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Intro Redazione Matteo Casari Daniele Guasco Simone Madrau Matteo Marsano Giulio Olivieri Cesare Pezzoni Anna Positano Collaboratori El Pelandro Marco Giorcelli Grafica e Impaginazione Matteo Casari sito internet http://compost.disorderdrama.org email compost@disorderdrama.org snailmail Compost c/o Matteo Casari C.P.1009 16121 Genova Pubblicazione NON periodica, amatoriale, destinata alla distribuzione gratuita, fotocopiata in proprio e senza alcuna pretesa di completezza. Questa pubblicazione è una produzione Disorder Drama. Un sincero ringraziamento al collettivo del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, senza cui non saremmo riusciti ad arrivare qui. Se interessati a collaborare, con parole o disegni, scrivete a ddrama@disorderdrama.org Il prossimo numero lo troverete in giro a metà Luglio 2007 Arrivederci a CMPST #3 - [07.2007] 2 CMPST #2[06.2007]

Una delle cose che la redazione di Compost si è prefissata fin dall’inizio è il voler evitare gli autoreferenzialismi. Ed è giusto: non tanto perché ci piaccia essere modesti quanto perché ciò remerebbe contro quelli che sono i veri scopi di questa fanzine, sui quali non intendo dilungarmi visto che il buon Matteo Casari è già stato più che eloquente nell’editoriale del primo numero. La mia difficoltà a introdurre questo secondo numero di Compost gira comunque intorno a questo aspetto: da un lato il non voler cadere nella retorica [fatevene una ragione: accadrà], dall’altro il dover parlare del proprio rapporto con la propria città da pischello e per di più da pischello entusiasta. Vivo in provincia e dunque ho sempre avuto una visione forse troppo superficiale del genovese-tipo, con una certa tendenza a generalizzare dovuta ad un cospicuo numero di esperienze negative. Detestavo in particolare questo sintomo diffuso [comune un po’ ovunque, certo, ma anche qui ben radicato] per cui si difende a spada tratta la propria città in virtù dei soliti quattro luoghi comuni, senza preoccuparsi di conoscere il “qui e ora”, senza saperla analizzare criticamente in nome del proprio pur sacrosanto affetto verso di essa. Chi mi segue da prima di questa fanzine sa inoltre che, anche per quanto riguarda ciò che traspariva musicalmente dalla città stessa, sono sempre stato piuttosto polemico: e proprio per affetto, tra l’altro. Il senno di poi ha confermato che le mie non erano ingenuità: tanti aspetti che lamentavo e che lamento ancora oggi sono condivisi anche da chi Genova la vive a fondo da anni. Sono io ad essere particolarmente acuto? No, è che sono cose trasparenti sulle quali nemmeno voglio soffermarmi: sono venute fuori a più

riprese già nel primo numero di Compost, e certamente le ritroverete anche in questo e nei prossimi. Molte altre cose invece non le sospettavo minimamente [e chissà quante ancora ne ignoro]. In particolare l’impatto, graduale ma nemmeno troppo, con quella grossa fetta di città a me ancora ignota, è stato un po’ quello di guardare un vulcano pubblicamente considerato “spento” e accorgersi invece che spento non lo è affatto: che sotto c’è un magma di persone, gruppi, realtà, situazioni, che preme per venire fuori. Per il sottoscritto, che di fronte a queste cose diventa insaziabilmente curioso, la sorpresa nello scoprire un universo così intricato ha lasciato subito posto al desiderio di capire sempre di più a riguardo. Il fatto solo di [rac]cogliere ad ogni nuovo incontro con i personaggi della scena locale [che, vi stupirà, non sono esseri mitologici ma persone affabili quanto il vostro migliore amico] informazioni, riferimenti, citazioni, scoprire il perché di questa battuta o di questa affermazione, chi sta dietro cosa e perché, è uno stimolo continuo. Ed è la prima ragione per cui ho accettato di essere parte di Compost. Nel giro di pochissimo ho appreso tante cose, ma alcune più di altre mi sembrano importanti. Più di tutto ho capito che se intervistare certi personaggi mi serve, spesso sembra servire anche a loro: sfogarsi, fare il punto su se stessi e sulla città, confrontarsi con luoghi e situazioni è un’esigenza sentita a prescindere dalla propria importanza o dal proprio grado di anzianità all’interno della scena, e a prescindere dal fatto che sia Compost o un perfetto sconosciuto a chiedere a queste persone di raccontarsi. Compost del resto non vuole essere certo un


