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Numero – 01.01 –

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Indice

Manifestarsi Ekstase-Asthetik Cancro Test: esercizio n° 010475 01 Artiglio – 01 – Segno Macchina Pensi erosa 02 Mors…..mentior 03 Nu godz Untitled 01 04 Christmas card - un essere di merda Praeruptus 05 Artiglio – 02 – Crediti

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Manifestarsi

Ekstase-Asthetik Certe mattine ci si sveglia con il rimpianto di non essere Atlante, e non potersi disfare con una scrollata di spalle del mondo intero.

Uovo dai gemiti sgarbati Non propenso alla banalità e all’apocalisse della storia Privo di zampilli di sangue attorno ai quali vorticare pasticciando un’autobiografia Effetto tellurico in silente blitz sotterraneo in disequilibrio informato all’acqua increpata Epilettiche protolarve del circo distorsione De-torsione -UOVO BLIND[A(T)TO]-

Certe mattine il senso di vuoto che pervade gli occhi al loro primo abbandonare il nero delle palpebre, è così evidente che sembra impossibile e folle continuare a respirare. In giornate come queste preferisco evitarmi. Sorseggiare una tazza di thè, come se tutto dipendesse da quella tazza, dalla sua liscia ceramica, e il suo contenuto fosse un elisir; poi, in camera, abbottonarmi con maestria una camicia bianca da uomo, prestando la massima attenzione ad ogni singolo bottone e ad ogni asola, come se tutto l’ordine dell’universo dipendesse dalla posizione di quei bottoni; tutto ciò di fronte allo specchio, dove lui di fronte a me si specchia e si scopre privo d'immagine. Il vampiro che non privo della sua immagine priva il suo specchio e si ritrova adagiato sulla mancanza; una vampiro di primo mattino. Farfuglio, trattenendo il respiro.

<<Il corpo senz'organi è un uovo: è attraversato da assi e da soglie, da latitudini, da longitudini, da geodetiche, è attraversato da gradienti che segnano i divenire e i passaggi, le destinazioni di colui che vi si sviluppa>> (Deleuze; Guattari)

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Tratto con garbo, le mani rigirano veloci, i petali blu delle rose essiccate che fanno da contr'altare al mio ovale assente nello specchio. Con un dito disegno il mio contorno immaginario e senza vedermi cerco di posizionarmi perfettamente all’interno di quel confine, cercando una fisionomia, per mentirmi, per proseguire per una sola giornata, che come sempre, nella megalomania dell’onnipotenza suicida, si prevede sia l’ultima. Rigiro nella mia stanza come un affamato che brama il più urgente tozzo di pane raffermo, per tacciare la pesantezza del corpo della fame. Rose essiccate, ceri e lumi spenti, a ricordare. Morti immemori trattengono il mio errare, seguo con leggerezza il mio muovere di veli, il mio camminare, il mio.

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Dai comò, alle scale, a dovunque, risplende, come fosse sempre, il mio colore. Le notti, troppe, invano, le passo a farfugliare, rispondendo alle mie stesse domande. Accalorandomi oltremodo in ogni risposta, intrattengo diatribe sulla presunta verginità della madonna, sulla sua leggerezza femminea, il suo candore irraggiungibile e la sua vocazione, che la pone oltre ogni possibile significato, non restando così che l'adorazione dello sproloquio o il tentativo di raggiungerla e superarla essendo anch'io, così, a mia volta, ad vocata, e trovandomi così, da sempre, estraniata in un altrove in cui non mi sarei più. La carne sfuggirebbe al suo peso, estromessa dal salto extrasensibile della visione cieca d'assoluto, e questo stadio, simile ad un onanismo senza ritorno dal coito, senza lo sberleffo della fine nella putrescenza temporale del corpo, lo cerco nell'autocritica della carne, nel dongiovannismo femmineo ossessivo, previa attenzione all'immediato oblio dell'appena goduto, fuori, così, da qualunque mozartiana malinconia dell'inappagato presente. Ad ogni domanda, nel pieno cuore della notte, si sovrappongono risposte che rimbombano per tutta la stanza e le grida nei momenti più accesi della mia discussione arrivano fino all’androne delle scale: “Potremmo essere in due, ma perché non preferire il monologo?!” e ad ogni risposta si concatenano altre domande, infinite, che pongono i problemi più irrilevanti e assoluti dell’uomo, pindariche dissertazioni tra banalità e apocalisse. Attorno il vento, quello che ancora si sente filtrare dalle finestre socchiuse, come sottofondo, confonde le domande alle risposte. Mi do il tempo battendo i denti, come un brivido, la parola, il dire, il non poter non rispondere a me stessa, costringendomi più per cortesia che per volontà; l'estrema educazione mal sopporta l'indifferenza ai capricci d'un io che non vuol rassegnarsi alla sua assenza. Il ritmo della conversazione è tracciato da questo tremolio di denti, uno scricchiolio che si prepara a mandare tutto in frantumi, a eliminare di colpo il castello di parole che mi sono costruita per sopportarmi, sopravvivermi. Il vivere non altro essendo che il dimenticare di essere fuori dalla perfezione, dimenticare di essere refusi di qualche progetto mancato, così il paraocchi di parole mi guida ottusa, onnisciente.

