – Plesso S. Domenico Savio -Triggiano


CURIA METROPOLITANA 2° PREMIO “In cammino verso la pace” - Disegno - Classe 5° sez. A – 1° C.D. Marconi – Casamassima 3° PREMIO “Nasceranno uomini migliori” - DVD - Classe 5° sez. E – 2° C.D. S. Filippo Neri – Gioia del Colle SEGNALAZIONI DELLA GIURIA “Super...iamo le differenze” - Disegno - Vitiello Luca – Classe 5° sez. A – 1° C.D. Marconi – Casamassima “We have a dream” - Lettere – Classi: 5° sez. D e 5° sez. E – 1° C.D. S. Giovanni Bosco – Plesso S. Domenico Savio – Triggiano “La povera bambina” - Rifless. Testim. - Ferreira Michael – Classe 4° sez.C – 1° C.D. S. Giovanni Bosco – Plesso S. Domenico Savio – Triggiano.

SCUOLE MEDIE 1° PREMIO “Hope” - Fotografia – Neviera Andrea – Classe 3° sez. A – Convitto Nazionale D. Cirillo – Bari 2° PREMIO “Tu bimbo come me” - Poesia - Ceo Maria Giovanna - Classe 1° sez. A – S.M.S. Nicolò Piccinni – Bari 3° PREMIO “Un arcobaleno di Speranza” - Disegno - Longo Antonio, Giannella Simone , Giannella Alessandro – Classe 1° sez.A – S.M.S. A. Moro Bari-S. Spirito SEGNALAZIONI DELLA GIURIA “La perla nera di Rio de Janeiro” - Racconto – Milella Martina –

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Classe 3° sez. B – S.M.S. A. Moro – Bari-S. Spirito “Sii saggio figlio mio” - Composizione musicale – Mele Greta – Classe 1° sez. A – S.M.S. Nicolò Piccinni – Bari “Volare per vivere”- Racconto – Rinaldi Elisabetta – Classe 3° sez. A S.M.S. A. De Renzio – Bitonto “La mia speranza” - Composizione musicale – Regina Gabriele – Classe 1° sez. A – S.M.S. Nicolò Piccinni -Bari “Ho un sogno” - Poesia – Violante Rossella – Classe 2° sez. D S.M.S. Capozzi-Galilei – Valenzano “Un germoglio di Speranza” - Disegno – Floro Pasquale e Romano Simone – Classe 3° sez. H – S.M.S. A. Moro – Bari-S.Spirito. “Un biglietto di solo andata per la felicità” - Poesia – Attolico Alessandra – Classe 2° sez. D – S.M.S. G. Pascoli – Bari SCUOLE SUPERIORI 1° PREMIO “Io ho un sogno” - Arte – Cangiani Andrea – Classe 4° sez. E – Liceo Artistico De Nittis – Bari 2° PREMIO “Speranza è fede” - Poesia – Lopez Cobarrubia Yamila – Classe 5° sez. B ITC G. Cesare – Bari 3° PREMIO “L’attesa della Speranza” - DVD e disegno - Mundo Marina – Classe 3° sez. B – L.S. Galileo Galilei – Bitonto 418

SEGNALAZIONI DELLA GIURIA “Siamo tutti frutti dello stesso albero” - Quadro – Bossi Cristina – Classe 4° sez. C – Liceo Artistico De Nittis – Bari “Uomini e donne non è ancora finita” - Poesia – Palma Katia – Classe 1° sez. B – L.S. Galileo Galilei – Bitonto prof. Giuseppe Micunco Direttore Ufficio Diocesano Laicato prof. Rosa Faretra Conforti Delegata PP.OO.MM. Centro Missionario Diocesano


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CURIA METROPOLITANA Ufficio Chiesa e mondo della cultura

Il Mezzogiorno: da “questione” a “laboratorio”

Il 21 maggio scorso, organizzato dalla Consulta dell’Ufficio diocesano “Chiesa e mondo della cultura”, un centinaio di persone hanno partecipato nella sala della biblioteca “G. Ricchetti” all’incontro-conferenza sul tema “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Ha svolto la relazione il prof. Francesco Sportelli, seguito da attenti ascoltatori, quasi tutti a conoscenza del documento distribuito in precedenza. Dopo la relazione sono intervenuti alcuni presenti (pochi in verità, a causa dell’orario), invitando tutti al necessario approfondimento. Aveva introdotto l’argomento il direttore dell’Ufficio, don Giacinto Ardito, aveva moderato l’incontro il prof. Michele Loconsole. Il documento, pubblicato il 21 febbraio scorso, vent’anni dopo l’altro su “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, riprende la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese. Il prof. Sportelli, da storico, ha ampiamente documentato le varie tappe di questo cammino, a partire dal 1948, nella prima parte della sua relazione. Scrive: «L’attenzione della Chiesa italiana nei confronti del Mezzogiorno ha radici solide». Il documento infatti è preceduto da più di sessanta anni di dibatti-

