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BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXVII - N. 5 - Settembre - Ottobre 2011 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari-Bitonto P.zza Odegitria - 70122 Bari - Tel. 080/5288211 - Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it - e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl - 70123 Bari - Tel. 080.5797843 - Fax 080.2170009 www.ecumenicaeditrice.it - info@ecumenicaeditrice.it


SOMMARIO

DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Viaggio apostolico in Germania Discorso al Bundestag

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Lettera apostolica in forma di Motu proprio “Porta fidei”

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DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA Conferenza Episcopale Italiana Comunicato finale dei lavori del Consiglio Permanente

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Conferma di don Vito Piccinonna ad Assistente ecclesiastico centrale per il settore giovani di A.C.

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI BITONTO MAGISTERO E ATII DELL’ARCIVESCO Saluto del Gran Cancelliere S.E. mons. Francesco Cacucci alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2011-2012 della Facoltà Teologica Pugliese

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti

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Settore Presbiteri Raccontando Palermo. La settimana di formazione presbiterale

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Settore Evangelizzazione. Ufficio catechistico Incontri di formazione per gli operatori pastorali “La pastorale vocazionale e il cammino di iniziazione cristana”: relazione di don Giacomo Fazio “Il catechista, animatore vocazionale”: relazione di don Francesco Nigro

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Settore Evangelizzazione. Ufficio missionario L’Ottobre missionario e la Giornata missionaria mondiale 2011

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“Notti sacre” 2011 (Bari, 24 settembre-2 ottobre 2011) P. Bartolomeo Sorge, s.J., Per una città dal volto umano

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PUBBLICAZIONI

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Settembre 2011 Ottobre 2011

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Viaggio apostolico in Germania

Discorso al Parlamento federale tedesco

Illustre signor Presidente Federale, signor Presidente del Bundestag, signora Cancelliere Federale, signora Presidente del Bundesrat, signore e signori deputati, È per me un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta – davanti al Parlamento della mia Patria tedesca, che si riunisce qui come rappresentanza del popolo, eletta democraticamente, per lavorare per il bene della Repubblica Federale della Germania. Vorrei ringraziare il signor Presidente del Bundestag per il suo invito a tenere questo discorso, così come per le gentili parole di benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In questa ora mi rivolgo a voi, stimati signori e signore – certamente anche come connazionale che si sa legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere questo discorso è rivolto a me in quanto Papa, in quanto Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica. Con ciò voi riconoscete il ruolo che spetta alla Santa Sede quale partner all’interno della comunità dei Popoli e degli Stati. In base a questa mia responsabilità internazionale vorrei proporvi alcune considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.

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Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. «Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?» ha sentenziato una volta sant’Agostino1. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possia1

De civitate Dei IV, 4, 1.


MAGISTERO PONTIFICIO mo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi. In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: «Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…»2. In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, 2 Contra Celsum GCS Orig. 428 (Koetschau); cfr A. Fürst, Monotheismus und Monarchie. Zum Zusammenhang von Heil und Herrschaft in der Antike, in “Theol.Phil.” 81 (2006), pp. 321–338; citazione p. 336; cfr anche J. Ratzinger, Die Einheit der Nationen. Eine Vision der Kirchenväter, Salzburg–München 1971, p. 60.

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nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile. Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano3. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei diritti umani e fino alla nostra Legge fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto «gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo». Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: «Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscien3

Cfr W. Waldstein, Ins Herz geschrieben. Das Naturrecht als Fundament einer menschlichen Gesellschaft, Augsburg 2010, pp. 11 sgg.; 31–61.


MAGISTERO PONTIFICIO za…» (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – «un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti», allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico4. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pub-

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Waldstein, op. cit., pp.15 – 21.

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blica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso. Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto. Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un


MAGISTERO PONTIFICIO grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi consola il fatto che, evidentemente, a 84 anni si sia ancora in grado di pensare qualcosa di ragionevole.) Aveva detto prima che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza – aggiunge – la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte – dice – presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. «Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana», egli nota a proposito5. Lo è vera5

Citato secondo Waldstein, op. cit., p. 19.

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mente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus? A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Vi ringrazio per la vostra attenzione. 510

Reichstag di Berlino, giovedì 22 settembre 2011 Benedetto XVI


D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Lettera Apostolica in forma di Motu proprio

Porta fidei con la quale si indice l’Anno della fede

1. La «porta della fede» (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. È possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo (cfr Rm 6, 4), mediante il quale possiamo chiamare Dio con il nome di Padre, e si conclude con il passaggio attraverso la morte alla vita eterna, frutto della risurrezione del Signore Gesù che, con il dono dello Spirito Santo, ha voluto coinvolgere nella sua stessa gloria quanti credono in Lui (cfr Gv 17,22). Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore. 2. Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo. Nell’Omelia della santa Messa per

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l’inizio del pontificato dicevo: «La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza»1. Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato2. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone.

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3. Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14). Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli (cfr Gv 6,51). L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa forza: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la via eterna» (Gv 6,27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» (Gv 6,28). Conosciamo la risposta di Gesù: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»(Gv 6,29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza. 4. Alla luce di tutto questo ho deciso di indire un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario 1

Omelia per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma (24 aprile 2005): AAS 97(2005), 710. Cfr BENEDETTO XVI, Omelia nella S. Messa al Terreiro do Paço, Lisbona (11 maggio 2010): Insegnamenti VI,1(2010), 673. 2


MAGISTERO PONTIFICIO dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorreranno anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, testo promulgato dal mio Predecessore, il beato papa Giovanni Paolo II3, allo scopo di illustrare a tutti i fedeli la forza e la bellezza della fede. Questo documento, autentico frutto del Concilio Vaticano II, fu auspicato dal Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985 come strumento al servizio della catechesi4 e venne realizzato mediante la collaborazione di tutto l’Episcopato della Chiesa cattolica. E proprio l’Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi è stata da me convocata, nel mese di ottobre del 2012, sul tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Sarà quella un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale ad un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede. Non è la prima volta che la Chiesa è chiamata a celebrare un Anno della fede. Il mio venerato Predecessore il Servo di Dio Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967, per fare memoria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo nel diciannovesimo centenario della loro testimonianza suprema. Lo pensò come un momento solenne perché in tutta la Chiesa vi fosse «un’autentica e sincera professione della medesima fede»; egli, inoltre, volle che questa venisse confermata in maniera «individuale e collettiva, libera e cosciente, interiore ed esteriore, umile e franca»5. Pensava che in tal modo la Chiesa intera potesse riprendere «esatta coscienza della sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla»6. I grandi sconvolgimenti che si verificarono in quell’Anno, resero ancora più evidente la necessità di una simile celebrazione. Essa si concluse con la Professione di fede del

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Cfr GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Fidei depositum (11 ottobre 1992): AAS 86(1994), 113-118. Cfr Rapporto finale del Secondo Sinodo Straordinario dei Vescovi (7 dicembre 1985), II, B, a, 4: in Enchiridion Vaticanum, vol. 9, n. 1797. 5 PAOLO VI, Esort. ap. Petrum et Paulum Apostolos, nel XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (22 febbraio 1967): AAS 59(1967), 196. 6 Ibid., 198. 4

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Popolo di Dio7, per attestare quanto i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato. 5. Per alcuni aspetti, il mio venerato Predecessore vide questo Anno come una «conseguenza ed esigenza postconciliare»8, ben cosciente delle gravi difficoltà del tempo, soprattutto riguardo alla professione della vera fede e alla sua retta interpretazione. Ho ritenuto che far iniziare l’Anno della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II possa essere un’occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II, «non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa … Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre»9. Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di Pietro: «se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa»10.

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6. Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti: con la loro stessa esistenza nel mondo i cristiani sono infatti chiamati a far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato. Proprio il Concilio, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, affermava: «Mentre Cristo, 7

PAOLO VI, Solenne Professione di fede, Omelia per la Concelebrazione nel XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, a conclusione dell’ “Anno della fede” (30 giugno 1968): AAS 60(1968), 433-445. 8 ID., Udienza Generale (14 giugno 1967): Insegnamenti V(1967), 801. 9 GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), 57: AAS 93(2001), 308. 10 Discorso alla Curia Romana (22 dicembre 2005): AAS 98(2006), 52.


MAGISTERO PONTIFICIO “santo, innocente, senza macchia” (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr 2Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento. La Chiesa “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (cfr 1Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce»11. L’Anno della fede, in questa prospettiva, è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. Nel mistero della sua morte e risurrezione, Dio ha rivelato in pienezza l’Amore che salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante la remissione dei peccati (cfr At 5,31). Per l’apostolo Paolo, questo Amore introduce l’uomo ad una nuova vita: «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una nuova vita» (Rm 6,4). Grazie alla fede, questa vita nuova plasma tutta l’esistenza umana sulla radicale novità della risurrezione. Nella misura della sua libera disponibilità, i pensieri e gli affetti, la mentalità e il comportamento dell’uomo vengono lentamente purificati e trasformati, in un cammino mai compiutamente terminato in questa vita. La «fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) diventa un nuovo criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo (cfr Rm 12,2; Col 3,9-10; Ef 4,20-29; 2Cor 5,17).

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CONC. ECUM. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 8.

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7. Caritas Christi urget nos (2Cor 5,14): è l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra (cfr Mt 28,19). Con il suo amore, Gesù Cristo attira a sé gli uomini di ogni generazione: in ogni tempo Egli convoca la Chiesa affidandole l’annuncio del Vangelo, con un mandato che è sempre nuovo. Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. Nella quotidiana riscoperta del suo amore attinge forza e vigore l’impegno missionario dei credenti che non può mai venire meno. La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. Essa rende fecondi, perché allarga il cuore nella speranza e consente di offrire una testimonianza capace di generare: apre, infatti, il cuore e la mente di quanti ascoltano ad accogliere l’invito del Signore di aderire alla sua Parola per diventare suoi discepoli. I credenti, attesta sant’Agostino, «si fortificano credendo»12. Il santo Vescovo di Ippona aveva buone ragioni per esprimersi in questo modo. Come sappiamo, la sua vita fu una ricerca continua della bellezza della fede fino a quando il suo cuore non trovò riposo in Dio13. I suoi numerosi scritti, nei quali vengono spiegate l’importanza del credere e la verità della fede, permangono fino ai nostri giorni come un patrimonio di ricchezza ineguagliabile e consentono ancora a tante persone in ricerca di Dio di trovare il giusto percorso per accedere alla “porta della fede”. Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio. 8. In questa felice ricorrenza, intendo invitare i confratelli Vescovi di tutto l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede. 12 13

De utilitate credendi, 1,2. Cfr AGOSTINO D’IPPONA, Confessioni, I,1.


MAGISTERO PONTIFICIO Vorremmo celebrare questo Anno in maniera degna e feconda. Dovrà intensificarsi la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo. Avremo l’opportunità di confessare la fede nel Signore Risorto nelle nostre cattedrali e nelle chiese di tutto il mondo; nelle nostre case e presso le nostre famiglie, perché ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre. Le comunità religiose come quelle parrocchiali, e tutte le realtà ecclesiali antiche e nuove, troveranno il modo, in questo Anno, per rendere pubblica professione del Credo. 9. Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia»14. Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata15, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno. Non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti ad imparare a memoria il Credo. Questo serviva loro come preghiera quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto con il Battesimo. Con parole dense di significato, lo ricorda sant’Agostino quando, in un’omelia sulla redditio symboli, la consegna del Credo, dice: «Il simbolo del santo mistero che avete ricevuto tutti insieme e che oggi avete reso uno per uno, sono le parole su cui è costruita con saldezza la

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CONC. ECUM. VAT. II, Cost. sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, 10. Cfr GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Fidei depositum (11 ottobre 1992): AAS 86(1994), 116.

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fede della madre Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore … Voi dunque lo avete ricevuto e reso, ma nella mente e nel cuore lo dovete tenere sempre presente, lo dovete ripetere nei vostri letti, ripensarlo nelle piazze e non scordarlo durante i pasti: e anche quando dormite con il corpo, dovete vegliare in esso con il cuore»16.

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10. Vorrei, a questo punto, delineare un percorso che aiuti a comprendere in modo più profondo non solo i contenuti della fede, ma insieme a questi anche l’atto con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio, in piena libertà. Esiste, infatti, un’unità profonda tra l’atto con cui si crede e i contenuti a cui diamo il nostro assenso. L’apostolo Paolo permette di entrare all’interno di questa realtà quando scrive: «Con il cuore … si crede … e con la bocca si fa la professione di fede» (Rm 10,10). Il cuore indica che il primo atto con cui si viene alla fede è dono di Dio e azione della grazia che agisce e trasforma la persona fin nel suo intimo. L’esempio di Lidia è quanto mai eloquente in proposito. Racconta san Luca che Paolo, mentre si trovava a Filippi, andò di sabato per annunciare il Vangelo ad alcune donne; tra esse vi era Lidia e «il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo» (At 16,14). Il senso racchiuso nell’espressione è importante. San Luca insegna che la conoscenza dei contenuti da credere non è sufficiente se poi il cuore, autentico sacrario della persona, non è aperto dalla grazia che consente di avere occhi per guardare in profondità e comprendere che quanto è stato annunciato è la Parola di Dio. Professare con la bocca, a sua volta, indica che la fede implica una testimonianza ed un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede. La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede. La Chiesa nel giorno di Pentecoste mostra con tutta evidenza questa dimensione pubblica del credere e dell’annunciare senza timore la propria fede ad ogni persona. È il dono dello Spirito Santo che abilita alla missione e fortifica la nostra testimonianza, rendendola franca e coraggiosa. 16

Sermo 215,1.


MAGISTERO PONTIFICIO La stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario. È la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede. Nella fede della comunità cristiana ognuno riceve il Battesimo, segno efficace dell’ingresso nel popolo dei credenti per ottenere la salvezza. Come attesta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «“Io credo” è la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto al momento del Battesimo. “Noi crediamo” è la fede della Chiesa confessata dai Vescovi riuniti in Concilio, o più generalmente, dall’assemblea liturgica dei fedeli. “Io credo”: è anche la Chiesa nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire “Io credo”, “Noi crediamo”»17. Come si può osservare, la conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare il proprio assenso, cioè per aderire pienamente con l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa. La conoscenza della fede introduce alla totalità del mistero salvifico rivelato da Dio. L’assenso che viene prestato implica quindi che, quando si crede, si accetta liberamente tutto il mistero della fede, perché garante della sua verità è Dio stesso che si rivela e permette di conoscere il suo mistero di amore18. D’altra parte, non possiamo dimenticare che nel nostro contesto culturale tante persone, pur non riconoscendo in sé il dono della fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo. Questa ricerca è un autentico “preambolo” alla fede, perché muove le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio. La stessa ragione dell’uomo, infatti, porta insita l’esigenza di «ciò che vale e permane sempre»19. Tale esigenza costituisce un invito permanente, inscritto indelebilmente nel cuore umano, a mettersi in cammino per trovare Colui

17

Catechismo della Chiesa Cattolica, 167. Cfr CONC. ECUM. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. III: DS 3008-3009; CONC. ECUM. VAT. II, Cost. dogm. sulla divina rivelazione Dei Verbum, 5. 19 BENEDETTO XVI, Discorso al Collège des Bernardins, Parigi (12 settembre 2008): AAS 100(2008), 722. 18

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che non cercheremmo se non ci fosse già venuto incontro20. Proprio a questo incontro la fede ci invita e ci apre in pienezza.

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11. Per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede, tutti possono trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica un sussidio prezioso ed indispensabile. Esso costituisce uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II. Nella Costituzione apostolica Fidei depositum, non a caso firmata nella ricorrenza del trentesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, il beato Giovanni Paolo II scriveva: «Questo Catechismo apporterà un contributo molto importante a quell’opera di rinnovamento dell’intera vita ecclesiale… Io lo riconosco come uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale e come una norma sicura per l’insegnamento della fede»21. È proprio in questo orizzonte che l’Anno della fede dovrà esprimere un corale impegno per la riscoperta e lo studio dei contenuti fondamentali della fede che trovano nel Catechismo della Chiesa Cattolica la loro sintesi sistematica e organica. Qui, infatti, emerge la ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito ed offerto nei suoi duemila anni di storia. Dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dai maestri di teologia ai santi che hanno attraversato i secoli, il Catechismo offre una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per dare certezza ai credenti nella loro vita di fede. Nella sua stessa struttura, il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta lo sviluppo della fede fino a toccare i grandi temi della vita quotidiana. Pagina dopo pagina si scopre che quanto viene presentato non è una teoria, ma l’incontro con una Persona che vive nella Chiesa. Alla professione di fede, infatti, segue la spiegazione della vita sacramentale, nella quale Cristo è presente, operante e continua a costruire la sua Chiesa. Senza la liturgia e i sacramenti, la professione di fede non avrebbe efficacia, perché mancherebbe della grazia che sostiene la testimonianza dei cristiani. Alla stessa stregua, l’insegnamento del Catechismo sulla vita morale acquista tutto

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Cfr AGOSTINO D’IPPONA, Confessioni, XIII, 1. GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Fidei depositum (11 ottobre 1992): AAS 86(1994), 115 e 117.


MAGISTERO PONTIFICIO il suo significato se posto in relazione con la fede, la liturgia e la preghiera. 12. In questo Anno, pertanto, il Catechismo della Chiesa Cattolica potrà essere un vero strumento a sostegno della fede, soprattutto per quanti hanno a cuore la formazione dei cristiani, così determinante nel nostro contesto culturale. A tale scopo, ho invitato la Congregazione per la Dottrina della fede, in accordo con i competenti dicasteri della Santa Sede, a redigere una Nota, con cui offrire alla Chiesa ed ai credenti alcune indicazioni per vivere quest’Anno della fede nei modi più efficaci ed appropriati, al servizio del credere e dell’evangelizzare. La fede, infatti, si trova ad essere sottoposta più che nel passato a una serie di interrogativi che provengono da una mutata mentalità che, particolarmente oggi, riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche. La Chiesa tuttavia non ha mai avuto timore di mostrare come tra fede e autentica scienza non vi possa essere alcun conflitto perché ambedue, anche se per vie diverse, tendono alla verità22. 13. Sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede, la quale vede il mistero insondabile dell’intreccio tra santità e peccato. Mentre la prima evidenzia il grande apporto che uomini e donne hanno offerto alla crescita ed allo sviluppo della comunità con la testimonianza della loro vita, il secondo deve provocare in ognuno una sincera e permanente opera di conversione per sperimentare la misericordia del Padre che a tutti va incontro. In questo tempo terremo fisso lo sguardo su Gesù Cristo, «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2): in lui trova compimento ogni travaglio ed anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della

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Cfr ID., Lett. enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), nn. 34 e106: AAS 91(1999), 31-32, 86-87.

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vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel mistero della sua Incarnazione, del suo farsi uomo, del condividere con noi la debolezza umana per trasformarla con la potenza della sua Risurrezione. In lui, morto e risorto per la nostra salvezza, trovano piena luce gli esempi di fede che hanno segnato questi duemila anni della nostra storia di salvezza. Per fede Maria accolse la parola dell’Angelo e credette all’annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio nell’obbedienza della sua dedizione (cfr Lc 1,38). Visitando Elisabetta innalzò il suo canto di lode all’Altissimo per le meraviglie che compiva in quanti si affidano a Lui (cfr Lc 1,46-55). Con gioia e trepidazione diede alla luce il suo unico Figlio, mantenendo intatta la verginità (cfr Lc 2,6-7). Confidando in Giuseppe suo sposo, portò Gesù in Egitto per salvarlo dalla persecuzione di Erode (cfr Mt 2,13-15). Con la stessa fede seguì il Signore nella sua predicazione e rimase con Lui fin sul Golgota (cfr Gv 19,25-27). Con fede Maria assaporò i frutti della risurrezione di Gesù e, custodendo ogni ricordo nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr At 1,14; 2,1-4). Per fede gli apostoli lasciarono ogni cosa per seguire il Maestro (cfr Mc 10,28). Credettero alle parole con le quali annunciava il Regno di Dio presente e realizzato nella sua persona (cfr Lc 11,20). Vissero in comunione di vita con Gesù che li istruiva con il suo insegnamento, lasciando loro una nuova regola di vita con la quale sarebbero stati riconosciuti come suoi discepoli dopo la sua morte (cfr Gv 13,34-35). Per fede andarono nel mondo intero, seguendo il mandato di portare il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15) e, senza alcun timore, annunciarono a tutti la gioia della risurrezione di cui furono fedeli testimoni. Per fede i discepoli formarono la prima comunità raccolta intorno all’insegnamento degli apostoli, nella preghiera, nella celebrazione dell’Eucaristia, mettendo in comune quanto possedevano per sovvenire alle necessità dei fratelli (cfr At 2,42-47). Per fede i martiri donarono la loro vita, per testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al dono più grande dell’amore con il perdono dei propri persecutori. Per fede uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica l’obbedien-


MAGISTERO PONTIFICIO za, la povertà e la castità, segni concreti dell’attesa del Signore che non tarda a venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso un’azione a favore della giustizia per rendere concreta la parola del Signore, venuto ad annunciare la liberazione dall’oppressione e un anno di grazia per tutti (cfr Lc 4,18-19). Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita (cfr Ap 7,9; 13,8), hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell’esercizio dei carismi e ministeri ai quali furono chiamati. Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia. 14. L’Anno della fede sarà anche un’occasione propizia per intensificare la testimonianza della carità. Ricorda san Paolo: «Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!» (1Cor 13,13). Con parole ancora più forti - che da sempre impegnano i cristiani - l’apostolo Giacomo affermava: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”» (Gc 2,14-18). La fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio. Fede e carità si esigono a vicenda, così che l’una permette all’altra di attuare il suo cammino. Non pochi cristiani, infatti, dedicano la loro vita con amore a chi è solo, emarginato o escluso come a colui che è il primo verso cui andare e il più importante da sostenere, perché proprio in lui si riflette il volto stesso di Cristo. Grazie alla fede possiamo rico-

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noscere in quanti chiedono il nostro amore il volto del Signore risorto. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40): queste sue parole sono un monito da non dimenticare ed un invito perenne a ridonare quell’amore con cui Egli si prende cura di noi. È la fede che permette di riconoscere Cristo ed è il suo stesso amore che spinge a soccorrerlo ogni volta che si fa nostro prossimo nel cammino della vita. Sostenuti dalla fede, guardiamo con speranza al nostro impegno nel mondo, in attesa di «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pt 3,13; cfr Ap 21,1).

