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Gennaio 2010 · numero 03

Il Domani Andriese

Testata giornalistica reg. n. 13/09 – Registro stampa Tribunale di Trani del 28 settembre 2009 | direttore resp.le: Alessandro Lorizzo redazione: Via Genova 37 - Andria redazione@domaniandriese.it | editore: L&M s.n.c. sede legale: via firenze 46 - sede operativa: via genova 37 - 70031 Andria | stampa: Comunicando Pubblicità - Via XX Settembre 25 - Andria

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MODA DELL’APPARIRE Per l’andriese tipico l’abito fa il monaco

Andriesi: esercito silenzioso e laborioso di volontari

L’EDITORIALE

In viaggio dentro la città e la gente

e troverete marginalità disperate. Non chiedo carità, quella della festa, quella che ci fa sentire più buoni e in pace prima con noi stessi e poi con il mondo: questa miseria chiedo che ci colpisca in pieno volto, dia uno schiaffo alla nostra miseria umana, al nostro perbenismo effimero e comodo. Molti di voi sapranno dell’esi­ stenza di una casa di accoglien­ za qui ad Andria: Santa Maria Goretti, una scommessa con la Provvidenza, dice il responsa­ bile don Geremia. Ogni giorno inizia con una speranza, quella di poter soddisfare tutte le richie­ ste di tanti disperati che bussano a quella porta, e si chiude con una preghiera, di ringraziamento perché anche quel giorno qual­ cuno ha mangiato, si è lavato ed ha riposato. State pensando agli immigra­ ti vero? Nel nostro immagina­ rio, sono loro i disperati per ec­ cellenza. È vero, ma solo in parte. na panoramica ampia Ci sono molti andriesi che non sul meglio (ma anche il possono mangiare, che vanno peggio) dei nostri con­ in casa accoglienza a ritirare il cittadini. Il numero di gennaio pranzo, magari per consumar­ del Domani Andriese è un lo a casa con i propri figli senza viaggio, davvero breve e senza che i più piccoli vivano il disagio. dubbio poco esaustivo, alla sco­ Molto alto, troppo, il numero perta di ciò che rende diverso, delle povertà cittadine che quasi autentico e unico l’andriese ri­ non si crede: fate un salto in casa spetto agli abitanti delle città durante gli orari dei pasti e trove­ vicine ma anche di quelle più lontane. Abbiamo provato a tracciare un ritratto attreverso chi, come Emanuele Di Cosmo, da anni porta in scena con la sua compagnia teatrale i vizi e le virtù della nostra gente, con l’obiettivo di ridere di noi stessi e, perché no? di migliorarci un po’. Siamo passati ad analizza­ re due aspetti del nostro modo di vivere e di relazio­ narci con il mondo. Abbiamo cercato di conoscere un po’ più a fondo i nostri concittadi­ ni che ogni giorno lottano, e lo fanno in prima linea, per dare una speranza a qualcuno. Sono le persone che brulicano nel mondo operoso del volonta­ riato, alcuni per scelta consa­ pevole di solidarietà, per au­ tentica vocazione, altri perché la vita ha posto dei drammi che bisogna pur fronteggiare. Ma c’è una parte di Andria più avvezza ai problemi dell’avere piuttosto che a quelli dell’esse­ re, per citare la celebre dicoto­ mia del sociologo tedesco Eric Fromm. È quella parte di Andria che non rinuncia all’apparire perché le griffe sono uno sta­ tus-symbol, perché qualcuno ci tiene al ben vestire o perché “che cosa devono dire gli altri?”, in quella che può essere considerata a tutti gli effetti una spirale di provincialismo che si contrappone alle natura­ li spinte di una città capoluogo di Provincia, moderna, aperta. Ed ecco spuntare le contraddi­ zioni di Andria, i suoi freni, così come riportato nell’intervista a

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rete conferma a quello che vi sto dicendo. Ma sappiate che ce ne sono tanti altri che non si fanno vedere, che vanno in casa acco­ glienza negli orari in cui nessuno può vederli, per sfuggire ai nostri facili giudizi ed alla nostra finta pietà. Così come molto alto è il numero dei volontari che si alterna­ no nell’assistenza: giovanissi­ mi, adulti, donne, uomini. Tutti animati da una sensibilità forte che muove l’anima. Il 20 dicem­ bre don Geremia, con l’ausilio e la collabo­razione del Comune di Andria e di tanti volontari, or­ ganizza una cena di Natale con i poveri. Sarà un momento di di aggre­ gazione, di riscoperta del valore di questa festa e di condivisione del disagio con i meno fortunati. Il suo appello, che il nostro gior­ nale raccoglie, fa suo e trasmet­ te a tutta la cittadinanza, è quello di dare ciascu­no il proprio con­ Michele Palumbo, un città che tributo, a cominciare da questo a volte si compiace quando si momento: venite e guardate la parla male di lei e che sembra realtà. Sarà un’occasione autenti­ farsi risucchiare in un eterno ca di riscoperta del vero Natale, spacconismo da sala biliardo. con l’augurio che possa durare Poi, però, emerge tutta la co­ tutto l’anno. scienza di sé anche in Internet e nei social network. Facebo­ Marilena Pastore ok, ad esempio, dà esattamen­ te contezza di quello che è Andria, e di quello che pensano di lei i suoi cittadini: una città da amare quando si è lontani ma una città che ci lascia indif­ ferenti quando la si vive ogni giorno, calpestandone i marcia­ piedi (non solo con le scarpe, purtroppo, ma spesso anche con ogni sorta di mezzo di tra­ sporto a due ruote), attraver­ sandone le vie del borgo antico e le arterie viarie delle peri­ ferie. Ed ecco materializzarsi il kit dell’andriese in trasferta, con la boccetta dell’olio ex­ travergine d’oliva ben protet­ ta nella valigia per evitare che si versi, i taralli e qualche altra prelibatezza culinaria. Dall’al­ tro lato, però, anche le passio­ ni per la squadra di calcio e gli altri sport in generale, per cui sacrifica (parte) della domeni­ ca in famiglia. E poi ancora un forte radicamento della fede nel profondo del proprio animo con una straordinaria devozio­ ne. Infine, un tuffo a ritroso nella storia, fino all’epoca dei Carafa, nel 1799 quando la città asse­ diata riuscì a resistere ad un lungo assedio dell’esercito francese della Repubblica Na­ poletana, dimostrando grande attaccamento alla propria città e ai propri simboli. E per ultimo, un salto tra lo spirito an­ driese che emerge tra i detti e i proverbi della cultura popo­ lare. Un piccolo spaccato della città di Andria, della sua gente, del suo sentire, del suo vivere. Alessandro Lorizzo