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ti, esperienze e commenti, e, da ultimo, da un intenso itinerario di studio conclusosi con il convegno “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili” (Napoli, 2009). Fa poi notare che si è in presenza di tanti “Mezzogiorni”, di un’area cioè «in cui hanno coabitato, con difficili problemi di amalgama, diverse realtà dal passato fortemente divergente e dalle radici marcatamente divaricate. Da questo punto di vista, è sempre più chiaro che in Italia non esiste un solo meridione, ma tanti... appare più opportuno parlare di “Mezzogiorni”. Perciò il percorso del Mezzogiorno è rappresentato... da un percorso “a stella”. Lo stesso Mezzogiorno religioso identifica non già una “Chiesa meridionale”, bensì un insieme di chiese locali diocesane presenti sul territorio meridionale… È quindi un artificio culturale l’individuazione di una “Chiesa meridionale”». Questo suggerisce al nostro storico, in una intervista rilasciata poco prima della relazione (Agenzia Sir, 21 maggio 2010), di ricercare «tra i profili identificativi del laicato cattolico un ritorno alla vocazione territoriale dell’impegno, alla luce di identità plurali». L’azione di evangelizzazione della Chiesa deve perciò necessariamente essere contestualizzata e incarnata nella realtà sociale nella quale opera, all’interno di una visione unitaria. Con compiacimento il relatore afferma che il lavoro della Commissione e il Convegno stesso hanno rappresentato un’autentica occasione di ricco stile sinodale, che mette il Mezzogiorno al centro dell’attenzione della intera Chiesa italiana. Sono poi elencate tematiche di mali antichi e di emergenze moderne: fatalismo, questione ecologica, federalismo («deve essere solidale, realistico ed unitario»), sviluppo (armonico, non a macchia di leopardo), dimensione educativa, problema dei giovani. La relazione termina, invitando alla speranza, a guardare con amore al Mezzogiorno, al dovere di ogni cristiano di costruire la città terrena, a pensare linee di concretezza pastorale, all’ottimismo che ha la forza di sperare quando gli altri si rassegnano. Nella introduzione affidavo la conoscenza dei contenuti presenti nel documento alla lettura personale, preoccupato della poca attenzione della stampa (forse maggiormente occupata dalle elezioni regionali, in scadenza a marzo) e della strumentale affermazione di chi vedeva nel documento “la solita intromissione” dei Vescovi in


CURIA METROPOLITANA prossimità di consultazioni elettorali per “influenzare” amministratori ed elettori. Sono certo che la relazione e la lettura personale o in gruppi hanno fugato alcune affermazioni e hanno convinto ciascuno, specie se credente, a collaborare alla crescita del Mezzogiorno, vivendo un ruolo attivo che miri a «cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile». Dicevo questo ai presenti, riflettendo su alcune affermazioni ricordate anche dal prof. Sportelli: si notano le stesse parole di documenti precedenti. Questo, se da una parte sottolinea la continuità e l’attenzione ai problemi, dall’altra – per me e per la comunità dei credenti – sottolinea mancanza di impegno e visione inesatta della pratica religiosa. Invitavo perciò i presenti, prendendo a prestito parole di altri, a non essere ascoltatori “turisti”, ma “pellegrini” che si muovono per trattenere le parole, metterle alla prova dentro di sé e fare esperienze. Il tempo trascorso è servito a questo? Me lo auguro. Lo si potrà constatare dalla continuità che si riuscirà a dare nella riflessione e nella prassi, con l’impegno di tutti. I Vescovi ci ricordano che il Mezzogiorno può diventare un laboratorio, e che i veri attori dello sviluppo non sono i mezzi economici ma le persone, uomini retti cioè che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune: una mentalità inoperosa e rinunciataria può rivelarsi un ostacolo insormontabile allo sviluppo, più dannoso della mancanza di risorse economiche e di strutture adeguate. sac. Giacinto Ardito direttore dell’Ufficio

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PARROCCHIE Parrocchia S. Croce (Bari)

Il restauro della tela del Veronese

Il 27 maggio scorso, nell’auditorium del Centro culturale “D. Marin” della parrocchia S. Croce in Bari, si è svolta una tavola rotonda di presentazione del restauro della grande tela della Esaltazione della Croce, attribuita alla bottega del Veronese, presente nella chiesa parrocchiale sin dall’epoca della fondazione del convento dei Padri Cappuccini, risalente al 1573, e a cui hanno partecipato, come relatori, padre Francesco Neri, ministro provinciale dei Padri Cappuccini di Bari, il prof. Fabrizio Vona, soprintendente per i beni storici artistici ed etnoantropologici della Puglia, la prof.ssa Mariella Basile Bonsante, docente di arte moderna presso l’Università di Bari, e l’avv. Dino Simone, come moderatore. L’incontro si è aperto con il saluto del parroco, mons. Alberto D’Urso, che ha sottolineato come l’iniziativa della comunità parrocchiale si sia rivolta soprattutto a conservare e vivificare la presenza di quella pregiata opera d’arte. Successivamente, il moderatore ha messo in risalto come sia importante conoscere il linguaggio delle immagini in una società che “bombarda”, anche inconsapevolmente, ogni soggetto con le immagini, e, in questo contesto, conoscere il significato di quella tela, da sempre presenza silenziosa nella chiesa parrocchiale. Inoltre ha riferito come dai testi presenti in parrocchia si è rilevato che una prima traccia documentale della tela si rinviene nell’ “inventario” fatto redigere per incarico del ministro degli Interni, nel 1811, subito dopo la restaurazione del regno napoleonico e la cacciata di

