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Redazione e amm.: Via dei Gladioli, 6 - 70026 - Modugno tel. 080.5375408 - redazione@impresametropolitana.it

IMPRESA METROPOLITANA www.impresametropolitana.it

Tribunale di Bari, Num. R.G. 2482/2013 del 23/09/2013 Spedizione in Postatarget aut. S1/Ba/225/2009

MENSILE PER LE POLITICHE AZIENDALI, DEL MANAGEMENT, DEL LAVORO E DEL PRODOTTO

ANNO II - NUMERO 5 - FEBBRAIO 2014 - E 2,00 L’EDITORIALE

A Taranto la Costa Concordia? di Michele Marolla emolire la Costa ConD cordia a Taranto? Sì, ma demolire non è il verbo

giusto, meglio recuperare. Eh sì, perché la nave affondata al largo dell’isola del Giglio, può rappresentare un esempio importante e da seguire per quello che può essere definito «ciclo virtuoso del recupero». Il progetto candida Taranto, il suo porto, l’Ilva, ma anche le forze imprenditoriali del territorio, soprattutto quelle giovani che vogliono cimentarsi in una iniziativa che potrebbe aprire un nuovo scenario d’impresa. Uno smontaggio intelligente che recupera e riqualifica, facendo business con i materiali ottenuti. Presentato da Confindustria, Assologistica, studio dell’ing. Luigi Severini e da molte associazioni del territorio (Rotary, Lions, Propeller, Serra, Soroptimist, Zonta, Leo, Rotaract, UNESCO, Donne senza frontiere), in realtà punta ad un protagonismo nuovo che però ha bisogno di un sostegno vero da parte delle istituzioni. Lo studio di fattibilità e il progetto sono stati illustrati al presidente della Regione, Nichi Vendola, in un incontro al termine del quale il governatore si è detto convinto della bontà dell’iniziativa e pronto a sostenerla. Ovviamente bisogna fare i conti con il cambio della guardia a livello governativo e attivare tutti i canali necessari per aprire una linea di dialogo e interlocuzione positiva con i ministeri competenti, ma una sinergia tra istituzioni e forze imprenditoriali e sociali pugliesi non può che rappresentare un ottimo punto di partenza. Lo smaltimento della Costa Concordia è un affare di grandi dimensioni. Un po’ di cifre per comprenderne l’entità non fanno mai male. La nave è stata costruita nel 2006, quindi non ha elementi di pericolosità tra i materiali, come l’amianto. E’ un albergo di lusso galleggiante, con tutto quello che ne consegue. Ad esempio, con il teak dei suoi ponti si potrebbe ricoprire due volte e mezza un campo di calcio. Ma c’è di più, molto di più. Con i cavi dei vari collegamenti, elettrici ed altro, quindi con il rame che li compone si copre 5 volte la distanza tra Roma e Milano. Per non parlare delle 40mila tonnellate di Acciaio da recuperare e utilizzare nell’Ilva. Continua a pag. 8

Direttore responsabile MICHELE MAROLLA

il fenomeno / Sono decine in Italia: quella che ha avuto più fortuna è la napoletana «Napo». A Bari il Bil è in stand-by

La moneta complementare per incentivare i consumi Moneta complementare, una risposta alla mancanza di liquidità, ma soprattutto un modo per rilanciare consumi e produzioni a livello locale. Una risposta non solo a livello italiano, ma addirittura planetario, con la disordinata introduzione di una serie di valute diverse da quella ufficiale: criptovalute, circuiti di credito commerciale, monete complementari, alternative, virtuali, informatiche hanno iniziato a far capolino, in totale se ne contano circa 5mila. In Italia il circuito delle monete complementari è già ampiamente sviluppato. Nel 2007,

ad esempio, debutta a Napoli il buono locale di solidarietà SCEC (Solidarietà ChE Cammina), distribuito dall’associazione Masaniello, e poi trasformatosi, un anno dopo, in un ampio Arcipelago attraverso il coinvolgimento nel progetto di numerose «Isole» dislocate in altre regioni italiane. Solitamente le monete complementari non hanno velleità estensive e agiscono su una base territoriale decisamente ristretta: è il caso del «Camuno» in Valcanonica, del «Susino» nella martoriata Val di Susa o del «Lombard». Più di tutti vale

l’esempio fortunato del «Napo», la moneta complementare coniata dal comune partenopeo e donata, in 250 pezzi, dall’ente alle famiglie virtuose cioè in regola con il pagamento delle tasse. Intelligentemente, il governo cittadino ne ha predisposto la distribuzione anche in aeroporto e nelle stazioni ferroviarie al fine di dotare i turisti di uno strumento utile ad alleggerire il carico economico dei propri acquisti. Spingendoli, così, a comprare di più. A Bari l’esperimento del Bil è in stand-by. Petrocelli a pag. 2

Dalle imprese investimenti consistenti e politiche aggressive sui nuovi mercati

Brindisi, non solo chimica aeronautica ed energia

Segnali importanti di ripresa della ricerca e dell’occupazione Brindisi, una delle capitali italiane dell’industria elettrica, chimica ed aeronautica registra segnali di ripresa, avvertiti anche nel suo hinterland ed è bene che facciano notizia, anche per sottolineare l’impegno di imprenditori, manager e maestranze non solo nel fronteggiare una congiuntura che negli ultimi mesi ha manifestato un’inversione di tendenza, ma anche per segnalare i persistenti punti di forza del manifatturiero locale e dei comparti ad esso collegati. Non sono solo i big player dell’industria aero-

Il caso Med sailing service

Ogni anno nella top ten italiana per spettatori e biglietti

nautica, chimica ed energetica a tirare con i loro investimenti: anche piccole ma qualificatissime aziende impiantistiche locali stanno lavorando a prestigiose commesse che evidenziano un loro progressivo sganciamento dalla committenza delle grandi imprese del territorio, non più sufficiente per garantire fatturato e redditività. Questo con una politica aggressiva per volumi di investimenti, segmenti di mercati aggiuntivi e nuove tipologie di prodotti e servizi. Pirro a pag. 3

VISTI DA EST

BREVIARIO INFORMATICO

Lo sport? Teatroteam, da 23 anni La Grecia Attenti è davvero applausi e successi con la crisi al pericolo un affare senza un euro pubblico si riscopre malware Un equipaggio barese ha vinto i mondiali di vela d’altura ad Helsinki nel 2012 e ha pensato bene di mettere a frutto la propria passione sportiva legandola a una attività d’impresa: la Med sailing service, azienda che distribuisce esclusivamente il marchio North Sails nell’Italia del Sud. «Ne curiamo gli interessi sia in acqua, come atleti, che nei nostri laboratori», dicono soddisfatti per aver coniugato sport e business.

Teatroteam, una storia di successo da 23 anni. Non a caso, il teatro barese è nella top ten della classifica della «Borsa Teatro» dell’Agis ogni anno (per numero di spettatori e biglietti staccati), senza un centesimo di finanziamento pubblico. «Per scelta: ho sempre voluto mantenere l’autonomia gestionale e non dipendere dalle solite logiche politiche», spiega con orgoglio il patron Bartolomeo Pinto.

Accarrino a pag. 4

Costarella a pag. 8

Napoli a pag. 3

EDILIZIA E DINTORNI

Buzzanca a pag. 4

ben-essere

Consumi Imprese ZEN energetici per puntare e detrazioni alla crescita Andriani a pag. 7

Poggiolini a pag. 8

Con il Divinae Follie Tessile, il sindacato replica Ex Carrefour al S. Paolo reportage fotografico generazioni cresciute «Servono regole nuove un viaggio nel degrado a ritmo di divertimento e responsabilità sociale»

S O L U Z I O N I

Natalicchio a pag. 7

A V A N Z A T E

Marinuzzi a pag. 5

P E R

L A

S T A M P A

Accarrino a pag. 6

D I G I T A L E

Solo da telefono fisso

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FEBBRAIO 2014

La moneta complementare per rilanciare i consumi

Un esperimento sempre più diffuso. Fondamentali gli enti locali

Da manuale, il denaro è una convenzione sociale. Un pezzo di carta, un disco di metallo o un impulso elettronico cui, volontariamente, una comunità conferisce il potere di misurare il valore dei beni e di agevolarne lo scambio, bypassando le triangolazioni del baratto o di altre macchinose forme di negoziazione. Esiste perché ci si crede, perché la collettività lo accetta e non ne discute l’importanza né la funzione. Ironia della sorte - nonostante esso sia uno strumento governato verticalmente da organismi tecnocratici sempre più distanti da ogni forma di controllo popolare e democratico (l’Italia, come noto, non possiede sovranità monetaria) – la sua legittimazione è orizzontale, cioè si basa sulla accettazione del mezzo da parte dei milioni di cittadini che, ogni giorno, lo adoperano. Ciò che circola è la moneta a corso legale, l’euro nella fattispecie, ma l’attuale crisi economica, che è anche e soprattutto una gravissima crisi di liquidità, ne ha ormai prosciugato la distribuzione. I soldi, in sintesi, non ci sono, con tutte le conseguenze del caso: dall’impossibilità di risparmiare a quella di consumare per rilanciare l’economia e sostenere le imprese. E nessuna delle tanto invocate riforme sembra voler/poter intervenire sulla leva monetaria per evadere l’interrogativo fondamentale: come fare per mettere più soldi nelle tasche dei cittadini senza precipitare, come spesso è accaduto, nel baratro improduttivo dell’assistenzialismo? La risposta ha preso forma spontaneamente e su scala pla-

Due monete omplementari: a sinistra, il napoletano «Napo» e, a destra, il più vecchio «Scec»

netaria attraverso la disordinata introduzione di una serie di valute diverse da quella ufficiale: criptovalute, circuiti di credito commerciale, monete complementari, alternative, virtuali, informatiche hanno iniziato a far capolino – in totale se ne contano circa 5mila – nella vita delle comunità di tutto il globo, decise a dare a se stesse un po’ di ossigeno intervenendo lì dove, in apparenza, non si potrebbe metter mano: la creazione del denaro. Fra tutti gli esperimenti, quelli più diffusi, anche in virtù della semplicità del loro funzionamento, sono legati alla circolazione delle cosiddette «monete complementari», denari, spesso ancorati alla realtà territoriale, che non si sostituiscono a quello in corso legale ma che lo affiancano, integrando una percentuale della spesa quotidiana presso gli esercizi con-

venzionati (sul funzionamento tecnico ne riferiamo a parte). Stringendo la telecamera sull’Italia, si può notare notare come il circuito delle monete complementari – che qui distinguiamo dal più articolato Circuito di Credito Commerciale destinato alla imprese - sia già ampiamente sviluppato. Nel 2007, ad esempio, debutta a Napoli il buono locale di solidarietà SCEC (Solidarietà ChE Cammina), distribuito dall’associazione Masaniello, e poi trasformatosi, un anno dopo, in un ampio Arcipelago attraverso il coinvolgimento nel progetto di numerose «Isole» dislocate in altre regioni italiane. Tutt’oggi, l’Arcipelago copre buona parte del territorio nazionale, dal Lazio alla Toscana, dalla Calabria al Veneto, dalla Valle d’Aosta all’Emilia, e si qualifica come la più ampia fra le iniziative attivate, aven-

do propiziato la nascita di nuovi centri di distribuzione ed assorbito al proprio interno alcuni gruppi operativi già esistenti come il precedente EcoRoma. Solitamente, però, le monete complementari non hanno velleità estensive e agiscono su una base territoriale decisamente ristretta: è il caso del «Camuno» in Valcanonica, del «Susino» nella martoriata Val di Susa o del «Lombard», valuta dal funzionamento più complesso appena introdotta dalla Regione Lombardia quale strumento di compensazione multilaterale per scambiare beni e servizi. Ma più di tutti vale l’esempio fortunato del «Napo», la moneta complementare coniata dal comune partenopeo e donata, in 250 pezzi, dall’ente alle famiglie virtuose cioè in regola con il pagamento delle tasse. Intelligentemente, il governo cittadino ne

ha predisposto la distribuzione anche in aeroporto e nelle stazioni ferroviarie al fine di dotare i turisti di uno strumento utile ad alleggerire il carico economico dei propri acquisti. Spingendoli, così, a comprare di più. Di là dalle sfumature che distinguono i casi specifici, infatti, le monete complementari sono principalmente questo, una leva strategica che solo indirettamente produce risparmio e accumulazione, favorendo soprattutto il consumo. A tal fine però è indispensabile che i possessori dei buoni abbiano la possibilità di utilizzarli nel più ampio numero possibile di esercizi commerciali e che, soprattutto, siano convinti dell’affidabilità del progetto. Essendo il denaro una convenzione, la fiducia è tutto. Per questo, la diretta partecipazione degli enti locali all’iniziativa risulta decisiva per il corretto

