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BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari–Bitonto


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari–Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXVIII – N. 5 Settembre – Ottobre 2012 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari–Bitonto P.zza Odegitria – 70122 Bari – Tel. 080/5288211 – Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it – e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl – 70123 Bari – Tel. 080.5797843 – Fax 080.2170009 www.ecumenicaeditrice.it – info@ecumenicaeditrice.it


SOMMARIO

DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Udienza generale del 10 ottobre 2012 sul 50° anniversario del Concilio Vaticano II

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Omelia nella S. Messa per l’apertura dell’Anno della fede

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Omelia nella S. Messa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi

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DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Consiglio Permanente Comunicato finale dei lavori della sessione autunnale (Roma, 24-27 settembre 2012)

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI BITONTO Nomina di don Andrea Palmieri a Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani e a Cappellano di Sua Santità

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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Relazione all’Assemblea diocesana per l’anno pastorale 2012-2013: “Cristo, Alfa e Omega”. La Veglia pasquale come cammino di fede e impegno alla testimonianza (Bari, 19 settembre 2012) Indirizzo di saluto alla cerimonia di inaugurazione della Facoltà Teologica Pugliese (Basilica S. Nicola, 24 ottobre 2012)

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti Comunicato circa la concessione di indulgenze durante l’Anno della Fede

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Settore Evangelizzazione. Ufficio catechistico Incontri di formazione per catechisti e operatori pastorali: La fede: un percorso generativo ed educativo: relazione di p. Luigi Gaetani, O.C.D.

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Settore Evangelizzazione. Ufficio missionario “Ho creduto perciò ho parlato”. La Giornata missionaria mondiale 2012

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Uffici Comunicazioni Sociali, Musica sacra, Museo diocesano “Notti sacre...” e fu sera e fu mattino

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VICARIATI II Vicariato Tavola rotonda sul tema “Domenica: lavoro sì, lavoro no” (Bari, Camera di Commercio, 19 ottobre 2012)

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PARROCCHIE S. Maria La Porta (Palo del Colle) Il centenario di fondazione dell’Associazione parrocchiale di Azione Cattolica “S. Francesco di Assisi”

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PUBBLICAZIONI

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Settembre 2012 Ottobre 2012

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D OCUMENTI

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C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Udienza generale

Il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II (Roma, 10 ottobre 2012)

Cari fratelli e sorelle,

siamo alla vigilia del giorno in cui celebreremo i cinquant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e l’inizio dell’Anno della fede. Con questa catechesi vorrei iniziare a riflettere - con qualche breve pensiero - sul grande evento di Chiesa che è stato il Concilio, evento di cui sono stato testimone diretto. Esso, per così dire, ci appare come un grande affresco, dipinto nella sua grande molteplicità e varietà di elementi, sotto la guida dello Spirito Santo. E come di fronte a un grande quadro, di quel momento di grazia continuiamo anche oggi a coglierne la straordinaria ricchezza, a riscoprirne particolari passaggi, frammenti, tasselli. Il beato Giovanni Paolo II, alle soglie del terzo millennio, scrisse: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57). Penso che questa immagine sia eloquente. I documenti del Concilio Vaticano II, a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti, sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta. Io ricordo bene quel periodo: ero un giovane professore di teologia fondamentale all’Università di Bonn, e fu l’arcivescovo di Colonia,

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il cardinale Frings, per me un punto di riferimento umano e sacerdotale, che mi portò con sé a Roma come suo consulente teologo; poi fui anche nominato perito conciliare. Per me è stata un’esperienza unica: dopo tutto il fervore e l’entusiasmo della preparazione, ho potuto vedere una Chiesa viva - quasi tremila Padri conciliari da tutte le parti del mondo riuniti sotto la guida del successore dell’apostolo Pietro - che si mette alla scuola dello Spirito Santo, il vero motore del Concilio. Rare volte nella storia si è potuto, come allora, quasi «toccare» concretamente l’universalità della Chiesa in un momento della grande realizzazione della sua missione di portare il Vangelo in ogni tempo e fino ai confini della terra. In questi giorni, se rivedrete le immagini dell’apertura di questa grande assise, attraverso la televisione o gli altri mezzi di comunicazione, potrete percepire anche voi la gioia, la speranza e l’incoraggiamento che ha dato a tutti noi il prendere parte a questo evento di luce, che si irradia fino ad oggi. Nella storia della Chiesa, come penso sappiate, vari Concili hanno preceduto il Vaticano II. Di solito queste grandi assemblee ecclesiali sono state convocate per definire elementi fondamentali della fede, soprattutto correggendo errori che la mettevano in pericolo. Pensiamo al Concilio di Nicea nel 325, per contrastare l’eresia ariana e ribadire con chiarezza la divinità di Gesù Figlio Unigenito di Dio Padre; o a quello di Efeso, del 431, che definì Maria come Madre di Dio; a quello di Calcedonia, del 451, che affermò l’unica persona di Cristo in due nature, la natura divina e quella umana. Per venire più vicino a noi, dobbiamo nominare il Concilio di Trento, nel XVI secolo, che ha chiarito punti essenziali della dottrina cattolica di fronte alla Riforma protestante; oppure il Vaticano I, che iniziò a riflettere su varie tematiche, ma ebbe il tempo di produrre solo due documenti, uno sulla conoscenza di Dio, la rivelazione, la fede e i rapporti con la ragione, e l’altro sul primato del Papa e sull’infallibilità, perché fu interrotto per l’occupazione di Roma nel settembre del 1870. Se guardiamo al Concilio Ecumenico Vaticano II, vediamo che in quel momento del cammino della Chiesa non c’erano particolari errori di fede da correggere o condannare, né vi erano specifiche questioni di dottrina o di disciplina da chiarire. Si può capire allora la sorpresa del piccolo gruppo di cardinali presenti nella sala


MAGISTERO PONTIFICIO capitolare del monastero benedettino a San Paolo Fuori le Mura, quando, il 25 gennaio 1959, il beato Giovanni XXIII annunciò il Sinodo diocesano per Roma e il Concilio per la Chiesa universale. La prima questione che si pose nella preparazione di questo grande evento fu proprio come cominciarlo, quale compito preciso attribuirgli. Il beato Giovanni XXIII, nel discorso di apertura, l’11 ottobre di cinquant’anni fa, diede un’indicazione generale: la fede doveva parlare in un modo «rinnovato», più incisivo - perché il mondo stava rapidamente cambiando - mantenendo però intatti i suoi contenuti perenni, senza cedimenti o compromessi. Il Papa desiderava che la Chiesa riflettesse sulla sua fede, sulle verità che la guidano. Ma da questa seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’età moderna, tra il cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza (cfr Discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi, 22 dicembre 2005). Lo indica molto bene il servo di Dio Paolo VI nell’omelia alla fine dell’ultima sessione del Concilio - il 7 dicembre 1965 - con parole straordinariamente attuali, quando afferma che, per valutare bene questo evento: «deve essere visto nel tempo in cui si è verificato. Infatti - dice il Papa - è avvenuto in un tempo in cui, come tutti riconoscono, gli uomini sono intenti al regno della terra piuttosto che al regno dei cieli; un tempo, aggiungiamo, in cui la dimenticanza di Dio si fa abituale, quasi la suggerisse il progresso scientifico; un tempo in cui l’atto fondamentale della persona umana, resa più cosciente di sé e della propria libertà, tende a rivendicare la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo in cui il “laicismo” è ritenuto la conseguenza legittima del pensiero moderno e la norma più saggia per l’ordinamento temporale della società… In questo tempo si è celebrato il nostro Concilio a lode di Dio, nel nome di Cristo, ispiratore lo Spirito Santo». Così Paolo VI. E concludeva indicando nella questione di Dio il punto centrale del Concilio, quel Dio, che «esiste realmente, vive, è una

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persona, è provvido, è infinitamente buono; anzi, non solo buono in sé, ma buono immensamente altresì per noi, è nostro Creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che l’uomo, quando si sforza di fissare la mente ed il cuore in Dio nella contemplazione, compie l’atto più alto e più pieno del suo animo, l’atto che ancor oggi può e deve essere il culmine degli innumerevoli campi dell’attività umana, dal quale essi ricevono la loro dignità» (AAS 58 [1966], 52-53). Noi vediamo come il tempo in cui viviamo continui ad essere segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio. Penso, allora, che dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio, che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue. La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda - di nuovo, con chiarezza - che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo. Il Concilio ci ricorda che la Chiesa, in tutte le sue componenti, ha il compito, il mandato di trasmettere la parola dell’amore di Dio che salva, perché sia ascoltata e accolta quella chiamata divina che contiene in sé la nostra beatitudine eterna. Guardando in questa luce alla ricchezza contenuta nei documenti del Vaticano II, vorrei solo nominare le quattro Costituzioni, quasi i quattro punti cardinali della bussola capace di orientarci. La Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium ci indica come nella Chiesa all’inizio c’è l’adorazione, c’è Dio, c’è la centralità del mistero della presenza di Cristo. E la Chiesa, corpo di Cristo e popolo pellegrinante nel tempo, ha come compito fondamentale quello di glorificare Dio, come esprime la Costituzione dogmatica Lumen gentium. Il terzo documento che vorrei citare è la Costituzione sulla divina Rivelazione Dei Verbum: la Parola vivente di Dio convoca la Chiesa e la vivifica lungo tutto il suo cammino nella storia. E il modo in cui la Chiesa porta al mondo intero la luce che ha ricevuto da Dio perché sia glorificato, è il tema di fondo della Costituzione pastorale Gaudium et spes. Il Concilio Vaticano II è per noi un forte appello a riscoprire ogni gior-


MAGISTERO PONTIFICIO no la bellezza della nostra fede, a conoscerla in modo profondo per un più intenso rapporto con il Signore, a vivere fino in fondo la nostra vocazione cristiana. La Vergine Maria, Madre di Cristo e di tutta la Chiesa, ci aiuti a realizzare e a portare a compimento quanto i Padri conciliari, animati dallo Spirito Santo, custodivano nel cuore: il desiderio che tutti possano conoscere il Vangelo e incontrare il Signore Gesù come via, verità e vita. Piazza San Pietro, mercoledì 10 ottobre 2012 Benedetto XVI

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Omelia nella S. Messa per l’apertura dell’Anno della fede

Venerati fratelli, cari fratelli e sorelle

Con grande gioia oggi, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, diamo inizio all’Anno della fede. Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, in particolare a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e a Sua Grazia Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. Un pensiero speciale ai Patriarchi e agli Arcivescovi maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Per fare memoria del Concilio, che alcuni di noi qui presenti – che saluto con particolare affetto - hanno avuto la grazia di vivere in prima persona, questa celebrazione è stata arricchita di alcuni segni specifici: la processione iniziale, che ha voluto richiamare quella memorabile dei Padri conciliari quando entrarono solennemente in questa Basilica; l’intronizzazione dell’Evangeliario, copia di quello utilizzato durante il Concilio; la consegna dei sette Messaggi finali del Concilio e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica, che farò al termine, prima della benedizione. Questi segni non ci fanno solo ricordare, ma ci offrono anche la prospettiva per andare oltre la commemorazione. Ci invitano ad entrare più profondamente nel movimento spirituale che ha caratterizzato il Vaticano II, per farlo nostro e portarlo avanti nel suo vero senso. E questo senso è stato ed è tuttora la fede in Cristo, la fede apostolica, animata dalla spin-

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ta interiore a comunicare Cristo ad ogni uomo e a tutti gli uomini nel pellegrinare della Chiesa sulle vie della storia. L’Anno della fede che oggi inauguriamo è legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa negli ultimi 50 anni: dal Concilio, attraverso il magistero del servo di Dio Paolo VI, il quale indisse un “Anno della fede” nel 1967, fino al Grande Giubileo del 2000, con il quale il beato Giovanni Paolo II ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre. Tra questi due Pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo. Gesù è il centro della fede cristiana. Il cristiano crede in Dio mediante Gesù Cristo, che ne ha rivelato il volto. Egli è il compimento delle Scritture e il loro interprete definitivo. Gesù Cristo non è soltanto oggetto della fede, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (12,2). Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù Cristo, consacrato dal Padre nello Spirito Santo, è il vero e perenne soggetto dell’evangelizzazione. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Questa missione di Cristo, questo suo movimento continua nello spazio e nel tempo, attraversa i secoli e i continenti. È un movimento che parte dal Padre e, con la forza dello Spirito, va a portare il lieto annuncio ai poveri di ogni tempo – poveri in senso materiale e spirituale. La Chiesa è lo strumento primo e necessario di questa opera di Cristo, perché è a Lui unita come il corpo al capo. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Così disse il Risorto ai discepoli, e soffiando su di loro aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). È Dio il principale soggetto dell’evangelizzazione del mondo, mediante Gesù Cristo; ma Cristo stesso ha voluto trasmettere alla Chiesa la propria missione, e lo ha fatto e continua a farlo sino alla fine dei tempi infondendo lo Spirito Santo nei discepoli, quello stesso Spirito che si posò su di Lui e rimase in Lui per tutta la vita terrena, dandogli la forza di «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», di «rimettere in libertà gli oppressi» e di «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immer-


MAGISTERO PONTIFICIO gere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel ‘67. Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il beato Giovanni XXIII. Nel discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così papa Giovanni nell’inaugurazione del Concilio. Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione,

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occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento. Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità. Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è


MAGISTERO PONTIFICIO essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono. Venerati e cari fratelli, l’11 ottobre 1962 si celebrava la festa di Maria Santissima Madre di Dio. A Lei affidiamo l’Anno della fede, come ho fatto una settimana fa recandomi pellegrino a Loreto. La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda… E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di Lui a Dio Padre» (Col 3,16-17). Piazza San Pietro, giovedì 11 ottobre 2012 Benedetto XVI

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D OCUMENTI

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C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Omelia nella S. Messa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi

Venerati fratelli, illustri signori e signore, cari fratelli e sorelle!

Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. È collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, «mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (10,46), quella folla che, di lì a poco, acclamerà Gesù come Messia nel suo ingresso in Gerusalemme. Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa «figlio di Timeo», come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della

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fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv 9,39-41). Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Bartimeo rappresenta l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso di essere sanato. La sua invocazione, semplice e sincera, è esemplare, e infatti – come quella del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) – è entrata nella tradizione della preghiera cristiana. Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada» (v. 52). Sant’Agostino, in uno dei suoi scritti, fa sulla figura di Bartimeo un’osservazione molto particolare, che può essere interessante e significativa anche oggi per noi. Il santo vescovo di Ippona riflette sul fatto che, in questo caso, Marco riporti il nome non solo della persona che viene guarita, ma anche del padre, e giunge alla conclusione che «Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada. Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l’avere egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto era grande la fama della sventura capitata al cieco» (Il consenso degli evangelisti, 2, 65, 125: PL 34, 1138). Così sant’Agostino. Questa interpretazione, che Bartimeo sia una persona decaduta da una condizione di «grande prosperità», ci fa pensare; ci invita a


MAGISTERO PONTIFICIO riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità - non quella economica o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada. È significativo che, mentre concludiamo l’assemblea sinodale sulla nuova evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa. La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i sacramenti dell’iniziazione cristiana. È stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità.

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In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia. Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo. Cari fratelli e sorelle, Bartimeo, avuta di nuovo la vista da Gesù, si aggiunse alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di esse-


MAGISTERO PONTIFICIO re risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal 125,3). Anche noi, oggi, ci rivolgiamo al Signore Gesù, Redemptor hominis e Lumen gentium, con gioiosa riconoscenza, facendo nostra una preghiera di san Clemente di Alessandria: «Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù» (Protrettico, 113, 2 – 114,1). Roma, 28 ottobre 2012 Benedetto XVI

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Consiglio Permanente

Comunicato finale dei lavori della sessione autunnale (Roma, 24-27 settembre 2012)

«Questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (sant’Agostino). Così noi speriamo al termine di questo Concilio Ecumenico Vaticano II e all’inizio del rinnovamento umano e religioso, ch’esso s’è prefisso di studiare e di promuovere; così speriamo per noi, Fratelli e Padri del Concilio medesimo; così speriamo per l’umanità intera, che qui abbiamo imparato ad amare di più ed a meglio servire». L’ampia citazione di Paolo VI (7 dicembre 1965) con cui si è conclusa la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente (24-27 settembre 2012) – riunito a Roma sotto la presidenza del card. Angelo Bagnasco – ne riassume lo spirito, la finalità e gli stessi contenuti. La prolusione e il confronto che l’ha seguita hanno dato voce alle difficoltà della gente, senza venire meno a uno sguardo di speranza e di incoraggiamento. I vescovi si sono soffermati sulla famiglia, per la quale rinnovano l’appello a politiche fiscali che la tutelino e ne rispettino la libertà educativa. Alla vigilia del Sinodo dedicato al tema della nuova evangelizzazione e dell’apertura dell’Anno della fede nel 50° anniversario del

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Concilio Vaticano II e nel 20° della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Consiglio Permanente ha focalizzato la propria riflessione su alcuni temi e iniziative: la formazione cristiana degli adulti tra rinnovamento e istanza educativa, all’indomani dei Convegni catechistici regionali; la pastorale vocazionale, con la trasformazione del Centro Nazionale Vocazioni in Ufficio nazionale; la 47ª Settimana sociale dei cattolici italiani, incentrata sulla famiglia, cellula primaria e fondamentale della vita sociale (Torino, 12-15 settembre 2013); il Convegno ecclesiale nazionale sul tema della fede, criterio veritativo d’interpretazione del vivere umano (Firenze, 9-13 novembre 2015). In vista di tale appuntamento, il Consiglio Permanente ha provveduto a costituire un Comitato preparatorio e ne ha eletto la Presidenza. Nel corso dei lavori è stata, quindi, analizzata la situazione concernente i registri comunali delle cosiddette unioni di fatto e delle dichiarazioni anticipate di trattamento; si è fatta una valutazione del primo quinquennio del Comitato per il progetto culturale, individuando ambiti e compiti per il prossimo futuro; è stato approvato il nuovo regolamento dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università; si è proceduto ad adeguare la convenzione per il servizio pastorale in missione dei presbiteri diocesani; è stato approvato il Messaggio per la Giornata per la vita (3 febbraio 2013). Il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto anche ad alcune nomine, fra le quali quella di membri di Commissioni episcopali e di direttori di Uffici nazionali.

Famiglia e vita, impegni profetici 514

Il «reticolo di corruttele e di scandali», che attraversa la classe politica e motiva indignazione e ostilità nella cittadinanza, ha portato i membri del Consiglio Permanente a lamentare la distanza tra l’Italia dei “furbi” e quella degli onesti. La tradizione culturale del Paese è enorme – hanno rilevato – ma si stenta a vederne in atto le ricadute; prevale la demagogia delle opinioni, mentre si fatica a formare le coscienze di quei credenti che si sono volti all’impegno politico e che necessitano di essere sostenuti anche nella vita spirituale, perché questa ispiri loro comportamenti coerenti. Si avverte la


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA necessità di un nuovo patto sociale, a partire dalla riscoperta di ragioni vere e condivise che possano far vivere insieme una vita buona e virtuosa. Il confronto all’interno del Consiglio ha permesso di focalizzare la drammatica situazione in cui tanta gente ormai vive: precariato, disoccupazione, aziende in forti difficoltà, insolvenza da parte di enti locali. La realtà che porta il peso maggiore della crisi rimane la famiglia, principale ammortizzatore sociale e condizione del possibile rilancio del Paese. Per questo il Consiglio Permanente rimarca l’urgenza di politiche fiscali che la tutelino, riconoscendole, ad esempio, libertà educativa e, quindi, un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria. Specie attraverso le Caritas, si conferma il volto di una Chiesa vicina e solidale, riferimento credibile anche nella proposta di stili di vita sobri ed essenziali. La stessa Chiesa rimane, perciò, sconcertata a fronte di forze politiche e culturali preoccupate, paradossalmente, di indebolire ulteriormente la famiglia: il riferimento è al tentativo di regolamentazione giuridica delle cosiddette unioni di fatto, per le quali anche in Italia alcuni gruppi avanzano pressanti richieste di riconoscimento, in termini che si vorrebbero analoghi – se non identici – a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio; una tutela che, nelle intenzioni, verrebbe estesa anche alle unioni omosessuali. L’analisi della situazione porta a rilevare che nei Comuni italiani che hanno istituito registri per le unioni civili il numero degli iscritti rimane irrilevante, se non nullo. Questo dato – unito alla consapevolezza che tali iniziative sono di dubbia legittimità sotto il profilo giuridico e carenti di utilità pratica – non impedisce di coglierne il valore simbolico e la carica ideologica rispetto al modello costituzionale: l’unione tra l’uomo e la donna sancita dal patto matrimoniale. Ad analoga considerazione i vescovi sono giunti anche per le dichiarazioni anticipate di trattamento, raccolte nei registri istituiti da alcuni Comuni, che pure concorrono a diffondere una precisa e discutibile cultura attorno al fine vita. Il Consiglio Permanente ha quindi ribadito l’impegno della Chiesa

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a tutela della famiglia naturale e a difesa della vita umana nella sua inderogabile dignità: un impegno – è stato evidenziato – profondamente “laico”, che va a beneficio dell’intera comunità civile. Di tale impegno è parte anche l’annuncio della bellezza del progetto matrimoniale e familiare e, quindi, la difesa della domenica, quale giorno libero dal lavoro e dedicato alla famiglia e alla festa.