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15. Giunto ormai al termine della sua vita, l’apostolo Paolo chiede al discepolo Timoteo di «cercare la fede» (cfr 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15). Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché nessuno diventi pigro nella fede. Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo. Ciò di cui il mondo oggi ha particolarmente bisogno è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire il cuore e la mente di tanti al desiderio di Dio e della vita vera, quella che non ha fine. «La Parola del Signore corra e sia glorificata» (2Ts 3,1): possa questo Anno della fede rendere sempre più saldo il rapporto con Cristo Signore, poiché solo in Lui vi è la certezza per guardare al futuro e la garanzia di un amore autentico e duraturo. Le parole dell’apostolo Pietro gettano un ultimo squarcio di luce sulla fede: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime» (1Pt 1,6-9). La vita dei cristiani conosce l’esperienza della gioia e quella della sofferenza. Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai nostri giorni, sono provati dal


MAGISTERO PONTIFICIO silenzio di Dio mentre vorrebbero ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare alle sofferenze di Cristo (cfr Col 1,24), sono preludio alla gioia e alla speranza cui la fede conduce: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte. Con questa sicura fiducia ci affidiamo a Lui: Egli, presente in mezzo a noi, vince il potere del maligno (cfr Lc 11,20) e la Chiesa, comunità visibile della sua misericordia, permane in Lui come segno della riconciliazione definitiva con il Padre. Affidiamo alla Madre di Dio, proclamata «beata» perché «ha creduto» (Lc 1,45), questo tempo di grazia. Dato a Roma, presso San Pietro, l’11 ottobre dell’Anno 2011, settimo di Pontificato Benedetto XVI

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D OCUMENTI

E

V ITA

DELLA

C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Consiglio Permanente

Comunicato finale dei lavori della sessione autunnale (Roma, 26-29 settembre 2011)

Piena consonanza e sincera gratitudine ha raccolto la prolusione con cui il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, ha aperto i lavori della sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 26-29 settembre 2011). Egli ha offerto una riflessione a tutto campo, caratterizzata dalla preoccupazione per le conseguenze della crisi economica e sociale che colpisce soprattutto le fasce deboli, ma anche animata dalla ferma volontà di offrire all’Italia il contributo specifico dell’esperienza cristiana. Consapevoli dell’impossibilità di rimanere «spettatori intimiditi» e rassegnati a subire una sorta di «oscuramento della speranza collettiva», i membri del Consiglio Permanente – riprendendo e approfondendo l’analisi «severa, coraggiosa e pacata» del Presidente – non si sono sottratti alla responsabilità di un ascolto attento del presente, volto a favorire il discernimento e il giudizio. L’orizzonte ermeneutico della Giornata mondiale della Gioventù (Madrid, 16-21 agosto 2011) e del Congresso Eucaristico Nazionale (Ancona, 3-11 settembre 2011) ha fornito gli elementi per una lettura di fede anche di questo tempo. Nelle “fotografie” emerse dal confronto appare un Occidente scosso da una globalizzazione non governata e da un generale calo demografico e, nel contempo, incapace di correggere abitudini di vita che lo pongono al di sopra delle proprie possibilità. Di qui la questione etica, che investe la cultura in molti ambiti, e il rischio diffu-

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so di un progressivo impoverimento delle famiglie, a fronte di provvedimenti economici che stentano a contenere la gravità della crisi. I Vescovi hanno dato voce alle molteplici iniziative con cui la Chiesa sostiene il bene comune, da quelle caritative a quelle formative, educative e culturali, volte anche a favorire l’adesione ai valori dell’umanizzazione – o valori irrinunciabili, per cui l’etica della vita è fondamento dell’etica sociale – e la partecipazione attiva dei cattolici alla vita pubblica. Nello specifico, ha preso forma l’urgenza di «concorrere alla rigenerazione del soggetto cristiano», ossia alla riproposta in chiave sociale dell’esperienza di fede, riconosciuta come questione decisiva. In questa prospettiva, il Consiglio Permanente ha formulato il programma di lavoro della CEI per il quadriennio 2012-2015, mettendo a fuoco soggetti e metodi dell’educazione cristiana; ha approvato il proprio contributo di studio sui Lineamenta della prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata al tema della nuova evangelizzazione; ha esaminato la bozza del testo esplicativo, per la situazione italiana, delle Linee-guida della Congregazione della dottrina della fede circa gli abusi sessuali su minori compiuti da chierici; ha discusso una prima ipotesi di lavoro in vista della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani. Si è inoltre proceduto alla verifica dell’andamento del Prestito della speranza, all’approvazione del messaggio per la Giornata per la vita del 2012 e al vaglio della proposta di un sussidio pastorale per l’accompagnamento dei fidanzati. Infine, è stata presentata la relazione finale dell’attività della commissione di studio sulle piccole diocesi e si è nuovamente affrontata la questione della cura pastorale dei fedeli cattolici orientali provenienti dall’estero.

1. Con la sapienza della dottrina sociale 528

Il clima di insicurezza diffuso nel corpo sociale, e rafforzato dal disorientamento culturale e morale, ha trovato nei Vescovi interlocutori attenti, partecipi e consapevoli della responsabilità a contribuire per farvi fronte con quella speranza certa che ha il volto di Gesù Cristo. Consapevoli del loro ruolo di pastori, essi hanno espresso preoccupazione per la situazione in cui versa il Paese e che colpisce pesantemente il mondo del lavoro e, quindi, le famiglie; hanno lamentato la fatica a reagire adeguatamente alla crisi, purtroppo accompagnata dal deterioramento del senso civico e della vita pubblica; hanno messo in guardia dall’incidenza che la questione mora-


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA le ha sull’educazione e sulla cultura del Paese, veicolando una visione individualistica dell’esistenza tanto più superficiale, quanto più irresponsabile e fuorviante. Questa crisi complessiva – hanno rilevato – infrange i legami di solidarietà, scatena aggressività e diffonde indifferenza e cinismo. I dinamismi in atto, se letti con la sapienza della dottrina sociale della Chiesa, richiedono il recupero di un respiro di speranza, che passa attraverso la riaffermazione del primato della persona e della famiglia e necessita di percorsi culturali e politici innovativi, all’interno dei quali la responsabilità dei cattolici è chiamata a spendersi con ritrovato vigore. Riprendendo i contenuti della prolusione, i Vescovi hanno sottolineato come la Chiesa non si limiti a generici richiami, ma viva nel territorio – a partire dal tessuto parrocchiale – un’effettiva prossimità alla vita della gente. Ne sono espressione le molteplici iniziative solidali promosse dalla Caritas e da Migrantes a livello nazionale e diocesano, come pure il Prestito della speranza – la cui utilità è stata ribadita –, senza dimenticare la generosa disponibilità di tanti sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate, la presenza operosa dei laici nel mondo della sanità e dell’assistenza, l’impegno oneroso – spesso nemmeno sufficiente ad assicurarne la sopravvivenza – nella scuola paritaria.

2. Una Chiesa eucaristica, dal volto giovane La missione prioritaria a cui la Chiesa avverte di essere chiamata – hanno sottolineato i Vescovi – non può che essere l’educazione alla fede, a pensare la fede e a pensare nella fede. Da essa, infatti, sgorga la speranza: perciò la questione di Dio rimane la questione decisiva. Il Consiglio Permanente ha espresso questa convinzione riprendendo a più riprese il Magistero di papa Benedetto XVI, in particolare quello espresso nella recente visita in Germania (22-25 settembre). Anche l’esito positivo della Giornata mondiale della Gioventù di Madrid e del Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona – è stato

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rilevato da più voci in seno al Consiglio – confermano ampiamente tale prospettiva. Per entrambi gli eventi, i Vescovi hanno espresso apprezzamento per il servizio svolto dai media ecclesiali (“Avvenire”, Tv2000, Radio InBlu, l’agenzia Sir, Radio Vaticana) e dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali. In particolare, si è evidenziato come la partecipazione di circa centodiecimila giovani italiani all’evento madrileno sia stata caratterizzata dall’ascolto attento delle catechesi, dalla disponibilità all’approfondimento, da una partecipazione vivace ai momenti sacramentali e di preghiera, non disgiunti dalla capacità di sopportare qualche disagio logistico. Analogamente il volto di popolo di Dio emerso in occasione del Congresso Eucaristico ha svelato la presenza di una Chiesa viva, per la quale il culto eucaristico ha una rilevanza sostanziale; una Chiesa innervata dalla vita buona del Vangelo, costantemente alimentata dalla fedeltà al mandato originario del suo Signore: “Fate questo in memoria di me”. All’interno di questo orizzonte, il Consiglio Permanente ha definito il programma di lavoro della CEI per la prima metà del decennio 2011-2020, dedicato all’educazione. Assodata la necessità di superare un’impostazione “puerocentrica”, sulla scorta degli Orientamenti pastorali i Vescovi hanno collocato il compito educativo nell’odierna stagione culturale, evidenziando il ruolo che sono chiamati ad assumere soggetti istituzionali quali la famiglia, la parrocchia e la scuola, e quindi la condizione degli educatori e degli adulti in genere. Ribadita la scelta di dedicare la prima metà del decennio al rapporto tra educazione cristiana e comunità ecclesiale, mentre la seconda metà volgerà l’attenzione alla relazione tra educazione cristiana e città, è stata confermata la centralità del ruolo della comunità e l’obiettivo di puntare alla maturità della fede, assumendo un concetto integrale di iniziazione cristiana, che si compie nel contesto di una comunità che celebra e vive secondo verità. Questa visione complessiva si è sposata con la proposta di articolare i prossimi anni attorno ad alcuni temi di fondo: la formazione cristiana degli adulti e della famiglia (2012); gli educatori nella comunità cristiana (2013); i destinatari dell’iniziazione cristiana (2014); gli itinerari e gli strumenti dell’iniziazione cristiana (2015). In Italia la Chiesa continua a essere percepita come un’istituzione


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA affidabile, perché vive in mezzo alla gente. Questo non riduce, tuttavia, il rischio che l’esperienza religiosa sia sperimentata in maniera privatistica: ciò è stato rilevato nel contributo preparato sui Lineamenta della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicati alla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Tra i punti di forza del caso italiano, è stata sottolineata l’esperienza del progetto culturale, la revisione dell’impostazione dell’iniziazione cristiana e la ricerca di una pastorale marcatamente missionaria. Dando attuazione alle direttive della Santa Sede, il Consiglio Permanente ha esaminato la bozza del testo che mira a esplicare, in rapporto alla realtà italiana, le Linee-guida pubblicate nel mesi scorsi dalla Congregazione della dottrina della fede circa gli abusi sessuali su minori compiuti da chierici. Il dibattito ha dato voce alla necessità di un sempre più rigoroso percorso formativo nei seminari, luogo di preparazione dei sacerdoti di domani; alla piena disponibilità nel porsi in ascolto delle vittime; all’accompagnamento dei sacerdoti coinvolti, ferma restando l’assunzione delle conseguenze penali dei comportamenti di ciascuno. Il testo sarà perfezionato alla luce delle osservazioni emerse, per essere approvato in una prossima sessione di lavoro.

3. Nel nome della famiglia La premura per la famiglia ha trovato espressione anche nella scelta di dedicare a tale tema la XLVII Settimana sociale dei cattolici italiani, che è in programma nell’autunno del 2013. È stata così accolta la proposta del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali di far convergere l’attenzione sulla famiglia, in relazione all’importanza determinante che essa ha per la crescita del Paese, esplicitando quanto già emerso nella Settimana sociale di Reggio Calabria. L’intento è quello di approfondirne i fondamenti antropologici, teologici e giuridico-costituzionali; gli aspetti educativi, sociali ed economici; il rapporto tra famiglia e lavoro; il con-

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fronto con la situazione legislativa di altri Paesi europei. A tale proposito, il Consiglio ha apprezzato la volontà di promuovere – in continuità con la tradizione delle precedenti edizioni – quattro seminari, che si svolgeranno tra l’autunno 2011 e la primavera 2012 nelle diverse aree del Paese. Con particolare interesse verrà seguito il VII Incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio–3 giugno 2012), alla luce del quale saranno precisati i contenuti della prossima Settimana sociale. Nella linea dell’attenzione alla famiglia, il Consiglio Permanente ha accolto la proposta della competente Commissione episcopale di elaborare un vademecum che accompagni la preparazione dei fidanzati al matrimonio e ha licenziato il testo del Messaggio per la Giornata per la vita, che sarà celebrata il 5 febbraio 2012.

4. Nomine Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine:

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- Membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo: S.E. mons. Beniamino PIZZIOL, vescovo di Vicenza. - Presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici: S.E. mons. Simone GIUSTI, vescovo di Livorno. - Economo della Conferenza Episcopale Italiana: don Rocco PENNACCHIO (Matera– Irsina). - Coordinatore nazionale della pastorale per gli immigrati indiani siro-malabaresi: don Paul Stephen CHIRAPPANATH (Irinjalakuda dei Siro-Malabaresi). - Coordinatore nazionale della pastorale per gli immigrati cinesi: don Pietro CUI XINGANG (Baoding). - Coordinatore nazionale della pastorale per gli immigrati sri-lankesi-cingalesi: don Joe Neville PERERA (Colombo). - Coordinatore nazionale della pastorale per gli immigrati ungheresi: mons. László NEMÉTH (Esztergom-Budapest). - Assistente ecclesiastico nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il Settore Giovani: don Vito PICCINONNA (Bari–Bitonto).


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO - Assistente ecclesiastico nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per l’Azione Cattolica Ragazzi: don Dino PIRRI (San Benedetto del Tronto–Ripatransone–Montalto). - Assistente ecclesiastico generale dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): padre Alessandro SALUCCI, OP. - Assistente ecclesiastico generale della Branca Lupetti/Coccinelle dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): don Andrea DELLA BIANCA (Concordia- Pordenone). - Assistente ecclesiastico generale della Branca Esploratori/Guide dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): don Andrea MEREGALLI (Milano). - Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI): padre Francesco COMPAGNONI, OP. - Incaricato presso la Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato (FOCSIV): mons. Alessandro GRECO (Taranto). - Presidente nazionale del Movimento di Impegno Educativo dell’Azione Cattolica (MIEAC): prof.ssa Elisabetta BRUGÈ. - Conferma del presbitero membro del “team pastore” nazionale dell’Associazione Incontro Matrimoniale: don Giuseppe GRECO (Salerno–Campagna–Acerno). La Presidenza, nella riunione del 26 settembre, ha proceduto alle seguenti nomine: - Membri del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici: don Gaetano COVIELLO (Bari–Bitonto); padre Gabriele INGEGNERI, OFM Cap.; don Federico PELLEGRINI (Brescia); don Valerio PENNASSO (Alba); mons. Stefano RUSSO, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici; don Francesco VALENTINI (Orvieto–Todi). - Direttore del Centro Studi per la scuola cattolica: prof. Sergio CICATELLI. - Assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore–sede di Milano: don Pier Luigi GALLI STAMPINO (Milano).

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- Assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma: don Luciano Oronzo SCARPINA (Nardò-Gallipoli). - Assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore–sede di Piacenza: don Stefano FUMAGALLI (Porto–Santa Rufina). - Assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore–sede di Brescia: don Roberto LOMBARDI (Brescia). Roma, 30 settembre 2011

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Consiglio Episcopale Permanente

Nomina

Prot. n. 619/2011

Il Consiglio Episcopale Permanente Su PROPOSTA di S.E. Mons Domenico Sigalini, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana con lettera del 2 settembre 2011; OTTENUTO il nulla osta di S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto; A NORMA dell’art. 23, lett. n), dello statuto della Conferenza Episcopale Italiana, nella sessione del 26-29 settembre 2011, ha nominato il reverendo don Vito Piccinonna dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Assistente Ecclesiastico Centrale per il Settore Giovani dell’Azione Cattolica Italiana, per un ulteriore triennio. Roma, 5 ottobre 2011 Angelo card. Bagnasco Presidente

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AZIONE CATTOLICA ITALIANA PRESIDENZA NAZIONALE Roma, 15 ottobre 2011

Eccellenza Reverendissima, sono lieto di farLe pervenire copia del biglietto di nomina ad ulterius triennium, da parte del Consiglio Episcopale Permanente della CEI, di don Vito Piccinonna, della Sua diocesi, a Assistente Ecclesiastico Centrale per il Settore Giovani di Azione Cattolica Italiana. Con sensi di vivo e cordiale ossequio ed in unione di preghiera mi confermo dev.mo in Cristo mons. Ugo Ughi Vice Assistente Ecclesiastico Generale

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Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Piazza Odegitria, 30 70122 Bari


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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Saluto del Gran Cancelliere alla inaugurazione dell’Anno Accademico 2011-2012 della Facoltà Teologica Pugliese (Bari, Teatro Petruzzelli, 20 ottobre 2011)

Saluto Sua Eminenza Reverendissima, il sig. Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura e lo ringrazio per aver accettato con cordialità il nostro invito a tenere la prolusione dell’anno accademico 2011-2012. Saluto gli Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi e i Reverendissimi Superiori e Superiore degli Ordini e delle Congregazioni religiose e li ringrazio della loro presenza. Saluto altresì con deferenza le Autorità civili e militari che hanno cortesemente accolto il nostro invito. Ai rappresentati delle Autorità accademiche delle Università pugliesi rivolgo un cordiale benvenuto. Desidero ringraziare cordialmente il sig. Sindaco di Bari, dott. Michele Emiliano, qui rappresentato dal Vice-Sindaco, che ha messo a disposizione questo splendido teatro, come sede del nostro solenne atto accademico. Un saluto colmo di gratitudine intendo rivolgerlo al prof. mons. Salvatore Palese, che è stato Preside della nostra Facoltà sino all’agosto scorso, ringraziandolo di cuore perché con amore e dedizione egli ha lavorato a servizio di questa giovane e promettente istituzione accademica, dopo aver dedicato la vita per l’Istituto

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Teologico di Molfetta. A nome dei confratelli Vescovi e di tutte le Chiese di Puglia esprimo ancora una volta tutto l’apprezzamento per un cammino finora percorso al di là di ogni attesa, soprattutto per l’integrazione e la comunione tra i tre Istituti della Facoltà. Un augurio di buon lavoro al nuovo Preside prof. don Angelo Panzetta per l’impegnativo incarico affidatogli. Con particolare gratitudine guardo a tutti gli altri docenti e ai cari studenti, all’inizio del settimo anno accademico della Facoltà Teologica Pugliese. Siate benvenuti tutti, signore e signori, che ci onorate con la vostra presenza in questa circostanza.

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Benedetto XVI, parlando ai giovani docenti universitari, a El Escorial nella Basilica di San Lorenzo, ha ricordato che ogni istituzione accademica dovrebbe essere «sempre la casa dove si cerca la verità propria della persona umana». Lo scorso anno, nell’ambito dell’inaugurazione dell’anno accademico, dissi che il fine ultimo del servizio teologico svolto dalla nostra Facoltà doveva essere quello di introdurre alla scoperta del vero volto di Dio. Quest’anno, riprendendo le parole che il Santo Padre ha pronunciato in Spagna, possiamo affermare che il ruolo della nostra Istituzione accademica, che è impegnata a illustrare la vera identità di Dio, deve essere ineludibilmente anche quello di illustrare la verità propria della persona umana che è icona del vero volto di Dio. Infatti lo sforzo della ricerca teologica, la fatica quotidiana dell’insegnamento e l’impegno dello studio devono convergere in un cammino di ricerca della verità di Dio e dell’uomo che coinvolge mirabilmente l’intelligenza e l’amore, la ragione e la fede. Questa missione, che è scritta nello statuto epistemologico della teologia, si riflette anche nel tema che abbiamo scelto per l’inaugurazione dell’anno accademico: la questione del rapporto tra fede, cultura e società. Si tratta di un argomento che la teologia, come intelligenza della fede, non può trascurare perché, se la fede è la risposta dell’uomo alla rivelazione del volto di Dio nella storia, il cui culmine è Gesù Cristo, è chiaro che la risposta stessa in quanto umana, e quindi storica, s’inserisce sempre in una cultura vissuta in un determinato contesto sociale. E questo in armonia con la visione della Gaudium et spes del Concilio ecumenico Vaticano II che ha


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO indicato un principio fondamentale: la cultura umana ha un posto esimio nella vocazione totale dell’uomo. Eminenza Reverendissima, chiediamo a Lei di aiutarci a riflettere sul trinomio fede, cultura e società. Desideriamo attingere alla Sua conoscenza della fede, alla Sua passione culturale e alla Sua capacità di discernimento di fronte alle grandi dinamiche sociali del nostro tempo, per cercare stimoli efficaci su una tematica così suggestiva. Auguro a tutti un anno accademico fecondo. Vi siano buoni frutti a livello di ricerca scientifica e di didattica: i docenti realizzino pienamente la loro missione ecclesiale e gli studenti trovino nei nostri Istituti effettive opportunità di crescita umana e cristiana. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Gran Cancelliere della Facoltà Teologica Pugliese

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

1. Sacre ordinazioni - La sera del 18 settembre 2011, XXV domenica del Tempo Ordinario, in Cattedrale, S. E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, ha ordinato diacono, in vista del presbiterato, l’accolito seminarista diocesano Francesco Micunco, incardinandolo nel clero dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto.

2. Nomine e decreti singolari A) S.E. l’Arcivescovo ha nominato, in data - 17 settembre 2011 (Prot. n. 44/11/D.A.S.-N.), don Nicola Monterisi confermandolo, per altri cinque anni, all’incarico di direttore dell’Ufficio Scuola della Curia diocesana di BariBitonto; - 19 settembre 2011 (Prot. n. 47/11/D.A.S.-N.), il sig. Giuseppe Giaquinto all’ufficio di incaricato diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa, per cinque anni; - 21 settembre 2011 (Prot. n. 50/11/D.A.S.-N.), don Domenico Minafra all’ufficio di parroco della parrocchia Trasfigurazione in Bitritto, per nove anni; - 22 settembre 2011 (Prot. n. 52/11/D.A.S.-N.), p. Ildefonso Moriones, O.C.D., all’ufficio di Postulatore della causa di beatifi-

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cazione e canonizzazione del Servo di Dio mons. Carmine De Palma; - 1 ottobre 2011 (Prot. n. 55/11/D.A.S.-N.), don Michele Bellino, agli uffici di direttore del Museo Diocesano e di co-direttore e responsabile della sezione di Bari dell’Archivio diocesano, per cinque anni; - 14 ottobre 2011 (Prot. n. 60/11/D.A.S.-N.), don Antonio Mattia, accettandone formalmente la rinuncia all’ufficio di parroco della parrocchia Cristo Re Universale in Bitonto, agli uffici di cappellano del Monastero benedettino delle Vergini e di assistente spirituale delle Confraternite di Sant’Anna e di Maria SS. del Suffragio in Bitonto; - 14 ottobre 2011 (Prot. n. 61/11/D.A.S.-N.), don Nicola Cotrone all’ufficio di parroco della parrocchia Cristo Re Universale in Bitonto, per nove anni; - 16 ottobre 2011 (Prot. n. 65/11/D.A.S.-N.), don Angelo Romita all’ufficio di parroco della parrocchia SS. Apostoli in Modugno; - 19 ottobre 2011 (Prot. n. 67/11/D.A.S.-N.), don Giovanni Lepore all’ufficio di parroco della parrocchia Natività di Nostro Signore in Bari-S. Spirito (Quartiere S. Pio), per nove anni; - 29 ottobre 2011 (Prot. n. 68/11/D.A.S.-N.), don Antonio Serio all’ufficio di parroco della parrocchia SS. Sacramento in Bitonto, per nove anni; - 29 ottobre 2011 (Prot. n. 69/11/D.A.S.-N.), il sig. Leonardo Dambra, confermandolo nell’incarico, all’ufficio di segretario generale della Consulta Diocesana Aggregazioni Laicali (CDAL).

