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BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXV - N. 4 - Luglio - Agosto 2009 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari-Bitonto P.zza Odegitria - 70122 Bari - Tel. 080/5288211 - Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it - e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl - 70123 Bari - Tel. 080.5797843 - Fax 080.9190596 www.ecumenicaeditrice.it - info@ecumenicaeditrice.it


SOMMARIO DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Discorso all’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana Lettera enciclica Caritas in veritate: Introduzione, conclusione, indice Discorso alla Plenaria della Pontificia Commissione Biblica: La Scrittura si comprende all’interno della Chiesa Omelia nella solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

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DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Conferenza Episcopale Italiana Assemblea generale (Roma, 25-29 maggio 2009) Comunicato finale dei lavori La “Lettera ai cercatori di Dio”: genesi e presentazione di S.E. mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO CURIA METROPOLITANA Vicariato generale: Uffici Ecumenismo e dialogo, Migrantes, Missionario Mai senza l’altro

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Cancelleria Istituzioni e decreti

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Settore Diaconato e ministeri istituiti Relazione sulle attività dell’anno 2008-2009

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Settore Carità. Ufficio per la pastorale della salute La celebrazione della Giornata del malato nella nostra arcidiocesi

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CONSULTORIO FAMILIARE DIOCESANO Un anno di attività

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PUBBLICAZIONI

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NELLA PACE DEL SIGNORE don Giuseppe Perna don Lawrence Nebechi Ekwe

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Luglio 2009 Agosto 2009

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Discorso all’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana

Cari fratelli Vescovi italiani,

sono lieto di incontrarvi ancora una volta tutti insieme, in occasione di questo significativo appuntamento annuale che vi vede riuniti in assemblea per condividere le ansie e le gioie del vostro ministero nelle Diocesi della diletta Nazione italiana. La vostra assemblea, infatti, esprime visibilmente e promuove quella comunione di cui la Chiesa vive, e che si attua anche nella concordia delle iniziative e dell’azione pastorale. Con la mia presenza vengo a confermare quella comunione ecclesiale che ho visto costantemente accrescersi e rinsaldarsi. In particolare, ringrazio il Cardinale Presidente che, a nome di tutti, ha confermato la fraterna adesione e la cordiale comunione con il magistero e il servizio pastorale del Successore di Pietro, riaffermando così la singolare unità che lega la Chiesa in Italia alla Sede Apostolica. In questo clima di comunione si può nutrire proficuamente della Parola di Dio e della grazia dei sacramenti il popolo cristiano, che sperimenta il profondo inserimento nel territorio, il vivo senso della fede e la sincera appartenenza alla comunità ecclesiale: tutto ciò grazie alla vostra guida pastorale, al servizio generoso di tanti presbiteri e diaconi, di religiosi e fedeli laici che, con assidua dedizione, sostengono il tessuto ecclesiale e la vita quotidiana delle numerose parrocchie disseminate in ogni

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angolo del Paese. Non ci nascondiamo le difficoltà che esse incontrano nel condurre i propri membri ad una piena adesione alla fede cristiana. Non a caso si invoca da varie parti un loro rinnovamento nel segno di una crescente collaborazione dei laici, e di una loro corresponsabilità missionaria. Per queste ragioni avete voluto opportunamente approfondire nell’azione pastorale l’impegno missionario, che ha caratterizzato il cammino della Chiesa in Italia dopo il Concilio, mettendo al centro della riflessione della vostra assemblea il compito fondamentale dell’educazione. Come ho avuto modo a più riprese di ribadire, si tratta di una esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa, che oggi tende ad assumere i tratti dell’urgenza e, perfino, dell’emergenza. Avete avuto modo, in questi giorni, di ascoltare, riflettere e discutere sulla necessità di porre mano ad una sorta di progetto educativo che nasca da una coerente e completa visione dell’uomo quale può scaturire unicamente dalla perfetta immagine e realizzazione che ne abbiamo in Cristo Gesù. È Lui il Maestro alla cui scuola riscoprire il compito educativo come un’altissima vocazione alla quale ogni fedele, con diverse modalità, è chiamato. In un tempo in cui è forte il fascino di concezioni relativistiche e nichilistiche della vita, e la legittimità stessa dell’educazione è posta in discussione, il primo contributo che possiamo offrire è quello di testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, nella sua ragione e nella sua capacità di amare. Essa non è frutto di un ingenuo ottimismo, ma ci proviene da quella «speranza affidabile» (Spe salvi, 1) che ci è donata mediante la fede nella redenzione operata da Gesù Cristo. In riferimento a questo fondato atto d’amore per l’uomo può sorgere una alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale. La conclusione, domenica prossima, del triennio dell’Agorà dei giovani italiani, che ha visto impegnata la vostra Conferenza in un percorso articolato di animazione della pastorale giovanile, costituisce un invito a verificare il cammino educativo in atto e a intraprendere nuovi progetti per una fascia di destinatari, quella delle nuove generazioni, estremamente ampia e significativa per le responsabilità educative delle nostre comunità ecclesiali e della società tutta. L’opera formativa, infine, si allarga anche all’età adulta, che non è


MAGISTERO PONTIFICIO esclusa da una vera e propria responsabilità di educazione permanente. Nessuno è escluso dal compito di prendersi a cura la crescita propria e altrui verso la «misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). La difficoltà di formare autentici cristiani si intreccia fino a confondersi con la difficoltà di far crescere uomini e donne responsabili e maturi, in cui coscienza della verità e del bene e libera adesione ad essi siano al centro del progetto educativo, capace di dare forma ad un percorso di crescita globale debitamente predisposto e accompagnato. Per questo, insieme ad un adeguato progetto che indichi il fine dell’educazione alla luce del modello compiuto da perseguire, c’è bisogno di educatori autorevoli a cui le nuove generazioni possano guardare con fiducia. In questo Anno paolino, che abbiamo vissuto nell’approfondimento della parola e dell’esempio del grande Apostolo delle genti, e che avete in vari modi celebrato nelle vostre Diocesi e proprio ieri tutti insieme nella Basilica di San Paolo fuori le mura, risuona con singolare efficacia il suo invito: «Fatevi miei imitatori» (1 Cor 11,1). Un vero educatore mette in gioco in primo luogo la sua persona e sa unire autorità ed esemplarità nel compito di educare coloro che gli sono affidati. Ne siamo consapevoli noi stessi, posti come guide in mezzo al popolo di Dio, ai quali l’apostolo Pietro rivolge, a sua volta, l’invito a pascere il gregge di Dio facendoci «modelli del gregge» (1 Pt 5,3). Risulta pertanto singolarmente felice la circostanza che ci vede pronti a celebrare, dopo l’anno dedicato all’Apostolo delle genti, un Anno sacerdotale. Siamo chiamati, insieme ai nostri sacerdoti, a riscoprire la grazia e il compito del ministero presbiterale. Esso è un servizio alla Chiesa e al popolo cristiano che esige una profonda spiritualità. In risposta alla vocazione divina, tale spiritualità deve nutrirsi della preghiera e di una intensa unione personale con il Signore per poterlo servire nei fratelli attraverso la predicazione, i sacramenti, una ordinata vita di comunità e l’aiuto ai poveri. In tutto il ministero sacerdotale risalta, in tal modo, l’importanza dell’impegno educativo, perché crescano persone libere e responsabili, cristiani maturi e consapevoli. Non c’è dubbio che dallo spirito cristiano attinga vitalità sempre

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rinnovata quel senso di solidarietà che è profondamente radicato nel cuore degli italiani e trova modo di esprimersi con particolare intensità in alcune circostanze drammatiche della vita del Paese, ultima delle quali è stato il devastante terremoto che ha colpito talune aree dell’Abruzzo. Ho avuto modo, nella mia visita a quella terra tragicamente ferita, di rendermi conto di persona dei lutti, del dolore e dei disastri prodotti dal terribile sisma, ma anche della fortezza d’animo di quelle popolazioni insieme al movimento di solidarietà che si è prontamente avviato da tutte le parti d’Italia. Le nostre comunità hanno risposto con grande generosità alla richiesta di aiuto che saliva da quella regione sostenendo le iniziative promosse dalla Conferenza Episcopale tramite le Caritas. Desidero rinnovare ai Vescovi abruzzesi e, attraverso di loro, alle comunità locali l’assicurazione della mia costante preghiera e della perdurante affettuosa vicinanza. Da mesi stiamo constatando gli effetti di una crisi finanziaria ed economica che ha colpito duramente lo scenario globale e raggiunto in varia misura tutti i Paesi. Nonostante le misure intraprese a vari livelli, gli effetti sociali della crisi non mancano di farsi tuttora sentire, e anche pesantemente, in modo particolare sulle fasce più deboli della società e sulle famiglie. Desidero pertanto esprimere il mio apprezzamento e incoraggiamento per l’iniziativa del fondo di solidarietà denominato “Prestito della speranza”, che avrà proprio domenica prossima un momento di partecipazione corale nella colletta nazionale, che costituisce la base del fondo stesso. Questa rinnovata richiesta di generosità, che si aggiunge alle tante iniziative indette da numerose Diocesi, evocando il gesto della colletta promossa dall’apostolo Paolo a favore della Chiesa di Gerusalemme, è una eloquente testimonianza della condivisione dei pesi gli uni degli altri. In un momento di difficoltà, che colpisce in modo particolare quanti hanno perduto il lavoro, ciò diventa un vero atto di culto che nasce dalla carità suscitata dallo Spirito del Risorto nel cuore dei credenti. È un annuncio eloquente della conversione interiore generata dal Vangelo e una manifestazione toccante della comunione ecclesiale. Una forma essenziale di carità su cui le Chiese in Italia sono vivamente impegnate è anche quella intellettuale. Ne è un esempio significativo l’impegno per la promozione di una diffusa mentalità


MAGISTERO PONTIFICIO a favore della vita in ogni suo aspetto e momento, con un’attenzione particolare a quella segnata da condizioni di grande fragilità e precarietà. Tale impegno è ben testimoniato dal manifesto “Liberi per vivere. Amare la vita fino alla fine”, che vede il laicato cattolico italiano concorde nell’operare affinché non manchi nel Paese la coscienza della piena verità sull’uomo e la promozione dell’autentico bene delle persone e della società. I “sì” e i “no” che vi si trovano espressi disegnano i contorni di una vera azione educativa e sono espressione di un amore forte e concreto per ogni persona. Il pensiero torna dunque al tema centrale della vostra assemblea - il compito urgente dell’educazione - che esige il radicamento nella Parola di Dio e il discernimento spirituale, la progettualità culturale e sociale, la testimonianza dell’unità e della gratuità. Carissimi confratelli, pochi giorni appena ci separano dalla solennità di Pentecoste, in cui celebreremo il dono dello Spirito che abbatte le frontiere e apre alla comprensione della verità tutta intera. Invochiamo il Consolatore che non abbandona chi a Lui si rivolge, affidandoGli il cammino della Chiesa in Italia e ogni persona che vive in questo amatissimo Paese. Venga su tutti noi lo Spirito di vita e accenda i nostri cuori col fuoco del suo infinito amore. Di cuore benedico voi e le vostre comunità! Aula del Sinodo, giovedì 28 maggio 2009

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Lettera enciclica

“Caritas in veritate”

Ai vescovi Ai presbiteri e ai diaconi Alle persone consacrate Ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità

Introduzione 1. La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. L’amore — «caritas» — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, «si

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compiace della verità» (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e ci svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6).

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2. La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità che, secondo l’insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr Mt 22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle microrelazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici. Per la Chiesa — ammaestrata dal Vangelo — la carità è tutto perché, come insegna san Giovanni (cfr 1 Gv 4,8.16) e come ho ricordato nella mia prima Lettera enciclica, «Dio è carità» (Deus caritas est): dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende. La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza. Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della «veritas in caritate» (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della «caritas in veritate». La verità va cercata, trovata ed espressa nell’«economia» della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità,


MAGISTERO PONTIFICIO mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio. 3. Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme «Agápe» e «Lógos»: Carità e Verità, Amore e Parola. 4. Perché piena di verità, la carità può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell’amore: è, questo, l’annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemen-

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to non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.

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5. La carità è amore ricevuto e donato. Essa è «grazia» (cháris). La sua scaturigine è l’amore sorgivo del Padre per il Figlio, nello Spirito Santo. È amore che dal Figlio discende su di noi. È amore creatore, per cui noi siamo; è amore redentore, per cui siamo ricreati. Amore rivelato e realizzato da Cristo (cfr Gv 13,1) e «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Destinatari dell’amore di Dio, gli uomini sono costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la carità di Dio e per tessere reti di carità. A questa dinamica di carità ricevuta e donata risponde la dottrina sociale della Chiesa. Essa è «caritas in veritate in re sociali»: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, a un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali. 6. «Caritas in veritate» è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi dell’azione morale. Ne desidero richiamare due in


MAGISTERO PONTIFICIO particolare, dettati in special modo dall’impegno per lo sviluppo in una società in via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune. La giustizia anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia. La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso «donare» all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è «inseparabile dalla carità»1, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità o, com’ebbe a dire Paolo VI, «la misura minima» di essa2, parte integrante di quell’amore «coi fatti e nella verità» (1 Gv 3,18), a cui esorta l’apostolo Giovanni. Da una parte, la carità esige la giustizia: il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Essa s’adopera per la costruzione della “città dell’uomo” secondo diritto e giustizia. Dall‘altra, la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono3. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo. 7. Bisogna poi tenere in grande considerazione il bene comune. Amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c’è un bene legato al vivere socia-

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Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 22: AAS 59 (1967), 268; cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 69. 2 Discorso per la giornata dello sviluppo (23 agosto 1968): AAS 60 (1968), 626-627. 3 Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2002: AAS 94 (2002), 132-140.

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le delle persone: il bene comune. È il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale4. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella pólis. È questa la via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis. Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s’inscrive in quella testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno. L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana. In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle nazioni5, così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio. 8. Pubblicando nel 1967 l’enciclica Populorum progressio, il mio venerato predecessore Paolo VI ha illuminato il grande tema dello svi-

4 Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 26. 5 Cfr Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 268-270.


MAGISTERO PONTIFICIO luppo dei popoli con lo splendore della verità e con la luce soave della carità di Cristo. Egli ha affermato che l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo6 e ci ha lasciato la consegna di camminare sulla strada dello sviluppo con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra intelligenza7, vale a dire con l’ardore della carità e la sapienza della verità. È la verità originaria dell’amore di Dio, grazia a noi donata, che apre la nostra vita al dono e rende possibile sperare in uno «sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini»8, in un passaggio «da condizioni meno umane a condizioni più umane»9, ottenuto vincendo le difficoltà che inevitabilmente si incontrano lungo il cammino. A oltre quarant’anni dalla pubblicazione dell’enciclica, intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente. Questo processo di attualizzazione iniziò con l’enciclica Sollicitudo rei socialis, con cui il Servo di Dio Giovanni Paolo II volle commemorare la pubblicazione della Populorum progressio in occasione del suo ventennale. Fino ad allora, una simile commemorazione era stata riservata solo alla Rerum novarum. Passati altri vent’anni, esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come «la Rerum novarum dell’epoca contemporanea», che illumina il cammino dell’umanità in via di unificazione. 9. L’amore nella verità — caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscien-

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Cfr n. 16: l.c., 265. Cfr ibid., 82: l.c., 297. 8 Ibid., 42: l.c., 278. 9 Ibid., 20: l.c., 267. 7

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ze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà. La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire10 e non pretende «minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati»11. Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà (cfr Gv 8,32) e della possibilità di uno sviluppo umano integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l’annunzia instancabilmente e la riconosce ovunque essa si palesi. Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile. La sua dottrina sociale è momento singolare di questo annuncio: essa è servizio alla verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l’accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli12.

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Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 36; Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 4: AAS 63 (1971), 403404; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus (1º maggio 1991), 43: AAS 83 (1991), 847. 11 Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio,13: l.c., 263-264. 12 Cfr Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 76.


MAGISTERO PONTIFICIO

Conclusione 78. Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5) e c’incoraggia: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Di fronte alla vastità del lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio accanto a coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la giustizia. Paolo VI ci ha ricordato nella Populorum progressio che l’uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo. Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano157, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso. Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos — salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento. È la consapevolezza

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Cfr n. 42: l.c., 278.

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dell’Amore indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell’incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo158. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande.

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79. Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i «cuori di pietra» in «cuori di carne» (Ez 36,26), così da rendere «divina» e perciò più degna dell’uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell’uomo, perché l’uomo è soggetto della propria esistenza; ed insieme è di Dio, perché Dio è al principio e alla fine di tutto ciò che vale e redime: «Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,22-23). L’anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come «Padre nostro!». Insieme al Figlio unigenito, possano tutti gli uomini imparare a pregare il Padre e a chiedere a Lui, con le parole che Gesù stesso ci ha insegnato, di saperLo santificare vivendo secondo la sua volontà, e poi di avere il pane quotidiano necessario, la comprensione e la generosità verso i debitori, di non essere messi troppo alla prova e di essere liberati dal male (cfr Mt 6,9-13).

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Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi, 35: l.c., 1013-1014.


MAGISTERO PONTIFICIO Al termine dell’Anno Paolino mi piace esprimere questo auspicio con le parole stesse dell’Apostolo nella sua Lettera ai Romani: “La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9-10). Che la Vergine Maria, proclamata da Paolo VI Mater Ecclesiae e onorata dal popolo cristiano come Speculum iustitiae e Regina pacis, ci protegga e ci ottenga, con la sua celeste intercessione, la forza, la speranza e la gioia necessarie per continuare a dedicarci con generosità all’impegno di realizzare lo «sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini»159. Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno, solennità dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, dell’anno 2009, quinto del mio Pontificato.

Indice Introduzione Capitolo primo Il messaggio della “Populorum progressio” Capitolo secondo Lo sviluppo umano nel nostro tempo Capitolo terzo Fraternità, sviluppo economico e società civile Capitolo quarto Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente Capitolo quinto La collaborazione della famiglia umana Capitolo sesto Lo sviluppo dei popoli e la tecnica Conclusione

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Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 42: l.c., 278.


