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Redattore: Elisa Arnaudo Viceredattore e Grafico: Marika A. Bigoni Redazione: Giorgio Benedetti Lucia Calfapietra Mario De Lauso Davide Gaeta Emanuele Migliori Gianluca Paudice Valentina Stefanini Illustrazioni di: Marika A. Bigoni - 1째(foto)/2째/3째 di copertina, pag. 6-7 Lucia Calfapietra - inserto : cartoline dalla Francia Federica Catastini - inserto cartoline da Irlanda e Svezia Francesca Catalisano - pag. 10-11 Giulia Guerra - pag. 2-3 Misstendo - 4째 di copertina Marta Rossignoli - pag. 14-15 Foto pag. 9 e 13 per gentile concessione degli autori Contatti: jagozine@gmail.com Finito di stampare: Aprile 2014 Bologna


Ed ito r i a l e

Labor vincit omnia, cantava Virgilio nelle Georgiche, tra eroi agricoltori e panorami bucolici, quando ancora il concetto di lavoro non sembrava tanto utopico e irragiungibile come lo è oggi. Infatti, basta nominare il “lavoro” per rovinare l’umore alla maggior parte di noi studentelli; lo stesso malumore da cui fui colto quando i miei colleghi redattori mi annunciarono che il tema di questo numero sarebbe stato, appunto, questo. Quindi, cerchiamo di astrarre il più possibile allontanandoci da qualunque concetto ansiogeno che possa legarsi a questo tema – c’è tempo per il diazepam – e vediamolo sotto molteplici sfaccettature: il lavoro non è solo quella prestazione fisica remunerata, è anche un atto di autodeterminazione, una garanzia per la propria indipendenza, un importante contributo alla costruzione di un futuro sociale e talvolta il lavoro è pure semplicemente una gran scocciatura. Questa è la chiave di lettura per questo numero di Jagozine; a questo punto non è più difficile vederci dell’epico come faceva Virgilio, magari un po’ più attuale: con meno zappe e capre, e più scartoffie e segretarie gnocche.

Emanuele Migliori Presidente di UniLGBTQ unilgbtq@gmail.com

In questo numero Lavoro, sesso e lavoro sessuale: the naked anthropologist and sex work.................................................2 Tirocinio: opportunità a.k.a. sfruttamento.........................................................................................................6 Intervista a Federico Cimini............................................................................................................................................8 Promotori di tutto il mondo unitevi!1!1!!..........................................................................................................10 Emergency Exit il docutrip..........................................................................................................................................12 Transgenderismo e lavoro: tra discriminazione ed autodeterminazione..............................................14 Comunicato stampa di Atlantide..............................................................................................................................16 Inserto speciale cartoline dall’estero......................................................................................paginone centrale

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2 L a v o r o , sess o e l a v o r o sessu a l e : the naked anthropologist and sex work.

In che senso il sesso è lavoro? E in che senso nel sesso c’è del lavoro?

Mercato del sesso, prostituzione e lavoro. Regolamentazione, illegalità, migrazione, sfruttamento e traffico di esseri umani. Ma anche tutela dei diritti degli operatori sessuali, associazioni e finanche cooperative di lavoratori del sesso. Le realtà che costituiscono il panorama del cosiddetto sex work sono molteplici e variegate, sebbene spesso si tenda ad appiattirne la plurivocità in base a visioni stereotipate e riduttive. In Sex as work and Sex work, Laura Augustin, antropologa engaged che da porta avanti da anni ricerche su questo tema, ci presenta un’interessante riflessione sul lavoro sessuale, argomentando a favore del riconoscimento dello stesso come una vera e propria forma di lavoro. In che senso il sesso è lavoro? E in che senso nel sesso c’è del lavoro? When we say sex work nowadays the focus is immediately on commercial exchanges, but in this article I mean more than that and question our ability to distinguish clearly when sex involves work (as well as other things) and sex work (which involves all sorts of things). Most of the moral uproar surrounding prostitution and other forms of commercial sex asserts that the difference between good or virtuous sex and bad or harmful sex is obvious.

Augustin ci obbliga da subito a diffidare della presunta ovvietà della distinzione tra good e bad sex e a dubitare delle convinzioni, spesso ideologiche, che costituiscono il nostro modo di pensare (e giudicare) il lavoro sessuale (e il sesso). Quando il sesso implica lavoro e in che modo? E in che senso, nella nostra quotidianità, sesso e lavoro sono connessi? Aldilà dell’immaginario romantico, la vita relazionale di coppia comporta sempre un impegno, del lavoro, di cui il sesso è parte, arri-

vando a rappresentare in alcune situazioni una vera e propria forma di merce di scambio. Even when love is involved, people may use sex in the hope of getting something in return. They may or may not be fully conscious of such motives as: I will have sex with you because I love you even if I am not in the mood myself I will have sex with you hoping you will feel well disposed toward me afterwards and give me something I want I will have sex with you because if I don’t you are liable to be unpleasant to me, our children, or my friends, or withhold something we want

Laddove, al contrario, la persona non praticasse il sesso di cui sente il bisogno, la disponibilità economica può permettere di cercarlo altrove, rivolgendosi a qualcuno disposto a offrire una prestazione sessuale in cambio di denaro. E ciò, come sottolinea Augustin, è pratica diffusa e non esclusivamente maschile, sebbene la maggioranza dei clienti de* sex workers siano uomini. D’altro canto, i dati indicano che la scelta di pagare una persona per il sesso non consegue sempre dall’impossibilità di praticarlo con il partner, o di ritenerlo soddisfacente. Le ragioni per cui una persona si rivolge ad una/un sex worker sono varie e molteplici -come le prestazioni offerte- e per alcune persone dire “amo il/la mio/a partner” e “voglio far sesso con altre persone” non rappresenta una contraddizione. In quest’ottica, i servizi offerti dagli operatori del sesso, lungi dall’essere distruttivi, possono essere una risorsa per la coppia, assicurandone il mantenimento e quindi, più in generale, costituendo una forma di lavoro riproduttiva. If saving marriages is a value, then more than one sex worker believes her role helps prevent break-ups, or at least allows


spouses to blow off steam from difficult relationships.(…) In support of the idea that sex reproduces social life, one can say that people fortunate enough to experience satisfying sex feel fundamentally affirmed and renewed by it. In that sense, a worker providing sexual services does reproductive work.

