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APERIODICO APERIODICO DROGATO XXXXXIN XXXXXX OVERDOSE NEL NEL 20102010

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04 FEBBRAIO XX 2010 2011 xxxxxx

WWW.DOGONREVIEW.ORG

ANNO ANNO

II I NUMERO X1 NUMERO

Chiesti due secoli di carcere TITOLO OCCHIELLO per una banda di spacciatori Le promettono droga, poi la violentano


Milice è una contrada ove ’l veglio de la Montagna solea diMorare anticaMente. or vi conterò l’afare, secondo che Messer Marco intese da più uoMini. lo veglio è chiaMato in lo dipinti ad oro, a bestie, a uccelli; Quivi era condotti: per tale veníaacQuaa per tale Mèle e per tale vino; Quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del Mondo, che Meglio sapeano can feMine tante Quanto volesse, e Quivi troverebbe fiuMi di latte, di vino e di Mèle. e perciò ’l fece siMile a Quello ch’avea detto MalcoMetto; e li saracini di Quella contrada credean teMea niuno uoMo del Mondo. lo veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li Quali li paressero da diventare prodi uoMini. Quando lo veglio ne facea Mettere nel giardino a là entro e vedeano tutte Queste cose, veraMente credeano essere in paradiso. e Queste donzelle seMpre stavano co loro in canti e in grandi solazzi; e aveano sí Quello che vo

EDITORIALE IL VIATICO DELL’USCITA NEL SÈ

A

voler dar adito ad un delirio di Freud, ogni volta che vi è un tabù, qualcosa di molto importante è nascosto: la nudità di Dio. Dio è nudo, ma il tabù, le maniere e le convenzioni sono lì a ricamare dei mutandoni per velarne la nudità e dare un volto a niente. Come quando un bambino che teme il buio, che non vi sia niente, nasconde quel niente, proiettandovi una sagoma, un viso, terribile e fascinante. Le prime esperienze del sacro sotto lenzuola umidicce. Ma perché il sacro spaventa tanto? Perché - per stare in linea col taglio editoriale di questo numero - ad esempio, delle piante che in molte civiltà venivano considerate il viatico al sovraregno, la carne degli dei, vengono considerate fuori legge e il suo uso penalizzato? E’ solo una questione di igiene sociale? Ma fin dove può andare l’idea d’igiene nella mente della società? Semplicemente al delirio che ogni giorno è possibile riscontrare se per malocchio capita di cadere con gli occhi sui titoli dei rotocalchi giornalistici che sono ormai spacciati gratuitamente in tutte le metropolitane e stazioni di servizio. Le informazioni dei quotidiani non fanno male, anzi tendono a mantenere il carnaio in pieno movimento senza che la maggior parte manco sembra accorgersene. Mentre le informazioni che si ricevono attraverso l’ingestione di certi tipi di piante (cannabaceae, solanacea, funghi allucinogeni, oppiacei...) sembra non siano idonee. Ma tutti si drogano, nonostante l’innegabilità della cosa, altrimenti come si terrebbe in piedi il mercato? Certo le droghe circolano, ma non vi sono più né i riti né gli dei che accompagnano la loro ingestione. Questo nel mercato. Perché il culto delle piante non è certo un vizio che una legge possa pensare d’abolire. Finisce sempre come per ogni proibizionismo. La volontà di drogarsi è insita nell’uomo come in ogni animale. Perché l’uomo berrebbe il caffè? Perché mangerebbe? Anche mangiare modifica l’apparato cerebrale alla stessa maniera delle piante ‘drogate’. Si scade nell’idea della dipendenza e si pensa che le droghe siano un male sociale solo perché chi fa uso di droga per dipendenza, il tossicomane della strada, il giovinello che si spara un porro, egli è già dipendente in sé, al di là della droga. Egli dipenderà dalla moda, dalla parola degli amici, dalla parola data, egli è dipendente dal proprio mondo e schiavo dei suoi affetti. Per questo motivo la droga un tempo era custodita dagli sciamani. Non perché fosse un reato assumerle, ma perché l’esperienza richiedeva un certo sapere. Allucinare la mente. Quando una mente viene sollecitata essa subisce una serie di variazioni repentine. Se chi si assume l’onere di farsi attraversare da tali sommovimenti non ha una prontezza di spirito e una capacità di autocontrollo sovra razionale, egli sarà infestato dalle visioni, dalle quali non ricaverà che uno sciabordio di visioni opprimenti. Le mente si dipana, e le voci si fanno sentire. Ci si accorge che la mente è una sorta di dondolio, come una risacca marina ininterrotta. Ma questo a patto d’aver appreso a togliere i denti alle serpi. Perché le immagini che invadono una mente che si dipana sono il flusso di sensazioni che mordono la mente. Questa si sentirà oppressa fino al momento in cui non avrà imparato a distaccarsi dalle sensazioni, eliminandone la presa su se stessi. In questo modo, anche qualora qualcuno assumesse un peyotl, o della cannabis o similia, non sarebbe per questo un drogato. Egli non dipenderebbe dalla droga, la sua dipendenza diventerebbe solo una cerimonia, un sistema, una porta, una chiave,

per accedere a tempo debito nei boudoir degli dei - come un tempo venivano chiamate le voci e le immagini che decoravano il cosmos disegnato nell’intercapedine cranica del veggente. Il problema con la droga sembra essere lo stesso che si pone con qualsiasi altro tipo di comportamento che tende a elidere dalla mente la preminenza d’un Io. La follia è condannata col criterio medico, l’orgasmo condannato col criterio morale, la droga col codice penale, e ciò che sembra accomunare le tre è il fatto che nella follia, nell’orgasmo e nella droga l’io che nella doxa corrente dovrebbe mantenere il controllo pianificatore del pensiero, venga scalzato da una potenza repentina e onnicomprensiva, che mette l’uomo in un stato di gaudio controverso. Perché chi si fa prender da follia dall’orgasmo o dalla droga, non gioisce superficialmente come chi stira un sorriso di fronte a un viso sconosciuto. Ma in tutti e tre i casi, il corpo -la mente, l’individuo nella sua interezza sono messi in gioco. Il delirio non è la casetta delle fate, per questo meglio che i non iniziati stiano lontani da follia sesso e droga, rischiando di diventarne delle sanguisughe dipendenti che non godrebbero più di alcun effetto benefico, e non farebbero che perpetrare il commercio delle cose, reiterando astinenza e assuefazione. Uscir da sé, equivale accostarsi alla morte, trovarsela faccia a faccia, in piena coscienza, osservarla, non è forse per questo che Bataille ricorda una vecchia espressione popolare dell’antico francese, la petite morte, con la quale veniva designato l’orgasmo? Fuori si se è il doppio in noi, l’Horla si risveglia. Ma questo terrore è fascinante. Come il buio occhieggiato da sotto lenzuola simili a un sudario, da cui il bambino sbircia, temendo e sperando. Nel terrore, mescolato con esso, unica cosa in realtà, giace l’ebbrezza. Vi è una storia, che dalle gazzette parigine ci trasporta al cosmico, che può far luce su tali avvenimenti. L’ebbrezza e la morte. Soma, dio e pianta dell’ebbrezza, svela qui il suo rapporto col puzzo di carogna, e fornisce forse la più profonda ragione, quella psichica di quel certo delirante tabù dell’uscir di sé: “Negli ultimi anni di Baudelaire, i vignettisti parigini lo irridevano come il poeta della Charogne. Più delle poesie erotiche, era quello il testo scandaloso per eccellenza. Nessun poeta - si diceva - aveva mai osato accostare il corpo dell’amata e la carogna abbandonata di un animale. Eppure qualcuno aveva preceduto Baudelaire, con audacia non minore, nel parlare di una carogna. Si trattava di

