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VOCE per la COMUNITA’ UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI“ PARROCCHIE DI BOTTICINO

N OT I Z I A R I O PA STO R A L E Q UA R E S I M A 2 014 1


RECAPITO DEI SACERDOTI E ISTITUTI Licini don Raffaele, parroco cell. 3283108944 e-mail parrocchia: info@parrocchiebotticino.it fax segreteria Unità Pastorale: 0302193343 Segreteria Unità Pastorale tel. 0302692094 Loda don Bruno tel. 0302199768 Salvetti don Luigi tel. 0303756648 Pietro Oprandi, diacono tel 0302199881 Scuola don Orione tel. 0302691141 sito web: www.parrocchiebotticino.it Suore Operaie abit. villaggio 0302693689 Suore Operaie Casa Madre tel. 0302691138 BATTESIMI BOTTICINO MATTINA BOTTICINO SERA E SAN GALLO sabato 19 aprile Veglia Pasquale sabato 26 e domenica 27 aprile 2014 sabato 7 e domenica 8 giugno 2014

I genitori che intendono chiedere il Battesimo per i figli sono invitati a contattare, per tempo, per accordarsi sulla preparazione e sulla data della celebrazione, il parroco personalmente o tel.3283108944

sito web delle parrocchie di Botticino:

PRESENTAZIONE

Per la Quaresima arriva il Notiziario per le famiglie delle tre Parrocchie di Botticino. E’ un notiziario-documento perchè non si limita a dare notizie, ma presenta pagine di formazione nei vari ambiti della pastorale, compreso quello sulla conoscenza della Bibbia, l’attualità dei documenti del Concilio Vaticano II. Viene presentato il cammino per il tempo liturgico della Quaresima che ci stimola a prendersi cura dell’altro, in casa che è la famiglia e la parrocchia, considerando ‘gli altri’ come fratelli. Parecchie sono le pagine sulla famiglia e la presentazione delle varie iniziative pastorali. Gli argomenti vengono presentati con un linguaggio comprensibile a tutti e servono per essere aggiornati e istruiti nelle cose che riguardano il nostro essere comunità ecclesiale in cammino.

Non va letto tutto d’un fiato, ma gustato e meditato pagina per pagina.

www.parrocchiebotticino.it UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI” PARROCCHIE DI BOTTICINO

LUNEDI’ CASA RIPOSO ore 16,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

ORARI S.MESSE

MARTEDI’

Festive del sabato e vigilia festivita’ SERA VILLAGGIO ore 16,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

MATTINA SAN NICOLA ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 17,30

MERCOLEDI’

Festive della domenica e festivita’ SERA PARROCCHIALE ore 8,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 9,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 10,00 SERA PARROCCHIALE ore 10,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,30

GIOVEDI’ SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 MATTINA S.NICOLA ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

VENERDI’

SAN GALLO TRINITA’ ore 17,30 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 18,30 2


QUARESIMA 2014

L’asciugamano di Dio. Per prendersi cura. Il cammino di fede continua, non si arresta mai. Ogni realtà del nostro quotidiano può essere vissuta come un percorso di approfondimento della nostra fede, come essere corresponsabili nella famiglia, nella parrocchia, nella Chiesa, prendendo al volo una grande occasione che Dio ci dona in ogni anno liturgico: il tempo di Quaresima. Tempo forte, di grazia e di salvezza, tempo che ci guida a Pasqua, per una visione più serena e più fiduciosa della vita. Per una quotidianità impregnata di maggiore speranza e di maggiore fiducia nell’uomo, alla luce della risurrezione di Gesù. Per riscoprire la croce di Gesù come massima manifestazione del suo amore per noi, come massima manifestazione del suo prendersi cura di noi. Infatti la corresponsabilità, stile che vogliamo assimilare nelle nostre relazioni umane ed ecclesiali, va accolta secondo l’insegnamento biblico del prendersi cura. È ciò che sottolinea la lavanda dei piedi, che viene presentata come icona pasquale che ci accompagnerà lungo il cammino quaresimale. C’è quindi una strada da percorrere, che non finisce mai; continua, si arricchisce di persone, di contenuti, d’idealità, di fede. Da un’omelia di mons. Tonino Bello: “Parlo spesso della Chiesa del grembiule. Il grembiule è l’asciugatoio, l’unico dei paramenti sacri che viene ricordato nel Vangelo. Gesù non mise né la pianeta, né la casula, né il camice... si cinse l’asciugatoio. Ma quando si parla di questo non ci si scalda tanto, fa più immagine la Chiesa del lezionario, la Chiesa del rito...solo se avremo servito potremo parlare e saremo creduti. L’unica porta che ci introduce oggi nella casa della credibilità è la porta del servizio. Leggiamo ancora il Vangelo di Giovanni: Dopo che ebbe finito di lavare i piedi ai suoi discepoli riprese le vesti, sedette di nuovo e parlò. Dovremmo agire proprio come Gesù. Egli parlò soltanto dopo aver servito. Altrimenti la gente non crederà alle nostre parole. Se esse, infatti, non sono sorrette da una esemplarità forte, non producono nulla. Ecco perché vorrei accendere il vostro cuore ed il vostro impegno per il volontariato, per il servizio, nelle vostre comunità parrocchiali, a favore dei poveri”. Prendersi cura … per essere corresponsabili nella nostra crescita di persone al fine di creare comunità più umane, più vitali, più cristiane! Non si tratta solo di operare un cambiamento di mentalità, ma anche di acquisire una mentalità di cambiamento, una spiritualità da viandanti, un pensiero nomade che non “si siede mai”. don Raffaele

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Messaggio di PAPA FRANCESCO per la QUARESIMA 2014 Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)

Cari fratelli e sorelle, in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo

Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’in-

carnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «...perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. 4

Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2). Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.


La nostra testimonianza

Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.

Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera. Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui 5

possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana. Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole. Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. FRANCESCO


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1. LA CORRESPONSABILITÀ INTESA COME IL PRENDERSI

CURA

Il termine che nella Bibbia corrisponde meglio all’idea di responsabilità o di corresponsabilità è forse quello di “custodia”, e con un linguaggio più immediato quello di “prendersi cura”. Vuol dire stare accanto all’altro con attenzione d’amore, rispettando e accompagnando il suo cammino, facendosene carico, coltivando la sua vita come bene assoluto. È in questo senso che l’Antico Testamento usa il termine “custode”, in riferimento al Dio della storia della salvezza: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra” (Sal 121). Come Dio custodisce ciò che ha creato, così l’uomo è chiamato a custodire il mondo in cui dimora e l’altro uomo come proprio fratello: “Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 127). Ma cosa deve essere custodito con la nostra responsabilità? “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”. Così l’ha espresso Papa Francesco nell’omelia della liturgia inaugurale del suo servizio di vescovo di Roma, allargando lo sguardo all’intera famiglia umana: “La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (19 Marzo 2013). Dire corresponsabilità in altre parole significa dire capacità di rispondere insieme a chi domanda. C’è un mondo che domanda e noi siamo chiamati a rispondere. C’è l’altro che domanda e noi siamo chiamati a rispondere. 6


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l’asciugamano di Dio per prendersi cura CORRESPONSABILI NELLA CASA CHE È LA FAMIGLIA E LA PARROCCHIA C’è Dio che domanda : “Dov’è Abele tuo fratello?” e noi siamo chiamati a rispondere, ma non come Caino: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Questo è il prendersi cura. Questa è corresponsabilità. La domanda a Caino è una delle prime domande lanciate da Dio all’essere umano. Nel testo poi di Matteo riguardante il giudizio finale che ci colloca nel momento finale della storia, ci viene detto che Dio non ha cambiato la sua domanda. E forse tutta la rivelazione che media tra l’una e l’altra non è stato altro che lo sforzo divino per farci capire che non c’è altra domanda cui valga la pena rispondere!

2. QUARESIMA E

CORRESPONSABILITÀ Responsabili si diventa, è un segno di crescita e di maturità: più si è «grandi» (non in senso anagrafico) più si è responsabili. Si diventa responsabili quando si assume un compito (o un «lavoro») e si decide di portarlo a termine nonostante tutto; si diventa responsabili anche quando si accoglie un dono e, consapevoli della sua importanza, lo si custodisce fino in fondo. Noi come Gesù abbiamo ricevuto il dono di essere figli di Dio, e come lui abbiamo ricevuto il compito di annunciare il Vangelo primariamente nella famiglia e nella parrocchia, restando fedeli alla Parola del Padre. Come Gesù, che con responsabilità ha superato le tentazioni nel deserto, anche noi non perdiamo di vista quel che siamo e il compito che ci viene affidato e, in questa Quaresima, puntiamo diritto a fare bene ogni cosa e a dimostrare responsabilità! Ma cosa significa parlare di corresponsabilità intesa come “prendersi cura” all’interno di questa Quaresima? La risposta: Gesù e gli apostoli sul monte della trasfigurazione, Gesù e la samaritana, Gesù e il cieco nato, Gesù e Lazzaro, Gesù e il gesto della lavanda dei piedi nell’ultima cena, Gesù che muore in croce per noi. I vangeli di questo tempo di grazia ci presentano un Dio che si prende cura fino a dare la vita, corresponsabile nella relazione con l’altro e nella costruzione di un modo diverso di “stare nelle relazioni”. La lavanda dei piedi poi, particolarmente per noi, è l’immagine del prendersi cura che metteremo al centro della nostra attenzione: insegna il modo di vivere in ogni ambiente umano, in famiglia e in parrocchia, è il gesto che prepareremo e vivremo nel prossimo giovedì santo. Siamo chiamati a metterci in viaggio verso Dio e verso l’altro, come viandanti, uomini e donne “in esodo”. 7


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prendersi cura nelle relazioni

proteggere l’altro P

roteggere. Cosa vuol dire? Etimologicamente rimanda al senso del coprire, coprire perché nulla faccia male. Le nostre case, le nostre comunità cristiane, luoghi in cui si dovrebbe praticare l’arte della cura, sono chiamati ad essere luoghi di protezione. Non campane di vetro sotto cui riparare dalla vita, ma luoghi in cui la presenza degli altri rende più forti, più capaci di reggere l’urto, di affrontare le paure, i turbamenti, il possibile disagio che comunque, inevitabilmente si incontra nella quotidianità. Le difficoltà della vita ci possono ferire, lasciare in noi dei tagli, dei lividi. Serve allora qualcuno che ci curi e a nostra volta diventeremo curatori. In questi momenti ricordiamoci di questo: ogni ferita porta con sé una feritoia. Cioè ogni dolore porta con sé una luce, uno spiraglio, una via d’uscita, di superamento, una possibilità di maggiore conoscenza della propria umanità e della propria fede. Gesù Cristo ci mostra che anche la morte ha una via d’uscita. Per imparare a proteggere è importante pensarci come un vaso saldato con l’oro. Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica è chiamata "Kintsugi." Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente. E la differenza è tutta qui: occultare l'integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione? Facciamo sempre fatica a fare pace con le crepe! Spaccatura, frattura, ferita, sono percepite come l'effetto meccanicistico di una colpa, perché il nostro pensiero ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto, o è rotto. Se è rotto, è colpa di qualcuno. Nella vita invece c’è una realtà e il suo contrario. Tesi e antitesi continue che spesso non si risolvono perché non possono essere risolte. Per questo abbiamo bisogno di un pensiero per il quale si accolgono le contraddizioni della vita e la compresenza degli opposti. Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del

grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: Ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio. A volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro. Metti ordine nella tua vita e sii aperto alle contraddizioni! Con Gesù Cristo lotta per il bene e per la giustizia! La vita è integrità e rottura insieme, perché è ricomposizione costante e paziente. Rendere belle e preziose le persone che hanno sofferto significa saper proteggere. Questa tecnica si chiama "amore".

prendersi cura di...

“Adozioni a distanza ravvicinata” Sono tante le persone che hanno in essere impegni di adozione nei riguardi di minori ‘stranieri’ ed è certamente buona cosa, ma c’è bisogno anche da noi ... Famiglie e minori che vivono nella porta accanto e che hanno bisogno di essere sostenuti, ‘adottati’ per superare periodi economicamente critici. “Casa ospitale” Pensare a una casa nuova... pagare l’ affitto... per tanti è diventato difficile. Eppure ci sono abitazioni con numerose stanze abitate spesso da una o due persone e le altre vuote... La Caritas potrebbe fare da garante perchè quanti hanno difficoltà possano trovare ospitalità per periodi ben definiti. “Posti di lavoro” La crisi tocca certamente tante persone, ma fra queste c’è sempre chi è più nel bisogno. Presso la Caritas è possibile conoscere disponibilità di persone volenterose a impegnarsi anche in lavori che nessuno vuol fare. 8


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prendersi cura nelle relazioni

agire per la giustizia I

l prendersi cura dell’altro non è mai chiuso in se stesso, non si risolve in una relazione fra due persone. È attento al tempo ed al mondo, è socialmente connotato. Non ci può essere cura del disagio, delle paure dell’uomo, se non c’è contemporaneamente l’esigenza e la costruzione della giustizia sociale. Le nostre case e le nostre comunità cristiane devono allora essere luoghi protetti, ma con le finestre spalancate sull’ingiustizia del mondo cui appartengono. Luogo di cura e laboratorio valoriale sempre vivo per la costruzione di una città degli uomini rifondata sulla giustizia, attraverso la legalità e la solidarietà. Le nostre comunità, le nostre case… I luoghi in cui tutti noi, quotidianamente, sperimentiamo il gusto dolce della simpatia umana e il gusto amaro del fallimento, del crollo educativo. La passione per la giustizia non è solo questione di essere attivi e positivi, ma prima di tutto è la manifestazione del divino dentro di noi, manifestazione di Dio che dà senso alla vita. Il percorso umano di ogni persona è fatto di tanti “noi”. E questi noi si dovrebbero mettere in pista soprattutto quando la persona non ha più la debita considerazione e quando non le si riconoscono i propri diritti. Ma di fronte alle ingiustizie perché Dio non interviene? Dio non fa, ma fa sì che le cose si facciano: è la pedata di Dio che ci sprona ad agire per la giustizia come dice don Luigi Ciotti. Il nostro obiettivo di fronte alle ingiustizie è la giustizia. La legalità e la solidarietà i due strumenti per raggiungerla. La legalità, cioè la giustizia degli uomini, è un percorso, un cammino che non finirà mai, come la solidarietà. C’è un pericolo: la solidarietà, esercitata troppo a lungo, può nascondere il vuoto dei diritti e i ritardi della politica. Non va bene troppa solidarietà e poca giustizia! Cosa fare: essere ospedale da campo, Le strutture abitative ‘vuote’ della Parrocchia essere denuncia delle storture. di Botticino Mattina messe a disposizione 1. La Chiesa come ospedale da campo ci è stata presentata da Papa Francesco. a famiglie senza casa. È la Chiesa dell’incontro: stare sulla strada, stare nella piazza, vedere, relazionarsi, guardare le persone Sempre più la richiesta di ‘casa’ da parte di famiglie negli occhi. in situazioni di difficoltà. Sfratti, abitazioni insaluÈ la Chiesa del legame: la capacità non solo di intervenire ma di creare rapporto, accompagnare, seguire. bri, extracomunitari o affitti ‘esosi’. I consigli Parrocchiali (CUP e CPAE) hanno ritenuto doveroso A volte noi siamo i curati, a volte siamo i curatori. Tante volte il vangelo ci parla della strada. La stra- dare una prima, pur limitata, risposta. Nei locali da insegna il cammino, a non dimenticarci che le perso- di Botticino Mattina due famiglie hanno trovato ne si incontrano, che le persone sono storie e non derive irreversibili. Strada significa ascolto, conoscenza dei li- accoglienza (una al 1° piano della canonica con miti. Lì è possibile incontrare Dio incontrando gli altri ed ingresso indipendente e una nell’appartamento è possibile incontrare gli altri incontrando Dio. del curato), con regolare contratto d’uso (redatto

abitare corresponsabili ...

2. La Chiesa della denuncia degli abusi di potere, degli abusi del denaro, degli abusi delle persone. Il cardinale Ballestrero diceva: “La denuncia è annuncio di salvezza”. Abbiamo una responsabilità e tutti insieme, ciascuno nel proprio ruolo, dovremo rendere conto dei silenzi a danno delle persone più deboli. Siamo chiamati alla testimonianza cristiana e alla responsabilità civile.

in accordo con la Curia); ognuna paga le proprie utenze e contribuisce al rimborso spese. Rimane comunque disponibile un appartamento per un eventuale sacerdote. Altre possibilità ci saranno quando grazie all’aiuto di volontari - per fortuna ci sono! - verrà sistemato il solaio della canonica ricavandone due bilocali.

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prendersi cura nelle relazioni

sollevare l’altro

S

ollevare. Vuol dire innanzitutto farsi vicini, diventare prossimi. Vicini al cuore dell’altro, ai suoi angoli bui, alle sue facce più difficili da guardare, più fastidiose. Avvicinarsi senza reticenze e paure, come Francesco d’Assisi al lebbroso, nella capacità di chi sa cogliere l’altro senza remore. E poi chinarsi. Per sollevare devi necessariamente chinarti, cambiare prospettiva e livello, inginocchiandoti, perché non ci si può sollevare che insieme. Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi! Ma si solleva, anche, dando speranza. La speranza è il motore ed il fine di ogni prendersi cura. È speran-

RACCOLTA FERRO E TAPPI Le parrocchie di Botticino, attraverso i volontari, riprendono la raccolta di materiali ferrosi. Le famiglie o ditte che hanno ferro, alluminio, ottone... ecc. che vogliono eliminare, possono contattare i seguenti numeri telefonici 3338498643 oppure 3283108944, o presso la segreteria dell’Unità Pastorale 030 2692094 per accordarsi sulla modalità del ritiro che può avvenire tramite le persone incaricate o indicare il luogo della raccolta. Si raccolgono anche tappi di plastica che possono essere direttamente consegnati presso gli oratori di Botticino. Il ricavato della vendita servirà per le necessità delle tre parrocchie.

za solida e concreta, impegno quotidiano, scelta, missione. È la distanza che si dà tra quello che viviamo e quello che sarà. È un bisogno di futuro che nasce da un’unica, grande consapevolezza che ogni persona vale quanto il mondo. Ogni persona che varca la soglia delle nostre comunità cristiane dovrebbe essere riconosciuto e sentirsi così, per quello che realmente è: un essere speciale. Ma ci chiediamo se riusciamo, ancora, nelle nostre quotidianità lavorative, a mettere al centro la persona, nella sua globalità! Ricordiamo un’immagine, raccontata da un monaco camaldolese, che invitava a posare lo sguardo su di una chitarra ed a provare a fare attenzione alla sua forma. Quello che colpisce è che essa possiede un interno, un corpo spazioso e vasto che rimane invisibile agli occhi e che chiamiamo cassa armonica. È uno spazio ospitante, permeabile: si lascia attraversare dal flusso dell’energia sonora, accoglie ogni suono singolare e gli permette di fiorire, gli consente di mettere ali e di volare, di intrecciarsi con altri suoni, di cospirare. Immaginiamo adesso di fare delle pallottole di carta e di riempire questo vuoto. Che cosa accade? Ci accorgiamo che pizzicando le corde i suoni non trovano più una culla dove nascere, dove potersi espandere, respirare: muoiono sul nascere, di asfissia e di rigetto. Potremmo considerare la nostra attenzione all’altro, a chi entra nelle nostre comunità cristiane, a chi chiede una mano, come la cassa di risonanza di questa chitarra. Sappiamo essere uno spazio vuoto e accogliente, pronto a farsi inondare dal mistero doloroso dell’altro, a lasciarlo esprimere nella sua unicità di suoni, dissonanti magari, senza soffocarne la vibrazione nell’ovatta delle nostre certezze? Se come comunità cristiane siamo fragili nelle relazioni, saremo anche fragili nella missione. Se un gruppo parrocchiale, se un consiglio pastorale non curano la qualità delle relazioni umane presenti nella comunità, non realizzano il primo loro impegno di evangelizzazione. 10


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prendersi cura nelle relazioni

silenzio,pazienza,fragilità

S

ilenzio e pazienza. L’incontro con l’altro pretende la nostra attenzione totale, un’attenzione che esige di venire a contatto con l’altrui, ma prima ancora con la propria fragilità. La mistica Simone Weil lo ricordava con queste parole: “Ogni volta che facciamo veramente attenzione, distruggiamo una parte di male che è in noi stessi”. E quest’attenzione richiede due presupposti fondamentali: il silenzio di quella cassa di risonanza ricordata nell’incontro precedente, il silenzio necessario ad ascoltare il battito di un cuore, non il mio, ma il cuore dell’altro. Perché è nel silenzio che accogli, è nel silenzio che ti prendi cura. E la pazienza, che nel suo senso primario è “soffrire con”, è la passione. È la pazienza del contadino che aspetta che il tempo faccia il suo mestiere, è la pazienza del genitore, la pazienza dell’educazione. La pazienza di chi accompagna nel rispetto dei passi dell’altro: se tu ti fermi, mi fermo con te. Perché la strada del prendersi cura è un cammino che va percorso insieme: è un cammino di ricerca di senso, di costruzione del sogno, è progetto, è essenza. Quando avrò compreso qual è l’essenza, quando ci avrò scorto che l’errore non è la fine della strada e che un uomo è grande non quando non cade, non quando non sbaglia, ma quando riconosce il suo errore e trova la forza di rialzarsi e ricominciare, allora avrò colto il senso del mio prendermi cura ed allora “io sì, che avrò cura di te”. Apprezzare le reciproche fragilità. Il fallire, il cadere, il perdere e il perdersi è inesorabilmente inscritto nella nostra umanità. Siamo esseri fallibili e per questo meravigliosamente preziosi, come gli oggetti più fragili e perfetti. Inesorabilmente fragili. Tutti: chi si prende cura assieme a chi è curato. Ogni volta che pensiamo alla parola fragilità, ci vengono in mente quegli enormi pacchi al cui interno si nasconde, si preserva, qualcosa di piccolo, di fragile, di prezioso. Accanto all’etichetta fragile, è apposta un’altra etichetta “maneggiare con cura”. È lì che cominciamo a pensare a quanto dolore provochiamo nell’altro quando non cogliamo il senso delle sue ferite. E spesso sono le ferite altrui, paradossalmente, a stimolare il nostro crudele narcisismo.

Ed emerge il fariseo: non sono come quello lì, pago sempre le decime, digiuno, ecc., cioè io sono migliore. Talvolta sono proprio i dolori degli altri a nutrire il nostro “IO”. E Dio? Come deve essere infelice! Un Dio che nel momento della creazione è diventato ostaggio di ciascuno di noi. Un Dio che non può permettersi di perdere nessuna delle sue creature. Un Dio piccolo, fragile, in nostra mano. Non nel senso che possiamo muoverlo come vogliamo, ma un Dio cui facilmente possiamo provocare nuovi dolori. Un Dio amore, “impotente”, che si ferma sulla soglia della nostra libertà.

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prendersi cura nelle relazioni

la lavanda dei piedi

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a un’omelia di Mons. Tonino Bello Una volta, nello scrivere una lettera alla mia Diocesi per la Quaresima, decisi di darle proprio questo titolo “La Quaresima: dalla testa ai piedi”. Dalla testa, per lo shampoo di cenere che ci viene fatto il Mercoledì delle ceneri. Ai piedi perché dopo la lavanda dei piedi finisce la Quaresima e comincia il triduo pasquale. Dalla testa ai piedi: un cammino abbastanza lungo. Non si tratta di percorrere il metro e mezzo o i due metri della nostra altezza, ma di andare dalla testa propria ai piedi degli altri. Un cammino lungo, molto lungo! Cenere e acqua, inoltre, sono gli ingredienti del bucato di una volta, simboli di penitenza e di servizio. Gesù ha compiuto proprio questo gesto. La sera del Giovedì santo, si è alzato, è andato verso gli Apostoli e ha preso loro i piedi per lavarli. Anche i piedi di Pietro che non voleva. Poi Gesù è andato da Giovanni e da Giuda. Ha lavato anche i piedi di Giuda, quei piedi che non sono riusciti ad entrare nell’immaginario della gente. Eppure sono stati anch’essi lavati da Gesù, e sono stati lavati per noi, per la gente che sbaglia, per la gente che pecca, per la gente che torna... San Giovanni dice che Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse l’asciugatoio, lavò i piedi e riprese le vesti. Nel testo greco sono adoperati gli stessi verbi che pronuncia Gesù quando dice: Io lascio la mia vita per riprenderla di nuovo. Questa è una spia, ci fa capire che questo gesto non è un gesto emotivo, ma è proprio la descrizione in formula breve della Passione, e quindi dell’Eucaristia. Questo gesto spiega la logica dell’Eucaristia: Gesù dice che la nostra signoria, la nostra affermazione, sta nel servizio. Si alzò da tavola. Che cosa significa si alzò da tavola? Prima di tutto che l’Eucaristia, quindi la Messa, non sopporta la sedentarietà, non tollera la siesta, non permette l’assopimento della digestione. Tante volte, stando a Messa, ci sentiamo gratificati: che importa di tutto quello che succede nel mondo, dei problemi della giustizia! Bangladesh, Sri Lanka, dove si trovano? Che importa dello Sri Lanka! Amazzonia, Burundi: che importa di tutta questa roba? Si alzò da tavola: Non possiamo rimanere in chiesa; la Messa è una forza che spinge fuori! La Messa obbliga ad abbandonare la tavola, sollecita all’azione, spinge a lasciare le nostre cadenze residenziali. Ci stimola ad investire il fuoco che abbiamo ricevuto in gestualità dinamiche e missionarie. Questo è il guaio delle nostre Eucaristie: spesso ci si fiacca nel tepore del cenacolo. E’ bello rimanere dove ti fanno indugiare le cadenze dei canti, l’atmosfera di solidarietà e il trasporto dell’amicizia.. Se non ci si alza da tavola, l’Eucari-

stia rimane un sacramento incompiuto. Depose le vesti. Chi si alza da tavola, infatti, deve deporre le vesti, non può andar via con il bagaglio. Quali vesti? Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale. Se smaniate per diventare ricchi, se smaniate per le carriere rampanti, per scavalcare gli altri nel fare strada, se smaniate per avere il doppio, il triplo stipendio, usciamo da questa Chiesa! Se in casa vostra permettete che vadano avanti la logica dell’accumulo, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, del prendersi una, due, tre o quattro macchine, usciamo da questa chiesa! ...Deporre le vesti del dominio, dell’arroganza... A volte siamo arroganti anche quando presentiamo Gesù Cristo! Quando, ad esempio, lo presentiamo con faccia arcigna, con rabbia, con fare riottoso, e, così, siamo intolleranti Deporre le vesti dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento... ...Deporre le vesti significa ricusare il potere! Non possiamo amoreggiare col potere, non possiamo coltivare intese sottobanco offendendo la giustizia! Magari col pretesto di aiutare la gente!.. …Avere potere significa salire sulle spalle degli altri per elevarsi. Deporre le vesti significa questo: rimanere nudi. La Chiesa deve perdere i segni del potere e conservare, invece, il potere dei segni: il potere di porre dei segni che siano scrupolo, spina nel fianco del mondo. Si cinse l’asciugatoio: la Chiesa del grembiule. Parlo spesso della Chiesa del grembiule. Il grembiule è l’asciugatoio, l’unico dei paramenti sacri che viene ricordato nel Vangelo. Gesù non mise né la pianeta, né la casula, né il camice... si cinse l’asciugatoio. Ma quando si parla di questo non ci si scalda tanto, fa più immagine la Chiesa del lezionario, la Chiesa del rito. Immaginate un dibattito in televisione e un vescovo che vi partecipa con il grembiule!... ...Solo se avremo servito potremo parlare e saremo creduti. L’unica porta che ci introduce oggi nella casa della credibilità è la porta del servizio. Leggiamo ancora il Vangelo di Giovanni: Dopo che ebbe finito di lavare i piedi ai suoi discepoli riprese le vesti, sedette di nuovo e parlò. Dovremmo agire proprio come Gesù. Egli parlò soltanto dopo aver servito. Altrimenti la gente non crederà alle nostre parole. Se esse, infatti, non sono sorrette da una esemplarità forte, non producono nulla. Ecco perché vorrei accendere il vostro cuore ed il vostro impegno per il volontariato, per il servizio, nelle vostre comunità parrocchiali, a favore dei poveri. 12


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Quaresima come

quaranta. La Bibbia “dà i numeri” un sacco di volte. Studiarli sarebbe, oltre che interessante, molto utile perché nascondono (o rivelano) significati che, conosciuti, ci avvicinerebbero di più alla Parola di Dio, al Suo pensiero, a quello che Lui ci vuole trasmettere. Dio si serve di uomini quando parla, di uomini con la loro cultura, con il loro modo di esprimersi. A quei tempi coi numeri essi comunicavano ben oltre il quanto questi numeri esprimono. Noi, così precisini e spoetizzati, non riusciamo più a parlare e a farci intendere con simboli. E questi numeri sono simbolici. E simbolici non vuol dire non veri, anzi. Coi simboli si veicolano verità più profonde, non svendibili al primo arrivato o al fondamentalista ignorante che crede di interpretare la Bibbia alla lettera, con la comprensione di un bambino arrogante e saccente, che impara magari a memoria ma non capisce e non sa accettare che due o tre mila anni fa si pensava, parlava e scriveva in modo diverso, oltre che in lingue che non conosciamo. Noi adesso viaggiamo su traduzioni che hanno i limiti che possiamo intuire. Quella dei numeri è una scienza. E coi numeri si combinano spesso le lettere degli alfabeti greco o ebraico, per passare significati non immediati. Il famoso 666 per esempio. E che dire dei 153 grossi pesci del vangelo? Andando poi ai 144 mila dell’Apocalisse potete mettervi a litigare con una serie di protestantucoli che ci vedono i quanti si salvano. Figurarsi! Col 70 volte 7 ce la caviamo meglio. Il 4, il 2, il 3, il 7, il 12, il 24… avrebbero da dire la loro. Torniamo al nostro quaranta: quarant’anni del popolo ebreo nel deserto; quaranta giorni e quaranta notti di Mosé sul monte Sinai; digiuno di quaranta giorni di Gesù prima di iniziare la sua vita pubblica fino a noi che facciamo finta di digiunare quaranta giorni per prepararci alla Pasqua. Ecco, la parola prepararci ci mette sulla strada giusta. Nella Bibbia si usa il quaranta per indicare un tempo necessario e sufficiente per impostare, favorire e realizzare un cambio. Nello spazio di quaranta giorni si può operare una trasformazione nella vita e nella organizzazione sociale. Però bisogna volerlo: rimboccarsi le maniche, aprire il cervello, svegliare la coscienza, scaldare

il cuore, sturare le orecchie e via di questo passo. Un tour de force, si dice, un duro allenamento che non esclude digiuni e diete ad hoc, per arrivare alla condizione di forma e a una resa buona e sincera nella nostra vita di cristiani. Una forma cristica la si raggiunge al prezzo che deve assomigliare ai costi che Lui, Cristo, ha pagato per primo. I cristiani non possono non essere lottatori. E non di quelli che, arrabbiandosi un po’, trovano facile mostrare i muscoli agli altri. No, no! Lottatori contro un nemico molto subdolo che gioca alla distruzione delle difese. Un nemico interno, una specie di aids della vita morale. L’immunodeficienza è un pericolo costante. Questo nemico un allenamento apposito annuale, regolare, lo può “pettinare”. Una quarantina di giorni (la quaresima appunto) bene affrontati, con l’umiltà giusta, con l’approccio mentale adeguato, nell’abbandono fiducioso <alla Davide contro Golia>, può farci dire: Adès ta petène me! Auguri. don Isidoro Apostoli, salesiano

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LEGGE REGIONALE N. 22 DEL 23 NOVEMBRE 2001 “AZIONI DI SOSTEGNO E VALORIZZAZIONE DELLA FUNZIONE SOCIALE ED EDUCATIVA SVOLTA DALLE PARROCCHIE MEDIANTE GLI ORATORI”. Nel Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia n. 48 del 27 novembre 2001 – 1° Supplemento Ordinario, è stata pubblicata la legge regionale 23 novembre 2001, n. 22, intitolata “Azioni di sostegno e valorizzazione della funzione sociale ed educativa svolta dalle parrocchie mediante gli oratori”.

