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VOCE per la COMUNITA’ UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI“ PARROCCHIE DI BOTTICINO

Natale 2013

NOTIZIARIO PASTORALE 1


RECAPITO DEI SACERDOTI E ISTITUTI Licini don Raffaele, parroco cell. 3283108944 e-mail parrocchia: info@parrocchiebotticino.it fax segreteria Unità Pastorale: 0302193343 Segreteria Unità Pastorale tel. 0302692094 Loda don Bruno tel. 0302199768 Pietro Oprandi, diacono tel 0302199881 Scuola don Orione tel. 0302691141 sito web: www.parrocchiebotticino.it Suore Operaie abit. villaggio 0302693689 Suore Operaie Casa Madre tel. 0302691138 BATTESIMI BOTTICINO MATTINA BOTTICINO SERA E SAN GALLO sabato 11 e domenica 12 gennaio 2014 sabato 1 e domenica 2 marzo 2014 I genitori che intendono chiedere il Battesimo per i figli sono invitati a contattare, per tempo, per accordarsi sulla preparazione e sulla data della celebrazione, il parroco personalmente o tel.3283108944

PRESENTAZIONE

In occasione del Natale ecco il Notiziario per le famiglie delle tre Parrocchie di Botticino. E’ un notiziario-documento perchè non si limita a dare notizie, ma presenta pagine di formazione nei vari ambiti della pastorale, compreso quello sulla conoscenza della Bibbia. Gli argomenti vengono presentati con un linguaggio comprensibile a tutti e servono per essere aggiornati e istruiti nelle cose che riguardano il nostro essere Chiesa. Non va letto tutto d’un fiato, ma gustato e meditato pagina per pagina. Viene pubblicata per intero il Documento finale del Sinodo diocesano sulle Unità pastorali. Non mancano temi attuali riferiti alla realtà socio-politica e tematiche inerenti ai nostri tempi. Rifuardo alla pastorale familiare numerose sono le pagine: la scoperta della ritualità in famiglia. E poi le pagine rigurdanti la caritas, le missioni, l’oratorio, la scuola don Orione, attività di volontariato, ricreative e sportive.

La busta per l’offerta in occasione del Natale Da tradizione, in occasione del Natale, viene rivolto ad ogni famiglia l’invito a contribuire ai bisogni della parrocchia mediante un offerta strordinaria. Anche questo è un modo per esprimere la propria appartenenza alla comunità parrocchiale. Gli impegni economici non sono pochi.

Il parroco e i Consigli Parrocchiali delle tre parrocchie colgono l’occasione per ringraziare anticipatamente quanti vorranno cogliere questo appello e per esprimere l’augurio per le prossime festività. 2

quella luce sulla pista... Natale. Quante luci... Luce in ogni dove, eppure manca negli occhi di tanti, perché quella grande illuminazione non è ciò che dovremmo guardare, non è quello da cui prendere forza. La vera luce è data dalla gioia di una nascita, un bambino che duemila anni fa ha portato la luce nel mondo, ci ha donato parole ed esempi di speranza, di amore, di solidarietà, di fratellanza. Oggi sembra che questi valori siano scomparsi, sembra che ci sia tanto egoismo, paura, disperazione, pessimismo, che le persone non sappiano dove camminare, in quale direzione andare, a quali ideali ambire. Tutto questo perché si è su sentieri privi della luce vera, quella che Gesù nascendo ha infuso nei cuori, ma la si rifiuta. Vengono negati i valori di amore che Dio ha insegnato perché stanno stretti, perché fa comodo evitarli per non fare sacrifici. E allora perchè limitarsi a brontolare se si brancola nel buio, se tanti prendono ‘brutte strade’? E così, purtroppo, siamo al buio, ancora guerre tra vicini e guerre lontane, le preoccupazioni, le malattie che mietono vittime in ogni casa, una crisi economica a livello mondiale... ma ci si ostina a non guardare quale sia il sentiero illuminato. Si è come aerei che vorrebbero atterrare in un aeroporto sicuro, ma si ha paura di andare a finire fuori pista e schiantarsi. Si vede una pista illuminata, ma è troppo lontana da noi e si continua a cercare una pista sotto la nostra carlinga, si gira a vuoto alla disperata ricerca di un punto di atterraggio, ma è tutto buio ... rischia di finire il carburante e precipitare. Non è troppo tardi rivolgere il muso dell’aereo verso quella pista illuminata! Troveremmo ad attenderci capaci controllori di volo che sapranno farci atterrare dolcemente, senza scossoni. Occorre fare solo il primo passo, dare una virata decisa per cambiare rotta, tutto il resto lo farà la torre di controllo. Anche nelle nostre intenzioni più buone è così. Si vede quella pista più o meno in lontananza, si capisce l’importanza di prendere decisioni in tal verso. Ma si ha paura, l’egoismo. la pigrizia, l’indifferenza frenano, impediscono di capire che continuare a svolazzare lontani da NATALE E’ ARRIVATO quella pista ben tracciata priverà di vita. E’ natale, a mezzanotte Se solo si fosse meno ottusi si potrebbe scoprire che atsuonano a distesa terrare su quella pista illuminata sarà una gioia immensa ed le campane per ricordare un riposo per il nostro cuore, stanco di tanto egoismo. la venuta del Salvatore, Allora buon Natale a tutti! dalla finestra A te che lo hai atteso e invocato. contemplo il cielo stellato A te che proprio non ne vuoi sapere di Dio e di tutte le sue dove tanti anni fa presunte menzogne. un bambino è venuto A te che lo senti vicino perché come Lui abiti la periferia tra noi con semplicità della storia. per darci amore e serenità. A te che stai cercando di fare un passo verso di Lui e non Gli angeli, come ieri, riesci a vedere che Lui ne ha già fatti cento verso di te. cantano, ballano A te che dopo anni farai Natale senza il tuo amato marito, e sono contenti e ci dicono: la tua amata moglie... “ Aprite il cuore a Giuseppe e Maria, A te che dopo tanta solitudine hai trovato l’amore. perché il loro figlio non trovi rifiuto A te che ancora non trovi la forza per guarire. e porte chiuse sulla via. “ A te che sei sprofondato nel silenzio. Sempre dalla finestra , A te che finalmente stringi tra le braccia un figlio tanto estasiato per il cielo stellato, atteso ed amato. sento una voce che dice : Ad ogni uomo e donna di ogni età che rischiano di lasciarsi ” Sono arrivato perché brillare della vera luce data dalla gioia della nascita di Gesù. anche tu sia salvato. “ Pietro Stefana don Raffaele 3


NATALE, ANCORA NATALE,

MA QUALE NATALE? Potrebbe sembrare strano, eppure di Gesù, sul piano storico, sappiamo poco, e quel poco che i vangeli riportano per noi è molto, anzi tantissimo. I vangeli non sono «una storia di Gesù», ma una catechesi per chi crede già in lui come Figlio di Dio e Messia. Di conseguenza i quattro libretti sono un catechismo, originariamente predicato in forma orale dagli apostoli, dai catechisti, dai predicatori e da chi aveva conosciuto Gesù (famiglia, paesani, amici, ecc.). A distanza di 40-80 anni dalla sua morte, sono stati messi per iscritto per due motivi: per conservare la memoria di quanto accaduto e suscitare la fede in lui anche nelle generazioni future e per poterli usare come «Scrittura» di compimento dell'Antico Testamento nell'Eucaristia delle Chiese, ormai diffuse in tutto l'oriente fino a Roma.

DI GESÙ SAPPIAMO...

Marco, il primo degli evangelisti scrittori, non parla affatto della nascita di Gesù; in compenso Giovanni, l'ultimo degli evangelisti scrittori, accenna all'eternità del Lògos che per volere di Dio «s'incarna», cioè diventa uno di noi in un preciso paese (Israele), in una determinata cultura (Giudaismo), in una specifica religione (Ebraismo), in un tempo ben definito (fine del sec. I a.C. e sec. I d.C.), nel cuore di specifici eventi (occupazione romana della Palestina). Chi, invece, parla della nascita di Gesù in maniera esplicita, sono i due evangelisti Matteo (capp. 1-2) e Luca (capp. 1-2), ma non dicono le stesse cose perché hanno prospettive diverse e si rivolgono a comunità diverse. Un

elenco schematico di ciò che sappiamo di Gesù, potrebbe essere il seguente: • è nato intorno al 6/7 a.C. da una ragazza-madre, appena adolescente, di nome Miriàm/Maria; • non si conoscono il giorno, il mese e neanche le condizioni della nascita; • è nato a Betlemme, a sud d'Israele, patria di Davide da cui discende Giuseppe, il padre legale di Gesù; • è nato in una zona periferica, considerata dalla religione «impura» perché abitata da pastori; • è stato circonciso all'ottavo giorno dalla sua nascita ed e stato chiamato «Joshua-Gesù» dopo 40 giorni; • ha trascorso la sua vita a Nàzaret, nel Nord della Palestina; • al compimento del 12° anno di età (inizio del 13°), nel tempio di Gerusalemme ha celebrato il rito della «Barmitzvàh - Figlio del comandamento», che per gli Ebrei è l'inizio della maggiore età (cf Lc 2,41-50); • ha predicato per la Palestina e anche fuori i confini per circa un anno, un anno e mezzo, all'età di 34-35 anni; • non apparteneva alla casta sacerdotale, ma era un laico; • si è scontrato con il potere religioso e il potere politico che alla fine si sono coalizzati e lo hanno ucciso, condannandolo a morte come «rivoluzionario». Il Sinedrio ha emesso la sentenza di crocifissione e i Romani, nemici alleati per l'occasione, l'hanno eseguita; • è morto all'età di circa 36 anni (30/33 d.C.?), la stessa età di Isacco quando fu legato sul monte Moria per essere sacrificato (cf Gen 22,1-23); • è risorto da morte alle prime luci dell'alba del giorno dopo il sabato, dando inizio all'avventura della nuova Alleanza; • non ha lasciato nulla di scritto, ma solo undici apostoli e altre apostole che inviò nel mondo; • il suo insegnamento è stato raccolto in quattro vangeli che persone innamorate di lui hanno scritto per i loro contemporanei e per noi che li ascoltiamo e vogliamo tramandare a chi verrà dopo di noi. 4

NOTA STORICA SULLA DATA DI NATALE

Nei sec. II-IlI dell'èra cristiana in tutto l'Oriente, alla data del 6 gennaio, si celebrava una festa generica detta Epifania (manifestazione) che inglobava tre memoriali: Natale (manifestazione agli Ebrei), Magi (manifestazione ai Pagani) e Sposalizio di Cana (manifestazione nel segno dell'alleanza universale). In Spagna nel sec. IV si celebrava il Festum Nativitatis Domini Nostri Jesu Christi. San Giovanni Crisostomo (345 ca.-407) in un'omelia sul Natale, pronunciata nel 386, dichiarava che nella chiesa di Antiochia già da dieci anni vi era l'uso di celebrare la Nascita del Salvatore il 25 dicembre. Anche nella chiesa di Roma, come in quella di Milano, fin dal 336 si celebrava il Dies natalis Domini sempre al 25 dicembre, considerato il giorno genetliaco di Gesù. Papa Liberio nel 354 scorporò la festa in due, assegnando Natale al 25 dicembre e l'Epifania al 6 gennaio. Nella chiesa ortodossa e armena, invece, le due feste sono ancora accorpate al 6 gennaio. I cristiani del Nord del mondo celebrano il Natale in inverno, mentre i cristiani del Sud lo celebrano d'estate. Il 25 dicembre è una data convenzionale perché in relazione al 25 marzo, giorno in cui, secondo la tradizione, nella casa di Nazaret l’Angelo annunciò a Maria il concepimento di Gesù. Maria partorì il Figlio nove mesi dopo, cioè il 25 dicembre. È il Natale. Il 25 dicembre è anche il solstizio d’inverno, in cui si ha il giorno più corto dell’anno e la notte più lunga. Sia in Oriente che a Roma questo giorno era dedicato al «dio Mitra», divinità di origine persiana, venerato come il «Sole Invitto». La festa, centrata sul simbolismo della luce, ebbe una diffusione enorme nell’impero romano tra i sec. I-III d.C., tanto che l’imperatore Diocleziano (284-305 d.C.) dovette proclamare il dio-Mitra «sostegno del potere imperiale», incrementandone il culto. Durante i giorni di festa, tutto diventava lecito perché veniva meno ogni freno inibitore e si scatenava ogni

sorta di trasgressione specialmente sessuale che si concretizzava in riti magici e orge, in cui avevano un posto privilegiato le «vergini» che sacrificavano al dio della luce la loro verginità. Non di rado la festa era occasione per vendette personali fino all’omicidio. I cristiani opposero a queste licenziosità l’austera memoria del Lògos incarnato che nacque in una stalla, nella povertà più estrema, fissando il Natale appositamente al 25 dicembre, compimento esatto dei nove mesi della gestazione di Maria, dal 25 marzo, giorno dell’annunciazione, equinozio di primavera. Per contrastare i riti delle vergini che offrono la loro integrità al «dio Mitra» in baccanali orgiastici, i cristiani esaltarono la nascita «verginale» di Gesù, «sole che mai tramonta», offerto al mondo da una «vergine» che si abbandona al disegno di Dio. Nello stesso periodo, almeno da oltre due secoli, il 25 del mese di Kislèv, corrispondente a una data tra il 15 e il 25 dicembre ca., i Giudei celebravano (ancora oggi celebrano) la festa ebraica di Chanukkàh (= inaugurazione/dedicazione), detta anche Chàg Ha-neròth (Festa dei lumi), Chàg Haurìm (Festa delle luci) e Chàg Hamakkabìm (Festa dei Maccabei), per fare memoria della riconsacrazione del tempio che Antioco IV dissacrò con una statua di Zeus e che Giuda Maccabeo con la sua famiglia riconquistò nell’anno 165 a.C., ricostruendo e riconsacrando l’altare del sacrificio. La Chiesa per non isolare i cristiani accerchiati dal culto pagano del dio-sole/Mitra e dalla ebraica Festa delle luci, inventò la celebrazione del Natale del Signore, il Sole che sorge e mai tramonta. A Natale non domina solo il simbolismo della luce che contrasta il buio della notte, ma si celebra Cristo stesso, «Luce che illumina le genti» (Lc 2,32), «Stella luminosa del mattino» (Ap 22,16), sapienza di splendore «che non tramonta» (Sap 7,10). Celebrare il Natale in pieno inverno è anche un atto di coraggio e di speranza, un invito a guardare oltre le apparenze: il seme appare morto e perduto nei solchi, le giornate sono brevi e buie, il senso di morte tutto pervade; al contrario, la nascita di un bimbo è una grande profezia che illumina il mondo e anticipa la primavera, quando la vita danzerà e sconfiggerà la morte in vista dell’estate che porterà la gioia del raccolto e dell’abbondanza, simbolo di pienezza di vita.

NATALE: IL CAPOVOLGIMENTO DI DIO

Natale per i cristiani di routine è la festa civile del buonismo a buon mercato, risolto in una prassi scontata di regali, odiati da chi li fa. Per chi crede, Natale è la contraddizione di Dio che non potendo essere visto e conosciuto, decide di farsi conoscere: egli stesso diventa esegeta di sé (Gv 1,18). A Natale Dio spiega Dio nell’unica maniera che a noi è possibile capire: facendosi uno di noi e rivelando il volto nascosto di Dio Padre nel volto visibile dell’Uomo. E perché nessuno possa avere anche la minima possibilità di avere paura, sceglie la forma più indifesa e più disarmante: il bambino. Nella cultura del tempo di Gesù, il bambino non ha alcun titolo e conta nulla perché senza valore giuridico; per questo egli lo assume come «metro» del Regno: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Non basta. Dio vuole svelarci il suo volto di bambino povero e perseguitato, profugo, straniero, emigrante, clandestino: nessuno nel Regno di Dio ha le carte in regola per essere accreditato, nessuno è più in regola di un altro. Una sola condizione è necessaria: essere figli di Dio. Questo è il Natale, questa la nostra speranza. Diventiamo anche noi esegeti di Dio, manifestando in pieno la sua umanità, riconoscendo negli altri la loro dignità di esseri umani e figli di Dio. A Natale tutto si capovolge. La logica umana non regge quella divina perché Dio è capace di sorprenderci sempre, oltre ogni aspettativa, rovesciando i criteri e i «valori» del mondo: all’imperatore potente, contrappone una ragazza inerme; a chi pretende di «contare» (censimento) l’umanità contrappone un uomo, una donna incinta e un bambino ap-

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pena nato; all’onnipotenza della religione, contrappone la fatica di vivere la volontà di Dio; allo splendore della reggia e del tempio, contrappone la povertà e l’autenticità della vita. Per questo a Natale bisogna sapere e avere coscienza che il Bambino che chiede di nascere ancora: • è un extracomunitario perché è un palestinese di Nazaret; • è un emigrato in Egitto, perché perseguitato politico e religioso fin dalla nascita; • è vittima delle leggi razziali e razziste delle politiche di espulsione, perché senza permesso di soggiorno; • è ebreo di nascita e ricercato per essere eliminato; • è un fuorilegge perché clandestino e ricercato dalla polizia; • è un poco di buono perché figlio di una ragazza-madre, appena adolescente; • è oppositore del potere religioso e politico ed è ammazzato per vilipendio della religione; • è povero dalla parte dei poveri e «deve» essere eliminato; • è un laico, credente atipico e controcorrente; • è poco raccomandabile perché frequenta lebbrosi e prostitute; • è Dio perché i suoi pensieri non sono mai i pensieri dei benpensanti (Is 55,8). È Natale! La speranza di essere uomini e donne nuovi per un mondo nuovo è possibile perché Natale è l’annuncio profetico che la Resurrezione è la mèta della Storia. Anche oggi, anche adesso. Anzi è già compiuta e noi possiamo rinascere e risorgere ogni giorno, perché Gesù non ha bisogno di nascere di nuovo, essendo eterno, ma noi abbiamo necessità di rinascere anche oggi a vita nuova. Questo è Natale: Dio-con-noi-Emmanuel (cf Mt 1,23). Buon Natale.


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Buon Natale e benedetto Anno Nuovo!

Grazie. E’ una parola che da sola vale più di mille altre scribacchiate a fatica. «Grazie» riassume tutto quest’anno vissuto insieme, anche il dono del Natale che ci prepariamo a rivivere e il nuovo anno che aspettiamo tra timori e speranze. «Grazie». Una parola a volte così difficile da dire. Perché detta col cuore richiede il rifiuto del «tutto (mi) è dovuto e garantito» e l’apertura gioiosa al dono e alla gratuità. Allora...Grazie a tutti gli animatori della pastorale: ministri ordinati , suore e laici, che in umiltà e fedeltà si mescolano come lievito nella pasta delle nostre comunità per far emergere i segni del Regno. Grazie a voi tutti ‘uomini e donne di buona volontà’, fedeli e ‘poco’ fedeli, benefattori e sostenitori, perché anche in questo anno difficile ci siete stati molto vicini nonostante le obiettive difficoltà economiche, sociali e politiche che tutti stiamo vivendo. Grazie perché credete ancora che è possibile un mondo di condivisione, di rispetto, di riconciliazione e pace, un mondo più giusto dove la vita sia accolta, amata e rispettata, dove le tre Parrocchie di Botticino - nella loro diversità - e con l’umanità intera, possano cantare insieme la meravigliosa sinfonia dell’amore di Dio che è Padre di tutti e ha cura di tutti e di ognuno. Grazie per il dono del Natale che ci offre la possibilità di riscoprire il volto umano dell’amore divino. Un avvenimento che non solo ci parla dell’amore «senza se e senza ma» di Dio, ma ci stimola ad «amare da Dio» gratuitamente e liberamente, accogliendo coloro con cui Gesù stesso si è più identificato: piccoli, poveri, stranieri, insomma, chi fa fatica nella vita. Grazie anche per questi tempi difficili, per questa crisi che ci offre un’occasione insperata - anche se dura - di ripensare il nostro stile di vita. Non per tornare alla povertà di una volta, ma per recuperare quei valori di umanità che abbiamo buttato via con la povertà: sobrietà, condivisione, semplicità, risparmio, tempo per stare insieme e far famiglia... comunione, fraternità. Grazie per il nuovo anno che viene, un nuovo dono della pazienza di Dio, amante della vita, che non si è ancora stancato di noi e ci da ancora tempo per crescere, capire e tornare a lui tornando agli altri, raccogliendo soprattutto la sfida della giustizia e della pace, del perdono e della riconciliazione tra vicini e lontani. Come ‘operai del Vangelo’ assicuriamo solo il nostro impegno a essere quello che Gesù voleva e vuole che noi siamo: dei canali di amore verso tutti. Buon Natale e benedetto anno nuovo!

UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI” PARROCCHIE DI BOTTICINO

LUNEDI’ CASA RIPOSO ore 16,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

ORARI S.MESSE

MARTEDI’

invernale

Festive del sabato e vigilia festivita’

MATTINA SAN NICOLA ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 17,30

MERCOLEDI’

SERA VILLAGGIO ore 16,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,30

Festive della domenica e festivita’ SERA PARROCCHIALE ore 8,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 9,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 10,00 SERA PARROCCHIALE ore 10,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

GIOVEDI’ SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 MATTINA S.NICOLA ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

VENERDI’

SAN GALLO TRINITA’ ore 17,30 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 18,30 6

il profumo del Vangelo Q

uesto vescovo di Roma che non lascia quieti i benpensanti, quelli che agiscono, in forza di una dottrina mal digerita, con l’uomo che viene dopo il sabato. Ogni mattina lì, con il fiato sospeso, a chiedersi che cosa s’inventerà partendo dal Vangelo di santa Marta.Che non è un nuovo apocrifo: anche se per quei battezzati, forgiati da coltivazione preconciliare oggi indecifrabile, è un continuo smarrirsi per l’inconsueto uso di dire cose forti senza lanciare nuove encicliche, in quell’ecclesialese che le lascia per lo più intonse. Facessero almeno silenzio. E invece si scatenano sul web, con toni subdoli, melliflui, e dunque ancor più arroganti, o in certe stracche sacrestie che resistono al tempo, in quel chiacchiericcio che rode la voglia di stare nella stessa compagnia di Chiesa. E non s’accorgono d’attaccarsi a schemi che non sanno il profumo del Vangelo: fardelli posati sulle spalle di credenti e non. Anche giovani pretini più o meno intonacati, sentenziano di una fiacchezza teologica nel racconto che Francesco fa della fede, imbeccati da docenti di teologia che si vedono scappar via un potere del linguaggio, che loro non sanno tradurre dal libresco teologico nelle attese dell’anima; gli stessi pretini che poi stendono in piazza san Pietro striscioni che credono affettuosi e sono invece pregni di una mondanità che è il cancro della fede, come il papa dice ai loro orecchi spenti. Lui, il primo Francesco papa, non teme di valicare i confini, verso una forma di Chiesa che si definisca con il sigillodella

fraternità: dunque nel segno della Trinità che così non lascia fuori proprio nessuno, ben oltre gli uomini di buona volontà; la fraternità umana che conosce il peccato omicida del non riconoscersi l’un l’altro, e tuttavia continuamente chiama alla misericordia di un Padre che trattiene dal condannare chicchessia. Agisce dentro e fuori la Chiesa, Francesco: quando, per raccontare il fatto cristiano, sceglie un giornale che si è sempre distinto per anticlericalismo (ma loro dicono di battersi solo contro i clerici bigotti e dunque ipocriti, ma quand’anche non fosse così…); o quando a ruota sceglie, per tracciare il progetto della sua vocazione di pontifex, la rivista che più papista non c’è (dato che egli ne è, per statuto, il correttore di bozze). E gettare ponti è impresa che vuole leggerezza: non si lascia appesantire da mitrie imperlate (oh quanto mancano ad alcuni!) né si lascia avvolgere da mozzette d’ermellino. Racconta gli uomini negli spazi del loro vissuto, fatto di incompletezze e di fallimenti: si chiede e chiede una nuova attenzione per quei gangli vitali che un rigido fariseismo cattolico non ha finora saputo affrontare con la libertà del Vangelo. Della Tradizione non ha mai buttato uno iota, e tuttavia sta declinando parole evangeliche in parole umane, chiamando a un rispetto per ogni persona che viva una sofferenza. Così in lui la forma diventa sostanza: quell’accoglienza che è una carezza e quell’ascolto che non è sussiegoso ma vero, della verità che rispetta l’interlocutore. Costruire ponti per passare sulla riva diversa: là dove pure abita il Cri7

sto; là dove sono i figli dello stesso Padre che sta nei cieli. Ecco, valicare le frontiere sta nel suo genoma di gesuita, da compagno di sant’Ignazio: una formazione ad gentes, missionaria senza proselitismi. Lo ricordassero quelli che vorrebbero ridurlo a un papa buonista, con un linguaggio da curato di campagna, secondo una letteratura d’antan. Raggiungere tutti, perché il Vangelo è per tutti: sfidando usi datati, steccati che separano gli uni dagli altri nella stessa sua Chiesa, perché Dio abita in ogni uomo, ci sta dicendo, in ogni storia fatta di carne e di sangue; e fatta di errori, di peccati: ma abbracciata dall’amore. Abita in ogni uomo: che stia di qua o di là della sponda della Chiesa cattolica, o della fede cristiana, o di nessuna fede. Che cos’altro chiedergli in questo Natale, quali gesti nuovi, oltre questa notizia così fresca seppure antica, che ci ha dato in questi mesi di gestazione di una nuova annunciazione? Senza alcuna enfasi e tuttavia grati per questa stagione della Chiesa, occorrerà comunque avvertirsi di una possibilità: che succeda a Francesco, come a molti altri nei secoli cui è stato dato un dono grande di profezia, di non essere accolto, come san Giovanni ricorda del Verbo che venne tra chi non lo riconobbe; e dunque che qualcuno consideri questa fase una parentesi, da cui tornare alle pratiche di sempre, rassicuranti, con una Chiesa che ha vissuto le vanità del mondo facendole credere per la maggior gloria di Dio. Ma non secondo l’insegnamento ignaziano. Appunto: contenti ma avvertiti.


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino

Non c’è niente come la

famiglia

C

omplice anche la riflessione sistematica sulla crucialità dell’esperienza generativa e sulla natura drammatica del costruirsi della coscienza, il tema dell’influsso della famiglia sui processi che plasmano l’umano non è più trascurabile da nessuno. Ma non si tratta, solo, di una consapevolezza teorica.

Lo stress del cambiamento

Lo stress a cui sono sottoposte le agenzie educative in tempi di forte ed accelerato cambiamento culturale evidenzia in maniera clamorosa i limiti e le inadeguatezze delle stesse. Come dire che, in tempi di cambiamento, i nodi vengono al pettine. Possiamo quindi ritenere che la “crisi” culturale ‘senza giudizio sulla sua natura‘ sia anche un amplificatore delle dinamiche dei soggetti coinvolti nel processo educativo. E quindi, forse, un’occasione di evoluzione, un’opportunità. La crisi educativa attuale è simultaneamente crisi d’identità dei valori educativi e crisi d’autorevolezza dei soggetti coinvolti nell’impresa educativa. Se educare significa integrare la tradizione con il progetto, vale a dire l’eredità del passato con la trasformazione del futuro, in tempi di cambiamento è difficile disporre di un orizzonte, di un’intuizione del cammino. La situazione di transizione dal mondo come lo conosciamo a quello che ci sarà, colpendo i modelli educativi consolidati dalla tradizione, finisce per delegittimare le agenzie educative fondamentali, la famiglia, la Chiesa e la società (scuola). Sembra essere la scuola a catalizzare, nei suoi disagi e nelle sue incertezze identitarie, tutta la portata della crisi educativa, ma in effetti l’istituzione scolastica è solo lo snodo che porta

all’esasperazione delle difficoltà emerse altrove: essa è infatti come una “catena di trasmissione” dei valori indotti nel fatto educativo da istanze che la precedono, perciò, “nei casi in cui la famiglia e le istituzioni religiose sono coinvolte in una crisi di identità, (...…) la scuola finisce per enfatizzare le forme di negatività che le altre istituzioni le comunicano dall’esterno”.

Una corrente fredda

Il documento CEI per il decennio (Educare alla vita buona del Vangelo - EVBV) si pone senza incertezze in questa prospettiva radicale e ad ampio raggio. Se si parla di “educazione”, non ci si riferisce esclusivamente, né tantomeno principalmente, alla scuola. Nel capitolo dell’emergenza educativa ‘confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita‘ si segnala che lo scetticismo sulla possibilità di educare fa rinunciare a progetti educativi in nome di programmi a breve termine, “mentre una corrente fredda scuote gli spazi classici della famiglia e della scuola” (EVBV, n. 5). Tale gelo genera uno spazio desolato in cui i soggetti educativi stentano a costituire una rete di contenimento e di rilancio così che “la scuola fatica ad essere normativa, la famiglia diventa iperprotettiva, la comunità cristiana diventa atmosferica ed affettiva” lasciando campo libero ad una società di consumatori, individualistica e istantanea, priva di direzioni e di ulteriorità. E questo, al di là della buona volontà individuale, è il clima culturale, l’aria che si respira. Gli adulti sembrano incapaci di assumersi la responsa8

Le agenzie educative vivono lo stress da cambiamento. Occorre riavviare tra loro una conversazione sui valori fondanti bilità di preparare il minore, il soggetto che cresce, ad un mondo che essi stessi non si sforzano di conoscere e di capire. Quando una generazione sente che il mondo è cambiato e che i racconti e gli ideali con cui è cresciuta hanno perso importanza, fa fatica a trasmetterli in maniera convincente.

di formazione, incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno”. Ci troviamo qui di fronte ad un paradosso fecondo: la famiglia viene investita di responsabilità in ordine all’educazione (ai valori, alla fede) nello stesso momento in cui se ne constata l’inadeguatezza. Ma è, appunto, un paradosso che chiede di essere ripensato per non diventare una via senza uscita e sterile. L’individuazione di una precisa responsabilità della Chiesa (e della società) nel sostenere la famiglia in ciò che solo essa può fare può essere ‘in modo processuale‘ la soluzione del paradosso.

In un’ottica di alleanza

Occorre superare la tentazione di fare l’uomo al di fuori dei contesti in cui vive, a prescindere dalla famiglia. Ognuno fa esperienza del religioso nel

La famiglia necessaria

A fronte di questa lucida analisi della situazione ‘ preparata da molteplici e competenti istruzioni della questione l’Educare alla vita buona del Vangelo, si caratterizza nella sua parte propositiva (cap. IV) per alcune scelte molto precise. Il n. 36, in particolare, esordisce con queste parole: “Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima indispensabile comunità educante”. Potrebbe sembrare la solita esortazione tradizionale, ovvia ma di natura ideale, che attribuisce/riconosce un compito che non può essere espletato; eppure, dopo avere evidenziato tutti gli elementi di debolezza e di fragilità che connotano tale soggetto, il paragrafo ribadisce che “nonostante questi aspetti, l’istituzione familiare mantiene la sua missione e la responsabilità primaria per la trasmissione dei valori e della fede”, non surrogabile da altre agenzie, poiché “c’è un’impronta che solo essa può dare e che rimane nel tempo”. La famiglia è quello che è, non un granchè, forse, ma è imprescindibile: quello che lì avviene ‘nel bene o nel male‘ lascia un segno marcato. Non c’è niente come la famiglia, appunto. Tanto vale sostenerla, anzichè vituperarla o deprecarne la debolezza: “La Chiesa pertanto si impegna a sostenere i genitori nel loro ruolo educativo, promuovendone la competenza mediante corsi

Qual è il contributo specifico che la famiglia può offrire nell’ambito della trasmissione della fede alle giovani generazioni e all’intera comunità cristiana?

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rischio, nella libertà, nella sua esposizione: nei gesti impliciti nel rispondere alla vita che ci interpella in tante forme. L’erosione del consenso su quali idee trasmettere diminuisce la capacità del mondo adulto di comportarsi autorevolmente e quindi compromette la transizione generazionale dei valori, anche in vista di una loro revisione critica. Per questo è richiesta una rinnovata elaborazione del senso ed una consapevole assunzione della responsabilità adulta e genitoriale. Qualche decennio fa la carta di presentazione dell’eredità era l’autorevolezza di colui che la consegnava. Ora non è più sufficiente. Chi consegna deve garantire non più mediante “la sua persona”, ma con le “ragioni”. Le nuove generazioni sono state invogliate a

problematizzare, a chiedere perché. Il dramma è che spesso chi deve passare il testimone ha perduto le ragioni del suo comportamento. Non si tratta più semplicemente di portare con sé un bagaglio e consegnarlo, poiché questa consegna avviene in un orizzonte nuovo. Tutto comincia in famiglia. Occorre immaginare alleanze che non vengano vissute come intrusioni interessate; riavviare la conversazione sui valori fondanti a partire dai quali la famiglia esercita la propria responsabilità educativa, la propria inevitabile vocazione a consegnare un mondo, offrire un linguaggio, un senso della vita, senza sottintendere un’opera di proselitismo. Perché lo facciamo? Perché nei processi generativi ne va dell’umano.

Famiglia e iniziazione cristiana

’attuale contesto sociale, contrassegnato da rapidi mutamenti, ha messo in discussione la struttura, le funzioni e il significato stesso della famiglia. I profondi mutamenti che l’hanno investita pongono nuovi interrogativi e aprono prospettive educative. Il passaggio dalla famiglia normativa alla famiglia affettiva ha favorito un rapido mutamento delle strategie di socializzazione e di educazione dei figli. Si sono modificate le relazioni e i vissuti, è cambiato il ruolo materno e paterno, si sono trasformati i rapporti tra le generazioni. Nonostante tali cambiamenti, la famiglia rimane il contesto primario e insostituibile per l’educazione delle giovani generazioni. Perché, come ci ricordano gli Orientamenti Pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, “Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti: insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato”. Per questo compito delicato e decisivo, la Chiesa “si impegna a sostenere i genitori nel loro ruolo di educatori, pro-

muovendone le competenze mediante corsi di formazione, incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno”. Il primato riconosciuto alla famiglia nell’ambito dell’educazione deve essere accompagnato dal sostegno che le comunità parrocchiali possono offrire. La parrocchia può diventare il luogo da cui partire per tessere quella rete di solidarietà e di sostegno che supporti la famiglia, alimentando la comunicazione e lo scambio reciproco per l’avvento di una comunità educante. Una risposta concreta al bisogno educativo delle giovani generazioni è data dalla capacità degli adulti (in famiglia, in parrocchia, nella società) di stabilire una comunicazione educativa adeguata, in grado di promuovere la crescita umana e cristiana dei singoli soggetti e della comunità nel suo insieme.

La famiglia soggetto di evangelizzazione

Si tratta di dare valore al ruolo dei genitori affinché vivano da protagonisti il compito di trasmettere la fede, sottolineando in questo modo la soggettività della famiglia credente nel processo d’iniziazione cristiana. La famiglia, quindi, non più considerata come semplice destinataria, ma piuttosto come soggetto dell’evangelizzazione, perché “istituita dal sacra9


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova mento del matrimonio, la famiglia cristiana, come Chiesa domestica, è il luogo specifico e il primo soggetto nella trasmissione della fede e nella formazione della persona umana secondo i valori del Vangelo. Imitando Cristo, tutta la Chiesa deve dedicarsi a sostenere le famiglie nella catechesi dei bambini e dei giovani”. La definizione della famiglia come Chiesa domestica permette di superare la contrapposizione tra famiglia oggetto di pastorale e famiglia soggetto di pastorale, mettendo al centro la sua natura di “soggetto sacramentale - base della Chiesa” (FC, 49). La famiglia, soggetto primario della comunità ecclesiale, “è Chiesa, e rende presente la Chiesa nel mondo”. La coppia, testimone dell’amore, porta il proprio contributo per fare della comunità cristiana una “famiglia di famiglie”, presente nella vita delle persone, vicina all’esperienza concreta, portatrice di speranza.