Yajnavalkya, se a lui si attribuiscono certe parole che si incontrano nel quarto kanda dello Satapatha Brahmana: “Gli dèi dispersero in parte quell’odore e lo deposero negli animali domestici. E’ questo l’odore di carogna negli animali domestici: perciò non ci si deve tappare il naso all’odore di carogna, questo è l’odore del re Soma”. Due figure - la donna amata e il re Soma - si rivelano nel fetore della carogna. Per Baudelaire, con un brivido di ripulsa e di segreto compiacimento. E’ l’orrore che si spalanca dietro l’apparenza, come i moderni sospettano. Perciò sono così frenetici. Fuggono, non si soffermano, hanno paura che l’apparenza si trasformi sotto i loro occhi. Per Yajnavalkya, invece, l’accettazione è completa. Anzi si collega a una prescrizione che viene imposta a un senso molto primitivo: l’olfatto, restio a obbedire. Qualcosa di remoto e possente doveva essere sottinteso in quella proibizione. Si doveva risalire al momento più pauroso per gli dèi, quando Indra aveva scagliato la folgore sull’informe Vrta, ma non era affatto sicuro di averlo ucciso. Allora si nascose. Acquattati dietro di lui, altrettanto dubitosi e terrorizzati, erano gli dèi. Dissero a Vayu, Vento: “Vayu, scopri se Vrta è morto o vivo; perché tu sei il più veloce fra di noi: se vive, tornerai subito qui”. Vayu accetto’, dopo aver chiesto una ricompensa. Quando torno’, disse: “Vrta è ucciso: fate con l’ucciso quello che volete”. Gli dèi si precipitarono. Sapevano che il corpo di Vrta era gonfio di soma, perchè dal soma Vrta era nato. Ciascuno voleva saccheggiare il cadavere, attingerne la porzione più grande. Si accorsero che il soma puzzava: “Aspro e putrido si effondeva verso di loro: non era adatto per essere offerto né era adatto per essere bevuto”. Allora chiesero di nuovo aiuto a Vayu: “Vayu, soffiagli sopra, rendilo appetibile per noi”. Vayu chiese un’altra ricompensa. Poi si mise a soffiare. Il lezzo cominciava a disperdersi. Gli dèi lo depositarono nell’odore di carogna che è negli animali domestici. Poi Vayu soffiò ancora. Finalmente il soma si poteva bere. Gli dèi continuarono a disputarsene le parti. Intorno, il mondo era cosparso di fetide carogne. Ma anche il loro era il soma. Agli uomini sarebbe spettato ricordarlo. Se le incontravano, non avrebbero dovuto tapparsi il naso. Durissime le esigenze dei ritualisti: il soma, la pianta inebriante che cresce sulla montagna Mujavant, poteva anche farsi trovare sempre più di rado, poteva anche sparire, ma i riti che la celebravano sarebbero continuati, identici. All’unico si sarebbe dato un sostituto. Passo fatale. Il rito si sarebbe celebrato con un’altra pianta, sprovvista dei poteri del soma. Ma sarebbero rimasti gli inni. E se un giorno, vagando, si fosse incontrata la carogna di un animale, era proibito turarsi il naso. Perché anche in quel corpo disfatto, come in tutti i corpi, un giorno si era depositato il soma. Anzi, quell’odore repellente era il “segno distintivo del re Soma”. Il soma è il bene allo stato grezzo. Già intollerabile in sé, diventa ancor più intollerabile quando si mescola con il “male di Morte”, papma mrtyuh. Appunto allora occorre accettarlo, inalarlo, lasciare che penetri in noi. Il bene è qualcosa contro cui la natura si rivolta. Ma bisogna domarla. A questo servono i riti. E neppure questo era sufficiente, per i ritualisti. Il pensiero deve estendersi anche al caso. Anche all’incontro imprevisto con la carogna di un animale, mentre si cammina in una zona poco “battuta” e la coscienza s’allerta avvertendoci, come un sussurro sibillino, che quell’odor di bagascia, è il sentore dell’ebbrezza del Sé.

L E T T E R A V I ( pr i ma par t e) Lo spazio di colpo s’immensifica. Una sorta di scoramento che non appartiene al mio essere, ma sembra sia uno stato di fatto, di tutto l’organismo del cosmo intero, occlude e invade ogni cosa sia possibile chiamare essere. Sento stelle spegnersi, ecclissi di sole, e un gelo d’ombra invade il mio corpo che sembra d’un istante nientificare. Ho fatto a pezzi tutto, e ridere sui cocci e i vetri rotti non è sempre facile, sopratutto quando ci si tagliuzza con le affilature delle cose rotte. Ho rotto con Joseph, ho rotto un quadro che ritenevo di alcun valore sulla testa di Anicet Charles Gabriel Lemonnier, e non ne sono affatto pentita, ho rotto col presidente e lo stato, con il ricorso alle urne, ho rotto col mondo, e quello che è rimasto è una mente critica che non puo’ più immaginare, gioire, fare come se il mondo fosse chiuso nell’ipotalamo e da li’ eruta, creare al ritmo del proprio desiderio, ma non puo’ che constatare. Sembra che il mondo, anche quando grazie al lento apprendimento del desiderio reiterato e disvoluto sembrava esser scavalcato, riappare invece nelle fatezze d’un mostro dalle fauci sghignazzanti, in cui uomini si dibattono con la frenesia di lupi al macello, tutto è male, la sensazione d’esser un io prende il sopravvento, la conseguenze è la perdita della lucidità contemplativa e l’entrata in uno scenario ossesso di paranoie. E vedo quel gesto di Joseph, lo