La legge rappresenta il momento conclusivo di un percorso di confronto, che ha avuto una tappa fondamentale nella sottoscrizione dei protocolli di intesa tra la Regione e le dieci Diocesi lombarde (più quella di Tortona), volto ad individuare obiettivi comuni in materia di promozione della crescita armonica dei minori e di prevenzione del disagio minorile ed adolescenziale, allo scopo di sviluppare sul territorio azioni concordate a favore dei minori, degli adolescenti e dei giovani. A questo scopo la legge riconosce la funzione educativa e sociale che le Parrocchie, in stretto rapporto con le famiglie, svolgono mediante gli oratori, nella costituzione di un sistema integrato a favore dell’area giovanile, ispirato ai principi della sussidiarietà, della cooperazione e della partecipazione. Il sostegno regionale è assicurato anche agli altri soggetti che esercitino compiti educativi e sociali nei confronti del mondo giovanile e adolescenziale (art. 1). I principi enunciati in apertura della legge sono rafforzati dal coinvolgimento diretto delle Diocesi nella elaborazione degli atti regionali di programmazione degli interventi riguardanti l’area giovanile, mediante la consultazione ed anche la partecipazione ad apposite commissioni. E’ riconosciuto il ruolo sociale ed educativo delle Parrocchie (art. 2). Analogo riconoscimento potranno ottenere anche altri soggetti che svolgano funzioni analoghe, previa sottoscrizione di appositi accordi con la Regione (art. 3). Per rendere concreta la collaborazione tra Regione e Diocesi a favore dell’area dell’infanzia, dell’adolescenza e delle famiglie, è istituito un apposito ambito di confronto, con il compito principale di elaborare le linee comuni di azione (art. 3) L’art. 4 della legge indica come obiettivi specifici della programmazione degli interventi il sostegno alla formazione degli operatori, l’incentivo alla ricerca e sperimentazione di nuove attività e metodi di intervento, il sostegno ad iniziative interdiocesane (ma la Regione può valutare anche altri obiettivi proposti dalle Diocesi stesse). Nell’ambito di tali obiettivi le Diocesi individuano le priorità e presentano alla Regione il programma annuale degli interventi e dei progetti da realizzare con i fondi regionali (art. 4). 14

parrocchie e A seguito dell’ invito da parte del "Partito Democratico" di Botticino, con il quale veniva chiesto un incontro con il Consiglio Unità Pastorale delle Parrocchie in vista delle prossime elezioni Amministrative Comunali, si è costituito un gruppo di lavoro rappresentativo che predisponesse una traccia. Si è aperto il dibattito sereno su molti argomenti evidenziandone la collaborazione positiva ma è anche emerso un diffuso disagio ed un senso di difficoltà nelle relazioni con il Comune. Si tratta di richieste, disattese, di sostegno per attività socio-educative in particolare rivolte al mondo giovanile. Si è parlato di Caritas e di sostegno al mondo del lavoro e di particolari richieste di natura urbanistica. Sul venir meno della promessa di acquisto dell'area tennis (inserita a bilancio di previsione e poi depennata), è stato espresso un condiviso giudizio negativo. In questi ultimi anni si è avuta la sensazione che alcuni elementi dell'A.C. remassero contro le attività delle parrocchie, trattandole come una scomoda controparte. Anche il valore della Scuola pubblica paritaria don Orione, non è stato compreso e sostenuto. E' evidente che si nota una certa fatica a valorrizzare la funzione "socio-educativa" delle parrocchie per l’intera comunità e, con la costituzione dell’Unità Pastorale, l’impegno nel promuovere il senso di una comune appartenenza a scapito degli inutili campanilismi del passato. Si auspica pertanto che questi incontri consultivi non siano sporadici, ma diventino metodo di confronto sulle diverse tematiche che riguardano la vita della comunità. Al termine è stato redatto un documento che viene offerto a quanti intendono proporsi per servire il nostro paese tenendo presente le varie realtà che lo compongono, quindi anche le parrocchie.


elezioni amministrative comunali

Il Consiglio dell’Unità Pastorale di Botticino a quanti intendono proporsi per servire il nostro paese tenendo presente le varie realtà che lo compongono, quindi anche le parrocchie.

1 - Le parrocchie sono ancora una realtà importante. In esse la quasi totalità degli abitanti di Botticino vi si riconosce come appartenenza sia per l’aspetto liturgico (dai battesimi ai funerali, nelle feste liturgiche...); per l’aspetto formativo religioso e educativo (ICFR la quasi totalità delle famiglie con figli minori, incontri di formazione genitori, Scuola Parrocchiale ..); per l’aspetto caritativo-sociale (centro ascolto, promozione lavoro, alloggio a famiglie senza casa ...); per l’aspetto di aggregazione (feste, attività oratoriane, attività estive, sport, corsi ...). L’azione delle parrocchie è promozione della persona umana nella sua globalità e completezza, compreso l’aspetto religioso che da sempre cerca di dare risposte ai profondi interrogativi della vita. La sua azione è continua, non sporadica; è aperta a tutti; a tutte le età; ad ogni classe sociale... non settaria o da lobby; non fa distinzione fra buoni e cattivi, fra chi viene in chiesa o rimane fuori... essere cristiani è qualcosa di più. La parrocchia quindi, non può essere considerata semplicemente una associazione ‘privata’ (senza diminuire il valore di ogni realtà associativa) tra le tante, spesso a prestazione saltuaria, settoriale e a volte interessata... 2 - Una tra le finalità importanti dell’azione pastorale è quella di costruire la comunità, unire la e le comunità, superando individualismi e campanilismi e valorizzando le particolarità proprie, siano parrocchie singole, gruppi ecc. Moltiplicando i luoghi di incontro (di ogni tipo) e lasciandoli a sè, si corre il rischio di dividere sempre più la comunità, favorire le ’chiesuole’, le ’bande’ e anche gli individualismi, specialmente di gruppi di adolescenti e minori ‘allo sbando’. Non sarebbe più logico potenziare e qualificare i luoghi esistenti, magari favorendone l’accesso? 3 - Certamente ciò che sta più a cuore dell’attività pastorale è la famiglia e in particolare chi nella famiglia ha più bisogno, e più ancora pone la sua attenzione su chi fa fatica nella vita. Ed è proprio qui che le parrocchie propongono e offrono la propria disponibilità, competenza e passione per un lavoro in rete, soprattutto nel campo educativo e di aggregazione della realtà giovanile per far fronte a situazioni che possono mettere a repentaglio la vita, oltre alla propria, anche quella dell’intera comunità come bullismo, dipendenza e altro. Ben vengano le proposte di formazione, costruite insieme, da offrire alla comunità specialmente ai genitori: Scuole (che sono tutte pubbliche anche quelle paritarie) e tutte le altre agenzie educative presenti nel territorio che insieme propongono occasioni di incontro su tematiche comuni lasciando a ogni realtà lo specifico. Le strutture non mancano, anche se bisognose di essere adeguate, messe a norma . Anche se non va mai eliminata la preziosa opera e presenza di volontari, c’è la necessità di presenze educative qualificate e continue che sanno dare quel qualcosa in più della sola capacità professionale. Da anni le parrocchie investono in questo, anche con non indifferente impegno economico, ma sono lasciate sole ... lentezza nelle risposte (12 mesi per l’ultimo progetto presentato insieme alle ACLI, accusate di utilizzo di beni pubblici per proselitismo, per poi ricevere parere negativo). Si avverte la necessità che le persone che svolgono ruoli istituzionali siano super partes , in quanto elette e pagate da tutti per tutti gli abitanti. 4 - Le parrocchie di Botticino hanno parecchie strutture, frutto del lavoro e dell’impegno di chi negli anni scorsi ha creduto e investito condividendo e sostenendo le finalità. Non sempre queste strutture sono state la scelta migliore (vedi oratorio sera) ... Hanno bisogno di essere valorizzate e utilizzate e non solo dalle parrocchie stesse ma anche dalla realtà pubblica senza altri impegni di spesa che graverebbero sulle famiglie già provate. Alcune delle strutture parrocchiali hanno bisogno di essere adeguate per rispondere meglio - in tutti i sensi - alle necessità, seguendo un progetto lungimirante e fedele alle finalità. Luoghi di aggregazione, come gli spazi all’aperto dell’oratorio di Mattina, hanno bisogno di essere messi a norma, sistemati. All’oratorio di Sera mancano le stanze per gli incontri... Le persone che vogliono andare a piedi in chiesa a Botticino Sera, a Mattina e San Gallo trovano difficoltà non indifferenti, mancano marciapiedi... E le piazze dove ci sono le chiese ? Quali piazze? Dovrebbero essere ‘fiori all’occhiello’ per accoglienza, sistemazione e vivibilità... E sì che volontari capaci potrebbero fare miracoli se coinvolti e seguiti nella realizzazione dalle istituzioni. Vista la vastità del comune (frazioni, quartieri e periferie) si avverte la necessità che vengano pensate modalità perchè le varie iniziative possano essere pubblicizzate magari mediante bacheche. Inoltre si avverte la necessità che le iniziative che sono per il bene e a servizio delle persone, senza fini di lucro e con buone intenzioni possano trovare disponibilità di divulgazione presso le strutture pubbliche. Le parrocchie in questo non vogliono fare le cose non consentite o che vanno contro la legge, ma potrebbero trovare negli organi preposti per le varie autorizzazioni - necessarie - interlocutori che riconoscono di trattare con chi non vuole realizzare opere per accrescere il proprio valore economico, ma per il bene della comunità e che per questa si realizzano e per questa rimangono. 15


DAL MONDO

Argentina missionaria condividi la tua fede

Che tutta la pastorale sia fatta in chiave missionaria. Dobbiamo uscire da noi stessi verso tutte le periferie esistenziali». Così, nell’aprile scorso, Papa Francesco si rivolgeva ai vescovi argentini riuniti in assemblea plenaria. E aggiungeva: «Una Chiesa che non esce, prima o poi si ammala. È vero che a una Chiesa che esce può capitare ciò che può accadere a una persona quando va per strada: avere un incidente. Di fronte a questa alternativa, voglio dire francamente che io preferisco mille volte una Chiesa che ha sofferto un incidente che una Chiesa malata». Papa Francesco, in questi mesi, ci ha abituato a richiami del genere. Il suo magistero, condotto con semplicità, con parole e gesti che vanno dritti al cuore delle persone, è tutto teso a rinnovare questo appello alla missione, a una Chiesa capace di aprirsi, di proiettarsi verso le periferie “geografiche ed esistenziali”.

Chiesa con tradizioni, Chiesa interpellata

Ebbene, se vogliamo cogliere in profondità il senso di questo sforzo, se vogliamo comprendere a quale esperienza faccia riferimento, non ci resta che provare a capire un po’ meglio la realtà e la fisionomia della Chiesa argentina degli ultimi anni. Una Chiesa nella quale il cardinale Bergoglio è stato indubbiamente una guida e un punto di riferimento importantissimo ma, altresì, una Chiesa dalla quale il futuro Papa ha ricevuto molto. Che la Chiesa argentina senta molto la dimensione missionaria lo dicono molti fatti: l’avvio, non da oggi, di una pastorale urbana che si lascia interpellare dalla miseria delle cinture urbane più degradate; la presa di coscienza della situazione di estrema marginalità dei popoli indigeni e la loro presa in carico ecclesiale; l’attenzione crescente per i migranti; una consapevolezza via via sempre più matura del dovere - a maggior ragione per una Chiesa importante nel “continente più cattolico del mondo” - di testimoniare la fede ad gentes, inviando personale apostolico in altri Paesi.

Discepoli e missionari

Tutti questi temi sono stati affrontati recentemente nel quarto Congresso Missionario Nazionale, tenutosi nel mese di agosto a San Fernando del Valle de Catamarca, con lo slogan “Argentina Missionaria, condividi la tua fede”. Con que-

sto evento, la Chiesa argentina ha celebrato anche la preparazione al quarto Congresso Missionario Americano e nono Congresso Missionario Latinoamericano, che si è svolto nel novembre 2013 a Maracaibo, in Venezuela. La convocazione ufficiale del Congrsso era stata annunciata dalla Conferenza Episcopale Argentina con un documento in cui si legge: «Questo Congresso sarà l’occasione per rafforzare e incoraggiare i gruppi missionari diocesani in modo da svolgere il loro servizio nella Diocesi e nella Chiesa, secondo le priorità stabilite nel documento di Aparecida». Il riferimento ad Aparecida è cruciale: la quinta assemblea continentale dei vescovi latinoamericani, infatti, - celebrata nei pressi del più importante santuario mariano del Brasile nel 2007 e incentrata sul tema “Discepoli e missionari” - ha enfatizzato la questione dell’annuncio e della testimonianza missionaria in un continente che è sì anagraficamente cattolico, ma dove la qualità della fede non è sempre abbinata alla solidità e alla profondità. In un contesto del genere, il rischio di un ripiegamento autoreferenziale di una Chiesa preoccupata solo della gestione dell’esistente è forte, specie in una fase storica in cui è molto sentita la “concorrenza” con le sette protestanti assai aggressive. Proprio contro tale rischio, ad Aparecida i vescovi hanno riflettuto, discusso e pregato, per un rinnovamento profondo delle comunità cristiane, a vari livelli, nell’ottica di una testimonianza evangelica genuina e non della mera “sopravvivenza”. La chiave? Uscire, andando a intercettare le domande e i bisogni della gente là dove essa vive. Da parte sua, l’allora cardinale Bergoglio, nel libro-intervista “II Gesuita” (ora riedito in una versione ampliata con il titolo “Papa Francesco”), scritto alcuni anni fa da due giornalisti argentini, Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, già sottolineava con forza: «È fondamentale che noi cattolici - sia sacerdoti che laici - andiamo incontro alla gente. Una volta un prete molto saggio mi disse che ci troviamo di fronte a una situazione totalmente opposta a quella prospettata nella parabola del buon pastore, che aveva 99 pecore nel recinto ma andò a cercare l’unica che si era smarrita; oggi ne abbiamo una nel recinto e 99 che non andiamo a cercare». Nel libro-intervista Papa Francesco, a proposito di greg16


«Una Chiesa che non esce, prima o poi si ammala». Così diceva il cardinale Bergoglio. L’Argentina ha scelto il rischio di esporsi. ge e di pecore, propone un’altra interessante immagine: «II pastore che si isola non è un vero pastore di pecore, ma un “parrucchiere” di pecore, che passa il suo tempo a mettere loro i bigodini, invece di andare a cercarne altre». Ebbene, se diamo uno sguardo alla storia recente della Chiesa in Argentina possiamo parlare di una realtà dinamica, in cammino, preoccupata di testimoniare il Vangelo in maniera credibile, con una particolare attenzione alle “periferie” geografiche e umane. Attualmente il Paese, non ancora uscito da una terribile crisi economica, presenta un livello di disuguaglianza sociale meno alto - per quanto notevole - rispetto ad altri Paesi latinoamericani. A fronte di ciò, l’Argentina, però, soffre dell’eredità pesante del passato recente: il rischio-Paese è considerato ancora altissimo, il che ostacola l’afflusso di capitale straniero. Al di là dei dati macroeconomici, per vari aspetti migliori di quelli dei Paesi vicini, va ricordato che buona parte degli argentini lavora in nero e la condizione di sfruttamento cui sono sottoposti molti migranti (provenienti dal Paraguay o dalla Bolivia) è molto pesante. Permangono, insomma, sacche di povertà sia nelle città che nell’ambito rurale.

Periferie “geografiche ed esistenziali”

Sempre guardando al recente passato non può essere taciuto il fatto che la Chiesa, negli scorsi decenni, è stata attraversata da tensioni fortissime ai tempi della dittatura militare, con accuse, più o meno strumentali, di connivenza con Videla & C. (accuse che, a torto, hanno pure lambito la figura dell’attuale Papa). La verità, però, è che, proprio sotto la guida del cardinale Bergoglio, la compagine ecclesiale argentina ha mostrato un grado di compattezza non comune, anche rispetto ad altre Chiese del continente e una straordinaria volontà di “proiezione missionaria”. Il clero diocesano, ad esempio, è attivo anche su fronti tradizionalmente battuti da congregazioni religiose e missionarie; il rilancio della pastorale aborigena va nella medesima direzione, così come il lavoro compiuto dagli scalabriniani per accompagnare e ridare dignità ai migranti vittime di sfruttamento e abusi Parecchie energie della Chiesa argentina, poi, sono state investite nella pastorale urbana, con l’intento di portare il Vangelo nelle periferie “geografiche ed esistenziali” più remote, le celebri “villas miserias”, dove la droga la fa da padrona, la polizia ha paura ad addentrarsi e la gente cresce in un ambiente in cui la cultura dell’illegalità è pane quotidiano. Non molti anni fa si è tenuto anche un convegno proprio sulla “pastorale urbana”, un ambito che - da Aparecida in poi - è considerato particolarmente strategico. Più in gene-

rale, quello argentino assume i contorni di un vero e proprio “laboratorio missionario”, in cui confluiscono le suggestioni e le intuizioni teologiche proprie dell’America Latina ma filtrate con una peculiare sensibilità locale. Se volessimo individuare un particolare tratto argentino, potremmo indicarlo nella “Teologia del pueblo”, che ha in padre Scannone, teologo non a caso vicino a Papa Bergoglio, uno dei suoi massimi esponenti. La “Teologia del pueblo” parte da istanze comuni a quelle della più nota (e discussa) Teologia della liberazione , su tutte la necessità di un’inculturazione reale della fede nel contesto storico, ma senza mai adottare criteri di lettura della realtà mutuati dall’analisi marxista. Uno dei frutti principali è stata la valorizzazione della religiosità popolare, che ha lasciato una grande impronta in tutta la Chiesa argentina. La pastorale dei santuari ne è un esempio: grandi folle si radunano ogni anno per la festa di San Cayetano, protettore del pane e del lavoro, così come per i pellegrinaggi giovanili a piedi a Lujàn, ideati durante il regime militare. “Queste manifestazioni religiose sono sempre esistite. Ma la cosa interessante di questa teologia è l’averle riconosciute come autentica fede popolare. Tanto che ultimamente, come si evince dal documento di Aparecida, si parla ufficialmente di spiritualità e mistica popolare”, spiega lo stesso Scannone in un’intervista. Lo stesso Benedetto XVI ha detto ad Aparecida che la pietà popolare è uno dei grandi tesori dell’America Latina e Francesco - che non ha nascosto la sua devozione mariana - pare incamminato sulla medesima strada. Accanto a questa rivalutazione della pietà popolare in chiave non intimista e autoreferenziale, un ultimo tratto che distingue la Chiesa argentina è la sua apertura ad gentes: fenomeno recente, ma incoraggiante. Sono circa 400 i missionari adgentes partiti dall’Argentina e oggi attivi in altri continenti. Il forte spirito missionario argentino è il risultato in primo luogo dell’animazione missionaria, a cominciare dal seminario. Parafrasando le parole di un educatore: “Non bisogna avere paura che parlando di missione adgentes i seminaristi possano volersene andare lontano. La Chiesa cattolica è una: si viene ordinati sacerdoti per prestare servizio dovunque sia”. È così che davvero cresce la Chiesa estroversa che Papa Francesco desidera. 17


IL CONCILIO DAVANTI A NOI

Il Concilio: cattolico, cioè universale

l Concilio Vaticano fu il primo Concilio vera- secondo luogo, rimanendo in terra di Turchia, culla del I mente universale ed ecumenico. Lo raccontano messaggio biblico neo-testamentario, pare urgente capii numeri: 2540 partecipanti, 39% di questi europei, re in quale misura la Parola di Dio sia davvero l’anima 14% nordamericani, 18% latinoamericani, 12% africani e asiatici e 2% dall’Oceania. E fu universale per la pluralità di comunità cristiane che mostravano alla Chiesa intera la ricchezza della loro storia e delle loro tradizioni. I documenti conciliari prodotti non sono rimasti lettera morta. Hanno dato l’impronta alla vita in diocesi, parrocchie e comunità religiose. Certo, il processo non è stato facile. Il Vaticano II non ha trovato una risposta per tutte le questioni che si pongono alla Chiesa nel nostro tempo. La tentazione di una centralizzazione romana, con il conseguente declino delle Chiese locali, è stata forte. Eppure, più passano gli anni più cresce la consapevolezza che la ricchezza della ricezione conciliare deve fare i conti con i contesti e le situazioni diverse. Quanto la Chiesa stessa. Cattolica, cioè universale. Quali sono le intuizioni conciliari decisive per una Chiesa di minoranza?

della teologia e ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana. Se poi parliamo di temi decisivi, impossibile non evocare quello, alquanto spinoso, della libertà religiosa. La Dichiarazione del Vaticano II, Dignitatis humanae, con la quale si voleva affermare il diritto di ogni persona umana a vivere la propria dimensione religiosa, appariva a molti all’epoca, come la negazione dell’insegnamento magisteriale del secolo XIX, il quale, facendo leva sulla differenza tra verità ed errore, aveva letto nella difesa della libertà religiosa attuata dai pensatori moderni un invito all’indifferentismo religioso e quindi l’aveva condannata. Quando le parti s’invertono e ci si ritrova come infima minoranza religiosa, è più facile (e anche urgente!) capire che l’affermazione della libertà religiosa non coincide assolutamente con la difesa dell’indifferentismo religioso, ma diventa l’affermazione di un diritto imprescindibile della persona umana nella sua complessità e dignità! Il passaggio è già operato dal Vaticano II, sia sul piano giuridico, portando la riflessione dalla semplice “tolleranza della libertà religiosa al diritto della stessa”, sia su quello teologico, col passaggio “dal concetto di verità religiosa a quello di libertà religiosa”, nel quale non si rinuncia alla ricerca della Verità ma a una personalizzazione o privatizzazione intollerante della stessa. Il Vaticano II ci spinge a cogliere il fatto che solo nell’incontro di amore con l’altro, “espressione dell’alterità di Dio”, può nascere la verità. Si tratta di una dimensione fondamentale, che apre alla fecondità del dialogo interreligioso e, più in generale, al riconoscimento del bene della “differenza”, che deriva, per i cristiani, dalla contemplazione della Trinità.

Le possibilità di risposta sarebbero molteplici. Partendo da uno sguardo più strettamente pastorale che attiene più profondamente al modo di essere della Chiesa, il tema della povertà della Chiesa, caro al card. Lercaro, perché appariva dirompente a chi era abituato a una Chiesa trionfalistica, che nelle sue liturgie e nelle manifestazioni pubbliche delle sue autorità sembrava più espressione dei fasti imperiali che non del Signore crocifisso. Esempio parlare di sobrietà in Turchia è una necessità, là dove non abbiamo neppure uno statuto giuridico come Chiesa, ma può diventare anche una “provocazione evangelica” in un contesto cristiano orientale dove, talvolta, riti un po’ ridondanti e sempre più incomprensibili a fedeli poco formati, rischiano di costi- “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani tuire il guscio vuoto di comunità che faticano a rinno- che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, varsi e a vivere l’attualità del messaggio di Salvezza. In misericordioso e onnipotente, creatore del cie 18


LA CHIESA NEL CONCILIO VATICANO II , HA FATTO SUO IL PUNTO DI VISTA DI DIO La dichiarazioe Conciliare “Nostra Aetate” ha aperto una stagione nuovanei rapporti tra cristiani ed ebrei.

LA RADICE SANTA DELLA FEDE CRISTIANA

lo e della terra, che ha parlato agli uomini.” Così dice la Nostra Aetate. Cosa vuol dire questo? La Dichiarazione Nostra Aetate, pensata inizialmente per liberare il popolo ebraico dall’accusa di deicidio, diventa in seguito il documento forse più sintomatico del nuovo orientamento nella considerazione delle religioni da parte della Chiesa cattolica. Benché la Dichiarazione non dica che le religioni si equivalgono in vista della salvezza, alcune affermazioni in essa contenute sono rivoluzionarie rispetto a quella tradizione apologetica che considerava le religioni non cristiane in maniera negativa. Riconoscere che le religioni sono luoghi nei quali il sentimento religioso delle persone umane può trovare espressione voleva dire riconoscere in esse aspetti di verità, di bontà, di santità. Non poche furono le perplessità suscitate da questa posizione in chi non poteva rinunciare alla secolare convinzione che solo nel cristianesimo si trovano la verità, la bontà e la santità. La Dichiarazione Nostra Aetate apre, anche ai giorni nostri, una strada ancora poco esplorata: se chi annuncia il bene della salvezza non può prescindere da «pretese» di verità, è urgente scoprire un modo più valido e comprensivo di intenderla, che non esclude la pluralità delle sue espressioni. Vivendo come infima minoranza cristiana in un “oceano islamico”, la questione del rapporto e confronto tra religioni non è un tema semplicemente teologico, per addetti ai lavori, ma una questione profondamente esistenziale. Per una gran parte dei credenti, la religione è ciò senza cui la vita rimarrebbe priva di senso e personalmente assisto quotidianamente a delle splendide e semplici testimonianze di fedeltà al proprio credo da parte di tanti musulmani! Il problema è capire se le nostre fedi rispettive siano anche un’opportunità oppure un mero ostacolo alla convivenza basata sulla libertà di scelta! Il breve estratto della Nostra Aetate citato ci dice sinteticamente due cose essenziali: prima di tutto che a scoprire la verità, a toglierla quindi dal nascondimento (aletheia), non è tanto colui che ricerca la verità ma Colui che è il termine di questa ricerca. In secondo luogo, ci ricorda il valore inestimabile della “stima” dell’altro, che potremmo definire come capacità di dare credito all’altro, nello Spirito, in ciò che di meglio testimonia, celebra e vive nella sua fede. Dopo Nostra Aetate, molti testi del Magistero cattolico hanno ribadito questo approccio, sottolineando la necessità di cogliere la fede dell’altro a partire dalla sua auto-comprensione e non semplicemente dal nostro sguardo “filtrato” e, talvolta, carico di pregiudizi. Nel quotidiano, un modo positivo di far riferimento alla fede degli altri è ancora quello della condivisione di un impegno e una responsabilità comuni di fronte alle sfide del mondo, in quattro direzioni principali: un’emulazione spirituale reciproca e una testimonianza credente nel mondo; la promozione dell’unità e del rispetto tra gli uomini; una comune resistenza di fronte a certe ideologie nefaste della società contemporanea; la lotta condivisa per la dignità umana. 19

Se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura... La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. Così al numero 4 della Nostra Aetate, la Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le Chiese non cristiane. Un intervento che chiude, definitivamente, almeno dal punto di vista teorico, una lunga stagione che ha visto i cristiani contrapporsi agli ebrei in una sequenza progressiva: la diaspora, il segno distintivo, il ghetto, l’antigiudaismo eretto a sistema, fino alla catastrofe abissale della Shoa.

La strada del dialogo Il cardinal Martini ha sostenuto più volte che aver reciso le radici spirituali dell’ebraismo ha impoverito profondamente la testimonianza cristiana. Che cosa vuole dire in concreto questo impoverimento? C’è un ampio patrimonio di fede comune a ebrei e cristiani che solo il recente dialogo ha potuto mostrare, sottolineando che la testimonianza dell’ebraismo attuale è un bene per i cristiani e per le Chiese. Solo “di fronte” al popolo di Israele il cristianesimo prende coscienza della propria identità. Tra cristiani ed ebrei c’è un rapporto, un vincolo, che la Chiesa non ha con nessun’altra religione. Inoltre le Scritture cristiane non possono essere comprese se non inserite nelle Scritture ebraiche che ne sono quella ”radice buona” di cui parla S. Paolo nella lettera ai Romani (capp. 9 e 11). Per cui il Nuovo Testamento per i cristiani è assolutamente incomprensibile se non alla luce delle proprie radici ebraiche e del codice che la tradizione ebraica offre. Papa Francesco ha ripetuto più volte che “un cristiano non può essere antisemita”. Eppure persiste e aumenta, nelle nostre società occidentali, l’antisemitismo. La cosa più importante da fare è formare al dialogo, non solo con l’ebraismo, al dialogo in generale, dove la diversità è vissuta come ricchezza e non come difficoltà.


IL CONCILIO DAVANTI A NOI

Da “sudditi” a “cittadini” nella Chiesa

V

tuzioni Lumen gentium e Gaudium et spes. Non possiamo, infatti, sottovalutare il fatto che il Concilio non ha raggiunto una visione unitaria, organica, sistematica sul tema “laici”. Ci troviamo davanti due diverse interpretazioni, per certi aspetti giustapposte: una – presente nel decreto citato Apostolicam actuositatem e nel IV capitolo della Lumen gentium – condensa la migliore “teologia del laicato” degli anni che avevano preceduto il Concilio; la seconda – emersa progressivamente nel corso dei lavori conciliari e oggi rintracciabile nel II capitolo di Lumen gentium, dedicato al popolo di Dio, e in Gaudium et spes – offre una lettura della soggettualità laicale che definisce la “teologia dell’essere laici”.

i sono due specie di Cristiani. Vi sono coloro che attendono alla liturgia e alla preghiera e sono dediti alla contemplazione: ad essi si addice star lontano dalla confusione delle cose temporali. Questi sono i chierici. Klêros, infatti, vuol dire “parte scelta” (…). C’è un’altra specie di cristiani: i laici. Laos, infatti, vuol dire “popolo”. Questi possono possedere beni temporali, possono sposarsi, coltivare la terra, occuparsi della giustizia civile, fare offerte e pagare le decime: e così potranno salvarsi, se faranno il bene ed eviteranno i vizi”. Così si legge del Decreto di Graziano, una raccolta giuridica della Chiesa medievale. Una prospettiva “duale”, durata a lungo nella Chiesa e non ancora del tutto scomparsa, se non nei documenti quanto meno nella mentalità Quali equivoci e contraddizioni emergono e in alcune prassi circolanti. Eppure, anche sotto questo dai testi conciliari, che presentano peraltro più aspetto, il Concilio Vaticano II ha rappresentano qualcosa teologie del laicato? di nuovo. Quella chiamata “teologia del laicato” matura nell’orizzonte di una teologia che giustappone ancora – come avQual è stata la novità del Concilio Vaticano II venuto per secoli – la “sfera mondo” alla “sfera Chiesa” in ordine alla questione “laico”? e vede i laici come soggetti autonomi e responsabili nel Il Vaticano II è il primo Concilio nella storia della mondo, chiamati a “ordinare le cose del mondo secondo Chiesa che dedica uno specifico documento, il decreto Dio”, applicando quei principi morali, spirituali e religiosi Apostolicam actuositatem, ai laici, alla loro presenza e che la gerarchia determina e consegna loro. L’apostolato missione nel mondo. È un documento che è il frutto sia dei laici si gioca prima di tutto in questa direzione: quella della riflessione magisteriale e teologica sviluppatasi a dell’indole secolare della loro vocazione. Nella seconda partire dall’800, sia delle esperienze vissute dai laici nelle prospettiva, al centro sta la coscienza che il progetto di aggregazioni laicali, come l’Azione cattolica, la Gioventù Dio, il Regno di Dio, per dirlo con espressione evangelica, operaia cristiana, la FUCI. Il documento conciliare segna si realizza nella storia dell’umanità di cui la Chiesa è parte. la volontà di riconoscere e affermare la soggettualità, au- Una Chiesa “nel” mondo, non “davanti” al mondo. I laici tonoma e responsabile, dei laici nel mondo, nella storia, sono corresponsabili con i ministri ordinati della missione dopo secoli nei quali la condizione laicale era stata de- della Chiesa; per il Battesimo costituiscono con vescovi, nigrata e la presenza laicale considerata in fondo margi- preti, diaconi, l’unico popolo di Dio e godono della stessa nale, presenza di “eterni minorenni”, dipendenti in tutto dignità dei ministri. Con una parola è presenza singolare e dal clero. La principale novità è proprio questa affermata specifica da offrire: quella di custodire e servire la “laicità”, soggettualità dei laici nel mondo e nella Chiesa, che verrà la “secolarità” della Chiesa intera, il suo essere nel mondo. sancita in modo più maturo e completo nelle due Costi- La missione di richiamare tutti nella Chiesa al dovere di 20


Che cosa ha rappresentato il Vaticano II a proposito dell’identità e funzione dei laici nella Chiesa?

ricevere dal mondo i linguaggi del tempo e delle culture per poter meglio annunciare e comprendere il Vangelo. I laici annunciano il Vangelo laddove si trovano, in parole e opere; vivono molteplici forme di ministerialità, coscienti e forti del loro munus profetico, regale, sacerdotale dato dal Battesimo.

Il n. 32 della Lumen gentium parla di “uguaglianza riguardo alla dignità”. Che cosa vuol dire e che cosa comporta concretamente?

L’identità cristiana è un’identità battesimale e conferisce a tutti i cristiani la stessa dignità. È il fondamento di ogni soggettualità ecclesiale: la fede in Cristo. Insieme, componenti l’unico popolo di Dio; insieme, responsabili dell’annuncio del Vangelo, seppur in forme diverse. La sfida oggi è quella di garantire le condizioni per questo “cooperare e con-vivere insieme la fede”. Da un lato, è questione di formazione: la coscienza dei laici è ancora debole quanto a consapevolezza della propria dignità e responsabilità ecclesiale, dopo secoli in cui si è affermato che i laici non avevano funzione nella Chiesa, dopo secoli in cui si è richiamato i laici a un’obbedienza passiva alla gerarchia, unico vero “soggetto attivo” della vita ecclesiale. Rimane diffusa una mentalità “feudale”, da sudditi, più che da cittadini della Chiesa. Dall’altro lato, non sempre i ministri ordinati promuovono un vero senso di “corresponsabilità” ecclesiale: non sono pochi coloro che pensano i laici come “operatori” o “collaboratori” secondo le indicazioni date dal clero. Il passaggio deve essere anche strutturale: si tratta di promuovere forme di sinodalità reale nella Chiesa, modalità e occasioni di ascolto reciproco, confronto reale, in cui le competenze specifiche dei laici (come quelle professionali, ad esempio, di esperienze di vita a vari livelli) vengono riconosciute e valorizzate come necessarie per la vita ecclesiale. Sarebbe forse giunto il tempo di promuovere sempre più “team di lavoro pastorale”, composti da laici e laiche, presbiteri, diaconi. La presenza di laici formati sul piano teologico, impegnati a tempo pieno nella pastorale, finisce per contribuire a un cambiamento profondo di mentalità. Purtroppo sono ancora pochi in Italia i laici e le laiche che dirigono uffici pastorali delle diocesi, anche laddove non è necessario il ministero ordinato

per farlo, ma solo adeguate competenze e capacità professionali, di leadership, di animazione. Indubbiamente un passaggio chiave nel post-concilio è stata la possibilità di accedere agli studi biblici e teologici: i laici oggi non sono più detti (dal clero), ma hanno gli strumenti per dirsi come credenti e per contribuire a pensare la Chiesa, la teologia, la prassi ecclesiale.

Essere laici incrocia la questione di genere. In che modo, con quali limiti, con quali conseguenze?