Il contributo della famiglia all’educazione alla fede

La famiglia è un contesto affettivo, di apprendimento e di esperienza in cui il soggetto costruisce la propria identità e la propria capacità di mettersi in relazione con gli altri. Rappresenta il luogo primario nel quale la persona può imparare a conoscere Gesù e vivere l’esperienza dell’amore. La famiglia può essere il luogo in cui si sperimenta e s’impara la tenerezza, la reciprocità, l’amore, il perdono. È attraverso queste sue qualità specifiche che essa può offrire alle giovani generazioni e alla comunità cristiana nel suo insieme un contributo insostituibile. Attraverso l’esperienza concreta delle relazioni familiari è possibile vivere l’esperienza di fede e imparare a conoscere il messaggio evangelico; nell’amore che abita il nucleo domestico è possibile riconoscere il riflesso dell’amore di Dio. Benedetto XVI ci aiuta a comprendere come “la rivelazione biblica sia espressione di una storia di amore, la storia dell’alleanza di Dio con gli uomini. Ecco perché la storia dell’amore e dell’unione tra un uomo e una donna nell’alleanza del matrimonio è stata assunta da Dio come simbolo della storia della salvezza. Proprio per questo l’unione di vita e di amore basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, che costituisce la famiglia, rappresenta un insostituibile bene per l’intera società [...]. La famiglia, cellula di comunione a fondamento della società, è per i credenti come una piccola Chiesa domestica chiamata a rivelare l’amore di Dio al Mondo”.

Battesimi Botticino Sera 8 settembre 2013

La famiglia luogo dove s’incontrano fede e vita

La famiglia è il luogo concreto in cui può avvenire l’educazione alla fede. Le relazioni che prendono forma nel nucleo domestico, l’amore coniugale in essa testimoniato, la solidarietà tra le generazioni, rappresentano il vocabolario concreto con cui può dirsi l’annuncio ed è il terreno fecondo per quell’integrazione di fede e vita auspicata dai Vescovi Italiani negli orientamenti pastorali “Educare alla vita buona del Vangelo”: “La catechesi, primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua missione evangelizzatrice, accompagna la crescita del cristiano dall’infanzia all’età adulta e ha come sua specifica finalità “non solo trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la mentalità di fede, di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita”. Questo processo è il cuore della relazione che educa alla fede. Si tratta di far incontrare fede e vita: la vita intesa come luogo della rivelazione, la fede esperienza in grado di illuminare la vita. La trama delle relazioni familiari rappresenta un luogo privilegiato per questo incontro a partire dagli ambiti individuati dal Convegno Ecclesiale di Verona (la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione, la cittadinanza). “La vita familiare è il primo luogo in cui il Vangelo si incontra con l’ordinarietà della vita e mostra la sua capacità di trasfigurare le condizioni fondamentali dell’esistenza”.

Crescere insieme nella fede

I figli fanno la loro prima esperienza di Chiesa in famiglia. “La missione educativa della famiglia, come vero ministero per mezzo del quale viene trasmesso e irradiato il Vangelo, al punto che la stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo”. Tra Chiesa e famiglia c’è un rapporto di profonda reciprocità. La famiglia è parte di una comunità, che la precede e l’accoglie, dà radici alle biografie personali. Come la Chiesa è dono per la famiglia, così la famiglia è dono per la Chiesa. È la famiglia che permette alla Chiesa di inserirsi nel cuore dell’umanità come comunità “salvata” e “salvante”. “La Chiesa trova nella famiglia, nata dal sacramento del matrimonio, la sua culla e il luogo primario nel quale essa può attuare il proprio inserimento nelle generazioni umane e queste, reciprocamente, nella Chiesa”. Questi sono i presupposti non solo per educare alla fede le nuove generazioni, ma anche per edificare la comunità. La capacità di interrogare le ragioni del proprio agire permette alla comunità cristiana di rimanere fedele alla propria tensione formativa, promuovendo sia la vita di fede sia la crescita delle persone nella loro integralità. A tal fine è indispensabile costruire alleanze educative che favoriscano la positiva interazione tra le diverse realtà educative presenti sul territorio, la famiglia e la comunità cristiana. La comunità educante si realizza quando gli adulti con responsabilità educative (genitori, sacerdoti, catechisti, operatori) insieme a bambini e ragazzi si mettono in gioco con la propria specificità per realizzare progetti di crescita e di cambiamento in cui adulti e minori, sono coinvolti in un processo di responsabilizzazione complessiva e reciproca. Si tratta di passare da una “pedagogia trasmissiva” a una 10

“pedagogia del discernimento”, da una comunicazione autoritaria, centrata sulla verità delle cose, a un accompagnamento educativo, centrato sulla ricerca della verità, sul viaggiare insieme, superando un modello pedagogico “scolastico” per accogliere un modello esistenziale, più vicino agli ambiti di vita della persona. In tale prospettiva, la relazione educativa accompagna il percorso evolutivo; i rapporti interpersonali non sono occasionali, ma finalizzati a scopi di sviluppo della personalità di coloro che entrano in reciproca relazione tramite lo scambio di conoscenze, di comportamenti, di affetti. L’aggettivo “educante” qualifica la comunità, ne designa una sua peculiarità: l’essere al servizio della crescita e dello sviluppo integrale della persona. Perché questo accada, è necessario che i genitori recuperino la propria responsabilità educativa, si facciano garanti di una promessa e di un debito nei confronti dei figli e dell’intera comunità. “La famiglia va dunque amata, sostenuta e resa protagonista attiva dell’educazione non solo per i figli, ma per l’intera comunità. Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che scaturisce dal sacramento del matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere segno dell’amore di Dio che si prende cura di ogni suo figlio. Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a diventare famiglia di famiglie”.

Viviamo un tempo favorevole, pur nella fragilità e incertezza. Quali passaggi sono oggi possibili a livello di pastorale familiare?

BattesimI a Botticino Sera 8 dicembre 2013

BattesimI a S.Gallo 20 ottobre 2013

Cambiamento di pensiero

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empo favorevole quello che viviamo, in cui sempre più si parla di genitori e di famiglia anche in ambito ecclesiale. Tempo favorevole perché la fragilità che contraddistingue il nostro vivere permette a tutti una ricerca autentica. Tempo favorevole quello di chi “inizia” alla vita, a un cammino di fede, perché ogni cominciamento rimette in movimento chi inizia e chi è iniziato. Dentro questa consapevolezza di vivere come comunità dei credenti ‘un momento opportuno per ricominciare a credere’ enumeriamo i passi in avanti che sono oggi possibili.

1.Il cambiamento dei linguaggi

Si sente dire molto spesso dai parroci, dai catechisti e a volte anche nei documenti ufficiali, che bisogna coinvolgere la famiglia nell’educazione alla fede, nell’iniziazione cristiana. Insieme a questa dichiarazione di principio s’insinua poi la lamentela che recita più o meno così: “i genitori non si lasciano coinvolgere, sono assenti, non partecipano”. Poiché il linguaggio indica molto di 11

più che un semplice insieme di parole per esprimere qualche cosa, manifesta invece uno stile, un modo di percepirci e di relazionarci, quest’espressione quasi normale nasconde invece altri significati. Coinvolgere vuol dire interessare, appassionare, implicare, trascinare qualcuno in qualche cosa che ci sta a cuore. C’è un soggetto che coinvolge e un altro che si lascia coinvolgere. Ci sono due libertà a confronto. Spesso dire che bisogna, che è necessario coinvolgere, nasconde un atteggiamento univoco, io coinvolgo, loro dovrebbero lasciarsi coinvolgere. Ma perché e da chi? La famiglia, come abbiamo visto, nella sua identità umana ha molto da offrire e molto da ricevere. Può coinvolgerci tutti e può essere coinvolta. È allora più opportuno parlare di cammino con i genitori, di catechesi con la famiglia. Dal semplice coinvolgimento, allora, alla piena corresponsabilità per ciò che è importante, per il bene più grande e vero da offrire ai più giovani della famiglia e quindi della comunità umana e cristiana. “I genitori primi educatori della fede dei figli” è un’espressione usata molto. Indica un principio vero ma astratto. Si parla invece più adeguatamente


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova di comunicazione dell’esperienza di fede che viene vissuta fa della relazione un canale comunicativo privilegiato. Chi ci raggiunge attraverso messaggi sa che ci tocca e ci proin famiglia e di educazione di tutti quei presupposti umani necessari per una ricerca vera e un’adesione personale al Dio voca. Le relazioni famigliari in genere sono relazioni di affetto reciproco e sono significative. Questo canale privilegiato ci fa dire di Gesù Cristo. che l’iniziazione ha urgenza di questo tramite comunicativo e lo La trasformazione dei codici comunicativi Prendere sul serio il “sì” cordiale alla famiglia, che la Chie- accoglie sempre più per introdurre alla fede e alla vita cristiana. Il codice narrativo: da sempre la Chiesa ci trasmette il grande sa incoraggia da più parti e a più voci, vuol dire anche lasciaracconto della storia della salvezza. Narrare fa bene. Il linguaggio re che alcuni codici comunicativi si trasformino. Ci sentiamo, in quest’occasione, di poter riaffermare l’ef- narrativo è ricco di suggestioni e ha una sua grammatica particolaficacia vitale di quelli che abitualmente si declinano nella re che in famiglia s’impara gradualmente. Le narrazioni famigliari introducono i racconti biblici e sono capaci di far immergere nella vita famigliare e in quella quotidiana: Il codice simbolico comunica in modo immediato e rimanda storia chi ascolta; una strada privilegiata per il racconto della fede a molto altro. Il bambino lo assorbe nella vita quotidiana. La di- inizia a trovare spazio e parola nella vicenda famigliare. Allora, dire che la famiglia inizia è dire che aiuta a trovare quemensione simbolica è dentro l’esistenza. È qualche cosa d’inerente alla natura dell’uomo anche nelle sue primissime fasi di vita: è sti irrinunciabili canali comunicativi e permette di far arrivare una notizia buona e bella a coloro che sono parte del genere umano. inscritta nella nostra stessa vita. Il linguaggio simbolico è aperto a più significati. Non si appiatti- I codici comunicativi che abbiamo indicato veicolano anche un sce, ma indica una ricchezza di elementi e di aspetti: è polivalente modello di persona che non solo riceve, ma che, mentre riceve, e qualche volta è ambivalente. La comunicazione simbolica non può offrire, una persona considerata nella sua globalità per aderire è frutto di un’operazione intellettuale, ma è dentro l’esperienza aperta e libera a una proposta che non s’impone con la forza del perché accade nel reale e ha bisogno di storia, di espansione nella ragionamento, ma si propone come significativa per la vita. relazione. In famiglia il simbolo entra nella vita e la vita manifesta tutta Il contagio reciproco la sua forza simbolica. Per esempio, il cibo o la casa, la notte o il Il terzo aspetto che sembra utile evidenziare è che tra Vanrisveglio, la luce e l’abbraccio, la crescita e la cura, dicono della vita gelo e famiglia si può realizzare una reciproca osmosi, quasi e di Dio. Parlano di noi e comunicano oltre noi. Il Vangelo utilizza un contagio che indica come ogni realtà ha bisogno dell’altra. questo linguaggio che nella vita famigliare si fa evidente e parlante. • Il Vangelo s’incarna nella vita della famiglia, perché è Il codice affettivo/emozionale è un canale comunicativo molto nelle pieghe della vita quotidiana che Dio si manifesta forte. Tutti noi accogliamo messaggi se e quando chi ce li comue diventa un Vangelo, cioè una notizia che fa bene alla nica manifesta che ci vuol bene, che prova affetto e attenzione per vita. Nelle relazioni reciproche, nella cura per i più picnoi. Ogni parola per essere accolta deve toccare tutta la nostra esicoli e per i più fragili e anziani, nei gesti quotidiani delstenza non solo la mente e la ragione, anche il cuore, la volontà e la preparazione del cibo, dell’accoglienza di un ospite, tutta la vita. Quello che comunichiamo vibra nel tono della voce, dell’insegnare a camminare, i genitori e i figli vivono in si esprime attraverso lo sguardo, i gesti, la posizione del corpo; tutmodo non ancora esplicito ciò che ha vissuto e fatto to questo è naturale in famiglia. Il codice relazionale è quello che Gesù. • La famiglia è nel Vangelo, perché quando Gesù ci comunica l’amore di Dio, parla di Padre e madre. Quando ci annuncia il Regno, parla del lievito e del seme. Per ricordarci la promessa di vita che c’è per ogni uomo, descrive una cena e una festa di nozze. Per presentarci la cura di Dio per ogni figlio ci parla di abbracci, di una donna che cerca, di figli che chiedono libertà. Questa reciproca contaminazione è portatrice di vita e di vita che ha il sapore del Vangelo: è solo necessario portarla a coscienza reciproca. L’evangelizzazione, anche quando avviene in comunità, acquisisce uno stile famigliare, che fa propri altri canali comunicativi più specifici dell’ambito famigliare e così la vita quotidiana all’interno dei nuclei famigliari prende coscienza dello stile evangelico che le è proprio e Consegna dellla Bibbia che Gesù ha fatto brillare incarnandosi alle famiglie del IV anno ICFR nella nostra storia umana. Botticino Mattina 24 novembre 2013

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Genitori e catechisti possono divenire compagni di strada per i bambini, i fanciulli, i giovani. Così nasce una feconda sinergia tra famiglia e parrocchia.

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appiamo molto bene come il generare alla vita, per due genitori, non si limiti al semplice atto della procreazione. La decisione del generare comporta una responsabilità che va oltre l’atto in sé. È un prendersi cura, senza scadenze temporali, di colui che nasce, assumendone consapevolmente gli oneri conseguenti. Ed è in questo senso che la famiglia esercita la sua piena generatività. Nel capitolo 4 degli orientamenti pastorali della Chiesa italiana per questo decennio, dal titolo: Educare alla vita buona del Vangelo, si mette al centro la comunità educante evidenziando il ruolo primario che spetta, in particolare, alla famiglia. Essa infatti resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso con la trasmissione della vita originale. È un compito imprescindibile, vincolante e non sostituibile, nel senso che non può essere delegato ad altri, né può essere surrogato con compiti di diversa natura. Anche l'educazione alla fede avviene nel contesto di un vissuto concreto e condiviso. La fede non può essere un'esperienza solitaria, ma inizia e si sviluppa in un ambiente di socialità di cui la famiglia costituisce il primo nucleo, entro il quale può essere maturata una reale esperienza. I figli vivono all’interno di una rete di relazioni educanti che, fin dai primi anni di vita, ne segnano la personalità futura e contribuiscono a delineare l’immagine di Dio. Da qui l’importanza che i genitori s’interroghino sul loro compito educativo in ordine alla fede, ponendosi alcune domande fondamentali: "Qual è la nostra esperienza religiosa?", "Quale immagine di Dio abbiamo e come la trasmettiamo ai nostri figli?", "Come viviamo la fede in famiglia?", "Quale esperienza cristiana sperimentano i nostri figli?", "Come li educhiamo alla preghiera?".

Iniziare alla vita e alla fede Una relazione permanente

Queste domande richiedono risposte fatte non tanto di parole e teorie, quanto piuttosto di segni tangibili, capaci di testimoniare l'accompagnamento concreto dei genitori verso i figli. Infatti, come ha affermato con tutta chiarezza papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus caritas est, non si diventa cristiani perché si aderisce a una dottrina e neppure perché si accetta un codice etico, ma perché si realizza un incontro personale con Dio e con il Signore Gesù, s’istaura una relazione permanente, che permette allo Spirito Santo di plasmarne la vita. È questa relazione, che consente al Padre e al Signore Gesù di influire profondamente sulla persona che decide di aprirsi al loro cospetto, che genera alla vita della fede, quella fede che, secondo il linguaggio di san Paolo, giustifica. Una dottrina si può insegnare, un codice etico si può trasmettere e persino imporre, ma l’incontro e la relazione trasformante può essere solo frutto di un processo d’iniziazione. È così che l’iniziazione alla vita cristiana, soprattutto in età particolari, come quella primaria, che va da zero a sei anni, può avvenire solo attraverso la trama delle relazioni famigliari. L’iniziazione, infatti, avviene mediante uno stimolo provocato dall’iniziatore, nel nostro caso dai due genitori, verso cui l’iniziando ha un’apertura di totale fiducia. In questo modo il rapporto con Dio e con Gesù, che l’iniziato, nell’intimo della sua giovane età, vive, viene mediato dall’azione dei genitori, dai quali promana, dunque, l’offerta della prossimità divina, l’appello ad aprirsi ad essa e la proposta di un modello iniziale su come gestire l’incontro e la relazione che ne conseguiranno. È opportuno, poi, ricordare che i genitori sono privilegiati nel loro ruolo d’iniziatori alla vita cristiana in quan13

to la loro opera educativa non solo è radicata nella partecipazione all'opera creatrice di Dio, ma trova una nuova e specifica sorgente nel sacramento del Matrimonio, che li consacra all'educazione propriamente cristiana dei figli, li chiama cioè a partecipare alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di Cristo Pastore, come pure all'amore materno della Chiesa, e li arricchisce di sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana. Dal sacramento del Matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri.

Non solo iniziatori ma anche iniziati

In un’opera d’iniziazione alla vita cristiana, tuttavia, a essere iniziati non sono soltanto i figli, ma anche gli stessi genitori. Infatti, la nascita di un figlio e la scelta di battezzarlo possono essere intese da parte dei genitori come un dono di Dio Padre, nonché come espressione del Suo desiderio, di far comunione con loro; ma anche negli anni successivi, con il cammino d’iniziazione alla vita cristiana, soprattutto attraverso la celebrazione dei sacramenti, i figli diventano comunicatori di fede e facilitatori di fede dei genitori. Un catechista o un parroco sanno bene che proprio questa fase dei figli in età evolutiva e le celebrazioni dell’iniziazione cristiana diventano, per tutti quei genitori che si erano allontanati dalla pratica religiosa, un forte e non trascurabile richiamo. I bambini, infatti, esprimono una naturale trasparenza verso Dio, una spontanea apertura che, se protetta da una società che riduce tutto a consumo, può provocare gli adulti e indurli a recuperare quel desiderio di purezza, di limpidezza che apre alla dimensione del senso di Dio.


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova I compiti della comunità

Certo, i genitori, nell’adempimento del loro difficile compito, non devono essere soli, ma vanno sostenuti dalla comunità cristiana che trova la sua espressione più prossima nella parrocchia. È la parrocchia (e in essa gli adulti) che deve sentirsi corresponsabile dell'educazione dei bambini e dei ragazzi e quindi offrire ai genitori il supporto necessario perché essi diventino sempre più capaci di generare alla fede. Non solo, un adulto che vuol intraprendere o ricominciare un cammino di fede, ha diritto ed estremo bisogno di un luogo comunitario, in cui condividere le domande, i dubbi, i traguardi raggiunti e sperimentare la fede. L’integrazione famiglia-parrocchia è indispensabile per quanto riguarda la cura e la trasmissione della fede. I genitori vanno aiutati con delicatezza e rispetto, affinchè l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto li raggiunga perso-

nalmente, risvegliando in loro la fede, o sorreggendola dove è più fragile. Ma si tratta anche di farsi co-testimoni di altri credenti per mettersi con loro alla ricerca di una qualità alta della vita cristiana. Sotto tale profilo, ogni parrocchia è chiamata in questi ultimi anni a investire maggiormente nella formazione degli adulti e, quindi, negli accompagnatori degli adulti, dedicando una particolare attenzione al cammino d’iniziazione cristiana dei genitori. Una buona prassi che sta nascendo in tante diocesi italiane è quella di offrire occasioni di formazione agli stessi accompagnatori dei genitori, perché comprendano la fisonomia degli adulti, conoscano il metodo di apprendimento di un adulto e acquisiscano le abilità necessarie a offrire cammini capaci di far intravedere nel Vangelo una proposta plausibile e desiderabile per l’oggi.

La famiglia quella di carne

Si è immaginata spesso una famiglia che non esiste. È dentro una storia umanissima fatta di tavola, di corpo, di lavoro, di denaro che il Regno si compie

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a famiglia è l'oggetto fondamentale dell'evangelizzazione e della catechesi della Chiesa, ma essa è anche il suo indispensabile ed insostituibile soggetto creativo. Così si espresse Giovanni Paolo II nel suo discorso di apertura del Sinodo sulla famiglia, tenutosi nel settembre del 1980. Un intervento coraggioso che, a distanza di oltre trent’anni da quando venne pronunciato, costituisce ancora motivo di riflessione e di stimolo. Parlare della famiglia come soggetto creativo ha, evidentemente, una portata ampia e carica di conseguenze. Se

la famiglia non è solo un settore della pastorale, ma un soggetto fondamentale per la vita e la missione della Chiesa, da questo deriva necessariamente una modalità nuova di pensare la pastorale e il ruolo della famiglia. Già parecchio tempo prima, il documento della CEI del 1969 Matrimonio e famiglia oggi in Italia sosteneva la necessità che la famiglia divenisse il centro unificatore dell’azione pastorale. Intuizione persa per strada se durante la stagione del Progetto culturale della CEI si è arrivati a considerare il cosiddetto "capitale sociale familiare" soprattutto sul versante antropologico, indirizzando la riflessione sulla famiglia per lo più su una direttrice etico - politica, considerandola come oggetto di pastorale. Oggi, dicono in tanti, occorre recuperarne anche la direttrice di piena soggettività e corresponsabilità nelle strutture della Chiesa locale. Il passaggio, sostengono, è dalla famiglia come oggetto o soggetto supplente (famiglia in funzione della comunità e dei suoi compiti) alla famiglia come Chiesa in miniatura, con missione propria e specifica 14

(non per supplenza o per delega), fondata sul sacramento del Matrimonio (Sacramento sociale accanto al Sacramento dell’Ordine).

Attenti alla retorica

Eppure, affrontando questo tema, occorre stare attenti alla retorica, sempre abbondante e sempre in agguato quando si parla della famiglia, nella comunità civile come in quella ecclesiale. La pastorale corrente fino ad oggi si dimostra largamente inadempiente per rapporto ai compiti che ad essa obiettivamente s'imporrebbero nei confronti della famiglia. Più precisamente, le molteplici iniziative promosse, che certo sono state promosse a tale riguardo nella vicenda recente del cattolicesimo (a procedere dai famosi gruppi di spiritualità familiare), sembrano rimanere assai episodiche e marginali rispetto ai trend di fondo della pastorale complessiva, i quali di fatto fondamentalmente ignorano la famiglia stessa. Alla radice di un tale difetto sta soprattutto la persistente mancanza di approfondimento culturale e teologico del tema della famiglia." Come a dire, a fronte di molta enfasi e di grandi apprezzamenti per la famiglia, non pare corrispondere una tradizione del pensiero teologico proporzionalmente elaborata. D’altronde, è evidente che manchi un’esplicita teologia

della famiglia. E quando la comunità cristiana ha cominciato a occuparsene, almeno dal punto di vista della riflessione, è parso che fosse soprattutto per un’improvvisa e ineludibile "emergenza pastorale". L’esito ha generato orientamenti pastorali disparati e a volte contraddittori. In alcuni casi si è immaginata una famiglia che non esiste, replicando modelli e modalità di spiritualità concretamente improponibili. Pastoralmente, dunque, andrebbe speso un po’ di tempo in più a comprendere a fondo la recente vicenda civile della famiglia e i problemi che essa pone alla coscienza cristiana.

La famiglia, quella di carne

Lo sentiamo ripetere sino alla noia: l’azione pastorale coinvolge l’intera comunità cristiana e s’incarna nel cercare l’incontro con tutti gli sposi e tutte le famiglie nel tessuto della vita di ogni giorno tra le gioie, i drammi e le speranze che lo segnano. Se la famiglia "rappresenta uno snodo obbligato per rifare il tessuto delle comunità ecclesiali e della società" (Direttorio di Pastorale familiare n.22), l’impressione, guardando le nostre comunità cristiane, è che molto resta da fare. Cominciando, anzitutto, a riconoscere la famiglia per com’è, nella sua reale concretezza, fuori da ogni illusione o idealità, senza rimpianti nostalgici di famiglie di tempi passati. Una famiglia che non può essere sempre e solo strumentalmente utilizzata ed esibita ideologicamente, ma che va ascoltata, accompagnata, accolta; una famiglia riconosciuta nella normalità della vicenda umana, non sovraccaricata né enfatizzata. Inoltre, è urgente recuperare una soggettività propria della famiglia all’interno della Chiesa, che non può dipendere solamente dalla sensibilità o dal carisma del singolo sacerdote. Del resto, è lo stesso Direttorio che individua nella famiglia il centro unificante dell’azione pastorale e ricorda come ogni atto promosso dalla Chiesa abbia conseguenze positive o negative sulla famiglia. Fedele a questo mandato, la pastorale familiare non può limitarsi alla promozione delle iniziative che tradizionalmente le competono, ma deve adoperarsi per sostenere in tutti i settori della pastorale questa rinnovata modalità di approccio alle persone e alle situazioni per incontrare ogni famiglia.

Verso una Chiesa tutta mini- e le cose, il lavoro e la festa, l’educazione e la cura, il territorio e la città. Loro disteriale

Forse è venuto il momento di far camminare (a cinquant’anni dal Concilio) le nostre comunità verso una "Chiesa tutta ministeriale" e creare le condizioni perché la famiglia possa porsi a servizio dell’insieme. Solo in questo modo sarà possibile che la comunità sia capace di valorizzare l’apporto della famiglia. Perché questo accada, occorre aiutare le coppie cristiane a ritrovare il valore proprio della loro testimonianza evangelica, a riscoprirsi capaci di ragionare sul loro stato di vita, per chiedersi come sia possibile realizzare una vita cristiana che vada oltre i modelli monastici o presbiterali, ma attraversi, con passione e fede, anche la carne, dentro una prospettiva di matrimonio che non sia solo "il rimedio alla concupiscenza". C’è stato il Vaticano II, molti gruppi di spiritualità familiare, documenti che stanno balbettando, ancora troppo faticosamente, una dignità propria e specifica della vocazione matrimoniale, teologi che, sottolineando il carattere secolare della famiglia, parlano di "clericalizzazione" della famiglia che trova nell’immagine della "piccola Chiesa" la sua espressione più evidente e diffusa. Non dimentichiamolo: è il matrimonio cristiano in sé che arricchisce la vita della comunità ecclesiale; è la vita familiare vissuta da credenti che è in sé un dono alla comunità cristiana. La stessa questione - importante - della ministerialità va riletta alla luce dell’ecclesiologia di comunione post - conciliare. Nell’ecclesiologia gerarchizzata di qualche decennio fa (smontata teoricamente ma intatta ancora in molti programmi pastorali) il ruolo dei laici e delle coppie appariva del tutto secondario. Oggi sappiamo che i ministeri sono tutti ugualmente necessari alla Chiesa: sia quelli qualificati dal Sacramento dell’Ordine, sia i ministeri che manifestano, a partire dal Battesimo, il sacerdozio regale, profetico e universale dei fedeli "non ordinati". Sono le famiglie che, in questi anni, hanno raccontato alla comunità cristiana che luogo del sacramento e dell’azione ministeriale non è solo la Chiesa, ma il corpo e la tavola, il letto e la casa, il denaro 15

cono con forza, a una Chiesa affaticata, che, oggi più che mai, la riflessione teologica sulla coppia deve privilegiare la dimensione antropologica. Certo, il senso dell’esperienza familiare - e dunque la promessa e il comandamento in essa iscritti - deve essere identificato in ultima istanza con il Vangelo di Gesù. E tuttavia questa verità cristiana della coppia può essere riconosciuta ed espressa soltanto dentro la loro storia umanissima; non, invece, quasi "applicando" a essa canoni di un amore cristiano in ipotesi, noto a prescindere dalla coppia stessa. D’altronde, l’amore cristiano non può essere detto se non a procedere dalle evidenze aperte e rivelate dalle forme concrete di prossimità umana. Solo quando una famiglia diventa ogni giorno accogliente del nuovo che entra, del passo inedito che le è chiesto, della gratuità senza ricatti e condizioni, rende presente e fa procedere il regno di Dio. Ed è quello che silenziosamente moltissime famiglie cristiane cercano di fare ogni giorno.


DAL MONDO

La Chiesa nelle Filippine

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a fatto scalpore, a fine agosto, la partecipazione del cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, a un’imponente marcia di protesta svoltasi nel cuore della capitale filippina. Obiettivo della manifestazione era quello di modificare una legge che permetteva ai politici locali di usare una quota di fondi del bilancio statale a favore dei territori di provenienza dei deputati; un meccanismo che, gestito con logiche clientelari, è via via degenerato producendo sprechi colossali e scandali, a tal punto da suscitare la sacrosanta indignazione della società civile.

Un cardinale mischiato alla folla

Quando carità e giustizia vanno a braccetto

Accanto all’assistenza diretta ai poveri, però, la Chiesa filippina ha maturato negli anni una solidarietà via via più matura, che ha portato a un salto di qualità: dalla risposta ai bisogni alla lotta contro le cause dell’emarginazione, della povertà e via di questo passo. Già, perché carità e giustizia vanno a braccetto. E una solidarietà che si limitasse a “tamponare” le situazioni critiche non sarebbe credibile né, alla lunga, efficace. Alcuni esempi simbolici in tal senso. È rimasta celebre, alcuni decenni or sono, la mobilitazione per i diritti dei dipendenti di un importante birrificio nel quartiere Tondo di Manila. Il proprietario, cattolico e molto devoto, non era, però, altrettanto attento alla qualità della vita dei suoi operai; ragion per cui alcuni operatori pastorali furono tra i promotori di scioperi e rivendicazioni, a costo di essere poi bollati, come puntualmente accade, alla stregua di pericolosi rivoluzionari. È un destino, questo, comune a tanti impegnati in prima linea con gli ultimi. Padre Fausto Tentorio, missionario del Pime, è stato ucciso il 17 ottobre 2011 per la sua attività a favore dei tribali manobo, minacciati dallo sfruttamento delle miniere. Era finito nel mirino dei militari, secondo i quali il missionario avrebbe avuto legami con i ribelli dell’NPA (New People’s Army), che più di una volta avevano elogiato la sua attività. In realtà, durante i suoi anni di missione, Tentorio ha sempre denunciato i crimini dei maoisti che utilizzano la questione-tribale per condurre la loro battaglia ideologica contro l’esercito e il governo di Manila. Qualche anno prima, esattamente il 19 giugno 2006, la comunità cristiana di Kidapawan, nell’isola di Mindanao, era rimasta molto scossa per l’omicidio di una giovane coppia, George e Maricel Vigo, genitori di cinque figli, a lungo collaboratori della diocesi. La loro colpa? Essere cattolici impegnati nelle questioni sociali, che – agli occhi dei potenti locali – equivale automaticamente a simpatizzare per i ribelli.

Possiamo considerare la figura del cardinale Tagle, mischiato alla folla in marcia, come da un’icona della Chiesa filippina: una Chiesa che sta in mezzo alla gente, dalla parte del popolo. È così oggi, è stato così ieri: la celebre “rivoluzione dei rosari”, che spazzò via la dittatura di Marcos a metà degli anni Ottanta, non si sarebbe certo realizzata senza l’enorme contributo – in termini di coscienza civile, rivendicazione dei diritti, lotta per la giustizia – dato dalla Chiesa cattolica. Ci soffermiamo proprio su questa dimensione popolare della Chiesa filippina, sul suo impegno sociale a 360 gradi, sulla capacità di compromettersi con gli ultimi nelle più diverse situazioni. Va detto, in verità, che la disponibilità a giocarsi per i poveri, a condividerne lo stile, a “fare causa comune” con loro, non è un’acquisizione compiuta una volta per tutte, né è possibile affermare che tutto il clero filippino testimoni un impegno pastorale di questo tenore. Negli ultimi decenni, tuttavia, la presenza di molti missionari coraggiosi e tenaci nell’opzione preferenziale per i poveri, ha portato la Chiesa locale a maturare una sensibilità specifica su questo aspetto decisivo della testimonianza cristiana. Oggi non v’è diocesi filippina dove non siano presenti servizi di vario genere per le categorie più vulnerabili della popolazione. Specie nelle aree più remote, le scuolette o i presidi sanitari gestiti dalla Chiesa rappresentano spesso l’unico punto di riferimento per fasce di popolazione che altrimenti sarebbero dimenticate. Così come, in occasione di calamità naturali (lo si vede puntualmente con l’arrivo di tremendi tifoni che seminano disastri e morte), le molteplici La difesa dell’ambiente organizzazioni che fanno capo alla Chiesa sono mobilitate al mas- Insieme con la deforestazione selvaggia del territorio e l’inquinamento, la lotta contro lo sfruttamento minerario sconsiderato simo per dare soccorso a chiunque si trovi in difficoltà. 16

Una Chiesa che sta in mezzo alla gente, si schiera, si espone per i diritti dei deboli: ecco la fisionomia della comunità cristiana nelle Filippine arcivescovo di LingayenDagupan. Da anni è impegnato in una lotta senza quartiere contro le scommesse e i giochi d’azzardo. In un’intervista ad AsiaNews ha dichiarato di aver subito continue minacce di morte. Ma lui non arretra: «Gesù Cristo è stato ucciso per aver detto la verità, perché la Sua verità afferma con forza i valori dell’umanità intera e promuove la giustizia sociale. La verità dà forza ai deboli, coraggio ai timidi e una direzione a chi non sa dove andare». Il bersaglio principale della lotta del vescovo è il jueteng, il più comune gioco d’azzardo delle Filippine: un fenomeno nazionale che muove un giro d’affari di oltre 13 miliardi di pesos (oltre 185 milioni di euro) l’anno, gestito da una “sporca dozzina” di imprenditori senza scrupoli che si sono spartiti le province del Paese e che fanno di tutto per proteggere i loro interessi. Monsignor Cruz non è solo: di recente sette vescovi cattolici hanno preso una ferma posizione contro i casinò come “porta della corruzione”, chiedendo al presidente Aquino di fermare la diffusione di nuove case da gioco nel Paese. Purtroppo il gioco d’azzardo (una piaga della cui gravità ci stiamo cominciando ad accorgere anche in Italia) è molto diffuso nel Paese, sia tra i poveri che nelle classi alte della società. Abbiamo iniziato questo viaggio nella Chiesa filippina partendo dal suo più noto esponente attuale, il cardinale Tagle, e vogliamo concluderlo di nuovo con lui, perché è una figura di straordinaria attualità. A detta di quanti lo conoscono, si distingue per il suo tratto umano molto semplice, assai comunicativo; ai suoi seminaristi, quand’era vescovo di Imus, era solito dare il proprio numero di cellulare per poter parlare insieme del loro percorso formativo. All’ultimo conclave il cardinale Tagle è stato additato da tanti come il più accreditato tra i “papabili” asiatici. Non c’è da meravigliarsi: l’arcivescovo di Manila, uno dei più giovani porporati al Contro le scommesse e le case da gioco Schierarsi accanto ai poveri, difenderne i diritti, denunciare in- mondo, è una figura che ben si inserisce nel solco della “Chiesa giustizie, affari loschi e connivenze sospette espone al pericolo di di Francesco”, in quella nuova modalità comunicativa che il Papa “dalla fine del mondo” ci sta insegnando, giorno dopo giorno, ad essere presi di mira dai potenti. Un altro che ha provato sulla sua pelle cosa significhi pagare il apprezzare. prezzo della propria testimonianza è monsignor Oscar V. Cruz,

è indubbiamente uno dei fronti di impegno più scottanti su cui è attiva la Chiesa filippina. Le Filippine, infatti, hanno una ricchezza enorme nel sottosuolo (il valore economico potenziale del settore si aggira intorno agli 840 miliardi di dollari). La posizione della Chiesa su questo tema è che le Filippine possano e debbano sfruttare tale opportunità in modo adeguato, creando progetti sostenibili e, con il ricavato, sviluppare le popolazioni indigene residenti nei luoghi di estrazione. In genere, però, prevalgono ben altri obiettivi. Ne sa qualcosa padre Edwin Gariguez, segretario della Caritas filippina, il quale, proprio per la sua dedizione alla difesa dell’ambiente e delle popolazioni che l’abitano (gli indigeni di Mindoro nella parte nord occidentale del Paese), nel 2012 ha vinto il Goldman Environmental Prize. «Come sacerdote cattolico – ha dichiarato in occasione della premiazione – quello che ho fatto in questi anni è parte della mia missione a servizio dei poveri e degli emarginati. Ho dedicato tutto me stesso allo sviluppo e alla difesa dei diritti delle popolazioni indigene, agricoltori e pescatori». La sua è una storia emblematica. Padre Gariguez inizia la sua campagna contro le società minerarie alla fine degli anni Novanta, quando la compagnia norvegese Intex apre, con l’okay del governo, una miniera di nickel in un’area protetta abitata dagli indigeni Mangyan. Insieme ai leader locali e a personalità della Chiesa cattolica fonda la Alliance Against Mining. Nel 2002 il governo locale vota una moratoria sulle miniere presenti nell’isola, ma la Intex continua con le sue estrazioni. Per costringere la compagnia a interrompere la sua attività, il sacerdote si reca in Norvegia, dove incontra di persona alcuni parlamentari e azionisti della società. Con l’aiuto di un’Ong norvegese deposita una denuncia all’Organizzazione Onu per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nel 2009, poi, organizza uno sciopero della fame di 11 giorni davanti al Dipartimento nazionale per l’Ambiente e le risorse naturali, che spinge i funzionari ad aprire un’indagine sulle violazioni ambientali della società. I risultati dell’inchiesta costringono l’azienda a chiudere in modo definitivo nel 2010. Non è un’azione priva di rischi e problemi, anzi, a causa delle numerose proteste e sitin, diversi membri del gruppo hanno ricevuto minacce di morte: uno di loro è stato assassinato nel febbraio 2010.