“Poco paziente ma tanto goliardico” Di Cosmo porta in scena gli andriesi

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li andriesi? Sono amanti dell’apparire, del lusso in tutte le sue forme. Appa­ rire è fondamentale: non importa se esibendo macchine nuove o abiti di un certo livello, l’impor­ tante è “far vedere”. L’andriese? È un uomo/donna di poca pazienza, dal linguaggio spesso spiccio e colorito, piut­ tosto iracondo. Ma avrà qualche virtù? È accogliente, goliardico, di compagnia. È il tratto essenziale del tipico cittadino andriese che ci ha di­ segnato Emanuele Di Cosmo, padre storico dell’Alfa teatro, As­ sociazione Libera Filodramma­ tica Andriese, la prima compa­ gnia teatrale (Alfa, prima lettera dell’alfabeto greco) della città che da ben trentotto anni calca le scene non solo locali, con no­ tevoli riscontri, riconoscimenti e premi, come l’ultimo in ordine di tempo “Migliore spettacolo dia­ lettale italiano” Premio Fita 2009 per la commedia “La fortuna con la Effe Maiuscola” di De Filippo e Curcio, una sorta di riconosci­ mento generale per l’intera com­ pagnia.

Abbiamo pensato all’arci noto Di Cosmo per tratteggiare la maschera andriese perché chi meglio di lui e dei suoi collabo­ ratori, come il compianto Mimì Ieva, Sabina Lorusso, Elena Co­ lasuonno hanno studiato ed esa­ minato i comportamenti dell’an­ driese tipico per poi poterlo trasferire sul palco. La diagnosi però è presto fatta: Di Cosmo ci dice inesorabile ma con la sua solita ilarità che per l’andriese “non c’è nulla da fare”, è proprio così: anzi, più passa il tempo più ci avviciniamo alla in­ voluzione delle abitudini e dei comportamenti sociali. Un esempio? Proviamo a guardia­ mo il settore commerciale asso­ ciativo: dice Di Cosmo “ad Andria le società che vanno meglio, anzi che vanno bene, sono quelle il cui numero dei soci è dispari ed inferiore a tre”, ovvero le società individuali, perché - altro vizio tipico della nostra gente - l’an­ driese non si fida, si guarda con­ tinuamente alle spalle, teme che la ‘fregatura’ sia sempre lì in agguato, ecco perché nemmeno le società funzionano: manca una

sorta di accordo morale tra i soci, l’andriese ha come unico obietti­ vo il guadagno. Secondo Emanuele Di Cosmo, non esiste una maschera andrie­ se tipica da portare in scena: ciascun attore fa ricorso alle proprie conoscenze, culturali, di tradizione per mettere in scena il proprio personaggio andriese. Come è avvenuto nel caso de “L figghie so figghie”, liberamen­ te tratto da “Filumena Martura­ no” di De Filippo: mentre nella pièce napoletana i personag­ gi di Domenico Soriano e Filu­ mena Marturano sono flemmati­ ci, gli attori protagonisti andriesi Emanuele Di Cosmo e Elena Co­ lasuonno invece sono sanguigni, iracondi, dal linguaggio diretto ed efficace, capace di smuove­ re lo spettatore dalla poltrona: e per questo Emanuele Di Cosmo, quale miglior attore protagonista, ha meritato il premio Fita 2005. Fuor di metafora e ragionan­ do con serietà, un dato emerge però con chiarezza, secondo Di Cosmo, nell’analisi della comu­ nità andriese: l’arretratezza cul­ turale rispetto alle altre città e

la scarsa civiltà dimostrata nel vivere comune. A questo corrisponde però la perdita del patrimonio cultura­ le proprio, delle tradizioni, dei modi di dire che la stessa com­ pagnia Alfa cerca di trasmettere ai propri giovani allievi, peraltro sempre più propensi alle parti da protagonista e poco inclini alle comparse. L’unico collante che ha sempre funzionato tra gli storici compo­ nenti e soci dell’Alfa è stata l’idea di considerare il teatro, l’impe­ gno sul palcoscenico un hobby, una passione, un modo di comu­ nicare. E mai un mestiere. La finalità di lucro non è mai com­ parsa in questa compagnia. Le loro commedie non sono mai fini a sè stesse: non si ride soltan­ to, c’è anche una morale. E so­ prattutto ciò che traspare sia in chi lavora per la trasposizione delle opere in andriese sia nel suo pubblico è la voglia di ridere sui propri vizi, c’è una sorta di volontà di riconoscersi e di ap­ partenersi. Marilena Pastore