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B) Sua Eccellenza l’Arcivescovo ha istituito, in data - 1 settembre 2011 (Prot. n. 40/11/D.A.S.-I), p. Giuseppe Schinello, C.P., all’ufficio di parroco della parrocchia S. Gabriele dell’Addolorata in Bari; - 1 settembre 2011 (Prot. n. 41/11/D.A.S.-I), p. Carlo Scarongella, C.P., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Gabriele dell’Addolorata in Bari; - 1 settembre 2011 (Prot. n. 42/11/D.A.S.-I.), don Mario Sangiovanni, S.D.B., all’ufficio di parroco della parrocchia SS. Redentore in Bari; - 1 settembre 2011 (Prot. n. 43/11/D.A.S.-I.), don Giuseppe Ruppi,


CURIA METROPOLITANA S.D.B., all’ufficio di vicario parrocchiale della Parrocchia SS. Redentore in Bari; - 29 settembre 2011 (Prot. n. 53/11/D.A.S.-I.), p. Fulvio Procino, C.S.S., confermandolo a pieno titolo, all’ufficio di parroco della parrocchia Maria SS. Immacolata in Palombaio; - 30 settembre 2011 (Prot. n. 54/11/D.A.S.-I.), p. Dante Camurri, S.D.C., all’ufficio di cappellano della cappellania universitaria “Sedes Sapientiae” del Politecnico di Bari; - 1 ottobre 2011 (Prot. n. 56/11/D.A.S.-I), p. Romualdo Airaghi, C.S.S., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia Maria SS. Immacolata in Palombaio; - 1 ottobre 2011 (Prot. n. 57/11/D.A.S.-I.), p. Ciro Alfonso Puzzovio, S.J., all’ufficio di cappellano della cappella dell’Ateneo della Università degli Studi di Bari; - 1 ottobre 2011 (Prot. n. 57bis/11/D.A.S.-I.), don Vito Siliberti, S.D.B., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia SS. Redentore in Bari. C) Sua Eccellenza l’Arcivescovo ha trasferito, in data - 21 settembre 2011 (Prot. n. 48/11/D.A.S.-T.), don Carlo Lattarulo dall’ufficio di parroco della parrocchia Immacolata in Gioia del Colle all’ufficio di parroco della parrocchia Santa Croce in Casamassima; - 21 settembre 2011 (Prot. n. 49/11/D.A.S.-T.), don Alessandro Manfridi dall’ufficio di parroco della parrocchia Trasfigurazione in Bitritto all’ufficio di parroco della parrocchia Immacolata in Gioia del Colle, per nove anni; - 8 ottobre 2011 (Prot. n. 58/11/D.A.S.-T.), don Evangelista Ninivaggi dall’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia SS. Rosario in Mola di Bari, all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia SS. Medici Cosma e Damiano in Bitonto; - 9 ottobre 2011 (Prot. n. 59/11/D.A.S.-T.), don Francesco Mancini dall’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Maria Veterana in Triggiano, all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia SS. Rosario in Mola di Bari;

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- 16 ottobre 2011 (Prot. n. 63/11/D.A.S.-T.), don Pasquale Zecchini dall’ufficio di parroco della parrocchia S. Maria di Loreto in Mola di Bari all’ufficio di parroco della parrocchia S. Girolamo in Bari, per nove anni; - 16 ottobre 2011 (Prot. n. 64/11/D.A.S.-T.), don Vincenzo Gentile dall’ufficio di parroco della Parrocchia SS. Apostoli in Modugno all’ufficio di parroco della parrocchia S. Maria di Loreto in Mola di Bari, per nove anni. D) Sua Eccellenza l’Arcivescovo, in data - 19 settembre 2011 (Prot. n. 46/11/D.A.) ha comunicato ai vicari zonali, a norma del can. 186 C.I.C., la scadenza del loro incarico; - 22 settembre 2011 (Prot. n. 51/11/D.A.S.) ha riconosciuto il diritto di usufruire dei benefici previsti per la condizione di anzianità a mons. Gaetano Barracane; - 16 ottobre 2011 (Prot. n. 62/11/D.A.S.) ha accolto la rinuncia di don Luigi Spaltro all’ufficio di parroco della parrocchia S. Girolamo in Bari ; - 18 ottobre 2011 (Prot. n. 66/11/D.A.S.) ha accolto la rinuncia di don Domenico Giugliano all’ufficio di parroco della parrocchia Natività di Nostro Signore in Bari-S. Spirito (Quartiere S. Pio); - 31 ottobre 2011 (Prot. n. 70/11/D.A.S.) ha riconosciuto il diritto di usufruire dei benefici previsti per la condizione di anzianità a don Luigi Spaltro; - 31 ottobre 2011 (Prot. n. 71/11/D.A.S.) ha riconosciuto il diritto di usufruire dei benefici previsti per la condizione di anzianità a don Domenico Giugliano. 544


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CURIA METROPOLITANA Settore Presbiteri

Raccontando Palermo tra povertà, arte e fraternità La settimana di formazione presbiterale (24-28 ottobre 2011)

Dopo la bellissima esperienza fatta due anni fa nella diocesi più grande del mondo, quella di Milano, quest’anno siamo “scesi” dal 24 al 28 ottobre nel profondo sud, nella diocesi di Palermo. Raccontare Palermo in poche righe non è semplice, ma ci proviamo lo stesso ricordando alcune visite che abbiamo fatto nel capoluogo siculo e dintorni, tra musei e chiese. Una cosa è certa, a Palermo non ci si perde. Un milione di abitanti e un’atmosfera insolitamente serena, non c’è caos, non c’è frenesia; il traffico va via abbastanza scorrevole. Nel pullman eravamo 39 presbiteri accompagnati dal nostro arcivescovo mons. Francesco Cacucci, dal vicario generale mons. Domenico Ciavarella e dall’organizzatore, l’economo diocesano don Vito Manchisi. I luoghi che abbiamo visitato sono stati molti e molto diversi: lo abbiamo notato soprattutto negli stili architettonici sovrapposti e, passeggiando attraverso il piccolo centro storico della città, nei vicoli che conservano ancora le tracce lasciate dai popoli che l’hanno dominata. Infatti, si rilevano lo stile originale arabo-normanno, quello barocco e quello liberty palermitano.

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1. Un’esperienza concreta di povertà e di feconda testimonianza Una volta giunti a Palermo, ci siamo immersi nella realtà pastorale di una diocesi del sud molto problematica, ma ricca di storia, arte e cultura. Abbiamo subito incontrato l’affabilissimo cardinale Paolo Romeo che ci ha dipinto, con poche “pennellate”, il quadro storicosociale e pastorale della terra sicula. Una volta visitata la città medievale, abbiamo incontrato fratel Biagio Conte, il quale ci ha fatto visitare la sua grande casa di accoglienza degli extracomunitari. Un semplice uomo che sprizzava gioia dagli occhi per il suo servizio agli ultimi della città. Un folle di Dio che ha lasciato tutto per condividere la sua vita con i barboni. Ha realizzato così la sua città della gioia, luoghi di accoglienza in cui ogni giorno circa seicento persone di ogni razza e religione hanno un tetto e un pasto caldo. La mafia, dunque, non è l’unico problema di Palermo, in quanto resta ancora aperta la piaga dell’emarginazione. Nella stessa giornata abbiamo visitato la città seguendo l’itinerario barocco: chiese bellissime, ricche di arte e storia ma non sempre pulite e restaurate. Nel tardo pomeriggio ci siamo recati in una delle zone più problematiche della città, il quartiere Brancaccio, dove don Pino Puglisi, parroco della parrocchia di San Gaetano, fu assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993 per il semplice fatto di essere d’intralcio alle attività illecite delle cosche mafiose. Lì abbiamo celebrato l’eucaristia, presieduta dal vescovo ausiliare di Palermo mons. Carmelo Cuttitta, il quale ci ha parlato in modo approfondito della figura del servo di Dio don Pino Puglisi, essendo stato suo confessore e guida spirituale. Una volta terminata la celebrazione, siamo ritornati all’hotel per la cena. 546 2. La cultura teologica e l’arte sicula Il 26 ottobre è stato dedicato interamente alla cultura teologica in Sicilia; pertanto, giunti in mattinata alla Facoltà teologica della regione, abbiamo avuto un incontro con il preside don Rino La Delfa, il quale ci ha raccontato la genesi della Facoltà eretta nel 1980; in seguito ci ha illustrato la complessa macchina della Facoltà con i suoi dipartimenti e le infinite attività di governo e di


CURIA METROPOLITANA animazione della vita accademica. Nel pomeriggio, sulla scia della giornata culturale, c’è stato un incontro interessante con la teologa Ina Siviglia sull’attenzione pastorale delle coppie in difficoltà. Dopo questo momento di confronto pastorale, nel tardo pomeriggio, abbiamo celebrato l’eucaristia presieduta dal cardinale. In seguito, dopo aver visitato gran parte della città, le chiese barocche e in modo particolare la Cattedrale costruita nel XII secolo, siamo giunti in piazza della Vittoria per ammirare il Palazzo dei Normanni, antica fortezza araba che i normanni trasformarono in dimora reale, in cui è incastonata la Cappella Palatina preziosamente decorata da mosaici. Anche la giornata del 27 ottobre è stata dedicata interamente all’arte con la visita del bellissimo e straordinario Duomo di Monreale che con i suoi mosaici ci ha tanto affascinati da farci rasentare la sindrome di Stendhal. Nella lettura teologica dei mosaici ci ha guidati il parroco aiutandoci a cogliere il significato teologico dei vari personaggi del mosaico. Dopo “l’ubriacatura” dello splendore di quest’arte che ha segnato notevolmente la mattinata, dopo il pranzo siamo giunti infine a Cefalù per visitare il Duomo, di stile diverso dal precedente ma pur sempre interessante. Al termine della celebrazione eucaristica siamo ritornati in albergo stanchi ma entusiasti per tutto ciò che i nostri occhi hanno contemplato.

3. La fraternità sacerdotale: è ancora possibile? Non è un rebus da sciogliere ma una tensione da sostenere nonostante tutto. Infatti, abbiamo trascorso una settimana di formazione intensa, caratterizzata dalla presenza cordiale e generosa del nostro Arcivescovo, dalla profondità di pensiero delle testimonianze del Cardinale e degli altri sacerdoti e laici, mantecata da momenti di gioia e di fraternità sacerdotale vissuti in un dialogo interpersonale franco e sincero. Inoltre, don Luciano Cassano ci ha rallegrati con la sua prestante figura e con la sua verve simpatica e sorniona. Sappiamo bene tutti quanto sia difficile vivere la fraternità

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presbiterale nella nostra Chiesa locale. Pertanto, vivere questi momenti di comunione presbiterale significa che è ancora possibile l’amicizia fraterna ed è innanzitutto la gioia di questa familiarità che noi andiamo a testimoniare. Il nostro ministero diventa efficace per la presenza misteriosa di Dio in ogni cuore, ma anche a partire dall’autenticità, dall’intensità, dalla fedeltà con cui lo viviamo nel nostro presbiterio diocesano. Sperimentando pienamente il nostro ministero, ci realizziamo come uomini spirituali e accogliamo in noi le energie di santità che il Signore Dio ci dona. Siamo profondamente grati al cardinale Romeo e alla Chiesa siciliana per la loro squisita accoglienza e auguriamo a tutti i presbiteri della nostra diocesi di fare la nostra stessa esperienza di formazione permanente e di vivere questi momenti di fraternità sacerdotale. don Tino Lucariello

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CURIA METROPOLITANA Settore Evangelizzazione. Ufficio catechistico

Incontri di formazione per i catechisti e gli operatori pastorali

Nella memoria del quarto centenario dell’istituzione del nostro Seminario Arcivescovile (1612– 18 gennaio – 2012), l’Ufficio catechistico diocesano, accogliendo l’invito dell’Arcivescovo mons. Francesco Cacucci, ha proposto ai catechisti e agli operatori pastorali di riflettere sul “segno” del Seminario minore diocesano e sulla chiamata alla vita sacerdotale e consacrata. Il tema degli incontri di formazione è stato «Il catechista, educatore e animatore vocazionale». Il tema è stato sviluppato attraverso due relazioni. La prima relazione, La pastorale vocazionale e il cammino di iniziazione cristiana, è stata preparata dall’équipe del Seminario minore e presentata da don Giacomo Fazio, direttore dell’Ufficio Vocazioni; la seconda relazione, Il catechista, animatore vocazionale, è stata preparata e presentata da don Francesco Nigro, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano di Taranto. Vi sono state anche due comunicazioni pastorali. La prima comunicazione, Gli orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-2020. Educare alla vita buona del Vangelo, è stata preparata e presentata da don Antonio Serio, vice-direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, mentre la seconda comunicazione, Il Convegno Ecclesiale

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Regionale 2011: I laici nella Chiesa e nella società pugliese oggi, è stata preparata e presentata dal prof. Giuseppe Micunco, direttore dell’Ufficio Laicato. Gli incontri di formazione si sono tenuti nei giorni 25 e 26 settembre per i catechisti e gli operatori pastorali delle parrocchie dei paesi, e nei giorni 28 e 29 settembre per i catechisti e gli operatori pastorali delle parrocchie della città di Bari, nell’aula “Mons. Mariano Magrassi” dalle ore 18.30 alle ore 20.30. Agli incontri hanno partecipato quattrocentosessantatre persone. mons. Angelo Latrofa Direttore dell’Ufficio catechistico diocesano

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CURIA METROPOLITANA

Giacomo Fazio

La pastorale vocazionale e il cammino di iniziazione cristiana

Che cosa si intende con l’espressione “pastorale vocazionale”? Primariamente il fatto che tutti i cristiani sono dei chiamati, hanno cioè una vocazione, una chiamata del Signore alla quale rispondere, e che talvolta, per una serie di condizioni di carattere ecclesiale, chiede di essere risvegliata e favorita con una certa insistenza dal punto di vista pastorale. Ma, più specificamente, con l’espressione “pastorale vocazionale” si vuole sottolineare che tra i cristiani alcuni sono oggetto di una chiamata, di una vocazione singolare - per questo si dice anche “speciale” -, che si caratterizza per il fatto che la risposta concreta a tale chiamata porterebbe il soggetto interessato ad esprimere un servizio pieno e definitivo nei confronti del popolo di Dio e nell’ambito della Chiesa. Tale è, ad esempio, la vocazione del prete o dei preti di una parrocchia, la vocazione delle religiose presenti “a tempo pieno” nell’ambito della Chiesa a vari livelli e in molteplici settori. Queste sono appunto le cosiddette vocazioni “di speciale consacrazione”. La Chiesa, lungo la sua storia, ha sempre affrontato e assolto a queste esigenze che di volta in volta le si ripresentavano, servendosi come di due strade: - quella che oggi potremmo chiamare “pastorale vocazionale ordinaria”, cioè normale e istituzionale, attraverso la quale ad esempio con una certa frequenza e abbondanza i ragazzi, i giovani si avviavano al Seminario e le ragazze si avvicinavano senza fatica agli istituti religiosi;

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- quella che invece si potrebbe denominare una “pastorale speciale o straordinaria” fatta di tentativi, di proposte e di itinerari particolari, con inviti e insistenze da parte dei responsabili di una pastorale diocesana, al fine comunque di riuscire a risvegliare attenzioni e interesse nei confronti di queste particolari vocazioni, nella segreta speranza di trovare finalmente il giusto cammino, una sorta di strada maestra. Di fatto noi oggi ci troviamo ad essere in questa seconda fase pastorale, senza per questo voler dimenticare il fatto che la vita, e quindi anche la vita pastorale, è anzitutto segnata e fatta da una normalità e da una ordinarietà, anche vocazionale, che forse immediatamente non si vede, ma che pure c’è ed è all’opera più di quanto non si riesca ad immaginare. E proprio a questa normalità si vuole comunque mirare attraverso l’attuale insistenza sullo speciale, in senso vocazionale.

L’iniziazione cristiana L’iniziazione cristiana dei ragazzi rappresenta una grande opportunità per la nostra Chiesa diocesana per educare i ragazzi ad una vita vocazionalmente intesa. Oggi appare quanto mai decisiva la pastorale dei ragazzi per garantire una evangelizzazione capillare nel territorio in cui viviamo. L’obiettivo

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Il centro dell’iniziazione cristiana dei ragazzi sta nell’incontro vivo con il Signore Gesù: un incontro che trasfigura la vita. La Chiesa sa che questo incontro è decisivo, e dunque si impegna per favorirlo e sostenerlo. I cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi operano appunto in questa direzione. Essi infatti cercano di creare le condizioni perché ogni ragazzo possa incontrare personalmente il Signore e rispondere alla sua chiamata. È dunque evidente la necessità di offrire proposte diverse a ragazzi che hanno storie diverse. In questo senso l’iniziazione cristiana dei ragazzi deve prevedere cammini differenziati.


CURIA METROPOLITANA I soggetti L’iniziazione cristiana dei ragazzi è promossa dall’intera comunità ecclesiale, e in particolare da alcuni suoi soggetti specifici: il Vescovo, che ne è il primo responsabile; le parrocchie, e tutti coloro che in esse hanno responsabilità di guida e compiti formativi (sacerdoti, religiosi/e, educatori e animatori, catechisti…); gli Uffici pastorali della Diocesi, ciascuno per il proprio ambito (catechesi, liturgia, carità…); l’Azione Cattolica dei Ragazzi, con la sua collaudata esperienza e con la sua preziosa articolazione parrocchiale; le altre associazioni e i movimenti, che mettono i loro carismi e le loro competenze a servizio della pastorale della Chiesa locale; le famiglie, il cui ruolo è insostituibile; e quindi i ragazzi stessi, chiamati ad essere protagonisti nel loro cammino di fede e corresponsabili verso i coetanei. È pertanto necessario favorire la collaborazione di questi diversi soggetti, affinché ad ogni ragazzo venga offerto un cammino articolato ed unitario insieme. Anche il dialogo con la società civile va esteso, coinvolgendo quelle istituzioni e quelle realtà aggregative che sono interessate al mondo dei ragazzi (servizi sociali, scuola, cooperative educative…). Già nel 1987 nel Messaggio per la XXIV Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, il beato Giovanni Paolo II ci diceva: «Grande è anche il contributo che può essere dato alle vocazioni dagli insegnanti e da tutti i laici cattolici impegnati nella scuola, soprattutto in quella cattolica che in ogni parte del mondo raccoglie schiere innumerevoli di giovani. La scuola cattolica deve costituire una comunità educativa capace di proporre non solo un progetto di vita umano e cristiano, ma anche i valori della vita consacrata». Ancora nel 1989 Giovanni Paolo II riprende lo stesso tema: «L’educazione impartita nella scuola cattolica, dovendo formare al senso cristiano della vita, non potrà eludere il problema della scelta vocazionale. Che cosa significa preparare alla vita se non aiutare a prender coscienza del progetto divino, che ciascuno porta come iscritto dentro di sé? Educare significa aiutare a scoprire la propria vocazione nella Chiesa e nell’umana società. Una scuola che educa

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deve parlare di vocazione non solo in forma generica, ma indicando le diverse modalità nelle quali si concretizza la fondamentale chiamata al dono di sé, compresa quella di una totale dedizione alla causa del Regno di Dio. Tutti gli educatori della scuola cattolica, religiosi e laici, con saggia gradualità pedagogica e con discernimento di fede, sappiano far risuonare, in forma anche individuale, l’appello di Cristo e della sua Chiesa. Questo farsi eco della chiamata divina tanto più sarà positivo, quanto più sarà avvalorato dalla testimonianza della loro stessa vita e sostenuto dalla preghiera. Aiutare a prender coscienza della propria vocazione è necessario, ma non è sufficiente. Non basta sapere per avere la forza di agire. Oggi i giovani trovano spesso intorno a sé non solo false immagini di vita, ma allettamenti e condizionamenti che possono ostacolare una scelta libera e generosa. La scuola cattolica darà un contributo prezioso alla scelta vocazionale, fornendo motivazioni, favorendo esperienze e creando un ambiente di fede, di generosità e di servizio, che può liberare i giovani da quei condizionamenti che fanno apparire “insipiente” o impossibile la risposta alla chiamata di Cristo». I destinatari

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L’iniziazione cristiana dei ragazzi è proposta a tutti i ragazzi, dai fanciulli di 6 anni ai ragazzi che attraversano la delicata fase della preadolescenza (12-14 anni). La maggior parte di essi ha già ricevuto il battesimo nella prima infanzia, su richiesta dei genitori; alcuni però - in particolare coloro che provengono da altre nazioni non sono battezzati. Inoltre diverse sono le situazioni familiari di provenienza: ci sono infatti famiglie “tradizionali” (più o meno interessate al discorso cristiano), famiglie monoparentali (a causa di separazioni e divorzi), famiglie con origini culturali e religiose diverse… È dunque importante saper cogliere e rispettare il punto di partenza di ogni ragazzo, la situazione concreta nella quale vive, la sua disponibilità ad accogliere il Vangelo: e di conseguenza è necessario offrire cammini educativi differenziati, che siano attenti alle specifiche condizioni di ognuno.


CURIA METROPOLITANA Il punto di partenza: la prima evangelizzazione La prima evangelizzazione è oggi un presupposto irrinunciabile per l’iniziazione cristiana dei ragazzi. Infatti non viviamo più in un contesto di cristianità diffusa: e dunque il primo annuncio del Vangelo non avviene necessariamente in famiglia, come invece accadeva un tempo. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere che la richiesta del battesimo per i bambini rimane altissima; come pure rimane alta la stima nei confronti delle proposte educative ecclesiali. Si tratta di non sottovalutare questi dati, cogliendo appieno l’opportunità pastorale insita in tale situazione. In particolare, è necessaria una specifica attenzione per le numerose famiglie che ancora richiedono il battesimo dei figli. La richiesta del battesimo, infatti, non è un semplice ossequio alla tradizione: essa evidenzia invece una implicita richiesta di aiuto. I genitori, cioè, sono consapevoli della loro inadeguatezza educativa, e utilizzano un gesto religioso tradizionale per chiedere aiuto: perché soltanto Dio può portare a compimento la vita di quel figlio appena nato. Naturalmente tale consapevolezza dei genitori è spesso implicita e confusa: ma appunto a tale consapevolezza la Chiesa può dare voce, affiancando i genitori nei primi anni di vita dei loro figli. In questa prospettiva, l’amministrazione del battesimo non sarà più isolata ed automatica - come spesso oggi accade - ma dovrà essere sempre inserita in un cammino progressivo e diversificato, a seconda delle situazioni. Anche la presenza della comunità ecclesiale nel settore educativo va mantenuta e valorizzata. La positiva accoglienza dei campiscuola estivi testimonia infatti come la prima evangelizzazione debba passare soprattutto attraverso i momenti abituali della vita dei ragazzi: il gioco, le esperienze di socializzazione, e pure la scuola sono quindi contesti irrinunciabili per la cura pastorale della Chiesa. In tale direzione, appare necessario potenziare l’interazione con la società civile: soprattutto va approfondito il rapporto con il nuovo sistema scolastico. In questa prospettiva appare importante il servizio offerto dall’Ufficio scuola diocesano.

