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informal magazine issue4


Bimestrale di idee fotografiche/ bi-monthly magazine of photographic ideas AD & graphic design Andrea Basile Photo Donata Basile Translation Marta Sanders Philip Sanders Ringraziamenti/ Acknowledgements Burkina Faso Flavio Di Salvo Damiano Scalici Roberto Uneddu Alfio Montalto Alida Vanni UNHCR WFP Angelline Rudakubana Giulia Frontini Isabel Pike PM Studio Milano Buffalo Technology Italia Bob Style C’est l’Afrique Herman Guy Sabrina Fiore & Buba Maison Chez Giuliana


sommario/contents 05 > Editoriale/Editorial Monografia/ monography di Andrea Basile

42 > Fotografia/photography 15 ottobre 1987/ October, 15th, 1987 di Donata Basile

07 > Editoriale/Editorial Photograp_her/ fotografa di Donata Basile

69 > Fotografia/photography Brucia te all’inferno/ YOU burn in hell di Donata Basile

10 > Fotografia/photography Raccolta fotografica/ classic photographic essay di Donata Basile

99 > Fotografia/photography Il leone non è sempre così astuto/ The lion is not always that smart di Donata Basile

28 > Fotografia/photography Paese degli uomini integri e puri/ the land of honest and pure people di Donata Basile

129 > Fotografia/photography Altruism: god of all religions/ altruismo: dio di tutte le religioni di Donata Basile


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mono graphy -Ciao, come stai? Io vado in Burkina Faso. -Eccola, ci risiamo, mete esotiche e feste danzanti come al solito Donata!”

-Hi, how are you? I’m going in Burkina Faso. -Here we go again, exotic destinations and dancing parties just as usual, Donata!

Al mio stupore ed entusiasmo è seguita subito una paura fondata che le succedesse qualcosa di brutto questa volta. Ho seguito i suoi lavori in giro per il mondo, ma questo mi sembrava davvero troppo pericoloso. Conoscendo bene Donata so che in fondo non è una scelta campata per aria, so che è frutto di una riflessione e che ha già calcolato i pro e i contro di questa “spedizione”; ho viaggiato io stesso qualche volta con Donata, quattro anni fa quando ad ospitarci fu la splendida Australia e cinque anni fa quando abbiamo fatto insieme il nord-est degli Stati Uniti, ma questa è un’altra storia, l’Africa è sempre un’altra storia. Al di là del suo aspetto che lascia immaginare quella che in gergo tecnico si usa dire “fighetta sempre vestita bene”, nel cuore di Donata c’è tutto quello che noi non avremo probabilmente mai. L’ho vista mangiare pane e Philadelphia nel deserto, l’ho vista con la schiena spezzata dopo un mese di zaino sulle spalle, l’ho vista sul molo a Cape Cod con una leggera ipotermia. Quello era solo l’inizio di Donata, solo gli esordi di una missione personale e professionale che aveva già costruito in testa: Sulle orme dei suoi maestri, a caccia della fotografia perfetta, in terre lontane e con il sorriso sulle labbra.

My amazement and enthusiasm were immediately followed by well-founded fear that something bad might happen to her this time. I followed her projects around the world, but this one really seemed too dangerous. Knowing Donata well, I knew it wasn’t a crazy choice, I knew it was the result of careful considerations and I knew she had already considered the pros and cons of this journey. I travelled with Donata myself a couple of times: four years ago we went to Australia and five years ago we travelled through the whole north-east of United States, but this was something different, Africa’s always something different. Aside from her aspects, that might give the impression she’s posh, in Donata’s heart there’s everything we probably will never find in ours. I saw her eating bread and cheese in the desert, I saw her with a terrible pain her back after a monthcarrying a backpack, I saw her on the dock in Cape Cod with slight hypothermia. That was just the beginning of Donata, only the beginning of a personal and professional mission that she had already built in her head: following the footsteps of her masters, looking for the perfect photo, in distant lands with a smile on her face.

“Ci facciamo uno speciale, se torni viva. Altrimenti, se ti fanno fuori, mi prendo casa tua”.

“If you come back alive, we’ll make a special. Otherwise, if you get killed, I’ll take your house.”

Alla fine Donata è tornata con tante bellissime immagini da quella terra bruciata dalla cattiveria dell’uomo ed ho capito che 32 pagine di speciale non sarebbero state sufficienti. Grit è al suo quarto numero e ho avuto il piacere di coinvolgere diversi professionisti ed appassionati in queste prime pagine, ma questo numero, che sarebbe dovuto essere uno “special”, sarà una monografia sul Burkina Faso e su Donata Basile. Oltre al naturale desiderio di pubblicare qui queste intense realtà che ho vissuto attraverso il suo lavoro, credo che sia un giusto tributo da “pagare” a chi come lei affronta la fotografia con lo spirito che tanto amo in chi legge Grit e ne fa parte: il crederci intensamente. Andrea Basile

In the end Donata came back with a lot of beautiful images from that burnt-out land by the cruelty of men, and I realized that a 32-pages special wouldn’t be enough. This is Grit’s fourth issue, and I’ve had the pleasure of involving many professional and enthusiast people in the first issues, but this one, which should have been a special, will be a monograph about Burkina Faso and about Donata Basile. In addition to the natural desire to publish this intense reality that I’ve lived through her work, I think it’s a fitting tribute to “pay” for those who, like her, face photography with the attitude I love so much to see in who reads Grit and in who is part of it: intensely believing in it.


photo grap_her Nasce come grafica pubblicitaria e da sempre collabora con importanti agenzie di Milano, la sua passione per la fotografia nasce nel 1995 quando da art director lavora a stretto contatto con diversi grandi maestri della fotografia. Lo spirito organizzativo lo sviluppa negli anni successivi quando con la sua creatività abbraccia anche il settore eventi. E’ da sempre una grande viaggiatrice attratta dalle sfumature psicologiche umane. Questi ingredienti l’hanno portata ad essere una fotografa di reportage fuori dagli schemi, affrontando lunghi viaggi in solitaria in giro per il mondo. Spesso la sua femminilità è un vestito scomodo da indossare e poco accettato da certe culture; in tali casi rispettosamente la nasconde. Ai suoi corsi insegna come unire alla tecnica fotografica il fondamentale aspetto psicologico per crescere la propria sensibilità. Non sempre le si riconosce uno stile ben preciso e non è di certo un suo scopo raggiungerlo perchè sostiene che la creatività debba essere lasciata libera così da potersi trasformare e arricchire di volta in volta come la propria personalità e cultura. I suoi progetti hanno una sequenza volutamente contrastante per stimolare la sua curiosità e avere attenzioni altissime verso le novità. Alla base dei suoi progetti c’è sempre uno studio approfondito dei luoghi o dei soggetti così che possa arrivare preparata sul campo ed essere libera di interpretarli liberamente. Cerca spesso il confronto con le persone e le culture al fine di “rubare” loro l’anima per restituirgliela da lei interpretata e resa immortale. Nei suoi lavori si percepisce l’importanza di un elemento fondamentale: il tempo. E’ solito per lei dire: “il mondo è stato così, almeno per un attimo, ed io ero lì e l’ho colto attraverso i miei occhi e la mia interpretazione”. Adora le sorprese del caso perché diventano diversivi che arricchiscono quanto aveva programmato e lasciarsi andare alla sperimentazione può far nascere scatti curiosi e divertenti; di certo non “scontati”. Viaggia con attrezzatura fotografica Nikon, due hard disk esterni per backup, un notebook Apple e l’IPhone per gli scatti fotografici immediati del diario di bordo.

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She started out as a graphic designer and has always worked with important agencies in Milan. She first got into photography in 1995, when she was working a san art director with several great photographers. She developed an organisational mind during the following years, when she embraced the events field with her creativity. She has always been a great traveller attracted by the shades of human psychology. These ingredients have made her and extraordinary reportage photographer, who goes for long journeys around the world on her own. Often her femininity is inappropriate and not accepted in some cultures; in these cases she hides it respectfully. In her courses, she teaches how to add to the techniques, the fundamental psychological aspect to develop your sensitivity. She isn’t always identifiable with a well-defined style, and her aim isn’t to reach one, because she believes that creativity has to be free so it can transform and develop, the same way your personality and culture do. Her projects are intentionally contrasting to stimulate her curiosity and to pay great attention to changes. At the base of her projects there is always a detailed study of the place or the people so she can be prepared on the field and she can be able to interpret them freely. She often looks for relationships with the people so she can “steal” their soul and then give it back once she has interpreted it and made it immortal. In her work, you can feel the importance of a fundamental part: time. She is used to say: “the world was like this, at least for a moment, and I was there and I saw it with my eyes and my interpretation”. She loves random surprises because they become diversions that enrich what she had planned and experimenting can take to photos that are interesting, surely not banal. She travels with Nikon photographic equipment, two external hard disks for back up, an Apple notebook and an iPhone for instant photos of her logbook.


donata basile

Autoritratto realizzato in una cava di mattoni nei pressi della capitale self portrait done near a brick cave near the capital

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A destra: appunti di viaggio. on the right: notes from the journey

i testi di questo speciale sono tratti dai racconti dei burkinabè conosciuti in viaggio, dai libri e internet e frutto della mia esperienza personale All the text of this publication are from sories told me from Burkinabè I met in this trip, from books and part of it from a web research.