Catechesi, assunzione del pensiero di Cristo

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Alla luce dei 16 convegni regionali promossi dall’Ufficio catechistico nazionale – una sorta di convegno diffuso che, da aprile a settembre 2012, ha animato in maniera capillare il territorio nazionale – il Consiglio Permanente si è soffermato sulla catechesi, quale forma decisiva nell’educazione alla fede. La responsabilità di comunicare e testimoniare la fede alle nuove generazioni ha il suo soggetto nell’intera comunità cristiana: questa consapevolezza richiede un forte investimento sulla formazione e l’accompagnamento degli adulti, a partire da quanti già partecipano alla vita ecclesiale. Compito prioritario della Chiesa, del resto, rimane la riscrittura della proposta cristiana nelle coscienze delle persone e nel loro vissuto. Una comunità che sia ambiente educante per la fede, inoltre, non può che essere animata da una catechesi adulta anche quanto ai contenuti, nell’attenzione a plasmare in ogni età credenti capaci di rendere ragione della speranza che li anima: può dirsi adulto soltanto chi è capace di restituire quanto ha ricevuto, assicurando la continuità tra le generazioni e la vitalità della stessa comunità. Per questo i vescovi hanno sottolineato l’importanza di concludere la fase delle sperimentazioni degli itinerari di iniziazione cristiana e di fare comunione e unità attorno al progetto catechistico e agli stessi catechismi della CEI. L’obiettivo di tale investimento è la formazione e l’assunzione del pensiero di Cristo – «Pensare secondo Cristo e pensare Cristo attraverso tutte le cose» (san Massimo il Confessore) –; necessita di legami integranti con l’esperienza celebrativa e con quella caritativa, nonché della valorizzazione di particolari momenti – quali la richiesta del battesimo e della prima Comunione – per un cammino di relazione e di incontro con la fami-


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA glia, in una prospettiva pastorale attenta a mantenere il carattere popolare dell’esperienza ecclesiale. È stato, infine, chiesto dai vescovi di mantenere prioritario l’impegno di formazione dei catechisti. La Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi ha, quindi, aggiornato il Consiglio Permanente circa il lavoro di stesura di nuovi orientamenti che, affermando il valore del documento di base, Il rinnovamento della catechesi (1970), indichino le scelte pastorali delle Chiese in Italia per svolgere la loro missione evangelizzatrice.

Vocazioni, questione di fede La matrice antropologica della cultura corrente rimanda a un io autocentrato, che idolatra la propria individuale libertà e ha come riferimento soltanto se stesso. Dal rischio di tale mentalità non sono immuni gli stessi sacerdoti: riconoscerlo per i vescovi è stato un riappropriarsi della responsabilità della santità del proprio clero, nell’impegno a prevenirne, per quanto possibile, le cadute e ad accompagnarlo con una formazione adeguata, perché la sua vita sia abitata dal Signore. Su tale tema i vescovi hanno sviluppato un’ampia riflessione, alla luce del documento “Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale” della Congregazione per l’educazione cattolica. La preoccupazione dei Pastori – più ancora che il calo numerico dei sacerdoti – riguarda i criteri che, nella mentalità corrente, guidano un giovane nella costruzione della propria identità: spesso il singolo ritiene di potersela costruire da sé, scegliendosi i riferimenti e le risorse che ritiene maggiormente confacenti al proprio benessere psicologico ed emotivo. La condizione che innerva un’autentica vocazione – ha evidenziato a più riprese il Consiglio Permanente – rimane la fede, coltivata nella relazione con Cristo: da qui nasce l’elemento unificante dell’identità teologica e della vita spirituale del sacerdote, che porta a quella carità pastorale caratterizzata dalla totalità del dono della vita.

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Tra i “luoghi” di formazione i vescovi hanno indicato la pastorale giovanile, la direzione spirituale e il Seminario minore o, comunque, una forma di pre–Seminario. Il Consiglio Episcopale Permanente ha, quindi, sancito il passaggio del Centro Nazionale Vocazioni a nuovo Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni, approvandone il regolamento e inserendolo a pieno titolo nella Segreteria generale della CEI. In questo modo ha dato nuova configurazione giuridica a un organismo che ora diventa segno più adeguato della collocazione della dimensione vocazionale nel contesto della pastorale delle Chiese particolari in Italia.

Un Comitato per Firenze 2015

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Il V Convegno ecclesiale nazionale si terrà a Firenze sul tema della fede, cifra veritativa di interpretazione del vivere umano. In vista di tale appuntamento il Consiglio Permanente ha costituito un Comitato preparatorio, del quale ha eletto la presidenza: un presidente e tre vice presidenti (espressioni rispettivamente del Nord, del Centro e del Sud dell’Italia), oltre al Segretario generale della CEI. Il compito affidato al Comitato concerne la presentazione alla prossima Assemblea generale non solo della proposta del titolo del Convegno, ma del programma del percorso preparatorio e delle modalità più idonee a favorire il coinvolgimento e la partecipazione del popolo cristiano nelle sue varie articolazioni. I vescovi, dopo aver fissato la data dell’assise (9-13 novembre 2015), ne hanno richiamato la funzione di approfondimento della tematica del decennio nella sua proiezione culturale e sociale. In particolare, hanno raccomandato che venga evidenziata la natura cristiana dell’umanesimo, a dire quanto il cristianesimo sia indispensabile per la storia, la cultura e l’attualità del Paese, e come l’erosione di tali radici comprometta la base su cui è fondata la comunità nazionale. L’attenzione a rilanciare le fonti dell’umanesimo sociale, in un contesto che vede il declino dell’ambizioso progetto della modernità, si completa nella consapevolezza di essere, come credenti, portatori di una parola decisiva circa l’umano, quindi la libertà, la responsabilità e le relazioni, vissute in chiave trinitaria: con l’apostolo, i vescovi annunciano che «se uno è in Cristo, è una nuova creatura» (2 Cor 5,17).


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Abitare la cultura Una valutazione del primo quinquennio del Comitato per il progetto culturale ha offerto al Consiglio permanente l’occasione di un confronto con il card. Camillo Ruini, che del Comitato è presidente. Il cardinale ha presentato le iniziative scaturite da una sistematica riflessione sul momento attuale della società e della Chiesa: i rapporti-proposta e gli eventi internazionali. I vescovi, nell’esprimere gratitudine per questo lavoro di penetrazione della cultura “alta”, hanno raccomandato che il Comitato continui – in mezzo a quella “promessa mancata” che, per molti versi, è stata la modernità – a proporre il paradigma antropologico che scaturisce dal cristianesimo. Circa i contenuti sui quali lavorare, il Consiglio Permanente ha espresso un’attenzione privilegiata per i giovani, per arrivare a dialogare meglio con la loro cultura, usando i linguaggi e gli strumenti più idonei a evangelizzarla in profondità. Al riguardo, Avvenire e TV2000, il SIR nonché i settimanali e le emittenti diocesane, sono colti nel loro decisivo valore in merito alla formazione dell’opinione pubblica. Nel rilanciare l’impegno a sostenerli e a promuoverne la diffusione, i vescovi domandano che si individuino strategie anche per valorizzare la rete di internet.

Varie Il Consiglio Permanente ha preso in esame tema, programma e itinerario di preparazione alla 47ª Settimana sociale dei cattolici italiani (Torino, 12-15 settembre 2013). Sarà imperniata sulla famiglia, con l’intento di presentarla come cellula primaria e fondamentale della vita sociale, portatrice di diritti – a partire dalla libertà educativa –, risorsa da sostenere e da cui ripartire per dare speranza anzitutto ai giovani. Di famiglia parla anche il Messaggio per la Giornata per la vita (3 febbraio 2013), nel quale i vescovi esprimono vicinanza solidale a

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quanti sono duramente provati dalla crisi, mentre rilanciano il valore della persona e della vita umana fin dal concepimento. Per aggiornarlo alla situazione attuale, il Consiglio Permanente ha approvato il nuovo regolamento dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università. Le modifiche sono finalizzate, in particolare, a ridare unitarietà a questi diversi ambiti, facendoli confluire in un’unica Consulta. Nel corso dei lavori è stata adeguata anche la convenzione che regola il servizio pastorale in missione dei presbiteri diocesani. I principali mutamenti riguardano l’inserimento nel sistema di sostentamento del clero dei sacerdoti fidei donum, il versamento dei contributi previdenziali al Fondo clero dell’INPS da parte dell’Istituto Centrale per il sostentamento del clero, nonché le coperture previste dalla polizza sanitaria per il clero, stipulata dall’ICSC.

Nomine

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Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine: - Presidente del Comitato preparatorio del V Convegno ecclesiale nazionale (Firenze 2015): S.E. mons. Cesare NOSIGLIA, Arcivescovo di Torino. - Vice Presidenti del Comitato preparatorio del V Convegno ecclesiale nazionale (Firenze 2015): S.E. mons. Gianni AMBROSIO, vescovo di Piacenza-Bobbio, per il Nord; S.E. mons. Mansueto BIANCHI, vescovo di Pistoia, per il Centro; S.E. mons. Antonino RASPANTI, vescovo di Acireale, per il Sud. - Membro della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata: S.E. mons. Arturo AIELLO, vescovo di Teano-Calvi. - Membro della Commissione episcopale per la famiglia e la vita: S.E. mons. Alberto TANASINI, vescovo di Chiavari. - Direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi giuridici: mons. Giuseppe BATURI (Catania). - Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport: Mons. Mario LUSEK (Fermo). - Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della sanità: don


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Carmine ARICE (Società dei Sacerdoti di San Giuseppe Benedetto Cottolengo). - Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni: mons. Domenico DAL MOLIN (Vicenza). - Responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile: don Michele FALABRETTI (Bergamo). - Responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica: don Daniele SAOTTINI (Brescia). - Coordinatore nazionale della pastorale per gli immigrati albanesi in Italia: don Pasquale FERRARO (Roma). - Coordinatore nazionale della pastorale per i cattolici indiani di rito latino in Italia: don Rajan MADAKKUDUYAN (Kannur, India). - Assistente ecclesiastico centrale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore adulti: don Emilio CENTOMO (Vicenza). - Assistente ecclesiastico nazionale per la Branca Rover-Scolte dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani: padre Giovanni GALLO, C.O. - Assistente ecclesiastico generale dell’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici: don Stefano CAPRIO (Foggia-Bovino). - Assistenti ecclesiastici nazionali dell’Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici: don Giovanni FACCHETTI (Bolzano Bressanone), per la Branca Guide; don Fabio MENGHINI (PitiglianoSovana-Orbetello), per la Branca Esploratori; don Claudio BARBONI (Cerignola-Ascoli Satriano), per la Branca Rover; padre Peter DUBOVSKY, SJ, per la Branca Coccinelle; padre Andrea COVA, OFM Cap., per la Branca Scolte. - Consulente ecclesiastico nazionale del Centro Sportivo Italiano: don Alessio Cirillo ALBERTINI (Milano). - Consigliere ecclesiastico nazionale della Coldiretti: don Paolo BONETTI (Gorizia). - Assistente ecclesiastico centrale della Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice: don Giovanni FUSCO (Melfi-Rapolla-Venosa). La Presidenza, nella riunione del 24 settembre, ha proceduto alle seguenti nomine:

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- Membro dell’Osservatorio centrale per i beni culturali di interesse religioso di proprietà ecclesiastica, in rappresentanza della Conferenza Episcopale Italiana: don Bassiano UGGÉ, sottosegretario della CEI. - Assistenti ecclesiastici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma: don Angelo AULETTA (Tricarico), don Paolo Angelo BONINI (Albenga–Imperia), don Luciano Oronzo SCARPINA (NardòGallipoli), don Matthew James SOLOMON (Roma). - Assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Brescia: don Roberto LOMBARDI (Brescia). - Membri del Collegio dei revisori dei conti della Fondazione Centro unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese (CUM): rag. Ruggero MISCHI (presidente); ing. Livio GUALERZI (membro). La Presidenza, nella medesima riunione, ha dichiarato l’assunzione ad interim delle funzioni di Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni da parte di S.E. mons. Paolo SCHIAVON, vescovo ausiliare di Roma. Roma, 28 settembre 2012

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NOMINE Nomina di don Andrea Palmieri Segreteria di Stato Sezione per gli affari generali n. 193.717/P Dal Vaticano, 4 settembre 2012

A Sua Eccellenza reverendissima Mons. Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Bari Il Santo Padre ha nominato Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani il rev.do sac. Andrea Palmieri, finora officiale del medesimo Dicastero. Tanto si partecipa a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, per opportuna conoscenza. Tarcisio card. Bertone Segretario di Stato *** Don Andrea Palmieri è stato altresì nominato, in data 10 settembre 2012, Cappellano di Sua Santità.

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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Assemblea diocesana Proposta per l’anno pastorale 2012-2013

“Cristo, Alfa e Omega” La Veglia pasquale come cammino di fede e impegno alla testimonianza (Bari, 19 settembre 2012)

Premessa Partendo dal Sinodo diocesano e dalle sue conclusioni, abbiamo in questi anni approfondito il significato di un progetto pastorale diocesano, che – l’ho spesso richiamato – va inteso come visione globale della realtà pastorale, che ispira le mete e gli obiettivi da realizzare con le relative priorità. Attraverso la preparazione e la celebrazione del Congresso Eucaristico Nazionale di Bari (2005), limpida grazia del Signore che tutti ci ha pervasi, ho indicato in modo più completo la scelta pastorale nel testo sulla Mistagogia, che resta l’idea progettuale da sviluppare ulteriormente, come ho potuto constatare nelle cento parrocchie della diocesi, che dal 2007 finora ho visitato. Con intima gioia riconosco nei sacerdoti, nei consacrati e nei laici l’accoglienza sostanziale del progetto pastorale, considerando gradualità diversificate nella sua attuazione. Le Lettere inviate alle singole parrocchie al termine della visita pastorale lo testimoniano. All’interno, quindi, di questa visione pastorale globale, ho inviato a tutta la nostra comunità diocesana, quest’anno, nel IV centenario del Seminario diocesano, una Lettera (Cerca e troverai) che invita

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tutti ad un impegno educativo vocazionale, a diventare «coltivatori di sicomori» nel gregge del Signore. L’Anno della fede che ci accingiamo a vivere non è una nuova scelta pastorale, ma una proposta di programma pastorale che, in questo anno di grazia, vi chiedo di attuare nelle singole comunità. Paradigma sarà la celebrazione della Veglia pasquale, esemplare espressione mistagogica del mistero cristiano. Il cammino di fede si dovrà sempre più caratterizzare come itinerario che porti alla consapevolezza della maturazione ecclesiale della fede ricevuta nei sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Queste riflessioni conservano il valore di proposta pastorale, che intendo «disegnare» orientandola verso la meta, che è Cristo, e che si attua nel tempo. Tempo privilegiato è l’Anno liturgico. Ricordo ancora una volta che lo strumento educativo per attuare questo itinerario è l’incontro settimanale della comunità1. Ecco allora il programma, illuminato dal Signore Gesù, che ci attende in questo Anno della fede.

Il Cristo Pantokrator

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L’immagine del Cristo Pantokrator domina la prima scena raffigurata nel rotolo dell’Exultet di Bari, il canto che racconta le meraviglie operate da Dio nella notte pasquale. L’immagine del Cristo, seduto in trono e benedicente, non solo è invito a riconoscere che è il Risorto il motivo del giubilo che risuona sulle labbra della Chiesa, ma indica allo stesso tempo la meta del cammino dei credenti introdotto e guidato dalla luce del cero pasquale che avanza verso l’altare. La gioia che anima il cammino della Chiesa verso Cristo è richiamata dal Santo Padre nel documento con il quale indice l’Anno della fede. Infatti, il Papa spiega che uno dei motivi che deve sollecitare i credenti a celebrarlo è: «l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo»2. Il

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Cfr La Mistagogia. Una scelta pastorale, EDB, Bologna 2006, pp. 83 sgg. Benedetto XVI, Lettera apostolica in forma di Motu proprio Porta fidei, 2.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO cammino della fede caratterizza lo stesso Anno liturgico, durante il quale il credente celebra la storia della salvezza e permette ad essa di scandire la sua storia quotidiana3. Il cammino della fede è anche quello che la Chiesa ripercorre in ogni Veglia pasquale che, raccogliendo i fedeli al di fuori del tempio, li conduce con la luce del cero pasquale verso l’eucaristia, come il nuovo popolo che procede dall’esilio verso la Terra promessa. I quattro momenti della Veglia sono un prezioso riferimento all’impegno che sollecita la Chiesa in questo Anno della fede. Ma il cammino che conduce l’uomo verso Cristo trova prima di tutto ampia testimonianza nei Vangeli. Per questo motivo è importante che il riferimento liturgico della Veglia sia accompagnato da un riferimento biblico. Una scena che presenta un interessante rapporto tra la Veglia pasquale e il cammino della fede è quella dell’incontro di Gesù con il cieco Bartimeo raccontato dal Vangelo di Marco 10, 46-52: «E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada».

La lettura del brano permette di individuare quattro momenti che presentano un interessante riferimento ai quattro momenti della Veglia pasquale. 3

Cfr L’anno liturgico come itinerario di fede, La Scala, Noci 2003.

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1. Bartimeo siede mendicante lungo la strada e avverte il passaggio di Gesù. È la liturgia della luce che si svolge all’esterno della chiesa e richiama una situazione di tenebra e di lontananza da Dio. 2. Gesù chiede ai discepoli di portare da lui Bartimeo e inizia il dialogo con lui. Troviamo qui un riferimento alla liturgia della Parola, particolarmente abbondante nella notte pasquale. Essa esprime il dialogo che Dio inaugura con l’uomo sin dalla creazione. 3. Bartimeo chiede e ottiene di poter tornare a vedere. Anticamente la Chiesa chiamava i neofiti gli “illuminati” perché con il Battesimo ricevevano la luce della fede. 4. Tornato ad essere vedente, Bartimeo si mette a seguire Gesù come discepolo. La liturgia eucaristica rappresenta il vertice della Veglia pasquale. Sostenuto dal pane eucaristico il discepolo cammina sulle orme di Cristo.

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Il percorso offerto dal brano biblico e dalla Veglia non deve essere considerato altro rispetto a quello dell’Anno liturgico che accompagna la Chiesa. Infatti, è possibile legare i quattro momenti del percorso proposto ai tempi che scandiscono lo stesso Anno liturgico. Facendo tesoro dell’invito del Papa a riprendere in mano i testi del Concilio Vaticano II, ogni singola tappa del percorso può essere accompagnata dalla lettura e dallo studio di una delle quattro Costituzioni conciliari, forse poco conosciute dalle generazioni più recenti. Mi permetterò, nella linea del cammino educativo che impegna la Chiesa italiana in questo decennio, di offrire qualche suggestione che coinvolga in modo privilegiato il mondo giovanile, facendo riferimento alla mia Lettera pastorale Cerca e troverai, indirizzata soprattutto ai ragazzi e ai giovani.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Prima parte

Il Lucernario (Avvento-Tempo di Natale) «Sedeva lungo la strada a mendicare» Il brano di Marco che ci guida nella riflessione è immediatamente successivo a quello nel quale i figli di Zebedeo chiedono a Gesù di poter sedere ai primi posti. La situazione di Bartimeo, cieco, povero ed emarginato, ci porta in un orizzonte completamente diverso e si offre come riflessione sulla situazione che molti uomini e donne vivono nel nostro tempo. Persone sedute ai margini della strada perché incapaci di intraprendere un cammino, costretti a mendicare un aiuto, un sostegno, una luce che li aiuti a rialzarsi. Persone che forse hanno già rinunciato a vivere perché rassegnate nella loro miseria o nella loro solitudine. Persone che mendicano felicità o amore, ovunque qualcuno possa darne qualche briciola. Persone che vivono il buio dell’esistenza che impedisce loro di capire da dove vengono e dove vanno. Il grido di Bartimeo verso Cristo sembra dare voce al grido di tanti uomini del nostro tempo che, al buio e sul ciglio della strada, chiedono che Qualcuno li prenda per mano e li sollevi per rimetterli in cammino. Scrive Origene: «Quelli che sono ciechi seguano Cristo, dicendo ed esclamando: “Figlio di David, abbi pietà di noi”, affinché, ricevendo da lui anche la vista, possano in seguito essere irraggiati dallo splendore della sua luce» (Omelie sulla Genesi, I,7). 529 Rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno La celebrazione della Veglia pasquale ha inizio fuori, all’esterno della chiesa. L’uomo viene raggiunto nella sua terra, nello spazio della sua vita quotidiana. Ma «essere fuori» richiama anche la situazione di disagio che l’uomo sperimenta quando si sente smarrito: “sentirsi fuori” è un modo per dire che non si è a proprio agio. Anche il buio con cui ha inizio la Veglia è una metafora. Esso trova la sua origine


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prima di tutto nella celebrazione del giorno prima, quella della morte del Signore. Allo stesso tempo è riferimento alla condizione del peccato con la quale ogni uomo deve confrontarsi. Ma il buio richiama anche la nostra esistenza, la confusione e lo smarrimento che ogni uomo sperimenta nella sua vita. È interessante, a questo proposito, uno sguardo al significato che il Vangelo di Giovanni dà alla «notte» quando parla dell’incontro di Gesù con Nicodemo (Gv 3, 1), oppure quando parla del tradimento di Giuda (Gv 13, 30), o ancora quando parla della terza apparizione di Gesù ai discepoli che «in quella notte non presero nulla» (Gv 21, 3). La Veglia pasquale inizia nella notte per condurci verso il giorno; inizia nel buio per condurci verso la luce. Il Lucernario della Veglia pasquale assume così l’immagine di una vita che ricomincia. Di una persona che è appena nata, non si dice forse che «è venuta alla luce»? È questo il momento nel quale può nascere il coraggio di riprendere in mano la propria esistenza per poterla orientare verso un fine. Le parole che accompagnano l’accensione del cero pasquale sono eloquenti a riguardo: «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito». Le tenebre del cuore e dello spirito richiamano la condizione di chi brancola nel buio ed è incapace di orientarsi. L’ho ricordato nella Lettera pastorale: «Anche noi, spesso, viviamo così: disorientati, incapaci di scelte, con un’esistenza in mano, che non sappiamo più a che cosa serva. Ci manca l’essenziale. E la vita, così, si spegne… Crediamo che ci manchi qualcosa, e in realtà ci manca tutto. Ci manca l’Amore, quello ‘Primo’, sorgente di ogni altro amore e senso»4. È necessario scoprire le zone d’ombra che abitano il nostro cuore per ritrovare lo slancio della fede che illumina e dà senso alla nostra storia. L’impegno tocca anche le nostre comunità. Spesso la preoccupazione di un’organizzazione efficiente può far dimenticare la centralità della fede e ridursi a prestare un servizio, piuttosto che offrire risposte al cuore inquieto dell’uomo.

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Cerca e troverai. Lettera alla Chiesa locale nel IV centenario del Seminario diocesano, EDB, Bologna 2012, p. 7.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Festa della Presentazione del Signore Nel clima del Lucernario ho pensato di vivere con voi, in questo Anno della fede, un altro momento assembleare di preghiera e di contemplazione del Mistero il giorno 31 gennaio intorno al candelabro in pietra del cero pasquale, che sarà collocato stabilmente in Cattedrale, accanto all’ambone. Il 2 febbraio, infatti, Festa della Presentazione del Signore, si riprendono i vari temi sottolineati già durante l’Avvento e il Tempo natalizio, e parimenti ci si apre alla realtà pasquale (vedi ad es. il tema della presentazione-oblazione e soprattutto il tema della luce). Il candelabro, infatti, rievocando il nostro Exultet, ripercorrerà la storia della salvezza dall’Antico al Nuovo Testamento, dalla creazione alla risurrezione. Alla base, quasi a sorreggere questo racconto per immagini, le figure dei profeti e dei santi vescovi Nicola e Sabino, intervallati dai simboli degli evangelisti. La nostra Chiesa locale, quindi, beneficia di questo mistero di luce e di grazia, di cui anche l’acqua, avvolgente tutta la colonna marmorea, è simbolo.