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Murat, inventario in cui, al primo rigo, si legge: “Grande: L’invenzione della Croce con S. Elena ed altre figure, originale di autore ignoto ed antico”. Inoltre, nel libro di mons. Nicola Milano Le Chiese della Diocesi di Bari (del 1982) si riporta una scheda redatta dalla Sovraintendenza alle Belle Arti di Bari, in cui si attribuisce la tela a “Paolo Caliari detto il Veronese” e i personaggi della tela sono individuati in forma dubitativa. L’avv. Simone ha, quindi, sottolineato l’importanza dell’incontro, data anche la presenza di esperti davvero autorevoli. Il primo intervento è stato svolto da p. Francesco Neri, ministro provinciale dei Frati Cappuccini di Bari, che ha voluto, innanzitutto, ricordare i luoghi della presenza di san Francesco a Bari, sottolineando come nella chiesa di S. Maria degli Angeli, nella città vecchia, si custodisca una campanella che, per antica tradizione, si vuole appartenuta al Santo, che passò per Bari nel suo cammino verso la Terra Santa. Inoltre, ha ricordato che nei pressi del lido S. Francesco all’arena vi era una chiesetta che si ritiene eretta nel luogo dove san Francesco si riparò nella stessa occasione. Infine, in alcuni testi si riferisce anche che san Francesco fu anche portato in una torre del Castello Svevo, dove sarebbe stato tentato da Corrado II con la presenza di una donna nuda. P. Neri ha poi richiamato i luoghi della presenza dei Padri Cappuccini a Bari, citando un antico testo e precisando come, oltre al convento, che costituisce l’attuale complesso in cui è inserita la chiesa di Santa Croce, i Cappuccini furono presenti nella città vecchia - nella chiesa di S. Gaetano tuttora esistente - , successivamente si trasferirono in una piccola chiesa nei pressi del Policlinico, e, in tempi più recenti, acquisirono la chiesa di via Abbrescia e il complesso di S. Fara, curando anche la costante presenza nel Policlinico per l’ assistenza agli ammalati. Infine, p. Neri ha voluto sottolineare chi sono i Cappuccini e lo spirito che li anima. L’esperienza di san Francesco alla Verna, e il riferimento al Cristo trafitto e glorioso, accompagnato dallo spirito della carità, sono la “regola” che ispira la loro vita di “frati del popolo”. P. Neri ha concluso lanciando una proposta: perché non organizzare un convegno sulla presenza dei frati Cappuccini a Bari? Sollecitato dalla richiesta del moderatore di portare chiarezza sulla attribuzione della tela (il Veronese? il figlio Carlo Calieri? la scuola o la bottega?) e in merito a notizie di stampa che riferiscono che in Puglia si conserverebbe un solo quadro del Veronese, cioè quello di


PARROCCHIE Ostuni, il prof. Vona – che ha curato numerosi restauri, tra cui anche quello della tavola della Madonna Odegitria della Cattedrale di Bari - ha innanzitutto evidenziato come nel Cinquecento i rapporti tra Bari (e la Puglia in generale) e la città di Venezia e il Veneto fossero particolarmente intensi, poiché la strada marittima, i collegamenti tramite il “lago” Adriatico, erano molto più agevoli rispetto ai collegamenti terrestri, gravati dalla difficoltà e dalla pericolosità delle strade. Infatti, vi sono tracce che consentono di stabilire che già dai primi del Trecento committenti pugliesi si rivolgevano alle scuole pittoriche venete e veneziane (nella basilica di S. Nicola vi è un quadro di scuola veneta del ‘300). In Puglia certamente quattro tele sono state attribuite al Veronese e alla sua bottega: quella di Ostuni, un’altra scoperta recentemente (proprio dal prof. Vona) a Bitonto, quella di Tricase e quella di S. Croce in Bari. È evidente che, date le notevoli dimensioni, molte tele del Veronese potevano essere eseguite solo con l’ausilio di una ben attrezzata bottega, tanto che da alcuni si vuole intravedere in ogni opera le parti di “mano” del Veronese. Infine il prof. Vona ha illustrato, anche con l’utilizzo di immagini proiettate sullo schermo, le varie fasi del restauro “conservativo” che hanno interessato la tela ed il telaio che la sostiene, sottolineando come la tela sia da attribuirsi a Carlo Caliari, figlio del Veronese. Alla prof.ssa Basile, autrice di numerose pubblicazioni anche sulla committenza religiosa in Puglia, il moderatore ha chiesto una lettura della tela e una individuazione più certa dei personaggi in essa rappresentati. La prof.ssa Basile ha voluto ricordare come in una conferenza, da lei tenuta negli anni 70 nella stessa parrocchia, sostenne che la tela non poteva essere attribuita personalmente al Veronese, ma alla sua bottega e tale affermazione suscitò la risentita reazione di uno spettatore. La professoressa ha ribadito che la tela sia certamente attribuibile alla bottega del Veronese e vi ha messo mano il figlio del Veronese, Carlo Caliari. Quanto al committente, secondo la relatrice, non è da individuare nei Padri Cappuccini, ma nel vescovo Puteo, che aveva partecipato al Concilio di Trento, il concilio della Controriforma, che aveva