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Si accostano ad una ad una le mie curiosità. Sul divano di fronte il mio interlocutore, dalle mie stesse mani, con i miei stessi modi, si accalora anch’esso, in una sproporzione evidente tra l’argomento trattato e l’enfasi nella risposta. Passo così intere notti, di fronte alla finestra dal cielo imploso di nero, a sorseggiare lenta il tempo e scrutare le mie manie e catalogarle. Il mio bisogno di ordine è dovuto al solo fatto di resistermi come vissuto, e il mio vissuto stesso è catalogato, sotto la voce: uno stato di non suicidio. Tutto nella stanza è catalogato, una parvenza di ordine, una parvenza d’interiorità, una parvenza di coscienza, che mi sembra di possedere quando considero, in un'introspezione che a sua volta è catalogo, questa mia maniacale organizzazione, questa catasta di parodie in ordine alfabetico. Il numero delle penne sopra la scrivania, scrivono già loro poemi e poesie senza danno alcuno per la forma, è di nove, disposte in ordine di tre gruppi di tre, la folle simmetria della perfezione. Mi circondo di simboli caricandoli di credenze e verità presunte, non ragionate; è nell’oblio del simbolo, nel sollazzo dell’interpretazione, che a mala pena riesco a sopravvivermi, dimenticandomi, durante i lunghi momenti d’ermeneutica, di essere, mi ritrovo immersa in un mondo d’interiorità da analizzare, scrutare, organizzare, presupporre come verità. Il simbolo mi libera dalla mia pena; tutto diventa simbolo e mi sprecano le interpretazioni. La cosa, l’oggetto, non sono più. Come i petali delle rose rosse, di cuori di chi sa quando, di chissà quale memoria, di chissà quale abbandono, stanno come sospesi dentro un vaso di vetro luminoso, e le osservo, e i petali non sono più petali, sono gocce di sangue, così come dalle mie vene, nell’autolesionismo per un eccesso di lucida coscienza, petali sgorgano, non gocce di sangue. Lacrime rosse dalle vene a compiangere la vita. Tutto diventa simbolo, tutto diventa trama, costruzione rassicurante di un ordine appariscente, abbagliante, presunto, presuntuoso di una spiegazione.

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Mi perdo la follia del dramma, della tragedia. Il tragico si sospende, si perde, nell’infinita interpretazione dei gesti, modi e oggetti, e il dubbio, l'hegeliana imprescindibile sintesi degli opposti, irrealizzabile nell'idea del tragico, si sospende, in me, nel fuori tempo dell'analisi infinita, nel simbolismo infinito. Così la mia stanza è rifugio alla follia. L’esterno non si compone che di cose, di urti, l’impossibile infinità semiologia del caos non mi permette, non mi da il tempo, di scomporre e coprire tutto in simbolo. Religione d'oggetti che motiva il fisiologico opporsi alla conclusione del sillogismo più ovvio; niente giustifica e spiega il nostro niente. Quindi. E copro i gesti con cartapesta color oro, campiture e Giuditte a sostituire cornee, per perdersi nell'estasi estetica. Nolle.