svolazzo della gonna di Simone, quella battuta di René, « l’uomo è un bipede senza piume incapace di razionalizzare PiGreco  », come segni di cose che si presentano ai miei occhi COME degli enigmi. Gesti che forse non aveva voluto dire niente, di punto in bianco, diventano dei nuclei decisivi attorno ai quali far volteggiare nodi scorsoi di domande senza risposta. Risuona in me un dubbio unico, non tanto delle domande ben formulate. Non mi pongo alcun pensiero. Ma è il pensiero che si impone, attraverso me, prende forma, carne, immagini, paure, tremolii, e deliri silenti nel chiostro del mio ventre. Scusami se attacco cosi’ bruscamente, ma stavo per esplodere e avevo bisogno di dire tutto in meno tempo possibile. Non amo quando mi salgono le lacrime agli occhi. L’unica volta che ho pianto è stato d’una lacrima fissa quando persi la mia verginità e m’accorsi che la goduria, la gioia adulta non era sovraesistente come quella infantile, ma conteneva in sé la percezione di un eccesso. Nel bambino - vedo la mia cuginetta Alice tutto è eccesso, ogni elemento che la circonda è per lei il luogo nel quale infilarsi e perdersi. Si dice che i bambini hanno più fantasia degli adulti. Questo non è assolutamente vero. L’unica differenza è che il bambino non sembra peoccuparsi della coscienza. Fu solo quando vidi questo passaggio, quando subi’ questa iniziazione al

e Quando elli ne vuole Mandare niuno di Quegli giovani ine uno luogo, li fa dare beveraggio che dorMono, e fagli recare fuori del giard ri del paradiso. egli se ne vanno incontanente dinanzi al veglio, credendo che sia uno grande profeta, inginocchiandosi; e egli diMand[a] onde vegnono re alcuna persona, fa tòrre Quello che sia lo piú vigoroso, e fagli uccidire cui egli vuole. e coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; s egli lo prende e dice: «va’ fà cotale cosa; e Questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso». e li assesini vanno e fannolo Molto volontieri. e in


oro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ’l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti ntare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò ’l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle no veramente che quello fosse lo paradiso. E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea fare assesin[o]. A la ’ntrata del giardino ave’ uno castello sí forte, che non a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare. Quando li giovani si svegliavano e si trovavano oleano, che mai per loro volere non sarebboro partiti da quello giardino. E ’l Veglio tiene bella corte e ricca e fa credere a quegli di quella montagna che cosí sia com’è detto.

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IL POEMA DELL’HASHISH

IL VIZIO DELLA SOCIETà e I VIZI DEL SOLITARIO

I l g usto dell ’ I nfinito

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oloro che sanno osservare se stessi e che mantengono la memoria delle loro impressioni, coloro che hanno saputo, come Hoffmann, costruire il loro barometro spirituale, hanno potuto delle volte notare, nell’osservazione dei loro pensieri, delle belle stagioni, felici giornate, dei deliziosi minuti. Ci sono giorni in cui l’uomo si sveglia con una genio giovane e vigoroso. Le sue palpebre appena scaricate dal sonno che le siggillava, il mondo esteriore di offre a lui con un rilievo possente, una nettezza di contorni, una richezza di colori ammirabili. Il mondo morale apre le sue vaste prospettive, piena di chierezze nuove. L’uomo gratificato da questa beatitudine, sfortunatamente rare e passeggere, si sente allo stesso tempo più artista e più giusto, più nobile, per dirla in una sola parola. Ma cio’ che vi è di eccezionale in questo stato singolare in questo stato eccezzionale dello spirito e dei sensi, che posso senza esagerazione chiamare paradisiaco, se lo comparo alle pesanti tenebre de l’esistenza comune e giornaliera, cio’ che non è stato creato da qualche causa ben visibile e facile da definire. E forse il risultato d’una buona igiene e di un regime saggio? Tale è la prima spiegazione che si offre allo spirito; ma noi siamo obbligati a riconoscere che spesso questa meraviglia, questa specie di prodigio, si produce come se fosse l’effetto di una potenza superiore e invisibile, esteriore all’uomo, dopo un peridio in cui costui ha fatto abuso delle sue facoltà fisiche. Potremmo dire che si tratta della ricompensa della preghiera assidua e degli ardori spirituali? E’ sicuro che un’elevazione costante del desiderio, una tensione delle forze spirituali verso il cielo, sarebbe il regime più idoneo a creare questa salute morale, tanto eclatante e gloriosa; ma in virtù di quale legge assurda essa si manifesta delle volte dopo delle colpevoli orgie de l’immaginazione, dopo un’abuso sofistico della ragione, che è a suo uso onesta e raggionevole quello che le torri di dislocazione sono alla sana ginnastica? Per questo preferisco considerare questa condizione anormale dello spirito come una vera grazia, come uno specchio magico in cui l’uomo è invitato a vedersi in bellezza, ossia come dovrebbe e potrebbe essere; una specie di eccitazione angelica, un richiamo all’ordine su un forma lodevole. Allo stesso modo una certa scuola spiritualistica, che ha i suoi rappresentanti in Inghilterra e in America, considera i fenomeni socranaturali, come le apparizioni di fantasmi, delle anime dei morti, ecc., come delle manifestazioni della volontà divina, attenta a risvegliare nella mente dell’uomo il ricordo delle realtà invisibili. D’altronde questo stato incantato e singolare, in cui tutte le forze si equilibrano, in cui l’immaginazione, anche se meravigliosamente possente, non trascina con sé il senso morale in pericolose avventure, in cui una sensibilità squisita non è più torturata dai nervi malati, questi consiglieri ordinari del crimine o della disperazione, questo stato meraviglioso, dico, non ha dei sintomi premonitori. E’ tanto imprevisto quanto un fantasma. E’ una sorta di ossessione, ma ossessione intermittente, da cui noi dovremmo trarre, se fossimo saggi, la certezza d’un’esistenza migliore e la speranza di raggiungerla attraverso l’esercizio quotidiano della nostra volontà. Quest’acutezza del pensiero, quest’entusiasmo dei sensi e della mente, hanno dovuto, in tutti i tempi, sembrare all’uomo come il primo dei beni; ecco perchè, non considerando che la voluttà immediata, ha, senza paura di violare le leggi della sua costituzione, cercato nella scienza fisica, nella farmaceutica, nei più volgari liquori, nei profumi più sottili, in ogni clima e tempo, i mezzi di fuggire, non fosse che per qualche ora, il suo abitacolo di fango, e, come dice l’autore di Lazare “d’emporter le paradis d’un seul coup”. Ahimé! i vizi dell’uomo, tanto pieni di orrore come si suppone, contengono la prova (quand’anche non fosse la loro infinita espansione!) del suo gusto dell’infinito; solamente, è un gusto che si sbaglia spesso di cammino. Si potrebbe prendere in un senso metaforico il proverbio volgare: Tutte le strade portano a Roma, e applicarlo al mondo morale; tutto conduce alla ricompensa o al castigo, due forme dell’eternità. Lo spirito umano rigurgita di passioni; ne ha da rivendere, per servirmi di una locuzione triviale; ma questo spirito triste, in cui la depravazione naturale è grande quanto la sua attitudine immediata, quasi paradossale, alla carità e alle virtù le più ardue, è fecondo in paradossi che gli permettono di utilizzare per il male il troppo-pieno di questa passione straripante. Non crede mai di vendersi in blocco. Dimentica, nella sua infatuazione, che si delibera a uno più fine e forte di lui, e che lo Spirito del Male, anche quando non gli si concede che un capello, non tarda a portar via tutta la testa. Questo signore visibile della natura visibile (parlo dell’uomo) ha dunque voluto creare il paradiso con la farmacia, con le bevande fermentate, simile a un maniaco che rimpiazzerebbe dei mobili solidi e des giardini veri con delle scenografie dipinte sulla tela e montate su un telaio. E’ in questa depravazione del senso dell’infinito che giace, secondo me, la ragione di tutti gli eccessi colpevoli, dall’ubriacchezza solitaria e concentrata del littérateur, che, obbligato a cercare nell’oppio un sollievo a un dolore fisico, e avendo cosi’ scoperto una fonte di gioie morbose, ne ha fatto poco a poco la sua unica igiene e come il sole della sua vita spirituale, fino all’ubriacchezza la più ripugnante delle periferie, che, il cervello pieno di fiamma e gloria, scorrazza ridicola nelle immondizie della strada.