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C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Discorso alla Plenaria della Pontificia Commissione Biblica

La Scrittura si comprende all’interno della Chiesa*

Signor Cardinale, Eccellenza, cari membri della Pontificia Commissione Biblica,

sono lieto di accogliervi ancora una volta al termine della vostra annuale Assemblea plenaria. Ringrazio il signor Cardinale William Levada per il suo indirizzo di saluto e per la concisa esposizione del tema che è stato oggetto di attenta riflessione nel corso della vostra riunione. Vi siete nuovamente radunati per approfondire un argomento molto importante: l’ispirazione e la verità della Bibbia. Si tratta di un tema che riguarda non soltanto la teologia, ma la stessa Chiesa, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano necessariamente sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana. Il tema che avete affrontato risponde, inoltre, a una preoccupazione che mi sta particolarmente a cuore, poiché l’interpretazione della Sacra Scrittura è di importanza capitale per la fede cristiana e per la vita della Chiesa. * Discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere in udienza i partecipanti alla Plenaria della Pontificia Commissione Biblica, dedicata quest’anno al tema “Ispirazione e verità della Bibbia”.

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Come Ella ha già ricordato, signor Presidente, nell’enciclica Providentissimus Deus papa Leone XIII offriva agli esegeti cattolici nuovi incoraggiamenti e nuove direttive in tema di ispirazione, verità ed ermeneutica biblica. Più tardi Pio XII nella sua enciclica Divino afflante Spiritu raccoglieva e completava il precedente insegnamento, esortando gli esegeti cattolici a giungere a soluzioni in pieno accordo con la dottrina della Chiesa, tenendo debitamente conto dei positivi apporti dei nuovi metodi di interpretazione nel frattempo sviluppati. Il vivo impulso dato da questi due pontefici agli studi biblici, come Lei ha anche detto, ha trovato piena conferma ed è stato ulteriormente sviluppato nel Concilio Vaticano II, cosicché tutta la Chiesa ne ha tratto e ne trae beneficio. In particolare, la Costituzione conciliare Dei Verbum illumina ancora oggi l’opera degli esegeti cattolici e invita i Pastori e i fedeli ad alimentarsi più assiduamente alla mensa della Parola di Dio. Il Concilio ricorda, al riguardo, innanzitutto che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura: «Le cose divinamente rivelate che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa» (Dei Verbum, 11). Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, invisibile e trascendente Autore, si deve dichiarare, per conseguenza, che «i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre Lettere» (ibid., 11). 594

Dalla corretta impostazione del concetto di divina ispirazione e verità della Sacra Scrittura derivano alcune norme che riguardano direttamente la sua interpretazione. La stessa Costituzione Dei Verbum, dopo aver affermato che Dio è l’autore della Bibbia, ci ricorda che nella Sacra Scrittura Dio parla all’uomo alla maniera umana. E questa sinergia divino-umana è molto importante: Dio parla realmente per gli uomini in modo umano. Per una retta interpretazione della Sacra Scrittura bisogna dunque ricercare con attenzione che cosa gli agiografi hanno veramente voluto afferma-


MAGISTERO PONTIFICIO re e che cosa è piaciuto a Dio manifestare tramite parole umane. «Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile agli uomini» (Dei Verbum, 13). Queste indicazioni, molto necessarie per una corretta interpretazione di carattere storico-letterario come prima dimensione di ogni esegesi, richiedono poi un collegamento con le premesse della dottrina sull’ispirazione e verità della Sacra Scrittura. Infatti, essendo la Scrittura ispirata, c’è un sommo principio di retta interpretazione senza il quale gli scritti sacri resterebbero lettera morta, solo del passato: la Sacra Scrittura deve «essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (Dei Verbum, 12). Al riguardo, il Concilio Vaticano II indica tre criteri sempre validi per una interpretazione della Sacra Scrittura conforme allo Spirito che l’ha ispirata. Anzitutto occorre prestare grande attenzione al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura: solo nella sua unità è Scrittura. Infatti, per quanto siano differenti i libri che la compongono, la Sacra Scrittura è una in forza dell’unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il cuore (cfr. Lc 24, 25-27; Lc 24, 44-46). In secondo luogo occorre leggere la Scrittura nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto di Origene, «Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta», ossia «la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali». Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr Origene, Homiliae in Leviticum, 5, 5). Come terzo criterio è necessario prestare attenzione all’analogia della fede, ossia alla coesione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazione e la pienezza della divina economia in esso racchiusa. Il compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra

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Scrittura è quello di contribuire secondo i suddetti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura. Lo studio scientifico dei testi sacri è importante, ma non è da solo sufficiente perché rispetterebbe solo la dimensione umana. Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l’esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferimento la ricerca esegetica resterebbe incompleta, perdendo di vista la sua finalità principale, con il pericolo di essere ridotta ad una lettura puramente letteraria, nella quale il vero Autore – Dio - non appare più. Inoltre, l’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. L’esegeta cattolico non si sente soltanto membro della comunità scientifica, ma anche e soprattutto membro della comunità dei credenti di tutti i tempi. In realtà questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori o alla comunità scientifica «per soddisfare la loro curiosità o per fornire loro degli argomenti di studio e di ricerca» (Divino afflante Spiritu, EB 566). I testi ispirati da Dio sono stati affidati in primo luogo alla comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la vita di fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l’efficacia dell’ermeneutica biblica. L’enciclica Providentissimus Deus ha ricordato questa verità fondamentale e ha osservato che, lungi dall’ostacolare la ricerca biblica, il rispetto di questo dato ne favorisce l’autentico progresso. Direi, un’ermeneutica della fede corrisponde più alla realtà di questo testo che non una ermeneutica razionalista, che non conosce Dio. Essere fedeli alla Chiesa significa, infatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti canonici come parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con grande chiarezza: «Tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adem-


MAGISTERO PONTIFICIO pie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio» (Dei Verbum, 12). Come ci ricorda la summenzionata Costituzione dogmatica esiste una inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono esser accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (Dei Verbum, 9). Come sappiamo, questa parola «pari pietatis affectu ac reverentia» è stata creata da san Basilio, è poi stata recepita nel Decreto di Graziano, da cui è entrata nel Concilio di Trento e poi nel Vaticano II. Essa esprime proprio questa inter-penetrazione tra Scrittura e Tradizione. Soltanto il contesto ecclesiale permette alla Sacra Scrittura di essere compresa come autentica Parola di Dio che si fa guida, norma e regola per la vita della Chiesa e la crescita spirituale dei credenti. Ciò, come ho già detto, non impedisce in nessun modo un’interpretazione seria, scientifica, ma apre inoltre l’accesso alle dimensioni ulteriori del Cristo, inaccessibili ad un’analisi solo letteraria, che rimane incapace di accogliere in sé il senso globale che nel corso dei secoli ha guidato la Tradizione dell’intero Popolo di Dio. Cari membri della Pontificia Commissione Biblica, desidero concludere il mio intervento formulando a tutti voi i miei personali ringraziamenti e incoraggiamenti. Vi ringrazio cordialmente per l’impegnativo lavoro che compite al servizio della Parola di Dio e della Chiesa mediante la ricerca, l’insegnamento e la pubblicazione

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dei vostri studi. A ciò aggiungo i miei incoraggiamenti per il cammino che resta ancora da percorrere. In un mondo dove la ricerca scientifica assume una sempre maggiore importanza in numerosi campi è indispensabile che la scienza esegetica si situi a un livello adeguato. È uno degli aspetti dell’inculturazione della fede che fa parte della missione della Chiesa, in sintonia con l’accoglienza del mistero dell’Incarnazione. Cari fratelli e sorelle, il Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e divino Maestro che ha aperto lo spirito dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scritture (cfr Lc 24, 45), vi guidi e vi sostenga nelle vostre riflessioni. La Vergine Maria, modello di docilità e di obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere sempre meglio la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura, non soltanto attraverso la ricerca intellettuale, ma anche nella vostra vita di credenti, affinché il vostro lavoro e la vostra azione possano contribuire a fare sempre più risplendere davanti ai fedeli la luce della Sacra Scrittura. Nell’assicurarvi il sostegno della mia preghiera nella vostra fatica, vi imparto di cuore, quale pegno dei divini favori, l’apostolica benedizione. Città del Vaticano, giovedì 23 aprile 2009

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C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Venerati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, cari fratelli e sorelle

L’odierna solennità corona il ciclo delle grandi celebrazioni liturgiche nelle quali siamo chiamati a contemplare il ruolo della Beata Vergine Maria nella storia della salvezza. Infatti, l’Immacolata Concezione, l’Annunciazione, la Divina Maternità e l’Assunzione sono tappe fondamentali, intimamente connesse tra loro, con cui la Chiesa esalta e canta il glorioso destino della Madre di Dio, ma nelle quali possiamo leggere anche la nostra storia. Il mistero della concezione di Maria richiama la prima pagina della vicenda umana, indicandoci che, nel disegno divino della creazione, l’uomo avrebbe dovuto avere la purezza e la bellezza dell’Immacolata. Quel disegno compromesso, ma non distrutto dal peccato, attraverso l’Incarnazione del Figlio di Dio, annunciata e realizzata in Maria, è stato ricomposto e restituito alla libera accettazione dell’uomo nella fede. Nell’Assunzione di Maria, contempliamo, infine, ciò che siamo chiamati a raggiungere nella sequela di Cristo Signore e nell’obbedienza alla sua Parola, al termine del nostro cammino sulla terra. La tappa ultima del pellegrinaggio terreno della Madre di Dio ci invita a guardare al modo in cui Ella ha percorso il suo cammino verso la meta dell’eternità gloriosa.

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Nel brano del Vangelo appena proclamato, san Luca racconta che Maria, dopo l’annuncio dell’Angelo, «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa» per fare visita ad Elisabetta (Lc 1, 39). L’evangelista, dicendo questo, vuole sottolineare che per Maria seguire la propria vocazione, nella docilità allo Spirito di Dio, che ha operato in Lei l’incarnazione del Verbo, significa percorrere una nuova strada ed intraprendere subito un cammino fuori della propria casa, lasciandosi condurre solamente da Dio. Sant’Ambrogio, commentando la “fretta” di Maria, afferma: «la grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze» (Expos. Evang. sec. Lucam, II, 19: PL 15,1560). La vita della Madonna è condotta da un Altro - «Ecco la serva del Signore: avvenga in me secondo la tua parola» (Lc 1,38) - è modellata dallo Spirito Santo, è segnata da eventi ed incontri, come quello con Elisabetta, ma soprattutto dalla particolarissima relazione con il suo figlio Gesù. È un cammino nel quale Maria, serbando e meditando nel cuore gli avvenimenti della propria esistenza, scorge in essi in modo sempre più profondo il misterioso disegno di Dio Padre, per la salvezza del mondo. Seguendo poi Gesù da Betlemme all’esilio in Egitto, nella vita nascosta e in quella pubblica, fino ai piedi della Croce, Maria vive la sua costante ascesa verso Dio nello spirito del Magnificat, aderendo pienamente, anche nel momento dell’oscurità e della sofferenza, al progetto d’amore di Dio e alimentando nel cuore l’abbandono totale nelle mani del Signore, così da essere paradigma per la fede della Chiesa (cfr Lumen gentium, 64-65). Tutta la vita è un’ascensione, tutta la vita è meditazione, obbedienza, fiducia e speranza, anche nelle oscurità; e tutta la vita è questa “sacra fretta”, che sa che Dio è sempre la priorità e nient’altro deve creare fretta nella nostra esistenza. E, finalmente, l’Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, è un cammino alla sequela, la sequela di Gesù, un cammino che ha una meta ben precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio, perché – come dice Paolo nella Lettera agli Efesini il Padre «ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2,6). Ciò vuol dire che con il Battesimo siamo fondamentalmente già risuscitati e sediamo nei cieli in Cristo Gesù, ma dobbiamo corporalmente raggiungere quanto già cominciato e


MAGISTERO PONTIFICIO realizzato nel Battesimo. In noi l’unione con Cristo, la risurrezione, è incompiuta, ma per la Vergine Maria essa è compiuta, nonostante il cammino che anche la Madonna ha dovuto fare. Ella è entrata nella pienezza dell’unione con Dio, con il suo Figlio, e ci attira e ci accompagna nel nostro cammino. In Maria assunta in cielo contempliamo, allora, Colei che, per singolare privilegio, è resa partecipe con l’anima e con il corpo della definitiva vittoria di Cristo sulla morte. «Compiuto il corso della vita terrena – dice il Concilio Vaticano II - fu assunta alla gloria celeste in corpo e anima, ed esaltata dal Signore come Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei signori (cfr Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte» (Lumen gentium, 59). Nella Vergine Assunta in cielo contempliamo il coronamento della sua fede, di quel cammino di fede che Ella indica alla Chiesa e a ciascuno di noi: Colei che in ogni momento ha accolto la Parola di Dio, è assunta in cielo, cioè è accolta Lei stessa dal Figlio, in quella “dimora” che ci ha preparato con la sua morte e risurrezione (cfr Gv 14,2-3). La vita dell’uomo sulla terra – come ci ha ricordato la prima lettura – è un cammino che si svolge, costantemente, nella tensione della lotta tra il drago e la donna, tra il bene e il male. È questa la situazione della storia umana: è come un viaggio in un mare spesso burrascoso; Maria è la stella che ci guida verso il Figlio suo Gesù, «sole sorto sopra le tenebre della storia» (cfr Spe salvi, 49) e ci dona la speranza di cui abbiamo bisogno: la speranza che possiamo vincere, che Dio ha vinto e che, con il Battesimo, siamo entrati in questa vittoria. Non soccombiamo definitivamente: Dio ci aiuta, ci guida. Questa è la speranza: questa presenza del Signore in noi, che diventa visibile in Maria assunta in cielo. «In Lei (…) - leggeremo tra poco nel Prefazio di questa Solennità – hai fatto risplendere per il tuo popolo pellegrino sulla terra un segno di consolazione e di sicura speranza». Con san Bernardo, mistico cantore della Vergine Santa, così la invochiamo: «Ti preghiamo, o benedetta, per la grazia che tu trovasti, per quelle prerogative che tu meritasti, per la Misericordia che tu

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partoristi, fa’ che colui che per te s’è degnato di farsi partecipe della nostra miseria ed infermità, grazie alla tua preghiera, ci faccia partecipi delle sue grazie, della sua beatitudine ed eterna gloria, Gesù Cristo, Figlio tuo, Signore nostro, il quale è sopra tutte le cose, Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen» (Sermo 2 de Adventu, 5: PL 183, 43). Parrocchia di San Tommaso da Villanova, Castel Gandolfo, sabato 15 agosto 2009


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C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 59a Assemblea generale (Roma, 25-29 maggio 2009)

Comunicato finale

La 59a Assemblea generale dei vescovi italiani si è svolta nell’aula del sinodo in Vaticano dal 25 al 29 maggio 2009, con la partecipazione di 240 membri, 23 vescovi emeriti, 24 rappresentanti di Conferenze Episcopali Europee, nonché del nunzio apostolico in Italia. Tra gli invitati, docenti ed esperti sulle problematiche dell’educazione, in ragione del tema principale dei lavori: “La questione educativa: il compito urgente dell’educazione”. Grande emozione ha suscitato l’incontro con il Santo Padre, che giovedì 28 maggio ha voluto essere presente in assemblea, donando la sua preziosa e illuminata parola. La speciale ricorrenza dell’anno paolino è stata celebrata solennemente mediante il pellegrinaggio alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, culminata nella concelebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i vescovi. L’Assemblea ha individuato nell’educazione il tema degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio. Nel corso dei lavori è stato approvato il Documento comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia; si è deciso di attribuire un punteggio aggiuntivo per la remunerazione dei docenti e degli officiali a tempo pieno delle Facoltà teologiche e degli Istituti superiori di scienze religiose. Come ogni anno, è stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della Conferenza Episcopale Italiana, sono stati approvati i criteri di ripartizione e assegnazione

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delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2009 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero. Distinte comunicazioni hanno avuto per oggetto l’azione di Caritas italiana nella Chiesa e nel Paese, l’impatto del passaggio alla televisione digitale terrestre sulla rete delle emittenti cattoliche, l’Unione Europea e l’impegno delle Chiese, con particolare riferimento all’azione del CCEE e della COMECE, la 46a Settimana sociale dei cattolici italiani, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010, e il 25° Congresso eucaristico nazionale, che si terrà ad Ancona dal 4 all’11 settembre 2011. Sono state date puntuali informazioni intorno alla Giornata per la carità del Papa, che si terrà il 28 giugno prossimo, e all’indizione dell’anno sacerdotale, che prenderà il via il 19 giugno. Infine, è stata presentata e consegnata la Lettera ai cercatori di Dio, recentemente pubblicata dalla Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

1. Diaconia della verità e della carità: stanno o cadono insieme

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«Rispetto alle diverse stazioni della ‘via crucis’ che l’uomo di oggi affronta, la Chiesa non fa selezioni. La sua iniziativa però non ha mai come scopo una qualche egemonia, non usa l’ideale della fede in vista di un potere. Le interessa piuttosto ampliare i punti di incontro perché la razionalità sottesa al disegno divino sulla vita umana sia universalmente riconosciuta nel vissuto concreto di ogni esistenza e per una società veramente umana». In questa affermazione, contenuta nella Prolusione del cardinale Presidente, si sono ritrovati i vescovi italiani, chiamati in causa - nel loro discernimento pastorale - non solo da inediti problemi economici e sociali, ma anche da ricorrenti questioni bioetiche. Non è possibile separare come taluni invece vorrebbero - la carità dalla verità, perché si tratta di due dimensioni della medesima diaconia che la Chiesa è chiamata a esercitare. Infatti «fraintendimenti e deviazioni restano incombenti, se non si è costantemente richiamati al valore incomparabile della dignità umana, che è minacciata dalla miseria e dalla povertà almeno quanto è minacciata dal disconoscimento del valore di ogni istante e di ogni condizione della vita». A partire da que-


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA sta convinzione, si è riconfermata una netta presa di distanza da quelle visioni che vorrebbero ridurre la Chiesa ad “agenzia umanitaria”, chiamata a farsi carico delle patologie della società, ma irrilevante rispetto alla fisiologia della convivenza sociale. Nel contempo, è stato rigettato un modello di Chiesa che si limiti a ribadire una fede disincarnata, priva di connessioni antropologiche e perciò incapace di offrire il proprio apporto specifico all’edificazione della città dell’uomo. Il vero profilo di una compiuta evangelizzazione richiede di saper servire la persona nella sua integralità, ponendo attenzione sia ai bisogni materiali sia alle aspirazioni spirituali, secondo l’insuperabile intuizione di Paolo VI, per il quale il destino della Chiesa è di «portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro (...)», fino a «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (Evangelii nuntiandi, nn. 18-19). Tenere insieme queste due dimensioni dell’unica diaconia della Chiesa esige in concreto non separare la solidarietà dalla spiritualità e, di conseguenza, non disgiungere la ricerca della fede dalla realizzazione del bene comune.