Elisiòn

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Cancro Cadono bombe al ritmo regolare del respiro. Ogni giorno una guerra. Orribili genocidi. Mi sono svegliato. volta… Splende fuori il sole. volta…

[ancora una Franz sarebbe fiero [ancora una

Stuzzicando lo Zenith. Non riesco ancora ad abituarmi all’idea. Stuprato dalla routine. Mi adagio su un soffice strato di allarmante sicurezza. Danzo spettrale al ritmo del silenzio. Uno, due, tre milioni di passi. Compio ancora. Scivolo su tapiroulants. Cercare di ripulirsi fuori sporcandosi dentro. Di già, col sempre. Verso del tempo in stampi. Lascio cuocere a fuoco lento nel calderone. Meltinpot di gesti. Sguardi. Parole. Assaggio. Ricetta infallibile di una vita. Enumero. Elucubro. Enuncio. Castrato di un sorriso. Bocca tra bocche. Muto cimentarsi. Avanzo. Mi macchio di ordinario. D’indelebile condivisione. Necessaria dicono. Non puoi farne a meno dicono. Rilassati dicono. E proprio quando penso che forse hanno ragione mi prude. Tutto. Il cuore. Il culo. Ammesso che ne abbia uno, l’animo È colpa di quello scarto invisibile che percepisco. Tra me e coloro che dicono. Tra me e me. A volte M’intestardisco nel volerlo colmare. Faccio di tutto per estenderlo fino a vedere gli altri trasformarsi in un puntino. Allora posso muovermi liberamente, orfano sorridente. Niente metri. Niente sentenze. Posso sconfinare. Posso soffiarmi il naso facendo uscire tutto il putrido.

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Sono la finestra da cui posso osservare tutto il resto. Mi apro. Posso salire sul cornicione. Danzare. E poi decidere di saltare. Realizzare il sogno dell’uomo. Un tonfo nella notte. Unico ad averlo sentito. A crederci.

Fottimi ancora stronza usurpatrice d’anime

Non mi daranno retta Ora scorro. Solamente. L’orologio continua a girare. Moto nel moto. Moto nell’immoto. Dormono.

Non mi daranno retta Nel solco della notte. Verticale mi oppongo. Il pensare alto si erge sul pattume orizzontale del sonno. Dormono.

D

O R

Non mi daranno retta

M I

Una luce. Due volte. Tre volte. Mi cercano. Mi attestano. In questa notte

A M O.

Mi accarezzo. Provo a scompormi. Sguinzaglio recettori. Provo a scoprirmi. È difficile riassemblare tutto. Ho bisogno di un nome. Avrò l’illusione d’essere vivo. Per farmi chiamare. Almeno una volta al giorno. Per tutta la vita. Così mi daranno retta.

Kuba Gervaso

Ingoia la notte. Priva di vite l’esistenza in pausa. Piove. S’accosta il cielo. Sempre più vicino. Il respirare cede il suo marchio. Ora so. Goccia d’acqua. Occhio di mosca guardo il mondo attraverso. S’appiccica il rumore della pioggia nella notte.

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TEST: Sei un Poeta? Esercizio n° 010475

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1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.

Prendere un Vocabolario della lingua Italiana.* Aprire il Vocabolario, casualmente. Puntare il dito su di una pagina, tenendo gli occhi ben chiusi.** Aprire gli occhi. Guardare il lemma così indicato.*** Chiudere il vocabolario. Ripetere i punti dal 2 al 6 per dieci volte in modo da ottenere dieci lemmi casuali. 8. Produrre un testo poetico utilizzando solo e soltanto i lemmi di cui al punto 7. Suddetti lemmi possono essere utilizzati ogni uno più volte. Per i verbi e i nomi sono accette le forme flesse del numero, genere e persona. Non sono accette forme morfologicamente derivate che operino svolte di significato. 9. Produrre quattro variazioni al testo di cui al punto 8. Si aggiungeranno, per ogni variazione, due lemmi che diremo “intellettuali” (perché scelti per intelletto); si sottrarrà invece un lemma casuale. 10. Lemmi casuali e lemmi intellettuali, sottratti e aggiunti, non potranno, per ogni variazione, essere omessi. Si considereranno progressivi.

Videosistema sussiego gemina prolettico Fiato. Stagnina, acqua, impiegabile, tirante lepre.