«Lo stop perché il presidente della Camera di Commercio non ha capito il valore»

primo tentativo di lancio? «A ridosso della scorsa estate, nel giugno 2013. Abbiamo preparato il progetto, individuato la tipografia barese disposta a stampare gratuitamente i Bil e discusso con il sindaco Michele Emiliano. Il quale, fin da subito, si è dimostrato ben disposto e interessato all’iniziativa. In mia presenza ha contattato il comune di Napoli per avere informazioni sul “Napo”, la moneta complementare lanciata nella città partenopea e, dopo essere stato rassicurato a proposito della bontà dell’idea, si è dichiarato ben felice di aiutarci». In che modo? «Ad esempio agevolando la distribuzione. I Bil sarebbero arrivati nelle mani dei baresi con le bollette dell’Amgas. Aperta la busta, i cittadini

avrebbero trovato i talloncini al suo interno. Ma, al di là di questo, la vicinanza dell’amministrazione comunale è sempre preziosa per fornire credibilità a un progetto come il nostro. In quei giorni eravamo davvero vicini al decollo. Avevamo convinto ad aderire perfino alcuni farmacisti, categoria solitamente molto restia ad abbracciare iniziative di questo genere». E poi cosa è accaduto? «Era necessaria anche la collaborazione di altri soggetti per allargare la circolazione dei Bil. In particolare, ci serviva l’appoggio della Camera di Commercio che, però, ce l’ha negato. Il presidente Alessandro Ambrosi, dopo aver valutato il progetto, non l’ha ritenuto, sbagliando, né utile né innovativo. E così ci siamo arenati in attesa di poter co-

Leonardo Petrocelli

Come funziona a che cosa e soprattutto a chi serve

A Bari è in stand-by Lorusso: Riproveremo Dal Pil al Bil, passando per la Bilosofia, il sistema di pensiero culturale ed economico che all’ossessione per il Prodotto interno lordo antepone la ricerca del più completo Benessere interno lordo. Una rivoluzione copernicana da consumare anche attraverso un circuito di economia solidale che preveda l’utilizzo di una moneta complementare: il Bil, appunto. Bari è stata la sede del primo tentativo di lancio dell’iniziativa, come spiega il «bilosofo» Roberto Lorusso affiancato nell’impresa da Giuseppe Sblano, il teorico barese della cultura dello Scec. «Devo dir subito una cosa – premette Lorusso – Il progetto, al momento, non sta funzionando. Ma noi contiamo di rilanciarlo presto». Roberto Lorusso, procediamo con ordine. Di cosa si tratta? «Il Bil è una moneta complementare, non sostituisce l’euro ma lo integra. Al pari di altre valute dello stesso genere, funziona come un buono di sconto presso tutti gli esercizi convenzionati. Diversamente da altri, però, avevamo pensato di lasciare ai commercianti baresi piena discrezionalità di scelta in merito alla percentuale di spesa che il cliente può coprire con il Bil. In modo da garantire l’assoluta elasticità dello strumento». Quando è stato imbastito il

funzionamento del circuito, fornendo ad esso una legittimazione che, diversamente, il semplice associazionismo volontario non potrebbe garantire. Quasi in un gioco di paradossi, nel tempo della globalizzazione senza frontiere una risposta utile e sistemica alla crisi potrebbe quindi giungere dal fortino delle realtà locali, a patto però che si compia un ulteriore salto di qualità cui molti stanno lavorando: il pagamento con moneta complementare di una parte dei tributi comunali. In questo modo, lo strumento non sarebbe più socialmente in discussione e la sua affidabilità, a meno di improvvisi passi indietro, risulterebbe conclamata. A giudicare dalla velocità con cui gli esperimenti procedono e si sviluppano sul territorio, non si dovrà aspettare troppo.

struire un consenso più ampio». Se anche altrove le monete complementari funzionano, perché questa bocciatura? «Il problema è la cultura mercantile che non riesce a ragionare al di là dei soliti schemi. Ambrosi non ha capito il reale valore dell’iniziativa: creare un legame comunitario che escluda gli approcci negativi della globalizzazione. Il Bil, valido solo sul territorio, avrebbe, al di là degli sconti, rafforzato il circuito dell’economia locale, legando i clienti agli esercenti baresi. E tagliando fuori i grandi marchi. Una boccata di ossigeno di cui il nostro commercio ha disperato bisogno. Se non si coglie questo passaggio, non si capisce nulla». L. P.

Roberto Lorusso e accanto una immagine del BIL (Benessere Interno Lordo) la moneta complementare introdotta a Bari

Come funziona una moneta complementare? Ogni cittadino ritira gratuitamente dei talloncini simili a dei buoni sconto con un valore di cambio solitamente pari a quello dell’euro. Un talloncino, un euro. Presso gli esercizi convenzionati (alberghi, negozi, palestre, cinema), cioè quelli che volontariamente hanno deciso di accettare la valuta, potrà pagare prodotti e servizi utilizzando la moneta complementare in una percentuale stabilita. Solitamente dal 5% al 30% della spesa complessiva, più spesso il 10%. A fronte di un acquisto di 100 euro, il cittadino ne pagherà 90 in euro e i restanti 10 con moneta complementare, realizzando così un risparmio sensibile. Ne risulta un importante vantaggio indiretto: i buoni non possono essere utilizzati al di fuori delle comunità che decidono di dotarsene perché, evidentemente, solo i negozianti locali, incassati i talloncini, potranno a loro volta utilizzarli nel medesimo territorio. Le catene multinazionali e i grandi marchi sono così tagliati fuori dal circuito di scambio e fidelizzazione, a beneficio dell’economia del posto. L’operazione più delicata è stabilire l’esatta quantità di monete complementari da mettere in circolo: essendo una scelta del tutto arbitraria, i talloncini rischiano di essere troppi, con l’effetto di far aumentare i prezzi, o troppo pochi, con il rischio di risultare ininfluenti. In media, ogni anno, i promotori delle diverse iniziative distribuiscono ad ogni unità (famiglia o persone) dai 200 ai 400 euro di buoni sconto. L. P.


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FEBBRAIO 2014

Brindisi cambia, cresce anche l’occupazione Aeronautica, chimica ed energia, ma pure ricerca

VISTI DA EST

La Grecia con la crisi sta tornando a essere se stessa di Alessandro Napoli

di Federico Pirro*

rano gli anni del denaro faciE le, pagato a tassi di interesse impensabili ai tempi della dracma.

rindisi, una delle capitali italiane dell’industria elettrica, B chimica ed aeronautica registra

segnali di ripresa, avvertiti anche nel suo hinterland ed è bene che facciano notizia, anche per sottolineare l’impegno di imprenditori, manager e maestranze non solo nel fronteggiare una congiuntura che negli ultimi mesi ha manifestato un’inversione di tendenza, ma anche per segnalare i persistenti punti di forza del manifatturiero locale e dei comparti ad esso collegati. I 3 top player del comparto aeronautico - Avio Aero della GE Aviation, Agusta Westland e Salver stanno rafforzando la loro presenza sui rispettivi mercati e, fruendo di contratti di programma sottoscritti con la Regione Puglia, completano o si accingono ad avviare piani di investimento cofinanziati dall’Ente. La Salver in particolare, dopo aver acquisito la commessa ventennale dalla canadese Bombardier, ha assunto 60 nuovi addetti fra i quali alcuni ingegneri aeronautici, raggiungendo i 300 occupati e annunciando che potrebbe nei prossimi anni toccare le 500 unità ad altissima qualificazione professionale. Avio ed AgustaWestland hanno entrambe sottoscritto contratti di programma con la Regione e li stanno rendicontando, la prima per 42,3 milioni di investimenti ammessi e 13,1 milioni di agevolazioni riconosciute e la seconda per 11,5 milioni di investimenti con 3,4 milioni di agevolazioni. La Versalis del Gruppo Eni ha annunciato nelle scorse settimane la fermata a partire dalle prossime settimane con investimenti per 50 milioni e 500 nuovi occupati per sei mesi nell’esecuzione dei lavori da parte delle aziende impiantistiche che li eseguiranno. Lo steam cracker di Brindisi, com’è noto, è con quelli di Porto Marghera, Priolo e Porto Torres uno dei più moderni dei 4 posseduti dalla società, leader in Italia nel comparto e fra le prime in Europa: il revamping del sito locale, pertanto, conferma il ruolo strategico del l’i mpi a nto il cui indotto è rilevante non solo nelle ma nuten zion i - con una occupazione giornaliera di circa 300 persone ma anche nella movimentazione portuale, stimabile in cento navi all’anno, e nelle esportazioni provinciali, anche se la parte più rilevante della produzione è inviata alla sede centrale di San Donato Milanese. Sempre nel comparto chimico, ma questa volta nel far maceutico, la multinazionale francese Sanofi Aventis, dopo aver completato un precedente piano di investimenti di 20,3 milioni - cofinanziato dalla Regione con un contratto di programma e agevolazioni per 5,5 milioni - si accinge a varare un nuovo intervento che rafforzerà la competitività del sito e il suo ruolo strategico nella scacchiera di quelli posseduti dalla società in Italia: anche in questo caso la Regione affiancherà i Francesi con un cofinanziamento di circa 8,4 milioni, veicolati da un nuovo contratto di programma per investimenti di 28,2 milioni.