Praticare questo lavoro implica peraltro una serie di attività che vanno ben oltre lo specifico atto sessuale, dal supporto morale ed emotivo alla compagnia, fino al prendersi cura dell’altro. Quando ciò produce un effetto benefico al ricevente, queste pratiche –retribuite o menocontribuiscono alla riproduzione di aspetti fondamentali della vita sociale. Decidere poi quale tipo di sesso è lavoro è un’impresa ardua, considerando la variabilità delle esperienze possibili; Augustin sostiene che la decisione in proposito spetta all’operatore stesso, ovvero si tratta di lavoro nel momento in cui la persona lo intende come tale. Ad ogni modo, il lavoro sessuale può essere a tutti gli effetti lavoro, e, nondimeno, un mestiere che implica specifiche competenze ed un livello di flessibilità ed interdipendenza tra le parti coinvolte non riscontrabile in altre situazioni professionali. Considerare questa attività come assolutamente altra rispetto alla vita “normale” non ci porta da nessuna parte, afferma l’antropologa. Nemmeno ci è d’aiuto alla comprensione scindere questo tipo di espressioni relazionali da quelle più tradizionali, come quella matrimoniale, sulla base di una presunta autoevidente specificità del lavoro sessuale, in base ad esempio ad un criterio di equanimità tra le parti (che nel sex work mancherebbe). La storia, ricorda Augustin, è ricca invece di esperienze diverse di relazionalità che testimoniano a favore dell’impossibilità di tracciare una netta linea di demarcazione tra sesso commerciale e non, ed il matrimonio borghese ne è un chiaro esempio. In sintesi, la realtà è estremamente variegata e complessa e negare a-priori le connessioni esistenti tra sesso e lavoro non solo pregiudica la possibilità di studiare un fenomeno esteso come il sex work, ma anche le stesse relazioni affettive che costituiscono la vita quotidiana delle persone. Da studiosa engaged, Augustin non propone un’analisi accademica del fenomeno, sebbene i riferimenti critici siano sempre chiari e presenti nel fluire della dissertazione. In particolare, la studiosa, che si autodefinisce una “lifelong

migrant”, porta avanti da sempre una serrata critica alla Rescue Industry (per un approfondimento, vedere Augustin, 2007 Sex at the Margins: Migration, Labour Markets and the Rescue Industry) che, a suo

modo di vedere, spesso congela nello status di vittime una serie di persone che invece non si percepiscono come tali. Si tratta di diverse categorie di persone migranti che accettano di lavorare in situazioni considerate degradanti, come ad esempio nel mondo del sesso, senza per questo ritenersi delle vittime ed anzi, coltivando in alcuni casi forme di autonomizzazione sconosciute nel Paese d’origine. Secondo Augustin, queste storie, anziché supportare la tesi del “femminismo fondamentalista”, contrario a qualsiasi forma di prostituzione, sono invece da studiare come forme di ristrutturazione delle relazioni di genere, le quali possono non manifestarsi nella forma di una vita professionale soddisfacente, ma che comunque modificano lo status di queste persone, fornendo loro maggior capacità agentiva. E’ necessario ricordare, con Augustin, che fare “cultural study”, come anche, possiamo aggiungere, ragionare in maniera adeguata su un tema come quello del lavoro sessuale, comporta una riflessione scevra da qualsiasi preconcetto che infici le nostre possibilità di porci domande quali: il sesso può essere lavoro? Quanto lavoro c’è nel sesso che facciamo tutti i giorni? E infine, perché l’esistenza di un mercato e di operatori del sesso ci disturba così tanto da negare la diffusione e la quotidianità di questo fenomeno come qualcosa che non ci riguarda? L’articolo di Laura Agustin Sex as Work and Sex Work si può trovare in versione completa sul sito della rivista The Jacobin a questo link: https://www.jacobinmag.com/2012/05/sex-as-work-andsex-work/ Augustin pubblica approfondimenti ed articoli sul suo blog http://www.lauraagustin.com/ di Elisa Arnaudo

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4 La prostituzione in Europa La prostituzione è legale e regolamentata dalla legge. L’esercizio di case chiuse è legale La prostituzione è legale e regolamentata dalla legge. Ma l’esercizio di case chiuse è illegale La prostituzione non è illegale ma non è regolamentata dalla legge. Le attività collaterali (gestione di case chiuse, sfruttamento e favoreggiamento) sono illegali. La prostituzione è illegale i clienti sono puniti dalla legge ma non le prostitute. La prostituzione è illegale le prostitute sono punite dalla legge.


A p e r i t i f n a ï f - p r e s e n ta : 16/04/2014 III° incontro • P r ese n t a z i o n e d e l n u o v o n ume r o d i J a g o . . . z i n e ( r i v i s t a d i U NIL G B T Q ) • V e r n i ss a ge d e l l e i l l us t r a z i o n i c h e a cc o mp a g n a n o g l i a r t i c o l i

Vi al e Carlo P e p ol i 6 2, au tos pa zio 2 .0

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Tir o c in io :

o ppo r tunità a .k .a . s f r utta mento I segreti più nascosti e scottanti del tirocinio, da sempre più croce che delizia di studenti e neolaureati ed allo stesso tempo così amato dalle istituzioni

Tutti gli studenti (universitari e non) conoscono il significato di questo termine: il Tirocinio è un’attività lavorativa di durata variabile, allo scopo di apprendimento e formazione. In ambito universitario esistono due tipi di tirocinio, curriculare (quasi sempre obbligatorio da piano di studi; da svolgere quindi all’interno di una laurea triennale e/o magistrale) e formativo, detto anche post-laurea (non obbligatorio). La principale differenza fra i due tipi di tirocinio è che il primo non è retribuito, mentre il secondo prevede da normativa (in Emilia-Romagna) un’indennità mensile minima di 450 euro e dovrebbe fungere da trampolino effettivo verso il mondo del lavoro. L’obiettivo principale di questo articolo è scoprire se questa esperienza lavorativa sia effettivamente utile ai giovani oppure no. Per far ciò, prenderemo in esame tutti i bug burocratici che lo caratterizzano. Per quanto riguarda il tirocinio curriculare, all’interno dell’Unibo (che prendiamo in esame per comodità) la modalità di attivazione del suddetto non è omogenea nelle diverse scuole, nonostante esista un applicativo online che funge da database e dovrebbe (in teoria) snellire l’iter burocratico. In alcune, come Lettere e Beni