Il Domani Andriese / Gennaio 2010 · numero 03

Il silenzioso e ricco mondo del volontariato

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’è una parte di Andria che alla frivolezza dell’appa­ rire preferisce l’essere. A disposizione degli altri. Sono le decine, anzi le centinaia, di concittadini che dedicano parte della giornata, molto spesso i po­ meriggi e le sere, ad aiutare gli altri. È quell’esercito silenzioso e laborioso di volontari che, con il lavoro nelle associazioni, dà una mano a chi vive un disagio o un semplice momento di sconfor­ to. Sono tutti quegli andriesi che, quando smettono di lavorare, quando finiscono di studiare, pre­ feriscono pensare agli altri. “Siamo aperti tutti i giorni e soste­ niamo complessivamente una set­ tantina di persone grazie all’ausi­

L’APPARIRE

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li abitanti dei paesi li­ mitrofi alla nostra città sostengono che un an­ driese si riconosce a primo impatto, non solo perché soli­ tamente quando costeggia il porto di Trani con l’auto, ha il fi­ nestrino abbassato e lo stereo a tutto volume, ma anche perché veste in maniera assolutamente diversa e ricercata rispetto agli altri. Ciò può essere una virtù ma anche un vizio. Virtù perché l’an­ driese ama vestire bene e cura la sua immagine in maniera metico­ losa e mai banale; vizio perché pur di raggiungere l’immagi­ ne desiderata non bada a spese e molti spendono più di quanto sia nelle loro possibilità. Dunque emerge un legame particolar­ mente stretto tra l’apparire di una persona e la sua personalità. Per l’andriese essere alla moda è lo status symbol per entrare in società, perché ad Andria, a di­ spetto di quanto non dica il pro­ verbio, “l’abito fa il monaco”. L’uomo - Deve essere sempre di classe, anche quando indossa la tuta ginnica o il pigiama. In ge­ nerale non può prescindere dalla camicia, anche al mare, magari indossata in modo meno formale con risvolto a trequarti e su un bermuda rigorosamente firmato. L’uomo andriese senza camicia si sente vulnerabile, come un guerriero senza scudo. Natural­ mente c’è camicia e camicia e di

lio di diversi giovani” ci racconta Michele Matarrese, presidente del Gruppo C.o.n. (Condividere ogni necessità), associazione di volontariato che sostiene disabi­ li adulti attiva ad Andria dal 1985. Tra questi, oltre ai ragazzi che scelgono di fare il servizio civile e le studentesse dell’Istituto Pro­ fessionale per i Servizi Sociali, ci sono un centinaio di persone che si alternano nei giorni della set­ timana. “Senza il lavoro dei vo­ lontari – aggiunge Michele – il sostegno che diamo sarebbe im­ possibile perché loro contribui­ scono in modo decisivo ai servizi dell’associazione. Ogni giorno, insieme, ci diamo da fare con tante attività, dai

giochi, all’organizzazione di rap­ presentazioni teatrali, anche in vernacolo andriese, fino a serate karaoke”. È un fenomeno, quello del volon­ tariato, che nasceva in silenzio e che ha cominciato ad imporsi circa 25 anni fa quando, alle asso­ ciazioni storiche come l’Unitalsi e quelle di stampo Vincenziano, se ne sono aggiunte tante altre. Oggi Andria conta 25 gruppi e decine di altre associazioni. Grazie anche questo fermento, alle esperienze degli Ottanta, ora in città c’è più o meno un orato­ rio in ogni quartiere animato da tanti volenterosi. Dai dati ufficia­ li del Comune di Andria sono 155 le aggregazioni sociali iscritte

alle Consulte. È un dato significa­ to, soprattutto per il fatto che non è esaustivo di tutte le realtà della nostra comunità. Prendere in con­ siderazione questi dati, vuol dire puntare il grandangolo per fo­ tografare migliaia di persone, centinaia di famiglie che hanno scelto la strada della solidarietà. La realtà ciattdina del volontariato è così variegata tanto da rappre­ sentare qualche punto di debo­ lezza. “Ogni tanto bisognerebbe pensare un po’ meno ai progetti di ogni singola associazione per dedicarsi a fare sistema tra tutte le realtà di volontariato andrie­ si” spiega Mario Ardito, coordi­ natore di “Camminare Insieme”, realtà che ha oltre venti anni di storia e che, dopo una fase ini­ ziale dedicata al mondo delle di­ sabilità adulte, ora si occupa di sostenere in maniera specifica i bambini e le famiglie. “La nostra associazione da anni si attiva per stare vicino a quanti fronteggia­ no la realtà della disabilità. Soste­ niamo, al momento, una quindici­ na di ragazzi grazie al contributo di una decina di volontari e di sette operatori di servizio civile”. Ma “Camminare Insieme” è attiva anche nella cultura della solida­ rietà. Oltre al sostegno ai ragazzi e alle famiglie e oltre a predi­ sporre servizi specifici per i di­ sabili – spiega Ardito – abbiamo allestito un vero e proprio centro di documentazione a disposizio­

ne della città, con oltre 600 titoli, tra pubblicazioni e riviste, per chiunque voglia approfondire questi temi, in tutti i loro aspetti”. Tante risorse e un impegno di vo­ lontariato di rilievo rappresenta­ no tuttavia un problema? “Non esiste più una realtà uniforme e compatta e per questo ci trovia­ mo di fronte ad un quadro calei­ doscopico – spiega ancora Ardito – e talvolta si lavora insieme solo su progetti e su obiettivi specifi­ ci. C’è ancora qualche difficoltà a coordinarci insieme su strategie di ampio e lungo respiro capaci di guidare il territorio, accre­ scere la sua vivibilità per supe­ rare ogni fragilità sociale. Penso all’esperienza del forum del terzo settore andriese, 40 orga­ nizzazioni che insieme hanno la­ vorato fianco a fianco su analisi e proposte di politiche sociali”. Volontariato non vuol dire solo disabilità. C’è chi sostiene, per esempio, anche chi soffre di altre problematiche. “Noi ci oc­ cupiamo di dipendenze” spiega Giacinto Di Chio, responsabile dell’associazione La Rete che il prossimo marzo compie vent’an­ ni. “Stiamo vicini a tutti quelli che soffrono un disagio. Al momento stiamo seguendo quattro persone. Al nostro fianco dodici operatori tra medici, infermieri, psicologi, tutti volontari, per far fronte alle esigenze di ognuno”. Il sostegno degli andriesi si fa