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Iniziazione cristiana dei ragazzi e catechesi

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La catechesi è parte essenziale dei cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi. Nel 1990 il messaggio per la XXVIII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni contiene questa verità: «Il cammino della catechesi raggiunge un suo momento particolarmente qualificante quando si fa scuola di preghiera, cioè di formazione al colloquio appassionato con Dio, Creatore e Padre; con Cristo, Maestro e Salvatore; con lo Spirito Santo vivificatore. Grazie a un tale colloquio, ciò che si ascolta e si impara non resta nella mente, ma conquista il cuore e tende a tradursi nella vita. La catechesi, infatti, non può accontentarsi di annunciare le verità della fede, ma deve mirare a suscitare la risposta dell’uomo, affinché ciascuno assuma il proprio ruolo nel piano della salvezza e si renda disponibile ad offrire la propria vita per la missione della Chiesa, anche nel sacerdozio ministeriale o nella vita consacrata, seguendo il Cristo più da vicino. […] Cari catechisti, importante e delicata è la vostra missione! Dal vostro servizio dipende la crescita e la maturazione cristiana dei fanciulli e dei giovani a voi affidati. Nella Chiesa c’è bisogno di catechesi per la conoscenza della Parola di Dio, dei sacramenti, della liturgia, e dei doveri propri della vita cristiana. Ma, specialmente in alcuni momenti dell’età evolutiva, c’è bisogno di catechesi per l’orientamento nella scelta dello stato di vita. Solo alla luce della fede e della preghiera è possibile cogliere il senso e la forza delle chiamate divine. Il vostro ministero di catechisti sia compiuto nella fede, alimentato dalla preghiera e sorretto da una coerente vita cristiana. Siate esperti nel parlare ai giovani d’oggi, pedagoghi validi e credibili nel presentare l’ideale evangelico come universale vocazione e nell’illustrare il senso e il valore delle varie vocazioni consacrate». Attraverso l’incontro con Gesù, il ragazzo si prepara a professare consapevolmente la propria fede in lui, nel Padre che lo ha inviato e nello Spirito che ne anima la presenza. La catechesi dunque si propone di suscitare e sostenere nei ragazzi i “sentimenti” di Cristo, e cioè quei concreti atteggiamenti che hanno caratterizzato la vita di Gesù dall’inizio alla fine. Particolarmente adatta ad un simile scopo appare la cosiddetta catechesi esperienziale. Essa parte dall’analisi della concreta situazione dei ragazzi, e conduce al confron-


CURIA METROPOLITANA to con il Vangelo di Gesù all’interno della Chiesa, da cui scaturisce la vita nuova dei figli di Dio. In questa direzione conducono le indicazioni del Documento pastorale dei vescovi italiani Il rinnovamento della catechesi, messe in atto dai catechismi per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (Io sono con voi, Venite con me, Sarete miei testimoni, Vi ho chiamati amici); e nella medesima direzione troviamo la concreta proposta di mediazione dell’Azione Cattolica dei ragazzi (approvata dall’Ufficio catechistico nazionale). Iniziazione cristiana dei ragazzi e liturgia Il momento della liturgia è fonte e culmine dell’iniziazione cristiana dei ragazzi: non a caso essa si compie proprio nei tre sacramenti dell’iniziazione (battesimo, confermazione, eucaristia). E tuttavia risulta spesso difficile coinvolgere in modo attivo i ragazzi nelle celebrazioni liturgiche: si tratta infatti di intrecciare il mondo dei ragazzi con le dinamiche rituali proprie della liturgia. Iniziazione cristiana dei ragazzi e carità La carità è l’approdo dell’iniziazione cristiana dei ragazzi. Infatti la vita nuova dei figli di Dio, a cui i ragazzi sono iniziati, consiste nella buona relazione con i fratelli e le sorelle di ogni giorno. La scoperta nel quotidiano della fratellanza universale, le prime esperienze di condivisione e servizio, l’attenzione costante nei confronti di chi è diverso sono quindi i passaggi attraverso cui il ragazzo impara a diventare protagonista e missionario del Vangelo. In questa direzione, importante appare l’inserimento organico delle iniziative di carità all’interno dei cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi, operato in collaborazione con la Caritas diocesana. Il punto di arrivo: il discernimento vocazionale Il discernimento vocazionale è un itinerario complesso, che giunge a maturazione soltanto con l’età adulta. Tuttavia, i cammini di ini-

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ziazione cristiana dei ragazzi possono avviare un simile itinerario, collocandolo fin dall’inizio nell’esperienza della fede. Infatti, se i ragazzi sperimentano l’importanza della fede in Gesù Cristo all’interno della loro vita quotidiana, allora saranno anche capaci di ricondurre le scelte concrete della vita alla scelta fondamentale per Gesù Cristo. I cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi assumono quindi una prospettiva vocazionale in quanto educano al pensiero di Cristo: educano cioè a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, tali cammini di iniziazione cristiana conducono a quella “mentalità di fede” che sostiene e orienta ogni discernimento vocazionale. Sarà compito del Centro diocesano vocazioni stimolare ed accompagnare questa prospettiva.

Le scelte per una pastorale vocazionale nel cammino dell’iniziazione cristiana L’iniziazione cristiana dei ragazzi sostituisce quella realtà pastorale che chiamiamo “catechismo” e che spesso risulta ancora essere purtroppo - l’unica proposta organica della nostra Chiesa per i ragazzi. Si tratta allora di passare dall’unico “catechismo” per tutti ai cammini differenziati di iniziazione cristiana proposti a tutti. In questa prospettiva emergono dunque quattro scelte precise:

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1. Il gruppo 2. I cammini differenziati 3. I cammini di discernimento vocazionale 4. La formazione degli educatori.

Il gruppo Decisiva appare anzitutto la scelta del gruppo. Gesù chiamò i discepoli e li costituì come gruppo: non li lasciò vagare singolarmente, ma neanche li confuse in mezzo alla folla. Il gruppo dei discepoli assunse così una fisionomia propria e partico-


CURIA METROPOLITANA lare, un ambito per certi versi privilegiato: a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli… (Mt 13,11). Analogamente, nei cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi occorre prendere sul serio l’esperienza del gruppo. Il gruppo infatti rappresenta una grande opportunità di crescita per i ragazzi: perché nel gruppo essi possono essere valorizzati singolarmente, imparando - allo stesso tempo - l’importanza della relazione con gli altri e la ricchezza dell’esperienza ecclesiale. Appare quindi insufficiente la semplice suddivisione dei ragazzi a seconda delle classi scolastiche: essa infatti non sempre è rispettosa della libera scelta e della diversa maturazione di ognuno, ma spesso risponde a schemi tradizionali precostituiti. Occorre quindi formare i gruppi con criteri nuovi e dinamiche migliori, lavorando rispettivamente sulla differenziazione dei cammini e sulla formazione degli educatori. I cammini differenziati La scelta del gruppo impone - come conseguenza - la differenziazione dei cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi. Davanti alla molteplicità della situazione socio-culturale odierna, non è infatti possibile prevedere un’unica proposta pastorale per i ragazzi: i cammini differenziati risultano dunque necessari per rispondere in modo adeguato alle diverse esigenze di ognuno. Cammini di prima evangelizzazione Si tratta di quegli itinerari che precedono ed accompagnano l’iniziazione cristiana vera e propria. Essi hanno lo scopo di aiutare i ragazzi - con le loro famiglie - a stabilire una relazione stabile con la comunità parrocchiale di appartenenza. Cammini di accompagnamento delle famiglie Nell’iniziazione cristiana dei ragazzi la famiglia ha un ruolo tutto particolare. Spesso ci si trova in presenza di situazioni familiari molto diverse fra loro, che esigono da parte della comunità eccle-

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siale e dei suoi operatori un’assunzione di maggiore responsabilità… Diversa, infatti, è la situazione di genitori che intraprendono con il figlio il cammino dell’iniziazione da quella di coloro che restano indifferenti e lasciano libero il figlio di fare la scelta cristiana… In questa prospettiva, risulta anzitutto importante il cammino di accompagnamento per le famiglie che chiedono il battesimo dei figli: un itinerario che deve precedere e seguire il battesimo (almeno fino all’età scolare dei figli) senza limitarsi alla semplice istruzione catechistica sul sacramento. Quindi vi possono essere altri cammini di accompagnamento legati alle successive tappe dell’iniziazione cristiana dei figli. La loro modalità di attuazione deve essere molteplice, e deve condurre ad un graduale coinvolgimento delle famiglie alla vita della parrocchia, pur nella diversità delle singole situazioni.

Cammini di discernimento vocazionale La prospettiva vocazionale deve sostenere tutti i precedenti cammini di iniziazione cristiana, ma può anche trovare espressione in alcuni itinerari specifici, soprattutto in quelli legati a particolari impegni di servizio (nell’ambito della liturgia o della carità). Tali cammini possono essere proposti sia a livello parrocchiale che a livello diocesano (“Se vuoi”, “Speranza”, “Eccomi”, “Samuel”, “Miriam”). La formazione degli educatori 560

La formazione degli educatori risulta una scelta cruciale: dalla qualità degli educatori dipende infatti la qualità dei diversi cammini di iniziazione cristiana. Nel messaggio del beato Giovanni Paolo II per la XXIV Giornata mondiale per le vocazioni del 1987 c’è scritto: «La Chiesa si attende molto anche da tutti coloro che hanno responsabilità nel campo dell’educazione giovanile. Faccio appello particolarmente ai catechisti, uomini e donne che svolgono la loro importante attività nelle comunità cristiane; vorrei ricordare in proposito quanto ho scritto nella esortazione apostolica sulla catechesi: “Per quel che


CURIA METROPOLITANA riguarda le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, è certo che molte di esse sono sbocciate nel corso di una catechesi ben fatta durante l’infanzia e l’adolescenza”». Si tratta anche qui di superare la figura unica del catechista, ancora troppo connotata da una prospettiva scolastica ed individuale, passando alla figura molteplice degli educatori. In altre parole, ogni cammino di iniziazione cristiana dei ragazzi dovrebbe essere sostenuto da diverse figure educative, tra loro complementari: l’animatore giovane, l’educatore maturo, il catechista adulto, gli operatori della liturgia e della carità, i coordinatori responsabili (laici o religiose), il presbitero assistente… Una simile evoluzione - peraltro già avviata in diverse parrocchie richiede certo un forte investimento sul ricambio e sulla formazione degli educatori: ai quali va richiesto anzitutto un serio cammino di formazione umana e cristiana - fortemente radicato nella parrocchia - e quindi una specifica competenza educativa. Di conseguenza, solo con la maggiore età è possibile intraprendere tale servizio educativo, anche se ad esso si deve essere introdotti con un apposito “tirocinio” di animazione esercitato negli anni dell’adolescenza. Un’attenzione particolare dovrà pure essere rivolta all’accompagnamento di quei catechisti “da lunga data” che desiderano ancora collaborare ai diversi cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi. La loro benemerita esperienza risulterà tanto più preziosa quanto più essi sapranno inserirsi nella rinnovata dinamica educativa, acquisendo la scelta del gruppo e quindi accettando la collaborazione con gli altri educatori. Una riqualificazione educativa di questa portata sarà comunque possibile soltanto suscitando fra i credenti delle nostre comunità una rinnovata e comune passione evangelizzatrice. Dovranno quindi essere coinvolte anche quelle realtà aggregative di base (associazioni, gruppi, movimenti) che intendono mettersi a disposizione della Chiesa locale: con le dovute attenzioni, esse potranno assumere direttamente alcuni dei diversi cammini di iniziazione cristiana proposti ai ragazzi.

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Le piste di lavoro Quali “strategie” si cerca di mettere in atto per venire incontro al problema vocazionale? Fondamentalmente si cerca di lavorare in due direzioni: - quella di una pastorale vocazionale che cerca di raggiungere gli educatori alla fede presenti nelle parrocchie come interlocutori e collaboratori nell’accompagnamento vocazionale dei ragazzi e dei giovani. A loro la pastorale vocazionale cercherà di offrire una serie di iniziative vocazionali di sostegno al lavoro primariamente affidato agli educatori stessi. - quella che consiste nella proposta di itinerari che intendono accompagnare una persona alla decisione vocazionale. Alcune di queste iniziative sono più specificamente legate alla vocazione sacerdotale e alla realtà del seminario diocesano e del CDV. In primo luogo si cerca di lavorare in collaborazione e con scambio di sinergie con gli altri settori pastorali presenti in diocesi (pastorale giovanile, pastorale familiare, caritas). In secondo luogo è necessario individuare a livello diocesano quali possono essere, a partire dagli itinerari di educazione alla fede, i punti vocazionalmente più rilevanti e sui quali vale la pena insistere e investire con delle proposte adeguate. In alcuni casi sono scaturite delle iniziative vocazionali che con il tempo e la pazienza che ogni lavoro pastorale richiede, potranno negli anni prossimi innervare la dimensione vocazionale sempre più profondamente negli itinerari educativi della realtà dei ragazzi e dei giovani della nostra diocesi. Quale prospettiva pastorale? 562

La prospettiva pastorale scelta è quella parrocchiale e vicariale. - Parrocchiale Con un tentativo, già in atto, si cerca, attraverso la presenza dei sacerdoti del Seminario e l’équipe del CDV, di stabilire dei contatti sempre più solidi e fruttuosi con la realtà degli educatori e degli adulti responsabili presenti nelle parrocchie della diocesi, perché continuino ad essere sempre più attenti e sensibili ad una pastorale vocazionale.


CURIA METROPOLITANA - Centro Diocesano Vocazioni Si sta cercando di allargare la sensibilità e attenzione alla realtà vocazionale coinvolgendo in modo più diretto, per quanto possibile, i catechisti e le catechiste, impegnati soprattutto nel settore della catechesi della iniziazione cristiana. Tale settore pastorale sta rivelando, man mano che lo si accosta attraverso gli incontri organizzati per loro, una sensibilità e una attenzione al problema vocazionale che stupisce e invoglia a ritenere che vale ancora la pena di continuare a investire forze e occasioni in questa linea. Si avranno così alcuni responsabili che poi, a loro volta, si incaricano di far pervenire agli educatori interessati delle singole parrocchie quella comunicazione, quella riflessione o iniziativa che si intende avviare o sostenere vocazionalmente. In rapporto poi ad una visione vocazionale più ampia potrebbero entrare in questa prospettiva alcune religiose, alcuni religiosi ed altri rappresentanti di speciali categorie vocazionali, presenti in diocesi. Animazione vocazionale Parlando di “animazione vocazionale” si intende sottolineare il fatto che è diventato sempre più urgente in questi anni ribadire all’interno della pastorale ordinaria una specifica attenzione alla prospettiva vocazionale. Nelle nostre comunità parrocchiali c’è una diffusa attenzione al problema delle vocazioni di speciale consacrazione. Essa attende una maggiore specificazione ed una proposta che la renda concreta nel vissuto quotidiano e nella pastorale ordinaria. Per questo scopo, già dallo scorso anno, è iniziata un’attività nelle parrocchie portata avanti dall’équipe del CDV. Si tratta di una presenza mensile che prevede: - la celebrazione della S. Messa alla domenica opportunamente animata. Con la predicazione si cerca di offrire un certo percorso che susciti e maturi l’attenzione vocazionale.

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- Incontri con gli animatori e i catechisti perché possano nella catechesi ordinaria trasmettere la dimensione vocazionale della vita cristiana. - Incontri di catechesi o di preghiera, anche durante la settimana, con i vari gruppi di giovani e di ragazzi presenti in parrocchia. Tale presenza non sostituisce, ma integra la pastorale ordinaria, perché in essa possa essere sempre presente la prospettiva vocazionale. Non si tratta dunque di un impegno pastorale occasionale, né di una sensibilizzazione vocazionale che viene solo dal Seminario e del CDV. Alla base c’è una comunità cristiana consapevole dal proprio ruolo attivo sul fronte delle vocazioni e decisa a migliorare vocazionalmente la propria opera educativa. Per questo è necessario che la parrocchia, cominciando dal parroco, sostenga e faccia propria tale iniziativa perché questa presenza diventi una presenza significativa evitando così che diventi una parentesi nella vita della comunità parrocchiale.

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È possibile ancora oggi coltivare l’età della preadolescenza in rapporto ad una esplicita scelta vocazionale, quale potrebbe essere quella del sacerdozio ministeriale? Potrebbe essere la domanda che sta a monte alle eventuali iniziative vocazionali. È chiaro che la vocazione al sacerdozio, come figura realizzata, fa riferimento alla realtà dell’adulto e soltanto mediante una serie di pericolose forzature può essere adattata alla vita concreta di un preadolescente. Ma un ragazzo di 10-11-12 anni di fatto può a nostro giudizio considerare la vocazione al sacerdozio ministeriale sotto un profilo molto più elementare e sintetico: quello cioè di una intuizione spirituale della vita del prete, anticipando e quasi prefigurando, nella propria vita di preadolescente, proprio quella disponibilità, generosità e dedizione spirituale al singolare mistero di Gesù, che caratterizza comunque la vocazione al sacerdozio ministeriale. Uno degli obiettivi della presenza dei sacerdoti del Seminario nelle parrocchie è proprio anche la formazione di un gruppo vocazionale che possa percorrere un cammino per la esplicitazione del desiderio vocazionale. L’intenzione in questo settore è quella di focalizzare l’attenzione sulle aperture vocazionali che la pastorale ordinaria già offre. In


CURIA METROPOLITANA particolare si vuole operare in riferimento a tre prospettive: - la cura della dimensione vocazionale all’interno della catechesi, con particolare riferimento all’anno dei cresimandi; - l’aiuto a riconoscere le reali “potenzialità” vocazionali presenti nella vita di un ragazzo, come segno di uno speciale sguardo di amore di Gesù; - il contributo decisivo che può venire da un ambiente educativo favorevole e stimolante, capace di prefigurare il significato di una vita vissuta come vocazione.

Conclusione Come un mandorlo in fiore! Così vedo la Chiesa di oggi. Pieno di colori vivaci, imponente nella sua bellezza eppure anche così fragile. Il mandorlo è il primo albero a fiorire in primavera e l’ultimo a dare i frutti. Un mandorlo in fiore in riva ad un corso d’acqua che nasce da quella sorgente che è la Chiesa di Bari che ci ha dato la fede. Un mandorlo in fiore è come un “grembo”: prepara con la sua chioma vistosa i frutti che verranno. Mi piace questa immagine perché mi parla di bellezza e di fragilità insieme. Un mandorlo in fiore è uno spettacolo della natura, ci viene donato ogni anno a primavera eppure quei fiori sono così fragili che un vento forte può spazzarli via lasciando l’albero spoglio, ma non morto. Anzi pronto a dare il meglio: i frutti! Penso alla Chiesa così. Vivace, talvolta imponente nella sua bellezza, piena di tanti colori eppure carica di una bellezza che prepara ad un “di più” che verrà. La Chiesa fiorita la immagino come popolo di Dio. Questo popolo che insieme è capace di mostrare la sua bellezza e che riceve i raggi del sole che gli danno vita. Un popolo di Dio che scopre la sua bellezza nell’essere insieme, unica chioma. Amo pensare che questa è la Chiesa di oggi: bella, colorata, variopinta, fragile ma che prepara proprio così il frutto che le è chiesto di donare al mondo intero: Gesù. Il Cristo Figlio di Dio.

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Francesco Nigro

Il catechista, animatore vocazionale

Introduzione «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato» (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 23: Principio e fondamento).

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Così il grande maestro di spiritualità e fondatore della Compagnia di Gesù ci ha consegnato come una “carta costituzionale”, se così possiamo dire, della vita spirituale. L’uomo è creato da Dio per una triplice vocazione: la chiamata al culto vero ed autentico, a rispettare il volere di Dio creatore e salvatore, a servirlo nella Chiesa e nel mondo secondo una modalità storica ben precisa che passa attraverso i canali della propria umanità. Noi siamo stati creati, pensati e voluti personalmente ed individualmente da Dio con questa peculiarità per salvarci. Forse dovremmo in primis riscoprire il senso della salvezza come esperienza di comunione/alleanza con Dio che è in fieri: è avvenuta storicamente con Cristo morto e risorto, è partecipata a noi nei segni sacramentali e nell’annuncio di fede che interpella e plasma la nostra vita qui ed ora, si realizzerà appieno nella vita futura, alla fine dei tempi. In questa ottica storico-salvifica si può collocare la presente riflessione che necessariamente parte da un interrogativo sul senso della “vocazione”. È ancora possibile parlare di vocazione? Mi piace introdurre il tema di questa relazione con una citazione della Lettera che la Commissione CEI che si occupa anche di catechesi ha pubblicato due anni fa:


CURIA METROPOLITANA «Se c’è una differenza da marcare, allora, non sarà forse tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di cercare incessantemente Dio e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio al pensiero dell’ultima patria» (Lettera. ai cercatori di Dio, V).

La discriminante fondamentale che oggi si pone in seno al cammino di credibilità della fede è tra una fede pensata ed una ancora di tradizione. Già l’esperienza del Concilio Vaticano I a fine ‘800 aveva risolto il problema delle due derive sul rapporto fede-ragione: il fideismo privo di riflessione razionale sulla fede (atto, contenuto e ragionevolezza della fede) ed il razionalismo che sviliva il discorso religioso in una mera morale. Oggi si pone in particolar modo il problema di riprendere in mano il senso del nostro credere rilevando che la differenza sta tra pensanti che lottano per capire la ragione di fondo che motiva non solo il contenuto (proprio delle scienze teologiche), ma anche l’atto di fede in sé, esigendo un continuo esercizio di immersione nel mistero che coniughi studio e preghiera, carità e contemplazione, meraviglia e semplicità. È in questo contesto che si pone la domanda: si può ancora parlare di vocazione oggi? Ha ancora senso fare un discorso sulla vocazione e proporre agli uomini e alle donne di oggi una “vocazione”? Se pensiamo alla vocazione solo in termini specificatamente ministeriali o di speciale consacrazione la problematicità della domanda incalza al punto da domandarsi: “è utile ancora parlare di vocazione?”; perché “i ragazzi/giovani hanno altro per la testa…”, “la crisi vocazionale è ormai irreversibile, occorre andare oltre”,.. oppure “non ha senso fare animazione vocazionale, chi vuole si fa avanti da solo…”. Per non parlare poi del catechista… poverino/a si fa in quattro per contribuire alla formazione cristiana dei ragazzi e nonostante gli esiti apparentemente positivi che talvolta riesce a raggiungere puntualmente tutto si conclude con la cresima. In questo scenario, spesso di sfiducia e di tendenza a piangersi addosso, emerge il bisogno di rimettersi alla

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scuola del Signore, l’unico vero educatore che può rispondere in modo adeguato anche oggi alle nostre difficoltà, domande e paure. Il percorso che propongo si articola in 5 punti ed offro una lettura sapienziale del brano super noto dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35) usando in senso analogico ed esemplificativo il percorso tradizionale della lectio divina, ben sapendo che non si tratta di un momento di preghiera e dei limiti metodologici che si potrebbero incontrare in questo tipo di analisi.

1. Una lectio dello status quo della nostra esperienza socio-religiosa “Due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus,… conversavano e discutevano”

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Sorge quanto mai necessaria la domanda sui nuclei d’interesse degli uomini/donne di oggi. L’esempio lampante dei due discepoli che in modo animato – come dice Luca – discutono ci riporta inevitabilmente a quel clima di delusione e di amarezza che albergava nel cuore di chi, come Cleopa e il suo compagno, scelgono di abbandonare Gerusalemme il cuore del culto, segno della messianicità attesa e disattesa dal rabbi di Nazaret1. Questi due discepoli del Signore che si recano dopo la sconsolante vicenda di Gesù ad Emmaus richiamano l’esperienza gloriosa del passato (1Mac 3,40.57; 4,1-27; 9,50), un volersi immergere in un mondo e in un tempo che ormai non c’è più. Probabilmente questi discepoli avevano una casa nel territorio di Emmaus, ma appare quanto mai indicativo il fatto che questa località divenga il crocevia di discernimento tra le speranze attese dai discepoli di una liberazione in linea con la gloriosa tradizione maccabaica e la frustrante esperienza 1 Essi si dirigono verso una meta (Emmaus), ma dove si trova? Alcuni codici riportano 60 stadi, 11,5 km; per altri 160 stadi, 31 km, circa. Ovviamente non si sa in quale direzione; per questo noi abbiamo diverse Emmaus. Ma biblicamente abbiamo notizie in merito? Secondo la tradizione più antica, comprovata dal 1 Libro dei Maccabei, si tratterebbe di Emmaus-Nicopoli a 23 km da Gerusalemme, dove sorgeva fino al 1948 un villaggio arabo ‘Amwas, nella direzione di Modin, la città natale e residenza della famiglia di Mattatia, il padre dei Maccabei (1Mac 2,1.5). Emmaus compare come una località ricca e gloriosa dove Giuda Maccabeo vinse l’esercito di Antioco IV nel 166 a.C. (1Mac 3,40.57; 4,1-27; 9,50).


CURIA METROPOLITANA offerta da Gesù che cambia i piani e dà un nuovo senso alla storia2. Qual è la direzione del cammino della nostra umanità? Il catechista “uditore di Dio e della storia” «Non sempre la Chiesa è apparsa così moribonda come nell’Occidente europeo degli ultimi trenta anni. Dopo le tre rivoluzioni del Concilio, del 1968 e del 1989 sembra che essa non vada a genio più a nessuno: per i devoti non è devota e sacrale, per i liberali non è liberale, per gli impegnati non è sufficientemente sociale, per quelli delle comunità di base è troppo funzionaria, per gli amanti della vita moralistica, per gli esoterici ed i ricercatori di senso troppo sobria. In generale, appare straordinariamente antiquata e contemporaneamente ritoccata in modo moderno, così che quasi nessuno vi si senta a casa»3.