Culturali, basta semplicemente contattare online le aziende convenzionate e ogni corso di studio prevede un Tutor Didattico di riferimento già assegnato. In altre scuole, come quella di Lingue o di Scienze della Formazione, è necessario compilare una “proposta di tirocinio” (o Modulo Obiettivi) ed aspettare che venga approvata dalla Commissione Tirocini, che si riunisce una volta al mese. Approvata la proposta, allo studente viene assegnato un Tutor Didattico. Il fatto di avere un Tutor personale dovrebbe garantire una reale supervisione dell’attività dello studente, ma in pratica tale ruolo si riduce ad una semplice firma sul Modulo Obiettivi. Questo iter più articolato dovrebbe servire a tutelare il lavoro dello studente presso l’azienda e a rendere l’attività di tirocinio più mirata. Spesso le aspettative degli studenti vengono deluse, nonostante l’impegno sulla carta della scuola relativo agli obiettivi formativi. Innumerevoli sono le testimonianze di chi, proveniente da qualsiasi scuola o corso di studio, finisce a fare delle fotocopie, a sistemare gli archivi delle aziende (che casualmente sono sempre in disordine all’arrivo dei tirocinanti) o a riordinare polverosi volumi che non vengono


consultati dalla preistoria; mentre nel modulo obiettivi vengono indicate attività come “gestione delle Public Relations con i clienti”, “organizzazione di eventi” e così via. Monica, una studentessa di Lingue e Letterature Straniere che ha svolto un tirocinio curriculare in una scuola di lingua, ci dice “Ho visto da fuori e a grandi linee come si gestisce una scuola e cosa devono fare gli insegnanti, anche a livello di amministrazione. Purtroppo però non ho avuto la possibilità di fare nulla in prima persona, e ho certamente parlato poco le lingue. Anche se il clima lavorativo era sereno, non ho avuto la possibilità di assistere da vicino alle lezioni o di fare qualcosa di concreto, se non attività di segreteria e di archivio. Non credo di aver sviluppato particolari competenze legate al mio corso di studi”. Paolo, laureato in Culture e Tecniche della Moda, ha svolto invece un tirocinio post-laurea , ci racconta:

“Ho passato due mesi a mandare richieste con l’applicativo online e la maggior parte delle aziende mi ha liquidato con delle banali scuse dicendo che non avevo svolto un percorso di studi consono oppure che non accettavano tirocinanti pagati. Ho trovato lavoro in una casa editrice ma ho svolto le stesse mansioni “da perditempo” che avevo svolto già prima (alla triennale) ma che non mi hanno garantito un ingresso effettivo nel mondo del lavoro, oltre ad impegnarmi 30 ore alla settimana.” Stando a questi dati, sembra che il tirocinio non sia un’attività così utile per lo studente, quanto lo è invece per le aziende che hanno la costante garanzia di un ricambio di persone che svolgono i lavori più “umili” gratuitamente. La riforma Fornero del mercato del lavoro del 2012 prevede una retribuzione per il tirocinio formativo, ma molte aziende con l’escamotage di accettare laureandi piuttosto che laureati, evitano di “sganciare la grana”. Non si riscontra perciò nessun interesse ad assumere dei veri lavoratori e l’attività di tirocinio viene considerata un mero sfruttamento della manodopera giovanile. Si viene a creare un circolo vizioso, nel quale studenti e laureati svolgono sempre le stesse attività, che, se da un lato fanno comodo all’azienda, dall’altro non hanno nessun tipo di valenza formativa per i tirocinanti. Alla fine di questo periodo di lavoro, ci si ritrova con un’esperienza in più da inserire nel curriculum che non viene però considerata da nessuno, anche se si ha avuto la fortuna, più unica che rara, di svolgere realmente un’attività consona al percorso di studi. Questo avviene a causa della pessima fama che si è creata attorno al concetto di tirocinio, in quanto la figura del tirocinante viene associata a quella di un passacarte senza competenze. E’ alquanto fuorviante che un’attività percepita come fondamentale dall’università italiana non serva quasi mai allo studente che la intraprende. Il tirocinio si configura così come un primo contatto con il mondo del lavoro che serve solo a dimostrare quanto sia difficile riuscire a lavorare nell’ambito per il quale si è studiato. Ha dunque senso continuare a promuovere questo tipo di attività formativa che di formativo in Italia non ha un bel niente, quando sappiamo bene che nel resto d’Europa le cose vanno diversamente? di Giorgio Benedetti

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Interv ista a : Fed erico C im in i

Federico è un giovane cantautore calabrese che ce la sta mettendo tutta per farsi le ossa. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo concept album “L’importanza di chiamarsi Michele”. Ma anche per capire come si muovono i primi passi nel mondo della musica.

Federico vuoi parlarci brevemente di te e del tuo concept album ?

“L’importanza di chiamarsi Michele” è un album che racconta l’avventura di un uomo che scappa di fronte ad un disagio per poi capire che, in realtà, è giusto che i problemi vengano affrontati almeno per contribuire alla loro risoluzione, soprattutto quando essi sono comuni e non personali. Da cantautore ho voluto rappresentare un disagio generazionale e contemporaneo; quello che proviene da una crisi generale che ci confonde le idee. Io non cerco di dare antidoti a tutto ciò, però credo che un ragazzo che decida di intraprendere il “mestiere” di artista debba prendersi anche le responsabilità di smuovere un po’ gli animi, nei limiti del possibile. Michele è un migrante, una figura ancora attuale purtroppo; pensi che molti della tua età possano riconoscersi in lui? Tu stesso lo trovi in qualche modo autobiografico?

Credo che sia facile rivedersi in lui,al giorno d’oggi la sua situazione è molto comune: io stesso dalla mia Calabria mi sono trasferito a Bologna, anch’io sono un migrante così come lo sono molti ragazzi che abbandonano la propria terra, spesso per andare all’estero. Ecco, non so se ci siano persone che possano rivedersi in questa storia, ma di certo io so di rivedere una moltitudine di persone in essa. L’album sicuramente nasconde qualcosa di autobiografico; ho preso ispirazione da una

storia vera e da un personaggio reale, ed ho voluto utilizzarlo anche come maschera per manifestare lo straniamento verso un mondo dal quale attualmente, non mi sento rappresentato. Come ti avevo accennato, questo numero di Jago…zine è incentrato sul lavoro, perciò parliamo un po’ del tuo “mestiere”, quanto ti ha aiutato la tua etichetta?