La Gaudium et spes Il documento conciliare al quale faremo riferimento in questa prima tappa del nostro cammino sarà la Gaudium et spes, la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Sono pagine che mostrano il volto di una Chiesa che vuole camminare con gli uomini del suo tempo e mettersi in ascolto delle domande che portano nel cuore. Leggiamo, infatti: «È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna, infatti, conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso

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drammatico» (GS 4). È l’esercizio dell’auditus temporis, che ho richiamato nel Sinodo diocesano, un esercizio sapienziale che contempla Cristo «via, verità e vita»5.

Seconda parte

La liturgia della Parola (Tempo di Quaresima) «Gesù si fermò e disse: Chiamatelo!»

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Il grido di Bartimeo è ascoltato da Gesù, che chiede a chi gli sta intorno di chiamarlo perché vuole incontrarlo. “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Nel corso dei secoli, attraverso la preghiera dei monaci del deserto, l’invocazione di Bartimeo è diventata quella che si è soliti chiamare la “preghiera di Gesù”. Tra tutti coloro che percorrono la strada dove giace Bartimeo e che si rivelano infastiditi dalla sua presenza, solo Gesù è disposto a rivolgergli la parola. Ma se il grido di Bartimeo è solo un’invocazione di aiuto, Gesù non si limita ad esaudire la sua richiesta, ma entra in dialogo con lui. Tuttavia, la prima domanda che gli rivolge appare banale o retorica: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Gesù sa molto bene cosa chiede Bartimeo, ma lo costringe a chiedere, quasi a suggerire la necessità di dare un nome al proprio bisogno. Bartimeo non è un malato, ma prima di tutto un uomo. Con la sua domanda, Gesù aiuta anche chi gli sta vicino a prendere coscienza che non è possibile curare la sofferenza se non ci si prende cura dell’uomo che la vive. Gesù non salva dalla sofferenza, ma aiuta l’uomo a non rimanerne schiacciato sotto il peso. Ogni uomo, di fronte ai propri limiti o alle vicende drammatiche della storia, avverte il desiderio di vedere e di capire, ma solo l’incontro con Gesù e con la sua Parola può gettare una luce sul suo cammino e impedire di rincorrere vane illusioni.

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Cfr Il Libro del Sinodo. Un futuro pieno di speranza, Ecumenica Editrice, Bari 2002, pp. 67, 213-215.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Rispondere degnamente alla grazia della chiamata La liturgia del Lucernario ha accompagnato il credente a varcare la soglia della chiesa, per condurlo nello spazio consacrato all’incontro con Dio. Tornano alla mente le parole di Osea: «Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore» (Os 2,16). Dal frastuono della strada dove ha avuto inizio la celebrazione, il cristiano è portato in uno spazio di intimità che gli permette di ascoltare la voce di Dio. Il cero pasquale collocato in alto, accanto all’ambone, non solo richiama la presenza del Risorto che, come ai discepoli di Emmaus, «ci svela il senso delle Scritture» (Preghiera eucaristica V), ma allo stesso tempo sottolinea come, alla luce della risurrezione di Cristo, la Parola di Dio che sarà proclamata è prima di tutto annuncio che riaccende la speranza. Il racconto che le pagine della Scrittura annunciano in questa notte getta una luce nella vita di ogni uomo. Dove non c’è storia ci sono solo frammenti di vita incomprensibili; ma quando si riesce ad individuarne la trama è possibile raccoglierli e intravedere dove conduce. La liturgia della Parola che caratterizza la seconda parte della Veglia pasquale, con la sua abbondanza di letture, ripercorre tutta la storia della salvezza e rivela il dialogo che Dio, sin dall’inizio della creazione, ha voluto instaurare con l’uomo. L’iniziativa è di Dio. È Dio che inaugura il dialogo con l’uomo perché si preoccupa per lui, per la sua condizione. È il dialogo inaugurato proprio nel momento della caduta di Adamo, quando Dio chiede a lui: «Dove sei?» (Gen 3, 9). Dio chiama e attende che l’uomo risponda. Un’orazione della Veglia pasquale chiede a Dio: «Concedi al tuo popolo di rispondere degnamente alla grazia della tua chiamata». La preghiera fa riferimento alla fede di Abramo che risponde e obbedisce a Dio. Questo secondo tempo del nostro cammino offre la possibilità di riscoprire il ruolo fondamentale che la Parola di Dio assume nella vita del credente. Dobbiamo riconoscere che è cambiato l’atteggiamento di molti fedeli nei confronti della Parola di Dio, da quando il Concilio Vaticano II ha voluto che a tutti venisse offerta la ric-

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chezza delle Scritture. Origene, facendo riferimento al brano evangelico della Samaritana, spiega: «Ormai si realizza quella parola del Salvatore ai discepoli: Se uno crede nel Cristo e si disseta all’acqua della sua dottrina, dal suo seno sgorgano fiumi d’acqua viva, e non solo pozzi o una sorgente. Accade proprio come per il Pozzo unico della Parola di Dio che genera una gran copia di conoscenze spirituali paragonabili a pozzi, sorgenti e fiumi innumerevoli» (Sui Numeri, XII,1). Per Origene è Cristo il pozzo al quale l’uomo può attingere per placare la sete che porta dentro di sé. Anche Benedetto XVI richiama il ruolo fondamentale della Parola di Dio: «Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli» (Porta fidei, 3). Il dialogo che Gesù instaura con Bartimeo sollecita anche noi a cercare continuamente il dialogo con Dio attraverso la lettura e l’ascolto della sua Parola. Ci saranno sempre domande o situazioni che invocano risposte alle quali l’uomo non può rispondere se non attingendo alla Parola di Dio. Allo stesso tempo, solo chi sa abbeverarsi al pozzo delle Scritture sarà in grado di offrire una risposta autentica alle ansie dei fratelli, perché non si affiderà alle sue parole ma alla stessa Parola di Dio. Nella Lettera pastorale Cerca e troverai richiamo la responsabilità di farsi attenti alle domande dei fratelli, soprattutto più giovani: «Dobbiamo perdere tempo ad ascoltare le ansie degli uomini e delle donne del nostro tempo, perché nel caos degli eventi quotidiani, spesso segnati da negatività e violenza, il nostro ascolto si offre come luogo di sosta, nel quale la parola di chi si affida a noi può incontrare le proprie domande più vere e scoprire, nella nostra fragile esperienza, una risposta di gioia, data dal nostro incontro con il Risorto»6. 534 La Dei Verbum Il documento del Vaticano II che accompagnerà questa seconda fase del cammino sarà la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla

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Cerca e troverai cit., p. 22.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO divina rivelazione. Le affermazioni e le indicazioni di questo prezioso documento continuano ancora oggi a portare frutto nella Chiesa. Infatti, sono sempre più numerosi coloro che nutrono quotidianamente la loro fede con la Sacra Scrittura, convinti che: «nella Parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV 21). È «la sacramentalità della Parola», formula davvero innovativa fatta propria dall’Esortazione apostolica Verbum Domini di Benedetto XVI. Durante il tempo quaresimale «nella Parola la carità prende forma, misura e motivo: la forma, la misura e il motivo dell’amore di Cristo, Vangelo dell’amore di Dio da cui il discepolo impara “la Parola della Croce”, rivelazione dell’“amore più grande” (Gv 15,13), dell’“amore sino alla fine” (Gv 13,1)»7. In questo contesto va vissuta nelle varie comunità la proposta caritativa diocesana quaresimale.

Terza parte

La liturgia battesimale (Tempo di Pasqua) «Balzò in piedi e venne da Gesù» Alzandosi in piedi, Bartimeo è aiutato da Gesù ad avere un sussulto di dignità. Egli può lasciar cadere il suo mantello che lo riparava dal freddo della strada perché l’incontro con Cristo ha riscaldato il cuore. Balzando in piedi, Bartimeo risorge da una sua situazione che lo aveva escluso dalla storia degli uomini. Abbandonato ai margini della strada, egli ora può ricominciare a vivere, rimettendosi sulla strada alla sequela di Cristo. Ma il gesto di Bartimeo assume anche il significato di una scelta.

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Cfr la mia relazione al XXXV Convegno nazionale delle Caritas diocesane: Memoria, fedeltà, profezia, Fiuggi, 21 novembre 2011.

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Infatti, egli potrebbe continuare a vivere la propria dipendenza dagli altri, rassegnato al suo destino. A volte, trasformare la sofferenza in uno sterile vittimismo può diventare una scelta di comodo perché ci mette al riparo dalle responsabilità. Sappiamo bene che «fare scelte importanti, radicali, fare dei progetti che richiedono impegni, cercare qualcosa di definitivo… spaventa. L’alternativa, però … la vediamo facilmente intorno a noi. La maggior parte delle persone vive la propria esistenza in maniera arrabbiata, o depressa, o confusa, o sofferta. Non ha in sé una progettualità che la porti a cercare e a trovare in quello che dice o in quello che fa il ‘gusto’ dell’esistere»8. Come è difficile oggi, specie per i giovani, compiere scelte definitive! Il balzo di Bartimeo non è solo frutto della sua volontà, ma scaturisce dall’incontro con Cristo. Bartimeo è stato sempre là, seduto al suo posto, fino a quando non ha avvertito la presenza di Gesù. L’incontro con chi ti ama genera sempre una risurrezione.

Ciò che è invecchiato si rinnova

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La terza parte della Veglia è caratterizzata dalla liturgia battesimale che esprime la libera risposta dell’uomo alla chiamata di Dio. Il battesimo esprime la volontà di credere e il desiderio di accettare che nella propria vita si realizzi il mistero di morte e risurrezione di Cristo. Un’orazione della Veglia pasquale riconosce che solo in Dio «ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo, che è principio di tutte le cose». Accettando di morire ad una vita rassegnata e superficiale, si può iniziarne una nuova, colma di senso e orientata verso il futuro. Tra i versi dettati dal papa Sisto III per il Battistero Lateranense, leggiamo: «L’acqua restituirà nuovo quello che avrà accolto vecchio… chi è nato a questo fiume sarà santo». Il sacramento della rinascita inaugura un nuovo cammino. Nella liturgia battesimale, prima ci sono le rinunce, poi la Professione di fede. È un invito a “schierarsi”, ad affermare apertamente da che parte si intende stare. Anticamente questo gesto conosceva anche la 8

Cerca e troverai cit., p. 12.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO simbologia dell’orientamento: verso occidente per le rinunce, verso oriente per la Professione di fede. Era un modo per affermare che chi sceglieva di seguire Cristo dava le spalle al suo passato, al regno delle tenebre e del peccato, in definitiva, a tutto ciò che lo portava lontano dal Signore. Lo spiega san Cirillo di Gerusalemme ai neofiti: «Quando dunque rinunci a Satana, sciogliendo assolutamente qualsiasi patto con lui e ogni tua precedente intesa con l’inferno, ti si aprono le porte del paradiso di Dio, che fu piantato ad oriente e da cui il nostro progenitore fu cacciato per aver violato il precetto. Ne è un simbolo il fatto che tu ti volgi da occidente a oriente, la regione della luce» (Catechesi mistagogica,1). È la conversione che inaugura il cammino del discepolo e che la Veglia pasquale invita ogni volta a rinnovare. È stato bello rivivere questo “segno” con i cresimandi che ho incontrato nel tempo pasquale in Cattedrale. Spero che questo appuntamento divenga una tradizione nella nostra Chiesa locale. Questo terzo momento del cammino si presenta come opportuna occasione per riscoprire e vivere il senso autentico del sacramento del battesimo. Tutta la storia dell’uomo è fatta di scelte, ma c’è una scelta che orienta e condiziona tutte le altre e che non si può eludere. Essa è fondamentale per lanciarsi nel futuro e non rimanere ancorati al presente, o peggio ancora prigionieri del passato. Ma le scelte chiedono coraggio e comportano rischi. È quello che molto spesso, oggi, impedisce di fare scelte definitive. Allo stesso tempo, essendo il tempo pasquale occasione per la celebrazione di prime comunioni e cresime, sarà opportuno assumersi la responsabilità di aiutare le famiglie delle nostre comunità a comprendere che ogni sacramento rappresenta una scelta e chiama ad una responsabilità. I sacramenti non si pretendono ma si chiedono, essi sono un dono e non una prassi. Il Papa ricorda: «La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede» (Porta fidei, 10). Quanto sarebbe opportuno riprendere i suggerimenti che L’anno liturgico come itinerario di fede offre, scandendo i vari riti dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana dall’Avvento fino alla Pentecoste!

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La Sacrosanctum Concilium Queste riflessioni orientano a prendere tra le mani il testo del Vaticano II che accompagnerà questo terzo momento: la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia. Deve essere una costante premura quella di aiutare i fedeli a riscoprire il senso autentico della liturgia nella vita della Chiesa. Essa non può ridursi ad una sterile ritualità; deve essere compresa e vissuta come evento di salvezza nella quale si realizza l’incontro del credente con il Risorto. Leggiamo, infatti, che: «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia». Non dobbiamo dimenticare che «la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei sacramenti pasquali, a vivere in perfetta unione; prega affinché esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede» (SC 10).

Quarta parte

Liturgia eucaristica (Tempo ordinario) «E lo seguiva lungo la strada»

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Quello che Gesù ha operato nei confronti del cieco, conferma che «veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Bartimeo non è più per strada, ma sulla strada. Il suo cammino si è fatto sequela perché percorso dietro i passi di Cristo. Bartimeo non vive più ai margini della storia ma cammina con passo deciso nella storia. Romano Guardini direbbe che «camminare eretti significa essere uomini... Ma non siamo più soltanto uomini: siamo più che uomini»9. Prima ancora di trovare la fede, Bartimeo ha ritrovato la sua dignità di uomo. Il dono della fede non è una realtà che esula dalla vita. Bartimeo, infatti, ottiene la vista prima di tutto come uomo. Prima di aprire i suoi occhi, Gesù gli ha aperto il cuore. Allo stesso tempo, se leggiamo che Bartimeo “seguiva” Gesù lungo la strada, dobbiamo dedurre che la sua storia non si conclude con

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R. Guardini, Lo spirito della liturgia. I santi segni, Morcelliana, Brescia 1964, p. 136.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO la guarigione. L’evangelista, infatti, non vuole raccontare il miracolo della vista ma quello della fede. Siamo di fronte a un cammino inaugurato dalla guarigione, ma destinato a continuare nella vita di ogni giorno. Nella sua prima enciclica Benedetto XVI scrive nell’introduzione: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»10.

Il desiderio del cielo L’orazione sul fuoco nuovo della Veglia pasquale chiede a Dio che «le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno». Nella quarta parte della Veglia, culmine della celebrazione, la Chiesa pregusta la “festa dello splendore eterno”. Il cammino iniziato sul sagrato della chiesa trova nel sacramento dell’altare la sua meta. L’eucaristia, celebrata dopo il battesimo e la confermazione, è il segno evidente che il cammino dell’Iniziazione cristiana resta un cammino “aperto”, mai concluso definitivamente. L’orazione dopo la comunione nella II domenica di Pasqua lo esprime in modo semplice ma efficace: «la forza del sacramento pasquale che abbiamo ricevuto continui a operare nella nostra vita». L’eucaristia, quindi, è il sacramento che «continua ad operare» nella vita di ogni credente, perché la fede non può ridursi ad un gesto, ma apre ad un cammino che impegna giorno per giorno. Se il battesimo ci ha fatti risorgere con Cristo, l’eucaristia ci fa vivere di Cristo. Il profondo legame tra il battesimo e l’eucaristia è spiegato molto bene da Teodoro di Mopsuestia in una Omelia sull’eucaristia: «Poiché per mezzo della morte di Cristo abbiamo ricevuto una nascita sacramentale, conviene che dalla stessa morte ricevia-

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Deus caritas est, 1.

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mo il cibo del sacramento d’immortalità. Dobbiamo essere nutriti dalla stessa sorgente da cui siamo nati, secondo la norma di tutti gli esseri viventi»11. L’eucaristia, realizzando la comunione con Cristo, introduce in un cammino che porta oltre il tempo, oltre la storia, verso la vita eterna. È il tempo per riscoprire, ancora una volta, la domenica come «sacramento della Pasqua» (sant’Agostino), «festa primordiale», «fondamento e nucleo di tutto l’anno liturgico» (SC 106) e per rinverdire l’esperienza del Congresso Eucaristico del 2005 nella solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo. La liturgia pasquale non si conclude con il congedo finale, bensì con la responsabilità e la missione affidata a ciascuno. Iniziando sul sagrato della chiesa, la Veglia pasquale ha condotto il credente verso l’altare, meta del cammino di fede. Nutrito di Cristo, con i riti di congedo, il credente ritorna alla storia di ogni giorno completamente trasformato, diventando così testimone di quanto ha vissuto.

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Il Tempo ordinario che la Chiesa ci offre è il tempo della quotidianità. L’aggettivo “ordinario” piuttosto che far pensare ad un tempo dimesso, non eccezionale, dovrebbe suggerire l’ “ordine” con cui il tempo liturgico ritma il tempo dell’uomo. Emerge in questo modo lo stretto rapporto tra vita liturgica e storia quotidiana, tra fede professata e fede vissuta. Il tempo diventa “ordinario” perché è Cristo che dà ordine alla vita. «Tocca a noi essere testimoni della bellezza del tempo “perso perché donato”. E, questo, certo, porta gioia, ma comporta anche fatica… Ma, sappiamo, solo attraverso questa via, il nostro cuore può arrivare a narrare il nostro stupore, la nostra meraviglia, non per il miracolo di ciò che siamo riusciti a donare, ma per i mille giorni senza miracoli in cui il Signore, rimanendoci accanto, ci ha ripetuto e ci ripete: “non temere, perché io sono con te!”»12. Questo è il tempo in cui crescere nella consapevolezza che la fede impone la responsabilità di una sincera e autentica testimonianza. Lo ricorda il Papa quando afferma: «Ciò di cui il mondo oggi ha 11

Teodoro di Mopsuestia, Prima omelia sull’eucaristia, in A. Hamman (a cura di), L’iniziazione cristiana, Marietti, Casale Monferrato 1982, p. 123. 12 Cerca e troverai cit., p. 25.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO particolarmente bisogno è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire il cuore e la mente di tanti al desiderio di Dio e della vita vera, quella che non ha fine» (Porta fidei, 15).

La Lumen gentium Il testo che accompagnerà questa quarta fase del cammino sarà la Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa. Il motivo è molto semplice: «La Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga. Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce» (LG 8). Possiamo affermare, a cinquant’anni dal Concilio, che le nostre comunità sono divenute soggetto dell’itinerario di fede, non riservato agli “addetti ai lavori”? «I grandi rinnovamenti della Chiesa sono sempre stati determinati da scoperte realistiche delle situazioni e, insieme, da visioni ideali che hanno indicato il cammino e sostenuto la speranza. Quando avremo compreso che la nostra azione pastorale può validamente e lecitamente rinnovarsi, qualcosa comincerà a cambiare anche nella prassi. Attraverso la crescita di un laicato, cui bisognerà sempre più dar fiducia e parola, si camminerà verso una comunità di credenti adulti maturi…»13.

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Catechesi liturgia e vita. Una proposta pastorale, EDB, Bologna 2000, p. 47.

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Breve conclusione Dalle tenebre alla luce, dall’esterno all’interno, dalla strada alla casa di Dio, dal sagrato all’altare, «soglia dell’eternità»14. La Veglia pasquale diviene così sintesi armonica tra l’annuncio, la celebrazione e la testimonianza della vita. Esemplarmente aiuta a vivere un’esperienza «mistagogica», un ingresso progressivo nel mistero della salvezza. È questo il cammino che l’Anno della fede può proporre a ciascuno di noi. Il filosofo e scrittore francese Gabriel Marcel afferma che «l’uomo è essenzialmente un viandante» e aggiunge che è l’inquietudine a farlo progredire, e non potrebbe essere altrimenti perché «l’uomo non può perdere questo sprone senza divenire immobile e senza morire»15. L’inquietudine che spinge sant’Agostino a cercare Dio dovrà essere la stessa inquietudine che in questo anno muove i nostri passi nel cammino della fede. + Francesco Cacucci Arcivescovo

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14 15

R. Guardini, op. cit., p. 145. G. Marcel, Homo viator, Borla, Roma 1944.


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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà Teologica Pugliese

Saluto del Gran Cancelliere (Bari, Basilica S. Nicola, 24 ottobre 2012)

Saluto gli eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi e i reverendissimi Superiori e Superiore degli Ordini e delle Congregazioni religiose e li ringrazio della loro presenza. Saluto altresì con deferenza le Autorità civili e militari che hanno cortesemente accolto il nostro invito. Al magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Bari e del Politecnico di Bari, ai rappresentanti delle autorità accademiche delle università pugliesi rivolgo un cordiale benvenuto. Desidero ringraziare cordialmente il rappresentante del sig. Sindaco di Bari. Ringrazio il Rettore della Basilica di S. Nicola, il rev. p. Lorenzo Lorusso, O.P. e la comunità dei Padri Domenicani che ci hanno accolto in questo splendido tempio, come sede del nostro solenne atto accademico. Un benvenuto al prof. Antonino Zichichi e un ringraziamento per aver accettato con cordialità il nostro invito a tenere la prolusione dell’anno accademico 2012-2013. Un saluto colmo di gratitudine intendo rivolgerlo a tutti i docenti e ai cari studenti, all’inizio dell’ottavo anno accademico della Facoltà Teologica Pugliese. Siate benvenuti tutti, signore e signori, che ci onorate con la vostra presenza in questa circostanza.