- F EUILLETO N piacere, che versai l’unica lacrima che mi fece colare un po’ di mascara sulla guacia, e colla quale detersi quella sensazione d’essermi distaccata da me per sempre, strappato il velato imeneo. Quindi so quanto costa e sia difficile una lacrima, so il dolore che ci vuole per farla sgorgare, e quando sento che lentamente inumidisce il bordo della mia palbebra, anziché erutare manifestando il mio dolore, con un colpo di ciglia asciugo quella traccia, reingoio il dolore, mando giù, digerisco la cosa con convulsive contrazioni per le quali passa ogni pensiero che sia valido non solo per l’intelletto ma per tutto il corpo. Dopodiché digerito e lavorato dagli enzimi, il dolore, cosi’ consumato e trasforato, è diventato un duro e inerte peso che chiede d’essere infine espulso. E ora che il dolore è stato digerito è possibile evitare il pianto e limitarsi a defecarlo, il dolore, lasciarlo cadere da noi, come un frutto troppo maturo si stacca da un ramo. Ma oggi mi sembra di annoiarti, ma ci sono tutte quelle storie con Joseph. Io non riesco più a stargli dietro, fosse per lui bisognerebbe ristabilire l’ordine sacerdotale degli antichi, e ridirezionare l’ordine sociale alla legge sacrificale, che dice che un gruppo per essere omogeneo ha bisogno di una vittima, di un esteriore, stranio, diverso, a cui fare la pelle. E Joseph dice che questo, volenti o nolenti noi comunque lo perpetriamo, ogni impero

A

ppare chiaro che nel computo to, di sentimenti usa e getta. Il sentidei desideri della Società, il vi- mento non ha anime, e invece la Società zio è una piaga da estinguere. Il chiederà sempre che la tua anima sputi vizio isola, chi lavora al suo vizio non del sentimento: esprimi te stesso, è l’oralavorerà per gli altri, ma non lo farà che colo incrinato della Società, non è più il per se stesso. Per questo motivo i profecaso di conoscersi, le parole basteranno tismi morali hanno sempre condannato, il gioco, le donne, la masturbazione, a dare la sembianza d’un se stessi, anche il vino, sono giochi che isolano colui se dietro non v’è nessuno. La sembianche li compie. Quando qualcuno gode, za. La Società sembra - sempre agli ocla Società collassa, per questo l’econo- chi del solitario che la scruta da lontano mia è fatta di sussulti, non perchè vi sia come chi su un balconcino ombreggiato “la crisi” quasi si trattasse di un imprev- vedesse in lontananza un nugolo di movisto o una sorta di miarcolo diabolico, sche roteanti su un cadavere - non tanto ma perchè i sobbalzi erotici della for- un teatro di marionette, ma un’acquario za lavoro, han bisogno di un lusso per in cui galleggiano simulacri, personae. agghindare il desiderio, che non lascia Il solitario pensa d’essere il solo vero, scampo ad alcun surplus, di cui anzi si ciba con una foga eguale a quella l’unico sopravvissuto in mezzo ai cadadell’eccittato di fronte a cio’ che l’eccita. veri. Egli si ritrova cosi’ a dover giocare con la morte. L’unico vizio Ecco il vizio suche la Società MASTURBARSI AIUTA ammette è il vipremo. Il solizio societario. tario fà l’amore, A STAR DESTI. Bisogna fare, quasi col desiEIACULARE STANCA. fare cose, ma derio necrofilo tutti insieme e dell’assente; il ognuno in vece solitario gioca dell’altro. Cosi’ la Società fà barricata e e scommette ma non si interessa affatto massa a sé, e ogni tanto dai tavolini fidella vincita o della perdita, al bancone nemente ricamati di allberghi di lusso al centro, si vedono rotolare le testoline egli è devoto ed è pronto a scommetterdi quei solitari depravati e criminali, ci la testa; con la droga egli sperimenta passati sotto il regime di rieducazione degli stati d’asfissia che propulsano il sociale. Il delitto del castigo. Perchè suo corpo in overdosi fatali; il solitario la società è una società per bene. Ha sembra non fare che tutto in funzione appreso a distogliere il naso dalle sue della sua testa messa in gioco. Questo mondezze. L’uomo ha da sempre ucciso è il modo in cui la società lo circuisce. per sopravvivere, ma fino ad un certo Giacché il solitario è solo per il fatto che momento sembra essersene ricordato. Poi sono apparsi gli strilloni e i ban- gli altri pretendano d’essere insieme. ditori e hanno coperto l’uccisione da Egli è il colpevole per antonomasia, in cui si genera il lusso, con la pubblicità. lui tutti i vizi che la Società non è capace L’inutilità del godimento. Questo è cio’ di meritarsi, trovano un’incarnazione. che la società non potrà mai gradire. Il Egli sarà punito dalla Società, che nel soitario, per la Società, è un tarlo insa- castigo e nella mania di correzzione e ziabile che mina alla base il castelletto raddrizzamento ha trovato il suo di vidi legna e fumi con la quale lei sta paro- zio, celare la violenza col borotalco deldiando una leggitimità. E se non fosse il le buone maniere e del politicaly correct. solitario a essere illegittimo, ma invece Cosi’ i drogati o altri viziosi non finiscola Società? Il mondano, le cose, i fatti accaduti, le memorie personali, i souve- no in carceri o gattabuie, ma in ‘centri di nir d’un cassetto, tutti questi sentimenti rieducazione’, in cui vengono applicate sublimi come delle ricette che insegna- in forme massive i metodi di coerciziono le maniere di comportarsi per essere ne e sociabilità che una società col vizio qualcosa nella Società, sono solo l’eva- del volgere gli occhi da cio’ che mastinescenza d’un delirio commercializza- ca, puo’ permettersi di fargli pagare.