2. Il compito urgente dell’educazione quale tema degli Orientamenti pastorali del prossimo decennio L’ampio spazio dedicato ai lavori di gruppo, a seguito della relazione fondamentale, ha fatto emergere un radicato consenso intorno alla scelta dell’educazione quale tema portante degli Orientamenti pastorali della Chiesa in Italia nel decennio 2010-2020. Si è condivisa la consapevolezza che l’urgenza della questione non nasce in primo luogo da una contingenza particolare, ma dalla necessità che ciascuna persona ed ogni generazione ha di esercitare la propria libertà. Infatti - come ha affermato con chiarezza il Santo Padre Benedetto XVI - «anche i più grandi valori del passato non possono

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essere semplicemente ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati, attraverso una, spesso sofferta, scelta personale». Si è dunque privilegiato un atteggiamento positivo e non allarmistico e si è precisato che questa scelta è in profonda continuità con il recente cammino della Chiesa in Italia, dal momento che comunicare il Vangelo è riproporre in modo essenziale Cristo come modello di umanità vera in un contesto culturale e sociale mutato. Su questo punto, è stata ribadita la necessità di non sottovalutare l’impatto delle trasformazioni in atto, senza peraltro limitarsi semplicemente a recensirne le cause socio-culturali, indulgendo a diagnosi sconsolate e pessimiste. Al contrario, si intende ribadire che l’educazione è una questione di esperienza: è un’arte e non un insieme di tecniche e chiama in causa il soggetto, di cui va risvegliata la libertà. È questo il punto centrale su cui far leva per riscoprire la funzione originaria della Chiesa, a cui spetta connaturalmente generare alla fede e alla vita, attraverso una relazione interpersonale che metta al centro la persona. La libertà, peraltro, prende forma soltanto a contatto con la verità del proprio essere, quando cioè è sollecitata a prendere posizione rispetto alle grandi domande della vita e, in primo luogo, rispetto alla questione di Dio. Di qui la centralità del rapporto tra libertà e verità, che non può essere eluso e che è variamente declinato, tanto nel rapporto tra libertà e autorità quanto in quello tra libertà e disciplina. Esiste poi un altro binomio che va correttamente interpretato, cioè quello tra persona e comunità, il che indica che nel processo educativo intimità e prossimità devono crescere insieme. Da queste considerazioni scaturiscono due conseguenze, largamente condivise dall’Assemblea: la prima individua nella Chiesa particolare e specificamente nella parrocchia il luogo naturale in cui avviare il processo educativo, senza peraltro sminuire il contributo originale delle aggregazioni ecclesiali; la seconda dà rilievo ai soggetti del processo educativo (sacerdoti, religiosi e religiose, laici qualificati e, naturalmente, la famiglia e la scuola), dal momento che figure di riferimento accessibili e credibili costituiscono gli interlocutori necessari di qualsiasi esperienza educativa. In sintesi, si è convenuto sul fatto che la scelta del tema dell’educazione è necessaria, perché intercetta tutti i nodi culturali, raggiunge l’uomo in quanto tale e interagisce con la persona guardando a tutta la sua vita: vivere è educare.


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 3. La crisi economica e il “Prestito della speranza” Il richiamo del cardinale Presidente a non sottovalutare la crisi occupazionale in corso «come si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra» (Prolusione) ha avuto ampia risonanza nell’opinione pubblica. Anche nel dibattito assembleare è stato sottolineato come il termine ‘esubero’ non tenga nel debito conto un tessuto sociale che va sfilacciandosi, a motivo delle disuguaglianze che aumentano invece di diminuire. Nessuno ignora il pesante impatto della sfavorevole congiuntura economica internazionale, di cui non si riesce a cogliere ancora esattamente la portata, né si intende minimizzare l’impegno profuso da chi detiene l’autorità. Resta però evidente che i costi del difficile momento presente ricadono in misura prevalente sulle fasce più deboli della popolazione. Di qui l’esigenza di avviare una prossimità ancora più concreta al mondo del lavoro, non limitandosi a riproporre modelli del passato, ma come «segno di un’attenzione nuova verso la profonda relazione tra la fede e la vita» (Prolusione). Accanto a quest’indicazione di carattere pastorale, si è preso positivamente atto delle molteplici iniziative promosse nei mesi passati in tutta Italia dalle diocesi e dalle conferenze episcopali regionali per fronteggiare le difficoltà del mondo del lavoro. In tale contesto, l’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana di costituire un fondo di garanzia per le famiglie numerose che abbiano perso l’unica fonte di reddito costituisce un ulteriore e corale seme di speranza. A nessuno sfugge che la scelta del sostegno alla famiglia è indice di una visione precisa di società, in cui tale soggetto sociale è percepito e costituisce davvero il principale fattore di integrazione e di umanizzazione. La colletta promossa a tale scopo il 31 maggio in tutte le chiese italiane ha avuto un indubbio valore pedagogico ed è stata indice di una spiccata sensibilità che non deve spegnersi.

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4. L’immigrazione: ospitalità e legalità

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Sulla questione dell’immigrazione, che negli ultimi tempi ha suscitato ampi dibattiti, i vescovi hanno concordato sul fatto che si tratta di un fenomeno assai complesso, che proprio per questo deve essere governato e non subìto. È peraltro evidente che una risposta dettata dalle sole esigenze di ordine pubblico - che è comunque necessario garantire in un corretto rapporto tra diritti e doveri risulta insufficiente, se non ci si interroga sulle cause profonde di un simile fenomeno. Due azioni convergenti sembrano irrinunciabili. La prima consiste nell’impedire che i figli di Paesi poveri siano costretti ad abbandonare la loro terra, a costo di pericoli gravissimi, pur di trovare una speranza di vita. Tale problema esige di riprendere e incrementare le politiche di aiuto verso i Paesi maggiormente svantaggiati. La seconda risposta sta nel favorire l’effettiva integrazione di quanti giungono dall’estero, evitando il formarsi di gruppi chiusi e preparando ‘patti di cittadinanza’ che definiscano i rapporti e trasformino questa drammatica emergenza in un’opportunità per tutti. Ciò è possibile se si tiene conto della tradizionale disponibilità degli italiani - memori del loro passato di emigranti ad accogliere l’altro e a integrarlo nel tessuto sociale. Suonerebbe infatti retorico l’elogio di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, se non si accompagnasse con la cura di educare a questa nuova condizione, che non è più di omogeneità e che richiede obiettivamente una maturità culturale e spirituale. In questa logica, è stato suggerito di dotarsi di un osservatorio nazionale specializzato per monitorare ed interpretare questo fenomeno, e si è chiesto alle parrocchie, all’interno del loro precipuo compito di evangelizzazione, di diventare luogo di integrazione sociale.

5. Il terremoto in Abruzzo: una prova di solidarietà Il tragico sisma che ha colpito vaste zone dell’Abruzzo ha suscitato una corale reazione di solidarietà che, come ha sottolineato Benedetto XVI, «è un sentimento altamente civico e cristiano e misura la maturità di una società». Grande apprezzamento è stato anche espresso per la compostezza e la fierezza con cui le popola-


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA zioni abruzzesi hanno affrontato l’immane sciagura, segno di una fede tenace e di un’identità radicata. Molto resta da fare nel delicato passaggio dalla prima fase dell’emergenza al lento ritorno alla quotidianità. Anche in questi momenti la Chiesa non vuole far venir meno la sua vicinanza non solo mettendo a frutto il generoso raccolto della colletta nazionale appositamente indetta nella domenica dopo Pasqua, ma anche favorendo iniziative di gemellaggio fra le diocesi. L’auspicio è che per il prossimo autunno tutte le famiglie abbiano una sistemazione adeguata e che le comunità possano disporre di locali decorosi per la socializzazione e l’esercizio del culto.

6. Decisioni e adempimenti di carattere giuridico-amministrativo I vescovi, con due distinte delibere, hanno approvato l’attribuzione di un punteggio aggiuntivo per la remunerazione dei docenti e degli officiali a tempo pieno delle Facoltà teologiche e degli Istituti superiori di scienze religiose e hanno stabilito il criterio per determinare la quota della remunerazione che deve essere assicurata dalle parrocchie personali ai parroci e ai vicari parrocchiali che vi prestano servizio. Dette delibere saranno pubblicate una volta ottenuta la prescritta autorizzazione da parte della Santa Sede. È stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della Conferenza Episcopale Italiana per l’anno 2008, sono stati approvati i criteri di ripartizione e assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2009 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero per l’anno 2008.

7. Comunicazioni e informazioni Nel corso dell’Assemblea è stato approvato il Documento comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia, punto di arrivo di un cammino condiviso con l’Unione

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Cristiana Evangelica Battista d’Italia per favorire la preparazione e la vita nel matrimonio delle coppie miste, in una prospettiva ecumenica che valorizza la fede nell’unico Signore. Come sempre, l’Assemblea ha posto attenzione all’approfondimento di alcuni ambiti particolari dell’agire ecclesiale. È stato dato spazio in primo luogo all’attività di Caritas italiana nella Chiesa e nel Paese, evidenziando, fra le prospettive di lavoro, la cura del rapporto fra carità e cultura, l’attenzione a una pastorale integrata, la formazione alla spiritualità della carità, l’accompagnamento delle Caritas diocesane meno attrezzate, la presenza nel contesto europeo. Per quanto riguarda l’ambito delle comunicazioni sociali, è stato focalizzato il passaggio alla televisione digitale terrestre, processo già avviato in alcune regioni e destinato a completarsi entro il 2012. Si tratta di un’innovazione tecnologica che comporta significative ricadute anche sul piano della fruizione dello strumento, offrendo allo spettatore una più ampia gamma di scelta fra i canali e la possibilità di interagire con il mezzo televisivo. Con l’avvento del digitale terrestre, l’emittente cattolica SAT2000 - che muterà il nome in TV2000 - entrerà nelle case di tutti gli italiani. Ciò comporterà pure una rivisitazione del suo rapporto con le emittenti locali che ne ritrasmettevano il segnale e con le quali si intende mantenere e rinnovare il rapporto di reciproca collaborazione. Circa l’impegno delle Chiese in rapporto all’Unione Europea, con particolare riguardo all’azione degli organismi internazionali a ciò deputati, è stata ribadita l’importanza di un’attenzione costante e attiva a sostegno della costruzione della “casa degli europei”, senza peraltro mortificare indebitamente le diverse identità nazionali. Sono state fornite dettagliate informazioni intorno a due eventi ecclesiali futuri di grande importanza: la Settimana sociale del cattolici italiani, che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010, e il Congresso eucaristico nazionale, che si celebrerà ad Ancona dal 4 all’11 settembre 2011. È stato offerto un primo ragguaglio sull’anno sacerdotale indetto dal Papa a partire dal 19 giugno. Sul tema, i Vescovi torneranno nel dettaglio nell’Assemblea straordinaria, che si terrà ad Assisi dal 9 al 12 novembre 2009. Infine, è stata presentata e consegnata la Lettera ai cercatori di Dio, recentemente pubblicata a cura della Commissione episcopale per


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. Essa si propone come un sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale e come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa.

8. Nomine L’Assemblea generale ha nominato S.E. mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni. Il Consiglio Episcopale Permanente, riunitosi mercoledì 27 maggio 2009, in concomitanza con i lavori dell’Assemblea generale, ha provveduto alle seguenti nomine: - Responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica: dott. Marcello Base. - Presidente nazionale femminile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI): sig.na Sara Martini. - Assistente ecclesiastico nazionale per la formazione dei capi dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): don Giacomo Lombardi (Oria). - Consulente ecclesiastico nazionale del Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario - SEAC: p. Vittorio Trani, O.F.M. Conv. - Presidente nazionale dell’Associazione Familiari del Clero: sig.ra Anna Cavazzuti. - Assistente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Familiari del Clero: don Irvano Maglia (Cremona). La Presidenza della Conferenza Episcopale, riunitasi lunedì 25 maggio 2009, ha nominato S.E. mons. Cosmo Francesco Ruppi, amministratore apostolico di Lecce, membro della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali.

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Bruno Forte

La “Lettera ai cercatori di Dio”: genesi e presentazione

Pubblichiamo di seguito l’intervento di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di ChietiVasto e Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, nel presentare la “Lettera ai cercatori di Dio” dei vescovi italiani al Convegno dei direttori degli Uffici catechistici diocesani a Reggio Calabria (15-18 giugno 2009).

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Per cogliere la genesi profonda della Lettera ai cercatori di Dio, appena pubblicata dalla Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, quale strumento possibile per il primo annuncio, vorrei pensarne la struttura - scandita nelle tre parti delle domande che ci uniscono, del kerygma proposto e delle vie per il possibile incontro con Cristo - a partire da una narrazione evangelica, scelta come metafora della ricerca umana culminante nella finale esperienza di Dio: il viaggio, l’arrivo e la nuova partenza dei Magi. «Siamo venuti per adorarlo» (Mt 2,2): così essi affermano alla vista del Bambino. Nella notte del mondo, nella notte del cuore, essi si sono fatti pellegrini, guidati da una stella, per andare alla ricerca di Colui, che dà senso alla vita e alla storia. Giunti alla Sua presenza - la presenza tenerissima di un Bambino - hanno fatto l’unica cosa degna dell’incontro con la Verità in persona: lo hanno adorato. Proprio così, i Magi rappresentano tutti i cercatori della verità, pronti a vivere l’esistenza come esodo, in cammino verso l’incontro con la luce che viene dall’alto, a cui aprirsi nell’adorazione, che cambia il cuore e la vita. 1. Pellegrini nella notte: la domanda di una ricerca antica e sempre nuova… I Magi pellegrini nella notte rappresentano tutti i cercatori della verità, non solo chi crede e credendo ama l’invisibile Amato, attendendo nella speranza l’incontro della gloria futura, ma anche chi


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA cerca non avendo il dono della fede. Il cosiddetto ateo, quando lo è non per semplice qualificazione esteriore, ma per le sofferenze di una vita che lotta con Dio senza riuscire a credere in Lui, vive in una medesima condizione di ricerca, di viva e spesso dolorosa attesa. La non credenza non è la facile avventura di un rifiuto, che ti lasci come ti ha trovato. La non credenza seria - non negligente e banale - è passione e sofferenza, militanza di una vita che paga di persona l’amaro coraggio di non credere. Lo mostra, ad esempio, il celebre aforisma 125 della Gaia Scienza, dove Nietzsche racconta del folle che nella chiara luce del mattino andò sulla piazza del mercato, tenendo accesa la lucerna e gridando: “Cerco Dio, cerco Dio”. “Dov’è Dio? Si è addormentato o si è perso come un bambino?” domandano gli altri, prendendosi gioco di lui. E lui grida le parole, che segnano il destino di un’epoca: “Dio è morto... e noi lo abbiamo ucciso!”. Ma subito dopo quelle parole aggiunge: “Saremo noi degni della grandezza di questa azione?”. E denuncia la verità del dolore infinito di non credere, il senso di una notte che è sempre più notte, di un abbandono, che è percezione di un’infinita orfananza. Questa pagina mostra come il non credere, se serio, sia tragico nella sua consapevolezza, indissociabile dall’infinito dolore dell’assenza, da un senso di solitudine e d’abbandono, quale solo la morte di Dio può creare nel cuore dell’uomo, nella storia del mondo. Il non credente pensoso, come il credente non negligente, è per questo un uomo che lotta con Dio: proprio così alla ricerca della verità, pellegrino nella notte, attratto e inquietato da una misteriosa stella. «Mi religion es luchar con Dios», dirà di sé Miguel de Unamuno, il testimone del «sentimiento tragico de la vida»: la mia religione è tutta qui, «lottare con Dio». E poiché «vivir es anelar la vida eterna», il vivere è inesorabilmente segnato dalla tragicità di dover sostenere l’impari lotta. È questa l’altissima dignità del cercare la verità da parte di ciascuno, credente o non credente che sia. E la sola, vera notte del mondo è quella di chi non si riconosce in esodo, pellegrino verso una patria desiderata, ricercata e attesa… I Magi, pellegrini nella notte, venuti da lontano, in cammino verso la meta cui li guida la misteriosa stella, rappresentano dunque la condi-

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zione umana nella sua struttura originaria di interrogazione e di ricerca. Come osserva il giovane Heidegger in Essere e tempo, vivere significa essere «gettati verso la morte»: all’immediata evidenza la vita appare come un lungo viaggio verso le tenebre, dove tutto sembra affondare nell’ultimo silenzio della morte. Per questo la vita è impastata di dolore: e per questo la vera domanda, quella sulla quale sta o cade la verità di ogni risposta, è e resta la domanda del dolore. Ogni pensiero nasce dal dolore della lacerazione e della morte. Se non esistesse la morte non esisterebbe il pensiero, non esisterebbe la vita, cioè la vita del pensiero che è la dignità del vivere di ciascuno di noi. È il patire, il morire che suscita in noi la domanda, accende la sete di ricerca, lascia aperto il bisogno di senso. Senza dolore non ci sarebbe la dignità dell’uomo che si interroga. Il dolore rivela allora la vita a se stessa più fortemente della morte, che lo produce, perché insegna che noi non siamo semplicemente dei gettati verso la morte, ma dei chiamati alla vita: il dolore è la felicità da cui siamo tutti attratti nel segno del suo contrario. Un grande pensatore ebreo del Novecento, Franz Rosenzweig, apre la sua grande opera La stella della redenzione - dal titolo fascinoso che evoca appunto l’esperienza dei Magi - con le parole: Dalla morte. La stessa opera si chiude con le parole: Verso la vita. È questo l’itinerario del pensare. Dalla morte ci facciamo pellegrini verso la vita. Il cammino dell’uomo sta tutto in questo prendere sul serio la tragicità della morte, non fuggendola, non stordendosi rispetto ad essa né nascondendola, come ha fatto troppo spesso la modernità. Se guardiamo negli occhi la morte, allora si compie il miracolo: vivere non sarà più soltanto imparare a morire, ma sarà un lottare per dare senso alla vita. Dove nasce la domanda, dove l’uomo non si arrende di fronte al destino della necessità, e quindi alla morte che vince col suo silenzio tutte le cose, lì si rivela la dignità della vita, il senso e la bellezza di esistere. Lì l’essere umano capisce di non essere solo gettato verso la morte, ma chiamato alla vita: lì si riconosce come un “mendicante del cielo”. L’uomo è un cercatore di senso, qualcuno che cerca la parola che riesca a vincere l’ultimo orizzonte della morte e dia valore alle opere e ai giorni, offrendo dignità e bellezza alla tragicità del nostro vivere e del nostro morire. Perciò la condizione dell’essere umano è quella del pellegrino. L’uomo è un cercatore della patria lontana, che da questo orizzonte si lascia permanentemente provocare, interrogare, sedurre. Se l’esodo è la condizione umana, se l’uomo è un pellegrino verso la