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IL CONCILIO DAVANTI A NOI

Non un monumento ma un’azione dello Spirito D

opo 50 anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il Concilio?». A porre queste domande è stato, poche settimane dopo la sua elezione, Papa Francesco. Il Pontefice risponde «no», il Concilio è rimasto largamente inapplicato. Dunque il Concilio Vaticano II ha rappresentato un’occasione storica per una grande rivoluzione ecclesiastica, che, però, non si è ancora del tutto concretizzata. Grazie allo spirito conciliare, la Chiesa si è aperta al mondo, ma numerosi passi avanti devono essere ancora compiuti. «Festeggiamo – ha detto – questo anniversario, facciamo un monumento, ma che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore».«Succede lo stesso – ha affermato il Papa – anche nella nostra vita personale»: infatti, «lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica», ma noi resistiamo. «Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore: la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo.Per dirlo chiaramente: lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti»

preti e i laici – ad esempio – o tra i preti e i vescovi); ma poi, anche a quelle tra i cattolici e i cristiani appartenenti ad altre tradizioni, o tra i cristiani e i membri di altre religioni. Non solo: con il Concilio, sono andate ridefinendosi pure le relazioni della Chiesa con la cultura moderna, la scienza e le istituzioni statuali. La nota ricorrente nei testi conciliari è il richiamo al dialogo, allo scambio, all’ascolto, alla collaborazione. Infine il magistero conciliare presenta in una prospettiva dinamica e comunionale il rapporto tra Dio e il genere umano.

Il Concilio Vaticano II ha inaugurato uno stile proprio e nuovo. Il Concilio Vaticano II si distingue dagli altri per il suo stile, come hanno rimarcato i due papi che sono stati, a loro tempo, padri conciliari. Dando uno sguardo retrospettivo, Paolo VI osservava che nel Concilio la Chiesa non aveva soltanto offerto al mondo il suo aiuto e i suoi strumenti di salvezza, ma essa l’aveva anche realizzato, reso reale, «e sta proprio qui una novità di questo Concilio, […] in una maniera che in parte contrasta con l’atteggiamento che ha segnato alcune pagine della sua storia, adottando ‘delle preferenze’ per il linguaggio dell’amicizia, dell’invito al dialogo.» Questa modalità d’espressione e questo stile, apparivano a Paolo VI come una caratteristica dell’assise conciliare. A sua volta, Giovanni Paolo II, intervenendo sul Concilio, da lui definito “la più grande grazia del ventesimo secolo”, nella lettera apostolica Tertio millenio adveniente (1994) diceva: «Questo nuovo tono, sconosciuto fino ad allora, con il quale il Concilio ha presentato le domande, costiUno stile segnato da parole nuove tuisce un annuncio di tempi nuovi. I Padri conciliari hanno parlato il linguaggio del Quali sono gli elementi più significativi del maVangelo, il linguaggio del Discorso della montagna e gistero del Vaticano II? Anzitutto il valore che esso attribuisce alle relazio- delle Beatitudini evangeliche». ni.In primo luogo all’interno della Chiesa (quelle tra i 18

Il Concilio è stato un evento suggerito dallo Spirito, resta in gran parte non attuato. Non è dunque una questione di scelta strategica. Assolutamente no. Basta vedere come di questi tempi nuovi di cui parla Giovanni Paolo II e prefigurati dal Concilio, la catechesi postconciliare ne abbia costituito, almeno in parte, la realizzazione. Da dove viene questo tono nuovo, segnato dal linguaggio dell’amicizia e del dialogo? Sbaglieremmo a pensare che sia una scelta strategica o l’adozione di una forma più consona con il presente, ispirata da un desiderio smodato di adattarsi al mondo moderno. Piuttosto, questa ricerca di un modus loquendi più adatto all’annuncio del Vangelo nasce da uno sforzo di guarigione che ha marcato la prima metà del XX secolo e che ha condotto a ridare valore alle Scritture. Come bene ha detto il Papa, ha messo i cristiani in contatto diretto con il linguaggio del Discorso della montagna e quello delle Beatitudini evangeliche. Così, nel profondo, è l’agire di Dio che comanda l’agire della Chiesa. Allo stesso modo, il linguaggio dell’amicizia e l’invito al dialogo sono da ricercare nell’agire di Dio, altro che strategia! Basta leggere il primo capitolo della Dei Verbum: Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Una scelta di fondo anche per la catechesi… L’immagine programmatica che il catechista deve contemplare è dunque la figura di Dio che, nel suo immenso amore, conversa e dialoga con l’umanità intera, rivolgendosi agli uomini come a degli amici. Il linguaggio dell’amicizia non è dunque un favore fatto all’oggi e l’invito al dialogo non rappresenta un nuovo modo, ma è profondamente radicato nell’agire di Dio. Se non andiamo nel profondo ritornando alle radici della pastoralità, lo stile del Concilio e il modo di parlare della Chiesa appariranno a molti come una moda passeggera, poco radicata nella tradizione cristiana e chiamata ad essere sostituita da una nuova, più adatta ai gusti del momento. E’ importante che la Chiesa torni a riflettere, a cinquant’anni dall’inizio, sul Concilio Vaticano II? L’amnesia è di per sé un male. Questo vale per un individuo, ma anche per un gruppo umano che viva senza conoscere le sue radici. Se possibile, tale principio è ancora più vero nel caso della Chiesa cattolica, la cui vita attuale non può essere disgiunta dalla tradizione di cui è depositaria: un Concilio, per prima cosa, ha appunto il compito di “riattivare” questa tradizione. Oggi, se la Chiesa si dimenticasse del Vaticano II, non avrebbe più un punto di riferimento. Inoltre, lo scopo del Concilio – come aveva indicato Giovanni XXIII nel discorso inaugurale Gaudet Mater Ecclesia – era quello di presentare la dottrina cristiana in una forma rispondente “a quanto è richiesto dai nostri tempi”. Questo obiettivo, perseguito all’epoca dai padri conciliari, corrisponde in un certo senso all’idea

di una “nuova evangelizzazione”, secondo l’espressione coniata più recentemente da Giovanni Paolo II. L’ idea di pastoralità. È l’idea del Concilio! Un modo di raccontare la vicenda cristiana che prende in considerazione il destinatario dell’annuncio evangelico e che, con questa novità, rinnova la forma d’espressione della dottrina in funzione di coloro che oggi ascoltano la Parola del Signore e nel contesto nel quale oggi vivono. Si tratta di lavorare pazientemente per elaborare una forma di presentazione della dottrina che meglio corrisponde alle esigenze della nostra epoca. Non si fa questo con lo scopo di inginocchiarsi davanti al mondo, ma per riconciliarsi con la bontà di Dio che si adatta alla condizione umana e che, seguendo le parole di Ireneo da Lione, «si è fatto Figlio dell’uomo, per abituare l’uomo ad impossessarsi di Dio e abituare Dio ad abitare nell’uomo, secondo il beneplacito del Padre». L’attenzione alla pastorale e la cura della forma di espressione della dottrina a seconda del destinatario e del suo contesto, trovano qui il loro fondamento. Continuando il suo sviluppo, Ireneo scriverà: «Ed è per questo che tale Spirito è disceso sul Figlio di Dio divenuto Figlio dell’uomo. Così, con lui, egli si abituava ad abitare nel genere umano, a risiedere nell’opera modellata da Dio; egli realizzava in essi la volontà del Padre e li rinnovava facendoli passare dalla loro vecchiezza alla novità del Cristo.» È vero che il Concilio Vaticano II si svolse nella cornice di una sensibilità moderna, che riconosceva a priori, senza esitazioni, la dignità e la centralità della persona umana. Oggi viviamo in una diversa epoca storica, ma rimane valida, in un contesto culturale mutato, la lezione di metodo della Gaudium et Spes: l’annuncio del Vangelo deve sempre avvenire a partire dagli interrogativi profondi, dalle esigenze, perfino dalle angosce dell’umanità destinataria di questo messaggio.

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IL CONCILIO DAVANTI A NOI

N

i passi in avanti da compiere gica del Vaticano II; il discorso ai delegati, con una citazione per esteso del Concilio e del papa che lo convocò. E poi fine dei barocchismi liturgici, degli orpelli e delle simbologie imperiali: il papa è papa non perché monarca, ma perché vescovo di Roma. E quelle brevi omelie nelle liturgie quotidiane a Santa Marta a tratteggiare il sogno di una Chiesa secondo lo spirito del Vangelo. E dunque secondo lo spirito del Vaticano II.

on diciamo che è tutto come prima perché non è vero. Perché non è mai capitato nella storia della Chiesa che un papa prendesse il nome di Francesco, che accompagnasse parole e interventi con uno stile di vita semplice e solidale, con gesti eloquenti di umanità e di Evangelo, capaci di ridisegnare, in nome della vicenda di Gesù, un concetto diverso di centro e di periferia, di povertà e di ricchezza. Un papa “normale”, insomma. E dunque straordinario. Dove la straordiAddomesticare lo spirito? narietà racconta, in modo evidente, la nostra pochezza di Una delle sue omelie ha fatto scalpore. Era il 16 aprile fronte al fuoco del Vangelo e la nostra opacità in ordine ad scorso, giorno del compleanno di papa Benedetto. Dopo una testimonianza coerente per dirla con il santo di Assisi. averlo ricordato all’inizio della Messa: “Offriamo la Messa per lui, perché il Signore sia con lui, lo conforti e gli Per traghettare la Chiesa Papa Francesco, il primo, nella lunga storia della Chie- dia molta consolazione”, papa Francesco si è soffermato sa, a provenire dal continente latinoamericano, il primo a commentare la prima lettura del giorno, il martirio di Santo Stefano. E le parole sono forti: il Concilio è “frutdall’Ordine dei Gesuiti. Papa Francesco ha di fronte a sé il compito di portare a to dello Spirito”, ma in molti “vogliono tornare indietro”. compimento il traghettamento faticoso della Chiesa verso la Roncalli sembrava “un parroco buono” e il Vaticano II piena realizzazione del Concilio Vaticano II. Diciamolo resta ancora attuale. «Dopo 50 anni, abbiamo fatto tutto con franchezza: Papa Francesco non è il papa liberal che quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? In alcuni ingenuamente si aspettano e non è il teologo della quella continuità della crescita della Chiesa che è stato il liberazione. Ma non è certamente neanche un ideologo Concilio?». A queste domande Papa Francesco, subito ridella restaurazione anticonciliare: da quanto visto finora, sponde che «no», il Concilio è rimasto largamente inapil patrimonio teologico, liturgico, ecumenico e interreli- plicato. “Oggi - ha proseguito il Papa - sembra che «siamo gioso fa parte e in modo pieno degli atti e delle parole di tutti contenti» per la presenza dello Spirito Santo, ma questo papa. Egli mostra di vedere nel Concilio Vaticano «non è vero. Questa tentazione ancora è di oggi. Siamo II una delle condizioni di esistenza della Chiesa contem- come Pietro nella Trasfigurazione: “Ah, che bello stare poranea. E mostra tutto questo attraverso gesti e parole che così, tutti insieme!”, ma che non ci dia fastidio». «Di più, paiono, a prima vista, molto semplici, perfino ingenue per ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiaqualcuno, pericolose per altri. Sin dall’inizio: l’esegesi del ma essere testardi, questo si chiama voler addomesticare nome di Francesco nell’auspicio di una “Chiesa povera lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenper i poveri”; l’enfasi ecclesiologica del proprio ministero ti di cuore». Il riferimento di papa Francesco è chiaro e come “vescovo di Roma”, con tutte le conseguenze isti- preciso: il Concilio Vaticano II, che si vorrebbe celebrare tuzionali ed ecumeniche che questa comporta; la nobile ma non vivere nelle sue conseguenze. E di nuovo prende semplicità della Messa di inizio pontificato, segno di una spunto da santo Stefano, il quale prima di essere lapidato accettazione piena e senza complessi della riforma litur- annuncia la Risurrezione di Cristo risorto, ammonendo i 20

Papa Francesco come vede il Concilio? A suo parere, è frutto dello Spirito ma resta ampiamente inapplicato. Egli si pone come traghettatore per portarlo a compimento. presenti con parole forti: «Testardi! Voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo». Stefano ricorda quanti hanno perseguitato i profeti e, dopo averli uccisi, gli hanno costruito «una bella tomba» e solo dopo li hanno venerati. Il Concilio fu un evento straordinario non soltanto per la Chiesa ma anche per il mondo, poiché cambiò il volto delle gerarchie ecclesiastiche ed offrì speranza all’umanità, negli anni della guerra fredda e dei blocchi contrapposti. La Chiesa, finalmente, fu intesa come Popolo di Dio e la gerarchia si pose al servizio dei fedeli. «Anche Gesù - osserva il Papa - rimprovera i discepoli di Emmaus: `Stolti e lenti di cuore, a credere a tutto quello che hanno annunciato i profeti!´». «Sempre, anche tra noi - rileva il Pontefice - C’è quella resistenza allo Spirito Santo». Inoltre, «Il Concilio è stato un’opera bella dello Spirito Santo. Pensate a Papa Giovanni: sembrava un parroco buono e lui è stato obbediente allo Spirito Santo e ha fatto quello». Considerato inizialmente come un Pontefice di transizione, Roncalli, invece, promosse l’evento più rilevante della storia ecclesiastica contemporanea, si appellò a tutti gli uomini di buona volontà, dialogò con le altre religioni e con i non credenti, uscì dalle mura vaticane e diffuse il messaggio cristiano nelle carceri, negli ospedali, nelle case e nei treni.”

nizzazione che prescinde dal riconoscimento di un secondo miracolo è molto eloquente: è come se il Papa dicesse ‘lo so io che cosa pensa il popolo di Dio’, e così restituisce al Vaticano II la sua dimensione originaria e più profonda. Per Ratzinger il problema del Vaticano II stava a valle con l’espressione del suo pensiero sul Concilio si è tentato di fare di lui un anticonciliare, una sorta di lefebvriano, che non è affatto. Invece Francesco, canonizzando Roncalli, canonizza l’idea che la questione del Vaticano II sta a monte del Concilio, nella sua intenzione, pensato sotto la cifra della pastoralità, che non è qualcosa di meno della dogmaticità. Pastorale nel linguaggio di Roncalli vuol dire qualcosa di più importante di dogmatico. Il livello della pastoralità è quello essenziale. Si va alle intenzioni di papa Giovanni, della Chiesa dei poveri, del ‘balzo’ innanzi nella penetrazione del magistero pastorale. La canonizzazione di Papa Wojtyla corrisponde a un’oggettiva pressione dell’opinione pubblica che viene colta mentre con quella di Giovanni XXIII c’è un’indicazione per cui si riconosce che nella causa c’è stato un giudizio di santità che è venuto dal ‘sensus fidei’ del popolo di Dio, esattamente ciò che si chiedeva ai tempi del Concilio quando in molti, anche tra i padri conciliari, chiedevano la proclamazione per acclamazione. Paolo VI dispose invece una causa normale e in coppia con Pio XII. Nel 1993 Giovanni Paolo II volle riprendere la canonizzazione con l’idea di beatificare il Papa del Concilio Vaticano II, non in senso generico, ma proprio nel senso del padre del Vaticano II. La decisione di oggi di papa Francesco conserva il principio di Paolo VI della canonizzazione di coppia, anche se invece di Pio XII e Giovanni XXIII, sono quest’ultimo e Wojtyla. Insomma, dal Concilio Vaticano II non si torna indietro. Parola di papa Francesco.

Giovanni XXIII, il papa dello spirito del Concilio

Passano meno di cento giorni e poi arriva la notizia. Papa Francesco decide di canonizzare Giovanni XXIII, il papa bergamasco che volle il Concilio Vaticano II e lo aprì solennemente l’undici ottobre del 1962. Una decisione che rappresenta “una riabilitazione del Concilio Vaticano II e di quello che il Concilio è”. E’ questo il senso della proclamazione della santità di Papa Roncalli, insieme a quella di Karol Wojtyla. L’iscrizione del Papa ‘Buono’ nell’albo dei santi, papa Bergoglio, nell’esaminare il Vaticano II, ci dice che bisogna ripartire da papa Giovanni e dalla sua intenzione per cui il Concilio sta a monte del Concilio stesso. Questo atto di cano21


NELLA CHIESA

Vangelo in tempo di guerra

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ltimi tempi del Concilio. La discussione

intorno ai temi sul rapporto tra fede e storia, tra Chiesa e mondo, si aggirava e si consumava tra molti impedimenti e frenate, tutto destinato a generare un testo debole. Quello che in questi quasi cinquant’anni è il più invecchiato, evangelicamente il più debole. Balza all’improvviso sui tavoli conciliari il tema della guerra. Il volto di questa realtà era già completamente cambiato a quei tempi e aveva consentito molti interventi tesi a mostrare che ormai non era più sostenibile l’ipotesi che ci potesse essere “una guerra giusta”. Eppure nelle aule universitarie di Teologia Morale ancora si imparavano le dieci condizioni perché una guerra potesse essere cristianamente legittima. Ma nel giorno della Festa della Trasfigurazione del Signore, il 6 agosto del 1945 l’atomica aveva distrutto Hiroshima. La guerra si era ormai infilata in quel corridoio, già sperimentato da molte città europee, che non la riteneva più come contesa tra belligeranti, ma come annientamento delle popolazioni inermi. C’erano speranze a che il Concilio potesse prendere decisioni definitive su questo tema. Ma c’era la guerra del Vietnam. L’Episcopato Americano si oppose a che il Concilio arrivasse a condanne esplicite, e tutto naufragò. In quei giorni il grande Ivan Illich, che era consigliere teologico dell’Arcivescovo di New York, lasciò il suo ministero, pur continuando a vivere da cristiano e da prete.

Due mesi prima di morire, Papa Giovanni firmò la Pacem in Terris come testimonianza suprema del suo ministero. La sua enciclica è, in duemila anni di storia, il primo e unico documento magisteriale sul tema della pace nella Chiesa di Roma. La teologia è sempre stata teologia della guerra. Un Imperatore del Sacro Romano Impero come Federico II veniva scomunicato non perché andava in guerra, ma perché si rifiutava di andare alle Crociate. Questa condanna lo indusse a partire. Si fece scortare da una guardia del corpo di Lucera, formata tutta da Islamici, e, con patti e compromessi, riuscì ad entrare a Gerusalemme senza combattere. Nella Basilica del Santo Sepolcro si celebrò un solenne Pontificale presieduto dal Legato Pontificio, l’Arcivescovo di Genova. L’imperatore era presente, ma non potè fare la comunione perché la scomunica non era ancora stata tolta. Pace, cuore pulsante della fede La pace è il cuore pulsante della fede di Gesù. È il frutto del suo sacrificio d’amore, come Egli stesso annuncia: “La pace sia con voi”, mostrando le ferite della Croce. Ma la teologia ha continuato tranquilla il suo cammino di certezze, insinuando il sospetto che la pace sia un’utopia, e che la pace debba rimanere sempre il tempo tra una guerra e l’altra. Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace 22

A partire dal Concilio abbiamo cominciato a dubitare che ci potesse essere una guerra giusta. A che punto siamo ora? prepara la guerra) è andata avanti fino ai tempi in cui, nella “terra rossa”, la distinzione e l’opposizione tra “noi e loro” stava sul tenere per l’una o per l’altra parte, entrambe armate fino ai denti per il para bellum, inimicizia che dalla potenza degli armamenti e dalle contrapposizioni ideologiche arrivava fino alle piazze delle nostre città e dei nostri paesi. Che cosa è avvenuto il primo luglio del 1949; quasi nessuno sa rispondere, o forse qualcuno lo sa, ma preferisce dimenticare: è la scomunica dei comunisti. Così a Roma in quegli anni, mentre si celebrava il grande Concilio, arrivò anche il processo contro don Lorenzo Milani per la denuncia dei Cappellani Militari: aveva detto che il cristiano non poteva ammazzare e neanche imparare ad ammazzare un altro figlio di Dio. Che litigate anche in “alto loco” perché sembrava scandaloso che una “coscienza individuale” potesse pretendere di essere decisiva per ogni persona e quindi rispettata. Il dramma della Siria Certo, ringraziamo il Signore, le cose in questi decenni sono andate avanti. Ma fino a che punto? Quello che in questi giorni si sente dire per il dramma siriano è spaventoso. Come una mamma, o forse una matrigna troppo severa, ci si chiede se, essendo stati così cattivi con i gas velenosi, questi siriani bisogna “punirli”! È quindi culturalmente terrificante quello che si sente e forse è molto più grave quello che non si sente. Ma il Signore non abbandona e il nostro carissimo nuovo Vescovo di Roma, il nostro Papa Francesco ha preso la parola. I mezzi di informazione hanno “censurato” le parole del Papa in modo che sembrava che Lui condannasse solo i gas velenosi! E’ stato bello che

tantissime persone si sono unite nel digiuno e nella preghiera con l’assemblea di preghiera convocata da Papa Francesco. E in pace con tutti. Beati gli operatori di pace La severa dottrina evangelica non è una dottrina della non-violenza che proibisce ogni forma di guerra e di aggressione. È molto di più: Gesù vuole che ci vogliamo bene! La pace non è non darsi legnate o lasciarsele dare senza reagire. La pace è quello che compie Lui, che Paolo, scrivendo agli Efesini, chiama affettuosamente e solennemente “Lui, la nostra pace”. La pace è l’abbattimento del muro di separazione tra Israele e le genti, cioè tutti i popoli della terra, affinchè i due siano una cosa sola. La pace non è non avere nemici, ma è amarli. Per questo la pace non è “una situazione”, ma “un’azione”. Sono beati i “facitori di pace”, che non sono i “pacifici”, come discorsivamente noi intendiamo. Ma come si può “fare la pace”? Nel mondo la pace la possono proclamare e fare solo quelli che hanno vinto la guerra. Questa però è la logica di Caino. Giovanni scrive nella sua grande Lettera dell’Amore: “Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello”. E poco dopo: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” Occore che venga affermato in ogni luogo della terra un severo comandamento: “È proibito morire!”. Lì nessuno può morire, perché la strada nuova, meravigliosa e piena di luce, raccoglie ogni precetto nel comandamento di “dare la vita”. Non bisogna morire. Bisogna dare la vita. Pace. 23


MA CHE

GESU’ BAMBINO

cresime 10 novembre 2013

AMIAMO?

Di sicuro non basterà tutta la nostra vita per prendere in braccio que-

sto bambino. “Prenderlo in braccio”, come dire: è una gioia solo a vederlo, non posso fare a meno di afferrarlo, me lo voglio godere per bene, portare al mio viso o, come direbbe una mamma, mangiare. Ecco, proprio il mangiarlo sarebbe il punto di arrivo, il massimo della relazione, lo scopo di una vita. Non è meraviglia che si possano provare sentimenti di questo genere di fronte a un ‘bambin nella culla’. Figurarsi poi se appena dubitiamo che potrebbe essere il Figlio di Dio! Ci lasceremmo scappare una fortuna di questo genere? Vorremmo tutti essere protagonisti di una bella grande storia, di cui poi compiacerci rivedendola o sapendola conosciuta da altri attraverso un album di fotografie, un film o in un libro. Una bella storia dai connotati religiosi, antichi, perenni… perché umani. Rinfreschiamo pure un poco questa religiosità primordiale e sorgiva, sepolta nel nostro dimenticato dna che ormai riviviamo quasi solo al cinema o in Tv, con pellicole storico-fantastiche che narrano di dei, di antiche preghiere, di gesti e liturgie, di sacrifici e banchetti, di tribù o popoli col senso del sacro che consideriamo passati per sempre, ma che ci rivelerebbero a noi stessi. “Mangiarlo” questo bambino. E’ a questo che siamo chiamati: conoscerne la identità, assimilarne le caratteristiche, riprodurle nella nostra vita, trasmetterle ad altri perché sono troppo belle. Noi che conosciamo la sua storia, la storia di questo bambino, di un bambino in fuga sin da piccolo, poi uscito di casa, diventato poi digiunatore, orante e predicatore, taumaturgo, amico di nemici-malati-emarginatipiccoli-disprezzati-peccatori…, perseguitato, amato e odiato, fatto fuori, apparentemente fallito e infatti poi risuscitato, siamo di famiglia, suoi fratelli ed eredi, ci riconosciamo figli di suo Padre. Niente di meglio. Siamo fortunati. L’abbiamo a portata di abbraccio. Eppure qualcosa nel tempo è andato storto. A mangiarlo ci risulta un po’ indigesto. Lo stiamo infatti tuttora spesso rimuovendo dal nostro menù. Anche perché di fronte agli altri ci vergogniamo un poco di un cibo così strano che ci trasforma, ci fa diversi proprio mentre noi vorremmo invece confonderci ed essere come tutti, senza fisime e luci della ribalta che ci mettono in mostra come dei privilegiati. Non sentiamo più l’onore di assomigliargli. Ci sen-

tiamo timidi e infastiditi. Forse anche un po’ complessati, senza neanche più il coraggio di affermare la nostra identità, rispettosi della altrui fino a nascondere la nostra come se fosse un affronto a quella degli altri. Ma che ci capita? Papa Francesco qui ha già detto la sua. Lui parla di ‘rivoluzione della tenerezza’, di ‘riconciliazione con la carne degli altri’, di ‘mistica del mescolarci, dell’incontrarci, del prenderci in braccio’, di ‘partecipazione a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale’… Con un bambino è facile la tenerezza, l’abbraccio, l’incontro. Ma con questo mondo, con gli altri di tutti i giorni, con i diversi di tutte le categorie? Chi me lo fa fare? Eppure, gli occhi di quel bambin nella culla ci interrogano e arrivano dritto al cuore seducendo la nostra coscienza. ‘Scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste’ (parole di papa Francesco), è abbracciare questo bambino, goderne fino a mangiarlo, riconoscerlo per quello che è, amarlo con le lettere maiuscole, non fingere a noi stessi una volta all’anno con sentimentalismi folcloristici che si consumano e riducono il bambino Gesù a un ‘Gesù Cristo senza carne’. Ma che Bambino Gesù ameremmo? Lo ameremmo? don Isidoro

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ARICI ISABELLA BALDUZZI DANIELE BELPIETRO CHIARA MARIA BENDOTTI GIANLUCA BERA MARGHERITA BIDULI BRUNA BIEMMI FABIANA BODEI JESSICA BOLDORI LUCA BOLPAGNI GIOVANNI BONIOTTI ELEONORA BONIOTTI ILARIA BRESCIANI DIEGO BUSI GIULIA BUSI ILARIA CAMPANA CAMILLA CASALI ILARIA CASTEGNATI LARA CAVAZZANA EDWARD CHIOSSI BEATRICE COCCOLI GIANMARCO COCCOLI STEFANO CREMONESI EMMA CRISTINI DIEGO DELRIO SHARON DIONI CARLOTTA FACCHINI OMAR FALAPPI MICHELE FASCIOLO FRANCESCO FILIPPINI ALICE FONTANA ALESSANDRO FRANCHINI LORENZO FRANZONI MAURO GALERI ELISA

GORNI MATILDE LAZZARINI SOFIA LONATI CHIARA LONATI CINZIA LONATI CLAUDIA LONATI GIANLUCA MASSARELLI CHIARA MAZZONCINI ALESSANDRO MENSI FRANCESCA MERENDINO ELENA MILESI CATERINA MORA ARIANNA MORANDINI ELISA MOSCONI ANITA NICOLETTO ALESSIA PAGHERA MATTIA PIAZZI ALICE PLUDA GABRIELE

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PRATI ALESSIO QUECCHIA ANDREA QUECCHIA CRISTIAN QUECCHIA MARCO REBOLDI ALICE RIZZINI DANIELE RUMI MONICA SCIORTINO CHRISTIAN SOLDI CHIARA SOLDI ILARIA TAGLIETTI GIANCARLO TISI FEDERICO TONGHINI SILVIA TONNI CAMILLA TORTELLI FILIPPO VESCHETTI LORENZO ZAINI CAMILLA


INTERVISTA A PAPA FRANCESCO

A ruota libera con il direttore della rivista “La Civiltà cattolica”

I

I 19, 23 e 29 agosto, in Santa Marta a Roma, per oltre sei ore complessive, Papa Francesco ha rilasciato, a padre Antonio Spadaro, direttore di "Civiltà Cattolica", un'intervista pubblicata con il titolo: "La Chiesa, l'uomo, le sue ferite". Nell'occasione Papa Francesco ha chiarito molti punti, alla luce di alcune dichiarazioni precedenti e riportate, da molti organi di stampa, fuori dal contesto nel quale erano state enunciate. L'intervista inizia con una confessione di Papa Francesco, il quale ricordando la recente Giornata Mondiale della Gioventù ammette che non è mai stato abituato a parlare a tanta gente: «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse» e proseguendo «Io sono un peccatore al quale il Signore ha guardato"». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l'ho sentito sempre come molto vero per me». Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il

quale scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». Papa Francesco continua nella sua riflessione ricollegandosi a Matteo: «(...) venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio. Quel dito di Gesù così... verso Matteo. Così sono io. Così mi sento: "un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi". E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice». Padre Bergoglio è stato prima superiore e poi superiore provinciale nella Compagnia di Gesù: per questo motivo padre Spadaro domanda al pontefice: «Pensa che la sua esperienza di governo del passato possa servire alla sua attuale azione di governo della Chiesa universale?». Questa è la risposta: «L'immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Nessuno si salva da 26

solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare. Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori (...) Io vedo la santità - prosegue il Papa - nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Così continua Papa Francesco: «Questa Chiesa con la quale dobbiamo "sentire" è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. Altro argomento. Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti: «Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. E un uomo di Dio», afferma Papa Francesco «Io vedo con chiarezza - prosegue - che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare

le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso». Padre Spadaro facendo riferimento al fatto che ci sono cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa, a divorziati risposati, coppie omosessuali, altre situazioni difficili chiede al Papa il suo parere: «Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile. Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta. Questa è anche la grandezza della Confessione. Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo. Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pen-

tita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore? Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». E il ruolo della donna nella Chiesa?: «E necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa». Altra domanda: Santità, come si fa a cercare e trovare Dio in tutte le cose?». È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell’affetto nei confronti delle cose e delle situazioni. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale, dell’amore di Dio, e di vedere tutte le cose in Dio (...) Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco 27

che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili». Per finire: «dobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d’oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?». «A me non piace usare la parola “ottimismo”. Mi piace invece usare la parola “speranza”, secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani». Il parroco con Papa Francesco in Santa Marta il 19 novembre 2013


LABORATORIO DI CUCITO E... NON SOLO

LUCIANO MONARI VESCOVO DI BRESCIA

29° SINODO

A

d un mese dall’apertura del laboratorio di cucito, si possono fare alcune considerazioni. L’ambiente ha assunto le caratteristiche di un vero laboratorio. Oltre al naturale e tipico disordine di un posto di lavoro, l’arredo è stato completato con sei macchine da cucire, una per la maglieria, tre tavoli e tre scansie che si caricano sempre più di piccoli e grandi pezzi di stoffe, pizzi e filati, attrezzi e strumenti di lavoro; tutto donato o prestato da persone venute a conoscenza dell’iniziativa che hanno deciso di partecipare anche in questo modo e… perché no, di svuotare cassetti o qualche angolo della cantina. Il laboratorio, per ora, è aperto il martedì e venerdì dalle 16 alle 18, partecipano mediamente 10-12 donne tra volontarie e “allieve” e l’atmosfera che si crea è serena, tanto che il tempo vola letteralmente. C’è chi viene perché vuole allargare un paio di calzoni, chi per imparare a lavorare a maglia, chi per confezionarsi dei cuscini, una tenda o una borsa… Se non si ha nulla da fare si inventa, e si realizzano dei manufatti per allestire bancarelle di solidarietà per la Caritas. Ci siamo però accorte che molte donne non sanno ancora di questo laboratorio o non ne conoscono correttamente le finalità. E’ quindi necessario chiarire. L’idea di allestire il laboratorio è stata proposta da me durante un incontro dei volontari della Caritas; è stata accettata con entusiasmo, condivisa nel gruppo e poi dalla comunità. Il Parroco, sentito il Consiglio Pastorale, ha messo a disposizione un locale storicamente “polivalente”, che si è rivelato particolarmente adatto. Al momento ne sono referente, ma il laboratorio è delle donne di Botticino. Sul territorio esiste già una realtà simile, promossa dall’Auser, nei confronti della quale non esiste competizione o contrapposizione, ma collaborazione nelle finalità socio-educative che queste iniziative si prefiggono. Il laboratorio non vuole fare concorrenza sleale alle sarte che operano sul territorio: per questo le volontarie non possono accettare di svolgere lavori su ordinazione in cambio di offerte, anche se fossero devolute interamente alla Caritas. Ricordiamo le finalità del laboratorio: •offrire suggerimenti ed aiuti per realizzare un risparmio economico familiare all’interno di un consumo ecosostenibile; •recuperare tecniche di lavoro che sono un patrimonio creativo femminile e passarle alle nuove generazioni; •educare alla capacità di ascolto, alla disponibilità, al dialogo e all’attenzione verso l’altro; •favorire lo scambio di osservazioni ed esperienze in campo domestico e sociale. Per favorire la partecipazione è prevista in primavera anche un’apertura serale e la prossima estate saranno attivati corsi per bambine e ragazze. Il laboratorio è allestito nella sala Don Vespa della canonica di Mattina, a destra del campanile. Arrivederci. Passate, anche solo per curiosità. Per informazioni telefonare al numero 3774268283. Ausilia. Inaugurazione e benedizione laboratorio - 9 novembre 2013

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DIOCESANO SULLE UNITA’ PASTORALI

COMUNITA’ IN CAMMINO DOCUMENTI SINODALI INTRODUZIONE Il piccolo Sinodo che abbiamo vissuto all’inizio dell’avvento vorrebbe essere un modello del modo di procedere nella comunità cristiana. C’era un problema importante, quello del rapporto tra azione pastorale e territorio; c’era una ipotesi di risposta al problema, quella delle Unità Pastorali e cioè della collaborazione istituzionalizzata tra parrocchie vicine omogenee. L’attuazione di questa soluzione comporta una trasformazione del modo concreto di decidere la pastorale e di attuarla. Abbiamo allora ascoltato il parere di tutti coloro che, interessati, hanno voluto esprimersi. Dalla consultazione è uscita una bozza di documento, fatta di un centinaio di proposizioni. Questa bozza è stata la base della riflessione comune in assemblea. In realtà il termine ‘assemblea’ non rende del tutto quello che abbiamo vissuto.