Il contesto socio-religioso nel quale viviamo non è certamente più la pia societas christiana del passato, ormai il fenomeno della secolarizzazione ha preso il suo sopravvento. Al di là di queste espressioni alquanto forti cerchiamo di leggere la nostra storia in chiave sapienziale. Parallelamente all’esperienza pasquale di Emmaus è possibile mettersi in ascolto del nostro tempo per offrire un messaggio di fede efficace e confacente ai reali bisogni di oggi. La Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi ha pubblicato una lettera in occasione dei 40 anni del Documento base, dal titolo Annuncio e catechesi per la vita cristiana4, 2

Cfr F. Rossi de Gasperis, È risorto, non è qui! Lectio sui vangeli della Risurrezione, Pardes Edizioni, Bologna 2008, pp. 54 sgg. 3 E. Salman, Passi e passaggi. Piccola mistagogia verso il mondo della fede, Cittadella ed., Assisi 2009, p. 13. 4 CEI, Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, Annuncio e catechesi per la vita cristiana, Lettera in occasione del 40° del Documento Base: Regno-doc (9/2010), pp. 267-272.

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richiamando quattro influssi culturali particolari che hanno determinato l’attuale configurazione della nostra società: «Il razionalismo, che assolutizza la ragione a scapito della fede; lo scientismo, secondo cui ha senso parlare solo di ciò che si può sperimentare; il relativismo, che radicalizza la libertà individuale e l’autonomia incondizionata dell’uomo nel darsi un proprio sistema di significati, rifiutando ogni imperativo etico fondato sull’affermazione della verità; il materialismo consumista, che esalta l’avere e il benessere materiale»5.

L’indifferenza religiosa e l’irrilevanza attribuita alla fede sono però anche dovute ad una formazione cristiana che per la maggior parte si conclude nell’età preadolescenziale, con una conseguente «immagine infantile di Dio e della religione cristiana, con scarsa presa nella loro vita», ma anche per un forte «soggettivismo, che induce molti cristiani a selezionare in maniera arbitraria i contenuti della fede e della morale cristiana, a relativizzare l’appartenenza ecclesiale e a vivere l’esperienza religiosa in forma individualistica»6. Relegare l’esperienza religiosa nel mondo del privato ha come conseguenza una relativizzazione anche dei contenuti storici e dottrinali del messaggio cristiano e una scarsa incidenza nel vissuto concreto della propria vita. In questi ultimi anni si fa sempre più strada l’affermazione di una società che va “oltre la secolarizzazione”7. Oggi, però, assistiamo ad 5

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Ibidem, n. 7, Regno-doc (9/2010), p. 268. Ibidem, n. 8, Regno-doc (9/2010), p. 269. 7 Gli “ideatori” di questa espressione sono F. Barbano e L. Berzano già dal 1990: L. Berzano, Differenziazione e religione negli anni Ottanta, Giappicchelli, Torino 1990; Id., La religiosità del nuovo areopago. Credenze e forme religiose nell’epoca postsecolare, Franco Angelini, Milano 1994. La teoria della secolarizzazione sosteneva tre dinamismi fondamentali: il declino della religione per l’evoluzione tecnico-scientifica; la privatizzazione del credere (una “religione invisibile”) e la differenziazione funzionale delle sfere sociali, ossia la religione «non è più il fulcro dell’integrazione sociale, ma molto più semplicemente uno dei fattori che, insieme ad altri, interagisce in una rete complessa di relazioni la quale non riconosce più autorità superiori ad altre, ma solamente funzioni più o meno efficaci al fine dell’integrazione»: G. Giordan, «Dentro e oltre la secolarizzazione. La religione nell’epoca postsecolare», CredOg 30(2/2010), pp. 7-18; qui: p.11. Cfr ibidem, p. 15: «La verità oggettiva, tanto cara alle 6


CURIA METROPOLITANA un fenomeno anomalo e paradossale: il fenomeno religioso e il rapporto con il sacro non è affatto venuto meno, ma si è configurato in una dimensione meno istituzionale e “ortodossa”, segnato dal forte emotivismo e dalla molteplicità di esperienze estetiche, come anche dal profondo bisogno di senso, di libertà e di felicità8.

Lo scenario socio-religioso europeo riflesso nella vita di ognuno di noi In questo scenario particolare mi piace fare un salto ed avere una visione panoramica della nostra Europa per capire certi dinamismi che ci interpellano da vicino. In una recente ed avvincente pubblicazione fratel Enzo Biemmi ha rilevato che possiamo intravedere ben quattro aree geografiche che delineano la diversificata mappa dell’esperienza di fede e della conseguente evangelizzazione9. – Dalla rottura alla dimenticanza: Si tratta della zona della Francia, Paesi Bassi, Belgio dove si è avuta «una vera e propria espulsione della fede dal quadro culturale, fino a cancellare le tracce del cristianesimo […] una vera e propria rottura nei riguardi della Chiesa

istituzioni, soprattutto quelle religiose, cede il passo all’autenticità soggettiva, la quale diventa il metro di misura per giudicare il mondo vitale all’interno del quale il soggetto si muove. […] il pluralismo culturale che porta con sé la diversità e quindi la conseguenza della relatività, nell’intendere tanto le pratiche della vita quotidiana come anche i riferimenti valoriali e gli universi simbolici che alimentano il senso del vivere». 8 Cfr F. Nigro, «La Chiesa, comunità educante si verifica. L’esperienza dell’Arcidiocesi di Taranto», Fides et Ratio 4(1/2011), pp. 161-187. Nell’esperienza postsecolare notiamo due fenomeni portanti: la “cultura del sé”, ossia la forte individualizzazione dell’esperienza religiosa e sacra, in stretta sintonia con il “sé profondo”, e il forte “pluralismo dei valori”, tipico della cultura relativistica. Se tutto è “democraticamente” uguale ed appiattito, anche la spiritualità assume una sua nuova fisionomia nel contesto postsecolare svincolandosi dalle istituzioni religiose, che da sempre ne hanno controllato i confini, relegandola ad una esperienza credente del soggetto che privilegia i canali della contaminazione e della inclusione di elementi differenti, se non addirittura opposti, in una religiosità sincretista e del tutto nuova rispetto alle esperienze religiose tradizionali dell’epoca premoderna. 9 Cfr E. Biemmi, Il Secondo Annuncio. La grazia di ricominciare, EDB, Bologna 2011, pp. 16-18.

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e del cristianesimo, considerati nemici dell’uomo, della sua libertà, della sua realizzazione. […] Le nuove generazioni semplicemente non sono a conoscenza della proposta cristiana»10. – La continuità parziale della pratica tradizionale: Si tratta della zona dell’Italia, della Spagna e del Portogallo, della Polonia. Permangono la memoria cristiana e le sue manifestazioni popolari e pubbliche, anche se in una mentalità ormai secolarizzata. Le forme di religiosità popolare sono ancora molto forti e radicate nel territorio con tutte le difficoltà annesse, ma costituiscono ancora una forte risorsa per l’annuncio11. – La religiosità privata: Sono investiti da una tipologia di fede relegata nel privato senza alcun riferimento sociale quelle aree dell’ex URSS che per oltre 50 anni (1946-1989) sono state private di una fede pubblica, da viversi nella clandestinità, ma con la libertà. – La serena non religiosità: Regioni come Svezia, Rep. Ceca, Germania ex orientale hanno il 75% della popolazione semplicemente e serenamente non religiosa, conducendo una vita normale: bisogna stare attenti a non pensare che quest’ area sia più difficile da “evangelizzare” per questa indifferenza religiosa, perché molti segni positivi di dialogo possono e sono nati in questo contesto.

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In effetti si può dire che l’Europa è qui da noi, anche nel nostro contesto socio-religioso, ma anche è presente in noi stessi, nel nostro modo di essere, di pensare ed agire. Il groviglio di situazioni presentate si ripropongono da noi e in noi. Ma quali sono allora le “ansie” e i “bisogni-desideri primari” dell’uomo di oggi?

10 11

Ivi, p.16. Cfr Ibidem.


CURIA METROPOLITANA Alcune priorità dell’uomo di oggi: – L’aver diritto, ossia la presa di coscienza di essere soggetti di diritto, capaci quindi di determinarsi e di scegliere liberamente ha portato a smarrire il valore ed il significato anche dei doveri, in quanto il fattore “libertà” ha perso il correlativo “dovere” che risulta essere estraneo ad una cultura che non riesce ad accettare di porre un freno alla libertà e che vede in ogni norma una amputazione allo spirito free12. – Il benessere di ogni tipo, tendenzialmente estetizzante, è uno degli aspetti più dirompenti della cultura odierna. Ciò non vuol dire che lo star bene sia una cosa non buona, un livello di vita migliore garantisce e salvaguarda la dignità stessa della persona. Preoccupa, invece, l’eccessiva logica dell’apparire e del possedere che traspare dal mondo mediatico: le forme fisiche perfette, abiti ed acconciature curatissime, auto costosissime, pur di sentirmi parte o farmi o far credere agli altri di essere uno dei “vip”. – Un ulteriore elemento di questa analisi è offerto dalla logica utilitaristica e dalla funzionalità, ossia dalla strumentalizzazione delle persone e delle cose viste come mezzi e non con la loro dignità. Fine ultimo di certa mentalità è raggiungere il proprio piacere personale identificato così con la propria felicità e realizzazione, ma quando una persona (moglie, amico,… ) non riesce a garantirmi quel trend di vita o quel risultato atteso mi sento non solo autorizzato, ma quasi in “dovere” di interrompere la relazione. – La nostra cultura è, inoltre, segnata dalla frenesia del fare, dall’ansia di dover fare tutto e subito a scapito della qualità delle relazioni che spesso sono banalizzate o superficiali. Talvolta, però, la fretta è più un costume, uno stile di vita più che una scelta di vita, un voler rincorrere tutto e tutti (se vero o falso non si sa) più che una reale situazione di precarietà. 12

Questo tema è stato affrontato con lucidità e profondità anche dal papa: Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione (= Urgenza educativa), Roma 21gennaio 2008, Regno-doc (7/2008) , pp.193-196, soprattutto: pp.194-195.

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– Eppure in tutto questo contesto emerge sempre più il bisogno di una sana ricerca di senso che ci colloca oltre la secolarizzazione, certamente, ma che conserva ancora per molti tratti i suoi connotati più veri di parzialità o a tempo determinato nell’impegno di ricerca13. La latitanza delle agenzie educative e delle guide spirituali

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Il nocciolo duro dell’emergenza educativa è rappresentata dalla latitanza delle agenzie educative, di coloro che storicamente hanno svolto un ruolo decisivo nella formazione umana e cristiana delle giovani generazioni14. In primis emerge il ruolo e la missione della famiglia, ormai in balia delle onde della precarietà non solo lavorativa ed economica, ma che primariamente vive il dramma della precarietà affettivo-relazionale con situazioni altalenanti di instabilità stabile che mal si coniugano con il bisogno di punti fermi nella vita del bambino/ragazzo/giovane. Come ha saggiamente rilevato mons. Caffarra: la “catastrofe educativa della famiglia” trae origine dal fatto che «la narrazione della vita di generazione in generazione si è interrotta: padri-madri senza figli e figli senza padri-madri. L’interruzione è accaduta, a mio giudizio, perché si è voluto espellere dal rapporto educativo il principio di autorevolezza. Se si pensa e si pratica la relazione educativa come relazione fra uguali, l’atto educativo diventa impossibile. Al massimo si diranno nozioni e informazioni»15. Un problema connesso con quanto rilevato è la confusione di ruoli: i bambini si comportano da adulti e gli adulti da bambini; gli adulti fuggono dal loro ruolo e si sottraggono alla loro responsabilità o dissimulano la loro autorità con atteggiamenti fraterna-

13 Cfr A. Matteo, «Davanti alla prima generazione incredula», La Rivista del Clero italiano 90(2/2009), pp. 118-128; Id., «Per una Chiesa scuola di libertà. La trasmissione della fede alla prima generazione incredula», La Rivista del Clero italiano 90(4/2009), pp. 245-256; G. Savagnone, «Che fatica educare all’umano!», Presbyteri 44 (1/2010), pp. 11-22; F. Scalia, «Saranno “figli tortuosi e degeneri”, ma sono figli nostri», Presbyteri 44 (1/2010), pp. 1-10; U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007. 14 Cfr EVBV nn. 9-13; 36-51. 15 C. Caffarra, «Siamo entrati in una catastrofe educativa», intervento al convegno su sport e famiglia promosso dal CSI, in Avvenire, 22 aprile 2007, p. 14.


CURIA METROPOLITANA listici; non mancano, poi, padri che giocano a fare le madri perdendo quell’autorità propria della loro identità mascolina e paterna. Il risultato di questo gioco di ruoli è che «a un padre “fuggitivo” corrisponde un figlio adulto-mancato, senza stima di sé né spina dorsale; a un padre che non ha saputo assumere a suo tempo l’autorità corrisponde un figlio che non ha punti di riferimento né sa dare un orientamento alla sua vita; un padre, infine, che ha giocato a fare da madre avrà un figlio con problemi d’identità, quanto meno, e di relazione con l’altro-da-sé»16. È necessario riconoscere anche una certa latitanza della scuola – a cui per questioni ovvie non si fa riferimento in questa sede – e del gruppo. Riguardo questa realtà mi preme rilevare un dato molto particolare: quello che un tempo era il gruppo/comitiva, luogo sociologicamente identitario per i giovani e i ragazzi in cui vivere una relazione/confronto libero tra pari, oggi si è trasformato sempre più da “banda” – dove ognuno svolgeva un ruolo in base alle diverse personalità – a “branco” ove tutti i componenti sono uguali e si penalizza la diversità. Si tratta di “branco” di consumatori di prodotti, o di telespettatori, o di trasgressori che sfidano le norme sociali con atti di vandalismo e di violenza inaudita che in questi ultimi anni sono sempre più in aumento anche tra i più giovani17. Bisogna altresì riconoscere anche una certa latitanza educativa da parte della comunità ecclesiale nella carenza di percorsi pedagogici per i ragazzi tali da interpellare la loro vita, le loro scelte di fondo così da tradursi in un’etica anche socialmente valida. A questo si aggiunge la questione della credibilità dei cristiani (ad iniziare dai sacerdoti) e soprattutto della difficoltà ad educare al desiderio di Dio, al bisogno di ricercarlo come chiave di lettura della propria strada. È in questa ottica che emerge soprattutto la crisi dell’accompagnatore spirituale; si può ben dire che oggi è in crisi anche la paternità spirituale, sostitui-

16

A. Cencini, Il più piccolo di tutti i semi. Pedagogia della proposta e dell’accompagnamento vocazionale, Paoline, Milano 2007, pp. 27-28. 17 Cfr ivi, pp. 22-24.

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ta ormai troppo spesso da psicologi che prendono il posto, in molti casi, di quelle figure sante e semplici, ma cariche spiritualmente, di preti confessori e direttori spirituali che per generazioni erano colonne delle comunità parrocchiali e diocesane18. Possiamo quindi dire che non si tratta soltanto di crisi vocazionale, ma di accompagnamento vocazionale, di persone che abbiano seminato in modo decisivo il seme del desiderio di Dio per configurarsi in una certa direzione vocazionale. Come è stato rilevato da Garelli in una sua indagine a livello nazionale, circa l’11% dei giovani italiani percepisce il desiderio di consacrarsi totalmente al Signore, di questi il 20% vi ha riflettuto per almeno 3 anni, mentre gli altri solo per un anno19. Da questi dati emerge che non è stato intercettato il segnale-desiderio vocazionale per la maggior parte dei ragazzi e non è stato dato l’aiuto necessario per supportarli in questo tipo di ricerca e di confronto. Si può dunque parlare di “aborti vocazionali”20.

2. La meditatio: il catechista-animatore vocazionale è “accompagnatore, educatore e testimone” “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… Che cosa sono questi discorsi?”

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Siamo giunti nel cuore della relazione. Chi è il catechista? E come può svolgere il suo ministero come animatore vocazionale? Si tratta di due figure distinte e contrapposte o complementari? Evidentemente la complementarietà e l’inscindibilità di questo connubio tra catechesi ed animazione vocazionale sarà percepita appieno alla fine di tutto il percorso previsto. Qui ci rimettiamo nuovamente in ascolto della Parola e dell’esperienza pedagogica del Risorto. La pedagogia del Risorto: accostarsi, ascoltare, interpellare La persona stessa di Gesù, rimarca Luca con forza, si rende presen18

Cfr il settimo fascicolo di “Evangelizzare” del 2011 che parla appunto del counseling pastorale. Cfr F. Garelli (ed.), Chiamati a scegliere. I giovani italiani di fronte alla vocazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2006, pp. 96-97. 20 Cfr Pontificia opera per le vocazioni ecclesiastiche, Nuove vocazioni per una nuova Europa, Paoline, Milano 1999, p. 35. 19


CURIA METROPOLITANA te e visibile in modo nuovo. Sappiamo bene che Luca negli Atti annota le molteplici manifestazioni del Cristo Risorto per ben 40 giorni21. Il brano biblico scelto andrebbe ben contestualizzato nel terzo vangelo e spiegato, ma per motivi di tempo sorvolo su questo aspetto e mi permetto di fare un’analisi del testo in sé nei suoi caratteri essenziali, utile per noi catechisti di oggi. Il linguaggio del Risorto ci riporta, in primo luogo a pensare che egli si accosta, vive un accompagnamento nei confronti dei due discepoli desolati ed interagisce con loro con delle domande per far emergere quel magma di delusione ed amarezza che pervadeva il loro animo. È in questa logica che si colloca il ministero del catechista chiamato ad essere accompagnatore silenzioso, uditore del cuore degli altri, desideroso di capire il mondo in cui vivono i ragazzi o le persone che incontra e sempre disposto a cercare di svolgere l’arte socratica della maieutica, far “partorire” il mistero che si cela nel cuore e aiutare a rileggerlo, a configurarlo nel modo migliore, fino a dare gli strumenti perché il ragazzo/giovane/adulto possa dare la forma più adatta. Per capire tutta questa ars educandi il DB ci viene in aiuto affermando al n. 186: «Il catechista si caratterizza anzitutto per la sua vocazione e il suo impegno di testimone qualificato di Cristo e di tutto il mistero di salvezza”.

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Il suo rendersi visibile prima di ascendere al cielo può essere paragonato ad “un corso in una scuola di lingua”, la lingua della fede. «Durante un tale corso il Maestro insegna ai discepoli, con molte prove (At 1,3), il nuovo linguaggio utilizzando ancora, necessariamente, qualche elemento della lingua precedente (farsi vedere qui o là e farsi gradualmente riconoscere, farsi toccare, camminare, mangiare e bere insieme ai discepoli, guidare la loro pesca sul lago…), prima di cessare completamente questa duplicità pedagogica di comunicazione, che si serviva di un’esperienza “sensibile e ancora in qualche modo terrena” per “ascendere” alla fede pura, propria dell’economia dell’assunzione al cielo di Gesù da parte del Padre, in cui anche i discepoli sono chiamati a educarsi e ad accedere, parlando ormai speditamente la nuova lingua appresa (At 1,9-11)»: F. Rossi de Gasperis, È risorto, non è qui, pp. 54-55.


Il primo nucleo da cui partire è quindi la propria vocazione, sentirsi chiamati da Dio a svolgere un ruolo di mediazione. Ma, forse, conviene ridefinire anche il significato stesso di “vocazione”. Essa non è “un incarico a tempo determinato o indeterminato”, non è un “arruolamento” né “una scelta per soli raccomandati”, ma il progetto di vita, la storia di alleanza che Dio vuole stipulare con ciascun uomo e donna di ogni epoca e luogo. È per questo motivo che possiamo distinguere tre dinamiche vocazionali alle quali è necessario essere educati. La vocazione alla vita: è la chiamata “antropologico/esistenziale” per capire che la vita è un dono di Dio che mi fa personalmente e di cui sono custode; La vocazione alla fede: è la chiamata “teologica”, ossia ad una relazione personale con Dio e non ad assolvere a dei doveri della fede. La relazione personale con Dio crea alleanza nella storia del credente e gli fa comprendere quanto è importante ai suoi occhi e come desidera vivere una relazione di profonda amicizia. Da questo scaturisce anche l’appartenenza ecclesiale come necessario sbocco della necessità di vivere in comunione con Dio. C’è una terza dinamica: la vocazione alla disponibilità obbediente a Cristo, possiamo dire che si tratta della chiamata “ministeriale”. In una comunità di credenti dove tutti sono membra vive tutti sono chiamati a svolgere un ministero, un servizio come risposta personale a Dio che mi chiede di collaborare con Lui e per Lui nella realizzazione del Suo Regno. È in questa dinamica che si colloca la “vocazione in senso stretto”, ossia la risposta amorevole a Dio che vuole il mio bene e mi vuol rendere felice e quindi io gli rispondo con disponibilità senza timore alcuno. In questa logica possiamo anche parlare di “vocazioni” nella vita di ciascuno. Ossia siamo chiamati in modo differente dal Signore e più volte durante l’arco della vita. Ad esempio siamo chiamati a svolgere un lavoro/professione, al matrimonio, alla paternità/maternità, ma anche al ministero sacerdotale o alla vita consacrata da svolgere come parroco, o insegnante, come formatore… Possiamo anche dire che c’è una vocazione nella vocazione allora22.

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Cfr A. Cencini, Il più piccolo di tutti i semi, cit., pp. 46-48. ID., Sete di Dio. Dal desiderio alla decisione vocazionale, Paoline, Milano 2007, pp. 28-68.


CURIA METROPOLITANA Alla luce di quanto emerso si deve attestare che il catechista – come sapientemente rileva il DB – è un chiamato da Dio in Cristo per svolgere un ministero ecclesiale: quello dell’evangelizzatore. Se manca questa consapevolezza non ci può essere risposta autentica ed impegno serio. Non si tratta di volontariato, ma di chiamata. Ecco che essere catechista-animatore vocazionale è possibile in questo connubio stretto con Cristo che mi chiama e mi sollecita a contribuire nel “fare discepole tutte le genti”. Il Vaticano II ha espresso bene questa mediazione ecclesiale in LG 1: «La Chiesa è in Cristo come un sacramento, segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Il testo conciliare esprime bene la mistericità della Chiesa che ha una funzione duplice: quella di significare ciò che rappresenta e comunica (Cristo) e di essere il tramite grazie al quale si realizza questa conoscenza-comunione. Anche il catechista è chiamato ad essere “sacramento” di Dio per i suoi ragazzi o le persone a lui affidate, ossia egli è chiamato costantemente a rimandare a colui che è la fonte e la causa prima della vita di fede e della salvezza (Cristo) e a comprendere che la sua mediazione umana è l’unico modo certo attraverso la quale si attua la comunione con Dio. Con ciò, ovviamente, non poniamo limiti all’azione dello Spirito che agisce dove, come e quando vuole, ma che garantisce un canale sicuro che è quello della mediazione ecclesiale e ministeriale. Per questo il genitore come il catechista svolge la stessa missione di Andrea in Gv 1,40-42: “abbiamo visto il Signore”, lo indica e lo fa conoscere al fratello Pietro. Allora essere catechista è sì un ministero, ma è anche un “martirio”, una testimonianza continua di un rimando a Colui di cui è segno e strumento per Sua bontà, volontà e misericordia. Questo fa scaturire la necessità di affiancarsi agli altri, a saper educere, trarre fuori dal loro cuore le domande e i desideri più profondi e nella testimonianza di una presenza viva ed efficace indicare il Maestro e Signore. In questa prospettiva si coglie come tra santità-testimonianza e missione-catechesi e vocazione c’è una interazione e circolarità inscindibile.

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Ma la Chiesa come oggi si pone di fronte a questo nostro mondo? Quali proposte pastorali?

