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Intro Redazione Matteo Casari Daniele Guasco Simone Madrau Matteo Marsano Giulio Olivieri Cesare Pezzoni Anna Positano Collaboratori El Pelandro Giacomo Bagni Davide Chicco Marco Giorcelli Carlotta Queirazza Paolo Sala Grafica e Impaginazione Matteo Casari Contatti http://compost.disorderdrama.org compost@disorderdrama.org Compost c/o Matteo Casari C.P.1009 16121 Genova Pubblicazione NON periodica, amatoriale, destinata alla distribuzione gratuita, fotocopiata in proprio e senza alcuna pretesa di completezza. Questa pubblicazione è una produzione Disorder Drama. Un sincero ringraziamento al collettivo del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, senza cui non saremmo riusciti ad arrivare qui. Se interessati a collaborare, con parole o disegni, contattateci Arrivederci a CMPST #8 - [08.2008] 2 CMPST #7[06.2008]

Da qualche tempo a questa parte sia Compost che la stessa Disorder Drama hanno una loro pagina su MySpace [rispettivamente: www.myspace.com/cmpst e www. myspace.com/disorderdrama]. Se lo scopo della prima è quello di promuovere l’uscita dei nuovi numeri e dare contemporaneamente spazio ai vostri suggerimenti e ai commenti sugli articoli [quindi magari diteci qualcosa che non sia solo ‘grazie per l’add’ o ‘bravi, continuate così’], lo scopo della seconda è quello di promuovere le serate Disorder Drama puntando non tanto e non solo ai fedelissimi ma anche selezionando i profili di persone nuove e potenzialmente interessate. Da blogger, e quindi per natura in controtendenza con le prese di posizione anti-web2.0 portate avanti su questa fanzine, mi sono auto-accollato la gestione di queste due pagine. Ne sono scaturiti in breve tempo alcuni ragionamenti sia tecnici che – passatemi il termine – filosofici, che voglio credere ovvi non solo per me, ma che guardandomi intorno sembrano non trovare grossi riscontri, almeno all’atto pratico. Parto dai primi, che probabilmente annoieranno molti e per le quali mi scuso, ma che sento di rivolgere a chiunque faccia promozione ai propri eventi su MySpace: incollare una locandina sui profili ha senso e ha un riscontro [minimo, infinitesimale, ma ce l’ha] se insieme ad essa vengano linkate almeno le pagine dei gruppi presentati nella locandina e qualcosa che sia ascoltabile subito, già all’interno del commento [dal download dell’mp3 all’embed del video da YouTube]. Diversamente, e a meno che non abbiate per le mani gruppi effettivamente noti, non è altro che una grossa perdita di tempo. Fatevene una ragione. Come dico spesso, come mi è

riconosciuto, nei tarocchi di Compost la mia carta è quella dell’Entusiasta. Lo ero ai tempi del secondo editoriale di Compost, quando in queste cose mi trovavo da pochissimo. E a quasi un anno di distanza sento ancora di esserlo, così che forse qualcuno mi troverà anche ‘Ingenuo’. Sarà. Concordo di più con quanti mi dicono che l’entusiasmo sia necessario. E sono convinto che troppo spesso i mugugni, non solo dall’esterno ma anche dall’interno della ‘scena’, siano ingiustificati. Intendiamoci: nessuno vuole sfatare certi luoghi comuni per i quali svegliare Genova sia un’impresa vicina all’utopia. Ciò che dico è che forse converrebbe smettere di creare nuovi progetti che, per buoni che siano, saranno apprezzati dai soliti noti, preoccupandosi piuttosto di concentrare le proprie energie e il proprio tempo verso un processo di maggiore informazione e quindi di ampliamento del pubblico – qualcosa che vada naturalmente ben oltre quattro comunicati o due locandine in croce con dei nomi sconosciuti sopra, magari inviate ai colleghi o ai compagni di corso ‘ah non so perché tra due giorni ho l’esame, se riesco passo’. Questa specie di appello, però, non è indirizzato ai vari Casari, Gelli e Ragnini, su cui anzi trovo ingiusto far gravare sempre il peso di qualsiasi cosa si organizzi e cui al massimo chiedo di non mollare con il discorso ‘ufficio stampa’, comune o individuale che sia: rimango dell’idea che non sia solo una cosa utile ma assolutamente necessaria. Ma non è solo questo, manca un parlare davvero chiaro, un far capire a chi ha le basi per capire ma non sa, a chi non crede che esista. Servono meno gruppi nuovi e più gente disposta a lavorare nei dietro le quinte, in ambiti specifici come questo. Non si tratta di rompere le


News palle alla gente, si tratta di giocare con intelligenza e – perché no - furbizia sui loro gusti e sulla loro eventuale curiosità per avvicinarli alle cose che succedono a pochi metri da casa loro. Mi rendo conto che sia abbastanza facile pensare: ‘a me basta che vada a un concerto e mi diverta, chi se ne frega se intorno ho quattro persone o quattromila’. Liberissimi di pensarlo, a patto che poi non ci si lamenti se i locali chiudono, se chi organizza i concerti è spesso tentato di mollare lasciando potenzialmente vuoti enormi nei fine settimana dal vivo, ecc. Osservazione banale ma a cui mi pare pensino in pochi: tutto ruota intorno alle persone. Il pubblico significa soldi. I soldi convincono chi ha i mezzi per farlo a investire sulla musica dal vivo. Locali, quindi, ma anche sponsor e istituzioni. Confrontando la nostra situazione con quella di chi vive in altre città, mi rendo conto che Genova nel 2008 rispetto alla media nazionale se la passa meglio di quanto non si mugugni. Questo però non mi tranquillizza affatto. Anzi mi mangio le mani. Evidentemente c’è un contrasto forte tra qualità delle proposte e attenzioni esterne verso queste ultime. Tutto questo rende ai miei occhi la mancanza di investimenti ancora più fastidiosa, la freddezza degli abitanti avvilente, l’indifferenza dei grossi circuiti locali irritante, l’indisponenza dei grandi vecchi di cui diceva Mat nel numero scorso sconfortante, la cronica assenza ai concerti di personaggi che del benessere della ‘scena’ avrebbero tutto l’interesse a preoccuparsi insensata, con l’intolleranza dei vari Alfredi a fare da proverbiale ciliegina sulla torta. I locali continuano a vivere più con i dj set che con i concerti che li precedono. Nel frattempo i genovesi che ascoltano i Mogwai, per pochi che siano, rimangono

pur sempre di più di quelli che conoscono gli Hermitage o i Dresda. Val la pena lamentarsi di una situazione solo quando per essa è stato fatto tutto il possibile: e qui tutto il possibile è ancora lungi dall’essere fatto. di Simone Madrau Le foto di copertina di questo numero sono di Marco Domenicucci http://www.myspace.com/marco1024 Anche questo numero è stato reso possibile dai contributi avanzati dal Benefit del 24/01/08 al Laboratorio Buridda con Port-Royal, Contesti Scomodi feat. Bobby Soul, Fabio Zuffanti e Hipurforderai, oltrechè dalle offerte raccolte. Disponibile anche un Pay Pal sul sito! News Tante uscite discografiche in questa prima metà del 2008!!! - E’ uscito il disco degli Stalker, disponibile su Produzioni Sante di Como. - Anche Marsiglia records si sveglia dal torpore invernale e tira fuori il disco di debutto delle Mange-Tout e quello dei Kramers: entrambi i dischi sono disponibili in cdr ai concerti dei gruppi o in download libero sul sito http://www.marsigliarecords.it - In arrivo in stampa vera e propria anche il primo disco, finalmente, dei 2 Novembre! A settembre nei negozi, ma già disponibile al Santo Rock Festival. - A metà estate sarà anche fuori il debutto degli Eat The Rabbit. E Green Fog nasconde nel cappello grandi cose... - On line e in free download anche l’EP dei Numero6 con l’ormai già mitico duetto con Will Oldham / Palace / Bonnie Prince Billy! - Il 14 Giugno trasmetterà per 24h sperimentali on line una radio nata dalla collaborazione tra Disorder Drama e Ass. Liska. - Seguite il sito http://www. disorderdrama.org per più news!

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voLùmia è un’associazione culturale musicale senza fini di lucro riconosciuta. voLùmia è una sala prove. voLùmia organizza eventi live. qui si fa musica. per informazioni: e-mail: volumia@fastwebnet.it

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Cronache Vere “Fare parte di questo mondo non era solo un hobby, un passatempo. Era uno stile di vita.” Alan Lads Intervista con Gianni “Tama” Trambusti di Giacomo Bagni

FACCE BIANCHE

Classe 1964, si fa chiamare “Tama” per via della sua adorazione per l’hardware della omonima casa giapponese e perché un batterista con il suo cognome risulterebbe poco credibile. Resoconto quasi fedele (quasi perché, pur cercando di rimanere aderente a cosa mi è stato detto, ho dovuto tagliuzzare e incollare frasi buttate qua e la per dare un filo logico all’articolo) del monologo visto da Gianni Trambusti, batterista degli Alan Lads nei scintillanti anni ‘80, ora al soldo dei Melamara. Incontro Gianni in Piazza de Ferrari. Ho giusto il tempo di sedermi in un folkloristico tendone birreria dalle parti dell’Acquario, prima che i suoi racconti mi catapultino allo Psyco, storico locale di Totò Miggiano, in cui, nei primi anni ‘80, si riunivano le anime della scena musicale genovese. E’ stato il locale che più ha interpretato quel movimento. Molto piccolino, molto trendy, accesso limitato. Si era venuta a creare intorno allo Psyco un’aggregazione di persone che ascoltavano lo stesso tipo di musica. Persone che avevano in comune una certa sensibilità al messaggio artistico, fosse esso di tipo musicale o altro. Fare parte di questo mondo non era solo un hobby, un passatempo. Era uno stile di vita. 4 CMPST #7[06.2008]

Uno stile di vita che Gianni riassume cosi. Lo slogan era siamo marci. Faccia bianca. Possibilmente violenti. Solitamente drogati (pare andasse sniffare colla da falegname da un sacchetto). Era chiaramente uno modo di essere che sottoindeva una forma di disaddamento sociale, però produceva artisticamente. Ed è quello che conta secondo me. Tra i maggiori personaggi dell’epoca ce n’è uno, di cui non farò il nome (comunque facilmente intuibile), che rappresentava il modello estremo di quanto detto sopra (e ne sta pagando le scontate conseguenze). Lui era il maestro della tecnica del sacchetto. Aspirava talmente tanto che spes-

Gianni

“La musica era una religione. Ognuno aveva un suo gruppo e, ovviamente, si andava sempre ai concerti degli altri.“


Cronache Vere

Alan Lads

Alan Lads

La storia degli Alan Lads inizia nel lontano 1979 con il nome di Rams. Nell’80 la band esordisce live nella mitica manifestazione “Ma Che Colpa Abbiamo Noi” alla Sala Chiamata del Porto, accolta dal consueto caloroso muro di sputi dei punk nostrani dell’epoca. Tra un concerto e l’altro due dei membri originali (Gino Del Corona e Nino Poli) abbandonano il gruppo che, ormai assunto il suo nome definitivo di Alan Lads, rimane cosi formato da tre elementi: Claudio Guidetti al basso e alla voce, Antonello Olivieri alla chitarra e ovviamente Gianni “Tama” Trambusti alla batteria. Il gruppo, nonostante la giovane età dei componenti (tutti diciassettenni), guadagna in poco tempo notevole fama nella scena new-wave genovese e nazionale, tanto da meritarsi svariati articoli sulla stampa (Rockerilla, Buongiorno e tanti altri), apparizioni su palchi di tutto rispetto (tra cui una data all’Acquasola come spalla di Carmen Russo davanti a tremila persone) e una bella sfilza di apparizione televisive e radiofoniche. Amanti del sound inglese di qualche anno prima, gli Alan Lads erano considerati una sorta di Police locali e, nella scena genovese dell’epoca, erano certamente tra i gruppi tecnicamente più dotati. La loro storia si interrompe nell’83 dopo un’apparizione in playback al Palasport, organizzata da Vittorio De Scalzi per pubblicizzare un loro album in registrazione (e che non è mai uscito). Scioltosi il gruppo si dividono le strade dei nostri moschettieri e, mentre Antonello abbandona la musica e Gianni continua a suonare nei gruppi locali, Claudio riesce a sfondare nel scintillante mondo della musica leggera. Dopo anni di collaborazione con Branduardi riesce infatti a fare il colpo grosso scrivendo “Più Bella Cosa” per Ramazzotti. Da li in poi è un escalation di successi (tra i tanti “Senza Pietà” della Oxa e “Torno Subito” di Pezzali) e di collaborazioni con musicisti famosi (Ramazzotti, di cui è direttore artistico per il tuor mondiale del 2004, in primis). Oggi Claudio vive di musica. E forse in parte il merito è anche degli Alan Lads. 5 CMPST #7[06.2008]


Cronache Vere “Oggi questa idea di creare una scena compatta, pur nelle sue differenze, si è un po’ persa.“ so doveva sputarla. Era un provocatore assoluto. Non poteva più entrare dove c’era la Rai perché aveva fracassato una telecamera che costava milioni. Quando avevano aperto l’Officina nella chiesa sconsacrata in Corso Quadrio puoi immaginare che cosa potesse fare con un tabernacolo e un altare a sua disposizione. E’ sicuramente una persona con una grande versatura artistica, con una visione molto ruvida, violenta della vita. E in effetti la sua di vita se l’è consumata a una velocità tre volte più forte di quella degli altri. Per questo è (quasi) finita prima. Tra un aneddoto e l’altro sulle poco edificanti cose che succedevano sulle scale dello Psyco (era al secondo piano di una palazzina e vorrei conoscere chi abitava negli altri appartamenti. Dei santi probabilmente.) arriviamo a definire quello che, secondo me, è il nocciolo della questione. Il gruppo che gravitava intorno allo Psyco era infatti riuscito a creare un movimento musicale (ma non solo) riconoscibile e riconosciuto, che, pur rifacendosi a precisi canoni importati dall’Inghilterra, aveva in sè una forte componente di originalità “autoctona”. La musica era una religione. Ognuno aveva un suo gruppo e, ovviamente, si andava sempre ai concerti degli altri. Ci si influenzava a vicenda. Oggi questa idea di creare una scena compatta, pur nelle sue differenze, si è un po’ persa. Un gruppo fa country-western, un altro fa punk e un 6 CMPST #7[06.2008]

Melamara terzo musica latino-americana. E magari la stessa persona suona in tutti e tre i gruppi. Se da un lato è una cosa bellissima per la varietà della proposta, l’inevitabile contrappasso è che non si riesca più a creare una tendenza, un movimento in cui potersi riconoscere. Continuando a chiaccherare viene fuori come, secondo Gianni, le grandi differenze nel modo di vivere la musica tra gli anni ottanta e oggi siano dovute alla sempre crescente facilità di accedere ad essa, sia come produttore, che come fruitore.

Oggi qualunque giovane che vuol cominciare a suonare, riesce facilmente a trovare a poco uno strumento simile ad uno professionale. Una volta lo strumento era distinguente. Trovare e comprare un basso che suonasse bene costava fatica e un sacco soldi. Come tutte le cose difficili questo creava una barriera iniziale alle persona non motivate, a quelle molto motivate invece finiva per dare una ulteriore spinta in avanti. Infatti il gruppo che investiva di più sulla strumentazione finiva per essere più visibile, più ricordato. Discorso analogo si può fare per i dischi. Ai no-


Cronache Vere stri tempi il disco era una specie di Sancta Sanctorum. Costava tanto (come oggi in fondo) ed era l’unico modo in cui si poteva sentire della musica. Quando qualcuno comprava un disco nuovo si passavano i pomeriggi a casa sua a sentirlo. Seduti. In silenzio. Oggi invece si brucia tutto subito. Si scarica il disco e, sentite due canzoni, lo si archivia per non sentirlo mai più. Il valore della musica era dato anche dalla relativa difficoltà di fruirne. Con i cd prima e internet poi si è distrutto questo valore. L’argomento successivo viene da se. Un classicone di Compost e di ogni discussione che si rispetti sulla musica genovese. Locali e pubblico. Ai tempi probabilmente c’erano più possibilità di suonare e di far suonare nomi anche grossi come, ad esempio, i Damned. Se i Totò Miggiano non fossero stati umiliati e massacrati ogni volta che hanno fatto un errore, forse oggi ci sarebbe qualcosa di più. E’ mancato e continua a mancare l’appoggio del Comune, delle Istituzioni. Inoltre c’è stata una grossa involuzione di pubblico. Sarà stato per l’esistenza di una scena più compatta o per la minor possibilità di vedere un gruppo suonare (oggi bastano youtube e cinque minuti), ma i concerti erano considerati un evento, un qualcosa a cui non si poteva mancare. Ora non è più cosi. Per fare un esempio un Gianni Serino all’Albatros non avrebbe fatto venti paganti. Chiaramente anche allora i concerti che richiamavano tanta gente erano quelli di artisti mediocri strapassati in radio come, per fare un nome, Carmen Russo, ma in generale mi sembra ci fosse più fame di musica dal vivo.