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CLASSIC PHOTO ESSAY 10 grit


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BURKINA FASO

PAESE DEGLI UOMINI INTEGRI E PURI

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Le mete lavorative fotografiche spesso le definisco direttamente con i clienti ma sta a me poi organizzare il giusto percorso rispettando il budget, i tempi e soprattutto gli argomenti più significativi che rappresentano i singoli paesi. Lo studio approfondito del luogo mi aiuta ad essere preparata sul posto così da poter essere libera di affrontare qualunque situazione, è importante conoscerne i dettagli e anticipare nel possibile le strategie di movimento e pensiero. La preparazione al viaggio è fondamentale e richiede un notevole investimento di tempo e concentrazione. Questa volta mi ero decisa finalmente a rompere il ghiaccio con l’Africa e dopo essermi confrontata con diverse associazioni, grosse onlus, amici fotoreporter e persone che l’hanno vissuta in lungo e in largo, sono giunta ad una conclusione: troppe guerre affliggono questo continente, molti stati risultano pericolosi se affrontanti come mi è di solito fare in solitaria e alcuni purtroppo sono ormai troppo turistici per i miei gusti. C’è un piccolo paese però con un’importante storia alle spalle e che umanamente ha molto da offrire; è definito “il paese degli uomini integri e puri” e la mia curiosità mi ha spinta a proporre il Burkina Faso come meta fotografica. Non vi nascondo che la pre partenza è stata comunque contaminata da diverse preoccupazioni legate alla mia sicurezza perchè alla fin fine l’Africa è Africa e non è facile girarla da sola senza poi contare il disagio delle guerre circostanti che hanno rischiato di farmi saltare il viaggio almeno tre volte. Burkina Faso è poco più piccola dell’Italia e non ha nessuno sbocco sul mare; confina con il Niger, Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio e a nord con il Mali che da diversi mesi vive un estremo disagio di guerra costringendo

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il proprio popolo alla fuga. Ad oggi in Burkina Faso sono quarantamila i rifugiati maliani nei campi profughi allestiti da UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) e la mia prima collaborazione con World Food Programme mi ha portata a visitarli per immortalarne la cruda realtà. La vaccinazione contro la febbre gialla è obbligatoria ma la profilassi antimalarica è solo consigliata e quest’ultima avevo deciso di non farla per non ledere lo stomaco; ho preferito studiare le zanzare per capire quali precauzioni potessi adottare oltre il classico repellente con cui rivestire quotidianamente il corpo, dormire sotto una la zanzariera, coprirmi il più possibile con vestiti larghi e viaggiare nella stagione secca. Ho scoperto che le zanzare sono attratte dai colori scuri quindi è stata mia premura fare una rigorosa selezione anche degli abiti da indossare; che fossero chiari. Un altro problema da risolvere in Burkina è il vento secco e caldo dell’harmattan proveniente dal Sahara che solleva tanta di quella polvere che non solo non ti permette di respirare, ma ti costringe a proteggere sempre l’attrezzatura, idratare spesso gli occhi, tappare le orecchie e coprire viso e capelli con delle pashmine. Il problema della polvere è maggiore durante gli spostamenti in auto. I taxi su cui ho viaggiato avevano a mala pena 4 pneumatici privi di ammortizzatori e carrozzerie arrangiate; tenendo conto del fatto che solo il 16% delle strade sono asfaltate, potete immaginare quanto fosse disagevole viaggiare; per non morire soffocati dalla polvere che si insinuava, occorreva tenere i finestrini abbassati e permettere una circolazione d’aria polverosa delle strade sterrate di entrare e uscire dall’abitacolo. Per risparmiare, si viaggia con impianto a gas che consiste nel caricarsi in


Nella doppia precedente: In una cava uomini e bambini raccolgono sabbia per lavorare mattoni. A sinistra: burkinabè in strada a pochi minuti dalla finale di calcio che li ha visti protagonisti per la prima volta nella storia. in the previous two: men and children collect sand in a cave to work on bricks On the left: burkinabes in the streets a few minutes before the football finals they took part in for the first time ever.

baule due bombole a gas di cui una è attaccata all’impianto e l’altra tenuta a fianco di scorta; ricordo ancora il mio terrore nel vederle saltellare da una parte all’altra mentre percorrevamo un tratto di strada a tutta velocità! Quante volte l’auto si rompeva strada facendo, ma mai mi sono preoccupata perché abilmente sanno risolvere il problema con quello che trovano; la scena del tubo di scappamento è stata fantastica perché si stava staccando e per evitare di perderlo per strada, è stato staccato, svuotato dalla sabbia raccolta e utilizzato nel baule per tenere più ferma la bombola del gas. “c’est ne pas problème” Per raggiungere le città principali, ho viaggiato sugli autobus in compagnia di polli, motorini e simpatici burkinabè sempre pronti ad offrirmi sorrisi, consigli e aiuti. A volte, in corsa volavano via sportelloni o si rischiavano incidenti ma alla fine mi è andato sempre tutto bene. In missione ascolto molto il mio corpo e se richiede riposo non lo sottovaluto mai perchè è grazie a lui che posso fotografare e vivere molte realtà. Lo sforzo psicofisico è sempre estremo, non posso permettermi di abbassare mai la guardia, in primis perchè sono donna e in molti paesi fa strano vedere una donna in giro da sola con un’attrezzatura fotografica in spalla, poi comunque perchè i rischi che corro non devono mai superare la soglia che possa ammalarmi o ferirmi. L’alimentazione è fondamentale, non posso permettermi problemi intestinali o altro e devo evitare di mangiare cibo locale igienicamente pessimo, quindi come mi è solito fare ultimamente, in valigia porto barrette energetiche dolci e salate, crackers, succhi di frutta, frutta disidratata, frutta secca, integratori vitaminici e biscotti. Certo, il fisico in queste situazioni

richiede molta energia e la mia speranza è sempre quella di riuscire a trovare almeno ogni tanto delle proteine fresche e sane per non indebolirmi troppo, ma come l’esperienza mi insegna, è un desiderio che quasi mai si realizza. Il mio rientro a casa è sempre da persona deperita con un accumulo di tensioni psicologiche e fisiche notevoli. Il corpo richiede nutrimento e relax ma ci vuole almeno una settimana per riabituare lo stomaco all’assunzione di cibo e la mente al distacco delle dure realtà vissute. Spesso torno alla base incattivita dalle ingiustizie che dominano il mondo e assetata di abbracci familiari per rigenerarmi, ma tempo poco ritorna la voglia di crescere e rilancio con un nuovo progetto. Per capire al meglio i luoghi dei miei reportage non pernotto mai nelle grandi strutture alberghiere e non viaggio mai in prima classe; scelgo di vivere nel limite del possibile tutti i disagi del posto. Lascio spesso che il caso mi guidi liberamente. Volutamente viaggio con soldi contati per dargli il giusto valore e trovare più facilmente un equilibrio con ciò che i miei occhi vedono. Il Burkina è uno fra i paesi africani più bisognosi al mondo la cui disoccupazione è pari al 60%. La scarsità di cibo, acqua potabile e servizi sanitari sono condizionati fortemente dalla siccità di questo ambiente. Ogni volta che bevevo o mangiavo, lo facevo di nascosto per rispetto nei loro confronti, altrimenti condividevo anche un solo pacchetto di crackers mangiandone io la minima parte. L’aspettativa di vita in Burkina Faso è di circa 40 anni con un’ età media di 17anni. I bambini crescono in contesti totalmente disagiati e sono indipendenti sin da piccoli; li ho visti lavarsi i panni, lavorare, accudirsi a vicenda, avvicinarsi a gattoni al seno della mamma quando avevano appetito.