* Si consigliano vocabolari altamente esaustivi. ** Se il dito cadrà su uno spazio bianco si dovrà ripetere l’intera operazione, punto 2 e punto 3. *** Se il dito cadrà non sul lemma ma sulla sua esegesi si considererà come scelta il lemma di cui l’esegesi fa parte. ___________________

Plan

Prolettico, Stagnina, Impiegabile, Geminare, Tirante, Fiato, Sussiego, Lepre, Acqua, Videosistema.

Plan

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Segno Macchina <<il significato è un sasso in bocca al significante>> Lacan

La natura di un testo è vaga, non è certo data. Alcun testo non è mai corretto, sarebbe altrimenti eliminata qualsiasi possibilità d'interpretazione (ad ogni grado). Un messaggio non è mai concluso, resterebbe il silenzio ad attenderlo. Tutto invece dimostra il contrario; ogni messaggio è soggetto all'interpretazione. Quest'interpretazione, inoltre, lungi dall'essere la soluzione, non è altro che il fraintendimento obbligato del testo/messaggio, che a sua volta crea un altro messaggio che sarà soggetto allo stesso meccanismo. Da questo slittamento, che apparentemente elide la possibilità del dialogo, o meglio, della comprensione, nasce invece l'unico tipo di comprensione possibile, che soprattutto non presuppone la dittatura del significato. Sostanzialmente la comunicazione agisce nel campo dell'indefinito, dell'impreciso, del significante. (Questa accezione è da riferirsi a tutti i momenti che danno vita al segno: la natura “individuale” della produzione, ossia il fatto che un segno venga generato da un individuo nel contorcersi del suo pensiero, e in seconda istanza dalla natura stessa del segno, dall’obbligo che esso venga letto/interpretato). Ciò dimostra, in breve, come un testo, un segno, sia un’entità abbandonata. Questo abbandono del segno (a/da se stesso) permette l’inizio dell’attività comunicativa e la fine della intollerante pretesa della comunicazione del significato, la fine della carceraria volontà di persuasione di un messaggio, fine del suo ecumenismo inteso come comunicazione a e di qualcosa/qualcuno. Si svuota definitivamente l’orante/scrivente e la sua raziocinante (follia) al dettato/dictact. Resterà la macchina comunicativa. <<Leggere un testo non è mai un esercizio erudito alla ricerca dei significati, ancor meno un esercizio altamente testuale in cerca di un significante, ma un uso produttivo della macchina letteraria, un montaggio di macchine desideranti, esercizio schizoide che libera del testo la sua potenza rivoluzionaria>> Deleuze-Guattari

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Fiato della lepre Sento Geminare videosistema Acqua tirante Prolettico Sussiego impiegabile.

+ -

(dâ&#x20AC;&#x2122;, sentire) (stagnina)

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mors ...... mentior Necrotica mente girare, sparpagliarsi, spararsi donna cannone… Pagliacci flauto lenti piangenti silenziosa mente rispettosi del muto applausoguardare di un pubblico non più or mai più giudicante, gaudente giudice inesistente. E allora non resta che……….. Non resta niente Va Tutto vorticosamente mente e continuamente mente sprofonda mentre tutto e oltre liscia il piano e striscia senza sosta silenziosamente slitta il senso di suoni senza più nessun senso dove anche il già detto si decompone sovrappone all’ancora non detto mai. ………..… vuoto dire............ Comunque qualcosa qualcosa che dia un senso unico ad un’ interrotta deviazione dal suo stesso essere(errore) stato già detto già mai............................................................................... .................... vecchio dire e sentire di un esperienza già stata or mai e forse or mai per sempre.

come se niente fosse già stato or mai or ora ora e per sempre. Illu(minare) all ora Illu(minare) ora Illu(minare) or mai non resta con cose già dette e vendute accettate affettate senza più il nuovo che non vuol dire più niente ormai che non può più dire niente mai il già detto è ascoltato già non com preso ripetuto magari nuova mente non compreso e come nuovo allora come rette parallele che mai si incontrano come triangolo ha tre lati come quadrato senza Uomo nel mezzo come Uomo senza cerchio come cerchio senza centro come Uomo senza Uomo come Uomo come mezzo ovvietà senza senso senza ovviare dal senso sindrome della vita irrorata da se stessa microbiotica (esi)s(t)enza di un sisma di suoni atoni afoni crittogrammi questi e altri tutti or mai e sempre splenderà il sole, non avendo alternative, sul niente di nuovo. Alba effimera di riflessi.