A proposito del concerto di Carmen Russo, so che avete aperto un suo concerto all’Acquasola... Abbiamo suonato davanti a tre-quattromila persone. E li ho fatto una delle più grandi cappelle della mia storia musicale. Ci eravamo messi per entrare uno per uno. Io dovevo arrivare da dietro il tendone. Entro, inciampo e casco sulla batteria tirando giù tutto. Per fortuna sono riuscito ad iniziare il pezzo in qualche modo, mentre un’anima pia mi infilava lo sgabello sotto il sedere. Diciamo che me la sono cavata. Tra uno spassoso aneddoto e l’altro, una giunonica cameriera ci scaccia dal tendonebirreria e concludiamo la chiaccherata nello studio di registrazione di Gianni in pieno centro storico, dove mi fa sentire qualche (bella) traccia che sta registrando con i Melamara (il cui bassista, Saverio Farina, ci ha fatto da accompagnatore per tutta la serata). Stiamo riregistrando un sacco di pezzi nel mio studio (n.d.r. Gianni è entrato nel gruppo a fine 2007) e chissà che non si riesca a far uscire qualcosa. Stiamo anche provando a suonare un po’ di più dal vivo, perché secondo me la dimensione live è fondamentale per un gruppo. Tra l’altro i Melamara, rifacendosi ad un genere orecchiabile come può essere il cantautorato italiano, possono accontentare uno spettro decisamente ampio di spettatori rispetto alle cose che facevo ad esempio con gli Alan Lads. Siamo anche disponibili a suonare in posti inusuali, come potrebbe essere un paesino dell’entroterra ligure, a patto di essere considerati l’attrazione del-

Gianni la serata e non la spalla di un dj che mette unz-unz a tutto spiano nel banchetto di fronte al palco. Capito? I Melamara cercano date...fatevi sotto! Trovate ancora info e molte scansioni di articoli molto interessanti su http://www.giannitama.it 7 CMPST #7[06.2008]


Import “Io tendenzialmente non sono affatto moralista e non rinnego nulla anzi, lo rivendico.” Andrea Liberovici - Teatro Del Suono Intervista con Andrea Liberovici di Matteo Casari

I SISTEMI CONCRETI DEL FARE Su Compost cerchiamo di indagare un periodo genovese che copre circa un trentennio, l’ultimo. Questo lasso di tempo è interessante in quanto riesce a mostrare alcune evoluzioni nella produzione artistica dei soggetti intervistati. Insieme ad altri che hanno mosso i primi passi alla fine degli anni Settanta, anche Liberovici è riuscito a scrivere tante pagine, molto diverse, del suo personale diario evolutivo. Proviamo a metterle insieme e a ricostruire questo percorso.

parole vere e proprie... Detto ciò non è stato affatto semplice entrare in comunicazione col il mondo al di fuori del mio, ma nello stesso tempo mi ha fornito una ricchezza interiore, d’immagini, musica, incontri di cui sono molto grato e che sento essere il mio tesoro più importante.

Cerchiamo di contestualizzarti un po’. Sei nato a Genova? Ti senti Genovese? Che rapporto hai con la città? Sono nato a Torino, ma a due anni sono andato a vivere a Venezia dove sono cresciuto fino, circa, ai 20 anni facendo il Conservatorio, violino, viola e composizione senza diplomarmi perchè ero piuttosto incazzoso e ribelle all’epoca e non sopportavo che il Conservatorio (ma già il nome la dice lunga) non comprendesse la musica contemporanea intesa non soltanto come quella accademica ma anche come quella popolare. Poi sono venuto a Genova dove ho frequentato la Scuola del Teatro Stabile e dove mi sono diplomato in recitazione. Da allora vivo qui anche se sono spesso, ed oserei dire per fortuna malgrado l’amore che

Leviamoci subito il dente. Per molti, scoprirti colorato cantore dei primi anni ‘80 nella trasmissione Cocktail d’Amore, condotta da Amanda Lear, è stato uno choc. In effetti, dalle tue biografie, quel periodo non è quasi citato. E’ tutto da buttare? Non salveresti niente? Eppure in rete si sprecano i paragoni con gente come Faust’O e il primo Cattaneo. Ci sono almeno due dischi (Oro del ‘78 e Liberovici dell’80) citati, ma paiono introvabili. Non torneresti mai sul palco a suonare un po’ di quel materiale? Io tendenzialmente non sono affatto moralista e non rinnego nulla anzi, lo rivendico. Chi critica come trash, kitch ecc. quel mio momento lo capisco ma mi chiedo anche chi di voi (quelli che

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ho per Genova, in giro. Che importanza riveste essere figlio d’arte? In che tipo di ambiente sei cresciuto? Partecipavi alla vita culturale della città alla fine degli anni Settanta, o eri altrove? Ma essere figlio d’arte non è di per se una garanzia, anzi, generalmente i figli d’arte sono, come si dice in gergo, dei veri cani e perdipiù presuntuosissimi... Io non so se sono cane o meno, credo di no (quindi sono presuntuosissimo?)... Essere figlio d’arte mi ha formato profondamente... Nel senso che non potrei non fare quello che faccio. L’alfabeto primo che ho appreso è quello della musica e del teatro... Con questi linguaggi si comunicava in casa molto più che con le


criticano) a 14 anni ha composto, musica, parole di due album? Chi di voi ha inciso in modo professionale due album suonando chitarra, violino, viola, tastiere e cantando? Poi me ne sono andato, da quell’ambiente, perchè le logiche commerciali non mi appartenevano proprio ed il kitch o trash di quel momento, di cui mi rendo perfettamente conto, derivavano dallo snervante compromesso fra chi mi voleva far diventare un piccolo Luis Miguel da mandare a Sanremo ed io che sempre a 14 anni me ne scappavo di casa per andare a Londra a sentire i Sex Pistols e a frequentare l’ambiente musicale di quel periodo. Mi sono divertito con Amanda Lear a Cocktail D’Amore, lei è veramente simpatica e mi sono rivisto per la prima volta dopo più di 30 anni... L’effetto? Nessun giudizio artistico di cui vergognarmi...Zero... Solo una grande tenerezza. Nonostante queste espressioni hai una formazione accademica, avendo frequentato i Conservatori di Venezia e Torino. Consigli per i ragazzi che affron-

Andrea Liberovici - I Figli Dell’Uranio

tano il Conservatorio? Dove sbattere la testa usciti di lì? Tu che ti occupi anche di interazioni con computer, live electronics e simili, cosa pensi del nuovo corso in Musica e Nuove Tecnologie del Conservatorio di Genova? E del NIME - New Interfaces Music Expression? Un congresso che non solo allinea la città con le ricerche più avanzate ma addirittura la pone all’avanguardia nei territori dell’eccellenza musicale. Consiglio il Conservatorio per chiunque debba e voglia imparare le tecniche di uno strumento. Non lo consiglio a chi desidera fare il compositore. Il compositore è un percorso estremamente personale ed intimo che va fatto in autonomia, con il proprio spirito di ricerca, curiosità, studio. Preferisco dei compositori naive a dei compositori che mi fanno capire quanto hanno studiato armonia e contrappunto. La composizione non credo si possa insegnare ma soltanto suggerire. Non so come s’insegni al Conservatorio di Genova non avendolo mai frequentato, ma credo che l’unico modo per suggerire la composizione sia quello di far analizzare tutte le musiche senza gerarchie... Sarà il compositore a trarne le conseguenza. Debussy diceva: “L’arte fa le regole ma le regole non fanno l’arte“ e sono totalmente d’accordo. Per quanto riguarda la cattedra di musica e nuove tecnologie che credo tenga il prof Doati io stimo molto la sua musica per cui credo sia buona, come stimo e reclamizzo ogni volta che ne ho occasione Antonio Camurri che organizza il NIME. Quello che posso dire è partecipiamo tutti... Numerosi!

Import “Un teatro che non sempre debba collocarsi in uno spazio teatrale e servitore di un testo di parola... La scrittura, la scrittura odierna, è una scrittura inevitabilmente multipla.” Le tue produzioni vanno un po’ in controtendenza rispetto alle solite vie genovesi di promozione. Punti molto anche sull’interazione con grandi nomi ad effetto (penso ai Figli dell’Uranio con Greenaway). Ciò ti garantisce una certa visibilità, guadagnata sul campo, su media locali che, troppo spesso, dimenticano la cultura? Seguo realmente ciò che mi accade senza cercare troppo di determinarlo... Ho avuto la fortuna di fare degli incontri importanti con grandi personalità ed altri altrettanto importanti, forse per certi aspetti ancor di più, con personalità sconosciute. Cerco, ma è una lotta comunque sempre molto dura, di seguire solo le cose che m’interessano e che abbiano un senso per la mia ricerca. Il tuo percorso ti ha portato alle musiche per il teatro e, quindi ad una forma di teatro in cui videoarte e suono escono dalla scenografia per diventare protagonisti essi stessi. Il tuo rapporto con l’arte contemporanea? Vuoi parlarci dell’attività del tuo Teatro del Suono? Ne approfitto per fare un poco di pubblicità, proprio in questi giorni, sta andando on line il sito www.liberovici.it in cui ci sono tutti i progetti da me realizzati in questi ultimi 12 anni e anche il sito www.teatrodelsuono.it con gli stessi 9 CMPST #7[06.2008]


Import “Credo ci sia l’urgenza di pensare ad un laboratorio aperto sulle nuove tecnologie e l’arte in generale...” contenuti. Reclamizzo questi due siti non perchè io abbia qualcosa da vendere ma perchè mi piacerebbe molto che diventassero un punto di riferimento per scambiare idee, informazioni, contenuti con chi è sensibile a questo tipo di ricerche fra teatro musica video tecnologie in città...Per cui, come dire, aspetto contatti dai tuoi lettori. In secondo luogo, per rispondere alla tua domanda, credo da sempre, che il teatro, sia la somma di tutte le discipline artistiche... L’ultima installazione di Bill Viola vista alla Biennale di Venezia era , benchè video, un vero e proprio saggio di grandissimo teatro e grande musica... Ecco questo significa per me il teatro... Un teatro che non sempre debba collocarsi in uno spazio teatrale e servitore di un testo di parola... La scrittura, la scrittura odierna, è una scrittura inevitabilmente multipla. Edoardo Sanguineti. Un capitolo a parte della tua carriera. Che rapporto hai con il poeta? Quale con l’uomo? Quale con il professore? Sanguineti è per me amico poeta e professore... Spesso lo chiamo prof, a volte gli do del lei, a volte parliamo di politica, poesia e a volte del mio bassotto. È una persona straordinaria che ammiro e a cui voglio sinceramente bene. Lunga vita al Prof.!!! Cosa ne pensi della candidatura di 10 CMPST #7[06.2008]

Liberovici con Patti Smith Sanguineti alle ultime primarie per la poltrona di Sindaco? L’ho appoggiata durante le primarie. Non so, qualora fosse stato scelto ed eletto, se gli avrebbe fatto, personalmente, bene. E sono dubbi che gli ho espresso con tutta sincerità. Penso che fare il sindaco, ovvero l’amministratore, sia un ruolo troppo “noioso“ per una persona creativa come lui. È stata, comunque, importante per segnalare ai partiti maggiori l’esistenza e consistenza di un approccio di sinistra alle cose.

Non dovevi avere anche tu un ruolo politico nell’attuale organigramma alla guida del Comune? Consulente per la Cultura? Non abbiamo più neanche l’Assessorato! In questi anni, prima della giunta Vincenzi, mi sono state varie volte fatte delle proposte di responsabilità che ho sempre accolto, come atto di stima nei miei confronti ma che allo stesso tempo ho rifiutato. Non credo, almeno per ora, che questa sia la mia strada. Quando posso e me si da l’occasione, ho sempre espresso le mie idee e portato magari


Import un contributo... In modo sempre non istituzionale ma semplicemente creativo. Non amo il “potere“ ma poter fare delle cose. Durante un confronto con te a Mentelocale, Sergio Maifredi (candidato di Forza Italia per la cultura dello sconfitto Enrico Musso), aveva detto: “Ho messo in conto di non lavorare più a Genova. È questa la sfida, metterci la faccia, perché dall’altra parte invece non si fanno prigionieri.” Credi anche tu che in città lo schieramento politico aiuti ad innalzarsi, a trovare una posizione che garantisca intoccabilità culturale? E, viceversa, ove lo schieramento sia quello sbagliato, puoi fare baracca e burattini e levare le tende? Amo fare baracca e burattini... Come l’ebreo errante della tradizione ebraica...Non credo all’arte di stato e soprattutto lo stato dell’arte mi sembra messo proprio male, in generale, in tutta Italia. Detto ciò chiaramente, ci sono istituzioni che anche se timidamente, delle aperture le fanno, ed in queste aperture cerco d’inserire progetti ed idee. L’intoccabilità culturale mi sembra un ossimoro... La cultura, se è cultura, non può che essere toccabile, contaminata, in movimento ed in trasformazione. Ricordo male o a Villa Croce mettesti su una installazione con lettori Cd e registrazioni di discorsi dei principali leader europei, all’interno di qualche collettiva? Che rapporto hai con l’Europa? Mi pare che le tue opere girino abbondantemente anche al di fuori dei confini

patrii Si avevo fatto un’installazione usando le voci dei dittatori del G8. Con l’Europa ho un buon rapporto, giro molto e faccio vari progetti. Consiglio a chiunque faccia un lavoro creativo di mandare mail in giro alle istituzioni europee ecc. Generalmente rispondono e danno delle chances lavorative Durante un incontro del Forum della creatività, sei intervenuto citando due progetti interessanti che ti hanno visto partecipe. Ce ne parli un po? Il bando per il festival del teatro, vinto poi da Napoli, e l’importanza di fare sistema tra realtà simili. La costruzione di un teatro (l’Officina?) e il ruolo delle politiche che danno e levano senza ragioni plausibili. Fare sistema credo sia l’unica possibilità concreta che abbiamo per rinnovare il panorama cittadino dal punto di vista culturale, anche per questo spero che il mio sito, come quelli di altri, diventino delle piattaforme su cui discutere, elaborare progetti e proposte. Credo ci sia l’urgenza di pensare ad un laboratorio aperto sulle nuove tecnologie e l’arte in generale... Ci avevo provato qualche anno fa con il sindaco Pericu, poi i soliti veti incrociati cittadini hanno fatto si che un lavoro di circa 8 anni di progettazione sia svanito nel nulla. Chi vuole dare un occhiata al progetto lo può trovare sul sito del teatrodelsuono. Sicuramente, e questo è stato un mio errore, se non fossi stato solo ma se questa idea fosse stata supportata da un consenso forte da parte di chi avrebbe dovuto usufruirne (ovvero il mondo giovanile)

Andrea, primi anni ‘80 probabilmente le cose sarebbero andate in modo diverso. Credo nell’autodeterminazione ma anche molto nell’unità fra chi ha una visione simile. Per questa ragione continuo a pensare che sia importante conoscerci e contarci e dopodichè proporre. Progetti per il futuro, soprattutto se interessano Genova? Sono sempre interessato a Genova e molti genovesi, per mia fortuna, amano ed apprezzano il mio lavoro e ricerca. Nell’immediato non ho progetti in città se non quello di provare a creare, insieme, un gruppo in cui si condividano degli obiettivi di rinnovamento culturale della città. Più info sulle attività di Andrea ht t p ://w w w. l i b e rov i c i . i t http://www.teatrodelsuono.it/ 11 CMPST #7[06.2008]


Produzioni “Parafrasando i Led Zeppelin, essere nel rock e’ come essere in una societa’ segreta, anche se gli anni, i decenni, passano quando ci si reincontra ci si riconosce subito.” Atelier Nouveau - Pocket Rockets - The Family Intervista con Giorgio Lanteri di Davide Chicco

L A FAMIGLIA

Eccoci qui con Giorgio degli Atelier Nouveau, gruppo oramai da molti anni impegnato nella galassia dell’elettronica, formato dal genovese Giorgio e dal britannico Craig. Orsù dunque raccontaci, come / dove vi siete conosciuti tu e Craig? Com’è nata l’idea di formare un gruppo? Allora, io e Craig ci siamo conosciuti - se non ricordo male – nel lontano 1998 al lavoro, quello “vero” che serve a pagare mutuo e bollette. Mi avevano parlato di questo nuovo collega proveniente dal Sudafrica che abitava da solo e aveva l’hobby della musica, e se ero interessato a consigliargli qualche negozio, fare due chiacchiere, etc. Dopo poco ci siamo trovati a strimpellare nel mio salotto sopra ai demo che lui aveva registrato da solo su un microscopico Roland Composer da taschino. Ricordo che all’epoca lui era in palla con i Radiohead, quindi le primissime cose avevano un certo sapore pseudo prog, che ben si confaceva comunque al suonare seduti su un divano... Quando poi è subentrata la voglia di suonare “davvero” allora ecco che è subito saltato fuori con prepotenza il comune passato punk di entrambi, e da lì poi è venuto tutto il resto. 12 CMPST #7[06.2008]

Giorgio gestisce anche un’etichetta discografica, la Family, che negli anni ha fatto uscire nomi del tipo di Hyperbubble, Antoine Bif, Loopy. Com’è nato questo progetto? Le etichette sono due, in verità, The Family Records, specializzata in musica elettronica di vario tipo, dal synth pop alla minimal, dal chillout alla techno, seppure con un’originaria predilezione per l’electro e la neonata, The Family Beatz, specializzati in generi comunque danzerecci, ma di matrice elettrica, come hip hop, funk, reggae, etc. Non so sinceramente con che criterio abbiate selezionato i nomi da menzionare... ma citerei piuttosto Martin Degville, cantante dei Sigue Sigue Sputnik, o artisti comunque già abbastanza conosciuti nell’ambito della musica dance, come Itrema, recentemente recensito sulla bibbia Mixmag, o Sagittarius, già passato parecchie volte sulla BBC... ma diciamo più genericamente che sulle cento e più releases uscite nell’ultimo anno il numero di ar-

tisti validi e promettenti supera di gran lunga quello delle “sole” prese (e purtroppo propinate al pubblico...). I ferraresi Freak Invaderz e il torinese Devote aka 6884, per esempio, sconosciuti ai più, hanno venduto vagonate di downloads e sono stati piratati un casino in Russia e zone limitrofe... aggiungo con una malcelata punta di orgoglio che anche noi Atelier Nouveau abbiamo avuto questo onore. Qui si va nel perverso, immagino, perché non pensavo che essere piratati e vedere quindi potenziali guadagni sfumare potesse dare questa soddisfazione! Parlaci della scelta di creare un’etichetta digitale. È stata una decisione forzata? Oppure un lucido progetto alternativo? Il tutto è nato dal fatto che in realtà stavo letteralmente ossessionando il titolare di un’altra etichetta, The Flame Recordings, con la quale avevamo firmato un contratto per un 12”. A suon di consigli e opinioni su come avrebbe dovuto essere gestita l’uscita del suddetto 12” un giorno mi è stato proposto di lasciare il mondo e, soprattutto, The Flame Recordings e il suo titolare, così come stavano prima e di infondere invece la mia prorompente energia creativa e il mio contagioso entusiasmo in un’etichetta nuova, in società con lui. Mi è sembrata una proposta interessante, tenuto anche conto del fatto che le differenze fra etichette digitali e etichette “fisiche” sono, per me, tutte a vantaggio delle prime, almeno quando sei tu a gestirle.