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voluto questa tela della Esaltazione della Croce come simbolo della riaffermazione della vittoria della Chiesa sull’eresia. Nella tela ritroviamo, infatti, sant’Elena e sullo sfondo la raffigurazione del tempio di Venere dove la santa rinvenne la croce; san Giovanni, che si volge verso chi guarda la tela, come garante della ortodossia del vangelo, al centro la Madonna abbracciata alla Croce a simboleggiare la centralità della Chiesa e la vittoria della Croce. Vi è, poi, un frate cappuccino inginocchiato davanti alla croce e questa figura assume un significato particolare; infatti, l’ordine dei Cappuccini, in quell’epoca, era visto con “sospetto” da esponenti della gerarchia ecclesiastica, sia per la famosa apostasia di Ochino (1542) sia perché, a livello locale, il provinciale di Bari, padre Giacomo da Molfetta, era amico di Ochino; quindi, la figura del frate inginocchiato sottolinea la riaffermata fedeltà dell’Ordine alla Chiesa. Inoltre è rappresentato san Nicola, come patrono della ortodossia, con un chiaro riferimento all’episodio dello schiaffo dato da san Nicola ad Ario e a quello della rottura degli idoli (riportati in affreschi nella chiesa di Bitonto) e, infine, sul lato destro della tela sono rappresentati due personaggi la cui individuazione va rapportata ai comandanti di navi della flotta della battaglia di Lepanto, individuazione che si rileva attraverso il riferimento della collana con conchiglie del personaggio in primo piano. Numerosi sono i riferimenti, in quel periodo storico, alla battaglia di Lepanto, come riaffermazione del primato della Chiesa sull’eresia, e, in tale contesto, la prof.ssa Basile ha sottolineato la singolare coincidenza per la quale sulla facciata della chiesa di S. Croce in Lecce sono rappresentati tanti angeli, che sorreggono i singoli stemmi di tutti i comandanti delle navi che vinsero a Lepanto e come, nel rosone centrale della facciata, vi siano una corona di cherubini praticamente identica a quella che è raffigurata al centro della croce della tela della chiesa di S. Croce in Bari. La serata si è conclusa con un ringraziamento ai relatori, che hanno anche risposto ad alcune domande del pubblico, e con un ringraziamento alla comunità parrocchiale che ha voluto sorreggere lo sforzo, anche economico, di un importante intervento conservativo, restituendo un’opera così importante alla fruibilità della intera città. La tela è stata poi scoperta la sera successiva, durante una via crucis, seguita da una celebrazione eucaristica, presieduta da p. Francesco Neri. avv. Dino Simone


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PUBBLICAZIONI Anche noi senza la Domenica non vogliamo vivere! a cura di Annalisa Caputo

Presentazione di Mons. Francesco Cacucci a Anche noi senza la Domenica non vogliamo vivere! Un’introduzione al mistero di Cristo con e per soggetti diversamente abili Catechesi liturgico-mistagogiche sul Vangelo della Domenica (anno B) a cura di Annalisa Caputo Edizioni CVS, Roma 2010 Indice: Presentazione; A te che leggi; Introduzione; Tempo d’avvento e di Natale: Prima domenica di avvento – Seconda domenica di avvento – Terza domenica di avvento – Quarta domenica di avvento – Tempo di Natale e battesimo del Signore; Tempo ordinario: Seconda domenica del tempo ordinario - Terza domenica del tempo ordinario – Quarta domenica del tempo ordinario – Quinta domenica del tempo ordinario – Sesta domenica del tempo ordinario – Settima domenica del tempo ordinario e mercoledì delle Ceneri; Tempo di quaresima: Prima domenica di quaresima – Seconda domenica di quaresima – Terza domenica di quaresima – Quarta domenica di quaresima – Quinta domenica di quaresima; Settimana Santa: Primo momento, In vista della Domenica delle Palme - Secondo momento, Per ‘entrare’ nel Triduo santo – Pasqua; Tempo di Pasqua: Seconda domenica di Pasqua – Terza domenica di Pasqua - Quarta domenica di Pasqua – Quinta domenica di Pasqua – Sesta domenica di Pasqua – Ascensione – Pentecoste; Appendice: La mistagogia spiegata e vissuta dai ‘ragazzi’; Noi siamo pietre vive; Ma che cos’è la mistagogia?; Bibliografia di base; Bibliografia di approfondimento; Notizie sugli Autori.