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L’Enel - la cui megacentrale a carbone da 2.640 Mw, insieme a quella dell’Enipower a metano da 1.300 Mw e dell’Edipower da 380 mw, consente a Brindisi di essere il primo polo energetico del Paese per capacità installata - sta portando innanzi il nuovo piano da 400 milioni che include la copertura del carbonile e l’ulteriore miglioramento della performance ambientale della Federico II nella quale - dopo il pensionamento di un certo numero di dipendenti - verranno assunti 20 nuovi addetti che si aggiungeranno

agli oltre 400 diretti già in servizio. Nonostante il rallentamento a livello nazionale della domanda di energia - e malgrado una minore redditività del sito di generazione, in cui si dovranno pure ammortizzare i nuovi investimenti - la società elettrica continua i suoi interventi rispondendo ancora una volta alla sfida di elevare la ecosostenibilità della megacentrale. Ma non sono solo i big player dell’industria aeronautica, chimica ed energetica a tirare con i loro investimenti: anche piccole ma qualificatissime aziende impiantistiche

locali stanno lavorando a prestigiose commesse che evidenziano un loro progressivo sganciamento dalla committenza delle grandi imprese del territorio, certamente ancora apprezzata, ma non più sufficiente per garantire fatturato e redditività alle società che la ricevono. Ci si riferisce in particolare alla Epi srl., specializzata da anni in servizi per l’impiantistica industriale e in costruzioni meccaniche, ed ora impegnata, con il supporto scientifico del CETMA - prestigioso consorzio di ricerca applicata partecipato dall’Enea e da imprese private che ha laboratori alle porte di Brindisi nella messa a punto di nuove macchine per la lavorazione di materiali compositi, e alla D.F. engineering e management di Mesagne, che sta lavorando in partnership con una grande società nipponica ad un imponente progetto per la costruzione di centrali di solare termodinamico di nuova generazione in Sardegna. Insomma grandi e piccole industrie del Brindisino stanno affrontando questa complessa fase della congiuntura con una politica aggressiva per volumi di investimenti avviati, segmenti di mercati aggiuntivi e nuove tipologie di prodotti e servizi. E tutti questi interventi potrebbero considerarsi così la risposta più forte e propositiva a coloro che ritengono (erroneamente) ormai esaurito l’attuale modello di sviluppo del capoluogo, più che mai collocato invece con il suo patrimonio tecnologico e gli elevati livelli occupazionali assicurati nella scenario della competizione globale. *Università di Bari

C’era chi comprava la seconda e poi la terza casa («per i figli», «non si sa mai») e chi un’automobile, possibilmente grande e magari vistosa. C’era anche chi comprava e le une e l’altra. Non era più questione di vacanze estive in Calcidica o di fine settimana sulla neve comunque in patria o nella vicina Bulgaria. La classe media, convinta di essere entrata in un circolo virtuoso irreversibile dove la disponibilità di un reddito relativamente elevato avrebbe generato automaticamente la possibilità di accedere a consumi da società affluente e questi avrebbero generato ulteriore reddito attraverso la creazione di posti di lavoro aggiuntivi, snobbava il Paese. «Settimana bianca in Grecia, ma sei pazzo? Noi a sciare andiamo sulle Alpi Salisburghesi, anzi quest’anno a Saint Moritz». Il grande cuore mediterraneo ama le case più di quanto non le ami un bambino appassionato di Monopoly, e così ecco che negli elenchi di possessori di appartamenti per vacanza sulle Alpi comparivano anche avvocati, medici, funzionari pubblici, non più solo i soliti proprietari di navi. Con SUV ultima moda armato di porta-sci avvocati, medici, negozianti, rappresentanti di commercio si dirigevano verso «l’Europa», verso quella Europa dove alla fine dei conti il tempo sarebbe andato via più in ristoranti e shopping che con gli sci ai piedi. Finito il caos delle guerre balcaniche dei primi anni Novanta, il valico di frontiera Evzoni/Gevgelia tornava a essere la porta «naturale» verso l’«Europa», era di lì che le carovane di SUV avevano ripreso a passare, non sui traghetti per Bari o per Ancona. Negli stessi anni, attraverso lo stesso valico transitava anche altro tipo di rappresentanti della specie umana. Per esempio quelli che, a dispetto di relazioni politiche difficili fra la Grecia e il nuovo vicino del Nord, nel territorio del vicino del Nord aprivano supermercati, fast food e persino botteghe di frutta e verdura. E naturalmente altro. Non so quante volte avrò passato quel valico di frontiera, fra ufficiali di frontiera greci con l’aria benevola da amici del kafeneion e severi poliziotti dall’altra parte. Questi ultimi prima avevano una stella rossa sul berretto, poi invece, dopo la dissoluzione del grande Paese che aveva unito gli slavi del Sud, avevano preso a indossare uniformi meno «politiche». Senza smettere però quell’abitudine alla diffidenza che finisce persino nei geni di chi abbia fatto il civil servant in un Paese comunista, per quanto «comunista» fino a un certo punto come lo era la Jugoslavia (SFRJ) degli anni Settanta e Ottanta. Oggi molto è diverso rispetto agli anni della SFRJ, rispetto a quelli delle guerre balcaniche e rispetto a quelli dell’euforia-eurofilia che prese la Grecia nel primo decennio del terzo millennio. In coda alla frontiera, qualche volta in una direzione qualche altra nella direzione opposta, osservo il traffico in transito oggi. Anche questo mi capita spesso. Ci sono certi fine settimana che è davvero molto intenso, e non solo quelli in cui mezza ex-Jugoslavia in estate si riversa sulle spiagge della Calci-

dica (code in entrata di chilometri). Prendiamo un fine settimana qualunque invece, diciamo un venerdì mattina, in entrata in Grecia. Un cartello, al posto di controllo greco, avvisa che la Grecia non riconosce la sigla automobilistica «MK» (perché la repubblica con capitale Skoplje in Grecia non si chiama Macedonia ma ex-repubblica jugoslava di Macedonia o, più popolarmente, «Skoplja»). Ma davanti a me le automobili con targhe macedoni sono moltissime e tutte piene di passeggeri. So io dove sono dirette: verso i templi della civiltà dei consumi a prezzi di realizzo che permettono alla vicina Salonicco di mantenere una certa prosperità, proprio grazie ai compratori slavo-meridionali appassionati di acquisti. Vanno a celebrare il rito dell’acquisto di specchi all’IKEA, di smartphones e tablets a Media Markt, di scarpe Adidas in uno dei tanti outlet che circondano il palazzo dove è il mio ufficio, di compro-tutto nel tempio dei templi, il centro commerciale Mediterranean Cosmos dove per accogliere i clienti di oltre-frontiera nel megaparcheggio hanno destinato uno spazio ai pulmann che trasportano gli adepti del turismo dei consumi in versione per le masse. Poche ore più tardi, dal tardo pomeriggio in poi, nella direzione opposta ci sono greci che entrano nella repubblica di Skoplje perché a qualche centinaio di metri dalla frontiera hanno piazzato i casinò. E non sono solo casinò ma complessi dove c’è tutto, a cominciare da confortevolissimi alberghi. Provenienti dalla parte greca, sono in coda ai controlli di frontiera anche dei minibus che fanno la spola con Salonicco per portare clienti nelle case da gioco. In fondo, si tratta di un Risiko complessivamente innocuo dove ciascuna delle parti posiziona le proprie armi strategiche che funzionano anche come armi tattiche: i mall da una parte, i casinò dall’altra. Si fa leva sulle debolezze dell’altro e sui propri punti di forza. In fondo, al di là di qualsiasi altra considerazione possibile, così va bene, meglio che affrontarsi in altro modo. In attesa che i nodi politici siano sciolti una volta per tutte e che si metta fine a reciproci dispetti semantici come il chiamare (dalla parte di Skoplje) l’aeroporto nazionale «aeroporto Alessandro Magno» (così si chiama anche l’autostrada che attraversa il Paese da Nord a Sud) e da parte greca l’aeroporto di Salonicco «aeroporto della Macedonia». Nel frattempo, nella Grecia disorientata di oggi, in bilico fra l’euroscetticismo di quanti pensano che i guai di oggi siano solo colpa dell’euro (e, manco a dirlo apposta, della cospirazione fra grandi banche con la cancelliera della Repubblica Federale Tedesca) e l’eurorealismo di quanti dicono che senza l’euro le cose andrebbero addirittura peggio, in molti riscoprono le proprie radici. I ristoranti alla moda italiana e quelli alla moda francese chiudono, e riaprono invece le ouzerì, dove si va proprio per bere l’ouzo accompagnandolo con un mezè, una merenda di piccoli piattini di cibo di mare o di terra, secondo convenienza o secondo piacere. La Grecia torna ad assomigliare a se stessa, almeno un risultato positibo la crisi lo ha creato. E tornare a essere se stessi è, io credo, la premessa indispensabile per credere nel proprio futuro. Premessa e promessa.


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FEBBRAIO 2014

Dallo sport agli affari? I malware Il passo è (quasi) breve ecco come

BREVIARIO INFORMATICO

De Tullio, Med sailing service: rompere i tabù elitari dei circoli della vela Il lavoro è una ferita scoperta, che sulla pelle dei giovani qualificati non cicatrizza mai del tutto. Abituati a non scorgere orizzonti, i ragazzi hanno ben capito che conviene inventarseli. Se, tuttavia, alcuni sono costretti ad improvvisare un piano per sfuggire all’inedia, c’è chi riesce a coniugare passione e preparazione nello sbocco più naturale e felice. Portavoce di questa condizione mista di capacità personali e imprenditoriali è Daniele De Tullio, manager della Med sailing service, azienda che distribuisce esclusivamente il marchio North Sails nell’Italia del Sud. Lei è un velista, ha accumulato esperienza sin dall’infanzia ed eccola a capo di una società che rende il suo sport fonte di guadagno. Il processo è stato naturale? «Sì, e mi ritengo fortunato. Io e i miei collaboratori abbiamo compreso facilmente cosa diventare da adulti, ma la verità è che essendo figli degli anni ‘80 non potevamo perderci nell’imbarazzo della scelta. L’attività è partita nel 2010, forte della nostra presenza sui campi di regata sin dall’età di cinque anni». Quindi, dopo i traguardi olimpici, la strada segnata prevedeva necessariamente il professionismo? «Certo, la vela ha questo da offrire. Il nostro equipaggio ha vinto i mondiali di vela d’altura ad Helsinki nel 2012, ma la particolarità della situazione sta nel motivo per cui è nata l’impresa: non volevamo gareggiare come cani sciolti, così ci siamo legati alla North Sails ed ora ne curiamo gli interessi sia in acqua, come atleti, che nei nostri laboratori, vero e proprio fulcro dei servizi che offriamo in termini di riparazione, consulenza, rigging e supporto cantieristico». In onestà, quanto è difficile dedicarsi ad un settore “di lusso” come quello della nautica in un momento simile? «Noi lavoriamo con enormi giocattoli costosi. Che siano destinati al business-to-business o al business-to-consumer restano giocattoli, e lo Stato li penalizza. C’è un clima di terrorismo psicologico intorno

riconoscerli di Armando Buzzanca *

arliamo questa P volta di un altro dei pericoli che possono

In alto, l’equipaggio che ha vinto i mondiali di vela d’altura a Helsinki 2012; qui accanto, Daniele De Tullio a determinati beni, che rientrano in una fetta di economia quasi malvista e perseguitata. Siamo stati pesantemente presi di mira nel 2012, ad esempio: immagini le conseguenze di questo atteggiamento sulla creazione di porti turistici, senza i quali si nega l’indotto di alto profilo che la nautica produce, offrendo anche possibilità d’impiego specialistico». La vostra squadra è formata da trentenni, la Med è un’azienda giovane. Come vi rapportate ad una professione che in Italia è ancora considerata vecchio stampo? «È doloroso osservare le differenze. I privilegi fiscali degli anni d’oro sono sepolti, e per

sopravvivere con lo stigma della crisi occorre essere più scaltri e dinamici di padri e nonni. Con un po’ di presunzione bisogna riconoscere che siamo più preparati di loro, ma incastrati in condizioni pessime per mettere a frutto le capacità. Riteniamo la nostra età un valore aggiunto, e ci piacerebbe demolire alcuni tabù tipici dei circoli della vela, ai quali è difficile accedere se non per via elitaria. Non ha alcun senso, lo sport ha uno spirito comunitario, l’esclusività è dannosa. Lavorando all’estero ho riscontrato un’apertura invidiabile, che mi piacerebbe imparassimo da subito, per un salto di mentalità necessario».