Sono molto indipendente in ciò che faccio. Da quando sono sotto etichetta il piacere di scrivere una canzone è diventato anche “possibilità” di poter diffondere il mio messaggio ad un sacco di gente, quindi cerco di approfittare al meglio della situazione. MkRecords è costituita da ragazzi che credono in me e che mi danno la possibilità di concentrarmi al meglio sul mio lavoro e mi aiutano a diffonderlo. Il loro aiuto è fondamentale e sono contento di essere stato accettato in una famiglia così bella. Sono in tour dal 31 maggio 2013 e ce ne saranno ancora delle belle: sto vivendo delle esperienze fantastiche. Possiamo quindi dire che quindi anche se hai un’etichetta alla quale ti appoggi resti in qualche modo un freelance, con controllo e piena responsabilità delle tue scelte ? Questo ti spaventa o al contrario ti elettrizza e ti fa sentire soddisfatto?

Anche se ho firmato un contrattoche mi lega economicamente alla mia casa discografica, sono libero di intraprendere le mie scelte stilistiche e personali, mi sento totalmente indipendente. Tutto questo mi soddisfa appieno.


inse rto centrale ritagliabile


“Sono laureato”, ripetevo dentro di me. “Sono laureato”, continuavo a ripetermi grattando la teglia incrostata di sugo in un Hotel di lusso. Qualche tonnellata di piatti dopo, ho cominciato a vederci più chiaro. Superato lo shock del “sono una persona colta, non dovrei star qui a lavare piatti”, ho cominciato a ragionare più lucidamente sui benefici della mia insolita posizione. Breve riassunto delle puntate precedenti: Dottore Magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale, mosso da incontenibile urgenza di cambiare aria, si trasferisce in Svezia in cerca di fortuna. Il suo cavallo di battaglia: “Sono italiano, conosco molto bene l’inglese e sono disposto a tutto pur di lavorare”. La risposta però era sempre la stessa “Rallegramenti, qui tutti sanno l’inglese e son disposti a tutto, sai anche lo svedese?”. Tempi duri per il Dottore Magistrale. Serviva fortuna, ed arrivò: solo non quella sperata. ‘Lavapiatti’ temporaneo ma egregiamente pagato. Il Dottore Magistrale accetta. Così arriviamo dove ci eravamo fermati, tra un lavaggio ed un altro, finalmente ragionavo con più obiettività sulla mia situazione. “Sono in un paese straniero, ricco, diversissimo da quello in cui sono cresciuto e dove la conoscenza dell’inglese è convenzionale”. Ci è voluto un pò ma, proprio nel momento più intenso della serata di lavoro, inondato di piatti, son giunto alla conclusione che ero fortunato a trovarmi lì. La teglia che prima guardavo con disprezzo (e rammarico) ora aveva sembianze totalmente diverse: un’opportunità, una storia da raccontare, una fetta di esperienza, un lavoro. Ecco appunto, un lavoro. Per giunta l’ultimo che avrei mai pensato di poter fare una volta conclusi gli studi. A chi mi chiede se mi comporterei allo stesso modo facendo un lavoro simile in Italia rispondo con una provocazione: le condizioni di lavoro e il suo valore sono le stesse? Buona riflessione…

Ciao, sono Mario, 29 anni e una Laurea in Filosofia. Programmo il mio viaggio in Irlanda dal 2012 quando ho deciso che dopo la laurea sarei andato a fare un’esperienza all’estero per migliorare la lingua, ottenere un certificato e provare cercare un master lì per potermi specializzare… ovviamente conscio che non avrei potuto solo studiare, ma avrei dovuto lavorare per mantenermi. Il 18 Ottobre 2013 alle otto di mattina sono atterrato a Dublino senza alcuna “valigia di cartone”, ma con la consapevolezza che ogni singola conquista sarebbe stata faticosa. Primo ostacolo è stata la lingua: nonostante un corso di inglese seguito l’anno precedente, il primo mese è stato come vivere in un’altra dimensione, specialmente passando i primi quindici giorni in giro per ostelli (di cui uno con annessa pizzeria), e cercando al contempo casa. Situazione tragicomica che però è servita ad “assaggiare” la situazione che si vive attualmente a Dublino, città medio-piccola, ma con un ritmo da grande città. Il secondo ostacolo è stato trovare un lavoro a cui il livello d’ inglese mi permettesse di accedere e studiare allo stesso tempo...per questo c’è una concorrenza spietata per fare il lavapiatti o il cleaner! Ho iniziato a cercare lavoro da metà Ottobre, quando l’inglese era ancora zoppicante e a malapena sono riuscito a fare tre colloqui. Adesso mi sono deciso per un’altra via, che credo essere la migliore, il ragazzo alla pari. In generale, sono riuscito ad ambientarmi abbastanza velocemente in città cosa non difficile davvero vista la mole di stranieri, ho anche fatto molte amicizie anche se, essendo Dublino sostanzialmente città di passaggio, non sai mai per quanto le persone resteranno. I famosi “Dubliner” sono persone interessanti, forse strane, specchio di quello che “Celtic Tiger” ha creato e poi distrutto nel giro di pochi anni.

Davide Gaeta 14 Strömgatan Stockholm (Sverige)

Mario de Lauso 34 Rotary Street Dublin (Eire)

inserto centrale ritaglia bile


Quando mi si è prospettata la possibilità di trasferirmi a Nantes per lavoro, continuavo a ripetermi che stavo solo andando a vedere com’era, a tornare indietro avrei sempre fatto a tempo... vero solo in teoria. Un passo indietro. Laureata in filosofia, una moltitudine di impieghi dai sedici anni, il sogno di lavorare nell’editoria. Prima di partire, di lavori ne facevo tre: cassiera part-time in un negozio Maisons du Monde, collaboratrice esterna co.co.pro. alla Zanichelli, occasionalmente babysitter/ aiuto compiti. Il che voleva dire lavorare 7 giorni su 7, riuscendo a mala pena a sbarcare il lunario. Ah, in tutto questo avevo vinto anche un dottorato senza borsa. Così, quando a un certo punto la multinazionale brutta e cattiva mi ha offerto un posto appetibile presso la sede sociale, non ho potuto dire di no. Perché, prima di tutto, voleva dire avere un lavoro solo, finalmente. Con un contratto vero, finalmente. Pazienza quindi, se non aveva nulla a che vedere con le velleità culturali che hanno sempre ammantato la mia idea di futuro professionale. Un passo avanti. Ho scoperto, con grande sorpresa, che mi trovo piuttosto a mio agio anche in un’azienda il cui scopo non è la promozione culturale. Ho imparato a esprimere qualità che non pensavo di avere e ad apprezzare il fatto di avere un lavoro spendibile poi anche altrove. Sto imparando a vivere in una città che fa della civiltà e dell’ecosostenibilità un valore. Adesso non potrei tornare indietro, non solo perché sto bene qui, ma anche perché significherebbe ricominciare a lottare per i minimi sindacali. In futuro spero che tutti noi, italiani scappati, corsi dietro alla carota dello stipendio, potremo tornare indietro, se lo desideriamo, oppure restare. Per scelta, e non perché “non potevo proprio non andare”.