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA vita e un mendicante del cielo, la grande tentazione sarà quella di fermare il cammino, di sentirsi arrivati, non più esuli in questo mondo, ma possessori, dominatori di un oggi che vorrebbe arrestare la fatica del viaggio. Una tradizione ebraica racconta di alcuni giovani, che chiedono a un vecchio rabbino quando sia cominciato l’esilio di Israele. «L’esilio di Israele - risponde il Maestro - cominciò il giorno in cui Israele non soffrì più del fatto di essere in esilio». L’esilio non comincia quando si lascia la patria, ma quando non c’è più nel cuore la struggente nostalgia della patria. L’esilio è di chi ha dimenticato il destino, la meta più grande, il cielo del desiderio e della speranza. Heidegger, parlando della «notte del mondo» nella quale ci troviamo, dice che essa è l’assenza di patria, perché il dramma dell’uomo moderno non è la mancanza di Dio, ma il fatto che egli non soffra più di questa mancanza. Il dramma è di non avvertire più il bisogno di superare la morte, è di considerare dimora e patria, e non esilio, questo tempo presente. L’illusione di sentirsi arrivati, il pretendersi soddisfatti, compiuti nella propria vicenda, questa è la malattia mortale. Si è morti quando il cuore non vive più l’inquietudine e la passione del domandare, il desiderio del cercare ancora, di trovare per ancora domandare e cercare. Quando non lascerai più che a guidare i Tuoi passi sia la stella splendente nella notte, allora avrai perso la Tua lotta con la morte. L’uomo che si ferma, sentendosi padrone e sazio della verità, l’uomo per il quale la verità non è più Qualcuno, da cui essere posseduto sempre più profondamente, ma qualcosa da possedere, quell’uomo ha ucciso in se stesso non solo Dio, ma anche la propria dignità di essere umano. La condizione umana è, insomma, una condizione esodale: l’uomo è in esodo, in quanto è chiamato permanentemente ad uscire da sé, ad interrogarsi, ad essere in cerca di una patria. Martin Lutero avrebbe detto sul letto di morte: «Wir sind Bettler: hoc est verum!» – «Siamo dei poveri mendicanti, questa è la verità». Sono parole dette da un homo religiosus alla sera della vita, quando è ormai sulla soglia del mistero liberante per inabissarsi in esso e tutto vede nella verità che non mente. Povero mendicante è l’uomo nella verità del suo cuore e nel cuore della storia: un

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cercatore della verità, un mendicante del cielo. A quest’uomo, che siamo ognuno di noi nel più profondo di noi stessi, si rivolge la Lettera ai cercatori di Dio partendo dalle domande che ci uniscono tutti: felicità e sofferenza, amore e fallimenti, lavoro e festa, giustizia e pace, la sfida di Dio…

2. Guidati dalla stella: l’annuncio del Dio che ha tempo per l’uomo

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Se l’uomo è alla ricerca di Dio, Dio non di meno è alla ricerca dell’uomo. È quanto ci testimonia il Vangelo di Gesù: il Dio che egli annuncia è il Dio dell’avvento, il Dio che ha tempo per l’uomo. È il Dio che viene: venuto una volta, egli ha dischiuso un cammino, ha acceso un’attesa, ancora più grande del compimento realizzato. È questo il kerygma, l’annuncio gioioso del Dio con noi, l’eterno Emmanuele. Perciò, nella tradizione cristiana l’avvento di Dio nella storia è pensato come revelatio, una rivelazione: è uno svelarsi che vela, un venire che apre cammino, un ostendersi nel ritrarsi che attira. Negli ultimi secoli la teologia cristiana ha concepito la rivelazione soprattutto come Offenbarung, apertura, manifestazione totale. Così, in essa l’avvento di Dio è stato spesso pensato come esibizione senza riserve. Dio si sarebbe del tutto consegnato nelle nostre mani: la storia - dirà Hegel - non è che il «curriculum vitae Dei», il pellegrinaggio di Dio per divenire se stesso. Con feroce parodia Nietzsche affermerà che questo «Dio è diventato finalmente comprensibile a se stesso nel cervello hegeliano». È questa presunzione di ridurre Dio a certezza luminosa, a definizione chiara ed evidente, la pretesa dell’ideologia moderna, in tutte le sue forme,anche teologiche. Ma questo è precisamente l’opposto dell’annuncio cristiano: interpretare la rivelazione come manifestazione totale, come risposta incondizionata e senza riserve alle domande del nostro cuore o della nostra mente, è il più grande tradimento che di essa si possa fare. È allora necessario liberarsi dal fraintendimento radicale del concetto di rivelazione. Perché revelatio è, sì, un togliere il velo, ma è anche un più forte nascondere. Re-velare è anche un’intensificazione del velare, un nuovamente velare. È questo l’avvento di Dio nelle nostre parole, nella nostra carne: rivelandosi, l’Eterno non solo si è


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA detto, ma si è anche più altamente taciuto. Rivelandosi Dio si vela. Comunicandosi si nasconde. Parlando si tace. Maestro del desiderio, Dio è colui che dando se stesso, al tempo stesso si nasconde allo sguardo. Dio è colui che rapendoti il cuore, si offre a te sempre nuovo e lontano. Il Dio di Gesù Cristo è inseparabilmente il Dio rivelato e nascosto, absconditus in revelatione - revelatus in absconditate! Perciò, la rivelazione non è ideologia, visione totale, ma è parola che schiude i sentieri abissali dell’eterno Silenzio. Questa intuizione è presente fin dalle origini della fede cristiana, che riconosce ben presto il Cristo come «il Verbo procedente dal Silenzio» (sant’Ignazio di Antiochia, Ad Magnesios, 8). Essa permane nella tradizione della fede, specialmente nella testimonianza dei mistici. San Giovanni della Croce in una delle sue Sentenze d’amore dice: «Il Padre pronunciò la Parola in un eterno silenzio, ed è in silenzio che essa deve essere ascoltata dagli uomini». Il luogo e l’origine della Parola è il Silenzio. Questo divino Silenzio col linguaggio del Nuovo Testamento lo chiamiamo Padre. Il Padre genera la Parola, il Figlio. E noi accoglieremo la Parola se, ascoltandola, la trascenderemo verso il Silenzio della sua origine. Obbedisce veramente alla Parola chi non si ferma alla lettera, ma ruminando la Parola, scava in essa per entrare nei sentieri del Silenzio. Questo ci dice la rivelazione cristiana: Dio è Parola, Dio è Silenzio. La Parola è e resta l’unico accesso al Silenzio della divinità, l’indispensabile luogo a cui resteremo appesi, come inchiodati alla Croce. Tuttavia, ameremo la Parola, l’ascolteremo veramente quando l’avremo trascesa per camminare in una inesausta, perseverante ricerca verso le profondità del Silenzio. Questo ci hanno insegnato i nostri padri nella fede: la «lectio divina», la «ruminatio Verbi» non sono che vie per imparare ad ascoltare nella Parola il Silenzio da cui essa proviene, l’abisso che essa dischiude. Credere nella Parola dell’avvento sarà allora lasciare che la Parola, schiudendo i sentieri del Silenzio, ci contagi questo Silenzio e ci apra a dire nello Spirito le parole della vita. Perciò è doveroso non pronunciare mai la Parola, senza prima aver lungamente camminato nei sentieri del Silenzio. Così, la Parola sta fra due silenzi, il Silenzio dell’origine e il Silenzio

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del destino o della patria, il Padre e lo Spirito Santo. Tra questi due Silenzi - gli «altissima silentia Dei» - è la dimora del Verbo. Ed io accoglierò il Dio dell’avvento, il Dio della Parola, se in questa Parola troverò l’accesso agli abissi del Silenzio, e se, camminando in essa e attraverso di essa nei sentieri del Silenzio, lascerò che questa Parola mi abiti, si ripeta in me, si dica nel mio silenzio, affinché io stesso divenga il riposo della Parola, il luogo dove la Parola si lascia custodire e dire, come nel grembo verginale della Donna che ha detto “sì” al mistero dell’avvento. Perciò, il kerygma è parola che dice e tace, che provoca ed evoca: e perciò nella Lettera ai cercatori di Dio l’annuncio è presentato con tratti brevi, in forma soprattutto narrativa, come voce di testimoni legati alla catena degli innumerevoli altri testimoni della tradizione della fede, da parola a parola, da silenzio a silenzio. Così lo presentano i capitoli della seconda parte, dedicati rispettivamente al Gesù storico, al Cristo del kerygma, alla Trinità, alla Chiesa, alla vita secondo lo Spirito, di cui è icona eloquente la Vergine Madre Maria...

3. Videro il Bambino e lo adorarono: la fede, dove domanda e annuncio si incontrano

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Pellegrini nella notte, guidati dalla stella, i Magi hanno riconosciuto nel Bambino il dono della verità, la luce che salva. Lo hanno adorato: in questa adorazione il cercatore è stato raggiunto dalla Parola che viene dal Silenzio, da quel Dio, cioè, che ha tempo per l’uomo. Dio esce dal silenzio perché la nostra storia entri nel Silenzio della patria divina e vi dimori. L’incontro dell’umano andare e del divino venire è la fede. Essa è lotta, agonia, non il riposo tranquillo di una certezza posseduta. Chi pensa di aver fede senza lottare, non crede. La fede è l’esperienza di Giacobbe. Dio è l’assalitore notturno. Dio è l’Altro. Se tu non conosci così Dio, se Dio per te non è fuoco divorante, se l’incontro con Lui è per te soltanto tranquilla ripetizione di gesti sempre uguali e senza passione d’amore, il tuo Dio non è più il Dio vivente, ma il Deus mortuus, il Deus otiosus. Perciò Pascal affermava che Cristo sarà in agonia fino alla fine del tempo: questa agonia è l’agonia dei cristiani, la lotta di credere, di sperare, di amare, la lotta con Dio! Dio è altro da te, libero rispetto a te, come


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA tu sei altro da Lui, libero rispetto a Lui. Guai a perdere il senso di questa distanza! Ecco perché il desiderio e l’inquietudine della ricerca abiteranno sempre la fede: l’aver conosciuto il Signore non esimerà nessuno dal cercare sempre più la luce del Suo Volto, accenderà anzi sempre più la sete dell’attesa. Credere è cor-dare, come pensavano i medievali, un dare il cuore che implica la continua lotta con l’Altro, che non viene afferrato, ma sempre di nuovo ti afferra. Il credente è e resta in questo mondo un cercatore di Dio, un mendicante del Cielo, sulle cui labbra risuonerà sempre la struggente invocazione del Salmista: «Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Salmo 27,8s). Davide, l’amato, cerca il volto rivelato e nascosto del suo Dio: volto rivelato, perché non potrebbe essere cercato se in qualche misura non avesse già raggiunto e rapito il suo cuore; e, tuttavia, volto nascosto, perché resta ardente in quello stesso cuore il desiderio della visione. Nella notte del tempo la sua anima si mostra ancora assetata della luce dell’Eterno. Il volto del Signore vuole essere sempre cercato: lo lascia intendere anche il termine ebraico panim, “volto”, vocabolo sempre plurale, che dice come il volto sia continuamente nuovo e diverso, mai uguale a se stesso eppur sempre lo stesso, com’è l’amore di Dio, fedele in eterno e proprio perciò nuovo in ogni stagione del cuore. In questa incessante ricerca del Volto amato, il credente mostra di essere veramente raggiunto, toccato e trasformato dal divino Altro, rivelato e nascosto: che cos’è peraltro la sua fede, se non il lasciarsi far prigionieri dell’invisibile? E questo avviene in un incontro sempre nuovo, mai dato per scontato, nei luoghi che la Lettera ai cercatori di Dio indica nella terza parte: la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, i sacramenti, il servizio della carità, l’attesa della vita eterna e il desiderio della bellezza divina. Chi crede non è mai un arrivato, vive al contrario da pellegrino in una sorta di conoscenza notturna, carica di attesa, sospesa tra il primo e l’ultimo avvento, già confortata dalla luce che è venuta a splendere nelle tenebre e tuttavia in una continua ricerca, assetata di aurora. Il mondo della fede non è ancora pienamente illuminato dal giorno radioso e splendido, che

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appartiene ad un altro tempo e ad un’altra patria, e tuttavia è sufficientemente rischiarato per sopportare la fatica di conservare l’amore e la speranza di Cristo. Pellegrino verso la luce, già conosciuta e non ancora pienamente raggiunta, chi crede avanza nella notte, appeso alla Croce del Figlio, vera stella della redenzione. Ma la fede è anche resa e abbandono: quando tu nella lotta capisci che vince chi perde e perdutamente ti consegni a Lui, quando ti arrendi all’assalitore notturno e lasci che la tua vita venga segnata per sempre da quell’incontro, puoi vivere la fede come un consegnarsi ciecamente all’Altro: «Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso... Mi dicevo: Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome! Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,7. 9). Nelle “confessioni” di Geremia troviamo un’altissima testimonianza di questa resa della fede: egli è un uomo che ha vissuto la lotta con Dio, ma che lottando ha saputo conoscere la capitolazione dell’amore al punto da essere pronto a consegnarsi perdutamente a Lui. Così la fede diventa anche un approdo di bellezza e di pace. Non la bellezza che il mondo conosce, non la seduzione di una verità totale, che ambisca a spiegare ogni cosa,ma la bellezza dell’Uomo dei dolori, dell’amore crocifisso, della vita donata, dell’offerta di sé al Padre e agli uomini. La pace della fede non è l’assenza di lotta, di agonia, di passione, ma è il vivere perdutamente arresi all’Altro, allo Straniero che invita, al Dio vivente. L’adorazione di cui i Magi sono testimoni non è, allora, assenza di scandalo, ma presenza di un più forte amore: la fede è scandalo, non risposta tranquilla alle nostre domande, ma, come lo è Cristo, sovversione di ogni nostra domanda, ricerca del suo Volto, desiderato, rivelato e nascosto. Solo dopo che noi lo avremo ciecamente seguito e avremo accettato di amarlo dove e come Lui vorrà, Egli diverrà per noi la sorgente della gioia che non conosce tramonto. Crederemo in Dio se saremo sempre cercatori del Suo volto, guidati dalla stella venuta nella notte, Gesù. Perciò, il credente non è che un povero ateo, che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Se non fosse tale, la sua fede non sarebbe altro che un dato sociologico, una rassicurazione mondana, una delle tante ideologie che hanno illuso il mondo e determinato l’alienazione dell’uomo. La


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA sua luce resterebbe quella del tramonto: «La terra interamente illuminata risplende di trionfale sventura» (M. Horkheimer–Th. W. Adorno). Diversamente da ogni ideologia, la fede è un continuo convertirsi a Dio, un continuo consegnargli il cuore, cominciando ogni giorno, in modo nuovo, a vivere la fatica di credere, di sperare, di amare. Proprio così, la Lettera ai cercatori di Dio non è un punto di arrivo, ma un inizio. La luce della fede è aurora di chi sa aprirsi all’oltre e al nuovo di Dio nello stupore e nell’adorazione.

4. Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese: una conclusione che è un inizio… Da questa apologia della ricerca, di cui i pellegrini guidati dalla stella sono modello fino all’approdo pervaso dallo stupore dell’adorazione, viene allora un grande no: il no alla negligenza della fede, il no ad una fede indolente, statica ed abitudinaria. E ne viene il sì ad una fede interrogante, capace ogni giorno di cominciare a consegnarsi perdutamente all’altro, a vivere l’esodo senza ritorno verso il Silenzio di Dio, dischiuso e celato nella Sua Parola. Quel no raggiunge però anche il non credente tranquillo, incapace di aprirsi alla sfida del Mistero, attestato nella presunzione del “come se Dio non ci fosse”, non disposto a rischiare la vita “come se Dio esistesse”. Se c’è una differenza da marcare, allora, nella ricerca della verità che è la ricerca di Dio, non è anzitutto quella tra credenti e non credenti, ma l’altra tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria. Con questa, è un’altra differenza che va ricordata e che resta sullo sfondo di qualunque approccio alla ricerca di Dio e agli strumenti dell’annuncio della fede: quella fra “ammiratori” e “imitatori”. Così la esprime Søren Kierkegaard in un testo di grande incisività: «Che

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differenza c’è fra un ammiratore e un imitatore? Un imitatore è ossia aspira a essere ciò ch’egli ammira; un ammiratore invece rimane personalmente fuori: in modo conscio o inconscio egli evita di vedere che quell’oggetto contiene nei suoi riguardi l’esigenza d’essere o almeno d’aspirare a essere ciò ch’egli ammira» (S. Kierkegaard, Esercizio del cristianesimo, 812). Perciò «tutta la vita del Cristo sulla terra, dal principio alla fine, fu indirizzata assolutamente ad avere solo imitatori e a impedire gli ammiratori»(810). Essere imitatori e non ammiratori di Gesù o dei suoi testimoni più luminosi, i santi, esige però una decisione, che si può prendere solo in prima persona: «Camminare soli! Sì, nessun uomo, nessuno, può scegliere per te oppure in senso ultimo e decisivo può consigliarti riguardo all’unica cosa importante, riguardo all’affare della tua salvezza... Soli! Poiché quando hai scelto, troverai certamente dei compagni di viaggio, ma nel momento decisivo e ogni volta che c’è pericolo di vita, sarai solo» (Vangelo delle sofferenze, 833). L’appello a questa decisione per Cristo è la soglia cui la Lettera ai cercatori di Dio vorrebbe condurre: la decisione stessa non potrà che avvenire però nel cuore e nella libertà di ciascuno. Solo allora, quando avremo deciso di farci pellegrini nella notte alla luce della Stella, potremo far nostra la preghiera dell’innamorato di Dio, che ha incontrato l’Amato e ancor più desidera incontrarLo, la preghiera con cui Anselmo apre il suo Proslogion, voce della sua sete di autentico cercatore di Dio: « “II Tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 26, 8). Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarTi, dove e come trovarTi... Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule, che è così distante da Te, ma che a Te appartiene? Che cosa farà il Tuo servo tormentato dall’amore per Te e gettato lontano dal Tuo volto? Anela a vederTi e il Tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarTi e la Tua abitazione è inaccessibile... Insegnami a cercarTi e mostraTi quando Ti cerco: non posso cercarTi se Tu non mi insegni, né trovarTi se non Ti mostri. Che io Ti cerchi desiderandoTi e Ti desideri cercandoTi, che io Ti trovi amandoTi e Ti ami trovandoTi».


CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 5. La via della metafora: in cammino con i Magi guidati dalla stella (Mt 2,1-12) 1. Pellegrini nella notte: la domanda di una ricerca antica e sempre nuova… - Gettati verso la morte: la ferita del dolore e dell’assenza - Assetati di vita: la potenza del domandare come lotta con la morte, voce del “mendicante del cielo” che abita in ciascuno di noi. Dalla morte alla vita… - Tentati di fermarsi: catturati dall’esilio. Rimettersi sempre in cammino, da viandanti interroganti: Wir sind Bettler, hoc est verum! Mossi dalle grandi domande:felicità e sofferenza, amore e fallimenti, lavoro e festa, giustizia e pace, la sfida di Dio… 2. Guidati dalla stella: l’annuncio del Dio che ha tempo per l’uomo - Il Dio vivente alla ricerca dell’uomo: Deus revelans, absconditus in revelatione, revelatus in absconditate. Non il Deus mortuus, otiosus dell’ideologia - Il Dio che viene: Deus adveniens, Silenzio dell’Origine, Parola eterna ed incarnata, Silenzio del destino - Il kerygma, che dice e tace, vela e rivela 3. Videro il Bambino e lo adorarono: la fede, dove domanda e annuncio si incontrano - La fede come lotta: un incontro fra viventi, sempre nuovo. Il Tuo volto Signore io cerco! - La fede come resa, abbandono e pace - La fede come sempre nuovo inizio. Il credente, ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. L’ateo, l’altra parte di chi crede 4. Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese: una conclusione che è un inizio… - No alla negligenza della fede; sì a una fede pensosa, interrogante - No al disimpegno del pensiero: sì al mettersi sempre di nuovo in ricerca da parte di chi non crede - No a essere ammiratori; sì a diventare imitatori. Sulla soglia della decisione che cambia il cuore e... la vita.

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CURIA METROPOLITANA Vicariato generale Uffici: Ecumenismo e dialogo interreligioso, Migrantes, Missionario

Mai senza l’altro

Per il secondo anno consecutivo si è svolto a Bari dall’ottobre 2008 a giugno del 2009 il corso di formazione al dialogo interreligioso. Esso è stato organizzato dagli Uffici della Curia Arcivescovile di Bari-Bitonto coinvolti nella cura pastorale degli emigrati e degli stranieri residenti nel nostro territorio diocesano: Caritas, Fondazione “Migrantes”, Ecumenismo e Dialogo interreligioso, Missionario. Gli incontri che si sono susseguiti ogni secondo lunedì del mese dalle ore 20 alle ore 21.30 presso la Casa del Clero “E. Nicodemo” (c.so A. De Gasperi, 274/A Bari) si sono ispirati al metodo dell’ascolto e dell’accoglienza, metodo così chiarito dal Card. Carlo Maria Martini: «Non si tratta di dibattiti, né di confronti apologetici finalizzati alla vittoria degli uni sugli altri: ma di un esercizio di ascolto, nella consapevolezza che il dialogo fra credenti di diverse religioni può essere utile agli uni e agli altri nel seguire meglio il proprio cammino verso l’autenticità. Compiere insieme questo esercizio senza difese e con radicale onestà, potrà inoltre essere utile ad una società che ha paura di guardarsi dentro e che rischia di vivere nella insincerità e nella scontentezza». A guidare le riunioni erano, per ogni sera, due ospiti: un cristiano (cattolico, ortodosso e protestante) e un non cristiano (comunità Bahài, musulmano, indù o buddista). A loro veniva affidato il compito di introdurre le conversazioni con

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la illustrazione di una tematica. Gli argomenti trattati sono stati: la fede e le istituzioni, il rispetto della nobiltà e dei diritti dell’uomo, la fede e la scuola, la gratuità dell’amore umano, il valore religioso della famiglia.

1. L’esperienza del dialogo interreligioso

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È naturale chiederci: quali sono stati gli obiettivi, i criteri e i risultati di questa singolare “scuola” di dialogo. Ci ha ispirato nella conduzione del corso di formazione quanto ci ha insegnato il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione sulle religioni della Chiesa con le religioni non cristiane intitolata Nostra Aetate (NAe), promulgata il 28 ottobre 1965 (in: Enchiridion Vaticanum [EV] 1 853-871). In particolare il Santo Sinodo «esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo di dialoghi e della collaborazione con i seguaci di altre religioni, rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire quei beni spirituali e morali, come pure quei valori socio culturali che si trovano presso di loro» (NAe, 2. In: EV I/858). In questo testo conciliare, che è esortativo quanto alle indicazioni pratiche e alle modalità concrete, manca il carattere vincolante, il contenuto che viene precisato al n. 5 della stessa Dichiarazione: «Non possiamo, però, invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati a immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli uomini fratelli sono così connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama non ha conosciuto Dio”(2 Gv 4,8). Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che, tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, introduce discriminazione in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne derivano» (in: EV I/869-870). Per capire l’insegnamento conciliare circa il contenuto, le finalità e i criteri del dialogo interreligioso, bisogna tener conto di tre note che caratterizzano e il dialogo ecumenico tra cristiani di diverse confessioni di fede e il dialogo interreligioso tra credenti di diverse fedi. C’è una direzione “dottrinale”, una “di servizio”, e un amore “spirituale”. ”Dottrinale” è il dialogo di conoscenza reciproca di


CURIA METROPOLITANA quei “beni spirituali e morali” che vanno riconosciuti, stimati e conservati, spesso comuni al patrimonio religioso dei dialoganti. “Di servizio” è quel modo di dialogare che impegna i cristiani a farsi carico della carità, così da aiutare i credenti in genere a realizzare progetti di pace, di libertà, di diritto, onde testimoniare la fede, propria cristiana, nella Signoria di Cristo nel processo storico di liberazione e di promozione umana. “Spirituale”, infine, è quel dialogo che impegna tutti i cristiani a decidersi seriamente alla “conversione” di mentalità e di vita. Senza la dimensione spirituale ciò che viene promosso e realizzato tra cristiani e non cristiani è solo etico, filantropico, educativo, amministrativo, ma non salvifico ed evangelico. In altri termini: senza un processo continuo di “conversione” il dialogo interreligioso, che ne è riflesso permanente, si riduce a politica burocratica tra credenti, così che i loro “accordi” e le loro “intese”, non superano la soglia civile della convivenza democratica. Un dialogo tra cristiani e non cristiani che viene dall’uomo è, perciò, un dialogo non secondo la fede, non banale, certamente, ma posto al di qua di Cristo e del Suo Regno che viene in questo mondo. Per questo la «testimonianza di fede e di vita cristiana» di cui parla la Dichiarazione va ritenuta come anima del dialogo interreligioso. Quest’anima può essere definita la “fratellanza universale”.

2. La fratellanza universale È la “conversione” del cristiano come stile di vita, “conversione del cuore” che adora e invoca Dio come Padre di tutti e che «nulla rigetta di quanto nelle altre religioni è vero e santo. La Chiesa con sincero rispetto considera quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunziare, incessantemente Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), nel quale gli uomini trovano la

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pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose» (NAe, 2. In: EV I 857-858). La fraternità universale dunque, a partire da Dio che è Padre di tutti gli uomini e che li salva dal peccato per mezzo della morte del Suo Figlio Gesù Cristo. Vita di santità, la quale entra nell’economia del dialogo interreligioso, perché ne costituisce la logica sanante e vincente. Si deve infatti ricordare che il razzismo e ogni forma di discriminazione etica, nazionale e culturale sono l’esito della mancata fraternità universale. Per questo il Concilio Vaticano II «condanna, come contraria alla volontà di Cristo, ogni discriminazione tra gli uomini e ogni persecuzione perpetrata per motivi di razza o di colore, di condizione sociale e di religione» (ivi, 5; in: EV I/871). La fraternità universale ha come frutto suo inequivocabile l’unità della famiglia umana. Il che permette di affermare con altrettanta chiarezza che lì dove s’instaurano forme di discriminazione e di razzismo, la carità universale viene tradita. È il segno del peccato. Il peccato di chi e il peccato di come? Può essere inutile una domanda e una risposta. La domanda chiede chi ha messo in Croce Cristo: di dove, cioè viene la causa della Sua morte? La risposta immediata dice: “gli ebrei o romani”. La risposta, “pensata” e vera, dice: il peccato degli uomini. Allo stesso modo, chi facesse carico delle discriminazioni razziali il popolo “ignorante” risponderebbe immediatamente. La risposta vera dice: il peccato della Chiesa. Questa diagnosi va capita bene. Le divisioni nell’umanità non possono in alcuna maniera essere imputate solo alla gente e, quindi, neppure alle Chiese che ne portano la responsabilità di formazione. Ciò che la diagnosi afferma è un’altra cosa. Essa vuol far capire che ogni forma di razzismo innesta nella Chiesa un processo di disgregazione e neutralizza la forza “amante” di Dio che raccoglie i popoli nell’unità e nella unicità della famiglia umana. Si frappone alla morte e risurrezione di Cristo che chiama le nazioni nell’unico popolo di Dio, che è come dire che il peccato in atto nella Chiesa e nella vita dei cristiani è la fonte ultima che spiega lo stato permanente dei conflitti razziali o internazionali. Il peccato di tutti, allora, e di ciascuno, anche se ha nulla a che vedere con la questione razzista. Esso immette nella Chiesa fermenti continui di intossicazione e interrompe il flusso della fraternità universale. Il peccato, mentre è sempre personale, non è mai priva-


CURIA METROPOLITANA to. Il cristiano vive nella solidarietà della comunione universale, così che la sua fedeltà o la sua infedeltà è sempre “corale”. Non esiste, infatti, un “a tu per tu” dell’uomo con Dio che si esaurisca nel circuito dei due. Dio che l’uomo incontra non è mai solo: Egli è sempre con gli uomini del Suo Amore. E ancora: l’uomo che incontra Dio non è mai solo, perché incontra Dio con tutti gli uomini che Dio ama. Il nome di Cristo è “Emanuele”, che vuol dire “Dio è con noi”. Gesù è “Dio per noi”. Allora la fedeltà alla fraternità universale, per Cristo ed in Cristo, fa stare nel “con” e nel “per” Dio con gli uomini del Suo Amore. È l’economia storico-misterica del Corpo Mistico di Cristo. Il dialogo interreligioso, concludendo, sarà prima di tutto e radicalmente una “conversione del cuore” che diventa “santità di vita”. Là dove si innesta un movimento di santità, anche se non cosciente della sua portata interreligiosa, si immettono nel Corpo di Cristo fermenti di unità universale che riparano le malattie che spezzano le membra del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Il dialogo interreligioso gioca, di conseguenza, a questo livello tutte le sue possibilità. Lotta al peccato, quindi, e impegno per la santità costituiscono il flusso costante che anima l’esperienza interreligiosa. Il dialogo interreligioso sarà sempre e solo una competizione di santità, nella quale la fede, la speranza e la carità di una religione diventano stimolo e provocazione per la fede, per la speranza e la carità delle altre religioni. In un incontro continuo, la fedeltà a Cristo, sempre nuovamente ricercata e desiderata, diventa forza sanante che la Grazia dell’Amore di Dio darà alla sua Chiesa e alla umanità, perché esse insieme camminino verso l’unità della famiglia umana che l’attende nel futuro che Dio riserba loro.

3. Il dialogo comincia in famiglia Occorre sottolineare un altro punto importante: la necessità di promuovere un dialogo all’interno delle nostre famiglie e delle nostre

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comunità cristiane. Il primo “altro” è quello con cui viviamo ogni giorno. Una sana visione delle cose infatti, ma soprattutto una lealtà interiore, ci impongono di fare tutto ciò che è possibile per conservare, esprimere e approfondire la comunione nell’ambito della famiglia propria, nell’interno dei nostri gruppi, fra le diverse iniziative ecclesiali nella parrocchia e nella diocesi. è questo il test della nostra seria sensibilità interreligiosa. La fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa esige da noi il rifiuto di ogni indifferenza, diffidenza e ostilità a costo anche di soffrire ciò che va sofferto. Le tensioni inevitabili, i disaccordi creati, le divergenze caratteriali e culturali devono essere integrati in una comunione vissuta, la quale suppone l’esercizio paziente e continuo del perdono reciproco. Sarebbe infatti una pericolosa e terribile illusione, se non proprio inganno il voler lavorare per le iniziative interreligiose senza impegnare nello stesso tempo tutte le nostre energie a fortificare l’unione della comunità in cui si vive. Il vero dialogo, quello ecumenico, fra i cristiani di diverse Chiese e comunità ecclesiali, e quello interreligioso, fra credenti di diverse fedi, non deve diventare una fuga, un’evasione dal concreto quotidiano in cui siamo chiamati a vivere. In tale dimensione, non ha senso l’atteggiamento di coloro che vorrebbero far parte di gruppi ecumenici o interreligiosi per opposizione ad un cattolicesimo giudicato “tradizionale” o “integrista”, oppure custodiscono un’aggressività interna contro associazioni, aggregazioni ecclesiali o movimenti. È chiaro che l’interreligiosità non può essere l’esperienza degli insoddisfatti, né il rifugio degli spiriti inquieti. Il dialogo non è forse semplicemente la ricerca costante di una fede più pura e più piena, promuovendo, nel confronto sincero e leale, la condivisione con i fratelli di altre fedi di ciò che è essenziale alla nostra vita, alla nostra religiosità, all’impegno sociale? Tutto ciò nel pluralismo delle esperienze e delle tradizioni spirituali. È qui precisamente la bellezza dell’anima interreligiosa di cui si è parlato prima. sac. Angelo Romita Direttore Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso


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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

1. Istituzioni - La sera del 26 luglio 2009, XVII domenica del Tempo Ordinario, nella Cattedrale di Bari, S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, ha istituito accolito il seminarista diocesano Alessandro Tanzi.

2. Nomine e decreti singolari S.E. l’Arcivescovo ha istituito, in data: - 6 luglio 2009 (Prot. n. 31/09/D.A.S.-I.), p. Carlo De Filippis, O.C.D. all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Maria del Monte Carmelo in Bari; - 10 luglio 2009 (Prot. n. 32/09/D.A.S.-N.), p. Francesco Piciocco, O.F.M. all’ufficio di assistente diocesano dell’UNITALSI, per tre anni.

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CURIA METROPOLITANA Settore Diaconato permanente e ministeri istituiti

Relazione sulle attività dell’anno 2008-2009

Com’è consuetudine, ormai, agli inizi di giugno, si è concluso l’anno di corso di preparazione al diaconato permanente. Il corso, quest’anno, è stato frequentato solo da coloro che a suo tempo hanno chiesto di intraprendere il cammino per detto ministero, ma con una novità. Coloro che hanno iniziato il corso durante l’ormai trascorso anno pastorale hanno frequentato l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, oltre l’Oasi S. Martino, sede della Scuola di formazione per i diaconi e per i candidati per i ministeri istituiti. All’ISSR hanno frequentato i corsi di teologia, mentre all’Oasi hanno seguito i corsi delle discipline specifiche del diaconato. Il tutto, ovviamente secondo la scelta dell’arcidiocesi. Probabilmente per loro sono aumentate le difficoltà di organizzazione e di tempo da dedicare, ma i frutti sembrano essere stati buoni. Per i candidati, invece, del II, III e IV anno, tutto si è svolto regolarmente nell’ambito dell’Oasi. Per i candidati al V anno, Giuseppe Delle Grazie (parrocchia S. Giuseppe in Palo del Colle) e Pasquale Panzarino (parrocchia S. Maria di Monteverde in Grumo Appula), i luoghi di “tirocinio” e “studio” sono stati: - l’Oasi S. Martino per studio e approfondimento dei documenti del Magistero, guidati dal prof. Giuseppe Micunco; - l’Ospedale Di Venere per la pastorale della salute, guidata da don Vito D’Apolito;

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- l’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro, guidata dal dr. Vito Micunco. I candidati frequentanti sono stati diciassette (17), di cui cinque (5) extradiocesani: - tre di primo anno; - quattro di secondo anno (uno extradiocesano);. - tre di terzo anno (due extradiocesani); - cinque di quarto anno (tre extradiocesani); - due di quinto anno. Oltre al vicario episcopale per il diaconato permanente e i ministeri istituiti, mons. Vito Bitetto, che ha guidato il corso “Religioni non cristiane”, per complessive otto (8) ore di lezione, con esami finali, diversi sono stati i docenti che si sono avvicendati nell’insegnamento delle varie discipline e nella formazione – preparazione dei candidati: - don Ubaldo Aruanno ha guidato il corso di “Lettura e commento della Lumen gentium”, per complessive dieci (10) ore di lezione, con esame finale; - don Nicola Colatorti ha guidato il corso su “Morale familiare e sociale” per dieci (10) ore di lezione, con esame finale; - il prof. Giuseppe Micunco ha guidato un corso di dieci (10) ore, con esame finale su “Teologia del sacramento dell’Ordine”, e di dieci (10) ore, con esame finale, su teologia e liturgia del Battesimo; - il prof. Pasquale Corsi ha guidato un corso di dieci (10) ore su “Storia della Chiesa (XIII-XX sec.)”, con esame finale; - il diac. Bruno Ressa ha guidato un corso di dieci (10) ore, con esame finale, su “Teologia e liturgia del sacramento del Matrimonio”; - il diac. Luigi Inversi ha guidato un corso di sei (6) ore su “Realtà ultime”, con relazione finale; - il diac. Paolo Giusto ha guidato un corso di cinque (5) ore su “Rito di ordinazione del diacono”, con relazione finale; - il diac. Bruno Ressa ha guidato un corso di “Esercitazioni pratiche”, per quindici (15) ore complessive. Hanno completato l’iter formativo le seguenti altre attività: - un incontro di un pomeriggio con S.E. l’Arcivescovo, mons. Francesco Cacucci;