Intro punto di arrivo: casomai un punto di partenza. Ecco perché il genere di feedback che preferisco su questa fanzine è quello che viene non dai soliti noti ma da persone che ancora non sono in contatto con noi; e che non chiedono collaborazioni per Compost in sè ma arrivano da noi per presentare un progetto gestito da loro, di qualsiasi natura ma con la stessa attitudine e il medesimo interesse. Per cercare di capirne ancora di più senza aggrapparsi l’uno all’altro ma lavorando in parallelo; senza competizioni o subordinazioni ma tenendosi anzi costantemente in contatto; creando calendari finalmente solidi e aggiornati di eventi in città senza più lasciarli improvvisare ai gruppi sui propri MySpace; supportando i reciproci eventi senza sovrapporre più appuntamenti nello stesso giorno; ponendosi come obiettivo la creazione di quel fronte comune di cui tutti parlano ma per cui in pochi si stanno davvero muovendo: l’eruzione del vulcano, la Scena quella vera, fatta di fanzine e free press, radio, associazioni, gruppi, locali […], festival e soprattutto pubblico. Persone comuni e sinceramente appassionate. Infine, questo numero esce in occasione del Festival delle Periferie: vi aspettiamo, oltre che per il Festival in sé, anche per conoscerci faccia a faccia. Non ce ne frega niente se nella vita fate gli spazzini o se siete gli scrittori più cool del momento, non ce ne frega niente se avete un progetto di qualche tipo o volete solo dirci “ciao”, non ce ne frega niente se avete un MySpace o no: se vi riconoscete in queste cose non rinunciate all’occasione di farvi conoscere di persona. Uscite allo scoperto, fateci capire che non stiamo solo predicando ai convertiti. Non abbiate paura, anche voi, di “avvicinarvi”. Simone Madrau

Questo numero è stato reso possibile dalle offerte raccolte durante la serata del 13 Giugno 2007 al Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda. Grazie infinite per la collaborazione al Collettivo e ai Laboratori che ci hanno aiutato nonchè ai gruppi intervenuti Stalker, Vanessa Van Basten e Unsolved Problems Of Noise. Inoltre, ulteriori gradite offerte ci sono state fatte dalle seguenti realtà:

Per tutte le band che vogliono farsi sentire!

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GBSS07 è il contest dedicato ai gruppi in cui almeno un componente risulti iscritto ad un Istitituto Medio Superiore

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Gli 8 gruppi finalisti parteciperanno alla finale dal vivo del 4 Luglio all’Arena Del Mare in Porto Antico, con ospiti The Banshee e Perturbazione!

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Smesciarsi “Dopo aver usato il Ponente come zona industriale, aver realizzato quartieri dormitorio, discariche e quant’altro è arrivata l’ora di cambiare rotta. Anche utilizzando i concerti rock.“ Metrodora Intervista con Fabrizio Gelli / Esmen di Cesare Pezzoni

IL SENSO DEL POSSIBILE Metrodora e il Festival delle Periferie. Un binomio che da qualche anno ha messo in moto una serie di meccanismi complessi decisamente positivi per tutta la città e soprattutto per il Ponente. Come molta della periferia genovese, compresa la mia Valbisagno e presumibilmente i quartieri di molti di coloro che leggeranno (dopotutto in periferia vive la grandissima maggioranza dei cittadini europei), il ponente è stato per anni luogo famoso per la sua bellezza, che solo nell’ultimo secolo si è visto invaso da industria privata e pubblica, in un’ottica di sviluppo sconsiderato che poco ha fatto per le persone che in questi luoghi vivevano e ancora vivono. E così dove c’erano monumenti, spiagge, prati, luoghi di cultura, luoghi di incontro, ora è terra bruciata, con una cittadinanza che vive serena all’ombra dei ruderi delle glorie che furono e a quella dei ruderi del recente passato industriale, molti cadaveri architettonici e poche prospettive, ora che il boom economico oltre a essere finito è dimenticato e ora che in questi luoghi non c’è più uno 4 CMPST #2[06.2007]

spazio per la bellezza. “E invece no, invece qualche spazio c’è ancora, prendiamocelo.” Se queste non sono state le parole poco ci manca, se non è vero è perlomeno verosimile che nella testa delle persone che stavano cercando di mettere su Metrodora, sia scattato questo pensiero ricorrente. E lo spazio c’era davvero: Villa Rossi, con il suo parco, così simile a quelli che fanno belle le zone residenziali del centro, le zone di “quelli là”, così vicini e così distanti, tanto che forse non possono davvero capire cosa sia il Festival delle Periferie per la periferia, per una qualsiasi, ma in particolare per il ponente. E a ben vedere, oltre alla bellezza era rimasta anche la cultura, visto che Metrodora è orgogliosa di essere prima di tutto una Associazione Culturale, che alla musica si rivolge trattandola come cultura, e non

come un passatempo da adolescenti brufolosi, e che pretende, a diritto, di essere trattata come organo di cultura dalle istituzioni. Ma perché una associazione, come funziona, come si fa un festival importante con pochi costi, e quali sono gli sviluppi del progetto? A tutto questo risponde Fabrizio Gelli, vice presidente dell’ Associazione e voce illustre (letteralmente: voce splendida la sua) del panorama cittadino.