Un Sinodo, infatti, è un sistema che comprende celebrazioni, preghiere, discussioni, proposte, votazioni. Lo scopo è quello di far emergere una posizione che raccolga il consenso di una grande maggioranza; ma lo scopo è anche quello di suscitare nelle persone attenzione, interesse, coinvolgimento. Una comunità cammina speditamente se tutti coloro che ne fanno parte sanno qual è la direzione di marcia e sono convinti che questa sia la direzione giusta. In caso contrario, forse il cammino può essere fatto ugualmente, ma non bene. Non bene perché se qualcuno non è convinto di quello che si fa, può anche farlo per accondiscendenza, ma lo farà sempre con fatica, un po’ controvoglia e il risultato non potrà che essere scarso. La comunità cristiana, in particolare, è “il corpo di Cristo” e, come ci ricorda san Paolo, in un corpo ci debbono essere molte membra diverse tra loro ma nello stesso tempo unite tra 29


loro da un legame funzionale. mani e piedi, stomaco e fegato, cuore e reni e polmoni sono organi diversi gli uni dagli altri, ma funzionano bene solo se il collegamento tra tutti loro è effettivo. Se uno solo degli organi comincia a funzionare male, anche tutti gli altri organi ne soffrono e funzionano meno bene. Così la comunità cristiana è composta di molti membri che hanno vocazioni diverse. Sarebbe un problema se chi ha una vocazione volesse svolgere la funzione che tocca a un altro; ma sarebbe un problema anche se qualcuno si tirasse indietro e lasciasse che gli altri operino in modo autonomo, senza il suo contributo. Il funzionamento sano della comunità richiede l’apporto di tutti, la corresponsabilità di tutti. Ciascuno, infatti, è responsabile del suo servizio proprio, ma ciascuno è anche responsabile del funzionamento di tutto il sistema dal quale dipende anche il buon funzionamento di ciascuno. La comunità cristiana ha un centro preciso di riferimento che è, nella Chiesa particolare, il vescovo. Di questo centro c’è bisogno per diversi motivi: anzitutto perché la discussione libera e ampia non diventi dispersione disgregante, ma abbia fine in una decisione unica. In secondo luogo perché il cammino di una Chiesa particolare (la Chiesa di Brescia, nel nostro caso) si mantenga in comunione con tutta la Chiesa cattolica attorno alla Chiesa di Roma e quindi al Papa. Il vescovo garantisce questa comunione perché, a motivo dell’ordinazione episcopale, fa parte del ‘collegio’ dei vescovi che, attorno al Papa, ha la responsabilità pastorale della Chiesa intera. Ancora: il vescovo, insieme a tutti i vesco30

vi, è garante della continuità della Chiesa e cioè del legame vitale, storico che la Chiesa di oggi mantiene con la Chiesa di ieri, del secolo scorso, di mille anni fa, con la Chiesa che Gesù Cristo ha fondato e vivificato col sacrificio del suo sangue. Per tutti questi motivi un Sinodo esercita la sua autorità decisionale solo attraverso la persona del vescovo; ma per gli stessi motivi l’autorità del vescovo non si configura come autorità autonoma, che decide secondo una propria volontà, ma come autorità di comunione, che conduce a unità la varietà delle esperienze, delle necessità, dei desideri, delle ispirazioni delle persone. Il giorno di Pentecoste, giorno in cui la Chiesa si è presentata per la prima volta al mondo, i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Su questi discepoli viene riversato il dono dello Spirito Santo e Pietro, a nome di tutti, fa la prima proclamazione pubblica del vangelo della risurrezione: “Si compie – dice – quanto Dio aveva detto attraverso il profeta Gioele: Negli ultimi giorni su tutti effonderò il mio Spirito; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno.” Non è necessario pensare a fenomeni impressionanti dal punto di vista esterno; è decisivo, invece, pensare a persone che parlano non spinte dall’interesse personale o dal bisogno personale di affermazione, o dalla ricerca di sicurezza, o dalla pressione dell’ambiente, ma dallo splendore della verità così come appare ai loro occhi, dalla forza dell’amore che muove i loro sentimenti, dalla passione per l’unità e la comunione che dà slancio ai loro desideri. Ora, esistono alcuni segni concreti che permettono di riconoscere la mozione dello Spirito se è vero che “la sapienza che viene dall’alto è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera.” (Gcm 3,17) I doni dello Spirito non sono sempre dati a chi ha un ufficio. Chi esercita un ufficio ha certo il dono dello Spirito che accompagna ogni ufficio ecclesiale (la cosiddetta ‘grazia di stato’); ma lo Spirito fa fiorire l’esistenza di fede nei modi più impensati, attraverso le persone più umili e nascoste. È saggezza, allora, nella Chiesa permettere a tutti di parlare perché i doni dello Spirito – quando ci sono – non siano soffocati o spenti (cfr. 1Ts 5,19-21). Così come è saggezza, nella Chiesa, parlare con umiltà, senza presumere di avere la parola ultima e risolutiva, ma lasciandosi istruire dalla verità che può manifestarsi attraverso la testimonianza degli altri. È un problema quando nella comunità cristiana

tutti parlano e urlano cercando di sopraffare e spegnere la voce degli altri; ma è un problema anche quando nessuno parla. Nel primo caso siamo davanti a una comunità che muore di tensioni; nel secondo caso a una comunità che muore di inedia. Lasciare che tutti si esprimano e condurre a unità i diversi pareri; eventualmente lasciare sedimentare i contrasti e maturare le opinioni con pazienza fino a che la via da percorrere appaia con sufficiente chiarezza; accettare con lealtà le decisioni che si prendono insieme, anche quando non corrispondono del tutto alle proprie preferenze. Per questa strada vorrei che le nostre comunità s’incamminassero con convinzione e pazienza. Si tratta di assumere uno stile che, per qualche aspetto, va contro le tendenze oggi diffuse, ma che può diventare significativo. Per questo il Sinodo chiede anche la celebrazione eucaristica e la preghiera comune. Non sono – eucaristia e preghiera – un adempimento formale e nemmeno un’aggiunta opzionale alle discussioni; nascono invece dalla consapevolezza di quale vogliamo sia la vera origine delle nostre scelte. Il che va inteso bene. Quando diciamo che lo Spirito Santo deve essere all’origine delle nostre scelte, non pensiamo a un’illuminazione ‘miracolosa’, che fa brillare all’improvviso un’idea nella nostra coscienza. Lo Spirito Santo agisce attraverso tutto il processo con cui noi giungiamo a dare forma a una decisione: la presa di coscienza del problema, l’analisi dei dati, la ricerca di relazioni che permettano di capire che cosa abbiamo di fronte, la verifica della solidità delle ipotesi proposte, la riflessione suglieffetti delle possibili decisioni… Insomma, lo Spirito Santo non offre la risposta già confezionata e non esonera dalla fatica di cercare la soluzione dei problemi; al contrario ci stimola a cercare con serietà, a studiare con perseveranza, a valutare con oggettività, a scegliere con un cuore puro. Tutto quello che favorisce un giudizio oggettivo e intelligente entra dentro all’azione dello Spirito Santo in noi. Certo, ci possono essere anche illuminazioni improvvise, ma queste vengono normalmente quando il problema è stato pensato ed esaminato da vari punti di vista. Per questo non abbiamo solo pregato; abbiamo anche fatto una consultazione previa con interventi diversi delle persone. Come dicevo all’inizio, l’esperienza sinodale vorrebbe essere un modello che dia la voglia di camminare nella medesima direzione, con lo stesso stile, a tutti i livelli dell’esperienza di Chiesa, a cominciare dalle Unità Pastorali. Come ci siamo detti più volte, l’Unità Pastorale è la scelta di programmare e attuare in-

sieme la pastorale. Chi ha più bisogno delle Unità Pastorali sono le comunità di piccole dimensioni che si trovano davanti a questa scelta: o fare una pastorale diminuita, nella quale molte funzioni utili vengono semplicemente omesse, o fare una pastorale insieme ad altre comunità per mettere insieme le forze. Fare una pastorale giovanile o matrimoniale o dello sport in una comunità di mille persone non è possibile. I casi sono solo due. O si rinuncia a fare questi tipi di pastorale (ma sarebbe davvero utile per il futuro della comunità cristiana?) o s’impara a lavorare insieme con le altre parrocchie (e questa è esattamente la scelta delle Unità Pastorali). Il Sinodo ci ha dato le coordinate precise entro le quali muoverci con libertà e creatività; adesso tocca a noi operare con pazienza e perseveranza, fino a che il lavoro di collaborazione e di corresponsabilità non diventi abito acquisito. Ci sono però due riflessioni necessarie. La prima è che le Unità Pastorali hanno un senso se siamo convinti che il lavoro Pastorale sia utile, anzi necessario. E questo dipende dall’immagine che ne abbiamo. Se l’azione pastorale è solo un’attività tesa a tenere in piedi una parrocchia, non sarà facile tenere viva la tensione delle persone che vi operano. C’è sempre, dietro a tante azioni, la minaccia di un interrogativo inquietante: “Chi me lo fa fare? A che cosa serve?” Per resistere alla forza distruttiva di questo interrogativo bisogna collocare l’azione pastorale dentro al grande disegno di Dio sull’uomo e sul mondo. È il disegno della comunione che Dio accarezza da sempre ed è il disegno della comunione che noi facciamo nostro come scopo delle nostre attività pastorali. Scrivendo agli Efesini san Paolo parlava del ‘mistero di Cristo’ e lo descriveva così: “Le genti (cioè i pagani) sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.” 31


(Ef 3,6) Quando Dio ha pensato e creato l’uomo, lo ha pensato ‘in Cristo’ nel senso che la molteplicità delle persone, delle razze, delle culture deve costruire un’unità complessa e nello stesso tempo solida, che trasformi la società degli uomini secondo una legge di comunione, la legge di Cristo; quando la società degli uomini assume la forma di Cristo, la società degli uomini diventa pronta per essere partecipe della gloria di Dio, per partecipare quindi alla gioia e alla vita di Dio stesso. Si può dire che il ‘mistero’ è esattamente questo: “Cristo in voi, speranza della gloria.” (Col 1,27) Questo è il nostro desiderio; questo il progetto che ci sta davanti e al quale siamo disposti a sacrificare noi stessi: per la comunione tra gli uomini, per la ‘cristificazione’ del mondo (la parola è bruttissima, ma rende l’idea). Desideriamo che il mondo abbia i lineamenti di Cristo e lavoriamo in vista di questo. Le cose che facciamo sono piccole, come siamo piccoli noi; ma il progetto è grande quanto è grande Dio. Facciamo catechismo a un piccolo gruppo di ragazzi; ma mettiamo in loro la nostalgia di un’esistenza umana degna, un germe fecondo di verità e di amore: cosa potrebbe esserci di più importante? Celebriamo un’Eucaristia per cento persone; ma mettiamo in moto un dinamismo di comunione che fa di queste cento persone un’unica comunità e che apre questa comunità a incontrare il mondo intero nell’amore di Cristo. Se non scatta in noi questo desiderio, le cose che facciamo appariranno banali. Potremo farle per un po’ di tempo per le soddisfazioni che sempre si hanno nel fare qualcosa di bene; ma poi ci sembrerà che le cose più importanti da fare siano altre, che le persone ‘adulte’ debbano avere altri interessi. La seconda riflessione riguarda le persone che sono coinvolte nell’attività pastorale: i preti, i diaconi, i religiosi, i laici, le persone consacrate… L’azione pastorale infatti è operata concretamen-

te da persone che portano le loro qualità e i loro limiti; la collaborazione richiede che persone diverse sappiano parlarsi a vicenda e sappiano lavorare insieme. Non è cosa scontata; anzi, tutto questo suppone un lungo lavoro su se stessi per abituare se stessi a lavorare insieme agli altri. La persona umana è fatta per entrare in relazione col mondo e con gli altri (e con Dio!); ma la costruzione di relazioni autentiche non è facile. Ciascuno di noi si porta dentro un istinto di autoaffermazione che ci inclina a dominare sugli altri, un bisogno di sentirsi perfetti che ci spinge a non riconoscere i nostri errori, un bisogno di possesso che rischia di trasformare anche l’amicizia in volontà di potere. Tutti noi abbiamo qualche tratto nevrotico che c’impedisce di essere sereni con gli altri, ci rende insofferenti, irascibili, aggressivi, reattivi. Per di più, siamo abilissimi a razionalizzare i nostri difetti e cioè a trasformarli in (presunte) forme di giustizia, di sincerità. Feriamo gli altri e diciamo che stiamo praticando la sincerità; schiacciamo gli altri e diciamo che stiamo difendendo la giustizia; rifiutiamo di vedere la realtà e ci illudiamo di stare difendendo i valori. Insomma, le relazioni tra noi sono facilmente turbate dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla paura. Naturalmente, non è cosa bella; ma se riusciamo a vedere le motivazioni false che ci muovono, se le riconosciamo con sincerità, allora diventa possibile un cammino di correzione, di conversione, di crescita spirituale. Dobbiamo passare per questa porta stretta se vogliamo diventare davvero utili alla crescita della comunità cristiana e alla missione nel mondo. Una delle esperienze belle del Sinodo è stata la serenità con cui tutti hanno esposto le loro opinioni; avevamo l’impressione che ciascuno non stesse difendendo le sue idee, ma stesse cercando di migliorare e arricchire la posizione di tutti. Se manteniamo questo spirito, il cammino della nostra Chiesa sarà costruttivo. Non sarà facile perché il mondo in cui siamo non è semplice, il tempo che viviamo non è ordinario; ma sarà un cammino creativo, nel quale lo Spirito del Signore potrà operare e dirigere tutti verso il meglio. È nutrendo questi sentimenti nel cuore che volentieri promulgo il testo approvato dall’assemblea sinodale in tutte le sue proposizioni. Il Signore ci benedica e guidi con la sua grazia il nostro cammino. Brescia, 28 marzo 2013 Giovedì Santo

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+ LUCIANO MONARI VESCOVO

DOCUMENTO FINALE PREMESSE Paragrafo 1 La comunione, mistero divino e vocazione umana 1. Il Dio della Rivelazione è comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La comunione perciò esprime il mistero profondo dell’esistenza del mondo che viene da Dio ed è chiamato a compiersi in Dio. Comunione significa l’unità di soggetti diversi determinata dalla conoscenza, la collaborazione, l’amore e il dono reciproco. 2. L’evoluzione del cosmo e la storia dell’uomo rispondono alla volontà di Dio che vuole esprimere nelle creature e nel loro reciproco rapporto il mistero di amore che costituisce la sua identità. Vivere gli uni “con” gli altri e gli uni “per” gli altri è quindi la sfida a cui gli uomini debbono rispondere con tutte le manifestazioni della loro esistenza: il lavoro, le istituzioni, i sentimenti, il comportamento etico, le relazioni, le creazioni, insomma tutta la loro esperienza. Paragrafo 2 Gesù, forza e rivelazione della comunione

ta crescere e portata a compimento dall’amore reciproco. L’amore fraterno ha la sua radice nell’amore di Dio per il mondo e per l’uomo e si situa all’interno della risposta del mondo a Dio. La risposta del mondo a Dio ha nell’uomo la sua forma specifica, fatta di libertà che si declina nel servizio e nel dono reciproco. 6. Tutte le differenze all’interno della Chiesa: la differenza sessuale, le differenze culturali, sociali, storiche, i diversi ministeri, le istituzioni, le molteplici vocazioni sono al servizio della varietà, della molteplicità, della creatività della comunione. Dove ci sono forme di autorità e di presidenza, queste vanno intese al servizio della comunione e lo stesso vale per i ministeri, i carismi personali o di gruppo. 7. La comunione suppone inevitabilmente un tessuto profondo e articolato di conoscenza reciproca e quindi di comunicazione. L’attenzione all’altro, l’empatia che fa sentire come propria l’esperienza dell’altro, l’amore che rende corresponsabili del bene degli altri, il servizio che fa percepire l’altro come degno del proprio sacrificio sono le motivazioni che debbono animare tutte le scelte della Chiesa, all’interno, per la sua crescita, all’esterno, per il servizio che la Chiesa è chiamata a donare al mondo. 8. Dove la comunione è operante, ciascun soggetto – persona o istituzione – trova la sua piena identità solo entrando in relazione con soggetti complementari – persone o istituzioni – per creare realizzazioni sempre più ampie di comunione e di amore. Il dilatarsi della comunione tende verso realizzazioni sempre più alte: dal soggetto singolo alla comunione interpersonale, ai gruppi, alle istituzioni, fino alla comunione ecclesiale cattolica (universale), all’unità di tutti gli uomini nel mondo, al regno di Dio, quando Dio sarà tutto in tutti.

3. La forza della comunione, che è Dio, si è manifestata nel mondo attraverso le parole e le operedi Gesù, la sua vita e la sua morte. Questa medesima forza continua a operare nella storia dopo la glorificazione di Gesù. Egli, che ha ricevuto dal Padre “ogni potere in cielo e sulla terra”, attraverso il dono del suo Spirito, in tutte le forme sacramentali, continua ad agire nel mondo per condurlo a un’uniParagrafo 4 tà sempre più piena. Comunione e missione della Chiesa 4. Per questo l’esistenza terrena di Gesù è e rimarrà 9. sempre il modello, l’origine, il criterio, il traguardo La comunione, dono dello Spirito, rappresendi tutta l’esistenza della Chiesa e di ciascun credenta la sorgente come pure l’esito della missione te in Cristo. della Chiesa. Tale missione, pur rimanendo sempre identica nel compito di annunciare il vangeParagrafo 3 lo di Gesù per la comunione di tutti gli uomini La Chiesa al serviziodella comunione con Dio e tra di loro, assume forme e fisionomie 5 diverse a seconda dei tempi, delle situazioni e .La Chiesa è al servizio della comunione di tutti dei destinatari. Questa apertura al rinnovamento gli uomini e compie questo servizio facendo della è contemporaneamente espressione della fedeltà comunione la legge prima della sua esistenza. a Dio e della fedeltà all’uomo. Perciò all’interno della Chiesa tutte le differenze sono funzionali a una più alta unità generata, fat33


14. Lo scopo principale delle UUPP è contribuire a dare nuovo impulso alla missione ecclesiale, attraverso una maggiore comunione e collaborazione nel presbiterio bresciano (compresi i preti bresciani che operano in altre diocesi come “fidei donum”), fra le parrocchie, fra i presbiteri, le persone consacrate e i laici, come pure tra i diversi gruppi e aggregazioni ecclesiali. In tal modo le UUPP rappresentano un’efficace testimonianza in un mondo minacciato dalle divisioni e dall’individualismo. E lo saranno ancora di più vivendo la comunione con rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali accogliendoli come fratelli e sorelle nella fede. Paragrafo 5 15. Senso delle Unità Pastorali Tutte le disposizioni del Sinodo, che cercano di (d’ora in poi UUPP) immaginare e delineare il funzionamento concreto delle UUPP, vanno collocate dentro la cornice fon11. Le UUPP intendono rinnovare l’azione pasto- damentale di queste premesse, che devono dare senrale della Chiesa bresciana, dandole uno stile più so alle singole disposizioni, ne devono costituire il missionario, in risposta agli aspetti caratteristici limite e il criterio di interpretazione. del nostro tempo sopra elencati, che rappresentano per noi “i segni dei tempi”, cioè fatti significatiCAPITOLO I vi, da discernere accuratamente, attraverso i quali Fisionomia e struttura delle UUPP lo Spirito parla alla Chiesa di Cristo e la sollecita a una conversione permanente e ad un aggiornaParagrafo 1 Definizione di UP mento continuo. Ormai anche la nostra diocesi è “terra di missione”, non solo per la presenza di ap16. partenenti ad altre tradizioni religiose, ma pure per L’UP è una particolare unione di più parrocchie l’aumento di coloro che, battezzati, hanno abbanaffidate dal Vescovo a una cura pastorale unitaria e donato la pratica della fede cristiana. chiamate a vivere un cammino condiviso e coordi12. Le UUPP non aboliscono la struttura giuridica e nato di autentica comunione, attraverso la realizpastorale della parrocchia né la figura del parroco zazione di un unico progetto pastorale missionario per le singole parrocchie: intendono invece esse- pluriennale aperto non solo al territorio, ma pure al re, entro l’azione pastorale unitaria della Chiesa mondo intero, in sintonia con le indicazioni pastorabresciana, una forma di più stretta collaborazione li diocesane. 17. che favorisca la cura pastorale dei fedeli, attraverso Nelle UUPP i mezzi per una missione più efficauna maggiore comunione tra parrocchie vicine e una migliore valorizzazione delle molteplici risor- ce, oltre a quelli dell’annuncio, della preghiera e dei se presenti nelle comunità parrocchiali e nel terri- sacramenti, sono soprattutto: la corresponsabilità, la testimonianza della comunione e la progettazione torio. comune di una pastorale organica. 13. La riuscita delle UUPP si misurerà, quindi, dalParagrafo 2 Elementi essenziali la capacità di far uscire le singole comunità parrocchiali da una illusoria autosufficienza per farle 18. vivere “con” e “per” altre comunità parrocchiali: Vista la vastità ed eterogeneità della Diocesi, non in questo senso le UUPP sono una preziosa opporè opportuno adottare ed applicare sempre e ovunque tunità per la Chiesa bresciana, poiché sollecitano e favoriscono l’unità di discernimento, di decisione un modello esclusivo di UP. Bisognerà fare spazio ai criteri della opportunità, della gradualità e della e di azione nell’attività pastorale. flessibilità così che nei tempi e nei modi di attuazio10. Il nostro tempo, caratterizzato da grande mobilità, dal moltiplicarsi delle forme di comunicazione e di aggregazione, dal confronto anche stridente fra culture e religioni, dalla crisi dei modelli di comportamento personale, familiare, sociale, economico e politico, dall’affievolirsi di una condivisa mentalità di fede, dall’evidente diminuzione del clero e, insieme, dall’esigenza di certezze e di corresponsabilità, richiede un ripensamento e un rinnovamento nell’attuazione della missione ecclesiale.

1 Can. 536 §1. Se risulta opportuno a giudizio del Vescovo diocesano, dopo aver sentito il consiglio presbiterale, in ogni parrocchia venga costituito il consiglio pastorale, che è presieduto dal parroco e nel quale i fedeli, insieme con coloro che partecipano alla cura pastorale della parrocchia in forza del proprio ufficio, prestano il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale.§2. Il consiglio pastorale ha solamente voto consultivo ed è retto dalle norme stabilite dal Vescovo diocesano. 2 Can. 517 §2. Nel caso che il Vescovo diocesano, a motivo della scarsità di sacerdoti, abbia giudicato di dover affidare ad un diacono o ad una persona non insignita del carattere sacerdotale o ad una comunità di persone una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia, costituisca un sacerdote il quale, con la potestà di parroco, sia il moderatore della cura pastorale. 34

ne vengano rispettate le istanze che emergono dalle diverse realtà pastorali della Diocesi. Tuttavia è necessario fissare alcuni elementi essenziali che definiscano l’identità stessa di una UP. 19. Tra gli elementi di una UP sono da ritenersi essenziali: la nomina, da parte del Vescovo, di un presbitero coordinatore responsabile dell’UP, cui compete: presiedere il Consiglio dell’Unità Pastorale (CUP), coordinare il gruppo di coloro che esercitano un ministero, presiedere la commissione economica, guidare la progettazione della pastorale dell’UP e verificarne l’attuazione, promuovere la comunione e forme di vita fraterna tra i presbiteri dell’UP, curare i rapporti dell’UP con la comunità civile, la costituzione di un consiglio dell’UP, la progettazione pastorale comune, un Regolamento sulla base di un modello diocesano da adattare alle specifiche esigenze delle singole UP. 20. Quando le parrocchie che costituiscono una UP sono affidate a più parroci, uno di essi verrà nominato coordinatore e sarà il responsabile dell’UP. 21. Il consiglio dell’UP è l’organismo rappresentativo di tutte le componenti delle comunità ecclesiali che risiedono nell’ambito dell’UP. Ad esso, sotto la presidenza del presbitero coordinatore, responsabile dell’UP, in comunione con gli altri eventuali parroci, spetta di elaborare il progetto pastorale dell’UP, verificarne l’attuazione e affrontare i problemi pastorali che emergono nell’UP. Il consiglio dell’UP funziona in stretta analogia con quanto stabilito dalla normativa diocesana e universale in riferimento al consiglio pastorale parrocchiale ed ha voto consultivo (cfr can. 536)1. 22. In ogni UP, identificati progressivamente gli elementi o strumenti ritenuti importanti per la propria organizzazione, il CUP provvederà a redigere un Regolamento, che recepirà e applicherà le indicazioni diocesane alla propria situazione; esso dovrà essere poi approvato dal consiglio dell’UP, previo il visto della Cancelleria diocesana. Paragrafo 3 Aspetti o elementi possibili 23. Accanto agli elementi essenziali, costitutivi di ogni UP, ci sono aspetti o elementi che, a motivo della diversità delle situazioni, possono essere ritenuti utili o opportuni. 24. Tra questi, a titolo puramente esemplificativo, si possono annoverare: affidare a un diacono o ad altra persona o a una comunità di persone la partecipazione alla cura pastorale di una parrocchia dove non risiede stabilmente un presbitero, a motivo della

scarsità di clero (cfr. can 517 § 2)2; costituire commissioni per i vari ambiti della pastorale, la segreteria dell’UP, un centro di ascolto Caritas unificato, un centro di educazione alla preghiera. 25. La pluralità delle forme possibili di UP suggerisce che il decreto vescovile di erezione sia accompagnato da alcune indicazioni specifiche circa la fisionomia e i compiti di ciascuna UP. Paragrafo 4 Criteri per la costituzione di una UP 26. I criteri fondamentali per la costituzione delle UUPP sono: l’omogeneità dell’ambiente sociale, una situazione pastorale particolare, l’appartenenza allo stesso comune, un numero non eccessivo di parrocchie e di abitanti, la vicinanza geografica e storico-culturale. 27. Questi criteri non vanno intesi in forma troppo rigida e soprattutto non è necessario che siano tutti presenti contemporaneamente. A seconda delle situazioni può prevalere un criterio o l’altro.

CAPITOLO II Compiti e funzioni delle UUPP Paragrafo 1 Compito principale: la missione ecclesiale attraverso una “progettazione comune” della pastorale 28. La Chiesa esiste per la missione. Questo comporta anche una progettazione che risponda alla situazione concreta del territorio. Si potrebbe dire che la progettazione è già atto missionario poiché cerca di rispondere alle istanze espresse o anche non ancora espresse dalle persone. 29. La progettazione pastorale, che nasce anzitutto dall’ascolto della parola del Vangelo e del magistero ecclesiale, comporta soprattutto i seguenti momenti fondamentali: l’analisi della situazione pastorale e sociale; la definizione degli obiettivi (generali e particolari) che si intendono raggiungere; la precisazione dell’itinerario (modalità, tappe od obiettivi intermedi, tempi, persone, mezzi, ecc.) che permette di passare dalla situazione di partenza a quella desiderata; la verifica come momento di ridefinizione degli obiettivi. 30. Nell’UP la progettazione ha origine dal discernimento comunitario e dalla convergenza di molti soggetti e quindi è già segno della comunione che nasce dalla missione. 35


31. Proprio perché nell’UP la progettazione pastorale è comune a tutte le parrocchie che la costituiscono, il luogo in cui si attua la progettazione è il CUP, nel quale convergono anche le eventuali proposte formulate dagli organismi di partecipazione delle parrocchie. 32. Il CUP non si limita ad elaborare la progettazione pastorale comune. Suo compito è anche quello di sollecitarne e verificarne la realizzazione nelle parrocchie, fornendo gli strumenti per una partecipazione responsabile di tutte le persone, aggregazioni e istituzioni. Alla fine di ogni anno pastorale esso verificherà il lavoro svolto dall’UP e preparerà alcune ipotesi progettuali per il successivo anno pastorale; le farà conoscere agli organismi di partecipazione delle parrocchie, i quali, all’inizio del nuovo anno pastorale, faranno pervenire al CUP le proprie proposte. Paragrafo 2 Elementi fondamentali e ambiti o settori della pastorale delle UUPP 33. All’interno e al servizio della missione, le comunità cristiane sono chiamate a svolgere una pluralità di funzioni che nell’UP saranno oggetto della progettazione pastorale comune. Alcune di queste funzioni sono costitutive e fondamentali, cioè: le varie forme di annuncio della Parola, le celebrazioni sacramentali, la testimonianza della carità. Queste sono dette “costitutive” perché non possono mancare in nessuna comunità cristiana. Sono dette anche “fondamentali” nel senso che tutte le altre funzioni dipendono da esse, vi si alimentano e dicono ad esse riferimento. 34. Altre funzioni, essendo collegate a situazioni e ad ambiti di vita particolari, sono più mutevoli nello spazio e nel tempo. Esse avranno come criterio di riferimento l’attenzione alle condizioni concrete delle persone, agli ambienti in cui queste vivono e alle varie situazioni dell’esistenza, secondo gli ambiti del Convegno ecclesiale di Verona (2006): tradizione, vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, cittadinanza. Paragrafo 3 Le funzioni costitutive (annuncio, liturgia, carità) 35. Attraverso il CUP, spetta all’UP il compito di una comune progettazione pastorale per l’annuncio, la vita liturgica e la carità nell’ambito delle parrocchie che costituiscono l’UP. In particolare, nella vita liturgica si dovranno 36

ripensare in modo organico gli orari delle celebrazioni eucaristiche cercando di garantire in ogni parrocchia una celebrazione eucaristica domenicale e curare la formazione degli animatori liturgici. 36. Nella catechesi si dovrà attuare il cammino dell’iniziazione cristiana secondo le disposizioni diocesane, prestando attenzione alla formazione dei genitori e dei catechisti. Quando risulti possibile e utile, la catechesi dei bambini e dei ragazzi sarà svolta nelle singole parrocchie. In questo caso, ogni parrocchia può prevedere incontri organizzativi per i propri catechisti. 37. La catechesi per i giovani e gli adulti è progettata insieme nel CUP e, a seconda delle diverse situazioni, sarà svolta nelle singole parrocchie, in gruppi interparrocchiali o a livello di tutta l’UP. 38. L’impegno delle comunità cristiane si esprime nella partecipazione alla vita sociale e alla vita della comunità civile, secondo gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa, e nell’attenzione alla povertà e ai bisogni delle persone. Al fine di un’azione più efficace è opportuno che in ogni UP si costituisca una Caritas nella quale siano rappresentate tutte le parrocchie dell’UP. A seconda della situazione, si potrà poi pensare alla Caritas in ogni parrocchia oppure ad una Caritas per più parrocchie o per tutta l’UP. 39. All’interno di ogni Caritas è opportuno che si costituiscano sottogruppi che stimolino l’attenzione alle varie necessità e fragilità (fame, malattia, assenza di lavoro, emarginazione, ecc.). Paragrafo 4 Alcuni ambiti o settori della pastorale 40. Intendendo per pastorale il complesso delle iniziative che la Chiesa mette in atto per realizzare la sua missione in riferimento al mondo e agli uomini d’oggi, i settori della pastorale non possono essere definiti una volta per sempre. Si abbia cura di promuovere le vocazioni al ministero ordinato e alla speciale consacrazione, che sono al servizio delle altre vocazioni. I settori e gli ambiti qui nominati valgono solo come esemplificazioni. 41. L’azione pastorale esige operatori pastorali adeguati: la loro preparazione spirituale e pastorale spetta all’UP in quanto tale, quando non si renda necessario ricorrere a una preparazione più specifica e qualificata che può essere offerta dalla Zona Pastorale o dalla Diocesi. 42. Nella pastorale il volontariato e la gratuità sono valori da salvaguardare. In casi particolari e se necessario si potrà ricorrere a personale remunerato, che

dia testimonianza di coerenza di vita cristiana e di dedizione educativa. L’incarico di tali persone nelle UUPP avvenga per mandato esplicito del Vescovo. 43. Pastorale familiare a. Poiché la famiglia è il luogo attraverso il quale la persona umana coglie i valori della vita e della socialità, nell’UP le si presterà particolare attenzione, considerandola soggetto attivo dell’azione pastorale. Si elaboreranno altresì proposte per iniziative comuni a tutta l’UP anche per le persone o le coppie che vivono situazioni problematiche. A questo scopo presbiteri, persone consacrate e laici, in particolare coppie di sposi, esercitando la loro singolare ministerialità, dovranno operare insieme per la formazione umana e spirituale dei ragazzi e delle ragazze, educandoli all’amore reciproco, al sacramento del matrimonio, alla condivisione della responsabilità familiare, all’accoglienza e al rispetto della vita in tutte le sue età, alla cura e all’educazione cristiana dei figli, alla partecipazione alla vita sociale, politica, istituzionale. b. Nelle UUPP si dovranno progettare e coordinare soprattutto: la formazione dei fidanzati, la preparazione al matrimonio, la pastorale battesimale e postbattesimale, la formazione dei genitori, coinvolgendo e preparando, come animatori, in primo luogo coppie di sposi, con speciale attenzione e sostegno alle donne nell’importante compito loro affidato nella trasmissione e nella cura della vita. 44. Pastorale giovanile e oratoriana a. La pastorale giovanile e l’oratorio esprimono nella nostra Diocesi la cura pastorale più immediata e radicata delle comunità verso le nuove generazioni. In un contesto di UP, per continuare e rinnovare questa tradizione, è necessario dotarsi di un progetto pastorale condiviso e organico, capace di accogliere le nuove sfide educative. b. È bene che in ogni parrocchia, se possibile, si mantenga la presenza dell’oratorio, almeno con una struttura minima per il servizio del catechismo, delle attività connesse alla iniziazione cristiana e all’animazione dei ragazzi. Nella UP si dovranno comunque valorizzare le risorse esistenti con un razionale utilizzo delle strutture, con l’accorpamento di alcune attività e, dove possibile, con la specializzazione nella gestione delle stesse, senza ricorrere, se non in casi eccezionali, alla costruzione di nuovi oratori. c. La pastorale giovanile non può essere considerata oggi esclusivamente legata all’ambiente oratoriano; essa esige un’attenzione particolare agli ambienti frequentati dagli adolescenti e dai giovani e ai loro stili di vita per poter entrare in dialogo, cercare il confronto sui valori e offrire proposte adeguate con particolare attenzione alla dimensio-

ne vocazionale. Per questo molte iniziative dovranno essere pensate per tutta l’UP secondo un progetto pastorale unitario, che valorizzi le proposte educative di associazioni e movimenti. 45. Pastorale sociale a. L’UP partecipa attivamente alla realtà sociale del territorio per leggere nelle trasformazioni in atto “i segni dei tempi” che interpellano la Chiesa e impostare una pastorale adeguata alle effettive condizioni di vita delle persone. b. I cristiani impegnati nella realtà sociale e politica e le aggregazioni con carisma sociale devono poter trovare nella UP occasioni per confrontarsi, per sentirsi parte della comunità cristiana e per sperimentare insieme il discernimento spirituale comunitario. La dimensione dell’UP consente in modo particolare una visione più ampia dei problemi relativi al mondo del lavoro, alla pace, alla giustizia sociale e alla pastorale del creato. 46. Pastorale della salute a. Ogni parrocchia dovrà continuare a provvedere alla cura delle persone fragili o malate. L’UP sarà pure il luogo più appropriato per sviluppare nuove forme di pastorale che, con spirito missionario, non si limitino alla cura dei sofferenti che già chiedono i sacramenti, ma si propongano, piuttosto, di evangelizzare il tempo della sofferenza. Si avrà altresì cura di avvicinare coloro che attraversano la prova e il patire senza la forza della fede. Si dovrà inoltre valorizzare la testimonianza e la preghiera delle persone malate o fragili o diversamente abili per l’evangelizzazione. Si presterà attenzione alle strutture ospedaliere presenti sul territorio, cercando di stabilire collaborazioni tra le “cappellanie ospedaliere” delle stesse. Nell’UP verrà offerta una preparazione più specifica agli operatoripastorali e l’occasione per il confronto e il coordinamento delle esperienze, valorizzando anche particolari competenze presenti sul territorio. b. Anche i ministri straordinari della Comunione sono pensati al servizio della pastorale della salute e non solo come aiuto per la distribuzione della Comunione durante le celebrazioni eucaristiche. L’UP provveda perché tali ministri siano distribuiti in modo tale da servire tutto il territorio che la riguarda. 47. Pastorale della cultura e della comunicazione a. La diffusione e il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione, con tutti i problemi connessi alla loro incidenza nella vita delle persone e nella cultura dominante, fanno ritenere opportuna in ogni UP la presenza di animatori della cultura e della comunicazione adeguatamente preparati, con il compito di farsi promotori di iniziative culturali per tutta l’UP. 37


b. Spetta al CUP elaborare una programmazio- il confronto con gli appartenenti ad altre tradizioni ne comune. Le iniziative culturali delle singole religiose che vivono nel nostro territorio. 52. parrocchie dovranno inserirsi all’interno di tale Pastorale missionaria programmazione, tutelando e valorizzando i beni Le UUPP avranno cura di mantenere ampio artistici e culturali. l’orizzonte della propria azione pastorale, ponenc. Dove si ritiene opportuno, gradualmente, si dosi in ascolto della molteplice e ricca esperienza potrà passare dal giornale della singola comunità di coloro che hanno dedicato la vita alla missione, ad un unico giornale per tutta l’UP, nel quale però dei missionari “ad gentes”, dei religiosi in missione, ci sarà uno spazio adeguato anche per le singole dei “fidei donum”, dei laici e volontari missionari. parrocchie. A questo scopo, in ogni UP si preveda un gruppo d. Nel servizio all’UP si valorizzino gli altri missionario. strumenti attuali della comunicazione, quali il sito internet, la radio, la Sala della comunità, ecc… 48. Pastorale scolastica e universitaria La realtà scolastica e universitaria ha una rilevanza fondamentale per l’evangelizzazione e l’educazione cristiana delle nuove generazioni. Le UUPP si preoccupino perciò di individuare persone preparate che vi si dedichino in dialogo con le diverse proposte educative presenti nelle scuole pubbliche. Particolare attenzione e valorizzazione saranno dedicate alle scuole cattoliche e agli insegnanti di religione cattolica. 49. Pastorale dei migranti Sarà cura delle UUPP prestare particolare attenzione agli immigrati cattolici di prima generazione per seguirli sul territorio o indirizzarli alle realtà preposte a questo servizio. Le stesse UUPP si preoccuperanno inoltre di curare l’iniziazione cristiana degli immigrati di seconda generazione, in modo da favorirne l’inserimento nelle comunità e la valorizzazione delle diverse culture che animano la Chiesa cattolica. 50. Pastorale ecumenica Le UUPP, riconoscendo che i fratelli e le sorelle di altre confessioni cristiane, a motivo del comune Battesimo sono anch’essi chiamati a vivere all’interno della loro Chiesa la responsabilità della missione, diano loro la possibilità di edificare la comunione tra loro incontrandosi per celebrare la Divina Liturgia e gli altri Sacramenti, aiutando a trovare un adeguato e dignitoso luogo di culto, secondo le apposite norme della disciplina canonica. La rispettosa e fraterna accoglienza nella diversità può rivelarsi una ricchezza di aiuto reciproco nel cammino della medesima fede. 51. Dialogo interreligioso La pastorale per il dialogo interreligioso diventi anche per le UUPP un ambito di sensibilizzazione, dove si favorisca la conoscenza, il rispetto e 38