Come si pone rispetto alla possibilità di operare all’estero? «L’obiettivo esiste, però è indispensabile padroneggiare il proprio ruolo prima del salto. Se sul momento mi trasferissi oltreconfine sarebbe solo una scorciatoia per pagare meno tasse, e il mio scopo non è questo: voglio strutturare un’azienda florida e stabile, competitiva nella misura del miglioramento continuo. Tutto questo richiede tempo e impegno, ma se c’è qualcosa che i tempi di magra possono insegnare è il valore dell’individuo nello specchio del suo merito». Angela Accarrino

Dibattito a Locorotondo organizzato dal CESM con gli studenti dell’Istituto Tecnico Agrario e di una scuola media

Previdenza e solidarietà per le nuove generazioni a confronto esperti, sindacalisti, scrittori e giovani Ci sarà uno stato sociale per le nuove generazioni? Come sarà possibile garantire una tutela previdenziale per i giovani di oggi e i futuri pensionati? Sono questi, alcuni degli interrogativi che i giovani dell’Istituto Tecnico Agrario di Locorotondo e della Scuola Media «G. Oliva», che partecipavano, nell’Auditorium «Boccardi» del Centro Risorse Polivalente, al Forum Sociale sul tema «Previdenza e solidarietà fra generazioni», hanno rivolto ai relatori dell’ interessante iniziativa civica, organizzata dal Centro per l’Educazione Sociale nel Mezzogiorno (CESM). Dopo il saluto del Preside dell’Agrario, Raffaele Fragassi e del Sindaco di Locorotondo, Tommaso Scatigna, hanno introdotto i lavori, moderati dal direttore di Impresa Metropolitana, Michele Marolla, il Presidente del CESM, Giuseppe Campanella e Girolamo Minardi, autore del romanzo-verità sullo stato sociale, «Non c’è più l’Adactazide» edito da Di Marsico-Libri. Il Segretario Generale dei Pensionati pu-

gliesi, che aderiscono alla Cisl, Emanuele Castrignanò, rispondendo alle domande dei giovani, ha messo in risalto come è diventata sempre più vivace la discussione su anziani attivi e solidarietà tra generazio-

ni, ribadendo, con dati precisi, che non è più possibile parlare di anziani in termini di peso economico e non già di valida risorsa per gli stessi giovani. Ha precisato che si tratta di avviare politiche sociali capaci di coniugare, in modo strutturale, l’idea di anziano attivo e della solidarietà, ancorandola ad un nuovo sistema di organizzazione produttiva, sociale e di distribuzione del

reddito, in modo che la ricchezza di tutti sia il fine e, tutto il resto, strumento per conseguirlo. Rosanna Levari, già Vice Direttrice Regionale dell’INPDAP ed attualmente alla guida dell’INPS Provinciale di Lecce, ha focalizzato, con esempi collegati al tema del forum, la portata sociale della previdenza e l’importanza della tutela dei lavoratori e dei pensionati in una società globalizzata e in continua evoluzione. La particolare attenzione sui problemi sociali e previdenziali che i giovani hanno messo in risalto durante l’intero forum è servita agli organizzatori per assumere l’impegno a continuare, nelle scuole, il confronto e l’azione formativa, per realizzare quella richiesta e indispensabile solidarietà fra giovani ed anziani. Nella foto: da sinistra - Il Presidente del CESM, Giuseppe Campanella; lo scrittore Girolamo Minardi il segretario generale dei pensionati pugliesi della Cisl, Emanuele Castrignanà;  il preside dell’Istituto Agrario Raffaele Fragassi;  il sindaco di Locorotondo, Tommaso Scatigna; la direttrice dell’INPS di Lecce, Rosanna Levari e il direttore di Impresa Metropolitana, Michele Marolla

incontrare gli utenti durante la loro navigazione internet. I malware fanno parte della categoria dei software malevoli dall’inglese malicius software da cui l’acronimo mal(icus soft)ware. Il loro scopo è quello di danneggiare l’installazione software (o programma) di un computer oppure di rubare dati personali, sensibli e in alcuni casi anche le password o utilizzare l’account di posta elettronica al fine di inviare email di spam. I malware possono essere classificati a seconda della tipologia di problema che possono causare ad un sistema. Possiamo citare: Adware: software che scarica la pubblicità sul computer e la visualizza ad intervalli regolari. Backdoor: software che consentono tramite una «porta sul retro» di accedere al sistema su cui sono stati eseguiti. In genere sono abbinati a Trojan, Spyware e Worm. Dialer: software (ormai in disuso) che cambiavano il numero di telefono della connessione internet predefinita con numeri a tariffe speciali facendo pagare all’utente costi esorbitanti. Hijacker: software che consentono l’apertura di pagine durante la navigazione web (popup in genere). Keylogger: software che consente di memorizzare e di inviare via posta elettronica tutti i tasti digitati da un utente. Generalmente sono installati da trojan o worn. Scareware: software che spaventano l’utente facendogli credere di avere il sistema infetto e propongono la soluzione, spesso a pagamento. Rabbit: software che provvedono a consumare le risorse di un sistema come cpu disco e memoria duplicando se stessi velocemente Rootkit: software con privilegi di un amministratore (root) mascherati da driver del nucleo del

sistema operativo. In genere proteggono la rilevazione degli spyware e dei Trojan usati poi per carpire e spedire informazioni. Spyware: software che vengono usati per raccogliere informazioni dal sistema su cui sono installati e per trasmetterle ad un destinatario interessato. Le informazioni carpite possono andare dalle abitudini di navigazione fino alle password e alle chiavi crittografiche di un utente. Time Bomb: software che si attiva con una tempistica ben determinata allo scopo di effettuare operazioni di attacco ad obiettivi predeterminati. Trojanhorse: software dannoso spacciato da utilità antiviurs, antispyware ma in realtà installato provvede a fare danni al computer o a prelevarne dei dati. Virus: software in grado di replicare se stesso agganciando il proprio contenuto ad un file oppure sostituirsi al contenuto di un flie Worm: software come i virus, ma contagia altri computer attraverso la rete informatica locale e internet. Famosi gli attacchi Zero Day che sfruttano bug del sistema operativo appena scoperti e non ancora risolti Zip Bomb: è un file di un archivio compresso ma se eseguito provoca la sua duplicazione sino a riempire completamente il disco rigido rendendo l’utilizzo di un sistema complicatissimo. Questo l’elenco di malware particolareggiato ma non esaustivo della categoria di software dannosi che potrebbero essere incontrati durante la navigazione internet. Ovviamente esistono dei rimedi per evitare il contagio e l’intromissione di questi software dannosi nel sistema in parte descritta nell’articolo della gestione della privacy e parte invece vedremo nella prossima puntata di questa rubrica.

1. continua * Docente a contratto di Fondamenti di informatica Università di Bari

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Mensile per le politiche aziendali, del management, del lavoro e del prodotto www.impresametropolitana.it · redazione@impresametropolitana.it Anno II - N.5 - Febbraio 2014 Registrazione Tribunale di Bari Num. R.G. 2482/2013 del 23/09/2013 Direttore Responsabile: Michele Marolla Editore: Domenico Di Marsico (GrafiSystem) Hanno collaborato a questo numero: Angela Accarrino, Rolando Andriani, Armando Buzzanca, Giuseppe Campanella, Stefania Chionna, Livio Costarella, Gisella Marinuzzi, Alessandro Napoli, Annamaria Natalicchio, Antonella Paparella, Leonardo Petrocelli, Federico Pirro, Daniela Poggiolini.

Per la pubblicità: GrafiSystem snc Modugno (Ba) · info@grafisystem.it Impaginazione e stampa: GrafiSystem snc - Modugno (Ba) Tel. 080.5375408 - Fax 080.5308771 www.grafisystem.it info@grafisystem.it Stampato su carta riciclata


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Tessile, il freno è il sindacato? «No, ma servono politiche nuove» «Difficile fare impresa. Serve responsabilità sociale, innovazione e formazione» «Non è semplicemente un problema di costo del lavoro e di margini di profitto; in Italia non vi sono più le condizioni per fare impresa. Il sindacato è ben consapevole delle pesanti difficoltà in cui versano le imprese e con esse fa fronte nel chiedere allo Stato ed alla politica interventi immediati. La gran parte delle aziende utilizza gli ammortizzatori sociali. Ma, se pure gli ammortizzatori sono uno strumento irrinunciabile, non possono diventare un sostegno permanente. La gravità della situazione è sotto gli occhi di tutti e temiamo che questa compressione evolva in esasperazione sociale. Urge una politica industriale intelligente ed efficace, che favorisca lo sviluppo dell’economia basata sulle potenzialità delle nostre PMI, che tuttora rappresentano la spina dorsale della economia nazionale, favorendo processi di innovazione e di internazionalizzazione, per consentire loro di essere competitivi attraverso politiche di prodotto e non politiche di prezzo». Il duro ed accorato appello viene da  Filippo Lupelli del Cordinamento Regionale Puglia  U.I.L.C.E.M. – Unione Italiana Lavoratori della Chimica, Energia e Manifatturiero. Nonostante le apparenze, l’Italia ha ancora un ruolo importante e specifico da svolgere. Questa consapevolezza spinge a sollecitare la riflessione sull’interesse nazionale italiano, con una attenzione particolare alla questione dell’attitudine al rientro delle nostre imprese delocalizzate, che resta innegabilmente aperta. Occorre partire dai fattori di maggiore criticità la scarsa competitività nei confronti di produzioni a basso costo, la necessità di riposizionamento del prodotto, la scarsa patrimonializzazione delle imprese, l’insufficiente capacità di promuovere innovazioni di prodotto e la parcellizzazione delle stesse imprese. A questo si aggiunga la situazione finanziaria determinata dal sistema bancario che, anziché assistere ed aiutare l’impresa, molto spesso determina la cessazione dell’attività. Cominciano così i sindacati nella riflessione sul problema impresa-lavoro.

 «Tra i tavoli di crisi che da gennaio 2014 vedono impegnati il Ministero dello Sviluppo Economico e i sindacati, vi sono aziende di grande rilievo e marchi storici per il Paese, in tutti i settori produttivi: dall’elettronica di Alcatel a Italtel, alle ceramiche di Ideal Standard; dal tessile di ITi Erre alle energie rinnovabili di Marcegaglia (stabilimento di Taranto)», osserva Luigi Lama, del Centro Studi CISL. «L’innovazione e la formazione sono le leve principali da manovrare; recuperare il gap con i Paesi emergenti che invadono il mercato con i prodotti a basso prezzo impone un salto di qualità molto forte nell’innovazione di processo e di prodotto, nella gestione dei processi produttivi onde determinare una maggiore qualità del prodotto nel rispetto delle regole ambientali e sociali. Il mercato va regolato e orientato verso la tutela dei diritti, gli interessi e la sicurezza dei lavoratori. Per fare questo è necessario un sindacato forte, capace di rappresentanza autonoma dei lavoratori a tutti i livelli, dal luogo di lavoro fino alla Ue e anche globale. L’azione sindacale deve prendere atto della dimensione internazionale dei processi produttivi e dei mercati per far in modo che la convergenza fra agenda internazionale ed interna diventi prassi corrente nell’attività sindacale, condizione ineludibile per realizzare oggi la nostra missione volta alla tutela di diritti, interessi e sicurezza dei lavoratori». Aggiunge Piero Marinò, della Segreteria Provinciale Cisl di Taranto: «Occorrono interlocutori seri e credibili che lavorino ad una politica di sviluppo con una piattaforma nazionale nella quale il sindacato è parte cooperante». «È importante tracciare un confine netto tra delocalizzazione vir-

tuosa e delocalizzazione viziosa – risponde Giuseppe Massafra, segretario generale provinciale della Filctem Cgil di Taranto - ma dobbiamo anche constatare che il continuo aumento della pressione fiscale complessiva sulle persone giuridiche è ormai giunto a livelli spropositati; il gap resta sensibile, specie con i paesi aventi flat tax; una tassazione così sproporzionata schiaccia l’impresa italiana e rende eroi quegli imprenditori che ancora resistono». Per resistere sono state costrette a cambiare rotta le imprese che un tempo erano l’ossatura dello svilup-

po industriale italiano basato sui distretti, obbligate oggi a riconfigurare aspettative nazionali e progettualità globali, puntando - per strategia o per necessità - sui flussi internazionali e trasferendo impianti e/o produzioni in altri paesi dove il costo del lavoro è più basso e, più in generale, in quei paesi che, seppur in via di sviluppo nelle infrastrutture di base, rispondono alla condizione essenziale di una bassa, se non completamente assente, regolamentazione del mercato del lavoro, tanto imprenditoriale, quanto sindacale. Quanto agli effetti occupazionali e sociali di tale fenomeno, Massafra osserva: «Di fronte al picco senza precedenti raggiunto dalla disoccupazione e dalla mancanza di lavo-

