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GIOVANI SCRITTORI CRESCONO

Francesco Muzzopappa

Vincenzo A tredici anni smerciavo le sigarette di contrabbando. Non solo le stecche, che ai tempi quello era il mercato maggiore, ma pure le sigarette sfuse, una a una. Le vendevo fuori dalla scuola, ai ragazzini che tenevano gli stessi anni miei. Oppure ai marocchini che piazzavano gli occhiali falsi dietro all'edicola. Loro i soldi per il pacchetto intero non ce li avevano mai. Poi a quindici anni mi pareva che non tenevo mai abbastanza soldi e allora ho lasciato stecche e sigarette a mio padre e ho iniziato a vendere gli alcolici ai marinai, fuori dalla caserma, sopra al tre ruote Apecar. Quelli, i militari, si bevevano tutto, che stavano senza famiglia, senza femmine, senza manco un cazzo di vita e allora qualunque cosa piena di alcol se la scolavano come agli ubriachi. Mi bussavano al finestrino, mi dicevano che bottiglia volevano e io facevo la cifra con le dita: quando erano diecimila lire alzavo un dito, quando erano ventimila lire due dita, e così via. Poi mi passavano i soldi da sopra al finestrino, che io lasciavo poco poco aperto. Li ficcavo in tasca, uscivo dall’Apecar, rovistavo alla cieca dentro a una cassa che tenevo nel rimorchio e prendevo le bottiglie al buio. Le riconoscevo al tatto, come ai ciechi con la carta scritta coi puntini. Io dentro alla cassa c’avevo tutto: il Ballantain, il Martini, il Glen Glan. C’era pure chi si faceva di amaro e mi chiedeva lo Iegermainer, e io tenevo pure quello. E ovviamente ci stava anche il limoncello di mamma, che andava per la maggiore. E ci credo, era buono come a nient’altro. Teneva il sapore di casa e i militari lo sentivano tutto. 1


GIOVANI SCRITTORI CRESCONO In quel periodo mi pareva che nessuno mi poteva fermare. Quando c’hai una pistola in tasca il mondo è tutto tuo e ti senti onnipotente. E io di quella pistola non ho mai parlato a nessuno, neppure a mio padre. Mi sentivo invincibile, intoccabile, ma non era così, e me ne sono accorto quando poi sono stato preso per rapina a mano armata proprio il giorno del mio compleanno, il 10 dicembre. Mia madre aveva pure fatto la torta alla panna, come piace a me, con due strati di cioccolato. Ci stava pure la scritta BUON COMPLEANNO e la candelina a forma di 16, tutta blu. Che bella che era quella torta. Chissà che m’ero messo in testa. Volevo guadagnare di più, che quando sei povero i soldi non ti bastano mai. Quella mattina sono uscito di casa che già mi sentivo ricco. La rapina per me doveva essere una passeggiata, e invece me la sono fatta di corsa, per non farmi acchiappare. E poi m’hanno preso, con tanti saluti al compleanno, alla torta e pure al denaro che già mi immaginavo sotto al letto. Il giorno prima di essere arrestato me lo ricordo bene. Era domenica 9 dicembre. Mia madre aveva appena finito di fare il presepe. Lei ci teneva assai al presepe, era come tenere una statua della Madonna in casa. Era proprio tradizione. Lei svuotava le scatole delle scarpe e ci faceva le grotte, rivestendole tutt’attorno con la carta roccia. Poi faceva la grotta grande della Madonna e San Giuseppe con la cassetta della frutta, e lì dentro ci metteva una luce bianca dietro alla paglia per illuminare il bambinello. Poi davanti alle grotte ci ficcava il muschio vero. Lo andavo a staccare io tutti gli anni dai tufi abbandonati nel cantiere sequestrato proprio sotto a casa. Se serviva prendevo pure il brecciolino per fare le stradine per i pastori e le pecorelle. Perché quello è il presepe del Signore: pastori e pecorelle. Non quei