CAPITOLO III Soggetti

Paragrafo 1 Per una “ministerialità” diffusa 53. Alla base delle diverse attività e dei molteplici servizi svolti nella comunità cristiana deve esserci a coscienza che ogni ministero rappresenta un modo di partecipare all’unica missione della Chiesa, la quale è attuata da soggetti diversi, secondo le varie vocazioni e i doni ricevuti, e si realizza in modi differenti e complementari. 54. A servizio dell’unica missione della Chiesa sono posti sia i ministeri conferiti attraverso il sacramento dell’Ordine, che assicurano alla comunità il servizio essenziale della Parola, dei sacramenti e della guida pastorale autorevole, sia i ministeri istituiti o esercitati di fatto, che sono fondati nel Battesimo e sono pure a servizio della comunità, ma presentano una maggiore variabilità in rapporto al mutare delle situazioni storiche e dei bisogni delle comunità. 55. L’accoglienza delle diversità, la valorizzazione dei carismi per il bene comune, la coscienza della distinzione tra i ministeri e della necessità di evitare sovrapposizioni e invasioni di campo e lo sforzo di esercitarli nella comunione con tutti i soggetti chiamati al servizio nella Chiesa, sono condizioni essenziali per un corretto esercizio dei ministeri ecclesiali anche nelle UUPP. 56. Di particolare importanza è la presenza di coloro che, all’interno di una UP, svolgono un ministero continuativo (ordinato o istituito o di fatto). Il presbitero coordinatore abbia cura di riconoscere e mettere in comunione le persone di questo gruppo interparrocchiale, in cui deve manifestarsi una piena comunione, una collaborazione effettiva, una corresponsabilità sinodale vissuta a servizio di tutta l’UP. A questo fine il presbitero coordinatore, in tutte le fasi di istituzione come nella vita ordinaria dell’UP, promuova percorsi di conoscenza, formazione e condivisione nella fraternità.

un’adeguata formazione di coloro che sono idonei e 57. Con la partecipazione alla definizione e alla realiz- disponibili ad assumere tali ministeri. zazione del progetto pastorale comune si attua conParagrafo 3 I diaconi cretamente la dimensione ministeriale della Chiesa e crescono la consapevolezza missionaria della Chiesa 64. e la comunione tra i diversi soggetti ai quali la misI diaconi sono chiamati ad essere segno di Cristo sione è affidata. servo ed esprimono in modo particolare la dimensione del servizio, che è compito dell’intera Chiesa. Paragrafo 2 I presbiteri Essi sono chiamati a svolgere, sia nelle UP che nelle comunità parrocchiali, la triplice diaconia della 58. L’impostazione di una pastorale comune tra più Parola, della liturgia e della carità. 65. parrocchie, insieme alla diminuzione del numero I diaconi sono a servizio delle UP e possono fadei presbiteri, comporta una trasformazione delle forme in cui il ministero dei presbiteri è esercitato. vorire la comunione all’interno di esse. Se il Vescovo riterrà necessario affidare una partecipazione 59. Il ministero del presbitero, avendo come scopo nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia la guida e l’edificazione della comunità cristiana, a un diacono, tale compito verrà svolto secondo le anche nelle UUPP dovrà riguardare tutti gli aspetti indicazioni del can. 517 §2. Questo servizio dovrà costitutivi della pastorale, evitando il rischio che il essere svolto con spirito di umile mediazione e in presbitero si limiti alle funzioni liturgiche e sacra- accordo con il presbitero coordinatore dell’UP. 66. mentali o si trasformi in un funzionario nel quale Una caratteristica del servizio dei diaconi è anprevale il tratto burocratico. che quello di stare sul “confine” e diventare “pon60. Per evitare i rischi menzionati, i compiti affidati te” tra la Chiesa e il mondo: essi devono portare ai presbiteri richiedono il contatto diretto e la co- nell’ambiente periferico la carità e il conforto spistruzione di relazioni stabili con i fedeli appartenen- rituale e materiale della Chiesa e al tempo stesso ti alla comunità cristiana e l’attenzione alla testimo- riportare al cuore della Chiesa le ansie e le attese nianza missionaria rivolta a coloro che non credono delle donne e degli uomini. o sono in ricerca. Paragrafo 4 Le persone consacrate 61. Le relazioni stabili del presbitero con i fedeli tro67. vano nell’assemblea convocata per l’Eucaristia la Nella comunità dei credenti le persone consaloro espressione più alta e includono il cammino di evangelizzazione e di formazione cristiana che por- crate sono una presenza significativa che sollecita ta all’Eucaristia nonché la molteplicità di azioni e all’essenzialità dell’esistenza cristiana: il primato di forme di vita comunitaria che dall’Eucaristia nasco- Dio, la sequela di Gesù casto, povero e obbediente, no. Nella presidenza della celebrazione eucaristica la vita fraterna in comunità, l’obbedienza allo Spie nell’esercizio comune del ministero all’interno rito nel discernimento comunitario, l’attenzione ai dell’UP tutti i presbiteri sono per la comunità segno poveri. 68. di Cristo Pastore con pari dignità, indipendenteIl loro stato di persone consacrate - con i voti di mente dal compito specifico (coordinatore, parroco, vicario parrocchiale) che ciascuno è chiamato castità, povertà, obbedienza o altri sacri vincoli annuncia il cielo e la terra nuovi che il cristiano già a svolgere. abita con Cristo, in forza del Battesimo, e lo solle62. Inserito nel presbiterio diocesano, il presbitero è cita a non schematizzarsi sulla logica del mondo. La nostra Diocesi ha visto la nascita e la crescita chiamato a vivere nell’UP la comunione con gli altri presbiteri con i quali condivide la cura pastorale. di carismi per l’educazione, per la cura dei povePer questo, nella misura del possibile, è bene che in ri e di ogni male fisico e spirituale e ancora oggi ogni UP vi siano almeno due presbiteri; così come ne gode in forme più aderenti alle situazioni attuaè opportuno che i presbiteri della medesima UP at- li. Per questo, da parte dei superiori maggiori, si tuino qualche forma di vita comune. D’altra parte, faccia di tutto perché in ogni UP sia possibilmente si deve riconoscere anche il valore di una presenza assicurata la presenza di persone consacrate e di codiffusa dei presbiteri nelle singole parrocchie, ca- munità religiose. A loro volta, gli Istituti secolari, ratteristica della tradizione bresciana, che permette che vivono nel mondo la loro consacrazione e intendono portarvi il lievito del Vangelo, collaborano loro una maggiore vicinanza ai fedeli. all’azione apostolica della Chiesa. Particolarmente 63. I presbiteri sono chiamati a riconoscere e pro- sensibili alla vocazione della donna nella Chiesa, muovere le vocazioni ai diversi ministeri donati da le consacrate contribuiscono in corresponsabilità Dio alla comunità cristiana e a rendere possibile e spirito evangelico all’edificazione di una socie39


tà più umana. I responsabili delle UUPP, da parte loro, operino affinché la comunità cristiana faccia tesoro di questo segno di totale dedizione a Dio attraverso la dedizione ai fratelli e alle sorelle. 69. Ogni comunità consacrata ha un carisma per un servizio all’umanità ed è chiamata ad esercitarlo nella comunione. È necessario che le UUPP accolgano con riconoscenza la ricchezza e varietà della vita consacrata e la sappiano valorizzare secondo le specifiche competenze, accogliendone la testimonianza soprattutto come un dono al di là di una logica puramente funzionale. Il Vescovo, in caso di scarsità di presbiteri, può affidare una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia a una comunità religiosa secondo le indicazioni del can. 517 § 2. 70. La costituzione di una UP che coinvolga una parrocchia affidata a un Istituto Religioso deve essere preventivamente concordata tra Ordinario Diocesano e Superiore Maggiore, stabilendo i principi, i criteri e i limiti di tale collaborazione. I religiosi che reggono una parrocchia si preoccuperanno di integrare le dimensioni specifiche del carisma della propria famiglia religiosa nella vita e nelle scelte dell’UP.

75. Le aggregazioni ecclesiali siano aperte e disponibili ad inserirsi con i loro carismi specifici stabilmente nelle UUPP, partecipando, con i loro rappresentanti, anche agli organismi di comunione. 76. L’Azione Cattolica, che secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II per sua natura si pone al servizio dell’azione pastorale della Chiesa locale, deve godere anche nelle UUPP di una particolare attenzione. Ci si preoccupi che in ogni UP vi sia un gruppo di Azione Cattolica. 77. Il Vescovo, a motivo della scarsità di sacerdoti, può affidare una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia ad una persona o ad una comunità di persone non insignite del carattere sacerdotale; in tale caso, attraverso un discernimento vocazionale, il ministero verrà affidato secondo le indicazioni del can. 517 §2.

CAPITOLO IV Organismi di comunione Premessa

78. Paragrafo 5 In questo capitolo ci si limita ad esporre un elenI laici e le aggregazioni ecclesiali co degli organismi che costituiscono le UUPP o che, in qualche modo, dicono riferimento ad esse. 71. La loro determinazione più specifica viene demanLe UUPP favoriscono il sorgere di nuoveforme data al Regolamento che ciascuna UP sarà chiamata di servizi laicali, in particolare quelli della Parola, a stendere sulla base delle indicazioni diocesane. della liturgia e della carità, nonché quelli dei diversi settori della pastorale, sia all’interno della comunità Paragrafo 1 Zona Pastorale e Vicario Zonale cristiana sia, e soprattutto, all’interno della vita so79. ciale, politica, culturale ed economica del mondo. La costituzione delle UUPP non cancella le Zone 72. Pastorali. Anche se in certi casi sarà necessario riIn ogni UP dovrà considerarsi prioritaria una definire i loro confini, esse rimangono punto di riformazione permanente dei laici che, a partire dal- ferimento e segno di comunione di più UUPP. Una la Parola, abbracci l’intera esperienza personale e volta costituite le UUPP, decade l’organismo del porti a maturare uno stile di vita laicale autentica- Consiglio Pastorale Zonale, mentre per la compomente cristiano. Si dovrà curare poi la formazione sizione del Consiglio Pastorale Diocesano si dovrà dei laici che esercitano un servizio ecclesiale rico- pensare ad una nuova modalità noscendo un ruolo particolare alle donne. di nomina dei membri sulla base del nuovo asset73. to delle UUPP. Nell’UP va riconosciuta la complementarità tra 80. il ministero sponsale e quello presbiterale attraverIl Vicario Zonale, in quanto presbitero che preso esperienze di confronto e la valorizzazione del- siede le specifiche vocazioni, promuovendo la nascita di la Zona Pastorale in rappresentanza del Vescovo, gruppi per le coppie e per le famiglie. è anche il coordinatore delle UUPP della Zona e, 74. in modo particolare, il coordinatore del clero della I laici sono chiamati a dare testimonianza con co- Zona. Restano invariate le competenze a lui affidate erenza, credibilità e competenza nella Chiesa e nel dalla normativa universale (cfr. cann. 553-555)3. mondo non solo personalmente ma anche in forma 81. associata. Sotto questo profilo, le aggregazioni eccleIl livello fondamentale della programmazione siali dei laici costituiscono una ricchezza nella vita pastorale è quello delle UUPP. Il Vicario Zonale dell’UP ed una particolare testimonianza di comunio- presiederà e coordinerà le iniziative pastorali che si ne. intendono organizzare nella Zona. 40

Paragrafo 2 Consiglio dell’UP 82. Il CUP, in quanto organismo rappresentativo, è formato dal presbitero responsabile dell’UP, dagli altri eventuali parroci e presbiteri e dai rappresentanti di tutte le parrocchie che formano l’UP. Nella sua costituzione si terrà conto del numero di abitanti delle parrocchie che formano l’UP, garantendo che anche le parrocchie più piccole abbiano almeno due rappresentanti. 83. La maggioranza dei membri del CUP è eletta dai fedeli dell’UP: ogni parrocchia, mediante il proprio organismo di partecipazione parrocchiale, elegge i rappresentanti da inviare al CUP. 84. Al presbitero coordinatore, responsabile della UP, è data la possibilità di nominare personalmente alcuni membri del CUP, sentito il parere degli altri eventuali parroci. 85. Se lo si ritiene opportuno, il CUP potrà avvalersi della collaborazione di commissioni corrispondenti agli elementi costitutivi della vita ecclesiale (catechesi, liturgia, carità) e ad alcuni settori della pastorale ritenuti particolarmente importanti per quel territorio. Compito delle commissioni è studiare percorsi – da sottoporre al CUP – per programmare l’azione pastorale dell’UP. Paragrafo 3 Commissione economica dell’UP 86. Nell’UP si potrà costituire una commissione economica che cerchi di ottimizzare le risorse presenti e di sensibilizzare le parrocchie a “sovvenire” alle necessità della Chiesa. Si invitano le comunità a studiare e ad avviare percorsi di comunione tra le parrocchie, soprattutto in vista di un sostegno a

quelle che si trovano in particolare difficoltà. Si potrà a tale scopo istituire un fondo comune dell’UP, affidato al presbitero responsabile dell’UP. I Consigli per gli Affari Economici delle singole parrocchie siano riuniti periodicamente per favorire l’armonizzazione dell’utilizzo delle risorse in funzione del progetto pastorale delle UUPP. 87. Può essere utile che nell’UP ci sia un segretario economico, nominato dal coordinatore dell’UP sentito il parere dell’eventuale commissione economica, che lo sollevi da alcune incombenze burocratiche, giuridiche e amministrative nelle parrocchie. A tal fine, il coordinatore e il CUP avranno cura di sensibilizzare e promuovere la formazione di laici per la gestione delle attività economiche nonché dell’ordinaria e straordinaria amministrazione della parrocchia. Si tenga presente che l’UP non gode di personalità giuridica e il presbitero coordinatore non svolge funzioni di rappresentanza legale. Paragrafo 4 Organismi parrocchiali di partecipazione 88. Il CUP non cancella gli organismi parrocchiali di partecipazione, anche se la loro funzione andrà armonizzata all’interno della nuova organizzazione pastorale. 89. Nelle parrocchie che costituiscono l’UP rimarranno pertanto i Consigli Pastorali Parrocchiali o altre forme di rappresentanza, soprattutto laddove già avviate come i Consigli Pastorali Interparrocchiali, la Consulta o l’Assemblea Parrocchiale. Tali forme di rappresentanza dovranno essere appositamente disciplinate dal Regolamento. A tali organismi spetta il compito di programmare la vita della comunità parrocchiale per gli aspetti che le competono; tradurre le indicazioni pastorali del

3 Can. 553 §1. Il vicario foraneo, chiamato anche decano o arciprete o con altro nome, è il sacerdote che è preposto al vicariato foraneo. §2. A meno che il diritto particolare non stabilisca altro, il vicario foraneo è nominato dal Vescovo diocesano, dopo aver sentito, a suo prudente giudizio, i sacerdoti che svolgono il ministero nel vicariato in questione. Can. 554 §1. Per l’ufficio di vicario foraneo, che non è legato all’ufficio di parroco di una parrocchia determinata, il Vescovo scelga il sacerdote che avrà giudicato idoneo, valutate le circostanze di luogo e di tempo. §2. Il vicario foraneo venga nominato a tempo determinato, definito dal diritto particolare. §3. Il Vescovo diocesano può rimuovere liberamente, per giusta causa, secondo la sua prudente decisione, il vicario foraneo. Can. 555 §1. Il vicario foraneo, oltre alle facoltà che gli attribuisce legittimamente il diritto particolare, ha il dovere e il diritto: 1 di promuovere e coordinare l’attività pastorale comune nell’ambito del vicariato; 2 di aver cura che i chierici del proprio distretto conducano una vita consona al loro stato e adempiano diligentemente i loro doveri; 3 di provvedere che le funzioni sacre siano celebrate secondo le disposizioni della sacra liturgia, che si curi il decoro e la pulizia delle chiese e della suppellettile sacra, soprattutto nella celebrazione eucaristica e nella custodia del santissimo Sacramento, che i libri parrocchiali vengano redatti accuratamente e custoditi nel debito modo, che i beni ecclesiastici siano amministrati diligentemente; infine che la casa parrocchiale sia conservata con la debita cura. §2. Il vicario foraneo nell’ambito del vicariato affidatogli: 1) si adoperi perché i chierici, secondo le disposizioni del diritto particolare, partecipino nei tempi stabiliti alle lezioni, ai convegni teologici o alle conferenze a norma del can. 279, p 2; 2) abbia cura che siano disponibili sussidi spirituali per i presbiteri del suo distretto ed abbia parimenti la massima sollecitudine per i sacerdoti che si trovano in situazioni difficili o sono angustiati da problemi. §3. Il vicario foraneo abbia cura che i parroci del suo distretto, che egli sappia gravemente ammalati, non manchino di aiuti spirituali e materiali e che vengano celebrate degne esequie per coloro che muoiono; faccia anche in modo che durante la loro malattia o dopo la loro morte, non vadano perduti o asportati i libri, i documenti, la suppellettile sacra e ogni altra cosa che appartiene alla chiesa. §4. Il vicario foraneo è tenuto all’obbligo di visitare le parrocchie del suo distretto secondo quanto avrà determinato il Vescovo diocesano. 41


volte nella prospettiva della costituzione di una UP − aperti a tutti, a cui sono però invitati in modo particolare i Consigli Pastorali Parrocchiali, i Consigli Parrocchiali per gli Affari Economici e il Consiglio Pastorale Zonale. 95. In questi incontri si condividono il significato, il valore e le prospettive delle UUPP; si delinea il valore di una Chiesa di comunione aperta alla missione; si incentivano momenti di confronto tra sacerdoti, laici, diaconi e persone consacrate. 96. Tali incontri hanno lo scopo di favorire la corresponsabilità al servizio del discernimento spirituale comunitario e di incoraggiare un’azione pastorale più unitaria e organica. Essi mirano anche a valorizzare la presenza laicale e a ribadire la preminenza CAPITOLO V del servizio alla comunità rispetto agli interessi perVerso le UUPP sonali. Premessa 97. Al termine di questo percorso, che può variare 91. nella durata secondo le esigenze delle parrocchie Il processo di costituzione di una UP è comples- che sono coinvolte nella prospettiva della costituso zione di una UP, si verifica e si valuta il grado di e articolato. Esso presuppone una mentalitàdi adesione alla proposta da parte delle singole comucomunione e di missione, l’ascolto della vita, il di- nità parrocchiali. scernimento, l’individuazione di strategie o percorsi da attuare. Tutto questo richiede una conversione Paragrafo 2 pastorale. Preparazione 92. 98. Alla luce di queste considerazioni, la nascita di Una volta verificata la positiva adesione alla una UP prevede quattro fasi: proposta dell’UP, si passa alla seconda fase, nella a) Proposta quale il Vescovo nomina il presbitero coordinatore b) Preparazione responsabile della erigenda UP. Di conseguenza si c) Costituzione costituisce un gruppo di lavoro formato dai rappred) Accompagnamento sentanti delle comunità interessate e coordinato dal presbitero responsabile. Paragrafo 1 Proposta 99. Il gruppo di lavoro incontra più volte gli organi93. smi di comunione, gli operatori pastorali, i gruppi, Si costituisce in primo luogo la Commissione i movimenti, le associazioni e i fedeli interessati di diocesana per le UUPP. Composta da un Delegato queste parrocchie e, aiutato dalla commissione diovescovile competente e da altri membri di nomina cesana, inizia a lavorare su obiettivi a breve, medio vescovile, essa ha il compito di valutare l’esistenza e lungo termine, e cioè, rispettivamente: quelli volti delle condizioni utili per l’istituzione di una UP, a favorire momenti di spiritualità e la conoscenza anche alla luce degli esiti della fase di discernimen- fra le persone delle diverse parrocchie; quelli volti a to e consultazione coordinata dai Delegati vesco- stabilire criteri di valutazione in merito alle attività vili che ha preceduto la Consultazione Diocesana da progettare e attuare insieme; infine, quelli volti Presinodale, ovvero di promuovere la conversione alla progettazione pastorale delle comunità parrocchiali chiamate al pastorale comune. processo di costituzione. 100. 94. Gli obiettivi proposti non solo possono ma devon Il Delegato vescovile, insieme alla Commissio- essere riformulati nel breve, medio e lungo periodo, ne diocesana per le UUPP, incontra il Vicario Zo- in modo consono e attento allo sviluppo della situanale e, in collaborazione con essi, promuove una zione. serie di incontri − per le parrocchie che sono coin-

CUP nella realtà specifica della parrocchia; far pervenire al CUP, tramite i suoi rappresentanti, suggerimenti o indicazioni di rilevanza pastorale alla luce della conoscenza più particolare del territorio. 90. Secondo la normativa canonica (cfr. can. 537)4, in ogni parrocchia va mantenuto il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici con i compiti specifici che ad esso competono. Esso dovrà agire in sintonia con l’organismo di partecipazione parrocchiale e tenendo presenti le scelte pastorali dell’UP e gli indirizzi della eventuale commissione economica dell’UP.

4 Can. 537 - In ogni parrocchia vi sia il consiglio per gli affari economici che è retto, oltre che dal diritto universale, dalle norme date dal Vescovo diocesano; in esso i fedeli, scelti secondo le medesime norme, aiutino il parroco nell’amministrazione dei beni della parrocchia, fermo restando il disposto del can. 532. 42

Paragrafo 3 Costituzione 101. Il Vescovo, sentito il parere della Commissione diocesana, del presbitero coordinatore e degli organismi parrocchiali di partecipazione interessati, erige con decreto la nuova UP, precisandone fisionomia, ruoli e compiti specifici. Un momento celebrativo solenne presieduto dal Vescovo darà inizio ufficiale alla UP. 102. Ogni organismo di partecipazione parrocchiale interessato elegge i rappresentanti che entrano a far parte del CUP. 103. In questa fase di costituzione sarà necessario elaborare criteri guida per il discernimento, valorizzare le strutture presenti più che crearne di nuove, procedere in modo graduale offrendo cammini di sensibilizzazione e di crescita delle comunità, confrontarsi con diverse tipologie operative, avviando la stesura di un Regolamento della stessa UP. Paragrafo 4 Accompagnamento e verifica 104. Nei primi tempi, il cammino dell’UP sarà accompagnato dalla Commissione diocesana; un membro di questa commissione potrà partecipare da uditore agli incontri di progettazione, di programmazione e di verifica della vita dell’UP. Un lavoro di discernimento e di verifica offrirà al Vescovo gli elementi necessari per valutare l’utilità e l’efficacia delle UUPP come strumento di azione pastorale comune.

LINEE GUIDA PER UN REGOLAMENTO DELLE UUPP 1. L’Unità Pastorale (UP) è una particolare unione di più parrocchie affidate dal Vescovo ad una cura pastorale unitaria e chiamate a vivere un cammino condiviso e coordinato di autentica comunione, attraverso la realizzazione di un unico progetto pastorale missionario pluriennale [cfr. Documento Sinodale (DS), n. 16]. In questa prospettiva, il “regolamento” vuole essere uno strumento al servizio della vita delle Unità Pastorali (UUPP), perché possano attuare, in forma più ordinata e concreta, il loro scopo.

ELEMENTI ESSENZIALI 2. Elementi essenziali e costitutivi di una UP sono: il presbitero coordinatore, il consiglio dell’UP, la progettazione pastorale comune, il regolamento. 3. Il presbitero coordinatore dell’UP viene nominato dal Vescovo secondo i tempi e le fasi di costituzione delle UUPP indicate al n. 97 del DS. I suoi compiti principali sono quelli indicati al n.19 del DS. In particolare a lui spetta: - presiedere l’UP e i suoi organismi (soprattutto: il consiglio dell’Unità Pastorale e l’eventuale commissione economica); - promuovere la comunione e le forme di vita fraterna tra i presbiteri dell’UP; - guidare l’elaborazione, la realizzazione e la verifica del progetto pastorale dell’UP; - coordinare il gruppo di coloro che esercitano un ministero; - curare i rapporti dell’UP con la comunità civile. Nelle varie questioni, in comunione con gli altri presbiteri, a lui spetta la decisione finale, dopo aver sentito il parere dei vari organismi di riferimento. 4. Il consiglio dell’UP (CUP) viene costituito secondo le indicazioni dei nn. 21, 81-84 del DS. Esso funziona in stretta analogia con quanto stabilito dalla normativa diocesana e universale in riferimento al consiglio pastorale parrocchiale (cfr can. 536). Sotto la presidenza del presbitero coordinatore e in comunione con gli altri presbiteri, il CUP ha il compito di: elaborare il progetto pastorale dell’UP; verificarne l’attuazione; affrontare i problemi pastorali che emergono nell’UP. Ad esso appartengono di diritto: il presbitero coordinatore, gli altri presbiteri residenti con incarichi pastorali, i diaconi, due rappresentanti dellavita consacrata. La maggioranza dei fedeli laici presenti nel CUP viene eletta in ogni parrocchia dal proprio organismo parrocchiale di partecipazione, in un numero variabile, da un minimo di 2 a un massimo di 6, in ragione della consistenza numerica della parrocchia stessa. Le elezioni di tali fedeli avvengono secondo le modalità previste per il consiglio pastorale parrocchiale. Il resto dei fedeli laici (da 1 a 3 per parrocchia) saranno nominati personalmente dal presbitero coordinatore. Il CUP dovrà essere riunito almeno quattro volte l’anno e ogni volta che lo richieda la maggioranza dei membri. Per la validità delle deliberazioni è richiesta la presenza di almeno i 3/5 dei membri. Al suo interno verrà nominato un segretario che avrà la funzione anche di verbalista. I membri del CUP hanno un mandato di 5 anni e 43


non possono rimanere in carica più di due mandati consecutivi. 5. La progettazione pastorale comune si colloca nel contesto del discernimento spirituale comunitario ed è segno della comunione che si pone al servizio della missione. Essa avviene secondo le indicazioni del n. 29 del DS. Il luogo in cui si attua la progettazione pastorale è il CUP, nel quale convergono anche le proposte formulate dagli organismi di partecipazione delle parrocchie. 6. Il regolamento di ogni singola UP dovrà essere redatto e approvato dal CUP entro un anno dalla costituzione per decreto dell’UP, secondo le indicazioni del n. 22 del DS. Eventuali modifiche al Regolamento potranno essere proposte e approvate dal CUP e fatte conoscere alla Cancelleria diocesana. A seconda della necessità, il regolamento preveda se disciplinare o meno alcuni settori specifici dell’azione pastorale. In particolare vengano disciplinati quegli ambiti che coinvolgono l’impiego comunitario di strutture già esistenti come ad esempio Oratori, Centri giovanili e Sale della comunità.

ELEMENTI POSSIBILI 7. Nel caso vengano costituite le commissioni previste dal n. 84 del DS, nel regolamento si precisi: il loro responsabile, la composizione dei membri e l’attività propria di ciascuna in relazione alle indicazioni del CUP. 8. Se viene costituita la commissione economica prevista dai nn. 85-86 del DS, il regolamento preveda e precisi: composizione (da 1 a 3 membri per parrocchia), cadenza degli incontri, finalità concrete alla luce delle esigenze delle varie parrocchie dell’UP e rapporto con i consigli parrocchiali per gli affari economici delle singole parrocchie. 9. Se viene nominato il segretario economico dell’UP, a norma del n. 86 del DS, il regolamento preveda le sue specifiche funzioni, la durata del suo mandato, ed eventuali percorsi di formazione. 10. Se viene costituito il fondo comune dell’UP previsto al n. 85 del DS, il regolamento ne specifichi la gestione, la trasparenza e la tenuta contabile.

44

INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

11. Qualora, secondo il n. 42 del DS, si dovesse ricorrere, in alcuni ambiti dell’azione pastorale, a personale remunerato, nel regolamento vengano chiaramente specificati compiti, prestazioni lavorative e modalità di assunzione. L’incarico di tali persone avvenga per esplicito mandato del Vescovo.

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La formazione del Nuovo Testamento

ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE 12. L’UP non cancella né la zona pastorale né la parrocchia. Pertanto, oltre al CUP e all’eventuale commissione economica, l’UP dice riferimento ai seguenti soggetti e/o organismi. 13. Il Vicario Zonale: in quanto presbitero che presiede la Zona Pastorale in rappresentanza del Vescovo, è anche il coordinatore delle UUPP della Zona e, in modo particolare, il coordinatore del clero della Zona. Restano invariate le competenze a lui affidate dalla normativa universale (cfr. cann. 553-555); mentre, una volta costituite le UUPP, decade l’organismo del consiglio pastorale zonale; 14. Gli organismi parrocchiali di partecipazione: il regolamento preveda il tipo di organismo di partecipazione di ogni singola parrocchia, alla luce delle esperienze già in atto e di quanto già previsto dalla normativa diocesana in materia (ovvero: assemblee parrocchiali per parrocchie sotto i 400 abitanti, consigli parrocchiali interparrocchiali dove più parrocchie sono già affidate allo stesso presbitero, consulte parrocchiali). Nel Regolamento vengano delineati i rapporti tra detti organismi e il CUP, coordinando i calendari delle convocazioni in modo che tali organismi possano utilmente avanzare proposte e suggerimenti al CUP e allo stesso tempo tradurre nella realtà specifica della singola parrocchia le indicazioni pastorali del CUP. 15. Il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici(CPAE): secondo la normativa canonica (cfr. can. 537), esso va mantenuto in ogni parrocchia con i compiti specifici che ad esso competono. Esso dovrà agire in sintonia con l’organismo di partecipazione parrocchiale e tenendo presenti le scelte pastorali dell’UP e gli indirizzi della eventuale commissione economica dell’UP.

fa di se stesso (del suo «sangue») al Padre, sottomettendosi alla morte di croce (che egli chiama simbolicamente «calice»): «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,20).

Paolo invia la Prima Lettera ai Corinzi. Miniatura (fine XIII secolo), Biblioteca Marciana (Venezia).

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uello che noi cristiani chiamiamo Nuovo Testamento costituisce la seconda parte della Bibbia, che gli ebrei non hanno accolto nel loro canone, cioè nell’elenco dei libri ispirati. Il Nuovo Testamento si compone di 27 libri, tutti scritti in greco: • I 4 Vangeli e gli Atti degli Apostoli; • le 13 Lettere di Paolo; • la Lettera agli Ebrei; • le 2 Lettere di Pietro, la Lettera di Giacomo, la Lettera di Giuda, le 3 Lettere di Giovanni (la raccolta di queste 7 Lettere è conosciuta con il nome di Lettere cattoliche); • L’Apocalisse. Questa seconda parte della Bibbia viene anche chiamata Nuova alleanza o Ultima alleanza. Infatti, come già sappiamo, la prima (o antica) alleanza è quella stretta tra Dio e Abramo, tra Dio e il suo popolo, com’è presentata nei libri dell’Antico Testamento (o Prima alleanza). È un’alleanza resa visibile mediante il segno della circoncisione e il sangue delle vittime offerte in sacrificio (cf Gn 15 e 17), ma che gradualmente dovrà coinvolgere anche il «cuore» di ogni uomo, come annunceranno i profeti (cf Ger 31,31-34). La seconda (o nuova) alleanza è quella definitiva, stretta tra Dio e l’umanità mediante l’offerta che Cristo

I «Vangeli» e il «Vangelo» II primo gruppo di scritti che compongono il Nuovo Testamento è costituito dalle Lettere di Paolo. Tra queste la prima Lettera ai Tessalonicesi (datata nel 49/50 d.C.) è ritenuta, in assoluto, il primo scritto cristiano e segna anche il passaggio dalla predicazione a viva voce (quella che aveva caratterizzato Gesù) alla predicazione scritta, che vede nell’apostolo Paolo il primo e principale esponente. Tuttavia nel canone (o elenco dei libri ispirati) della Chiesa, i primi libri con i quali si apre il Nuovo Testamento sono i quattro Vangeli. Il termine «Vangelo», nella lingua greca da cui deriva (euanghèlion), significa «buona notizia» (traduzione migliore dell’italiano «buona novella», termine ormai desueto). Presso gli antichi greci e latini questo termine era usato sempre al plurale e indicava le «buone notizie», che di volta in volta potevano essere la vittoria riportata dagli eserciti in guerra o la vittoria riportata nelle competizioni sportive, come pure per annunciare la nascita del figlio dell’imperatore o la visita del sovrano alle città del suo regno. In un’iscrizione dell’anno 9 a.C. trovata a Priene, nell’Asia minore, si legge a riguardo della nascita dell’imperatore Augusto: «La provvidenza ha colmato quest’uomo di tali doni che egli per noi e per le generazioni future è stato inviato come salvatore (sotèr); porrà fine alle inimicizie e conferirà splendore a tutte le cose. II giorno della nascita del dio (Augusto) fu per l’universo l’inizio delle buone notizie (euanghelia) che sono procedute da lui: dalla sua nascita comincia un nuovo computo del tempo» (Dittemberger, Orientis Graeci in-scriptiones selectae, n 458). Nel contesto del Nuovo Testamento il termine euanghèlion viene usato sempre al singolare, per esprimere l’unicità della fonte della salvezza e la sua «novità», che è Cristo Signore. Attorno a questo significato si concentra tutto il contenuto del Nuovo Testamen45


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

to: Gesù Cristo è l’unico Salvatore (in greco, sotèr) dell’umanità e questa è la «buona notizia», quella definitiva. «Questa parola (Vangelo) - leggiamo nel primo volume Gesù di Nazaret di J. Ratzinger (Benedetto XVI) - apparteneva al linguaggio degli imperatori romani, che si consideravano signori del mondo, suoi salvatori e redentori. I proclami provenienti dall’imperatore si chiamavano «Vangeli», indipendentemente dalla questione se il loro contenuto fosse particolarmente lieto e piacevole. Ciò che viene dall’imperatore -era l’idea soggiacente - è messaggio salvifico, non è semplicemente notizia, ma trasformazione del mondo verso il bene. Se gli evangelisti riprendono questa parola, tanto che a partire da quel momento diventa il termine per definire il genere dei loro scritti, è perché vogliono dire: quello che gli imperatori, che si fanno passare per dèi, pretendono a torto, qui accade veramente: un messaggio autorevole, che non è solo parola, ma realtà... Non sono gli imperatori che possono salvare il mondo, bensì Dio, E qui si manifesta la parola di Dio che è parola efficace; qui accade davvero ciò che gli imperatori solo pretendono, senza poterlo adempiere. Perché qui entra in azione il vero Signore del mondo: il Dio vivente» (pp 69-70). È quanto afferma l’evangelista Marco nell’apertura del suo scritto su Gesù: «Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1), che può essere reso così: «Questa è la buona notizia: Gesù è il Messia (Cristo Salvatore) e il Figlio di Dio (l’unico Signore)».

L’Evangelo quadriforme, nella liturgia, è onorato, incensato, baciato; con esso si benedice. L’Evangeliario riposa tutto il giorno sull’altare e viene preso di lì per essere proclamato con solennità all’ambone.