I tre grandi cambi di prospettiva della pastorale italiana La Chiesa italiana per rispondere a questo cambio di clima culturale ha pensato di cambiare la prospettiva e l’impostazione pastorale con tre direttive importanti. a) La prospettiva missionaria della pastorale nella linea del primo annuncio È quanto emerso dalla Nota “Il volto missionario delle parrocchie” che nel n. 10 afferma: «Prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita».

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b) La configurazione della catechesi secondo il modello di iniziazione cristiana in prospettiva catecumenale Questo aspetto è stato considerato soprattutto nella Prima nota CEI sull’IC del 1997 che al n. 41 afferma: «il catecumenato degli adulti costituisce il modello di ogni processo di iniziazione cristiana. Anche la prassi tradizionale dell’iniziazione per coloro che hanno ricevuto il Battesimo da bambini va ripensata e rinnovata alla luce del modello catecumenale». Si propone così un cammino di IC dei ragazzi con il coinvolgimento diretto degli adulti, della famiglia e dando un’impostazione non più di formazione e informazione religiosa, ma di annuncio per la conversione rivolto a chi non vive più con certezza un’esperienza di fede. c) La centralità dell’annuncio sugli snodi fondamentali dell’esistenza umana Da ultimo con l’esperienza di Verona la Chiesa italiana ha scelto di portare il Vangelo negli ambiti propri della vita perché la fede non risulti una cosa staccata dai contesti esistenziali fondamentali (festa/lavoro; affettività; fragilità; cittadinanza; tradizione)23. 23

Cfr CEI, Nota pastorale dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale (Verona 2006), «Testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo», Regno-doc (13/2007), 430-442; EVBV 54.


CURIA METROPOLITANA 3. La contemplatio: la centralità del mistero pasquale “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” La necessità della morte del Cristo, compresa alla luce delle Scritture, rappresenta il motivo di fondo che conduce i discepoli alla fede. Il catechista maestro (intelligibilità della fede e del senso della vita; traditio/receptio/redditio) Se il primo tratto che deve avere il catechista è quello del testimone che accompagna, il secondo è quello del “maestro” che desidera sempre più fare esperienza di Dio e che trasmette questa sua esigenza. Non basta la fides qua, la fede con cui si crede, cioè la fiducia con cui ci si abbandona a Dio, è necessaria anche la fides quae, la fede che crede nell’unico e identico Dio nel quale credono tutti i cristiani, sintetizzata e proclamata nel Simbolo di fede. Lo studio teologico, la preghiera e le competenze didattiche vanno di pari passo nella formazione del catechista. Il catechista animatore vocazionale, però, ha come specifico quello di offrire una rilettura della vita alla luce del mistero di Cristo che mi ha amato ed è morto e risorto per me, come dice san Paolo (Gal 2,20). Mancando punti di riferimento stabili è fondamentale offrire una visione di fede della vita dove Dio non è accessorio o ad intermittenza, ma è chiave ermeneutica della mia esistenza, della mia quotidianità segnata dal limite della fragilità, dal bisogno di amore e desiderosa di una gioia sempre più autentica. Cristo è la risposta ai bisogni di ogni uomo. Ecco allora dove si colloca il percorso di “traditio”, trasmissione della fede, il seminare il messaggio di fede che solo se accolto grazie allo Spirito potrà essere recepito nella propria vita ed essere riconsegnato. Il “per me” della salvezza offerta da Cristo rappresenta il motivo ed il criterio per il quale il catechista non può esimersi dal

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fare animazione vocazionale. Egli, infatti, non fa opera di convincimento o lavaggio del cervello, ma svolge quel ruolo strumentale nel proporre un cammino vocazionale per capire effettivamente come coniugare l’amore del Signore, la persona concreta e le scelte della vita. Bisogna quindi sempre seminare, dovunque e comunque e per chiunque, sarà il Signore a fare il resto interpellando la libertà di ciascuno24.

4. L’oratio: L’intimità della condivisione. Il catechista chiamato a chiamare alla comunione “Resta con noi, perché si fa sera…”

La preghiera rivolta dai discepoli al misterioso pellegrino appare come l’invocazione più bella ed affascinante che interpella ancora oggi la nostra fede. Cosa significa in sostanza pregare, invocare il Signore se non chiedergli di stare con noi, di rimanere con noi? Come sapientemente Paolo ha ricordato in Rm 10, 17sgg. la fede nasce dall’ascolto, per pregare/invocare Dio bisogna credere, per credere bisogna ascoltare la Buona novella, per ascoltarla è necessario che ci sia chi l’annunci, ma questi devono essere in primis chiamati e inviati. Ecco dunque il connubio stretto tra preghieraannuncio-vocazione-missione che anche questo brano biblico ci offre.

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Educare a in-vocare: ogni vocazione nasce dall’invocazione «Se educare vuol dire e-vocare la verità dell’io, tale verità per il credente non può prescindere dall’invocazione orante, anzi, nasce in essa, da una preghiera vocazionale, che è più preghiera di fiducia che di domanda, e pure al tempo stesso preghiera come lotta e tensione, come “scavo” sofferto

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Cfr CNV, Annuncio e proposta vocazionale nelle nuove prospettive di catechesi della Chiesa italiana, Rogate, Roma 1991. Fondamentali sono i contributi di: M.L. Mazzarello, «La catechesi dei fanciulli come annuncio vocazionale», pp. 59-80; S. Pintor, «La catechesi dei ragazzi come proposta vocazionale», 81-104; A. Plotti, «Il catechista a servizio dell’impegno vocazionale della comunità cristiana», pp. 105-122.


CURIA METROPOLITANA delle proprie ambizioni per accogliere attese, domande, desideri dell’Altro, il Padre che nel Figlio può dire a colui che cerca le parole della vita, la verità su di sé, la via da seguire»25. Se è Gesù stesso che suscita nel cuore dei discepoli la preghiera di restare con Lui, anche a chi si mette in ricerca di senso Gesù tocca il cuore, tirandolo fuori da sé (e-vocare) per chiamarlo e introdurlo nella comunione con lui (in-vocare). Per questo ogni vocazione nasce dalla preghiera, è sostenuta dalla preghiera e trova il suo compimento in essa (cfr preghiera e chiamata dei discepoli: Lc 6,1215). Da quanto emerso si può affermare che il vero catechista è chiamato ad animare le vocazioni, a cogliere i semi vocazionali partendo dall’esperienza della in-vocazione, della preghiera. È quindi chiamato prima di tutto lui stesso ad essere uomo di preghiera, attratto dalla preghiera per svolgere questo ruolo di tramite per introdurre gli altri nell’intimità di Dio.

“… prese il pane, … lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. La dimensione eucaristica della vocazione cristiana Il mistero eucaristico ha una funzione centrale nella vita e nella storia della salvezza ed anche nel mistero stesso della vocazione. Se quel semplice gesto dello spezzare il pane diventa epifania del Figlio di Dio, aprendo gli occhi increduli dei due discepoli, ancora oggi la chiesa celebra l’eucaristia e vive dell’eucaristia come momento fondativo e fondante dell’essere comunità della nuova alleanza. L’esperienza eucaristica diventa, così, il paradigma fondamentale della vita di ogni cristiano per il suo valore assoluto di dono di amore salvifico, di comunione rigenerante, di anticipazione del Regno eterno. Ma tutto questo non avrebbe senso se l’eucaristia stessa non fosse anche per il credente la via maestra attraverso la quale la vita di ognuno entra nel dinamismo salvifico attraverso la com-partecipazione al sacrificio redentore del Cristo. Da questo dinamismo si possono cogliere diversi aspetti. 25

A. Cencini, Il più piccolo di tutti i semi, cit., p. 80.

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In primo luogo è necessario “riconoscere il Signore risorto”. Per fare ciò in un cammino di animazione vocazionale è fondamentale porre in atto gesti forti, segnali inequivocabili, fare proposte alte, progetti di sequela totale che interpellano il ragazzo/giovane a volare alto senza timore. Oltre al chiedere il massimo, è necessario la responsabilità per l’altro, l’impegno nell’offerta del proprio tempo libero per gli altri, perché la vera crisi vocazionale è autentica crisi di responsabilità e di stimolo a crescere in questo dono-offerta di sé agli altri. Per questo la vocazione va intesa non semplicemente come “autorealizzazione”, “sentirsi portati per”, in modo quindi soggettivistico, ma come una realtà che viene dall’Altro che è Dio, non è necessariamente misurata dalle mie doti, anzi, va oltre, ed è in funzione non della mia persona. Tutti questi tratti, effettivamente, rivelano la “grammatica eucaristica” della vocazione, cioè il parallelismo che incorre tra il mistero eucaristico e la vocazione. – La vocazione è rendimento di grazie per la gratuita scelta di Dio, così l’eucaristia è rendimento di grazie per l’amore gratuito che Cristo ci ha donato. – L’eucaristia è memoriale della pasqua di Cristo, ma anche il cammino vocazionale è un continuo rimando a quell’evento fondamentale, a quell’incontro/esperienza che ha segnato la vita e che risulta essere la “spaccatura della roccia” da cui Dio ha fatto scaturire la sua grazia. – La vocazione è, inoltre, necessariamente offerta/sacri-ficio di sé, disponibilità a mettersi in gioco, ossia rendere sacro tramite l’offerta ciò che è umano e introdurlo nel mistero di Dio, farne proprietà di Dio così l’eucaristia esige ipso facto che all’offerta di Cristo si associ quella della Chiesa e del cristiano. – L’eucaristia dice anche comunione, condivisione con Dio e con i credenti per fare la Chiesa, così la vocazione dice sempre relazione di comunione con il Signore e con gli altri, perché ogni vocazione nasce in seno ai membri della Chiesa e in funzione di essi. – Da ultimo l’eucaristia è “pegno di vita eterna”, a dirla con san Tommaso, così la vocazione è chiamata ad essere segno escatologico (soprattutto quella di speciale consacrazione), anticipazione del Regno di Dio.


CURIA METROPOLITANA 5. L’actio: Il ritorno a Gerusalemme come “risposta vocazionale” “Non ardeva forse in noi il nostro cuore… Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme,… essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto”

È spontaneo, quasi scontato per i due di Emmaus ritornare “senza indugio”, proprio come i pastori nella notte di Betlemme, a quel luogo da cui erano partiti, per ricongiungersi con quei compagni da cui si erano allontanati perché ritenuti ormai “pericolosi” per la loro integrità (potevano fare la stessa fine di Gesù!). Ma il coraggio li pervade, il cuore riscaldato dalle parole e dai gesti del Cristo risorto li ha spinti ad andare oltre, senza attendere e nel cuore della notte tornano al cenacolo per narrare la loro esperienza. Ebbene, la vocazione nasce dopo l’esperienza di intimità con il Signore, il catechista è quindi animatore vocazionale solo se sa offrire la possibilità di fare una esperienza “calda” affettivamente con il Signore, se introduce in una comunione vera ed autentica con il Cristo attraverso le parole e i gesti che compie. La vocazione e la missione nascono dal cuore che arde Il concilio ci insegna che Dio nella sua bontà e sapienza parla agli uomini come ad amici e rivela se stesso per introdurre tutti ad una più piena ed autentica comunione con Lui. Egli realizza tutto questo attraverso a) «gesti e parole intrinsecamente uniti» (DV 2). Non basta dire “ti voglio bene”, devo anche dimostrarlo con i fatti, è così che Dio continua a fare con noi: ci racconta il Suo amore e lo consegna a noi attraverso i segni sacramentali. Allora «formare alla scelta vocazionale vuol dire mostrare sempre più il legame tra esperienza di Dio e scoperta dell’io, teofania e autoidentità, tra preghiera come contemplazione del divino e preghiera come ricerca dell’io, perché “il riconoscimento di lui come Signore della vita e della storia, comporta l’autoriconoscimento del discepolo”»26. I discepoli si scoprono chiamati dopo questo incontro, e vanno senza indugio. 26

A. Cencini, Il più piccolo di tutti i semi, cit., p. 100.

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Lo statuto teologico del catechista animatore vocazionale: Ef 4,1-3.11-13 Siamo giunti alla conclusione di un percorso e possiamo solo ora in modo esaustivo rispondere alla domanda da cui siamo partiti: è possibile parlare ancora oggi di vocazione? Ha ancora senso? E il catechista può essere animatore vocazionale? L’esperienza di Emmaus è stata utile a farci capire le connessioni strette e le tecniche per realizzarla, ma la “carta costituzionale”, ciò che in gergo teologico si chiama “statuto teologico” è il capitolo 4 della lettera agli Efesini. Escludendo la possibilità di offrire un’analisi storico-critica ed esegetica adeguata in questa sede rilevo solo alcuni aspetti (rimarcati graficamente anche nel testo citato) per comprendere l’urgenza, la necessità e il dovere per il catechista di essere anche animatore vocazionale: 1

Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, 2con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, 3avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. … 11Ed Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, 12per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, 13 finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Alcuni rilievi importanti sono: comportarsi in maniera degna della chiamata ricevuta. Non basta solo dire “sì”, è necessario entrare in un progetto ed avere delle coordinate. Tutti siamo chiamati ad essere figli di Dio ed ognuno ad una vocazione specifica che qualifica la nostra esistenza. C’è una “dignità” vocazionale da salvaguardare che esige alcune modalità specifiche, per quanto dice san Paolo: l’umiltà, ossia lo scoprirsi humus ( terra) fragile e piccolo la cui dignità è data solo da Dio in modo pieno (cfr Magnificat); la dolcezza, che dice la bontà nelle relazioni, lo spirito di accoglienza e di amorevolezza (cfr 1Cor 13: inno alla carità); la magnanimità, ossia avere sempre spazio nel proprio cuore per tutti e per tutto, cioè la pazienza nel saper portare i pesi reciproci nella carità. Il fine di tutti questi “modi di vivere la chiamata” è il conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace, ciò vuol dire che ognuno con la sua vocazione specifica contribuisce ad essere una sorta di “coccio” di un vaso infranto che ha bisogno di essere ben stretto, compaginato con gli

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altri per evitare di far disperdere il tesoro custodito in questo vaso, che è la Chiesa: si tratta della unità dello Spirito, l’essere l’unico tempio di Dio. Per tale motivo ognuno collabora a vivere nella pace per il bene supremo dell’unità della Chiesa. Egli ha dato: Cristo dona ad alcuni un ministero specifico che risulta essere fondante per la vita della comunità. In questo brano Paolo ne evidenzia 5, l’ultimo è quello di “maestro”, appunto di catechista delle comunità cristiane. Questi cinque ministeri hanno una peculiarità speciale: per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo. È interessantissimo che Paolo affermi che grazie a questi ministeri tutti i fratelli nella fede si preparano a compiere il ministero. Quindi emerge una visione di Chiesa tutta ministeriale, ognuno con una sua peculiarità, ma che richiede la presenza di alcuni “organi vitali” (i 5 di cui sopra) che permettano a tutti gli altri membri di edificare la Chiesa, corpo di Cristo27.

Vocazione – desiderio - catechista È importante ricordare che l’animatore vocazionale è chiamato a scoprire il desiderio che alberga nel cuore del ragazzo. Desiderio (de-sidus= mancanza di una stella) vuol dire trascendenza, uscita da sé per incontrare l’altro, esso ci invita ad uscire da noi stessi per metterci in relazione. L’oggetto del desiderio è sempre qualcosa che ci trascende, mente il dinamismo del desiderio, il desiderare appunto, «è la capacità di canalizzare tutte le nostre energie verso un oggetto stimato centrale per noi. Non è quindi il cieco impulso, la voglia matta, l’istinto che spinge incontrollato, ma una tendenza significativa verso qualcosa che è apprezzato in sé»28. Per questo il desiderio ha sempre un centro (significativo, attraente, esigente), che non coincide con se stessi, ma che spinge fuori di sé e che sollecita la nostra libertà nel prendere una decisione. Così il 27

Cfr F. Bargellini, «Lettera agli Efesini», in B. Maggioni-F. Manzi (ed.), Lettere di Paolo, Cittadella, Assisi 2005, pp. 805-816. R. Fabris, Le lettere di Paolo, vol III, Borla, Roma 1990, pp. 252-261. 28 A. Manenti, Vivere gli ideali. Tra paura e desiderio, EDB, Bologna 1988, p. 61.

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catechista animatore deve cogliere il desiderio iscritto nel cuore del ragazzo e aiutarlo a verbalizzarlo, a comprenderlo, a decodificarlo perché quel desiderio si concretizzi in delle scelte che lo conducano verso questo centro e così l’esperienza vocazionale trova nella guida spirituale un supporto, ma nella grazia il canale preferenziale che coordina gli eventi e indirizza il percorso verso una sempre maggiore chiarezza29. Ecco allora cosa significa essere catechista: collaborare con lo Spirito di Dio nella Chiesa e nel mondo per aiutare gli altri a comprendere la loro vocazione/ministero, solo così essi edificano la comunità ecclesiale e giungono alla pienezza della loro esperienza di fede. Una fede matura è impossibile senza una vocazione/ministero specifico nella comunità cristiana, tutti sono chiamati all’unità della fede e a vivere una conoscenza sempre più viva e perfetta di Cristo. Si può quindi concludere affermando che: il catechista non solo può essere animatore vocazionale, ma è richiesto specificatamente dalla natura del suo ministero perché solo così la Chiesa può essere edificata. La sua chiamata è in funzione, a servizio delle altre vocazioni perché tutti insieme possiamo essere in Cristo e con Cristo l’unica Chiesa che Dio vuole.

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Bene ha sintetizzato quanto emerso il beato Giovanni Paolo II: «Il cammino della catechesi raggiunge un suo momento particolarmente qualificante quando si fa scuola di preghiera, cioè di formazione al colloquio appassionato con Dio, Creatore e Padre; con Cristo, Maestro e Salvatore; con lo Spirito Santo vivificatore. Grazie a un tale colloquio, ciò che si ascolta e si impara non resta nella mente, ma conquista il cuore e tende a tradursi nella vita. La catechesi, infatti, non può accontentarsi di annunciare le verità della fede, ma deve mirare a suscitare la risposta dell’uomo, affinché ciascuno assuma il proprio ruolo nel piano della salvezza e si renda disponibile ad offrire la propria vita per la missione della Chiesa, anche nel sacerdozio ministeriale o nella vita consacrata, seguendo il Cristo più da vicino» (La catechesi sta alla base di qualsiasi autentico e libero dialogo vocazionale con il Padre, dal Messaggio per la XXVIII Giornata mondiale per le vocazioni del 1990).

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Cfr A. Cencini, Sete di Dio, cit., pp. 15-23.


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CURIA METROPOLITANA Settore Evangelizzazione. Ufficio missionario

L’Ottobre missionario e la Giornata missionaria mondiale 2011

Il mese di ottobre dedicato alle missioni vede ogni anno le comunità parrocchiali e diocesane maggiormente impegnate in iniziative missionarie che culminano nella Giornata missionaria mondiale che si celebra nella penultima domenica del mese. Quest’anno la giornata è stata celebrata domenica 23 ottobre sul tema “Testimoni di Dio”. Nel messaggio annuale, papa Benedetto XVI sottolinea come «la missione universale coinvolge tutti, tutto e sempre... Così, attraverso la partecipazione corresponsabile alla missione della Chiesa, il cristiano diventa costruttore della comunione, della pace, della solidarietà che Cristo ci ha donato, e collabora alla realizzazione del piano salvifico di Dio per tutta l’umanità. Le sfide che questa incontra chiamano a camminare insieme agli altri, e la missione è parte integrante di questo cammino con tutti... La Giornata missionaria ravvivi in ciascuno il desiderio e la gioia di ‘andare’ incontro all’umanità portando a tutti Cristo». Queste le iniziative della nostra diocesi in preparazione della celebrazione della giornata. L’Ufficio/Centro missionario diocesano e la parrocchia S. Maria delle Vittorie in Bari hanno organizzato sabato 22 ottobre, presso l’omonima parrocchia, la Veglia missionaria diocesana, presieduta dall’arcivescovo mons. Francesco Cacucci. Nella testimonianza, che ha preceduto l’omelia, una giovane coppia della parrocchia ha affermato tra l’altro: «È stato l’in-

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dirizzo mistagogico proposto dal P. Arcivescovo, insieme a quanto accadeva via via nel mondo e agli eventi e le persone incontrate, che ci ha aiutato a rinnovare il cammino e lo stile pastorale. Abbiamo innanzitutto compreso che la carità deve guardare contemporaneamente vicino e lontano e che è la comunità tutta insieme, frantumata con Cristo sull’altare, che deve maturare percorsi di attenzione agli ultimi e trovare la gioia». Durante la veglia, i delegati delle parrocchie hanno portato all’altare oggetti e suppellettile liturgica da inviare ai missionari tramite l’Opera Apostolica delle Pontificie Opere Missionarie. Su iniziativa dell’Ufficio missionario, la ricorrenza della Giornata missionaria è stata annunciata alla cittadinanza barese con l’affissione di manifesti nei quartieri della città. Domenica 23 ottobre, dalle ore 9.30 alle 20.00, nella galleria del Centro commerciale Mongolfiera di Bari Japigia, l’Ufficio missionario diocesano e l’Associazione onlus “Mondo antico e tempi moderni” hanno organizzato uno stand sul tema “Testimoni di Dio”, con filmati e materiale informativo sulle missioni. Moltissimi i visitatori che hanno mostrato interesse alla manifestazione e che si sono soffermati per chiedere maggiori informazioni e ai quali sono stati distribuiti gratuitamente pieghevoli e riviste missionarie. Infine, i volontari dell’associazione TeriaMik, insieme ad alcuni collaboratori del Centro Missionario Diocesano, si sono recati con un camper, completamente tappezzato da manifesti missionari, presso le parrocchie di S. Marco e di S. Luca, entrambe a Bari-Japigia, per compiere un’azione di sensibilizzazione sulle missioni.