D’Antona (vicepresidente Confapi Taranto): ognuno faccia la sua parte

ro è necessaria una revisione sia delle normative sui rapporti di lavoro, sia del sistema degli ammortizzatori sociali, non essendo più adeguata l’inerziale ripetizione di misure tradizionali che già in passato si sono dimostrate insufficienti, auspicando che un sindacato europeo conduca  ad un allineamento delle politiche sindacali con riequilibrio del costo del lavoro, e non solo». Tuttavia, il sindacato denuncia ulteriori oggettive difficoltà degli imprenditori. «Nella particolare esperienza italiana - sottolinea - un problema sottovalutato è quello dei terzisti cinesi del nostro territorio che aprono e chiudono l’attività per sfuggire ai controlli, che non fatturano, che lavorano nella illegalità su committenza proprio delle imprese italiane. Altrettanto deleterio è il fenomeno di imprese con lavoratori in Cig che affidano le proprie commesse a lavoratori stranieri irregolari sui propri impianti». Il sindacalista jonico, infine, non risparmia le istituzioni e l’immobilismo della politica: «In verità, manca una politica industriale che tuteli, valorizzi e promuova il made in Italy». La stragrande maggioranza delle aziende italiane che hanno delocalizzato, ha portato via anche il capitale materiale e immateriale di competenze che hanno fatto grande il made in Italy. In un primo tempo, la politica economica dei paesi esteri ha cercato di attirare investimenti utilizzando dumping fiscale, tassi di cambio vantaggiosi, scarsi oneri sociali e deroghe nell’applicazione delle normative ecologiche (laddove esistenti). Negli anni più recenti, invece, ad attrarre i capitali italiani è stata anche l’emersione di un bacino di lavo-

ratori sempre più professionalizzato e a basso costo. La crescita esponenziale delle competenze ad alta specializzazione ha trasformato l’Europa orientale da piattaforma di riesportazione in luogo di produzione e di consumo interno. Per il rilevante Sistema del Made in Italy, inoltre, la delocalizzazione ha dapprima concesso alle aziende più dinamiche un vantaggio competitivo considerevole, subito dopo ridotto parzialmente dall’avere reso più semplici le falsificazioni di tali prodotti di qualità, senza contare le falsificazioni in materia di origine del prodotto, ambedue assai lesive del settore trainante dell’economia italiana. Cosa fare, allora? «Per poter tornare a generare lavoro, dobbiamo prendere atto del valore del valore aggiunto della produzione nazionale, ancora manca la capacità di innovare e fare ricerca sulla qualità per salvaguardare il made in Italy», risponde Giuseppe Massafra, con una ricetta mirata a depurare il territorio dalle cosiddette furbizie. «Garante del rispetto della normativa e della contrattazione e consapevole del proprio ruolo, il sindacato è giunto anche a denunciare le situazioni patologiche evidenziatesi con profili illeciti ad opera dei lavoratori stessi. L’addebito di responsabilità ai sindacati è un alibi che sottende un problema di carattere “culturale” nel rapporto imprenditore/lavoratori e nel rapporto impresa/sindacato. Il sindacato viene percepito quale ostacolo alla libera gestione dell’impresa da parte dell’imprenditore». E conclude: «Il punto è che bisogna ormai invocare una diretta responsabilità pubblica e collettiva, straordinaria quanto è straordinaria la situazione occupazionale odierna. Combattere il sommerso e l’irregolarità. Cambiare mentalità: rendere il nostro territorio ostile alla irregolarità ed al sommerso. Il lavoro sommerso viene alimentato dalla crisi economica e viceversa. Ammettere la responsabilità sociale dell’impresa ma anche la responsabilità sociale del lavoratore». Gisella Marinuzzi

I risultati dell’azione dell’INAS-CISL per il ricalcolo delle pensioni liquidate

«Bisogna combattere tutti insieme I pensionati pugliesi hanno ma basta con la stretta creditizia» recuperato sette milioni di euro Le riflessioni del mondo dell’imprenditoria ni di efficienza (quanto meno sufficienti) con cui sono ormai centrate a stigmatizzare le difficoltà competere, partendo dalla riduzione del carico fidi accesso al credito delle piccole e medie impre- scale sui fattori della produzione, puntando di più se che operano prevalentemente sul mercato do- sull’innovazione e le nuove tecnologie per accremestico, maggiormente colpito dalla crisi rispet- scere la competitività complessiva del sistema, to al più dinamico e relativamente soddisfacente per creare un ambiente il più possibile favorevole mercato dell’export. Chi esporta e chi delocalizza all’ attività economica e quindi alla creazione di ha successo o quantomeno sopravvive. opportunità di lavoro. «Preoccupa la situazione Dall’osservatorio privileattuale ma ancor più il futuro giato di Confapi Taranto, l’imdelle nostre imprese - osserva prenditore e Vice Presiden- il problema non è creare pote Cosimo D’Antona, evidensti di lavoro quanto salvare il zia a chiare lettere la responlavoro. È auspicabile una sisabilità dello Stato e della polinergia con i sindacati dei latica: «Non è più tollerabile l’ivoratori, che non sono in connerzia dello Stato. La politica trapposizione rispetto all’imprenditore né in tal modo dedi austerità ha definitivamente menomato l’imprenditoria vono essere considerati. Essi italiana, sia nel contesto narappresentano ottima parte zionale, sia nel contesto globacon cui collaborare perché si le. E poi perché così facendo realizzi sviluppo e crescita del la crisi italiana è stata dramterritorio. Ma questo necessimaticamente complicata anzita di adeguati ed efficaci inché risolta. A prescindere daterventi normativi». Conclugli schieramenti, è palese l’ide con un appello, D’Antona: nadeguatezza dell’azione poli«Ci sono imprenditori ancotica rispetto alle reali esigenze ra orgogliosi del proprio territorio, decisi a restare in Italia, dell’impresa. Le nostre imprese sono ostacolate da una buCosimo D’Antona che continuano ad investire le rocrazia lenta e politicizzata proprie risorse per la sopravvivenza delle proprie imprese. che crea ostruzionismo. Non possiamo accettare che una start up resti inges- Questi imprenditori necessitano sostegno e merisata per anni in attesa di autorizzazioni ministe- tano rappresentanza più efficace ed incisiva. La riali. Il nostro sistema Paese è lontano e  contrap- lotta riguarda il sistema, e semmai va combattuta posto rispetto ai modelli competitivi adottati in con l’unità e la necessità che ciascuno seriamente faccia la propria parte, a partire dagli organimaniera vincente dagli altri Paesi». D’Antona sottolinea l’importanza di continua- smi di rappresentanza degli stessi imprenditori». re il cammino delle riforme per attivare l’offerta e consentire alle imprese di raggiungere margiG.M.

Un interessante incontro, sui problemi pre«In Puglia – precisa, Giovanni Quagliarelvidenziali degli anziani, si è svolto fra i re- la, Direttore Regionale dell’INAS - sono stasponsabili regionali pugliesi della Federazio- te presentate, dal patronato della CISL, 18.141 ne dei Pensionati CISL e del Patronato INAS- pratiche, delle quali 11.598 si sono chiuse positivamente, con un recupero per i pensionaCISL. «è stata l’occasione per concordare – ha di- ti pugliesi di circa 7 milioni di euro, mentre chiarato Emanuele Castrignanò, Segretario ne restano aperte ancora 2.892 e 3.651 sono Generale della FNP-CISL Puglia – alcuni spe- risultate negative. Le pratiche, a livello terricifici progetti di accoglienza e tutela dei pen- toriale, sono così suddivise: Bari ha presentasionati, finalizzati a migliorare i servizi da of- to 6.308, Brindisi 1.432, Foggia 2.985, Lecce frire alla larga platea degli assistiti ed alla cre- 4.342, Taranto 3.074. Tra i casi particolari, sescita dell’organizzazione». gnalo quello, in Provincia di Bari, di un penUn momento importante, dunque, utile in- sionato iscritto alla FNP- CISL che ha recupenanzitutto per valutare i risultarato oltre 80.000 euro». ti già conseguiti, grazie all’opeL’INAS di Puglia sul totale ratività ed all’efficienza del Padell’INAS Nazionale è risultata Castrignanò: tronato INAS (Istituto Nazionale essere la prima regione con una di Assistenza Sociale), che si atteincidenza pari al 14,8%, distan«Importante sta come primo patronato di assiziando al 9% l’Emilia al seconsinergia, il 46% è stenza sociale in Puglia. do posto e la Lombardia al terzo Meritoria è stata l’azione dell’I- iscritto alla FNP» con il 3,4%. NAS tesa al ricalcolo delle pen«Importante – afferma Castrisioni liquidate, con calcoli incomgnanò - è risultata la sinergia tra pleti, dall’INPS. Il progetto di ricostituzione l’INAS e la FNP-CISL, tant’è che sulle 86.906 delle posizioni pensionistiche è iniziato Puglia pratiche liquidate, il 46% risulta essere iscritgià nel 2007, ancor prima che l’INAS Centrale, to alla FNP; così come è importante rilevare nel 2010, avviasse un progetto nazionale. Ad che il 2% risulta essere iscritto ad altri sindaoggi, grazie alle sollecitazioni inviate ai tanti cati. Non va, altresì, sottaciuta l’azione svolpensionati interessati, sono state presentate in ta nei confronti dell’INPS relativamente agli Italia ben 122.390 pratiche delle quali, 86.906 indebiti, cioè a quegli importi goduti, da rechiuse positivamente. Sono 18.291 le posizioni stituire da parte dei pensionati, all’INPS ed ancora aperte e 17.193 quelle respinte, con un a parere dello steso Istituto, non dovuti. Nel recupero, per i pensionati, di circa 53 milioni momento in cui è stata dimostrata la non colpa o non dolo da parte dei pensionati, contro di euro, che l’INPS ha dovuto liquidare. Significativi i dati collegati agli importi re- l’errore commesso e dimostrato dall’INPS, cuperati: il 71,4% ha recuperato somme tra o sono stati annullati i provvedimenti di recue 500 euro; il 15,8%, 501 e 1.500 euro; il 12,8% pero». dei pensionati ha recuperato somme oltre Giuseppe Campanella 1.500 euro.