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È con grande gioia, ammirazione e gratitudine che ho accolto l’invito a presentare questa pubblicazione Anche noi senza la Domenica non vogliamo vivere! – Un’introduzione al mistero di Cristo con e per soggetti diversamente abili. Catechesi liturgico-mistagogiche sul Vangelo della Domenica (Anno B), un lavoro che non esito a definire straordinario. Straordinario prima di tutto per gli Autori: Alfredo, Anna, Fabio, Francesca, Franco, Giancarlo, Giuseppe L., Giuseppe P., Mario, Marisa, Minguccio, Mino, Raffaella, Rosanna, Saverio, Sebastiano, gli amici diversamente abili del gruppo “Centro Volontari della Soggerenza” (CVS) della nostra diocesi, guidato dalla responsabile e curatrice del volume, la dott. ssa Annalisa Caputo, segretaria del nostro Consiglio Pastorale Diocesano e ricercatrice di filosofia presso l’Università di Bari, autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, ma lei stessa annota: «questo libro, scritto con i ragazzi, è indubbiamente il libro a me più caro». Un libro straordinario per il contenuto. Continuando la riflessione e l’esperienza del Congresso Eucaristico Nazionale celebrato a Bari (maggio 2005) sulla domenica, giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo (Sine dominico non possumus), e traducendo in concreto la scelta pastorale diocesana sulla mistagogia, questa pubblicazione dimostra, attraverso testi, disegni, foto, una grande ricchezza di attività, ma soprattutto di fede, di carità, di vitalità interiore. Si ha tra le mani come uno scrigno, le cui gemme preziose sono i misteri dell’anno liturgico, domenica per domenica, misteri, grazie all’esperienza della catechesi settimanale, creduti, celebrati, vissuti, e in un modo del tutto originale, perché incarnato nell’esperienza concreta della sofferenza, ma anche della carità fraterna e della gioia dell’esperienza comunitaria. I partecipanti alla catechesi vengono ‘condotti per mano’ (davvero il cheiragoghèin, ‘condurre per mano’ dei Padri della Chiesa), a volte, a motivo della loro disabilità, materialmente per mano, perché vengono aiutati a disegnare, a scrivere, a preparare lavori, che, pur graficamente imperfetti, e spesso proprio nelle loro ‘imperfezioni’, rivelano le meraviglie che lo Spirito sa operare quando gli si spiana la strada e si è disponibili alla sua azione. I lavori, le intuizioni grafiche ed espressive, diventano così icone del mistero creduto e celebrato e doni presentati all’altare durante la celebrazione liturgica. Si attua così una mirabile sintesi, fatta di immagini e di parole trat-


PUBBLICAZIONI te dal Vangelo domenicale, di canti scelti insieme, di gesti di carità e di attenzione ai fratelli, una sintesi non artificiosa, ma sentita e partecipata, in una esperienza di vita che cresce via via durante l’anno. Straordinari sono Annalisa e i suoi collaboratori per la capacità che dimostrano di agevolare questo cammino mistagogico. Straordinari anche per la delicatezza e la discrezione con cui dopo aver condotto le persone sulla soglia del mistero, su quella soglia si fermano, perché sia il mistero stesso a operare. Per fare un esempio: commentando in una Annunciazione a mosaico di Rupnik la figura di Maria ‘poggiata’ sul foglio-rotolo della Parola (è l’icona che l’Ufficio liturgico diocesano ha proposto per l’Avvento), i ‘piccoli’ spiegano che Maria ‘accarezza’ il ‘foglio’, o ‘sta facendo disegni’, o ‘sta facendo la nanna’: Maria ama, ascolta la Parola, ‘riposa’ su di essa, traduce come può Annalisa, che commenta stupita ad ogni annotazione: “geniale!”. È la genialità dello Spirito, è la potenza del mistero. E se Gianni dice che quella è ‘mamma-donna”, Annalisa commenta: “cioè la Madonna: ma come è bella l’espressione ingenua di Gianni che non sa parlare bene! Mammadonna: Maria, la donna-mamma!”; aggiunge: “Tutti applaudono!”. Davvero si realizza la Parola: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Bisogna essere grati al Signore per questa pubblicazione. Io lo sono in modo particolare perché è un prezioso documento di come sia possibile per qualsiasi comunità e situazione mediare concretamente la scelta pastorale della mistagogia fatta ormai da anni nella nostra chiesa locale. C’è ancora chi ritiene arduo fare questa mediazione, che sia un lavoro che richieda riflessione, studio, preparazione. Certo, ci vuole anche questo, e la ricca bibliografia proposta dalla dott.ssa Caputo in appendice (si tratta peraltro di un’esperienza che richiede anche delle competenze specifiche) potrebbe sgomentare qualcuno… Ma proprio l’esperienza proposta in questa pubblicazione dimostra che servono soprattutto passione, fantasia, attenzione alla situazione concreta, come avviene per le tante esperienze già avviate in diocesi e di cui sto prendendo atto con gioia nel corso della visita pastorale.