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Often the destinations are chosen by clients, but then it is me who organises the journey, respecting budget, time and above all the most significant themes that represent the country. An in-depth research about the country helps me to be prepared when I reach the destination so I can face freely any situation, it is important to know the details and to foresee as much as possible strategies to move and think. Getting ready for the journey is fundamental and needs a considerable investment of time and concentration. This time I had finally decided to brake the ice with Africa, and after talking to several organizations, big non-profit organizations, friends who are reportage photographers and people who know it well, I came to a conclusion: this continent is marked by too many wars, it is dangerous to travel many countries alone as I usually do and many are too turistic for me. But there is a small country with an important history that has a lot to offer from a human point of view: it’s called ‘the land of honest and pure people’ and my curiosity made me suggest Burkina Faso as destination. I won’t deny that the preparation was contaminated by various worries for my health and safety without even considering the wars around that nearly made me miss the journey at least three times. Burkina Faso is slightly smaller than Italy and it has no access to the sea; it borders with Niger, Benin, Togo, Ghana, Côte d’Ivoire and with Mali to the north, a country that has been living in war for months, forcing its people to flee. Today there are forty-thousand refugees from Mali in the

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refugee camps set up by UNHCR and my first collaboration with World Food Programme made me visit them to capture their difficult reality. The yellow fever vaccine is compulsory, but the preventive care for malaria is optional and I decided not to have it so I wouldn’t damage my stomach. I preferred to study mosquitoes to figure out what precautions I could have used other than the usual repellent to spray over my body, sleep underneath a mosquito net, cover myself up as much as possible with large clothes and travel in the dry season. I found out that mosquitoes are attracted by dark colours so I made sure I chose clothes that had light colours to take. An other problem to solve in Burkina is the harmattan, a dry and hot wind that comes from the Sahara. It lifts so much dust that not only it is difficult to breathe, but it also forces you to protect the equipment, moisturize your eyes, shut your ears up and cover your face and hair with scarves. The problem is even worse during journeys in the car. The taxis I travelled in barely had 4 wheels without shock absorbers with DIY bodywork; considering that only 16% of the streets are paved, you can only imagine how uncomfortable driving was. To avoid suffocating because of the dust, we had to keep the windows down and let the dusty air of the streets circulate. To save up, they use a gas system that consists in putting two gas cylinders in the back of the car: one is connected to the engine, and the other one stays besides in store; I still remember my fear in seeing them being tossed around while we were driving fast along a stretch of road.


Many times the car broke during the journey, but I never worried, because they can skilfully fix the problem with anything they find; there was a fantastic scene when the exhaust was braking so to avoid losing it, it was taken off, emptied of the sand and used in the boot to keep the gas cylinder still. “c’est ne pas problème” To reach the main cities, I rode buses along with chickens, mopeds, and nice Burkinabes giving away smiles, advice and help. Sometimes during a ride flaps would detach and fly away or we would risk an accident, but in the end everything always went well. During a journey I’m always careful about my body, and if it asks for rest, I never overlook it, since I can take photos and live many experiences. The phisical and psychological effort are always estreme, I can never lower my guard, first of all because I’m a woman and in many countries it’s strange to see a woman with photographic equipment, and then because the risk I run never has to reach the point where my health or safety are in danger. The diet is very important, I can’t let myself get any intestinal illness and I have to avoid eating local food with terrible hygiene quality, so as I’ve recently started to do I carry some sweet and savoury energetic bars, crackers, fruit juice, cried fruit, vitamin supplements and biscuits. My body needs loads of energy in these situations, and my hope is always to find some fresh and healthy proteins at least once in a while not to grow weak, but as I was taught by experience this hardly ever happens. When I get back home I am always weakened and I have over-stressed both my psyche and

my body. They need relax and nourishment, but it takes at least a week to get my stomach used to eat normally again and my psyche to be away from the harsh realities I have seen. Often I get back home hardened by the injustice that dominates the world and in need for homely hugs to regenerate, but in not much time I am eager again to grow and I propose a new project. To know the places I visit at the best I never sleep in big hotels and I never travel first-class; I choose to experience the difficulties of the places as far as possible. Often I let chance guide me. I choose to travel with cash money so I give it the right value and I find more easily the balance with what my eyes see. Burkina Faso is one of the most needy African countries in the world and its unemployment rate is 60%. The lack of food, drinkable water and medical corps are strongly influenced by the country’s dryness. Every time I ate or drank I did it in secret for respect to them, otherwise I shared even one packet of crackers and I ate the less.

Nella doppia precedente: sovrapposizione di 4 scatti dedicati al baobab e al mezzo di trasporto più utilizzato in Burkina Faso: la bicicletta. In questa doppia: la stazione ferroviaria Sitarail di Bobo Diulasso interpretata unendo e specchiano diversi scatti per ottenere la forma della pelle di un serpente. in the previous two: overlap of four photos of a monkey bread tree and of the ost used means of transport: bicycles. In these two: Sitarall train station of Bob Diulasso interpreted putting together and mirroring various photos to make the shape of a snake’s skin

Life expectancy in Burkina Faso is of about 40 and the average age is of 17. Children grow in completely impoverished enviroments and are independent since they are very young: I saw them wash their own clothes, take care of one an other, crawl to their mother’s breast when they were hungry.

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Nella doppia precedente: a sinitra, una strategia adottata per fotografare un timido bambino e a destra, un falegname ricoperto di segatura.

In the previous two: on the left a strategy used to photograph a shy boy and on the right a carpenter covered in sawdust.

In questa doppia: a destra, si è voluto comunicare il moltelpice utilizzo della latta di pomodori pelati: in cucina come utile contenitore, nelle mani dei burkinabè piÚ disagiati per mendicare, nei mercati per contenere i legumi in vendita.

In these two: on the right I wanted to show the various uses of tomato tins: in the kitchen as a useful container, in the hands of the most poor Burkinabes begging, in the markets to keep the legumes for sale.

Alcuni studiosi ne hanno analizzato il contenuto; trattasi di scarti di bucce di zucca, lavorati in Cina, confezionati in Italia e venduti in Africa.

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Some researchers analysed their contents; they are wastes of pumpkin skin produced in China, packaged in Italy and sold in Africa.


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15 OTTOBRE 1987 grit 43


“Parlo a nome delle madri che nei n i propri figli morire di malaria o di d mezzi che la scienza delle multinaz investire nei laboratori cosmetici o del capriccio di pochi uomini e don dagli eccessi di assunzione caloric e regolari da dare le vertigini a noi d

“I speak on behalf of the mothers of their children die of malaria or diarrh save them exist. The science of the these means, preferring to invest in surgery to satisfy the whims of a few appearance is threatened by too ma meals, the regularity of which would Sahel—dizzy...” Thomas Sankara 44 grit


nostri Paesi impoveriti vedono diarrea, senza sapere dei semplici zionali non offre loro, preferendo nella chirurgia plastica a beneficio nne il cui fascino è minacciato ca nei loro pasti, così abbondanti del Sahel...”

f our destitute countries who watch hea, unaware that simple means to multinationals does not offer them cosmetics laboratories and plastic w women or men whose smart any calories in their overly rich d make you—or rather us from the

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Particolare della tomba di Thomas Sankara Thomas Sankara tomb detail

In questo giorno si è aperta una grossa ferita nella storia dei burkinabè e si è chiusa la vita di una persona speciale; la vita di Thomas Sankara. Per interagire con i paesi lontani dove si parla una lingua o un dialetto a me sconosciuto, spesso utilizzo il linguaggio del corpo, ma in Burkina Faso, per velocizzare l’amicizia con i locali, mi è bastato pronunciare un nome: “Thomas Sankara”. E’ grazie a lui che i cuori dei burkinabè e le porte delle loro case spesso mi si sono aperte più velocemente. Ho studiato la vita del giovane primo presidente del Burkina Faso poco prima di partire per questa missione fotografica e ho scoperto in lui una forza genuina nutrita da un grande sogno; far recuperare al suo paese la dignità africana perduta durante la colonizzazione francese. Sankara nel 1983 cambiò il nome del paese da Alto Volta in Burkina Faso ovvero “la terra degli uomini integri” volendo da subito tagliare i ponti con il colonialismo e valorizzarne l’appartenenza ad un’ unica e integra Madre; l’Africa. Visse una vita in miseria: “Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”. Una volta eletto decise di continuare a vivere in povertà come gli altri burkinabè, i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, qualche libro, una moto, quattro biciclette, due chitarre, pochi mobili e un bilocale con il mutuo ancora

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da pagare: “Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un paese povero; se riuscirò a migliorare le sorti del mio paese, di conseguenza miglioreranno anche le mie”. Tutte le auto blu degli alti funzionari statali vennero sostituite con utilitarie e quando offrirono lui un aereo presidenziale lo rifiutò proponendo che fosse meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli per lavorare quella terra così inaridita dal vento secco sahariano dall’Harmattan. (anche geograficamente questo paese è in ginocchio perchè il deserto avanza sempre più, esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare). Sosteneva: “È inammissibile che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di Nivachina contro la malaria”. Seguendo l’ esempio di Gandhi in India, anche lui e i ministri del Burkina Faso vestivano con abiti di cotone tradizionale per favorire l’industria tessile e stimolare l’economia nazionale contando sulle proprie forze. Sui muri della capitale Ouagadougou si leggeva “Consumiamo burkinabè”. La situazione del Burkina Faso era radicale: il tasso di mortalità infantile era elevatissimo, il tasso di alfabetizzazione era al 2%, la speranza di vita era di soli 44 anni e un solo medico per 50.000 abitanti.