CURIA METROPOLITANA - un incontro di un pomeriggio con l’economo diocesano, mons. Vito Nicola Manchisi, e con don Gaetano Coviello, direttore dell’Ufficio amministrativo dell’arcidiocesi; - un incontro di un pomeriggio con i diaconi; - un incontro di un pomeriggio delle mogli dei candidati diaconi; - un incontro di un pomeriggio con le mogli dei candidati e alcune mogli di diaconi; - un incontro di un pomeriggio con i seminaristi di teologia, presso il Seminario Regionale di Molfetta; - un incontro di un pomeriggio con il delegato regionale per l’ecumenismo; - la partecipazione alla Messa crismale; - la partecipazione alla celebrazione eucaristica del lunedì santo nella cappella del Seminario arcivescovile, durante la quale è stata data l’ammissione ufficiale ai tre nuovi candidati per il diaconato permanente. La festa di fraternità alla fine dell’anno formativo ha concluso il cammino annuale nella gioia. Inoltre, durante i giorni di condivisione-studio presso il santuario “Mater Ecclesiae” in Jaddico (Br), in novembre, e l’Oasi “S. Maria dell’Isola” in Conversano, a giugno, si è avuto modo di riflettere, in un clima di fraternità e preghiera più intensa, sull’VIII capitolo della Lumen gentium – vocazione alla santità (novembre 2008), nonché sul celibato consacrato e la castità nel matrimonio – Familiaris consortio (giugno 2009). Un ritiro spirituale nei giorni di condivisione-studio, tenuto da mons. Vito Bitetto, ha contribuito non poco al discernimento della propria vocazione e alla consapevolezza della necessità-importanza della preghiera personale e comunitaria. Nell’ambito delle attività annuali, nel tempo di Avvento e di Quaresima, a vantaggio dei ministeri istituiti, si sono realizzati due incontri diocesani per i lettori e due per gli accoliti. In questi incontri, dopo un momento di intensa preghiera comunitaria, si è passati ad una utile conversazione, tenuta dal prof. Giuseppe Micunco, sulla seconda parte della lettera enciclica Spe salvi.

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Infine, grati a Dio, avendo terminato il piano di studio e il periodo formativo, il 13 dicembre 2009 saranno ordinati in Cattedrale, per imposizione delle mani di S.E. Rev.ma mons. Francesco Cacucci, due (2) diaconi permanenti: Giuseppe Delle Grazie, della parrocchia S. Giuseppe in Palo del Colle, e Pasquale Panzarino, della parrocchia S. Maria di Monteverde in Grumo Appula. Con quest’ultima ordinazione, il numero complessivo dei diaconi permanenti nella nostra diocesi è di settantuno (71), oltre Orlando Matani, Raffaele Chirico, Oronzo De Santis, Lucio Vitolli e Luigi Del Vecchio che il Signore ha chiamato a sé perché vivano con Lui nella gioia eterna. Nel formulare a tutti gli auguri di buon lavoro, accompagnati dalla grazia di Dio, chiediamo per loro e per gli altri già ordinati la preghiera delle comunità in mezzo alle quali eserciteranno o già esercitano il loro ministero, perché sia reso alla Chiesa un autentico servizio e a Dio un canto di lode e di ringraziamento. È infatti necessario che tutti noi richiamiamo alla nostra mente la grande verità espressa in maniera sintetica ma luminosa nella Lumen gentium: «questi carismi, straordinari o anche semplici e più largamente diffusi, sono appropriati alle necessità della Chiesa e perciò si devono accogliere con gratitudine e gioia» (n. 12). Tutto è dono di Dio, a lode Sua sia l’esercizio del loro servizio ai fratelli. I pastori d’anime con l’ aiuto dello Spirito Santo siano solleciti ad individuare tra i fedeli chi ha particolare attitudine al servizio. La volontà di Dio e le preghiere faranno il resto. Chi è chiamato, da parte sua, sappia che «servire Cristo vuol dire regnare». 636

mons. Vito Bitetto Vicario episcopale per il diaconato permanente e i ministeri istituiti diac. Bruno Ressa Collaboratore dell’Ufficio


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CURIA METROPOLITANA Settore Carità. Ufficio per la pastorale della salute La celebrazione della XVII Giornata mondiale del malato nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto

Una Giornata oltre la giornata

“Valorizzare la Giornata del malato come occasione formativa della comunità” I vescovi italiani, nell’ultima nota pastorale su “La comunità cristiana e la pastorale della salute”, suggeriscono alcune priorità: far riscoprire ai fedeli la loro vocazione missionaria; assicurare una formazione adeguata agli operatori pastorali; promuovere un coordinamento efficace delle associazioni che operano nel settore sanitario e socio-sanitario, presenti nel territorio; valorizzare la Giornata mondiale del malato, come occasione formativa della comunità cristiana; favorire il sorgere o potenziare, se già esistono, microstrutture o concrete iniziative che mirano a realizzare luoghi di assistenza e accoglienza per gli anziani, i malati in fase terminale, i disabili, i bisognosi di cura, e a offrire ospitalità ai familiari dei malati ricoverati1. La Chiesa particolare di Bari-Bitonto da circa trent’anni (dai primi anni degli anni 80) si sforza di sottolineare la centralità dell’appuntamento annuale della memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, perché la celebrazione della Giornata del malato «faccia 1

Cfr Commissione episcopale CEI per il servizio della carità e della salute, Nota pastorale “Predicate il Vangelo e curate i malati”. La comunità cristiana e la pastorale della salute (= PVCM), Roma, 4 giugno 2006, n. 67.

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un salto di qualità, sviluppando, oltre che la dimensione cultuale, già diffusa e sentita nelle parrocchie, anche quella culturale»2. In questa sede vogliamo offrire una lettura teologico-pastorale delle iniziative che hanno costellato la XVII Giornata, caratterizzata da tre elementi significativi: il progressivo coinvolgimento delle componenti del popolo di Dio, la moltiplicazione dei segni “memoriali” dell’evento celebrativo, la conferma di alcune “linee costanti” della stessa Giornata. Coinvolgimento della comunità cristiana e della società civile In questi ultimi anni, e soprattutto nel 2009, si sta notando un progressivo e maggiore coinvolgimento di tutte le fasce di età della comunità cristiana ed anche delle istituzioni civili nella celebrazione della Giornata.

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a) Innanzitutto la Giornata del malato coinvolge le persone e le famiglie che vivono l’evento della malattia in prima persona, o a domicilio o nelle strutture sanitarie o nelle case di cura. Possiamo affermare che la data dell’11 febbraio non passa inosservata in nessun ambiente. In questo contesto vanno evidenziate le celebrazioni liturgiche e sacramentali che si sono svolte nel grande complesso sanitario del Policlinico Consorziale, ove si sono vissute l’Eucaristia, le processioni eucaristiche o celebrazioni della Parola nelle singole cliniche con la ricaduta concreta sugli operatori sanitari e sui familiari dei ricoverati. Nel presidio ospedaliero “S. Paolo” la cappellania ospedaliera “San Raffaele” ha dato ampio spazio alla proposta dei sacramenti della riconciliazione e dell’unzione degli infermi precedentemente preparati, al coinvolgimento delle sette comunità parrocchiali del territorio con i loro pastori e fedeli nella concelebrazione eucaristica, al Santissimo Sacramento portato solennemente in processione fuori dell’edificio sacro. Nel presidio ospedaliero “F. Fallacara” di Triggiano i malati sono stati coinvolti sia nelle singole stanze dei reparti che nella chiesa

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CURIA METROPOLITANA della struttura sanitaria in celebrazioni liturgiche o in momenti di condivisione fraterna. Nel presidio ospedaliero pediatrico “Giovanni XXIII” ai piccoli ricoverati è stato fatto conoscere il messaggio del Papa scritto per la ricorrenza ove egli afferma: «Cari bambini, malati e sofferenti, il Papa vi abbraccia con affetto paterno insieme con i vostri genitori e familiari, e vi assicura uno speciale ricordo nella preghiera, invitandovi a confidare nel materno aiuto dell’Immacolata Vergine Maria, che nel passato Natale abbiamo ancora una volta contemplato mentre stringe con gioia tra le braccia il Figlio di Dio fatto bambino»3. In numerose parrocchie, i malati sono stati visitati dai ministri straordinari della santa Comunione non solo per portare loro il corpo di Cristo, ma anche per vivere con loro un momento di fraternità e per donare loro piccoli doni, segni della premura di tutta la comunità ecclesiale. b) Inoltre è necessario ricordare che anche tutti i sacerdoti, parroci o cappellani ospedalieri, hanno sentito particolarmente l’importanza della Giornata, espressa non solo nelle celebrazioni sacramentali, ma anche nell’impegno di animazione delle loro comunità cristiane alla preparazione delle diverse iniziative pastorali. Merita una particolare menzione il coinvolgimento di tutti i parroci della città di Triggiano, che hanno voluto portare a spalla la statua della Madonna Immacolata in una processione svolta per le strade cittadine, che è partita dall’ospedale locale per concludersi presso la chiesa matrice. c) Anche i diaconi, coinvolti nella pastorale della salute negli ospedali e nelle parrocchie, hanno offerto il loro contributo, impegnandosi a ricordare il fondamento teologico delle iniziative pastorali, che è la carità che si fa servizio. Per esempio, presso i presidi ospe-

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Benedetto XVI, Messaggio per la XVII Giornata mondiale del malato, Città del Vaticano, 2 febbraio 2009.

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dalieri “Giovanni XXIII” di Bari e “Paradiso” di Gioia del Colle, il diacono si è fatto animatore e promotore dell’organizzazione delle molteplici iniziative sacramentali e culturali per le comunità dei ricoverati. Non è mancata la presenza dei religiosi e delle religiose nell’organizzazione delle varie attività celebrative a favore dei malati. Pur essendo quasi scomparso del tutto il servizio delle suore negli ospedali, dove sono rimaste e nelle parrocchie si sforzano di dare il loro specifico contributo all’animazione della Giornata. d) È consolante notare anche l’adesione delle molteplici associazioni di ispirazione cristiana alle programmazioni delle iniziative messe in atto in occasione della Giornata del malato: l’Unitalsi, il Centro Volontari della sofferenza, i gruppi dell’Azione Cattolica e dell’Azione Cattolica Ragazzi (ACR), l’Associazione mariana di assistenza e sollievo degli infermi (AMASI), l’Associazione volontari ospedalieri (AVO), l’UNIVOL, gli operatori della Caritas, i gruppi scouts,… Ciascun gruppo o associazione ha contribuito al raggiungimento delle finalità della Giornata, offrendo l’aiuto specifico del proprio settore.

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e) Lo spostamento della Giornata alla domenica successiva ha permesso a tutti i fedeli che hanno partecipato alle celebrazioni eucaristiche di “sentire” l’appuntamento annuale come proprio e di accogliere sia i messaggi dell’evento che i sussidi preparati dall’Ufficio nazionale. Ormai si può affermare con tranquillità che nella nostra Chiesa particolare la Giornata mondiale del malato è conosciuta da tutti i battezzati che prendono parte in vari modi alla vita della comunità cristiana. In tutte le comunità e luoghi, in generale si è notato, secondo le relazioni pervenute all’Ufficio diocesano, un entusiasmo maggiore verso la celebrazione della Giornata sia da parte degli anziani che da parte dei giovani, da parte dei singoli e da parte di famiglie intere. f) In alcune città della nostra arcidiocesi sono state coinvolte le autorità civili, che si sono fatte sensibili all’invito dei parroci, partecipando alle iniziative religiose e sociali organizzate a favore dei malati. In alcuni paesi hanno offerto il loro contributo per il trasporto dei malati dalle proprie case alla chiesa del luogo.


CURIA METROPOLITANA È consolante sottolineare che alcune comunità parrocchiali hanno sentito il bisogno anche di dedicare giorni di preparazione all’evento: quella dell’Immacolata di Lourdes di Gioia del Colle ha vissuto una novena intera per far conoscere il significato e le finalità della ricorrenza annuale, mentre le due parrocchie di Grumo Appula hanno previsto un triduo di preghiera e di catechesi per vivere più consapevolmente la Giornata. Da parte del terzo vicariato di Modugno è stato riservato un incontro di preparazione per riflettere insieme sul sussidio dell’Ufficio “Educazione alla salute, educazione alla vita”. La moltiplicazione dei segni espressivi dell’amore verso i malati Un altro dato caratteristico della celebrazione diocesana della Giornata del malato è lo sforzo comune di dare spazio alla fantasia della carità per preparare piccoli doni o iniziative varie come segni della tenerezza di Dio e della comunità verso chi soffre. La parrocchia S. Maria Assunta di Palo del Colle ha preparato attraverso i volontari numerosi vassoi di dolcetti che sono stati distribuiti ai malati durante la visita ai loro domicili; quella di Noicattaro, che celebra la Madonna di Lourdes come protettrice, ha organizzato una partita di calcio per i non vedenti; i giovani hanno preparato una rappresentazione teatrale, gli “amici della lirica” hanno offerto brani di musica classica e un’associazione è riuscita a far gustare un concerto di musica gospel. Il parroco ha coinvolto le autorità civili e militari in tutte le manifestazioni religiose e ricreative. La parrocchia di S. Maria di Monteverde a Grumo Appula ha organizzato una missione paolina per la propria comunità nel territorio, facendo conoscere la grande figura e il profondo messaggio dell’apostolo delle genti. Molte comunità e associazioni hanno approfittato della particolare occasione per distribuire ai malati le corone per la recita del rosario o copie dei singoli vangeli come sussidi per la vita spirituale quotidiana (anche nel Policlinico Consorziale di Bari).

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Una particolare menzione merita l’iniziativa dell’Associazione volontari ospedalieri (AVO) operante presso l’ospedale S. Paolo da cinque anni con 80 unità, che ha allestito presso il reparto pediatrico del nosocomio la stanza della biblioteca-ludoteca Le quattro stagioni , in collaborazione con l’associazione culturale europea Libri su misura , per promuovere la lettura, la scrittura e le attività grafico-pittoriche e manipolative come ausilio terapeutico. La stessa associazione di volontariato lo scorso anno riservò l’attenzione ai due reparti di ortopedia, donando due deambulatori e due carrozzine. Conferma di alcune “linee costanti” della celebrazione della Giornata

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Alcune linee costanti della celebrazione diocesana della Giornata del malato sono la promozione e la valorizzazione dei tre sacramenti attraverso specifiche catechesi: la Riconciliazione o Confessione, l’Eucaristia o Messa, l’Unzione dei malati offerta sia ai singoli che in celebrazioni comunitarie. In riferimento a quest’ultimo sacramento, l’Ufficio e la Consulta per la pastorale della salute hanno curato la pubblicazione di un sussidio illustrato: Saremo simili a Lui 4. Esso, con la presentazione dell’arcivescovo, mons. Francesco Cacucci, ha offerto riflessioni sull’escatologia cristiana ed elementi per una celebrazione corretta del sacramento per evitare alcuni abusi, quale l’offerta del sacramento a tutti i presenti ai momenti celebrativi o l’estensione dello stesso ai malati di depressione o di altre infermità non considerate ordinariamente mortali. Le processioni si vanno moltiplicando come testimonianza di fede e di preghiera sia negli ospedali che nel territorio parrocchiale: esse assumono un carattere eucaristico se viene portato solennemente in processione Gesù Eucaristia esposto nell’ostensorio oppure un carattere mariano se sono proposte al pubblico statue o quadri della Beata Vergine Maria di Lourdes, con tutti gli elementi caratteristici che si vivono nella cittadina francese.

4 Cfr Arcidiocesi di Bari-Bitonto – Ufficio e Consulta per la pastorale della salute, Saremo simili a Lui. Pellegrini verso la casa del Padre. Speranza cristiana e unzione degli infermi, Edizioni Centro Volontari della Sofferenza, Roma 2009. Al libro è allegato un CD con l’audio del testo, pp. 75.


CURIA METROPOLITANA Da alcuni decenni la diocesi si prepara alla celebrazione della Giornata con un incontro formativo diretto principalmente, ma non esclusivamente, ai ministri straordinari della santa Comunione: essa è organizzata nel mese di gennaio dall’Ufficio, che si premura di invitare una persona qualificata per illustrare e approfondire il tema della stessa Giornata. Nell’occasione si fanno conoscere tutti i sussidi preparati dall’Ufficio nazionale e quindi alla fine si distribuiscono ad ogni parrocchia o associazione il materiale di animazione. Anche quest’anno vi hanno partecipato oltre 500 operatori pastorali per ascoltare il prof. Salvino Leone, la cui relazione, molto applaudita, è stata moltiplicata sui CD e distribuita ai numerosi richiedenti. La Scuola diocesana di pastorale sanitaria, col biennio di etica e umanizzazione, al suo XIII anno di vita, nei mesi gennaio-marzo 2009 ha dedicato varie lezioni ai temi etici sensibili della nascita, insieme ad ulteriori tematiche di attualità5. Due novità hanno arricchito i mesi immediatamente successivi alla Giornata ed hanno aiutato la comunità diocesana ad avere tra le mani ulteriori strumenti formativi: 1. La partecipazione alla giornata residenziale di formazione permanente, proposta dall’Ufficio regionale, a Lanzo di Martina Franca (Ta), il 17-18 aprile 2009 sul tema “La sofferenza luogo di apprendimento della speranza”. La nostra Chiesa locale non solo vi ha preso parte attivamente con un nutrito gruppo di operatori pastorali della cappellania ospedaliera del Policlinico di Bari, ma ha offerto il proprio contributo con l’intervento del direttore su “La cappellania ospedaliera: servizio di comunione per la speranza nel

5 Dal depliant del calendario delle lezioni dell’anno scolastico 2008-2009 possiamo conoscere i docenti e gli argomenti affrontati: “La fragilità della famiglia nella perdita di una persona cara” (O. Scaramuzzi), “Cure palliative e Hospice: realtà pugliese” (T. Fusaro), “Counseling rivolto a dializzati e disabili, a malati psichiatrici e anziani” (A. Pangrazzi), “Obiezione di coscienza e contraccezione di emergenza” – “Aborti nascosti e aborti tardivi” (F. M. Boscia), “Gli anziani in una società che cambia” (G. Baldassarre).