È una realtà che spesso consideriamo ovvia e che dimentichiamo: il laicato è composto di laici maschi e di femmine. Riflettere consapevolmente sulla differenza sessuale e di genere rappresenta un nodo-chiave per il futuro della Chiesa. Per secoli la vicenda ecclesiale è stata segnata dalla presenza fedele ma silenziosa, delle donne, senza che la loro specifica parola, presenza, azione, venisse riconosciuta come qualificante il volto della Chiesa. Ci sono state numerose eccezioni – grandi sante e mistiche– ma rimanevano voci di poche e non portavano a un cambiamento della vita ecclesiale delle altre o dello stesso volto di Chiesa. Una Chiesa che aveva dimenticato le parole di Paolo «Non c’è maschio e femmina; tutti voi siete uno in Cristo Gesù», dove si riconosce l’insopprimibile differenza sessuale, senza che questa dia luogo a processi di subordinazione, gerarchizzazione, esclusione. Con la parola “gender, genere” si vuole ricordare che le differenze di sesso (fisiche, biologiche, genetiche) sono sempre reinterpretate ed espresse secondo codici culturali, ruoli sociali, linguaggi, simboli. Parlare di genere vuol dire ricordare che non è sufficiente affrontare la “questione donna” nella Chiesa, ma pensare la relazione uomo-donna, i modelli relazionali affermatisi nei secoli a livello di famiglia e società, e soprattutto affrontare il tema misconosciuto della maschilità. Il Concilio Vaticano II rappresenta per le donne nella Chiesa cattolica un vero spartiacque: si parla poco di donne (una decina di riferimenti brevi), ma la comprensione dell’identità laicale e delle dinamiche di vita del popolo di Dio hanno aperto per le donne orizzonti inediti, che il post-concilio ha sviluppato con creatività. Basti pensare alle innumerevoli forme di ministerialità delle donne nelle diverse zone del mondo, alle teologhe e allo svilupparsi di una teologia delle donne, che oggi offre contributi significativi al comune pensare la fede, che non è più oggi appannaggio del solo clero, espressione di parola e pensiero esclusivamente maschile.

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NELLA CHIESA

Quelle famose trentotto domande È stato consegnato a tutte le Chiese il Documento preparatorio del prossimo Sinodo. Prende atto della complessa situazione della famiglia oggi. Si tenta di rispondere agli interrogativi che la storia pone.

N

egli ultimi tempi in modo assolutamente inedito è stata ufficializzata e divulgata la notizia del prossimo Sinodo con un Documento preparatorio consegnato a tutte le Chiese. Si tratta di un fatto di enorme rilievo del quale vale forse la pena evidenziare alcune caratteristiche. Sono trentotto domande per cercare di capire e per tentare di dare qualche risposta. Si parte dalla storia Da dove partono queste domande? Partono dalle difficili condizioni delle quali si dice che “nel tempo che stiamo vivendo, l’evidente crisi sociale e spirituale diventa una sfida pastorale”. Si parte dunque dalla storia. E questa storia pone alla Chiesa domande delicate e difficili. E la Chiesa “passa” queste domande a tutti i suoi figli. Si tratta di una vera rivoluzione culturale. Ma soprattutto si tratta di una rivoluzione teologica e spirituale. Invece di partire da principi assoluti e non negoziabili, ci si colloca nel turbine e nel gemito della vicenda umana. Possiamo dire che si tratta di una scelta “biblica”, perché Dio ha sempre parlato e agito “nella” storia. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero (Es 2,23 -25).

Ci viene chiesto oggi di cogliere e interpretare il grido della storia e di portarlo al Signore perché “se ne dia pensiero”. Diversamente dalla Legge, che si colloca fuori dal tempo, la Parola entra nel tempo, cerca e incontra la storia e la chiama a salvezza. E la salvezza è il cammino che con la potenza della sua Parola, che è Spirito e Vita, Dio fa compiere al suo popolo per il bene di tutta l’umanità. Le trentotto domande sono rivolte alle Chiese, precedute da un’introduzione che esordisce dicendo che “la missione di predicare il Vangelo a ogni creatura è stata affidata dal Signore ai suoi discepoli e di essa la Chiesa è portatrice nella storia”. Le domande non sono rivolte in particolare ai Vescovi. Né ai teologi. Ma veramente a tutto il Popolo del Signore, sino a quelle “periferie” ecclesiali nelle quali le persone si sentono e si pensano “fuori” dalla comunità cristiana. La prospettiva di un Sinodo sulla famiglia porta l’attenzione e l’impegno pastorale della Chiesa verso particolari condizioni. E il documento cita: “matrimoni misti o inter- religiosi; famiglia monoparentale; poligamia, (…) diffondersi del fenomeno delle madri surrogate (utero in affitto): nuove interpretazioni dei diritti umani”, fino al fatto che, “se si pensa che nell’attuale contesto molti ragazzi e giovani, nati da matrimoni irregolari, potranno non vedere mai i loro genitori accostarsi ai sacramenti, si comprende quanto urgenti siano le sfide poste all’evangelizzazione dalla situazione attuale, peraltro diffusa in ogni parte del “villag22


gio globale”. La mia deliziosa parrocchia alla stessa mensa? periferia di Bologna è del tutto parte di questo E infine: non c’è nessuno che non sia caro al “villaggio globale”. cuore materno della Chiesa. E quindi non c’è nessuno che debba rimanere per sempre “fuoSi supera la condanna per arrivare ri casa” e privo del cibo sostanziale della vita al prendersi cura sacramentale. E ancora: se un membro è nella E la prospettiva alla quale le domande sono sofferenza e nell’emarginazione, tutto il corpo dedicate non è quella della “condanna” di tali ecclesiale soffre per lui e con lui. situazioni, ma è quella dell’annuncio evangelico a chi vi si trova coinvolto. Le trentotto do- Il “gruppo degli atei e non” mande sono rivolte a tutti e in modo privilegiato Sono contento di incontrare ogni domenica a chi vive accanto ai problemi: “La convivenza i fratelli e le sorelle che celebrano con me la ad experimentum è una realtà pastorale rile- Messa. Ma lo sguardo del mio cuore va oltre vante nella Chiesa particolare? (…) Qual è i muri della chiesa, a cercare e a ritrovare chi l’atteggiamento delle Chiese particolari e locali non è fisicamente presente, ma lo è nel nostro sia di fronte allo Stato civile promotore di unio- cuore. Il più bel regalo che il Signore mi ha fatto ni civili tra persone dello stesso sesso, sia di in questi ultimi anni è stato un gruppo di amici fronte alle persone coinvolte in questo tipo di che si qualificano come il “gruppo degli atei e unione? Quale attenzione pastorale è possibi- non”. Ci incontriamo regolarmente e parliamo le avere nei confronti delle persone che hanno di quello che all’uno e all’altro piace proporre. scelto di vivere secondo questo tipo di unioni? Penso che passerò anche a loro le trentotto Nel caso di persone dello stesso sesso che domande. Nei nostri dialoghi non è molto freabbiano adottato bambini, come comportarsi quente il grande interrogativo su Dio, se c’è e pastoralmente in vista della trasmissione della chi è, ma molto ci domandiamo della persona fede?”. Sono domande che ci fanno partecipi umana. Ognuno pesca nella sua esperienza di una Chiesa molto più grande di come pen- e nella sua cultura. Io provo a pescare dove savamo. mi indica Gesù: gli altri mi prendono in giro diInnanzitutto ci siamo proprio tutti e non solo i cendo che mi faccio aiutare da un misterioso capi e gli esperti. E tutti sono invitati a rispon- “esperto”, e qualche volta apprezzano molto dere alle domande. Una risposta che può es- quello che ho pescato. Ma la cosa più grossa sere anche del tutto personale. è che ci vogliamo bene! Gesù viene accusato Non si ricorda una così grande responsabilità di mangiare con i peccatori. Lui risponde che attribuita e chiesta a ogni cristiano. Ma poi ci proprio per questo sono i suoi commensali sono tutti quelli di cui le domande stesse parla- preferiti. Quando alla fine del nostro incontro no! Che fare per loro? Come portare il Vangelo ci si ferma a cena, sono ben consapevole che a tutte queste condizioni “periferiche” della co- quella “cena” non è la “Cena”. Però sono lietamunità ecclesiale? Come interessarci in modo mente commosso quando, come in un istante, impegnato e adeguato a tutti i nostri fratelli, a mi accorgo che Lui si è seduto silenziosamenpartire dai molti che abbiamo vicini a noi, tal- te tra noi. Con affettuosa simpatia. volta nella nostra stessa famiglia e intorno alla 23


Afra

missionaria in Nigeria Dai mezzi di comunicazione: “Nigeria: morta la missionaria Afra Martinelli, 78enne di Ciliverghe. Massacrata con un colpo di machete nel corso di una rapina. E’ morta così due giorni fa, dopo due settimane di agonia, Afra Martinelli, la missionaria laica originaria di Ciliverghe che, da trent’anni, impegnava le sue giornate per aiutare le persone più bisognose dell’Africa. L’aggressione è avvenuta all’interno della sua abitazione a Oguashi-Ukwu, circa 400 chilometri da Lagos, nel cuore della foresta nigeriana. I banditi le hanno rubato le chiavi del laboratorio di informatica che lei stessa aveva contributo a fondare, per poi fare razzia di computer e altro materiale. La mattina del 26 settembre, alcuni Afra a una festa di suoi collaboratori del Centro Regina Mundi, dove ha sede il laboratorio, l’hanno Battesimo ritrovata distesa a terra in una pozza di sangue, fuoriuscito da una profonda ferita alla nuca. Dopo 12 giorni di coma, Afra si è spenta all’età di 78 anni. In Italia, tra i familiari più stretti, ne piange la morte il fratello Enrico, residente a Botticino.“

E

ra il dodici ottobre 2013 quando giornali e notiziari televisivi locali e nazionali divulgavano la notizia che AFRA MARTINELLI, missionaria laica in Nigeria, nativa di Ciliverghe, era deceduta, dopo dodici giorni di agonia, a causa di tre profonde ferite da machete alla testa riportate in una violenta aggressione subita nella sua abitazione. Chi era questa donna ormai anziana che veniva alla ribalta della cronaca mentre era rimasta sconosciuta nonostante una gran mole di bene compiuto in più di trent’anni di vita in Africa? Afra era una donna assolutamente normale, ma dal carattere forte e pieno di entusiasmo. Negli anni settanta incontrò Mons. Felix Job, zelante Vescovo di Ibadan, ed accolse il suo invito a recarsi in Nigeria a collaborare nella sua Diocesi. Vi giunse nel gennaio 1978. Nei primi tempi Afra, insegnante elementare, si prende cura dei figli dei numerosi italiani che lavorano in Nigeria per la realizzazione di opere pubbliche. Successivamente viene chiamata dal Vescovo a far parte del gruppo di lavoro denominato ‘’Evangelizzazione 2000’’. La Chiesa Nigeriana avvertiva in quel tempo l’esigenza di un rinnovamento. In vista del nuovo millennio i Vescovi decisero di dar vita ad un’iniziativa dalla forte connotazione missionaria ed affidarono ad ‘’Evangelizzazione 2000’’ il compito di organizzare convegni, giornate di studio e corsi di formazione rivolti a sacerdoti e laici impegnati per stimolare un nuovo impulso nella vita cristiana in Nigeria. Sono per Afra anni di lavoro intenso che la portano a contatto con molte realtà nigeriane e a conoscere a fondo l’ambiente in cui si trova a lavorare e la temprano ad affrontare le sfide che l’attendono. Ricca di questa esperienza viene chiamata a stabilirsi nella Parrocchia Maria Immacolata di Ogwaschi-Uku, località situata in una zona interna e degradata della Nigeria. Afra racconta di essersi disposta al nuovo incarico così: ‘’Non avevo alcun motivo per sentirmi forte e orgogliosa di venire a lavorare in una zona rurale. Non avevo nulla da offrire se non me stessa e una grande volontà di servire Dio nelle persone. Pensavo solo che Lui mi avrebbe fornito i mezzi di cui avrei avuto bisogno’’. Queste brevi parole descrivono appieno chi era Afra: donna di fede che confida sempre e comunque nel Signore, donna pratica e concreta che vede il bisogno e si fa buon samaritano. Ad Ogwashi-Uku i bisogni sono innumerevoli: persone e famiglie da catechizzare, giovani da sostenere e formare,

Afra con i volontari alle prese con i rifornimenti di acqua nei villaggi 24


anziani da soccorrere. A conclusione di una lettera a papà scive: ’’Sì, è un lavoro che costa fatica, ma che colma il cuore di gioia. A questo punto aggiungo che finalmente vivo la vita che sognavo fin da piccola’’. Presto ha l’idea di dar vita ad un centro che chiamerà ‘’REGINA MUNDI CENTRE’’. In questa struttura ragazzi e giovani trovano una scuola di informatica, un punto di aggregazione e soprattutto un luogo di affermazione della loro dignità attraverso una formazione umana e cristiana. Per dare assistenza ai più bisognosi, nel Centro trova spazio il gruppo denominato ‘’Catholics Servants of Christ’’, servi di Cristo nei poveri. Ne fanno parte giovani, operai, casalinghe, studenti ed anche qualche laureato. Per portare acqua ed il necessario anche ai Papa Francesco all’Angelus di Domenica 20 ottobre 2013, più lontani si dotano di un furgoncino e di tre moto- Giornata Missionaria Mondiale così diceva: “...In questa Giornata siamo vicini a tutti i missionari e le missionarie, che lavociclette. A Natale e Pasqua poi gli sforzi si moltiplicano per rano tanto senza far rumore, e danno la vita. Come l’italiana la distribuzione di numerosi pacchi viveri. Afra è ormai Afra Martinelli, che ha operato per tanti anni in Nigeria: qualche giorno fa è stata uccisa, per rapina; tutti hanno pianto, per tutti ‘’sorella Afra’’. Davanti alle difficoltà ed al bisogno non si scoraggia cristiani e musulmani. Le volevano bene. Lei ha annunciato il mai e ricorre all’aiuto di amici e conoscenti, talvolta Vangelo con la vita, con l’opera che ha realizzato, un centro di istruzione; così ha diffuso la fiamma della fede, ha combatanche a ‘’Cuore Amico - fraternità Onlus’’ di Brescia. tuto la buona battaglia! Pensiamo a questa sorella nostra, e E’ attraverso questi aiuti la salutiamo con un applauso, tutti!”... che oltre a sostenere la Enrico Martinelli, fratello di Afra, abita a Botticino Sera, è MiniL’arrivo del generatore sua attività caritativa può stro straordinario della Comunione. Nella foto : con il parroco elettrico dotare il Regina Mundi ringrazia papa Francesco del suo ricordo di Afra, dopo aver Centre delle attrezzature partecipato alla S.Messa in S.Marta il 13 gennaio 2014. necessarie per la scuola di informatica, installare un potente generatore elettrico ed alzare una grande antenna per le telecomunicazioni. Poiché manca l’acqua, acquista un’autobotte per fornire le capienti taniche cui tutti possano attingere. Con il suo aiuto Padre Kingsly può perforare un pozzo e dare una fonte d’acqua al suo villaggio sperso nella savana. Poi l’incredibile fine. Ai familiari è giunta la seguente testimonianza: ‘’Sorella Afra, missionaria, un’italiana che quotidianamente esprimeva il suo amore per l’Africa, venuta a testimoniare con audacia tutto ciò che Gesù ha fatto e rappresentato specialmente per i poveri e i bisognosi... Il Popolo di Dio della Parrocchia di Ogwashi-Uku, i più poveri di questa gente, cristiani e no, gli anziani e i rifiutati, i poveri e i bisognosi, tutti quelli che ti conoscevano personalmente o indirettamente, persino quelli che hanno saputo di te da molto lontano piangono la tua dipartita da Ogwashi-Uku e da questa terra… Te ne sei andata, ma rimane il nostro grazie per il grande numero di persone cui hai procurato il cibo, il vestito, la casa. l’istruzione e che hai aiutato umanamente ed economicamente o anche ammonito a fin di bene ‘’. E’ naturale domandarsi dove Afra trovasse la forza per rimanere praticamente sola e per tanti anni a sostenere un impegno così gravoso. Troviamo la risposta espressa più d’una volta nelle lettere che scriveva a papà. ‘’La mia carica la trovo nell’ora di adorazione mattutina���’. Oppure: ‘’Alle 5 del mattino sono in chiesa per l’adorazione. L’opportunità di pregare davanti al SS. Sacramento la considero una ricchezza… sono le ore più belle e significanti della mia giornata. E’ da lì che inizia la mia attività: mi tempro spiritualmente e poi mi avvio ai miei impegni ‘’. Ed ancora: ‘’…non te lo so spiegare, ma quando porto la Comunione sia agli ammalati che ai carcerati provo una gioia così intima e profonda che con niente d’altro può essere paragonata’’. Afra sarebbe ben in grado di spiegare a noi tutti quanto scrive Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii GauAfra con suoi collaboratori del Centro dium: ‘’Solo grazie a quest’incontro con l’amore di Dio che si traduce in felice amicizia… Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri? ‘’ (E. G. I, 8). Enrico Martinelli , fratello di Afra 25


DEVOZIONI Adorazioni, esposizioni, visite al Santissimo Sacramento, processioni… Tanti i gesti della pietà eucaristica. Coinvolgono il cuore, gli occhi, i piedi, in una parola tutto l’uomo. Che cosa li anima?

Le Pratiche Eucaristiche G

ranitici principi per una solida devozione Ecco alcuni principi che danno senso al tutto: • “La celebrazione dell’Eucaristia è il centro della vita cristiana”. Ivi “è racchiuso tutto il bene della Chiesa cioè lo stesso Cristo nostra Pasqua e pane vivo” (Concilio Vaticano II Presbiterorum Ordinis numero 5). “La celebrazione dell’Eucaristia è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa viene reso fuori della Messa” (Sacra Congregazione dei riti, Eucaristicum Mysterium, numero 3). Di fatto la Messa oggi splende per una beata solitudine. Nulla la prepara, nulla la riprende. • L’Eucarestia è stata detta con tre grandi categorie: quella della Cena, del sacrificio, della presenza. L’azione liturgica pone l’accento inevitabilmente sui primi due termini. Per un’adeguata comprensione e interiorizzazione, lturgia, atti di culto e pii esercizi si devono incontrare; l’azione liturgica pone l’accento sulla comunità riunita. I pii esercizi e gli atti di culto attivano i soggetti anche singolarmente presi (SC 10-13); • “Praesens adest” proclama solennemente la Sacrosantum Concilium al numero 7, riferendosi al Cristo. Intende dire: è presente come persona. È lì con noi; è lì tra di noi. Questa presenza, secondo la nostra concezione cristiano-cattolica, si protrae oltre l’azione liturgica. Giorno e notte l’Emmanuele resta in mezzo a noi, e in noi abita, pieno di grazia e di verità (Paolo VI in Mysterium Fidei: AA 57, 1965). Occorre, nei gesti di pietà eucaristica, evitare ogni cosificazione del Cristo. • Parliamo del Cristo della Pasqua. Egli con i segni della passione vive immortale. Conserva la sua capacità di prender parte alle sofferenze dell’uomo, ma non è prigioniero. È colui che regala lo Spirito, il consolatore, non colui che riceve consolazione. Non ci servono più ostie, né corporali sanguinanti. I pii esercizi e gli atti di culto possono far comprendere che è il silenzio il miglior custode del dono, del venire imprevisto di Dio. • Si custodisce l’Eucarestia, perché essa venga portata agli infermi. Così l’assemblea liturgica ne richiama e ne genera altre (quella familiare, quella degli operatori sa-

nitari). Soprattutto viene conservata perché serva, come viatico, cioè come pane per il viaggio, ai moribondi; così possono travalicare l’abisso della morte e giungere alla casa del Padre (cf. Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico n. 5 LEV, 1979). Gli occhi e il cuore L’adorazione è preghiera silenziosa ed estatica. Attiva gli occhi. Essi devono essere fissi su quell’ostia bianca: è proprio lo sguardo del discepolo che si sente oggetto dell’amore del Cristo (Giovanni 19,35-37). È bello che si proclamino le letture della domenica precedente o seguente. La preoccupazione non deve essere “quanti siamo”. Ognuno svolge lì il turno di guardia per il re. Con la visita al Santissimo si supera il gruppo, la massa, il precetto. Si va per impulso dello Spirito, nella riservatezza. Ci si intrattiene a tu per tu con il Signore, si gode della sua intimità. Innanzi a lui si apre il cuore per se stessi, per i propri cari. Si prega per la pace e la salvezza del mondo (CEI, Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico, numero 88, LEV, 1979). Le processioni La più importante è quella della solennità del Corpus Domini (ivi nn. 101-104,118-121). Questa pratica attiva i piedi, ci fa sentire pellegrini verso il cielo. All’inizio sta il Cristo (con il Crocifisso), alla fine sta il Cristo (con il Santissimo Sacramento) e in mezzo sta il popolo di Dio con tutte le sue componenti: bimbi e adulti, clero e laici, sposati, consacrati e presbiteri. I grandi (nonni, genitori) sorreggono i piccoli, come deve essere poi sempre nella vita. È bene che tutto si svolga in uno spazio protetto, ove sia possibile pregare, cantare, sostare. Non si deve dimostrare nulla a nessuno (ci siamo ancora, siamo la maggioranza). Non è una verifica del gradimento sociale. La processione rivela molto bene l’uscita di Cristo dal tempio. Il Risorto incrocia le vie, le case, gli ambienti dell’uomo. Il suo passaggio preannuncia i cieli nuovi, la nuova terra (Apocalisse 21,1). 26


La Via Crucis La Via Crucis. 450 interminabili metri: il percorso di Gesù tra il luogo della sentenza e quello dell’esecuzione. Tale cammino è stato ripreso, dipinto, rappresentato, rivissuto mille volte nell’esperienza del popolo di Dio.

D

io, in Gesù, ha toccato la terra con i suoi piedi. Non è stato un atterraggio morbido. Il suo passaggio ha lasciato come una scia di sangue nel cuore di Gerusalemme. Il prodigio è stato questo: quella traccia si è trasformata in un torrente di grazia nel quale si è immerso ciclicamente, soprattutto il venerdì, il popolo di Dio. Gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo... (Matteo 27,31). Giunti al luogo detto Golgota... (Matteo 27,33). Pochi versetti (tre per Matteo, tre per Marco, nove per Luca), un racconto scarno. La macchina da presa è tutta concentrata su Gesù. Nessuna concessione alla soggettività, ampio spazio alle citazioni bibliche. Agli evangelisti non pare interessare quanto Gesù ha sofferto, ma chi Egli sia: il servo sofferente mite e determinato che affronta anche la morte. Poche figure lungo quel percorso: Simone di Cirene, le donne e, secondo Giovanni 19,25-27, Maria. La leggenda ha poi inserito la Veronica, un nome che è tutto un programma. Sono quelli i pochi testimoni di quella moltitudine (Matteo 26,28) per la quale Gesù versa il suo sangue. La pratica della Via Crucis permette a tutti di inserirsi vitalmente in quel corteo che va verso il Calvario. Simone di Cirene, in questo senso, è figura di tutti quelli che, volenti o nolenti, porteranno la croce seguendo il Signore. Una gloriosa storia Nella devozione della Via Crucis, come in un ampio estuario, sono confluiti tanti gesti, sorti già sin dall’alto Medio Evo: il pellegrinaggio in terra Santa, la devozione alle “cadute di Cristo”, ai “cammini dolorosi di Cristo”, alle “stazioni di Cristo”. La forma attuale è già attestata dalla prima metà del secolo XVII. È stata diffusa soprattutto da San Leonardo da Porto Maurizio (1751). Consta di 14 stazioni. L’incidenza nel popolo cristiano è stata enorme: con il suo acuto senso della fede, vi ha riconosciuto sia le tappe della passione di Cristo, sia tutte le stazioni del dolore dell’umanità. Tante e profonde le dimensioni della spiritualità cristiana: la vita come pellegrinaggio, la dimensione pasquale (si entra nella vita tramite una morte affrontata per amore), la serietà delle esigenze della sequela di Cristo.

Per un futuro promettente Questa devozione ha un futuro se: • si specifica una diversa conclusione. Occorre l’apertura alla Resurrezione. Questo sull’esempio della sosta della Anastasis, al termine della Via Crucis a Gerusalemme; • ha uno spazio e un tempo specifici. In tutte le Chiese ci sono ora le 14 stazioni. Questo porta con sé alcuni vantaggi: il singolo fedele può percorrerle a chiesa vuota; anche colui che ha difficoltà a incedere, con gli occhi e il cuore, può percorrere questa salita. Ma numerosi sono gli svantaggi. Talora è proprio un cammino a piè fermo. Molte volte è un intermezzo o un preambolo per un altro rito. Altra cosa sono le salite sui monti “santi”. Ivi c’è la fatica, la coralità, la sosta, la ripresa, l’ascolto delle Letture, la visione delle stazioni nelle varie cappelle; • è l’amore che salva e non il dolore. Non si deve mettere in rilievo la pura massa di sofferenza. I due ladroni uccisi il giorno stesso hanno patito più di Gesù. Ma è Lui il salvatore. Raccontiamo non semplicemente le sue pene (sicuramente atroci) ma la passione che egli aveva per il Padre e per noi; • non piangiamo su di lui, ma sui nostri peccati (Luca 23,26-33). La sofferenza del Signore appartiene al passato. È accaduta una volta per sempre. La morte, ora, non ha alcun dominio su di lui. Permangono le malvagità. Mille volte si ripete nell’uomo il suo dramma. Facciamo anche qui scorrere le infinite stazioni: lo sterminio degli Armeni, la Shoah, gli eccidi operati dagli Hutu e dai Tuzu, i bambini soldato, la tratta degli esseri umani... Ancora nei suoi Gesù è tradito, condannato vilipeso, denudato, crocifisso; • il percorso è scandito non dalla pura cronaca di quel giorno ma dai brani biblici. Ivi si vede la duplice testardaggine, quella dell’uomo peccatore e quella del sovraimminente amore del Padre. 27


E(st)etica C’è oggi un’ipotetica porta di accesso alla felicità: è l’estetica del corpo. Come e perché?

La religione della cosmesi

U

na volta il grande intellettuale René Girard ha affermato che l’unico valore condiviso nell’Occidente sia la magrezza. Con essa non c’è, infatti, concorrenza che tenga, nell’olimpo dei valori occidentali, per cose come giustizia, amore, pace, solidarietà, forse neppure per lo stesso benessere...

b come bellezza

Per quanto paradossale, tale considerazione ci porta direttamente al cuore della società che siamo diventati: una società dove il bene con la B maiuscola è ormai quello della bellezza, di cui la magrezza è caratteristica imprescindibile. La bellezza è in verità oggi ritenuta sempre più indispensabile per avere successo, visibilità, accesso al mondo che conta; è ricercata come la vera porta d’accesso per quella felicità che oggi è sempre di più contraddistinta dalla sensualità e dalla sessualità; è rincorsa come unico fondamento della propria possibile autostima, in un mondo che diventa sempre più aperto e globalizzato. Disattivato il paradigma metafisico che da Platone sino alla rivoluzione culturale del Sessantotto aveva guidato lo sguardo dell’uomo dalla terra verso il cielo, abbandonata la fiducia moderna nella capacità della ragione di stabilire la vera natura delle cose e dell’umano, dispersa quell’unità della cultura, che aveva costituto il luogo del riconoscimento delle identità storiche e giuridiche, l’Occidente non riesce più a vivere l’unità di ciò che è vero, buono, uno e bello; un’unità che aveva costituto un riferimento importante per l’agire umano sia nel mondo greco che latino e infine cristiano. In questo spazio vuoto, la bellezza si è ora imposta e ha iniziato ad assorbire in sé ogni possibile significato. È essa che decide del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, di ciò che alla fine dei conti stabilisce pure la verità e l’unicità delle singole persone. La cosmesi si fa cosmo, cioè universo totale di senso, e l’estetica si mangia l’etica.

Per portare il discorso a un livello più immediato, basterebbe appunto pensare alla pubblicità. In essa, il linguaggio dell’estetica e della cosmesi si è ormai fuso con quello dell’etica e della salute, lentamente passando dal tema della cura del proprio corpo a quello di un investimento di valore del proprio sé: «La cosmesi così intesa si rivela non tanto la scienza del bello, quanto quella dell’ordine da cui la bellezza discende: utilizzando il cosmetico, la donna non doma le rughe, ma il caos universale. Sottrarsi alla religione della cosmetica significa rifiutarsi di impedire la deriva distruttiva dell’esistente, farsi colpevolmente complici della sua entropia. Ecco perché nell’arco di vent’anni si è passati dall’invito alla manutenzione esteriore per apparire più piacenti (questo preparato rende la pelle più morbida e levigata, piacevole al tatto, e simili) a quello più ambiguo della “cura”, che rimanda direttamente a un immaginario patologico. I preparati per il viso non sono più semplicemente nutrienti ma rigeneranti, rimpolpanti, ristrutturanti, tensori. Sono creme assertive, fanno cose grandi, operano contro eventi descritti come catastrofici: “contrastano il cedimento cutaneo”, “nutrono i tessuti nelle aree fragili del viso” e “proteggono dalle aggressioni esterne”, funzioni più da ronda poliziesca o da architetto d’interni che da crema per il viso».

Come introdurre alla verità

I contraccolpi di questa nuova potente idolatria sono facili da immaginare e consistono nella censura di tutto ciò che può anche solo minimamente oscurare la bellezza. Se sino a poco tempo fa era tabù parlare di sesso, oggi è diventato tabù parlare di malattia, di vulnerabilità, di limite, di morte, con tutte le conseguenze che questo comporta per ogni autentica azione educativa, la quale, oggi come ieri, consiste nell’introdurre i nostri cuccioli alla verità, alla bontà e alla singolarità del destino umano. La Chiesa si interroga da tempo su come educare alla vita buona del Vangelo. Ecco, qui c’è una bella sfida!

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Papa Francesco

evangelizza così

Cercare e trovare Dio in tutte le cose

Papa Francesco nei suoi interventi è molto sbilanciato sulle sfide dell’oggi. Durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro ha avuto queste espressioni: «Dio è reale se si manifesta nell’oggi»;«Dio sta da tutte le parti». Il Papa riconosce che Dio è nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato, ed è anche nel futuro, come promessa, ma il Dio “concreto” è oggi. Per questo le lamentele su come va il mondo non aiutano a trovare Dio, ma finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa un ordine inteso come pura conservazione, difesa. Nell’intervista rilasciata a Civiltà Cattolica afferma che «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa». Pertanto incontrare Dio in tutte le cose non è una scoperta empirica. Piuttosto l’evangelizzatore lo incontra nella brezza leggera avvertita da Elia, in un atteggiamento contemplativo. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale.

Frontiere da abitare

Le cose rivelano che la proposta di fede è una fedecammino, una fede storica. Dio non si è rivelato come una somma di verità astratte, ma si è rivelato come storia. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci. Addomesticare le frontiere significa limitarsi a parlare da una posizione distante, chiudersi nei laboratori. Sono cose utili, ma la riflessione deve sempre partire dall’esperienza. La frontiera è opzione, è scelta spirituale dell’evangelizzatore che sa di vivere il Vangelo in terra straniera anche nella sua stessa terra, dove non ci sono sicurezze, dove non si conosce in anticipo il risultato. Vivere come evangelizzatori di frontiera è vivere come un ponte tra la comunità cristiana e coloro che non si sentono parte di essa, per essere voce per loro e loro voce per la Chiesa. La frontiera rilancia immediatamente all’evangelizzatore l’attenzione alle pe-

riferie. Optare per le periferie è seguire colui che non morì al centro della città, ma fuori le mura. Optare per le periferie è scegliere il deserto dove non si vedono frutti immediati, dove l’insuccesso è più normale del successo.

Evangelizzare in ginocchio

Rimane vero per papa Francesco che senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. E più la missione chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il cuore deve essere unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale di un discepolo del Signore. Gesù manda i suoi senza «borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10,4). La diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la croce del Signore.

Ricevere forza da Dio

Dalla croce deriva la forza dell’evangelizzazione. Noi siamo chiamati ad aprirci sempre di più all’azione dello Spirito Santo, a offrire tutta la nostra disponibilità per essere strumenti della misericordia di Dio, della sua tenerezza, del suo amore per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto per i poveri, gli esclusi, i lontani. E questa per ogni cristiano, per tutta la Chiesa, non è una missione facoltativa, ma un fatto essenziale. Come diceva san Paolo: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, ma un dovere: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). La salvezza di Dio è per tutti. Cristo Gesù tiene per mano ed è importante lasciarsi guidare da Lui. Questo vale più di qualsiasi calcolo. Si è veri evangelizzatori lasciandoci guidare da Lui. Questo lasciarsi guidare da Gesù porta alle sorprese di Gesù. Si può pensare che l’evangelizzazione si debba programmare a tavolino, pensando alle strategie, facendo dei piani. Ma questi sono strumenti, piccoli strumenti secondari. La comunicazione della fede si può fare soltanto con la testimonianza e questo è l’amore. 29


L

alterita’

L’ altro come va considerato? Rappresenta una minaccia da cui guardarsi? È un “tu” senza il quale non si cresce?

ri umani. Da questo primo avvio filosofico, il pensiero dell’alterità ha sempre di più contagiato ogni aspetto del pensare e del vivere occidentali. L’altro non è più guardato con sospetto o con pregiudizi di superiorità, ma sempre più con un gesto di simpatia e di benevolenza. Viene aspramente criticata ogni pretesa di superiorità della cultura occidentale rispetto alle altre culture e si impone un’apertura ed un’attenzione volta a cogliere nell’incontro con Da tenere a distanza?... l’altro la possibilità di un arricchimento della proOgni apparizione dell’altro alla nostra coscien- pria singolare prospettiva sul mondo. za, del resto, impone sempre un decentramento e una relativizzazione delle proprie mappe men- La Chiesa che si fa prossima Anche la Chiesa cattolica ha aperto in modo tali. Di per sé quindi non è innocente la sua visita. Forse per questo il gesto originario della cultura generoso le sue porte al tema dell’alterità. Nei dodalla quale proveniamo fu quello del tenere l’al- cumenti del Concilio Vaticano II, infatti, essa per tro a distanza, separato, segregato. Ma non ci fu la prima volta si vede vista “da fuori”, cioè con gli solo questo. L’altro infatti, in quanto differente, in occhi degli altri: con gli occhi degli ebrei, dei muquanto appunto non identico a me, alla mia cultu- sulmani, dei non credenti, di coloro che appartenra, alla mia lingua, alla mia tradizione, ai miei usi e gono ad altre comunità cristiane, con gli occhi di costumi, è stato pure inteso come inferiore, come un mondo che pare non accettare più tutele per barbaro, incivile, e quindi non solo da tenere sepa- una supposta minorità morale e culturale; e nello rato ma anche da conquistare e sottomettere con il stesso tempo si sente fortemente provocata dalle potere della forza. Sono queste le ragioni di fondo speranze e dalle tristezze di tutti gli uomini e di per le quali l’espansione della civiltà occidentale, tutte le donne del mondo. Viene come abbattuto lo nel corso dei secoli, è stata spesso accompagnata steccato tradizionale tra un dentro e un fuori rispetto alla realtà ecclesiale, in nome di un orizzonte più da forme di inusitata violenza. ampio che è quello del regno di Dio. Per venire ai …oppure da attendere con benevolenza? nostri giorni, il fenomeno della globalizzazione ha All’inizio del secolo scorso, questo modello di comportato la creazione di ciò che a giusta ragione relazione con l’alterità viene messo decisamente viene definito il “villaggio globale”: ciascuno di noi in discussione, in particolare da parte di numerosi ha la possibilità di entrare ogni giorno in contatto pensatori di matrice ebraica. La cultura occidenta- nella sua esperienza quotidiana più spicciola, con le ha imparato a prendere maggiore consapevo- mondi e culture, con lingue e religioni, con usi e lezza che l’isolamento concettuale di un io, pensa- abbigliamenti, con odori e cibi, che prima potevato come completo in se stesso e dispiegato in tutte no essere incontrati solo dopo lunghi e avventurosi le sue potenzialità a prescindere da ogni relazione, viaggi. L’altro dunque è in mezzo a noi e noi siaè in verità una pura e semplice astrazione. Non si mo in mezzo all’altro, in una prossimità mai prima dà, infatti, alcun risveglio e sviluppo della coscien- semplicemente immaginata. Da qui sorge la sfida za umana senza l’intervento di un’altra coscienza. che ci attende di promuovere una prassi dell’ospiInsomma nessun io senza un tu, che lo convochi, talità all’altezza di questa inedita situazione cultulo appelli e lo attenda. Tutto ciò vale per il singolo, rale e geopolitica. ma vale anche per ogni insieme definito di essea scoperta e il riconoscimento dell’altro quale elemento essenziale per la definizione della propria identità è senz’altro conquista recente per quel che riguarda la cultura occidentale. In essa, infatti, hanno prevalso, almeno sino alle soglie del Novecento, una concezione e una visione dell’altro nel segno dell’elemento inquietante e pericoloso.