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Il Signore ci aiuti a camminare per le sue vie, a entrare sempre più nel suo mistero di amore e di salvezza, ad accogliere il dono dello Spirito, che opera sempre meraviglie. La bella testimonianza dei martiri di Abitene può e deve diventare per tutti un impegno e una realtà da vivere, come ci propongono i protagonisti di questa entusiasmante esperienza della comunità del CVS: “Anche noi senza la domenica non vogliamo vivere!”. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto

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PUBBLICAZIONI

Capurso si racconta a cura di Michele Bellino, Riccardo Lorusso, Umberto Rizzo

Introduzione di Mons. Francesco Cacucci a Capurso si racconta. Città, uomini e fede (1980-2010) a cura di Michele Bellino, Riccardo Lorusso, Umberto Rizzo Gelsorosso, Bari 2010 Indice: Capurso si racconta. Città, uomini e fede (1980-2010) di Michele Bellino, Riccardo Lorusso, Umberto Rizzo; Capurso: dov’era, com’era di Vito Coppola: Le Casermette e il Parco urbano; Al mio caro Paese… di Lillino Patano; La fede di Capurso si vede e si racconta… di don Michele Bellino: Il restauro delle immagini lignee dei Santi patroni: San Giuseppe e Maria SS.ma del Pozzo di Riccardo Lorusso; Testimonianze: di Angelo Boezio - Il restauro e la riapertura della Chiesa Madre di Riccardo Lorusso e Umberto Rizzo - di Nicola Guerra; Le campane di Riccardo Lorusso - di Vito Scavelli - di Giuseppe De Natale; Don Franco “costruttore” di Adriano Ambriola - di don Bernardino Palmieri - di padre Giammaria Apollonio - di Vito Pricigallo.

Sono trascorsi 30 anni dal quel 14 giugno, quando don Franco Ardito è entrato come pastore della comunità di Capurso. Si avvicina per lui anche la data del 50° anniversario di sacerdozio, il 3 luglio 2010. L’anno sacerdotale ci invita a ringraziare il Signore per il dono del ministero ordinato. L’occasione è propizia anche per esaminare i cambiamenti che in questi 30 anni si sono verificati non solo nella vita civile e nella cultura dei capursesi, ma, soprattutto, nella vita ecclesiale. I vari autori del presente volume hanno messo in evidenza i

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momenti più salienti. I cambiamenti strutturali del paese: Capurso, infatti, è diventata una piccola città, compatta e fedele alle sue tradizioni civili e religiose, curate nei minimi particolari. A ciò si aggiunge la constatazione che la forza della propria fede, sorretta e guidata dal zelante parroco, ha saputo superare le difficoltà che appaiono normalmente quando la crescita civile della popolazione si evolve e il sistema di vita lentamente cambia. Don Franco, in particolare, ha il merito di aver ricomposto le strutture e gli ambienti della Casa del Signore, sforzandosi di renderla sempre più bella e accogliente per coloro che ritrovano in essa la gioia di vivere in comunione. I capursesi hanno dimostrato visibilmente che i luoghi, gli uomini, le culture e le tradizioni sono la manifestazione di quell’amore di Dio che ci è stato rivelato in Cristo Gesù. Oggi siamo tutti chiamati a proclamare a viva voce il Salmo 122: «Andiamo con gioia alla casa del Signore». In questo nostro “andare” ci vengono incontro le riflessioni di sant’Agostino, vescovo di Ippona: «Vuoi vedere come sia il tuo amore? Osserva cosa ti spinge». Siamo chiamati a vedere “cosa ci spinge” verso l’Altissimo e a ringraziarlo sempre per i doni della fede alimentata dal ministero sacerdotale. Dalla residenza arcivescovile, 3 giugno 2010 + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto


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NELLA PACE DEL SIGNORE Don Martire Dacchille

Don Martire Dacchille nasce a Barile in provincia di Potenza il 6 febbraio 1920. Intraprende lo studio della teologia presso il Pontificio Seminario regionale di Molfetta. È ordinato sacerdote in Bari il 27 giugno del 1943. Vice-parroco presso la parrocchia S. Maria La Porta in Palo del Colle dal 1944 al 1949, è assistente parrocchiale della Gioventù Femminile di Azione Cattolica. È parroco fondatore nel 1950 della comunità S. Maria Assunta in Palo, parrocchia che guiderà fino al 1980. Dopo lungo e fedele lavoro apostolico svolto nella suddetta parrocchia, l’8 settembre del 1980 è nominato da mons. Mariano Magrassi cappellano della Casa di riposo “S. Vincenzo de’ Paoli” in Palo del Colle: con generoso zelo cura non solo la comunità di anziani ivi presenti e le Suore della Carità che li assistono, ma anche promuove e coordina la pastorale degli anziani in tutto il paese. Pastore di anime: nutre un vivo interesse per la vita interiore dei suoi fedeli e prosegue instancabilmente la guida spirituale delle anime che cura nei lunghi anni del suo ministero. Continua ad offrire una testimonianza di pietà e di comunione sacerdotale tra il clero palese contribuendo non poco ad arricchire e qualificare la vita di quel Presbiterio a edificazione dell’intera comunità di Palo del Colle.

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Gli viene inoltre affidata nel novembre del 1980 anche la direzione spirituale della Confraternita del Purgatorio e la cura della suddetta chiesa come cappellano. Notevole il suo contributo alla crescita dell’esperienza cristiana di tanti adolescenti attraverso l’insegnamento della religione cattolica nella scuola media “Mastromatteo” di Palo. Sempre pronto ad ascoltare le confessioni e a donare il perdono sacramentale anche quando la salute viene meno in varie parrocchie del paese. Zelante dispensatore della Parola di Dio, fine esegeta, predicatore che tutti ricordano per le sue qualità comunicative: le omelie di don Martire erano di un’eccezionale vivacità; si affidavano ad un linguaggio popolare e chiamavano continuamente in causa l’assemblea con un ritmo dialogico incalzante, bonario, in apparenza condiscendente, ma sempre sicuro dei valori da trasmettere. Servitore umile e silenzioso, buono e discreto, ha offerto la sua lunga malattia in filiale abbandono alla volontà di Dio per il bene della Chiesa: è tornato alla casa del Padre il 20 maggio 2010 a novant’anni dopo sessantasette di vita sacerdotale generosamente profusa per Dio e per i fratelli. Le esequie sono state celebrate il 22 maggio da S. E. Mons. Francesco Cacucci nella chiesa parrocchiale di S. Maria La Porta.