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l’accesso civico Viaggio nell’ex «Carrefour» Con la pubblica un degrado senza fine amministrazione Il reportage di Luca Desiderato nel rudere al quartiere S. Paolo di Bari Nella prima decade del nuovo millennio era una struttura viva, frequentata e produttiva. Oggi, a cinque anni dalla sua chiusura, del centro commerciale «Carrefour» sito a Bari nel quartiere San Paolo, resta lo scheletro cementizio di un gigante abbandonato al tempo di periferia. Una lunga agonia economica, quella del gruppo francese in Puglia. Dal 2005 e fino al momento della serrata, nel 2009, l’immensa struttura del C.E.P. ha accumulato perdite per 15 milioni di euro, aggravando la situazione comune a tutti i punti vendita presenti sul territorio regionale, già sull’orlo della bancarotta. Se però al secondo centro commerciale barese, quello di viale Pasteur, è toccato in sorte il salvataggio per mano della Coop Estense, nessuno ha voluto accollarsi il destino del più grande e peggio collocato ipermercato di viale Accolti Gil. Risultato? 147 lavoratori a spasso e una cattedrale nel deserto trasformata in rudere. Chiuso il capitolo per impiegati e imprenditori, restano le macerie. Tangibili e stranianti, come ben sottolinea il lavoro di Luca Desiderato, giovane direttore della fotografia che ha voluto documentare il degrado dell’ormai ex Carrefour del

è più trasparente di Stefania Chionna* accesso civico è rapL’ presentato dal diritto di chiunque a richiedere dati, in-

Due immagini eloquenti del reportage realizzato da Luca Desiderato. Le foto sono tutte in banco e nero, una modalità che rende ancora più violenta e quasi tangibile la situazione di degrado in cui versa l’immobile, situato al quartiere San Paolo di Bari San Paolo. Lei è barese di nascita e molto legato alla sua città. È per questo che ha deciso di denunciare lo stato in cui versa l’ex ipermercato del C.E.P.? «Sì, mi fa piacere che questa storia venga divulgata. Immagini il mio stupore dinnanzi a un gigante dormiente del genere, a Bari, dove ingenuamente non credevo fosse possibile trovarne. Ho scoperto il luogo per caso, mentre mi aggiravo nella zona industria-

le in cerca di location da utilizzare per film a basso costo. Le porte sono sfondate, è semplice entrare. L’interno sembra la scenografia di un grande film apocalittico, ma basta affacciarsi da un balcone per vedere il supermercato accanto pieno di persone». Com’è andata quando avete deciso di girare all’interno dell’edificio? «Mi sono recato sul posto con alcuni miei collaboratori, e dopo aver sistemato la macchina da presa ci siamo trovati di fronte nove poliziotti. Ci hanno scambiati per ladri perché l’ipermercato è normalmente preso di mira da sciacalli, che hanno addirittura rubato i cavi di rame dell’impianto elettrico. Peccato: una struttura del genere costa alla produzione di un film migliaia di euro al giorno... Ed è ferma lì, a marcire». Dopo molti anni di vita romana, ha deciso di tornare a Bari. Nella capitale esistono immobili in analoghe condizioni di abbandono? «Basta un giro sul raccordo anulare, molti scheletri sono in piena vista. Altri giacciono nascosti in centro, e in questo periodo vengono occupati da famiglie bisognose di un tetto sotto cui ripararsi. È assurdo che beni del genere non vengano messi a disposizione del-

la collettività». Le fotografie sono piuttosto eloquenti, e mostrano pesanti interventi vandalici. La struttura è stata letteralmente saccheggiata. Crede sia possibile una riqualificazione dell’edificio? Se sì, in quale direzione? «Il modo in cui è il centro commerciale è stato voluto e abbandonato, non soddisfacendo le iniziali aspettative economiche, mi ha ricordato il criterio con cui la maggior parte di noi giovani fugge da Bari per realizzarsi altrove. Le potenzialitè di una struttura così grande sono illimitate, così come quelle della nostra città. Il “Carrefour” del quartiere San Paolo può diventare un set cinematografico, un centro di sviluppo della cultura urbana, un museo, uno laboratorio aperto alle arti. Basta volerlo. Basta impegnarsi, coinvolgere le istituzioni, contribuire al cambiamento con impegno civico. Forse vivremo anni difficili, ma non credo sia poi così furbo scappare pensando di trovare di meglio senza conoscere quello che si lascia...». Il reportage completo è disponibile su www.impresametropolitana.it, in visione libera per tutti i visitatori. Angela Accarrino

formazioni e documenti che la pubblica amministrazione è obbligata a pubblicare. È uno strumento che potenzia il diritto di «accesso ordinario», già riconosciuto dalla normativa vigente al cittadino interessato, di venire a conoscenza di documenti, informazioni o dati a seguito di richiesta motivata da presentare generalmente all’Ufficio Relazioni con il Pubblico. Sebbene in prima battuta si possa ritenere simile a quello ordinario, se ne differenzia per molti aspetti, primo tra tutti l’oggetto. Infatti l’accesso civico si può estrinsecare solo nei confronti degli atti la cui pubblicazione sia obbligatoria, come da elenco esplicitamente indicato nella seconda parte del D.Lgs. 33/2013. È proprio il concetto di «pubblicazione», legato alla finalità di trasparenza dei rapporti della pubblica amministrazione con il cittadino, la base che giustifica la necessità di disporre di uno strumento che garantisca la conoscibilità di dati e informazioni da parte di soggetti non individuabili da una specifica titolarità di diritto a conoscere. L’accesso civico è gratuito e può essere richiesto da chiunque, senza motivazione, al Responsabile della trasparenza. Interessante sapere che la figura del Responsabile della trasparenza, introdotta con l’art. 43 del suindicato decreto, viene investita di grande importanza, essendo sostanzialmente chiamata a raccordare le attività del front office, ossia le attività che implicano un contatto con il cittadino, con quelle di back office, ossia quelle gestite all’interno della pubblica amministrazione. È certamente una figura strategica che può incidere sulla qualità generale del servizio offerto al cittadino, favorendo il dialogo costruttivo per la crescita e la corretta circolazione di informazioni in un sistema pubblico disposto ad abbracciare il principio di trasparenza in modo concreto e produttivo a tutti i livelli dell’orga-

nizzazione. Riguardo alla pubblicazione, presupposto per l’accesso civico, si possono verificare due ipotesi, a seconda che le informazioni richieste siano già state pubblicate o meno. Nel primo caso, semprechè la pubblicazione sia avvenuta in conformità alla normativa vigente, l’amministrazione dovrà solo specificare il relativo collegamento ipertestuale al richiedente. Nel secondo caso, invece, l’amministrazione, rispettando il termine massimo di trenta giorni, dovrà pubblicare le informazioni nel proprio sito web istituzionale e contestualmente trasmettere le stesse al richiedente. Ovviamente il decreto considera le ipotesi di ritardo o di mancata risposta da parte del Responsabile della trasparenza, avendo previsto una specifica procedura che l’istante può attivare rivolgendosi al titolare del potere sostitutivo, il quale è tenuto a effettuare specifiche verifiche e a procedere per veder tutelato il diritto del richiedente a conoscere le informazioni oggetto di pubblicazione. Garantire al cittadino strumenti per ottenere la progressiva e completa accessibilità delle informazioni e, quindi, dell’operato della pubblica amministrazione rappresenta senza dubbio una via concreta per raggiungere, attraverso la trasparenza, la semplificazione burocratica e l’adozione di procedure interne più snelle. A ciò, ovviamente, deve continuare a essere affiancato ogni sforzo possibile per favorire un flusso rapido di informazioni, anche attraverso l’utilizzo di piattaforme e strumenti tecnologici che rappresentano fonti importanti di risparmio di tempi e di costi. E l’Italia ha oggi le carte giuste per scalare le classifiche internazionali e diventare seriamente competitiva semplicemente coltivando e valorizzando il grande potenziale interno di giovani risorse competenti per l’informatica e l’innovazione tecnologica. * Dottore Commercialista Consulente marketing, comunicazione e organizzazione aziendale

Il progetto di Silvia Cassetta, realizzato grazie ad artigiani e stampante 3D

Ma il nocciolo dove lo metto? Et voilà! Adesso c’è Pipoliva Fare di necessità virtù. Un aperitivo in un posto chic, un incontro importante e l’imbarazzo di non sapere come gettare il nocciolo delle olive senza prenderlo tra le dita, magari prima di stringere la mano di un superiore. Sembra una banalità, ma il design deve servire a risolvere i piccoli problemi delle vita quotidiana e non solo a produrre bellezza fine a se stessa: è il pensiero di Silvia Cassetta, architetto di Trani (Bat) con alle spalle un’esperienza a Milano e designer di Pipoliva, l’originale cucchiaio per mangiare le olive (e anche le ciliegie) ed eliminare il nocciolo in un solo gesto, senza sporcarsi le mani. Una linea simile a quella di una pipa (da cui deriva il nome), un materiale innovativo (una plastica naturale e biodegradabile derivata dal mais) e una realizzazione con la stampante 3D di un service pugliese, rendono questo accessorio una interessante novità. «La mia intuizione è nata dall’esperienza personale, dal disagio di non riuscire a eliminare il nocciolo delle olive in ma-

niera elegante durante un evento importante – spiega Cassetta – da lì è nata l’idea di realizzare un oggetto originale che si sposasse alla perfezione con la tradizione gastronomica mediterranea. Il mio obiettivo, infatti, è proprio quello di mangiare in maniera innovativa la tradizione». «Al momento - prosegue - mi sto organizzando per vendere la Pipoliva online, ma voglio anche proporla nei locali, ristoranti e negozi di design più chic, per degustazioni di alto livello, corredata di un intero servizio di piattini e accessori coordinati». La tradizione passa anche dalla fase di realizzazione del prototipo: prima della stampa 3D, infatti, la fattibilità del progetto è stata confermata dalle abili mani di alcuni artigiani locali, che hanno realizzato esemplari in rame e acciaio. «È bellissimo creare oggetti con la stampante 3D – sottolinea Cassetta – ma non bisogna dimenticare le grandi possibilità di sperimentazione che ci offre il nostro artigianato tradizionale: lo strumento tecnologico deve

servire solo per concretizzare l’idea artigianale e in questo diventa un plusvalore, altrimenti resta fine a se stesso». Pipoliva è stata presentata anche durante l’iniziativa «Donna crea Impresa – L’innovazione veste rosa», tenutasi lo scorso dicembre alla Camera di Commercio di Bari. è stato difficile, in quanto donna e giovane, riuscire a ottenere un finanziamento e farsi ascoltare? «Non penso che l’essere donna e giovane costituisca un ostacolo nel farsi ascoltare – risponde Cassetta – bisogna solo saper gestire la propria immagine con serietà, e avere fiducia in se stessi. La parte più difficile è sicuramente accedere ai finanziamenti: realizzare un’idea costa, anche solo per la fase di studio, e fortunatamente ci sono riuscita grazie allo sportello di microcredito PerMicro, che mi ha aiutato a sostenere i costi di prototipazione, utilizzando la mia idea come garanzia per lo studio di fattibilità». Antonella Paparella

L’originale Pipoliva e, nel riquadro, Silvia Cassetta in una foto di Joseph Cardo

PerMicro finanzia idee vincenti fino a 25mila euro Si ispira infatti al Premio Nobel per l’Economia 2006, Muhammad Yunus, teorico del microcredito, l’attività dello sportello PerMicro, che dal 2007 eroga piccoli finanziamenti a chi dimostra di avere un progetto valido e concreto. Le garanzie richieste? Le idee. Il prestito, infatti, è esente da vincoli di garanzie reali e si basa sullo studio del progetto e sulla sua validità e concretezza imprenditoriale. Bisogna dimostrare, quindi, che il progetto è vincente: «Non ci limitiamo a erogare il prestito - spiega Alessandro Maselli, responsabile della filiale di Bari, l’unica nella nostra regione - ma forniamo un servizio di supporto e accompagnamento all’impresa nello studio di fattibilità dell’idea, nel business plan e nel monitoraggio dopo il finanziamento: insomma, non eroghiamo a scatola chiusa, ma se crediamo fortemente nella proposta imprenditoriale o di inclusione sociale che ci viene presentata».