Un solo Vangelo e quattro evangelisti Questa «buona notizia», però, ci è stata trasmessa attraverso quattro diversi libretti - i «Vangeli» appunto - i cui autori-compilatori vengono identificati con Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Perché questa pluralità di Vangeli? La risposta è già nelle parole dei primi Padri della Chiesa, i quali affermano che «quanto è stato scrìtto dai quattro è un unico Vangelo» (Origene) e che questi autori-compilatori hanno scritto «quattro libri di un unico Vangelo» (Agostino). Anche il Concilio Vaticano II nella costituzione Dei Verbum (che tratta della divina Rivelazione) parla di un «Vangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca, Giovanni» (Dei Verbum, 18). Infatti Gesù è il protagonista di un unico Vangelo, è l’annunciatore di un’unica «buona notizia». I quattro evangelisti sono dei «redattori», cioè dei «raccoglitori» e degli «ordinatori» della sua predicazione, dei suoi miracoli, delle sue parabole. Ne è prova il fatto che il documento più antico contenente la lista dei libri del Nuovo Testamento (cioè il Codice Muratoriano, risalente all’anno 150 d.C. e scoperto da Ludovico Antonio Muratori nel 1740), presenta i quattro Vangeli come «libro del Vangelo secondo Matteo, secondo Marco, secondo Luca, secondo Giovanni». La precisazione racchiusa nell’espressione «secondo» (in greco katà) vuole indicare che l’evangelista è soprattutto un «ordinatore» del vasto materiale tramandato sulla predicazione e sulla persona di Gesù. E questa opera di «ordinatore» avviene secondo la particolare teologia dell’evangelista e secondo le esigenze e le situazioni dei suoi destinatari. È quanto esprimono i «titoli» che il testo greco, seguendo gli antichi manoscritti, da ai quattro Vangeli: katà Maththaion («Secondo Matteo»), katà Markon («Secondo Marco»), katà Loukan («Secondo Luca»), katà loannen («Secondo Giovanni»). La costituzione conciliare Dei Verbum descrive in questo modo l’opera «ordinatrice» degli evangelisti (chiamati «autori sacri»): «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già messe per iscritto; di altre facendo una sintesi o spiegandole tenendo presente la situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferirci su Gesù cose vere e autentiche. Essi, infatti, attingendo sia dalla propria memoria e dai propri ricordi, sia dalla testimonianza di coloro che “ne furono testimoni fin dall’inizio videro personalmente e furono ministri della parola”, scrissero con l’intenzione di farci conoscere la “verità” (cf Lc 1,2-4) di quegli insegnamenti sui quali sono stati istruiti» (Dei Verbum, 19).

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INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

Come sono nati i Vangeli? II Codice Vaticano (Codice B), uno dei due più antichi manoscritti completi della Bibbia (IV secolo), esposto in fac-simile presso la Mostra «Da Genesi all’Apocalisse, dai canonici agli apocrifi: la Bibbia a Roma» (8-16 novembre 2008).

I

Vangeli non sono stati scritti di getto. Oggi la loro origine viene spiegata attraverso un lungo processo che comprende tre tappe. • La prima tappa coincide con la vicenda storica di Gesù: la sua vita, la sua predicazione, i suoi miracoli sono all’origine dei Vangeli. La costituzione conciliare Dei Verbum così presenta questa prima tappa: «La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con massima costanza che i quattro Vangeli sopraindicati, dei quali afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente fece e insegnò per la loro salvezza eterna, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfAt 1,1-2)» (Dei Verbum, 19). • La seconda tappa coincide con la predicazione degli apostoli che, illuminati dalla Pasqua e sostenuti dal dono dello Spirito Santo nella Pentecoste, raccolsero e trasmisero a viva voce l’insegnamento di Gesù. Afferma la costituzione Dei Verbum al riguardo: «Gli apostoli poi, dopo l’ascensione del Signore, trasmisero ai lóro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa comprensione di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dalla luce dello Spirito di verità, godevano» (Dei Verbum, 19). • La terza tappa è quella della fissazione nello scritto degli attuali Vangeli da parte degli evangelisti (gli «autori sacri»), ciascuno con un metodo corrispondente, al fine che si prefiggeva la loro predicazione su Gesù e con un’attenzione particolare ai destinatari di questa predicazione («la situazione delle Chiese») fissata nello scritto. Così descrive questa tappa la costituzione Dei Verbum. «Gli autori sacri poi scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già messe per iscritto, di altre facendo una sintesi o spiegandole tenendo presente la situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferirci su Gesù cose vere e autentiche» (Dei Verbum, 19). Nel leggere i Vangeli occorre tenere presente tutto ciò, per poter comprendere la diversità tra un evangelista e l’altro, il differente modo di ordinare la predicazione di Gesù, la preferenza data a determinati temi (ad esempio, la misericordia in Luca o il riferimento

alle profezie dell’Antico Testamento in Matteo), la diversità dei destinatari (i pagani in Marco e Luca, gli ebrei in Matteo). Il testo del Nuovo Testamento Come per l’Antico Testamento, anche per il Nuovo Testamento non possediamo il testo «originale», ma solo delle riproduzioni che sono arrivate a noi attraverso l’opera preziosa dei copisti. Bisogna tuttavia notare la posizione privilegiata dei Vangeli: nessuna opera antica può vantare un manoscritto tanto vicino all’originale come un frammento del Vangelo secondo Giovanni, risalente al 120-125 d.C, quindi a soli 30 anni circa dalla fissazione nello scritto del quarto Vangelo. Si tratta di un testo riprodotto su papiro, contenente Gv 18,3133.37.38 («Gesù davanti a Filato»). È conosciuto come Papiro John Rylands (così chiamato perché conservato nella Biblioteca John Rylands, di Manchester) e viene abbreviato con la sigla P52. Una «miniera» di manoscritti L’opera dei copisti ci ha fatto pervenire una vasta miniera di circa 5000 manoscritti (o «codici») greci del Nuovo Testamento. Di essi alcuni sono stesi in scrittura maiuscola (chiamati «onciali»), altri in scrittura minuscola (la maggior parte) e altri ancora contengono i testi per l’uso liturgico (sono chiamati «lezionari»). Gran parte dei manoscritti o codici contiene frammenti (soprattutto i papiri) o solamente alcuni testi del Nuovo Testamento, mentre altri contengono tutti i libri. Gli antichi manoscritti riportano il testo tutto di seguito su una o due colonne, senza punteggiatura e altri segni grafici, come li conosciamo noi oggi. Nello scrivere, i copisti sceglievano tra la sticometria (lo stico, cioè «riga», indicava la lunghezza di una riga, composta in media di circa sedici sillabe, ossia di trentasei lettere) e la colometria (il kolon, cioè «frase», indicava la suddivisione del testo in frasi che ne permettevano una migliore lettura e proclamazione). L’attuale divisione in capitoli risale a Stefano Langton, vescovo di Canterbury 47


I quattro evangelisti (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), miniatura della Bibbia di Vivien (verso l’846). Biblioteca Nazionale di Francia (Parigi).

INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

(morto nel 1228), mentre la suddivisione in versetti venne introdotta per la prima volta dallo stampatore parigino Roberto Estienne nella quarta edizione del Nuovo Testamento, stampata a Ginevra nel 1551. Tra i codici più importanti ricordiamo: • il Codice Sinaitico, chiamato così dal luogo del ritrovamento (presso il monte Sinai) e abbreviato con la sigla S (o anche con la sigla della lettera Alef, che è la prima lettera dell’alfabeto ebraico). È il codice che contiene tutto il Nuovo Testamento. • il Codice Vaticano, chiamato così perché conservato nella Biblioteca Vaticana ed è abbreviato con la sigla B: esso contiene il testo del Nuovo Testamento fino alla Lettera agli Ebrei 9,14. • il Codice Alessandrino, il cui nome deriva dal suo originario proprietario, il patriarca di Alessandria; ha parecchie lacune 48

(manca gran parte del Vangelo secondo Matteo) e viene abbreviato con la sigla A. Dai manoscritti al «testo critico» Dalla grande quantità di manoscritti gli studiosi si sforzano di «ricostruire», nella forma più attendibile, quello che viene chiamato testo critico (o «edizione critica») del Nuovo Testamento, risultante dal confronto e dall’emendazione (cioè eliminazione degli errori) dei vari manoscritti. Si tratta, infatti, di muoversi tra un numero molto elevato di varianti (cosi sono chiamate le differenze tra i vari manoscritti), che alcuni studiosi contano fino a 250.000 sulle circa 150.000 parole dell’intero Nuovo Testamento. Queste varianti non sono dovute tanto a motivi dottrinali, quanto piuttosto a errori di trascrizione del testo da parte dei copisti (a volte non all’altezza del compito, oppure per la libertà che copisti più colti si prendevano di intervenire sul testo sacro). Alcuni degli errori più comuni nei manoscritti su cui gli studiosi intervengono per «ricostruire» il testo originario sono: errori di vista (era facile che il copista passasse dalla prima alla seconda di due parole identiche, con la conseguente omissione di parte del testo), errori di memoria (il copista credeva di ricordare bene i testi e li scriveva non alla lettera, ma a memoria), errori dovuti a correzioni intenzionali (a volte anche dogmatiche, specialmente da parte degli eretici o di chi intendeva sostenere dottrine non contenute nei testi sacri). Nel redigere il testo critico del Nuovo Testamento, gli studiosi procedono con rigorosi criteri di scientificità e attenendosi a precise regole. Una regola accettata da tutti è che, nel confronto tra le varianti dei manoscritti, «la variante che risulta più difficile è quella più probabile». Le edizioni critiche del Nuovo Testamento oggi disponibili (curate dagli studiosi A. Merk, J.M. Bover, Nestle-Aland) tengono presente tutto ciò, spiegano e motivano i criteri delle loro scelte e riportano a piè di pagina il cosiddetto apparato critico, dal quale anche il lettore può rendersi conto dello stato di trasmissione del testo, delle varianti e delle differenze tra i vari manoscritti. Il testo critico del Nuovo Testamento considerato più attendibile oggi è il Novum Testamentum Graece, comunemente chiamato «Nestle-Aland», che si basa su un’edizione pubblicata nel 1898 dallo studioso protestante tedesco Eberhard Nestle (1851-1913) e ora riveduta da B. e K. Aland, J. Karavidopoulos, C M. Martini, B.M. Metzger. È giunto alla 27a edizione. (continua)

Progetto “ A r m e n i a ”

L’

Armenia è uno stato euroasiatico del Caucaso meridionale, con capitale Jerevan. Confina con la Turchia ad ovest, la Georgia a nord, l’Iran a sud. Il territorio è in prevalenza montuoso, ricco di acque dolci, con un clima che comprende estati caldi ed inverni freddi. La popolazione con un tasso di crescita del – 0,25 % è fortemente in declino e una delle cause di questo fenomeno è rappresentata dall’emigrazione. L’ Armenia è un paese a maggioranza cristiana, considerata la prima nazione al mondo ad aver adottato, nel 301, il cristianesimo come religione ufficiale. La Chiesa Armena Apostolica professa un cristianesimo di tipo monofisita, fortemente conservatrice e ritualistica, con poca attività pastorale. Esiste una piccola minoranza di cattolici, i quali fanno riferimento alla Chiesa Armeno Cattolica, il cui Patriarcato ha sede in Libano. Le nostre comunità parrocchiali, nel 2009, con la visita a Botticino di Papa Benedetto XVI, ospitarono l’ esarca di Gerusalemme e attuale arcivescovo di Jerevan, sua Ecc. Raphael Minassian. Fu lui a farci conoscere il pittore armenoYuroz, autore del quadro di sant’ Arcangelo Tadini posto come pala dell’altare a lui dedicato. La storia del nostro santo parroco Arcangelo Tadini che iniziò una filanda, per dare lavoro alle giovani di Botticino, ha colpito il vescovo Minassian, tanto che a distanza di alcuni anni, ha espresso il desiderio di aprire un calzificio a Jerevan, la città dove abita e capitale dell’Armenia. Il vescovo si è rivolto al parroco don Raffaele che con il diacono Pietro e altre persone si sono attivate nel trovare macchine e attrezzature necessarie per impiantare l’attività. Era stato chiesto anche a imprenditori locali se fossero disposti ad aprire loro questa attività, ma il momento di scarsa richiesta di mercato non ha trovato riscontri positivi. Dopo la visita a Jerevan del gruppo promotore, ci si è resi conto delle reali difficoltà di molte famiglie, costrette ad emigrare nelle nazioni vicine, spesso con solo il capo famiglia, creando cosi disgregazione famigliare. Ad oggi, dopo aver avuto contatti con persone competenti del settore, è stato individuato un calzificio della zona, disposto a vendere tutte le attrezzature necessarie per questa attività, oltre che a dare una mano ad avviarla. Don Arcangelo Tadini esercitò la sua missione di parroco per condurre la sua gente alla fede, uomo di preghiera ma anche di instancabile impegno sociale. E’ lo stesso moto ispiratore del progetto Armenia, che individua l’anello debole della società nelle situazioni di precariato delle famiglie. Per questo qualcuno ha già anticipato il nome e marchio di fabbrica:‘calzificio del Tadini’, con il logo delle tre rose blu, segno della grazia e dell’amore di Dio, nella vita e nelle situazioni di tutti gli uomini.

Ti ringrazio Dio per tutto quello che hai fatto per noi. Tu mi hai dato una famiglia bellissima, ma ora triste. Mi hai creato per farmi sempre sorridere. Mi hai creato come mio PAPA’! perchè lui aveva sempre il sorriso. GRAZIE DIO! Civettini Alessandra Andrea

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DEVOZIONI

Il Santo Rosario

Devoti a chi?

“È un uomo molto devoto”, si dice di qualcuno. Sicuramente si possono verificare le pratiche devozionali, ma l’autentica devozione che volto ha?

E’

un uomo molto devoto” si dice di qualcunoIn base a quali criteri? La risposta: frequenta assiduamente un santuario, porta lo scapolare, recita regolarmente il Rosario, ripete le litanie dei santi, accende lumini in chiesa, sull’auto colloca delle immagini sacre… Qual è il terminale di tutto questo? Innumerevoli le risposte: il Sacro Cuore, la beata Vergine Maria, padre Pio, il fondatore del suo movimento… Con facilità possiamo certificare le pratiche devozionali. Sono magari numerose, costanti, impegnative. Ma c’è la devozione? La risposta è assai complessa. Passa attraverso la messa in atto di criteri precisi e oggettivi. Un termine, due volti Proviamo a metterci nei panni dell’uomo. Il termine devozione può connotare due aspetti, talora separati, talora congiunti: A) Un contegno religioso con forte impronta individualistica, dove il sentimento ha la prevalenza. Restano aperti questi interrogativi: il soggetto, in realtà, esce da se stesso? È dedito a Dio o cerca di appropriarsi di una potenza superiore? Pensieri, decisioni e opere in che direzione vanno? B) Il condurre spiritualmente, nella fede, nella speranza e nell’amore, l’esistenza umana e cristiana. C’è inoltre, una forte connessione con la spiritualità. L’ideale è la sintesi tra i due aspetti: un atteggiamento organico, continuativo, di dedizione a Dio (e agli uomini da lui amati) che si esprima poi nelle pratiche concrete esteriori. Cuore, mente, piedi, mani, allora, vanno nella stessa direzione. Modello di devozione sono le donne di cui parla il Vangelo. Di esse si dice anzitutto che seguono Cristo dalla Galilea sino alla croce (Matteo 27,58) e che poi, da risorto, si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano (Matteo 28,9). Devoti di Dio, ma quale? Mettiamoci ora nell’orizzonte teologico. Le devozioni si possono inserire in due opposti orizzonti: A) La divinità è anonima, neutrale, assente. È tutta preoccupata di difendere i suoi privilegi ed esigere prestazioni cultuali. L’uomo si presenta con il suo armamentario di riti e osservanze. Tenta di scuoterla dal suo torpore (1Re 18,27), riesce ad ottenere udienza, attenzione, pro-

tezione. Poi la divinità interviene, risolve. B) Dio è alleato. È tutto dedito all’umanità. È il Dio per noi; è Dio con noi. La massima espressione della sua incondizionata dedizione è la croce di Cristo (1 Giovanni 4,8-9). In lui, Dio s’inginocchia di fronte all’uomo (Giovanni 13). Dio ha sempre gli occhi aperti sul mondo, ma non sostituisce mai l’uomo. Lo chiama, anzi, (si vede nei racconti di vocazione e nelle sue epifanie) a un protagonismo. La devozione è la risposta (sempre parziale, sempre interessata) dell’uomo. Devozione e carità Le forme religiose sono autentiche quando trovano una corrispondenza nella devozione “profana”. “Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua, la sua religione è vana” (Gc 1,26-27). Ogni sguardo rivolto a Dio sa di vera pietà quando poi si sposta in continuità sull’uomo. Colui che si rifugia nel santuario e chiede protezione perché si sente debole, deve poi offrirsi, paradossalmente, come punto di forza per gli infermi. Sempre al centro sta Dio: sempre al centro sta l’uomo oggetto dell’amore del Padre. Non c’è la possibilità di ricongiungersi con l’Altissimo se non passando attraverso colui che è prossimo, vicino, visibile. Non esiste la possibilità di catturare Dio. Egli è il Padre nostro. Vero, unico privilegio è poter anche noi, a nostra volta, esprimere parte della sua paternità e maternità. C’è il suo volere. L’esaudimento è poter fare la sua volontà. C’è indissolubile unità tra amore di Dio e amore degli uomini. Vuoi verificare se il tuo pellegrinaggio è stato fruttuoso? Vedi se, tornando a casa, i tuoi piedi si muovono più speditamente verso il malato, l’anziano, il forestiero. Vuoi vedere se i baci che profondi sulle immagini sacre sono autentici? Vedi se usi uguale tenerezza verso i tuoi cari. Mostri riverenza verso le icone, le reliquie, i santini? Ci sono accanto a te tante immagini viventi di Dio (Genesi 1,26). Gli esercizi di devozione sono delle robuste sollecitazioni a una seria professionalità. Con le tue mani Dio guarisce, con la tua intelligenza Dio istruisce, con la tua onesta ricerca Dio illumina.

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Il Rosario ha una gloriosa storia. Nasce e si sviluppa in maniera parallela agli ordini religiosi e alla devozione a Maria. Sappiamo che, fin dal secolo X, ai religiosi non chierici Che senso ha “illetterati” si faceva obbligo di recitare più per la vita cristiana? volte il Padre nostro. Quello era il loro “salte- È una preghiera semplice, rio”, il loro “breviario” in corrispondenza alla con una storia gloriosa. Liturgia delle Ore. Dal secolo XII si diffonde l’Ave Maria nella I fatti forma attuale e nasce lentamente il “salterio quotidiani della beata Vergine”. Esso consiste nella recita di centocinquanta Ave Maria. Nel 1400 un monaco certosino (ti nasce Enrico Egler di Colonia stabilisce la divisione in deci- un bamne. Un altro suo confratello, Domenico di Prussia, in- bino, vai troduce l’uso di coniugare la recita delle decine con la a visitare contemplazione dei misteri del Cristo. Un frate dome- una tua nicano Alano de la Roche (+ 1475) dà ampia diffusione p a r e n t e , a questo esercizio di pietà. Egli diffonde la leggenda ti muore che il Rosario sia stato istituito da s. Domenico (1170– una per1221). Propone inoltre una meditazione tripartita dei sona cara) misteri del Signore: incarnazione, passione - morte e r i v e l a n o glorificazione di Cristo e di Maria. Il popolo arriva a una proenumerare, con enorme varietà tra zona e zona, fino a fondità inaudita: la storia di salvezza sta proseguendo 300 misteri di Gesù. Nel 1521 il domenicano Alberto in noi con le stesse identiche caratteristiche. da Castello riduce la meditazione a quindici misteri. Pio Sentiamo di «non capirli» (Lc 2,50), ci fidiamo del V nel 1569, con il documento Consueverunt Romani Padre che ci conduce, nel tempo e nello spazio, verso Pontifices, consacra definitivamente questo esercizio di l’adempimento, verso la glorificazione simile a quella pietà. Gregorio XIII nel 1573 istituisce la festa solenne del Figlio suo Gesù. del Rosario. Sotto Leone XIII nasce il “mese del Rosa- Sentiamo che lo Spirito abita in noi come nella Vergine. rio”; Giovanni Paolo II aggiunge i “Misteri della luce”. Rende possibile l’impossibile: accettare una malattia, vedere Dio nella sconfitta, credere nella resurrezione... (cf Lc 1,37). Viaggio dentro le meraviglie di Dio Il “salterio di Maria” è un viaggio ciclico all’interno Pregare con un metodo della storia di salvezza. Si parte dai primi bagliori di Il Rosario si compone di vari elementi. In apertura c’è il questa “epoca nuova”, l’annunciazione dell’angelo a segno della croce. In quel gesto c’è per noi tutta la vita, Maria, la visita a santa Elisabetta. Si arriva agli splen- tutta la storia: universo e uomini sono nati dal Padre; dori della piena trasfigurazione di Cristo, di Maria, dei per mezzo del Cristo e in forza dello Spirito ritornano a lui e si realizzano. Al centro sta la croce: in quel fatto santi in cielo. In questa contemplazione ciclica in primo piano sta il Dio si è rivelato e si è donato a noi, ha superato le meCristo, rivelazione piena del progetto e del volto del raviglie compiute nella creazione e nell’AT; ha anticiPadre. Intimamente e indissolubilmente legata a lui sta pato, nella resurrezione del Cristo, il nostro destino di trasfigurazione. Maria. La Vergine, in questo viaggio, ci guida anzitutto con C’è poi l’espressione Nel primo mistero si contempla... il suo spiccato senso della meraviglia. Dio sta dietro a A quel punto rileggiamo la relativa pagina del Vangelo. ogni angolo della storia per stupirci. Nessuno si poteva Mettiamoci davanti a un’immagine che ci aiuti a riviaspettare che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe ci vere il mistero (l’annunciazione, la nascita, la crocefisvisitasse nel Figlio suo. Nessuno poteva chiedere a Dio sione...). Mentre ripetiamo le Ave Maria per dieci volte, mettiaPadre di amarci fino al dono di se stesso nel Cristo. La meraviglia sta anche nel fatto che Dio compie in moci mentalmente nei panni dei personaggi del Vangenoi i suoi capolavori. Chiede il nostro assenso, ci vuole lo (Elisabetta, Giuseppe, i pastori...). Il Gloria e il Padre nostro siano soprattutto la nostra come corresponsabili. Tutto dipende da lui, ma tutto “prende corpo” in noi. esplosione di lode. Ci sentiamo figli, gratuitamente Dio conduce ogni essere umano, attraverso i misteri amati, sollevati ad altezze vertiginose dal progetto di Dio, Padre di Gesù. gaudiosi e dolorosi, alla sua casa di gioia. 51


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia

UNITA’ PASTORALE -PARROCCHIE BOTTICINO

Commissione pastorale familiare e coppia Associazione PUNTO FAMIGLIA E DINTORNI

pagine per la famiglia e... dintorni

Il Matrimonio Sacramento:

un cuore per la missione

namiche della loro affettività, così ricca eppure sempre così fragile. Che cosa significa riversare sul proprio coniuge la carità di Cristo? Non significa forse non farsi bastare il proprio bene e aprirsi all’amore di Colui che per noi ha dato tutto? L’affettività, insieme a tutto il mondo dei sentimenti, degli istinti e della sessualità, è un grande dono, che permette di uscire da sé e di trovare completamento nell’altro. E’ un alfabeto stupendo, ma per niente facile da utilzzare bene, indirizzare sempre a ciò che è buono. Ora, per poter pronunciare e scrivere parole piene dell’amore di Dio, si rende necessario che proprio dentro questi moti del cuore umano possa vivere il cuore di Cristo. Che cosa stupenda il matrimonio: innamorarsi e amarsi reciprocamente, accogliere ed educare i figli, sono luoghi di pienezza di vita e di autentica testimonianza cristiana, di missione. Però, riconoscendo una strutturale “instabilità cardiaca” (un cuore ballerino), bisogna sempre trovare l’umiltà di sapersi ascoltare nella coppia e, insieme, riconoscere di doversi costantemente educare, così da evitare storie banali e fossilizzazioni mortifere. Infatti, anche se si è iniziato il proprio matrimonio con il dono del sacramento, sarà alla prova dei fatti quotidiani che si potrà vedere la sua efficacia. Se la sessualità non prende i contorni del dono e il contenuto della liberante carità di Cristo, a che cosa serve la grazia sacramentale? Lo so, siamo fragili; ma la potenza dello Spirito Santo e una seria vita spirituale, fatta di costante preghiera personale e comunitaria, esame di coscienza e di perdoPresentazione fidanzati in preparazione al no, ricevuto e ridonato, Matrimonio Botticino Sera 20 ottobre 2013 Affinché la missione della Chiesa possa esprimere la sua piena identità ed efficacia, c’è bisogno che il cuore degli sposi e della famiglia possano battere al ritmo dell’amore di Cristo. Ogni cristiano è chiamato a lasciarsi trasformare, convertire, secondo il cuore misericordioso del Padre, espresso in maniera definitiva in Gesù. Coloro che ricevono il sacramento del matrimonio e vivono in esso per la potenza dello Spirito Santo sono incaricati, resi efficacemente capaci, di presentare il cuore di Cristo dentro il cuore della loro relazione. La vita, la volontà e tutto il mondo dell’affettività, sono così ripieni dell’amore di Dio da poterlo travasare ordinariamente nei vissuti tipici e comuni del familiare. E’ questa la grande rivoluzione del matrimonio sacramento, una condizione di vita in grado di cambiare davvero il mondo, di costruire cioè il Regno di Dio, rendendolo vicino, incarnato. La missione ha bisogno di un cuore palpitante di passione per il bene integrale di ogni persona, con una carità sincera e una verità misericordiosa. Un cuore libero da compromessi con il male e da soluzioni mediocri, capace di confrontarsi con tutti e di opporsi ad ogni forma di individualismo, ingiustizia ed egoismo. Ebbene, gli sposi hanno un’opportunità eccezionale ed unica di poter esprimere questo cuore per la missione, dentro le di-

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possono trasformare...”polli in aquile”. Senza questa bussola, privi di questa forza, gli sposi cristiani rischiano di essere dei “propositi” mai realizzati, dei missionari che han perso l’originalità dell’annuncio loro consegnato, che si sono dimenticati cioè il significato per cui hanno ricevuto Cristo nella loro relazione. Per la missione serve un cuore sponsale, fedele e fecondo, completo e sincero nel suo battere: il sangue che irrora le vene del corpo familiare, prima, ed ecclesiale, poi, dev’essere di buona qualità e ben ossigenato, denso al punto giusto. La qualità degli affetti è determinante per la relazione di coppia; per questo ci vuole impegno e cura costante, vicendevole e all’insegna di uno sguardo misericordioso sull’altro. Come il sangue trasporta il nutrimento per il corpo personale, gli affetti in generale fanno lo stesso per il corpo sponsale. Ma che cosa c’è dentro nel modo concreto di amare il nostro coniuge? Non serve forse un po’ di ossigeno dato dal perdono e dalla ricerca della bellezza? Il dialogo e lo stile di gratuità fanno scorrere per il meglio la relazione di coppia, nella tensione costante di trovare la “densità” giusta. Oggi, forse più di ogni tempo, serve un cuore grande, capace di scelte coraggiose, alte e contro corrente, insomma, un cuore dentro l’amore coniugale che sappia essere veramente missionario. Anche S. Paolo esortava la Comunità di Roma a volare alto, dicendo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto!” (Rm 12,2).

un volto per la missione Il volto di Cristo è un volto accogliente e misericordioso, affascinante e salvifico: insomma un volto missionario, obbediente al Padre. La Chiesa, sua sposa fedele, è chiamata a riflettere nei suoi tratti lo stesso volto e le medesime intenzioni. Così è anche la piccola chiesa domestica, quale è la famiglia cristiana fondata sul sacramento del matrimonio, come luogo – segno efficace della missione di Gesù, secondo il tipico linguaggio coniugale, familiare. Essa stessa esprime in maniera eccezionale la sponsalità della fede e del vivere comune, e in essa può riflettere il volto di Cristo, come luna rispetto al sole. Tutta la rivelazione biblica è percorsa dalla spiritualità della ricerca del volto di Dio, quasi come anelito e spasmo vitale per il credente. Con esso si cerca l’identità e la comunione col divino, la sua comprensione profonda e il riconoscimento. Il dramma di un fedele è il nascondersi del volto di Dio: domina il buoio, il non senso, la perdita di orizzonte e di orientamento esistenziali. Gesù ha rivelato in pienezza il volto del Padre, con lo splendore della pienezza dello Spirito Santo: è un volto di amore misericordioso, di perdono appassionato, di paternità avvolgente e sanante. Nel Libro dell’Apocalisse, proprio nelle battute finali (cfr. Ap 21-22), si parla della sposa dell’Agnello vittorioso, totalmente rinnovata e pronta per incontrare definitivamente il suo sposo. Essa abbaglia come “gemma preziosissima” e risplende della gloria di Dio; al suo interno vi è il trono di Dio e dell’Agnello pronto per essere adorato dai fedeli, i quali “vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte”. Insomma, come dire che dal volto di Dio finalmente può prendere le vere e piene sembianze il volto dell’uomo, redento nel sacrificio di Cristo. La Chiesa tutta, nei suoi mille volti, è chiamata a portare in tutto il mondo lo splendore del Vangelo, in opere e parole deve concretizzare la luce della salvezza. E in questa azione fondamentalmente missionaria, che posto ha la famiglia cristiana? Come deve presentare nel suo volto, viva ripresentazione di quello di Gesù? Noi sappiamo che il volto rivela una persona; in esso scopriamo ora i lati più nobili (ad esempio: sincerità, serietà, buon umore, profondità, felicità, ecc.), e ora i tratti di umana fragilità (ad esempio: cupidigia, superbia, inganno, paura, tristezza, ecc.). Continuando il parallelo, anche la famiglia ha un suo volto, una propria e originale identità, capace di svelare o celare i vissuti interiori del mondo domestico, sempre misti di gioia e di dolore. Ma se

in Gesù si rivela in pienezza il volto missionario della Chiesa, bisogna pur chiedersi quale volto familiare sia adatto per riflettere lo splendore della redenzione nella dimensione ecclesiale. Ogni componente della famiglia ha la fronte segnata dal nome divino, indice della trascendenza dell’essere umano ma anche della precarietà del vivere presente. Nel volto di un familiare (sposo-sposa; genitore-figlio; fratellosorella; nipote-nonno; ecc.) si riflettono i volti di tutti gli altri e in questi si ritrova un frammento di ogni singola persona. Se la missione della famiglia cristiana è portare Gesù col linguaggio e nelle relazioni tipiche di questo mondo casalingo, fatto di comunione di genere e di generazioni, allora gli sguardi devono lasciar trasparire accoglienza, cura, sincerità, fedeltà, solidarietà, pazienza, passione,

perdono, pace, amore, e via su questa strada, quella indicata e resa possibile da Cristo risorto. Bisogna ricorrere alla “cosmetica divina”, alla sua intima presenza misericordiosa, per togliere i molti veli di stanchezza e di disperazione dai volti familiari, oppure per sanare rughe profonde come i solchi del rancore e della trascuratezza. Troppo spesso nelle nostre case lasciamo che un familiare assuma un volto indistinto, anonimo, o anche si metta maschere di comodo, per non rivelare i veri stati d’animo, gli aneliti e le difficoltà quotidiane. Già… Le maschere prendono il posto dei volti e si rischia di recitare una propria parte, come su di un palcoscenico, senza vivere davvero la vocazione d’amore che il Signore ci ha donato e per la quale si diventa autentici missionari del Vangelo. Soprattutto, vanno di moda i sembianti della menzogna e del disimpegno, della confusione e dell’egoismo, capaci di illudere nella felicità condivisa e di gettare nell’egoismo più bieco, proprio anti-evangelico e contro la vita familiare. Solo ritornando a guardare umilmente e con speranza al volto di Cristo, la famiglia potrà lasciar emergere la vera luce di significati che possono donare gioia piena e senza fine. Giù le maschere e volti più sinceri, senza trucco e senza trucchi: ecco la filosofia dell’acqua e sapone, nella vita spirituale e nelle scelte morali, per ritrovare il volto missionario della famiglia! don Giorgio Comini segretariato diocesano pastorale familiare 53


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Dalla Lettera alle famiglie Nello spazio “Dalla Lettera alle famiglie”, di Giovanni Paolo II, offriamo citazionidella stessa. Vi verrà voglia di leggerla o rileggerla perché ogni volta induce a nuove riflessioni!