Mi chiamo Lucia e sono nata a Ravenna, sono cresciuta circondata dall’arte, come capita un po’ a tutti nel nostro ridente paese. L’amore per l’arte mi ha spinta a laurearmi prima all’Isia di Urbino in Grafica e poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna in Illustrazione per l’Editoria. Al momento studio editoria per l’infanzia a Parigi, lavoro per un agenzia facendo resoconti pubblicitari delle riviste quando riesco sono un’illustratrice freelance e organizzo atelier d’arte per bambini. Purtroppo svolgo molti lavori perché la vita a Parigi è molto cara ed io non ho ancora un “lavoro vero”, per questo motivo vivo in periferia per pagare un affitto più contenuto ed ogni giorno sono costretta a passare un ora e rotti su mezzi per arrivare a destinazione. Anche se la mia casa non è in centro sono comunque contenta, ho un piccolo giardino con un laghetto con i pesci rossi e quando sono triste mi basta guardarlo, un’altra cosa che amo fare quando ho tempo è camminare lungo il fiume vicino casa e respirare aria fresca. Sono fiduciosa per il futuro e penso che non bisogna mai abbattersi ma è necessario cogliere il meglio da ciò che si ottiene..

Valentina Stefanini 109 Rue Émile Zola Nantes (France)

Lucia Calfapietra 30 Rue de Marat Bagnolet (France)

inse rto centrale ritagliabile


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Quali sono i consigli o le dritte che daresti a un giovane con la tua stessa vocazione per la musica?

Non credo di avere ricette o soluzioni per qualcuno, così come non mi piace “giudicare”: io sin dall’inizio ho creduto nelle mie scelte e sono stato consapevole del fatto che intraprendere il percorso musicale sia un bell’impegno fatto di passione, sacrifici, investimenti e voglia di emergere. Detto questo, sono comunque un giovane cantautore al primo album, non so quanto possa valere il mio parere a riguardo, ma se qualche “folle” volesse seguire un percorso simile, posso dire che, alla fine, puoi sentirti di certo in pace con te stesso. Grazie per l’intervista Federico, ti salutiamo e speriamo di averti nuovamente come ospite di Jago.

di Marika A. Bigoni

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10 Pr o motori di tuttoil Un itevi!1!1!!

mon do,

Ormai una delle poche opportunità lavorative per i giovani è quella di fare il Promoter. Ma si tratta davvero di un’opportunità?

Il lavoro del promoter riguarda l’eccitamento, il muovere l’altrui animo a favore di qualcosa di meraviglioso: cremine fatte coi sali del Mar Caspio, cuscini in piuma di quaglia, poltrone di pelle di bimbo del Burundi, robot da cucina e vibratori per la perfetta casalinga, o vattelapesca. Quelli che ti fanno i colloqui ti dicono che per riuscire in questo lavoro devi avere le tre P (Productivity, Proactivity and Pocochoosysennòtiappendi), devi avere tanta self-faith e creare un patto cognitivoemozionale konlagggente. I markettingari più esperti sponsorizzano corsi ad hoc di tecniche avanzate di Bollocks Bombing, e i più informati analisti politici sostengono che proprio queste tecniche costituiranno la base epistemologica dei progetti formativi del «Jobs Act» . In pratica, sei come uno schiavo di una piantagione di cotone in Mississippi nell’Ottocento: paga a provvigioni, zero contributi, indennità o ferie, contratti di collaborazione con agenzie interinali che magari dichiarano fallimento dopo quattro mesi e manco ti pagano. Il vostro affezionato inviato è andato in cerca di persone disposte a raccontare le proprie

esperienze in questo mondo, scegliendo per voi quelle di Chiara e Davide. Chiara - 27 anni, pugliese, da due anni a Bologna, convive con Eugenio Ciao Chiara, raccontaci il tuo percorso formativo e lavorativo:

Sono laureata in Scienze del Servizio Sociale con specializzazione in progettazione sociale, sono iscritta all’albo e ho fatto qualche pubblicazione. Durante l’università lavoravo in nero in una pasticceria, poi ho fatto il servizio civile e visto che non trovavo nulla ho deciso di venire a Bologna, dove c’era il mio ragazzo e dove pensavo di trovare più opportunità. E invece?

Ho fatto decine di concorsi e spedito centinaia di CV nel mio ambito, ma il sociale è uno dei settori più in crisi e le cooperative licenziano perché ci sono sempre meno fondi pubblici. Quindi ho cercato anche in altri ambiti, e le uniche porte che si sono aperte sono per lavori da promoter. E come è andata?


Nel primo dovevo fermare le persone e proporre loro delle tariffe alternative per un gestore di telefonia e internet. Tutte le mattine mi alzavo, andavo in sede a fare un balletto motivazionale e sentire i risultati dei vari team e ci smistavano nei centri commerciali. Si guadagnava dai 300 ai 700 euro al mese per sei giorni pieni di lavoro. Da un anno invece lavoro per un’azienda di arredamenti, sempre nei centri commerciali, e da qualche mese coordino il mio team, faccio turni meno lunghi ma porto a casa sempre 500/600 euro, con un contratto di collaborazione “porta a porta”. Cosa significa per una ragazza della tua età fare un lavoro di questo tipo?

Vuol dire vivere nell’instabilità, non poter progettare il futuro mio o quello di coppia, dover far affidamento -e quindi un po’ dipendere- dal mio ragazzo che ha uno stipendio più alto, come molti miei coetanei dipendono ancora dai genitori. Come ti senti quando pensi al tuo presente?

Mi sento un po’ depressa, non realizzata, perché quello che faccio non mi porta da nessuna parte, spesso non ho neanche voglia di accendere il Pc e cercare sui siti di annunci. La sera quando torno a casa se non ho preso abbastanza contatti sono di cattivo umore, anche se esco o sto con Eugenio non riesco a distrarmi, a staccare completamente la spina. Hai fiducia nella politica?

Assolutamente no, quando ero all’università ho avuto esperienze di militanza in un partito di sinistra, ma adesso sono completamente disillusa, politica e società sono su due pianeti diversi. Davide - 43 anni, nato e residente nel bolognese, separato con 3 figli. Ciao Davide, dicci qualcosa di te e della tua esperienza lavorativa

Ho iniziato come geometra da libero professionista a 20 anni; dopo Tangentopoli ho fatto il promotore finanziario per alcuni anni e poi ho iniziato nel settore dell’edilizia, aprendo agenzie immobiliari e un’impresa di servizi con alcuni soci, arrivando a dare lavoro a 6070 dipendenti; poi mi sono messo in proprio come costruttore, con diverse società. Insomma guadagnavo bene, per intenderci fino al 2009 le mie dichiarazioni dei redditi (quelle ufficiali) andavano dagli 80.000 ai 130.000 euro.