Produzioni

Atelier Nouveau - Giorgio e Craig Giusto per citarne due, a me piace scoprire artisti cui nessuno ha mai dato una possibilità in cui vedo un potenziale - e ciò è più facile se non rischi continuamente di andare in bancarotta per farlo - e poi sotto il letto non ho molto posto per tenere i cartoni con i cd invenduti. Quindi.... Tu e Craig prima di questo progetto avevate una band punk glam abbastanza conosciuta, i Pocket Rockets, che per parecchi anni s’è distinta sulla scena, anzi, la non scena, italiana e genovese. Come andò a finire poi con i Pocket Rockets? Ti mancano i tempi con la band? Ti capita mai di voler tornare a quei tempi? The Pocket Rockets erano la prosecuzione di quelle suonate sul divano di cui si parlava prima. È stato senz’altro un periodo divertente, e anche frustrante. Proprio come di solito è questo genere di cose. Ci sono episodi che ricordo davvero con un sorriso, come gli esordi della band segnati da una formazione... diciamo non ottimale, con conseguenti meritatissime stroncature, e poi invece l’avere avuto un intero capitolo dedicato in un libro americano, “Gigs from hell” (di Sleazegrinder,

uno dei redattori di Classic Rock), i Dokken che ascoltavano sul tour bus il nostro cd e volevano portarci in tour in Cina, le amicizie sviluppate con alcuni dei miei artisti preferiti americani, come Lizzie Grey (che fondò i London insieme a Nikki Sixx), Tracii Guns (fondatore dei Guns’n’Roses con Axl Rose, di L.A. Guns e Brides of Destruction) e Richie Ranno degli Starz, i passaggi e le interviste su Rock FM, le recensioni su tutta la stampa del settore italiana, e anche “l’infausto incidente” con Classic Rock. Ci avevano in pratica “proposto” di acquistare spazi pubblicitari sulla rivista in cambio di una recensione positiva a prescindere. Io lessi quella e-mail, mandata a un indirizzo di posta che non leggevo quasi mai, solo dopo... e cioè dopo aver letto sulla rivista una recensione ai limiti del razzismo e dell’incarognimento. Da quella volta, essendo rimasto comunque abbonato alla rivista, mi diverto sempre a guardare prima le pubblicità e poi a compararle con le recensioni. Non avete idea di quanto una mezza pagina a colori possa fare... Come andò a finire... andò a finire che mantenere una formazione di un certo livello qualitativo e con una certa omogeneità a Genova è impossibile. Per un certo periodo ciò è successo, poi uno dei chitarristi si è dovuto trasferire a Torino per lavoro. Devo dargli atto di essere anche andato su e giù per le prove per un certo periodo, ma alla fine non ce la faceva proprio più. Il cantante di quella formazione, già non un mostro di affidabilità di per sè, diede sfoggio finale della sua volatilità, appunto, volatilizzandosi... per la seconda volta in pochi anni. Rimasti in tre abbiamo cercato di tenere in vita il gruppo inserendo un elemento pescato quasi a forza dall’epic metal ma la cosa non stava in piedi... registrammo un EP di quattro pezzi assieme, ma appena questo amico sentì nuovamente il richiamo delle origini tornò praticamente da dove era venuto. Pochi, disperati, tentativi di defibrillare il progetto morente in formazione a tre, e poi la decisione

di chiudere. Io e Craig da lì ripartimmo dalle origini, il duo, come Atelier Nouveau. Questa volta, però, seriamente intenzionati a rimanere in due. Peccato, perché nel suo periodo di maggiore compattezza ed efficacia The Pocket Rockets erano un discreto gruppo. Sicuramente non avrebbero comunque combinato un accidente, ma qualche soddisfazione ce la saremmo ancora potuta togliere. Mi mancano quei tempi? Sinceramente non so. Le dinamiche di un gruppo di cinque persone sono sempre faticose. Si possono sopportare, magari a suon di cazzotti e poi di sbronze, quando si hanno 15/25 anni... poi subentra una fase in cui diventa sempre più difficile. Magari fra una trentina d’anni, se sarò ancora da queste parti, non mi spiacerebbe di fare parte di un combo rock specializzato in rock classico... tipo quei gruppi jazz che si vedono ora (il rock è effettivamente destinato a fare la fine del jazz, ma questo è un altro discorso). Suonare Chinese Rocks da seduto deve essere divertente quando hai settant’anni suonati! Se dovessi desiderare tornare a qualche tempo della mia vita musicale, allora nomino subito gli esordi degli Asphyxia, in cui il bassista (che all’epoca non ero io) chiedeva a quello della saletta se per suonare le note bisognava tenere il dito schiacciato sulle corde, e io ero più bravo a scrivere il logo sui muri col Grinta Marker che a suonare la batteria. Si, nel 1980 mi ci troverei davvero bene. Dove si compra il biglietto? Come forse saprai, la nostra fanzine Compost è prevalentemente dedicata alle emozioni ed alle questioni della scena musicale genovese. Tu che fosti “giovinetto” nei mitici anni ‘80, come vedi cambiata la città rispetto a quegli anni? Com’era la “non scena” rock in quel periodo? C’erano più possibilità, meno spazi oppure cosa? Confrontando la Genova d’oggi con quella d’allora, cosa rimpiangi e cosa riconsideri? Su queste stesse pagine altri, e ben più no13 CMPST #7[06.2008]


Produzioni bili, “illustri desaparecidos aspiranti profeti in patria” (uso volutamente una definizione data recentemente da altri, al di là che io la condivida o meno) sono passati prima di me e hanno descritto superbamente la situazione dell’epoca, chi da un punto di vista, chi magari da un altro. Loro allora erano i veri attori della scena genovese, io ero solo... una mascotte. La città, se è cambiata, è cambiata in meglio. E con questo mi riferisco all’aspetto meramente urbanistico. Alcune problematiche sono forse equivalenti nel livello di gravità ma diverse. Ricordo per esempio che non era infrequente incappare in retate anti terrorismo, anche e soprattutto se avevi un giubbotto nero e le spillette. Mi è rimasto particolarmente impresso un posto di blocco della polizia con tanto di volanti poste a imbuto e poliziotti con i mitra spianati e i giubbotti antiproiettili che salivano.... sull’autobus con cui stavo andando a scuola! C’era stata una sparatoria in mattinata e cercavano i responsabili... Ogni tanto qualche appuntato o qualche brigatista rimaneva sotto al piombo avversario. Capitava di maledire quello stronzo della classe a fianco che rubava le autoradio e i motorini, e poi magari di piangerlo la settimana dopo perché la roba che si era comprato col tuo motorino gli era andata di traverso. Allo stadio non era affatto infrequente rischiare qualche coltellata, e per fortuna che quelli che ci andavano con la pistola erano pochi. Di sicuro, comunque, ti beccavi degli scappellotti e dei calci nel culo pure dai tuoi se andavi in gradinata e non rimanevi senza voce cantando tutto il tempo. Altra cosa sicura è che c’era comunque anche costantemente puntato sul tuo culo qualche centinaio di testate atomiche, e la sensazione metteva un pochino di angoscia, latente ma costante. C’erano due canali della televisione, l’unico videogioco disponibile era l’infame Pong da attaccare alla presa dell’antenna della tv in bianco e nero, ci si ammazzava di seghe fisiche sfogliando 14 CMPST #7[06.2008]

“Le Ore” procurato dal compagno col fratello più grande e di seghe mentali col mitico Subbuteo. Quando tutto ciò era troppo da sopportare, si prendeva un pallone e si scendeva in strada a sfiancarsi giocando fino all’ultimo raggio di luce disponibile usando la serranda di un garage come porta. Per i musicofili la grande libidine era data dalle radio libere, che libere erano veramente, perché ogni speaker metteva quello che gli piaceva, non quello che era pagato per mettere... Uscendo da una pubertà di questo tipo, forse riesce più facile comprendere cosa succedeva, e perché, in quegli anni. L’onda lunga del rock’n’roll e del beat degli anni 60 si era spenta, narcotizzata dagli anni 70 con le sue spade e le sue pistole. Per gli adolescenti c’era poco, e quel poco non piaceva molto... era pesante e aveva stufato. Avere l’opportunità di partecipare a una cosa nuova ed eccitante proveniente dall’estero come il punk e la new wave era adrenalina pura. La differenza non era fra epic metal e thrash metal o fra indie e emo. La differenza era fra il niente e... il nuovo! Le possibilità quando non c’erano si inventavano. I concerti (punk!) si tenevano nelle aule magne dei licei, nelle chiese sconsacrate, nelle discoteche, nelle sale mensa dei conventi, negli oratori. Non contava venire pagati, contava esserci, contava provare quell’emozione. Era naturale inventarsi cose nuove, venendo da un periodo in cui tutto ciò praticamente non esisteva, e quindi non c’erano rimpianti, non c’erano diritti acquisiti, non c’era gente che si lamentava. Nessuno aveva niente, e chi aveva qualcosa ce l’aveva perché se lo era inventato (o lo aveva copiato a man salva dall’estero, ma che importa!?!?!) Se devo dire cosa rimpiango di quell’epoca, ci sono due cose... diverse ma altrettanto importanti... Una è la purezza, l’ingenuità e l’entusiasmo di quello che tutti cercavano di fare. L’altra, a livello esclusivamente personale, è la sensazione di scoperta, di emozione e anche di appartenenza.

The Pocket Rockets All’epoca c’erano vari gruppi di punks in città. Fra questi i più famosi erano senz’altro i “Defe Punx”, che erano i duri e puri... e poi i più moderati Punks di Brignole, che stazionavano sugli scalini di accesso alla stazione. Io facevo parte di quel gruppo, o meglio, vista l’età (15 anni) ne ero, con alcuni altri, la mascotte... l’apprendista... Ricordo sempre i racconti e le avventure che ci venivano passate dalle figure di spicco del gruppo... Marco Menduni, ora brillante cronista del Secolo XIX e allora chitarrista prima dei bravissimi Establishment e poi dei Crapping Dogs, suo fratello Alfredo, sempre fraterno e protettivo nei confronti di noi “piccoli” e Michele, il cantante dei Crapping Dogs, Anna dei 777, la Patti Smith genovese, e poi quel pazzo di Bob, con i suoi mille tic e il suo modo di fare a metà fra Flavor Flav e Sid Vicious! Le fanzines... e i primi vagiti autoprodotti.. Per quello la Mecca era


Produzioni “Il cantante di quella formazione, gia’ non un mostro di affidabilita’ di per se’, diede sfoggio finale della sua volatilita’, appunto, v o l a t i l i z z a n d o s i . . .” Liguria Libri e Dischi, in Via XX Settembre, che addirittura metteva le novità genovesi in vetrina! Fra le fanzines ricordo naturalmente “Le Silure d’Europe”, ma anche “Scortilla”, edita dai componenti dello stesso gruppo. E poi qualche tentativo infantile, puerile e assolutamente derivativo messo assieme dal sottoscritto e dagli altri Asphyxia, prima “Boato” (2 numeri) e poi “Punk Magazine” (1 numero)... in città qualche anno dopo si trovava anche l’eccellente Mazquerade, prodotta se non ricordo male a Perugia, in assoluto la miglior fanzine che abbia mai letto sotto il profilo strettamente musicale. Tornando alle meraviglie reperibili da Liguria Libri e Dischi, mi ricordo la busta di cellophane trasparente contenente la cassetta autoprodotta dagli Scortilla e un booklet fotocopiato... l’ho sempre desiderata ardentemente, uno dei miei oggetti di culto. All’epoca non vi riuscii, ma un annetto fa mi sono consolato comprando il bel cd antologico postumo, contenente sia i brani della cassettina che, fra gli altri, un remaster e un video di Fahrenheit 451, lo splendido brano col quale i suddetti parteciparono al Festivalbar del 1984. E poi l’emozione quando, semi imboscato fra le proposte di un negozio di fotografia di Via San Luca (!), riuscii a trovare il maledettissimo sette pollici rosa, quello di “Rosa Shocking” dei Dirty Actions, ultimo a mancare alla mia collezione dopo essermi assicurato gli altri sei della serie Rock 80 pubblicata dalla Cramps, quella degli Area... il vinile trasparente dei milanesi X-Rated, quello giallo fluo dei bolognesi Windopen, quello blu dei romani Take Four Doses, quello giallo scuro delle Kandeggina Gang di Jo Squillo (che suonarono nel levante genovese insie-

me ai Dirty Actions, se non ricordo male), quello verde degli Skiantos e la loro “Fagioli”, brano che avrebbe dovuto partecipare al Festival di Sanremo salvo poi venire cassato quasi all’ultimo, e quello rosso ciliegia dei milanesi di stanza al Leoncavallo, i Kaos Rock, con i quali se fossi stato meno imbranato (avevo 15 anni!!) avremmo potuto suonare assieme qui a Genova. Ricordo ancora il quasi svenimento quando mi chiamò in interurbana il loro bassista Gianni Muciaccia (da allora e tuttora compagno di Jo Squillo, gossip mode <on>) per vedere se si riusciva a organizzare la cosa!!! In quei giorni a Pordenone i ragazzi del Great Complotto riuscivano a fare la storia (complice però un appartamento sfitto concesso da mammà a uno di loro per le attività del collettivo...), a Bologna l’Italian Records metteva su vinile la storia dopo averla iniziata a fare già due o tre anni prima e a Torino un certo Johnson Righeira lavorava sul suo sette pollici italo surf punk “Bianca Surf / Photoni” e inseriva nel suo demo anche una protoversione di “L’estate sta finendo” (se siete interessati, c’è il cd, dal titolo esemplificativo di un certo conflitto generazionale che bastardo - ci pervade a tutti quanti “Johnson Righeira, ex punk ora venduto”... acquisto consigliato). Per chi lo trova, per capire tutto ciò c’è un numero della rivista Popster - che ora si chiama Rockstar - che urlava in copertina “Arrivano le brigate rock!” In quella rivista scriveva un altro sognatore... Un impiegato di banca appassionato di musica e di F1 che scelse lo pseudonimo di Red Ronnie. Last, but not least, mi permetto di ricordare con estrema libidine il programma in onda su TiVuEsse ogni domenica pomeriggio alle due, se non erro, chiamato “Colpo Secco” e condotto da Renato Tortarolo in cui venivano intervistati e registrati in presa video diretta in studio i gruppi genovesi. Fu lì che conobbi Establishment, Scortilla, Sixties... quei filmati sarebbero oro puro se saltassero fuori di nuovo!