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Fratelli/coltelli Come è bello stare insieme come

Quella della fraternità è la forma che la Chiesa deve assumere e il nome che deve avere. È un dono che si realizza visibilmente con fatica ed una forte progettualità. Si tratta proprio di un edificio da costruire.

S

embra pacifico che l'esperienza della fraternità, del sentirsi parte di un'unica famiglia, per quanto non di sangue, sia un'esperienza di gioia e di pienezza, una dilatazione della propria percezione di sé, degli altri e della realtà. Ma l'itinerario che porta a tale "miracolo" non è certamente semplice e lineare, al punto che la fraternità - forse l'apporto più significativo alla umanizzazione delle culture proveniente dalle tradizioni legate alla Sacra Scrittura, ma più in generale dalle religioni - sembra essere, contemporaneamente, un'idea sovraccaricata e vaga, un'esperienza evanescente e facilmente smentita nelle forme di socialità in cui ci esprimiamo quotidianamente come credenti. Tra utopia e rinuncia Pochi termini come quello di fraternità sono caricati di forza utopica e settaria nello stesso tempo (G. Ruggeri). Piccole beghe, invidie, maldicenze, reciproca estraneità, indifferenza, dietro una patina di cortesia formale, sembrano inquinare le relazioni ecclesiali. Quando si realizza un minimo di appartenenza, a livello di piccoli gruppi che hanno una frequentazione consuetudinaria, spesso questo va a scapito dell'apertura ad una più ampia fraternità. L'esclusività di venta escludente, ovvero debolmente connessa a tutte le componenti della comunità ecclesiale, per non parlare di tutti coloro che vengono incontrati nella comune esperienza dell’essere umani. Trovata una fraternità robusta e calda all’inter-

fratelli no, si fatica a viverla come germe di fraternità universale. L’ansia di distinzione ci porta ad avere nei confronti degli altri, di quelli di fuori - fuori da dove? Lontano da chi? - un atteggiamento quantomeno poco empatico e, comunque, poco fraterno. Mica possiamo essere fratelli di tutti! A volte dietro il richiamo a relazioni maggiormente fraterne, si cela l’inconfessata ricerca di situazioni simbiotiche ed idilliache, una specie di indifferenziazione francamente poco realistica e, ultimamente, infantile. Si dimentica, inoltre, che, quando si tratta di uomini e donne, ci va anche il peccato, l’immaturità e che è normale sperimentare la salvezza - anche della fraternità - nella soluzione del peccato, nel perdono di Dio, senza cui non c’è redenzione: non è il caso di alimentare l’illusione di relazioni pienamente risolte ed appaganti, escatologiche. D’altra parte, stiamo parlando di “fraternità”, e cosa c’è di più inevitabile e problematico di questa esperienza umana? È tra fratelli che sorgono le prime e più radicali conflittualità: le invidie, le gelosie, le competizioni per l’affetto dei genitori, i fraintendimenti. La fraternità non è scelta. L’amico, la moglie vengono scelti; il fratello no. I fratelli non sono i simili, sono un dato di cui prendere atto e rispetto al quale fare i conti. Chi odia il fratello è un omicida: anche se non lo uccidi, ma non lo riconosci. Quel fratello che non ti sei scelto puoi ritenerlo coltello o fratello. L’unità della fraternità è quella che lascia sus31


sistere le differenze, che prende atto del dato, che avvia un percorso affidato alla responsabilità individuale. L’assassinio di Abele fa della fraternità un progetto etico e non solo un dato di natura (che pure permane). Non è scontato accogliere il fratello nella sua differenza e problematicità, nel suo essere potenzialmente un concorrente. E, d’altra parte, non è senza rischi il rifiutarlo, il non riconoscerlo. La Chiesa non è come una famiglia, perché i legami di sangue non contano, ma una volta inseriti in Gesù -primogenito fra molti fratelli - gli altri ce li ritroviamo e ce li teniamo. La forma della Chiesa Nessuna spontaneità, nessuna naturalezza. L’essere insieme come fratelli non va da sé, anche se a volte, per grazia, ne sperimentiamo la bellezza e la possibilità. Eppure è così importante questa fraternità - da costruire storicamente - che diventa una condizione imprescindibile dell’annuncio, della missione: la fraternità di Gerusalemme - di quelli che erano assidui nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera- costituiva un segno evidente che qualcosa era accaduto, l’unità effettiva della Chiesa dimostrava che le realtà della fede erano ‘reali’ e non solo pensate o desiderate. Quella della “fraternità” è la forma che la Chiesa deve assumere e quindi il nome che può avere. Il dono della comunione viene realizzato in modo storicamente afferrabile e visibile dove uomini e donne si incontrano nella fede in Cristo. La paternità divina che emerge dall’atto creatore, si realizza, parzialmente (in un segno, un germe, un sacramento) nella Chiesa: la Chiesa è come un sacramento della comunione dell’uomo con Dio e dell’unità del genere umano (LG 1). Il lievito della creazione nuova è quella relazione interpersonale che si crea fra coloro che, conoscendo Gesù Cristo, affidano a lui la propria vita, e che fondano una fraternità che ha come scopo di essere segno della fraternità universale. La nuova fraternità può essere indicata visibilmente nella comunità cristiana, nella consapevolezza del suo senso che non è quello di realizzare la fraternità nei suoi confini, ma di essere l’elemento energetico che fa lievitare il tessuto umano... estensione inconfinabile (ecclesia ab Abel, la Chiesa del 32

fratello ucciso che rinasce). Lungo la storia, il peccato della Chiesa consiste nell’avere dimenticato questo doppio volto: • l’emarginazione della fraternità nella stessa comunità (divisioni interne); • il misconoscimento del legame fraterno con chi non appartiene alla convocazione ecclesiale. L’edificio come educazione alla fraternità Vi chiediamo di entrare in questo tema come si entra in una casa. Usando degli edifici come luogo in cui si vive, si sperimenta, si mette alla prova e si verifica nella sua potenzialità la tenuta ed il significato di quello che siamo come popolo, fraternità radunata nel nome del Signore. La chiesa, il luogo della convocazione, l’edificio che prende il nome della comunità (ekklesìa) che vi si riunisce, in qualche modo visibilizza, rende evidente - o, purtroppo, smentisce - la natura dei legami tra coloro che sono convocati. Essa consente o vieta l’accesso, dichiara le condizioni per essere parte:


•fraternità riunita- riconoscere il corpo (che è la Chiesa). La forma del primo luogo cristiano (cfr. la celebre domus ecclesiae di Dura Europos in Siria, III sec.) è stata quella di uno spazio in cui si entra per partecipare ad una riunione fraterna, a seguito di una convocazione di Dio, intorno ad una rinnovata presenza di Cristo. Non è un tempio, non presenta impedimenti di natura sacrale o recinti di distinzione, non prevede una elevazione per ascendere ed avvicinarsi al cielo. Predomina il carattere di raccolta dei fedeli, che pertanto non vengono infilati l’uno dietro l’altro, in file compatte, di fronte all’altare. Per questo, dopo il Concilio Vaticano II, si è determinata la diffusione di nuovi edifici a pianta circolare o semicircolare sì da disporre i fedeli intorno all’altare in modo da permettere loro di incontrarsi con lo sguardo. A seconda delle diverse conformazioni comunitarie fioriscono forme diverse di chiesa. Esprimere una fraternità non implica disegnare uno spazio così compatto da mettere a disagio chi si senta convocato senza tuttavia sentirsi parte di un gruppo coeso. Occorre preservare, per chi non sia un praticante abituale, la possibilità di sentirsi parte senza invasività. Il coinvolgimento, la verità del segno della fraternità, non deve derogare al rispetto per la singolarità delle persone dalla posizione spirituale molto diversa. Tra il rispetto e la reciproca estraneità e la disseminazione nell’aula, però, ne corre. • Fraternità attiva - abitare, partecipare. Il sentirsi a proprio agio nello spazio dell’assemblea -senza scadere in forme di sciatteria e di disordine - è legato anche alla possibilità di abitare tale spazio, di muoversi in esso con un senso di finalità, insomma di essere attivamente partecipi. La riunione dei fedeli ha bisogno di uno spazio che offra la possibilità di stare, come di muoversi, e che sia caratterizzato da alcune direzioni, per questo la sede liturgica non può somigliare al salone di un cinema o ad un’aula universitaria, spazi abitati da persone che, una volta riunite, non hanno bisogno di muoversi ma semplicemente assistono. Ci si incontra primariamente per compiere quelle azioni che tengono viva la memoria di Gesù e che culminano nell’offerta dei propri doni in comunione con il suo che diventa per tutti nutrimento e sorgente di vita. Ma non solo: l’imbarazzo del muoversi nello spazio non è sempre segno della propria “compunzione” ma di una esclusione della nostra realtà di esseri corporei una volta che si entra nello spazio liturgico. • Fraternità articolata - la dignità dell’essere fratelli nel reciproco riconoscimento. La fraternità di coloro che costituiscono la Chiesa non si trova solo per l’azione liturgica, ma anche per la

comunicazione della fede, per la carità... L’intero complesso della chiesa deve poter dire a chiunque passi per la strada che “all’ingresso nessuno vorrà catturarlo e obbligarlo a far parte della comunità”, ma si vorrà offrirgli comunque fraterna accoglienza. Lo spazio complessivo della chiesa, articolato in diversi ambienti, culmina in quello liturgico dove predomina la bellezza. Anche questo spazio è al suo interno articolato. È nell’aula liturgica - fondamentalmente unitaria- che deve essere possibile accogliere un’udienza vasta, in cui sia evidente la uguale dignità dei convocati e, allo stesso tempo, la diversità dei carismi e delle funzioni. Per quanto unitario, lo spazio non è uniforme. Molte cose ci suggerisce la chiesa, per il suo stesso edificio, e molto ci insegna in modo silenzioso l’organizzazione dello spazio. Proviamo a rispondere a queste domande: In che senso gli spazi dell’edificio mi fanno sentire parte di una fraternità? Quali sono i confini di essa, le soglie da attraversare? Quale accoglienza possiamo predisporre? Come abitiamo gli spazi nel rispetto delle diverse funzioni? Considerando la nostra chiesa parrocchiale, quale fraternità mostra e quale ospitalità offre ad uno che viene da fuori?

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L’umanità, unica famiglia

Dio guarda al genere umano come ad un’unica famiglia. Gli uomini sono tutti figli suoi e fratelli tra di loro. Come emerge questo dato dalla Scrittura? Come, quando e perché si eclissa?

La Bibbia, sia nel Primo come nel Secondo Testamento, afferma che l’intera umanità ha un solo capostipite (Atti 17,26). La scienza lo esclude. Non è però su un dato scientifico che la Bibbia pone l’accento. Le interessa rivelare il punto di vista di Dio: Egli vede gli esseri umani come un’unica famiglia, la sua. È l’idea originaria che dovrebbe regolare tutti i rapporti tra individui, popoli, nazioni. Un dato che scompare e riemerge Con molta onestà, la Sacra Scrittura, sin dall’inizio, pone in rilievo dei fenomeni che contraddicono questo: nascono i confini, ci sono le spartizioni e divisioni, avviene il fratricidio. Il sogno di Dio attraversa tutto questo, lo supera, lo fa riemergere in continuità. Ecco un brano significativo. Durante l’avventura del deserto, Dio dice a Mosé: «Avete girato abbastanza intorno a questa montagna; volgetevi verso settentrione. Da’ quest’ordine al popolo: Voi state per passare i confini dei figli di Esaù, vostri fratelli, che dimorano in Seir; essi avranno paura di voi, ma state molto attenti: non muovete loro guerra, perché della loro terra io non vi darò neppure quanto ne può calcare la pianta di un piede; infatti ho dato la montagna di Seir in pròprietà a Esaù. Comprerete da loro con denaro le vettovaglie che mangerete e comprerete da loro con denaro anche l’acqua che berrete, perché il Signore, tuo Dio, ti ha benedetto in ogni lavoro delle tue mani, ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto. Il Signore, tuo Dio, è stato con te in questi quarantenni e non ti è mancato nulla». Allora passammo oltre i nostri fratelli, i figli di Esaù, che abitano in Seir, lungo la via dell’Araba, per Elat ed Esion-Ghèber. Poi piegammo e avanzammo in direzione del deserto di Moab. [Dt2,3-8] C’è l’affermazione chiara e perentoria: Esaù è vostro fratello, consideratelo come tale. Per la Scrit34

tura due sono le divisioni emblematiche: prima quella tra Abele e Caino (Genesi 4), poi quella tra Giacobbe ed Esaù (Genesi 25,19-33,20). L’umanità, che Dio ha costituito sua famiglia, non funziona, sin dall’inizio e a tutte le latitudini. Ne sono testimoni anche i detti popolari “fratelli/coltelli” e “parenti/serpenti”. La fraternità è un dato oggettivo. Il fratello te lo ritrovi, non lo scegli: l’unica maniera per eliminarlo è quella di ucciderlo. Cosi fa Caino (Genesi 4). La storia di Giuseppe è un ciclo eloquente in tal senso. Nella famiglia di Giacobbe non va bene niente: c’è un padre che mostra allarmanti preferenze, un figlio che nutre sogni di gloria, dei fratelli che progettano di eliminarlo. Ma Dio guida tutta la vicenda. La conduce all’approdo da lui voluto: una fraternità riconquistata (Genesi 37-45). Singolare è la vicenda di Mosé. È un ebreo: in un tempo di persecuzione verso il suo popolo avrebbe dovuto essere eliminato, ma si ritrova alla corte egiziana. Cresciuto in età, si reca dai fratelli. Ecco ciò che succede: Un giorno Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i loro lavori forzati. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’Egiziano e lo sotterrò nella sabbia. Il giorno dopo uscì di nuovo e vide due Ebrei che litigavano; disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo fratello?». (Es 2,11-13) C’è in Mosè il legame di sangue che risorge di nuovo in modo prepotente. Poi vive l’esperienza del roveto ardente e della permanenza in Madian. Si congeda dal suocero con queste parole: «Lasciami andare, ti prego: voglio tornare dai miei fratelli che sono in Egitto, per vedere se sono ancora vivi!». letro rispose a Mosè: «Va’ in pace!» [Es4, 18] L’esperienza dell’alleanza


C’è una realtà che ha come effetto di rinchiudere Israele e di mettere in ombra la fraternità universale: è la coscienza di essere popolo scelto, separato, consacrato. Ecco come viene espressa: Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra [Dt 7,6]. Il riferimento ad Adam unico capostipite non è mai completamente dimenticato. Per esempio nel libro di Giona, Dio chiama il profeta a recarsi a Ninive. È la città avversaria che ha fatto tanto soffrire Israele, eppure è oggetto della premura di Dio. Giona si rifiuta di andare là. Il Signore ve lo conduce attraverso un curioso tragitto (Giona 1-4). Più in generale, nei profeti, lo sguardo alla salvezza universale ogni tanto affiora. Pensiamo a Zaccaria 8, 20-21. Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: «Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire». In modo molto chiaro parla il salmo 87 (88) : Dio ha iscritto tutti i popoli nel suo registro. L’Egiziano e il Babilonese possono reclamare un’appartenenza. A livello giuridico c’è in Israele una forma progressiva di chiusura. Sono riconosciuti fratelli coloro che sono figli di madre ebrea e circoncisi. La nuova alleanza Con i Vangeli e gli altri testi del Nuovo testamento, l’orizzonte originario si riapre. Gesù, nella sua predicazione, è molto deciso nel superare i confini familiari. Ecco un testo molto eloquente: Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i

tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei deli, egli è per me fratello, sorella e madre» [Mt 12,46-50]. Come mai tanta durezza? La famiglia è vissuta come clan. Pare che l’accesso a Dio sia riservato a chi appartiene a una data stirpe. La fraternità che Gesù restaura non è collegata a legami di sangue; non è preclusa a qualcuno, non è automatica. Dipende dalla fede nel Padre che sta nei cielì. È fratello, sorella e madre di Gesù chi compie la sua volontà. Secondo Paolo, la fede e il Battesimo provocano la morte di una vecchia fraternità e la nascita di una nuova. Non è la legge che salva: quindi neanche un popolo che emana tale legge. Nel regime della grazia tutti sono costituiti figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù (Galati 3, 26). Attraverso l’appartenenza a Cristo, tutti diventano discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa (Galati 3,29). Nel Nuovo Testamento convivono due accezioni di fraternità: • quella ristretta, interna. “Fratelli” sono i cristiani (Atti 1, 16; Atti 9, 30; 15, 40; 1 Corinti 16, 20; Filippesi 4, 22...) • quella allargata, universale. “Fratelli” sono gli uomini. Lo afferma la lettera agli Ebrei parlando dell’incarnazione: Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli [Eb 2,11]

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Chi sono i miei Il termine “fratello”, nella bimillenaria esperienza della Chiesa, ha oscillato tra un significato utopico e uno settario. È possibile recuperare oggi l’orizzonte universalistico?

fratelli?

N

ella relazione tra le persone che si riconoscono in Cristo Gesù si incarna il dono della comunione, cioè della partecipazione dell'uomo alla natura divina. C'è una paternità divina, nuova rispetto a quella della creazione quindi una fraternità nuova. Ciò che ha permesso questo è l'amore. La fraternità della vita nuova è essenzialmente quella di Cristo con gli uomini. Infatti, per Eb 2,11, Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli. Dio si identifica nella storia di un uomo Se da un lato Dio ha identificato il suo agire e la sua parola con l'agire e la parola di un profeta, non abbiamo mai nell'AT un'identificazione tra Dio e la storia di un profeta. Sono narrati singoli episodi e azioni profetiche, oracoli e messaggi, nei quali è rappresentata la volontà di Dio. Questa rappresentazione è però sempre frammentaria. Questo limite viene superato solo nel Nuovo Testamento. Il mediatore non è più un uomo, a cui la missione divina costituisce una realtà estranea ed esterna, piuttosto è un uomo il cui essere e la cui libertà sono definite profondamente da Dio e dalla sua relazione. Dio non si identifica solamente con alcune delle parole o azioni di Gesù di Nazaret, ma con tutta la sua storia. In virtù di questa identificazione, ne segue che questa storia diventa Parola di Dio: Gesù è la Parola nella quale Dio si è identificato. L’evangelista Giovanni esprime questa differenza tra Gesù e gli altri profeti, affermando che lo Spirito discende su Gesù e su di lui rimane (Gv 1,32). Una fraternità oltre i confini La nuova fraternità pensata da Cristo Gesù è riscontrabile visibilmente nella comunità cristiana, 36

ma nella consapevolezza della sua estensione inconfinabile nella Ecclesia ab Abel, che vede inserita la paternità divina del Creatore con quella del Dio “Padre di Gesù Cristo” (LG2). Nella fede cristiana, la prossimità di Dio arriva fino al punto estremo di identificarsi in Gesù crocifisso, per cui questo Dio si rivelerà Padre di Gesù Cristo. Già nel periodo prepasquale, Gesù aveva rivelato in modo particolare la vicinanza e l’intimità singolare con Dio suo Padre attraverso l’espressione “Abbà”. Nonostante quest’azione di Dio, lungo la storia si fa strada nella Chiesa il peccato della tendenza “settaria”, segnata sia dal misconoscimento del legame fraterno con chi non le appartiene, sia dall’emarginazione della fraternità universale rispetto alla relazione fraterna all’interno della propria comunità. Si dimentica in questo modo, che la concezione biblica di Dìo è una concezione relazionale. Dio è in relazione essenziale con la storia del suo popolo: “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Ger 11,4). La restrizione del termine fraternità Un segnale privo di conseguenze drammatiche ma significativo è la restrizione della fraternità nell’ambito delle comunità religiose. Il termine fratres viene usato come fosse proprio ed esclusivo dei membri di queste comunità. In seguito, si conierà il neologismo confratres, per indicare quei laici che allacciano stretti legami e collaborano con queste comunità. Lo stesso termine confratelli verrà poi a designare i fedeli che si legano più strettamente fra di loro nelle associazioni laicali, dette appunto confraternite. “Pochi termini, come quello di fraternità, rischiano di essere caricati di un’eguale forza utopica e settaria al tempo stesso [...] Impossibile quindi sottrarsi al fascino del termine, anche se la memoria storica non può tacere dello strano intreccio tra utopia e settarismo che lo ha accom-


pagnato, persino in terreno cristiano”. La ricchezza basilare del senso della fraternità, rispetto a quello dell’amicizia e di ogni altro legame fra le persone, sta nel fatto che non si sceglie il fratello. Si tratta di un dato, cancellabile solo con il fratricidio, anche se resta il compito di trasferirlo nella prassi di vita. Paul Ricoeur dice che: “l’assassinio di Abele [...] fa della fraternità stessa un progetto etico e non più un semplice dato della natura. Il progetto etico assunto da Cristo Gesù Queste distanze Cristo Gesù le ha volute superare tutte. Con lui il Regno si fa prossimo, particolarmente in contesti di tensione, come gli esorcismi e le guarigioni miracolose, o in contesti di polemica, come le dispute con i farisei e i sommi sacerdoti del tempo. Il Regno non è solo una realtà dinamica, ma è anche dialettica: dove c’è il Regno appare ed emerge l’Anti-Regno: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me” (Lc 7,22). Dove c’è annuncio di liberazione, le forze che opprimono si risvegliano e iniziano a potenziarsi; dove la luce e la vita entrano con potenza, le tenebre e la morte tentano di acciuffare chi porta la vita e la luce; dove c’è offerta gratuita di perdono, si acuiscono le esigenze legalistiche della legge. Questo attacco contro la dinamica del Regno è stato compreso dai contemporanei di Gesù e da Gesù stesso secondo l’immagine del potere di Satana. Ai nostri giorni parliamo sempre più di strutture di peccato come di realtà dalle quali siamo in parte condizionati. Il Regno che Gesù annuncia si pone essenzialmente contro ogni forma di potere, politico, economico, psicologico e religioso, che voglia opprimere colui che è diverso.

nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,44-45). Se da un lato Gesù assume la tradizione biblica e quindi tutta la legge, da un altro lato egli la investe di quella radicalità e incondizionatezza della misericordia di Dio che motiva dall’interno gli atteggiamenti, le scelte e lo stile di vita di Gesù e di coloro che si mettono alla sua sequela. C’è qualcosa di molto più originario e fondamentale della legge per Gesù. In lui prendono forza le parole del profeta Geremia: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri [...] perché tutti mi conosceranno” (Ger 31,33-34). Alcuni passaggi delle Preghiere Eucaristiche sottolineano il valore di una legge scritta nel cuore. La IV preghiera così dice: “Ora, Padre, ricordati di tutti quelli per i quali noi ti offriamo questo sacrificio:... del tuo popolo e di tutti gli uomini che ti cercano con cuore sincero”. E la V con più forza, dice: “Ricordati anche dei nostri fratelli che sono morti nella pace del tuo Cristo, e di tutti i defunti dei quali tu solo hai conosciuto la fede”. Il corpo di Cristo “Liberté, fraternité, égalité” marcano la cultura moderna: e l’efficacia dell’evangelizzazione è condizionata dalla testimonianza di una Chiesa che nella sua esperienza di vita fraterna deve sentirsi e mostrarsi parte della famiglia umana. Il cristiano diventa, in Gesù, figlio di Dio: mai da solo, ma nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Lo Spi-

Cristo Gesù il vero fratello Gesù non mette la sua persona al centro, ma il suo messaggio e l’azione che essa suscita. Se confrontiamo il testo di Lc 4, 18-19 con quello di Is 61,1 ci rendiamo conto che manca l’annuncio della vendetta del Signore: il Regno di Dio è annuncio e prassi di un amore incondizionato che non ammette riserve o negazione di sorta da parte di Dio. Nella vita della Chiesa si osserva un’oscillazione frequente tra il senso della fraternità nella famiglia umana, “segno e strumento dell’unità del genere umano” (LG 1), e nel popolo di Dio, inteso come popolo cristiano nato dalla fede in Cristo. Poiché Gesù fa l’esperienza che i sordi odono e i muti parlano, che i pubblicani e le prostitute accolgono con docilità l’amore incondizionato di Dio, vuol dire che gli stessi “nemici” di Dio sono oggetto della benevolenza di Dio. “Amate i vostri 37


rito riempie ogni cosa (Sap 1,7). Al di là dello Spirito non c’è nulla. È la pienezza che riempie ogni cosa, cosicché Dio possa essere tutto in tutti (1 Cor 15,28). Nello Spirito, Cristo è l’unica eterna immagine dello splendore e della gloria di Dio. “Lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale” (Gaudium et Spes 22), evitando una comprensione astratta di questa comunione tra umanità e divinità. La mediazione di Gesù Cristo non è concorrenziale e nemmeno complementare alle altre mediazioni di fondatori di religioni, ma rende possibile che queste realizzino la comu-

nione tra Dio e uomo. L’incarnazione del Verbo in Gesù Cristo è un evento non ancora concluso, ma aperto ad accogliere gli altri. La salvezza di tutti è veramente presente e reale in Gesù; nello stesso tempo rimanda a un futuro ultimo per il suo pieno dispiegamento, quando si identificherà con chi vive nella sua carne “ciò che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24): “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36).

VENTO DI PRIMAVERA Vento di primavera, respiro uscito dalla bocca di Gesù, soffia sulla tua Chiesa. Fa’ che non ritorni l’inverno e faccia gelare i germi di vita germinati nel Concilio. Fa’ che le porte del cenacolo restino sempre aperte e i discepoli escano, per raggiungere le periferie geografiche e quelle esistenziali. Fa’ che ogni comunità accolga l’uomo, ogni uomo e gli dica: “Sei nostro fratello: c’è una mensa pronta per te. Vieni perché manca sempre qualcuno alla famiglia di Dio! Il tuo nome è conosciuto in cielo; il tuo popolo è scritto da Dio nel registro delle stirpi; in Gesù sei stato scelto, amato, predestinato al paradiso”. Fa’ che la Chiesa non diventi edificio con serrature e muri. Ma sia come una tenda, facile da spostare, facile da allargare. Fa’ che si ponga come capofila di tutti i popoli, di tutte le genti. 38


Diventare ciò che siamo

La fraternità è un’utopia? È, al contrario, una realtà già acquisita? Indichiamo varie vie perché lo scarto tra il sogno di Dio e la risposta dei credenti in Gesù venga lentamente colmato.

Un brano illuminante Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo... (Mt 23, 8-11) Stando all’evangelista Matteo, Gesù pronuncia queste frasi nel tempio (Matteo 21,23; 24,1). Ha fatto il suo ingresso in Gerusalemme. Egli, che agli occhi del mondo appare come vittima, in realtà sottopone a giudizio il luogo sacro, il potere civile (Matteo 22,15-22), l’interpretazione corrente delle Scritture (Matteo 22,31), l’autorità di scribi e farisei (Matteo 23,1-12). C’è un nuovo ordine in atto; in realtà non è un inedito: è il progetto originario di Dio. Viene notificato ai discepoli e alla folla (Matteo 23,1). Si riafferma la relazione con il Padre, colui che sta nei Cieli. Egli solo è sorgente di vita. I discepoli sono figli. Coloro che seguono Gesù sono fratelli tra di loro. È un’affermazione, non è un’ipotesi di lavoro né una pia esortazione. Possiamo subito prendere atto che la prossimità familiare ha come due aspetti. Il fratello è: • il consanguineo, il più vicino; • il primo, potenziale avversario: ci ruba lo spazio, l’affetto, l’eredità futura. Noi ci occupiamo qui del cerchio più ristretto della fraternità, quella che riguarda i credenti in Gesù. Lo vediamo però orientato altrove. La Chiesa è quello spazio umano in cui Dio comincia a costruire la sua famiglia. Parlare di fraternità è indicare un dono e un compito. Si è fratelli e lo si diventa. Quella realtà dinamica, storica è il luogo di una duplice pazienza: • quella di Dio che sospinge (Eb 2,17; Dt 23,8; Mac 12,6); • quella dei discepoli che mai possono essere quel segno da cui gli uomini possono intuire la presenza del Risorto (Gv 13,35). La fraternità è una via che si diparte da Cristo (egli è il Figlio, egli è il primogenito) e conduce all’assemblea universale oltre la storia (Ap 7,9).

La via del realismo Da questo punto di vista, com’è di fatto la comunità cristiana? Qual è il suo livello di fraternità? Ci risponde senza infingimenti il capitolo 18 del Vangelo di Matteo. È come una foto dall’interno: dentro la Chiesa ci sono le scomuniche reciproche, la ricerca dei primi posti, lo scandalo verso i piccoli, le liti senza ricomposizione. Gli intransigenti subito forzerebbero i tempi, affermando una fraternità per esclusione: via la zizzania, via i pesci cattivi, formiamo la comunità dei puri! Gesù condanna severamente quelli che anticipano il giudizio di Dio (Mt 13,24-30). Non è quella la via. Il primo passo è l’accettazione della realtà. Occorre amare ciò che esiste, solo così lo si può modificare. Ci sono ferite che i cristiani si sono inferte. Con pazienza ci si chiede: quando e perché sono nate queste piaghe? Quanto ci vorrà per guarirle? Bisogna dare un nome a tutto questo.Poi si riprende la via tracciata dalla Scrittura. Come diceva Paolo VI, essa è uno specchio speciale: ci fa vedere come siamo ma, contemporaneamente, come Dio ci vuole. Già, seguendo questa strada sotto la spinta del Concilio, siamo riusciti a riscoprire che gli ebrei sono nostri fratelli maggiori (Giovanni Paolo II). Bisogna vedere ciò che ci unisce, ma anche discutere ciò che ci separa. Il movimento ecumenico, lo sappiamo bene, ha imboccato una duplice strada: la riflessione biblica, teologica. Essa è aperta ai dotti; la carità, la dedizione alla causa della pace, eliminazione della sofferenza e della discriminazione. È una via aperta a tutti. La via della corresponsabilità Siamo famiglia di Gesù facendo il volere del Padre (Matteo 12,49). Esiste un Suo progetto. Lo vuole Lui, lo attuiamo anche noi. Ci vuole un’attenzione continua a ciò che il Signore chiede alla Chiesa attraverso il grido dei poveri. La Chiesa è nativamen39


te estroversa. Non ha una sua finalità interna. È seme e germe del Regno. È assolutamente inconcludente la relazione puramente orizzontale (io la penso così; tu la pensi cosà). C’è un rapporto a tre: ciò che importa è il volere del Padre. Di secolo in secolo, anche sotto la spinta degli uomini, assume configurazioni precise: ricerca della pari dignità, della giustizia, lotta alla povertà... (GS 26-32). Giustamente Papa Francesco ha indicato per il 1 gennaio 2014 questo tema: “Fraternità, via della pace”. Per i problemi interni ed esterni la Chiesa ha in Atti 15,1-29 un modello, un’icona. Sono segnati i vari passi: • vedere i problemi, chiamarli per nome; • riunirsi in assemblea, guardarsi in faccia; • aprire il dibattito per far udire tutte le voci. Questo avendo come punto di riferimento la Scrittura, testimonianza del sogno di Dio; • deliberare, portare a una conclusione. Questo va fatto tenendo presente (ce lo dicono anche Romani 14,1-9 e 1 Corinti 8,1-13) un duplice criterio: quello della verità e quello della carità; • stare tutti a ciò che si è deciso. La via della correzione fraterna È il segnale più alto e impegnativo. È la costruzione della fraternità a chilometro zero. Ne parla compiutamente il Vangelo di Matteo: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, vale ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglieretesulla terra sarà sciolto in cielo. [Mt 18,1518] C’è una persuasione-guida che fa affrontare l’impatto non sempre agevole: occorre riconquistare il proprio fratello. La cura di lui ci fa procedere con riservatezza e gradualità: l’incontro a quattro

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occhi, il confronto con uno o due testimoni, l’implicare la comunità. Si ritorna al principio negato da Caino: ognuno è custode del proprio fratello (Genesi 4). Non sempre l’esito sarà positivo: questo va messo in conto. Ci permettiamo di aggiungere a Matteo 18 una cosa: va instaurato il criterio della reciprocità, la correzione si dà e si riceve. I rapporti tra i fratelli devono essere guidati da un duplice criterio: la verità e l’amore. Talora c’è un preteso amore che non dice la verità. Talora c’è una verità sbattuta in faccia senza amore. La via del perdono Questa faticosissima azione è presentata in Matteo 18,21-35. Può essere coniugata a chilometro zero o anche a livello universale. Dietro c’è questa duplice persuasione: • Dio è il primo a perdonare di cuore (Matteo 18,35). Ce lo ha mostrato nella croce del Signore (2Cor 5,12-21); • ciò che noi dobbiamo a lui è ben più grande di ciò che ci devono i nostri colleghi. Il perdono è gratuità assoluta: non si prescrive come si fa con le medicine. Nasce da un lungo ripensamento. Nulla chiede come contropartita. Giovanni Paolo II ci ha insegnato che esso va declinato, non declamato. Ci fa venire in mente tutte le scene della storia in cui noi siamo stati dalla parte del potere. Ha anch’esso la dimensione interna (i torti da noi fatti verso i battezzati) e quella più vasta (verso tutti gli esseri umani e qui i peccati commessi sono la tratta degli schiavi, la Shoah...).