L’ESSERE sentire anche nei confronti di tutte le persone che in città fanno i conti con il disagio sociale, la povertà, il dramma dell’immi­ grazione e le incognite della vita in un Paese straniero. Di questo si occupa la Casa accoglien­ za Santa Maria Goretti, in via quarti, nel centro storico cittadi­ no. A sostegno degli indifesi sono oltre 150 gli operatori volonta­ ri che dedicano in modo costan­ te il loro tempo per gli altri. Tra questi anche quattro avvocati per la consulenza legale, otto medici per i servizi ambulatoriale e dodici infermieri per le piccole cure di ogni giorno. Accanto a loro, però, complessivamente sono 1500 gli andriesi che hanno prestato il loro aiuto per gestire i servizi della Casa che è riuscita a coinvolgere molte persone in una vera e propria gara di beneficen­ za. Un gruppo di amici, infatti, ha deciso di metter su l’iniziati­ va “Vite in ballo”, un evento che si terrà domenica 31 gennaio al locale Lamapaola 103, sulla pro­ vinciale per Trani. Una serata di festa, di condivisione, di musica per raccogliere fondi a sostegno dei servizi della Casa Accoglien­ za, che ha conosciuto una nutrita partecipazione di persone di tutte le età, di tutte le estrazio­ ni sociali. Con un solo obiettivo: fare qualcosa per gli altri. Forse è scritto proprio nel dna degli an­ driesi.

Gente alla moda: tutta l’importanza del look

vitale importanza è il portamento della stessa. Infatti se la camicia è a fantasia “Barbery”, al polsino va fatto il risvolto, in modo tale da poter mostrare la griffe. Nor­ malmente, polsino e collo non vanno abbottonati. L’abbinamen­ to del colore di cintura e scarpe è rigoroso: è impensabile uti­ lizzare un paio di scarpe di un colore diverso da quello della cintura, così come è impensabile mettere scarpe ginniche o di tela sotto l’abito, come fanno i barlet­ tani. Per quanto riguarda i pan­ taloni, categorici sono i jeans o i pantaloni di tessuto modello tu­ bolare Jeckerson, Roy Rogers o Gazzarini, aderenti alla coscia in modo tale da esaltare quadricipi­

ti e fondoschiena da far apprez­ zare alla donna. Aboliti assoluta­ mente pantaloni larghi o a zampa d’elefante. Per quanto riguar­ da i maglioncini il modello Car­ digan prevale su tutti seguito dai maglioni pari­ collo o a “V” con sotto una ma­ gliettina colorata a distacco rispet­ to al maglioncino. Utilizzati colori vivaci, a pastello prevalentemen­ te, sintomo della personalità “an­ driensis”: brillante, estroversa e seducente. Il maglione si utiliz­

za anche d’estate, allacciato sulle spalle, ma è vietato nelle serate di gala o quando si va a ballare, dove necessita la giacca sfianca­ ta con camicia e cravattino abbi­ nato alla giacca. La scarpa Hogan è tassativa, anche in spiaggia, dove nell’estate 2009 c’è stato anche l’exploit del mo­ cassino. Infine immancabili sono gli occhiali da sole Ray-Ban a goccia e il giubbotto Moncler o Peuterey, sostituito talvolta dal cappotto Fay.

La donna – È ugualmente raffi­ nata e curata nel vestire. Infatti l’abbigliamento e la cura esteti­ ca non sono considerate un det­ taglio, ma una priorità. Ama stare al passo con le tendenze seguen­ do meticolosamente la moda in tutte le sue forme, amando le Griffe e scegliendo ciò che più le si addice a seconda del proprio stile. Di vitale importan­ za in questo caso sono gli ac­ cessori: occhiali da sole grandi, borse maxi, piccoli e grandi gio­ ielli da abbinare tra loro per creare un mix sempre diverso ed adatto ad ogni occasione, tutti ri­ gorosamente griffati, anche se non sempre originali. Di giorno amano un look “street”: comodo

e veloce da indossare, è partico­ larmente adatto per affrontare gli impegni lavorativi o scolastici. Di sera, invece, l’abbigliamento diventa particolarmente ricerca­ to ed è qui che emerge la per­ sonalità e la cura del dettaglio della donna andriese. Immanca­ bile elemento del guardaroba è il jeans: sportivo se accostato a T-Shirt e felpe e coadiuvato da scarpe Hogan, che anche per le donne rappresentano un “must” dell’abbigliamento; il jeans diventa fashion se abbinato a scarpe con tacchi alti, camicie e giacche impreziosite da accesso­ ri coordinati allo stile e al colore dei capi indossati. Lo stile varia a seconda del gusto personale e dell’età, ma sommariamente pos­ siamo riconoscere tre diversi stili nel modo di vestire femminile an­ driese: street, vintage e glam. Lo stile street è fondamentale per tutte coloro che amano la pra­ ticità e vanno sempre di corsa a causa dei molteplici impegni. Il vintage è ideale per le donne più anticonformiste, amanti di un gusto che ha fatto la sua epoca, ma che rimane comunque di classe. Infine lo stile glam è per tutte coloro che non rinuncereb­ bero mai all’eleganza e alla per­ fezione neanche per andare a fare la spesa o per prendersi un caffè di corsa al bar sotto casa. Francesco Sellitri