A huge wound in the history of the Burkinabé opened on this day when the life of a special person ended: Thomas Sankara. I often use body language to interact in distant countries where they speak a language or dialect that I don’t know; but in Burkina Faso all I had to do to speed up friendship with the locals was utter a name, “Thomas Sankara”. It’s thanks to him that the hearts of the Burkinabé and the doors of their houses were opened up to me more quickly. I studied the life of the young first president of Burkina Faso just before setting out on this photographic mission and I discovered in him a genuine strength fed by a great dream: to have his country win back the African dignity it had lost during French colonalization. In 1983 Sankara changed the name of his country from Upper Volta to Burkina Faso, or rather “Land of Upright People”, wanting to immediately burn the bridges with colonialization and strengthen its belonging to a single, upright mother: Africa. He lived a miserable life: “sometimes my brothers and I looked for something to eat in the rubbish bins of the Hotel Indépendance”. Once he had been elected he decided to continue living in poverty like the other Burkinabe. The possessions he had were an old Renault 5, a few books, a motor bike, four bicycles, two guitars, some furniture and a two-

roomed flat with a mortgage on it. “We can’t be the rich, ruling class in a poor country; if I manage to improve the lot of my country, then mine will improve as well.” All the official cars of high-ranking officials were replaced with utility cars and when he was offered a presidential plane he turned it down suggesting instead that it would be better to get farm machines arriving in to work the land that is so parched by the dry Saharan wind, the Harmattan. (Geographically this country is on its knees as well because the desert is advancing all the time, there’s only one river, and there’s no outlet to the sea.) He asserted: It’s just not possible that there are men who own fifteen villas when five kilometres from Ouagadougou there are people who don’t even have the money for a box of Nivachina against malaria. Following Gandhi’s example in India, he and the ministers in Burkina Faso used to wear traditional cotton clothes to encourage the textile industry and stimulate the national economy through their own efforts. On the walls of the capital, Ouagadougou, you used to read “buy Burkinabé”. There was a radical situation in Burkina Faso. The infant death rate was extremely high, the literacy rate was 2%, life expectancy was just 44, and there was only one doctor for every 50,000 inhabitants.

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Ouaga, cimitero dei poveri dove è stato sepolto Thomas Sankara con i dodici ufficiali. Ouraga, the poor’s cemetery where Thomas Sankara is buried with the twelve military officers

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In soli 4 anni di governo riuscì a risollevare il suo paese oppresso dalla fame e dalla povertà e lo fece sfruttando le esigue risorse che questo poteva offrire: • propose la nazionalizzazione delle terre e delle miniere • raggiunse l’obiettivo di dare due pasti e 10 litri d’acqua al giorno a ciascun abitante impedendo che l’acqua finisse nelle mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti per lo sviluppo idrogeologico dell’intero paese • creò il sistema dei trasporti pubblici dei bus a Ouaga e a Bobo Dioulasso e progettò di costruire una linea ferroviaria tra Ouaga e il confine col Niger per favorire una rapida comunicazione tra le popolazioni dei due paesi. Tale opera, successivamente ampliata, costituisce la principale via di comunicazione del Paese • rese pubblico il sistema dell’educazione, la scolarizzazione divenne obbligatoria e gratuita per tutti • stabilì la parità dei diritti tra i sessi • fece costuire centri sanitari in ogni villaggio, dotandoli di servizi essenziali, per fare fronte alle prime necessità di cura e di primo soccorso. • fornì cure mediche ai malati e vaccinazione contro la febbre gialla, il colera e il morbillo. (l’Unicef definì la campagna di vaccinazione effettuata sui bambini, la più grande registrata nel mondo) • condannò e vietò la poligamia ed introdusse l’uso della contraccezione contro l’Aids e le gravidanze indesiderate • vietò l’infibulazione, l’excisione e tutte le forme di menomazioni che con il pretesto delle tradizioni furono fatte sul corpo delle donne • progettò il Fespaco (Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou) la più importante rassegna cinematografica continentale. • propose ai Paesi africani di non acquistare più armi e li invitò ad adottare misure a favore dell’ occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli e della salute 52 grit


In just four years the government managed to drag its oppressed country out of hunger and poverty and they did it by using the very few resources the nation was able to offer: • they nationalized the land and the mines • they achieved their aim of providing two meals and ten litres of water a day to each inhabitant forbidding that the water should end up in the hands of the French or US multinationals, and seeking financing for the hydro-geological development of the entire country • they created the public transport system of buses to Ouaga and to Bobo Dioulasso and planned to build a train line between Ouaga and the border with Niger to encourage quick communication between the two countries’ populations. This work - later expanded - is now the country’s main communication highway • they made the education system public - education became obligatory and free for all • they established equality between the sexes • they set up sanitary centres in each village, equipping them essential services in order to provide health care and first aid • they they provided medical care to the sick and vaccination against yellow fever, cholera, and measles (UNICEF classified the child vaccination campaign as the greatest recorded in the world) • they condemned and banned polygamy, and introduced the use of contraception against AIDS and unwanted pregnancies • they banned all forms of human mutilation (female and male circumsision) which were carried out on women with the excuse of tradition • they set up FESPACO (Ouagadougou Pan African Film Festival), which is the biggest film festival in Africa • they suggested that African countries should not purchase arms and asked them to adopt measures in favour of employment, environmental protection, peace between peoples, and health grit 53


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In queste pagine: stazione ferroviaria Sitarail a Bobo Diulasso In these pages: Sitarail train station in Bobo Diulasso

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Riciclo della plastica a Ouagadougou Plastic recycle in Ouagadougou

Il Burkina Faso con Sankarà divenne un esempio per le altre nazioni, governate da personaggi corrotti dagli istituti economici internazionali. La logica era: se un piccolo Paese come il Burkina Faso condannato anche dalla situazione geografia riusciva a levare il proprio grido di insofferenza e a dimostrare che i problemi si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare gli altri Paesi con immense risorse naturali? _Spinse i paesi africani a non pagare il debito “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”. Sfidò le grandi potenze con questo suo discorso sul debito che tutt’oggi opprime la libertà e lo sviluppo dei paesi africani e gli costò l’inimicizia di Francia e America che, il 15 ottobre del 1987, lo fecero assassinare insieme a dodici ufficiali, in un colpo di stato organizzato dal suo migliore amico e braccio destro Blaise Compaoré;

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attuale presidente del Burkina Faso. I compagni uccisi con lui furono: Noufou Sawadogo, Amadé Sawadogo, Abdoulaye Guem, Der Somda, Wallilaye Ouédraogo, Emmanuel Bationo, Paténema Soré, Frédéric Kiemdé, Bonaventure Compaoré, Paulin Bamouni, Christophe Saba, Sibiri Zagré. Thomas Sankara moriva all’età di soli 38 anni lasciando moglie e figli e un paese che sarebbe presto ritornato nella povertà. Troppo umile, dignitoso, generoso e attento alle esigenze della povera gente; troppo scomodo. Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua “semplice indisciplina”. Molto è stato scritto sulla sua morte e tante manifestazioni sono state indette in Burkina Faso per chiedere giustizia per Thomas Sankara ma nulla di fatto è stato compiuto.