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Questo nuovo anno accademico, che si colloca nell’Anno della fede indetto da Benedetto XVI, ci stimola a considerare il rapporto tra fede e teologia e a riflettere su come la teologia non esiste che in relazione al dono della fede. Nella luce di questa relazione vitale tra fede e lavoro teologico ritengo che, in occasione di quest’anno di grazia, la nostra Facoltà debba impegnarsi in medio Ecclesiae a portare il suo contributo specifico alla nuova evangelizzazione, scrutando il mistero rivelato con tutte le risorse della ragione illuminata dalla fede, a beneficio di tutti i credenti e favorendo anche la sua recezione nella cultura attuale, perché «i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato» (Benedetto XVI, Porta fidei, n. 4). Anche il tema scelto per la prolusione rimane in questo alveo, dal momento che l’illustre relatore affronterà il rapporto tra fede e scienza. Siamo sicuri che Lei, prof. Zichichi, per i suoi studi, le sue ricerche e le sue numerose scoperte sia innanzitutto un testimone della possibilità di un dialogo fecondo tra fede e scienza. Per questo siamo certi di trovare nelle sue parole indicazioni importanti su temi di grande interesse per l’uomo contemporaneo. Nella luce di queste riflessioni auguro a tutti un anno accademico fecondo. Vi siano buoni frutti a livello di ricerca scientifica e di didattica: i docenti realizzino pienamente la loro missione ecclesiale e gli studenti trovino nei nostri Istituti effettive opportunità di crescita umana e cristiana per diventare, come ci ha ricordato sant’Agostino, «innamorati della bellezza spirituale». 544

+ Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Gran Cancelliere della Facoltà Teologica Pugliese


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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

Sacre ordinazioni, ammissioni, ministeri istituiti - La sera dell’8 settembre 2012, primi vespri della XXIII domenica del Tempo Ordinario, nella chiesa parrocchiale di S. Maria del Fonte in Bari-Carbonara, S.Ecc. mons. Luciano Bux, vescovo emerito di Oppido Mamertina-Palmi, con licenza dell’Ordinario, durante una celebrazione eucaristica da lui presieduta, ha istituito accolito il signor Giuseppe Mongelli; - la sera del 31 ottobre 2012, primi vespri della solennità di Tutti i Santi, nella chiesa parrocchiale di S. Giuseppe Moscati in Triggiano, S.Ecc. mons. Luciano Bux, vescovo emerito di Oppido Mamertina-Palmi, con licenza dell’Ordinario, durante una celebrazione eucaristica da lui presieduta, ha ordinato diaconi permanenti i sigg. Domenico Palmisano e Francesco Saverio Riccardi, incardinandoli nel clero diocesano. 545 Nomine e decreti singolari A) S. Ecc. l’Arcivescovo ha nominato, in data - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 68/12/D.A.S.-N.), don Ambrogio Avelluto all’incarico di direttore dell’Ufficio Missionario della Curia diocesana, per cinque anni; - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 69/12/D.A.S.-N.), don Michele Scolletta all’ufficio di cappellano dell’Ospedale S. Paolo in Bari;


- 1 ottobre 2012 (Prot. 70/12/D.A.S.-N.), mons. Antonio Parisi all’incarico di canonico del Capitolo Metropolitano Primaziale di Bari; - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 71/12/D.A.S.-N.), don Francesco Micunco all’incarico di collaboratore dell’Ufficio Amministrativo della Curia diocesana nell’ambito dei beni culturali ecclesiastici, per cinque anni; - 13 ottobre 2012 (Prot. n. 78/12/D.A.S.-N.), don Michele Camastra all’ufficio di parroco della parrocchia SS. Crocifisso in Triggiano, per nove anni; - 22 ottobre 2012 (Prot. 88/12/D.A.S.-N), don Angelo Ranieri all’ufficio di parroco della parrocchia S. Maria Assunta in Palo del Colle, per nove anni.

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B) S. Ecc. l’Arcivescovo ha istituito, in data - 1 settembre 2012 (Prot. n. 57/12/D.A.S.-I), p. Michele Mangialardi, O.F.M., all’ufficio di parroco della parrocchia S. Antonio in Bari; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 58/12/D.A.S.-I), p. Guarino Valentino, O.F.M., all’ufficio di parroco della parrocchia S. Leone Magno in Bitonto; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 59/12/D.A.S.-I.), p. Marcellino Chiechi, O.F.M., all’ufficio di parroco della parrocchia S. Maria di S. Luca in Valenzano; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 60/12/D.A.S.-I), p. Cosmo Scardigno, O.F.M., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Antonio in Bari; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 61/12/D.A.S.-I), p. Vito Bracone, O.F.M., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Leone Magno in Bitonto; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 62/12/D.A.S.-I), p. Antonio Cofano, O.F.M., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Maria di S. Luca in Valenzano; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 63/12/D.A.S.-I), p. Leonardo Di Taranto, O.F.M.Cap., a direttore dell’Ufficio per la pastorale della salute della Curia diocesana, per altri cinque anni; - 1 settembre 2012 (Prot. n. 64/12/D.A.S.-I), p. Nunzio S. Del Mastro, O.F.M.Cap., all’ufficio di amministratore parrocchiale della parrocchia Gesù di Nazareth in Bari, per un anno;


CURIA METROPOLITANA - 15 settembre 2012 (Prot. n. 65/12/D.A.S.-I), don Giuseppe Ruppi, S.d.B., all’ufficio di cappellano delle monache Benedettine del Monastero di S. Scolastica in Bari; - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 72/12/D.A.S.-I), p. Zaccaria Donatelli, O.F.M.Cap., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Francesco d’Assisi in Triggiano; - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 73/12/D.A.S.-I), p. Giampaolo Lacerenza, O.F.M.Cap., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Fara in Bari; - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 76/12/D.A.S.-I), p. Raffaele Melacarne, O.F.M.Cap., all’ufficio di cappellano del Carcere Mandamentale di Bari; - 15 ottobre 2012 (Prot. n. 79/12/D.A.S.-I), p. Massimo M. Ghionzoli, A.G.C., all’ufficio di parroco in solido moderatore della parrocchia S. Rocco in Valenzano; - 15 ottobre 2012 (Prot. n. 80/12/D.A.S.-I), p. Michele M. Momoli, A.G.C., all’ufficio di cappellano della Casa di Riposo S. Rita in Cellamare. C) S. Ecc. l’Arcivescovo ha trasferito, in data - 28 settembre 2012 (Prot. n. 67/12/D.A.S.-T.), don Angelo Lagonigro dall’ufficio di parroco in solido della parrocchia Spirito Santo in Bari-Santo Spirito, all’ufficio di parroco della parrocchia S. Michele Arcangelo in Bari-Palese; - 15 ottobre 2012 (Prot. n. 81/12/D.A.S.-T), il diacono permanente Pietro Floris dall’ufficio di collaboratore del cappellano dell’Ospedale S. Paolo in Bari, all’ufficio di collaboratore della parrocchia S. Pietro in Modugno; - 15 ottobre 2012 (Prot. n. 82/12/D.A.S.-T), il diacono permanente Pasquale Caiano dall’ufficio di collaboratore del cappellano dell’I.R.C.C.S. “Giovanni Paolo II” in Bari, all’ufficio di collaboratore del cappellano dell’Ospedale S. Paolo in Bari; - 15 ottobre 2012 (Prot. n. 83/12/D.A.S.-T), il diacono permanente Antonio Coviello dall’ufficio di collaboratore della parrocchia Maria SS. Annunziata in Modugno, all’ufficio di collaboratore della parrocchia Spirito Santo in Bari–S. Spirito;

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- 15 ottobre 2012 (Prot. n. 84/12/D.A.S.-T), il diacono permanente Michele Mastromatteo dall’ufficio di collaboratore della parrocchia S. Cecilia in Bari, all’ufficio di collaboratore della parrocchia S. Girolamo in Bari; - 22 ottobre 2012 (Prot. n. 86/12/D.A.S.-T), don Francescopaolo Sangirardi dall’ufficio di parroco della parrocchia S. Maria del Fonte in Bari-Carbonara, all’ufficio di parroco della parrocchia Maria SS. del Rosario in Bari; - 22 ottobre 2012 (Prot. 87/12/D.A.S.-T), don Domenico Chiarantoni dall’ufficio di parroco della parrocchia S. Maria Assunta in Palo del Colle, all’ufficio di amministratore parrocchiale della parrocchia S. Maria del Fonte in Bari-Carbonara. D) S. Ecc. l’Arcivescovo, in data - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 74/12/D.A.S.), ha concesso a don Michele Cantatore la licenza di iscriversi come studente di scienze sacre presso gli Atenei Pontifici in Roma; - 1 ottobre 2012 (Prot. n. 75/12/D.A.S.), ha concesso a don Vito Di Donna la licenza di iscriversi come studente di scienze sacre presso gli Atenei Pontifici in Roma; - 12 ottobre 2012 (Prot. n. 77/12/D.A.S.), ha concesso a don Cosimo Memoli la licenza di iscriversi come studente di scienze sacre presso gli Atenei Pontifici in Roma; - 31 ottobre 2012 (Prot. 91/12/D.A.S.), ha incardinato nel clero diocesano don Angelo Arboritanza, già chierico regolare dei Padri Somaschi.

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

Comunicato sulla concessione di indulgenze durante l’Anno della fede In applicazione di quanto previsto dal decreto della Penitenzieria Apostolica del 14 settembre 2012, relativo alle indulgenze concesse in occasione dell’Anno della fede, che permette di acquisire l’indulgenza plenaria ai fedeli ogniqualvolta visiteranno in forma di pellegrinaggio, oltre alla Basilica Cattedrale, «un luogo sacro designato dall’Ordinario del luogo (ad es. tra le Basiliche Minori ed i Santuari dedicati alla Beata Vergine Maria, ai Santi Apostoli ed ai Santi Patroni)», S.Ecc. l’Arcivescovo, su proposta del rev.mo Padre Priore, ha designato la Basilica di S. Nicola in Bari, in quanto Basilica dedicata al Santo Patrono, come ulteriore luogo sacro per acquisire la detta indulgenza plenaria. L’indulgenza, che è applicabile anche in suffragio alle anime dei fedeli defunti, si potrà ottenere durante tutto l’arco dell’Anno della fede, cioè fino all’intero 24 novembre 2013, alle solite condizioni (che si sia veramente pentiti, debitamente confessati, comunicati sacramentalmente, e che si preghi secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), partecipando inoltre a qualche sacra funzione nella Basilica o almeno soffermandosi «per un congruo tempo di raccoglimento con pie meditazioni, concludendo con la recita del Padre Nostro, la professione di fede in qualsiasi forma legittima, le invocazioni alla Beata Vergine Maria e, secondo il caso, ai Santi Apostoli o Patroni». Bari, 25 ottobre 2012 Il Cancelliere Arcivescovile sac. Paolo Bux

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CURIA METROPOLITANA Settore Evangelizzazione. Ufficio catechistico

Incontri di formazione per catechisti e operatori pastorali

In preparazione all’Anno della fede che ha avuto inizio il 12 ottobre 2012 l’Ufficio Catechistico diocesano ha proposto ai catechisti e agli operatori pastorali di riflettere sul tema L’Anno della fede e l’educazione alla vita buona del Vangelo. Gli incontri di formazione si sono tenuti nei giorni 3 e 4 ottobre per i catechisti e gli operatori pastorali delle parrocchie dei paesi, e nei giorni 5 e 6 ottobre per i catechisti e gli operatori pastorali delle parrocchie della città di Bari, nell’aula “Mons. Mariano Magrassi” dalle ore 18.30 alle ore 20.30. Il tema degli incontri di formazione è stato sviluppato il primo giorno attraverso una relazione tenuta da p. Luigi Gaetani, O.C.D. dal titolo La fede, un percorso generativo ed educativo, cui è seguito un intervento di approfondimento sulla relazione con parole, immagini e musica preparato da suor Cristina Alfano, ed il secondo giorno da una Tavola rotonda: In ascolto di alcune testimonianze, con gli interventi di don Mario Diana, don Francesco Micunco, la sig.na Sabrina Di Paola, la sig.ra Elisabetta Fiorentino, il sig. Leonardo Dambra e il sig. Antonio Colagrande. P. Luigi Gaetani nel suo intervento ha messo a fuoco, «a partire dall’esperienza della fede, tre aspetti: dimorare nella propria anima,

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trasmettere o generare la fede, destrutturare per far vedere il cuore della fede. Il primo. Non si può vivere galleggiando, senza trovare il punto di forza della propria esistenza nell’anima. È da questo spazio consistente della persona che si possono affrontare le sfide del mondo contemporaneo e valutare la stessa crisi di fede che sta attraversando tanta parte di umanità, che oramai crede di non credere, sebbene viva sul bordo del proprio pozzo, assetata, ma senza il coraggio di bere al proprio pozzo. I mistici ci accompagneranno, come maestri di vita, in questo cammino verso la verità, perché solo loro hanno osato l’oltre per essere se stessi e per offrirsi come paradigma nei confronti di una umanità che brancola nella “notte” del nulla con il desiderio di incontrare la luce. Il secondo. Dalla frontiera sulla quale costringe la mistica è legittimo chiedersi se la crisi della fede che viviamo non sia legata ad una povertà mistica della stessa esperienza cristiana, ad una preponderanza della trasmissione dei contenuti della fede rispetto ad una emergenza generativa ed educativa della fede che non vuole essere privata del Vangelo e, di conseguenza, della maternità/paternità di una comunità credente. Il terzo. La consapevolezza che non basta in sé l’atto generativo ed educativo alla fede se questo non è accompagnato da un reale processo di destrutturazione di alcuni aspetti della cultura cristiana consolidata nella quale il cuore della fede è fortemente intessuto, ma è anche in stato di sofferenza. Occorre coraggio ed occorre aprire a se stessi per poter veramente generare ed educare. La Chiesa, come la famiglia, è chiamata continuamente ad attualizzare la sua maternità/paternità per non rischiare di restare senza figli». P. Luigi, concludendo, ha detto che oggi «si va facendo sempre più chiara la convinzione che noi abbiamo tante storie belle da raccontare a questo mondo a corto di anima e di bellezza. Raccontare la nostra fede come percorso generativo ed educativo è la sfida che abbiamo dinanzi». Infine ha lasciato tre consegne mentre la Chiesa ci chiede di varcare oggi “la porta della fede”: educare allo sguardo, educare alla determinazione, educare al bene. «Non c’è nessun approdo a Dio senza educazione dello sguardo. Non lo sguardo che cattura o che terrorizza, non lo sguardo spento e desolato di tanti nostri ragazzi e giovani, ma quello che porta a guardare


CURIA METROPOLITANA con stupore ed attitudine contemplativa noi stessi, gli altri, il mondo, il mistero di Dio: “La salvezza sta nello sguardo” (S. Weil)». «Non c’è approdo a Dio senza educazione alla determinazione. Dobbiamo deciderci, non si può vivere un’intera esistenza oscillando tra l’inconsistenza e l’essere, lacerati tra quello che vorremmo essere e quello che siamo, non decidendo mai da che parte andare. Gesù, ad un certo punto del suo cammino con i discepoli, pone una domanda secca: “chi sono io per te?”. Per rispondere devo sapere chi sono io, cosa voglio dalla vita e da te che cammini con me, devo sapere quali sono le cose che contano, di chi mi fido, chi è il mio “dio/Dio”». «Non c’è approdo a Dio senza educazione alla grazia. La grazia è la bellezza, il buono. La grazia è il ricordo che conserviamo, nel più profondo centro dell’anima, di quella bellezza travolgente e affascinante che ci ha preso la vita e la lascia in una condizione di desiderio. La scegliamo, la grazia, perché è bellezza. La scegliamo liberamente la grazia perché è l’idea e la realizzazione stessa di bene. La grazia seduce l’intelligenza e il cuore mediante il fascino della bellezza perché è la stessa Bellezza, tutta la Bellezza, il Sommo Bene, la cosa più bella che ti possa accadere e che ti porta a dire, affermando la tua libertà, ho solo bisogno di Te. Non ho bisogno di qualcosa, e non perché sia cattiva, ma perché io ti voglio al centro: “Solo Dio per lei è tutto” (S. Giovanni della Croce)». I protagonisti della Tavola rotonda In ascolto di alcune testimonianze hanno raccontato e testimoniato la storia bella della propria fede, rispondendo a tre domande.

Racconta la tua esperienza di fede La fede è la storia di un continuo incontro con Dio; mi sento sempre guardato e amato da Dio (Diana). Nella storia del mio incontro con Dio ho capito come donare il mio amore (Di Paola). La fede è la luce della mia esistenza. L’esperienza del Movimento dei Focolari

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è fondamentale per la mia vita. Con la mia sposa abbiamo coniugato fede e fiducia e abbiamo creduto all’Amore. Dio rimane sempre la mia prima scelta, perciò «felicità e grazia mi sono compagne tutti i giorni della vita» (Dambra). Ho conosciuto Gesù con l’interezza della mia persona nell’esperienza del Rinnovamento dello Spirito. Cristo è diventato il Signore della mia vita al quale sono capace di dire sì e con gioia lo racconto a tutti (Fiorentino). Il punto di partenza della mia fede è stata la famiglia, poi l’esperienza associativa dell’Oasi S. Martino, quindi l’esperienza speciale dell’Azione Cattolica dove ho imparato a confidare nel Signore, ed infine il Seminario dove ho condiviso con gli altri seminaristi i percorsi della fede (Micunco). Con la mia fede ho cercato di dare una risposta unica e originale alla domanda di Gesù “voi chi dite che io sia?”. La mia fede, vissuta come relazione vitale con il Signore, è stata sostenuta e nutrita sempre in una comunità: il Seminario, l’Azione Cattolica, la parrocchia, la famiglia, il Centro Volontari della Sofferenza (Colagrande).

Quali elementi nutrono la tua fede

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Dio è, non al primo posto, ma al centro della mia vita. Nutrimento della mia fede è una preghiera bella e continua con la centralità dell’eucaristia quotidiana e l’esame di coscienza. La mia fede donata e condivisa è sempre capace di mettersi in discussione per diventare più vera (Diana). Nutrimento della mia fede è una regola di vita con alcuni punti fermi: l’eucaristia, la liturgia delle ore, la preghiera comunitaria, la direzione spirituale, gli esercizi spirituali come elemento importante di ascolto del Signore (Di Paola). La Parola di Dio è al centro della mia esistenza e mi dà luce per guardare avanti. La mia fede è nutrita dalla speranza e dalla carità (Dambra). Gli elementi fondamentali che nutrono la mia fede sono: i sacramenti, la preghiera personale, la Parola di Dio che è luce ai miei passi e regna in casa. Importante è anche il silenzio in alcuni momenti della vita e che diventa un affidarsi a Dio. La fede viene restituita e rinnovata attraverso il discernimento, attraverso la relazione con i fratelli di fede e attraverso il racconto delle meraviglie di Dio (Fiorentino). Fondamentali sono questi elementi che nutrono la mia fede: im-


CURIA METROPOLITANA portanza dello studio, confronto stringente con la Parola di Dio, rapporto costante con Gesù eucaristico con un’ora di adorazione al giorno, una regola di vita, un padre spirituale, e una sincera e vera relazione con le persone (Micunco). Sento una profonda esigenza di darmi una regola di vita a misura di laico, questo comporta l’appuntamento domenicale con l’eucaristia e l’appuntamento settimanale comunitario con la Parola di Dio (Colagrande).

Come incarni la fede nella tua vita quotidiana L’incarnazione della fede porta alla verità della mia vita: mi preoccupo di portare il profumo di Cristo attraverso la bellezza: una vita bella di testimone dell’amore e di ministro di uno sguardo d’amore, una vita di gioia da cui traspare la felicità dell’essere cristiano, una vita di comunione vissuta nell’amore per i fratelli sacerdoti e nell’amore verso tutti i cristiani (Diana). Incarnare è stato fondamentale per me per passare dalla Parola alla vita attraverso una radicalità evangelica a tutto campo e con il mio impegno educativo nella comunità parrocchiale, nell’Azione cattolica e nell’intera diocesi (Di Paola). Incarno la mia fede nella vita quotidiana con la preghiera. Essa vale a indirizzare tutte le mie azioni e anche a compierle. Essa mi rivela in ogni momento il senso del mio essere creatura di un Creatore. La preghiera per me è una regola che va vissuta usando il tempo e lo spazio, tutto il tempo ed ogni spazio. Vita e preghiera sono una stessa esperienza di comunione con Dio: la vita è preghiera, continuo rapporto con Dio, la preghiera è vita, riempie e dà anima al nostro pensare ed agire. Cerco di non farmi mancare l’eucaristia quotidiana. Poi ci sono i prossimi. Con loro devo essere sempre pronto ad amarli e sempre colui che fa il primo passo. Non ci riesco? Mi alleno a “ricominciare sempre”. È veramente molto bello per me vedere l’azione di Dio in ogni realtà della vita (Dambra). La vita stessa parla e racconta la fede attraverso i servizi svolti nella parrocchia, nel movimento, nel sociale, attraverso la comunione profonda vissuta con tutte le aggregazioni laicali. La

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fede va concretizzata nella vita con la nostra presenza viva nel mondo e con il testimoniare il nostro credere nel Signore (Fiorentino). È tanto cambiata la mia vita in questi primi mesi di sacerdozio. Tutta la mia vita deve parlare della mia fede con la mia disponibilità in ogni momento come ha fatto Gesù. Sono chiamato a mettere il massimo: nei sacramenti, nei luoghi in cui sono posto, vivendo in modo irreprensibile e con responsabilità (Micunco). La risposta alla domanda di Gesù “Chi sono io per te?” richiede di vivere la mia vita in pienezza; la mia famiglia è il primo ambito dove Gesù dà sapore alla mia vita, l’insegnamento della religione mi chiama ad essere autentico testimone nelle relazioni, la parrocchia e la diocesi mi interpellano in modo particolare in questo momento per un servizio umile e generoso (Colagrande). Vi sono state anche due comunicazioni: la prima comunicazione riguardante la proposta formativa dei “Laboratori della fede” è stata fatta da don Antonio Serio e da don Carlo Lavermicocca; la seconda comunicazione riguardante la proposta formativa “L’iniziazione cristiana con i ragazzi diversamente-abili” del Settore catechesi-disabili dell’Ufficio Catechistico diocesano è stata fatta dalla prof.ssa Annalisa Caputo. Agli incontri hanno partecipato quattrocentonovanta persone. mons. Angelo Latrofa direttore dell’Ufficio Catechistico

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CURIA METROPOLITANA p. Luigi Gaetani, O.C.D.