Pensi che il web con tutti i suoi pregi e difetti abbia alterato il modo di comportarsi di musicisti ed appassionati di musica? In meglio o in peggio? Ad esempio, un tempo sembrava una cosa incredibile stampare un album con copertina, mentre oggi con un pc ed un chitarrino ed un microfono, una persona può produrre il suo disco con copertina e venderlo ad un pubblico potenziale di milioni di persone. Questo oltre a dare molte possibilità forse ammazza un po’ il prodotto secondo te? Trovo questo discorso davvero delicato, perché la giuria... non si è ancora riunita e non ha espresso il suo parere! Posso solo fare alcune riflessioni di prima persona, senza la pretesa che siano quelle giuste o anche solo che vengano condivise. Vedo TRE riflessioni da fare, non necessariamente coerenti fra loro. La prima è che il web è comunicazione. E la comunicazione non è mai un male. Esempio stupido, in occasione di un recente trasloco ho trovato una scatola di lettere che scambiavo all’epoca del gruppo mod (The Five Faces) con mods di altre città... a posteriori, se all’epoca ci fosse stata l’e-mail tutta quella corrispondenza sarebbe stata più immediata, senza dover mandare avanti e indietro lettere e aspettare per giorni la risposta... certo, era bella la sorpresa di trovare la busta nella casella postale, magari con dentro adesivi, spillette, etc. ma a conti fatti credo non ci siano comunque paragoni. La seconda, riguardo al tipo che si registra i pezzi con la chitarrina e il pc, è più circostanziata. Parlo con in tasca l’esperienza delle etichette digitali. La qualità viene comunque sempre prima di tutto. Il suddetto elemento con chitarrina ha senza dubbio accesso a canali di promozione e distribuzione impensabili fino a qualche tempo fa ma se, come spesso accade, ciò che fa è una cagata, nessuno del pubblico potenziale di milioni di clienti glielo comprerà, di questo statene certi. Non sono affatto pochi quelli che pensano di produrre 15 CMPST #7[06.2008]


Produzioni capolavori e poi vendono otto downloads in sei mesi... e tutto si può dire meno che il pubblico, soprattutto quello che addirittura paga, non sia un giudice assolutamente spietato. La terza, circa...l’omicidio del prodotto è relativa. Il fatto che ci sia più scelta può senza dubbio comportare una dilatazione nei criteri, nei tempi e nei modi di scelta da parte dell’acquirente ma quando poi si arriva alle cose serie... e cioè lo spendere soldi, nessuno compra cose che non gli piacciono veramente. Senza contare che gli strumenti e le fonti che possono aiutare a compiere la scelta, seppure in un catalogo immensamente più grande che in passato, sono più precisi e disponibili in quantità, quindi più o meno le cose si bilanciano. C’è maggiore scelta e maggiori strumenti per attuare la scelta giusta secondo i propri gusti. È un male? Forse no, vero? Un’altra domanda che assilla noi (finti) indie rockers a Genova è: perché la gente non viene ai concerti. Su un pubblico potenziale di migliaia di persone, alla fine non si capisce come molto spesso, davanti a proposte allettanti, come quelle di DisorderDrama.org o del Checkmate Club, gli astanti si contino sulle dita d’una mano. Un problema di mentalità prima che di spazi. Percepisci anche tu questa sensazione sotto la lanterna? La percepivi negli anni ‘80? Come convincere la gente che è meglio andare ad un concerto che giocare alla Playstation? Nei primissimi anni 80 il concerto, anche se era nell’aula magna del Cassini, era un evento, un momento di aggregazione e magari anche un motivo per sperare di prendere un pò di mussa... (solo sperare, eh, sia chiaro..) Era ciò che dicevo prima... ingenuità, scoperta/innovazione ed eccitazione. Ora indubbiamente, a trent’anni dal punk, questi tre fattori sono meno presenti. I ragazzi di Disorder Drama, tanto per fare un esempio 16 CMPST #7[06.2008]

che ritengo illuminante e - appunto - da portare ad esempio, fanno il loro “lavoro” con una professionalità ed una competenza che all’epoca era assolutamente impensabile sognare di raggiungere e con almeno altrettanta passione. Ma, e lo sappiamo tutti, gli astanti sono pochi. Di chi è la colpa? La risposta più verosimile è, credo, la meno simpatica da dare: di nessuno. Loro, gli organizzatori, sono assolutamente al di sopra di ogni sospetto. Ciò che fanno è fatto secondo i criteri, praticamente ineccepibili, di cui sopra. Il pubblico “potenziale” è distratto e ben pasciuto dalla disponibilità e dall’offerta di tanta e tale aggregazione e comunicazione fisica e virtuale che venticinque anni fa era, in alcuni casi, realmente fantascienza (videotelefonino? seeeeee.... roba da Star Trek... “Scotty, beam me up!”), senza contare l’offerta di musica attuale su radio, tv e internet (tenendo pure conto che la musica in sé è comunque al momento una commodity meno appetibile di quanto lo fosse “ai miei tempi”). Il pubblico “di altre epoche”, incluso il sottoscritto, non è sempre ricettivo nei confronti delle novità attuali (provate a chiedermi se preferisco i Kiss o gli Slipknot o anche solo i Culture Club ai Tokyo Hotel...), è spesso, o quasi sempre, impegnato dal dover garantire energie/risorse/disponibilità per tutta una serie di responsabilità che prima non c’erano e, last but not least, non apprezza il venire tacciato di “matusa” o, peggio, di pedofilo frequentando locali dove l’età media dei presenti è inferiore alla metà dei suoi anni.... :) Un altro “Daytime dilemma” è quello dei finanziamenti pubblici. Molti a Genova si lamentano dalla mattina alla sera di non avere finanziamenti da Comune, Provincia, Regione, come se “spettassero” loro dei soldi in quanto organizzatori di concerti (alcuni si lamentano senza neppure chiedere.... ma questa è un’altra storia, chi ha

“Ma io vengo dal punk, e da un epoca nella quale l’unica mano tesa verso le istituzioni era per alzare il dito medio, e non per elemosinare, quindi concedetemi almeno qualche attenuante generica...” orecchie per... parappapà, ndr), ignorando quasi completamente il concetto di “autofinanziamento”, che invece dovrebb’essere di regola. Pensi che le istituzioni dovrebbero dare una mano all’ambiente musicale? Oppure trovi che gli organizzatori dovrebbero sbattersi e basta, perché nessuno regala niente e “l’assistenzialismo ha i giorni contati”? Oggettivamente parlando, anche qui ho la fortuna di poter citare un esempio illuminante accaduto, mi pare nel 1983, nella nostra città. All’epoca la Giunta Comunale, accogliendo le istanze provenienti dalla nutrita folla di musicisti, organizzatori e pubblico della scena genovese (che all’epoca rappresentava un più che discreto serbatoio di potenziali voti, in effetti...) decise di iniziare a regalare ai musicisti dei gruppi genovesi dei coupon validi per un’ora di sala prove gratis. Bellissimo, no? Allora, vediamo la cosa nel dettaglio... Questi coupon erano “nominali per gruppo”, e venivano distribuiti uno alla settimana. Un gruppo era mediamente di quattro persone. Quindi il lunedì passava il cantante del gruppo “The Broncos” a farsene dare uno. Il martedì il chitarrista, dicendo invece che suonava nei “Miracles” andava a farsene dare un altro. Il mercoledì il bassista dei sedicenti “BoomBooms” raccoglieva il terzo e perfino il batterista, al giovedì (strano come anche i batteristi a volte riescano a compiere azioni che vanno oltre ai bisogni primari...) riusciva a portarne a casa un altro, in qualche modo. Morale: quattro buoni da un’ora disponibili per gruppo (vero) alla settimana Morale pt.II: il Comune, sorpreso da


Produzioni tale spietatamente coordinato assedio, non riuscì poi a onorare i rimborsi alle sale prova dell’epoca e molte di queste (cito per certa quella che frequentavo io, il Pentagramma di Pza delle Vigne) dovettero chiudere, condannando altresì a morte molti dei gruppi che le frequentavano. Morale pt.III: cui prodest? Soggettivamente parlando, invece, e non necessariamente a seguito di questo episodio, io mi reputo comunque assolutamente contrario a qualsiasi forma di finanziamento da parte degli Enti Pubblici a gruppi o scene musicali, tanto più nel momento in cui questa richiesta parta da questi ultimi. Fare musica dovrebbe essere o una passione, un’arte, per cui uno o più soggetti possono farla indipendentemente dalla presenza o dal gradimento di un pubblico (e quindi a maggior ragione dall’assistenza data da un Ente Pubblico per favorire questo processo), oppure un’attività che, magari nel suo piccolo, si va ad inserire in un “mercato”. E allora è quel mercato stesso a dettare le regole. Non si pretenda di instaurare una presenza in un libero mercato attraverso l’iniezione di denari pubblici, tolti oltretutto a utilizzi che potrebbero essere ben più necessari, se non addirittura vitali, per alcuni cittadini della musica. Se poi si parla di situazioni in cui viene favorito l’utilizzo di spazi pubblici inutilizzati o sottoutilizzati per manifestazioni organizzate e finanziate privatamente, allora questa è una faccenda diversa. Cum grano salis, e possibilmente al di fuori di meccanismi di paternalismo politico o, peggio, di voto di scambio, questo potrebbe essere un equo compromesso. Ma mettere su enti, associazioni, cooperative e/o crearsi posizioni di spicco in presunte scene per ergersi a portavoce di qualcuno e battere cassa mi sembra davvero quanto di più lontano da come vedo io il concetto del fare musica... Ma io vengo dal punk, e da un epoca nella quale l’unica mano tesa verso le istituzioni era per alzare il dito medio, e non per elemosinare, quindi concedetemi alme-

no qualche attenuante generica... Dopo tanti anni sei rimasto ancora nell’ambiente musicale, cosa che non capita a tutti. Ti capita a volte di sentire o incontrare qualche tu amico ex musicista che ad un certo punto ha detto “Basta, vado a fare l’impiegato” ed ha appeso il chiodo al chiodo? Credi che capiterà anche a te prima o poi? Io, almeno finché le logiche delle multinazionali (e potrebbe essere davvero poco, ahimè...) me lo consentiranno, faccio davvero l’impiegato! E vi assicuro che conciliare le due cose, e la famiglia, non è sempre facile. Sono continui compromessi, piccoli e grandi, che bisogna cercare, e naturalmente chi ha lo spirito pervaso dal fare musica non sempre ha la stessa capacità negoziale dell’Onu e la pazienza di Madre Teresa di Calcutta, ma d’altro canto è anche vero che a nessuno di noi lo ha prescritto il medico di avere questa passione quindi... Sono tanti gli amici che hanno mollato, a partire dal batterista degli Asphyxia/The Five Faces nel lontano 1983... allora lo vissi come un vero e proprio tradimento e ci rimasi malissimo, ora sono ovviamente più conciliante. Vivo ogni giorno sulla mia pelle cosa vogliono dire certe responsabilità, e riconosco che ci vuole una certa dose di follia, o di incoscienza, per continuare a perseguire testardamente certe cose in presenza di altre... E poi, parafrasando i Led Zeppelin, essere nel rock è come essere in una società segreta, anche se gli anni, i decenni, passano quando ci si ri-incontra ci si riconosce subito. Gli altri invece, quelli per cui la musica era solo una cosa del momento, ora si staranno gustando qualche altra passione (in fondo ce ne sono sempre di più disponibili, no?) e quindi con loro va bene così. Loro non mancano a me e io senz’altro non manco a loro... Un’ultima domanda, per chiudere con un

messaggio d’ottimismo: cosa vorresti che venisse scritto sulla tua tomba? :-D Mi viene in mente quella barzelletta che suggerirebbe di mettere “Ve l’avevo detto che non mi sentivo mica tanto bene...” Più realisticamente, e attingendo solo al mio sacco, direi “È vissuto inseguendo i suoi sogni. Ma non crediate abbia smesso, ora” Più info su Giorgio su ht tp://w w w.myspace. com/ateliernouveau http://www.ateliernouveau.eu h t t p : / / w w w. m y s p a c e . c o m / t h e f a m i l y i t 17 CMPST #7[06.2008]


Sul Palco “Siamo in Liguria, e la gente è sempre un po scettica all’inizio, rispetto a queste iniziative...”

Santo Rock Festival Intervista con Giacomo Boeddu e Michele Cauda di Giulio Olivieri

E QUINDI: SANTO SUBITO! L’estate è ormai alle porte, i locali han fatto i loro bei concerti di fine stagione e il rocker genovese in teoria finisce per perdere per tre mesi il suo habitat più classico. A salvarlo dalla fame di concerti ecco che arrivano quelle sane abbuffate collettive di musica che sono i festival, ricchi banchetti dal menù vario e appetitoso che lasciano lo spettatore satollo e felice. E il pubblico ha decisamente dimostrato di apprezzare la scelta , così come la band, e come si può immaginare la cosa fa bene a tutte e due le parti: chi viene per sentirsi un po di buona musica scopre gruppi che forse non sarebbe mai andato a vedere, chi viene per suonare ha l’occasione di testare la propria musica su spettatori che possono anche non seguire il loro genere e che quindi devono venir conquistati con ogni mezzo. Insomma, un’occasione d’oro per la scena musicale cittadina, tanto più che la necessità di avere un cast ogni anno diverso spinge chi organizza a dar spazio alle nuove leve, dando così spazio a chi deve ancora farsi le ossa sul palco e ha necessariamente bisogno di mettersi alla prova in manifestazioni importanti. Lunga vita ai festival estivi dunque, e quindi preparate capellini per riparavi dal sole, spray antizanzare, creme per proteggervi dal sole e telo per stendervi sul prato e buon divertimento! Con una scaletta che comprende una notevole varietà di generi (dall’hard all’hardcore, dal noise all’hiphop, dal punk al funk, dal cantautorato al reggae), il Santo Rock (Villa Serra, a Menasseno – Sant’Olcese, dal 6 all’8 giugno) si preannuncia uno dei più divertenti (e rinfrescanti, vista la zona) della stagione festivaliera. Scaletta varie, si scriveva, e con headliner come Sadist, Morkobot e Bobby Soul e innumerevoli altre formazioni (per un totale di ven18 CMPST #7[06.2008]

tun gruppi divisi sei il 6 giugno, 7 il sette e -chi l’avrebbe mai detto?- otto per l’8) direi che c’è da uscirne soddisfatti. Compost ha deciso di parlarne con Giacomo Boeddu e Michele Cauda, due componenti dell’organizzazione che si occupa dell’organizzazione del festival... Beh, innanzi tutto credo sia d’obbligo fare un po di storia del festival... Michele: Il Festival nasce prima di tutto dalla mente di Valentina Di Maggio, bassista dei 2

Novembre, e trova come primo sostenitore il fratello Davide, batterista nello stesso gruppo. I due sono da sempre affascinati dalla dalla bellezza del parco di Villa Serra e decidono di tentare di renderlo cornice di un evento musicale: da Sant’Olcese, il Santo Rock. Giacomo: Il senso era proprio regalare un contesto alle band della scena genovese, la sfida quella di farlo nel piccolo paese dove abitavano... Nel 2005, in un’unica serata si esibirono pochi gruppi. Il pubblico non era molto,


Sul Palco “La linea che vogliamo mantenere è quella di variare il più possibile i partecipanti al festival.” ma il guanto era stato gettato! L’anno dopo le sere furono due, il numero dei gruppi aumentò e così il pubblico.. M: E a proposito, tante sono le persone che sin dall’inizio hanno creduto in questo progetto e collaborato...cogliamo l’occasione per ringraziarle tutte: voi sapete chi siete! G:Anche il loro numero è cresciuto nel tempo... nel 2006 un altro “santolcesino”, Michele Cauda, basso di Boogamen e Zero Reset, entra a far parte dell’organizzazione ... M: E da quest’anno il team del “Santo”, come chiamato confidenzialmente dagli amici, ha aggiunto un’altro tassello al mosaico: Giacomo Boeddu, voce dei Gandhi’s Gunn. Adesso siamo in cinque e viaggiamo a pieno regime, grazie alla suddivisione dei ruoli che ci permette di organizzarci al meglio. G: L’organico è completato da Francesco Raimondi, chitarra dei Gandhi’s Gunn, che cura tutto il lato tecnico e pratico(assieme a Davide) e garantisce lo svolgimento ottimale delle serate del festival . E’ il nostro “mago” del palco,nonché come tutti noi, contributore in prima persona. Tornando alla storia, intanto il festival cresceva, si arriva all’edizione dell’anno scorso: 23 bands suddivise in tre serate,con un pubblico di circa 1500 persone: l’esperienza preziosa dei due anni precedenti inizia a dare succosi frutti! M: Quest’anno la sfida si fa ancora più ambiziosa... I nomi in cartellone diventano importanti... sì, il festival cresce... Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate? G: La principale difficoltà è quella ovviamente di reperire i finanziamenti: a Sant’Olcese molti guardano al festival con favore e ci supportano, ma avremmo bisogno di avere più margine di manovra per quanto riguarda

l’autofinanziamento o nostro malgrado saremo costretti a cambiare location dal prossimo anno... Sarebbe per noi vitale poter racimolare qualcosa tramite le attività di ristoro,ovvero la distribuzione e vendita di bevande... ma ciò al momento non ci è permesso… M: Ricordiamo infatti che il festival non ha grandi sponsor, si regge sulle spalle... beh , nostre!! Nonostante tutto ci teniamo a tenere l’ingresso totalmente gratuito, nel rispetto dello spirito dell’iniziativa. E i rapporti con gli abitanti della zona come sono? M: Siamo in Liguria, e la gente è sempre un po scettica all’inizio, rispetto a queste iniziative... I giovani di Sant’Olcese ovviamente sono felici di avere nella propria Villa immersa nella natura alcune serate di movimento! G: I meno giovani sono anche meno contenti...com’è lecito aspettarsi, ma per noi è fondamentale il rispetto di tutti, e siamo disponibili ad ascoltare le eventuali rimostranze… M: Certamente un po di rumore è inevitabile...dopotutto si tratta di rock!!! Le restrizioni che vogliono imporci sull’orario di chiusura finiscono per minare inevitabilmente il livello e la qualità del festival…Noi riteniamo che un po’ di musica per tre giorni all’anno non sia così insostenibile… insomma, abbiamo le nostre difficoltà, l’appoggio per quanto riguarda il parco sarebbe fondamentale! Il programma del festival è sempre stato aperto ad ogni genere musicale, qual’è il criterio con cui scegliete i gruppi? G: Si parte dal rock in tutte le sue declinazioni, ma lo scopo è di far suonare chiunque possieda una proposta valida. M: Ciò che è fondamentale è la preparazione e la qualità delle bands, poi ci teniamo a proporre al pubblico la più ampia varietà di suoni! C’è qualche band che avreste voluto far

Giacomo al mixer luci by Framezero suonare ma che per qualche casino non siete riusciti a chiamare? M: Tutte e nessuna...nel senso che abbiamo contattato diverse band, ma avendo ottenuto da subito una risposta positiva da Sadist, Morkobot e Bobby Soul, la scelta degli headliner si è chiusa subito nel modo migliore. Per quanto riguarda i gruppi della scena ligure e genovese, la linea che vogliamo mantenere è quella di variare il più possibile i partecipanti al festival. G: Il criterio è semplicemente quello di chiamare band da noi ritenute 19 CMPST #7[06.2008]


Sul Palco interessanti,quest’anno la scelta si è ampliata tramite una selezione dei demo che i gruppi ci hanno portato al Penelope. Ovviamente non abbiamo potuto soddisfare tutte le richieste ricevute, ringraziamo comunque tutti quelli che hanno dimostrato di credere nel nostro progetto! La grafica del poster è di Kabuto? G: Si le grafiche sono tutte di Kabuto, bassista dei Gandhi’s Gunn, che ha curato anche quelle del cd dei 2 Novembre, riteniamo importantissimo curare tutti gli aspetti del festival, inutile dire chele grafiche e lelocandine sono fondamentali. M: Vogliamo che rappresentino per tutti un punto di riferimento in modo da fissare l’immagine di quello che siamo e facciamo. L’anteprima del Santo Rock a Multedo è stata un’ottima idea, come vi siete sentiti dopo il successo dell’iniziativa? G: Soddisfatti! Come avrete capito a noi piace l’idea di trovare location assolutamente nuove : luoghi poco sfruttati ma con grandi potenzialità. Rischiando contro gli ultimi freddi invernali abbiamo voluto proporre un “amarcord” della scorsa edizione con band come Vanessa Van Basten, Pornoshock e Fungus... M: Un’amarcord e anche un biglietto da visita per la prossima edizione... La risposta della gente è stata fantastica ed ha accresciuto la nostra motivazione a mille! Avete in progetto di replicare l’evento? M: Certamente, adesso chi ci ferma più?? G: Abbiamo intenzione di proporre altri eventi estivi al Penelope, e per l’inverno stiamo studiando diverse cosette interessanti... Vi terremo informati!