Siamo giunti anche quest’anno in prossimità del Festival delle Periferie, fiore all’occhiello delle produzioni della vostra associazione, ci sono novità rispetto alla formula consolidata? Cosa succederà di bello? Il Festival delle Periferie è nato con lo scopo di creare un evento di presitgio costruito interamente intorno alle band genovesi. La formula è ormai consolidata e l’obiettivo di quest’anno è quello di farla rendere al meglio. Le novità dell’edizione 2007 fanno da anteprima ai futuri sviluppi del festival. Abbiamo creato uno spazio per i giovanis-


Smesciarsi fie del palco e della villa, ispirate alla splendida locandina disegnata dall’artista Luca Tornatola. Sono convinto che sia uno degli allestimenti più belli mai realizzati a Genova per un festival low budget come il nostro. Di contorno, come ogni anno, esposizioni ed installazioni all’interno della villa, bancarelle, e tanta birra.

Esmen - foto di Anna Positano simi con il Festival delle Periferie School Edition che si svolgerà sabato 9 Giugno, abbiamo riaperto a band di fuori genova invitando i Green Like July ed il dopo festival prevederà un live show all’interno della villa con nomi di sicuro interesse come Fabio Zuffanti, Japanese Gum e UR. A livello più strettamente organizzativo siamo particolarmente orgogliosi della collaborazione realizzata con i ragazzi e gli educatori di alcuni Centri di Educazione al Lavoro, grazie ai quali abbiamo realizzato le scenogra-

Come mai il Festival è “delle Periferie”? Come è nata e con che spirito l’idea? Quale è il vostro specifico intento? L’idea del festival delle periferie nasce nel 2003 come un esigenza impellente onde “cavare” fuori dalle cantine e dalle salette prove (presenti in quantità industriali ad affitti improponibili nella zona di Borzoli…ma questo è un altro discorso da affrontare in separata sede) l’energia propositiva e positiva di un underground genovese ancora inconsapevole del proprio valore (anche perché poco coordinato e scarsamente coeso). Il “periferie” è nato anche in contrapposizione all’accentramento culturale di Genova 2004. Nel momento in cui le alte sfere della politica decisero che la quasi totalità delle iniziative culturali dovevano svolgersi nel triangolo Balbi-Porto Antico-Ducale noi ci siamo inventati un festival rock in periferia. Abbiamo sofferto molto decisioni quali lo spostamento del museo navale da Pegli in Darsena o l’esclusione del Ponente genovese dalla quasi totalità dei percorsi turistico/ culturali divulgati in quel periodo. Speriamo che la nascita del nuovo polo culturale che ruota intorno a Villa Rossi – Manifatture Tabacchi possa rappresentare un seppur parziale risarcimento rispetto a quelle scelte ritenute da molti cittadini del ponente “scellerate”.

Come mai Villa Rossi e come mai il Ponente? Il Festival “delle Periferie” si può considerare come un festival di quella periferia o è legittimo aspettarsi che un domani migrerete o replicherete altrove l’esperimento? Villa Rossi è un parco stupendo e la Circoscrizione Medio Ponente ha sempre appoggiato con entusiasmo l’iniziativa. La scelta del ponente è dovuta principalmente a due fattori. La contingenza del fatto che molti soci fondatori fossero nati e cresciuti li e la voglia matta di contribuire alla rinascita di una zona che storicamente ha sempre rappresentato la servitù alla città (dillo a me, che sono “besagnino”…abbiamo in ordine di comparsa: deposito autobus, cimitero comunale, discarica, fangodotto, essiccatoio dei fanghi, altro deposito autobus, macelli e canile comunale…NdCe) . Dopo aver usato il ponente come zona industriale, aver realizzato quartieri dormitorio, discariche e quant’altro è arrivata l’ora di cambiare rotta. Anche utilizzando i concerti rock. Altre organizzazioni, come Disorder Drama per dirne una, sono organizzate in grup-

“Sento forte il senso di “possibile”. Nonostante ora venga percepito come un appuntamento imprescindibile di inizio estate il Festival delle Periferie sei anni fa non esisteva. E’ stato creato da un gruppo di persone che hanno lavorato sodo per trovare una risposta concreta ad un bisogno reale.“ 5 CMPST #2[06.2007]