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Mario Conforti Centro Missionario Diocesano


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CURIA METROPOLITANA “Notti Sacre” 2011 (Bari, 24 settembre-2 ottobre 2011)

Inaugurate nel 2010, le “Notti Sacre” sono ormai un appuntamento fisso per l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto. “E fu sera e fu mattino” è il sottotitolo della rassegna di arte, musica, pensiero, preghiera e spettacolo organizzata nelle chiese di Bari vecchia. Una citazione biblica che rimanda appunto a un rituale che si ripete con costanza e fascino, lo stesso che si ritrova nella manifestazione barese giunta quest’anno alla sua seconda edizione. Notti Sacre 2011 è andata in scena dal 24 settembre al 2 ottobre coinvolgendo anche altri luoghi oltre le chiese del borgo antico. Primo fra tutti, il Foyer del Teatro Petruzzelli, dove si è tenuta la conferenza stampa alla presenza di mons. Francesco Cacucci e l’anteprima della rassegna, ovvero l’inaugurazione della mostra di Alba Amoruso, artista scomparsa di recente. Per la prima volta Bari ha reso omaggio a una pittrice figlia della sua terra che quand’era in vita ha avuto più riconoscimenti altrove. Il titolo della mostra era “Battiti dell’arte nel cuore della città”: la frenesia delle metropoli e la voglia di vivere ogni istante con passione. Un particolare cuore di città, la nostra, è stato protagonista di un altro evento artistico: “Invito a corte. Itinerario delle corti della città vecchia”, la mostra di dipinti di Nunzio Giorgio allestita nel Museo Diocesano. Se lo scorso anno unico neo al successo della manifestazione era stata la mancanza di giovani, questa volta si è scelto di coinvolgerli direttamente. Presso il Fortino Sant’Antonio gli allievi dell’Acca-demia di Belle Arti hanno illustrato “La città ideale”. E poi i ragazzi dell’Azione cattolica si sono incontrati per parlare di pace mentre altri hanno raccontato il loro viaggio a Madrid per la Giornata mondiale della Gioventù. Il tema scelto per Notti Sacre 2011 è stato “L’anima dei luoghi”. E il primo luogo è certamente la Cattedrale San Sabino. Qui si è tenuto il primo appuntamento musicale in programma, il concerto dell’orchestra e coro del Conservatorio Niccolò Piccinni, diretto dal maestro Nicola Scardicchio, con le musiche di Bach, Poulenc e Rota. Per passare poi all’o-

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riginale Missa Dobrogosz interpretata dall’orchestra sinfonica giovanile del Levante con i cori Vallisa e De Fidio e al concerto del fisarmonicista russo Oleg Vereshchagin. L’orchestra sinfonica della Provincia, diretta dal maestro Rino Marrone, con il coro Modus Novus ha suonato “La légende de Sainte Cécile” di Ernest Chausson mentre “Lux Aurumque” è stato il titolo del concerto a cura del Florilegium Vocis diretto da Sabino Manzo. Notti sacre è naturalmente preghiera. Ogni sera si è svolta in Sant’Anna l’adorazione eucaristica animata da gruppi, movimenti e parrocchie dell’Arcidiocesi, e nella stessa chiesa anche la suggestiva messa con mons. Cacucci, alle 23 di sabato 24 settembre. Il sabato successivo, invece, nella piazzetta San Marco mons. Alberto D’Urso ha guidato il “Rosario alla Mamma Celeste con la Beata Elia di San Clemente”. La parte della rassegna dedicata al pensiero è stata affidata agli incontri al Museo Diocesano, presso l’Ordine dei giornalisti per la presentazione del libro di Emilio Rossi “È tutto per stasera”, alle poesie di Michele Campione “Più forti della non speranza” e al libro di Hafida Faridi “Il balsamo dei cuori”. Fulvia Degl’Innocenti, autrice del romanzo “La ragazza dell’Est”, è stata ospite di un evento organizzato in collaborazione con il Forum delle Famiglie e la Libreria San Paolo. Perché Notti Sacre è soprattutto questo, una rassegna frutto della cooperazione fra più realtà: gli uffici diocesani, le associazioni, le confraternite ed enti privati. L’incontro più atteso è stato quello con padre Bartolomeo Sorge, direttore emerito della rivista Aggiornamenti sociali, con cui si è discusso de “La città come anima dei luoghi”. Unico evento al di fuori della sera è stato il Matinée di Notti Sacre, organizzato in collaborazione con la Fondazione Giovanni Paolo II, con cui ci si è interrogati sulla possibilità di un nuovo umanesimo urbano. In rassegna anche concerti d’organo e pianoforte e spettacoli di danza e teatro come quello che ha visto protagonisti i ragazzi della Scuola di Teatro diocesano, interpreti di un racconto di Onofrio Pagone. L’ultimo appuntamento è stato affidato a Roberta Arinci e alla sua danza sacra indiana. La scelta della data non è stata casuale perché il 2 ottobre è giorno di celebrazione in India della nascita di Mahatma Gandhi. Importante novità di Notti sacre 2011 è stata la lotteria, indetta per finanziare il ricco cartellone di eventi. Ogni biglietto aveva il costo di 5 euro, il vincitore si è aggiudicato una Fiat Panda messa in palio da Millenia – Maldarizzi automobili. Non solo autofinanziamento ma anche possibilità di nuove Notti sacre, per rinnovare l’incanto. Alessandra Erriquez


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La città come anima dei luoghi. Per una città dal volto umano Intervento di padre Bartolomeo Sorge, S.J. nell’ambito della manifestazione “Notti Sacre” (Bari, 26 settembre 2011)

Uno degli aspetti più gravi della crisi del nostro tempo è che il volto umano della città va scomparendo. Il quadro che si presenta ai nostri occhi è preoccupante. La città oggi non è più in grado di garantire né l’identità dei suoi cittadini, né la loro vivibilità sociale. È profondamente mutato il tipo di convivenza umana che caratterizzava, fino ad anni recenti, gli agglomerati urbani. Il tessuto sociale cittadino è lacerato. La condivisione di un ethos comune, su cui si fonda il senso di appartenenza dei cittadini tra di loro, oggi si è incrinata in seguito al moltiplicarsi sul territorio di identità culturali, etniche e religiose diverse. Ciò, oltre a frammentare il tessuto culturale della città, rende difficili o impossibili le relazioni interpersonali. È nato così un modo nuovo di concepire l’«abitare», a causa sia dello smembramento del territorio, sia della numerosa presenza di immigrati, sia del crescente divario tra i quartieri ricchi e i quartieri poveri della periferia, ridotti spesso a veri e propri «dormitori». Di conseguenza è sempre più difficile vivere in città, da cui si cerca di evadere appena si può e come si può, per cercare rifugio là dove è ancora possibile una vita a misura d’uomo. Tanti cittadini vivono nella paura, non si sentono più sicuri neppure in casa e, in certe zone, vi sono ore in cui si ha paura di scendere in strada. Tutto ciò alimenta il rancore e la rabbia verso le istituzioni e verso lo Stato, da cui la gente si sente abbandonata, lasciata in balìa della malavita e di bande criminali. La radice di questa crisi della città è di natura non solo sociale, ma soprattutto culturale e spirituale. Per usare un’immagine, potremmo

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dire che hanno perso visibilità e significato i principali luoghi-simbolo, intorno ai quali la città è nata, si è costruita e dai quali traeva alimento fino a non molti anni fa: la Piazza, luogo per eccellenza della vita sociale e delle relazioni interpersonali degli abitanti; il Palazzo di Città, cuore pulsante della sua vita amministrativa e politica; la Cattedrale, segno e culla dell’unità spirituale della popolazione. Perciò, per restituire un volto umano alla città, occorre cominciare con il dare un’anima nuova a questi luoghi-simbolo. Ciò, però, non può avvenire per decreto dall’alto, ma solo dal basso, grazie cioè all’iniziativa degli stessi cittadini. Che cosa fare concretamente? 1. In primo luogo, al di là della vecchia Piazza, occorre costruire altre piazze nei quartieri nuovi e in periferia, cioè occorre offrire a tutti (nativi e immigrati, residenti e ospiti) nuove occasioni d’incontro e di accoglienza e di relazioni amichevoli; 2. in secondo luogo, occorre aprire il Palazzo di Città alla partecipazione responsabile degli abitanti, mettendoli in grado di prendere parte attiva alla vita amministrativa e politica; 3. infine, occorre che le porte della Cattedrale rimangano aperte, affinché dalla città chi vuole possa agevolmente «andare in Chiesa» e dalla Chiesa possa agevolmente uscire per «andare in città» a portare la testimonianza della fede e della solidarietà fraterna. Vediamo dunque, più da vicino, che cosa comporti questo triplice impegno.

1. Piazze nuove

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Il primo impegno deve essere quello di creare in città piazze nuove. Infatti, la vecchia Piazza ha cominciato a perdere significato sociale a misura che in città la vita di relazione si andava facendo via via più difficile. La presenza dell’altro e l’incontro tra diversi, di cui la Piazza è stata sempre il simbolo, sono vissuti oggi non più come una ricchezza, ma come un ostacolo che rende più difficile l’integrazione sociale e spinge i cittadini a isolarsi. La disoccupazione, la precarietà, la diffusione delle droghe e altre piaghe sociali hanno finito con il creare nuove sacche di povertà e nuove barriere psicologiche, alle quali si è aggiunto, da ultimo, l’espandersi disordinato del fenomeno immigratorio. Perciò, in città si moltiplicano i casi di discriminazione e di esclusione sociale, mentre la distanza tra il centro storico e i quartieri popolari cresce a dismisura sul


CURIA METROPOLITANA piano culturale, nonostante che dal punto di vista urbanistico centro e periferia siano contigui e formino un’unica città. A rendere più sensibile il divario contribuiscono i moderni strumenti di comunicazione sociale, che creano relazioni e rapporti «virtuali», del tutto evanescenti, a scapito delle normali relazioni sociali e dei naturali rapporti interpersonali. Tutto ciò mette in crisi l’identità dei cittadini e la vivibilità sociale della città. In altre parole – notava il card. Martini parlando della situazione di Milano – anche la paura che oggi istintivamente si prova all’arrivo degli «stranieri» e dei «diversi» dipende più che dalle sfide insite nel fenomeno immigratorio, dal fatto che la città ha perso la sicurezza della propria identità e del suo ruolo umanizzante. Occorre perciò essere consapevoli che la paura dell’altro «si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno a occupare attivamente il proprio territorio e a occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione. Chi si isola – ammoniva il Cardinale – è destinato a fuggire all’infinito, perché troverà sempre un qualche disturbo che gli fa eludere il problema della relazione»1. Dunque la città ha bisogno di nuove piazze, cioè di nuove reti di relazioni, che favoriscano il rafforzamento dei legami di solidarietà, già operanti in città: da quelli familiari a quelli delle amicizie, dei gruppi sociali e culturali, politici ed ecclesiali. In particolare, per ricompattare il tessuto lacerato della città, c’è bisogno di gesti concreti di solidarietà verso gli ultimi e non di sacche di privilegio o di degrado sociale che invece disgregano. Il cardinal Martini insisteva sulla necessità di rivolgere l’attenzione agli ultimi, la quale – concludeva – oggi non è più dovuta, come in passato, alla paura «della rabbia dei poveri, che ormai, ridotti di numero e di potenza, stentano a far sentire la loro stessa voce e a trovare una rappresentanza politica», ma al fatto che «la nostra chiusura produce un male forse ancor peggiore, perché più sottile, che non la rabbia del povero: l’indebolimento dello spirito di solidarietà»2. 1 2

C.M. MARTINI, Paure e speranze di una città. Discorso al Comune di Milano (28 giugno 2002), p. 692. Ivi, p. 693.

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Ecco perché il fatto che la Piazza abbia perduto il suo significato di luogo-simbolo ci interpella non solo come cittadini, ma anche come cristiani. Infatti, quanti credono che il Figlio di Dio si è fatto uomo, nostro fratello ed «è venuto ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), in virtù della loro stessa fede sono portatori di una innata sensibilità di comunione, di solidarietà e di fratellanza. Pertanto, i cristiani non possono rimanere chiusi in casa e assentarsi dalla vita della città. Sono chiamati, anzi, a impegnarsi coraggiosamente: e non solo a difesa dell’uno o dell’altro dei cosiddetti «valori non negoziabili», ma affinché il modello di città, nel suo insieme, si fondi sulla carità oltre che sulla giustizia. La giustizia certamente ci vuole. Essa è il fondamento della convivenza civile e, senza giustizia, non c’è Stato di diritto. Tuttavia, la giustizia da sola non basta a rendere umana e vivibile la città. Al di là della tutela dei diritti fondamentali, è importante garantire l’aspetto umano e solidale della vita civile, se vogliamo costruire la città dell’uomo. Non basta, cioè, affermare in via di principio e sul piano giuridico il primato della dignità personale, della vita, della famiglia, del diritto all’educazione e al lavoro, se poi i comportamenti e le scelte programmatiche vanno a scapito della fraternità dei rapporti interpersonali. In altre parole, la vita sociale e culturale della città è strettamente legata alla vita amministrativa e politica. Non basta creare nuove piazze, se nello stesso tempo il Palazzo di Città non si apre alla partecipazione responsabile della cittadinanza.

2. Il Palazzo di Città

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Perciò, il secondo impegno deve essere quello di aprire il Palazzo di Città alla partecipazione responsabile degli abitanti. Infatti, come la Piazza, così anche il Palazzo di Città oggi non è più il luogo-simbolo di quello spirito di servizio, da cui hanno avuto origine l’idea e il nome stesso di Comune. Come dimostrano anche casi recenti, quando il Palazzo di Città si chiude in se stesso, finisce prima o poi in mano ad amministratori di dubbia legalità e privi di senso civico, ridotti al rango di semplici burocrati, indifferenti alla partecipazione attiva della cittadinanza. Le conseguenze del degrado amministrativo sono molto gravi e la città può finire nelle maglie della criminalità organizzata. Ora, il Palazzo di Città è il primo volto dello Stato che il cittadino vede e con il quale s’incontra; è il luogo dove egli fa la prima esperienza della complessità della


CURIA METROPOLITANA vita sociale, dei suoi conflitti e delle sue speranze. Si può dire che il senso dello Stato nasce e muore all’ombra del Palazzo di Città, dove i problemi locali s’intrecciano con quelli nazionali. Il Comune, perciò, è chiamato a essere una vera e propria «palestra di costruzione politica generale ed esaltazione della politica come attività etica architettonica»3. Come può la gente avere fiducia nello Stato e conservare il necessario senso civico, se gli amministratori e i responsabili della cosa pubblica sono i primi ad agire in modo non trasparente se non addirittura illegale? Se coloro che per ufficio devono imporre sacrifici alla gente, sono i primi a ritenersi esonerati dal farli? La disonestà e l’avvilente spettacolo di una classe dirigente preoccupata più del proprio interesse personale che del bene comune, minano alla radice il senso civico dei cittadini e la cultura della legalità. Se cede il Palazzo comunale, muore la legalità; se muore la legalità, muore la città; se muore la città, muore lo Stato. Affinché questo non avvenga, si deve rinnovare il Palazzo e con esso si rinnoverà anche lo Stato. Tuttavia, per rinnovare il Palazzo non c’è altra via che aprirsi alla partecipazione responsabile della cittadinanza attiva. La vecchia logica del «centralismo democratico», secondo cui tutto si decide dall’alto, è finita con la caduta delle ideologie, aprendo la strada alla logica della partecipazione responsabile dal basso, su cui si basa la democrazia matura. Solo aprendosi alla società civile, il Palazzo comunale potrà tornare a essere luogo-simbolo della città moderna e contribuire così al rinnovamento anche del Paese. Sia la Piazza, sia il Comune devono diventare il luogo, anzi la scuola, dove i cittadini imparano a vivere uniti rispettandosi diversi. Al raggiungimento di questo traguardo è chiamata a contribuire anche la Chiesa, la quale perciò dovrà – essa pure – rinnovare la presenza in città, svolgendo in forma nuova il suo ruolo e restituendo così alla Cattedrale quel valore di luogo-simbolo, che sembra avere smarrito.

3

Ibidem.

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3. La Cattedrale

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Perciò, il terzo impegno riguarda il nuovo modo di porsi della Cattedrale nel cuore della città, come luogo-simbolo della dimensione spirituale della convivenza umana. Infatti, se è vera la diagnosi che abbiamo fatto della crisi della città, è chiaro che la soluzione non può venire soltanto dall’elaborazione di un nuovo piano urbanistico. A che servirebbe rendere i centri urbani più belli e attraenti dal punto di vista architettonico, se poi rimanessero spiritualmente e culturalmente fatiscenti? Il futuro della città, infatti, dipende molto più dal costume e dalla cultura dei cittadini che dalla bellezza dei suoi edifici o dal buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi. È illusorio pretendere di rigenerare le periferie degradate, solo varando un piano regolatore di ristrutturazione urbana. È importante, invece, dare un’anima alla città, ripartendo dalle qualità civili e morali dei cittadini. Solo ricuperandone l’identità culturale e spirituale perduta, si può rendere umanamente vivibile lo spazio urbano; si tratta, dunque, di ristabilire un ethos condiviso, in base al quale realizzare l’unità nella pluralità e garantire il bene comune. Ecco perché, accanto alla necessità di nuove piazze e di un Palazzo di città aperto alla società civile, occorre che anche la Chiesa rinnovi il suo rapporto con la città e con i cittadini. La presenza della Cattedrale nel centro della città deve essere il simbolo eloquente del molto che la Chiesa ha da ricevere dai cittadini e del molto che la Chiesa ha loro da offrire. È importante, perciò, che le porte della Cattedrale siano sempre aperte, affinché chiunque dalla città possa agevolmente «andare in Chiesa» e dalla Chiesa possa «andare in città». Che cosa significa per la città la possibilità di «andare in Chiesa»? Anzitutto significa riconoscere che i problemi della convivenza civile e dell’uomo hanno una dimensione spirituale e trascendente. L’uomo e Dio stanno insieme: se l’uomo perde Dio, perde se stesso; se ritrova se stesso, ritrova Dio. Nello stesso tempo, «andare in Chiesa» significa per la città condividere con tutti fraternamente le sofferenze, i problemi, le speranze e i progetti, senza temere di interrogare criticamente la Chiesa sulle sue manchevolezze e su certi comportamenti poco evangelici, da parte di chi dovrebbe precedere tutti con l’esempio per rendere credibile l’annunzio di cui la Chiesa è portatrice. Che cosa significa per la Chiesa «andare in città»? Don Tonino Bello,


CURIA METROPOLITANA che si era posto questa domanda, rispondeva così: «andare in città» significa per la Chiesa «scegliere gli ultimi. Significa riversarsi nelle strade come dice il Vangelo, e chiamare ciechi, storpi, sordi, per invitarli tutti al banchetto del Regno. Significa, in termini concreti, vincere la paura che parlare di poveri, di disoccupati, di marittimi sbarcati e senza lavoro, di sfrattati, di drogati… sia fare sociologismo, sia fare l’orecchiante al linguaggio di moda, sia fuggire per la tangente della denuncia demagogica e gratuita, sia tradire Cristo per l’uomo […]. “Andare in città” – concludeva il servo di Dio – per la nostra Chiesa locale deve significare porre gesti significativi di condivisione con gli ultimi; scegliere la povertà come stile di vita tenendo presente che “povero (pauper)” non si oppone tanto a “ricco (dives)”, quanto a “potente (potens)”; denunciare i meccanismi violenti che opprimono i poveri nelle nostre città; esprimere questo servizio crocifiggente senza sottintesi clientelari, ma solo perché il mondo sia più mondo, l’uomo sia più uomo, e non perché diventino più chiesa»4. Questo significa illuminare i problemi dell’uomo con la luce della fede, «andare in città». Di fronte alla grave crisi del Paese – aggiungiamo noi –, «andare in città» significa per la Chiesa non chiudersi in sagrestia, non tacere né rimanere passiva. Certo, la gerarchia, a motivo della sua stessa missione, non può e non deve coinvolgersi in scelte di parte. Non per questo, però, può mancare al grave dovere di orientare le coscienze, esprimendo con parresìa evangelica un giudizio morale non sulle persone (Gesù stesso non ha mai giudicato nessuno!) ma sulle culture politiche e sui modelli di società che si confrontano nel Paese, sulla disonestà dei «comitati d’affari» e delle «reti clientelari», sulla coerenza morale o meno di comportamenti e di scelte che hanno una forte ricaduta sulla vita pubblica. La diplomazia uccide la profezia. Questo vale dunque per quanto riguarda l’«andare in città» dei Pastori. Per quanto riguarda poi i fedeli laici, «andare in città» significa certamente rendersi presenti sul piano culturale, caritativo e sociale; ma non basta. Le iniziative culturali e il servizio dei poveri sono necessari, ma complementari e non alternativi all’animazione cristiana della politica, 4

A. Bello, Scritti vari, interviste, aggiunte, Mezzina, Molfetta 2007, pp. 16 sg.

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la quale rimarrà sempre la forma più ampia di carità e di servizio al bene comune. In concreto, per i fedeli laici «andare in città» significa impegnarsi politicamente, senza però rinchiudersi nel ghetto di un «partito cattolico» contrapposto agli «altri», come alcuni nostalgici oggi tornano a proporre, ma mediando i valori evangelici in scelte politiche «laiche», coerenti ed efficaci, condivisibili da tutti, credenti e non credenti, in collaborazione leale e aperta con tutti gli uomini di buona volontà. Concludendo: affinché la Piazza, il Palazzo di Città e la Cattedrale tornino a essere luoghi-simbolo di una città a misura d’uomo, si richiede l’impegno responsabile da parte di tutti. E, poiché abbiamo fatto questo discorso in Cattedrale, mi sia consentito chiuderlo con una riflessione sul bel momento che abbiamo vissuto insieme qui, questa sera, nell’abitazione di Dio nel cuore della città. Il successo di queste «Notti sacre» nelle chiese di Bari vecchia è la migliore conferma di quanto sia importante che la Cattedrale tenga sempre le porte aperte, come in questa settimana, affinché chiunque lo voglia possa «andare in Chiesa» per ritrovare Dio e il senso della propria esistenza e possa ugualmente uscire dalla Chiesa per «andare in Città», portandovi la luce della fede e la forza rinnovatrice dell’amore.

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PUBBLICAZIONI Annalisa Caputo-Jean Paul Lieggi

Il tesoro di Abdul e gli amici di Emmaus Una proposta educativa pensata per gruppi con ragazzi diversamente-abili

Presentazione a Il tesoro di Abdul e gli amici di Emmaus Una proposta educativa pensata per gruppi con ragazzi diversamente-abili. Per parrocchie, associazioni, oratori, campi estivi, esercizi spirituali “Collana Attivamente” Edizioni CVS, Roma 2011 INDICE: Ciak si gira; Per un’introduzione. La ‘cornice’ teologica della proposta educativa (J.P.Lieggi); Istruzioni per l’uso (A. Caputo): 1. Per…chi e per…ché questo testo? – 2. In due ‘motti’, la proposta degli Autori per la catechesi-disabili – 3.Come è costruito il libro? – 4. Nel carisma del CVS: il disabile ‘soggetto d’azione’ e il Gruppo attivo 5. I diversi canali linguistici e le metodologie laboratoriali – 6. I meccanismi dell’annuncio catechetico per i diversamente-abili – 7. Il simbolo, il gioco, il silenzio; Un ringraziamento P RIMA TAPPA : IN CAMMINO… ALLA RICERCA DI UN TESORO ‘GRATIS’ (IS 55, 1-2. 12) L’inno – Celebrazione iniziale – Catechesi di Abdul – Momento ludico: Festa di accoglienza S ECONDA TAPPA : IN CAMMINO… DESIDERANDO IL TESORO DELLA GIOIA (LC 24, 13-24) A) Prima parte: la rabbia e la delusione: Esperienza preparatoria – Rappresentazione – Prima attività: le due maschere – Intervento di Abdul (conclusione/sintesi dell’attività) – Lettura ‘visiva’ del brano biblico B) Seconda parte: dal peccato al perdono: Seconda attività: costruzio-

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ne delle maschere tristi – Intervento di Abdul (Catechesi) – Liturgia penitenziale – Celebrazione eucaristica –Momento ludico – Gioco: Senza i peccati sono felice – Preghiera conclusiva T ERZA TAPPA : IN CAMMINO… ASCOLTANDO IL TESORO DELLA PAROLA (LC 24, 25-27) A) Prima parte: per ‘entrare’ nella parola: Rappresentazione – Lettura ‘visiva’ del brano biblico del giorno – Catechesi di Abdul – La metodologia di ‘ingresso’ nel brano biblico B) Seconda parte: siamo figli (la creazione e Abramo)…: Primo brano: Gn 1, 1-31: La creazione: Visione/ascolto in power point – Canto di lode – Breve catechesi di Abdul – Esperienza per piccoli gruppi: La ‘caccia …al tesoro della creazione’ Secondo brano: Gn 22, 1-18: Il figlio della promessa: Visione/ascolto in power point – Breve catechesi di Abdul – Attività concreta e sintesi simbolica – Canto/danza C) Terza parte: liberati… nello Spirito (Esodo e Profeti): Introduzione di Abdul Terzo brano: Es 14, 15-15,12: Il Signore ci ha liberati: Visione/ascolto in power point – Breve catechesi d Abdul – Esperienza e simbolo – Canto/danza Quarto brano: Is 54-55; Ez 36 (passi scelti): Visione/ascolto in power point – Breve catechesi di Abdul – Esperienza e simbolo – Canto/danza D) Quarta parte: dalla Parola all’Eucaristia: Lavori di gruppo Celebrazione eucaristica itinerante: Liturgia della Parola – Interruzione… e inserimento della storia dei discepoli di Emmaus – Spostamento in processione – Ripresa della storia dei discepoli – Ingresso a sorpresa di Abdul (Catechesi) – Conclusione della celebrazione Momento ludico. Gioco: Bravo chi ascolta! Preghiera conclusiva QUARTA TAPPA: IN CAMMINO… NUTRITI DEL TESORO DEL PANE (LC 24, 28-31) A) Prima parte: riconoscere Gesù: Celebrazione eucaristica – Catechesi di Abdul – Esperienza: Caccia al tesoro… dove sta Gesù? – Laboratori ‘diversamente linguistici’: - Come fare un laboratorio di danza?; – Come fare un laboratorio di teatro?; – Come fare un laboratorio d’arte? B) Seconda parte: rimanere con Gesù: Momento ludico. Gioco: Alla caccia … del puzzle del tesoro! – Catechesi – Adorazione eucaristica: Una premessa; Catechesi (precedente l’adorazione); Schema dell’adorazione


PUBBLICAZIONI QUINTA TAPPA: DI CORSA … PER PORTARE A TUTTI IL TESORO (LC 24, 32-35) A) Prima parte: la missione della gioia: Preghiera iniziale – Rappresentazione: messa in scena del brano biblico di riferimento – Catechesi - Prima attività: i foglietti del tesoro – Ripresa della rappresentazione – Processione: da Emmaus a Gerusalemme – Intervento di Abdul – Seconda attività: sintesi/verifica e programmazione apostolica B) Seconda parte: ogni giorno … festa a Gerusalemme Organizzazione della Messa/festa – Messa/festa – Festa finale – Preghiera conclusiva (Rosario animato) BIBLIOGRAFIA

Ciak si gira Riavvolgimento della pellicola. Scena: Giugno 1999. Loseto (Ba), Piazza centrale, ore 18,30 circa, al termine di un incontro con il “Gruppo attivo” del Centro Volontari della Sofferenza (CVS – Diocesi di Bari-Bitonto). Attori protagonisti: 25/30 giovani (e meno giovani) diversamente abili, che costituiscono quello che nel CVS chiamiamo ‘gruppo attivo’. Con loro una quindicina di cosiddetti normodotati’, alcuni animatori, alcuni accompagnatori, la responsabile del gruppo (Annalisa), l’assistente (don Jean Paul). Un fotogramma indietro: Si è appena concluso un incontro di catechesi, sul tema dell’obbedienza, a partire dalle pagine bibliche del libro di Giona. Un’intera giornata. Gli animatori hanno creato una rappresentazione della storia e poi in piccoli gruppi hanno ‘parlato’ con i ragazzi di quanto visto. Don Jean Paul ha dato il meglio di sé, ‘spiegando’ cos’è l’obbedienza. Annalisa ha creato dei cartelloni, per ‘spiegare’ la cosa anche lei, a modo suo. Risultato: nullo. Impressione: aver perso una giornata; tanto…, non resta nulla, e non ‘capiscono’ niente. Un po’ di depressione. Ciak si gira: Al lato della piazza, don Jean Paul (JP) e Annalisa (A) fanno una veloce verifica della giornata. JP: Non funziona. A: Perché dici così? Non è andata poi, così male.