“La risposta della gente è stata fantastica ed ha accresciuto la nostra motivazione a mille!” 20 CMPST #7[06.2008]

L’edizione 2007 del Santo Rock - foto di Simone Lezzi Framezero Il festival sarà anche l’occasione per presentare il tanto atteso esordio dei 2 Novembre: qualche anticipazione sul disco? M: Sì, e a questo teniamo particolarmente: i 2 Novembre rappresentano molto per Genova e il santo rock, come ideatori del festival e organizzatori instancabili, nonché come una delle band più valide ed amate dell’attuale panorama genovese... G: La serata del 7 Giugno vedrà l’anteprima dal vivo di “Bellorio” loro album di esordio, che sarà in distribuzione in tutta Italia da settembre. Ovviamente questo evento rende questa edizione del festival ancora più imperdibile. Volendo riassumere in uno slogan il motivo per cui chi sta leggendo queste righe

DEVE sentirsi obbligato a venire al festival cosa direste? Tutti e due: Vi chiedete il perché del loro lungo collo ? Al santorock anche i cigni fanno headbanging!!! Stay cigno !!!

Più info sul Santo Rock Fest su h t t p : / / w w w. m y s p a c e . c o m / santorock fest


Ospiti “Crescere, conoscere, studiare, non giudicare e fare, fare! Facciamo delle cose insieme invece di guardarci in cagnesco.” Michele Serrano Intervista con Michele Serrano di Marco Giorcelli

TOMORROW’S PARTIES Poliedrico, sfacciato, egocentrico, istrionico: quante altre mille facce potrebbe svelare ancora Michele Serrano? Tra Karl Lagersfield e Donna Letizia, un personaggio intelligente, scomodo, un Indro Montanelli in salsa rosa con il quale, prima o poi, tutti dovremmo averci a che fare. E se non per i piccanti appuntamenti settimanali sulla Repubblica di Genova, almeno per i piatti delle Colonne di San Bernardo, il suo ristorante nel centro storico genovese. Io, effettivamente, lo conosco poco, soprattutto per sentito dire. Però mi è simpatico per due ottimi motivi: è sempre elegante ed è spesso sorridente. Qualità che già di per sé lo rendono un genovese sui-generis. Osservando il tuo curriculum vitae mi è venuto in mente qualche personaggio della beat generation tipo lo stesso Keruac: un’esistenza densa di tutto, ingorda, talvolta quasi satura di vita. Una personalità come la tua (per un esaustivo approfondimento rimando al tuo curatissimo sito www.micheleserrano.it) come riesce a coniugarsi con una città come Genova dove, talvolta, l’immobilismo riesce a smorzare anche i più intrepidi entusiasmi? Un vecchio amico, Massimo Piombo, mi definisce l’unica che persona che abita a Genova ma vive come a Parigi. Carino, soprattutto dato che lui è uno stilista di grande successo, a Parigi è di casa, mentre io sono abbastanza spiantatello. Da ragazzo comunque volevo solo andarmene, beh consiglio a tutti senza eccezioni

di andarsene via di qui almeno per l’università! I gruppi giovanili genovesi sono rigidi come un’ uniforme, molto di più dei giri degli adulti. Ci si frequenta per quartiere, per classe di leva o per appartenenza politica (calcio a parte)… decisamente claustrofobico, soprattutto considerando che da giovani si ha bisogno di essere accettati (capaci di incredibili bassezze per uno straccio di conferma), e raramente si ha la faccia marcia che è venuta a me nel corso degli anni. Comunque l’ho fatto, me ne sono andato, ho viaggiato moltissimo (è indispensabile per capire che usi e costumi non sono diktat ma convenzioni) e ho scoperto che anche Manila coi suoi 18 milioni di abitanti può essere provinciale come Quarto Alta! Tutto dipende da chi sei tu, da che relazioni instauri con le perso-

ne che incontri… Si vuole andare lontano, ma Lontano da Dove? (per citare un vecchio film). La prima distanza da prendere è quella da sé stessi. Premesso questo Genova è evidentemente una città durissima, in mano ad una gerontocrazia massona, ma per nulla illuminata, ad alto inquinamento mafioso, che offre ben poche opportunità. Lamentarsi però non serve a nulla. Odio la lamentela e le spinte garantiste tipo: “non vado via di casa perché gli affitti sono cari o perché non trovo il posto fisso”. Poveri cocchi, ma dove sta scritto che la tua vita debba essere garantita? Lottiamo contro lo status quo migliorando noi stessi, mettendo azioni positive. Crescere, conoscere, studiare, non giudicare e fare, fare! Facciamo delle cose insieme invece di guardarci in cagnesco. In riferimento alla domanda precedente, non ti viene mai voglia di prenderti un altro anno sabbatico come hai fatto nel 97’98 quando sei andato nelle Filippine? Che ricordi hai di quella esperienza? Tutti i filippini che ho conosciuto (qui) mi son sempre sembrati dei gran casinisti. Beh un po’ incasinati lo sono con 500 anni di dominazione spagnola che si è innescata su una cultura oceanico-animista. Comunque raramente quelli che vengono qui a lavorare avevano i nonni che 21 CMPST #7[06.2008]


Ospiti andavano a fare lo shopping a NY con l’aereo personale, eppure là ne incontri tanti! Certamente i Filippini sono molto più cosmopoliti di noi (intendo noi europei) e sono molto divertenti, anche perché hanno una visione del sesso assai meno drammatica della nostra, ma no, un altro anno sabbatico per ora non lo desidero né là né altrove. Ho voglia di lavorare. Prima di arrivare all’inevitabile confronto con Angiolina Priod (tuo alterego da rotocalco, me lo consenti?) vorrei sapere se e chi trovi a te affine per energia e propositività a Genova? Guarda non posso citarne né uno né due, ce ne sono mille e ancora mille. Tu per esempio col tuo giornale… A me magari stanno sul cazzo i gruppi e le lobbie, ma adoro le persone. Prese una a una mi sembrano quasi tutte bellissime. So che sei buon amico e che hai collaborato più volte con Andrea Liberovici, considerando la tua consumata esperienza teatrale, quali sono le esperienze strettamente cittadine che trovi più interessanti e creative in ambito di prosa? A Genova quasi sempre la cultura ha un retrogusto al pesto. Andrea invece porta avanti una ricerca teatrale molto interessante e informata di ciò che accade ed è accaduto nel mondo. Certamente è un grande amico, ma sai sono amico anche di quelli di Emanuele Conte e di Stefania Opisso (Archivolto). Sono amico della Peirolero, di Savina Scerni, della Vannucci, della Sicignano e di Anna Nano dello Stabile…. Chi è Angiolina Priod? Una giornalista, una Donna Letizia oppure una Barbara Alberti tout court? Angiolina nasceva come una signora della buona borghesia genovese, non 22 CMPST #7[06.2008]

sposata, ma con un certo passato sentimentale e una solida cultura. Una donna sola, acuta e caustica che chiacchierava dalle pagine del giornale come se parlasse con la migliore amica. Il fatto è che in quasi 8 anni io sono cambiato parecchio e certe cose che Angiolina vedeva non le guardo più. Però mi piace sempre la sua leggerezza, vorrei che un po’ di Angiolina vivesse in me per sempre. Che musica ascolta Michele Serrano? Sei a conosenza delle molteplici realtà cittadine e liguri più in generale? Hai mai ascoltato, per esempio, Bobby Soul, Blown Paper Bags oppure gli ormai famosi Ex-Otago? Probabilmente li ho ascoltati tutti, ma confesso che non ne ricordo nemmeno uno. Ciò non significa che magari non siano bravissimi. Gli unici che veramente detesto sono i Buio Pesto. Li ho sentito alla Fiumara e non ho apprezzato per nulla i riferimenti sessisti per non dire razzisti. Comunque in fatto di gusti musicali sono molto retrò. Lo ero anche da ragazzino per altro, il rock duro e le schitarrate alla Jimi Hendrix non mi hanno mai entusiasmato. Adoro il blues, il Jazz caldo, i grandi standard e la musica classica, particolarmente il ‘700 e il ‘900, Mozart e Satie per intenderci, ma mi sono appena sciroppato le tre ore della Donna senza Ombra di Richard Strass per la regia di Bob Wilson all’Opera Bastille senza batter ciglio e sabato vado a sentire Il Cavaliere della Rosa. Non amo la dodecafonica né le sperimentazioni di Cage, se pure gli riconosco tutta la sua genialità. Sostanzialmente sono onnivoro anche in fatto di musica con una predilezione per quella che “non fa finta”. Chi si camuffa da intelletualino o trasgressivo senza esserlo davvero accende la mia vis polemica. Ma poi va un po’ a periodi no? Hai aperto un ristorante in Via San Ber-

nardo. Hai investito quindi nel Centro Storico. Non ti sei mai pentito di questa scelta? Come trovi che sia cambiato il centro storico genovese negli ultimi anni? Pentito no, appesantito ogni tanto sì. Anche perché a causa delle malevolenze messe in giro da xy sono stato identificato come il “sciur parun da li belli braghi bianchi” oggetto di odio e vituperio. Peccato che xy ha la cabina al Lido, protezioni nepotistiche in Comune, non assume nessuno e sfrutta dei disagiati! Ma si sa che il populismo becero fa sempre una certa presa. Comunque ora la situazione è più

Michele a Peccati - Primocanale


Ospiti “Però non so… mi mi devono un collegio, chi sennò, per fargli giochino sulla

per sputtanardare almeno me lo fa fare fare tutti i loro mia testa?”

serena e poi sostanzialmente me ne fotto, ma sono ancora arrabbiato con quelli che sporcano, quelli che non puliscono, quelli che hanno sempre il motorino sotto il culo e non lo spengono mai, e i proprietari di casa che ci marciano. Amo la bellezza del Centro Storico, certo puzzasse un po’ meno! Le Colonne comunque è il terzo locale che apro nei vicoli (il primo è stato l’amatissimo Balcone, poi l’orgiastico Salymar), è un posto meraviglioso e io sono fiero di averlo riportato all’antico splendore dopo le ingiurie che aveva subito.

Ci vuoi anticipare qualche tua prossima impresa creativa o imprenditoriale? Dove stai meditando di imbarcarti? Il progetto di una nuova trasmissione per Primo Canale (puro intrattenimento) con uno speciale focus sulla bellezza, e quello di un video-rotocalco sull’arte contemporanea che mi sta dando grandi soddisfazioni. E poi voglio vivere, vivere tantissimo… come sempre. Che rapporto hai con la religione oppure con la spiritualità più in generale? Non credo che spirito e corpo siano entità separate, nelle funzioni corporali c’è la stessa spiritualità che nella preghiera. Io comunque sono buddista da diversi anni, pratico quotidianamente e non potrei farne a meno. E’ un continuo stimolo a crescere, ad essere più felici e più consapevoli. Certo come omosessuale dichiarato (anche se io penso che l’omosessualità non esiste. Esiste solo la SESSUALITA’ in perenne trasformazione), non posso certo avere un buon rapporto con la Santa Ma-

dre Chiesa Romana, Cattolica e Apostolica! Ma questo non significa che non ami profondamente il messaggio del Cristo che è assolutamente sublime. Ma Genova, secondo te, è una città sessualmente libera? Nel senso che è facile uscire la sera, magari fare conoscenza con qualcuno alle Colonne di San Bernardo e poi finire a letto? A me sinceramente non è mai successo. Sicuramente per mia incapacità, ma trovo i genovesi piuttosto chiusi anche da questo punto di vista. Beh, tanto difficile non è, nei miei locali ho assistito a non pochi inciuci… strano che tu non abbia mai combinato, mi sembri piuttosto carino dalla foto! Provocazioni a parte, certo Genova non è come Cuba e nemmeno come Parigi, siamo in Italia, abbiamo la mamma e Ratzinger, però tutto dipende da noi. Certo se sei già convinto che non te la molleranno prima ancora di uscire di casa… Non hai mai pensato di buttarti in politica? In fin dei conti quello che manca oggi in Italia (a mio sindacabile giudizio) è proprio un viso carismatico e luminoso come il tuo. Siamo sinceri, Pericu è stato un buon capo, ma non somigliava certo a J.F.Kennedy. Ancora, ancora Burlando, fisiognomicamente almeno… Beppe Pericu? Un buon “capofamiglia” direi (ottimo padre e marito), che Burlando poi sia un bono???? Certo che ho pensato e penso a fare politica, ho anche stazionato nella lista di Marta Vincenzi per circa 14 ore! Però non so… per sputtanarmi mi devono dare almeno un collegio, chi me lo fa fare sennò, per fargli fare tutti i loro giochino sulla mia testa? E poi comprendo anche le titubanze di chi mi dovrebbe presentare, i liberi pensatori in Italia fanno paura, anche se portano voti. Infine come dire… parafrasando in termini sessuali: sen-

Le Colonne di San Bernardo timentalmente sono di sinistra, ma si finisce per scopare solo con la destra! Che palle stò moralismo catto-comunista. Genova città di artisti? Oppure Genova città di bottegai? Oppure Genova città d’artisti della bottega? Genova città di tutti. Io per esempio sono un genovese. sia.

Grazie per la disponibilità e la cortePiù info su Michele Serrano e le sue molteplici attività su ht tp://w w w.micheleserrano.it 23 CMPST #7[06.2008]


Glocals “Che poi, sai che fatica: si tratta di ballare, di seguire un ritmo e andarci dietro col corpo!” Q / Topi Muschiati Intervista con Filippo Quaglia di Simone Madrau

STATUS Q-UORUM Musicista di esperienza e persona fortemente legata a quella Genova che è stata e ancora è, sia pure con le luci più basse di un tempo. C’è un fil rouge tra quegli anni 90 e il presente indietronico di Filippo Quaglia, in arte Q, che non si incarna solo nei visi degli ex-Laghisecchi Tarick1 e Numero6 o in quello di un nume tutelare chiamato Paolo Benvegnù, ma anche nell’approccio fermo e consapevole di chi le sue lezioni le ha imparate e ora sa scendere a patti con una città richiusa e ostile. Partiamo dal discorso tu prima di essere Q. Facendo ricerche online si trova poco dell’esperienza Topi Muschiati. Sì anche perché ai tempi in cui la band era attiva la rete non era ancora un media così potente. Con i Topi Muschiati abbiamo iniziato dodici anni fa, ai tempi del liceo: classico gruppo che nasce tra i banchi di scuola, facevamo indie-pop in italiano, nati in un primo momento come power trio cui poi si è aggiunto un tastierista. Intorno al 2001 eravamo molto apprezzati nella scena torinese che stava iniziando a decollare con Sushi, Mescal, ecc. Sembrava che le cose iniziassero a girare bene anche per noi, poi invece abbiamo avuto una serie di sfighe. Stavamo autoproducendo un EP che a fine mixaggi si è bruciato con il computer dello studio, e non essendo quest’ultimo mai stato backuppato abbiamo perso un mese e mezzo di lavoro con conseguente crollo dell’umore. Avevamo trovato come manager Paolo Naselli Flores della Urtovox, che tra l’altro allo stato attuale è il mio ufficio stampa e addetto alla promozione e sta lavorando molto bene su questo disco. In 24 CMPST #7[06.2008]

quel periodo invece noi scalpitavamo molto per uscire mentre lui cercava di tenerci buoni per intraprendere la via major che ai tempi sembrava ancora praticabile. In realtà poi nessuna major ci ha mai considerato, come è successo a molti altri: il che, sommato al fatto che hai voglia di suonare, non hai un disco, non hai concerti, fa sì che l’entusiasmo vada a scendere. Finchè nel 2004 io ho lasciato e di lì a poco anche gli altri hanno smesso. Com’era la situazione in termini di locali ai tempi dei Topi Muschiati? Primo concerto dei Topi Muschiati al Mascherona. Poi c’è stato il periodo Palace con Fottitopo, Nessundorma con Fottitopo e poi Fitzcarraldo. Era un momento in cui suonavi tanto in città, noi suonavamo tantissimo. C’erano più spazi per suonare, anche in quei locali che al sabato magari proponevano cose fortemente commerciali. E c’era più pubblico, devo dire. Più pubblico, e più interessato. Poi il mercato si è nettamente richiuso e siamo all’oggi. Rispetto alla nostra generazione il diciassettenne di adesso mi sembra mediamen-

te poco interessato all’aspetto strettamente musicale e all’ascolto di ciò che il musicista ha da dire: mi pare casomai più attratto dal personaggio, o dall’evento in sè. Ci sono locali, in Italia e anche a Genova penso allo stesso Milk, ad esempio - in cui per il pubblico il main event della serata sembra essere più il dj set che il concerto che precede. Io lavoro con i ragazzi del Milk - non al Milk, ma al Play o ad eventi speciali come la serata alla Tosse con Daddy G (che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo questa intervista, NdSimo). Siamo un gruppo di cinque persone e lavoriamo su queste cose. E’ certamente un problema che la serata parta col dj set e che non ci sia la voglia di entrare prima nel locale e sentire un concerto. Io, per darti un’idea, la presentazione del disco al Milk l’ho fatta con gli Amor Fou che sono un gruppo di una certa risonanza a livello mediatico in questo momento, anche per tutto il discorso Raina -> Giardini Di Mirò e Malfatti -> La Crus. Nonostante queste credenziali, il risultato è stato di boh.. venti persone, ma se va bene. Da ragazzino ho visto due concerti dei La Crus qui a Genova: in prima fila ricordo trentenni che piangevano, nel locale cinquecento persone. La Crus tra l’altro due giorni dopo il mio live con Amor Fou erano in Rai su Scalo76, per dire che se non è in grado di attrarre gente un gruppo così... A me sembra che comunque ci sia un impigrimento del pubblico anche sul discorso dell’ascoltare un dj. Se non gli metti un qualche revival o un qualcosa che non conoscano a menadito, la gente non fa proprio la fatica di partecipare. Che poi, sai che fatica: si tratta di ballare, di seguire un ritmo e andarci dietro col corpo! E’ un problema quindi anche per un Andreone, è un problema per tutti. Per riuscire a tenere in piedi concerti di qualità per un pubblico di