Smesciarsi “Credo che questo sia il grosso merito di Metrodora. Aver aiutato a creare rapporti.“ pi informali attorno alla professionalità e all’esperienza di pochi individui, un’associazione, a partire dallo statuto, è un qualcosa di più strutturata e con oneri di amministrazione che sono comunque aggiuntivi: quali difficoltà e quali vantaggi implica la formalizzazione di un gruppo prima informale, è costoso in termini economici? Rallenta i processi decisionali? In che difficoltà siete incappati? Metrodora è nata come associazione. E’ sempre stata nostra convinzione che qualsiasi evento culturale avesse bisogno di finanziamenti ed aiuti da parte delle amministrazioni locali. E l’unico modo per relazionarsi con le amministrazioni è essere ufficialmente riconosciute. Formalmente per creare un’associazione basta scrivere uno statuto ed un regolamento e spendere pochi euro per depositarli al registro delle associazioni. A livello operativo tutto ciò che viene deciso in associazione passa dall’approvazione del consiglio direttivo e dell’assemblea dei soci. E’ un processo certamente più lungo rispetto ad un’organizzazione più informale ma permette un affascinante confronto ed una continua contaminazione tra persone ed idee. Dà inoltre la possibilità, nel caso l’associazione riesca a strutturarsi in modo solido, di sopravvivere ad eventuali defezioni da parte di importanti membri attivi. Nel recente incontro tra Genovatune e le altre realtà cittadine al Berio Cafè, hai invitato chi si sente sottorappresentato in città a esporsi autorappresentandosi, magari 6 CMPST #2[06.2007]

proprio fondando una associazione come la vostra, è quindi una scelta che ti senti di consigliare? In quella occasione la mia era più che altro una provocazione. Non so se la risposta giusta alla mancanza di rappresentanza sia creare un’associazione. Sono certo che ci sia bisogno di persone che si responsabilizzino, che incanalino il proprio disagio verso qualcosa di costruttivo. Di persone che propongano iniziative, lavorino sulle proprie idee, studino modi per soddisfare i propri bisogni, e sfruttino in modo costruttivo le realtà esistenti. Io sento forte il senso di “possibile”. Nonostante ora venga percepito come un appuntamento imprescindibile di inizio estate il Festival delle Periferie sei anni fa non esisteva. E’ stato creato da un gruppo di persone che hanno lavorato sodo per trovare una risposta concreta ad un bisogno reale. Passiamo a un’ottica più ampia: quale è il ruolo di Metrodora in Genova? O, meglio, quale è il ruolo di Metrodora a Genova rispetto anche alla rete di operatori volontari, musicisti, fruitori, giornalisti e appassionati? Metrodora ha sempre cercato di collegare ed includere. La partecipazione democratica ha sempre avuto grossa rilevanza nella filosofia dell’associazione. Abbiamo cercato di mettere in contatto tra loro le band, organizzando, oltre ai concerti, incontri pubblici, o cose apparentemente più frivole come un camerino condiviso da tutte le band al Festival delle Periferie. Abbiamo coinvolto tutte le realtà che si occupano di musica a Genova, stimolato la creazione di eventi comuni, abbiamo collaborato con Genovatune, Disorder Drama, il

En Roco - foto di Anna Positano Milk Club, i Creativi Della Notte, Open Art, Leonardi V-Idea e molte altre realtà. Il tutto nella più assoluta convinzione che stare insieme aiuta. Lo spirito dell’associazione è profondamente votato alla socialità. Io credo che questo sia il grosso merito di Metrodora. Aver aiutato a creare rapporti. Di cosa ha bisogno Genova? Come ottenerlo? Io credo che Genova, per quanto riguarda aspetti puramente musicali, abbia bisogno


Smesciarsi litiche giovanili, Massimiliano Morettini, che è giovane ed ha sempre avuto a che fare con i giovani, visto il suo ruolo fondamentale in ARCI, possa dare una svolta in tal senso. Non nascondo che nutriamo parecchie aspettative (nonché speranze) nella nuova giunta comunale.