_(Alter3g0)_

Quando tutto ha il colore rosa e blu della nascita le cose iniziano piano piano a scomparire poi così poterle dire come una forma riacquistata per esperire alla perdita del già detto e già stato e del più non tornerà mai e del non sarà or mai più. Con tempo (ranea) mente a tutto ciò tutto gira come se niente fosse e forse è proprio niente

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Nu godz

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Salmo 02 - Divine estetica -

Sento il fiato della lepre Con sussiego geminato d’acqua Prolettico videosistema.

+ -

(il, con) (impiegabile)

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La canna del fucile a canne mozze, poggiata sulla spalla di Gheova, fa molto Natural Born Killers, e lui lo sa, eccome se lo sa. Gheova ha quattro occhi:i suoi, perennemente imbrigliati in una fitta rete di esplosioni capillari, e quelli dello spettatore virtuale. Agisce sempre, come se su di lui ci fosse perennemente l’obiettivo di una telecamera, come se la sua vita fosse un film, ogni suo gesto o parola deve essere ad effetto, e qualsiasi cosa faccia deve essere sempre e comunque buona la prima potenziale ripresa. Si perché nelle nostre occasionali sagre della morte, non c’è poi molto tempo per i secondi ciak, anzi non c’è affatto, tempo per i secondi ciak. Tutto era in presa diretta, audio, video ed effetti speciali. Il fatto è che il nostro Oliver Stone schizoide version, spesso e volentieri se la prende con noi, in particolare con il cupo maori “Per dio 8 , non puoi non avere una mimica facciale, tutti abbiamo una mimica facciale, anche i cani hanno una mimica facciale, TIRA FUORI QUESTA CAZZO DI MIMICA FACCIALE”. 8 non ha una faccia, 8 non ha neppure un viso o un volto, 8 ha, nella parte frontale del kranio, solo il quantitativo di pelle necessario a coprire le sue larghe ossa neozelandesi. Non un muscolo si contrae in alcuna occasione. Gioia, dolore, tristezza, o compassione sono emozioni che non solcano mai il suo volto o ciò che in lui ne fa le veci. Ho sempre pensato che in fondo la sua sia una situazione privilegiata: non rendere noti a nessuno mai i propri stati interiori, chiudere ogni contatto con l’esterno e far passare solo ciò che si vuole che passi, l’invulnerabilità della mente e, per voi che l’ avete, quella del cuore. 8 però, come tutti noi , un cuore non l’ha e se un tempo l’aveva, probabilmente l’aveva barattato in cambio di una infetta scopata o qualcosa dello stesso valore. Niente si muove dentro di lui, perché qualcosa dovrebbe affiorare all’esterno?????. Nel bel mezzo di una rapina/genocidio, però, si sa, non sta bene farsi i cazzi propri o comunque disinteressarsi troppo degli avvenimenti in corso, cosi il fido Da Dog pensa di ricordarmelo facendomi sibilare ad un millimetro dal naso un bel pezzo di piombo rovente e subito dopo guardandomi con una faccia di merda del tipo “Dai su sciocchino!