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Maggio 2010

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Al mattino, presso la parrocchia S. Giuseppe in Palo del Colle, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. Alla sera, presso la parrocchia S. Fara in Bari, celebra la S. Messa per l’ordinazione diaconale di fra Giuseppe Buenza, fra Alessandro Campagnari e fra Ernesto Saponaro, O.F.M. Cap. Al mattino, presso la parrocchia S. Vito Martire in Gioia del Colle, celebra le esequie di don Carlo Fiore. Al pomeriggio, nella Cattedrale di Bari, celebra la S. Messa per la Giornata del Pellegrino, promossa dall’Opera Romana Pellegrinaggi. Al pomeriggio, presso la sede di Bari di Confindustria, presenta l’enciclica Caritas in veritate. Al mattino, presso l’auditorium del Dipartimento di Studi Classici e Cristiani dell’Università degli Studi “A. Moro” di Bari, partecipa alla presentazione del libro del prof. Roberto Rusconi Santo Padre. La santità del papa da san Pietro a Giovanni Paolo II. Al pomeriggio, inaugura la nuova sede del Centro Volontari della Sofferenza in Bari e celebra la S. Messa. Alla sera, presso la Casa del clero in Bari, presiede i lavori del Consiglio Pastorale diocesano.

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Alla sera, presso la Concattedrale di Bitonto, celebra la S. Messa per l’ordinazione diaconale di fra Vincenzo Dituri e fra Nicola Violante, O.F.M. 6 – Al mattino, nella sede della Curia metropolitana, incontra i direttori degli Uffici di curia. – Alla sera, presso il Foyer del Teatro Petruzzelli, partecipa alla presentazione della mostra “Il volto di san Nicola. Tra mito e realtà”. 8 – Al mattino, presso il Molo S. Nicola in Bari, presiede la celebrazione eucaristica e assiste all’imbarco della statua del Santo. – Alla sera, presso il Molo S. Nicola, partecipa alla cerimonia dello sbarco della statua del Santo, alla presenza di S.Em. il card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità. 9 – Alla sera, in Basilica, partecipa alla concelebrazione eucaristica presieduta dal cardinale e al prelievo della santa manna. In seguito, nella cripta della Basilica di S. Nicola, inaugura con il card. Bertone la cappella delle icone russe. 11 – Al pomeriggio, presso il Pontificio Seminario regionale Pio XI in Molfetta, incontra i seminaristi teologi. 12 – Al mattino, presso l’Università degli Studi di Salerno, partecipa al convegno su “Questione meridionale, Chiesa e politica”, organizzato dal prof. Luigi Rossi, preside della Facoltà di Scienze Politiche. 13 – Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano Murge, celebra la S. Messa con le monache Clarisse della Puglia. 13-16 – Visita pastorale alla parrocchia Immacolata in Modugno. 17 – Alla sera, presso la parrocchia S. Ferdinando in Bari, celebra la S. Messa per il 40° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del parroco don Pasquale Muschitiello. 18 – Al mattino, al quartiere S. Girolamo in Bari, benedice il nuovo Centro diurno per i disabili. – Alla sera, presso l’Oasi S. Martino in Bari, incontra i candidati Lettori e Diaconi. 19 – Al mattino, presso il Seminario arcivescovile, incontra l’équipe educativa. – Alla sera, presso la parrocchia S. Nicola in Toritto, celebra la S. Messa per il 90° compleanno e il 65° anniversario di ordinazione sacerdotale di don Francesco Rosato.


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Al mattino, presso il Foyer del Teatro Petruzzelli in Bari, tiene la conferenza stampa per la presentazione del DVD sulla beata Elia di San Clemente. Visita pastorale alla parrocchia Spirito Santo in Bari-Santo Spirito. Al pomeriggio, nella piazza del Comune di Bitetto, celebra le esequie del cap. magg. Luigi Pascazio, caduto in Afganistan. Al mattino, presso la parrocchia S. Maria La Porta in Palo del Colle, celebra le esequie di don Martire Dacchille. A Roma, partecipa ai lavori della LXI Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana. Nel pomeriggio, a Roma, presso la Basilica di S. Paolo fuori le Mura, interviene alla presentazione del libro di Oscar Magrassi Avanti con fiducia, sempre! Padre Mariano Magrassi, ricordi e memorie inediti di un testimone e profeta del nostro tempo (Ed. CVS, 2010). Alla sera, presso il monastero di S. Giuseppe in Bari, celebra la S. Messa nella memoria liturgica della Beata Elia di San Clemente. Al mattino, presso la parrocchia S. Paolo apostolo in Bari, celebra la S. Messa, amministra le Cresime e benedice la nuova casa canonica ristrutturata. Alla sera, presso la parrocchia S. Rita in Ceglie del Campo, celebra la S. Messa per il X anniversario della consacrazione della chiesa e incontra la comunità parrocchiale. Al pomeriggio, in Cattedrale, saluta i cresimati dell’anno della parrocchia Immacolata di Adelfia e della parrocchia S. Maria Assunta di Cassano delle Murge. Alla sera, nella città vecchia, presiede la cerimonia di riapertura della chiesa di S. Gaetano.