La fede: un percorso generativo ed educativo

Introduzione Benedetto XVI, nel convegno della diocesi di Roma del 2007, ha sottolineato che «L’esperienza quotidiana ci dice che educare alla fede proprio oggi non è un’impresa facile. Oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla di una grande “emergenza educativa”, della crescente difficoltà che s’incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori base dell’esistenza e di un retto comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia la famiglia e si può dire ogni altro organismo che si prefigga scopi educativi»1. L’educazione non possiamo pensarla solo come un’emergenza a cui bisogna trovare un tampone, ma è soprattutto una scelta che caratterizza la vita dei credenti, un impegno di umanesimo cristiano dove la comunità cristiana è chiamata ad esercitare una nuova diakonia nella storia. Questo mio intervento mette a fuoco, a partire dall’esperienza della fede, tre aspetti: dimorare nella propria anima, trasmettere o generare la fede, destrutturare per far vedere il cuore della fede. Il primo. Non si può vivere galleggiando, senza trovare il punto di forza della propria esistenza nell’anima. È da questo spazio consistente della persona umana che si possono affrontare le sfide del mondo contemporaneo e valutare la stessa crisi di fede che sta attraversando tanta parte dell’umanità, che oramai crede di non credere, sebbene viva sul bordo del proprio pozzo, assetata, ma senza il coraggio di bere al proprio pozzo. I mistici ci accompagne-

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BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno della Diocesi di Roma, 11 giugno 2007.

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ranno, come maestri di vita, in questo cammino verso la verità, perché solo loro hanno osato l’oltre per essere se stessi e per offrirsi come paradigma nei confronti di una umanità che brancola nella “notte” del nulla con il desiderio di incontrare la luce. Il secondo. Dalla frontiera sulla quale costringe la mistica è legittimo chiedersi se la crisi della fede che viviamo non sia legata ad una povertà mistica della stessa esperienza cristiana, ad una preponderanza della trasmissione dei contenuti della fede rispetto ad una emergenza generativa ed educativa della fede che non vuole essere privata del Vangelo e, di conseguenza, della maternità/paternità di una comunità credente. Il terzo. La consapevolezza che non basta in sé l’atto generativo ed educativo alla fede se questo non è accompagnato da un reale processo di destrutturazione di alcuni aspetti della cultura cristiana consolidata nella quale il cuore della fede è fortemente intessuto, ma è anche in stato di sofferenza. Occorre coraggio ed occorre morire a se stessi per poter veramente generare ed educare. La Chiesa, come la famiglia, è chiamata continuamente ad attualizzare la sua maternità/paternità per non rischiare di restare senza figli.

1. Dimorare nel più profondo centro dell’anima

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Per coloro che sono stati educati alla teologia sistematica, dove la fede scorreva limpida e chiara nelle tesi che dicevano il mistero di Dio, non è stato facile passare alla vita delle persone e alle domande concrete di chi cerca una ragione nel rapporto fede-mondo. Certo, sapevano come rispondere. Era tutto chiaro, perché la verità rivelata era spiegata e chiarita dal magistero della Chiesa, dal depositum fidei, dal dogma. 1.1. Le sfide del mondo moderno e contemporaneo Oggi quel modello teologico non regge più. La nuova sensibilità lancia nuove sfide anche specificatamente alla fede cristiana e, in particolare, al suo modo di pensare Dio e di formulare l’identità e l’annuncio. Sfide che interessano particolarmente i giovani, anche quelli a noi vicini, e che si caratterizzano per alcuni tratti o peculiarità. Un primo tratto è quello di una reazione radicale contro la pretesa


CURIA METROPOLITANA della ragione umana. Contro tale esaltazione, la conseguenza è stata la concezione di una ragione consapevole della fragilità delle costruzioni elaborate dalla modernità illuministica e fortemente scettica davanti alla pretesa della stessa, fino a sostenere il pensiero debole, il pensiero che non pretende, il relativismo. Un secondo tratto è stato quello del passaggio dal super io, che riconosce l’assolutizzazione dell’io-soggetto, al riconoscimento, da parte del movimento esistenzialista, del soggetto consapevole della propria finitudine o, come sottolinea il marxismo, del soggetto consapevole delle proprie alienazioni. Il pensiero attuale parla della frammentazione radicale del soggetto, dove, in un certo senso, il soggetto è morto o è “liquido”. Un terzo tratto del pensiero post-moderno è la convinzione che si è arrivati alla fine della storia intesa come processo senza termine, attraverso il quale l’umanità progettava se stessa in una continua novità, e si è approdati alla post-storia, in quella condizione che registra l’incapacità di sentire la novità degli avvenimenti e di percepirne il nesso, livellando tutto sul piano della contemporaneità e della simultaneità. Dove non è più il futuro, tanto meno il passato, ad occupare un posto, ma piuttosto il presente in cui tutto accade e nel quale si svolge effettivamente la vita. Si vive così schiacciati sul presente, nell’oblio del senso storico. Le conseguenze di questo clima culturale sono radicali, forse come non mai nella storia del cristianesimo: a) il pensiero debole si trova a disagio dinanzi alle affermazioni dogmatiche e preferisce sfumare i contorni del divino e procedere per via di interpretazioni che hanno più del soggettivo che dell’oggettivo (relativismo); b) la post-modernità, con la sua visione frantumata del soggetto, pensa che non abbia senso andare alla ricerca di una unità profonda della persona umana, vanificando così lo sforzo di una teologia, di una catechesi, di una predicazione esistenziale-personalistica; c) il pensiero post-moderno, fortemente marcato da un “presentismo esasperato”, difficilmente riesce a pensare un Dio che si è rivelato in una storia di salvezza.

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1.2. La fede esige la consistenza della persona umana Davanti a queste sfide ci si può chiudere a riccio, continuando a ripetere “ciò che si è sempre detto”, o ci si può arrendere lasciandosi assorbire da esse. La proposta è quella di un dialogo critico con il tempo attuale, andando alla ricerca di un fondamento stabile. Dialogo, quindi apertura serena e fiduciosa, ma anche capacità critica per andare contro corrente, sapendo testimoniare una fede in grado di proporsi e di rivelarsi fondata, consistente: «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2,7). Alla base di questa opzione c’è il modo di intendere la fede. Infatti, se credere significa solo aderire intellettualmente ad una “verità eterna”, se siamo salvati perché “sappiamo” ed affermiamo come accolta in noi la verità rivelata (fides quae = la fede come contenuti), allora certo la nostra vita secondo lo spirito consiste nel gustare e contemplare quella verità. Ma se credere significa aderire ad una Persona, allora le cose sono diverse e la chiarezza della teologia sistematica non basta più, occorre andare oltre, occorre andare dentro e da questa profondità, da questa relazione vitale osare l’atto di fede (fides qua = la fede come atto). In quest’orizzonte parlare di fede non significa dimostrare, ma testimoniare, vivere, raccontare come Dio impatta la nostra vita, significa ritessere il rapporto Dio-mondo a partire dall’uomo, fondandosi non su una realtà esteriore, ma interiore al mondo, nell’anima, intendendo per anima non una sostanza separata, ma il principio della vita, sia di quella organica come di quella spirituale. Osando porre, quale fondamento del credere in Dio, non qualcosa di esteriore, ma piuttosto qualcosa di interiore, anzi la cosa più interiore che esiste dentro di noi e che ci fa essere, cioè l’anima. Ognuno cerca la roccia su cui costruire la casa, l’anima è tale punto fermo; quello spazio «più intimo a noi di noi stessi» (sant’ Agostino), il mas profundo centro dell’uomo (san Giovanni della Croce). È da qui che dobbiamo ripartire per costruire la casa della fede, del rapporto Dio-mondo. Il vero problema è sempre interiore: «A che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36). L’uomo forte è colui che conquista la propria anima. Infatti, «che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?» (Mc 8,37). La conquista della propria anima non si può comprare,


CURIA METROPOLITANA non si può chiedere che altri ci diano “olio” per alimentare la vita, si può ottenere solo a prezzo di un duro lavoro, vivendo. 1.3. La crisi della fede tra atto e contenuti Il mondo contemporaneo ci consegna scenari di fede contrassegnati da crisi. Lo stesso Pontefice ha ribadito, in più circostanze, che «Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci»2. Il senso dell’Anno della fede si chiarifica proprio in questa linea: «capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato»3. L’analisi dei motivi che stanno alla base di questa tensione richiederebbe una relazione a sé. Qui mi limito a elencarne i principali, dividendoli tra motivi di crisi della fides qua creditur (cioè l’atto di credere alle cose di fede, l’atto compiuto dal soggetto che crede, il credere in qualcuno), espressamente sottesi dal Pontefice quando dice che si continua a pensare «alla fede come un presupposto ovvio» mentre in realtà non è più tale, e i motivi di crisi della fides quae creditur (cioè la fede come contenuto, l’insieme di eventi e di dottrine che si accettano per vere, le cose credute, l’assenso alle verità rivelate). Per quanto riguarda la fides qua creditur, cioè l’atto di fede, la teologia ha individuato tre livelli: preambula fidei, motivum fidei e motivum credibilitatis. I preambula fidei (presupposti della fede) sono quegli argomenti razionali previ all’atto di fede che sono: l’esistenza di Dio, la rivelazione storica, l’esistenza storica di Gesù, i suoi miracoli, la sua risurrezione, la libertà dell’uomo, la immortalità dell’anima. 2 3

BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia romana, del 22 dicembre 2011. ID., Porta fidei, Lettera apostolica in forma di Motu proprio, n. 2.

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Ognuno può constatare facilmente come questi argomenti, che secondo la teologia hanno la funzione di far uscire l’atto di fede dall’ arbitrarietà per la loro intrinseca evidenza razionale, oggi non svolgono più tale funzione. Oggi sono, nel migliore dei casi, oggetto essi stessi dell’atto di fede. Ovvero, prima essi reggevano l’atto di fede di fronte agli assalti del dubbio; oggi devono essere retti essi stessi dall’atto di fede. La conseguenza è che dall’arbitrarietà che circonda l’atto di fede non si esce: «Tu ci credi, io non ci credo, nessuno sa chi ha ragione, l’importante è rispettarci l’un l’altro». Il Papa ha ragione a deplorare l’imperversare del relativismo, le cui cause consistono in una debolezza sempre più evidente della ragionevolezza della fede, ovvero del legame tra fede e ragione. Il motivum fidei (il motivo per cui si crede), cioè l’autorità di Dio, perché Dio si è rivelato e a Lui va prestata obbedienza, l’ossequio dell’intelligenza e della volontà (Vat. I, nella Dei Filius). Il motivum credibilitatis (i motivi di credibilità), quegli argomenti cioè che, una volta che si è aderito alla fede, dimostrano alla ragione che l’adesione è ragionevole. La tradizione teologica elenca quattro principali motivi di credibilità: le profezie dell’A.T. adempiute in Gesù, i miracoli di Gesù, la diffusione del cristianesimo, la Chiesa. Per quanto, invece, concerne la fides quae creditur, cioè i contenuti della fede, mi limito a dire che il cristianesimo ha sempre sostenuto che questi non sono contrari alla ragione ma che semmai la completano: «Gratia non destruit naturam, sed perficit» (san Tommaso d’Aquino); lo stesso Benedetto XVI ha ribadito a Regensburg che «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio»4. Ciò nonostante la fede cristiana resta consapevole che gli stessi dogmi necessitano di quell’incessante lavoro della ragione e che permane un «infinito da conoscere» (san Giovanni della Croce). 562 1.4. La fede, un incontro sul bordo del pozzo Le considerazioni finora fatte potrebbero portarci a valutazioni negative, ma ancora una volta Benedetto XVI ci ricorda che «Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, 4

BENEDETTO XVI, Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006.


CURIA METROPOLITANA che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (Gv 4,14)»5. L’incontro tra Gesù e la donna è come una linea di frontiera tra il restare con un “cuore di pietra” oppure accogliere un “cuore nuovo”, tra l’essere nella opacità della vita oppure essere aspersi con l’acqua pura che purifica da tutte le sozzure e gli idoli (Ez 36, 2527), tra l’accontentarsi del battesimo in acqua di Giovanni o accedere a quello in Spirito di Gesù, tra l’essere alla festa di nozze ma con le brocche del vino vuote o accettare che Gesù intervenga mutando l’acqua in vino, il vuoto in pienezza, la tristezza in gioia (Gv 2, 1-11). Occorre vincere la paura che dipinge gli scenari della fede con tinte fosche, occorre scegliere e, come Gesù, intraprendere cammini non ancora battuti; tali sono il passaggio attraverso la Samaria, il restare solo al pozzo in un territorio difficile, l’opzione di parlare con una donna samaritana e trattarla in una maniera diversa. In questa narrazione tutto è contro corrente, perché la vita di fede danza sul bordo del pozzo dell’esistenza e del mistero, perché la vita è il nucleo più intimo dell’esistenza, dove si è se stessi e dove si apprende la relazione, la compagnia, l’amore, la nuzialità. Il “pozzo” è come la stanza dell’anima, un luogo intimo dove l’anima incanta lo Spirito e dove lo Spirito slarga l’anima, consentendo alla sponsalità di farsi maternità. 1.5. La fede nella prospettiva mistica: un cammino verso la verità L’analisi fatta, allora, non conduce al nulla ma apre alla prospettiva dell’interiorità, della vita mistica, conduce alla via della verità. Essa infatti può rappresentare la “notte oscura”, la “nube della non conoscenza”, il “nada” di cui parlano i mistici che traduce un cammino altro, divenendo come un paradigma della ricerca che genera la fede, che comprende fino in fondo chi crede di non poter credere, chi continua a cercarlo come se non lo avesse ancora trovato (sant’ Agostino).

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ID., Porta fidei, cit., n. 3.

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I mistici sono maestri della vita, cercano la verità e la gioia, esplorano gli spazi più reconditi dell’anima, osano abitare sulla frontiera, continuamente proiettati verso un oltre non ancora veduto, ma solo desiderato: «rompi la tela a questo dolce incontro» (san Giovanni della Croce). Per questa ragione la teologia sistematica non è mai bastata ai mistici ed hanno prediletto un’altra teologia, quella apofatica; hanno utilizzato altri linguaggi rispetto a quelli della dogmatica: quelli della simbolica e della poesia, dove i simboli utilizzati (notte, inverno, vuoto, aridità…) non sono mai stati un’astrazione intellettuale, ma traccia della condizione concreta della ricerca, il segno del passaggio dell’Altro, di quella trasgressione osata per eccesso e necessità di amore, per quell’inappagabile prezzo da pagare al desiderio dell’anima, fino al punto da ritrovarsi senza alcuna sicurezza, nella “notte” appunto. Vivere il quaerere Deum significa essere condotti fino al cospetto dell’abisso del nulla (san Gregorio Nisseno), obbliga ad entrare nello spazio della non conoscenza, perché è proprio il riconoscimento di questa inconoscibilità la via alla vera conoscenza (theognosia) di Dio (san Gregorio Nisseno); genera, per analogia, quella medesima condizione spirituale di molti contemporanei che «si definiscono per ciò che inquieta e non per ciò che li rassicura» (E. Wiesel), imparando a vivere in empatia con lo spirito del mondo, fino a sedere alla stessa mensa dei peccatori (santa Teresa di Gesù Bambino). Quando ci si espone alla verità, senza timore di perdere pezzi, senza voler preservare nulla, senza barare, cercando solo la verità, si entra nella notte oscura della fede. Ma questa esposizione alla verità, lungi dall’essere una tentazione o un atto di superbia intellettuale, ottiene in chi la compie quella purificazione della mente. Infatti, si entra nella notte oscura della fede ragionando6 ed amando, mentre l’anima è tutta desta in questa esperienza drammatica e fascinosa: «l’anima che ha camminato per queste vie verso le cose celesti, avendo lasciato le cose terrestri per quanto è possibile alla natura umana,

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San Tommaso: «Si dice che al termine della nostra conoscenza, Dio è conosciuto come lo Sconosciuto perché il nostro spirito è pervenuto all’estremo della sua conoscenza di Dio quando alla fine si accorge che la sua essenza è al di sopra di tutto ciò che può conoscere quaggiù», In Boet. Trin. Proem. q.1,a.2, ad 1.


CURIA METROPOLITANA penetra nel santuario della conoscenza divina circondata da ogni parte dalla tenebra divina»7. Le costruzioni dogmatiche della teologia, a questo livello della esperienza spirituale, appaiono come deboli segnali, per quanto veridici. Essi non sono la realtà, sebbene la significhino, ma sono segnali che la indicano, e l’anima intuisce che occorre ritenerli ed oltrepassarli, andando al di là, nel cuore stesso del mistero, oltre la “porta”: la vera conoscenza e la visione di Dio consistono «nel vedere che Egli è invisibile, perché Colui che l’anima cerca, trascende ogni conoscenza, separato da ogni parte dalla sua incomprensibilità come da una tenebra»8. In questo stadio finale della conoscenza, di Dio non si ha un concetto, ma quello che il Nisseno definisce «un certo sentimento di presenza» (aisthesin tina tes parusias)9. Questo significa che questa tipologia di notte non è un passo indietro, ma un evidente passo in avanti, verso il progresso spirituale, verso lo svelamento dell’uomo a se stesso e la comunione con Cristo (GS 22). I mistici, veri maestri della fede, hanno compiuto questo passo in avanti esponendosi alla luce della verità divina, volendo solo tale verità: nessun gioco di potere, nessuna strumentalizzazione della fede a interessi mondani, nessun compromesso. I mistici hanno riconosciuto che la fede per crescere deve entrare nell’oscurità, in quanto la più alta conoscenza del divino è segnata dall’asimmetria, dalla distanza, è come un lampo nella notte, buia, come un entrare nella nube della non conoscenza, nel vuoto, nell’aridità, nell’inverno dell’abbandono (Taulero), perché «per giungere a dove non sai devi passare per dove non sai»10. Questo cammino, delineato dai mistici con categorie diverse ma convergenti quanto alla struttura fondamentale, credo che contenga il paradigma del cammino che la fede nel suo insieme è chiamata a fare. L’anima di un vero uomo spirituale contiene, cioè, il per7

GREGORIO NISSENO, Omelia XI sul Cantico (PG 44, 1000 C-D). ID., Vita di Mosè, II,163 (SCH 1 bis, p. 210 s.). 9 ID., Omelia XI sul Cantico cit. (PG 44, 1001B). 10 SAN GIOVANNI DELLA CROCE, 1 Salita 13,11. 8

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corso che la Chiesa tutta è chiamata a compiere, tutto il percorso che un uomo è chiamato a percorrere per essere veramente se stesso. Questo processo, allora, è qualcosa di positivo: la notte oscura inizia ad operare a livello della coscienza ecclesiale, è opportunità di purificazione e di cammino nuovo, di cammini che convergono e si orientano verso un ulteriore da raggiungere. Penso che ogni cristiano è chiamato a interiorizzare questo processo di negazione della coscienza contemporanea, a farla propria. Ognuno deve assumere il dramma del nichilismo come qualcosa che lo riguarda. Non certo per essere nichilista, ma per vivere ecclesialmente, come popolo in cammino, il senso della “notte” di cui parlano i mistici, in totale comunione col mondo, in un reale processo di purificazione e di solidarietà. Il cammino dei mistici, però, non si ferma nella notte oscura, la meta è data dalla luce e dall’incontro con l’Amato, perché «se la persona cerca Dio, molto di più il suo Amato cerca lei»11; dal calore della «fiamma d’amor viva», non dal freddo del nulla; dal matrimonio spirituale dell’anima che si unisce a Dio, non dalla solitudine assoluta della dissoluzione. Al fondo di ogni percorso mistico cristiano non ci sono le tenebre, c’è la luce della vita, del Risorto; c’è la partecipazione alla vita trinitaria, c’è la deificazione, l’unione trasformante tra l’Amato e l’amata, tra l’uomo e Dio, in quella forma di ricapitolazione di tutto in Cristo, nella cristificazione dell’universo. Ora la questione è la seguente: è possibile anche per noi giungere alla luce? Si tratta di una possibilità per ogni uomo, oppure è un’elezione per pochi privilegiati? Io penso che, così come la notte oscura riguarda chiunque si metta seriamente a pensare l’oltre, allo stesso modo l’approdo alla luce sia destinato a tutti, a tutti quelli che desiderano e cercano la verità, a coloro che già hanno sperimentato l’efficacia della grazia dell’iniziazione cristiana e che la vita ha immerso di fatto nel mistero pasquale, «dei quali solo Tu hai conosciuto la fede». Per i mistici cristiani Dio è un Dio in continuo avvicinamento, pertanto lo sforzo principale non deve essere quello di costruire, ma di riceverlo; la parola chiave non è risultato, obiettivo, quanto “spa-

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ID., Fiamma B, 3,28.


CURIA METROPOLITANA zio”. Occorre «fare spazio a Dio per riceverlo»12, perché Dio possa planare, invadere, perché Lui è un Dio generoso nel comunicare se stesso, «ovunque trovi spazio»13. I mistici intendono aprire una strada verso la gioia, per questo la priorità non è l’autorealizzazione, ma la relazione e il “nulla” non è il niente, ma la creazione di uno spazio libero, una zona di atterraggio. Fare spazio significa avere spazio a disposizione.

2. Trasmettere o generare la fede? A questo punto della nostra riflessione sembra quasi inutile constatare che è assolutamente insufficiente vivere l’educazione alla fede come un processo di trasmissione, ma che urge una generazione alla fede, un’esperienza che immerga l’uomo contemporaneo nel suo “sottosuolo” e nell’interiorità del mistero pasquale di Cristo. 2.1. Fino a qualche anno fa La fede, fino a non molto tempo fa, veniva trasmessa in famiglia, non teoricamente, ma dentro la vita quotidiana; si trasmetteva narrando e vivendo direttamente gli avvenimenti quotidiani, i ragazzi erano direttamente a contatto con le cose tristi e belle della propria famiglia, erano introdotti alla vita attraverso il modo con cui si pensava e si parlava, nel modo con cui si pregava insieme. La scuola elementare era la continuazione di questa educazione religiosa alla vita e si dava senza generare fratture rispetto a quanto trasmesso dalla famiglia. Poi c’era il paese, che costituiva come una specie di grembo collettivo, dove ognuno era conosciuto, protetto, tutelato. Il paese era come una famiglia allargata, un terzo luogo educativo. Questo sistema sociale costituiva il tessuto generativo per l’educa-

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SAN GIOVANNI DELLA CROCE, FB 2,27. ID., FB 1,15.

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zione umana, civica e religiosa dei ragazzi. Si imparava in questi contesti a vivere, a comportarsi bene, a credere in Dio. Queste tre forme di educazione (umana, morale e religiosa) coincidevano in un sistema sociale in cui il cittadino e il cristiano erano la stessa cosa. E la parrocchia? La parrocchia era il luogo della cura della fede; non aveva il compito di generare alla fede, ma di nutrirla, curarla, renderla coerente attraverso la vita sacramentale e l’esperienza dell’appartenenza.