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Non sta bene, concentrati un po’ di più!” Stronzo! Per terra è sangue, le pareti sono solo pois rossi, anche Gheova è pois rossi. E’ ormai il settimo o l’ottavo colpo che noi 4 si porta a termine assieme, i nuovi DEI sono ormai la priorità numero uno, non della città, non della regione, ma dello stato. Siamo la più grossa spina nel culo dei maiali in giacca e cravatta, come i chiodi ai polsi di cristo, come le lance nel suo costato……….Cazzo!!! Secondo avvertimento di Da Dog stavolta sanguino, temo che la prossima palla si farà strada nel bel mezzo della mia tempia e ritrovo la concentrazione (o la perdo ????). Fuoco sui primi due che mi capitano a tiro, cassiera maggiorata con su la faccia un disastro di rossetto ombretto e scadentissimo mascara e grasso coordinatore bancario segretamente slave e rinomato molestatore, pensavano di vivere abbastanza a lungo per poter tirare il fatidico sospiro di sollievo. No, ora voi appartenete a noi, solo a noi e non siamo né soliti né propensi a lasciare i lavori a metà. E’ proprio questa nostra dedizione al lavoro la chiave della nostra imprendibilità. Nessuno può raccontare di averci visto in azione perché nessuno è in grado di usare la lingua per parlare dopo averci visto in azione, perché nessuno è vivo dopo averci visto in azione. Sillogismo perfetto o quasi. Questo invece è forse l’unico nostro difetto (professionalmente intendo ): il riflettere. Per la verità è un mio difetto, gli altri tre giovani macellai non pensano troppo e forse, per loro fortuna(?), non hanno raggiunto neanche un decimo della mia consapevolezza. Proprio cosi, sono consapevole, di cosa proprio non saprei dire. Probabilmente sono consapevole di essere un totale squilibrato, probabilmente lo sono di avere tra le mie innumerevoli vittime, la mia ormai putrescente coscienza, no, no, no aspetta ……sono consapevole di non essere consapevole. Socrate a parte, l’ecatombe volge ormai al termine, nessuna sirena in lontananza, nessun ciccio coglione che cerca di fare l’eroe per mostrare la medaglia al valore civile alla mogliettina tutta lividi e soprattutto, ribadisco, soprattutto, nessuna testimonianza del nostro passaggio, o meglio nessuna testimonianza viva del nostro passaggio. Non abbiamo impronte digitali, che cazzo, gli dei non possono essere schedati o etichettati, non abbiamo capelli o peli di alcuna sorta, sono solo campioni di dna a disposizione degli spazzini scientifici, le telecamere a circuito chiuso vengono letteralmente annullate insieme al metro quadro di muro a cui stanno inchiodate, dal sempre sorridente DD, giammai restio ad operazioni del genere, e , tutto ciò di organico che malauguratamente (per lui ) prende parte ad una delle nostre festicciole, terminati i balli scatenati e i vari giochi della bottiglia, di organico non ha più niente. Nuovi dei o Nu Godz come

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dice spesso 8all: nuovi poiché nessuno, in passato, ha mai raggiunto tale livello di efferatezza e magnificenza, dei, perché il nostro campo d’azione nulla ha a che fare con leggi, morali, etiche o dogmi cosiddetti umani. Più su, oltre, su un altro livello o su tutti i livelli. NU GODZ: ORA SI FA SUL SERIO.

Niente tutto niente ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------pensare eccessivamente può risultare estremamente dannoso.-----------pensare eccessivamente a ciò che si pensa in un dato istante può essere vortice da cui è difficile liberarsi------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------pensare eccessivamente a come liberarsi dal vortice scaturito dal pensare sul nostro pensare in un dato istante diviene rete dalle maglie di piombo----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------come mosche su ragnatela la nostra essenza immateriale si dimena sempre più generando mostri o semplici alter simmetrici ma opposti-----------------------------------------------------------------------------------dubbi dubbi dubbi----------------------------------noi no -------------------------------------------------------ora siamo autarchie in carne------------------------------------------------------------------------------------------siamo sistemi chiusi e ineccepibilmente completi--------invulnerabili e convinti d’esser esseri d’estetica sfavillante--------------------ogni gesto è la massima espressione di quello stesso, riscontrabile in natura e non--------------------------------- ogni gesto diviene “il gesto” e anche se non fosse, solo per la potenza con cui ogni nostra azione offende e sconquassa la norma, e la violenza con cui emerge dal banale, la causa dietro ad ogni effetto, sarebbe definibile opera d’arte-------------------------------------------------------------------------------------l’essere esteti applicato finalmente ad ogni aspetto della vita sino al punto in cui la bellezza di una vita divora il piattume di un' altra----------

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Untitled 01

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Trasudano amniotico Le mura Robert Suona ninna nanne solo per me Nero Caldo Melasso Rimbocca tele Che i ragni Tessono solo per me Vegeto Sistole Diastole Vado in dissolvenza Al ritmo Di me

Con il tirante fiato Sento, proleptico, Occhi di lepre Geminati In videosistemi Dâ&#x20AC;&#x2122;acqua.