Una fraternità a misura di giovani

La fraternità è un dato che ci ritroviamo. La si apprende attraverso quali esperienze? Limitiamo l’orizzonte ai giovani

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n una nota trasmissione televisiva di talent scout, mi hanno molto colpito le parole pronunciate da uno dei giovani protagonisti, che con grande intensità ha detto: “Questa esperienza, anche se non mi porterà alla vittoria, mi ha cambiato dentro. Il vivere insieme, condividendo ogni momento della giornata, mi ha fatto sentire i compagni di corso come veri fratelli; si è creato tra di noi un legame indissolubile, quel tipo di legame che solo la conoscenza più profonda riesce a dare.” Ciò che conta è l’esperienza. L’affermazione mi ha ulteriormente confermato ciò che in tanti anni di lavoro con i giovani ho potuto constatare: nell’educazione, soprattutto quando si tratta di far compiere un cammino iniziatico o di approfondimento alla fede, è fondamentale passare attraverso l’esperienza. Sono infatti le esperienze concrete, quelle cioè in grado di coinvolgere tutti i livelli della persona, dal cognitivo all’affettivo, dall’emotivo al volitivo, e di accendere (accende lumen sensibus, preconio pasquale) tutti e cinque i sensi, ad assicurare una maggiore fedeltà al Vangelo. Anche Gesù, del resto, non ha usato soltanto le parole per annunciare il regno di Dio, ma ha spesso comunicato attraverso l’uso dei sensi. Egli ha toccato con le sue mani, ha condiviso il gusto del cibo, si è lasciato profumare e ha guardato e ascoltato attentamente chi incontrava sulla sua via. Così, anche per far capire ai giovani il valore della fraternità, più che parlarne è necessario sperimentarla in tutte le sue dimensioni, viverla concretamente in esperienze fattibili, dentro a qualsiasi realtà parrocchiale, perfino quelle più povere di strutture e mezzi. Per sentire l’altro come fratello, un giovane deve fare esperienza concreta dell’altro, condivi-

dere con esso il tempo, lo spazio, il proprio pensiero, le azioni; avere obiettivi comuni che portano a unire l’impegno per raggiungerli. Le esperienze di fraternità sono moltissime nella vita e possono essere vissute nei contesti più diversi: nella famiglia, tra gli amici, nei rapporti di coppia, nel lavoro. Esistono, inoltre, varie esperienze formative collaudate che educano a questo stile, come i campi scuola, i gruppi, le associazioni... Un’espressione che spesso viene usata è: “Gli amici te li scegli, i fratelli te li ritrovi”. Dietro a quest’affermazione si coglie la difficoltà dell’accoglienza, ma anche la bellezza del dono degli altri, dell’Altro. Ecco che parlare di fraternità significa proporre questa dimensione come uno stile da acquisire, uno status da maturare, un dono da vivere, perché tutti noi alla fine della vita possiamo descrivere tale esperienza come S. Francesco d’Assisi ce la consegna nel suo Testamento dicendo: “II Signore mi donò dei fratelli”. Per conseguire lo stile della fraternità si possono progettare varie esperienze che aiutano a maturarlo e a farlo proprio. Si tratta di veri e propri esercizi di fraternità. Tra di essi rientrano quelle che vengono denominate come: settimana di fraternità, esperienza di fraternità, settimana di condivisione. Esse si possono pensare come una struttura permanente di formazione giovanile. Vita comune: un esercizio continuo di fraternità Quando parliamo di vita comune, rievochiamo una serie di esperienze diversificate che possono essere raggruppate in due grandi categorie. Una prima, grande e importante categoria è la scelta 41


di una vita comune stabile e duratura. Questa scelta appartiene, quale dimensione necessaria e costitutiva, ad alcune esperienze di vita cristiana, come la vita familiare e la vita religiosa. Una seconda categoria è la scelta di una vita comune temporanea. Rientrano in questo secondo “filone” tutte le esperienze di vita comune che hanno una durata limitata nel tempo. Vivere un’esperienza di vita comune in un determinato tempo e luogo è un esercizio di fraternità. Dentro a questa categoria, inseriamo la proposta di un’esperienza di vita comune temporanea ai giovani che potremo paragonare alla proposta di un periodo di esercizi spirituali. Nel caso della vita comune, gli “esercizi” sono finalizzati a crescere nella fraternità. Si possono distinguere due tipologie di questi esercizi: una iniziatica e una formativa. L’esperienza di vita comune è iniziatica quando chi la vive l’affronta per la prima volta; essa diventa l’occasione di uno stacco, di un salto, di una partenza, di una ripresa. Quest’esperienza può rappresentare una vera occasione di crescita perché propone vari ostacoli da superare: le relazioni con persone che non avremmo mai scelto; la durata nel tempo al di là dell’incontro occasionale e breve; lo spessore e l’intensità (come già ribadito) rispetto al solito campo scuola o ritiro o altro... L’esperienza della fraternità amplifica, quindi, la dimensione della fede. Per molti giovani queste esperienze sono iniziatiche perché introducono in altre dimensioni e pongono nuovi obiettivi. L’esperienza di vita comune assume un carattere di approfondimento, quando essa comincia a consolidarsi nel tempo, a

diventare una proposta strutturata e periodica. Chi vi partecipa è già iniziato a questo stile, non vive più la novità di ogni cosa, e ha ormai acquisito alcune caratteristiche dell’esperienza. In questo livello di esperienza è opportuno che le motivazioni e gli obiettivi siano più impegnativi. Ad esempio, quando la vita comune è proposta più volte durante un anno, è richiesta sempre una nuova ricomposizione del gruppo di giovani, una maggiore costanza e regolarità; lo straordinario non sta più tanto nel fatto di vivere insieme, non trattandosi della prima volta, ma nella crescita comune in qualche dimensione stabilita come obiettivo. Usando delle categorie sociologiche, queste due tipologie di fraternità corrispondono ai due momenti di qualsiasi esperienza: lo stato nascente e lo stato stabile, un po’ come l’innamoramento e l’amore. L’efficacia di un’esperienza formativa è legata anche alla sua riproposta nel tempo, alla sua durata. Alla scuola della prima comunità cristiana Pensando di far vivere ai giovani un’esperienza di fraternità temporanea può essere utile prendere in considerazione il famoso brano del libro degli Atti degli apostoli (2,42-48) in cui si evidenziano gli elementi fondanti della vita comune a cui educare i giovani. - Scuola di ascolto e di missione. Il tempo della fraternità è privilegiato per mettersi in ascolto del Signore. Per i giovani è difficile trovare degli spazi per attingere luce dalle Scritture o solo per fermarsi in silenzio a riflettere. Pertanto non deve mancare nell’esperienza di fraternità uno spazio per la condivisione dei racconti dei partecipanti alla luce della Parola di Dio, ma anche un ascolto specifico della stessa Parola di Dio, in un tempo ben preciso della giornata. L’ascolto della Parola apre alla missione con coraggio e fiducia e aiuta a ritrovare

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i segni della presenza di Dio nelle occasioni giornaliere, ma anche facendo comprendere che si può essere uniti dalla Parola nella normalità, senza cercare esperienze particolari, suggestive o lontane dal vissuto quotidiano. Alcune attenzioni pratiche possono essere: - curare dei momenti di silenzio e di riflessione - valorizzare la Bibbia - programmare dei tempi sia per la condivisione interna sia per la condivisione/apertura con altre persone. - Scuola di preghiera. La preghiera è l’anima della vita fraterna. La preghiera della fraternità può essere ritmata dalla Liturgia delle Ore o da altre forme di preghiera, purché in momenti fissi. Attraverso la fraternità si può veramente scoprire o riscoprire il valore della preghiera quotidiana sia personale che comunitaria. In questo aspetto la fraternità dona un nuovo volto alle “cose” di sempre: alla chiesa, agli appuntamenti di preghiera, alle celebrazioni Eucaristiche. Di solito i giovani riscoprono la preghiera in alcuni contesti particolari, grazie alla cura di alcune dimensioni. La fraternità è l’occasione per riscoprire insieme la preghiera feriale e per continuare poi a ricercare e costruire un clima bello e delle occasioni significative per lodare e invocare il Signore. Alcune attenzioni pratiche possono essere: - curare tutti i momenti di preghiera - valorizzare i momenti di preghiera vissuti insieme a tutta la parrocchia. - Scuola di servizio. Lo stile della condivisione, della corresponsabilità nasce da modalità concrete di organizzare l’esperienza. Una cassa comune, uno stile di sobrietà, uno spirito di adattamento tra orari, attività, servizi quotidiani, l’attenzione a chi ha più difficoltà, questi sono tutti particolari che fanno crescere uno stile di servizio. Il servizio è la prospettiva nella quale vivere le tensioni, le difficoltà, le paure, le incomprensioni che non mancano nell’esperienza di fraternità e dove l’umiltà, la pazienza, la sincerità sono virtù che emergono e maturano ogni giorno. Dentro ad una società in cui tutto deve avere un prezzo, l’esperienza aiuta a ritrovare il valore della gratuità come risposta ai doni gratuiti che Dio offre a ciascuno ogni giorno. Alcune attenzioni pratiche possono essere: - organizzare insieme l’esperienza valorizzando le capacità di ognuno - considerare dei tempi di confronto sull’esperienza per una verifica in itinere - all’inizio costruire insieme “un decalogo” di stile di servizio. -Scuola di Comunione. L’esperienza di fraternità è una palestra di comunione dove ciò che unisce e riesce a far superare gli ostacoli e le difficoltà è la relazione con il Signore Gesù. La fraternità può rappresentare una proposta che fa riscoprire la dimensione battesimale della Chiesa, che ci rende fratelli e sorelle nella fede, figli dell’unico Padre e voluti da Lui come suo popolo. Alcune attenzioni pratiche possono essere: - decidere di mettere a disposizione alcuni oggetti personali che possono essere utili a tutti - vivere un momento di correzione fraterna.

Fratello Concilio Padri conciliari e comunione di fratelli Sull’onda del cinquantesimo del Concilio Vaticano II, ancora oggi la Chiesa studia e vive (e trasforma in opere evangelizzatrici) tutte le fiorenti emanazioni di tanta e fraterna condivisione di intenti. E proprio la Chiesa, così come sottotitola anche lo stesso monsignor Severino Dianich (http://www.zam.it/biografia_Severino_Dianich) nel suo recente libro, è una “comunione di fratelli”. Il Concilio, con le sue quattro Costituzioni, le tre Dichiarazioni e i nove Decreti, voleva essere una fonte di comunione fraterna, una riunione davvero ecumenica, che ben rappresentasse l’enorme famiglia mondiale di milioni di fratelli che vivono nella fede. I “padri conciliari”, questo è il termine che ha identificato i partecipanti al Vaticano II, hanno lasciato quindi un’eredità tutta da scoprire (per chi cattolico non è, o non lo è appieno) e anche tutta da approfondire (per chi il cattolico già “lo fa”, ma vuole o deve migliorarsi “nell’esserlo”). Il sito all’indirizzo http://www.vivailconcilio.it è un valido strumento che introduce nel largo mondo del Concilio; che rende giustizia di quanto questi documenti e queste riflessioni non siano solamente dei testi ufficiali e fondanti, ma anche degli stimoli di riflessione e di operatività. In quest’ottica è utile leggere Chiesa, il libro di monsignor Severino Dianich: http://www. edizionisanpaolo.it/religione_1/teologiae-filosofia/i-compendi/libro/chiesa.aspx). Il sito vivailconcilio.it, attraverso immagini e testimonianze, ma anche con segnalazioni di testi ed eventi, accompagna il visitatore dentro la profondità delle quattro costituzioni conciliari; va a fondo sugli studi, sui saggi e sui documenti magisteriali; cerca di suggerire e trarre spunti anche pratici per una fede più matura. “Viva il concilio”, quindi. Ma non solo nel senso: “evviva che c’è stato”. È soprattutto un augurio sul concilio: “viva!”, “abbia vita!”.

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angolo della musica e del bel canto

il canto è armonia

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l canto è armonia, gioia di esprimere sentimenti, con-

sonanza di toni e di emozioni. Il canto è preghiera, eleva lo spirito. “Chi canta prega due volte” recita nel salmo Sant’Agostino, filosofo, dottore della Chiesa. Essere coro nasce dalla volontà di sentirsi protagonisti del momento liturgico, di contribuire a renderlo solenne con una privilegiata partecipazione. Il canto in coro è comunione di voci che si elevano, alta preghiera, esempio, guida e riferimento per l’assemblea nelle celebrazioni, ma pure impegno sociale, ancora coinvolgente espressione di festa nelle occasioni di allegre escursioni e divertimento nello stare insieme, momento di socializzazione. Con questi intenti il coro Santa Maria Assunta di Botticino Sera svolge da decenni la sua attività: si avvicendano i direttori del coro, i coristi, si perpetua lo spirito della corale. Il professor Carlo Lazzarini, maestro del coro, al suo ritorno sulla pedana di direzione ha ritrovato vecchi amici e nuovi proseliti infondendo rinnovato entusiasmo al gruppo affiancando agli impegni liturgici le occasioni di esibizioni a carattere civile e di svago. Accanto alla corale interagisce sempre più numerosa una componente giovanile, nuova linfa per dare impulso e vigore al coro e garanzia della sua continuità. L’invito si apre a tutta la comunità di Botticino Sera, a giovani e meno giovani, ad amanti della musica e del canto, a neofiti anche digiuni di ogni rudimento musicale, chiamati a partecipare a questa esperienza d’impegno, di passione e di gioia dello stare insieme ricca di occasioni religiose, sociali, culturali, festose. Il coro Santa Maria Assunta si riunisce ogni venerdì sera per preparare canti liturgici e canzoni del repertorio clasNel tempo della quaresima, la pietà cristiana viene sollecitata su sico; è un appuntamento che si fa impegno, ma pure opdiversi fronti perchè il momento spirituale è veramente cruciale. portunità per trascorrere in compagnia e in…canto un paio Cioè, ogni risorsa del credente convinto e coerente, trova stimo- d’ore. lo e occasione propizia per approfondire le ”ragioni della propria Ricco è il programma di quello che resta della stagiosperanza” e le conseguenti, difficili scelte morali. ne concertistica che coinvolge anche il coro dei ragazzi, la La lunga consuetudine della chiesa con questi momenti di forte banda di Nave e l’orchestra giovanile della scuola media di imepegno educativo le consente di spaziare su tanti aspetti della Rezzato. realtà personale e, quindi, riuscire a mettere in campo i linguaggi più diversi per toccare le tante corde della sensibilità umana. Così in dettaglio dall’aprile prossimo: Anche la musica, che ha un ruolo capitale nella preghiera della il 12 aprile concerto con la banda di Nave, a Nave alle ore chiesa, si esalta ancor piu’ durante la quaresima perchè il tema 20.30; il 13 aprile, giorno delle Palme, in ricordo del maedella croce di Cristo trova una specialissima sintonia con la soffestro Guido e dei coristi “in cielo” con l’orchestra di Rezzato renza umana. Questa, sostanzialmente, la ragione per cui nei tre primi venerdì alle ore 16.30 nella Basilica-Santuario diBotticino Sera; il della quaresima, nelle tre chiese della nostra Unità Pastorale, sa- 19 aprile la Veglia della luce nella notte di Pasqua alle ore 23 ranno proposte tre “passioni” in musica. nelle chiesa parrocchiale; il 20 aprile la Pasqua di ResurreAnche a questo riguardo la tradizione è lunghissima e sontuosa zione alle ore 10.45 nella chiesa parrocchiale; il 18 maggio se è vero che le prime esperienze si perdono nella profondità del drammatico medioevo e tutt’ora continuano a proliferare, nel la Festa dell’Unità pastorale; il 21 maggio la celebrazione in onore del Santo Tadini con cori di Botticino Sera, Mattina nostro tempo tanto inquieto e mistificatorio. e San Gallo riuniti alle ore 20 nella Basilica -Santuario; a venerdì 14 marzo fine maggio escursione con concerto del coro: “Mi rifugio chiesa Botticino Mattina ore 20,30 nella musica” in località montana della provincia da definiPASSIONE SECONDO LUCA di J.S.Bach re; il 2 giugno servizio liturgico in piazza Loggia, in città, a venerdì 21 marzo chiesa Botticino Sera ore 20,30 quarant’anni dalla strage con altre venticinque corali della PASSIONE E RISURREZIONE di M.Falloni provincia alla presenza del Vescovo di Brescia; l’8 giungo, venerdì 28 marzo giorno di Pentecoste il coro dei ragazzi alle ore 10,45 nella chiesa San Gallo ore 20,30 chiesa parrocchiale. PASSIONE SECONDO S.MARCO di Ch.Wood Si rinnova l’invito esteso a tutti alla partecipazione al Corale “Paolo VI “ Di Brescia Diretta da don Luigi Salvetti coro di Santa Maria Assunta: vi aspettiamo. Solisti Serafina Dui-Alessanro Casari-Ivan Medardi-Andrea Bazzani Per informazioni contattare il maestro Carlo Lazzarini: Complesso Strumentale 339 6560213. Vi aspettiamo. Violini Alessandra Nova,Lavinia Spataro,Laura Lizzini,Fulvia Sainaghi Enrico Moreschi Viola Vera Pattini Violoncello Giuliano Galli

MUSICA SACRA i venerdì di quaresima

Oboi Emilio Paraggio Organo Bruno Strada

Corno Inglese Monica Maccabiani

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INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

I Vangeli sinottici

Come crescere nella fede? Come nutrire la fede? Conosciamo la Parola di Dio. Continuiamo la conoscenza del testo sacro per cogliere meglio i tesori contenuti in esso

Gerusalemme, dove offrirà la salvezza definitiva con la sua morte in croce e la sua risurrezione. • Marco è alla base dei sinottici e da lo schema comune per comprendere e descrivere più verosimilmente la vicenda storica di Gesù. Per lui Gesù è il Messia (il «Cristo») e il Figlio di Dio.

L’ambone, il ministro, il libro: la proclamazione del Vangelo di Gesù, risorto e vivente, risuona per la Chiesa riunita in assemblea.

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primi tre Vangeli - Matteo, Marco, Luca - sono conosciuti con il nome di «sinottici». Questo termine, coniato nel secolo XVIII dallo studioso tedesco J.J. Griesbach, è di origine greca e significa che i tre Vangeli si possono leggere «insieme con un solo colpo d’occhio» (syn, «insieme», òpsis, «colpo d’occhio»). In questa «visione d’insieme» emergono uguaglianze e differenze. Queste ultime non vanno interpretate come elementi contraddittori o deleteri per la verità storica dei Vangeli, ma come elementi che evidenziano la particolare finalità e i particolari interessi di ciascun evangelista. Nel secolo scorso, per spiegare queste differenze, si era coniata l’espressione «storia della redazione» (più conosciuta con il termine tedesco Redaktionsgeschichté). «Redazione» indica il modo con cui gli evangelisti hanno «scelto» (seligentes), «fatto una sintesi» (in synthesim redigen-tes) e «spiegato» (explanantes) il materiale su Gesù (i tre verbi in lingua latina qui evidenziati sono usati dalla costituzione Dei Verbum, 19). • Matteo ordina questo materiale attorno al tema teologico di Gesù come il nuovo Mosè che dona la nuova legge e come il Messia che porta a compimento le attese e le promesse dell’Antico Testamento. • Luca lo ordina attorno al tema biblico dell’esodo, cioè del «viaggio» che Gesù compie dalla Galilea verso

Tra i sinottici, quello di Marco è considerato il primo dei Vangeli scritti. Matteo e Luca lo utilizzano come fonte e lo sviluppano secondo le esigenze dei loro destinatari. Il Vangelo secondo Giovanni, invece, interiorizza la predicazione di Gesù. È un Vangelo che riflette già la teologia e la spiritualità della comunità di fede, che ne è la destinataria. È il «Vangelo spirituale», come amavano chiamarlo i Padri della Chiesa. La «questione sinottica» Con questa espressione si vuole indicare il problema riguardante le fonti dei primi tre Vangeli - chiamati sinottici - e la loro reciproca dipendenza letteraria. La «questione sinottica» si estende anche al materiale che questi tre Vangeli hanno in comune, l’ordine in cui lo presentano e la terminologia da essi utilizzata. Le domande cui essa cerca di rispondere, possono essere così formulate: Qual è il primo evangelista? Come si spiegano le differenze che s’incontrano in episodi comuni a tutti e tre gli evangelisti (chiamati «testi di triplice tradizione») o comuni a due soli evangelisti (chiamati «testi di duplice tradizione»)? Come si spiega l’assenza di un episodio in due dei tre evangelisti (chiamato perciò «testo di semplice tradizione»)? Mentre tutta l’antichità aveva privilegiato il Vangelo secondo Matteo (che era quello più usato nella predicazione e nella liturgia come il «vangelo del catechista» e quello più commentato dai Padri della Chiesa) e, sulla scia di sant’Agostino, aveva considerato il Vangelo secondo Marco (che è quello più breve) come un «riassunto» del primo evangelista e quello secondo Luca come un «completamento» del Vangelo secondo Matteo, oggi si è giunti a una diversa valutazione: il Vangelo secondo Marco viene unanimamente considerato come il primo dei Vangeli scritti. Matteo e Luca lo utilizzano come fonte e lo sviluppano secondo le esigenze 45


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

dei loro destinatari. Non è quindi Marco a «riassume- la rete; Mt 20,1-16: gli operai mandati nella vigna; Mt re» Matteo e Luca, ma sono questi due evangelisti ad 21,28-32: la parabola dei due figli; Mt 25,1-13: le verampliare la narrazione di Marco. gini stolte e le vergini sagge) e alcune parole o «detti» di Gesù, raccolti soprattutto nel «discorso della montagna» (Mt 5-7) e nel capitolo 23. La fonte «Q» e il «materiale proprio» Su un totale di 1149 versetti che formano il VangeAccanto a Marco come fonte, Matteo e Luca usano anche un’altra fonte, chiamata convenzionalmente lo secondo Luca, ben 548 versetti contengono il «materiale proprio» che si trova soltanto in questo evanfonte Q (abbreviazione del tedesco Quelle, «fonte»). La fonte Q contiene solamente i «detti» di Gesù, gelista. Ricordiamo tra i testi esemplificativi i vangeli chiamati con il nome greco lòghia («detti», «parole»), dell’infanzia (Lc 1-2, con episodi e tematiche che non per cui è conosciuta anche come fonte dei lòghia. In- appaiono nei paralleli vangeli dell’infanzia di Matteo) fatti, in questa ipotetica fonte mancano le narrazioni e sedici parabole di Gesù, tra cui la parabola del buon dei miracoli di Gesù e soprattutto è assente il racconto samaritano (Lc 10,30-37), del ricco stolto (Lc 12,16-21), del figlio prodigo o del padre misericordioso (Lc 15,11della passione-morte-risurrezione. Bisogna inoltre dire che Matteo e Luca dispongono 32), dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-12), del ricdi altre due fonti, identificabili nel cosiddetto «mate- co e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31) e altre. riale proprio» (chiamato comunemente con il termine tedesco Sondergut), che si trova esclusivamente nel I «criteri di storicità» dei Vangeli Vangelo secondo Matteo (chiamato «materiale proprio II lungo processo che ha condotto alla fissazione di Matteo» e abbreviato con la sigla M) e nel Vangelo nello scritto dei Vangeli abbraccia l’arco di tempo che secondo Luca (chiamato «materiale proprio di Luca» e va dagli anni 30 d.C. agli anni 80 d.C. Questo processo abbreviato con la sigla L). ha comportato, come abbiamo già notato, diversi stadi Su 1068 versetti del Vangelo secondo Matteo, 330 o «tappe» che vanno dalla predicazione a viva voce di contengono questo «materiale proprio»: ad esempio i Gesù alla sua trasmissione da parte degli apostoli, che racconti dell’infanzia di Gesù (Mt 1-2), alcune parabole impostarono la loro predicazione attorno al tema fon(Mt 13,44-50: le parabole del tesoro, della perla e deldamentale della vicenda di Gesù, cioè (‘«annuncio» della sua morte-risurrezione (questo «annuncio» è chiamato kerigma, un termine greco usato per indicare la predicazione originaria di Gesù e poi degli apostoli). Gli evangelisti, infine, conclusero questo processo con la fissazione nello scritto dei Vangeli. In questa loro opera, gli evangelisti sono stati impegnati in un procedimento «redazionale» consistente nel «selezionare», «ordinare», «sintetizzare» il diverso materiale su Gesù (questi verbi sono usati dalla costituzione conciliare Dei Verbum, 19), a volte variando il contesto (pensiamo alla diversa collocazione delle «beatitudini» in Mt 5,1 e in Lc 6,17), o ampliando e interpretando fatti ed eventi (ad esempio il lungo «discorso della montagna» in Mt 5-7) per renderli meglio comprensibili ai destinatari della loro predicazione, ma sempre fedeli all’evento originario del Vangelo, che mantiene tutta la sua realtà storica e tutta la sua oggettività. Quanto poi alla vicenda di Gesù e alla sua predicazione, presentate nei Vangeli in prospettiva di fede di edificazione cristiana, esse non perdono il loro carattere di eventi storici, reali, «meritevoli di credito storico e scientifico», come afferma la costituzione conciliare Dei Verbum: «La santa madre Chiesa sempre e dappertutto ha ritenuto e ritiene con fermezza e massima costanza che i quattro Vangeli sopraddetti, dei quali afferma senza alcuna esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente fece L’evangelista Luca cui sono attribuiti un Vangelo e e insegnò per la loro salvezza eterna, fino al giorno in gli Atti degli Apostoli. Icona: SAN LUCA APOSTOLO E cui fu assunto in cielo» (Dei Verbum, 19). EVANGELISTA con scene della sua vita,dipinto dall’arGli studiosi hanno elaborato alcuni «criteri» partitista Claudiu Victor Gheorghiu. Il Vangelo secondo colari che permettono di risalire alla storicità dei dati Luca, accompagna il cammino della Chiesa, nelle do- registrati nei Vangeli, ma anche delle parole di Gesù, meniche del ciclo «C» del Lezionario. 46


come testimoniano gli studi dell’esegeta protestante tedesco J.Jeremias (1900-1979), che risalendo allo strato originario aramaico dei Vangeli (lingua parlata al tempo di Gesù) individuò gli ipsissima verba Jesu, cioè «le stessissime parole di Gesù». Tra questi criteri vogliamo qui ricordare i più significativi: • il criterio della molteplice attestazione: un fatto o una parola di Gesù acquistano un alto grado di storicità quando sono riportati da più fonti tra loro indipendenti; • il criterio della discontinuità: un fatto o una parola di Gesù risultano autentici se non possono essere spiegati dall’ambiente giudaico in cui visse Gesù, né dall’ambiente della comunità cristiana primitiva (ad esempio le frasi «II Figlio dell’uomo è signore del sabato», in Lc 6,5; oppure: il Figlio «non conosce né il giorno né l’ora» della parusia, in Mt 24,36; come pure lo stesso appellativo abbà - «padre» - con cui Gesù, esprimendosi in lingua aramaica, si rivolge filialmente e fiduciosamente a Dio, ciò che non avveniva nell’ambiente giudaico contemporaneo, al quale era completamente estraneo un simile modo di rivolgersi a Dio; cf Mc 14,36: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice!»). • II criterio della continuità: un dato evangelico si conferma autentico quando è in piena conformità con l’ambiente linguistico, geografico, archeologico, socioculturale contemporaneo a Gesù (ad esempio le para-

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bole, lo sfondo religioso e politico delle vicende narrate nei Vangeli). Possiamo concludere affermando che il Vangelo o «buona notizia» su Gesù ci è stato trasmesso con «fedeltà» e «sincerità», i due requisiti che l’apostolo Paolo esigeva Una coperta per il libro dei Vangeli. dai predicato«La Chiesa ha sempre venerato ri del Vangelo le divine Scritture come ha fatto di Gesù e che per il Corpo stesso di Cristo» (DV 21). noi troviamo anche nelle pagine di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Come giustamente afferma la costituzione Dei Verbum, gli evangelisti hanno riferito «su Gesù cose vere e autentiche» (n 19).

Guida alla lettura dei Vangeli Sinottici

l quadro narrativo degli avvenimenti narrati nei Vangeli sinottici è comune ai tre evangelisti e presenta questa sequenza: • Preparazione del ministero di Gesù (predicazione di Giovanni Battista, tentazioni). • Ministero di Gesù in Galilea (predicazione, miracoli, parabole di Gesù). • Viaggio di Gesù verso Gerusalemme (evidenziato soprattutto dall’evangelista Luca). • Ministero di Gesù in Gerusalemme (predicazione e contrasti, annuncio della fine del tempio e della città di Gerusalemme, della fine del tempo e del mondo). • Passione e morte, risurrezione e ascensione. Nel Vangelo secondo Matteo e secondo Luca la narrazione si apre con i cosiddetti «Vangeli dell’infanzia», che contengono le vicende che hanno caratterizzato la nascita di Gesù, descritte però dai due evangelisti in modo molto diverso. Qui ora vogliamo presentare una breve sinte-

si delle caratteristiche dei singoli evangelisti, delle loro particolari tematiche e del loro particolare messaggio. La loro conoscenza faciliterà certamente la lettura e la comprensione dei singoli evangelisti. Il Vangelo secondo Matteo: Gesù «nuovo» Mosè e compimento delle Scritture Questo evangelista scrive per destinatari che provengono dall’ebraismo, conoscono bene l’Antico Testamento e si esprimono con le categorie della lingua ebraica. Matteo vuole presentare loro Gesù come il Messia atteso da Israele e come colui che porta a compimento le attese e le promesse dei profeti. Per questo, lungo il suo Vangelo, Matteo individua, negli eventi significativi della vita di Gesù e della sua missione, il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. 47


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il nome di Dio, usa con frequenza il verbo al passivo (chiamato per questo passivo teologico: «vi sarà dato... vi sarà aperto... fu detto agli antichi» sono espressioni che corrispondono a «Dio vi darà... Dio vi aprirà... Dio ha detto agli antichi»). Un particolare aspetto di Gesù che l’evangelista Matteo evidenzia è quello che lo identifica con l‘Emmanuele, cioè il «Dio con noi», come appare in Is 7,14, testo che Matteo cita all’inizio del suo Vangelo: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa “Dio con noi”» (Mt 1,23). Questo Gesù-Emmanuele è visto da Matteo sempre in mezzo ai suoi («Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro», Mt 18,20) e sarà con la sua comunità «tutti i giorni fino alla fine del mondo», come conclude il suo Vangelo (Mt 28,20). Per questo, a differenza degli altri evangelisti, Matteo «rinuncia» al racconto dell’ascensione: Gesù è «sempre» in mezzo ai suoi. La redazione finale del Vangelo secondo Matteo è da coir locare verso gli anni 80-90 d.C.