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2.2. La situazione attuale È sotto i nostri occhi un cambiamento radicale e repentino. Dei tre grembi educativi – famiglia, scuola, paese - non riusciamo più a capire quale sia in grado di dare la vita, di essere in grado di incidere ed avere rilevanza rispetto al ruolo educativo. Se guardiamo la famiglia, i genitori sono disorientati; non hanno più un modello educativo sicuro da proporre, quello che hanno ricevuto non è un modello da trasmettere, non funziona. In questa situazione critica ognuno è sollecitato ad imboccare strade che non conosce, ad affrontare una sfida difficile, come quella educativa, senza avere gli strumenti necessari. Quanto poi alla trasmissione della fede in famiglia, anche i genitori credenti hanno perso la capacità di dire la fede, di comunicarla. Non hanno parole perché anche in loro la fede è in stato di dubbio o di abitudine, di contenuti che non hanno mai coinvolto la vita. La scuola è in situazione di affanno educativo e non è più un ambiente vitale dove si coltivano valori cristiani. Resta l’ora di religione, ma dentro un contesto laico e senza orientamenti certi. Il paese non c’è più. Tutto è virtuale, è villaggio globale. I nostri ragazzi sono proiettati sul mondo, dentro una cultura globale, da supermarket, dove incontrano tutto e tutti, tutte le opinioni e i costumi, i valori più opposti e le contraddizioni più grandi. Il paese non educa più e i nostri ragazzi scorazzano tra le bancarelle del mercato globale e incontrollato, prendendo quello che vogliono. Questo mutamento non è una catastrofe, ma va letto come un cambiamento in atto che mette in crisi un certo modo di stare al mondo, di essere famiglia, di fare gli educatori e di vivere la fede. Non è la fine del mondo, ma la fine di un certo mondo, è “notte”, ma possiamo già vedere i germi del ricominciamento, che sono segnali di destrutturazione e di ristrutturazione.


CURIA METROPOLITANA Questa visione delle cose è fondata sulla speranza cristiana, è una lettura pasquale, la quale ritiene che lo Spirito del Risorto non si è fatto scippare la storia dalle mani e che questa va verso il suo compimento e non verso il nulla. Tale lettura porta ad assumere un atteggiamento dialogico e non aggressivo rispetto ai cambiamenti in atto, porta a sentirsi compagni di viaggio, a saper riconoscere i germi di bene seminati dal Verbo nella storia e quindi a collaborare con tutti per la costruzione di un mondo più fraterno e solidale. 2.3. L’impegno della comunità cristiana In questa situazione culturale di travaglio, «La “porta della fede” che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. È possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita»14. Certo, il percorso verso la fede è difficile perché manca l’educazione, cioè quel cammino fatto di relazioni, di volti rivolti, di intrecciarsi di storie narrate, tutti itinerari attraverso i quali un giovane impara a prendere in mano la propria vita e decida non solo che cosa vuole farne ma, soprattutto, chi vuole essere e chi vuol diventare. La comunità cristiana che cosa deve fare? a) Non può credere che l’ora di catechismo (non in se stessa, ma come è stata finora condotta) possa sostenere una situazione di questo tipo, che sia cioè possibile iniziare alla fede in un’ora settimanale; b) non può ignorare che siano venuti meno i tre grembi generatori della vita e della fede, e pertanto non può continuare a caricare sull’ora di catechismo un compito che non è più di spiegazione della fede, ma di iniziazione, cioè di generazione della fede. Chiediamoci: come è possibile iniziare alla fede mediante una lezione? c) non può ignorare che i ragazzi di oggi sono figli di una generazione adulta senza fede; 14

BENEDETTO XVI, Porta fidei, cit., n. 1.

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d) non può sorvolare sul fatto che c’è uno svuotamento del senso dell’interiorità; e) non può dimenticare che fondamento della fede è e resta la persona di Gesù Cristo, incontrato e accolto come fatto irrinunciabile della vita personale; f) non può sottovalutare che la fede è camminare in Cristo, cioè una esperienza in movimento, che deve portare il credente ad essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), per non divenire “preda” di filosofie e mode (Col 2,8); g) non deve dimenticare che la fede cristiana non è la fede dei no sconsiderati, ma dei sì responsabili (Col 3, 5-15), perché l’intento è quello di generare un umanesimo cristiano fatto di bellezza, di bontà, di un’armonia sinfonica (Col 3,16-17). Da questa situazione, la comunità cristiana deve riprendere in mano il compito che più le sta a cuore e la definisce nella sua missione, quello di non lasciare prive le nuove generazioni del dono del Vangelo15, e di farlo insieme a coloro che hanno a cuore questa stessa cosa, a quei genitori che sono convinti che la fede non è un accessorio, ma è dono che aiuta a diventare umani e a stare nel mondo con speranza e responsabilità. Questa opzione mette insieme, in forma interattiva, i tre protagonisti: i genitori, i ragazzi, la comunità cristiana. L’attenzione passa dai ragazzi agli adulti, in particolare alla famiglia; il soggetto catechistico non è più il solo catechista, ma la comunità; l’itinerario ai sacramenti dell’IC assume una configurazione a dimensione catecumenale. La comunità deve prendere atto che questo è il tempo in cui la fede si trasmette non consegnandola come un patrimonio consolidato, ma generandola nel cuore delle persone, perché esse la custodiscano, la curino, la facciano crescere (Gal 4,19; 1Cor 4,15; Col 2,7). 2.4. Si genera imparando la maternità/paternità e le loro attitudini In quanto atto, la fede appartiene all’esistenza dell’essere-nel-mondo, ma in quanto atto-di-fede, essa trascende questa esistenza assumendola dall’interno di un’altra interpretazione della realtà: il

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A. MATTEO, La prima generazione incredula, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2010.


CURIA METROPOLITANA mondo di Dio. La conoscenza di fede è quindi la conoscenza del mondo dell’uomo come mondo di Dio. Una Chiesa che genera alla fede impara dall’esperienza della maternità/paternità gli atteggiamenti fondamentali perché ciò avvenga: a) Una vita si genera attraverso la vita. Una Chiesa che genera alla fede deve passare dalla condizione della sponsalità a quella della maternità/paternità responsabile; senza questa maturazione non c’è Chiesa, non c’è iniziazione alla fede. La Chiesa è mia madre, mi ha generato e continua a custodirmi estendendo la sua funzione materna/paterna a tutta la vita. Padri e madri, infatti, lo si è perché si fa crescere un figlio, accompagnandolo, in tanti modi diversi lungo il corso della sua vita, senza trattenerlo troppo, senza comprimerlo, lasciandolo vivere nella sua alterità. b) Richiede la disponibilità del dono di sé. La maternità/paternità è dare la vita perché l’altro ne divenga responsabile. Generare è dare e darsi, senza nulla trattenere, senza nulla recriminare. c) Generare è prendersi cura. È l’attitudine feriale del generare, quando si diventa capaci di attenzione, di vicinanza, di intuire il bisogno dell’altro, di amare senza vedere, intuendo i bisogni dell’altro.

3. Destrutturare per far intravedere il cuore della fede Non è sufficiente l’atto generativo ed educativo alla fede se non è accompagnato da un reale processo di destrutturazione di alcuni aspetti della cultura cristiana consolidata nella quale il cuore della fede è intessuto ma è anche in sofferenza. Certamente «esiste un nesso stretto tra educare e generare: il lavoro educativo s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli. L’uomo non si dà la vita da solo, ma la riceve. Allo stesso modo, l’esperienza del vivere in tutte le sue dimensioni attende di essere attivata, generata da un’altra esperienza: il bambino impara a vivere guardando al genitore, alla persona più grande, all’amico»16. 16

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 27.

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Se anche per l’educazione alla fede valgono le caratteristiche che appartengono alla generazione, allora possiamo dire che può generare figli solo una comunità viva, che si sente gioiosamente sposa, discepola, uditrice della Parola, colma di stupore davanti alle opere di Dio e dedita alla missione. La sua generosa attitudine generativa è l’unica forza che può accendere il dono della fede nelle nuove generazioni, perché l’esperienza dell’amore generativo cambia una persona, una comunità e diviene attitudine all’accoglienza, all’attenzione, alla relazione, alla solidarietà, alla condivisione, forme tutte di un amore caldo e non astrattamente distaccato, di un amore che è disponibile ad accompagnare l’uomo fino in fondo alla notte (Lc 24 – Emmaus), non accontentandosi di trasmettere verità, ma dialogando, non restando indifferenti dinanzi alle vertiginose discese o alle rapide salite verso il senso o il non senso della vita. Occorre coraggio per generare ed educare una vita, in quanto è sempre un po’ morire a se stessi. In questo caso è morire alle proprie certezze per mettersi alla ricerca della verità; è morire alle proprie sicurezze per aprirsi con i più giovani all’azione imprevedibile dello Spirito; è distaccarsi dalle forme culturali della propria fede per consentire che essa emerga in forme nuove ed inedite. Comprendiamo allora che porre l’accento sull’aspetto generativo dell’educazione alla fede non è in alternativa a quello della trasmissione, però occorre far emergere che se continua a prevalere il tradere rispetto all’educere il prezzo da pagare, anzi che già si sta pagando amaramente, è altissimo: quello dell’allontanamento di intere generazioni di giovani che non si sentono attratti dallo stile anonimo delle comunità cristiane, né si sentono a loro agio in forme di vita sognate e disegnate da altri, in momenti storici e culturali differenti, né si sentono compresi nelle loro legittime domande. La comunità oggi offre una cultura cristiana consolidata, nella quale il cuore della fede è intessuto con gli elementi che nel tempo hanno interpretato, custodito ed espresso quel cuore. La pretesa di trasmettere alle nuove generazioni la cultura cristiana ed ecclesiale delle generazioni passate, rischia di diventare un corto circuito reale. Occorre il coraggio di generare ed educare per rimettersi umilmente alla ricerca della verità. L’atto generativo, infatti, come quello educativo non privano una parte della comunità della propria


CURIA METROPOLITANA paternità/maternità affermata, ma riconoscono il diritto ai figli di non restare bambinoni, sterili, servi obbedienti, condannati a non diventare mai padri, madri. Questo non significa rinunciare ad un ruolo, ma comporta esserlo nel modo più maturo e profondo, magari attraverso la testimonianza e la gioia, l’impegno a lottare contro le realizzazioni inautentiche dell’umanità e l’essere cittadini nel senso più pieno del significato, la testimonianza di una vita sapiente e l’avvertenza delle cose escatologiche. Se la Chiesa è in crisi con i giovani, ciò è dovuto al fatto che qualcuno ha indebitamente occupato il loro posto con atteggiamenti di giovanilismo o con il semplice fatto che non ha saputo assumere, a tempo debito, il ruolo effettivo di “presbitero”, di anziano capace di guardare con contentezza i propri figli, pur nella consapevolezza che questi non avrebbero mai fatto le cose che ha fatto lui, ma che tuttavia avrebbero saputo ascoltarlo ed amarlo, mentre ricercavano il novum della fede, nella molteplicità dei dinamismi del credere17. Una Chiesa che si colloca nella prospettiva di generare alla fede, deve attualizzare la sua maternità/paternità, deve vestire i panni dell’essere «grembo accogliente, comunità di credenti in cui si è generati come figli di Dio e si fa l’esperienza del suo amore»18. Giovanni XXIII definì la Chiesa mater et magistra; prima mater che magistra, magistra perché mater. Il “Papa buono” aveva visto profeticamente, aveva compreso l’urgenza della prospettiva generativa delle comunità cristiane del suo tempo perché le nuove generazioni non restassero senza Dio, senza anima, senza vita, senza maternità e paternità spirituale, senza figli. Per le nostre comunità, questo è un invito pressante. Infine, una Chiesa mater et magistra, ha il «compito di servire la ricerca della verità»19. Ma per insegnare deve vestire il “grembiule” della “teologia che serve”, deve osare il nuovo, deve incoraggiare i suoi figli a non accontentarsi di quello che hanno già visto, ma orien17

C.M. MARTINI, I dinamismi del credere, Cattedra dei non credenti, Milano 1992, pp. 13-31. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo, cit., n. 21. 19 Ivi, n. 22. 18

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tarli verso l’oltre del Regno, ricordando loro, come tanti mistici e mistiche hanno testimoniato con una paternità e maternità coraggiose, che dopo aver varcato la “porta della fede” c’è ancora un infinito da conoscere (san Giovanni della Croce), perché la “porta della fede” «introduce alla vita di comunione con Dio»20 e l’uomo non può vivere con meno dell’infinito.

Conclusione

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Si va facendo sempre più chiara la convinzione che noi abbiamo tante storie belle da raccontare a questo mondo a corto di anima e di bellezza. Raccontare la nostra fede come percorso generativo ed educativo è la sfida che abbiamo dinanzi. Riusciremo a fare questo esodo: da una Bibbia-miniera di frasi utilizzabili per la dogmatica, ad una Bibbia-racconto di ciò che succede a Dio quando ha fede nell’uomo e all’uomo quando davvero si fida di Dio? Riusciremo a lasciare da parte i principi astratti per ascoltare nel silenzio il cuore di ogni uomo e rispondervi con la stessa tenerezza di Gesù? Riusciremo ad essere come Gesù che indicava la strada per rendere più umana questa nostra vita, ma non la imponeva, non la spiegava sino in fondo, certo che ogni uomo avrebbe cercato di ritrovare quella luce da cui era scaturito? Lascio tre consegne mentre la Chiesa ci chiede di varcare oggi “la porta della fede”: educare allo sguardo, educare alla determinazione, educare al bene. Non c’è nessun approdo a Dio senza educazione allo sguardo. Non lo sguardo che cattura o che terrorizza, non lo sguardo spento e desolato di tanti nostri ragazzi e giovani, ma quello che porta a guardare con stupore ed attitudine contemplativa noi stessi, gli altri, il mondo, il mistero di Dio. «La salvezza sta nello sguardo»21. Non c’è approdo a Dio senza educazione alla determinazione. Dobbiamo deciderci, non si può vivere un’intera esistenza oscillando tra l’inconsistenza e l’essere, lacerati tra quello che vorremmo essere e quello che siamo, non decidendo mai da che parte andare. 20 21

BENEDETTO XVI, Porta fidei cit., n. 1. S. WEIL, Forme dell’amore implicito di Dio, in Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, p. 149.


CURIA METROPOLITANA Gesù, ad un certo punto del suo cammino con i discepoli, pone una domanda secca: «chi sono io per te?». Per rispondere devo sapere chi sono io, cosa voglio dalla vita e da te che cammini con me, devo sapere quali sono le cose che contano, di chi mi fido, chi è il mio “dio/Dio”. Non c’è approdo a Dio senza educazione alla grazia. La grazia è la bellezza, il buono. La grazia è il ricordo che conserviamo, nel più profondo centro dell’anima, di quella bellezza travolgente e affascinante che ci ha preso la vita e la lascia in una condizione di desiderio. La scegliamo la grazia perché è bellezza. La scegliamo liberamente la grazia perché è l’idea e la realizzazione stessa di bene. La grazia seduce l’intelligenza e il cuore mediante il fascino della bellezza perché è la stessa Bellezza, tutta la Bellezza, il Sommo Bene, la cosa più bella che ti possa accadere e che ti porta a dire, affermando la tua libertà, ho solo bisogno di Te. Non ho bisogno di qualcosa, e non perché sia cattiva, ma perché io ti voglio al centro: «Solo Dio per lei è tutto»22. p. Luigi Gaetani, O.C.D.

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22

S. GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma B, 1,32.


D OCUMENTI

E

V ITA

DELLA

C HIESA

DI

B ARI -B ITONTO

CURIA METROPOLITANA Settore Evangelizzazione. Ufficio Missionario Giornata missionaria mondiale 2012

“Ho creduto perciò ho parlato” (21 ottobre 2012)

Il mese di ottobre, mese missionario, è destinato a ravvivare in tutto il popolo di Dio, vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, laici, la consapevolezza che la Chiesa è missionaria per sua natura. È dall’essere stesso della Chiesa che scaturisce il compito dei cristiani di annunciare ovunque la lieta notizia del Vangelo. Quest’anno, l’86° Giornata missionaria mondiale, culmine dell’ottobre missionario, è stata celebrata domenica 21 ottobre 2012, in tutte le parrocchie della nostra diocesi, sul tema: “Ho creduto perciò ho parlato” (2 Cor 4,13). Così si esprime don Gianni Cesena, direttore nazionale “Missio”: «Il 50° anniversario dell’apertura del Concilio – 11 ottobre 1962 – ricorre nel cuore dell’Ottobre missionario. L’Anno della fede, che in tale circostanza il Papa inaugura, è riferimento prezioso anche per chi si occupa di missione. L’intreccio di fede e missione richiama un unico modo di vivere: chi accoglie in sé la relazione costitutiva con Cristo, non può che comunicarla. Perciò Missio proponendo l’Ottobre e la Giornata missionaria mondiale ricorda che non solo “la fede si rafforza donandola”, ma anche “ci spinge a essere missionari”». «Abbiamo bisogno quindi di riprendere lo stesso slancio apostolico delle prime comunità cristiane, che, piccole e indifese, furono capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il mondo allora conosciuto» ribadisce papa Benedetto XVI

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nel suo Messaggio per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno. Sottolinea, inoltre, come le Pontificie Opere Missionarie costituiscano «strumento per la cooperazione alla missione universale della Chiesa nel mondo. Attraverso la loro azione l’annuncio del Vangelo si fa anche intervento in aiuto del prossimo, giustizia verso i più poveri, possibilità di istruzione nei più sperduti villaggi, assistenza medica in luoghi remoti, emancipazione dalla miseria, riabilitazione di chi è emarginato, sostegno allo sviluppo dei popoli, superamento delle divisioni etniche, rispetto per la vita in ogni sua fase». Come ogni anno, le Pontificie Opere Missionarie hanno predisposto un sussidio di animazione - distribuito alle parrocchie dall’Ufficio/Centro missionario diocesano - per dare un senso al mese missionario di ottobre e alla celebrazione della Giornata missionaria mondiale. Nella nostra diocesi, diverse sono state quest’anno le iniziative missionarie in preparazione alla celebrazione della giornata, su iniziativa dell’Ufficio/Centro missionario diocesano. Due veglie sono state celebrate, in contemporanea, venerdì 19 ottobre, alle ore 19.30: la prima, a Bari, presieduta dal vicario generale mons. Domenico Ciavarella, presso la parrocchia Mater Ecclesiae, con testimonianze dei missionari don Vito Cicoria, “fidei donum”, e padre Ottavio Raimondo, comboniano. La seconda, a Mola di Bari, presso la parrocchia S. Nicola, presieduta dal direttore dell’Ufficio/Centro missionario don Ambrogio Avelluto, preparata dal gruppo giovanile della parrocchia, con la partecipazione di altre associazioni; oltre alla testimonianza di suor Ercolina, missionaria dell’Immacolata - Padre Kolbe, sono state presentate due esperienze di evangelizzazione ed è stata portata la croce missionaria fuori della chiesa, fra la gente, proprio come gesto di invio. Durante ambedue le veglie, i rappresentanti delle comunità parrocchiali hanno offerto oggetti sacri e suppellettile liturgica da inviare a Roma, alla Pontificia Opera Apostolica, per la successiva distribuzione ai missionari sparsi nel mondo. Non sono mancate iniziative missionarie sul territorio. Manifesti della Giornata missionaria mondiale sono stati affissi nei quartieri della città di Bari, tramite il competente Ufficio comunale, per risvegliare nei cittadini l’attenzione per la missione universale.


CURIA METROPOLITANA Uno stand missionario sul tema della giornata missionaria “Ho creduto perciò ho parlato” è stato allestito, domenica 21 ottobre, dall’Ufficio/Centro missionario diocesano in collaborazione con l’Associazione onlus “Mondo antico e tempi moderni”, nel centro commerciale “Mongolfiera” di Bari Japigia. Dalle ore 10 alle 20 moltissimi visitatori si sono avvicinati allo stand, mostrando interesse alla manifestazione. Hanno gradito pieghevoli e pubblicazioni missionarie, in distribuzione gratuita, e si sono soffermati per visionare filmati sulle missioni. Notevole l’apporto alla riuscita dell’iniziativa da parte dell’Associazione “Mondo antico e tempi moderni”, rappresentata dal presidente prof. Nicola Cutino, della direzione della “Mongolfiera” di Bari Japigia per lo spazio concesso e della ditta Euronics, operante all’interno del Centro commerciale, per aver messo a disposizione un televisore. Un’azione di sensibilizzazione sulle missioni è stata realizzata con la diffusione di depliants missionari grazie ad alcuni volontari dell’Ufficio/Centro missionario e ad una missionaria dell’Immacolata - Padre Kolbe, che si sono spostati con un camper per le strade in più di un quartiere di Bari, dando informazioni alle persone sulla Giornata missionaria mondiale. Per tutto il mese di ottobre, infine, nel Seminario arcivescovile, in Bari, è stata allestita una mostra missionaria con esposizione dei lavori degli studenti che hanno partecipato alla XI edizione 2012 del concorso missionario “Don Franco Ricci” sul tema: “Con gli altri come fratelli”. dr. Mario Conforti Centro missionario diocesano di Bari-Bitonto

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CURIA METROPOLITANA “Notti Sacre... e fu sera e fu mattino” Arte, musica, pensiero, preghiera, spettacolo nelle chiese di Bari Vecchia (22-30 settembre 2012)

Vorrei presentare dopo tre anni di attività un resoconto ragionato della Rassegna “Notti Sacre” che la diocesi di Bari-Bitonto ha organizzato nel centro storico di Bari. Dal 2010 la diocesi organizza una Rassegna di arte, musica, pensiero, preghiera, spettacolo in alcune chiese di ‘Bari Vecchia’. L’ultima settimana di settembre, ogni sera vengono presentati una serie di eventi, a volte anche quattro a serata, di arti varie: in particolare quest’anno essa si è svolta dal 22 al 30 settembre. Il tutto ha uno scopo e una finalità di fondo ben precisa: evangelizzare con la cultura. Si tenta di coniugare insieme fede e cultura in un mondo superficiale e distratto; si cerca di avvicinare la gente ai valori perenni del bello e dell’arte, specie quella musicale. Abbiamo così accolto l’invito del Progetto Culturale della Chiesa Italiana e vi stiamo lavorando per coinvolgere altri paesi della diocesi. Il titolo della Rassegna - Notti Sacre - individua meglio di qualsiasi spiegazione lo scopo che si vuol raggiungere. Le chiese aperte Le finalità immediate invece sono altre; la prima è quella di aprire e rendere fruibili queste chiese di Bari Vecchia che rimanevano chiuse per quasi tutto l’anno. Sono state restaurate e adibite, non tutte, a luoghi culturali, pur non essendo sconsacrate. La Rassegna di

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Notti Sacre ha permesso ad un pubblico più numeroso di ammirare queste chiese e di frequentarle per una settimana, ascoltando concerti o visitando delle mostre di pittura o scultura. L’utilizzo di queste chiese per attività culturali potrebbe essere un percorso da compiere per impedire un degrado inesorabile; questo suggerimento potrebbe essere valido anche per altre città della nostra Italia. Ormai, specie nei centri storici, in questi ultimi decenni, gli abitanti sono andati via e tali centri sono stati occupati da negozi o uffici, che chiudono la sera. Queste iniziative culturali potrebbero rendere vivibili tali luoghi e renderli fruibili dalla cittadinanza. Non vedo altre possibilità, se non un deterioramento di questi beni architettonici e storici.