Burkina Faso with Sankarà became an example for the other countries that were governed by characters corrupted by the international economic institutes. The logic was that if a small country like Burkina Faso that had been condemned even by its geography could manage to lift its impatience and show that its problems could be resolved, what would the other countries with massive natural resources be able to do? - they urged African countries not to pay their debt “We weren’t involved in the creation of this debt and so we shouldn’t have to pay it [...] If we don’t pay, the capital lenders definitely won’t die; but if we pay then we can be equally sure that we will die.” They challenged the great powers with Sankara’s speech on the debt that still today oppresses African countries’ freedom and development and cost them the enmity of Fance and the US. And on 15 October 1987 they had him assassinated along with twelve officers

in a coup d’état organized by his best friend and right hand, Blaise Compaoré, the current president of Burkina Faso. The comrades who died with him were: Noufou Sawadogo, Amadé Sawadogo, Abdoulaye Guem, Der Somda, Wallilaye Ouédraogo, Emmanuel Bationo, Paténema Soré, Frédéric Kiemdé, Bonaventure Compaoré, Paulin Bamouni, Christophe Saba, Sibiri Zagré. Thomas Sankara died at the age of just 38 leaving his wife and children and country to return soon to povery. Too humble, dignified, and attentive to the needs of the poor; too inconvenient. When young Africans started asking their governements to follow Sankara’s example, the plot took shape and involved who, in Burkina Faso, in Africa, and in Europe couldn’t put up with the “simple indiscipline”. Theere’s a lot been written about his death and many demonstrations have been held for justice for Thomas Sankara but nothing has ever been achieved.

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Studenti di un villaggio nei pressi di Ouaga. A destra una bambina truccata con questo speciale strumento tipico del Burkina Faso. Students in a town near Ouaga. On the right a girl wearing make-up done with this special tool, typical of Burkina Faso.

Durante la mia ricerca ho trovato un bellissimo brano di Fiorella Mannoia dedicato a Sankara da cui ho tratto queste parole: “Quando l’angelo vola sembra avere vent’anni non lo puoi più fermare così bianco il sorriso da poter illuminare anche il fondo del mare Ovunque sia andato è un esempio da ammirare perché Ali è coraggioso E dovunque andrà sarà sempre un esempio Ora il cuore rallenta la speranza e il respiro la bellezza è nel volo se la è una goccia quanto pesa il sudore da portare da solo Alì danza in cerchio sulle gambe Alì è vero puoi contare su di lui Quando l’angelo vola non si vede più il cielo questa forza cos’è il motore e il coraggio che lo porta lontano forse sul trono di un Re Non si contano stelle solo il lampo procede la potenza del tuono quando il mondo si ferma il motore cammina e si muove da solo Non ti scoraggiare troverai la tua strada Non ti scoraggiare avrai la pace con la volontà di Dio Quando l’angelo vola sembra avere vent’anni Una favola vera Vivi in pace....

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BRUCIA

TE

ALL’INFERNO


A Ouagadougou, non occorreva essere dei segugi per trovare la cava di Pissy; era sufficiente calcolare un km di distanza e già l’odore pungente di plastica bruciata mi annientava l’olfatto e inaridiva la gola. Una volta arrivata, ciò che gli occhi erano in grado di vedere, mi appesantiva persino l’anima, i miei muscoli facciali si indurivano per non far trasparire alcuna emozione e i movimenti del mio corpo erano gestiti da una precisa e volontaria determinazione mentale. Ero come in trance e formulavo frasi e concetti di finta indifferenza e recitata naturalezza. Dentro quella corazza corporea sono stata persino pronta a morire di fronte a tanta ingiustizia desiderosa di spaccare tutta quella situazione e salvare quegli esseri umani dalla schiavitù. Si trattava di un girone dantesco che portava la gente a spremere le proprie forze illudendole di non avere chance di vita. Qualsiasi ulteriore vita sarebbe stata meglio di quella; persino la morte lo sarebbe stata! E’ stato violento immortalare nello stesso istante e luogo l’intero processo di vita umano; nascere, crescere e morire in maniera disumana; formulavo nella mia mente domande, concetti e lunghi pianti interiori; possedevo una gran voglia di urlare e di spalancare quella gabbia pur non possedendo le chiavi di nessuna delle loro anime. Questa cava di granito è operativa dal 1960, io ci sono arrivata nel 2013 e nulla a quanto pare sia mutato da allora. Nella stagione secca la temperatura era elevatissima e l’aria che respiravo era malata, appesantita ulteriormente dalla sofferenza espirata da migliaia di ragazzi, donne e bambini che lavoravano ininterrottamente senza misure di sicurezza, una situazione igienica inammissibile, un guadagno medio di 20 euro al mese e una violenza terribile che calpestava totalmente la loro dignità.  Ero riuscita ad ottenere un permesso speciale da uno dei responsabili per poter accedere a quella zona e in 6 uomini mi hanno scortata fin sotto. Mi sono recata alla cava tre volte per riuscire a fotografarla da più angolazioni, era mia premura evitare di stare li troppo rischiando di irritare e disturbare i lavoratori. Era mia intenzione fotografare anche all’alba ma alla mattina non è possibile accedere alla cava

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perchè è proprio quello il momento in cui incendiano i copertoni dei camion tra le insenature della parete rocciosa per renderla malleabile, ma il fumo sprigionato è decisamente tossico e irrespirabile. Ho visto giovani donne caricarsi di enormi blocchi di granito in testa e risalire a piedi nudi la cava. Ho visto giovani donne madri fare tutto questo con i propri figli neonati legati sulla schiena. Ho visto bambini che quotidianamente sedevano a terra per spaccare ulteriormente le pietre e renderle più facilmente trasportabili. Ho visto bimbi di pochi mesi seduti a terra a fianco delle proprie madri intente a lavorare a mani nude respirando questi veleni. Ho visto ragazzi spaccare il granito con semplici mazze ma tanta forza di volontà e bimbi di 5 anni setacciare le pietre. Sono entrata ed uscita dall’inferno tre volte e l’ultima credevo seriamente di morire, con una tosse insistente che mi saliva diretta dai polmoni contaminati. Il mio istinto è stato quello di non far trasparire alcuna emozione, di lavorare il più possibile per documentare la situazione e limitare la mia mente nel pormi domande sapendo di non recuperare nemmeno una risposta. Era tutto così talmente ingiusto che non pareva reale, la mia logica mi portava a voler suggerire sistemi di lavorazione meno dannosi ma come spesso accade di fronte a tali situazioni, accumulo dentro di me tanti silenzi perchè alla fine il mondo vogliono che vada avanti così ed io non posso che farlo vedere attraverso le mie foto continuando a tenermi in tasca la mia impotenza di rivoluzione. Spesso mi chiedono chi me lo faccia fare a subire violenze psicologiche così elevate, io rispondo loro che personalmente questa mia chance di vita me la voglio giocare tutta, superare i miei limiti e rendermi utile attraverso ciò che più amo fare; viaggiare e fotografare realtà che richiedono attenzione, preparazione e cuore. E’ una passione e una vita di cui non riesco più a fare a meno. Ogni viaggio vissuto in modo così radicale, complesso e privo di agevolazioni, aggiunge sempre alla mia personalità un valore unico che dedico a mio padre che era sempre pronto ad aspettare il mio rientro per perdersi nei miei racconti con grande entusiasmo.


In Ouagadougou, I wouldn’t have needed to be the hounds to find the Pissy quarry; I only had to be a kilometre far from it that the stinging smell of burning plastic wiped out my sense of smell and dried my throat up. Once I arrived, what my eyes saw burdened my soul too, my facial muscles hardened not to show any emotion and I managed to move my body only because of the strength of my will. I was in a trance and I formulated sentenced and thoughts of fake indifference and unaffectedness. Inside that body armour I was even ready to die, seeing so much injustice, eager to brake the whole situation and save those human beings from slavery. It was like a circle in Dante’s Inferno that led people to give everything they had making them think they didn’t have a chance of life. Any other life would have been better than that, even death! It was violent capture at the same time and place the whole process of human life; coming into the world, growing up and dying in an inhumane way; in my mind I asked myself questions, thought and cried loads on the inside; I had a great desire to scream and open that cage, even without the keys to any of their souls. This granite quarry has been used since 1960, I saw it 2013 and it seemed nothing has changed since then. In the dry season the temperature was really high and the air I breathed was sick, even more burdened by the pain exhaled by thousands of boys, women and children who work non-stop, without any security measures, unacceptable hygiene, an average salary of 20 € a month and terrible violence that oppresses completely their dignity. I managed to get a special permit from one of the people in charge in order to access that area and 6 men escorted me right up. I went to the quarry three times to be able to photograph it from various angles, I made sure I wouldn’t risk being there too long and irritating and disturbing the workers. I also meant to photograph at dawn but you can’t access the quarry in the morning because it’s right then when they burn truck between the