Il buon Samaritano: una parabola che soltanto l’Evangelo secondo Luca propone (cf Lc 10,29-37)

Spesso, infatti, egli ricorre a questa formula: «Tutto ciò avvenne perché si adempisse quanto il Signore aveva detto per mezzo del profeta». È una formula che troviamo soprattutto nel «Vangelo dell’infanzia» (Mt 1,22-23; 2,4-6.15.17-18.23) e in altri momenti decisivi del ministero di Gesù (cf Mt 4,12-17; 12,15-21; 13,34-35; 21,4-5; 27,9-10). Matteo, inoltre, presenta Gesù come nuovo Mosè, che gli ebrei consideravano l’autore della Torah (o Pentateuco), cioè dei primi cinque libri della Bibbia, ritenuti fondamentali per la vita e la fede del popolo di Israele. Egli imposta, così, il suo Vangelo su cinque grandi discorsi che si presentano come un «nuovo Pentateuco». I cinque grandi discorsi sono: il discorso della montagna (Mt 5-7), il discorso missionario (Mt 9,35-11,1), il discorso in parabole (Mt 13,1-52), il discorso comunitario (Mt 18,1-35), il discorso escatologico (o «delle ultime realtà del mondo e dell’uomo» Mt 24,1-25,46). In questi discorsi Gesù è presentato come il nuovo Mosè che offre la nuova legge (il Vangelo) al nuovo popolo (la Chiesa). Matteo ama esprimersi con il linguaggio tipico degli ebrei. Privilegia la formula «Regno dei cieli» (anziché «Regno di Dio»), per evitare di pronunciare il nome di Dio, come prescrive il secondo comandamento (cf Es 20,7). Così pure, per sostituire

II Vangelo secondo Marco: sulla croce Gesù si rivela Messia e Figlio di Dio Questo evangelista, che scrive verso gli anni 65-70 d.C, vuole condurre i destinatari del suo scritto (che egli per primo chiama «Vangelo») alla scoperta della vera identità di Gesù. Egli apre la sua narrazione presentando Gesù come Figlio di Dio («Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio», 1,1) e la conclude con la professione di fede posta sulle labbra del centurione pagano («Davvero quest’uomo era Figlio di Dio», 15,39), volutamente pronunciata proprio ai piedi della croce. Al centro del Vangelo poi viene collocata la professione di fede di Pietro nella vera identità di Gesù: «Tu sei il Cristo» (8,29). Il cuore del Vangelo secondo Marco è, infatti, la professione di fede nella vera identità di Gesù, alla quale si giunge dopo un lungo itinerario scandito dalla domanda, tanto frequente nel suo Vangelo: «Chi è mai costui?» (4,41), «La gente, chi dice che io sia?» (8,27), «Ma voi, chi dite che io sia?» (8,29). Monte degli ulivi, ad oriente di Gerusalemme: la basilica detta del «Padre nostro» (Mt 6.913; Lc 11,1-4). Gesù va però riconosciuto come «Cristo» e «Figlio di Dio» non in forza dei miracoli (che Marco colloca nella prima parte del suo Vangelo, cioè nei capp. 1-8), ma per la sua obbedienza alla volontà del Padre, che lo porta ad accettare la via della croce (il cammino verso la croce, con le sue radicali esigenze, è il contenuto della seconda parte di 48


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Monte degli ulivi, ad oriente di Gerusalemme: la basilica detta del «Padre nostro» (Mt 6.9-13; Lc 11,1-4).

questo Vangelo, capp. 9-16). I miracoli, infatti, possono distogliere il discepolo dal carnmino verso la croce, dal momento che proprio all’umiliazione della croce e non alla straordinarietà e al successo dei miracoli operati da Gesù è stata affidata la nostra salvezza. Per questo, nel Vangelo secondo Marco, è frequente il comando di Gesù a non divulgare i miracoli da lui compiuti, proprio perché egli vuole essere riconosciuto Messia-Cristo e Figlio di Dio unicamente sulla croce. Questo comando è conosciuto come segreto messianico, espressione coniata dallo studioso tedesco W. Wrede (18591906) per indicare che la piena manifestazione di Gesù sarebbe avvenuta solo dopo gli eventi della croce-risurrezione. Il Vangelo secondo Luca: il «viaggio» di Gesù verso Gerusalemme Luca colloca il suo Vangelo nella cornice di un lungo «viaggio» che Gesù compie dalla Galilea a Gerusalemme e descritta nell’ampia sezione racchiusa in 9,51-19,27. Questo «viaggio» ricalca quindi il tema biblico dell’esodo, la cui meta non è più la terra promessa, ma la città di Gerusalemme, intesa non tanto nel suo significato storico-geografico, ma nel significato di una geografia spirituale che riguarda la salvezza. È in questa città, infatti, che si compie il destino di morte-risurrezione del Signore. In questo «viaggio» Gesù si fa carico del cammino dell’uomo, particolarmente di quanto lo opprime, lo emargina e lo umilia. Per questo troviamo in Luca un forte accento sulla misericordia, sulla condivisione dei beni e la giusta distribuzione della ricchezza, sulla solidarietà, sul perdono e sulla preghiera. Tutto ciò spiega la presenza nel solo suo Vangelo della parabola del figlio prodigo (o del padre misericordioso), del buon samaritano e di altri testi che alludono a questi particolari

temi, che contraddistinguono la presentazione che egli fa di Gesù e del suo messaggio. Quest’ultima annotazione ci riporta alla cosiddetta «questione sinottica», cioè al rapporto tra Matteo, Marco e Luca, che già abbiamo esaminato. Qui ci limitiamo ad osservare nuovamente che la diversità del contenuto o l’assenza di un testo in uno o in due degli evangelisti non significano contraddizione o contrapposizione, ma sono testimonianza e dimostrazione del diverso accostamento alla figura di Gesù e al suo messaggio, della diversità dei destinatari e della particolare cristologia dei Sinottici, che amano presentare la persona di Gesù nella molteplice ricchezza delle sue diverse angolature. L’evangelista Luca scrive il suo Vangelo intorno agli anni 80-85 d.C. A Luca è attribuito anche il libro degli Atti degli Apostoli (composto in data posteriore al Vangelo da lui scritto). È un testo che descrive la predicazione degli apostoli (in particolare di Pietro e Paolo), la nascita delle prime comunità cristiane in Palestina, il loro sviluppo e la loro diffusione, grazie alla guida dello Spirito Santo e alla forza della Parola. Queste comunità sono presentate come il modello cui devono ispirarsi le comunità cristiane di ogni tempo.

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Gli altri scritti del Nuovo Testamento Il Vangelo secondo Giovanni

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Il Nuovo Testamento comprende anche l’insieme di quelli che sono chiamati «gli scritti giovannei», ossia il Vangelo secondo Giovanni, le tre Lettere attribuite a questo stesso evangelista e il libro dell’Apocalisse. Sia per il linguaggio sia per l’intensa valenza simbolica del suo contenuto, il Vangelo secondo Giovanni si distingue dai Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca. Giovanni, che scrive il suo Vangelo verso il 95-100 d.C., colloca infatti il racconto su Gesù in una cornice già elaborata teologicamente, con un costante riferimento alla vita, alla liturgia e ai sacramenti della Chiesa. I suoi destinatari non sono più contemporanei di Gesù e rischiano di non comprendere più quanto celebrano

nella liturgia e nei sacramenti. Ecco, allora, nel Vangelo secondo Giovanni le grandi catechesi sul battesimo (capp 3-4), sull’Eucaristia (cap 6), sulla risurrezione (cap 11) e la ripresa dei grandi simboli biblici dell’acqua, della luce, delle tenebre e della vita, e delle immagini bibliche della vite, del pastore, della manna, del vino, delle nozze, del serpente innalzato nel deserto ecc. Ciò che i sinottici collocano nel contesto della vita terrena di Gesù, viene da Giovanni collocato in una cornice teologica e spirituale (che non significa però negare la storia), in una cristologia già approfondita, così che il destinatario del suo Vangelo possa nutrirsi e ispirarsi alla parola e ai gesti di Gesù e alla sua rivelazione, fonte della salvezza definitiva. E possa così celebrare con maggiore consapevolezza i sacramenti e la liturgia della Chiesa.

Le Lettere di Paolo

L’evangelista Luca cui sono attribuiti un Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Icona: SAN LUCA APOSTOLO E EVANGELISTA con scene della sua vita,dipinto dall’artista Claudiu Victor Gheorghiu. Il Vangelo secondo Luca, accompagna il cammino della Chiesa, nelle domeniche del ciclo «C» del Lezionario.

Paolo (in ebraico Saulo), dopo la sua conversione a Damasco (cf At 9) si dedica totalmente alla diffusione del cristianesimo, fino ad arrivare a Roma, dove morirà martire, con Pietro, sotto la persecuzione dell’imperatore Nerone (verso il 67 d.C.). La predicazione di Paolo, che verrà fissata nelle sue 13 Lettere, scritte fra il 51 e il 67 d.C., affronta tutte le problematiche dell’uomo alla luce del Vangelo di Gesù. Egli ha presentato il Cristo come il centro della rivelazione che Dio ha fatto di se stesso, portando a compimento in lui l’alleanza e le promesse racchiuse nell’Antico Testamento. Paolo ha cercato di lavorare dall’interno la società greco-romana del suo tempo, avviandola a un felice incontro con i valori del Vangelo (egli è chiamato anche «l’uomo di tre culture»: ebraica, greca, latina). Le 13 Lettere di Paolo sono scritti occasionali, di ampiezza e contenuto diversi, scritte sotto la spinta di necessità particolari e per far conoscere e annunciare il Vangelo di Gesù. Alcune lettere sono autentiche di Paolo: • Lettera ai Romani • Prima e Seconda Lettera i Corinzi • Lettera ai Galati • Prima Lettera ai Tessalonicesi • Lettera ai Filippesi • Lettera a Filemone Altre, invece, si ispirano al suo insegnamento e sono opera di suoi discepoli: • Lettera ai Colossesi 50


• Lettera agli Efesini • Seconda Lettera ai Tessalonicesi • Prima e Seconda Lettera a Timoteo • Lettera a Tito Nella seconda lettura di ogni Eucaristia domenicale, normalmente tratta da queste Lettere, dalla viva voce del lettore che le proclama ci giunge ancora l’eco della vita, delle difficoltà e dei progressi delle comunità cui Paolo indirizzava le sue Lettere, e l’assemblea che ascolta avverte ancora l’attualità e l’efficacia della Parola di questo grande apostolo del Vangelo. La Lettera agli Ebrei, composta probabilmente a Roma, è considerata un’intensa omelia, che esorta alla fedeltà a Cristo, unico Salvatore del mondo e a considerare il suo sacrificio sulla croce come il solo capace di donare la salvezza all’umanità. Non è attribuita a Paolo.

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Rovine di Tarso, patria di san Paolo: strada romana. Queste vie sono divenute le vie del Vangelo.

Le altre Lettere del Nuovo Testamento Accanto a quelle di Paolo troviamo nel Nuovo Testamento altre Lettere: • Lettera di Giacomo • Prima e Seconda Lettera di Pietro • Prima, Seconda e Terza Lettera di Giovanni • Lettera di Giuda Queste Lettere contengono la catechesi rivolta alle prime comunità cristiane. In esse affiorano i temi del battesimo, della figliolanza divina, dell’amore di Dio, della carità fraterna, della giustizia sociale, del retto uso della ricchezza, dell’attesa del Signore alla fine del tempo e del mondo. Affiorano anche le prime «eresie», da cui queste Lettere mettono in guardia.

Domiziano, che fu al potere negli anni 81- 96 d.C.) e tentata nella fede. Da questa rivelazione la comunità cristiana riceve forza, vittoria e capacità di assimilarsi al suo Signore, l’Agnello (com’è chiamato Gesù risorto nel libro dell’Apocalisse).

L’Apocalisse Dal greco apokàlypsis («rivelazione»), il libro dell’Apocalisse, che la tradizione attribuisce all’evangelista Giovanni, conclude il Nuovo Testamento. Scritto verso la fine del I secolo «alle sette Chiese che sono in Asia» (Ap 1,4), il suo ambiente originario è l’Asia minore. Libro ricco di immagini e di simboli (pensiamo al simbolismo dei numeri, degli animali, delle vesti, dei colori), scandito da visioni e da una terminologia che si ispirano all’Antico Testamento (e al suo immaginario), l’Apocalisse contiene la rivelazione che Gesù, vittorioso sulla morte, fa alla comunità cristiana perseguitata (probabilmente all’epoca dell’imperatore romano

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UNITA’ PASTORALE -PARROCCHIE BOTTICINO

Commissione pastorale familiare e coppia Associazione PUNTO FAMIGLIA E DINTORNI

pagine per la famiglia e... dintorni

Il Matrimonio Sacramento:

due mani per la missione

Dalla vita di Dio alle nostre mani, la missione nella Chiesa chiede concretezza e duttilità, capacità che ogni famiglia conosce proprio bene e di cui si ciba quotidianamente. La nascita del Messia e il suo sacrificio vittorioso ci impongono di guardare al cielo racchiuso in ogni essere umano, immagine e somiglianza del Creatore. Chi pensa alla missione come qualcosa di etereo o fuori dai bisogni dell’esistenza, rinchiudibile in meri concetti e cosa per addetti ai lavori, probabilmente non ha ben compreso il Vangelo e forse non ha ancora incontrato il Signore Gesù. Ci dovrebbe stupire ed interpellare il fatto che il Figlio di Dio viene nel mondo in una famiglia, si inserisce in una stirpe e completa in sovrabbondanza l’intera storia della salvezza in un tempo preciso. Anche se sembra assurdo, Dio ha affidato la sua missione, il suo unico Figlio, nelle nostre povere mani, chiedendoci di aprirle nell’accoglienza gratuita e tenderle nel dono generoso. E nella famiglia questo affidamento appare così lampante e così concreto da lasciare stupefatti: chiede di costruire con Lui la comunione nella Chiesa, di partecipare all’opera creativa del Padre, di trasformare il mondo nella civiltà dell’amore, ecc. Ma che cosa rappresentano le mani nell’universo delle relazioni familiari? Nel corpo di una persona, le mani sono

utensili meravigliosi e insuperabili, trasmettitori di linguaggio e recettori di infinite sensazioni. Con le mani puoi costruire e sentire, dire senza parlare e esprimere te stesso (una carezza, un abbraccio, una stretta, ecc.); con loro puoi andare “dalla pelle al cuore, dal tatto al cervello”! Come tutti i tratti e gli elementi della nostra persona possono esprimere bellezza o abbassarsi alle azioni più bieche; in esse ritroviamo la terra e il cielo, la fragilità e l’anelito alla perfezione. E le mani di Gesù? Beh, quelle di nostro Signore hanno stretto il seno di Maria e accarezzato il suo volto, abbracciato Giuseppe e imparato a lavorare, aperto pergamene ed espresso preghiera, trasmesso la potenza divina sanando gli ammalati e cacciando i demoni, stese sulla croce e innalzate vittoriose da risorto. La Chiesa nella sua interezza è chiamata a riproporre e prolungare queste mani, con il contributo di tutti coloro che obbediscono alla volontà del Padre, quel volere che Gesù ha espresso così: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato” (cfr Gv 15). La famiglia cristiana sa offrire un tipo speciale, originale, di mani: aperte alla vita, fedeli nell’amore, tese alla solidarietà, innalzate al cielo nella preghiera. In casa si sporcano per la cura costante e totale verso tutti, senza compensi se non il bene di coloro che si amano; è un impegno quotidiano nel fare ciascuno il proprio dovere a favore dell’intero corpo familiare. La solidarietà e la pace nelle sue relazioni, trovano spesso un ostacolo nel mondo del lavoro: a volte questo non c’è, molto spesso trasforma in individui egoisti e conflittuali, ruvidi nel tratto e aridi di bene. E nel lavoro? 52

La famiglia può liberare ed innalzare il mondo del lavoro, umanizzandolo e facendolo ritornare a sostegno delle relazioni fondamentali per ogni vita, espressione di ingegno e fonte di salvaguardia per tutto il creato. Le mani del familiare possono essere utilizzate per descrivere l’arco di un’intera esistenza: una carezza e una stretta di mano, un pannolino da cambiare e un buffetto per incoraggiare; ora tese con slancio per risollevare e ora premurose nel fasciare. La missione della Chiesa ha bisogno di questa concretezza e ferialità, di questa generosità e accoglienza. Pilato quel giorno infausto “se ne lavò le mani”, mentre Gesù comunque manteneva fede al suo dono di amore, stendendole sulla croce e facendosele inchiodare. Le mani del familiare dicono alla Chiesa di riprendere passione per ogni essere umano, di servire la verità e di far sentire che tutti sono preziosi agli occhi di Dio, senza escludere nessuno. In alcune famiglie, però, le mani sono piene di lacrime e di rincrescimenti, esprimono rabbia e innalzano minacciosi pugni chiusi. Solo se facciamo rinascere Gesù nelle nostre case, queste mani potranno riprendere a diffondere bene e a rinfrancarsi nel donare speranza; solo nel perdono può veramente passare la carità di Cristo, quella che permette alla famiglia di tradurre la missione della Chiesa dall’altare alla tavola, dai pulpiti ai molteplici luoghi di vita sociale… La crisi, le crisi si vincono insieme, con mani aperte a costruire ponti di comunione e nuove catene di solidarietà!


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i piedi per la missione Il “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace; messaggero di bene, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio” (Is 52,7). Così il profeta Isaia sembra sognasse il ritorno dall’esilio e la piena ricostruzione di Gerusalemme, come annuncio globale di salvezza. I piedi del messaggero sono belli e danno l’idea della leggerezza, proprio per il fatto che il messaggio portato è di grande speranza: “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme” (Is 52,9). Ora, la parola profetica di Isaia si è pienamente realizzata in Gesù di Nazareth e i piedi dei cristiani non potranno che essere come quelli del messaggero sognato nell’antichità: la Nuova Gerusalemme è per sempre ricostruita e il nostro cuore è invitato ad essere pieno di gioia! La piccola chiesa domestica, la famiglia cristiana fondata sul sacramento del matrimonio, ha dei piedi robusti e speciali, capaci di portare in forma missionaria l’annuncio di pace e di salvezza che Cristo ci ha lasciato. A volte però si infiacchiscono, sono sovrastati dal peso dei problemi e delle situazioni, non riescono facilmente a portare la bellezza della vita cristiana nell’unione coniungale e nella più ampia vita familiare. Probabilmente, è necessario ripartire dall’Ultima cena, dall’imitazione del Maestro e dall’ascolto del suo comando: “Se dunque io, il Maestro e Signore, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14). Infatti, se non abbiamo cura dei piedi della famiglia, non possiamo resistere nella comunione gioiosa e tanto meno camminare per essere missionari. Gesù sa benissimo che ci sporchiamo, che corriamo il rischio di fermarci; per questo dona il suo amore misericordioso, volgendo prima di tutto lo sguardo verso i piedi, così importanti eppure tanto fragili. Il perdono e la cura educativa delle povertà tra sposi, genitori e figli, familiari, rappresentano la prima tappa della missione: l’umiltà di abbassarsi per amare, e ugualmente l’umiltà di lasciarsi pulire, insieme rendono forte e speranzoso il cammino della vita familiare, anche percorrendo percorsi accidentati. Ma in cosa possiamo identifi care questi “piedi domestici”? Beh, il cammino di una coppia inizia davanti al Signore con il dono di grazia per essere sostenuti tutti i giorni fino all’eternità. Quindi, da un lato essi sono la base dell’unione sponsale (comunione, fedeltà e indissolubilità, dono gratuito e apertura alla vita), dall’altro si possono ritrovare negli innumerevoli gesti quotidiani, quelli che un tempo venivano chiamati i propri

doveri: accudirsi l’un l’altro, curare l’ambiente di vita, lavorare per sostenersi e realizzarsi, educare dentro il linguaggio dei legami, trasmettere la fede, compartecipare all’impresa familiare, dialogare e progettare insieme, ecc. I guai più grossi degli sposi di oggi avvengono proprio per l’incuria di questi piedi domestici, di questi passi concreti e feriali. Già, troppo individualismo corrompe ed inquina il corpo del familiare e fa sprofondare i piedi in sabbie mobili mal odoranti, dove la vita a due sembra impossibile... Così non può andare, bisogna ritornare ad aver cura dei piedi domestici; non è possibile vedere tanti che iniziano bene il loro cammino, ma presto inciampano e cadono in maniera irreparabile. Prendo a metafora di come dovremmo cambiare prospettiva dall’immagine nota che la natura ci offre in una donna incinta: più si avvicina il tempo del

parto, più i piedi della mamma si gonfiano e fanno fatica a camminare. Eppure resistono, affrontano malformazioni e dolori, perché sanno di portare una vita nuova, un peso soave di speranza, il figlio! Anche in famiglia ci si deve portare gli uni gli altri; anzi, a volte qualcuno ha il dovere di sopportare il peso dell’altro che al momento non può reggersi da solo. Certo, così facendo si rallenta il passo, non si è così esteticamente affascinanti e forse i piedi puzzano di sudore, ma... questo è il profumo della carità che Gesù ci ha insegnato dalla difficile cattedra della croce. E poi un giorno quel genitore che ti ha cullato in grembo, che ti ha sorretto in braccio, lasciando che fossero i suoi piedi a portarti, avrà bisogno che tu ti abbassi ad allacciargli le scarpe pesanti del tempo degli anni, oppure ti chiederà di ammorbidirgli dei calli dolorosi sorti per tanti sforzi del passato. Che meraviglioso scambio, che magia di carità poter offrire piedi sani a chi non ha più forza per camminare: questa è la famiglia sognata da Dio per portare in concreto la bellezza della comunione e la pace tra le generazioni. I piedi domestici hanno un grande messaggio di speranza da offrire, sono incaricati di essere missionari dicendo l’amore misericordioso di Dio dentro i concreti passi di ogni giorno, sollevando tutti e non lasciando indietro nessuno, uscendo anche dalla porta di casa per raccogliere chi è rimasto escluso, solo e trascurato. don Giorgio Comini segretariato diocesano pastorale familiare 53


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia Il Gruppo Galilea è un cammino di fede per persone che vivono situazioni matrimoniali difficili o irregolari (es. divorziati-risposati). Gli incontri sono mensili, al centro la Parola di Dio, con ampi spazi di ascolto, riflessione e condivisione. Ogni primo sabato del mese. Gli incontri si tengono da calendario annuale, presso il Centro Pastorale “Paolo VI”, (situato in via Gezio Calini, 30 - Brescia) un sabato al mese, dalle ore 17.00 alle ore 19.00. Guida e accompagnatore del Gruppo è don Giorgio Comini, direttore dell’Ufficio Diocesano

di Pastorale Familiare.

“La famiglia: custode del creato” TRE GIORNI PER GIOVANI COPPIE DI SPOSI S. Nicolò di Val Furva 25-27 aprile 2014

Sono tre giorni di fraternità per giovani coppie di sposi (e figli) nel segno di una riflessione mirata e di momenti di relax. Accompagna e guida don Giorgio Comini.

Sede: Villaggio per famiglie “Ain Karim” a S. Nicolò di Valfurva (5 Km da Bormio direzione S. Caterina – SO) via Sascin 35 23030 Valfurva (SO). Tel. 0342/945791. Il Villaggio propone per le famiglie con figli, una serie di mini appartamenti per la notte (due camere più bagno con ingresso indipendente). Per i luoghi comuni (sala giochi, chiesa, sala conferenze, mensa, campo da calcetto) sono a disposizione ampi spazi, sia interni che esterni. Costo dell’intero soggiorno: dal pranzo del 25 aprile al pomeriggio del 27: - per adulto: euro 80 (35 al giorno + 10 euro per pranzo del 27); - figli dai 9 ai 13 anni: euro 55 (25 al giorno + 5 per pranzo del 27); - figli dai 3 ai 9 anni: euro 45 (20 al giorno + 5 per pranzo del 27); - sotto i tre anni: gratuito. Disponibilità di camere anche singole e doppie. Il pagamento si effettua direttamente al responsabile amministrativo del Villaggio. È prevista l’accoglienza e l’animazione dei figli, previa segnalazione del numero ed età. Iscrizioni: entro il 28 febbraio presso l’Ufficio diocesano per la famiglia, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12,30: - 030 3722232 - famiglia@diocesi.brescia.it

numero verde da numero fisso 800-123958 da cellulare 3462225896 “Retrouvaille” propone weekend per coniugi che vivono un momento di difficoltà, di grave crisi, che pensano alla separazione o sono già separati ma desiderano ritrovare se stessi e una relazione di coppia chiara e stabile. Per info: info@retrouvaille.it e www. retrouvaille.it.

MISSIONE POSSIBILE

S

iamo Alina e Alessandro, sposati da quattro anni e missionari in Bolivia. Viviamo e lavoriamo nelle missioni cattoliche dell’altipiano andino lungo le rive del lago Titicaca. Ci occupiamo entrambi di salute. Durante il fidanzamento abbiamo avuto la fortuna di vivere nella stessa comunità parrocchiale. Abbiamo condiviso, quasi

ogni giorno, momenti di preghiera, formazione e lavoro. Sono stati mesi importanti per conoscerci in modo autentico e sincero. Mesi che ci hanno condotto a scelte di vita, al servizio degli altri, sempre più profonde e coraggiose. Alla fine di questo percorso abbiamo deciso con entusiasmo di sposarci. Dopo il matrimonio, l’inizio di una grande avventura, ancora più uniti e felici. Lungo la strada tanti dubbi, preoccupazioni, fatiche, a volte, lacrime ma anche tante gioie. La nascita di nostro figlio, in primis, un regalo grandissimo; il perdono reciproco fatto a volte solo da uno sguardo o da un abbraccio; il lavoro con la gente, il donarsi in forma gratuita, la forza di ricominciare ogni giorno la nostra avventura di coppia, di famiglia un po’ speciale. La solitudine professionale, ma soprat54

tutto umana e spirituale, la diffidenza e le incomprensioni con la “nostra gente” sono gli ostacoli più grandi che abbiamo incontrato in questi ultimi anni di missione. Abbiamo passato momenti diffi cili, abbiamo affrontato prove che ci hanno fatto soffrire ma, allo stesso tempo, ci hanno aiutato a crescere più saldi e più forti nella Fede, sicuri che Dio mai abbandona. Dal nostro vecchio quaderno di ritiri spirituali, in cui raccogliamo ritagli di giornali, pensieri, poesie e preghiere abbiamo copiato questa frase di Antoine de SaintExupèry a noi molto cara: “amare non è guardarsi a vicenda, ma guardare nella stessa direzione”. La direzione, aggiungiamo noi, vorremmo fosse quella che ci permette incontrare gli altri, gli ultimi. Alina e Alessandro


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MISSIONE POSSIBILE S

i a m o quanto più un uomo invecchia, tanto più si riavvicina alla fanciullezza...”, così si esprimeva qualche secolo fa Erasmo da Rotterdam. Le sue parole descrivono compiutamente l’esperienza di questi nostri ultimi anni, che ci hanno proposto cambiamenti assai profondi nei nostri genitori. Margherita, la mamma di Franco, se ne è andata quest’estate a quasi 89 anni, dopo aver sofferto e combattuto a lungo - era fortemente attaccata alla vita - contro la malattia. Il suo rapporto con il figlio - lei vedova già a 54 anni, Franco figlio unico - è stato per lungo tempo caratterizzato da quell’intensità e voglia di esclusività, assai frequenti nel rapporto tra madre e figlio maschio, che inevitabilmente tendono a generare conflittualità e tensioni. Non di rado ciò ha richiesto grande attenzione e sforzo da parte nostra per salvaguardare il nostro rapporto di sposi. Nell’ultimo periodo, però, tutto ciò ha lasciato il posto ad un approccio diverso, quasi a un rovesciamento di ruoli: Margherita è progressivamente ridiventata bambina; non nel senso di una perdita di lucidità a livello mentale, anzi la sua testa è rimasta pronta e acuta come sempre, ma perchè le difficoltà della sua condizione - l’immobilità forzata sulla sedia a rotelle, la dipendenza dalle altre persone in ogni più elementare funzione corporale - l’hanno resa bisognosa di cura e protezione, proprio come un bimbo piccolo. Per tre anni Franco ha vissuto praticamente ogni domenica a casa di sua madre facendole compagnia e assistendola nelle sue necessità. Lo ha fatto certamente per necessità, per dare un turno di riposo alla signora che si prendeva cura di Margherita, ma lo ha fatto anche e soprattutto per rispondere al suo intimo bisogno di scoprire, nelle vicissitudini e traversie della vecchiaia, aspetti della personalità della madre che prima non aveva saputo o potuto vedere. A volte tutto ciò è potuto apparire come un “sacrificio”, che ha finito inevitabilmente per interferire con la nostra vita familiare e di coppia e con gli impegni, anche di natura politica e sociale, di Franco. Ma ora questo sacrificio appare ben poca cosa, a fronte del vuoto lasciato in lui dalla scomparsa della madre, cioè di colei che incarna, anche fisicamente, le radici di ogni essere umano. Proprio l’esperienza vissuta con la mamma di Franco ha costitu-

ito per Tina un riferimento importante nella situazione in cui da un paio d’anni, si sono venuti a trovare i suoi genitori. Quando sua mamma prima e poi anche il papà si sono ammalati, Tina ha sperimentato un forte senso disorientamento, soprattutto per il fatto che i suoi genitori, fino a quel momento così “in gamba” e così autonomi, non erano più in grado di badare a se stessi. Anche il fratello e la sorella di Tina hanno sperimentato qualcosa di simile, con ricadute problematiche sull’equilibrio dei rapporti tra fratelli: non era facile organizzarsi e ripartire equamente carichi e responsabilità per far fronte alle nuove esigenze di cura e assistenza! Col tempo le cose sono cambiate in meglio, perchè incombenze e doveri che in un primo momento sembravano “macigni” sono stati prima accettati e poi, poco alla volta, hanno cominciato ad essere letti come un “dono”: • il dono per i figli di riuscire a vedere la parte migliore dei genitori, ormai non più interessati alle cose materiali; • il dono di concentrarsi sull’essenziale, senza sprecare risorse fisiche e psichiche in aspetti marginali e secondari della vita; • il dono di vederli vivere il ciclo completo della vita accettando serenamente la vecchiaia, all’interno di un’unione che si fa tra loro ogni giorno più forte, rafforzandoli nella volontà di andare avanti e di vivere insieme; • il dono di scoprire lati nuovi del loro carattere, per esempio sperimentare in papà Tanino una capacità di affetto insospettata alla luce della sua figura di padre molto “severo”, quando era giovane e i figli erano piccoli; • il dono di poter mettere da parte il proprio io per dedicare tempo ai genitori, affrontando positivamente la nuova situazione. 55

Certo in questi ultimi anni la nostra vita di coppia ha dovuto fare i conti con tempi assai più ristretti di quelli a cui eravamo abituati, ma con sorpresa abbiamo constatato che l’esigenza di dedicare tempo ai rispettivi genitori non ha infl uito negativamente sulla nostra vita a due, anzi ci ha permesso di riscoprire sotto una nuova luce i valori a fondamento del nostro matrimonio. Abbiamo scoperto che l’amore sa rinnovarsi e trovare nuovo alimento in tutte le stagioni della vita, purchè si sappia tener vive con semplicità le ragioni alla base della scelta reciproca di vivere insieme. Quando eravamo giovani le difficoltà ci mettevano a dura prova, al punto che talvolta ci sembravano insuperabili. In questa stagione della nostra vita, mentre si sta compiendo la nostra maturità, la nostra relazione si è rafforzata. Ringraziamo il Signore perchè abbiamo sperimentato nella nostra vita che, insieme alle prove cui ci sottopone, Egli ci dà sempre anche la grazia per superarle. Siamo Tina e Franco, sposati da 36 anni e genitori di due figlie di 32 e 27 Giorgio e Valentina


le domande dei bambini

Quando ha cominciato a esitere

Ponendoci le domande su Dio, il bambino è interessato a sapere se è benvoluto e perdonato.

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ossiamo dire che questa è la versione religiosa della domanda incontrata nella puntata precedente. Un quesito che ci permette di evidenziare alcuni punti-cardine di psicologia della religione. Anzitutto, va detto che il bambino, fino all’adolescenza, non è in grado di comprendere i contenuti della religione così come li comprendiamo noi adulti. Il bambino non potrà che avere una religiosità da bambino che è molto lontana da quella che dovrebbe essere una religiosità adulta e matura. Per quanto poi riguarda lo specifico della domanda in questione, va detto che i bambini sono assolutamente incapaci di comprendere un concetto tanto difficile come quello della creazione ex nihilo. Creare, per un bambino, vuol dire essenzialmente fabbricare. Un po’ come fa la mamma quando prepara la torta, usando gli ingredienti che già ci sono in casa e che ha comprato al supermercato. Mio nipote Matteo, di quattro anni, mi stava raccontando un giorno di come Dio avesse fatto a creare gli uomini e gli animali: «Ha preso le ossa e poi ha messo sopra la pelle e ha fatto gli animali…». Gli chiesi allora: «Ma dove ha preso le ossa?». Lui, dopo un attimo di riflessione, illuminandosi, rispose: «Dai polli!». Insomma, da qualche parte Dio deve averle prese… evidentemente la sua mamma gli dava spesso cosce di pollo con relativo osso e così questa fu la brillante soluzione che gli venne in mente. Ecco, è in questo modo che un bambino comprende l’idea di un Dio creatore.

L’amore può avere inizio?

Le difficoltà ‘cognitive’ dei bambini e la loro distanza rispetto al funzionamento della nostra mente adulta, capace di astrarre, di simbolizzare e di comprendere per metafore, non ci dicono tuttavia nulla riguardo alla dimensione emotiva e affettiva che è sottesa a ogni loro domanda. Anzi, si dovrebbe dire che dal punto di vista delle emozioni e dei bisogni profondi, noi adulti e i bambini siamo molto più simili di quanto possiamo immaginare.

Dio?

E allora domandiamoci: cosa ci sta chiedendo il bambino quando ci interroga su Dio? Ci sta domandando, in ultima analisi, se l’amore può avere un inizio, forse perché teme che l’amore possa avere una fine. Evidentemente, quando il bambino ci chiede di Dio, ci sta chiedendo di sé e di come vive e percepisce l’amore dei suoi genitori, della mamma in particolare. Come già ricordato, la mamma è la prima raffigurazione di Dio che il bambino si fa. Ora, la più grande paura di ogni bambino – che è poi il sostrato profondo anche di tutte le nostre paure di adulti – è quella di essere abbandonato, di non essere amato a sufficienza, perché magari si sente un bambino cattivo, responsabile dell’eventuale tristezza o stanchezza dei suoi genitori. Non dimentichiamo che i sensi di colpa del bambino possono raggiungere livelli per noi adulti davvero impensabili: il bambino si sente sempre in colpa per tutto quello che accade, perché il suo è un mondo animato in cui ogni cosa avviene intenzionalmente e perlopiù in relazione a quello che lui stesso fa o non fa.

L’amore può avere una fine?

Che cosa domanda allora il bambino chiedendoci di Dio? Ci chiede soprattutto di essere rassicurato: Dio c’è da sempre, non è mai iniziato, come da sempre c’è l’amore della mamma. E un amore che è da sempre, non finirà mai e lo accompagnerà sempre. Ecco cosa un bambino vorrebbe sentirsi dire o, più ancora, ecco ciò di cui vorrebbe fare sempre esperienza nella relazione con gli adulti che di lui si prendono cura. Ma, a ben guardare, questo è anche il più profondo bisogno di noi adulti: anche noi abbiamo bisogno di sentirci amati, rispecchiati e rassicurati da uno ‘sguardo’ che non ci giudica ma ci faccia sentire ben voluti e perdonati. La differenza tra noi e un bambino è che noi adulti sappiamo bene che non possiamo più trovare una simile rassicurazione nella mamma, ma dobbiamo cercarla là dove possiamo davvero trovarla, in Dio. 56


Dov’è un bambino prima di nascere ?