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GIOVANI SCRITTORI CRESCONO pupazzi strani tipo il mugnaio, il levigatore o il venditore di pesche. A Betlemme manco lo sanno che so’ le pesche. E pure quella volta, come ogni anno, mia madre finì il presepe e rimase lì impalata per ore, in ginocchio davanti alla capanna di Gesù. Lo pregava alle lacrime, torcendo lo straccio da cucina tra le mani. Io la spiavo fuori dalla porta: vedevo le sue ginocchia rosse e doloranti tutt’uno con il pavimento. Si abbandonava al Signore e lo ringraziava per avermi avuto, e si faceva di quei pianti che io mi sentivo in colpa a essere nato così stronzo e pezzo di merda. E il giorno dopo tenevo pure la rapina. Di quella domenica mi ricordo tutto, pure l’arrivo di mio padre con il vassoio di paste. Fin da quando ero piccolo, infatti, mio padre nei giorni di festa faceva finta che eravamo una famiglia come a tutte le altre, una famiglia normale. Andava in pasticceria e prendeva bignè, babbà e cannoli. E quando tornava io aprivo subito la confezione, toglievo la fascia di cartoncino che faceva il ponte sopra ai dolci per non schiacciarli, e se nessuno mi vedeva ne mangiavo quattro o cinque e poi coprivo i buchi per non farmi scoprire. Quella domenica ci siamo messi a tavola puntuali all’una e mezza, come sempre. Mio padre si è inventato la preghiera al momento. Ha ringraziato al Signore per tutte le belle cose che avevamo in famiglia: per aver venduto tutte le sigarette, le bottiglie, che mamma era ancora viva dopo la cosa alle ovaie, che la finanza non c'aveva ancora preso e che alla fine non ci mancava niente. Ma io, da quella vita, volevo di più. Il giorno dopo m’hanno preso come a uno scemo. La polizia mi ha spinto in macchina e siamo andati di corsa dentro al carcere. Appena ho visto le sbarre ho subito pensato a mia madre e alla sofferenza che si stava per portare dentro al cuore. La mia cella era bianca, tutta abitata dalla miseria. Le giornate le passavo a guardare i muri che colavano umido e si mangiavano l’intonaco.

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GIOVANI SCRITTORI CRESCONO Poi è arrivata la botta micidiale. Un giorno mi chiama il direttore che chissà che mi pensavo, che magari mi rilasciava per buona condotta o mi spostava in una cella più grande. Quello invece mi comunica senza nemmeno un minimo di tatto che mi avevano ammazzato a mio padre e a mia madre proprio sotto a casa. In quel momento è come se un’accetta m’ha tagliato il corpo da sopra a sotto. Mi sono sentito la morte viva dentro. C’avevo talmente tanta rabbia che ho preso la scrivania del direttore e l’ho ribaltata con tutte le carte e i timbri che teneva sopra. E mentre i fogli volavano per aria quello ha cominciato a urlare, ma io le sue urla manco le sentivo, che stavo proprio fuori dalla grazia del Signore. Sono tornato in cella che ho iniziato a gridare come a un pazzo. Mi hanno dovuto tenere in quattro per farmi la siringa. Poi, dopo un po’ di giorni che tenevo già il pugno rotto per i colpi che davo dentro al muro, mi hanno spostato in un’altra cella con Nunzio, uno della mia età che è diventato il migliore amico mio. E con lui mi sono calmato. Ma piangevo. I miei mi mancavano assai. E il senso di colpa mi pesava quanto un’incudine. Li hanno presi tutti dopo qualche mese. Il clan Scarcella. Li conoscevo uno per uno, quella manica di stronzi pezzi di merda. Mio padre ha sempre dato fastidio, che non puoi smerciare le sigarette per conto tuo quando il mercato è in mano ai più grandi. È così che si uccidono le persone dalle mie parti, per le sigarette. Per fortuna li hanno portati in un altro carcere sennò li avrei ammazzati con queste mani, che non me ne fotteva più niente di passare il resto della mia vita dentro alla prigione. Non me ne fotteva più niente di qualunque cosa. Quei figli di zoccola, che li pigliasse la peggiore malattia di tutto il mondo. E ora mancano pochi mesi alla libertà. L'avvocato ha fatto il suo mestiere. Ogni tre giorni vedo lo psicologo. Si chiama Franco, è bravo e gentile. Mi fa parlare sempre dei fatti miei: vuole sapere e vuole aiutarmi a superare, come dice lui. 4


GIOVANI SCRITTORI CRESCONO E ogni tanto mi guarda fisso negli occhi e mi fa un sacco di domande, sempre le solite. Lui dice che più le cose le ripeto, più me le fisso in testa. Sarà. Ma perché l’hai fatto? Perché hai fatto la rapina?, mi domanda per l’ennesima volta. Dotto’, gliel’ho detto. Io volevo solo trovare i soldi, che senza soldi fai una vita di merda e ti ritrovi a pregare una capanna fatta di cassette di frutta per cercare un poco di conforto. Vincenzo, chi troppo vuole nulla stringe, lo sai no? Lo so, dotto’, lo so. Ma di queste frasi, come pure della miseria, purtroppo non si campa.

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Vincenzo  

Un racconto di Francesco Muzzopappa, allievo della scuola di scrittura narrativa diretta a Milano da Raul Montanari. Tutti i diritti sono ri...

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