Glocals nicchia sei purtroppo costretto a bilanciare, a cercare di tenere dentro tutti. Non è casuale che concerti non ne stia più facendo nessuno a Genova: le uniche realtà live che sopravvivono sono Buridda, Milk e Checkmate. Sono rimasto shockato quando sono andato a registare il mio disco a Prato, nello studio di Paolo Benvegnù: lì hanno sei o sette locali che fanno musica dal vivo e che sono pieni di gente che suona. Hanno una scena impressionante e superiore a quella di molti capoluoghi. Hanno ospitato anche qualche nostro nome: lo stesso Tarick1 ha suonato al Siddharta, ad esempio. Vero, bisognerà tenere gli occhi puntati. So che anche gli Hermitage suoneranno ad aprile da quelle parti. Sì. Penso che nel loro caso si tratti del locale che ha aperto l’ex socio di studio di Paolo Benvegnù accanto allo stesso studio di registrazione di quest’ultimo, ma potrei sbagliare. Gli ex-Topi Muschiati ora fanno qualcos’altro legato al mondo della musica? Con Suba, il bassista, siamo ancora in contatto. Abbiamo iniziato dapprima a mettere dischi insieme e poi quando ho iniziato a registare il disco da solo mi ha aiutato sulle programmazioni. E’ molto bravo a smanettare coi programmi e con le macchine, ha un gusto molto bello per l’elettronica. Max, il tastierista di cui sopra, è stato per un certo periodo il pianista dei Numero6, durante il tour di Dovessi Mai Svegliarmi: è arrivato nel momento in cui io ne uscivo come chitarrista e quando poi sono tornato a curare le parti elettroniche è uscito lui. Dopodichè è iniziato il tour con Brizzi dell’estate scorsa. Si può dire che tu sia nella line-up ufficiale dei Numero6? Bè il nucleo fondatore, quello che gestisce la maggior parte delle cose, rimane quello composto da Michele Bitossi e Stefano Piccardo. Ci siamo anche io e Nicola Magri, il batterista dei Calomito ( e degli ultimi K.C.Milian ndr), che comunque facciamo parte ufficialmente del gruppo: abbiamo registrato questo disco con Brizzi successivo al tour, mentre in estate lavoreremo al nuovo album dei Numero6. Al momento per quest’ultimo non esiste ancora

nulla, dato che Michele sta ancora scrivendo. Esistono delle date in studio già fissate, e solo in occasione di queste ultime tireremo giù le prime idee. Per ora quindi è presto per dire qualsiasi cosa. Parliamo allora al presente e veniamo a Q. Innanzitutto: perché è arrivato Q? Esigenza sentita di comunicare qualcosa di solamente tuo, desiderio di autoaffermazione al di fuori di un contesto di gruppo, voglia di fare altre cose..? Nell’anno in cui ti dicevo, quando ho smesso di suonare e mettevo dischi con Suba, ho iniziato ad appassionarmi all’elettronica e in particolare alla scena del nord europeo. Quando ho ricominciato a suonare ero sempre e comunque interessato alla canzone d’autore. Ho ricominciato con ProTools e con tutti gli strumenti che avevo a disposizione in quel momento, in maniera molto casereccia, tanto per fissare qualche idea. E da qui, andando avanti con le cose, è arrivata l’idea di fondere i due concetti: il dj set e la scrittura, appunto, acustica. Diciamo che l’intento è diventato quello di contemporaneizzare la figura del cantautore. Su questa base è stato scritto questo disco, in maniera diversa rispetto al passato dal momento che tanti brani partivano dal beat e non dalla chitarra. Beat e voce, e poi a cercare gli appoggi melodici. Genova ha una folta schiera di cantautori, tra l’altro. La sensazione però è che, mentre alcuni di loro condividono o intendono condividere il tuo approccio, per altri valga il discorso secondo cui un luogo comune grosso come De Andrè rappresenti un punto di arrivo e non di partenza. Questo è sicuramente un limite. Poi però dipende molto da quanto scegli una cosa, da quanto sei barricato su un’opinione. Se tu, cantautore, dici ‘mi ispiro a quello e voglio rimanere nel campo’ va benissimo, per carità: sono scelte, e le rispetto. Se però sostieni anche che ‘la canzone d’autore è stata quella e deve essere quella’, per me è una cazzata. Bob Dylan provava a usare le chitarre elettriche abbinate alla canzone d’autore. Lo stesso De Andrè ha fatto ricerca, magari la farebbe ancora oggi, magari smanetterebbe con le

Q in Buridda - Foto di Anna Positano groove box. In fondo si era affidato a Mauro Pagani, uno che ha sempre avuto e ha ancora un forte occhio verso quanto succede in musica nell’ambito contemporaneo. Come sono avvenuti i tuoi contatti con Micropop Records? In maniera casuale: ci conoscevamo perché loro sono di Barberino, vicino Firenze, ed erano amici di Naselli Flores della Urtovox. Quando quest’ultimo ci faceva da manager, ascoltarono i Topi e gli piacquero molto. Al punto che dopo qualche anno, quando il contratto con Paolo stava scadendo, il proprietario dell’etichetta, Tony Vivona, mi ha chiesto se eravamo liberi dicendo che gli sarebbe piaciuto produrre il nostro disco. Senza immaginare che noi ci eravamo sciolti da un paio di mesi. Così, nel comunicarglielo, ho aggiunto che comunque io stavo facendo cose mie e gliele ho proposte. Poi i tempi si sono dilatati moltissimo, a causa mia che ho impiegato molto tempo a rielaborare quei pochi spunti che avevo in mano in quel momento. Pian pianino poi abbiamo fatto un po’ di avanti e indietro, abbiamo lavorato molto sul disco. Anche questa è molto casereccia come cosa però mi trovo molto bene, sono persone molto appassionate. Sono stati loro a darmi la possibilità di fare un album e di avere un ufficio stampa. Micropop tra l’altro è una ragione sociale che potrebbe essere calzante anche per definire il tuo suono. Quali ascolti sono stati de25 CMPST #7[06.2008]


Glocals cisivi nel voler tentare una strada in solitaria e con questo tipo di accoppiata elettronica + chitarra acustica? Decisivi sicuramente Morr Music, Schneider TM, Tarwater.. Certo, loro lo fanno con un tipo di scrittura un po’ diversa non avendo un tipo di tradizione come la nostra. Però ecco, il fatto di percepire che certi suoni possono essere mischiati in quel modo ha rappresentato un’influenza molto forte per me. Le Proprietà Elastiche Del Vetro è stato promosso in maniera adeguata, mi pare: negli ultimi due mesi ho ritrovato il tuo nome su tutte le principali testate di musica, online e non. Quanto credi che questo genere di esposizione serva a conferire visibilità reale al progetto? Non lo so perché non ho una reale percezione di quanta gente legga riviste e recensioni. Se devo basarmi su quanto vedo in giro, per tornare al discorso di prima, direi poco. D’altra parte vedere le tirature che ha una rivista come Rockerilla mi fa sperare che a qualcosa possa servire. Personalmente il tempo è poco quindi mi soffermo sui dischi che prendono dall’8 in su, oppure se è un nome locale o qualcuno che conosco. Oppure se hai un voto estremamente basso. Oppure in base all’etichetta che stampa il disco. Io personalmente sono molto curioso verso qualsiasi cosa esca di italiano, mi soffermo su quelle recensioni più che altro. Probabilmente comunque la promozione vera oggigiorno deve arrivare da altri media, come il videoclip. C’è qualche tuo videoclip in dirittura d’arrivo? Sì, ce n’è uno già realizzato di E’ Quasi Estate, che sarà il primo singolo. E’ stato girato da questo ragazzo che si chiama Maurizio Zappettini per poi essere montato da Lorenzo Vignolo. Stavo per chiedertelo: Numero6 sono molto amici di Lorenzo Vignolo, mi sembrava strano che tu non avessi sfruttato un contatto così grosso. 26 CMPST #7[06.2008]

Sì, ha fatto tutti i loro video e anche con me ci conosciamo da tantissimi anni. E’ una persona dolcissima e molto attenta al lato umano delle cose. In pochissimo tempo ha lavorato come un pazzo e si è costruito un curriculum importante. Il video che ti dicevo comunque è già visibile su YouTube (http://www.youtube.com/watch?v=rNlcdL37cWY , NdSimo), aspettiamo solo che finisca questo primo giro di stampa per presentarlo alle emittenti con un po’ di roba in mano tipo: questo è il disco, questo è il video e cosa ne dite.. E cosa ne diranno? Lo cestineranno insieme a tutti i video che cestinano [ride]! Ti dirò, il discorso sulle rotazioni dei video italiani indipendenti ultimamente è strano. Anche relativamente a gruppi genovesi. Penso ad Ex-Otago, con cui a suo tempo avevamo parlato proprio di questa cosa. Il video di Giorni Vacanzieri è passato su All Music e MTV Our Noise però personalmente l’avrò visto due o tre volte. Mentre già Amato The Greengrocer, che era il singolo successivo, mi sembra sia girato molto di più almeno su MTV Brand:New. Forse anche questi legami con QOOB aiutano. Sì, QOOB funziona.. C’è anche da dire che Riotmaker in questo momento è molto di tendenza, piace. Sono ragazzi molto bravi. Sinceramente non avendo la televisione non so che video passino e quanto, ma l’hanno detto anche a me che Ex-Otago erano girati. Recentemente, come dicevamo, sei stato di scena sia al Milk che al Buridda e anche la Fnac ti ha dato spazio per presentare il tuo disco. E’ un argomento generalmente spinoso ma che comunque un po’ tutti qui abbiamo a cuore, quindi voglio chiederti: qual è il tuo personale bilancio di queste esperienze, anche e soprattutto in termini di quantità e qualità del pubblico? Il bilancio per me è sempre positivo, nel momento in cui suoni e hai la possibilità di far sentire le tue cose. Finora nei panni di Q ho portato in giro tre set diversi: il primo totalmente chitarra e voce che ho proposto in tutte le Fnac, il secondo tra acustico ed elettronico che è quello che ho presentato anche al Buridda; mentre il terzo è quello visto al Milk e che porterò in giro da adesso in poi. Si tratta di un

“Rispetto alla nostra generazione il diciassettenne di adesso mi sembra mediamente poco interessato all’aspetto strettamente musicale e all’ascolto di ciò che il musicista ha da dire.” set completamente elettronico in cui canto e nel quale le strutture dei brani sono state modificate rispetto al disco: la componente legata al groove è più accentuata, i brani sono più dilatati e ci sono più parti strumentali. Sono contento perché tutti e tre questi tipi di proposta sono stati recepiti bene.

In un contesto come Genova non è poco. Ancora prima del riempire i locali, forse, è difficile generare attenzione reale tra i presenti. Nel senso che se hai cento persone nel locale ma davanti ne hai dieci e altre novanta sono fuori dal locale a fumare o al bancone del bar, è difficile comunque parlare di una serata riuscita. Verissimo, e proprio pensando a questo mi ritengo piuttosto soddisfatto di come sono andate finora le mie serate. Se penso ai commenti ricevuti mi rendo conto che, anche quando sono più critici, dimostrano comunque che sono stato seguito. Il che è comunque un buon risultato. Poi certo sono d’accordo con te: quello di Genova è anche in queste cose un palcoscenico più difficile di molti altri. Quanto credi conti, in questo senso, il tuo provenire da esperienze relativamente più emerse quali gli stessi Numero6? Pochissimo. Non esiste quel tipo di attenzione in una città come questa. Io ho tanti rapporti con Torino e con la scena dei Subsonica, e quella è una città che sa riciclare benissimo i suoi musicisti, sa usarli molto bene. E lì sono stati bravissimi i Subsonica a gestire dall’alto tutta questa scena e a creare un hype intorno ai musicisti. A Genova questa cosa non sta succedendo e forse sono proprio i genovesi a non volerla. Ogni volta che parlo del disco a qualcuno che viene da fuori città la domanda su Genova c’è sempre: e quando mi trovo a dire che non ci sono spazi dove si suona, non ci sono tante serate ecc, tutti si sorprendono


Glocals perché hanno la percezione che da queste parti stiano succedendo robe pazzesche. In realtà è una città buona per ispirare la gente a fare cose, e da cui negli ultimi anni a fatica sono uscite tante realtà interessanti che sono piaciute. Ritengo che le carenze della città aiutino l’orgoglio di chi fa qualcosa che ritiene sia valido a farlo uscire: c’è un po’ questo senso di ‘anche qua si fanno cose fighe: guardate!’. Per uscire da qua la gente si deve sbattere di più rispetto ad altrove, però i risultati si vedono. Guarda i Marti che adesso sono in Germania, uscita a livello europeo.. A fatica, certo, perché anche i Marti non fanno i miliardi: il disco lo hanno registrato in un sacco di tempo, prima che uscisse è passato un anno… Un’epopea lunga e travagliata che tuttavia, se non ha pagato in termini di soldi, li ha ricompensati in termini di successo. Paolo Benvegnù ultimamente sembra una specie di Timbaland per la scena indipendente italiana: quand’anche non si occupa strettamente di produzione, lo ritrovo comunque tra i credits di tantissimi progetti. Il tuo non fa eccezione. Come è andata? Come vi siete conosciuti? Ti ritieni soddisfatto del suo apporto in studio? Ci siamo conosciuti quando ho aperto il suo set al Banano di due estati fa, il mio primo concerto come Q tra l’altro. Gli ho lasciato i provini, poi ci siamo sentiti e mi ha detto che gli erano piaciuti. Ho fatto un concerto a Prato ed è venuto a sentirmi. Il giorno dopo sono andato in studio da lui e ci siamo riascoltati tutte le sessions del disco che avevo fatto fino a quel punto: era quasi ultimato, mancavano le voci, un po’ di arrangiamenti e il mixaggio. Ci siamo barricati due settimane nel suo studio ed è stato fondamentale sia nell’aiutarmi a cantare che nel rimettere a posto tante soluzioni che dopo anni di lavoro avevo inevitabilmente confuso. Più di tutto mi ha shockato l’impegno che ha messo nel mio lavoro, cosa che penso faccia comunque con tutti i dischi su cui mette mano. Lavorava dodici ore al giorno, una macchina. Poi è uno molto emotivo, lo vedevi sofferente quando le cose non gli giravano. Umanamente è stata un’esperienza bellissima: a prescindere dalla quale, comunque, lui rimane per me uno dei personaggi più geniali che l’Italia abbia partorito negli anni 90.