Ex-Otago alle Periferie 2006 - foto di Anna Positano di rendersi conto che è arrivata l’ora di valorizzare il patrimonio culturale di cui è in possesso. La città, le istituzioni, le fondazioni, i giornali, le radio, le tv, non si rendono conto, nonostante il festival delle periferie sia uno degli eventi più seguiti dai giovani genovesi; Metrodora non accede a spazi importanti sui media se non dietro pagamento di spazi pubblicitari. Non riceve finanziamenti nè da parte di fondazioni nè da parte di enti pubblici. Non viene ascoltata dalla politica che conta se non nel momento in cui si cercano voti. Le istituzioni che ci hanno aiutato si contano sulle dita di una mano. La circoscri-

zione VI Medio Ponente ed il suo Presidente Stefano Bernini, il Comitato delle Manifestazioni del Medio Ponente ci hanno sempre appoggiato. In tempi passati anche la provincia ed il suo presidente Alessandro Repetto hanno dimostrato interesse concreto per ciò che organizzavamo. Per il resto è sempre e solo silenzio. Metrodora è un’associazione seria e capace. La classe politica cittadina è sorda, pigra e sedentaria, specialmente per quanto riguarda le politiche giovanili. Ma prima o poi capiranno. Da questo punto di vista ci auguriamo che il nuovo assessore alle po-

A guardare la vostra associazione da ciò che organizzate (Magenta e le Periferie, in primis), si ha l’impressione che l’intento di Metrodora sia quello di rappresentare un po’ tutta la scena genovese, in un’ottica quasi istituzionale di “parità di accesso”. E’ così? Il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare spazi per poter fare musica. E abbiamo sempre cercato di rendere questi spazi accessibili a tutti, anche a costo di sacrificare un’identità musicale che in Metrodora è comunque forte e precisa. Questo avviene soprattutto in ciò che organizziamo durante l’anno. La scelta dei gruppi che suonano al Festival invece avviene principalmente cercando di premiare i migliori percorsi artistici delle band cittadine. Partendo dal presupposto che una associazione nasca con l’intento di colmare un vuoto, dei bisogni, qualora nascessero tante associazioni “di genere” o qualcosa del genere, quale sarebbe il ruolo di Metrodora? Quale sarebbe il suo rapporto rispetto a questa città? Metrodora si colloca in una zona un pò scoperta dell’associazionismo musicale genovese. Da una parte ci sono poche associazioni che organizzano grandi eventi e dall’altra tante piccole realtà che cercano di combattere contro ogni difficoltà per 7 CMPST #2[06.2007]


Smesciarsi “Se l’obiettivo è quello di risolvere un’esigenza non credo sia fondamentale che sia Metrodora a farlo. Se qualcuno diventerà più bravo vorrà dire che ci godremo qualche bel concerto in più.“ realizzare anche solo qualche concerto. Noi siamo partiti dal basso e pian piano ci siamo costruiti un’importante rete di contatti, abbiamo sviluppato competenze. A differenza di altre associazioni che nel tempo si sono isolate, Metrodora è sempre rimasta a contatto con i ragazzi che suonano in città (in questo favorita dal fatto che gran parte del direttivo è composto da insegnanti delle scuole superiori) e molto spesso ha fornito supporto per altre realtà che iniziano ad organizzare eventi. Nel caso dovessero nascere altre associazioni del genere Metrodora dovrà continuare ad essere anche una porta d’ingresso ad alto tasso di competenza. Se l’obiettivo è quello di risolvere un’esigenza non credo sia fondamentale che sia Metrodora a farlo. Se qualcuno diventerà più bravo vorrà dire che ci godremo qualche bel concerto in più. Ultima domanda: perchè non coordiniamo la comunicazione tra i vari operatori? Cosa è mancato perchè questo potesse succedere? In linea teorica sembrano tutti favorevoli, però non sono ancora visibili sforzi concreti in questo senso; eppure un ufficio unificato di comunicazione tra le associazioni e verso i media forse rappresenta l’ultimo tassello (insieme a qualche struttura) per il definitivo salto di qualità. Mi sbaglio? Avete programmi in questo senso? Come vi muoverete? 8 CMPST #2[06.2007]

Blown Paper Bags alle Periferie 2006 - foto di Anna Positano Sono assolutamente d’accordo sulla centralità della comunicazione nello sviluppo di attività culturali. E anche sull’idea che si possa creare un struttura condivisa che funga da coordinamento e collante. Perchè non si è ancora realizzata? Credo sia solo un fatto contingente. Un’iniziativa di questo genere ha bisogno di qualcuno che tiri le fila, e probabilmente gli impegni delle singole realtà non hanno ancora permesso di dedicare tempo alla cosa. Metrodora in questi ultimi 3 anni ha ad esempio lavorato insieme ad altre associazioni per ottenere la gestione della struttura della ex scuola Anita Garibaldi

situata all’interno di Villa Rossi. Pochi giorni fa è avvenuta la firma della convenzione e si è iniziato cosi in via ufficiale il percorso che porterà quella struttura ad essere uno dei poli culturali più importanti di Genova. Io lancio una proposta: se Villa Rossi diventasse la sede di centro di coordinamento? Per me è un viaggio! Però ci sono, eccome! Più info suill’attività di Metrodora su http://www.metrodora.net Per sentire Fabrizio cantare ht tp://w w w.myspace.com/ esmen