creeks of the rock wall to make it malleable, but the smoke produced is extremely toxic and unbreathable. I have seen young women carrying enormous blocks of granite on their head and walking back to the quarry barefoot. I have seen young mothers do all this with their babies tied to their back. I have seen children who every day sat on the ground to brake the stones some more and make them more easily transportable. I have seen newborns sitting on the ground next to their mothers, who were working bare hands, breathing these poisons. I have seen boys break the granite with basic tools but a lot of willpower and 5-years-old sift the stones. I went in and out of hell three times and the last one I seriously thought I was going to die, with a persistent cough that rose directly from my contaminated lungs. My instinct was to not show any emotion, to work as much as I could to document the situation and limit my mind in asking questions knowing I wouldn’t get an answer. It was all so unfair that it didn’t seem real, my logic led me to want to suggest less harmful ways of working, but as often happens in such situations, I accumulate so many silences because in the end some people want to keep the world going just like this and I can only show it through my photos living with the fact I can’t change things. I’m often asked why would I want to suffer such psychological violence, and I answer that personally I want to take advantage of this opportunity, go beyond my limits and become useful through what I most love doing, travelling and taking photos of realities that need attention, preparation and heart. It’s a passion and a lifestyle that I can’t give up anymore. Every journey, lived in such a radical, complex way and without any facilities, always adds a unique value to my personality that I dedicate to my father who was always there, waiting for me to come back to get lost in my sotries with great enthusiasm.

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Alcune immagini tratte dal reportage realizzato nella cava di Pissy a Ouagadougou Some images from the reportage done in Pissy quarry in Ougadougou

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The gold blood essay grit 89


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Immagini tratte dal reportage realizzato nella cava dell’oro nei pressi di Banfora. Qui lo scenario cambia colore e ricopre i volti soprattutto dei bambini che hanno il compito di scavare senza protezione alcuna, tunnel profondi e lunghi per raccogliere sabbia ricca di pepite d’oro. Una realtà che mi hanno raccontato con tono naturale è che i bambini vengono drogati per aiutarli a superare il buio e la paura di morire schiacciati. Images fro the reportage on the gold cave near Banfalora. this is a color changing and goes straight to the kids face that have to go digging tunnel underground without protections looking for gold. They told me very easily that they give drugs to kids to fight their natural fear of being there.

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Il leone non è sempre cosÏ astuto grit 99


Rompere il ghiaccio nella capitale con i burkinabè tenend Era solito sentirmi urlare dietro “Le blanche” oppure “Tou non riuscivo a dare un motivo logico a questo e quindi n comportarmi. Non ho mai avuto paura perché si percepis e rispetta chiunque, ma avevano tutti una maschera fur la macchina fotografica. Una sola volta un ragazzo in st di spaccarmi a terra la Nikon ma per fortuna sono riusc e un’altra volta in un villaggio sperduto a sud del Burki inseguite da un burkinabè armato di coltello perché volev detto che i burkinabè fossero sensibili e accoglienti, ma la m molto difficile soprattutto nei primi giorni, dove ho invest volte sono rientrata senza aver fatto neanche una foto. M distacco: perché un popolo così puro diventava prepotente fotografica anche solo per fotografare un muro in strada? è la peggiore: il turista o fotografo superficiale che mi ha p del turista che si illude di aver portato gioia regalando un ricordo; non immagina il danno compiuto, insegna lui a talmente ricco di zuccheri da cariargli i denti. I regali si d e non a se stessi. Mai regalare per ricevere in cambio qual se nessuno ti da col cuore! Ritengo che questo sia un lavo con la reflex. E’ così che a Bobo Diulasso mi sono “vendi ho trovato questa bellissima tigre in mezzo ad una rotond trasportare da tutti loro che le passavano davanti. Ricord mi sono sentita libera di guardare attraverso la mia Niko 100 grit


do al collo la mia reflex, non è stato affatto facile. oubabou”; inizialmente ero imbarazzata perché non avevo nessun’ idea di come potesse essere giusto sce subito che è un popolo pacifico, che non ruba rba e a volte dura che indossavano appena tiravo fuori stazione è arrivato alle mani spintonandomi con l’intento cita a salvare la situazione andandomene a gambe levate ina, io e una collega incontrata in viaggio siamo state va a tutti i costi l’orologio che lei indossava. Mi era stato mia esperienza soprattutto nella capitale si è rivelata tito molto tempo e energie per farmi accettare, ma troppe Mai avrei immaginato di soffrire così tanto questo loro e e scontroso ogni volta che impugnavo la macchina ? Le cause possono essere diverse ma una sicuramente preceduto nel corso degli anni! Non c’è peggior razza na caramella ad un bambino per strappargli una foto a pretendere per dare; peggio ancora ha dato lui un cibo devono fare con amore e astuzia, il regalo lo si fa agli altri lcosa! Il giorno che non puoi regalare, non stupirti oro da immortalare prima con l’anima e poi sviluppare icata” prendendomi gioco dei Burkinabè; da vicina alla moschea e mi sono divertita a farla do la leggerezza di quel giorno dove per la prima volta on senza doverla nascondere. grit 101


Braking the ice with Burkinabes in the capital carryin People called me “Le blanche” or “Toubabou”; at the b stand a logical reason for it and so I had no idea how you can sense straight away they were peaceful people, wore a cunning, sometimes hard mask as soon as I too came to blows jostling me, wanting to crash my Nikon situation running away; and once in a village in the and I were chased after by a Burkinabe with a knife be costs. I had been told that Burkinabes were sensitive an especially in the capital and during the first days, whe but I finished the day without having taken even one suffering so much because of this detachment of theirs: time I’d get my camera out even only to take a photo o one is surely the worst: the superficial turist or photogr isn’t anything worse of the superficial turist who think in change of a photo; he doesn’t even imagine the harm than that he gave him something so rich of sugar his t and slyness, you give a present to somebody else, not to else! The day you don’t have anything to give, don’t b heart! I think this is a project to capture with your sou in Bobo Diulasso I “took revenge” making fun of Burk roundabout near the mosque and I had fun making e the lightness of that day when for the first time I felt fre 102 grit


ng my dSLR wasn’t easy at all. beginning I was embarassed because I couldn’t under w I was supposed to behave. I was never afraid because , who don’t steal and respect everybody, but they all ok my camera out. Only once a boy in a train station n to the ground, but luckily I managed to save the e middle of nowhere a colleague met on the journey ecause he wanted the watch she was wearing at all and welcoming, but my experience was very difficult, en I invested loads of time and energies to be accepted, photo too many times. I never would’ve imagined : why would such pure people become aggressive every of a wall in a street? There can be various reasons, but rapher who preceded me during the past years! There ks he brought happiness to a child living him a sweet m done, he teaches him to expect to give; and worse teeth will decay. Presents have to be given with love o yourself. Never give a present in change of something be surprised if nobody gives you anything with their ul first, and to develop with your dSLR only later. So rkinabes; I found this beautiful tiger in the middle of a everybody who passed in front of it carry it. I remember ee of looking through my Nikon without hiding it. grit 103


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Le fiabe sono una cosa seria. Le ho trovate in tutte le culture ed hanno un’importanza fondamentale per trasmettere la propria conoscenza e i propri valori persino presso le popolazioni che non possiedono scrittura. Durante il mio viaggio in Burkina Faso, ne ho sentite raccontare molte, sia nelle grandi città che nei villaggi più sperduti di differenti etnie. La maggior parte hanno come protagonisti gli animali, ma anche contadini e figure dai magici poteri in grado di aiutare i personaggi buoni. Le fiabe, per i bimbi africani, rappresentano il miglior mezzo educativo per comprendere e differenziare il bene dal male. E’ la lepre l’animale più importante delle fiabe africane, lei non accetta che si infranga la tradizione che custodisce la pace; il valore essenziale dell’Africa. E’ sempre pronta con astuzia a punire chi la trasgredisce. La morale delle favole africane è sempre una morale sociale che aiuta a capire e seguire la strada giusta nella vita quotidiana.

Fairy tales are something serious. I found them in every culture and they are very important in teaching knowledge and values even within the people who don’t write. During my journey in Burkina Faso, I heard many of them, both in the big cities and in small and lost villages of different ethnic groups. The main characters of most of them are animals, sometimes they are farmers and sometimes they have magical powers used to help the good characters. For African children fairy tales represent the best way to understand and tell apart good from bad. Hares are the most important animals in African fairy tales, they don’t let the tradition that preserves peace, Africa’s fundamental value, be broken. They are always ready to punish cunningly who doesn’t respect it. The lesson African fairy tales tell is always a social one that helps understanding and living by the right way in every-day life.