I bambini ricevono tante informazioni. I genitori sollecitati dalle loro cicliche domande, correggono le distorsioni e aprono alla vita.

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a domanda su come nasciamo e veniamo al mondo è una questione così complessa che costringerà i bambini a ritornarci sopra più e più volte nel corso della loro crescita. Sappiamo come i bambini possono non registrare affatto o dimenticare quanto noi, magari con cura e pazienza, cerchiamo di spiegare loro. Questo potrebbe anche spazientire, ma dobbiamo comprendere tutto questo come un naturale meccanismo protettivo: la capacità di ‘filtrare’ le notizie che non interessano o che disturbano non va considerata un limite, ma una risorsa che garantisce ai bambini gradualità conoscitiva e soprattutto li protegge da preoccupazioni inutili e controproducenti. Lasciamo dunque anzitutto che siano loro a porre le domande, rispettando i loro tempi e anche comprendendo benevolmente la loro necessità di sentirsi dire e ridire tante volte le stesse cose, che poi loro integrano agli schemi mentali che possiedono e che evolvono continuamente. È importante anche chiederci se la domanda che ci viene posta proviene da un’esigenza interna oppure è semplicemente indotta da ciò che il nostro piccolo interlocutore ha sentito o ha visto attraverso i media oppure ha ascoltato da un coetaneo. In questo caso, il livello di coinvolgimento potrebbe essere minore e può essere sufficiente una risposta di poche parole.

Tante informazioni, un filtro

Non dimentichiamo, infatti, che nel nostro mondo i bambini sono quasi a ogni istante raggiunti da un’infinità di nozioni, provenienti dalle più disparate fonti, spesso frammentate, che possono dare origine a spiegazioni distorte e fantasiose. Non si tratta – sarebbe peraltro vano e inutile – di ‘proteggere’ il bambino da quel che può udire o vedere in televisione, o per strada mentre ci accompagna a fare la spesa, o a scuola dai suoi compagni. Ciò che serve è farlo sempre sentire autorizzato a porci tutte le domande che vuole, perché sono tutte lecite e bene accette.

Ebbene, sul tema della nascita le fantasie dei bambini sono davvero molto fantasiose. Per far nascere un bambino, la mamma va dal dottore che prende dei semini da un vaso di vetro e li mette nella pancia della mamma. Quando il bambino scalcia, il papà accompagna di corsa la mamma in ospedale (6 anni); Dalla pancia delle mamme escono le bambine, dalla pancia dei papà escono i bambini (5 anni e mezzo); La mamma prende l’ago e poi scuce la pancia del babbo. Prende i semini che stanno su un nastro e poi gli ricuce la pancia e poi se li mette nella sua (4 anni e mezzo); Loro (i papà) hanno dei semini piccolissimi così che sono dei bambini e poi quando si sposano con una donna li passano alla donna (8 anni e mezzo). Tocca a noi adulti correggere le loro fantasie distorte, sempre con molta delicatezza e cercando di comprendere il grado del loro coinvolgimento. Ecco un piccolo esempio di dialogo:2

D. Dov’è un bambino prima di nascere?

R. È dentro il corpo della mamma, al caldo, in un luogo riparato che si chiama utero: una culla morbida in cui cresce giorno dopo giorno per circa nove mesi. In questa culla che la mamma ha nella pancia, il piccolino è come dentro a una borsa, completamente chiusa, piena di un liquido tiepido in cui può muoversi. Stando nell’utero-culla può sentire il battito del cuore della sua mamma che gli fa da ninna nanna.

D. E come può respirare dentro la pancia della mamma?

R. Non respira ancora, respirerà per la prima volta alla nascita, quando uscirà dall’utero-culla e per la prima volta verrà a contatto con l’aria… Evidentemente, il dialogo può continuare a lungo. Ma già in questo breve esempio possiamo vedere come si possano insieme fornire informazioni scientificamente corrette e soprattutto una fondamentale rassicurazione. Perché è soprattutto questo che il bambino ci chiede e che vuole sentirsi ripetere: di sentirsi amato e benvoluto. 57


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Ritualità e famiglia

I riti del dono del nome

a modificazione profonda della cultura e del costume dignità originale e irripetibile di ogni bambino, ma soprattutcontemporaneo può essere osservata nel cambiamento to dell’adesione a un Dio che conosce e ama ogni nuovo nato L epocale che è avvenuto nell’infanzia. Oggi si nasce in una con- (la grazia come amore preveniente), ha pensato a ognuno da dizione che mai prima si era potuta esprimere in questi termini: i figli sono cercati, voluti, pianificati. I nuovi nati sono sempre meno figli della natura e sempre più «figli del desiderio» (M. GAUCHET), risultato del «programma» dei loro genitori. Il bambino desiderato è trattato nella sua individualità, ben prima di nascere. Il figlio, da dono di Dio o trasmissione della vita attraverso i genitori, diventa l’esito del pensiero genitoriale. Il figlio non è, quindi, solo un bambino-persona, un bambino dell’uguaglianza, ma è anche «un bambino della libertà». Avviene per le nuove mamme un «parto nella mente», prima ancora di quello fisiologico. Mai il «nome» aveva avuto in passato un valore soggettivo tanto importante. Dare il nome al proprio bambino significa oggi considerarlo nella sua unicità, immaginarlo nel suo progetto personale. Fin dall’inizio genitori e nonni «stravedono» per lui, lo considerano la più rilevante realizzazione dei loro sogni e un fondamentale motivo di vita. Sta cambiando, infatti, tutta la concezione dell’infanzia. Nella società il minore è sollecitato e sostenuto pubblicamente, in quanto persona, soggetto della propria vita. È quindi considerato capace di partecipare, come protagonista, alla costituzione della propria personalità, in una famiglia che sa di poter influenzare la costituzione psichica dei figli per ricavarne il massimo delle loro risorse e possibilità. La domanda sul nome, che apre la grande porta del rito battesimale, acquista oggi un significato inedito. La celebrazione può quindi opportunamente prendere inizio, con un certo margine di adattabilità, dal dialogo che il ministro intraprende con i genitori sul significato che essi attribuiscono al nome scelto (cioè al misterioso progetto del nuovo nato): «Perché avete pensato a quel nome?», «Che cosa rappresenta per voi?». Si entra nel rito, infatti, cercando di rompere l’involucro, costituito dall’immaginario coltivato fin dal giorno in cui essi hanno pensato al suo arrivo, per poter dischiudere nuove dimensioni che aprono alla grazia della fede. La domanda successiva, prevista dal rito: «Che cosa chiedete alla Chiesa?» riguarda appunto desideri e attese più profonde di quelle aperte dai valori dell’attuale rivoluzione dell’infanzia. I riti battesimali dell’accoglienza vogliono aiutare genitori, padrini e parenti a considerare in modo nuovo la vita del bambino, per esprimere, con stupore e meraviglia, la gratitudine per una dimensione della maternità e della paternità che la nostra cultura non prevede più. Nella fede, infatti, i genitori non sono strumenti di un programma umano, ma forme impegnative di accoglienza di un dono che viene da Dio. L’indicazione del nome battesimale, infatti, è espressione non solo della

sempre (la vocazione del figlio), a ogni vita ha donato, insieme all’esistenza, un senso che la rende benedizione, nel tempo e per l’eternità. Nel battesimo dei fanciulli, infatti, alla domanda «La fede in Cristo che cosa ti dona?», egli risponde: «La vita eterna». I genitori trasmettono la vita, assegnano il nome, donano il loro tempo e le loro risorse, ma nel senso più rigoroso, non donano «nulla». La vita e il tempo non appartengono loro. Anche il cognome non è loro, ma quello della loro storia familiare. E il nome di battesimo, nella fede religiosa, è raccomandabile sia quello di un santo. Affidandolo a un testimone della fede, i genitori credenti rinunciano a ogni possesso. Chiedendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana affidano il loro figlio al posto unico e insostituibile che egli ha da Dio, nel piano salvifico della storia dell’umanità nella Chiesa. Liberare i genitori dalla tentazione del possesso, renderli

“...C’è Qualcuno che conosce il tuo nome da sempre”

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pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia avvertiti sulle conseguenze dell’eccesso delle proiezioni delle loro aspirazioni sui figli, è forse oggi il più grande servizio che la liturgia e la catechesi possono rendere. Un essere umano programmato non potrà che essere in qualche modo in difficoltà a concepirsi come autonomo. I «figli del desiderio» non riusciranno mai a sapere fino in fondo chi sono né ciò che vogliono. Mancherà loro il potere che proviene dal sentirsi pienamente responsabili dei propri atti e del proprio destino. Talvolta potranno sentirsi schiacciati sotto il peso di un’ambizione neppure compresa e dell’obbligo dei risultati, oppure colmi di un odio risentito nei confronti di un «dono» che ha impedito loro di essere davvero se stessi. L’azione dei genitori sui figli può diventare anche una forma di oppressione. La liturgia lo riconosce da sempre. Il Rituale romano del battesimo (Paolo V, 1925, n 32), per esempio, avvertiva: «Il parroco si prenda cura di raccomandare ai genitori del bambino che non lo facciano dormire con loro e non lo affidino a lungo alla tata, per scongiurare il pericolo della sopraffazione». Oggi le forme della sopraffazione sono più insidiose, diffuse e gravi del passato. Dare il nome di battesimo significa, invece, togliere il bambino dal possesso umano e affidarlo a Dio, origine e custode della dignità di ogni nato. Quel nome ricevuto potrà costituire per l’intera vita del battezzato una chiamata alla libertà. Il nome di battesimo è, quindi, specchio e programma della bellezza spirituale della persona. Dio conosce il nome di tutti e chiama ciascuno «per nome». «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo!» (Lc 10,20). In questa vocazione

(«essere chiamati per nome ») Dio svela a ogni persona la sua stessa vita, dipinge il suo volto a sua immagine e somiglianza, con lineamenti inconfondibili e unici. Proprio per questo la celebrazione battesimale ha bisogno di una comunità parrocchiale, presente e capace di celebrare, perché il bambino si senta chiamato per nome e accolto in un abbraccio più ampio di quello della sua famiglia e tutta l’assemblea possa trasmettere la percezione dell’affetto di un Padre che ha «desiderato» da sempre quel bambino. Il nome del battesimo risuonerà altre volte ancora nella liturgia. Alla cresima il ragazzo sarà di nuovo chiamato per nome e presentato alla comunità. Finalmente, il giorno della prima Eucaristia, l’identità di quel nome toccherà la sua profondità più misteriosa. Diventato ormai grande comprenderà che, venuto dai suoi genitori, non appartiene loro e che è chiamato alla sua personale missione nel mondo. Nell’intimità della comunione divina comprenderà che non appartiene neppure più a se stesso, secondo la testimonianza dell’apostolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

Il sì dei genitori

La ritualità della responsabilità genitoriale genitori si rivolgono alla chiesa e domandano il batte- in stretto rapporto con simo. Nel dialogo d’inizio essi rendono più esplicita la l’imposizione del nome. «I loro richiesta: per il loro figlio domandano la fede. Il rito per- Nella vita cristiana, come mette una certa spontaneità di espressioni, perché tutto avvenga nella verità. Per formulare la richiesta si possono usare parole equivalenti: il battesimo, la grazia, la vita eterna, termini che presuppongono sempre la fede. I genitori s’impegnano, poi, di fronte a Dio e alla comunità, con il loro «sì», come nel giorno delle nozze. Allora era un giuramento d’amore reciproco davanti a Dio, ora è una parola di garanzia circa l’educazione (nella fede), ancora e sempre in vista dell’amore, affinché «nell’osservanza dei comandamenti, imparino ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ha insegnato». L’educazione è una necessità: non si cresce alla dimensione umana e alla statura del credente senza di essa. Tutti lo sanno. Oggi, però, è richiesta una consapevolezza nuova di questa responsabilità. I riti di accoglienza istituiscono dunque il primato della famiglia nell’educazione. Questa responsabilità va interpretata

nelle culture antiche o moderne, il bambino comincia ad «esistere» nel riconoscimento della sua unicità e dei suoi diritti, quando riceve il nome La fatica di salire e di (l’identità). Nella Bibbia crescere insieme: genitori il nome indica la natura e figli. I genitori educano e della persona, il suo valoperciò accompagnano con re unico e irripetibile, la l’autorità che è loro propria. sua vocazione. È Dio che «fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome» (Is 49,1). È Dio che lo ha «scolpito sul palmo delle [sue] mani» (Is 49,15). Per questo ogni creatura è unica e preziosa ai suoi occhi, perché è sempre degna di stima e di amore (Is 43,4).

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- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia Quando Gesù afferma che i nomi dei discepoli «sono scritti in to genitoriale e conosce la possibilità del fallimento dell’educielo» (Lc 10,20), intende dire che essi sono entrati nella nuova cazione, cerca con determinazione e coraggio vie d’uscita che non comportino il nome di Dio. Il rischio, però, è di finire per realtà del Regno, la fede. Non solo il nome, ma anche l’educazione sono inseparabili contrapporre educazione e amore: «Genitori così delegittimadalla fede. Non esiste educazione, secondo le parole del rito, che ti devono fare appello alle loro risorse proprie per assumere il lavoro d’educazione (…). La difficoltà è più grande di quanto non sia anche educazione nella fede. L’educazione presuppone infatti obbedienza, ma questa è in- appaia, perché tutto avviene come se i genitori fossero così diterpretata come adesione a un ordine di cose ritenute giuste e ventati i responsabili dei limiti che essi impongono ai loro figli. buone e non come pura conformità ai voleri (o alla proiezio- Non potendo più riferirsi spontaneamente a un’esigenza terza, ne dei bisogni) degli adulti. Senza il riferimento a un orizzonte condivisa da tutti, essi si attribuiscono implicitamente la responsimbolico condiviso, l’obbedienza è vissuta come sottomissione sabilità piena e intera del disamore apparente che essi infliggono ai desideri (o alle manie) degli adulti. La secolarizzazione, ope- loro. Si comprende come essi cerchino di evitare questo equivorata dalla modernità, ha oscurato e anche negato questo legame: co, lasciandosi distrarre dal compito di educare, divenuto così ha laicizzato l’educazione. Si è così creato un grande vuoto, una ingrato» (cf J-P LEBRUN, La perversione ordinaire, p.30). L’obbedienza cristiana, invece, è la massima espressione crisi inedita dell’autorevolezza e della legittimità del compito genitoriale. Non si tratta ormai di prese di posizioni ideologiche dell’amore. I «no» d’altronde sono sopportabili solo se segni ed di qualche pensatore che contesta la «famiglia tradizionale», ma espressioni d’amore. Ciò che rende i limiti posti dall’obbedienza di una nuova condizione diffusa, e a tratti anche drammatica, in un sacrificio che rigenera le persone è solo l’amore. I «no» dei cui i genitori, pur sapendo di dover educare, non riescono a farlo. genitori donano la possibilità di conquistare la libertà e l’autoNon cela fanno a porre limiti ai bambini e ai ragazzi, secondo nomia. L’obbedienza, al tempo stesso, è virtù a causa della sua una constatazione sempre più diffusa. Accudito e vezzeggiato, il specifica capacità di dare consistenza ai legami. Mentre chiede sottomissione, genera reciprocità, senza la «bambino sovrano» vive così senza voglia di crescere, assuefatto alle gratificazioni, ma poco disposto allo sforzo e ostile all’obbe- quale non ci sarebbe obbedienza ma dominio. I genitori chiedono dienza. Come una forma inconsapevole di vendetta o di protesta, l’obbedienza dei figli perché, prima, essi stessi si sono messi al i figli, illusi e viziati, si trasformano a volte in despoti che tengo- servizio (cioè in obbedienza) nei loro confronti. L’obbedienza no in ostaggio i genitori e dettano le loro condizioni. I genitori familiare è reciproca: da parte dei genitori è ubbidienza (fedeltà) non solo non sanno più dire «no», ma si sentono come obbligati alla vocazione del figlio; da parte dei figli è ubbidienza (docilità) ad assecondare le richieste dei figli, nel timore che, diversamen- alla responsabilità dei genitori. L’ubbidienza, nel suo significato te, non si sentirebbero amati. Questa condizione è del tutto ine- simbolico, non va riportata al timore (l’ingratitudine!), ma alla dita nella storia: mai i genitori si erano trovati ad affrontare il confidenza: è la forma più impegnativadel dono. I figli osservano rischio di mettere in pericolo il legame con i loro figli, di essere l’obbedienza dei genitori (nel disinteresse con cui li amano) e imparano a loro volta ad affidarsi alla loro premura. Dall’obbenella necessità di «meritarsi» e conquistarsi l’amore. I genitori si trovano per la prima volta nella storia delegitti- dienza nascono, quindi, nuovi rapporti di umanità. Solo in Dio mati nella loro responsabilità di educatori. Viviamo il tempo del però l’obbedienza diventa virtù. Il breve dialogo alle porte della chiesa fonda la genitorialità pieno compimento dell’annunciata morte di Dio: l’educazione è totalmente sganciata dalla fede. Senza Dio, però, il mondo non come servizio, in una condizione sociale tutta nuova, e la consiha più il suo ordine e il suo senso. Senza Dio, in definitiva, non dera grazia di Dio. Un compito nuovo attende anche i padrini. c’è possibilità di orientare la virtù dell’obbedienza a un orizzonte trascendente, ma solo a un adeguamento contingente. Ci si trova così ad educare «a vuoto», senza regole, valori e tradizioni. La grazia del battesimo, che fonda la responsabilità dei genitori, può essere compresa e vissuta oggi con una forza e una consapevolezza nuova, capaci di ridare speranza ai genitori come credenti e come educatori. La celebrazione del battesimo esprime chiaramente che l’educazione ha bisogno di un Dall’educazione dei figli non si può ordine trascendente. Il pensieescludere Dio.Solo in Dio l’obbedienza ro laico, che avverte il vuoto reciproca diviene grazia e amore. della legittimazione del compi60


viaggio attraverso la Bibbia - viaggio attraverso la Bibbia - viaggio attraverso la Bibbia -

VIAGGIO ATTRAVERSO LA BIBBIA

La comunione dei beni idilliaca dell’organizzazione dei primi cri- deponendola ai piedi degli apostoli. Ma

Anania e Saffira: At 5,1-11 stiani, che evoca il Salmo 133: «Quanto Pietro disse: “Anania, perché Satana ti ha

L

’episodio negativo narrato negli Atti degli Apostoli riguarda i coniugi Anania e Saffira, discepoli, della comunità di Gerusalemme, i quali, rei di frode, vengono puniti da Dio. Non mancano le analogie veterotestamentarie, come il cosiddetto «peccato di Acan», narrato in Gs 7,1-26, dove ai peccatori spetta la morte che volevano affliggere alle loro vittime: dopo essere entrati nella Terra promessa e aver conquistato Gerico, gli Ebrei subiscono un’inaspettata sconfitta da parte degli abitanti del villaggio di Ai. Giosuè chiede la ragione di questo rovescio militare a Dio, che gli risponde con queste parole: «Israele ha peccato. Essi hanno trasgredito il patto che avevo loro imposto e hanno preso cose votate allo sterminio: hanno rubato, hanno dissimulato, le hanno messe nei loro sacchi! Gli Israeliti non potranno resistere ai loro nemici, volgeranno loro le spalle, perché sono incorsi nello sterminio. Non sarò più con voi, se non estirperete da voi la causa dello sterminio. Su, santifica il popolo e di’ loro: “Per domani santificatevi, perché così dice il Signore, Dio d’Israele: C’è una causa di sterminio in mezzo a te, Israele! Tu non potrai resistere ai tuoi nemici, finché non eliminerete da voi la causa dello sterminio». In seguito a un sorteggio si scopre che Acan è colpevole di aver segretamente tenuto per sé parte del bottino che Dio aveva ordinato di votare alla distruzione. Perciò Acan, una volta scoperto, viene lapidato insieme a tutta la sua famiglia e tutti i suoi beni distrutti con il fuoco. Nonostante gli accostamenti tra la vicenda di Acan e quella di Anania e Saffira, le differenze tra i due episodi non sono trascurabili: nel caso di Acan si tratta di appropriazione indebita di un bene consacrato a Dio; il reato dei coniugi è di natura diversa. Vediamo perché. La storia è preceduta dalla presentazione

è buono e soave che i fratelli vivano insieme». Secondo il quarto capitolo degli Atti degli Apostoli, nella comunità cristiana di Gerusalemme regna una concordia e un’armonia assoluta, tutti i beni sono messi in comune, nessuno manca di nulla: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno » (At 4,32.34-35). A questo resoconto viene aggiunto l’esempio di un certo Giuseppe, sopranominato Barnaba, che aveva venduto anch’egli il proprio terreno e dato il ricavato agli apostoli (v 36). Al suo comportamento esemplare viene contrapposto quello disonesto di Anania e Saffira. Ma qual è la loro colpa? «Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffira, vendette un terreno e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte 61

riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”»(At 5,1-4). Stando al racconto, non si tratta di furto o di alcuna appropriazione indebita, perché come precisa Pietro, il terreno era di proprietà di Anania, così come anche il denaro ricavato dalla vendita. Il reato di Anania consiste nell’aver dichiarato il falso circa la somma e l’accusa formulata da Pietro è quello di aver mentito allo Spirito Santo e a Dio. La punizione è capitale ed immediata: «All’udire queste parole

La predicazione di Pietro, dipinto spagnolo del XIV secolo.


viaggio attraverso la Bibbia - viaggio attraverso la Bibbia - viaggio attraverso la Bibbia compare dinanzi Pietro anche Saffira, la moglie di Anania. Il breve interrogatorio intercorso tra essa e Pietro finisce dolorosamente: «Perché vi siete accordati per mettere alla prova lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta quelli che hanno seppellito tuo marito: porteranno via anche te. Ella all’istante cadde ai piedi di Pietro e spirò» (vv 9-10a). La storia riportata negli Atti potremmo anche collegarla, per certi versi, ad alcune regole di vita comunitaria degli Esseni: secondo le fonti a disposizione, chi si candidava ad unirsi alla comunità consegnava tutti i suoi beni, cedendone a quest’ultima la completa amministrazione durante tutto il periodo di prova. Masaccio: Cappella Brancacci: Il solo occultarne una parte signila distribuzione dei beni ficava perciò commettere un fure la morte di Anania to ai danni della comunità. Non è precisamente questo il reato Anania cadde a terra e spirò» (v 5). Rispetto alla colpa, tale castigo sembra del commesso da Anania e Saffira? La disonestà dei singoli, infatti, può mitutto sproporzionato. nacciare l’ideale messianico di un mondo Rispetto alla storia di Acan, il reato di senza povertà, come già si prefigurava nel Anania è di natura diversa, come anche l’aspetto «miracoloso» della punizione, Deuteronomio: «Non vi saranno poveri molto più accentuata nel racconto degli presso di te» (Dt 15,4) e perciò, come nel Atti. Anania, nella Chiesa nascente, era caso di Anania e Saffira viene duramente come Acan alla conquista della Terra pro- sanzionata da Dio. Una punizione radicale messa. Le conseguenze, in ambedue i casi, Prodigi punitivi inflitti da singoli uomipotrebbero essere letali per la comunità. Dopo tre ore, precisa l’autore degli Atti, ni di Dio sono ampiamente attestabili nella

tradizione giudaica e cristiana. Non è però Pietro ad uccidere Anania ma il medesimo confrontarsi di quest’ultimo con la verità: «giudizio di Dio», potremmo dire. Satana, in veste di esecutore di giudizi divini, è conforme alla fede ebraica. Nella consegna a Satana, chi agisce non è tanto la comunità quanto lo spirito di Pietro, vale a dire la forza del nome di Gesù. Pietro non ha ucciso neanche Saffira: il testo si limita a riferire che essa viene portata accanto a suo marito. Lo sgomento e la paura nella comunità che aveva assistito a questa scena è legittima. Le decisioni personali hanno il loro significato e importanza capitale; in essi, a volte, uccidiamo la nostra stessa vita. Le nostre false intenzioni si vendicano su noi stessi; sulla santa univocità divina s’infrange rovinosamente la profana falsità. Sebbene la complicità dei due coniugi venga sin dall’inizio esplicitata, il racconto restituisce due quadri distinti: in esso ogni personaggio è chiamato per nome, non per cognome. Hananeyah (Anania) è un nome teoforo: «YHWH ha usato grazia»; Šapira’ (Saffira) indica «bella, graziosa». Hananeyah dal punto di vista numerico vale 123 e corrisponde al termine pegam, cioè «difetto», anch’esso dal valore 123. Šapira’ dalla radice š.p.r vale 581. Composto dalle stesse consonanti, ma lette al contrario, ecco il verbo ripeš «infangare», quasi a significare ch ognuno è responsabile del proprio cuore, del proprio nome che, in questa storia, si realizza dolorosamente nel suo contrario. educatore negli oratori

UN’AVVENTURA IN TRE PARTI

La definizione ancora non esiste. Chiamatemi Educatore pastorale, Responsabile giovanile, Coordinatore degli oratori. Oppure chiamatemi Pippo, è il nome che preferisco. Nella vita ho scelto un lavoro bizzarro e magnifico che in dieci anni mi ha portato a conoscere tantissime parrocchie della provincia di Brescia, aiutandone qualcuna. Arrivo da voi con un bagaglio di esperienza molto particolare: i problemi di novantasei oratori diversi e le soluzioni che questi oratori hanno inventato per risolverli. Sono apparso nella vostra unità pastorale Domenica 4 Febbraio. Mi hanno detto che aspettavate da molto, mi scuso per il ritardo. Alcuni di voi mi hanno già conosciuto, altri lo faranno presto. Spero di diventare un volto familiare, sinonimo di oratorio. Per far questo dovrò starvi tra i piedi, farvi ripetere i vostri nomi all’infinito e chiedervi almeno un bicchiere di cedrata al giorno. Perdonatemi. La mia missione è semplice da dire ma difficile da portare a termine: contribuire a far si che le parrocchie, diventino un’unica grande realtà. Sarò in mezzo a voi con un occhio ai più giovani e un orecchio ai più anziani, per insegnare poco e imparare molto. Insieme proveremo a superare piccole e grandi divisioni, progetteremo iniziative comuni, vedremo nascere le Commissioni d’Oratorio e continueremo a scrivere il futuro dell’unità pastorale. Don Raffaele lo ha molto desiderato, la provvidenza ci ha messo lo zampino ed eccomi qua, pronto ad imbarcarmi in questa splendida avventura. Un’avventura in tre parti: Mattina, Sera e San Gallo. 62


scuola parrocchiale don orione - scuola parrocchiale don orione- scuola parrocchiale don orione Scuola don Orione

SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO

paritarie

via Don Orione 1 Botticino Sera

Brescia 21 gennaio 2014

Lettera del vescovo Luciano Monari sul

dialogo tra la scuola e la comunità cristiana

Alle famiglie, agli studenti, ai dirigenti scolastici e al personale docente e non docente della scuola Alle comunità civili e religiose Alle amministrazioni locali e ai responsabili politici, del lavoro, dei media

Parrocchie di Botticino

Desidero far pervenire a tutta la scuola una parola di augurio, un messaggio di incoraggiamento, un segno di vicinanza, proprio in questo periodo dell’anno, dedicato ad importanti scelte per molte famiglie, relative al percorso scolastico dei figli, e per le scuole, nella presentazione dei Piani dell’Offerta Formativa.

La scuola ha spesso risonanza mediatica come problema: questione occupazionale, restrizioni di risorse a causa della crisi economico-finanziaria che attraversa il nostro Paese, ritardi alla piena attuazione del processo di autonomia e di parità, contesto di episodi di bullismo; oppure se ne parla per le grandi e profonde riforme da attuare, o per provvedimenti individuati che mai possono soddisfare tutti. Non sfugge a nessuno, inoltre, l’impatto della grande sfida multiculturale che investe la nostra società, e quindi la scuola, ma anche la caduta di attenzione e autorevolezza di tutte le istituzioni. La scuola, però, è e rimane, innanzi tutto, un momento e un luogo prezioso e significativo per la vita e la crescita personale di tutti e di ciascuno: non solo coltivare il gusto della conoscenza e l’impegno dello studio rappresenta un percorso per mettere a frutto le proprie capacità e, attraverso un’adeguata elaborazione personale, creare cultura, cioè un modo di comprendere e di abitare il mondo; ma coltivare – per tutti, docenti, studenti e personale – anche belle relazioni e nuovi incontri, è occasione per crescere come persone. Questo sguardo alla centralità della persona ci sta particolarmente a cuore: nella scuola si apprendono i vari saperi, si cresce nell’apprendimento delle diverse discipline, e nella quotidianità delle relazioni di istruzione ed educazione si formano le coscienze. Così si accresce la qualità della vita civile, religiosa e democratica, tanto importante per il futuro del nostro Paese e del mondo intero entro al quale la nostra nazione, ormai, non può più comprendersi da sola. Oggi e sempre, la scuola può e deve essere luogo di cordiale incontro e accoglienza di tutti, educazione alla convivenza democratica e civile tra persone diverse, alla partecipazione attiva alla cittadinanza, all’inter-relazione tra persone di diverse culture e religioni. Per realizzare tutto ciò, auspico che si rinnovi ogni giorno un patto di solidarietà tra le varie realtà educative, pur diverse quanto a grado di responsabilità. È anche l’intuizione dei Patti di corresponsabilità educativa proposti dalla normativa: si rafforzi, cioè, innanzi tutto la sinergia educativa tra la scuola e la famiglia, poi con le istituzioni civili, con le associazioni e i movimenti ed anche con la Chiesa, che da sempre è attenta all’uomo, a ogni uomo e, anche oggi nel territorio della nostra Diocesi, si vuole mettere a disposizione, nel rispetto delle leggi e delle legittime competenze, della scuola e delle famiglie che inviano in essa i loro figli. Cari dirigenti, insegnanti, personale scolastico, e soprattutto voi, studenti e genitori: sappiate che la Chiesa c’è, ed è pronta ad essere ancora e sempre, come le si addice, a servizio della vostra umanità. È presente con tanti insegnanti cattolici che operano nella scuola e con gli insegnanti di religione cattolica; è presente con le scuole cattoliche paritarie di ogni ordine e grado e con i centri di formazione professionale che, continuano a offrire, nonostante tante difficoltà economico-finanziarie, il loro prezioso e determinante servizio; è presente con l’associazionismo dei genitori, degli insegnanti e degli studenti, che esprime l’impegno dei cristiani nella concretezza del mondo scolastico e dell’educazione; è presente anche fuori dalle mura scolastiche per aiutare famiglie e scuola, con le parrocchie e gli oratori, le associazioni, i movimenti e in particolare con l’Ufficio per l’Educazione, la Scuola e l’Università – recentemente costituito – per accompagnare i bambini, i ragazzi e i giovani, nonché le loro famiglie e gli insegnanti che lo desiderino. La Chiesa vi è vicina per proporre con rispetto la buona notizia di Gesù, amico dell’uomo e amico di Dio, colui che svela pienamente l’uomo all’uomo e gli rende nota la sua altissima dignità – come afferma il Concilio Vaticano II. Come credenti, infatti, siamo convinti che, senza un riferimento a Dio e senza una dimensione religiosa, la cultura sia più povera. Per questo proponiamo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà e in particolare ai cristiani presenti nel mondo della scuola di essere testimoni sinceri, liberi e sereni della fede che li aiuta a interpretare la vita, la cultura, la storia e che suggerisce loro di guardare alla scuola non come un’impresa o un contesto conflittuale, ma come un campo in cui il buon seme può portare molto frutto. Per questa ragione invitiamo tutti, famiglie, docenti e studenti, a guardare con serenità e curiosità all’insegnamento della religione cattolica, come opportunità preziosa nel cammino formativo e culturale, sia perché luogo dove si possa offrire una corretta visione del patrimonio culturale cristiano-cattolico e del suo peculiare contributo al cammino dell’umanità nell’inte63


scuola parrocchiale don orione - scuola parrocchiale don orione- scuola parrocchiale don orione razione con le altre grandi culture e religioni; sia perché luogo in cui emergono, “negli” e “dagli” studenti, gli interrogativi radicali sulla vita, sulla nascita, sul lavoro, sulla sofferenza, sulla morte, sull’amore, su tutto ciò che è proprio della condizione umana. Vorrei incoraggiare le famiglie, i genitori che con tanta fiducia e trepidazione affidano i loro figli alla scuola, consapevoli della necessità di una valida formazione culturale e umana, intesa anche come apertura al mondo, che consenta ai loro figli di affrontare con coraggio, competenza e responsabilità un momento storico così difficile e delicato. Sappiano quindi collaborare al meglio, possibilmente in forma associata e competente, con dirigenti, docenti e personale scolastico perché il percorso educativo e culturale dei loro figli si realizzi nel modo più completo possibile: scuola e famiglia, infatti, non possono essere concorrenziali. La scuola non solo comprenda, ma trovi sempre di più il modo per valorizzare i genitori come risorsa, quale snodo fondamentale della vita degli studenti e del territorio in cui vivono. Vorrei incoraggiare i dirigenti, gli insegnanti e il personale non docente a mai abdicare al loro essere educatori, non “imponendosi” ma “proponendosi” – con l’autorevolezza derivante dalla serietà professionale e dalla testimonianza di vita – a fianco degli studenti nella ricerca della rotta della verità e del bene in quel mare aperto che sono la nostra società e la nostra cultura. Esprimendo fiducia per l’operato dei docenti, invito tutti gli adulti a un’opera di autoformazione e, perché no, per tutti quanti si occupano di educazione, di formazione insieme, affinché possano svolgere il loro compito con le necessarie competenze professionali, educative e relazionali, con adeguata consapevolezza e con sempre maggior dignità etica. Auguro anche di non sottovalutare alcuna domanda che verrà rivolta dagli studenti, di sapersi porre in sincero spirito di ascolto e di proposta di autentici percorsi educativi non dettati dal caso, ma da una progettualità che giunga progressivamente alla crescita umana, culturale, e anche morale e religiosa, unendo sempre insieme educazione e istruzione, trasmissione di conoscenze, abilità e competenze con la promozione dell’essere persona. Per dare voce a questo appello ed essere sempre più coinvolti con tutti coloro che vivono e operano nella scuola, la nostra Diocesi si sta impegnando a proporre momenti di incontro, di ascolto, di sensibilizzazione e di dibattito con la scuola e sulla scuola: dall’incontro con i dirigenti scolastici che io stesso vivrò nel prossimo mese di marzo, agli incontri con le scuole e le parrocchie del territorio che l’Ufficio sta promuovendo, al sostegno dell’esperienza più che trentennale di “Comunità e scuola”, all’appuntamento straordinario della scuola italiana con papa Francesco, sabato 10 maggio in piazza san Pietro, all’interno del percorso che la Chiesa italiana sta vivendo quest’anno, percorso che ha per tema “La Chiesa per la scuola”, come tappa della realizzazione degli Orientamenti dei Vescovi italiani per il decennio 2010-2020 dedicati all’educazione. Queste mie parole, in conclusione, intendono sollecitare l’attenzione di ogni persona, di ogni comunità e istituzione, a partire dalla Chiesa bresciana, verso il prezioso bene dell’educazione e della scuola. Sentiamo, infatti, tutta la scuola come “nostra”, statale e paritaria, scuola dell’infanzia e scuola dell’obbligo, secondaria superiore e formazione professionale: è sempre necessaria una “manutenzione” ordinaria e straordinaria degli edifici, ma è ancor di più importante contribuire ogni giorno alla realizzazione di comunità educative, di scuole che dialoghino fra loro e con il territorio in cui esistono. Desideriamo poter ancora dire ai nostri figli che andare a scuola è bello, che lo studio è faticoso ma entusiasmante per gli orizzonti che dischiude; desideriamo insieme trovare le forze per continuare a accompagnare l’intelligenza delle persone alla fraternità e alla solidarietà per la costruzione di quella civiltà dell’amore che il nostro papa bresciano Paolo VI amava indicare come meta del cammino di ciascuno e di tutti. Luciano Monari, vescovo di Brescia