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Palumbo: “La nostra commedia all’italiana”

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proprio così. Per l’andrie­ se doc, ovvero andriese da più e più generazioni, mai trapiantato e vissuto da sempre nella sua città, il vizio e la virtù vanno a braccetto. Non è esatto dire due facce della stessa meda­ glia: si tratta proprio di concepire quasi sempre un vizio come virtù, e la virtù stricto sensu affatto esi­ stente. Ma l’andriese è sempre stato così? Come si è evoluta nel tempo la sua cultura, il suo modo di vivere? Proviamo a tracciarne un profilo e lo facciamo attraver­ so un percorso culturale e storico con l’aiuto di Michele Palumbo, un collega giornalista di appas­ sionato di storia e cultura locale, nonché docente di Filosofia al Liceo Scientifico “Nuzzi”. Partiamo dai vizi (sono sempre stati più interessanti). Quale quello principe per l’andriese? “Vizio tipico dell’andriese: con­ siderare positive le cose nega­ tive. L’andriese, cioè, è il tipico esponente della ‘commedia all’italiana’, ossia quel genere che vede il protagonista consi­ derare virtù i propri vizi. L’an­ driese (ed è sufficiente guardare ciò che normalmente accade in città) è compiaciuto di alcuni vizi o, quantomeno, del fatto che gli altri considerino negativi certi suoi atteggiamenti. Naturalmen­ te, è forse inutile farlo notare, ma è sempre opportuno ricordar­ lo, stiamo parlando di un carat­ tere generale e quindi sono tanti i casi particolari che potrebbe­ ro essere invocati come obiezio­ ne a quello che si sta dicendo. Ma

torniamo, appunto, al caso, all’at­ teggiamento generale: c’è una certa divertita compiacenza, ad esempio, a sentir dire che in città si ruba, che ad Andria un’auto­ mobile non può essere lasciata in strada senza grossi rischi. In pratica, il furto più che indignare, fa sorridere. Ancora: la nostra è la città che più ha dovuto aspetta­ re per vedere i propri ragazzi in­ dossare il casco quando guidano una motocicletta, uno scooter. E, a dire il vero, sono ancora tanti coloro che il casco non lo usano, al massimo lo portano appeso al braccio, forse per proteggere il gomito. Questa brutta situazio­ ne, che significa non rispettare né il buon senso e nemmeno una legge, diverte. Basta parlarne con gli stessi giovani e quando si fa notare che Andria è una città che è rimasta indietro su questo fronte, l’annotazione viene presa con piacere, ci sono strizzatine d’occhio, ci si dà di gomito, quasi a dire ‘Eh! Siamo forti, siamo dritti’ e cose di questo tipo”.

emerge, ma spesso, poi, riaffio­ ra. Andria è violenta e, del resto, basta vedere quello che storica­ mente è accaduto nella nostra città: di tutto. Non che nelle altre città non ci siano fatti negativi, ma ad Andria è, ripeto, accaduto di tutto e tutto nelle altre città non è accaduto”.

Dunque, la furbizia (appunto una virtù per l’andriese), la scaltrezza, il non rispettare le regole e saperla fare franca caratterizzano gran parte dei comportamenti generali. Questo cosa ha portato nel tempo? “Il veder tutto in commedia, alla lunga, è diventato un vizio pesante. E’ un atteggiamento che riguarda, infatti, anche la lega­ lità. Andria, va detto, è una città violenta. Si tratta di una violen­ za carsica, che a volte scorre in profondità e che non sempre

Ma l’andriese avrà però una

L’illegalità non ha, secondo lei, qui in città una connotazione negativa? “Questa violenza, questo senso di illegalità diffuso vengono visti come tratti caratteristici, se non proprio in modo positivo, almeno in maniera non negati­ va. L’essere presenti, come città, da oltre quindici anni, nelle rela­ zioni delle Commissioni antima­ fia, viene visto con questo spirito da commedia. Altro esempio: quando per la prima volta una vigilessa venne aggredita da alcuni giovani, in città, a parte la solidarietà di facciata, quando se ne parlava si ridacchiava indul­ genti sull’accaduto”.

Spesso ci compiaciamo di alcuni nostri vizi

qualche virtù? “Gli andriesi hanno una bella virtù. Anzi, una doppia virtù in­ trecciata. Gli andriesi sono in­ timamente orgogliosi delle proprie radici. Spesso non lo danno a vedere, ma gli andrie­ si, anche se si dice che sono ‘amanti dei forestieri’ e che se ne vanno nelle altre città, in realtà, amano la propria città, le strade, le piazze, ma soprattutto l’origi­ ne. Amano, e a volte non lo sanno, le tradizioni popolari della città, il dialetto. Spesso, anzi molto spesso, tutto questo non si vede, ma alla fine, gratta gratta, nell’in­ timo dell’andriese c’è un senso di appartenenza alla città. Ma qui scatta quella che secondo me è l’altra virtù, intrecciata alla prima: l’essere distaccato. L’an­ driese non è passionale, non è neanche molto campanilista. È distaccato, non si lascia coinvol­ gere. Per qualcuno questo po­ trebbe essere un limite, invece io penso che questo modo di essere porti l’andriese ad avere un senso spiccato di tolleranza. Anche questo forse non si nota, però se si osserva bene quel che accade, tale tratto caratteristico emerge con forza. Questo, però, storicamente”.