+ (occhio, in) - (sussiego)

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Christmas card (Un essere di merda)

<<Via, via dall'insidioso fetore!>> Baudelaire KUB_ Mi sento cieco stanco vigoroso contraddittorio in bilico scisso distante da me solo puro bloccato potente in gabbia 3G0_ ... Un solitario senza folla... un eremita già solo dalla nascita... Dove sta la scelta KUB_ Si può scegliere di non scegliere? Esiste la non-scelta? 3G0_ sta al limite della scelta oltre la quale sta ancora la scelta, la reiterazione improponibile e irrinunciabile, ingiustificata, di sé... KUB_ Io scelgo di vivere, reiterando il respiro (cioè non mi uccido). Ma se mi suicido è sempre una scelta. 3G0_ Ma reiterando il respiro ti uccidi... è l'ovvio e non si può che scegliere l'indimostrabile... il suicidio non lo è, si dimostra... si mostra anche... si nostra per giunta... KUB_ Un animale sceglie? 3G0_ un animale è suo malgrado... non ponendosi neanche... è già posto... post-posto... è l'ovvio senza dubbio, è la risposta ad una domanda che non si pone... KUB_ Meglio essere risposte orfane di domande o domande orfane di risposta? 3G0_ ...è meglio essere orfani...il problema è che alla domanda si anticipa la fisiologia, la pesantezza della carne che impone il proprio moto e il proprio protrarsi... incondizionato, e in assoluto anticipo su qualunque domanda e inesorabile in seguito a qualunque risposta... KUB_ il fisiologico anticipa la scelta allora 3G0_ il fisiologico (il nostro cesso [de-cesso]) obbliga... la defecazione reiterata è obbligata alla nascita obliata... KUB_ sentire la puzza di merda è uno stratagemma per illudersi di alzarsi dal cesso, per aggirare la voglia di defecare

3G0_ Esattamente!... ogni volta in cui siamo... troppo spesso... dobbiamo solo cercare di cagare il meno possibile... per quello si dice nel linguaggio comune quando uno commette un errore “ti sei smerdato”... considera che ogni gesto è errore... KUB_ bisogna sviluppare una forma di stitichezza da contrapporre alla scaga... Se ci pensi la merda è segno di vita, nel senso che si sta bene, è la spazzatura dell'essere. Niente merda niente essere. I morti non cagano. 3G0_ Ma si sta bene in mezzo alla merda... bisogna stare stitici... un modo è il ...ancora non lo so... KUB_ ovviamente non si può tirare lo sciacquone... certo che dio è proprio uno stronzo... 3G0_ sarebbe dovuto esistere... così ci avrebbe salvato

Testo scritto via sms. Si ringrazia la Vodafone per le sue promozioni

Kuba Gervaso + _(Alter3g0)_

3G0_ ...Purtroppo la puzza della merda dell'essere è inodore e il cesso è l’essere stesso… dunque non ci si alza… KUB_ Ci cacchiamo addosso...