50% del credito, i mutui sono diventati inaccessibili, le persone hanno smesso di comprare e le mie aziende sono crollate; in pratica oggi non ho più un reddito. Adesso cosa fai?

Adesso sono un ex imprenditore precario che lavora in nero come promoter per tirar su qualche soldo. In che senso?

La mia figura professionale non è spendibile nel mercato a quanto pare, e sebbene abbia cercato molto l’unica opportunità che mi si è presentata è lavorare da promoter nell’ambito commerciale, per una piccola azienda che si occupa di materiali di finitura in ambito immobiliare; faccio un lavoro in nero che in genere fanno gli studenti: fermo le persone, prendo appuntamenti… E come è cambiata la tua vita in questi anni?

Ti dico senza troppi filtri che è come se la mia autostima fosse andata a sbattere contro un autotreno, che oggi comprendo (anche se non ci ho mai pensato personalmente) tutte quelle persone che sono arrivate a gesti estremi come il suicidio. Ero abituato a creare lavoro, a essere operativo; giravo su automobili che costavano dai 50.000 euro in su, oggi spesso vado in autobus per raggiungere fiere e centri commerciali dove qualcuno mi dice cosa fare, come e quando. Ci sono stati anche cambiamenti positivi: passo molto più tempo con i miei figli, sto recuperando dei pezzi della loro crescita che mi ero perso per strada, ho ripreso rapporti personali e interessi che avevo un po’ trascurato, perché lavoravo 12 ore al giorno. Come ti vedi nei prossimi dieci anni?

Un mio ex socio più grande di me diceva sempre che Venezia è triste quando piove, si dice da anni ormai che la fine della crisi è vicina, ma le prospettive in Italia non sembrano rosee. Hai fiducia nella politica?

No. Ho votato quasi sempre a destra nella mia vita, in questo momento però non penso che andrei a votare. di Gianluca Paudice

E poi?

In sostanza dopo il fallimento della Lehmann Brothers le banche hanno smesso di far circolare denaro, chiedendo ai privati di rientrare del

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12 P E me r ge n cy e x i t : i l Docu-trip Parliamo di Emergency Exit, il documentario cinematografico della giovane regista Brunella Filì, incentrato sul tema attualissimo della fuga degli italiani all’estero in cerca di un impiego.

Emergency Exit è un progetto nato come documentario o meglio un docu-trip ideato e realizzato dalla giovane regista Brunella Filì, il cui tema centrale è la fuga di giovani dall’Italia verso i paesi in grado di offrire non solo un lavoro, ma il giusto inquadramento e soprattutto uno stipendio degno di essere chiamato tale. Il documentario, già vincitore del bando indetto dalla regione Puglia nel 2012 “Principi Attivi”(che permetterà di ampliare il progetto in una piattaforma cross mediale), è stato selezionato agli Italian Doc Screenings 2012, al Madrid International Film Festival 2014 nella sezione Miglior Film Straniero e Miglior regista emergente e infine al Festival del Cinema Europeo 2014 di Lecce, dove sarà proiettato in anteprima nazionale il 1 maggio. Brunella, giovanissima regista, ma che ha già alle spalle un curriculum di tutto rispetto, ci spiega quindi che “il documentario nasce dall’esigenza sociale di recuperare un contatto con queste voci lontane, ricercare, narrare e far conoscere le loro storie di ordinaria separazione, attraverso un canale comunicativo moderno e dal linguaggio vivace come quello di un docutrip, che intrattiene e allo stesso tempo informa e osserva la realtà”. Alcune delle domande che la giovane regista si era posta, prima di iniziare sono: “Ma davvero l’erba del vicino è la più verde?”e “Cosa sta succedendo al nostro paese?”. A giudicare dalle interviste raccolte all’interno del docu-trip, pare che fuori dall’Italia esista la possibilità reale di lavorare in ambienti dove la civiltà e di conseguenza le retribuzioni sono d’obbligo. Il documentario è basato sull’intervista ad una serie di ragazzi che sono stati costretti a lasciare l’Italia per arrivare ad avere un tenore di vita dignitoso. Le interviste ai ragazzi sono il risultato di lungo un viaggio in sei città differenti : Londra, Parigi, New York,

Vienna, Bergen e Tenerife e tra queste figurano anche delle partecipazioni speciali di Daniele Silvestri e Bill Emmot (Former Director of ‘The Economist’ -Co-author of Girlfriend in a Coma). E’ di pochi giorni fa la notizia che in Germania il Ministero del Lavoro sta varando una nuova legge, che fisserà una retribuzione minima oraria per il lavoratori tedeschi di 8,50 euro circa l’ora. Contemporaneamente in Italia, Renzi, ha promesso 50 euro mensili in più nella busta paga dei dipendenti escludendo di fatto i freelance e tutti i lavoratori con contratti atipici. Siamo testimoni del fatto che in Italia la situazione è ormai al limite del grottesco, esiste un fortissimo divario tra lavoratori dipendenti con un contratto e lavoratori con contratti atipici. Più che parlare di lavoro retribuito nel secondo caso presto parleremo tranquillamente di schiavitù (intensa non come diritto di vita e morte, ma come possibilità di sfruttare lavoro

Di seguito citiamo alcuni dei dati che hanno spinto Brunella a documentare la diaspora dei giovani Italiani all’estero: • La disoccupazione giovanile in Italia arriva oltre il 36%; un giovane su tre è senza lavoro. (dati ISTAT 2012). • Il 50% dei laureati al primo impiego in Italia risulta sotto inquadrato (dati CENSIS 2011). • L’Italia ha gli stipendi medi più bassi d’Europa (dati ISTAT 2012). • Oltre 100.000 giovani italiani (under 40) sono andati a vivere all’estero dal 2010, il 70% sono laureati. (dati CENSIS 2013). • Oltre 27.000 partono ogni anno, secondo dati ufficiali AIRE (quindi solo residenti, non calcolando i non registrati, che sono almeno il doppio).