L’INTERVISTA za, senza il piacere delle origini, anche con meno tolleranza. E questo cambiamento coinvolge tutti, a partire dalla classe diri­ gente. E venendo meno la virtù, il vizio della commedia, del non distinguere il positivo dal nega­ tivo, il bene dal male, il legale dall’illegale, il considerare tutto uguale, si diffonde sempre più. E così, ripeto: a partire dalla classe dirigente della città, l’ap­ partenenza si sta trasformando in opportunismo, il distacco in superficialità, la tolleranza in me­ nefreghismo. Ai valori dell’An­ dria contadina, cioè, non sono subentrati, o non si sono affianca­ ti, i modelli innovativi della bor­ ghesia, in quanto Andria non ha mai avuto una borghesia illumi­ nata e produttiva, ma lentamen­ te, da tempo, si stanno afferman­ do i disvalori, con i conseguenti atteggiamenti, dell’affarismo da un lato e del malaffare dall’altro”.

È una visione disincantata la sua? Dobbiamo arrenderci all’idea che l’andriese sia solo detentore di molti vizi e poche virtù? “In conclusione (sempre che esi­ stano le conclusioni), è sin troppo evidente, allora, che bisogna bat­ tersi, impegnarsi, lottare per far tornare Andria ad essere una città con la virtù. C’è molto da fare, ma va fatto, per non correre il rischio di diventare una città arida, senza senso. Una città che si sviluppa sempre di più, ma che non progredisce. Questa è la sintesi: Andria deve riappro­ priarsi della virtù del progresso e abbandonare il vizio dello svi­ luppo”. M. P.

Perché? Il ritratto attuale dell’andriese qual è? “Oggi viviamo un problema: in città, e quindi per gli andriesi, sta prendendo sempre più piede il ‘vizio’ e arretra sempre di più la “virtù”. Andria sta diventan­ do sempre di più una città senza virtù. Senza senso di appartenen­

L’amore per la città invade anche Facebook

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ucina, fede e calcio. Per capire cosa signifi­ ca essere andriesi basta farsi un giro su Facebook, tra gruppi, pagine, link del social network. È un viaggio interes­ sante perché permette di capire quanta autocoscienza abbia di sé ogni nostro concittadino, consa­ pevole dei propri difetti e orgo­ glioso delle proprie virtù. Digitando la parola “andriese” ecco comparire la bellezza di 99 gruppi di discussione dove è possibile farsi un’idea di ciò

che vuol dire essere cittadini di questa città. C’è di tutto: dalla tra­ dizione storica, agli aspetti della spiritualità, fino alla tradizione. Tra quelli che registrano più iscritti, con oltre 1500 iscritti, c’è “Sei andriese se...”, dove è rac­ colta una serie di voci che lo contraddistinguono. Un vero an­ driese, quando è fuori della tua città non fa altro che parlare del Castel del Monte e del fatto che è raffigurato sulla monetina inutile di un centesimo e non esce mai senza il kit che lo contraddi­

stingue: burrata, taralli e olio. Oppure si vanta della propria città con tutti e dice di essere concittadino di Lino Banfi. Ma la fotografia non si ferma solo qui. L’andriese “made in Facebo­ ok” è pigro e prende la macchina anche se deve fare pochi metri e non conosce i mezzi pubblici (un vero peccato, visto che il servizio cittadino è tra i più convenienti in Italia). A tavola – Di una cosa l’andriese è orgoglioso e non può rinuncia­ re: la proprie abitudini a tavola.

V.le P. Nenni 23/25 - ANDRIA

Ed ecco che anche il social network si riempie di gruppi di discussione dedicati alla preliba­ tezze culinarie della città federi­ ciana. La mozzarella e la burrata la fanno da padrona, la prima con tre gruppi nella sezione cu­ linaria dei gruppi di Facebook e la seconda con oltre 40, di cui la maggior parte sono moderati da andriesi. Fa eccezione un insolito appassionato francese di burrata che, probabilmente in visita al Castel del Monte, è rimasto esta­ siato da questo prodotto casea­ rio. Tant’è che ha convinto oltre cinquecento persone ad iscriver­ si al gruppo in tutto il mondo. Ovviamente il panorama culina­ rio caro agli andriesi non si esau­ risce qui. Gironzolando ancora, infatti, traspare una forte passio­ ne per altri prodotti. L’andriese, infatti, non riesce a proprio a ri­ nunciare ad una ciotola di olive, non importa se verdi (quelle di Sant’Agostino, per intenderci) o nere (preparate con la cenere). Vietato fare a meno anche dei taralli. Non importa da quale pa­ nificio provengano o che aroma abbiano. L’importante è che siano taralli locali. Ottimi per gli antipasti, da utilizzare come com­ panatico o addirittura come so­ stitutivi di un pasto.