SA L OT T I ASSOC I A L I ha i suoi barbari alle porte, ogni impero le sue vittime immolate nei più svariati altari della patria e la memoria. Quello che dice è che questa legge non viene più riconosciuta, e che l’uomo crede di aver abolito o di voler abolire la violenza dalla società per mezzo di costituzioni e carte dei diritti. Ma questi discorsi mi deprimono molto. Il sociale è cosi’ poco interessante che mi chiedo come abbia fatto a passare tutto quel tempo con Joseph, sarà perchè in effetti a sentirlo parlare non hai l’impressione di pensare al sociale, ma gli avvenimenti storici sono la cartina di tornasole di forze più possenti che la volontà e velleità umane, e l’agone politico sembra non essere altro che il risultato della caduta dell’uomo, della sua perdità e oblio del silente mormorio che insufla le nostre menti, lo Spirito Santo. E non si parlava che di queste cose. Entrava il suo caro amico Léon infuriato come fosse appena ritrornato da un corso intensivo di disgusto per il « borghese », e borbottava, « Il borghese, ossia, in un’accezione moderna e più generale possibile, l’uomo che non fa alcun uso della facoltà di pensiero e vive o sembra vivere senza esser stato sollecitato, una volta soltanto, dal bisogno di comprendre quoi que ce soit », poi sbattendo il giornale sul tavolo del salotto sbottava sull’ignominia e l’idiozia che caratterizza i discorsi della stampa, « Dans l’Écho de Paris, article incroyable

de FrédéricMasson qu’on pourrait croire écrit par un greluchon furieux de n’avoir pas hérité d’une vieille gueuse!! », e se poi, a tarda notte, dopo che Joseph e Léon hanno già dato vita ad ogni sorta di impropero contro la canaglia, e esaltato lo spirito grandioso del profetismo biliare e della metafisica politica, entra Max, sfondando una porta aperta con la sua fronte d’acciaio, anche Joseph e Léon si tacciono, e rimangono sbigottiti da quella specie di psicopompo che li avrebbe portati a vedere di colpo che il loro tanto pregato Dio, somigliava di più a qualcosa di sempre evanescente e spezzato come l’Io Proprietario che non la loro fede. Léon e Joseph la finivano immancabilmente a cazzotti, rovesciando quel mio servizio da té (a cui tengo tanto perchè fu la cara Zia Genoveffa superba orafa nella famiglia - che me li aveva donati alla fine del mio noviziato) e con Max che, guardandoli come si osservano due zotici dibattere al bistro’, si rincantuciava tra se e se stesso, e tirando fuori un taquino e una mattita dalla tasca interna della giubba sfilacciata, cominciava a redigere la sua strage delle illusioni:

dino in su lo suo palagio. Quando coloro si svegliono (e) truovansi quivi, molto si meravigliano, e sono molto tristi, ché si truovano fuoo. Rispondono: «Del paradiso»; e contagli tutto quello che vi truovano entro e ànno grande voglia di tornarvi. E quando lo Veglio vuole fare uccidese scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu’elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per quella paura.