Oggi sembra necessario dover ricordare che nasciamo maschi o femmine e il sesso non ci viene attribuito ma viene riconosciuto per quello che è. La Lettera alle famiglie nella prima parte “La civiltà dell’amore” – “Maschio e femmina li creò” ( nn.6-7) ricorda il segno di questa dualità originaria come un bene, una benedizione. Ci dice che ha a che vedere con “l’essere ad immagine e somiglianza di Dio” . La differenza sessuale è per la comunione delle persone a tutti i livelli. Alcuni passaggi: “Prima di creare l’uomo, il Creatore quasi rientra in se stesso per cercarne il modello e l’ispirazione nel mistero del suo Essere che già qui si manifesta in qualche modo come il « Noi » divino. Da questo mistero scaturisce, per via di creazione, l’essere umano: « Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gn 1, 27) […] Nessuno dei viventi, tranne l’uomo, è stato creato « ad immagine e somiglianza di Dio ». La paternità e la maternità umane, pur essendo biologicamente simili a quelle di altri esseri in natura, hanno in sé in modo essenziale ed esclusivo una «somiglianza » con Dio, sulla quale si fonda la famiglia, intesa come comunità di vita umana, come comunità di persone unite nell’amore (communio personarum). Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il « Noi » divino costituisce il modello eterno del « noi » umano; di quel « noi » innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina. Le parole del Libro della Genesi contengono quella verità sull’uomo a cui corrisponde l’esperienza stessa dell’umanità. L’uomo è creato sin « dal principio» come maschio e femmina: la vita dell’umana collettività - delle piccole comunità come dell’intera società - porta il segno di questa dualità originaria. Da essa derivano la « mascolinità » e la « femminilità» dei singoli individui, così come da essa ogni comunità attinge la propria caratteristica ricchezza nel reciproco completamento delle persone. A ciò sembra riferirsi il passo del Libro della Genesi: « Maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27). Questa è anche la prima affermazione della pari dignità dell’uomo e della donna: ambedue, ugualmente, sono persone. Tale loro costituzione, con la specifica dignità che ne deriva, definisce sin « dal principio » le caratteristiche del bene comune dell’umanità in ogni dimensione ed ambito di vita. A questo bene comune ambedue, l’uomo e la donna, recano il contributo loro proprio, grazie al quale si ritrova, alle radici stesse della convivenza umana, il carattere di comu-

nione e di complementarietà. […] Solo le persone sono capaci di esistere « in comunione ». La famiglia prende inizio dalla comunione coniugale, che il Concilio Vaticano II qualifica come « alleanza » nella quale l’uomo e la donna « mutuamente si danno e si ricevono » (Gaudium et Spes, 48)”.

genealogia della persona (n.9) Con la famiglia si collega la genealogia di ogni uomo: la genealogia della persona. La paternità e la maternità umane sono radicate nella biologia e allo stesso tempo la superano … Quando dall’unione coniugale dei due nasce un nuovo uomo, questi porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza di Dio stesso: nella biologia della generazione è inscritta la genealogia della persona. Affermando che i coniugi, come genitori, sono collaboratori di Dio Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo essere umano non ci riferiamo solo alle leggi della biologia; intendiamo sottolineare piuttosto che nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente in un modo diverso da come avviene in ogni altra generazione « sulla terra ». Infatti soltanto da Dio può provenire quell’ «immagine e somiglianza» che è propria dell’essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la continuazione della creazione. Così, dunque, tanto nel concepimento quanto nella nascita di un nuovo uomo, i genitori si trovano davanti ad un « grande mistero » (Ef 5, 32). Anche il nuovo essere umano, non diversamente dai genitori, è chiamato all’esistenza come persona, è chiamato alla vita «nella verità e nell’amore». Tale chiamata non si apre soltanto a ciò che è nel tempo, ma in Dio si apre all’eternità. Questa è la dimensione della genealogia della persona che Cristo ci ha svelato definitivamente, gettando la luce del suo Vangelo sul vivere e sul morire umano e, pertanto, sul significato della famiglia umana. … Dio «ha voluto» l’uomo sin dal principio - e Dio lo « vuole » in ogni concepimento e nascita umana. Dio «vuole» l’uomo come un essere simile a sé, come persona. Quest’uomo, ogni uomo, è creato da Dio «per se stesso». Ciò riguarda tutti, anche coloro che nascono con malattie o minorazioni. Nella costituzione personale di ognuno è inscritta la volontà di Dio, che vuole l’uomo finalizzato in un certo senso a se stesso. Dio consegna l’uomo a se stesso, affidandolo contemporaneamente alla famiglia e alla società, come loro compito. I genitori, davanti ad un nuovo essere umano, hanno, o dovrebbero avere, piena consapevolezza del fatto che Dio « vuole » quest’uomo « per se stesso ». … Il volere umano è sempre e inevitabilmente sottoposto alla legge del tempo e della caducità. Quello divino invece è eterno. « Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo - si legge nel Libro del Profeta Geremia -; prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato » (Ger 1,5). La genealogia della persona è pertanto unita innanzitutto con l’eternità di Dio, e solo dopo con la paternità e maternità umana che si attuano nel tempo. Nel momento stesso del concepimento l’uomo è già ordinato all’eternità in Dio. 54

MISSIONE POSSIBILE

Il Gruppo Galilea è un cammino di fede per persone che vivono situazioni matrimoniali difficili o irregolari (es. divorziati-risposati). Gli incontri sono mensili, al centro la Parola di Dio, con ampi spazi di ascolto, riflessione e condivisione. Siamo Valentina e Giorgio, sposi da 10 anni. Siamo creOgni primo sabato del mese. sciuti in una comunità cristiana ordinaria, abbiamo Gli incontri si tengono da calendario anpercorso il cammino dei fidanzati, il quale ci ha aperto nuale, presso il Centro Pastorale “Paolo davanti un mondo così ricco, affascinante e bello, che VI”, (situato in via Gezio Calini, 30 - Breabbiamo deciso di sposarci nel Signore con tanto entusiasmo e speranzosi di non essere scia) un sabato al mese, abbandonati da Colui che ci aveva fatto incontrare. Certo, le difficoltà non sono mancate, dalle ore 17.00 alle ore 19.00. ma il Signore non ha mai promesso che i suoi discepoli non avrebbero avuto mai proble- Guida e accompagnatore del Gruppo è mi, non ha mai detto che la fede li avrebbe resi immuni dalle prove della vita, anzi, ha don Giorgio Comini, direttore dell’Ufficio detto : «Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi....» e ancora «Hanno perseguitato Diocesano di Pastorale Familiare. me, perseguiteranno anche voi...». Perciò non ci stupiscono le prove della vita, anche se ci affaticano, ma quando alla sera guardo gli occhi di mia moglie che, stanca si siede sulla sedia e parliamo un po’, dentro quegli occhi vedo tutta la gioiosa fatica permeata dall’amore gratuito speso senza tirarsi indietro. Certo, molti si staranno chiedendo se siamo dei supereroi visto che le nostre fatiche sono comuni a quelle di tutti gli sposi che lavorano entrambi, e che hanno anche figli magari ancora in età scolare come le nostre; no, no, non siamo dei supereroi, ma i vari cammini di crescita che abbiamo intrapreso in questi anni ( parrocchiale - diocesano seguendo iniziative varie dell’ufficio Famiglia altre...), ci hanno fatto riscoprire le potenzialità del matrimonio cristiano. Ad esempio la grazia sacramentale: che consiste nel diritto da parte degli sposi ad avere tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il sacramento del matrimonio. E’ come un impegno da parte di Dio. E noi, in particolar modo quando siamo nella prova, abbiamo imparato e continuiamo ogni giorno ad imparare a far ricorso a questa grazia del nostro sacramento attraverso una vita cristiana sempre alimentata dai sacramenti e dalla preghiera e attraverso l’intimità coniugale. E’ un cammino, e ogni tanto si inciampa, si cade, ci si sbuccia le ginocchia, ma in due, con la forza del Signore Gesù ci si rialza e si riprende il cammino magari zoppicanti, ma avanti. Ci è stata data la grazia di comprendere come questo nostro amore è profetico (cioè parla al posto di Dio) sia l’uno per l’altra sia per il mondo. E questo amore cerchiamo di alimentarlo ogni giorno con la tenerezza, la dolcezza e il sentimento, certi che siamo l’uno per l’altra la mano di Dio che ti acca“Retrouvaille” propone weekend rezza, gli occhi di Dio che ti guardano, le labbra di Dio che ti baciano. per coniugi che vivono un momento di difficoltà, di grave crisi, che Giorgio eValentina pensano alla separazione o sono già separati ma desiderano ritrovare (n.11) se stessi e una relazione di coppia “Nell’affermare che l’uomo è l’unica crea- vicendevole donarsi viene manifestachiara e stabile. Per info: info@retrouvaille.it e www. tura sulla terra voluta da Dio per se stessa, to il carattere sponsale dell’amore. retrouvaille.it. il Concilio aggiunge subito che egli non … Un simile dono obbliga molto più può «ritrovarsi pienamente se non attra- fortemente e profondamente di tutto verso un dono sincero di sé». Potrebbe ciò che può essere «acquistato» in Quando trasmettono la vita al figlio, un sembrare una contraddizione, ma non lo qualunque modo ed a qualsiasi prezzo ... nuovo «tu» umano si inserisce nell’orbita è affatto. È, piuttosto, il grande e meravi- Coronamento liturgico del rito matrimo- del «noi» dei coniugi, una persona che essi glioso paradosso dell’esistenza umana: niale è l’Eucaristia - sacrificio del «cor- chiameranno con un nome nuovo: «noun’esistenza chiamata a servire la verità po dato» e del «sangue sparso» - che stro figlio . . .; nostra figlia . . .». «Ho acnell’amore. L’amore fa sì che l’uomo si rea- nel consenso dei coniugi trova, in qualche quistato un uomo dal Signore» (Gn 4, 1), lizzi attraverso il dono sincero di sé: amare modo, una sua espressione. dice Eva, la prima donna della storia: un significa dare e ricevere quanto non si può Quando l’uomo e la donna nel matrimo- essere umano, prima atteso per nove mesi né comperare né vendere, ma solo libera- nio si donano e si ricevono reciprocamente e poi «manifestato» ai genitori, ai fratelli nell’unità di «una sola carne», la logica e alle sorelle. Il processo del concepimento mente e reciprocamente elargire. Il dono della persona esige per sua natura del dono sincero entra nella loro vita. Sen- e dello sviluppo nel grembo materno, del di essere duraturo ed irrevocabile. L’in- za di essa, il matrimonio sarebbe vuoto, parto, della nascita serve a creare quasi dissolubilità del matrimonio scaturisce mentre la comunione delle persone, edifi- uno spazio adatto perché la nuova creatuprimariamente dall’essenza di tale dono: cata su tale logica, diventa comunione dei ra possa manifestarsi come «dono»: tale, dono della persona alla persona. In questo genitori. infatti, essa è sin dal principio.”

numero verde da numero fisso 800-123958 da cellulare 3462225896

Il dono sincero di sé

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le domande dei bambini

nel crocevia: dei messaggi

Qual è il nuovo contesto nel quale i bambini vivono? Quali apporti forniscono le scienze a proposito del loro mondo?

N

elle domande dei bambini ci sono molti aspetti che non sono mai cambiati, che restano identici, indipendentemente dalle generazioni e dalle culture, perché identici e costanti rimangono i bisogni profondi che sono sottesi. Ma ci sono anche tanti aspetti di novità semplicemente perché il mondo che si trovano ad abitare è profondamente mutato rispetto al mondo che noi adulti abbiamo abitato solo qualche decennio fa.

Che cosa è cambiato?

È a questa domanda che vorrei ora rispondere: che cosa è cambiato nelle domande dei bambini, oggi? Anche in questo caso, provo a offrire una doppia risposta. Anzitutto, è cambiata radicalmente la società in cui viviamo. Se un tempo le regole di convivenza erano semplici, condivise e accettate da tutti, ed era relativamente semplice proteggere i bambini da notizie troppo inquietanti, oggi non è più così. Se un tempo era comunque sempre possibile rispondere a domande troppo imbarazzanti con un: “Sei ancora piccolo per queste cose”, oggi non è più possibile farlo. Perchè i nostri bambini vivono immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, notizie, senza che spesso sia possibile porre alcun filtro a ciò a cui assistono. Non mi riferisco solo ai messaggi a getto continuo dei grandi media, come la televisione, o ai nuovi media, come le infinite possibilità offerte dalla rete e dai social network, ma al fatto stesso che ormai viviamo tutti quanti in un mondo multietnico, dove i codici etici di comportamento sono molto variegati e convivono l’uno accanto all’altro. I nostri figli incontrano tutti i giorni a scuola, o al supermercato, o nei centri sportivi, bambini che hanno la pelle di un altro colore, bambine con il velo; hanno amici o amiche che dicono di avere due papà e così via. Non possiamo più ‘proteggerli’ da tutto questo e non possiamo più liquidarli con la classica risposta che ho citato prima. Dobbiamo rispondere, spesso cercando un difficile compromesso tra dire tutta la verità e non

Dove si trovano i bambini ...? I bimbi notano anzitutto quando la mamma è incinta. Ciclicamente poi tornano sulla domanda: “Ma prima dove mi trovavo?” Perché si pongono questo interrogativo?

dire nulla, un giusto equilibrio tra nascondere o dire tutto. E non è sempre facile.

Più approfondite conoscenze

In secondo luogo, paradossalmente, oggi dobbiamo fare i conti con un ‘eccesso’ di psicologia. Ormai nel nostro mondo, come vere e proprie rappresentazioni sociali, si sono diffuse moltissime conoscenze sulla psicologia del bambino. Tutti ormai sappiamo dell’importanza fondamentale delle cure materne nei primi anni di vita del bambino, fino al punto da costituire addirittura le basi stesse su cui poi il futuro del bambino potrà costruirsi, quasi che ci fosse una sorta di determinismo tra buone cure, infanzia felice, bravi genitori e una vita futura di felicità e di soddisfazioni. Sono inevitabili allora tanti scrupoli, incertezze, dubbi, sensi di colpa, paure, da parte degli adulti che temono di sbagliare, di non saper rispondere adeguatamente, di fare danni. In sintesi, di non essere dei bravi genitori o degli educatori adeguati. E allora il rischio è quello di bloccarci, di sentirci inadeguati e incapaci. Questo penso sia una novità dei nostri tempi ed è il prezzo che sempre si paga quando cresce la consapevolezza. Ma a queste incertezze dobbiamo imparare a reagire, come anche a superare sensi di colpa inutili e improduttivi, sapendo attingere dalle preziosissime conquiste della psicologia evolutiva quanto ci serve per essere più consapevolmente adulti, capaci di preparare alla vita i nostri bambini. Mantenendo tuttavia un sano equilibrio e realismo, confidando nella guida dell’istinto e del buon senso che tutti abbiamo, anche se non sempre sappiamo ascoltarlo. Uno degli obiettivi fondamentali che mi pongo in questa rubrica è proprio quello di aiutarci a superare paure e incertezze, per acquisire la fiducia che nasce dall’aver sempre presente quali sono le più profonde esigenze dei nostri bambini. Solo dentro un clima di serena fiducia possiamo crescere nell’arte del dialogo, che è anzitutto capacità di ascolto e disponibilità ad accogliere. 56

E

cco una domanda classica, che nei bambini può presentarsi in infinite varianti: «Perché quella mamma ha la pancia grossa?»; «Perché mamma e papà dormono nello stesso letto?»; «Che cosa ci fanno, dentro al televisore, un uomo e una donna a letto, senza pigiama?» C’è anche una ‘versione religiosa’ di questa domanda, come vedremo nella prossima puntata. In sostanza, i bambini ci chiedono come sono venuti al mondo, perché, e dov’erano prima di nascere. Tutti i bambini ritornano più volte su questa domanda durante tutta la loro infanzia e le risposte che ricevono vengono comprese a seconda del livello di maturazione – cognitiva ed emotiva – che hanno raggiunto. È però evidente come, al di là delle ‘informazioni’ più o meno tecniche che possiamo offrire loro, il bambino voglia soprattutto sapere una cosa fondamentale: se è stato o meno voluto e quanto è stato amato dai suoi genitori. È su questo che dovrà essere anzitutto rassicurato: egli è stato desiderato, voluto, atteso e accolto con amore, gioia e gratitudine! Per capire come funziona la mente del bambino, possiamo fare riferimento a un’interessante ricerca di due psicologi – Anne Bernstein e Philip Cowan – che, attraverso una serie di colloqui con bambini di età compresa tra i 3 e i 12 anni sul tema “Come fa la gente ad avere dei bambini?”, hanno individuato sei differenti tipologie di pensiero. Al primo livello, i bambini rispondevano semplicemente indicando dei luoghi, ad esempio: «Si va nel negozio dei bambini e se ne compra uno». Al secondo livello, i bambini rispondevano descrivendo il processo di ‘costruzione’: «Prima fai il bambino. Poi gli metti degli occhi, la testa, i capelli…». Con la scolarizzazione, le risposte dei bambini evolvevano e per la prima volta essi iniziavano a rendersi conto che la procreazione era il risultato di una relazione di un uomo con una donna. All’inizio si servivano di comuni metafore, come

quella classica del seme che viene piantato nella terra; più avanti ipotizzavano che il neonato fosse come preformato nello spermatozoo o nell’ovulo; infine, ma siamo già attorno agli 11-12 anni, i bambini davano prova di sapere cosa fosse un embrione e che questo era l’esito della combinazione genetica di un ovulo e di uno spermatozoo. Proprio a motivo dell’evolvere delle loro capacità cognitive di comprensione, è normale che i bambini ritornino più e più volte sullo stesso argomento. Ciò che conta è che noi adulti non ci meravigliamo o spazientiamo per il continuo ritornare dei bambini sulle stesse domande, che si ripetono anche quando noi crediamo di essere già stati chiari ed esaustivi più di una volta, e impariamo a posizionarci là dove il bambino si trova, a individuare la giusta sintonia cognitiva con le sue capacità di comprensione che, come detto, cambiano anno dopo anno. Questo compito spetta a noi.

Il bisogno profondo

La cosa più importante è capire qual è il bisogno profondo che anima queste domande, che è, come detto, quello di sentirsi sicuro e protetto da uno sguardo e da una disponibilità che lo faccia sentire amato e ben-voluto. Questo è anche il primo modo con cui possiamo parlare di Dio ai bambini. Prima, infatti, che essere colto come un concetto astratto, il bambino incontra Dio attraverso le cure e la disponibilità delle persone che lo accudiscono, prima fra tutte la madre. È lei a rappresentare per il bambino il primo Assoluto, e dal modo attraverso cui una madre ‘sufficientemente buona’ saprà guardarlo e tenerlo in braccio, il bambino si costruirà quella prima e fondamentale rappresentazione di un Dio buono, che si prende cura dei suoi figli e con il suo sguardo li sostiene, che costituirà l’impagabile tesoro che lo accompagnerà nel corso di tutta la sua vita. 57


- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia -

Ritualità e famiglia

Venire alla luce, venire alla fede

La crisi della fede assume, nel nostro Paese, volti imprevedibili e partecipazione ai riti religiosi, perché questa, oltre che impoveriparadossali. Una parte maggioritaria di cristiani non ha una pratica mento della ritualità umana, è anche crisi della fede. Si aprono, però, nella pratica pastorale e nella riflessione teoriregolare, ma continua a dirsi cattolica: un’appartenenza senza fede. Altri sostengono di credere, ma dicono di farlo «a modo loro», sen- ca, nuove strade per l’evangelizzazione e la catechesi. Esse traggono za riconoscersi pienamente in una Chiesa: è la religiosità individuale il loro impulso dalle esperienze umane essenziali del nascere e del della fede senza appartenenza. La religione, normalmente, è intesa morire, del crescere e dell’invecchiare, della differenza sessuale e da questi cristiani in senso tradizionale: i vissuti e le immagini sono della vita familiare. Questo modo di intendere e praticare l’evangeper lo più legate alla socializzazione religiosa infantile, alle pratiche lizzazione s’ispira a un principio vitale essenziale: «La fede cristiana tradizionali, a esperienze marginali o sporadiche, rimaste nella co- si riferisce ad una verità che, prima di essere proclamata mediante scienza quali indicatori di una fede possibile ma sempre rimandata. l’Evangelo, è già in qualche modo annunciata dalle forme immeLa fede è, così, stravolta nel suo significato e diventa «religione in- diate del vivere» (G. ANGELINI). La fede coglie le tracce della travisibile», dove i simboli e i riti del cristianesimo non si traducono scendenza e legge i segni dei tempi in tutte le esperienze della vita, nella vita quotidiana, o prendono la forma della «religione civile», ma l’amore familiare, destinato a determinare la struttura di base quando i riti sono ricercati solo in alcuni momenti evolutivi (nascita, della personalità (a essere quindi indimenticabile), costituisce un crescita, matrimonio, morte), quando la domanda di senso appare essenziale dell’iniziazione cristiana. La professione della fede non è solo dottrina, ma adesione vitale, più avvertita ed evidente. In alcuni casi si assiste a una certa ripresa dei riti religiosi tradizionali, ma in un’ottica che rimane soggettiva e le forme della vita si apprendono anzitutto nei rapporti primari («quando me la sento») ed emozionale («se mi piace»). Nella so- dei mondi vitali familiari. È, infatti, la vita affettiva ed etica della cietà complessa non è dato nulla di semplice e lineare: la domanda famiglia a offrire le immagini più pregnanti per pensare l’iniziazione religiosa persiste ma è di difficile interpretazione. Esige sempre ac- cristiana. Non stupisce, quindi, che la crisi della partecipazione religiosa sia accompagnata da una parallela, grave, crisi della famiglia, coglienza e discernimento. Il Vangelo è ancora apprezzato, non tanto come chiamata alla delle sue ritualità e della sua pratica educativa. C’è quindi una speranza per un avvicinamento alla fede, semconversione personale o come lievito di rinnovamento della società, ma per l’opportunità che lascia intravedere di un possibile senso da plice e spontaneo, che resista alla pressione della secolarizzazione: dare alla vita. I genitori continualo a iscrivere i loro figli ai percorsi ripartire dalla generazione e dal conseguente rapporto genitori e ficatechistici, dopo che hanno richiesto il battesimo, ma le importanti gli. Le vicende familiari plasmano le persone fin dalla prima infanzia tappe dell’iniziazione cristiana (prima comunione e cresima) sono e costituiscono le esperienze fondamentali per l’identità personale vissute spesso come momenti superficiali più che vere celebrazioni della fede. Affiora così, spesso, tra gli operatori pastorali la sensazione della vanità della pastorale parrocchiale: «Come relazionarsi con i genitori che mandano i figli al catechismo, ma personalmente non s’identificano nella Chiesa?». «Come svolgere una pastorale efficace di primo annuncio?». «In che modo aiutare i genitori nell’educazione e nell’accompagnamento religioso dei figli?». La riforma liturgica, con il suo profondo lavoro di rinno- La Luce della fede è accesa in noi nel battesimo, ci viene consegnata anche vamento, non è riuscita nel segno della luce che proviene dal Cero pasquale; essa illuminerà tutta l’esistenza. a incidere sulla crisi della 58

per mezzo di Cristo (Col 1,15-20; 1 Cor 8,6; Eb 1,2-3). L’adesione a Cristo può essere rappresentata come una vera nascita (Pt 1,3.23). Le metafore sono ancor più evidenti e insistenti nei testi di Giovanni, dove la grazia battesimale consiste nel dono della rigenerazione dall’alto, dallo Spirito, e dove vera nascita è quella che viene da Dio (Gv 1,12-13; 1 Gv 5,1). La carne e il sangue non bastano, infatti, a introdurre alla vita per cui il bambino è nato, tanto misteriosa è la nascita, agli occhi innanzitutto dei genitori. Vita familiare, simbologie liturNascere e teologia battesimale s’inè già una giche trecciano e si rimandano incessantechiamata mente. Il concepimento e l’attesa, la del nome e il parto, il diventaalla vita di fede. scelta re genitori e le prime conquiste evolutive, il piacere dell’alimentazione e il dolore della separazione, sono eventi biologici e psicologici ma anche altrettante figure del divino, come l’ha inteso il Signore Gesù. Il segno della croce e l’oltrepassare la porta, la Parola di Dio e la professione di fede, l’olio e il profumo, l’acqua del fonte e il lume, l’abito bianco e le processioni, sono riti e gesti che non solo celebrano e donano la grazia ma anche insegnano a essere madri, padri e figli. In un susseguirsi di puntate, tenteremo di inoltrarci nelle meraviglie e nei travagli del generare e del nascere, dove particolarmente abbondanti sono le tracce della trascendenza, dove il venire alla luce prelude al venire alla fede.

e l’appartenenza a un mondo comune. La vita familiare provvede il linguaggio umano più appropriato per rappresentare la grazia che agisce nella celebrazione liturgica, così come nella vita familiare. Il confronto costante con la vita familiare può cambiare anche la pastorale parrocchiale. Stile e contenuto di un messaggio sono, infatti, inseparabili. Anche se la nascita è un evento puntuale, diventare madri richiede tempo e un difficile lavoro mentale. Così anche, se pur in modi diversi, diventare padri. Si prende coscienza di che cosa significhi essere figli solo gradualmente e con molta fatica. «Venire alla luce» (la nascita) significa «venire al mondo», attraverso tappe e riti (familiari e civili). Questa straordinaria avventura contiene le metafore più efficaci del «nascere alla vita» di Dio, del «venire alla fede». Il nascere umano ha, quindi, qualcosa da dire e da dare per la comprensione del battesimo, così come il battesimo dei bambini illumina l’esperienza della nascita e dell’educazione. Questo è possibile senza che il sacramento del battesimo sia ridotto a una celebrazione della nascita, né sia isolato dall’insieme dell’iniziazione cristiana. Il battesimo non può neppure essere pensato come il sacramento dei bambini. Nei sacramenti, la grazia eccede la natura ma anche la presuppone per portarla a compimento. Il linguaggio biblico descrive la creazione con il linguaggio dell’alleanza e il Nuovo Testamento afferma che ogni vita è donata

Il fonte battesimale

memoria permanente del dono della fede «Poiché il battesimo è l’inizio di tutta la vita cristiana, tutte le chiese devono avere il proprio battistero, il luogo cioè nel quale zampilla o viene conservata l’acqua del fonte battesimale» (Benedizionale cap 38, n 1164). Il fonte battesimale dev’essere fisso, sempre costruito con arte e in materiale adatto, curato e nitido nella manutenzione (n 1172). È destinato, infatti, a essere per la comunità il luogo «pasquale» dell’incontro con Cristo e la memoria permanente dell’inestimabile dono della fede. Il gesto di bagnare (immergere) per tre volte il bambino nel rito sacramentale celebra il passaggio alla rinascita che scaturisce dalla norte e risurrezione di Gesù. Il battesimo è luce della fede donata al battezzato che gli rivela l’origine vera della sua vita. Il rito culmina, infatti, con il Padre nostro, la preghiera dei figli di Dio. Immergendosi nella vicenda pasquale, il bambino diventa «figlio nel Figlio». Il fonte è quindi il luogo fisico e simbolico dove prendono

figura gli atteggiamenti con cui i genitori accolgono la vita e dove l’educazione cristiana trova il suo fondamento. Considerando i figli come dono, riconoscendo la loro originalità, esprimendo la riconoscenza per il cammino di libertà al quale Dio chiama ogni creatura umana, i genitori imparano ad accogliere il mistero della vita come vocazione e quindi come responsabilità. I genitori sono all’inizio della vita del figlio, ma non ne sono l’origine. Lo esprime bene anche la conversazione quotidiana in famiglia e con gli amici: l’attesa che il figlio cresca senza problemi, che mantenga la salute, che possa progressivamente affrontare le prove della vita, che sia felice. I genitori sanno di non poter garantire da sé ciò che augurano per il figlio. Al fonte battesimale essi cercano la sorgente di una diversa fecondità, di una nuova vita. Questa professione di fede esercita anche un’efficace forza educativa per la coscienza dei genitori, fondamentale per correggere le ambiguità sempre in agguato nella maternità e

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- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia nella paternità: il mito del figlio speciale, la presunzione del emergerà gradualmente dalla qualità complessiva della vita genitore perfetto, la tentazione della proiezione sul figlio del- familiare negli anni dell’infanzia. Le attese obiettive del figlio le proprie aspirazioni, l’oppressione dell’ansia. Attraverso il (la sua vocazione) diventano una legge per la vita dei genitori. battesimo, il bambino è messo al riparo dal «possesso» dei Gesù stesso chiedeva ai discepoli che considerassero i bambigenitori e, al tempo stesso, sono poste le condizioni essenziali ni come un modello dell’accoglienza della fede: «Chiunque perché possa crescere da figlio. Al fonte battesimale genitori e figli sono iniziati a una reciprocità sempre più profonda tra crescita umana e fecondità spirituale. Portandovi i figli, i genitori vivono nella loro interiorità ed esprimono davanti alla comunità la ragione per ‘cui li hanno desiderati, cercati, voluti. I genitori si aprono alla riconoscenza per il mistero della generatività umana, i figli imparano Nella famiglia, ad affidarsi ai genitori. Con l’obbedienza alle indicazioni dei un percorso di vita genitori, orientate dalla loro fede, il bambino accetterà non che non finisce mai. solo di avere una mamma e un papà, ma di essere figlio loro. Questo doppio affidamento del figlio ai genitori e dei genitori al Mistero divino, introduce all’esperienza della speranza cristiana. riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me» (Mc Progressivamente, in un percorso di vita familiare che 9,37). non finisce mai di meravigliare, come sposi, come genitori Questa condizione diventa ancor più evidente nell’adolee come figli, scopriranno nella grazia del battesimo la legge scenza: in quest’ultimo snodo dell’età evolutiva, il figlio non generale della vita umana secondo cui il dono precede e su- si accontenta più delle parole ma sfida, a volte senza risparscita la libertà. Negli snodi fondamentali della vita (nascita, mio, i suoi genitori. Vuole avere prove della loro «fede», cioè innamoramento, genitorialità) la persona è sempre «portata del «segreto» di papà e mamma. Vuole sapere che cosa i geniin braccio», condizione indispensabile perché divenga possi- tori hanno fatto di tutto quello che gli hanno sempre raccobile volere ciò che si può solo ricevere gratuitamente. Anche mandato per il suo «bene», vuole vedere i valori e le norme la maternità e la paternità, prima di essere responsabilità, che hanno reso concreto il loro progetto di vita. Non servirà sono grazia. La nascita, infatti, è sempre un evento: il figlio coprire l’imbarazzo moltiplicando le parole, cedendo, magari è un’altra persona da come i genitori l’hanno immaginato. inavvertitamente, alla tentazione della complicità e della seLa scelta originaria di generare non duzione. ha quindi la figura di un progetto, La nobile semplicità della Accanto al fonte battesimale il lume della ma quella della dedizione a una liturgia battesimale indica una Pasqua: il cero, simbolo di Cristo, da cui viene causa scaturita dall’incalcolabile strada diversa: ascoltare la Papresa la luce simbolica consegnata al neobate imprevedibile: una grazia e una rola e pregare (la benedizione tezzato: sei divenuto luce nel Signore! benedizione della vita. Essa comalle orecchie e alle labbra del porta quindi dedizione religiosa a battezzato). La certezza è riun evento (l’apparire di una nuova posta nel lavoro della grazia: persona) che non può che essere «Dorma e si alzi, la notte e il vissuto come sacro. Ogni genitore giorno, il seme intanto gercristiano può fare propria l’esclamoglia e cresce senza che egli mazione della prima donna: «Ho sappia come» (Mc 4,27). acquistato un uomo con l’aiuto Entrando in chiesa la fadel Signore» (Gn 4,1). miglia cristiana potrà sostare La dedizione che il figlio esige davanti al fonte e ritrovare il non è solo quella legata alla sua senso profondo della loro vita. impossibilità di provvedere alle La comunità potrà accoglienecessità materiali. Più ancora il re l’invito del Benedizionale bambino per crescere avrà bisodi iniziare l’anno catechistico gno di dare un senso alla sua vita. con una celebrazione in cui il Ogni bambino è come una dofonte battesimale «sia ornato manda posta: non ha scelto di naa festa e vi sia acceso il cero scere, è stato voluto. La risposta, pasquale» (n 184). sintetizzata nel rito battesimale, 60

VIAGGIO ATTRAVERSO LA BIBBIA

La fede nell’unità

Non è il titolo di un libro o di un’enciclica: è, invece, l’insegnamento che ci viene testimoniato da un’intera famiglia, rimasta salda e unita nella fede all’unico Dio, fino all’estremo sacrificio. È la storia dei sette fratelli Maccabei e della loro madre (cf 2 Mac 7).

A

ssimilato al genere «patetico», in auge nell’età ellenistica, il secondo Libro dei Maccabei suscita nel lettore ira, meraviglia, simpatia, ammirazione, odio, affetto, speranza, timore... Ciò nonostante, è un’opera storica, perché riporta fatti veramente accaduti, sebbene intrisi di dettagli commoventi e ben articolati, al fine di indurre i destinatari a imitarne le virtù ivi veicolate. Come quella di Daniele e dei suoi compagni, anche questa storia è ambientata nel periodo della persecuzione di Antioco IV. Il libro, composto di soli quindici capitoli, suddiviso in sette unità maggiori, è incentrato su due episodi in particolare: il martirio del vecchio Eleazaro, esempio di nobiltà e virtù per i posteri, e quello dei sette giovani. Il martirio dei fratelli maggiori: 2 Mac 7,1-19 In uno scenario pseudo processuale, l’oggetto del contendere - una scusa, in realtà, per giustificare il latente piano genocida contro il popolo ebraico - è il kasherut (lett. «adeguatezza»), l’insieme delle norme alimentari secondo la trattazione legislativa del Levitico (cf Lv 11): il sovrano vuole ad ogni costo costringere i giovani a «mangiare carni suine»: «...i sette fratelli, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. Irritato da tale risposta il re comanda di mettere al fuoco teglie e caldaie» (vv 1-3). Lo zelo «oltre misura» dei giovani, che qui si potrebbe rilevare, in realtà è solo apparente. La posta in gioco è ben più alta, non riguarda semplici questioni «culinarie», ma si tratta di stare dalla parte di Dio anziché del tiranno pagano: apostatare significherebbe la dannazione per un israelita, meglio il martirio! Sotto gli sguardi dei propri familiari, al fratello maggiore prima tagliano la lingua, poi lo «scorticano» e lo «smembrano», infine lo gettano sulla graticola (vv 4-5). Questa prima esecuzione avrebbe dovuto convincere il secondo fratello a cibarsi di «carni impure», al quale viene dato un pubblico «assaggio» delle tecniche persuasive del re (v 7), ma senza risultato per quest’ultimo, il quale, per tutta risposta, incassa una fervida professione di fede: «II re del mondo ci farà risorgere... noi che moriamo per le sue leggi». Con una modalità che quasi spiazza i carnefici, il terzo fratello addirittura si consegna loro disarmato e pronto al sacrificio. Nella sua professione di fede afferma, ad un tempo, l’orìgine dell’uomo per mano di Dio e la sua destinazione dopo la morte, con la risurrezione del corpo: «Dal cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Ciò suscita meraviglia e ammirazione tra i presenti, re, dignitari e carnefici (v 12). Ridotto in fin di vita, anche il quarto fratello esclama: «È preferibile morire per mano degli uomini quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati» (v 14). Non vacilla neanche il quinto fratello. Il sesto, invece, afferma

la prerogativa che ha, questa fine ingiusta, di espiare i peccati. Nel tardo giudaismo si riteneva, infatti, che il sacrificio del giusto coprisse addirittura quelli di un intero popolo e preservasse gli altri dalla sofferenza. Il martirio del fratello più giovane: 2 Mac 7,20-40 Qui il re ricorre alla tattica della lusinga, prima direttamente con il giovane, poi con sua madre, intimandole di «farlo ragionare». In realtà Antioco vuole solo evitare l’ennesimo, pubblico smacco: anche l’ultimo dei fratelli, consolato e incoraggiato dalla stessa madre, resta irremovibile, sottomettendosi alla prospettiva dell’eternità. Come nel racconto dei tre giovani nel fuoco e Daniele nella fossa dei leoni, anche qui il martirio diviene prova più alta della fede, contro la più facile delle scelte: quella del male, il cedimento di fronte al sopruso. Colui contro il quale Dio si dovette adirare a motivo del peccato, ridiventa, dopo l’espiazione, erede della promessa (v 36): è la ricompensa particolare che Dio riserva ai giusti che hanno confidato «completamente nel Signore», come viene precisato al v 40. Il verbo greco qui utilizzato per meglio rendere il concetto di «completo, indiviso, totale, intero» abbandono a Dio è pantelès, composto da pan, cioè «tutto/ogni» e telos, «compimento», ben corroborato dal simbolismo biblico del «sette», numero

Par ticolare del martirio dei fratelli Maccabei. La madre esorta il figlio più giovane a perseverare. Olio su tela di Giustino Menescardi, 1751 circa. Scuola Grande di S. Maria del Carmelo (Venezia). 61


- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia della perfezione, della totalità. Il «sette» è riferito ora alla posizione, in ordine di nascita, del figlio più giovane, senza la cui testimonianza la storia resterebbe «incompleta», nonostante la prova di coraggio e fede dei fratelli che lo hanno preceduto nel martirio, segno che l’amore, nel senso più paolino del termine, copre davvero tutto, anche la paura di morire. Compreso questo, anche le decisioni più difficili acquistano concretezza, perché illuminate dalla sapienza di Dio. Persino la morsa del limite spazio-tempo si è allentata fino ad annullarsi dinanzi alla prospettiva di eternità, di fronte alla quale tutto ciò che è transitorio si sottomette, anche a costo del martirio a motivo della fede.

L’epoca delle persecuzioni insegna a considerare la morte come un’azione, tesa ad affermare quel principio di libertà che può discendere solo da Dio, l’unico al quale esprimere completa obbedienza, contrapposta a un’altra concezione totalitaria e assoggettante dell’individuo, come nell’Ellenismo. Infine, l’altro elemento ricorrente nella storia dei sette fratelli Maccabei e su cui vale la pena soffermarsi è questo: nell’Antico Testamento è la prima volta che si parla di risurrezione, nel Nuovo Testamento con (e in) Gesù Cristo questa speranza si concretizza pienamente.

L’amore del fratello

Il buon samaritano è Gesù. In lui Dio si china sull’uomo percosso e ferito e se ne prende cura. Codice Purpureo di Rossano Calabro, fine del V e inizio del VI secolo d.C, tavola X. Museo diocesano di Rossano (CS).