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Al mattino, in Episcopio, presiede il Consiglio episcopale. Al mattino, presso Villa Menelao in Turi, presiede i lavori della Conferenza Episcopale Pugliese. 3-6 – Visita pastorale alla parrocchia Natività di Nostro Signore in Bari S. Spirito-Quartiere S. Pio. 5 – Al pomeriggio, presso lo stadio S. Nicola in Bari, porta il saluto ai partecipanti al convegno regionale del “Rinnovamento nello Spirito”. 6 – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue del Signore, e presiede la processione fino alla piazza del Ferrarese, dove impartisce la benedizione eucaristica. 7 – Alla sera, presso la parrocchia Buon Pastore in Bari, celebra la S. Messa per il 25° anniversario dell’ordinazione dei diaconi permanenti Nicola Falagario e Bruno Ressa. 8 – Al mattino, in Episcopio, presiede la riunione del Consiglio di amministrazione della Biblioteca “G. Ric-chetti”. – Al pomeriggio, presso il Teatro Traetta in Bitonto, partecipa alla presentazione del volume curato da Antonietta Elia Conversazioni su Giuseppe Tempesta, maestro di scuola e di vita. 9 – Al mattino, in Episcopio, presiede il Consiglio di amministrazione della Fondazione S. Nicola. – Alla sera, presso l’aula magna “Attilio Alto” del Politecnico di Bari, partecipa alla IV assemblea diocesana del laicato, relatore il dott. Salvatore Martinez, presidente nazionale del “Rinnovamento nello Spirito”, sul tema Educazione e vocazione alla santità. 10 – Al mattino, presso la sede della Curia metropolitana, incontra i vicari zonali. 10-13 – Visita pastorale alla parrocchia S. Alberto in Bari-Palese. 11 – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per l’ordinazione sacerdotale di don Alessandro Tanzi. 14 – Alla sera, presso il Santuario della Madonna del Pozzo in Capurso, celebra la S. Messa per i Gruppi di preghiera di Padre Pio.


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Alla sera, presso la parrocchia S. Vito Martire in Gioia del Colle, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. 16 – Alla sera, presso la parrocchia S. Fara in Bari, presiede l’incontro vicariale per l’inizio della visita pastorale al IV vicariato. 17 – Al pomeriggio, in Modugno, visita il santuario della Madonna della Grotta e successivamente, presso l’oratorio S. Giovanni Bosco, presiede l’incontro vicariale per la conclusione della visita pastorale al III vicariato. 18 – Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano Murge, partecipa alla giornata di santificazione sacerdotale, con S. Ecc. mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro, sul tema: “Il prete e la politica”. – Alla sera, nella Cattedrale di Bari, partecipa alla presentazione del volume di Andrea Tornielli Quando la Chiesa sorride. Biografia del cardinale José Saraiva Martins, a conclusione del IV centenario di fondazione dell’Arciconfraternita di S. Giuseppe in Bari. 19 – Alla sera, presso la parrocchia S. Croce in Bari, celebra la S. Messa e conferisce il premio “S. Rita”. 20 – Al mattino, in Cattedrale, concelebra la S. Messa con il card. John Patrick Foley, Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, per l’insediamento della Luogotenenza dell’O.E.S.S.G. “Adriatica”. – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria la Porta in Palo del Colle, celebra la S. Messa per la festa della Titolare. 21 – Al mattino, partecipa alla cerimonia di posa della prima pietra della nuova sede della Regione Puglia in via Gentile. 22-24 – A Reggio Calabria, partecipa all’incontro dei Presidenti delle Conferenze Episcopali dell’Italia meridionale. 25 – Alla sera, presso la parrocchia Maria SS. Addolorata in Mariotto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Emanuele Spano. 26-1/7 – A Malta, partecipa alla settimana formativa dei preti giovani.

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l’Odegitria

Anno LXXXVI n. 3

Bollettino Diocesano

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Arcidiocesi di Bari - Bitonto • Largo S. Sabino, 7 • 70122 Bari Arcivescovado: Tel.: 080 5214166 Curia Metropolitana: Tel.: 080 5288111 Fax: 080 5244450 • 080 5288250 www.arcidiocesibaribitonto.it • e-mail: curia@odegitria.bari.it

Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 Spedizione in abbonamento postale comma 20/c art. 2 L. 662/96 Filiale di Bari

Maggio - Giugno 2010

Bollettino Diocesano Maggio-Giugno 2010  

Atti ufficiali e attività pastorali dell'Arcidiocesi di Bari-Bitonto

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