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mondo della salute”, inserito nella pubblicazione dei relativi Atti, con la casa editrice “Servi della Sofferenza”6. 2. La pubblicazione della tesi di dottorato in teologia con specializzazione in teologia pastorale sanitaria del direttore dell’Ufficio diocesano7: Leonardo Nunzio Di Taranto, La cappellania ospedaliera cantiere di Chiesa comunionale. Si tratta di una ricerca teologico-pastorale, messa nelle mani della Chiesa italiana perché possa percorrere e sperimentare questa strada originale di servizio ai malati nelle istituzioni sanitarie da parte di una équipe formata da tutti i componenti del popolo di Dio (sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi, laici e laiche). Guardando in avanti, con speranza Dinanzi a questa ricca realtà operativa che ruota attorno alla celebrazione della Giornata mondiale del malato nasce spontanea una preghiera allo Spirito Santo che anima i cuori e spinge le volontà ad operare il bene, soprattutto a favore degli ultimi. La Chiesa di Bari-Bitonto, con umiltà e gratitudine, ha messo in evidenza tutto l’impegno delle diverse comunità cristiane con lo spirito evangelico delle parole di Gesù: «Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). L’Ufficio per la pastorale della salute è lieto di aver risposto positivamente con la celebrazione della XVII Giornata del malato ad un suo preciso compito, affidatogli dai vescovi italiani: «la promozione di iniziative finalizzate a migliorare l’assistenza ai malati, con particolare attenzione alle persone sole, emarginate, che richiedono cure particolari»8. 644

p. Leonardo Nunzio Di Taranto direttore dell’Ufficio per la pastorale della salute

6 Cfr F. Urso (a cura di), Orizzonti di speranza nel mondo della fragilità e della salute, Edizioni Servi della Sofferenza, S. Giorgio Jonico (Ta) 2009. 7 Cfr L. N. Di Taranto, La cappellania ospedaliera, cantiere di Chiesa comunionale – Cosa è – come è nata in Italia – quale il fondamento biblico-teologico – chi può farne parte – la missione evangelizzatrice – collaborazione con la parrocchia – problemi aperti, Prefazione di G. Cinà, Edizioni Servi della Sofferenza, S. Giorgio Jonico (Ta) 2009. 8 PVCM, n. 64.


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CONSULTORIO FAMILIARE DIOCESANO Un anno di vita

A gennaio di quest’anno la Confederazione regionale dei consultori d’ispirazione cristiana ha promosso un convegno dal titolo “Ripensare i consultori familiari in Puglia” per operare una sorta di verifica a trent’anni dalla legge regionale che ha istituito i consultori e in vista dell’ipotesi di un accreditamento regionale dei consultori privati. Anche il nostro Arcivescovo è intervenuto con una relazione dal titolo: “La profonda umanità della ispirazione cristiana nella promozione della famiglia”, indicando nel consultorio familiare un luogo concreto per aiutare le famiglie ad essere se stesse in una società che sta annegando nel relativismo. Il documento finale di questo convegno ha individuato una serie di obiettivi quasi per marcare la differenza qualitativa rispetto ai consultori pubblici, rivendicando la “vocazione” ad occuparsi della famiglia nell’ottica della prevenzione attraverso colloqui prematrimoniali sulle dinamiche relazionali, sulle fasi evolutive della vita di coppia e della famiglia, sulla procreazione responsabile, sulla responsabilità genitoriale, sulla diagnosi prenatale e via dicendo. Sempre nel documento si considera, invece, residuale l’intervento definito di “pronto soccorso” per le situazioni patologiche nelle relazioni familiari o di coppia. L’esperienza del nostro Consultorio diocesano in realtà, se si fa riferimento alle richieste di un’utenza che non proviene solo dalle parrocchie ma è per il 70% esterna ai nostri contesti ecclesiali, ha richiesto un sostegno per situazioni di difficoltà e di crisi relazionali all’interno della famiglia e della coppia oltre che delle singole persone. Del resto il termine “consultorio” nella sua immediata accezione rimanda ad un luogo dove si accede per consultarsi ossia per richie-

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dere - se vogliamo da protagonisti e non solo da “pazienti”- un aiuto per le difficoltà che rientrano nelle circostanze ordinarie prima che nella patologia vera e propria. Ci sono , infatti, nella vita delle persone e nelle famiglie, situazioni di “crisi” nella duplice accezione di difficoltà e di passaggio, suscettibili di evoluzioni positive di superamento ma accompagnate, spesso, da incertezze, confusione, senso di inadeguatezza e sofferenza profonda. Tanto per dare delle cifre, dall’inizio di quest’anno sono state effettuate 296 consulenze psicologiche senza contare quelle ginecologiche e legali, per un totale di 401 consulenze. È chiaro che in un’ottica riparatoria si offrono risposte ai bisogni di cui gli utenti sono portatori, senza escluderne una di prevenzione per promuovere una cultura della famiglia e delle relazioni interpersonali. Ma per fare tutto ciò occorrerebbe uno stuolo di consulenti motivati e competenti e non volontari generici. Attualmente il Consultorio diocesano si avvale di una équipe composta di 10 consulenti: 7 psicologi, 2 avvocati e un ginecologo. Sono tutti volontari, arrivati in questi ultimi tre anni come dono della Provvidenza, e senza il loro entusiasmo e la loro competenza il Consultorio non potrebbe offrire alcun servizio. Grazie alla loro generosità e disponibilità è stato anche possibile collaborare con l’Associazione AZALEA, che si occupa delle donne vittime di tratta, e con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di Bari per un percorso di reinserimento sociale di un detenuto. In conclusione, i campi di intervento sono molti: pensiamo, ad esempio, alla possibilità di lavorare in più stretta collaborazione con il Tribunale minorile in percorsi di accompagnamento delle famiglie che accolgono i minori in adozione o in affido, ma le forze in campo sono appena sufficienti, come dicevamo, per il cosiddetto “pronto soccorso”. È chiaro che è meglio prevenire che curare, ma non essendo onnipotenti bisogna darsi delle priorità anche in relazione alle richieste. Quindi, senza togliere nulla ai progetti di prevenzione per i quali penso debbano essere coinvolte non solo altre “agenzie” come la scuola, ma anche e soprattutto le comunità ecclesiali nelle loro articolazioni, mi piace considerare il Consultorio quasi come una “locanda” dove si cerca di curare le ferite di una umanità dolente. prof. Francesca Vessia, Presidente del Consultorio


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PUBBLICAZIONI Antonio Rosmini. La persona umana Malessere diagnosi e terapia dell’amore

Presentazione di Francesco Bellino a Antonio Rosmini. La persona umana Malessere diagnosi e terapia dell’amore di Pietro Addante Laruffa Editore, Reggio Calabria 2008 Indice: Presentazione di Francesco Bellino; Parte prima Persona ed eclissi della ragione: I. Persona e malessere 1. “L’umanità gravemente ammalata” - 2. ”lnvestigare il carattere di questa malattia”- 3. Salvare l’unità della persona. - 4. L’eclissi della ragione. La perdita dell’ideale della società civile – 5. La perdita del bene comune - 6. La mancanza di una “lunga, pubblica, libera discussione” – 7. Il malessere sociale delle rivoluzioni - 8. L’uomo concreto - 9. L’uomo e le variazioni della natura umana - 10. L’uomo trasformato in idolo - 11. L’uomo senza qualità; II. Salvare la persona per salvare l’integrità dell’uomo 1. I due nemici della persona - 2. Il “divino elemento innestato nella nostra natura” – 3. E’ possibile salvare la persona. 4. L’uomo “nuovo” di Rosmini - 5. Persona e problema del male; III. La persona sede della sovranità’ 1. Lotta contro ogni forma di violenza – 2. Non ubbidire al “capriccio istintivo” – 3. Armonia tra persona e natura umana - 4. Diritti scritti e loro mancata applicazione - 5. La persona è sede della sovranità; IV. Il concetto di persona negli organismi internazionali 1. La persona nei documenti comunitari - 2. Persona e Costituzioni politiche; V. Il concetto di persona nella cultura contemporanea 1. La voce della Chiesa - 2. Xavier Zubiri: la scoperta di Dio accanto alla persona. Non bisogna uscire dal mondo. Il divino della natura - 3. Edgar Sheffield Brightman: Il personalismo aperto ai valori umani e spirituali. E. S.

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Brightman e la difesa dei valori della persona. Persona e spirito sempre insieme. La vita spirituale come clima di libertà - 4. Miguel de Unamuno: la persona “Realtà suprema” ed “essenzialmente indigente”. Riscoperta della singolarità. Il personalismo di Unamuno - 5. Maria Zambrano: “Siamo necessariamente persona”. Persona e democrazia. Persona e ragione del cuore – 6. Chi è l’uomo? La risposta nelle ricerche di Ambrogio Giacomo Manno. Il divino nell’uomo. L’uomo e il divino - 7. La fine della persona? Persona e l’Infinito. Restare sempre se stessi - 8. Van Rensselaer Potter: la risposta della bioetica sui valori umani. Parte seconda La persona umana tra ideologie e pensiero malato: I. Dignità, moralità, nobiltà della persona 1. La persona “soggetto intelligente”. Le tre dignità dell’uomo - 2. La libera volontà del “soggetto intelligente” - 3. “Dio e l’uomo: ecco gli oggetti della morale” - 4. Lume della regione e benessere morale - 5. L’uomo nasce persona, non diventa persona dopo - 6. La nobiltà della persona – 7. Vedere nel pazzo un uomo come noi”. e“Un lampo di intelligenza” nel primo riso del bambino; II. Bellezza e fragilità della persona 1. La persona e il suo cammino verticale e orizzontale - 2. Destino e fragilità della persona umana - 3. Finitezza e trascendenza della persona; III. Difesa della persona umana 1. La persona vista come fine e mai come mezzo – 2. Forza e nobiltà del lume della ragione – 3. Il decadimento politico a difesa della persona – 4. Il tribunale politico a difesa della persona – 5. Costruire la “casa pacifica”. Parte terza Persona e fine della diversità : I. La terapia dell’amore 1. Esiste veramente il diverso? – 2. Diversità e quadro etico-giuridico - 3. La terapia dell’amore - 4. Terapia dell’amore e superamento della diversità - 5. Le ragioni dell’amore: un percorso vincente - 6. Le ragioni dell’amore e i pregiudizi sulla diversità – 7. La lotta contro i pregiudizi. II. La sconfitta della scienza e le ragioni del cuore 1. Disabilità e ragioni del cuore. Rosmini e i reclusori. – 2. Persona e diversità: La vittoria dell’amore. Lucilla e la forza della vita. La morte di un figlio Down e la riflessione di un medico. La risposta di Silvana: “Tutto è meraviglioso nella vita”. Il “Dopo di noi” dei genitori con i figli disabili. I bambini della guerra: “Omar non mangia più, non ride più, non piange nemmeno”. I bambini soldato. III. Tornare alla persona dopo la tragedia degli olocausti 1. L’uomo visto come robot, parte dell’oggettistica dei consumi - 2. L’uomo immagine di Dio - 3. L’uomo ciottolo in fondo al fiume - 4. L’uomo in cammino salendo sempre più in alto - 5. L’eutanasia della coscienza: c’è un diritto di chiedere di morire? L’eutanasia, oggi. Il giovane Vincent che chiede di morire. IV. Qualità della vita e fine della diversità’ 1. Persona e diversità - 2. Il primo livello della qualità di vita - 3. Il secondo livello della qualità della vita - 4. La persona “ridotta” o “selezionata” - 5. Persona e concetto di salute - 6.


PUBBLICAZIONI La “dieta” di Rosmini per conservare la salute - 7. Persona e cura della salute - 8. Una conclusione in forma poetica: I canti della speranza. 1. Il canto dei poveri scomodi. 2. Il canto del disabile. 3. Il canto della povertà ambulante.

Il più grande filosofo italiano dell’800, al di là della sua ristretta comunità scientifica, è ancora oggi poco conosciuto e apprezzato. Pietro Addante, illustre e valido storico della filosofia, è da anni uno dei più seri e attenti studiosi del pensiero di Antonio Rosmini. Addante ha incentrato la sua lettura dell’opera rosminiana sul tema della persona. Ha così profondamente assimilato il personalismo rosminiano, che diventa l’ottica interpretativa non solo del suo pensiero, ma anche del malessere contemporaneo e la linfa a cui attingere per curare la nostra epoca. Addante ci offre un avvincente e puntuale spaccato della cultura e della civiltà contemporanea attraverso la rilettura del pensiero rosminiano. Nel 1834, nella presentazione dei Frammenti di una storia dell’empietà, Rosmini affermava che la società era «gravemente ammalata». Egli individua nel pensiero filosofico francese da B. Constant ai saint-simoniani, il principale responsabile di tale malessere, che ha fatto scomparire, direbbe Heidegger, la differenza ontologica tra l’essere e l’ente, «del vero e del falso, del rivelato e dell’inventato, del divino e dell’umano». L’uomo è ammalato, come denuncia continuamente Benedetto XVI, di relativismo morale e religioso, perché vive nella «illusione» e in «una illusoria speranza». Dopo aver abbandonato la religione e la morale, il materialismo fa del piacere il nuovo nume. La società malata è quella in cui si perde la nozione di persona, che fa dell’uomo un essere creato a immagine e somiglianza di Dio, dotato d’intrinseca dignità e pertanto con valore di fine e mai di semplice mezzo. «È la mancanza del bene morale la causa del disagio esistenziale e del male di vivere, dovuti alla frattura del “doppio elemento dell’u-

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manità, la natura e la persona”, ritenendo la persona “un semplice mezzo”». Addante pone nel bene morale e nella centralità della persona il fulcro del benessere individuale e sociale. La crisi che anche noi oggi viviamo è dunque una crisi antropologica ed etica. Il benessere dell’uomo consiste nell’armonia dei tre elementi del bene morale, che sono la volontà, la norma morale e il rapporto tra loro. Se manca uno di questi elementi, se c’è difformità fra la volontà e la legge, se non c’è armonia, allora manca l’ordine morale e quindi vi è malessere. La persona malata è «persona senza libertà, e quindi senza progetti, senza una storia personale, senza il bene morale». I « profondi dolori» dell’uomo sono prodotti dal pensiero malato, che riduce la «persona umana a semplice natura, senza alcun fondamento spirituale e senza alcuna tensione progettuale carica di valori, o che riconoscono all’uomo una completa autonomia morale e spirituale». Alla diagnosi segue la terapia. La malattia che produce “profondi dolori” nell’uomo si chiama pensiero malato, che distrugge il fondamento dell’essere umano che è la persona, fatta di natura e di spirito, scompone l’armonia tra volontà, legge morale e agire umano, eclissa i diritti inalienabili della persona, facendo dilagare il malessere nell’uomo, nella famiglia, nella società. Per il pensiero malato, annota Addante, «il tetraplegico, muto e cieco, il malato in stato vegetativo, anziani e bambini gravemente malati e senza futuro, tanti corpi umani senza parole adagiati sulle carrozzelle, ecc., non sono persone; la loro fine dovrebbe essere la dolce morte, l’eutanasia». La perdita del concetto di persona è alla base anche dell’eclisse della ragione, che porta a confondere il bene comune, che è di tutti, col bene pubblico, che è dello Stato. Afferma Rosmini: «Salvata la persona, è salvato l’uomo; perita la persona, è perito l’uomo». La persona è il «diritto umano sussistente», è «l’essenza del diritto». La persona è la chiave di volta di tutta la civiltà, è il baluardo contro ogni forma di discriminazione e di violenza ed è anche ispiratrice dei precetti per conservare la salute e il bene morale dell’uomo. Suona come una critica alla medicalizzazione della vita e un invito


PUBBLICAZIONI a capitalizzare la salute con la prassi con le virtù morali quanto Rosmini nel Compendio di etica ci propone: 1. Reprimere «l’eccessiva forza di istinti con l’astinenza e con la tolleranza anche di cose penose». Questo per evitare che le passioni e i vizi offuschino la ragione, distrugge anche la salute e creino disordine morale nell’uomo. 2. Allenare il corpo alle fatiche e alla sofferenza, per renderlo non solo «più robusto e più fermo» ma anche «forte e paziente». 3. Promuovere la propria perfezione morale con la prudente cura di un rapporto ordinato dell’uomo verso il mondo esterno. In questo meditato e puntuale libro Addante spalanca alla filosofia e alla cultura contemporanea una finestra da cui irrompe una salutare luce per rispondere ai numerosi e complessi problemi della bioetica e alla profonda crisi in cui siamo calati. prof. Francesco Bellino Ordinario di Filosofia morale Direttore del Dipartimento di Bioetica Università degli Studi - Bari

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Carmine Giovanni Bruno

Dialoghi eucaristici Introduzione a Dialoghi eucaristici di Carmine Giovanni Bruno Aquiloni/8, Ed. Insieme, Terlizzi 2009 Indice: Nota introduttiva; La Lucciola Eucaristica: La Lucciola Eucaristica – Sentinella di Passione e di Gloria – Il Viaggio – Lucciola dell’Emmanuele – Lucciola contemplativa – Genzano di Roma, paese Lucciola; La Lucciola e i Sacramenti: Sacramenti gemelli: Eucaristia e Sacerdozio – Pulcino bagnato, Battesimo – Vecchia divisa militare, Confermazione – Ladri di polli, Eucaristia – Confesso; Lucciola della Vita Liturgica: L’incenso - Il Pane del Cielo – Il Giorno del Signore – Pane e Vino – Tempo Sacro; La Lucciola del sacrificio d’Isacco: Nostalgia d’Isacco – Adorazione notturna – La Nascita d’Isacco; Lucciola ai miei passi: La Colomba e l’Agnello – Tenebre e Luce; Lucciola della mia vita: La Luce Eucaristica – La legge dell’Amore; Appendice: Un fiore sull’altare.