George E. Vaillant, psichiatra della Public Health Service, specialista in forza al Lexington K. Y., ha detto: “La probabilità che si verifichi un’astinenza significativa dopo un periodo prolungato di prigionia coatta seguito da un periodo prolungato di supervisione coatta è 15 volte più alta della probabilità che si verifichi dopo un periodo di ospedalizzazione volontaria”. Aggiunge che delinquenza, tossicodipendenza, famiglie distrutte e bassifondi sono con ogni probabilità fattori interdipendenti. In America è diffusa l’opinione che le autorità stiano facendo la cosa giusta, opinione che gli interessati fanno di tutto per incoraggiare. Perchè si debba prestare loro ascolto quando cio’ che dicono non dimostra né buon senso né buone intenzioni è difficile da capire. Se gli organi governativi non sono riusciti a risolvvere il problema dei narcotici e nelleno a porlo in modo correttto, gli enti non governativi non hanno fatto di meglio. Recentemente sono sorti centri dii cura dove l’unico trattamento che riceve il paziente sono le preghiere. Un simile ispirato approccio quasi religioso alla malattia metabolica è imprudente. E’ logico quanto prescrivere una cura di preghiere per guarire i pazienti affetti da malaria. A New York i medici sono stati autorizzati da qualche tempo a prescrivere metadone agli eroinomani che, grazie al trattamento, perdono il desiderio di eroina. Nell’arco di cinque anni sperano poi di diminuire le dosi di metadone. Il metadone è un oppiaceo più forte della morfina e capace di dare altrettanta dipendenza. Dire che un eroinomane è stato disintossicato dall’eroina grazie all’impiego di metadone equivale a dire che un alcolista è stato disintossicato dal whisky con il gin. Se il tossicomane perde il desiderio di eroina cio’ avviene perchè il dosaggio di metadone è più forte dell’eroina tagliata che acquista dallo spacciatore. Droga è un termine generico per definire tutte le sostanze derivate dall’oppio che danno assuefazione, incluse le droghe sintetiche: morfina, eroina, dilaudid, codeina, diocodeina, diidrocodeina, demerold, metadone e palfium, per nominarne solo alcune. Esistono anche derivati e preparati oppiacei che non danno assuefazione. La papaverina che si trova nell’oppio allo stato grezzo non dà assuefazione. L’apomorfina derivata dalla morfina non dà assuefazione. Tuttavia entrambe le sostanze sono classificate come narcotici secondo lo Harrison Narcotics Act. Non solo il Congresso divide con una sua legge il mondo in gentiluomini e criminali, ma pretende anche di modificare l’azione fisiologica delle sostanze narcotiche. Qualsiasi droga provoca dipendenza. Non fa grande differenza se iniettata, sniffata o presa per bocca. Il risultato è sempre lo stesso: dipendenza. Il drogato funziona con la roba. Dipende dalla dose come un sommozzatore dall’ossigeno. Quando non puo’ più avere la roba soffre sintomi di astinenza atroci: lacrimazioni e bruciore agli occhi, qualche linea di febbre, vampate calde e fredde, crampi alle gambe e allo stomaco, diarrea, insonnia, prostrazione e in alcuni casi di morte per collasso cardiocircolatorio e shock. I sintomi di astinenza si distinguono da queli di altre sindromi di analoga gravità perchè recedono immediatamente in seguito all’assunzione di una quantità adeguata di oppiacei. I sintomi di astinenza raggiungono l’apice il quarto giorno e in seguito scompaiono lentamente in un arco di tempo che va dalle tre alle sei settimane. Gli ultimi stadi sono contrassegnati da un profonda depressione. Non si sa ancora esattamente quali siano i meccanismi precisi della dipendenza. Il dottor Isbell ha avanzato l’ipotesi che la droga agisca sui recettori delle cellule e cio’ spiegherebbe l’effetto antidolorifico e l’assuefazione. Certamente spiega perchè la roba allevia il dolore. Il fatto cheallevi il dolore dà assuefazione e tutti i preparati a base di morfina finora analizzati si sono dimostrati capaci di dare assuefazione proprio in relazione alla loro efficacia antidolorifica. Qualsiasi preparato che allevia un dolore acuto offre un sollievo proporzionato ai sintomi di astinenza. Una morfina che non desse assuefazione sarebbe una moderna pietra filosofale, tuttavia la ricerca del Lexington attualmente è orientata in questa direzione sterile. Quando l’agente agisce sui recettori delle cellule viene rimosso, il corpo passa attraverso un’angosciosa fase di riconversione al metabolismo normale caratterizzata dai sintomi di astinenza già descritti. La domanda “che tipo di persona diventa tossicomane” ha già avuto una risposta dal Public Health Department: “Chiunque assuma per un periodo abbastanza lungo sostanze che procurano dipendenza”. Il tempo necessario a creare dipendenza varia a seconda della sensibilità individuale e della forza del preparato assunto. Di solito chiunque si inietti quotidianamente 0,0648 g di morfina per un mese proverà un notevole malessere quando le iniezioni verranno sospese. Sono sufficienti da quattro a sei mesi di uso per dare una dipendenza completa. La dipendenza è una malattia che si contrae perché l’offerta di droga è molto grande. Nel complesso diventano tossicomani coloro che hanno acccesso alla droga. In Iran, dove l’oppio veniva venduto liberamente nei negozi, c’erano tre milioni di tossicomani. Non esi-

ste una personalità pretossicomane cosi’ come non c’è una personalità premalarica, malgrado tutte le insulsaggini psichiatriche che si sentono. (Tra l’altro è mia opinione che nove su diciannove psichiatri dovrebbero fare i veterinari e i loro libri dovrebbero essere mandati al macero). Per dirla terra terra, quasi tutti apprezzano la droga. Avendo fatto l’esperienza di questo piacere l’organismo umano tende a ricercarlo all’infinito. La malattia del tossicodipendente è la roba. Bussate a una porta qualunque. Chiunque risponda, dategli quattro dosi da 30 mg della Medicina di Dio al giorno per sei mesi ed ecco che si ritroverà con le cosidetta “personalità del tossicomane”... un vecchio tossico che vende francobolli di beneficenza natalizi in North Clark Street, il “Prete”, lo chiamavamo, con gli occhi tristi e furtivi come quelli d’un pesce morto che sembrano vedere qualcosa che gli altri non vedono. La cosa che guarda è la roba. La personalità del tossicomane puo’ essere riassunta in una sola frase: il tossicodipendente ha bisogno di roba. Farà di tutto per ottenerla, esattamente come voi fareste di tutto per trovare un po’ d’acqua se foste assetati. Vedete, la droga è la personalità; un uomo triste e grigio non puo’ essere altro che droga camera ammobiliata una strada squallida stanzetta nel sottotetto queste scale/ tosse/ il “Prete” che cerca di salire aggrappandosi alla ringhiera bagno giallo pannelli di legno perdita nel gabinetto curvo sotto il lavandino di nuovo nella stanza adesso a sciogliere ombra grigia su un muro lontano ero io una volta mister. Io mi sono drogato per quasi quindici anni durante i quali ho provato a disintossicarmi con dieci metodi diversi. Sono stato al Lexington e ho provato la terapia a riduzione della dose, a Cincinnati il giorno dopo essere stato dimesso con il mio doppiopetto da banchiere e il “Wall Street Journal” sotto il braccio: “Mia moglie è...” “Capisco signore. Vuole il formato famiglia da

dose di 8,1 mg. Tre giiorni dopo venivo dimesso. Sono tornato a Tangeri dove la droga era disponibile a tutte le ore. Non ho dovuto usare la forza di volontà qualsiasi cosa essa fosse. Non ne avevo più voglia e basta. La terapia con l’apomorfina mi aveva dato uno sguardo lungo e calmo su tutti i giorni passati e uno sguardo lungo e calmo su Mr. Jones li’ in piedi nel suo trasandato vestito nero e con il feltro grigio aria stantia camere ammobiliate carne freddi occhi sottomarini. Cosi’ l’ho bollito nell’acido cloridico. L’unico modo di ripulirlo capite strati su strati di quell’odore di roba grigia in camere ammobiliate. L’apomorfina si ottiene facendo bollire la morfina con l’acido cloridrico ma ha un’azione fisiologica molto diversa. La morfina deprime i centri corticali, l’apomorfina stimola i centri sottocorticali e i centri preposti al vomito. 5,4 mg di apomorfina iniettata induce il vomito nel giro di pochi minuti e per anni questa sostanza è stata usata come emetico nei casi di avvelenamento. Quando il dottor Dent comincio’ ad applicare la terapia a base di apomorfina, quarant’anni fa, i suoi pazienti erano tutti alcolisti. Metteva una bottiglia di whisky accanto al letto e invitava il paziente a bere quanto ne desiderava. Ma a ogni sorso gli faceva un’iniziezione di apomorfina. Nel giro di pochi giorni il paziente sviluppava una tale avversione per l’alcol da chiedere che gli portassero via la bottiglia. Dapprima il dottor Dent penso’ che cio’ accadesse a causa di un condizionamento avversativo provocato dall’associazione di alcol e apomorfina, sostanza che spesso induce il vomito. Scopri’ invece che alcuni pazienti non provavano nausea quando gli veniva iniettata l’apomorfina, poiché le reazioni variano considerevolmente da individuo a individuo. Cio’ nonostante quei pazienti provavano un disgusto analogo per l’alcol e smettevano volontariamente di bere dopo alcuni giorni di trattamento. Concluse che il disgu-