Produzioni “ Si è creata una vera e propria community di persone che facevano la stessa cosa: abbiamo iniziato a fare serate, a scambiarci dischi, a lavorare insieme.“ Flexible Intervista con Martino Marini / Mass_Prod di Daniele Guasco

L AVO RO F LE S S I B I LE Flexible non è solo una netlabel, e nemmeno solo l’organizzazione che sta dietro ad un festival: è un collettivo, una comunità di musicisti affiatata e produttiva che rappresenta il panorama genovese legato ai club e alla musica che li rende vivi. Flexible è una realtà esplosiva e sempre sorprendente, conoscerla meglio è, se non una conferma, una splendida scoperta. Per introdurre questo articolo devo prima di tutto fare un mea culpa: pur frequentano spesso e volentieri i locali genovesi che propongono dj set, pur ascoltando volentieri un certo tipo di elettronica più orientata al dancefloor, ammetto di non avere mai approfondito la mia conoscenza delle storie e degli artisti che vivono questa realtà musicale. Mi sono quindi recato con un carico di curiosità a casa di uno degli artisti di spicco di questo panorama cittadino per preparare questo articolo. Martino Marini, in arte Mass_ Prod, è uno dei dj e musicisti tra i più attivi nella Genova del nuovo millennio, da anni il suo nome compare spesso e volentieri sui manifesti attaccati per i vicoli e la sua musica viaggia per l’Italia già da molto tempo.

Mass Prod è uno dei fondatori del progetto Flexible, e proprio da qui abbiamo fatto iniziare il nostro discorso: Flexible è un’idea che nasce nello studio che avevamo vicino a piazza Embriaci, nel centro storico; studio che dividevamo con altri artisti come ad esempio i Port-Royal. È nata da me e Goofo (il ragazzo che cura la parte video delle mie esibizioni) con altri musicisti come Davide di Gennaro, e lì, parlando, abbiamo deciso di ufficializzarla come Flexible. Flexible in realtà era una cosa già iniziata da diversi anni, un po’ quando è nata questa specie di nuova scena elettronica nel centro storico, intorno al Bar Fly, nel 2004. Da li in poi hanno iniziato ad aggiungersi persone come Robottino, Max, in gran parte appassionati di elettronica; da quell’esperienza abbiamo iniziato a

suonare e a produrre. Facendo questo si è creata una vera e propria community di persone che facevano la stessa cosa: abbiamo iniziato a fare serate, a scambiarci dischi, a lavorare insieme. Flexible nasce, quindi, naturalmente, anche per dare un riscontro fisico del nostro lavoro, una testimonianza. Poi bisogna contare che, fin da piccolo, ho nella mia testa un’etichetta; ascoltando da sempre un sacco di musica, avevo proprio il desiderio di autoprodurre i miei lavori. Sono tanti anni che suono, anche nel resto d’Italia, ma non ho ancora pubblicato un qualsiasi supporto fisico. Sinceramente perché preferirei autoprodurre la mia musica e avere il controllo totale su di essa, oppure trovare una etichetta di cui mi possa fidare al 100%. Flexible distribuisce la musica degli artisti che fanno parte di questo vero e proprio movimento attraverso la rete, utilizzando quindi il sistema della netlabel, metodo che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Le ragioni che portano a questa scelta sono molto diverse a seconda di chi le intraprende: 9 CMPST #2[06.2007]


Produzioni i podcast. Proprio questi ultimi sono nati per rendere ancora più fruibile il progetto; che, forse è più grosso della città in cui viviamo, e viene, per adesso, capito molto di più al di fuori. Per esempio, per rimanere all’argomento podcast, durante il secondo Flexfest a Genova, abbiamo provato, a inizio serata, a regalare alla gente quelli registrati al festival dell’anno precedente. Le persone che sono venute a prendere questi podcast saranno state quattro o cinque, e le conoscevamo già tutte. Una ragazza di Roma che ha saputo questa cosa, non so bene come, ci ha scritto, ha voluto delle informazioni e ne parlerà, addirittura, nella sua tesi di laurea sulla comunicazione multimediale. Sono proposte che, per ora, sembrano attirare maggiormente l’attenzione da fuori, piuttosto che a Genova.