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Il punto sorgivo dell’opera è la Presenza eucaristica reale, avvertita mistericamente in osmosi alla Lucciola. Come se all’Eucaristia non bastasse più la specie del pane per nascondere la sua presenza e la espandesse nella Lucciola eucaristica. Allora la Lucciola, pervasa dalla vitalità della presenza reale eucaristica, si anima: e ora parla, ora ascolta, ora esorta, ora ammonisce e tace, oppure interroga e comanda. Di fronte a Lei l’anima, orante e contemplante, prima si contrae nella propria interiorità più recondita, poi si espande e si dispiega, come un’antenna parabolica cosmica, per cogliere e raccogliere la Presenza reale nel luccichio della fiammella di cera, quasi mimetizzata dalla penombra dominante. Poi l’anima osa rispondere. Nasce così il dialogo eucaristico! Dialogo che affronta temi diversi: l’identità della Lucciola, la


PUBBLICAZIONI Lucciola e i sacramenti, la Lucciola e la vita liturgica, la Lucciola e Isacco, la Lucciola come luce ai miei passi, la Lucciola della mia vita. La raccolta si chiude con un’appendice: Un fiore sull’altare. è scomparso il simbolismo della Lucciola ed è comparso l’Altare, simbolo esaustivo dell’Eucaristia, che trionfa nella sua nudità di pietra sacrificale. La Lucciola, come il Battista, o come ogni offerta di oblate eucaristiche, si è fatta da parte affinché Lui, il Sacrificato e Risorto, stenda la sua mano e offra risurrezione e vita.

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Pellegrini verso la casa del Padre. Saremo simili a Lui. Speranza cristiana e unzione degli infermi Presentazione di Francesco Cacucci a Pellegrini verso la casa del Padre. Saremo simili a Lui. Speranza cristiana e unzione degli infermi a cura dell’Ufficio e della Consulta per la pastorale della salute dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto Edizioni Centro Volontari della Sofferenza, Roma 2009

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Indice: Presentazione; Introduzione: 1. Creati per la felicità eterna – 2. Il Convegno ecclesiale di Verona – 3. A tutti i credenti, nella potenza dello Spirito Santo. Prima parte Fondamenti antropologico-biblici della escatologia: Una lettura coerente del vissuto quotidiano: 4. Malattia come limite e alienazione da sé – 5. La ricerca del senso – 6. Non sgomento, ma timore del Signore; Un mistero che ci sovrasta: 7. L’icona del sofferente redento: il buon ladrone – 8. Perché proprio a me? – 9. Il Padre non è ingiusto con i suoi figli; Alle fonti della guarigione integrale: 10. Il medico, collaboratore di Dio – 11. La guarigione vera abbraccia l’intera persona; Una vasta area di sofferenza: 12. Tormento nella tentazione – 13. Afflizione nel peccato – 14. Dolore nel “rinunciare” alla Santa Comunione – 15. Speranza debole nella riflessione e nel confronto – 16. Sproporzione tra la sofferenza presente e la gloria futura; Volgere lo sguardo al Crocifisso Risorto: 17. Contemplazione della passione del Signore – 18. Nuova vita ai nostri corpi mortali. Seconda parte Magistero della Chiesa: In vita e in morte apparteniamo al Signore: 19. Escatologia umana e cosmica – 20. La risurrezione e la retribuzione; Nell’attesa che si compia la beata speranza: 21. Indole escatologica della Chiesa – 22. Comunione della Chiesa pellegrinante con la Chiesa celeste – 23. Il mistero della morte – 24. Cieli e terra sorprendentemente nuovi – 25. I tre voti e l’Eucaristia, preludio di eternità.


PUBBLICAZIONI Terza parte Azione pastorale: Annunciare con forza il Vangelo della speranza: 26. La sofferenza come canto di lode – 27. La speranza non delude – 28. Gesù, unico e insostituibile mediatore del Padre – 29. Approccio nella fede alle questioni etiche – 30. Esperienza dell’infinito amore di Dio; L’unzione degli infermi: 31. L’unzione conforma l’ammalato a Cristo – 32. Nella fede della Chiesa – 33. La celebrazione comunitaria – 34. Il Rito dell’unzione – 35. L’olio che risana e dona gioia – 36. Dimensione terapeutica dell’unzione Conclusione: 37. Numerosi testimoni tra noi – 38. Costruire comunità più accoglienti – 39. Formazione e animazione – 40. Maria Odegitria, consolatrice per grazia.

La speranza – afferma Ch. Péguy nel Portico del mistero della seconda virtù – è la «piccola bambina che trascina tutto». È questa suggestiva immagine a esprimere il significato più vero e più profondo di questo testo. La speranza infatti è come una bambina che ha il dono di dare dinamicità alla vita, infondendo fiducia e slancio all’esistenza, anche a quella segnata dal dolore e dalla sofferenza. Il vigore dell’espressione, però, non è tanto nel suo accattivante fascino poetico, quanto nella sua capacità di indicare nella virtù della speranza il segreto e la forza della vita. La vita è speranza e la speranza dà bellezza alla vita! La speranza conosce i disagi e le contraddizioni di cui è costellata l’esistenza, non chiude gli occhi di fronte alle difficoltà, non si trincera dietro una cortina fumogena. Accetta anche il dolore e la sofferenza nelle molteplici forme in cui si manifestano. Sa che, in un certo senso, si tratta di esperienze inevitabili. Ma non per questo perde la capacità di guardare avanti verso orizzonti sconfinati, immaginando nuovi mondi, confidando nella vittoria del bene sul male, intravedendo soluzioni concrete proprio quando tutto sembra essere perduto e ogni via di fuga sembra svanire. E così, proprio a contatto con la sofferenza, la speranza diventa la condizione per dare qualità alla vita: «La misura dell’umanità – scri-

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ve Benedetto XVI in Spe salvi – si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana. La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza. Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine» (Benedetto XVI, Spe salvi, 38). La speranza è la “piccola bambina” che conosce la verità delle cose, guarda in profondità gli avvenimenti e mantiene intatto il desiderio di proiettarsi nel futuro. Essa – secondo la bella espressione di Giovanni Paolo II - è memoria futuri, cioè certezza di fede che si esprime in un desiderio di bene e in una testimonianza di amore. Radicata nella fede, la speranza si manifesta nella fantasia della carità: la fede è il segreto della speranza, il fondamento e la sostanza delle cose che si sperano; la carità, invece, è il frutto, perché l’amore sboccia quando si comprende che nulla può offuscare il desiderio di vita presente nell’uomo. La risurrezione di Cristo è il grande annuncio di speranza, perché testimonia che anche la morte, l’ultimo nemico dell’uomo, è stata annientata. A questa “speranza-bambina” è dedicato questo testo, preparato dall’Ufficio e dalla Consulta per la pastorale della salute anche per ricordare diverse ricorrenze: i 30 anni dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, i 25 anni della promulgazione della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, e i 20 anni trascorsi dalla pubblicazione della Nota pastorale della CEI, La pastorale della salute nella Chiesa italiana.


PUBBLICAZIONI Frutto di una riflessione antropologica, biblica e liturgica sulle realtà ultime, il testo coniuga sapientemente malattia e senso della vita, sofferenza e guarigione integrale, annuncio del Vangelo e unzione sacramentale, azione pastorale e orientamento escatologico. E si presenta come una comune riflessione e una meditazione corale sulla speranza, intesa come virtù teologale, cammino esodale e forza testimoniale. La speranza, infatti, illumina il mistero della sofferenza, sostiene nel pellegrinaggio verso la patria celeste, rivela tutta la sua energia in coloro che hanno testimoniato con la vita la loro adesione a Cristo. Esprimo a tutti gli autori il sincero ringraziamento della Diocesi e mio personale per aver realizzato questo Sussidio che si aggiunge agli altri preparati in questi anni e che corona un intenso lavoro in un settore pastorale così delicato, ma anche così significativo per l’annuncio del Vangelo in modo efficace e aderente alle diverse situazioni, gioiose e tristi, della vita. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto

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NELLA PACE DEL SIGNORE don Giuseppe Perna

Il 16 maggio 2009 è deceduto, all’età di 88 anni, don Giuseppe Perna. Era nato a Sannicandro di Bari il 29 gennaio 1921. Dopo la scuola elementare, entrò nel Seminario diocesano e successivamente compì gli studi liceali, filosofici e teologici nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, dove, il 10 dicembre 1942, ricevette l’ordine del suddiaconato da mons. Giuseppe di Donna, vescovo di Andria. L’anno successivo, il 29 giugno 1943, fu ordinato diacono da mons. Marcello Mimmi nella parrocchia S. Maria delle Vittorie in Bari, e due mesi dopo, l’8 agosto 1943, fu ordinato sacerdote da mons. Mimmi nella chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta in Sannicandro, all’età di soli 22 anni, con indulto della dispensa dell’età canonica per l’ammissione al presbiterato, ottenuto dalla Sacra Congregazione della disciplina dei sacramenti. Viceparroco nei primi mesi a Palese, fu poi viceparroco a Mola dal 1944 al 1959. È stato parroco della parrocchia S. Giuseppe in Palo del Colle dal 1959 al 1983, e dal 1983 al 1997 arciprete di Bitritto. Infine, con decreto del 1 aprile 2000 dell’arcivescovo mons. Francesco Cacucci, è stato nominato vicario cooperatore della parrocchia Maria SS. del Carmine in Sannicandro. Le solenni esequie sono state celebrate il 18 maggio nella chiesa parrocchiale di Maria SS. del Carmine in Sannicandro. La S. Messa, presieduta dall’Arcivescovo mons. Francesco Cacucci, è stata concelebrata da mons. Domenico Padovano, vescovo di ConversanoMonopoli, dal vicario generale della diocesi mons. Domenico Ciavarella, da mons. Francesco Colucci , dal parroco don Francesco Gramegna, dal parroco della parrocchia S. Maria Assunta don Nicola Rotundo e da molti altri sacerdoti.

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don Lawrence Nebechi Ekwe

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«Mnebe uwa, onye enebe m?» ( se continuo fissare il mondo, chi si prenderà cura di me?). È una massima del popolo Igbo. Il verbo ebe (guardare), compone anche un nome di persona: N-ebe-chi, letteralmente “colui che guarda Dio”. In Africa, non sono poche le etnie dove proverbi e nomi si spartiscono equamente le coordinate del destino di un uomo, segnando il nord su una cartina che andrà col tempo definendosi. Quando Lorenzo nacque ad Abor, nello stato di Enugu (già Biafra) nel sud-est della Nigeria, l’8 ottobre del 1961, gli venne regalato il nome Nebechi. Dalla sera del 24 luglio 2009, si offre a noi come l’invito più convincente a risolvere il pianto della tristezza e alzare lo sguardo verso il Risorto. «Alzo gli occhi verso i monti; da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra» (Sl 120): don Lorenzo lo ha ripetuto ogni giorno, non guardando all’incertezza del mondo, ma mettendosi nelle mani di Chi, con infinita tenerezza, si prende cura di noi. Lo ha dimostrato silenziosamente, nell’umiltà del ministero, vissuto sempre come un dono prezioso da spendere senza riserve per tutti i fratelli. Per questo, oggi è la sua vita, d’improvviso dispiegata davanti a noi, che continua a restituirci immagini del suo leale affetto per tutti. Affetto condiviso dalla Comunità degli Apostoli di Gesù Crocifisso, che lo portò a studiare in Italia e dove maturò la sua scelta vocazionale. Spesso con i compagni di corso del Seminario di Molfetta, assieme agli studi teologici si sottoponeva divertito alle improvvisate lezioni di dialetto barese. Vissuto nella parrocchia SS. Sacramento di Bari, che tutt’oggi lo considera come un vero figlio, arrivò nella comunità nel 1992 e nella riservatezza e nell’umiltà ha saputo scavarsi un posto nel cuore di tutti. Quando alla fine della prima Messa (11 giugno 1995) comunicò che il suo impegno pastorale sarebbe continuato nella parrocchia Spirito Santo, tutti erano consapevoli che non ci sarebbe stato nessun addio, fieri di aver coltivato per anni quel germoglio che sarebbe fiorito altrove. Santo Spirito ha visto questa fioritura; ora lì, dopo tredici anni di


NELLA PACE DEL SIGNORE continuo servizio come viceparroco, don Lorenzo è associato istintivamente al lavoro che il sacerdote offre per il bene della comunità. Presenza sempre valida e preziosa in qualsiasi contesto. Sapeva benissimo che spendersi per costruire il regno di Dio significa raccogliere forze e volontà guardando solo al Mandante di tale compito. Anche la sua malattia è stata una scuola di vita sorprendente. Mai, in un anno di imprevisti o fisiologici cedimenti, di terapie riabilitative e esercizi fisioterapici c’è stata una rassegnazione alla debolezza. Alle previsioni meno rosee rispondeva con una tenacia incredibile. Usando una metafora a lui cara, diremmo che considerava questa esperienza come una sosta ai box: l’importante era tenere acceso il motore da pole position, per la carrozzeria ci sarebbe stato tempo. Neppure la fine inattesa l’ha inghiottito, si è consegnato al Padre serenamente, quasi scusandosi che quel cuore che l’aveva portato ad amare instancabilmente scegliesse di fermarsi per compiere l’ultima offerta. Come l’indecifrabile destino del chicco di grano che deve percorrere la strada più oscura per portare frutto duraturo. E lunedì 27 luglio, proprio questa parabola è risuonata nella celebrazione eucaristica di commiato che l’Arcivescovo ha presieduto concelebrando con circa settanta sacerdoti nella parrocchia Spirito Santo. Dopo il suo corpo, per una triste e non condivisa decisione dei parenti, è tornato ad Abor, ma il suo darsi senza sosta rimane a dar frutto qui, tra noi. Ne è esempio la tantissima gente convenuta ai suoi funerali e lo attesterà, nel tempo che verrà, la borsa di studio offerta ai seminaristi diocesani e a lui intitolata. Ora, davanti a noi ci sono mille flashback, immagini, frasi, gesti, li passiamo in rassegna tutti, tentiamo di trattenerli quanto più possibile per non lasciare all’assenza anche la proprietà dei ricordi. Eppure lo stesso don Lorenzo non ci sosterrebbe in questo sforzo che ci distrae dall’essenziale, poiché “colui che guarda Dio”, se distoglie lo sguardo dall’Amato è per addestrarsi alla luce della Risurrezione. Arrivederci Nebechi!

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Luglio 2009

3 – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria di Loreto in Mola di Bari, celebra la S. Messa per la festa della Madonna dell’Altomare. 4 – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria Assunta in Sannicandro di Bari, celebra la S. Messa in occasione del 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del vicario parrocchiale, don Giacomo Simone. 5 – Alla sera, presso la parrocchia Maria SS. del Rosario in Bari, celebra la S. Messa per il 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del parroco, mons. Antonio Talacci. 6 – Al pomeriggio, presso la Camera di Commercio in Bari, porta il saluto per il Fondo di solidarietà. – Alla sera, presso la parrocchia Maria SS. Annunziata in Modugno, celebra la S. Messa per il 90° compleanno di don Nicola Martino. 7 – Alla sera, presso il Centro sociale “S. Paolo” in Bari, incontra gli operatori della Fondazione “Giovanni Paolo II”. 8 – Al mattino, presso la parrocchia Maria SS. Immacolata in Bitonto-Palombaio, celebra la S. Messa per l’Assemblea provinciale dei Padri Stimmatini. – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per il 30° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del parroco, don Franco Lanzolla. 9 – Al pomeriggio, presso il monastero S. Chiara in Mola di Bari, celebra la S. Messa e presiede il Capitolo elettivo delle monache clarisse. 10 – Al pomeriggio, in piazza S. Benedetto in Polignano a Mare, tiene una conversazione sul tema “La comunicazione religiosa” nell’VIII Edizione de “Il libro possibile”. 11 – Alla sera, presso il monastero di S. Scolastica in Bari, celebra

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la S. Messa nella festa di S. Benedetto, Patrono di Europa. 26 – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa e conferisce il ministero dell’accolitato al seminarista Alessandro Tanzi. 27 – Al pomeriggio, presso la parrocchia Spirito Santo in Santo Spirito, celebra le esequie di don Lorenzo Nebechi Ekwe. 28 – Al mattino, in Episcopio, incontra i seminaristi teologi della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi (RC) con il loro vescovo S.E. mons. Luciano Bux. – Alla sera, presso l’Oasi S. Maria in Cassano Murge, celebra la S. Messa per il campo scuola nazionale dell’ACR. 29 – Al mattino, in Cattedrale, presiede la S. Messa e saluta i partecipanti al pellegrinaggio dei giovani da Bari a Brindisi.

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– Alla sera, nella parrocchia Maria SS. del Carmine in Sannicandro di Bari, celebra la S. Messa nell’anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Oronzo Valerio. 5-12 – A Rocca di Papa, guida gli esercizi spirituali sulla Lettera agli Efesini per le Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù. 14 – Alla sera, presso la parrocchia S. Benedetto in Bari, celebra la S Messa per la festa della Madonna della Stella. 15 – Al mattino, nella Concattedrale di Bitonto, celebra la S. Messa nella solennità della Titolare, Maria SS. Assunta. 16 – Alla sera, presso la parrocchia S. Rocco in Valenzano, celebra la S. Messa per la festa del Titolare. 25 – Alla sera, presso la parrocchia S. Giuseppe in Palo del Colle, celebra la S. Messa nell’anniversario della morte di don Nicola Cutrone. 27 – Al mattino, nella cripta della Cattedrale, celebra la S. Messa nel 36° anniversario della morte dell’arcivescovo mons. Enrico Nicodemo. 28 – Al mattino, presso la Basilica del Santo Sepolcro in Barletta, presiede la concelebrazione eucaristica a conclusione della 60a Settimana Liturgica Nazionale. 30 – Ad Acerno (Sa), incontra gli operatori pastorali della parrocchia Santa Croce di Bari.

Bollettino Diocesano Luglio-Agosto 2009  

Documenti ufficiale dell'Arcidiocesi di Bari-Bitonto.

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