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La scenetta di Giona è venuta bene. I ragazzi si sono divertiti. Nel mio sottogruppo ho avuto l’impressione che qualcosa abbiano capito. JP: È proprio questo il problema: noi ci preoccupiamo di far ‘capire’ loro qualcosa. Non funziona. Ragioniamo con la nostra testa. Prepariamo delle catechesi per noi e poi ci sforziamo di farle passare a loro. Non va bene così. A: Sì, questo è vero. Lavoriamo comunque in maniera concettuale. Mi sono sforzata di tradurre ‘obbedienza’ con ‘essere obbediente’, ma per loro è difficile comunque. JP: È comunque un nostro problema. Mettiamo loro addosso il nostro modo di pensare. Dovremmo invece cercare di entrare nel loro modo di vivere le cose. A: Non lavorano con concetti. JP: Forse non è solo questo. Dobbiamo valorizzare di più la strada dell’esperienza. A: Gruppo attivo, sì, lo chiamiamo così perché deve essere ‘attivo’, ‘pratico’, ma tu sei già molto ‘attivo’, facciamo le rappresentazioni, i cartelloni, i disegni. Che si può fare di più? JP: Non lo so. Ma ci dobbiamo pensare. Così non funziona. Riavvolgimento della pellicola. Scena: Dodici anni dopo, giugno 2011. Parcheggio delle auto, dopo il pranzo di fine anno dei docenti della Facoltà teologica pugliese, ore 14, 30 circa. Ciak si gira: Ho parlato con don Armando; la Casa editrice del CVS vuole pubblicare le cose che abbiamo fatto in questi 12 anni. Apriamo una collana: “Attivamente”. Ci saranno anche altre cose in Collana, oltre alle proposte che abbiamo realizzato con il Gruppo attivo. Mi piacerebbe fare anche qualche testo ‘teorico’, per spiegare quello che abbiamo fatto, e perché. Visto che funziona. JP (ascolta, in silenzio). A: E comunque, non c’è nessun testo, ancora, su queste cose. Ormai ho letto quasi tutto quello che c’era da vedere. Anche quando vado agli incontri della Sezione disabili dell’Ufficio catechistico, tutti mi dicono che dobbiamo pubblicare quello che facciamo, perché hanno bisogno di strumenti, e in giro non c’è niente. Non sanno come fare. Quando racconto che cosa facciamo con i ragazzi, restano a bocca aperta. JP: Sono strapieno. Non ho tanto tempo da dedicare a questa cosa. A: Non ti preoccupare: credo sia sufficiente quello che abbiamo già fatto. Ho tutto nel computer, solo da sistemare. Pensavo che potremmo iniziare pubblicando il sussidio del Corso di esercizi del 2005, sui discepoli di Emmaus, perché ho anche i video, oltre le foto. E, allora, lo facciamo questo libro?


PUBBLICAZIONI

Marino Decaro

Caro amico, ti scrivo... Lettera alla comunità

Presentazione di mons. Francesco Cacucci a Caro amico, ti scrivo… Lettera alla comunità di Marino Decaro Edizioni Vivere In, Collana “Pastorale e territorio” Monopoli 2011 INDICE: Presentazione di S. E. Mons. Francesco Cacucci; Introduzione A Dio Padre; Alla Madonna del presepe; A Giuseppe falegname; Al popolo di Dio della domenica; A chi partecipa alla messa feriale; A chi entra in chiesa per pregare in silenzio; A chi si ricorda di Dio solo nelle grandi feste “Natalini” e “Pasqualini”; Ai genitori dei battezzandi; Ai genitori dei ragazzi del catechismo; Ai ragazzi di prima confessione; Ai ragazzi d prima comunione; Al testimone e padrino; Agli adolescenti; Al catechista educatore; Ai gruppi di catechisti; A chi non ha più il gusto della comunità; A chi opera nella carità; A chi chiede aiuto economico e materiale; Ai fidanzati; Agli anziani; Agli ammalati; Ai parenti in lutto per il funerale Lettera di Gesù Bambino a coloro che amano Dio, … a tutti noi nessuno escluso Preghiera finale: Raccogliere e dare di mons. Tommaso Tridente.

“Ho scritto lettere piene d’amore” annotava il poeta Giuseppe Ungaretti, mentre era sul Carso, tra morte e violenze, al fronte della prima guerra mondiale. Il male che ci circonda ci porta più spesso a lagnarci, a giudicare, a prendercela con tutti. Il poeta sente invece il bisogno di scrivere “lettere piene d’amore”. Ho ripensato a questa lirica (Veglia) leggendo le ‘lettere’, anch’esse ‘piene d’amore’ proposte da don Marino Decaro in questa sua originale pubblicazione,

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Caro amico, ti scrivo… Lettere alla comunità. Originale già per aver pensato a delle lettere, perché, come lui stesso scrive nell’Introduzione, «la lettera, nella sua forma classica, ‘è passata di moda’, abbiamo perso il profumo dell’inchiostro sulla carta». Ed è così. Tempo fa ‘aprivamo’ la posta per vedere se ci avesse scritto qualche amico, lo sposo, la fidanzata… Ora solo lettere commerciali, burocratiche, amministrative, bollette da pagare, pubblicità… Certo la tecnologia ci permette di comunicare in tempo reale, di vedere addirittura la persona con cui comunichiamo, ma la posta elettronica ci priva, scrive ancora don Marino, «della bellezza di rileggere il messaggio ricevuto, di riflettere sul contenuto e, magari, di rispondere con calma e riflessione al mittente». Non solo. Col ‘genere letterario’ dell’epistolografia perdiamo anche un possibile patrimonio di idee, di sentimenti, di storia: come non pensare alle centinaia di lettere di un sant’Agostino, o, per venire a noi, a quelle così ricche di spiritualità della Beata Elia, o a quelle così ricche di umanità e cultura del Servo di Dio Giovanni Modugno? Per non parlare delle lettere di Paolo, di Giovanni, di Pietro, di Giacomo, o delle lettere alle sette Chiese dell’Apocalisse, lettere indirizzate a comunità ecclesiali… E la comunità ecclesiale ha per destinatario le lettere di don Marino, i suoi tanti protagonisti, dal Protagonista con la P maiuscola, Dio Padre, fino all’ultimo fedele, quello che si fa vedere in chiesa solo a Natale e a Pasqua, o solo per i sacramenti o un funerale; e con particolare affetto a quelli provati dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla morte. Il messaggio delle lettere ruota sempre intorno alla Parola di Dio, la ripropone, talora anche in lunghe citazioni, soprattutto nelle parabole lucane della misericordia, e con un’insistenza voluta sulla bontà e la misericordia del Padre, invocato come ‘papà’ (è l’originale ebraico ‘abbà’, cfr Rm 8, 15). E nella paternità del Padre celeste vive la paternità di don Marino, del pastore che ha cura delle pecore, dalle più lontane alle più vicine, a quelle smarrite. Una paternità che si propone nell’attenzione alla liturgia, all’eucaristia in particolar modo, ai sacramenti dell’iniziazione, alla centralità della domenica, all’incontro personale con Gesù nel tabernacolo, ai poveri. Ogni persona, di qualunque età o condizione, è preziosa agli occhi del Padre, e deve esserlo agli occhi del pastore e della sua comunità:


PUBBLICAZIONI «ricordati – scrive don Marino nella lettera A chi non ha più il gusto della comunità – che il tuo posto nel piano eterno di Dio è insostituibile, sei unico davanti ai suoi occhi; il posto vuoto frutto della tua assenza resterà vuoto per sempre» (p. 76). Il linguaggio è familiare, affabile, è quello della carità affettuosa di Dio che vuole ‘attirare’ a sé la sposa, parlare al suo cuore (cfr Os 2, 16). Queste lettere si possono considerare un’unica lettera pastorale, di un pastore che parla al suo popolo col cuore, ma senza sentimentalismi o moralismi, senza fare sconti alla proposta alta ed esigente del Vangelo, tutti richiamando alla bellezza della vita cristiana, all’amicizia vera che solo in una comunità cristiana si può vivere. “Caro amico, ti scrivo…”: sono lettere d’amore, lettere in amicizia, “lettere del don”. E del ‘don’ è anche l’ultima lettera che, proposta come Lettera di Gesù Bambino a coloro che amano Dio, … a tutti noi nessuno escluso, è ancora una lettera del pastore che dà la parola alla Parola, al Verbo che «nella pienezza dei tempi» (Gal 4, 4) «si è fatto carne» (Gv 1, 14) per «condividere la vita dell’amore trinitario» (p. 110), perché sia la comunità stessa, come dice Paolo, «una lettera di Cristo, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori» (2Cor 3, 3). È l’augurio che faccio a don Marino e alla sua bella comunità. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto 607


Tonio Lobalsamo

Allarga lo spazio della tua tenda... senza risparmio Prefazione di don Vito Piccinonna a Allarga lo spazio della tua tenda… senza risparmio di Tonio Lobalsamo Schena editore Fasano 2011 INDICE: Prefazione di don Vito Piccinonna; Allarga lo spazio della tua tenda… senza risparmio (Isaia, 54,2) di Tonio Lobalsamo. 1996: Il saluto alla comunità parrocchiale; 1997: Facciamo suonare le nostre campane – Allarga lo spazio della tua tenda senza risparmio (Isaia) – Verso orizzonti sempre più vasti; 1998: La notte con te! – I care; 1999: Mille soli – La bellezza salverà il mondo; 2000: Preferisco il rumore della speranza – Vola solo chi osa farlo – La Tua carne per la mia gioia; 2001: Dio ha parlato – Dio vuole ancora sorridere – Saldamente nelle mani di Cristo; 2002: Oltre! – Uomo solitario? – Gesù, l’sms di Dio all’uomo; 2003: Raccontaci, Maria, che hai trovato sulla via? – Pietre tombali o pietre miliari? – L’audacia della normalità – Soffiami sul cuore; 2004: In Cristo creature nuove. Anzi nuovissime – Prendi parte alla Gioia! – Il cielo si è fatto terra; 2005: Viandanti sullo stretto marciapiede della terra – L’uomo non si basta – Anche Dio fa oh; 2006: Lo sguardo della Pasqua – Squilibrati! – Un bambino!; 2007: Pasqua: l’amore osato – Why? – Almeno un pertugio!; 2008: Speleologia o alpinismo? – Nani e giganti – E tu, chi sei?; 2009: Nella parola la vita – Con umile e serena fiducia – Attraversami il cuore; 2010: Con Maria, senza inutili paure – Oltre misura – Natale… con i tuoi; 2011: Siamo tutti mendicanti – La parrocchia, casa e scuola di comunione. E se proprio non ti sei stancato: Alle mamme della nostra parrocchia che hanno perso una figlia/un figlio e a tutte le mamme; Caro don Tonino; Giovani, siate giovani!; Tu vuoi essere mangiato; Una vocazione quasi banale; Un’esperienza che fa da cemento; A Martino; A te, nel tuo primo incontro con Gesù Eucaristia - Ai bambini di prima comunione; A te, che profumi di Cristo - Ai ragazzi di Cresima. Vi faccio tanti auguri di don Tonino Bello.


PUBBLICAZIONI L’invito di don Tonio a scrivere due righe di presentazione per questo bel testo mi ha lasciato felicemente sorpreso. Da don Tonio, chi lo conosce lo sa, ci si può aspettare di tutto. Ho letto con ammirazione questo libro che raccoglie i suoi articoli pubblicati su Idea nel corso di questi quindici anni di parrrocato. Mi sembra una bella sintesi della sua vita, della sua spiritualità, del suo ministero, della sua umanità. “Allarga lo spazio della tua tenda… senza risparmio” è la parola profetica che accompagna don Tonio nel suo ministero di parroco ad Adelfia-Canneto. Leggendo queste pagine e conoscendo chi scrive, penso che lo spazio di quella tenda che è la vita e la fede di don Tonio si è allargato senza risparmio, tanto da contagiare la comunità e spronarla a fare altrettanto. Queste pagine raccolgono dei sogni che permettono alla tenda di allargarsi: il desiderio di presentare il volto cordiale e solare di Dio, teneramente vicino ad ogni storia, specie se sfigurata dal dolore; la capacità di vivere ogni stagione della vita con un pieno di umanità che permetta di osare, di guardare più in là; la sintonia con le vicende ecclesiali più ampie, che impediscono di ridurre la Chiesa alle dimensioni del proprio campanile e aiutano a guardare in maniera “cattolica” la vita di fede, speranza e carità dei cristiani; il pallino della comunità, che accompagna tutte le pagine e ancor più il ministero di don Tonio; e, infine, l’attenzione ai vicini e ai lontani, a tutti, ai bambini di Prima Comunione, ai cresimati, alle mamme che hanno perso un figlio, ai giovani, agli anziani, alle famiglie, ecc. Le pagine che seguono sono scritte “col cuore in mano”, senza diplomazia, senza il tentativo di cercare consensi e applausi. Il lettore – ed è l’invito che faccio – potrà ancora di più conoscere e riconoscere quel cuore che parla e scrive, che prega e ama, che soffre e spera per il suo popolo. Scrive don Tonio: “In giro ci sono molti cristiani comodi. Troppi. Io, invece, non riesco a pensare diversamente ad un innamorato di Cristo se non come ad un equilibrista sulla follia dell’amore”. Solo la follia dell’Amore riesce ad allargare la tenda, quella di don Tonio e della sua parrocchia, che perciò non può che prendere la forma della comunità,

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quella comunità che “senza Dio è meno che zero” ma che è chiamata anche ad essere “la mano che Dio allunga dal cielo sulle gioie e le speranze di una porzione di terra, ma anche sulle sue tristezze e le sue angosce”. I vent’anni di sacerdozio di don Tonio sono motivo di lode per tutti quanti noi perché, dall’esempio di questo prete, abbiamo tutti a desiderare di allargare lo spazio della nostra tenda. Senza risparmio. don Vito Piccinonna Assistente nazionale dei Giovani di A.C.

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Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la professione perpetua di sei Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Ad Ancona, partecipa al XXV Congresso Eucaristico Nazionale e presiede la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale. Alla sera, nella Cattedrale di Brindisi, partecipa alla concelebrazione eucaristica per il 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di S.E. mons. Rocco Talucci, arcivescovo di Brindisi-Ostuni. Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano Murge, celebra la S. Messa per le monache Clarisse di Puglia. Alla sera, a Carbonara, celebra la S. Messa per il 25° anniversario di ministero di parroco di don Paolo Sangirardi nella parrocchia S. Maria del Fonte in Bari Carbonara. Al mattino, partecipa alla cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante. Ad Ancona, partecipa al XXV Congresso Euca-ristico Nazionale. Alla sera, presso la parrocchia Maria SS. Addolorata in Mariotto, celebra la S. Messa per la festa della Titolare. Al mattino, nel quartiere Japigia in Bari, partecipa alla cerimonia di inaugurazione del Centro di ascolto per le famiglie e del Centro aperto polivalente per minori, gestito dalla Fondazione Giovanni Paolo II. Alla sera, nella piazza Cesare Battisti in Bari, celebra la

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S. Messa per la festa della Esaltazione della Croce e per il 50° anniversario della ordinazione sacerdotale di mons. Alberto D’Urso, parroco della parrocchia Santa Croce. Al mattino, presso l’Abbazia di S Scolastica in Bari, celebra la S. Messa per il Convegno delle Badesse benedettine. Al pomeriggio, in Mola di Bari, partecipa alla inaugurazione della Città dei Ragazzi “Don Bruno Aloia”. Al mattino, presso “Villa Giovanni XXIII” in Bitonto, celebra la S. Messa per il 90° compleanno di don Alberto Battaglia. Alla sera, presso l’auditorium della Scuola Allievi della Guardia di Finanza in Bari, tiene la relazione su «Quale impegno educativo della comunità cristiana per la formazione nei Seminari, oggi» in occasione dell’Assemblea diocesana in apertura del nuovo anno pastorale. Alla sera, presso il Teatro Petruzzelli in Bari, assiste alla prima di Exit Mundi, Cantata per voci, coro e orchestra del m.° Giovanni Tamborrino su testi di Enzo Quarto. Al mattino, presso la Cappella dell’Eucaristia in Bari, celebra la S. Messa. Successivamente, presso la parrocchia Madonna di Pompei in Carbonara, celebra la S. Messa per la Dedicazione della chiesa. Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per l’ordinazione diaconale del seminarista Francesco Micunco. Al mattino, presso il Villaggio del Fanciullo in Bari, partecipa al convegno “Le forze del successo formativo, seconda tappa. Un confronto a partire dai bisogni dei giovani: analisi e prospettive”, organizzato dalla CONFAPI in collaborazione con Scuola Centrale Formazione. Nel pomeriggio, a Castellaneta, tiene la relazione al convegno ecclesiale diocesano. Al mattino, presso la sede della Scuola Allievi della Guardia di Finanza in Bari, celebra la S. Messa per la festa di S. Matteo Evangelista e conferisce il sacramento della Cresima.


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Alla sera, presso la parrocchia Trasfigurazione in Bitritto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Domenico Minafra. Visita pastorale alla parrocchia Madonna di Lourdes in Noicattaro-Parchitello. Alla sera, nella chiesa di S. Anna in Bari, celebra la S. Messa per l’apertura di “Notti sacre... e fu sera e fu mattina”, settimana di arte musica pensiero preghiera spettacolo nelle chiese di Bari vecchia. Al pomeriggio, presso il Fortino di Sant’Antonio in Bari, nell’ambito della manifestazione “Notti sacre”, partecipa alla inaugurazione de “La Città Ideale”, mostra degli allievi dell’Accademia di Belle arti di Bari. Successivamente, nella Basilica di S. Nicola, presiede la celebrazione eucaristica per l’80° compleanno del rettore p. Damiano Bova, O.P. Alla sera, in Cattedrale, partecipa al concerto dell’Orchestra sinfonica giovanile del Levante con il Coro Vallisa e il Coro De Fidio. A Roma, partecipa ai lavori del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana. Visita pastorale alla parrocchia S. Ciro in Bari.

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Al mattino, nella Sala Consiliare della Provincia di Bari, nell’ambito della manifestazione “Notti sacre”, partecipa al convegno “L’anima dei luoghi: pratiche e riflessioni per un nuovo umanesimo urbano”, promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II onlus in collaborazione con il Politecnico di Bari. Visita pastorale alla parrocchia S. Ciro in Bari.

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Al mattino, presso la sede regionale della RAI in Bari, rilascia un’intervista sulla settimana “Notti sacre”. Alla sera presso la parrocchia Immacolata in Gioia del Colle, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Alessandro Manfridi. Alla sera, presso la parrocchia S. Francesco d’Assisi in Bari, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. Visita pastorale alla parrocchia S. Marcello in Bari. Alla sera, presso il Teatro Garibaldi in Bisceglie, riceve il Premio Internazionale “Mons. Pompeo Sarnelli” per l’ambito ecclesiastico. A Ostuni partecipa agli esercizi spirituali dei Vescovi pugliesi. A Ostuni presiede la riunione della Conferenza Episcopale Pugliese. Alla sera, presso la parrocchia Cristo Re Universale in Bitonto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Nicola Cotrone. Alla sera, presso la parrocchia S. Croce in Casamassima, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Carlo Lattarulo. Al mattino, presso la parrocchia SS. Apostoli in Modugno, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Angelo Romita. Alla sera, presso la parrocchia-santuario SS. Medici Cosma e Damiano in Bitonto, celebra la S. Messa per la festa dei Titolari. Alla sera, presso la parrocchia S. Gabriele dell’Addolorata in Bari, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco p. Giuseppe Schinello, C.P. Al mattino, presso il Seminario arcivescovile, incontra l’équipe educativa. Alla sera, presso la parrocchia S. Luca in Bari, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. Visita pastorale alla parrocchia S. Maria delle Vittorie in Bari. Alla sera, presso la parrocchia Natività in Bari-Enziteto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Giovanni Lepore.


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO 20

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Al mattino, in Cattedrale, partecipa alla concelebrazione eucaristica presieduta da S. Em. il card. Gianfranco Ravasi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà Teologica Pugliese. Successivamente, presso il Teatro Petruzzelli, partecipa alla cerimonia di inaugurazione con la prolusione del card. Ravasi. Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano Murge, partecipa al ritiro del clero con la meditazione di p. Gianfranco Bruni, monaco di Bose. A Palermo, partecipa alla settimana formativa del clero diocesano. Al mattino, presso la sede della Scuola dei fiori in Bari, celebra la S. Messa per l’inaugurazione dell’anno scolastico 2011-2012. Alla sera, presso la parrocchia S. Maria di Loreto in Mola di Bari, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Vincenzo Gentile. Al mattino, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la cerimonia d’investitura dei nuovi Cavalieri dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Alla sera, presso la parrocchia SS. Sacramento in Bitonto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Antonio Serio. Alla sera, presso la parrocchia S. Girolamo in Bari, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Pasquale Zecchini.

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Bollettino Diocesano Settembre-Ottobre 2011  

Atti ufficiali e attività pastorali dell'Arcidiocesi di Bari-Bitonto

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