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A 75 anni cerca il suo vero padre esame del dna su un centenario Dopo avere vissuto per una vita nel dubbio ha deciso di sapere la verità, prelevando un campione di saliva da un anziano ora ricoverato in una struttura protetta. Il test sembra averle dato ragione, ma i legali dell'uomo contestano il sistema di acquisizione. E' battaglia legale Dopo una vita di dubbi, a soppesare frasi e regali, a valutare ogni mezza parola e a indagare nel passato della madre, ha deciso di ricorrere alla scienza: quell'uomo che l'ha sempre trattata come una figlia è il suo vero padre? Per scoprirlo una donna di 75 anni ha eseguito il test del dna utilizzando un campione di saliva del presunto padre, ormai centenario e ricoverato in una struttura di assistenza. Il risultato le ha dato praticamente ragione, ma la questione non è ancora chiusa. Infatti, per i legali del presunto genitore, quel test non è stato eseguito secondo le regole e andrebbe, di conseguenza, invalidato. A settembre 2009 è cominciata la causa di riconoscimento verso l'uomo, rimasto vedovo due anni fa. In realtà la donna lo conosceva da tempo: sostiene che a inizio degli anni '30 avvesse avuto una relazione sentimentale con la madre, mentre lui lavorava come operaio lontano da casa lungo il torrente Cervarolo. Allora ventenne, l'uomo era fidanzato con un'altra persona che poi sposò. Nonostante questo il rapporto con la presunta figlia non si sarebbe mai interrotto: spesso era sua ospite e aveva sviluppato un forte legame con la madre e la sorella di lui. Questi legami affettivi sono il cuore dell'arringa dell'avvocato della donna, Vainer Burani, nell'udienza del 29 aprile. In aula sono stati chiamati diversi testimoni, persone chiamate a raccontare il rapporto di affetto tra la donna e il presunto padre, che in occasione delle nozze le avrebbe fatto, era il 1964, un regalo molto impegnativo, da padre. I legali dell'uomo invece vogliono disinnescare la prova chiave, il test del dna: sostengono che i quattro tamponi faringei che, grazie all'esame della saliva di entrambi, definiscono altissima la probabilità di un rapporto di parentela, non sarebbero utilizzabili nell'aula di un tribunale. Secondo gli avvocati Domenico Noris Bucchi e Walter Azzolini, infatti, il sistema di acquisizione della prova scelto dal perito del Tribunale non sarebbe corretto, in particolare per quanto riguarda il consenso dell'uomo.

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