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La lepre e il leone La lepre decise di indire una grande riunione. Tutti gli animali della foresta arrivarono eccetto il leone. Dopo aver fatto tacere tutti, la lepre prese la parola: «Cari amici, la situazione è grave. Sapete tutti che c’è un solo punto d’acqua nella regione. Sapete anche che il leone si è spostato lì vicino e ci guarda per farci diventare il suo pasto quando noi andiamo bere». «È vero!» gemette la giraffa, «ha ammazzato mia sorella la settimana scorsa». «È vero, è vero!» gridarono tutti gli animali, «bisogna fare qualcosa!». La lepre fu contenta che tutti fossero d’accordo con lei, e così continuò: «Amici miei, ascoltatemi! Farò uno scherzo al nostro re per punirlo. Abbiate fiducia in me e lasciatemi fare». La mattina dopo, la lepre corse molto veloce verso la tana del leone gridando: «Quanto vento! Attenzione fratelli miei un grande vento arriverà fra poco. Se non volete volare via con il vento dovete legarvi ad un albero. Attenzione! Attenzione!». «Cosa sta succedendo?» chiese il leone spaventato. «Sta arrivando una grande tempesta che porterà via tutti!». Mentre parlava, la lepre cominciò a raccogliere delle fibre per terra. «Cosa vuoi fare con queste fibre?» chiese il leone. «Voglio legarmi a quest’albero per non essere porta to via dal vento». «Lega prima me» disse il leone, «se no ti ammazzo!». La lepre incatenò con cura il suo nemico e quando ebbe finito gli disse: «Amico mio, bisogna verificare se sei ben legato. Cerca di scappare». Il leone tirò in tutte le direzioni, ma le fibre erano solide e non si ruppero. Rassicurata, la lepre chiamò allora tutti i fratelli della savana. «Venite tutti a bere alla riva! Il nostro re non ci può più fare del male!» Allora tutti gli animali si precipitarono alla riva per bere. Finalmente non avrebbero più avuto paura di essere divorati durante il passaggio. Tutti sfilarono davanti al leone. La lepre camminò in testa al corteo cantando: «Ho legato il leone! Ho legato il leone!». E tutti gli animali dietro di lei risposero in coro: «A cosa serve la forza se non si è astuti?». Il leone rimase legato al suo albero per tre giorni interi senza mangiare né bere e divenne, ogni giorno di più, molto arrabbiato: tutti gli animali si beffavano di lui, il re! Il terzo giorno si accorse che, davanti a lui, passavano delle termiti. Le supplicò e promise loro tanti bei regali a tal punto che accettarono di liberarlo. Si misero al lavoro e dopo qualche tempo il re della savana fu liberato. Quest’ultimo si diresse prima verso il fiume per calmare la sua sete, poi ritornò sotto il suo albero aspettando silenziosamente il passaggio degli animali. La sera, la lepre, la giraffa, la scimmia, il cobra e tutti gli animali della savana si misero in cammino per andare a bere. Appena li vide arrivare, il leone si precipitò su di loro; per prima assalì la lepre che si mise a gridare: «Ahi, ahi, mi hai fracassato la zampa, non posso più salvarmi! Puoi continuare la tua caccia e poi tornare per raccogliere il mio cadavere». Il leone non ci pensò due volte e seguendo i consigli della lepre, continuò la sua caccia. Appena il leone si fu girato, la lepre si alzò sulle sue zampe e si nascose nella sua tana e pensò: «Stavolta ho avuto veramente paura! Meno male che il leone non è sempre così astuto!»

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The hare and the lion The hare decided to organise a meeting. All of the animals of the forest came except the lion. After making everyone be silent, the hare spoke: “Dear friends, the situation is serious. You know there’s only one place with water in the area. You also know that the lion moved near there and watches us while we drink to make us our lunch.” “It’s true!” cried the giraffe, “he killed my sister last week!” “It’s true, it’s true!” cried all of the animals, “we have to do something about it!” The hare was happy everybody agreed with her, and so she said: “Listen, my friends! I’ll play a joke on our king to punish him. Trust me and let me work.” The following morning, the hare ran very quickly towards the lion’s den shouting: “There’s such wind! Careful my brothers, a strong wind is coming. If you don’t want to fly away with it, tie yourself to a tree! Careful! Careful!” “What’s happening?” asked the lion, scared. “A huge storm is coming and everybody will fly away with it!” While she talked, the hare started collecting some fibres from the ground. “What do you want to do with these fibres?” asked the lion. “I want to tie myself to this tree so I don’t fly away with the wind.” “Tie me up first” said the lion, “or I’ll kill you!” The hare carefully tied his enemy up, and when he’d finished, he said: “My friend, we have to check whether you are well tied-up. Try and escape.” The lion pulled in every direction, but the fibres were strong and didn’t brake. Reassured, the hare called all of her friends of the savannah. “Come and drink! Our king can’t harm us anymore!” So all of the animals ran to the water to drink. Finally they wouldn’t have to be afraid of being eaten when going to drink. They all paraded in front of the lion. The hare walked in front of the whole parade singing: “I tied the lion up! I tied the lion up!” And all of the animals behind her answered all together: “Why would you need strength if you aren’t clever?” The lion stayed tied to the tree for three days without eating or drinking, and he became angrier by the day: all of the animals made fun of him, the king! On the third day he realised that some termites walked in front of him. He begged them and promised them so many beautiful gifts that they decided to set him free. They started working and after a while the king of the savannah was freed. First of all he went to the river to satisfy his thirst, then he went back to his tree, silently waiting for the animals to go past. In the evening, the hare, the giraffe, the monkey, the cobra and all the other animals started walking to go and drink. As soon as he saw them, the lion threw himself at them; the first one he attacked was the hare, who started shouting: “Ouch, ouch! You broke my leg, I can’t save myself anymore! You can keep hunting and come back to get my dead body.” The lion didn’t think about it twice, and following the hare’s advice, went on hunting. As soon as he turned around, the hare got on her feet and hid in her den and thought: “This time I was really scared! Thank goodness the lion isn’t always so cunning!”

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ALTRUISMO DIO DI TUTTE LE RELIGIONI

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Il 20% dei Burkinabè è costituito principalmente da seguaci delle religioni africane tradizionali animiste. Tutti i fenomeni naturali hanno un’ anima, una energia che giustificano ogni fenomeno della vita e della morte di ogni singolo uomo, animale o vegetale. L’animismo in Africa è la religione più antica delle altre e Dio è pensato tutt’uno con l’intero creato e per non disturbarlo con le proprie esigenze, ricorrono ai rituali magici per esortare geni e forze spiritiche del simbolismo. Con valori differenti un’altra religione tradizionale è il feticismo dove secondo la credenza, la connessione tra il mondo dei vivi e dei morti è rappresentato dal feticcio ed è per questo che negli affollatissimi mercati è facile trovare code di serpenti, piume di gallina e quant’altro necessario per i riti. Molte persone incontrate lungo il mio cammino erano segnate in volto da lunghi solchi, la mia curiosità mi ha portato a chiedere loro il significato di questi sfregi e i loro racconti si aprivano ad un passato personale legato all’infanzia quando la propria madre, per proteggerli dal male e dalla morte, li hanno sfregiati per renderli brutti e non attraenti alle malattie. Tutto ha un significato; se un bambino dovesse ammalarsi gravemente non si attribuisce la colpa alla mancanza di igiene o di medicine adeguate, ma al fatto che fosse nato sotto un determinato albero ad una certa ora. Se una gamba dovesse ferirsi e aggravarsi, la colpa non viene attribuita al fatto che si fosse medicato con la sabbia raccolta da terra, ma a qualcosa di misterioso che vive nel creato o a qualche connubio particolare. Per questo parlando molto con i medici dei villaggi ho riscontrato molte difficoltà da parte loro nel comunicare con il popolo. E’ difficile far loro capire nel 2013 che la cosa migliore da fare in caso di malessere è raggiungere il medico più vicino piuttosto che curarsi con metodi trogloditi e inadeguati. In genere corrono dal medico solo in casi estremi quando spesso non c’è più nulla da fare per salvarli. In molte aree vige ancora molta ignoranza e chiusura nei confronti degli aiuti di prima necessità. L’AIDS è la causa più diffusa di morte per mancanza di informazione, la fame e soprattutto la sete sono motivi di grandi disastri. Un paese senza sbocchi sul mare così arido costringe molte donne all’alba a camminare per diversi km con grandi contenitori sulle teste per recarsi al pozzo e portare a casa l’acqua utile a tutta la famiglia per bere almeno 3 bicchieri a testa al giorno e quando è fattibile a turno lavarsi. Tutto ha un valore, non esistono sprechi, tutto si può riutilizzare e essere destinato a mille usi. Ho visto persone lavarsi le mani riempiendo il tappo di plastica di una bottiglia; quelle poche gocce gli sono bastate per lavare il grosso. Anche questo viaggio mi ha aiutata a crescere interiormente e ad ampliare la mia sensibilità nei confronti delle persone e delle cose che mi circondano. Ho conosciuto uomini che hanno lasciato il proprio paese per regalare la loro vita e il loro impegno agli altri senza chiedere nulla in cambio. Fra Vincenzo ha trovato il tempo