senza compenso o fornendone uno utile al sostentamento minimo dell’individuo). Questa tendenza è in crescita e se da principio la richiesta di lavoro quasi gratis interessava soprattutto i così detti mestieri creativi, ( vi ricordate la campagna, per altro molto recente “#coglione No”???), adesso interessa anche mestieri come l’addetto alle vendite: quanti cartelli nei negozi del centro di qualsiasi città italiana dicono: “Cercasi stagista 30 ore settimanali 400 euro mensili”? Bene, per la nostra definizione sopra si tratta di schiavitù! Ma “Emergency Exit” non è solo un docutrip. Avendo vinto il bando del 2012 della regione Puglia “Principi Attivi”, a partire dal lungometraggio il progetto darà vita ad una piattaforma cross mediale e ad una serie di video in 10 episodi di 15 minuti, ognuno contenente la storia e l’esperienza professionale di un giovane italiano all’estero. Proprio per la pessima situazione dei lavoratori in Italia è importantissimo che alcuni giovani autori, come appunto Brunella, si impegnino a puntare un faro sul lavoro giovanile tramite delle opere di qualità, su un problema così grande che influenza la vita di milioni di persone. Speriamo infatti nella realizzazione di molti progetti che trattino temi di attualità come “Emergency Exit”, che siano in grado di alimentare quella rabbia costruttiva, che non permette di prendere piede alla rassegnazione, al fatto che i nostri diritti ad una vita dignitosa non sono più auspicabili perché la situazione generale ci costringe ad accontentarci. di Marika A. Bigoni

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T r a n sge n d e r i sm o e l a v o r o : f ra di s c r iminazione ed autodeterminazione

Nell’Italia della crisi, razzista e omofoba in pieno stile fascista, quanto è difficile per una persona Transgender trovare lavoro? Scopritelo insieme a noi.

Sappiamo tutti molto bene quanto oggi la situazione lavorativa in Italia sia problematica . La crisi ha comportato una maggiore difficoltà nel trovare lavoro, soprattutto per i giovani. All’interno del mondo LGBTQ la ricerca di occupazione è da sempre difficoltosa a causa delle discriminazioni, anche quando la situazione economica era più rosea. A risentirne sono in particolare le persone Transgender cui non è garantito un posto di lavoro e le cui possibilità in questo senso sono decisamente limitate. In Italia ci sono pochissime realtà che supportano * Transgender in questo ed una di queste è il MIT (Movimento Identità Transessuale) di Bologna, che sostiene le persone Transgender anche in campo lavorativo. Per comprendere meglio questa situazione, abbiamo deciso di intervistare una ragazza Transgender del MIT. Ciao, grazie per essere qui a parlare con noi. Potresti presentarti brevemente ai nostri lettori?

Sono Veronika, ragazza Transgender di 31 anni e vengo dalla Puglia. Sono arrivata a Bologna circa un anno fa ma abito in Emilia da quasi 5 anni. Di recente sono stata presa in carico dal MIT e sto svolgendo un tirocinio come segretaria. Ho il diploma da operatore turistico, di conseguenza ho lavorato come operatrice nei villaggi turistici per qualche anno ma sempre con delle riserve,

con limitazioni da rispettare, e ciò mi ha sempre infastidito. Non mi pare giusto scendere a compromessi per poter ottenere un posto di lavoro. Puoi spiegarci che tipo di compromessi?

Il tutto è legato alla mia identità. Purtroppo la figura della persona Transgender è connotata da una pesante etichetta. Difatti, per molti, essere trans significa essere “facile”, connessa in qualche modo al mondo della prostituzione. Infatti, per molte trans l’unica strada è quella della prostituzione. Molti datori di lavoro o colleghi mi hanno richiesto prestazioni sessuali in cambio della mia assunzione. Questa cosa è abbastanza degradante, soprattutto se consideriamo che spesso il tipo di discriminazione sul lavoro che subiscono le trans è una versione più estesa di quello che accade alle donne biologiche, spesso vittime di molestie verbali o fisiche sul luogo di lavoro. Perché è difficile trovare lavoro per una persona Transgender? Come mai venite discriminat*, secondo te?

Ad oggi cercare lavoro è diventato un’impresa per tutti. E’ un lavoro cercare lavoro, perché richiede tantissimo impegno e un dispendio notevole di energie. Uno dei problemi principali per le persone Transgender è che ci sono an-


cora tantissimi tabù dovuti all’ignoranza; molte persone non conoscono nemmeno la differenza fra transgenderismo e travestitismo. C’è una grande paura di assumere persone transgender, di mostrare al mondo una certa apertura, che secondo la maggioranza manderebbe un messaggio sbagliato. In generale, i datori di lavoro hanno paura di affermare “per me non ci sono problemi, ti rispetto per ciò che sei”. In qualche modo è come se assumere una trans andasse a sporcare quell’immagine che un po’ tutti ci costruiamo, alcune di noi trans in particolare costruiamo questa immagine attraverso la chirurgia. Gli esseri umani sono molto legati all’immagine che danno di loro stessi, poiché essa si riflette anche nel giudizio degli altri. Pensi che ci sia più discriminazione verso le persone transgender rispetto alle persone gay e lesbiche?

Senza dubbio per i gay e le lesbiche la situazione è più agevole, poiché non necessariamente devono fare coming out e manifestare la loro identità. Per le persone Transgender invece questa identità è palesata fisicamente, e siccome l’immagine è molto importante, questa problematica, legata agli stereotipi ancora presenti nella società italiana, è ancora più forte per noi. Questi stereotipi derivano dalla concezione generale dell’uomo e della donna: la persona in transito spesso non viene compresa poiché non rientra in queste due categorie. Non c’è possibilità di potersi mettere in gioco, spesso nemmeno di potersi esprimere. Io sono molto consapevole dei miei limiti e delle mie risorse, ma ci sono persone di un certo spessore che hanno studiato tantissimo e si battono per la causa, per le quali i riconoscimenti sono pari a zero.

persone Transgender che cercano di crearsi un lavoro. Ci vuole anche un po’ di fantasia e di inventiva, di spirito nel fare le cose; capacità di reinventarsi. Un uomo e donna possono essere imprenditori, perché un* trans no? Spesso noi trans a livello collettivo diamo il potere agli altri di identificarci solo nella dimensione sessuale. La maggior parte del potere viene però data da noi. Se smettessimo di scendere a compromessi e iniziassimo a far valere i nostri diritti, piano piano potremmo arrivare a costruire qualcosa. E’ infatti difficile immaginare un’apertura del mondo a 360° gradi se non si parte da sé. . Ti senti di aggiungere qualcosa, di mandare un messaggio?