LA GALERA E’ LA MIGLIORE RICETTA PER I TOSSICODIPENDENTI DICONO I MEDICI due once?” “Bé, si’, credo di si’”. ho provato cure che prevedevano una fase di astinenza rapida e una di astinenza prolungata, cortisone, tranquillanti, antistaminici e una lunga cura del sonno. Ho sempre fatto una ricaduta alla prima occasione. Perchè i tossicomani si sottopongono volontariamente a una terapia e poi ricadono nel vizio? Credo che a un livello biologico profondo quasi tutti vorrebbero essere curati. La droga è morte e il tuo corpo lo sa. Io ricominciavo perchè, finché non mi sono sottoposto al trattamento con l’apomorfina, non ero mai fisiologicamente guarito. L’apomorfina è l’unica sostanza che conosco capace di sradicare la “personalità tossicomane”, il mio vecchio amico Opium Jones. Ci siamo frequentati parecchio a Tangeri nel 1957, mi innietavo 970 mg di metadone ogni ora, il che equivale quasi a 2 g di morfina che è un sacco di Medicina di Dio. Non mi cambiavo mai i vestiti. A Jones piace insaporire i vestiti nell’aria stantia di una camera ammobiliata finché non si capisce subito, dal cappello sul tavolo, dalla giacca appesa alla sedia, che lui abita li’. Non facevo mai il bagno. Al vecchio Jones non piace la sensazione dell’acqua sulla pelle. Passavo intere giornate a fissarmi la punta delle scarpe comunicando con Jones. Poi un giorno ho capito che lui non era un vero amico, che in effetti i nostri interessi divergevano. Cosi’ ho preso un aereo per Londra e sono andato a trovare il dottor Dent carbone di legno nel focolare scottish terrier tazza di tè. Mi ha parlato della terapia e l’indomani sono entrato nella sua clinica privata. Era una stanza dalla tappezzeria con le rose al terzo piano di un edificio di quattro in Cromwell Road. Avevo un’infermiera per il giorno e una per la notte e mi facevano un’iniezione di 3, 24 mg di apomorfina ogni due ore giorno e notte. Il dottor Dent mi spiego’ che avrei potuto avere la morfina, se ne avessi avuto bisogno, ma non più di 16,2 mg per volta per le prime ventiquattro ore e dopo 8,1 mg: un dodicesimo di quel che mi facevo, un bel taglio poi il giorno successivo. Ogni tossicodipendente ha i suoi sintomi, qualcosa che più lo fa soffrire quando gli tolgono la roba. Per me era la sensazione della lenta e dolorosa morte di Mr. Jones. Sentite i veterani del Lexington parlare dei loro sintomi: “Per me la cosa peggiore è vomitare”. “Io non vomito mai. Sono le vampate fredde sulla pelle che mi fanno diventare matto”. “Io starnutisco in continuazione”. “Io mi sento sepolto nel vecchio cadavere grigio di Mr. Jones. Non voglio vedere nessuno al mondo. Non c’è niente che vorrei eccetto resuscitare Me. Jones”. Il terzo giorno una tazza di tè all’alba calmo miracolo dell’apomorfina. Stavo imparando a vivere senza Jones leggevo i giornali scrivevo lettere in genere non riesco a scrivere una lettera per un mese e invece eccomi li’ a scriverne una il terzo giorno e a desiderare di fare quattro chiacchere con il dottor Dent che non è per niente Jones. L’apomorfina ha guarito il mio sintomo specifico. Sette giorni dopo essere entrato in clinica ho ricevuto la mia ultima

COLLABORAZIONISTI: William S. Burroughs, The Soft Machine. Charles Baudelaire, Les Paradis Artificiels. Roberto Calasso, L’ardore.

sto provato dai pazienti per l’alcol dipendeva dal fatto che non ne avessero più bisogno e che l’apomorfina agisce sui centri sottocorticali regolando il metabolismo in modo che il corpo non abbia più bisogno del sedativo a cui si è abituato. Da allora sottolineo’ il fatto che l’apomorfina non è una terapia avversativa. L’apomorfina è un regolatore del metabolismo ed è l’unica sostanza conosciuta che agisca in questo modo normalizzando le disfunzioni metaboliche. La terapia con i relativi dosaggi è dettagliatamente descritta nel libro di Dent Anxiety And Its Treatment pubblicato a Londra da Sheffington. Chiunque intenda somministrare l’apomorfina dovrebbe consultarlo. Per l’efficacia del trattamento è necessaria una somministrazione in dosi e tempi adeguati. Se l’apomorfina viene iniettata il dosaggio è di 3, 24 mg ogni due ore, giorno e notte per i primi quattro giorni. In alcuni pazienti, più sensibili di altri, questo dosaggio puo’ provocare nausea accessiva. Poiché la sostanza agisce sulla regolazione del metabolismo e non per un condizionamento avversativo, quando possibile è preferibile evitare nausea e vomito. Se assunta per via sublinguale puo’ essere somministrata fino a 6,48 mg ogni ora. In questo modo diventa facile contenere la nausea o eliminarla del tutto e la terapia puo’ essere conclusa con successo senza alcun fenomeno di vomito. Perchè il trattamento abbia successo, la concentrazione di apomorfina nel sistema deve raggiungere un certo livello. In America ho conosciuto medici che somministravano due iniezioni di apomorfina al giorno. Inutile. E’ importante ricordare che tutte le sostanze oppiacee e sedative annullano l’azione dell’apomorfina. Percio’, in caso di somministrazione di oppiacei, necessaria soltanto nei casi di gravi forme di dipendenza, è indispensabile continuare la somministrazione di apomorfina per almeno ventiquattro ore dopo l’ultima dose di oppiacei. Quanto a sedativi, tranquillanti e sonniferi, essi non devono essere assolutamente somministrati. E’ vero che sottoporrre alla terapia cinquantamila tossicomani sarebbe costoso, ma il governo sta già spendendo milioni di dollari in programmi di cura e controllo che non funzionano. Se il programma vverrà illustrato in maniera adeguata molti tossicomani vi si sottoporranno volontariamente. Chi si sottopene volontariamente ha maggiori possibilità di successo e andrà cosi’ a infoltire le file di chi potrà testimoniare del successo della terapia. Se al tossicodipendente si spiega che riceverà la droga, in caso di necessità, sarà molto più disponibile a sottoporsi al trattamento. La tintura d’oppio o una sostanza coma la diocodeina per via orale sono da preferire alle iniezioni. L’assunzine sublinguale di apomorfina ridurrebbe il fabbisogno personale e diminuirebbe gli episodi di nausea. Se si ascolta la musica in cuffia si prova un notevole sollievo durante la sindrome di astinenza e pertanto si dovrebbe poterla ascoltare. La terapia dura da cinque a dieci giorni in base al livello di dipendenza. Devono seguire venti giorni