I

l tema della concordia e della fratellanza è di estrema attualità e gli eventi quotidiani ce lo confermano. L’ordine divino instaurato nel mondo risulta evidente non tanto nella vita del singolo, quanto nella comunità subordinata alla legge. «Quanto è bello e soave che i fratelli vivano insieme» (Sal 133,1). L’incipit di questo salmo, oggi, forse più che mai, può sembrare utopistico. Nel regime patriarcale, l’armonia coniugale, come la concordia tra fratelli e vicini (cum cordis, con cuore), doveva essere conflittuale, dal momento che convivevano figli di diverse madri. Per molti esegeti (Kittel, Oesterley, Castellino), questo salmo, dallo stile sapienziale, esalta ed auspica l’economia familiare, con un’allusione implicita alla legge del levirato (Dt 25,5-6) attraverso la quale si riusciva a salvaguardare l’unità della famiglia tribale e dell’asse patrimoniale attorno ad essa. Appoggiandosi sugli esempi dei fratelli-fratellastri come

Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù o di Giuseppe e i suoi fratelli, il salmista augura ed esalta l’unità del clan, soprattutto per quanto riguarda i fratelli di secondo rango. Il salmo vorrebbe celebrare la vittoria su tutte le querele, le risse, le invidie e le tensioni causate da un simile regime sociale. La vita sociale vissuta in concordia è molto più radicale ed abbraccia l’essere fratelli in senso lato e totale; il salmo è un canto della vita sociale in genere, della comunione dei membri dello stesso popolo, legati assieme dall’alleanza con Dio. È l’alleanza con Dio che crea Israele come popolo e che illumina tutte le fraternità minori di famiglia, di gruppo e di società, di amicizia. Alla bontà della vita fraterna corrisponde la benedizione che dona la vita. La prima immagine del salmo è quella dell’intimità: l’essere insieme (yahad) e la fraternità del v 1 rimandano allo stesso grembo, alla stessa casa, espressa dal verbo yasab, «abitare». Il salmista parte 62

da un’immagine familiare e la applica alla comunità sociale e sacrale, cioè ad Israele raccolto nel grembo domestico del tempio (RAVASI). L’uomo è destinato ad assidersi stabilmente in comunità. La dichiarazione iniziale yahad, «insieme», di unità e di fratellanza, posta all’inizio del salmo, è così solenne da poter adattarsi perfettamente all’assemblea liturgica d’Israele nel tempio o, ancora, ad una raffigurazione della comunità dell’alleanza. A sostegno di ciò, vi sono i due aggettivi qualificativi dello stesso versetto: tob cioè «buono» e na’im, «soave, dolce», che esprimono la dimensione morale dell’armonia tra i membri della comunità. È da notare che nel salmo viene usato il termine ‘ah/’ahim, «fratello/fratelli». A ben vedere, questa parola, seppur raramente, nell’Antico Testamento significa anche «braciere» o «fuoco» (Ger 36,22-23) e anche «Ohi!, Guai!» (Ez 6,11; 21,20), significando che i fratelli

to totalmente estraneo al diritto. Il verbo «amare», essendo determinato dal senti mento, si sottrae ad ogni prescrizione giuridica. La legge tocca l’intenzione, perciò tale comando va considerato come un ossimoro che vuole portare l’israelita alla consapevolezza di quello che è il cardine della legislazione sociale, ossia a custodire il senso della fratellanza, a praticarlo. Gesù, affermando che questo è uno dei due comandamenti da cui «dipende» tutta la legge, ne ha colto e spiegato il significato profondo (Mt 22,40). Egli isola il comandamento dell’amore da tutte le altre prescrizioni legali e lo sottrae ad ogni interpretazione giuridica. Infatti, il comandamento dell’amore, introdotto nella Legge, lo rende assurdo, poiché esso segna proprio il limite di fronte al quale deve necessariamente arrestarsi ogni legge divina e umana e postula un ordine morale al di sopra della Legge. Ma chi è il «prossimo»? Ogni rea’può essere amico o nemico (cf Dt 22,1-4; Es 23,4). I princìpi affermati in Proverbi 25,21 che recita: «Se colui che ti odia ha fame dagli da mangiare del pane, e se ha sete dissetalo con l’acqua», mirano a coltivare concretamente l’amore per il nemico (e ciò, naturalmente contrasta con il detto di Geremia 9,3 che recita: «Ognuno si guardi dal suo amico e non fidatevi di alcun fratello»). «Amare il prossimo», per natura, non è anzitutto un agire, ma un essere. Questo amore scaturisce dall’essere Preghiera prima di leggere amati e non ammette che si le Sacre Scritture domandi quali ne siano i limiti. La risposta più luminosa Vieni in me, Spirito Santo, alla domanda «Chi è il mio Spirito di sapienza: prossimo?» la dà Gesù, nella donami lo sguardo e l’udito interiore, parabola del buon samaritaperché non mi attacchi alle cose materiali, ma ricerchi sempre le realtà spirituali. possono a volte causare «guai» e possono bruciare come «fuoco». Ma la lingua ebraica ci offre un’ulteriore sorpresa: ah, «fratello», scritto con la kaf, al posto della lettera het, dal suono molto simile, significa «però/ma». Il fratello allora, in questo senso, avrebbe la caratteristica della contrapposizione, del ma. La famiglia umana, ebraica o cristiana che sia, sembra, quindi, all’insegna del ma. Come si è visto negli articoli precedenti (di questa serie), nell’Antico Testamento i rapporti tra i fratelli e le sorelle sono piuttosto conflittuali e problematici. Ciò non impedisce però che Levitico 19,17 insegni a «non odiare il tuo fratello nel tuo cuore» e a ricordare che «la vita del tuo fratello sarà con te» (Lv 25,36). Infine, ‘ah è anche usato come abbreviazione di ‘ehad, «uno», e il verbo leahot significa «unire, legare insieme». Anche se i contrasti sono possibili e forse frequenti, anche se i fratelli possono essere causa di guai reciproci, alla fine sarebbe bene ed utile rimanere uniti. L’amore fraterno, l’unità nella comunità e la condivisione sono esperienze esaltanti e gloriose; temi ripresi e approfonditi nel Nuovo Testamento. Chi è «fratello», il prossimo da amare? «Amerai il tuo prossimo come te stesso» - risuona perentoriamente Levitico 19,18. Qui ci si rende conto dell’assurdità implicita nell’uso giuridico di un concet-

Vieni in me, Spirito Santo, Spirito dell’amore: riversa sempre più la carità nel mio cuore. Vieni in me, Spirito Santo, Spirito di verità: concedimi di pervenire alla conoscenza della verità in tutta la sua pienezza. Vieni in me, Spirito Santo, acqua viva che zampilla per la vita eterna: fammi la grazia di giungere a contemplare il volto del Padre nella vita e nella gioia senza fine. Amen. (SANT’AGOSTINO)

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no. Nel noto racconto, con provocante chiarezza, il bisognoso per caso è un giudeo e il misericordioso un samaritano. In questa parabola si verifica in pieno quella inversione della definizione di «prossimo» che si declina in Matteo 5,43-48. Alla determinazione originariamente locale di «prossimo» (= il vicino) si aggiunge plasticamente anche l’incontro, elemento attualizzante di ciò che il Vangelo esige. Chi sia il «prossimo» non si può definire, lo si può solo sperimentare. Gesù sovverte così l’antica gerarchia concentrica imperniata sull’io, ma conserva il concetto organico di «prossimo» e, basandosi su di esso, istituisce un nuovo ordine, al centro del quale vi è il tu. Perché prossimo è il samaritano? Perché «ha avuto misericordia» (Lc 10,33). È il cuore, dunque, che ha l’ultima parola. Il dovere di «prossimo» è assolto da chi si commuove alla sofferenza di uno straniero. «Aver misericordia, pietà» non dà a questo amore nulla di fanatico; il dovere di aiuto e di assistenza su cui si focalizza la parabola del samaritano non ha alcun compiaciuto sentimentalismo. Il samaritano, con la massima sobrietà, fa ciò che è richiesto dalla circostanza presente e si preoccupa del futuro immediato dell’aggredito - nulla di più e nulla di meno. Egli è uno che fa misericordia, che non ne respinge il dovere, né spende una parola su colpe o doveri altrui. È uno che fa ciò che va fatto e ciò che può fare. Ed è per questo che la parabola può terminare con l’esortazione: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso». Per il nuovo popolo di Dio, il comando dell’amore per il prossimo significa fare della carità fraterna la norma fondamentale della propria vita.


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paritarie

via Don Orione 1 Botticino Sera

Domanda che abbiamo posto alla nostra comunità botticinese, visto che sul territorio coesistono “pacificamente” due tipologie di scuole pubbliche : quella statale e quella paritaria parrocchiale da ormai 33 anni denominata DON ORIONE. Scuola libera….. significa che pensiamo sia compito della famiglia effettuare una scelta consapevole e ponderata circa il tipo di scuola che vogliamo per nostro figlio e che, dall’altra parte, sia compito dello stato e delle istituzioni rendere possibile tale scelta. Utopia? Forse sì, visto che la Regione assegna sì contributi alle famiglie con la famosa “dote scuola”, ma non sappiamo fino a quando; il Comune, nonostante i 48 cittadini botticinesi frequentanti la nostra scuola, ha deciso di non erogare più alcun contributo, e Parrocchie infine le famiglie chediinBotticino questo tempo di crisi preferiscono investire 2000/3000 euro annuali per altre finalità più o meno importanti… libera scelta, non si discute… Abbiamo distribuito 70 questionari anonimi alle famiglie dei ragazzi di quinta primaria , di questi ne sono stati restituiti 7 di cui uno solo si esprime a favore della scuola paritaria, anche se per difficoltà economiche non è in grado di sceglierla per il figlio…. Gli altri 6 dichiarano di non essersi mai posti l’interrogativo sulla scelta scolastica, che la scuola pubblica va benissimo, e si chiedono perché pagare una retta se la scuola di stato è gratuita (si fa per dire). Gli altri 63? Forse non hanno avuto neppure la pazienza di arrivare in fondo al foglio, ma se quel foglio fosse ancora in giro per casa li invitiamo a farci avere le loro riflessioni perché per noi sono importanti, frutto di un dialogo e di un’apertura da noi sempre cercati, nella consapevolezza che la scuola cattolica non si impone, ma si propone, come il Vangelo. Libera scelta significa conoscere la realtà prima di giudicarla, senza remore né aspettative che vanno al di là delle umane possibilità. Ci accorgiamo che è in crescita la tendenza di alcune famiglie che scelgono la scuola non per la condivisione di un progetto educativo nel quale credono fino in fondo , ma per questioni contingenti più o meno importanti. La nostra scuola dà servizi alle famiglie, senza dubbio, ma la sua identità sta nel suo essere scuola cattolica. Ecco allora due atteggiamenti che ci sentiamo di non condividere : - l’assenteismo, tanto la scuola è delegata in tutto e per tutto. Gli insegnanti sono considerati alla stregua di “badanti” che devono provvedere in “toto” all’aspetto educativo, formativo, igienico, comportamentale, senza essere però troppo invasivi, perché i bambini sono sensibili e potrebbero sentirsi offesi se li si pone di fronte alla loro responsabilità di rispettare le regole. - le aspettative di chi considera la scuola un “centro commerciale” dove bisogna avere tutto, subito, compresa la bravura dei figli, dove chi sbaglia sono sempre i figli altrui, dove bisogna essere severi e inflessibili con gli altri, ma comprensivi con i propri figli e soprattutto se si paga bisogna pretendere! E se i “clienti” non sono soddisfatti? Semplice , si cambia centro commerciale! E addio scelta libera. Non è questa la scuola che noi intendiamo, non è la scuola del pettegolezzo, del sentito dire, dei confronti, delle lodi sperticate o delle più crudeli condanne. Noi intendiamo la scuola così come l’aveva sognata “don Orione”: una famiglia ben ordinata, portata avanti con molta cura nel nome del Signore, la scuola del rispetto di tutti e di ciascuno, la scuola che ha la pazienza del seminatore e crede che ogni ragazzo può e deve raggiungere i suoi traguardi, la scuola dove gli educatori non “contano” il tempo che dedicano ai ragazzi, alla progettazione, al confronto e volentieri si rendono disponibili, la scuola dove la cortesia non è scambiata per dabbenaggine e la disponibilità per servilismo, la scuola dove veramente genitori e docenti si possono incontrare serenamente, la scuola dove crescere insieme, la scuola nella quale anche la comunità parrocchiale crede e quindi la sostiene. Utopia? Forse sì, ma ancora non me la sento di tirare i remi in barca… dopotutto “domani è un altro giorno”. La preside del don Orione Un sentito grazie a chi aiuta la scuola parrocchiale nel silenzio e umiltà operosa: ogni gesto di solidarietà alimenta la speranza e la speranza rende nuovo ogni giorno il mondo. Con riconoscenza a: Augusto, Alessandra, maestro Giulio, Caterina, Luci, Giovanni Sesana, Franca e don Francesco curato di Rezzato. Ai negozi di Botticino che ci hanno sostenuto. Ai genitori dei nostri alunni che fanno della nostra scuola una famiglia.

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UNA SCUOLA VIVA COME L’ACQUA Alla scuola il Ministero chiede, attraverso i suoi documenti, “l’apprendimento e il saper stare al mondo” (Indicazioni nazionali per il curricolo 2012), la scuola deve cioè occuparsi di questioni educative e formative al fine di costruire una nuova cittadinanza e un nuovo umanesimo, con particolare attenzione alle nuove tecnologie… Non è poco, ma è una grande e interessante sfida per chi questo compito ha intenzione di svolgerlo bene. Ci viene chiesta una scuola viva, viva come l’acqua! La nostra prima uscita e il nostro primo progetto, dopo quello iniziale dell’accoglienza, sono proprio dedicati all’acqua: laboratori, utilizzo della lim, discussioni, produzioni scritte, cartelloni ed uscita sul territorio alla fonte di Mompiano. La fonte sgorga dal monte San Giuseppe; da qui, nel periodo romano, partiva un acquedotto che arrivava fino al foro della Brixia romana, da cui veniva poi distribuita l’acqua alle varie fontane della città. Tra l’800 e il 900 l’espansione della città e delle sue attività portò alla realizzazione di una nuova rete idrica e di un lavoro di sistemazione della fonte, per renderla più igienica: furono abbattute delle costruzioni a ridosso della fonte e fu realizzata una copertura per il laghetto, ulteriormente ampliato; questo intervento rese la fonte così com’è oggi. Nel corso del XX secolo la portata della fonte di Mompiano si è progressivamente ridotta, a causa della trivellazione del terreno ad opera di privati e industrie della zona. In seguito si è aggiunto anche l’inquinamento chimico della stessa acqua, che ha reso molti pozzi inutilizzabili. Dagli anni ’70 la fonte di Mompiano ha cominciato ad avere periodi di secca e attualmente copre solamente il 14% del fabbisogno cittadino, mentre la maggior parte di esso è garantito da un agglomerato di circa quaranta pozzi. Anche grazie a questa visita i ragazzi hanno potuto riflettere sull’importanza dell’acqua, fonte indispensabile, ma soprattutto esauribile; ecco allora la necessità di eliminare gli sprechi, rispettando così l’uomo e la natura. Visite didattiche, esperienze, progetti, incontri e testimonianze… Qualcuno si chiederà: “Ma quando fate scuola?”. Noi rispondiamo: “E’ scuola, scuola viva come l’acqua!”. La fonte di Mompiano Roberta Sanzeni

LA PARTITA della SCUOLA E’ il mio turno di sorveglianza. Dal ballatoio che dà sul cortile interno della scuola osservo i nostri alunni durante la pausa ricreativa. Le ragazze si raggruppano sui giochi e parlottano senza tregua, poi, sempre in gruppo si spostano in cerca dell’ultimo spiraglio di sole che sta debolmente riscaldando il muretto. I ragazzi sono in campo, è giocoforza organizzare ogni giorno una partita… Sembra di essere ai campionati mondiali di calcio: seri, pronti, organizzati, ognuno col proprio ruolo. Rifletto: la scuola, come la vita, è una perenne partita con un arbitro che dà il segnale di inizio e di fine, i giocatori che corrono senza sosta dietro il pallone; scarti, rimesse, calci d’angolo, goal sognati e mai realizzati, goal di fortuna, goal di destrezza. Allenatori in panchina che guardano, come me in questo momento, come si svolgono gli eventi, soddisfatti per chi fa bene, preoccupati per chi non ha ancora acquisito una tecnica, col pensiero sempre rivolto a nuove modalità e strategie.

Successi e insuccessi si alternano e per noi allenatori diventano occasioni per rimettersi in discussione, ben consapevoli che si cresce “insieme” ai nostri giocatori da stimolare, stimare, incoraggiare, ammonire, quando occorre. Niente è scontato nella vita. Così come in educazione. Gli spettatori vedono i risultati parziali di un lungo e faticoso processo che ai più rimane incomprensibile. Si fa presto ad infierire contro l’arbitro di turno che forse non ha visto il fallo del più arrivista, che non esibisce il cartellino giallo o addirittura quello rosso dell’espulsione. In una partita si può vincere o perdere; in educazione no, dobbiamo essere tutti vincenti, grazie a comportamenti che gli alunni mi insegnano quando in campo si danno pacche sulle spalle per consolare chi non è riuscito a segnare, quando dicono ai compagni “dai, ce la puoi fare”, quando esultano per un buon tiro, quando aprono rassegnati le braccia per azioni impossibili. Ogni giorno a scuola si gioca una partita,ognuno assume il suo ruolo, quello che ci mette in campo con quella “passione” educativa che ci anima e ci fa correre insieme ai nostri giocatori fino al fischio che segna la fine, vincitori o vinti…. Ma sempre in gara! Domenica Busi 65


USO BOTTICINO

Sui campanili di Botticino

Con le festività natalizie finiscono i gironi di andata dei campionati di calcio che vedono impegnate le squadre dell’ U.S.O. BOTTICINO. Squadre che si sono ben comportate sotto tutti i punti di vista, sia sportivo che comportamentale. Dal punto di vista sportivo le due squadre Open sono prime nei rispettivi gironi di appartenenza e le due squadre di bambini sono seconde nei loro gironi. Se abbiamo ottenuto dei buoni risultati con i bambini dobbiamo ringraziare gli allenatori che li seguono negli allenamenti con passione e competenza. Un ringraziamento ai genitori che con la loro costante presenza e aiuto ci permettono di svolgere al meglio il nostro compito. Con la presente l’U.S.O. BOTTICINO augura a tutta l’UNITA’ PASTORALE un BUON NATALE e un felice Anno Nuovo. Il Presidente Stefano Franchini

Dumper per sport e amicizia

E’

giunto quasi alla fine il girone di andata per la Dumper Botticino, impegnata anche per la stagione 2013/2014 nel campionato Anspi di calcio a 7 categoria amatori. Dopo un inizio sotto tono i ragazzi di mister Moreschi hanno ingranato la giusta marcia, togliendosi la grande soddisfazione di battere in un’ avvincente partita la capolista Castenedolo davanti al pubblico amico ; giochi per la vittoria finale quindi riaperti , con la speranza di poter riconquistare il primato che come lo scorso anno consentirà ‘ di partecipare alle finali provinciali. In concomitanza col campionato partirà inoltre a Gennaio anche la Coppa Anspi , manifestazione già vinta nel 2012 e che si vuole tentare di riportare per la seconda volta nel paese del marmo . Stimolante ed importante e’ la competizione sportiva, fondamentale la voglia di stare insieme e la solida amicizia che lega il gruppo. Per questo ci ritroveremo sabato 21 dicembre alle ore 19 presso il teatro dell’oratorio di Botticino Mattina, una serata in cui all’insegna della “porchetta” e di tanto divertimento ci scambieremo gli auguri di Buon Natale (per prenotarsi contattare dirigenti/giocatori della squadra). Serene festività a tutti , vi aspettiamo numerosi a sostenerci !

GITA - PELLEGRINAGGIO A

SOTTO IL MONTE PAPA GIOVANNI venerdì 27 dicembre 2013

Partenza ore 8,00 da Botticino (piazzali chiese di Botticino) Arrivo a Sotto il Monte visita guidata ai luoghi di Papa Giovanni XXIII. S.Messa. Pranzo. Continuazione visita. Al ritorno visita ai

presepi di BORNATO

una raccolta di 1000 presepi provenienti da tutto il mondo.

Informazioni e iscrizioni presso segreteria 0302692094o sacrestie. Quota di partecipazione comprensiva di guida e pranzo € 45,00 66

“... e più delle parole, si sentivano i tocchi misurati e sonori della campana che annunziava il finir del giorno”. Così scriveva Alessandro Manzoni, nel VII capitolo de “I promessi sposi” mentre Renzo e Lucia si apprestavano a tentar la gabola col povero don Abbondio. Quel suono calmo annunciava l’arrivo della sera, diverso da quello delle campane che, un tempo, avvisavano dell’approssimarsi di calamità naturali o dei rintocchi per scopi civili: per raccogliere il popolo, il segnale d’inizio delle lezioni scolastiche, per avvertire la popolazione del riunirsi del consiglio comunale, dettare i tempi del lavoro e del riposo... Quel suono che è stato momento di allegria, consolazione, aiuto, nello scandire i momenti della vita quotidiana. Tutti noi abbiamo un ricordo (felice, triste, nostalgico ...) legato al suono delle campane: l’Angelus della sera, il mezzogiorno festoso, i rintocchi a “morto” che parlano di un parente, di un amico che ci ha lasciato ... Nessuno può scordare il suono delle campane “slegate” e battenti a festa la vigilia di Pasqua, all’approssimarsi della notte, quando le nostre mamme ci bagnavano gli occhi, come auspicio al mantenimento di una buona vista. Quello stesso scampanio rinfocola la nostra nostalgia per quei momenti, per quelle emozioni... Il suono delle campane è strumento religioso che dà una connotazione concreta ai sentimenti di donne e uomini chiamati alle pratiche liturgiche, all’umanità che si rapporta a Dio. Le campane accompagnano il cristiano per tutta la vita: lo accolgono festosamente per il battesimo, la cresima, il matrimonio e per altre svariate circostanze solenni e gioiose; poi, al termine della vita, lo accompagnano sino all’ultima dimora terrena. Chiamano i fedeli attorno all’altare del Signore per celebrare i santi misteri della Messa e, oggi come ieri, all’alba, a mezzogiorno e al tramonto del sole invitano gli uomini alla preghiera, quasi “voce di Dio che chiama “. Quel suono è stato il simbolo sonoro della comunità raccolta intorno al campanile, ne ha dettato i tempi e il loro scorrere. Oggi la sempre più frequente richiesta di zittirle è uno dei segni dell’individualismo, dell’estremo pensiero dell’io egocentrico che vorrebbe dare un ritmo personale alla propria angoscia del vivere. Restituire la loro storia alle campane delle nostre contrade è un modo, seppure modesto, di riportare al senso di comunità uno strumento che la modernità e la tecnica hanno cambiato. Non è un’operazione nostalgica, ma la consapevolezza che il futuro ha radici antiche. Un tocco! Un tocco grave e poi silenzio! Ci provano, a raccontare queste piccole storie botticinesi, alcuni nostri concittaUn altro tocco non meno grave del primo, dini, con un libricino dal titolo “SUI CAMma un tocco più alto lo segue e così via PANILI DI BOTTICINO” che riporta testi fino a che tutte cinque le nostre campane in un e ricerche documentali curati da Avelino triste crescendo hanno fatto sentire la loro voce di Busi, Giacomo Rossi, Fabio Secondi, con i contributi di don Sandro Gorni e GioPiepianto per accompagnare con il loro suono tro Biemmi. chi ha lasciato per sempre questo mondo. Oltre alla sintesi storica e al racconto di E l’ultimo saluto accompagnerà il nostro fratello qualche gustoso aneddoto, viene esplicafino a che non avrà varcato la soglia del cimitero ta la differenza del suono dei tre concerti di campane collocati sui campanili di San toccherà alla campana maggiore Gallo, Botticino Mattina e Botticino Sera, con i suoi rintocchi gravi e solenni diversità dei concerti la cui conoscenza si può avere semplicemente avvicinandosi quasi con la sua voce di pianto ai campanili mezz’ora prima delle celebraa raccomandare l’anima al suo Creatore. zioni liturgiche per ascoltarli attentamente o, magari anche, registrarne il suono! 67


proposte di qualità

NELLE PARROCCHIE DI BOTTICINO durante la settimana varie opportunità di incontro di formazione presso l’oratorio per adolescenti ogni giovedì e venerdì ore 20,30 per giovani ogni venerdì ore 20,30

per adolescenti e giovan

Celebrazione penitenziale lunedì 23 dicembre 2013 ore 20.30 presso chiesa Botticino Sera

incontri genitori (1)

incontri genitori (2)

dei ragazzi 2 media

dei ragazzi 3 media e 1^ superiore

“NAVIGARE A VISTA?

“ACCOMPAGNARE LA MATURAZIONE PSICO-SESSUALE DEI FIGLI NELL’OTTICA DELL’AMORE CRISTIANO”

COME AIUTARE GLI ADOLESCENTI AD AFFRONTARE IL MARE DELLA VITA”

DIOCESI - ZONA PASTORALE

Incontro...al limite

x credere x cercare x condividere

itinerario di spiritualità per ado e giovani

presso Casa Madre Suore Operaie Botticino Sera

Ogni chiamata spinge ad uscire da se stessi, ogni vocazione è per un dono da offrire. La Chiesa è convocazione di chiamati per andare verso l’altro e verso l’Altro… che si incontra sempre in periferia. E poiché nessuno è lontano dal Cuore di Dio, ogni volta che l’incontro avviene, ritorniamo al Centro della Vita: esistere per Amore.

venerdì 24 gennaio - martedì 18 febbraio 21-22 dicembre ritiro spirituale presso frati Rezzato

gruppo vocazionale diocesanoper le giovani e i giovani dai 18 anni aperto al discernimento di tutte le vocazioni (vita matrimoniale, consacrata, missionaria, diaconale, presbiterale… ) una domenica al mese - dalle 9 alle 17.00 il percorso è condiviso con l’Ufficio Missionario

Sichar

ESTRO-VERSI

12 /2/2014 MANDATI IN PERIFERIA Francescani - Brescia 2/2/ 2014 SUI PASSI DEI SANTI Salesiani - Nave 18 /5/ 2014 UN DONO DA CONDIVIDERE Comboniani – Limone sul Garda

Pellegrinaggi Ti seguo…a ruota

27-30 giugno 2014 Ti seguo… a ruota (VI edizione) Pellegrinaggio in bicicletta con soste di riflessione, preghiera e testimonianze ORA et… “pedala” agosto 2014 sui Tuoi passi (IV edizione) Pellegrinaggio a piedi con soste di riflessione, preghiera, condivisione, testimonianze e servizio ORA et… “cammina”

VERSO TE meditazioni del Vescovo Luciano 25-27 aprile 2014

una domenica al mese dalle ore 12.30 alle 18.00

Emmaus

il PANE che rimane e la PAROLA che invia

22/12/2013 -12/1 -23/2- 23/3 - 25-27/4 25/5 -22/6/2014

Corsi per animatori oratorio, per chi vuole fare esperienza in missione, per chi vuole specializzarsi in teatro, animazione e tecniche della comunicazione.... informazioni presso le parrocchie

Giornate di spiritualità per giovani presso l’Eremo di Bienno

gruppo vocazionale diocesano per giovani dai 18 anni che non escludono la vocazione sacerdotale presso il Seminario diocesano

Esperienze di carità, di festa, di fraternità, di divertimento

Scuola di Preghiera in Cattedrale

Seguendopresieduta il Maestro...oltre il limite dal Vescovo quattro giovedì di Quaresima - ore 20.30 13 marzo 2014 - 20 marzo2014 27 marzo 2014 - 3 aprile 2014

Progetto Giovani & Comunità

quattro mesi di esperienza per i giovani e le giovani di età compresa tra i 18 e i 28 anni che, attraverso la vita comunitaria e il servizio, si confrontano sulle proprie scelte di vita ispirate ai valori cristiani info: Ufficio Caritas 030.3757746 Ufficio Vocazioni 030.3722245 68

Una serie di incontri con l’intento di fornire alcuni stimoli sull’importante compito di educare i figli all’amore e alla sessualità. Occasione quindi per il dialogo e per poter condividere con altri l’impegnativa e arricchente arte del vivere in relazione con i propri figli e altre figure educative.

Continuano gli incontri con l’intento di fornire alcuni stimoli sull’importante compito di educare i figli nell’eta’ dell’adolescenza. Occasione quindi per il dialogo e per poter condividere con altri l’impegnativa e arricchente arte del vivere in relazione con i propri figli e altre figure educative.

giovedì 19 dicembre 2013 - ore 20.30 CHI È MIO FIGLIO CHI E È MIA FIGLIA PRE-ADOLESCENTE ? Far riflettere i genitori sui principali aspetti educativo-evolutivi dell’adolescenza dott.ssa Chiara Sandrini

Venerdì 20 dicembre 2013 - ore 20,30 “NAVIGARE A VISTA? COME AIUTARE GLI ADOLESCENTI AD AFFRONTARE IL MARE DELLA VITA” dott.ssa Beatrice Ruggeri,pedagogista

giovedì 16 gennaio 2014_ ore 20.30 “MIO FIGLIO E MIA FIGLIA SONO FATTI COSÌ. IL MONDO PSICOSOCIALE DEI PREADOLESCENTI “ dott.ssa Sara Gozzini

Venerdì 17 gennaio 2014 - ore 20,30 “SALPARE: SOGNI E BISOGNI DEGLI ADOLESCENTI OGGI” dott.ssa Loredana Abeni,Pedagogista Venerdì 28 febbraio 2014 - ore 20,30 “NAVIGARE: STRUMENTI PER LA RELAZIONE ORIENTATRICE” dottor Federico Ratti, Psicologo

giovedì 27 febbraio 2014 - ore 20.30 “E’ BELLO CIÒ CHE È GIUSTO E NON SOLO CIÒ CHE È PIACEVOLE. CRITERI ETICI UMANI E CRISTIANI SULLE RELAZIONI AFFETTIVE”. dott.ssa Laura Piccinelli giovedì 27 marzo 2014 - ore 20.30 “ACCOMPAGNARE I PREADOLESCENTI IN CAMMINO VERSO L’AMORE” dott. Federico Ratti

Venerdì 28 marzo 2014 - ore 20,30 “COMPAGNI DI VIAGGIO: RESPONSABILITÀ EDUCATIVA E PROCESSI DI CAMBIAMENTO NELLA RELAZIONE GENITORI-FIGLI DURANTE L’ADOLESCENZA” dott.ssa Chiara Sandrini,Pedagogista

giovedì 8 maggio 2014 - ore 20.30 “STILI EDUCATIVI GENITORIALI EFFICACI” dott.ssa Chiara Sandrini presso oratorio Bottiicino Sera

Venerdì 9 maggio 2014 - ore 20,30 “L’APPRODO: LA COSTRUZIONE DELL’IDENTITÀ NELL’ADOLESCENZA” dott.ssa Laura Piccinelli,Psicologa presso oratorio Bottiicino Sera 69


Presepio oratorio San Gallo

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Parrocchie di: Buffalora•Caionvico•S.Angela Merici•S.Eufemia•S.Luigi Gonzaga•S.Polo• Rezzato S.Carlo•Rezzato S.Giovanni Battista•Unità Pastorale Botticino Circoli ACLI: Bird•Botticino•Caionvico•Castenedolo•S.Eufemia•S.Polo•Rezzato Comuni di: Botticino•Castenedolo•Rezzato Azione Cattolica S.Eufemia•Consulta per la pace del Comune di Brescia•Emergency Brescia•Gruppo Com. Equo e solidale S.Polo•Libera•UISP•Scout BS7• Associazione Molim•Missionari Comboniani•Gruppo Sermig Rezzato•Amici degli Elefanti Volanti

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uci, addobbi, clima festante. L’atmosfera natalizia, ormai, ha già invaso strade e piazze, ma per noi, gruppo di volontari di San Gallo, Natale non può che far rima con Presepe. Così, dall’inizio dell’ottobre scorso ci siamo dati appuntamento in quella che, dal 1985, è la nostra casa, ovvero i locali dell’oratorio, e abbiamo cominciato a muovere polvere per fare spazio alla nuova edizione del Presepio. E quest’anno, accantonate le ambientazioni che poco o molto hanno a che fare con la nostra storia e la nostra tradizione, abbiamo voluto creare un allestimento che fosse simbolo della comunità. Senza svelare troppo, possiamo assicurarvi che chi verrà a visitare il presepio dunque si troverà un po’ distante dalle passate edizioni, ma direttamente proiettato nel cuore della comunità. La scenografia, infatti, abbraccerà gli spettatori facendoli diventare al contempo protagonisti della stessa, mentre gli effetti video, gli immancabili punti voce, così come l’alternarsi del giorno e della notte, e delle diverse condizioni atmosferiche contribuiranno a ricreare la magia della nascita di Gesù. Vi aspettiamo quindi nei nostri spazi dal 25 dicembre al 19 gennaio nei giorni festivi dalle 10.30 alle 12 e dalle 14.30 alle 19, mentre nei feriali fino al 4 gennaio, dalle 14 alle 17. Buon Natale! Gruppo Presepio Oratorio di San Gallo

La comunità si fa culla per la nascita di Gesù

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partenza ore 14 piazzale Chiesa di Caionvico

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 ore 15.30 Teatro parrocchiale di Buffalora

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ore 20.30 Parrocchia di Rezzato S. Carlo

La parrocchia e il gruppo presepio oratorio San Gallo organizzano:

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Diamo luce al Presepio…

RACCOLTA FERRO E TAPPI Le parrocchie di Botticino, attraverso i volontari, riprendono la raccolta di materiali ferrosi. Le famiglie o ditte che hanno ferro, alluminio, ottone...ecc. che vogliono eliminare, possono contattare i seguenti numeri telefonici 3338498643 oppure 3283108944, o presso la segreteria dell’Unità Pastorale 030 2692094 per accordarsi sulla modalità del ritiro che può avvenire tramite le persone incaricate o indicare il luogo della raccolta. Si raccolgono anche tappi di plastica che possono essere direttamente consegnati presso gli oratori di Botticino Il ricavato della vendita servirà per le necessità delle

Piccola rassegna di presepi di San Gallo e del mondo Se credi ancora che fare il presepio possa essere un momento bello, di fede e tradizione , non farti domande. Costruisci il tuo presepe… non importa con che materiale, in quale stile, l’ importante che serva a te, ad avvicinarti al vero Natale e possa donare a chi lo vedrà un momento di gioia e serenità… Anche quest’anno ti chiediamo di condividere il tuo presepio con tutti noi… come? Basta segnalarlo entro domenica 22 dicembre a Egidio , Renzo o Pietro. ,Passeremo a visitarlo e faremo alcune fotografie che da quest’ anno pubblicheremo sul sito del presepio www.sangallopresepio.it… Sarà un modo per condividere le tue idee con tutti coloro che lo vorranno . Per coloro che non sono di San Gallo basta mandare una foto del proprio presepio all’ indirizzo di posta lorenzolonati@libero.it con nome e cognome e verrà messa sul sito (vedi indicazioni sul sito stesso) Egidio 030 2199982 Renzo 030 2199863 Pietro 030 2199881

sito web delle parrocchie di Botticino:

www.parrocchiebotticino.it

tre parrocchie.

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ritrovo ore 12.00 Oratorio S.Maria della Vittoria (via Cremona)

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29° edizione

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ultimo dell’anno in oratorio Presso gli oratori la festa dell’ultimo dell’anno

per le famiglie Per informazioni e iscrizioni:

con attività di animazione

BOTTICINO MATTINA Tecla 3404179216 - Claudia 3480325970 € 25,00 adulti €15,00 bambini dai 4 ai 12 anni SAN GALLO Silvana 0302199893 Carolina 0302199951 € 25,00 adulti (per bambini prezzo diverso) BOTTICINO SERA segreteria presso oratorio tel.0302692094 € 25,00 adulti € 15,00 bambini

Per adolescenti e 3^ media delle tre parrocchie

presso l’oratorio di Sera e Mattina con possibilità di cena e animazione settembre 2012 Quota di partecipazione €Bellaria 15,00; iscrizione presso la segreteria a Sera. 71


GIORNATA PENITENZIALE e del PERDONO SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE per riallacciare i rapporti di pace con Dio e i fratelli

mercoledì 18 a San Gallo - giovedì 19 a Botticino Mattina - venerdì 20 a Botticino Sera

***Celebrazione Comunitaria della Riconciliazione con confessioni a San Gallo, Botticino Sera e Mattina 16,00 e 20,00 (Villaggio venerdì 20 dicembre ore 9.30) LUNEDI’ 23 DICEMBRE ORE 19,00 PENITENZIALE PER ADOLESCENTI-GIOVANI Confessioni individuali martedì 24 dicembre a BOTTICINO SERA dalle 10,00 alle 11,00 e dalle 15,00 alle 18,30 a BOTTICINO MATTINA dalle 15,00 alle 18,30 a SAN GALLO 18,00-20,00

festività natalizie ***SOLENNITA' DEL SANTO S.Messa nella vigilia ore 17,00 chiesa Sacra Famiglia SANTA MESSA NELLA NOTTE

NATALE

ore 21,00 a San Gallo - ore 22,30 a Botticino Sera - ore 24,00 a Botticino Mattina SANTE MESSE NEL GIORNO come orario festivo. Vespro e benedizione ore 16,00 a S.Gallo e Sera - ore 17,00 a Mattina *** giovedì 26 dicembre: S.Stefano S.Gallo ore 10,00 - Botticino Mattina ore 9,30 - Botticino Sera ore 8,00 e 10,45

*** domenica 29 dicembre: SACRA FAMIGLIA: orario festivo ***martedì’ 31 dicembre S.MESSA DI RINGRAZIAMENTO

a San Gallo ore 18,30 - Botticino Sera ore 18,30 (ore 16,00 villaggio) a Botticino Mattina ore 19,00

***mercoledì 1 GENNAIO 2014

SS.MADRE DI DIO e GIORNATA DELLA PACE

A BOTTICINO SERA ore 10,45 - 16,00 - 18,45 A SAN GALLO ore 17,30 A BOTTICINO MATTINA ore 9,30 e 17,30

***lunedì 6 gennaio EPIFANIA DEL SIGNORE S.MESSE orario festivo ore 16,00 nelle tre chiese parrocchiali

Vespri - bacio a Gesù Bambino e benedizione bambini

***domenica 12 gennaio: BATTESIMO DEL SIGNORE S.MESSE orario festivo ore 10,45 consegna ai genitori, dei battezzati, del “Catechismo dei bambini”

sabato 22 febbraio 2014

Liturgia della Parola e Cresime celebrate dal Vescovo di Brescia per le parrocchie Unità Pastorale di Botticino Basilica-Santuario di Botticino Sera ore 16,00

domenica 23 febbraio 2014

S.Messa di Prima Comunione

Botticino Sera - Botticino Mattina


Natale 2013