Fede – I riferimenti alla spirituali­ tà locale non mancano. Infatti “Sei andriese se... almeno una volta nella vita sei andato il giovedì santo a fare i i sepolcri, rigorosa­ mente dispari. La propria parroc­ chia di appartenenza non vale”. Ma c’è anche un gruppo, che conta poco meno di una trentina di iscritti, dedicato a tutti i fedeli che si definiscono “Quelli della processione notturna del simula­ cro della Madonna dei Miracoli”, il rito di agosto si raccolgono in preghiera nel suggestivo evento che si snoda dalla Cattedrale all’omonimo santuario andriese. Calcio – La passione per la squadra di calcio non è mai na­ scosta e invade anche le discus­ sioni sul social network. Se da un lato, tornando al gruppo “Sei an­ driese se... hai venerato e veneri ancora Oberdan Biagioni”, sono alcune decine quelli in omaggio alla squadra di calcio cittadina. C’è un po’ di tutto: dai nostalgi­ ci che rimpiangono i tempi (e le glorie) della Fidelis, agli ap­ passionati tenaci, che sono stati sempre vicino alla squadra (anche su Facebook) dopo il

cambio di proprietà, per arriva­ re ai gruppi delle tifoserie orga­ nizzate. Non mancano riferimenti anche a chi, per necessità o per oppor­ tunità, ha lasciato la nostra città per una vita lontano. Ed ecco allora spuntare e moltiplicar­ si gruppi come quello degli an­ driesi a Roma, a Milano, a Torino, a Londra, come fosse un tentativo di voler riannodare il filo spezza­ to con la propria città. Tuttavia, chi non conosce il suo grado di appartenenza alla città, può mettersi in discussio­ ne on-line. Basta un po’ di pa­ zienza per andare a cercare sul social network il test “Quanto sei di Andria?”. Qualche domanda ci aiuterà a comprendere in maniera scherzosa e disincan­ tata, a volte con sana autoiro­ nia, alcuni aspetti dell’essere e (dell’apparire) andriese. Alcuni esempi? Si va dalla marca preferita di scarpe o di jeans fino agli atti di gentilezza nei confron­ ti di un’anziana in fila dopo di noi alla posta (anche se c’è poco da essere fieri, a nostro avviso, nel non lasciarla passare avanti).


Il Domani Andriese / Gennaio 2010 · numero 03

STORIA

I

l 23 marzo 1799 ad Andria si consumò una delle vicende più sanguinose della nostra storia cittadina, quella che da molti viene sminuita come la “zuffa” dei francesi, quando in realtà in quel lontano giorno, avvenne un vero e proprio eccidio di massa. Gli andriesi, la mattina di quel sabato precedente la Pasqua, già sapevano che oltre le mura li attendeva l’esercito della Re­ pubblica napoletana, formato dall’esercito francese guidato dal generale Broussier e dalla legione napoletana che aveva come capo proprio un loro con­ cittadino illustre: Ettore Carafa. Carafa, conte di Ruvo, nacque proprio ad Andria il 29 dicembre 1768 da Margherita Pignatelli di Monteleone, prima dama di corte della regina di Napoli, Carolina d’Austria, e da Riccardo Carafa XII duca di Andria e scudiero di Ferdinando IV di Borbone. Sin da piccolo mostrò una certa insofferenza nei confron­

Orgoglio all’epoca della “zuffa” dei francesi

ti di quella educazione nobilia­ re fatta di etichette e privilegi, e, nel 1797, dopo gli studi a Napoli, contro il volere di suo padre, rag­ giunse la Francia. Qui Ettore fu attratto da quelle idee liberali che di lì a poco sa­ rebbero sfociate nella Rivolu­ zione francese, e così quella sua precoce insofferenza verso i valori della sua famiglia divenne ribellione ed estraneità nei suoi confronti. Restò a Parigi fino agli inizi dell’89, poi ritornò a Napoli dove diffuse in gran segreto le stampe della Dichiarazione dei Diritti e dei Doveri dell’uomo, basata su principi di alta morale ancora oggi molto attuali. Dopo varie vicissitudini, riuscì a raggiungere Milano, città in cui Napoleone aveva istituito la Re­ pubblica Cisalpina, e dove lui voleva formare una legione per liberare Napoli dai Borboni e isti­ tuirvi un governo liberale. Per questa sua profonda ostili­ tà nei confronti delle sue radici, della nobiltà, nel 1797, alla morte

di suo padre, re Ferdinando IV lo privò del titolo di Duca, infatti Andria fino al 1804 fece parte della Regia Corte di Napoli. Poco dopo, il 21 gennaio 1799 Napoli era stata conquistata dai francesi ed il giorno dopo era stata proclamata la Repubblica napoletana, ispirata ai valori rivo­ luzionari della libertà, dell’ugua­ glianza e della fratellanza. Ettore con la sua legione decise di rag­ giungere le Puglie, dove purtrop­ po i suoi alti valori e le sua vera intenzione, cioè quella di donare loro la libertà e l’uguaglianza, di affrancarle dal gioco tiranni­ co della nobiltà, non furono com­ presi da tutte le città, tra cui la sua stessa Andria. Fu proprio questo “malinte­ so” che portò a trasformare il 23 marzo 1799 in un giorno di sangue e di morte per la nostra città. Se Andria sperava di poter controbattere ad un’eventuale of­ fensiva con un migliaio di uomini armati e supportati da qualche rinforzo inadeguato giunto dalle

vicine città, là, oltre le mura li attendevano un vero e proprio esercito, che vantava la parteci­ pazione di migliaia di soldati, tra cui francesi e uomini al seguito di Ettore Carafa, ma non solo, anche repubblicani di Andria e delle città limitrofe. Questo esercito, secondo un vero e proprio piano strategico della conquista, si divise in due: da una parte la legione di Ettore Carafa che assediava Porta Ca­ stello, dall’altra il restante eserci­ to che faceva lo stesso per le altre tre porte: S. Andrea, la Barra e Nuova. La battaglia si fece ormai imminente. I cannoni cominciaro­ no a tuonare, in città alla vista dei primi morti, cominciò a diffon­ dersi la paura, la disperazione, la consapevolezza di una preannun­ ciata tragedia. Comunque le porte non ce­ dettero, gli andriesi resistette­ ro a lungo, ma l’assedio si fece sempre più pressante e il terrore della morte divenne sempre più forte fino a vincere la caparbie­