Secondo te qual è l’etica giusta con cui approcciare le canzoni di Q? Credi nelle etichette, nella dicotomia indie / mainstream? No, onestamente non ci credo. Anche perché oggi diventano mainstream certe robe che due secondi prima erano di stranicchia e che tu per primo non avresti potuto credere che sarebbero diventati così forti. A volte poi si tratta di gruppi con messaggi piuttosto pesanti, penso al caso ancora recente dei Baustelle. Indie comunque è un termine che mi pare stia trascendendo molto la sua originale accezione, legandosi anche a un discorso di apparenza e di moda. Sì. Qui in Italia il Mi Ami è forse un po’ l’emblema di questo trend imperante dell’indie: è un festival organizzato benissimo, intendiamoci, con ottimi gruppi e un ottimo rapporto qualità/prezzo; ma che purtroppo vanta anche un’utenza media di snobbettini fighetti da sfilata di moda. Magari è solo che abbiamo altri giri ma non mi capita di incontrarti spesso tra il pubblico durante le varie serate a Genova. Quali ambienti in città hai frequentato negli anni e quali frequenti? Quali i tuoi ricordi più cruciali nel tuo legame con la città? Da ragazzino un ambiente fondamentale è stato il Palace, soprattutto il primo anno di Fottitopo in cui erano venuti anche i Diaframma e altri gruppi storici di quel periodo. Parallelamente c’era stata la scoperta del centro storico che stava iniziando un po’ ad animarsi, con questa forte sensazione di crescita giustificata e alimentata dai tanti locali che aprivano, dal Mascherona al Castello: tutte cose che ora non esistono più. A livello notturno il centro storico è stato il posto in cui sono cresciuto e che mi ha dato la percezione di una Genova che stava crescendo, e che stava per scoppiare diventando una città divertente. Invece poi la crescita si è arrestata, e oggi manca un po’ quello che c’era anni fa. Ora è tutto un po’ più decentrato, per forza di cose, ma è un peccato perché ti fa perdere quel senso di comunità, di suggestione e di ricchezza per la quale in una serata balli quattro tipi di musica in quattro posti diversi. Io stesso ora vado molto meno in giro per locali, ma questo

Tarick1 Vs Q perché sono un po’ impigrito. Il fatto è che lavoro tanto, soprattutto sulla musica, anche sul versante remix: io e Tarick1 stiamo preparando un disco, che dovrebbe uscire la prossima estate, in cui appunto remixiamo brani di molti gruppi indipendenti italiani. Inoltre giro parecchio l’Italia, per cui capita spesso che le serate io le viva fuori e quando sono qui mi concentri invece di più sulle mie cose. Anche se quando voglio mi faccio le mie serate anche a Genova, per lo più al Milk o allo Zerodieci. Prima citavo la tua serata al Buridda. In quella occasione un loschissimo individuo di nome Bob Quadrelli ha rivendicato la sua anzianità nella scena affermando che il vero Q è lui. Ti senti di ribattere? E se sì: davvero? Bè, Bob è sicuramente in giro da più tempo di me mentre io come Q sono in giro da pochissimo, quindi… Però è anche vero che Bob non ha mai realmente usato il nome Q! P i ù i n fo s u l l e a t t i v i tà d i Q s u h t t p : / / w w w. m y s p a c e . c o m / noiseq 27 CMPST #7[06.2008]


Fanzine/Edizioni “Posso assicurarti che quando ti dicono che pubblicare costa troppo, non è assolutamente vero, se una persona lo vuol fare veramente.” Pro-Glo Edizioni Intervista con Matteo Scaldaferri di Daniele Guasco

PROSPETTIVA GLOCALE La ProGlo è una casa editrice che pur avendo sede a Genova unisce appassionati di fumetti di tutta Italia, una nuova proposta coraggiosa e interessante nel mondo dei disegni parlanti. Ho incontrato Matteo Scaldaferri, uno dei soci di questa avventura editoriale nella sua città, Santa Margherita Ligure, per farci raccontare questa nuova realtà italiana. Il fumetto italiano e il mercato che lo accompagna si trovano in un momento molto particolare, nelle librerie c’è un gran fermento di proposte e di opere molto diverse tra di loro, Le case editrici emergenti vanno così a migliorare la proposta specializzandosi, nel caso della ProGlo con fumetti coraggiosi e un occhio di riguardo alla saggistica. Partirei dalla ProGlo, la casa editrice nasce da un’esperienza di critica fumettistica. Qual è stato il processo evolutivo che vi ha portato da una webzine a un desiderio di produrre attraverso una proposta editoriale vera e propria? Innanzitutto noi non siamo partiti con un’idea chiara in testa, la casa editrice è nata con il primo libro che abbiamo avuto tra le mani. Uno di quelli che poi sarebbero diventati i soci della ProGlo aveva contattato Carlos Trillo (uno dei più importanti sceneggiatori di fumetti argentini moderni ndr) via e-mail per chiedergli il manoscritto della “Historia de la historieta”, questa richiesta venne fatta per uso personale, per 28 CMPST #7[06.2008]

leggerselo lui e alcuni amici con la passione per il fumetto argentino e non che frequentavano tutti lo stesso newsgroup. Quando ci siamo trovati questo manoscritto tra le mani ci siamo chiesti come mai nessuno lo pubblicasse, come mai non esistesse qualcosa del genere. In realtà in Italia “Historia de la historieta” era stato pubblicato come catalogo per una fiera di Lucca di quasi vent’anni fa, però in spagnolo, nessuno s’era preso la briga di tradurlo. A questo punto in questa mailing list che usavamo tra noi per chiacchierare è uscita la domanda “ma perché non lo pubblichiamo noi?”, domanda che si è rivelata come il classico sassolino che diventa una valanga e nel giro di qualche mese abbiamo iniziato a fare riunioni su riunioni, collette per vedere quanto riuscivamo a raccogliere mettendoci ognuno la sua parte, abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto. Posso assicurarti che quando ti dicono che pubblicare costa troppo, non è assolutamente vero, se una persona lo vuol fare veramente ci riesce con (relativamente) piccoli sacrifici economici: noi abbiamo messo mille euro a testa! Il passo successivo è stato creare l’associazione culturale perché consi-

derando le varie possibilità era quella che ci costava meno, valutando anche altre forme come la cooperativa risultava sempre la più economica. È stato particolarmente divertente andare a parlare con un consulente per nuove aziende e vedere la sua faccia quando gli abbiamo detto che a noi non interessavano compensi e stipendi, che non eravamo interessati a guadagnarci. A quel punto abbiamo chiesto a Trillo i diritti, lui è stato gentilissimo oltretutto e ce li ha dati per pochissimo. Decidendo però di esordire alla fiera di Lucca, che del resto è l’unico appuntamento a livello italiano che porti effettivamente in rilievo il fumetto, abbiamo deciso di fare la pazzia e uscire con sei volumi diversi. Quindi possiamo dire che la nascita della casa editrice è stato un passo praticamente spontaneo? Sicuramente. Quasi tutti noi hanno lavorato o lavorano nell’ambito del fumetto, in vari settori e con varie modalità, chi scrivendo articoli, chi per Dynamic, chi per Bd, chi addirittura per la Bonelli. Ognuno di noi però voleva entrare in questo mondo da un altro punto di vista, da un’altra porta, o meglio da un’altra finestra perché non siamo certamente passati per l’entrata principale e provare a vedere com’era questo aspetto dall’altra parte. Spesso scrivendo articoli, parlando con editori di fumetti ti senti dire che pubblicare un italiano costa, che far esordire qualcuno è un rischio,


Fanzine/Edizioni questa è solo una grossa quantità di palle che ti raccontano, se guardi i nostri dati di vendita i libri italiani sono anche quelli che vendono meglio. Secondo me c’è un problema nell’editoria quindi, chi lavora in questo settore funziona come la Panini, che di sicuro è tra i pilastri italiani, che ama definirsi come solo packager, cioè loro prendono un prodotto già fatto da altri e lo riconfezionano per il mercato. Invece produrre qualcosa di nuovo in realtà rende, anche dal semplice punto di vista personale. A parte il rapporto personale noi come persone fisiche, come t’ho già detto, non andiamo a inseguire un guadagno, ma coltivare così la nostra passione è già tantissimo. A me ha colpito molto cercando informazioni su di voi come i membri della ProGlo, pur avendo base a Genova, siano sparsi in tutta Italia. Questa è una delle bellissime cose che ti permette di fare internet. Noi ci siamo conosciuti quasi tutti su newsgroup dedicati ai fumetti, partendo da qua dove discutevamo appunto solo di fumetti, abbiamo iniziato a fare delle mailing list dove potevamo parlare anche dei fatti nostri, quindi alla fine da quello che era un contatto solo settoriale sul fumetto si è sviluppata una vera e propria amicizia iniziando anche ad incontrarci. Abbiamo deciso di istituire la sede a Genova perché fondamentalmente tre soci sono liguri, due del Piemonte, uno di Pisa, era il punto in cui potevano incontrarsi con facilità il maggior numero di noi. Comunque senza internet la ProGlo non sarebbe mai potuta esistere, senza la mailing list probabilmente non si sarebbe costruita questa realtà. La vostra esperienza è comunque molto

“Non andiamo a inseguire un guadagno, ma coltivare così la nostra passione è già tantissimo.”

legata alla critica fumettistica online, come vedi questo settore e quali sono i suoi pregi e i suoi rischi? Noi abbiamo iniziato alcuni anni fa pubblicando sul sito www.prospettivaglobale.com, alcuni articoli scritti da noi molto ambiziosi nati per un’idea di fanzine da presentare alle fiere. Erano articoli lunghissimi, rispetto a quello che è lo standard su internet erano completamente fuori luogo tanto che alcuni superavano le venti/trenta pagine e come sito abbiamo tentato di portare avanti questa linea che alla fine s’è dimostrata essere il cappio al collo del progetto stesso: gli articoli erano talmente ambiziosi che non si riusciva a produrne abbastanza per portare avanti l’esperienza. Non eravamo interessati a fare un altro sito di semplici recensioni. Molti ci ringraziarono per il nostro lavoro, pur essendo al di fuori dei canoni di internet riuscivano a essere interessanti, andando dall’”Eternauta” fino ai tascabili porno italiani degli anni settanta oltre ai classici lavori su Alan Moore e autori simili. Il sito è stato comunque il punto di ritrovo da cui siamo partiti, poi l’esperienza si è conclusa, tra lavoro o università non avevamo più il tempo libero sufficiente a seguire un progetto simile, ma alla fine con la casa editrice bisogna ammettere che probabilmente lavoriamo più di prima. Tornando alla ProGlo come casa editrice, qual è l’obbiettivo primario che vi siete posti dal punto di vista artistico con questa proposta? Noi vogliamo innanzitutto portare avanti l’idea stessa di ProGlo, ossia una prospettiva globale su tutto ciò che è fumetto, anche in senso geografico cercando di proporre fumetti che difficilmente si vedrebbero in Italia andando a cercare mercati diversi da quello del nostro paese. Abbiamo iniziato con un fumetto di un autore canadese, “Longshot comics” di Shane Simmons, ma penso che in futuro proporremo cose molto più coraggiose. Per quanto riguarda invece gli orizzonti del fumetto vorremmo esplorare i confini anche artistici cercando nella sperimentazione il superamento dei suoi limiti, ad esempio restando su “Longshot comics” i protagonisti delle strisce

sono dei semplici puntini che parlano tra loro, oppure “V for fumetto” che fa da testimonianza del tentativo di realizzare una mostra di fumetti che non sia il solito semplice commercio, ma che sia centrata sugli autori del fumetto: in questo tendone nel centro di Vasto gli autori alla sera realizzavano queste tavole sperimentali e chiunque poteva entrare ed assistere ai lavori. Il catalogo della casa editrice si divide in due collane: la prima, “Sequenze” dedicata a fumetti veri e propri pur con le loro particolarità; la seconda “Prospettive” centrata maggiormente sullo studio del fumetto. “Prospettive” è il nostro tentativo di portare in Italia dei saggi di teoria del fumetto, questo perché secondo noi è un tipo di materiale che manca nel nostro paese, quei pochi che si possono reperire sono troppo monotematici andando a puntare unicamente sulla storia di vari personaggi come i classici bonelliani o i ben noti autori italiani. Alan Moore non è proprio un perfetto sconosciuto (sceneggiatore inglese di classici del fumetto come “V for vendetta” “Watchmen” e “From hell” ndr) ma se vai a leggere il volume che abbiamo pubblicato è un testo molto particolare, “Writing for comics” è un manuale che spiega ovviamente come scrivere fumetti, ma spiega come li scrive Alan Moore! Chiunque altro non potrà mai farlo come lo fa lui, e alla fine del libro si capisce molto bene. Ed è questa per me la cosa importante: comprendere l’unicità del suo lavoro. “Historia della historieta” è invece un volume che presenta un lavoro talmente enorme che i soci della ProGlo che hanno tradotto il volume si sono dovuti alternare in tre e ci hanno messo due anni per portarlo tutto in italiano. Un volume del genere se l’avesse fatto un editore normale sarebbe stato costosissimo, l’avrebbe dovuto vendere al doppio di quanto facciamo noi. È un libro importante dato lo strettissimo collegamento tra il fumetto argentino e quello italiano; basta pensare allo scambio culturale che è intercorso tra i due mercati: Hugo Pratt (ed altri) lavoravano per l’Argentina a partire dagli anni cinquanta, veri emigranti della penna, mentre in tempi più recenti, in tempi di crisi economica, l’Italia è stata il sal29 CMPST #7[06.2008]


Fanzine/Edizioni “Se ai primi tre concerti non viene nessuno si rinuncia alla continuità.“ vagente per tantissimi grandi sceneggiatori e disegnatori argentini. Per quanto riguarda “Sequenze” in questa collana c’è stata la nostra sorpresa più grande: abbiamo pubblicato questo ragazzo, Davide Berardi, che aveva un blog con lo pseudonimo Daw sul quale metteva le sue strisce. Probabilmente dato che aveva creato su internet un suo giro di lettori il suo volume “A come ignoranza” è stato dopo il testo di Moore il nostro libro più venduto, la cosa ha stupito noi prima di tutto, e ci porterà a puntare ancora su giovani autori italiani così come sul fumetto comico. In Italia si sta assistendo a un’esplosione del fenomeno graphic novel, sembra quasi che chi non segue questo filone si dedichi a fumetti di serie b a partire dal seriale che per anni è stato protagonista del mercato italiano. Sembra che gli editori rincorrano qualsiasi graphic novel sia anche minimamente pubblicabile andando così dal mio punto di vista a perdere in qualità della proposta. Cosa ne pensi di questa situazione? Secondo me la graphic novel come idea che parte da Will Eisner è importantissima, l’idea di raccontare una storia con un fumetto è essenziale. Quello che forse s’è perso di vista è proprio questa unione tra storia e fumetto, attualmente sembra che si vogliano pubblicare graphic novel solo per avere un altro libro da mandare negli scaffali, è raro, in questi esempi recenti, che emerga una storia importante, una storia che necessitava di essere realmente raccontata attraverso disegni e baloon. Dal punto di vista della qualità del fumetto italiano quali sono i rischi che si corrono seguendo questi percorsi? Il rischio è che non si crei un nuovo gruppo di lettori, la graphic novel è legata a un pubblico che va dal nostro coetaneo con più di venti anni in su, al professionista appassionato di fumetti. I giovani lettori sono totalmente as30 CMPST #7[06.2008]

sorbiti dai manga, le ragazze particolarmente vengono ignorate dal mercato italiano. Fino all’anno scorso ero socio di una fumetteria, le persone che entravano a comprare erano completamente diverse da quelle che entravano in un negozio simile quando ero adolescente io. I giovanissimi sono stati quasi totalmente abbandonati dai grandi editori italiani. ProGlo non è sicuramente la casa editrice che potrà cambiare questa tendenza, ma tra le prossime pubblicazioni c’è in programma anche un fumetto per ragazze scritto proprio da una ragazza. Come dicevamo prima la ProGlo pur avendo soci sparsi per tutta Italia ha la sua base a Genova. Qual è lo stato di salute del fumetto genovese? Ci sono nuove leve interessanti o siamo sempre legati alla vecchia scuola ligure? In Liguria ci sono varie generazioni di fumettisti che sono importantissimi, abitando a Santa Margherita ho avuto la fortuna di conoscere maestri come Bottaro o Milazzo. Grazie alla scuola di Chiavari ci sono sempre stati e sempre ci saranno ottimi fumettisti a Genova e in provincia. Il problema più grosso per le nuove leve è che al di là delle grandi case editrici italiane con la Bonelli in testa, nessuno è in grado di pagare gli autori abbastanza da permettere loro di vivere con le loro opere. Per tutti quelli che sono al di fuori di queste realtà il fumetto rimane un hobby a cui dedicarsi la sera, oppure si trovano costretti a fare un numero impressionante di lavori comprese diverse marchettate per pagare affitto e bollette. Per quanto riguarda invece i lettori genovesi, noi abbiamo tentato di fare alcune presentazioni senza però ottenere un buon riscontro, purtroppo. Il nostro sogno nel cassetto è quello di creare qualche manifestazione anche qua a Genova magari coinvolgendo anche autori locali. Volevo proprio chiederti se secondo te sarebbe possibile fare a Genova un’iniziativa come “V for fumetto” o la “24 ore” in cui autori diversi devono disegnare dal vivo una storia completa nell’arco di una giornata, una manifestazione che in altre città

ha avuto un buon successo. Secondo me a Genova proposte simili non vengano neanche pensate perché non si vede il fumetto come qualcosa con cui si possa fare anche spettacolo, lo si considera estraneo a forme artistiche come la musica o la pittura. Manca sicuramente quel poco coraggio indispensabile per tentare iniziative simili, oltre ovviamente alla necessità di entrare nelle amministrazioni, perché alla fine in Italia è così che funziona. Senza un assessore appassionato di Vasto che ha proposto la manifestazione “V for fumetto” non sarebbe mai esistito, la stessa fiera di Lucca, o altre fiere splendide come Narni, funzionano grazie all’impegno costante del comune. Qua in provincia c’è solo la fiera di Genova che però è solo commerciale, e la mostra di Rapallo che per quanto interessante è molto istituzionale; è un tipo di proposta però che deve comunque esserci nonostante non vada a stuzzicare il mio interesse più di tanto. Quali per finire i progetti per il futuro? Data l’ottima e inaspettata risposta del pubblico, che dati di vendita alla mano ha superato le nostre più rosee aspettative, contiamo di continuare sulla strada che ci siamo prefissati. Vorremo presentare il secondo volume di Daw in autunno a Lucca e cercare di avere anche un’altra proposta italiana. All’ultima riunione abbiamo deciso appunto di potenziare il più possibile la linea di autori esordienti del nostro paese, cercando artisti capaci di essere interessanti per noi e potenzialmente anche per il pubblico, andando anche a coprire forme diverse. Ancora il contratto non è firmato ma stiamo lavorando per portare la proposta di un’autrice. Ci sarà anche un terzo saggio che sarà una biografia di Carl Barks, un lavoro a tutto tondo che racconta la sua vita anche al di là di Paperone e del suo lavoro per la Disney. Abbiamo anche contattato una buon numero di autori che hanno disegnato una serie di illustrazioni omaggio che pensiamo di esporre alle varie presentazioni del volume. Leggi le e compra i libri ProGlo su http://www.progloedizioni.com