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Le musiche L’altro scopo che Notti Sacre si prefigge è l’attenzione agli artisti del luogo, specie nei confronti dei giovani. Come Chiesa di Bari offriamo la possibilità a questi giovani artisti di farsi conoscere da un pubblico più vasto, avendo a disposizione tutta una organizzazione che li accompagna e programma insieme a loro le varie serate. In apertura e chiusura nelle chiese più grandi, Cattedrale e S. Nicola, si svolge un concerto per orchestra e coro; in questi tre anni hanno preso parte alla Rassegna l’orchestra sinfonica della Provincia di Bari, l’orchestra del Teatro Petruzzelli, l’orchestra del Conservatorio “Piccinni” di Bari, e alcune altre orchestre da camera insieme ai cori più preparati della nostra città. I brani eseguiti in questi anni: il Gloria di Vivaldi, brani dal Messia di Haendel, Messe di Mozart, Cantata 140 di Bach e specialmente brani sacri di autori contemporanei, fra cui Lauridsen (Requiem), Dobrogosz (Messa), Fauré (Requiem), Poulenc (Concerto per organo, archi e timpani), Rota e tanti altri brani corali. In questo modo si cerca anche di spaziare fra il repertorio contemporaneo, poco conosciuto. Insieme a questi concerti sinfonico-corali, vi sono dei concerti da camera nelle chiese più piccole: concerti per organo, concerti per solo coro, concerti per voce e pianoforte, concerti per coro di voci bianche. Pensiero L’altro percorso di questi eventi lo abbiamo denominato ‘pensiero’; si tratta di incontri con alcuni personaggi su temi di varia attualità.


CURIA METROPOLITANA In questi tre anni si sono avvicendati Enzo Bianchi, padre Bartolomeo Sorge (La città come anima dei luoghi) e padre Francesco Occhetta (C’è il valore educativo della notizia?). In questo segmento del pensiero, abbiamo anche inserito la presentazione di alcuni libri di autori locali. Inoltre quest’anno 2012 abbiamo destinato una chiesa, quella di san Gaetano, ad una Rassegna di Poesia “InAttesa”, incontri realizzati con la collaborazione di una casa editrice di Bari (Stilo editrice). Le mostre È l’altro filone che pratichiamo in questa settimana, quello delle mostre. Sono state realizzate mostre su san Nicola, sulla Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II (La Via), una mostra di santini (le vecchie immaginette di santi). L’anno scorso abbiamo coinvolto gli alunni dell’Accademia di Belle Arti di Bari sul tema della città ideale: come gli alunni immaginavano una città alternativa a quella reale. Il tutto si è concluso con una tavola rotonda dal titolo: L’anima dei luoghi con l’intervento di Lidia De Candia e Luca Diotallevi, coinvolgendo alcuni ricercatori del Politecnico di Bari. Abbiamo anche realizzato una mostra retrospettiva di pittura di Alba Amoruso. Durante tutta la settimana, di sera dalle 19 alle 22,30, è stato possibile visitare il Museo Diocesano con i suoi capolavori sacri, prima fra tutti l’Exultet dell’XI secolo. Il teatro sacro In diocesi è presente una Scuola diocesana di Teatro che ogni anno ha realizzato uno spettacolo con varie coreografie. L’anno scorso abbiamo ospitato uno spettacolo di danza cristiana indiana. Si sono realizzati anche alcuni recital su testi sacri, uno sulla Passione e l’altro monologo su un testo di Davide Rondoni, “Passare delicatamente la mano”. Anche uno spettacolo dal titolo La mia felicità grande mistero, di Giovanni Paolo II poeta e scrittore, a cura di Mimmo Muolo. La messa in scena di un racconto di Onofrio Pagone, dal titolo Per un giorno. Ancora, un altro spettacolo sulla vita di san Benedetto da Norcia.

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Le collaborazioni Fin dal primo anno abbiamo cercato la collaborazione del Conservatorio di Bari e di Monopoli, i quali hanno prodotto dei concerti di musica da camera con i loro allievi e docenti. Anche la partecipazione del teatro Petruzzelli (orchestra e coro) e dell’orchestra sinfonica della Provincia di Bari, ci ha permesso di organizzare concerti di alto livello artistico, coinvolgendo un folto pubblico nelle due basiliche, gremite. Anche la collaborazione con il Comune di Bari si è rivelata utile per la logistica delle manifestazioni. La preghiera Già dalla prima edizione, 2010, abbiamo inaugurato la Rassegna con una santa messa (ore 23,00) celebrata dall’Arcivescovo di BariBitonto, S.E. mons. Francesco Cacucci, a cui hanno partecipato parecchi giovani e vari artisti. Per tutta la settimana (dalle 19.30 alle 22.30) in una delle chiese di Bari Vecchia, sant’Anna, si svolge l’adorazione eucaristica, animata dai gruppi giovanili dei movimenti e di alcune parrocchie di Bari. Il momento della preghiera è fondamentale durante tutta la settimana.

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L’aspetto economico Quasi tutta l’organizzazione si basa sul volontariato e sulla gratuità offerta dagli artisti; assistiamo ad una gara per poter partecipare alla Rassegna. Naturalmente le spese di gestione vanno coperte: luci, allestimenti, SIAE, benzina e spese agli artisti, autorizzazioni varie e assicurazioni; stampa e affissioni. Queste spese vive sono coperte da alcuni sponsor: Ubi Banca Carime, Sovvenire della Chiesa Cattolica, Camera di Commercio di Bari. Si va sempre alla ricerca di sponsor privati e di aziende, ma i tempi difficili che viviamo non sono propizi per simili sponsorizzazioni. Andiamo avanti confidando nell’aiuto della Provvidenza. Conclusione Vi ho esposto questo resoconto particolareggiato perché veramente credo che questa iniziativa possa essere esportata in altre diocesi. Infatti stiamo pensando per il prossimo anno, di coinvolgere alcune diocesi confinanti con la nostra: Molfetta, Conversano-Mono-


CURIA METROPOLITANA poli, Taranto, Trani, Cerignola. Nei tre anni abbiamo avuto una larga partecipazione di gente e il riscontro finale è stato sempre entusiasmante e positivo. Durante l’ultima settimana di settembre si incontravano persone per la Città vecchia con la mappa delle chiese in mano alla ricerca delle varie manifestazioni. I partecipanti di quest’anno 2012 sono stati circa cinquemila. Siamo riusciti inoltre a coinvolgere vari uffici della nostra Curia: quello della Comunicazioni sociali, l’Ufficio di Musica sacra, l’Ufficio Giovani, l’Ufficio Economato, il Museo diocesano. Inoltre hanno partecipato Comunione e Liberazione con il suo coro, il gruppo del Rinnovamento nello Spirito, l’Agenzia Eves. Vorrei riportare le parole di Giovanni Paolo II che l’arcivescovo Cacucci ha inserito nella presentazione della Rassegna: «in quanto ricerca del bello, frutto di una immaginazione che va al di là del quotidiano, essa (l’arte) è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione». mons. Antonio Parisi Direttore dell’Ufficio Musica Sacra e dell’Istituto Diocesano Animatori Musicali della Liturgia

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VICARIATI II Vicariato

La tavola rotonda su “Domenica: lavoro sì, lavoro no” (Bari, 19 ottobre 2012)

“Domenica: lavoro sì, lavoro no”: questo il tema trattato nel corso della tavola rotonda svoltasi venerdì 19 ottobre 2012, presso la Camera di Commercio di Bari. I lavori della interessante iniziativa, organizzata dalle comunità parrocchiali del II Vicariato dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, sono stati introdotti, dopo il saluto rivolto dal vicario, mons. Alberto D’Urso, dal moderatore prof. Beppe Micunco - responsabile dell’Ufficio laicato della Diocesi - che, con un breve excursus storico, ha rammentato il valore della domenica per la comunità dei credenti, richiamando anche la tematica del Congresso Eucaristico Nazionale svoltosi a Bari nel 2005, che si ispirava al sacrificio dei martiri di Abitene “sine dominico non possumus”; domenica, quindi, come giorno del Signore, della memoria della risurrezione, ma anche del riposo, del ritrovare la condivisione della famiglia, dell’aprirsi alla carità e al riposo creativo. È poi intervenuto il prof. Vito Leccese, ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università di Bari, - con grande disponibilità ha sostituito l’on. Saverio Pezzotta impossibilitato a presenziare per un improvviso impedimento personale -, che ha illustrato lo stato della normativa europea, comparata e italiana in tema di riposo domenicale. In particolare il prof. Leccese ha posto in evidenza come la linea perseguita dalle autorità europee, tutte tese a tutelare prioritariamente i valori economici e gli scambi di merci, abbia sempre

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più influenzato le politiche e la legislazione degli stati membri e come persino quelle norme poste in tema di salute dei lavoratori, che favorivano la coincidenza del riposo settimanale con la domenica, sono con il tempo venute meno. D’altro canto – ha continuato il prof. Leccese – la recente dichiarazione di incostituzionalità espressa dalla Corte Costituzionale tedesca in tema di liberalizzazione del lavoro domenicale è stata resa possibile solo perché nella costituzione tedesca si era recepita una pregressa norma che dichiarava la domenica «giorno dedicato al riposo e alla elevazione spirituale e culturale della persona». D’altro canto ha dovuto sottolineare come le modifiche di legge attuate nel 2008 (Sacconi-Brunetta) hanno di fatto eliminato ogni limite all’utilizzo del lavoro domenicale, prevedendo la possibilità di far usufruire il lavoratore del riposo anche dopo dodici giorni di lavoro continuativo. Il prof. Leccese ha quindi rimarcato come sia compito della politica e dei suoi esponenti il saper valorizzare e tutelare il senso della festa domenicale e del riposo della persona. Don Francesco Poli, responsabile dell’Ufficio problematiche del lavoro della diocesi di Bergamo, ha ripreso le riflessioni relative al significato cristiano della domenica, espresse inizialmente dal moderatore, sottolineando come il giorno del Signore deve essere vissuto riconquistando il senso profondo del “giorno di festa”, osservando anche come la nostra società abbia spogliato di significato quella festa e abbia quasi espropriato il significato stesso di “tempo”, appiattendo ogni riferimento alla festa soprattutto in senso consumistico. Don Poli ha, quindi, analizzato alcune statistiche dalle quali emergeva come gran parte dei soggetti intervistati sentiva l’esigenza del vivere la dimensione domenicale come momento del riunirsi della famiglia e del riposo. Nel contempo, don Poli ha osservato – perché più direttamene interessato a tale settore – come lo sviluppo della grande distribuzione in Italia, da una parte ha prodotto una progressiva diminuzione dei piccoli punti di vendita e, dall’altra, ha sempre più incrementato il numero delle aperture domenicali, nonostante l’attuale notoria situazione di crisi finanziaria, sottolineando, anche, come la gran parte dei suoi addetti siano donne, che la domenica vengono sottratte al loro nucleo familiare.


VICARIATI Ha, poi, illustrato una iniziativa realizzata a Bergamo da alcuni gruppi ed associazioni che hanno invitato al “boicottaggio” della spesa la domenica, distribuendo degli efficaci volantini. Don Poli, quindi, è ritornato a sottolineare la necessità di riportare la centralità della domenica come giorno del Risorto e, più in generale, come giorno delle relazioni (famiglia, amici, carità), sottolineando la necessità di riscoprire una “ecologia delle relazioni” a servizio della crescita interpersonale. È infine intervenuto il Presidente della Camera di Commercio di Bari, dott. Sandro Ambruosi, che ha dichiarato la sua personale “felicità” per il tema della tavola rotonda e le argomentazioni formulate, confessando che sono anni che persegue una vera e propria battaglia con le varie istituzioni, al fine di individuare delle norme condivise con le varie categorie, onde limitare al massimo, se non evitare, le aperture domenicali dei punti vendita: battaglia che il recente decreto “Salva Italia” e la totale liberalizzazione degli orari da questo prevista sembra ormai aver reso vana. Richiamando gli altri relatori il dott. Ambruosi ha denunziato il ruolo negativo, e condizionato dai grandi centri di interesse economico, della politica, che si è dimostrata poco attenta alle esigenze primarie della famiglia e della crescita spirituale. «Bisogna riscoprire il senso della agorà, del ritrovarsi per strada, nella piazza, dell’incontrarsi, non necessariamente con i negozi aperti, ancor più in questi momenti in cui la capacità di spese delle famiglie è davvero esigua». Il dibattito che è seguito ha visto degli interventi vivaci, sia di rappresentanti di categoria dei commercianti, sia delle comunità parrocchiali che di giuristi, ed ha animato ancor più l’attento e folto uditorio. Infine, mons. Alberto D’Urso ha voluto chiudere l’incontro sottolineando l’importanza e la necessità che soprattutto i laici manifestino la loro capacità di indirizzare il mondo politico, al fine di recuperare una dimensione e una centralità della persona che non può essere ridotta, nella considerazione di chi dispone della società, a mero “consumatore”. avv. Dino Simone

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PARROCCHIE S. Maria La Porta (Palo del Colle)

Il centenario dell’Associazione parrocchiale di A.C. “S. Francesco di Assisi”

«... la gente non crede più, i passaggi caratteristici del parrocchiano medio sono: – da appartenenti a occasionali: la gente spesso alla regolarità della pratica preferisce la carica emotiva di eventi vissuti in modo eccezionale; – da praticanti regolari a ospiti: la nostra gente non può fare a meno di riti per sacralizzare i momenti fondamentali della propria vita e quindi vengono a fare visita alle nostre assemblee e ai nostri luoghi di culto o stanno anche bene nelle occasioni che offriamo, nelle benedizioni che facciamo cadere su ogni esperienza umana, ma quando servono e non troppo spesso; – da parrocchiani a pendolari: la gente viene, si ferma nelle nostre assemblee e nelle nostre comunità per qualche tempo, poi si allontana, per un po’ non li vedi più fino a comparire più avanti non si sa quando né come. Tutte queste immagini (cfr Luca Bressan) evidenziano un elemento fondamentale: è la persona a decidere le modalità e le forme di appartenenza, è un fatto del tutto personalizzato, è il singolo che decide, è lui che sceglie le verità di fede da accettare, le pratiche da fare e come farle. È il singolo che gestisce il senso della sua esperienza religiosa. Il mondo religioso è diventato un mondo molto personalizzato, in cui ciascun uomo sa di avere la competenza immediata dei sentimenti e delle emozioni, dei modi di ricercare e di provare. C’è molta più religiosità diffusa oggi che ieri. Ma svani-

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sce il legame tra queste domande e quel mondo ecclesiale che è competente a rispondere. Non è più riconosciuta solo alla Chiesa la competenza a intercettare la domanda religiosa».

Con queste parole, S.E. mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana, ha precisato il senso, i compiti e il ruolo dell’Azione Cattolica nella Chiesa e nella società italiana. Invitato nella parrocchia S. Maria La Porta di Palo del Colle per celebrare il centenario dell’Associazione parrocchiale di Azione Cattolica “S. Francesco d’Assisi”, costituita nell’agosto del 1911, l’assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana ha poi messo in luce le scelte pastorali fondamentali dell’Azione Cattolica Italiana: la scelta religiosa, la scelta missionaria, la scelta educativa. Infine, dopo aver ricordato la necessità e l’urgenza di una qualità etica della vita, unitamente ad un nuovo slancio per una presenza nelle realtà temporali e ad un nuovo rapporto con tutte le associazioni laicali di ispirazione cristiana, ha così concluso:

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«Non può esserci una pastorale delle aggregazioni, anche ecclesiali, che non si apra a questo ampio ventaglio che va dalla persona, alla società civile, alla società politica, in cui si dispone la speranza con maggiore o minore intensità... La speranza perciò entrerà negli spazi civili nella misura in cui al credente stesso verrà proposta la speranza non come virtù che prescinda da uno sviluppo e che sfugga al discorso storico, ma solo se essa si abituerà a rintracciare con fiducia in tutti gli spazi dell’umano la presenza ineludibile dell’amore di Dio che in tutti gli spazi umani ci ha preceduto. Per speranza, appunto, noi sappiamo che Egli dovunque, anche nelle zone apparentemente più lontane, in qualche forma è già là, già arrivato prima di noi, anche fuori delle mura del sacro e della stessa appartenenza religiosa. È lo stesso messaggio che viene dalla vicenda di Elia nell’Oreb (1 Re 19). Alla disperazione di Elia di non essere riuscito, nonostante il fuoco del suo zelo, a trattenere gli Israeliti nell’alleanza con Dio e di essere rimasto solo, il Signore risponde: “Su, ritorna sui tuoi passi... Io mi sono risparmiato in Israele settemila persone che non hanno piegato le ginocchia a Baal e non l’hanno baciato con la bocca” (1 Re 19,15.18) ».

In realtà il lavoro di preparazione per la celebrazione del centenario dell’Azione cattolica parrocchiale “S. Francesco d’Assisi” di Palo del


PARROCCHIE Colle era iniziato fin dal dicembre del 2011 con accurate e approfondite ricerche presso l’Archivio parrocchiale della medesima parrocchia, presso l’Archivio storico diocesano di Bari e presso l’Archivio centrale dell’Azione Cattolica a Roma (ISACEM ), oltre che presso l’Archivio di Stato di Bari. Documenti e materiali raccolti, foto, registri di associati e verbali, tessere, distintivi, bandiere e gagliardetti hanno costituito la base per una mostra organizzata nei locali parrocchiali dal 13 al 17 settembre del 2012, visitata con interesse e attenzione da numerose persone. Anche S.E. mons. Francesco Cacucci, in occasione delle solennità della festa patronale del Santissimo Crocifisso di Auricarro, celebrata il 17 settembre, ha visitato la mostra, firmando il registro delle presenze ed auspicando una pubblicazione sui materiali e documenti raccolti. Infine la proiezione di un video multimediale che ha percorso la storia centenaria dell’Azione Cattolica parrocchiale, proiezione avvenuta nella chiesa matrice di Palo del Colle alla presenza di numerosi fedeli, delle autorità locali e della presidenza diocesana dell’Azione Cattolica, ha concluso le celebrazioni dando a tutti appuntamento per la prossima primavera per la pubblicazione calorosamente auspicata da tanti fedeli e dallo stesso arcivescovo mons. Cacucci. Don Giosy Mangialardi, parroco della parrocchia S. Maria La Porta di Palo del Colle, nel ricordare che «La ricorrenza dei 100 anni dell’Azione Cattolica è un momento importante non solo da un punto di vista ecclesiale, ma anche e soprattutto sociale e culturale della vita di Palo del Colle»1, ha poi evidenziato che «Parlare dell’Azione Cattolica significa parlare della Chiesa stessa… Fatta di sguardi, impegno, gioco, formazione illuminati e forgiati dalla fede cristiana… per orientare le cose di questo mondo a Dio»2. «Rileggere allora questi cento anni significa incontrare tutti gli uomini e le donne che si sono formati umanamente e cristianamente nella grande famiglia ecclesiale dell’Azione Cattolica e che 1 2

Don Giosy Mangialardi, «Il Faro Palese», anno XL, n. 5, p. 22. Ibidem.

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con le loro scelte hanno contribuito allo sviluppo sociale, culturale e politico del nostro paese… Il mio pensiero va sia alle persone straordinarie… ma ancor di più a quelle persone ordinarie… che l’Azione Cattolica forma alla vita ordinaria, alla quotidianità illuminata dalla fede»3. dott. Franco Mastrandrea

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Ibidem.


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PUBBLICAZIONI Antonio Ruccia

Comunità e nuova evangelizzazione

Prefazione di mons. Antonio Staglianò a Comunità e nuova evangelizzazione. Riflessioni sul nostro tempo e proposte pastorali di Antonio Ruccia Emi, Bologna 2012 Indice: Prefazione di Antonio Staglianò – Introduzione – Comunità ed evangelizzazione – Il sacerdote della nuova evangelizzazione – I laici corresponsabili della e nella nuova evangelizzazione – I modelli della nuova evangelizzazione – Fede e nuova evangelizzazione – Conclusione – Bibliografia.

Nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nelle sue espressioni, «la nuova evangelizzazione non è una reduplicazione della prima, non è una semplice ripetizione, ma è il coraggio di osare sentieri nuovi, di fronte alle mutate condizioni dentro le quali la Chiesa è chiamata a vivere oggi l’annuncio del Vangelo» (n. 5): così i Lineamenta della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi – La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana – si impegnano a offrire criteri per il discernimento del «mondo di oggi a partire dalle sue sfide», ribadendo l’attitudine del cristianesimo a «sapere leggere e decifrare i nuovi scenari» del tempo presente, quelli culturali e sociali, quelli legati alla profonda incidenza sulla coscienza collettiva dei mezzi di comunicazione sociale, dello sviluppo distorto in campo economico e del progresso della scienza

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tecnologica, fino a quelli prodotti dalla riconfigurazione politica del mondo. Sono scenari che urgono di non restare immobili o chiusi nei propri recinti, ma di avanzare (con una forte capacità critica e autocritica) nel rinnovamento delle strutture di pensiero, degli stili di vita, della percezione del valore, dell’ethos e dei linguaggi con i quali oggi gli umani comunicano la loro speranza di costruire un futuro migliore, degno dell’uomo, e rischiano l’azzardo di una possibile deriva post-umana e/o disumana, dentro le tante forme incivili della barbarie.