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di aprirsi a me e raccontarsi con una semplicità e leggerezza estrema. Ricordo i suoi racconti con affetto, ricordo i suoi occhi profondamente buoni. A lui ho dichiarato di non credere in Dio; ciò che conta per me alla fine è fare del bene e non credere nel bene. Con il suo fare tipicamente napoletano giocoso Fra Vincenzo mi ha guardata negli occhi e ha compreso e sostenuto il mio concetto raccontandomi che soprattutto stando a stretto contatto con persone così pure ha approfondito il valore della semplicità, l’emozione che si prova a nutrire di aiuti chi è in difficoltà è immensa. Alla fine siamo noi che siamo sulla terra e vestiamo i panni di un Dio, abbiamo delle debolezze che spesso ci portano a credere a enti superiori per farci proteggere, ma l’aiuto vero e proprio, quello concreto, quello materiale solo noi possiamo donarlo agli altri e riceverlo dagli altri. L’altruismo è il nostro concreto Dio. La natura con le sue proprietà ci fornisce i mezzi per la sopravvivenza e non dobbiamo sottovalutarla mai ma il potere che ha il nostro altruismo riempie di gioia le nostre anime. Lui si sta prendendo cura dei lebbrosi, dei malati di AIDS e delle streghe. Tutte persone emarginate che hanno un’anima da proteggere e una malattia da curare. E’ Fra Vincenzo che a mani nude medica i lebbrosi chiedendo farmaci alle piccole associazioni ed è lui che insegna ai giovani burkinabè a curare gli ammalati. Ho conosciuto la realtà degli aiuti umanitari di piccola, media e grande dimensione. Persone che singolarmente a proprie spese dedicano mesi ad accudire e sostenere bambini o giovani madri recandosi a vivere direttamente nelle loro case, persone che si riuniscono e raccolgono fondi, cibo e vestiario che personalmente portano a proprie spese direttamente nelle case delle famiglie bisognose, onlus medie e grandi come “C’est l’Afrique” che con i fondi raccolti riforniscono ospedali dei villaggi, costruiscono scuole, pozzi, forni o strutture utili alla sopravvivenza locale, medici qualificati che offrono aiuto concreto a spese proprie negli ospedali o piccole strutture mediche e infine UNHCR e WWF che con la loro potenza riescono a creare campi in grado di ospitare i profughi offrendo loro strutture adeguate, sostentamento e protezione. La curiosità di molti è stata chiedermi un parere circa la destinazione delle beneficenze, si vuol esapere se i soldi che si devolvono in beneficenza arrivano a destinazione o se vengono in parte intascati. Ovviamente a questa domanda non ho risposte concrete da offrire, ma di certo posso dire che alla fine tutto è utile; c’è tanto da fare ma molto si sta facendo e questo lo ritengo positivo. Sarà per me un onore fare recapitare le foto che ho fatto a loro così che si possano ricordare di me e delle giornate trascorse insieme; la mia più grande emozione è sapere che queste sono le prime della loro vita.


20% of Burkinabes are followers of the traditional animistic African religions. All of the natural events have a soul and an energy that justify every even of life and death of every man, animal or plant. Animism in Africa is the most ancient religion and God is thought of as a whole with all creation and not to disturb Him with their own needs, they fall back upon magic rituals to encourage genies and spiritual forces of symbolism. An other traditional religion with different values is fetishism, in which it is believed that the connection between the world of the living and the one of the dead is represented by fetish, and it’s because of this that in the crowded markets you can easily find snakes’ tails, chickens’ feathers and anything else used in rituals. Many people met during my journey had long scars on their face, and my curiosity made me ask what they meant. Their stories took back to their own childhood when their mother, to protect them from bad and from death, scared them to make them ugly and therefore not attractive to illnesses. Everything has a meaning; if a child falls badly ill, the fault isn’t given to the lack of hygiene and medicines, but to the fact that the child was born under a certain tree at a certain time or something like that. If somebody cuts his leg and it got worse, the fault isn’t given to the fact that it was medicated with some sand, but to something mysterious that lives in the world or to some particular bond. Because of this, speaking with doctors from the villages, I saw they have difficulties in communicating with the people. It’s difficult to make them understand that in 2013 the best thing to do if you don’t feel well is to go to the nearest doctor rather than cure yourself with basic and inadequate methods. Usually they go to a doctor in extreme situations, when often there is nothing that can be done. In many areas there is still great ignorance and pettiness about bare necessities help. AIDS is the most common cause of death produced by the lack of information, hunger and, most of all, thirst provoke great disasters. In a country that has no access to sea and is so dry, many women are forced to walk many kilometres at dawn to get to a well and take back home useful water for the whole family, to drink at least 3 glasses of water each every day and when it’s possible to wash. Everything has a value, nothing is wasted, everything can be re-used and can have a thousand uses. I have seen people wash filling with water the top of a plastic bottle; those few drops were enough to wash the most off. This journey too helped me to grow on the inside and broaden my sensitivity towards people and things around me. I met men who

left their country to give their life and their commitment to others without asking anything in change. Friar Vincenzo found some time to tell me his story with extreme naturalness and lightness. I remember his stories with affection, I remember his eyes deeply kind. It was him whom I told I did not believe in God; what is important to me in the end is do good, not believe in good. With his playful ways, typical of Naples, Friar Vincenzo looked at me in the eyes, understood and supported my idea, telling me that living closely with such pure people he learnt the value of simplicity, the feelings of feeding with help who needs it the most. In the end it’s us who lives in the world and wear the clothes of a God, we have weaknesses that often lead us to believe in superior beings to be protected, but only we can give and receive the real help, the tangible and material one. Selflessness is our tangible God. Nature gives us the means to survive, and we never have to underestimate it, but the power of our selflessness fills our souls with joy. He is taking care of lepers, of people with AIDS and of witches. All ostracized peoplewho have a soul to protect and an illness to cure. It’s Friar Vincenzo who treats bare hands lepers asking small organizations to give him medicines, and it’s him who teaches young Burkinabes how to take care of ill people. I got to know the reality of small, medium and big humanitarian aid. People who spend months on their own expenses looking after children and young mothers going to live right in their homes, people who get together and raise money, gather food and clothes they then personally take on their own expenses to the homes of needy families, medium and big non-profit organizations, like ‘C’est l’Afrique’ that with the raised money supply the hospitals of the villages, build schools, well, furnaces or other useful infrastructures for local survival, qualified doctors who offer their tangible aid on their own expenses in hospitals or in small medical centres and eventually UNHCR and WWF, who, with their power, can create camps capable of hosting refugees offering them adequate structures, sustenance and protection. Many asked my opinion about whether the money given to charity actually reaches its destination. Obviously I don’t have clear answers to these questions, but I can surely say that in the end everything is useful; there’s a lot to do but a lot is being done, and I think this is positive. It will be an honour for me to give them the photos I took of them so they can remember me and the days we spent together; I am the most overwhelmed by knowing that these are the first ones of their lives.

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Nelle pagine precedenti: moschea di Bobo Diulasso In queste pagine: nelle favelas di Bobo Diulasso un pozzo a pagamento sponsorizzato da Airtel In the previous pages: mosque in Bobo Diulasso In the pages: a well with fee sponsored by Airtel in the favelas of Bobo Diulasso.

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In questa doppia: burkinabè trasporta l’acqua fino a casa. In these two: a Burkinabe take water home

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A destra: etichetta bottiglia d’acqua Lafi del Burkina Faso On the right: label of a bottle of Lafi water, from Burkina Faso

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In queste pagine: immagini tratte dal reportage realizzato per UNHCR e WFP in un campo profughi del Mali a nord di Ouagadougou In these pages: photos from the reportage done for UNHCR and WFP in Mali refugee camp to the north of Ougadougou

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DONATA BASILE special Grit magazine_Burkina Faso  

Burkina Faso seen by Donata Basile_reportage