tà e l’ostinazione della difesa. Dietro le Mura S. Francesco molti scapparono via, si decise quindi di spostare qui il cannone che era già posto dietro Porta Castel­ lo. Questo fu il passo falso fatto dagli andriesi e che permise al loro nobile concittadino e alla sua legione di invadere la città. Gli andriesi continuarono ad opporre resistenza in tutti i modi: dalle case furono scagliate pietre, si riversò acqua bollente, ma tutto ciò non servì ad evitare il tragico epilogo. La città fu prima conqui­ stata e poi saccheggiata. Ettore Carafa vedendo tale distruzione, intercesse presso Broussier affin­ ché ordinasse la fine dei combat­ timenti. I numeri della tragedia furono alti: più di un migliaio di morti, non solo andriesi, e 12mila ducati, pagamento imposto dal generale francese che grazie alla mediazione del Carafa si ridusse a poco più della metà. Circa due mesi più tardi, il sa­ crificio degli andriesi fu vanificato e il sogno della Municipali ­ tà si dissolse come neve baciata da un caldo raggio di sole di m a g g i o. Ettore continua a combatte­ re fino a Pescara, ma poi tradito viene consegnato ai Borboni che lo fecero decapitare in Piazza Mercato a Napoli il 4 settembre. Da questa vicenda si evince da un lato la grande personalità di un uomo che, benchè nobile lottò nella sua vita per ben più

alti ideali, in nome della libertà di un popolo sottomesso dalla sua stessa famiglia, di cui forse, nonostante i suoi natali, non vi aveva mai fatto parte. Un uomo le cui intenzioni benevole non erano state capite dai suoi concit­ tadini, che lo videro invece come un traditore, come seminatore di morte. Dall’altro troviamo gli andrie­ si, di cui si potrebbe rimprove­ rare proprio questa incapacità di comprendere, ma si dovreb­ be premiare la perseveranza mo­ strata durante la battaglia, virtù che continuò ad animarli fino ad un istante prima di soccombe­ re. Combatterono pur consape­ voli dei loro limiti ma lo fecero perchè spinti dall’amore per la loro città. Questo popolo che no­ nostante alcuni anni prima si era battuto per l’approvazione di tasse più eque e per la facoltà di eleggere il sindaco, non accolse di buon occhio l’irruenza e l’entusiasmo di Ettore, quasi avesse paura che le conqui­ ste potessero essere vanifi­ cate. Gli Andriesi, si dimostra­ rono attac­ cati alla loro città, tanto da so­ stenere fino alla morte i valori in cui credevano e per cui avevano lottato. Da questa vicenda, si comprendere il rapporto di attac­ camento tra Andria e i suoi con­ cittadini.

L’amore e la perseveranza per la città nonostante l’assedio e la sconfitta

Giusy Matera

Tutta l’ironia, l’amarezza e la satira del nostro dialetto

A

ttraverso la rilettura del passato possiamo sco­ prire la nostra storia ed essere orgogliosi di vivere in una comunità così intrapren­ dente. È ciò che spesso faccia­ mo, cioè ci nutriamo di prover­ bi che mostrano non solo il volto della città, questa città, prevalen­ temente fatta di pietre e di secoli, ma mostrano anche la sua anima. Questi nostri detti sono tratti dal linguaggio eterno del popolo e

molto spesso sono derivati dalle favole di Fedro o di Esopo, dai racconti di Apuleio, dalle analisi storiche e morali di Cicerone, Seneca, Sallustio e di tutti i padri della Chiesa. Un linguaggio che ha saputo resistere alle invasioni, alle distruzioni ed alle innovazio­ ni. La fonetica dialettale illustra i caratteri del popolo andriese in tutta la sua amarezza, ironia e satira. Ecco che si riscopre la civiltà di

questa città fatta di contadini, di borghesi, commercianti e arti­ giani. Si riscopre l’uguaglianza di ieri e di oggi della fanciullezza e della vecchiaia, delle genuini­ tà e delle ipocrisie. L’andriese è quello che è, ottimista, crede nel domani ma pensa che la sua casa è il vero paradiso e che “chi esce dalla casa esce dal paradiso”. L’andriese non è ladro come lo chiamano scherzosamente i cit­ tadini dei paesi limitrofi, è fon­

damentalmente buono. E’ riser­ vato, non è chiacchierone e non ama l’ambiguità. Non ama essere ingannato nella sua ingenuità, né essere considerato violento. Ha timore di essere raggirato e quindi mostra la sua insicurez­ za senza però crearsi il comples­ so di essere un fallito. Per lui il bugiardo ha gambe corte e non cresce ed i suoi punti fermi sono la coerenza e la famiglia. E’ tradi­ zionalista per eccellenza e si pre­

occupa di garantire continuità alla stirpe tramandando il nome al primo nipote maschio della fa­ miglia. Quelli che scherzosamente chia­ miamo i contadini di oggi sono i figli dei contadini di ieri con un carattere che non è viscido perché la Murgia non ha pantani, non è distratto, né cocciuto anzi riconosce gli errori ed è tenace nel perseguire il bene nel futuro a vantaggio suo e degli altri.

Negli avvenimenti della sua vita riconosce che solo Dio può fare prodigi e miracoli e che in tempi corrotti nessuno è giusto. La fedeltà è la caratteristica del popolo ed è insita da sempre at­ traverso i secoli nella costituzio­ ne mentale degli andriesi , ed è la stessa che restò scolpita nel cuore di Federico II e della Porta Sant’Andrea. Stefania Molfetta


Il Domani Andriese n. 3 - Gennaio 2010  

Mensile a cura di www.domaniandriese.it

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