Mi sento di dire questo: cercare dentro di sé l’autodeterminazione. Una persona determinata e consapevole delle proprie risorse e dei propri limiti può sempre attingere a qualcosa. Mi piace usare questa frase “è meglio occuparsi che preoccuparsi”. Trovare un lavoro in Italia è difficile per tutti e anche se i dati dicono che c’è una reale difficoltà nel trovare lavoro legata allo stereotipo, credo che se una persona si assumesse la responsabilità di ciò che è e di ciò che si sente, potrebbe sfuggire a questo luogo comune. E’ molto difficile, ma ogni persona merita qualcosa dalla vita e con le proprie fatiche può anche conquistarsi un posto nel mondo. di Giorgio Benedetti

Secondo te questo tipo di discriminazione persiste anche quando una persona ha completato il transito oppure no?

Purtroppo sì. Anche se si completa il transito e si ottiene il riconoscimento pubblico tramite i documenti, la discriminazione spesso continua. Premettendo che non è un intervento o un documento che ti rende uomo o donna, c’è poca consapevolezza del fatto che si è comunque nati con un sesso biologico, dato di fatto che nessun documento potrà mai cancellare. Anche se tramite la chirurgia questa cosa può essere cambiata, rimane sempre una traccia anche se solo all’interno di noi. Molte situazioni sono comunque soggettive e dipendono da cosa è capace di esprimere l’individuo. Identità di genere e sesso biologico non sono la stessa cosa. Come pensi che si potrebbe risolvere questa situazione?

Personalmente credo che più che risolverla questa questione bisognerebbe farla conoscere, c’è bisogno di sensibilizzazione. Mi piacerebbe molto creare una cooperativa gestita da

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16 C o mu n i c a t o s t a mp a di

Atl a nti d e

Atlantide è uno spazio comune, non (del) Comune Atlantide resta dov’è! Atlantide è la sede di gruppi femministi, lesbici, gay, queer e punk dal 1998. Sono questi stessi gruppi che da allora hanno vissuto, fatto vivere e aperto alla città il cassero di Porta Santo Stefano, promuovendo libertà e autonomia per le donne, visibilità politica e (auto)organizzazione femminista e lgbtiq, autoproduzione e distribuzione culturale indipendente, socialità non mercificata. L’1 aprile, sulle sponde di Atlantide, è stato rinvenuto uno sgradevole pesce d’aprile e purtroppo non è affatto uno scherzo. Comune e Quartiere, attraverso una lettera, già anonimamente annunciata a mezzo stampa, ci intimano di andarcene entro quindici giorni, dopo quindici anni di vita in quel posto. Si tratta, in realtà, di uno scarno mandato politico per lo sgombero che sarà un reparto antisommossa ad eseguire. “In difetto della riconsegna dell’immobile entro i suddetti termini - recita infatti il pesce d’aprile - sarà emesso a vostro carico ai sensi degli artt. 823 e ss. del c.c. ordine in via di autotutela di immediato sgombero”. Si tratta dello stesso articolo del codice utilizzato anche per i beni confiscati alla mafia, la cui finalità è quella di reintegrare la collettività nel godimento di un bene. Eppure, Atlantide è già da sempre un bene collettivo. Non solo stanno di fatto riducendo la nostra (r)esistenza a un problema di “ordine pubblico”, ma attraverso la retorica formale della legalità tentano persino di toglierci le parole per definirci. Insieme al danno, del resto, arriva sempre la beffa. Quando Atlantide è entrata nel Cassero di Porta Santo Stefano nel 1997, il piano terra era vuoto e inutilizzato da diversi anni. Fino al 1993 c’era la sede di una storica sezione del PSI, la sezione “Bentini”, inaugurata nel 1945 da Francesco Zanardi. Ma non si è trattato di “riqualificazione”, bensì di riappropriazione diretta, attraverso la pratica dell’occupazione. Atlantide non ha alcun debito, nè materiale nè simbolico, con il Comune, nè con altri tipi di istituzione. Non abbiamo mai ricevuto né richiesto finanziamenti pubblici, né privati. Al contrario, abbiamo utilizzato la nostra sede per finanziare altri progetti sociali, culturali e politici in cui credevamo. Non era sussidiarietà, è invece promozione della soggettivazione politica e del sostegno all’autodeterminazione dei soggetti con cui siamo in relazione. Atlantide vive da più di quindici anni solo ed esclusivamente grazie all’impegno collettivo. Ma questo impegno non si chiama volontariato, si chiama autogestione.I legami sociali e politici che abbiamo costruito in questi anni sono tanti, saldi e forti, ma non sono rubricabili come “associazionismo”, perché sono il frutto dell’autorganizzazione. Atlantide non è uno spazio pubblico in senso statuale, né uno spazio privato regolato dalle leggi del profitto. Atlantide è uno spazio comune e non (del) Comune. Un luogo di condivisione, che ha come fulcro la materialità delle vite, in un processo continuo e aperto di incontro, confronto, di rinegoziazione continua delle regole della con-vivenza sociale nello spazio di autogoverno che ci siamo date. Per questo abbiamo deciso di sciogliere le associazioni con cui avevamo firmato la convenzione nel 2008, Donnedimondo, Lo Spazio ed Eccentrica. Per questo aderiamo al progetto di Comitato per la promozione e la tutela delle esperienze sociali di autogestione, lanciato da XM24 e raccolto da diversi spazi sociali, singolarità e realtà autorganizzate cittadine. Non è più tempo di camuffare le nostre esperienze di autogestione e autorganizzazione iscrivendole in un registro. Non è più tempo per la “normalità” delle convenzioni. Non è più tempo di permettere che ci mettano a(l) bando. E’ il tempo di rivendicare a viso aperto tutto l’orgoglio per la nostra diversità. Atlantide resta dov’è. Antagonismogay/Laboratorio Smaschieramenti, Clitoristrix/Quelle che non ci stanno, NullaOsta Per info e comunicati di solidarietà scriveteci a atlantideresiste@gmail.com blog con comunicati di complicità e solidarietà in aggiornamento: http://atlantideresiste.noblogs.org/ firma la petizione per Atlantide su: http://www.autistici.org/atlantideresiste


Gli sprizzetti a poco ti hanno stancato? Sei cosi annoiato che manco il tuo cane vuole uscire con te? Cerchi un rifugio dagli hipster nelle serate bolognesi radical-chic? Collabora con Jago!!! Contatta la nostra redazione per impegnare il tuo tempo in modo costruttivo e dilettevole Jagozine@gmail.com


Misstendo Sito Web http://www.behance.net/misstendo http://taccuinoviaggiatore.blogspot.com/

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