Noi siamo piuttosto discreti, cerchiamo di evitare di diventare spammer. Certo, facciamo un minimo di pubblicità, ma non siamo decisamente alla ricerca delle migliaia di download o di accessi; siamo, piuttosto, interessati maggiormente a rapportarci in maniera più umana con le persone. Diciamo che è una cosa che facciamo inizialmente per noi; il riscontro cui teniamo di più, quindi, è quello che otteniamo in maniera immediata, da chi ci scrive, magari dopo avere scaricato la prima release o 10 CMPST #2[06.2007]

Quindi non sono l’unico a dover fare penitenza per il mio atteggiamento di relativo interesse/disiniteresse per la club culture genovese! A questo punto mi è venuto spontaneo chiedermi cosa ne pensa chi sta al di là della consolle, sopra la pista, delle persone che si trovano sotto di lui: se ci sia ancora quel collegamento tra musica da ballare e tamarri, se ad andare al di là del muovere un po’ gli arti e il bacino siano solamente gli addetti al settore: Tendenzialmente in tutta Italia la club culture si divide tra gli addetti ai lavori, che sono i nerd, e quelli che vengono alle serate che sono quelli in canottiera col fischietto. Più o meno il pubblico può essere grossolanamente diviso così. A Genova abbiamo avuto per anni una scena underground molto bella, molto

piccola ma veramente carina; poi, ovviamente, quando suonavo Mark Houle non avrei mai pensato che, un giorno, sarebbero passati quegli stessi dischi a manetta su Radio Deejay, con il vocalist che parlava sopra, tanto che molte persone, personaggi e dj si sarebbero mossi verso quei suoni; invece, adesso, tutte le cose che erano ultra-underground, ad esempio Matthew Dear, sono diventate il suono mainstream. Qui a Genova, il centro storico più che il resto della città, si sta popolando di personaggi che non lo avevano mai frequentato; prima era molto più hardcore per così dire. Quando ho iniziato a suonare certe cose ero considerato un fighetto da chi mi vedeva poco underground, e, viceversa, eccessivo da chi era abituato alla house; ora, bene o male, tutti vogliono suonare, e suonano, la musica che mettevo già allora. Al Mascherona abbiamo passato un anno molto intenso, con un mucchio di persone molto affiatate, come Robottino e Modus che lavorano in coppia, Mastafacktor, due vecchie pietre miliari dell’elettronica genovese, io e Orazio, Punknown, Mauro Sars, dj storico del locale, Giovanni Verrina e Molex; mentre ,da fuori Genova, hanno partecipato Winstan, che è un ragazzo di Bergamo, Criss di Torino che, per quanto mi riguarda, è uno dei migliori produttori italiani di elettronica, e Phooka, che è un ragazzo di Roma che pubblica per la Homework records. Con loro non è stato soltanto un anno di clubbing inteso come semplice lavoro, fare l’ospite, suonare, salutare e andarsene; abbiamo invitato più volte le stesse persone per farle partecipare al suono della nostra città, creare un collegamen-


Produzioni “Il bello di Genova è che la parte di pubblico che ci segue crede fermamente nel nostro progetto” to, un network principalmente artistico; infatti, ogni volta che sono venuti a suonare, si componevano le esibizioni tutti assieme, senza musicisti d’apertura andando quasi verso una forma più vicina alla jam session: al punto che, l’ultima volta, eravamo in tre a suonare contemporaneamente. Credo che proprio il Mascherona sia il locale con questo genere di musica nel quale ho passato il maggior numero di serate. Era facilissimo che il venerdì sera verso le 3 mi trovassi dentro il piccolo club genovese e sono rimasto parecchio rattristato quando ho saputo della sua chiusura poche settimane fa. Chiusura di cui si sono conosciute in modo piuttosto frammentario le ragioni. Quella del Mascherona è stata una scelta di chiudere, una scelta di Mauro appoggiata anche da noi che ci abbiamo praticamente passato tutto l’anno. Quando i dj che chiamavamo a suonare da fuori Genova hanno saputo che stava per chiudere sono venuti tutti spontaneamente per suonare durante l’ultima serata. Per quanto sia un dancefloor molto particolare, molto piccolo, sono rimasti sempre tutti molto contenti. Il Mascherona è stata comunque una delle basi del Flexfest, l’evento che già da due anni viene organizzato da Martino e gli altri ragazzi di Flexible e che, nell’arco di due giorni e con diverse tappe nei lo-