Il prestito massimo che può essere erogato è di 25mila euro, da restituire successivamente; non ci sono limiti di età per accedervi ma la tendenza fino ad oggi, come sottolinea Maselli, è la richiesta da parte di giovani sotto i 35 anni, la categoria che più difficilmente ha accesso ai canali di finanziamento tradizionali. Trasversali, invece, le tipologie di attività per le quali è stato richiesto il prestito nelle province di Bari e Bat dall’apertura dello sportello: si va dalle tradizionali attività commerciali alimentari alla società di servizi, dalla prototipazione dell’oggetto di design (come Pipoliva) al bed & breakfast ecc. Se avete un’idea che non sapete come realizzare, dunque, affacciatevi allo sportello PerMicro in via Capruzzi 184 a Bari, nella filiale BNL, oppure consultate il sito www.permicro.it. A. P.


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Divinae Follie, non è un caso se il successo dura da 23 anni Mastrogiacomo: ma le istituzioni contrastino l’abusivismo e l’illegalità Nella fotografia dello stato dell’arte e di salute dei club notturni del nord-barese, la nostra analisi, dopo il case history de La Lampara di Trani (Impresa metropolitana di gennaio 2014), prosegue guardando a uno dei locali che occupa un posto d’onore nello scenario dell’entertainment, concepito e costruito in maniera avanguardistica circa 25 anni fa per la sua destinazione d’uso, cioè come la più grande discoteca del sud Italia: il Divinae Follie di Bisceglie (BT). L’idea di progettare il Divinae Follie a Bisceglie, la più grande discoteca del Sud Italia, venne ad un illuminato Vito Mastrogiacomo che creò una struttura maestosa. Il locale, di 1.600 mq a piano, fu sviluppato su quattro piani, di cui due interamente sotto il livello stradale, che avrebbero costituito la location invernale, e due piani superiori per ospitare le serate della stagione estiva. Il Divinae Follie fu inaugurato nel 1990. La discoteca è situata all’interno di una struttura polifunzionale - il Centro Turistico Mastrogiacomo - con ristorante, sale ricevimento e piscina, struttura che si estende su una superficie di più di 17.000 mq, con un’attività ricettiva a tutto tondo compresa la convegnistica, il banqueting e le attività sportive. Il suo successo lo ha consacrato come palcoscenico privilegiato delle tendenze musicali e dello spettacolo in tutto il sud Italia. Capace di ospitare nella sola struttura invernale circa 3.000 persone a serata, è l’unica discoteca pensata e progettata come locale di pubblico spettacolo, l’unica nel nord barese con una capienza tale da poter usufruire di una struttura coperta e una estiva nella stessa serata. Ha un impianto audio fra i migliori al mondo: il Meyer sound, nella zona invernale l’impianto audio è stato progettato su misura, come un abito sartoriale, tarato sulla tipologia teatrale; è l’unica discoteca, infatti, ad avere da sempre un palco, usato in passato per far esibire nomi come Ligabue, Claudio Baglioni, Marina Rei, Jovanotti, gli Stadio, Incognito, Soul II Soul, Sarah Jane Morris, Matt Bianco, Snap. Ora sullo stesso palco si esibiscono le nuove pop star, i dj come i Noze, per esempio. Considerato a livello nazionale ed internazionale un locale di riferimento, negli anni alle consolle del Divinae si sono alternati i più grandi dj del mondo, Joe T Vannelli, Frankie Knuckles, David Morales, Little Louie Vega, Bob Sinclar, per citarne solo alcuni. Il DF è un’azienda del divertimento, al comando ci sono dal 2008 Titti e Leo Mastrogiacomo. La logica attuale è quella di segmentare. Dagli inizi, quando esisteva un’unica pista girevole dove il popolo della notte ballava, ad ora: nella stessa serata infatti si possono potenzialmente ascoltare generi musicali diversi perché diversi sono gli ambienti senza che i suoni si contaminino tra loro. Dall’estate del 2010 i Mastrogiacomo gestiscono anche il Divinae Bay, una struttura in prossimità della costa biscegliese,

Energia e consumi fino a dicembre detrazioni fiscali di Rolando Andriani*

con sei terrazze diversamente attrezzate a seconda delle esigenze del pubblico, non solo di giovanissimi. Caffè, american bar, solarium, zona disco, spaghetteria, tutto in riva al mare, dall’alba al tramonto e viceversa. Chiediamo a Pantaleo Mastrogiacomo, CEO del Divinae Follie e Divinae Bay, cosa è cambiato nel mondo della notte da quando il DF esiste? «Sono cambiati i flussi, le abitudini, gli orari di utilizzo degli spazi, e soprattutto la disponibilità economica». Da imprenditore dell’entertainment hai la percezione che i grandi contenitori non attraggano più e si stia forse ritornando ad una dimensione più raccolta, come quella dei club dove è anche possibile fare sperimentazione? «Dipende sempre da quello che proponi. C’è chi gradisce i piccoli spazi e c’è chi apprez-

n questa prima parI te viene trattato il tema delle detrazioni fi-

Due immagini del divertimento al Divinae Follie e Divinae Bay di Bisceglie za i grandi assembramenti. Addirittura c’è un turismo che si sostanzia sui grandi festival internazionali: l’ADE di Amsterdam, il Time Warp, con migliaia di presenze. I giovani vogliono sempre nuove emozioni, sensazioni. Da parte nostra, degli imprenditori del divertimento, dobbiamo essere bravi ad intercettare i gusti, individuando i target di riferimento. Per quanto riguarda la sperimentazione, da sempre nella nostra programmazione affianchiamo a star conclamate dj emergenti del panorama nazionale e internazionale, esempio sono in questa stagione gli “Her voice over boys”, è infatti la prima volta che vengono in Italia». Come cercate di contrastare la crisi? Operiamo sul prezzo, cercando di avvicinare il pubblico anche ad orari più accessibili, proponiamo qualità e sicurezza, aspetto che viene sempre tralasciato e su cui, invece, noi investiamo molto, cerchiamo di offrire un ventaglio di proposte con più generi musicali anche all’interno della stessa serata. I fenomeni che però danneggiano maggiormente noi imprenditori del mondo della notte sono sicuramente quelli dell’abusivismo e dell’illegalità. Sono giuste le norme sulla sicurezza, devono essere rispettate, le tasse devono essere pagate, ma tutto decade se si considera la concorrenza sleale, perché essa compromette chi è in regola e non consente a chi lavora di reinvestire. Mi spiego meglio, in spazi

EDILIZIA E DINTORNI

che nascono come agriturismi, per esempio, non si possono organizzare eventi da 5.000 persone in barba ad ogni regola, perché sviliscono il mercato facendo dumping sui costi, ed è difficile per chi è in regola e nel settore da anni poter competere». E il fenomeno Salento? «è un fenomeno legato ai flussi turistici e in ogni caso dura 40 giorni l’anno. Noi siamo gemellati con il Samsara di Gallipoli, per esempio, loro vengono qui da noi in inverno e noi siamo ospiti dei loro party sulla spiaggia d’estate. Dobbiamo essere bravi noi del barese e nord-barese a far maturare il territorio». Quanto conta la destagionalizzazione in Puglia? Stiamo lavorando con Puglia Pr«omozione, l’Agenzia Regionale del Turismo, affinchè consenta anche ad altre zone della Puglia di emergere grazie ad eventi musicali di grande respiro. La Fiera del Levante può essere un grande contenitore per attrarre giovani, per esempio, come ha detto recentemente anche il presidente dell’ente Ugo Patroni Griffi. La proposta che noi facciamo è quella di unire le professionalità, cioè è giusto fare sintesi tra strutture, esperienza e professionalità. La rimostranza che faccio alla Regione Puglia è che non può avere un dialogo solo con alcuni interlocutori, come per esempio Puglia Sounds o Apulia film Commission, che, per carità, vanno benissimo, ma sarebbe opportuno ascoltare le istanze di tutti e considerare chi ha un know how

Nicola Mascellaro

NOTTI MAGICHE 1930 - 2010 Ottant’anni di calcio mondiale

I Mondiali di calcio rivissuti nei ricordi, nelle foto e negli eventi più importanti della nostra storia.

importante nel settore come bagaglio esperenziale». Sono passati un paio di mesi dal Capodanno, al Divinae Follie come è andata? «Capodanno resta un evento importante, la gente lo sente molto, per noi è stato un buon Capodanno, sono arrivate persone da tutta Puglia e Basilicata. La voglia di divertirsi in maniera pulita c’è sempre, la gente ha bisogno di non pensare, certo si colgono le difficoltà economiche. Potrei dire che non si sono viste molte bottiglie di champagne, questo sì. In ogni caso la nostra politica è stata quella di mantenere gli stessi costi dei biglietti dello scorso anno che andavano da un minimo di 25 euro a 75 euro (se con cena compresa). Abbiamo riempito il locale, registrando anche un’alta presenza femminile, con un target generale dai 22-23 anni in su, puntando sia sui costi che sulla sicurezza. Sono stati messi a disposizione infatti con dei costi minimi aggiuntivi molti pullman che accompagnavano e riportavano a casa le persone, consentendo una grande partecipazione, soprattutto di un pubblico più adulto, più responsabile e più sensibile alle regole del codice della strada. Senza contare l’indotto! Abbiamo permesso a molti albergatori e B&B di vendere i loro pacchetti ad hoc per il Capodanno. Comunque il bilancio è stato positivo. annamaria Natalicchio 3. continua

scali per interventi in materia di contenimento dei consumi energetici. Nella seconda parte sarà trattato il tema delle detrazioni in materia di ristrutturazioni. Da qualche anno i governi hanno legiferato in materia di agevolazioni fiscali con l’obiettivo di ammodernare gli edifici esistenti e con l’intento di ridurre sia i consumi energetici che le emissioni di anidride carbonica. Per il contenimento delle emissioni di anidride carbonica e della riqualificazione energetica degli edifici ed impianti sono previste detrazione del 65% per tutti gli interventi eseguiti a partire dal 6 giugno 2013 fino al 31 dicembre 2014, mentre le detrazioni scenderanno al 50% per tutto il 2015. Per le parti condominiali le detrazioni saranno del 65% fino al 30 giugno del 2015 per poi scendere al 50% a partire dal 1 luglio del 2015 fino al 30 giugno del 2016. Dal 1 gennaio 2016 si ritornerà al vecchio beneficio del 36%. Gli interventi che possono usufruire della detrazione sono quelli di riqualificazione energetica riferiti solo agli edifici esistenti, con un tetto massimo di detrazione pari a euro 100.000,00; la realizzazione di capotti termici, interventi su parti condominiali di edifici esistenti o di unità immobiliari, interventi di isolamento di strutture opache verticali ed orizzontali come coperture e pavimenti, la sostituzione di finestre comprensive di infissi, i portoni d’ingresso, con un tetto detraibile massimo di euro 60.000. In quest’ultimo caso la detrazione per questi miglioramenti energetici dipenderà dal rispetto di alcuni requisiti tecnici. Tetto massimo di euro 60.000,00 invece per l’installazione di pannelli solari per la sola produzione di acqua calda per usi domestici o industriali e per la copertura del fabbisogno di acqua calda in piscine, strutture sportive, case di ricovero e cura, istituti scolastici e università. Non rientrano i pannelli fotovoltaici. Anche la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale, con impianti dotati di caldaie a condensazione è og-

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getto di detrazione per un valore massimo di 30.000 euro; stesso tetto per la sostituzione degli stessi impianti di climatizzazione invernale con pompe di calore ad alta efficienza e con impianti geotermici a bassa entalpia. Finanziabile è anche la sostituzione di scaldacqua tradizionali con quelli a pompa di calore per la produzione di acqua calda sanitaria. Anche per questo intervento si usufruisce di un tetto massimo di detrazione pari a 30.000 euro. In tutte le situazioni indicate i requisiti tecnici da raggiungere sono quelli illustrati nel Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del marzo 2008, successivamente modificato con decreto del 26 gennaio 2010. Si ricorda che la detrazione è usufruibile per i soggetti IRPEF e che il bonus fiscale deve essere ripartito in dieci anni con rate di pari importo. Come si fa ad accedere a queste possibilità? Il pagamento delle opere deve avvenire a mezzo bonifico bancario o postale con la causale seguente: “detrazione del 6550%, ai sensi dell’articolo 1, commi 344-347, legge 27 dicembre 2006, n.296”, riportando anche il codice fiscale del beneficiario e la partita iva. Per i casi più complessi è bene rivolgersi ad un tecnico abilitato che certificherà la con dell’intervento ai requisiti previsti nel decreto del Ministero dell’Economia e dello Sviluppo. La documentazione è costituita dall’asseverazione, documento che attesta la rispondenza delle opere ai requisiti tecnici richiesti. Non sarà necessaria per la sola sostituzione di serramenti o di installazione di caldaia a condensazione: in questo caso basterà semplicemente l’invio telematico all’ENEA di una certificazione fornita dal produttore. La documentazione sarà completata dall’attestato di certificazione energetica ( APE), e da una scheda informativa nella quale sono riassunti gli interventi realizzati, il costo ed i dati di chi usufruirà della detrazione. Le prestazioni professionali e cioè la progettazione, la direzione lavori, la redazione delle pratiche sono detraibili.