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scuola parrocchiale don orione - scuola parrocchiale don orione - scuola parrocchiale don orione

PERCHE’ NON SCEGLIERE LA SCUOLA PARITARIA

S

cuola Don Orione: non ci soffermiamo sulla sua validità ormai consolidata. Essa offre una proposta educativa / formativa completa, ma purtroppo non comporta l’ obbligo di sceglierla, restando la LIBERTA’ un valore irrinunciabile. Analizziamo i motivi che inducono le famiglie a non scegliere il Don Orione e riflettiamo. 1. Primo inghippo: il costo. Ovvio finché lo Stato Italiano non si deciderà a riconoscere, non solo sulla carta, anche la scuola paritaria come “pubblica” la sopravvivenza della scuola rimane vincolata alla RETTA, che viene utilizzata con gran fatica per la copertura dei costi vivi di gestione e per il personale docente. Tuttavia la sensibilità della regione Lombardia fa sì che le famiglie possano usufruire di una DOTE SCUOLA come sostegno alla scelta, oltre che come sostegno al reddito, consentendo un buon abbattimento del costo complessivo; inoltre la Diocesi di Brescia da quest’anno ha messo a disposizione dei fondi per consentire alle famiglie di accedere a un buono sia come sostegno LETTERA AL PARLAMENTO al reddito, sia come “premio” per le eccellenze. Mi sembrano due buone opportunità e visto che i costi non Noi, ragazzi e ragazze ci siamo umilmente versono poi così esorbitanti come generalmente si pensa, gognati vedendo il nostro parlamento insultarsi ritengo che chi crede in questa scuola possa essere e malmenarsi davanti ai cittadini che hanno votato pensandolo in grado di operare per il bene più sereno nella scelta. 2. Secondo inghippo: la volontà indiscutibile di “Sua comune come vuole una vera politica . maestà l’alunno”. Ormai sono i bambini a decidere e Noi ragazzi dovremmo giudicarvi in modo positivo, corretto, educato e rispettoso, persone da pilotare le scelte famigliari: non vogliono lasciare gli cui prendere esempio, ma visto il clima da voi amichetti o si affidano alla nomea della “scuola degli creato, siamo arrivati al punto di capire che da sf……”, quindi figurarsi se possono sbilanciarsi per la voi non è possibile trarre alcun beneficio. sua scelta. E i genitori si adeguano, timorosi di turbare Dopo il vostro inadeguato comportamento del la sensibilità dei figli. 30 gennaio 2014 nel parlamento pensiamo che 3. Terzo inghippo:la resistenza ideologica: la scuola la vostra reputazione sia compromessa e sadei preti, la scuola dei privilegiati, la scuola dei disadat- rebbe opportuno che altri vi sostituiscano, ma tati, la scuola di chi compra i voti , di chi ha problemi purtroppo non siamo noi a decidere. A emana…. e chi più ne ha ne metta. La scuola deve essere re leggi ingiuste sono persone che hanno più statale, punto; tutto deve essere affidato a uno stato potere di noi, ma meno rispetto verso gli altri. tuttologo che deve coprire con servizi adeguati qualsia- Noi che siamo solo ragazzi abbiamo già capito come comportarci nella vita e siamo più maturi si bisogno e sull’ideologia non si discute! di voi, ma voi adulti non siete nemmeno in gra4. Quarto inghippo: il timore che l’ambiente famigliare, do di avere rispetto gli uni per gli altri. protetto, attento alla persona e ai valori civici, umani e cri- Voi politici guadagnate cifre da capogiro, menstiani sia un deterrente alla capacità di affrontare la scuo- tre molti cittadini devono fare sacrifici per arla statale, ritenuta un ambiente più ”sgamato” e quindi un rivare a fine mese, inoltre non avete scrupoli corroborante per la formazione del carattere… ad utilizzare le risorse pubbliche per comprare Come genitore che ha scelto il Don Orione, non con- macchine da urlo, ville, alberghi, per intrallazzi sidero mio figlio né un privilegiato, né tanto meno un e voti parlamentari, una vergogna per un paese povero reietto, o un disadattato, un pulcino nella stop- che vuole definirsi democratico e moderno. pia e , anche se non ha “ problemi”, sono sicura che Concludo salutandovi e sperando che siate abha trascorso tre anni in serenità, anni che hanno raffor- bastanza maturi per tenere in considerazione la zato il suo carattere, la sua sensibilità oltre che le sue possibilità di avviare un cambiamento e tornare competenze didattiche. Posso proprio dire che i soldi ad essere guide credibili e responsabili del nostro “bel paese”. spesi sono stati un buon investimento! Veronica, Giulia, Isotta, Asia Domenica 65


proposte di qualità

NELLE PARROCCHIE DI BOTTICINO durante la settimana varie opportunità di incontro di formazione presso l’oratorio per adolescenti ogni giovedì e venerdì ore 20,30 per giovani ogni venerdì ore 20,30

per adolescenti e giovan

Giornata della gioventù

sabato 12 aprile Veglia delle Palme domenica 13 aprile festa in parrocchia

DIOCESI - ZONA PASTORALE

x credere x cercare x condividere Ogni chiamata spinge ad uscire da se stessi, ogni vocazione è per un dono da offrire. La Chiesa è convocazione di chiamati per andare verso l’altro e verso l’Altro… che si incontra sempre in periferia. E poiché nessuno è lontano dal Cuore di Dio, ogni volta che l’incontro avviene, ritorniamo al Centro della Vita: esistere per Amore.

Incontro...al limite

itinerario di spiritualità per ado e giovani

presso Casa Madre Suore Operaie Botticino Sera sabato 17 maggio

gruppo vocazionale diocesanoper le giovani e i giovani dai 18 anni aperto al discernimento di tutte le vocazioni (vita matrimoniale, consacrata, missionaria, diaconale, presbiterale… ) una domenica al mese - dalle 9 alle 17.00 il percorso è condiviso con l’Ufficio Missionario

Sichar

ESTRO-VERSI

18 /5/ 2014 UN DONO DA CONDIVIDERE Comboniani – Limone sul Garda

gruppo vocazionale diocesanoper giovani dai 18 anni che non escludono la vocazione sacerdotale presso il Seminario diocesano

Pellegrinaggi per giovani

una domenica al mese dalle ore 12.30 alle 18.00

Emmaus il PANE che rimane

27-30 giugno 2014 Ti seguo… a ruota (VI edizione) Pellegrinaggio in bicicletta con soste di riflessione, preghiera e testimonianze ORA et… “pedala”

e la PAROLA che invia

23/3 - 25-27/4 - 25/5 - 22/6/2014

7-14 agosto 2014 sui Tuoi passi (IV edizione) Pellegrinaggio a piedi in Terra Santa sui luoghi di Gesù con soste di riflessione, preghiera, condivisione, testimonianze e servizio

Esperienze di carità, di festa, di fraternità, di divertimento

Scuola di Preghiera in Cattedrale

Corsi per animatori oratorio, per chi vuole fare esperienza in missione, per chi vuole specializzarsi in teatro, animazione e tecniche della comunicazione.... informazioni presso le parrocchie

Giornate di spiritualità per giovani presso l’Eremo di Bienno

VERSO TE

meditazioni del Vescovo Luciano 25-27 aprile 2014

Seguendo presieduta il Maestro... oltre il limite dal Vescovo quattro giovedì di Quaresima - ore 20.30 13 marzo 2014 - 20 marzo2014 27 marzo 2014 - 3 aprile 2014

Progetto Giovani & Comunità

quattro mesi di esperienza per i giovani e le giovani di età compresa tra i 18 e i 28 anni che, attraverso la vita comunitaria e il servizio, si confrontano sulle proprie scelte di vita ispirate ai valori cristiani info: Ufficio Caritas 030.3757746 Ufficio Vocazioni 030.3722245 66


incontri genitori (1)

incontri genitori (2)

dei ragazzi 2 media

dei ragazzi 3 media e 1^ superiore

“ACCOMPAGNARE LA MATURAZIONE PSICO-SESSUALE DEI FIGLI NELL’OTTICA DELL’AMORE CRISTIANO”

“NAVIGARE A VISTA?

Una serie di incontri con l’intento di fornire alcuni stimoli sull’importante compito di educare i figli all’amore e alla sessualità. Occasione quindi per il dialogo e per poter condividere con altri l’impegnativa e arricchente arte del vivere in relazione con i propri figli e altre figure educative.

COME AIUTARE GLI ADOLESCENTI AD AFFRONTARE IL MARE DELLA VITA”

Continuano gli incontri con l’intento di fornire alcuni stimoli sull’importante compito di educare i figli nell’eta’ dell’adolescenza. Occasione quindi per il dialogo e per poter condividere con altri l’impegnativa e arricchente arte del vivere in relazione con i propri figli e altre figure educative. Venerdì 28 marzo 2014 - ore 20,30 “COMPAGNI DI VIAGGIO: RESPONSABILITÀ EDUCATIVA E PROCESSI DI CAMBIAMENTO NELLA RELAZIONE GENITORI-FIGLI DURANTE L’ADOLESCENZA” dott.ssa Chiara Sandrini, Pedagogista Venerdì 9 maggio 2014 - ore 20,30 “L’APPRODO: LA COSTRUZIONE DELL’IDENTITÀ NELL’ADOLESCENZA” dott.ssa Laura Piccinelli,Psicologa presso oratorio Bottiicino Sera

- giovedì 27 marzo 2014 - ore 20.30 “ACCOMPAGNARE I PREADOLESCENTI IN CAMMINO VERSO L’AMORE” dott. Federico Ratti - giovedì 8 maggio 2014 - ore 20.30 “STILI EDUCATIVI GENITORIALI EFFICACI” dott.ssa Chiara Sandrini presso oratorio Botticino Sera

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ANAGRAFE B A T T E S I M I UNITA’ PASTORALE PARROCCHIE

SAN GALLO POLASTRI LEONARDO di Francesco e Cinzia QUECCHIA BENEDETTA di Manuel e Paola BUSI VIOLA di Fabio e Elisa SANGALETTI MATTEO di Luigi e Stefania ZAMBELLI MATTIA di Andrea e Laura BUSI LORENZO di Stefano e Marika COLOSIO ASIA di Claudio e Ilaria ZANETTI MAURO di Marco e Stefania ZANETTI VITTORIA di Flavioe e Alessandra DAMONTI VALENTINA di Simone e Katiuscia FILIPPONI ENRICO di Dario e Roberta

DI BOTTICINO

2013 BOTTICINO MATTINA

ANTONELLI CHRISTIAN di Alberto e Elisa PIAZZA MATILDE di Alberto e Francesca BONOMINI NICOLO’ diPaolo e Chiara GIOSSI ANGELA di Alberto e e Lilia CASALI RACHELE di Isaia e Beatrice BREGOLI GIORGIA di Maura ARICO’ CARLA di Martino e Cristina CASALI EMANUELE di PierBattista e Mara ZANETTI GAIA diDamiano e Valentina BOTTICINO SERA TOGNAZZI LUCA di Sergio e Nicoletta FOCARELLI BARONE MATTIA di Andrea e Ilaria FILIPPINI VITTORIA MARIA di Paolo e Claudia ZAFFIRIO SEBASTIANO di Marcello Stefano e Sonia CELLERINO LORENZO ANDREA di Michel e Chiara BONOMETTI VALENTINA di Simone e Francesca COLLURA EDOARDO FRANCESCO di Simona SQUASSINA LUDOVICO PIETRO OPRANDI FRANCESCO di Paolo e Alessandra di GianFranco e Anna LONATI AMBRA di Paolo e Veronica BONZI MARCO di Rudy e Romina GORNI CRISTIAN di Sergio e Stefania MINO VIOLA CAMILLA di Roberto e Marta PANELLI EDOARDO di Nicolò e Serena PASTORE LETIZIA di Lucio e Elisa ZANARDINI FRANCESCO di Paolo e Eleonora REZZOLA MIA di Paolo e Francesca COLOSIO EMMA di Mauro e Laura CODENOTTI ILARY di Simone e Michela RAMPONI CATERINA di Giulio e Raffaella LONATI RACHELE di Stefano e Laura CERETTI VITTORIA di Enrico e Laura SAMMARTANO ALESSIA di Raoul e Paola BUSI ADELE di Tommaso e Marinella ZAMBONI ANDREA di Davide e Daniela VACCARELLO ANNA di Angelo e Sara COTTALI FILIPPO di Simone e Emma MENGHINI TESSA di Fabrizio e Cinzia EGHAREVBA ANGEL OBEHIOYE e ANGELA MANERA TOMMASO di Cristian e Francesca ELOGHOSA di SATTY UWA e FAITH GIOSSI DAVIDE di Paolo e Daniela GYAN IMMY e GYAN BRYANT OWUSU ROSSI FRANCESCO di Maurizio e Daniela di NANA e BELINDA BUCCARO MATHIAS di Andrea e Elisa CHEN RUI JACQUELINE APOSTOLI CRISTIAN di Claudio e Michela BONIOTTI DANIELE CRISTANI MARTA di Alberto e Enrica SCAGLIONI GIANPAOLO di Claudio e Eleonora 68


PA RRO C C H I A L E BOTTICINO MATTINA MATRIMONI

NOVENTA ALEX e VIVIANI MONICA BOMBARDIERI DANIELE e CANFAROTTA VALENTINA DE PRA DAVIDE e TAETTI RAMONA ZOTTI CARLO DAVIDE e BENETTI ILARIA FRABONI FERRANTE e KULCHYTSKA LYUBOV SAN GALLO STEFANINI FABIO e MORANDINI ROSANNA

BOTTICINO SERA

ARRIGHINI STEFANO e GORPYNIUK NATALIIA ORIZIO ANGELO e MOE’ LUISA QUARONI MASSIMO e ZAMBONETTI SIMONETTA MORESCHI GIUSEPPE e COLOMBI MIRIAM PORCELLI GIUSEPPE e LODA BARBARA CASSAMALI ROBERTO e TAVELLI PAOLA FLORENZI VINCENZO e ROMAGNOLI PAMELA CANN YAPHET KOFI e ACKAH YANZU VICTORIA

SOLDI MASSIMO e BARESI CLAUDIA CERQUI ALESSANDRO e SILISTRINI SILVIA SMUSSI DIEGO e TOGNAZZI MIRIAM LONATI MARCO e COLOSIO VALERIA BUSI NICOLA e GABUSI FEDERICA BERTOLONI FABIO e SANZENI CHIARA MINO ROBERTO e BACCANELLI MARTA

BOTTICINO MATTINA ARICI PIERINA ARRIGHETTI ALFREDO BALDUZZI ANDREA BARONE MARGHERITA BELLOTTI IOLE BOIZZA ELISABETTA BONI EMMALISA BOSSONI ALESSANDRO CASALI MARINO CHIODI PIERINA CIVETTINI GIOVANNI COLTURI GIUSEPPE FANTONI LUIGI FORESTI ROSA FRANZINI ODOARDO GORNI IOLE GRANDI FULBERTO LOMBARDI LUCIA LONATI CLOTILDE MALPETTI LUIGIA MARANGONI GIUDITTA MARCHETTI LUIGI NOVENTA GIULIA PREVICINI LUIGINA RAGNOLI ANGELA RAMERA CLAUDIA ROSSI DOMENICO SANZOGNI MARGHERITA SAVOLDI ORSOLA SEGALA OSCAR SORSOLI GIANFRANCO SQUASSINA GINA TADEI FRANCO TADEI IRENE ZANETTI TEODORA

DEFUNTI BOTTICINO SERA

ALBERTI MARIA BERTOLONI GIUSEPPA BETTINZANA EUGENIO BOIFAVA GIULIANO BULGARINI MASSIMILIANO BUSI ANGELA BUSI IRMA BUSI PASQUINA BUSI PIERINO CASALI ANGELA CHIESA MARIA TERESA CODENOTTI ANGELA COLOSIO EMILIA COLOSIO EVELINA COLOSIO MARIA CORANI ERMENEGILDA DAMONTI MARGHERITA FIRMO FELICE FRABONI ANGELO GUARDELLI GIUSEPPINA GUATTA ROBERTO LONATI EMMA LONATI LUIGI LONATI MARTINA LONATI TERESA LONATI TIBERIO GIACOMO MAESTRINI ANGELO MARIO LUCIANO MARMAGLIO FRANCO 69

MIGLIORATI ROSINA NASTI ANTONIO PINELLI ANGELA PIOVANELLI TIZIANA RAGNOLI TERESA REBUSCHI GIULIA RICCABELLA FERNANDO ROSSI PAOLO SCIATTI MARIA TERESA TACCONI ASSUERO TAGLIANI ANGIOLINA TAVELLI LUCIA TAVERNINI ENI TOGNAZZI GIUSEPPE TOGNAZZI LINA UNGARINI LUCIANO USSOLI IVAN VILLA ALDO ZILIANI AUGUSTO

SAN GALLO BUSI ANGELA BONIOTTI CLEMENTINA BUSI CLAUDIO BUSI GIOVANNI


PARROCCHIE DI BOTTICINO

VIAGGI-PELLEGRINAGGI 2014 ROMA E TERRASANTA E’ sempre significativo tornare alle sorgenti della fede apostolica per esserne confermati dal successore dell'apostolo Pietro, sentendoci così parte viva della tradizione apostolica. Ogni pellegrino che giunge alla basilica di San Pietro professa la fede nella Trinità: nel Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; in Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; nello Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell'attesa del ritorno glorioso del Signore. Tale consuetudine permette di cogliere che la fede di ogni cristiano è sì propria, personale, ma è anche la fede della Chiesa intera. II pellegrinaggio in Terrasanta è un momento unico nella vita di chi ha la grazia di compierlo. Si frequentano i luoghi più alti della nostra fede, si cammina sui passi di Gesù, si respira il profumo della presenza di Dio e del suo mistero. Può diventare l'occasione per un nuovo incontro profondo con Gesù, che mette in movimento nuove energie. II ricordo di Gesù, di ciò che ha detto e fatto, ha trasformato la Terrasanta in un enorme santuario. Da Nazareth a Betlemme, dal lago di Tiberiade a Gerico, fino a Gerusalemme, tutti questi luoghi sono stati fissati a perenne memoria, con il desiderio profondo di salvare e perpetuare il passaggio del Dio-con-noi. La passione, morte e risurrezione di Gesù è l'evento principale che attira ancora oggi molta gente da tutte le parti del mondo. Che Dio parli poi in questa terra in modo speciale, lo si vede anche dai molteplici modi di pregarlo e di rivolgersi a lui, anche da parte di ebrei e musulmani, che sentono il bisogno di cercarlo, venerarlo, pregarlo. Nel pellegrinaggio in Terrasanta, si percepisce forte non solo il ricordo del Gesù storico e della sua missione, ma anche l'invito urgente di raccontarlo di nuovo oggi, sulle strade del mondo. La Terra Santa offre l'incontro affascinante con la Terra di Gesù nella quale il granello di senape ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo (cfr. Mt 13,31-32). È in questo angolo di terra che Gesù Cristo entra in scena nella storia come «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6) e fin dall'inizio si inserisce nel cammino dell'umanità e del suo popolo, per mettersi sulle strade dell'uomo. In quella piccola parte del mondo si realizzano tutte le promesse di Dio che trovano il loro compimento nell'incarnazione e risurrezione di Gesù.

TERRASANTA 9-16 GIUGNO 1° giorno Italia - Tel Aviv - Nazareth Ritrovo all’aeroporto e partenza per Tel Aviv. All’arrivo partenza per la Galilea, attraverso la pianura di Sharon. Arrivo a Nazareth in serata. Sistemazione in albergo: cena e pernottamento. 2° giorno Nazareth - Sefforis Pensione completa in albergo. Al mattino partenza per il Tabor, il monte della Trasfigurazione e salita in minibus. Proseguimento per la visita di Sefforis, capitale della Galilea ai tempi di Gesù: nel sito archeologico si trovano importanti reperti giudaici e cristiani. Nel pomeriggio visita di Nazareth: basilica dell’Annunciazione, chiesa di San Giuseppe, museo Francescano, Fontana della Vergine. 3° giorno Lago di Galilea Mezza pensione in albergo. Giornata dedicata alla visita dei luoghi della vita pubblica di Gesù attorno al lago di Galilea. Si raggiunge il monte delle Beatitudini, poi a Tabga visita delle chiese del Primato e della Moltiplicazione dei pani e dei pesci. Arrivo a Cafarnao per la visita degli scavi dell’antica città con la sinagoga e la casa di Pietro. Traversata in battello del lago e sosta per il pranzo. Nel rientro sosta a Cana. 4° giorno Nazareth - Betlemme - Gerusalemme Colazione. Sosta al monte Carmelo per la visita della grotta di Elia nella basilica di Stella Maris. Continuazione per Betlemme con sosta all’acquedotto di Cesarea Marittima. All’arrivo pranzo. Nel pomeriggio visita del Campo dei Pastori e della basilica della Natività. Arrivo a Gerusalemme: sistemazione in albergo, cena e pernottamento. 5° giorno Gerusalemme Pensione completa. Giornata dedicata alla visita della città. Al mattino salita alla Spianata del Tempio e visita del Monte Sion: chiesa di San Pietro in Gallicantu, Cenacolo e chiesa della Dormizione di Maria. Nel pomeriggio proseguimento delle visite: chiesa di S.Anna con l’annessa piscina Probatica, chiesa della Flagellazione, Via Dolorosa, basilica della Risurrezione con il Calvario e il Santo Sepolcro.

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6° giorno Gerusalemme Pensione completa. Continuazione della visita di Gerusalemme: quartiere Ebraico con il Cardo Maximo ed il Muro della Preghiera. Nel pomeriggio visita al monte degli Ulivi: Edicola dell’Ascensione, grotta del Padre Nostro, Dominus Flevit, basilica del Getzemani. Si termina con la visita alla tomba della Madonna e della grotta dell’arresto di Gesù nel Cedron. 7° giorno: Deserto di Giuda - Gerusalemme Pensione completa. Al mattino per Qumran nelle cui grotte furono trovati antichi manoscritti della Bibbia. Sosta presso il Mar Morto. Rientro a Gerusalemme, facendo sosta ai santuari di Ein Karem che ricordano la visita di Maria a Santa Elisabetta e la nascita di San Giovanni Battista. 8° giorno: Gerusalemme - Tel Aviv - Italia Colazione. Tempo a disposizione a Gerusalemme (salvo operativo aereo). Trasferimento all’aeroporto di Tel Aviv per il rientro. Quota individuale di partecipazione

€ 1.150,00

supplemento singola € 260,00 La quota comprende: - Viaggio in aereo Milano Malpensa/Tel Aviv/Milano Malpensa con volo di linea - Tasse aeroportuali, di imbarco, di sicurezza ad oggi - Tour in pullman riservato come da programma - Sistemazione in alberghi a Nazareth e Gerusalemme due letti con servizi privati - Trattamento di pensione completa dalla cena del primo giorno alla prima colazione dell’ottavo giorno - Visite ed ingressi come da programma - Auricolari -Guida Biblica - Copertura assicurativa annullamento, medico e bagaglio Allianz Global Assistance La quota non comprende: - Bevande - Mance -escursione facoltativa a Masada € 35,00 - Extra di carattere personale - Tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”

mento delle visite al Quirinale, Fontane di Trevi, Palazzo Chigi, Montecitorio, Pantheon, Piazza Navona Senato (S.Luigi Francesi, S.Agostino, S.Andrea della Valle, S.Ignazio), Villa Borghese. Cena in hotel, Roma by night e rientro in hotel per il pernottamento. 3° Giorno: Roma “ Cristiana” Prima colazione, e visita alla “Roma Cristiana”: mattinata a disposizione per l’ Udienza Papale. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio proseguimento delle visite: Vaticano, Giardini e Museo del Vaticano, e chiesa di Trinità dei Monti . Cena tipica in ristorante zona Trastevere. Passeggiata serale e rientro in hotel per il pernottamento. 4° Giorno: Roma e i Castelli Romani Prima colazione in hotel. Completamento delle visite della Roma “Cristiana”: Piazza e Basilica di S.Pietro, Via della Conciliazione, Castel S.Angelo. S.Maria Maggiore, S.Giovanni in Laterano . Pranzo in ristorante e nel pomeriggio escursione alla scoperta di alcuni dei più belli e celebri fra i 13 Castelli Romani: sono così dette le borgate e le cittadine che sorgono sulle pendici dei colli Albani. Soste panoramiche e visita guidata a Frascati, il più noto e frequentato dei Castelli Romani ed a Castel Gandolfo, con il seicentesco palazzo e residenza estiva del Papa. Rientro in hotel per la cena ed il pernottamento. 5° Giorno: Roma – Tivoli-Botticino (km 590) Prima colazione in hotel e partenza per Tivoli. Visita a villa d’Este, capolavoro del Rinascimento italiano ed inserita nella lista UNESCO del patrimonio mondiale. Pranzo in ristorante . Nel primo pomeriggio partenza per il viaggio di rientro con arrivo a Botticino previsto per le ore 22.00.

Documenti: E’ necessario il passaporto individuale. Il documento non deve essere in via di scadenza ma avere ancora almeno sei mesi di validità rispetto alla data di rientro. Un mese prima della partenza ci dovrà pervenire copia del passaporto di ciascun partecipante. Informazioni e prenotazioni (al più presto per prenotare i posti sull’aereo) presso: - Sig Benetti Battista segretario gruppo turistico Tel 030 2190738 -segreteria Unità Pastorale Tel 030 2692094 -parroco don Raffaele 3283108944 richiesto all’atto dell’ iscrizione un versamento di € 100,00 Quota individuale di partecipazione € 660,00+ cassa comune gruppo € 40,00 Supplemento per camera singola € 120,00 La quota comprende: Viaggio a/r in pullman gran turismo. 1° Giorno: Botticino – Orvieto - Roma (km 552) Ritrovo dei partecipanti alle ore 06.30, sistemazione in pul- Vitto dal pranzo del 1° giorno al pranzo dell’ultimo giorno. Sistemazione in hotel 3 stelle sup. in camere doppie con servizi privati lman e partenza per Orvieto. Arrivo e sosta per una breve Cena tipica in ristorante a Trastevere visita . Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio prosegui- Bevande ai pasti (½ acqua e ¼ vino) mento per Roma, “città eterna” fin dall’antichità, capitale Guida locale per le visite indicate in programma politica e religiosa. Arrivo nel primo pomeriggio e visita alla Assicurazione medico - bagaglio Europassistance basilica di San Paolo fuori le mura, una delle quattro basiliche Organizzazione tecnica Ag. Vadus Viaggi srl quota esclude: papali di Roma, la seconda più grande dopo quella di San La Mance e tutto quanto non espressamente indicato ne “La quota comprende” Pietro in Vaticano. Tassa di soggiorno da pagare direttamente in hotel

ROMA 23 - 27 GIUGNO

In serata sistemazione in hotel, cena e pernottamento. Informazioni e prenotazioni presso: 2° Giorno: Roma “Antica” - Sig Benetti Battista segretario gruppo turistico Tel 030 2190738 Dopo la prima colazione visita alla “Roma Antica”: Foro Ro- -segreteria Unità Pastorale Tel 030 2692094 mano, Fori Imperiali, Arco di Costantino, Colosseo, Vincoli e -parroco Bellaria settembre 2012don Raffaele 3283108944 S.Clemente. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio prosegui- richiesto all’atto dell’ iscrizione un versamento di € 100,00 71


*** 5 marzo:

MERCOLEDI DELLE CENERI INIZIO QUARESIMA

S.MESSA E L’IMPOSIZIONE DELLE CENERI Botticino Mattina: ore 17,30 San Gallo: ore 19,00 Botticino Sera: ore 16,00 - 20,30

Durante la Quaresima ogni giorno può essere caratterizzato da momenti propri di vita cristiana facendoci aiutare dai vari sussidi. La domenica in particolare è importante riscoprire il valore della S.Messa e seguendo il cammino proposto dalla Parola di Dio. Il Venerdì potrebbe essere caratterizzata da momenti quali la visita a una persona ammalata, o sola, o anziana; il dedicare del tempo nell’aiutare persone bisognose anche di cose concrete... ecc. Inoltre il venerdì di quaresima è giorno di digiuno secondo le varie modalità (dalla televisione, dal cibo...) con l’impegno di mettere nel salvadanaio per i poveri il corrispettivo secondo le indicazioni del Centro Missionario diocesano.

I mercoledì (o altra sera) a partire dal 12 marzo: CENTRI DI ASCOLTO nelle famiglie I venerdì 7 marzo e 4 aprile ore 20,00 ADORAZIONE DELLA CROCE

nella propria chiesa parrocchiale

Al centro della chiesa una grande croce sulla quale depositiamo simbolicamente i nostri pesi, le nostre fatiche, ma anche le nostre gioie e le nostre speranze.

Caritas: Raccolta alimentare per le famiglie bisognose

da sabato 8 marzo presso i negozi che aderiscono all’ inziativa

SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE (CONFESSIONE)

Botticino Sera sabato: ore 15,30-16,30 Botticino Mattina sabato: ore 16,30-17,30 San Gallo : prima o dopo la S.Messa ***Domenica 6 aprile: PELLEGRINAGGIO DELLE TRE PARROCCHIE DI BOTTICINO AL SANTUARIO DI REZZATO ***

IN OGNI FAMIGLIA PER VIVERE MEGLIO LA QUARESIMA

“Ricordati di me” (Lc 23,42)

“Ricordati di me” Durante il percorso quaresimale questa espressione tornerà sulle nostre bocche come una preghiera del cuore: “Signore, ricordati di me!” Nelle sei settimane di questo percorso saranno 6 le figure che ci aiuteranno ad aprire lo scrigno della quaresima per viverla in modo missionario: - Giovanni Battista, ci aiuterà ad invocare il Signore nel deserto delle tentazioni; - i profeti, ci aiuteranno a riconoscere che il Signore non si dimentica di noi, realizzando le sue promesse; - le donne, ci aiuteranno a vedere la tenerezza materna di Dio, nella storia e nel mondo; - i malati, ci aiuteranno a vedere la presenza di Dio nelle situazioni di dolore e di sofferenza; - gli amici, saranno il segno della nostra relazione che si rafforza con il Signore; - Gesù, infine, il verbo di Dio fatto uomo, il segno reale di un Dio che non si dimentica mai dell’uomo. “Cassettina-salvadanaio” - progetti di solidarietà per il proprio contributo finanziario, il corrispettivo dei digiuni e rinunce di ogni giorno. Le offerte raccolte verranno destinate secondo le intenzioni diocesane illustrate nella parte centrale del sussidio e per altre iniziative di carità (Progetto Armenia). Da consegnare alla celebrazione del Giovedì Santo o alle persone incaricate. Buon cammino!

MUSICA SACRA i venerdì di quaresima venerdì 14 marzo chiesa Botticino Mattina ore 20,30 PASSIONE SECONDO LUCA di J.S.Bach venerdì 21 marzo chiesa Botticino Sera ore 20,30 PASSIONE E RISURREZIONE di M.Falloni venerdì 28 marzo chiesa San Gallo ore 20,30 PASSIONE SECONDO S.MARCO di Ch.Wood

CORALE “PAOLO VI “ DI BRESCIA DIRETTA da don LUIGI SALVETTI Solisti Serafina Dui,Alessanro Casari,Ivan Medardi,Andrea Bazzani Complesso Strumentale Violini Alessandra Nova/Lavinia Spataro/Laura Lizzini/ Fulvia Sainaghi Viola Vera Pattini V.Cello Giuliano Galli Oboi Emilio Paraggio,Corno Inglese Monica Maccabiani Fagotto Organo Bruno Strada


Quaresima 2014 web