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Tutto questo comporta l’elaborazione di nuovi modelli di chiesa, nuovi modi di presenza e rinnovate modalità di abitare questo mondo, ma anche un ripensamento della fede stessa, perché essa brilli nella sua bellezza e ricchezza, oltre le sue indecenti caricature che hanno nei tempi suscitato tra gli uomini tanti interrogativi critici e negativi circa il volto di Dio che essi annunciano. Perciò la nuova evangelizzazione – che secondo i Lineamenta «integra» (nel senso che ne fa parte essenziale) anche il Cortile dei Gentili – significa «avere l’audacia di portare la domanda su Dio all’interno di questi problemi, realizzando lo specifico della missione della Chiesa e mostrando in questo modo come la prospettiva cristiana illumina in modo inedito i grandi problemi della vita» (n. 7). Mentre dunque si afferma l’inevitabile necessità dell’auditus culturae – la nuova evangelizzazione è «lo strumento grazie al quale misurarsi con le sfide di un mondo in accelerata trasformazione» (n. 1), poiché l’annuncio richiede «che prima ci sia un momento di ascolto, comprensione, interpretazione» (n. 3) per individuare «vie nuove, capaci di parlare alle culture odierne» (n. 5) -, invita anche e soprattutto «a sviluppare una rilettura del presente a partire dalla prospettiva di speranza che il cristianesimo porta in dono», per «mostrare al mondo la forza profetica e trasformatrice del messaggio evangelico» (n. 7). Mentre dunque si afferma l’inevitabile necessità dell’auditus culturae – la nuova evangelizzazione è «lo strumento grazie al quale misurarsi con le sfide di un mondo in accelerata trasformazione» (n. 1), poiché l’annuncio richiede «che prima ci sia un momento di ascolto, comprensione, interpretazione» (n. 3) per individuare «vie nuove, capaci di parlare alle culture odierne» (n. 5) –, invita anche e


PUBBLICAZIONI soprattutto «a sviluppare una rilettura del presente a partire dalla prospettiva di speranza che il cristianesimo porta in dono», per «mostrare al mondo la forza profetica e trasformatrice del messaggio evangelico» (n. 7). Tutto questo comporta l’urgenza di ridefinire i compiti dell’iniziativa pastorale delle chiese locali. Allo scopo, ritengo faccia un buon servizio il prezioso testo di don Antonio Ruccia, catecheta e pastoralista affermato che s’impegna a interrogare tutti gli attori ordinari dell’azione ecclesiale dentro la «misura critica» della nuova evangelizzazione. L’intento non è quello di offrire delle ricette. Risulterebbe presuntuoso e poco rispettoso della creatività e dell’intelligenza pastorale propria di ogni comunità cristiana. La mission è invece quella di accompagnare, possibilmente, il rilancio della missione in ogni parrocchia e in ogni esperienza credente, avviando un percorso di riflessione, puntellato da domande impegnative, ma necessarie, in riferimento all’urgenza di rilanciare l’annuncio del vangelo. È possibile oggi annunciare il vangelo senza tener conto della crisi del contesto culturale in cui viviamo, dominato da tanti riduzionismi antropologici che minano alle basi le possibilità stesse del nostro linguaggio ordinario? La predicazione cristiana deve con nuova forza affermare la verità del vangelo – Dio è amore –, ma può oggi farlo senza l’inevitabile rischio che le sue parole vengano propriamente fraintese, perché le coscienze dei giovani e degli adulti sono realmente distanti dal significato umano e cristiano della parola amore? E come recuperare – ovviamente non tanto in un corso di teologia per accademici, ma nella concretezza dell’iniziativa pastorale della chiesa – la verità dell’amore che solo il Crocifisso rivela, nella sua definitività, come dono che spinge l’offerta di sé per l’altro fino alla morte? Le iniziali osservazioni di Ruccia sul relativismo e neopositivismo non indulgono affatto all’accademicismo. Sono la semplice avvertenza che è veramente cambiato, nel profondo, il contesto culturale e in esso anche la mentalità degli uomini e delle donne nelle società complesse e secolarizzate. Sono cambiati i loro giudizi di valore, il modo con cui vivono gli affetti, le attese

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per il futuro e, da qui, il loro modo di incontrare religiosamente Dio e di accogliere l’annuncio del vangelo, nell’eventualità che trovino qualcuno che lo faccia realmente con nuovo ardore e nuovo zelo. Senza poi insistere su quell’individualismo che domina nelle relazioni umane a tutti i livelli e genera competitività frustrante e fredda indifferenza. Proprio qui, nel nucleo incandescente di una società che degenera e perde l’umano nell’agghiacciante disamore, la chiesa deve riscoprire un linguaggio nuovo e nuovi metodi per comunicare il vangelo dell’amore, nel tentativo di superare la schizofrenica separazione tra vangelo e vita, tra fede e storia, tra dottrina e sapienza. Qui dentro occorrerà ridisegnare il compito educativo della chiesa. Educare alla vita buona del vangelo è la risposta concreta. Questo comporta un grande lavoro di elaborazione teorica e dottrinale, da una parte, e contestualmente anche il generoso sforzo di individuare percorsi di vita praticabili affinché il vangelo diventi «carne e sangue» della quotidianità di ogni persona e delle comunità, incidendo nella trasformazione dell’ethos, della cultura, della mentalità, dei principi fondamentali e dei valori determinanti. Educare è «portar fuori» per «introdurre dentro»: ha a che fare con la «conversione cristiana» che cambia la vita portando (ma anche attraverso) all’incontro con la Realtà, la verità della persona di Cristo, morto e risorto, senso e speranza della vita. Il cristianesimo che educa (e a cui educare) vive sempre del nesso tra parole e fatti, e nel «nesso» trova lo splendore della verità. Il cristianesimo nasce da un evento e pertanto non trasforma mai la verità in dottrina, perché la sua verità «nasce sempre dalla carne». Educare costringe al doveroso compito di tracciare percorsi di vita cristiana proponibili, vivibili, interessanti, che rendano il cristianesimo «opportuno» nella ricerca del senso della vita, tenendo conto delle difficoltà culturali odierne e delle esigenze della comunicazione del vangelo nel mondo ormai cambiato. L’Anno della fede, indetto da Benedetto XVI con la lettera apostolica Porta fidei si presenta come un’occasione propizia nella quale «dovrà intensificarsi la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo» (n. 8). Questo


PUBBLICAZIONI ripensare la fede non avrà il significato di una sua «rifondazione», ma di una sua più autentica epifania cristiana e – mi sia consentito – «cattolica», che non potrà non interessare direttamente la specificità della scienza teologica nel suo cuore pulsante e nevralgico, la cristologia (come sta facendo il santo padre con i suoi preziosi scritti su Gesù di Nazaret, nei quali con «scienza e sapienza» ci introduce nella verità del mistero del Cristo reale, quello veramente capitato nella storia e coincidente con quello annunciato dalla chiesa). Riguarderà anche e soprattutto l’azione pastorale, nei suoi attori, nei suoi destinatari, nelle sue dimensioni, nelle sue finalità: tutti ne devono essere coinvolti, vescovi e presbiterio, presbiteri, religiosi e religiose, fedeli laici. Ma quale potrebbe essere la mossa vincente in questa grande impresa della nuova evangelizzazione? La proposta di don Antonio Ruccia è chiarissima e nella sua semplicità del tutto scontata: «riscoprire la comunità», come nuova consapevolezza della radice ontologica della chiesa-comunione, che travasa finalmente — oltre ogni enfasi retorica — nelle strutture stesse dell’azione ecclesiale, nei suoi ritmi, nei suoi metodi, richiedendo una maggiore epifania della corresponsabilità a tutto campo. Così leggeremo: «la comunità ecclesiale, allargando così i propri perimetri, necessita di una partecipazione attiva di tutti per esistere e per crescere. È richiesto: - una partecipazione attiva alle decisioni; - un’assunzione di responsabilità; - una preoccupazione in riferimento ai diversi problemi territoriali e mondiali; - una corresponsabilità evangelizzativa. Questo modo di procedere, in cui tutti sono corresponsabili di tutto, stabilisce un nuovo ordine al divenire della comunità e richiede una trasformazione notevole delle strutture, in quanto l’evangelizzazione da attuare non è più per gli altri ma con gli altri». E tanto basta. Ora però cosa fare per dare «carne e sangue» a questa ovvietà? Il testo che leggeremo si può presentare come una buona «ermeneutica dell’ovvio». È un servizio provocante e a tratti profetico, perché l’ovvio ordinariamente viene gettato nell’oblio, per la fatica che si fa a dargli corpo, a farlo diventare epifania della realtà che viviamo. In questo senso, potremo domandarci: a che punto è

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l’«ecclesiologia di comunione» del Concilio Vaticano II? Domanda seria a cinquant’anni dalla sua apertura. O ancora, qual è la figura pastorale del rapporto tra presbitero e fedele laico con la quale normalmente si opera nella vita delle nostre parrocchie? Si potrebbe continuare a interrogare. L’opera di Ruccia lo fa mentre si impegna a delineare qualche prospettiva, ad aprire nuovi orizzonti, a dinamizzare la prassi in una direzione più comunionale. Mi chiedo – solo per offrire un mio personale contributo e così interagire con le proposte di Ruccia –, quanto feconda sarebbe per la nuova evangelizzazione la riscoperta della diocesi e della diocesanità per ridare respiro missionario alle nostre parrocchie, finalmente aperte al territorio, interagenti tra loro nelle linee di una «pastorale integrata» che sappia superare ogni barriera e sappia costruire nuove sante alleanze con tutti gli uomini di buona volontà, dediti a non perdere l’umano dell’uomo, impegnati a superarne il degrado. Alla fine l’annuncio del vangelo comporta l’epifania della bellezza del volto di Dio, ma ha anche la «funzione» (mi si passi il termine) della rivelazione della bellezza del volto umano dell’uomo, bellezza che è custodita da Cristo, l’uomo vero (perché Dio vero). Le iniziative di cooperazione interparrocchiali nascono pertanto dalla spinta comunionale della diocesi. Essa esiste affinché le parrocchie maturino una spiritualità di condivisione e corresponsabilità, e l’impegno per l’unità non ricada soltanto su pochi. Le parrocchie infatti non possono esimersi dal praticare la disciplina della comunione, della comunione trinitaria che si apprende nell’impegno a convergere vicendevolmente in un contesto che non ha soltanto significato territoriale. Questa forza altro non è che una spiritualità che s’ispira alla comunione trinitaria. Ne consegue allora che il principio di cooperazione, dal quale si formano comunità di parrocchie, è frutto di uno stile di comunione che si pratica per l’influsso di questa spiritualità, espressa e generata dalla chiesa locale. Quest’ultima, giustamente, va immaginata come grembo di conservazione dell’umano, nella sua capacità di relazione, di condivisione, di solidarietà: «de-individualizzare per vivere ciò che è comune». È questo in fondo il compito della chiesa locale in relazione alle parrocchie. La sua esistenza genera infatti una spiritualità di comunione «diocesana». L’attributo indica, in senso spaziale, il fat-


PUBBLICAZIONI to che la spiritualità interessa ogni comunità ecclesiale; in senso esistenziale, che le parrocchie sussistono pastoralmente come testimoni di comunione. La spiritualità diocesana, che la chiesa locale esprime ontologicamente, è visibile nell’impegno delle parrocchie ad essere comunità aperte, capaci di vivere lo spazio kenotico della prossimità e collaborazione. Il dialogo tra presbiteri e fedeli laici, espressione di una spiritualità diocesana nella via della communio, fa dunque della parrocchia uno spazio missionario da cui risalta il valore delle differenze. Queste ultime non mettono a rischio la comunione fraterna, mentre favoriscono la formazione di un laicato adulto e responsabile. Nella misura in cui i presbiteri sanno esprimere tra di loro forme di apertura sincera, il laicato, quasi per riverbero a questa capacità comunicativa che, come si è visto, ha fondamento sacramentale nell’amicizia di Cristo con i presbiteri, matura una presenza adulta, capace di dialogare con la società odierna. I presbiteri che mostrano tale apertura sospingono indirettamente i fedeli laici a quella maturità di fede che non soltanto permette loro di stare in piedi nell’esercizio della testimonianza cristiana, ma anche di affrontare con le persone, e in particolare con quelle che sono in ricerca, un dialogo schietto sui grandi temi dell’esistenza. In questo senso, il dialogo assume valenza educativa. Esso infatti sottostà al potenziale comunicativo che l’odierna cultura mediatica impone. È questa la motivazione che obbliga a riformulare una nuova logica, i cui principi non possono che essere quelli evangelici: quei principi che soltanto la comunità ecclesiale, in virtù del dialogo tra presbiteri e fedeli laici, è in grado di formulare e mediare. Ciò accade unicamente perché alla base di questo dialogo intraecclesiale vi è in fondo l’amicizia con Cristo: Parola incarnata e segno del dialogo permanente tra Dio e l’umanità. Per tutto questo, l’opera che ora leggeremo con frutto «dona a pensare». +Antonio Staglianò Vescovo di Noto

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D OCUMENTI

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V ITA

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C HIESA

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B ARI –B ITONTO

DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Settembre 2012

2 – Al mattino, in Mariotto (Bitonto), celebra la S. Messa per gli educatori A.C.R. partecipanti al Campo Scuola di A.C. – Alla sera, nella chiesa di S. Giovanni (ex Monastero S. Chiara), in Mola di Bari, celebra la S. Messa per il 25° anniversario di ordinazione sacerdotale di don Vincenzo Rizzi, parroco della parrocchia del SS. Rosario. 4 – Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano delle Murge, incontra i compagni di corso del Seminario di Posillipo. 5 – Al pomeriggio, nella chiesa parrocchiale di S. Paolo, celebra la S. Messa nella memoria liturgica della beata Madre Teresa di Calcutta. 6 – Alla sera, presso la parrocchia Immacolata in Adelfia, partecipa alla presentazione del libro “Senza paracadute “ del giornalista Antonio Loconte. 7 – Al mattino, presso il Teatro Petruzzelli, partecipa alla cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante. – Alla sera, presso la sede della Società S. Paolo in Bari, partecipa alla presentazione del libro “Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre” di p. Serafino Tognetti. 8 – Alla sera, presso la parrocchia Stella Maris in Bari-Palese, celebra la S. Messa per la professione religiosa di sei Suore Salesiane dei Sacri Cuori. – A Bari-Palese, presso l’Istituto delle Suore Francescane Alcantarine, celebra la S. Messa per il 25° anniversario della professione religiosa della Madre provinciale suor Mariella Verani.

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9 – Al mattino, presso la parrocchia S. Nicola in Mola di Bari, celebra la S. Messa per la festa patronale di Maria SS. Addolorata. – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la consacrazione di Fiorenza Ingrosso e Lucia Violante secondo il rito dell’Ordo virginum. 11 – Alla sera, presso la parrocchia Stella Maris in Bari-Palese, celebra la S. Messa per il 63° anniversario di sacerdozio di mons. Ignazio Fraccalvieri, il 46° di don Rodolfo Bonsegna, il 30° di don Carmine Leuzzi e il 15° di don Antonio Eboli. 12 – Alla sera, presso la parrocchia S. Nicola in Toritto, celebra la S. Messa per il 25° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del parroco don Marino Cutrone. 13 – Alla sera, presso la parrocchia S. Croce in Bari, celebra la S. Messa in occasione del 125° anniversario della fondazione della parrocchia. 14 – Al pomeriggio, in Arcivescovado, presiede la riunione dei Vicari episcopali. – Alla sera, presso la parrocchia S. Francesco da Paola in Capurso, celebra la S. Messa per il 25° anniversario di ordinazione sacerdotale del parroco don Bernardino Palmieri. 15 – Alla sera, presso il monastero di S. Scolastica in Bari, celebra la S. Messa. 16 – Al mattino, presso la parrocchia S. Maria La Porta in Palo del Colle, celebra la S. Messa per la festa del Crocifisso di Auricarro. 18 – Al pomeriggio, a Rossano Calabro, interviene al Convegno pastorale diocesano sull’Anno della fede. 19 – Alla sera, presso l’auditorium della Scuola Allievi della Guardia di Finanza in Bari, tiene la relazione “Cristo, Alfa e omega. La Veglia pasquale come cammino di fede e impegno alla testimonianza” in occasione dell’Assemblea diocesana in apertura del nuovo anno pastorale. 20-23 –Visita pastorale alla parrocchia S. Maria Annunziata in Cellamare. 23 – Alla sera, nella chiesa di S. Anna in Bari, celebra la S. Messa per l’apertura di “Notti Sacre”, Rassegna di arte musica pensiero preghiera spettacolo nelle chiese di Bari vecchia. 24-27 –A Roma, partecipa ai lavori della sessione autunnale del Consiglio Permanente della CEI.


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO 27 – Alla sera, presso la parrocchia della Trasfigurazione in Bitritto, tiene la catechesi alla comunità sul tema dell’Anno della fede. 28 – Al mattino, presso la Casa del clero in Bari, presiede la riunione del Consiglio Presbiterale diocesano. – Alla sera, presso la parrocchia S. Michele Arcangelo in BariPalese, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Angelo Lagonigro. Successivamente, nella Basilica di S. Nicola, assiste al concerto dell’Orchestra sinfonica della Provincia con il Coro della Polifonica Barese “Biagio Grimaldi” nell’ambito della rassegna “ Notti Sacre”. 29 – Al mattino, presso la parrocchia S. Maria del Fonte in Bari Carbonara, celebra la S. Messa per la festa di San Michele Arcangelo, Patrono della Polizia di Stato. Successivamente, nella chiesa del Gesù, incontra la Sezione di Bari dei Cavalieri del Santo Sepolcro e di Gerusalemme. 30 – Al mattino, presso la parrocchia S. Girolamo in Bari, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. – Alla sera, presso la parrocchia S. Antonio in Bari, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco p. Miki Mangialardi, O.F.M.

Ottobre 2012 1 – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa nel 125°anniversario di fondazione delle parrocchie capitolari della diocesi. 2 – Al mattino, presso il Convitto nazionale “D. Cirillo” in Bari, celebra la S. Messa. – Al pomeriggio, presso il Museo diocesano in Bari, presiede l’incontro del Comitato scientifico del Centro Studi storici della Chiesa di Bari-Bitonto. – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria in S. Luca in Valenzano, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco p. Marcellino Chiechi, O.F.M. 3 – Al pomeriggio, presso l’Ospedale S. Paolo in Bari, celebra la S.

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Messa in occasione dell’insediamento del nuovo cappellano don Michele Scolletta. Successivamente, presso la Casa del clero in Bari, presiede il Consiglio Pastorale diocesano. 4 – Al mattino, in Cattedrale, celebra la S. Messa per il possesso del nuovo canonico mons. Antonio Parisi nel Capitolo Metropolitano Primaziale di Bari. 4-7– Visita pastorale alla parrocchia S. Francesco d’Assisi in Triggiano. 8-12 – A Padova, partecipa alla settimana formativa del clero diocesano. 13 – Al mattino, nella cripta della Basilica di S. Nicola in Bari, celebra la S. Messa per il 50° anniversario di professione religiosa di p. Gerardo Cioffari, O.P. – Alla sera, presso la parrocchia SS. Crocifisso in Triggiano, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Michele Camastra. 14 – Al mattino, nella chiesa di S. Domenico in Bari, celebra la S. Messa per la festa della Madonna del Rosario. – Alla sera, presso la parrocchia S. Leone Magno in Bitonto, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco p. Guarino Valentino, O.F.M. 15-20 – Partecipa al pellegrinaggio sulle orme di san Paolo in Grecia. 16 – Al pomeriggio, in Cattedrale, incontra i cooperatori salesiani per la Giornata dell’avvio dell’Anno della fede. 21 – Al mattino, presso la parrocchia S. Nicola in Adelfia, celebra la S. Messa per il decennale di presenza delle suore Adoratrici Ancelle del SS. Sacramento e della Carità. – Alla sera, nella parrocchia-santuario SS. Medici in Bitonto, celebra la S. Messa per la festa dei Titolari. 22 – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria Assunta in Palo del Colle, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Angelo Ranieri. 23 – Al mattino, presso il Seminario arcivescovile, incontra gli amici di corso del Pontificio Seminario Pio XI di Molfetta. – Alla sera, presso la cappella del Seminario arcivescovile in Bari, celebra la S. Messa per il 25° anniversario di ordinazione sacerdotale di cinque presbiteri.


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO 24 – Al mattino, nella Basilica di S. Nicola in Bari, presiede la cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico della Facoltà Teologica Pugliese, con la prolusione del prof. Antonino Zichichi su La scienza e la fede nella cultura moderna. – Alla sera, presso la parrocchia S. Antonio in Bari-Carbonara, tiene la catechesi sull’Anno della fede; al termine, benedice il Piazzale antistante la chiesa. 25 – Al mattino, nella cripta della Basilica di San Nicola, celebra la S. Messa con la Commissione Presbiterale Europea. 25-28 –Presso l’Hotel Parco dei Principi in Bari, partecipa al Convegno nazionale di pastorale sociale “Educare gli adulti alla fede per la famiglia, il lavoro e la festa” e tiene una relazione su Educazione alla fede e alcuni contesti di vita. 26 – Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano delle Murge, partecipa al ritiro del clero. 28 – Al mattino, in Cattedrale, celebra la S. Messa in conclusione del Convegno nazionale di pastorale sociale. Successivamente, presso la parrocchia SS. Redentore in Bari, partecipa alla cerimonia di inaugurazione del campo di calcio dell’oratorio parrocchiale. – Alla sera, presso la parrocchia SS. Crocifisso in Triggiano, celebra la S. Messa e amministra le Cresime. 29 – Alla sera, presso l’Istituto delle Suore dello Spirito Santo in via Celso Ulpiani, celebra la S. Messa per il 60° anniversario di professione religiosa della superiora suor Maria Candida. 30 – Alla sera, presso la parrocchia Buon Pastore in Bari, tiene la catechesi alla comunità sull’Anno della fede. 31 – Al mattino, presso il Seminario arcivescovile, incontra l’équipe educativa. – Al pomeriggio, a Taranto, partecipa al convegno diocesano sul Concilio Vaticano II con S.E. mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, e mons. Salvatore Palese, direttore del Centro Studi storici della Chiesa di Bari-Bitonto, e relaziona sulla partecipazione di mons. Enrico Nicodemo al Concilio.

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Bollettino Diocesano Settembre-Ottobre 2012