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Praeruptus Conosco il momento presuntuoso lo affermo. Nuovamente mi cerco. Mi chiamo. Chino il capo all'ennesimo attimo. Schiavo per un istante. Schiavo per una vita intera. Scivolo su sentieri già battuti autoconvincendomi di tracciarne di nuovi. Il vano del vano sentire mostra agli occhi il moto d'una trottola che non può che ripetersi senza percorso, in una giravolta che s'assimila all'immobile e si spera, nella lucidità quotidiana ritrovata sui comodini dalla fuga forzata dal nero notte, nella notte precedente alla vita, alla creazione, nell'attimo precedente al riordino insopportabile del caos, o si spera ancora, nelle elucubrazioni forzate dal dolore della carne, nel nulla mentale. Stride il suono della consapevolezza. Assorda. Assolve al quotidiano desiderare il desiderato. Si spera. Di tornare indietro. Ogni notte. Di arrivare a quel momento in cui tutto non era. Come un ragionamento che sfugge. Che rimbalza su gomma. Sconfitto reiteri le funzioni vitali. Al minimo. Per non comprometterti troppo. Per non esaltarti e spargere meno sangue possibile, accettando, impossibilitato a qualsiasi altra cosa, di rigirarti nel fango e sorseggiarne litri ad ogni inspirazione. Ci si muove, d'esempio adottando la sapienza della prostituzione, dandosi quel tanto che basta per sopravvivere, sorridendo se è il caso, addolorandosi delle pene del mercante di turno, se è il caso, mantenendo comunque quell'indifferenza fredda che permette di non essere divorato. Vendersi ogni giorno. Per ventiquattrore. Collabori con gli altri. Cerchi di fotterli. D'ingannarli. Sanno che sai. Sai che sanno che sai. Sanno che sai che sanno che sai. Sorridi sotto baffi invisibili. Vortici di non detto si srotolano su tappeti di accondiscendente ignavia. Replicanti in mezzo a replicanti. Pirata navighi in mezzo a oceani di solitudine. Solo tu e tempeste di niente che si abbattano. Niente tesori. Sfidando te stesso. Trovandoti carnefice del tuo pugnale. Agonizzante al suolo, stramazzato in una pozza di sangue che il corpo secerne come ambrosia da un anfora in cocci. Ammainate le bandiere non resta che la consapevolezza del cencio che si è, e ci si adopera al solo osservare, con un ghigno furbo che allontata da tutto, che si mostra, così, per quel che realmente è, una statua di ghiaccio sotto il sole del tempo, il passaggio, uno sciogliersi in putrefazione. Non ne resterà più nulla. Più niente. Solo il ricordo del tempo obbligato che fu. Uno spazio lasciato vuoto da ciò di cui nessuno sentirà la mancanza troppo preso dalla contemplazione di chi ora ha

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preso il suo posto. Identico. Così uguale che nessuno avrà notato il suo differire. Giorni di sicurezza esibita con vana determinazione. Pronta a sparpagliarsi sulla sabbia spazzata dal beffardo soffio del vento. Sabbia sulla sabbia. Chicco su chicco. Impercettibili molecole formano montagne di evidente disagio. Cumuli di cumuli che non fanno mucchio. I primi, passati, nella loro arroganza del gestogesticolare, verranno visti, da occhi che osservano dal trono vuoto di un dio che ha finalmente potuto abdicare su questo regno di assolutà banalità, come delle scimmiottature imbellettate di coscienza che per giungere ad un ramo lontano non s'accontentavano di saltare, ma hanno dovuto inventarsi carrucole, argani e progresso per credere di rendersi giustizia, rendere giustizia alla loro megalomania dell'atto. Solo nella sicurezza del proprio operato si può avere l'incoscienza di compiere alcunchè, nell'incapacità di annusare la falsità che sorregge la volontà di protrarsi, addirittura di progettare, pianificare, non sentendo il peso del vuoto, dell'assoluta mancanza di fondamenta d'assoluto. Ci si impegna. Ci si cimenta in affannose prove generali di vita. Non si può fare altrimenti, dicono. Credono. Non si accorgono. Il vacuo genera terrore. Non è contemplato. È inammissibile. Un tabù infrangibile che trova la sua millenaria solidità oramai collaudata. Nel tempo. Sovrastruttura retta da silente omertà che non accetta spioni. Nella Storia, sua concubina, pozzanghera in cui sangue e fango si amalgano dando vita al colore rosa dell'umanità. Nel frattempo si resta pensierosi ed erosi dal rimuginare un modo per riuscire ad evitarsi, dimenticarsi nel prima del ricordo, abbandonarsi, finalmente, lasciando questa cloaca al proprio autoalimento, alla propria coprofagia. Ci si chiama fuori ormai completamente inzaccherati di sudiciume esistenziale. Il puzzo di ciò che si è, o ci si arrende ad essere. Nauseante zavorra ti trascina a fondo. Lo sprofondare dimentico, unico giovamento alla sensibilità, al corpo, ci chiama fuori dal tempo. Non più si cade ma si è caduta, membrane punteiformi che trascinano, oltrepassandole, le catene spazio-temporali. Neanche dio fu mai così santo.

Kuba Geravso + _(Alter3g0)_

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Ă&#x2C6; spento in acqua Il sentire con. Sono videosistemi spenti Gli occhi Di lepre.

+ -

(spento, essere) (geminare)

Plan

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