di riposo in ospedale. Alla fine del mese bisogna dimettere il paziente dopo avergli prescritto la somministrazione di apomorfina per via orale in caso di ricaduta. L’apomorfina non dà alcuna forma di assuefazione e non è mai stato riportato nessun caso di dipendenza. E’ un regolatore del metabolismo, non un sedativo. Una volta conclusa l’opera di regolamentazione metabolica se ne interrompe l’assunzione. L’apomorfina non provoca lo “sballo”, e nessuno ne ricava piacere. Come un bravo poliziotto, svolge il suo lavoro e se ne va. Il fatto che non sia una droga sostitutiva che procura dipendenza è di fondamentale importanza. In tutte le terapie basate sulla riduzione della dose, il tossicomane sa che gli vengono somministrati narcotici e teme il momento in cui gli verranno negati. Nella terapia con l’apomorfina il tossicomane sa di stare meglio senza morfina. Trovo che qualsiasi forma di cosiddetta psicoterapia sia fortemente controindicata. I tossicodipendenti non dovrebbero mai fare la domanda: “Perchè hai cominciato a fare uso di narcotici?”. Ai fini della terapia è irrilevante esattamente come lo sarebbe, ai fini della guarigione dalla malaria, domandare al paziente perchè si sia recato in una zona malarica. L’apomorfina si è rivelata utile nel trattamento di altre forme di dipendenza e intossicazione cronica: da barbiturici, cloralio, anfetamine. Negli Stati Uniti ci sono migliaia di persone assuefatte ai barbiturici e il trattamento per questa forma di dipendenza è ancora più lungo e difficile di quello per l’eroina. Le crisi da astinenza da barbiturici devono essere affrontate lentamente e sotto costante supervisione. Altrimenti il tossicomane è soggetto ad attacchi convulsivi che possono danneggiarlo in modo grave. I consumatori di barbiturici trattati con l’apomorfina possono smettere di assumere barbiturici immediatamente senza convulsioni o altri sintomi seri. In genere soffrono di una grave forma di insonnia durante la crisi da astinenza e possono passare settimane prima che il ciclo del sonno si normalizzi. Trattati con l’apomorfina dormono subito regolarmente. I consumatori di anfetamine invece cadono in un sonno cosi’ profondo, quando smettono di assumere la droga, che non li si riesce nemmeno a svegliare per nutrirli. Trattati con l’apomorfina dormono in un modo regolare e svegliarli diventa facile. Cio’ ci riporta ancora una volta all’unicità dell’apomorfina, il cui valore consiste nell’essere un normalizzatore del metabolismo, utilizzabile percio’ in casi diversi da quelli della tossicodipendenza. Lo svizzero dottor Feldman ha osservato che in casi di eccesso di colesterolo nel sangue l’apommorfina ha eliminato il problema. Il dottor Xavier Coore di Parigi mi ha raccontato recentemente di trovare l’apomorfina di estrema utilità in molti casi. La prescrive per l’ansia, l’afflizione, il nervosismo, l’insonnia, in sostanza per tutte le condizioni in genere trattate con tranquillanti e barbiturici. E’ certo una sostanza molto più sicura poiché non crea dipendenza. Se assumete apomorfina per un grave problema emotivo sarete in grado di affrontare il problema, invece di evitarlo. L’apomorfina ha normalizzato il vostro metabolismo, sempre messo a dura prova da ogni turba emotiva, e a questo punto potete affrontare il problema con calma e lucidità. L’apomorfina è una sostanza antiansia. L’ho visto accadere ad altre persone e con una dose di apomorfina ho sperimentato personalmente uno straordinario sollievo dall’ansia causata dalla mescalina, mentre i tranquillanti si erano rivelati inefficaci. Un gran numero di tossicomani si è sottoposto, dietro mio consiglio, alla terapia con l’apomorfina. Tutti hanno convenuto che è l’unico trattamento efficace nonché il meno doloroso. Tuttavia la maggior parte dei medici americani ne ignora completamente le possibilità di impiego nella cura delle tossicomanie. Il Merx Index la definisce “un pericoloso depressivo”. In realtà esistono poche sostanze meno pericolose dell’apomorfina, che è controindicata soltanto nei casi particolari in cui bisogna evitare il vomito. Negli Stati Uniti l’apomorfina figura nell’elenco dei narcotici e rispetto alla prescrizione e all’impiego è soggetta alle stesse regolamentazioni cui sono soggette la morfina e l’eroina. In Francia e in Inghilterra non figura nell’elenco delle droghe pericolose. E’ necessaria la prescrizione medica, e questa è ripetibile. E’ difficile non arrivare allla conclusione che negli Stati Uniti si sia fatto un deliberato tentativo di fuorviare i medici minimizzando i pregi della terapia con l’apomorfina. Non si è prodotta nessuna variazione della formula e la formula non è mai stata sintetizzata. Con la sintesi si potrebbe eliminare l’effetto collaterale del vomito e l’apomorfina sviluppata potrebbe potenziare di dieci o anche cinquanta volte la sua azione regolatrice. Queste sostanze potrebbero sopprimere dal pianeta cio’ che chiamiamo ansia. Poiché i sistemi monopolistici e gerchici sono sostanzialmente radicati nell’ansia, non c’è da meravigliarsi se la diffusione della terapia con l’apomorfina e la sinstesi della sua formula siano state messicciamente constrastrate in alcune prevedibili regioni della macchina morbida.


WOM - ANNO II - NUMERO 1