* ingegnere


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Teatroteam, una scelta vincente ogni anno nella top ten italiana Bartolomeo Pinto: l’unico mio cruccio? Non aver portato da me Vasco Rossi Viva l’Italia, l’Italia che lavora, l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora, l’Italia metà dovere e metà fortuna, viva l’Italia, l’Italia sulla luna. Era il 25 giugno 1991 e Francesco De Gregori cantava il suo inno al paese in quel primo, storico concerto al Teatroteam di Bari. Che già allora prometteva la luna. E chissà se De Gregori immaginava che con quei versi stava profetizzando la vita del teatro riuscito a fare «team», in Italia, più di ogni altro; o di un team familiare così attaccato da credere sempre in un «teatro che è vita», come recitava il suo stesso «headline», qualche tempo fa. I primi 2000 e passa spettatori erano tutti lì a godersi il miglior De Gregori di sempre, per il primo dentino del neonato teatro barese fondato da Bartolomeo Pinto, un’avventura imprenditoriale di successo che oggi fa scuola in tutta Italia. Ma andiamo con ordine: il 1991 è quello che tutti considerano annus horribilis per Bari, tra l’arrivo della nave Vlora stracarica di ventimila albanesi disperati (8 agosto) e l’incendio che ha distrutto il Petruzzelli (nella notte tra il 26 e il 27 ottobre). Eppure non tutti ricordano che nel giugno 1991 la città si dotava di quello che a tutt’oggi resta uno dei teatri più capienti d’Italia (2056 posti, suddivisi in 1350 in platea e 706 in galleria), capace di ospitare alcuni dei più grandi artisti musicali e teatrali di sempre. Pinto ne parla ancora oggi, dopo 23 anni, con l’affetto di un padre e con l’orgoglio di chi porta avanti l’avventura ai massimi livelli anche nel periodo di crisi odierno. «Maturai la scelta di fondare il Teatroteam già nel 1988, dopo aver lavorato dal 1981 alla direzione artistica del Petruzzelli insieme a mio fratello Ferdinando, con grande operosità anche sul piano manageriale e contrattuale. D’altra parte vengo da una famiglia legata da sempre al mondo dello spettacolo: mio padre era il responsabile per tutta l’Italia meridionale della Warner Bros». Il Teatroteam nacque dunque con un’ambizione precisa: conquistare il grande pubblico e non farlo più emigrare. «A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 i baresi andavano a Roma per vedere le commedie di Garinei e Giovannini. A pensarci oggi fa sorridere. Così nella prima stagione i concerti di musica leggera furono protagonisti, con De Gregori apripista: ne ospitammo quasi una trentina». Un vero e proprio cavallo di troia: gli emigranti dei Garinei e Giovannini trovarono al Teatroteam una collocazione stabile. Ma anche gli spettacoli dei commediografi romani, il musical e la danza. Fino ai grandissimi artisti internazionali che faranno esplodere il teatro, con continui arrivi da tutto il Sud Italia. Alcuni nomi? Barry White, Liza Minelli (due volte), Dionne Warwick, Ray Charles e una lista lunghissima, tanto che persino le pareti interne del teatro non hanno più spazio per ospitare i manifesti di chi è passato di lì. «Numerosi i ricordi memorabili – spiega Pinto - come il concerto nel 1993 di Bob Geldof, sce-

ertamente oggi in un momento stoC rico così difficile per tutti, là dove molti gettano la spugna perché messi al

La grande platea del Teatroteam di Bari e, nel riquadro, il suo fondatore Bartolomeo Pinto con Arturo Brachetti

so a cantare in platea: fu una delusione sul piano dei paganti (appena 400), ma acquistò una dimensione straordinariamente intima. E poi ci sono i «casi» come «L’arcobaleno», lo spettacolo di Banfi in programmazione 21 giorni nel 1996, con più di 20mila spettatori». Cifre impensabili oggi, dove gli spettacoli più acclamati faticano a restare più di due giorni. «Il calo del pubblico, negli ultimi anni, è netto. È diventato più selettivo, ma ha anche ridotto il budget da spendere. Eppure c’è gente che si abbona da 23 anni. O accade, come quest’anno, che a marzo 2013 il 95% degli abbonati confermi la tessera per l’anno successivo». Pinto continua insomma a giocare a tutto campo, come faceva a 18 anni, da grande promessa del calcio barese, con un contratto pronto per la Serie A mai firmato. «I contratti ho preferito farli firmare agli artisti: una delle più grandi soddisfazioni, da uomo del Sud, è essermi guadagnato sul campo la patente di serietà e professionalità». I numeri sono sotto gli occhi di tutti: il teatro barese è nella top ten della classifica della «Borsa Teatro» dell’Agis ogni anno (per numero di spettatori e biglietti staccati), senza un centesimo di finanziamento pubblico. «Per scelta: ho sempre voluto mantenere l’autono-

Recuperare a Taranto la Costa Concordia noltre i sei motori, se è I vero che difficilmente possono essere utilizzati in

mare, ma sono impianti di cogenerazione elettrica, quindi potrebbero essere utilizzati per produrre energia in aziende agricole o in piccoli complessi residenziali. A tutto questo vanno poi aggiunti gli arredi, gli isolanti, gli impianti di illuminazione. Un vero tesoro, che può diventare il simbolo di un ciclo virtuoso del recupero e delle capacità imprenditoriali e istituzionali di un territorio come la Puglia, Taranto in particolare, in grado di dimostrare

Contro la crisi servono imprese ZEN di Daniela Poggiolini*

L’EDITORIALE

dalla prima

IL BEN-ESSERE

come da un disastro si può anche risorgere. Il passaggio fondamentale è sempre lo stesso: fare squadra, unire tutte le forze, superando steccati ideologici e di parte, avendo come obiettivo la crescita del territorio. Ovviamente rispettando i valori dell’ambiente e della salute. Ma nel caso de recupero della Costa Concordia, siamo ben oltre, si tratterebbe di instaurare un recupero virtuoso, che potrebbe diventare addirittura un vero e proprio modello a livello nazionale. E non solo. Michele Marolla

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mia gestionale e non dipendere dalle solite logiche politiche». L’altra grande conquista arriva dagli artisti: oggi anche i più titolati, al Teatroteam, propongono di non essere pagati a cachet, ma a percentuale sugli incassi. Una strategia che premia tutti, visti i numeri. Due anni fa un’altra medaglia per Pinto: come organizzatore e gestore teatrale (è anche presidente del network nazionale «Voglia di Teatro» che racchiude i più grandi teatri privati italiani) è stato chiamato da due teatri di Bologna e Cremona per una riqualificazione aziendale delle due strutture, finite nel gorgo della bancarotta. «Missione portata a termine con grande soddisfazione, potete immaginare cosa voglia dire per un uomo del Sud insegnare la corretta gestione di un teatro al Nord». E se al termine della stagione di quest’anno non mancano i grandissimi nomi (Pat Metheny e Arturo Brachetti su tutti, ma anche i sempreverdi e sold out Massimo Ranieri e Renzo Arbore), qualche cruccio resta. «L’unico grande artista italiano che non sono riuscito a portare qui è Vasco, mi sarebbe piaciuto averlo». Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, canterebbe De Gregori. Livio Costarella

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muro da leggi impossibili che sembrano indifferenti alla realtà aziendale ed imprenditoriale, parlare di azienda e di imprenditori ZEN sembra anacronistico. Ma sempre di più, nel corso della storia si è constatato che la mente dell’uomo è capace di due tipi di conoscenza che si trasforma in azioni: la prima è quella razionale, tenuta in grande considerazione dall’occidente; la seconda, quell’intuitiva, come si può evincere dalla letteratura corrispondente, è l’esatto l’opposto della prima. Quest’ultima modalità di pensiero ben si sposa con l’atteggiamento orientale, già perché la conoscenza razionale appartiene al campo della scienza e dell’intelletto, la cui funzione è quella di analizzare, discriminare, dividere, confrontare, misurare e ordinare in categorie, mentre il pensiero orientale, quello più sottile, più mistico, fornisce teorie che dalla scienza contemporanea partono per tornare ad un coerente riferimento filosofico, che vede una diversa concezione del mondo. Qui i due temi fondamentali sono l’unità e l’interdipendenza di tutti i fenomeni, considerando l’uomo come parte integrante di questo sistema. In altre più semplici parole, qui si considera la realtà della vita vissuta consapevolmente e congruentemente restando collegati a ciò che è il «fare» in un’ottica davvero positiva. Essere consapevoli di sé, in relazione al tutto là fuori più grande, significa essere gioiosi. Nell’ultimo anno, il Sole 24 ore e il Cerved Group hanno lanciato il «Contatore delle imprese che chiudono», strumento che consente di tenere sotto osservazione quotidianamente gli effetti che la crisi produce sul sistema italiano. Allora la contro-proposta positiva, alla luce del pensiero orientale è questa: inventiamoci «il contatore delle imprese che reggono bene», e che magari ampliano i propri fatturati, perché davvero ci sono! Le donne ad esempio fondano, ogni anno, un numero di nuove imprese doppio rispetto agli uomini, risultato di un’armonia tra emisfero destro e sinistro? Chissà! Comunque sia, al malato che soffre di una grave malattia, di solito non si portano le statistiche relative a quante persone muoiono a causa di una certa patologia simile alla sua, forse la cosa più intelligente e interessante da fare è portargli esempi di ciò che potrebbe farlo stare meglio. Per reagire al malessere, che da ogni parte dilaga e che rende la vita così in bilico, tanto da compromettere anche la salute, a volte l’esistere, ecco che sembra tornare essenziale ciò che da anni, in oriente, è una regola per stare bene, una visione ZEN del fare. Non molte le azioni aziendali che garantiscono un «nuovo» core business (core business = nucleo, cuore, centro degli affari, dell’attività commerciale, nell’intento aziendale di ottenere i migliori risultati economici) questa volta però attento anche a ciò che è legato all’anima e al cuore, dell’azienda/impresa, ma soprattutto di chi ci vive, lavora e produce. Allora sì che è possibile, impegnarsi al massimo e instaurare tra i dirigenti, colleghi (amici) una collaborazione positiva, indice di condivisione; allora sì che si lavora sodo, con passione e la passione è salute. Un luogo in cui si ride di gusto almeno 3 volte al giorno, là dove ci si esprime liberamente sicuri di un ascolto partecipe, dove c’è gentilezza, attenzione, sincerità e voglia di stare insieme anche oltre le «cose» relative al lavoro, è un bel posto in cui voler restare, perché più ricco di patrimonio socio-emozionale. * Psicologa, Coach Presidente IKOS Ageform


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