Columns Indie Maphia For Dummies di Daniele Guasco A me piace la musica italiana, c’è poco da fare. Non solo quella indipendente o stramba che ascolto di solito, sono cresciuto a pane e cantautori e nella “canzonetta leggera” del nostro paese nel passato si sono ascoltati dei grandissimi brani. Negli ultimi anni a volte escono dei quesiti che sembrano insormontabili, roba da ricorrere a “Voyager”, ma che in realtà basterebbe fare mente locale su quanto abbiamo ascoltato fino agli anni novanta cantato nella nostra lingua. Succede così che un disco come quello di Le luci della centrale elettrica sia il caso del momento, ma c’è ben poco da discutere: funziona perché è un album dannatamente italiano. Non sarà il cantautore perfetto, ma almeno riesce a dare un bello sguardo su quello che lo circonda. Ci si stupisce che delle inutili canzoni sanremesi la gente ricordi quella dello stonatissimo Tricarico, ma ha un ritornello killer nella sua banalità, una serie di frasi più o meno in rima che come da migliore tradizione italiana si incollano in testa. Il problema vero non sono questi lampi di notorietà per musicisti simili, sono tutti gli altri musicisti particolarmente indipendenti che pur facendo musica dal facile ascolto hanno perso il legame con la tradizione artistica del loro paese, cosa che in altre esperienze come il folk americano non succede. I musicisti italiani si sono dimenticati le loro radici, e quando queste riaffiorano colpiscono e lo fanno duramente e platealmente. Con queste poche righe scritte di getto non voglio dire che bisogna abbandonare le derive post-qualcosa, boh-core o avanttutto, ma se ogni tanto spunta qualche “fenomeno” italiano l’unica cosa da fare è accettarlo, e magari gioirne.

Myspace Voyager di Paolo Sala (Please) Don’t Blame Mexico Parigi Francia http://www.myspace.com/pleasedontblamemexico Che Parigi sia una delle metropoli più affascinanti e ricche di cultura di tutto il mondo è una verità fin troppo consolidata per essere enunciata senza il timore di scadere nel più banale dei luoghi comuni. Ma che la Ville Lumière sia anche ospite di una delle più fervide e sorprendenti scene indie-poprock d’Europa costituisce, almeno per chi scrive, un fatto inaspettato. Sarà per via di certi stereotipi che dipingono i gusti dei francesi come condizionati dal loro forte senso di identità nazionale e culturale, nonché da certe regole eccessivamente protezioniste nei confronti del loro idioma, non avrei mai pensato di poter guardare a Parigi come a una “capitale della musica internazionale”: una cosa apparentemente troppo angloamericana per prendere piede, se non in forma di consumo di massa e di mainstream d’importazione. Eppure no. La prima grande scoperta che ho fatto accedendo al più democratico sistema di diffusione musicale del pianeta, Myspace, è che Parigi è tutto un fiorire di talenti e di band dal respiro profondamente internazionale. Una delle mie prime scoperte, e forse tuttora la migliore, è costituita dai (Please) Don’t Blame Mexico, delizioso quartetto di pop d’autore, capitanato dal pianista Maxime Chamoux, songwriter di qualità sopraffina come davvero pochi se ne incontrano. A completare la formazione, il talentuoso chitarrista Laurent Blot, il batterista Thomas Pirot e il bassista/fonico Rafael Ankierman. I (P)DBM al momento hanno all’attivo un paio di EP autoprodotti, First Aid EP, e Michel Foucault EP, per un totale di sette brani, in cui esibiscono una fre-

sca energia compositiva unita a un brillante gusto per l’arrangiamento sottile e raffinato. E che Maxime sia una mente sottile lo si capisce anche solo quando definisce la propria musica “de la pop véranda” in contrapposizione e in concorrenza con il “garage rock” dilagante. Cercare di spiegare in cosa consista il “veranda pop” dei (P)DBM è impresa non da poco; inizialmente si manifesta come un gioioso e spensierato girotondo fanciullesco, adornato da frequenti battimani e canti aerei e orecchiabili; ma dopo qualche minuto in immersione ci si rende conto che quelle melodie così apparentemente facili, sono autentiche formule magiche, e che Maxime e compagni, con la loro freschezza primigenia, hanno la capacità di produrre veri e propri incantesimi utilizzando i semplici colori primari di un libro per l’infanzia; cosa assolutamente non da poco, in un epoca di nichilisti del “già sentito”, del “masticato e digerito” e del “post-tutto”. Al momento, sul myspace player dei Nostri purtroppo manca il pezzo forte del primo E.P, First Aid Kid, quello che, per intenderci, mi ha fatto precipitare a chiedere l’amicizia; in compenso vi troverete la loro canzone più ambiziosa e sofisticata, Michel Foucault (saved my life), un brano dal ritornello-killer, oltre a Bribing Lonesome Drivers, il “singolo” del secondo E.P., e alla commovente The Protocol, di cui potete ascoltare una energetica versione live qui: http://www. youtube.com/watch?v=ANUKqR0z1tg ma il consiglio è di farlo dopo aver assaporato la melodia nella versione originale. Infine è stata recentemente ri-uploadata la malinconica Big Eyes Repeating, essenziale e asciutta ballata pianistica, recentemente scelta come colonna sonora per uno spot pubblicitario del Ministero della Sanità francese sulla depressione. Pensate un po’, un gruppo indie-pop locale, in pieno regime di autoproduzione, completamente anglofono, che finisce in uno spot di un ministero governativo. Qui da noi è fantascienza. 31 CMPST #7[06.2008]


Columns This Ain’t No BBQ di Anna Positano Qualche set timana fa sono tornata dal tour balcanico di dieci giorni dei Blown Paper Bags. E sof fro terribilmen te: altro che mal d’Africa. Ebbene, è la quar ta volta che vado in Ex-Jugo slavia e nonostante questo vi ritornerei subito. Non c’è una ragione precisa, al di là del fat to che le persone che ho incontrato in quei posti sono straordinarie. Dopo che mi è successo per la quar ta volta ritengo che non possa essere un caso. Sono in pieno trip balcanico e non ci posso fare nulla... Ok, contegno. Visto che è una column di cucina, vorrei sprecare una man ciata di parole a proposito del cibo. In par ticolare vorrei citare il cibo in Bosnia, che è qualcosa di incredibile per quantità, sapore e basso prez zo. Io e i Blown Paper Bags ne sappiamo qualcosa, visto che abbiamo mangiato come porci. In Ex-Juogoslavia si può mangiare praticamente ovunque in qualunque momento della giornata. Nelle quasi ot to ore di viaggio con i BPB in strada statale tra Maribor (Slovenia) e Sarajevo (Bosnia) ho po tuto notare la quantità di ristoranti da camionisti, e la varietà architet toni co - gastronomica che li contraddistin gue. In Italia, con gli autogrigi (leggi : autogrill) , ci abbiamo rimesso un sacco: sembrano tut ti uguali (non- lieux) , son poco vegetariani, costano molto, cibo e architet tura fanno schifo; e, non si capisce come, in qualunque zona d’Italia la “noce pepata” risulta prodot to tipico... di dove poi non si capisce. Ritornando a quei ristoranti da camionisti, all’andata ne era sta to intravisto uno a forma di pagoda cinese, con inser ti post-modern, tipo 32 CMPST #7[06.2008]

colonnet te e timpani : era chiaro che sulla strada del ritorno ci si sarebbe fermati l ì. Abbiamo raggiunto la pago da alle tre del pomeriggio af famatis simi, ma dovevamo mangiare l ì. E non a tor to. Per l’ennesima volta sfondati di cibo, per l’ennesima volta pagato pochissimo. Io ho preso un’insalata che spacca : si chiama Srpska salata (si, eravamo in Republika Srpska, l’enclave serba all’interno della Bosnia) . Visto che viene l’estate, e nessuno ha voglia di cucinare propongo la ricet ta di questa insalata, che probabilmente digerirete in un pomeriggio... Su internet ho trovato varie versioni, ma quella che più assomiglia all’insalata serba mangiata nella pagoda cinese sulla statale bosniaca è questa : 4 pomodori (di quelli tondi, ma penso che vada bene un po’ qualunque tipo) 1 cetriolo 2 piccole cipolle bianche 1 peperoncino piccante fresco (fre sco ! non secco !) olio e sale a piacere Af fet tate i pomodori e i cetrioli (mol to sot tili, questi ultimi) e tagliate la cipolla in piccoli pez zi. Il peperonci no che ho mangiato io sembrava un poco bollito, ma si può met tere an che crudo. Tagliatelo trasversalmen te, avendo cura di eliminare i semi se non volete l’insalata troppo piccante. Un consiglio: usate dei guanti quando vi occupate del peperoncino, perché rischiate di avere le mani in fiamme per un bel po’. e se siete maschi e do vete far pipì, be’... non voglio nemme no pensarci ! Pur troppo se siete in Ita lia non potrete accompagnarla con un’ot tima Sarajevsko pivo (la birra di Sarajevo) . Comunque, buona dige stione !

A Steady Diet Of Mat di Matteo Casari E’ s u c c e s s o . D o p o s e i l u n g h i a n n i è s ca d uto i l co ntrat to. N o n che no n lo s a pe s s i mo. Era s crit to nero s u b i a nco. U no d ei poch i co ntratti veri che aves s imo mai concorso a d onora re. Non a bb ia mo ma i capito se fos se un 3 + 3 o un 6 + 6. Il tacito accordo del rinnovarlo in un infinito non definito tempo a veni re. U no s pazio a cu i erava mo fortemente legati. Uno s pazio fis ico, f o r s e l ’u n i c o , c u i f o s s i m o l e g a t i d a ta l i s pi re. Ca so pi ù u n ico che ra ro di continuità in una cit tà in cui su perare il biennio è già storia. S ei lunghi anni di sala prove (ci son pa s s ati i n ta nt i : Car y Q ua nt, B lown P a p e r B a g s , P o r t - R o y a l , K .C . M i l i a n , L o - F i S u c k s ! , To x i c P i c n i c , A n a i s , B e l l s O f R a m o n , P o c k e t R o c ke t s , Eat The Rabbit, Rocktone Rebel, En Roco, Finisterre, Fabio Zuffant i , M c Ko r. . . ) , d i r e g i s t r a z i o n i p i ù o meno clandestine (un demo de g l i E x- O t a g o , u n o d e i To x i c P i c n i c , un mi ni dei Lo-Fi Sucks ! e uno dei bolognesi Leben) , intimi concer ti ( Prague e Morose ri s pet tivamente nel 20 02 e nel 20 0 3) , sonore rus sa te di chi ci ha dormito (s icuramen te gli americani Stop It ! e gli ingles i B rown Owl e B ilg e Pum p) . Ep p u re, nonostante tut ta questa vita che ci abbiamo stipato (per non contare quella che ci abbiamo impiegato per costruirla) , rimane un senso di non aver sfrut tato fino in fondo le potenzialità di uno s pazio cos ì cen trale, Scalet ta Carmagnola, la tra versa di Via X X V Aprile che scende v e r s o i l c i n e m a C i t y, e c o s ì i n c r e -


Columns d i b i le. U n l uogo s torico e m i s tico per cer ti vers i. Già in quello stes so vicolo f u i l pri mo Psycho Cl ub, mi si dice anche di un primissimo Pink Moon : testimonianze di entrambi rimanevano grazie alle indefes se scrit te a pennarello, inneggianti ai più oscuri principi del punk e della new wave primordiale, vergate sui mat toni del palaz zo di fronte e prontamente cancellate, a più di ventanni dalla loro primigenia compos izione, da qualche soler te impresa di pulizia che cons idera storia solo quello che è succes so p r i m a d e l 19 5 0 . S p e r i a m o c h e a l meno Frit z le abbia immor talate ! Sopra la testa ci sono pa s sate ma nifestazioni e scioperi, feste per le promozioni in A , contestazioni per le di scese in C. Davanti al na so ci è pa s sata la bella vita di chi s perava e a s pirava alla notorietà e agli scampoli di fama del Clan (memorabile Alessia Marcuzzi e le innumerevoli tipe senza nome che entravano, s bagliando, seguendo la mu s ica) . Intorno a noi abbiamo vi sto cinque anni di uno s plendi do negozio di strumenti usati, mi crocos mo educativo per ca pire i reali movimenti cultural - mu s icali d i q u e s t a c i t t à . M a M u s i c a d ’O c c meriterebbe ben altro s pazio per poter contenere tut te le gag e le storie che ha consegnato, ormai, agli annali. In questo amarcord di quanto, per cer ti vers i, s ia stato pubblico uno s pazio privato, men zione ad Evandro e al s uo cinema, quando era ancora per soli adulti, e a l p a d r o n e d e l l ’a l b e r g o c h e c i ha garantito anni di s icurez za pa s sando a controllare, dopo i me tronot te, ad ogni minimo rumore

di ef frazione, sempre col suo ca g no l i no a l s eg u ito. I m pa ga b i l e la not te che, tornando da una data di più gruppi al Garibaldi di Milano caddero a mò di domino una serie di transenne, a dire il vero, poco stabili. Q uanto impor tante diventa il senso di familiarità in cer ti rap por ti con le persone che ti stanno tut ti i giorni intorno ! Q uesta s icu r e z z a c h e c i m a n c a n e l d o v e r, o g n i anno, af frontare s pazi divers i, da riconqui stare centimetro per cen timetro senza poter mai fare af fi damento ad un futuro non scrit to i n a l cu n co ntrat to. Q ua ndo l’Enel ha staccato il contatore elet troni c o e r o a c a s a , u n p o’ d i m a g o n e m ’è v e n u t o n e l p e n s a r e a q u a n d o s iamo andati a recuperare in cin que la por ta tagliafuoco che ha racchiu so tante delle nostre s pe ranze in questi sei anni. Q uesto malloppone di retorica emotiva solo per dire che abbiamo bisogno si di spazi, fisici e virtuali, ma per sot tolineare che è più impor tante co s tru i rl i i n s ieme a d a ltre per sone. S e n za u n a d i m e n s i o n e s o c i a l e l’i n tero carroz zone mu s icale di que sta cit tà non avrebbe alcun sen s o. Pa r teci pate, per no n dover ma i rimpiangere di non averlo fat to o di non es serci stati. Non Sono Un Poeta di El Pelandro Colpiscono la sobrietà e la silenziosa discrezione della recente visita papale in città. Mi domando come mai a Genova non vengano mai personalità di spicco a romperci i coglioni.

Screamazenica di Simone Madrau Troppe poche boiate a sto giro. Screamazenica dice porca miseria ! ‘Non dire “porca miseria”!’ [in apertura del Disorder Dramathon che ha chiuso la scorsa stagione del Buridda, gli Eat The Rabbit danno sfoggio di cultura trash: questa è la youtube-legend Spitty Cash] ’Po rcox x xq u a nto m i fa s c h i fo m i l a n o chemerdadicittàporcoxxx!!!’ [ Davide dei Japanese Gum dopo un involontario contromano in circonvallazione] ’Catastròpha !!!’ [un simpatico do ganiere croato rivolgendosi adirato a Martino dei Blown Paper Bags, nel mentre gli strappava la carta d’identita’ in due pezzi] ’Lo firmo io, lo firmo io !’ [ Rocktone Rebel al Checkmate si infila letteralmente tra il povero Johnny e gli agenti SIAE ridendosela di gusto e cercando di compilare il borderaux della serata al posto degli Evolution So Far] ‘I can’t believe you’re a band… You’re a shop !’ [ Seb Normal dei Crash Normal al Checkmate dopo aver sbavato sulle pedaliere dei Motorcycleirene] ’Io sono hipurforderai e dico il cazzo che mi pare.’ [hipurforderai] ’Ci vediamo a Sestri Violenta’ [ Ivan dei Dresda vi invita tutti al Festival delle Periferie] Grazie a: Matteo Casari, Giulio Olivieri. 33 CMPST #7[06.2008]


Festival

34 CMPST #7[06.2008]


Arte

IND.AVI.DUO Duo formato da Paolo Cattaneo, 1982 e Serena Gargani, 1984. “Lavoriamo attraverso i mezzi del contemporaneo, dal video all’installazione cercando di fondere le nostre competenze per dare luogo ad esperienze che mettano alla prova sia noi che l’osservatore. La nostra rilettura si muove sulle tematiche del contemporaneo, della società e dell’uomo.” http://www.myspace.com/indaviduo

35 CMPST #7[06.2008]


Compost 07  

Pubblicazione Non Periodica, amatoriale, destinata alla distribuzione gratuita, fotocopiata in proprio e senza alcuna pretesa di completezza...

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