cali genovesi che aderiscono all’iniziativa, porta, per intere serate, musica elettronica di altissima qualità in città, permettendo di assistere ai dj-set di artisti che vengono da tutta Italia e di conoscere ancora meglio quelli che popolano le notti cittadine. Sono state due esperienze fantastiche. Impegnative, certo, ma, essendo state organizzate da noi ragazzi, senza un capo, la cosa ha per ora sempre funzionato. La cosa piacevole dei Flexfest è stata che hanno avuto un buon riscontro da parte del pubblico; anche se non sempre particolarmente numeroso quanto partecipe, soprattutto durante il secondo festival piagato da un caldo quasi tropicale per il periodo, riuscendo, comunque, a destare un interesse enorme da parte delle istituzioni. In realtà, non ero intenzionato a fare un secondo Flexfest, ma poi, parlando con i ragazzi di Arciliguria, si sono dimostrati molto interessati a farne un altro. Evidentemente era piaciuto l’evento, sommando anche il buon risultato ottenuto al Goa Boa 06, con il concerto di Ellen Allien e Apparat. In particolare, la più grossa sorpresa che ho avuto in queste due edizioni, a parte il bellissimo finale al Mascherona, sono stati il successo al Mentelocale, normalmente locale non portato a questo genere di iniziative, e lo stupore che ho provato al Milk Club, dove non avevamo mai lavorato, un locale dai presupposti artistici quasi agli antipodi rispetto a quello che facciamo di solito. Al Milk abbiamo proposto un live set a cui il pubblico ha reagito in maniera incredibile, hanno iniziato i Tantotempo che forse sono la parte più sperimentale di Flex, un incrocio tra dubstep, field recording, drone, musica sperimentale, con sotto i video

foto di Sara Montali di Goofo ed Eleonora Chiesa. Beh al Milk c’era più gente a sentire questa musica nella stanza che distratti al bar o a fumare fuori. Da lì in poi è stato un crescendo. Si può tranquillamente dire che il panorama elettronico genovese collegato alla club culture non stia certo fermo con le mani in mano, per quanto magari possa essere considerato periferico rispetto a quello rock o a quello indie. Flexible, invece, quasi di soppiatto, mostra l’incredibile forza di questa scena, tanto che 11 CMPST #2[06.2007]


Produzioni Forse il pubblico della scena rock genovese lo vedo un po’ più frammentario, per quanto, magari, più numeroso. Sembra quasi che il panorama genovese legato all’elettronica più dance non abbia nessun problema... Manca secondo me qualcuno culturalmente pronto che abbia e possa investire del denaro per creare qualcosa, una struttura legata al clubbing su scala maggiore. Dal punto di vista del pubblico quello che più mi è dispiaciuto vedere quest’anno e stata la gente che entra nei locali dove si fa elettronica, si guarda attorno, ed esce senza neanche ascoltare. Al primo anno del 74 chiudevamo alle 3, 3 e mezza, questo perché a mezzanotte il locale era pieno di persone che ballavano; si era creata una cerchia di appassionati, gente di tutti i tipi, che veniva per la musica, non solo per il locale. Servirebbe una struttura diversa, più grande, attrezzata, con una certa produzione, meglio coordinata.

foto di Anna Positano a fine Giugno si terrà un Flexfest a Pontedera, facendo varcare non solo i confini cittadini ma anche quelli regionali a questo evento. Ma, del resto, partendo dallo stesso Mass_ Prod, i rappresentanti di questo movimento già da parecchi anni girano per i migliori locali nazionali dedicati a questo tipo di musica. Ora come ora mi sembra che sia un grande momento per la musica genovese. Vedevo il calendario del Miami (Festival organizzato a Milano dal sito internet Rockit ndr) a cui interverranno parecchi 12 CMPST #2[06.2007]

gruppi genovesi. A Genova facciamo un sacco di cose, non solo nell’elettronica. Il bello di Genova è che la parte di pubblico ci segue crede fermamente nel nostro progetto, tanto che quando abbiamo partecipato ad Elettrowave (la selezione per DJ del fu Arezzo Wave ora Italia Wave ndr) una buona rappresentanza di persone della nostra città ci ha seguito fino a Milano e Bologna. Flexible è stato accolta molto bene come idea, tanto che quest’anno avremo un intero palco al Play festival.

Ho sempre trovato interessanti, quando non addirittura bizzarri o semplicemente curiosi, i percorsi che portano determinati artisti dai loro albori nel mondo della musica fino al punto in cui sono adesso, particolarmente per quanto riguarda coloro che compongono musica elettronica. Non potevo certo esimermi dall’indagare sul percorso creativo compiuto da Mass prod. L’elettronica mi è piaciuta sin da subito, anche se mi sono spostato verso la dance solo in seguito. Avevo un vecchio gruppo, i Selene Riot, facevamo una spe-


Produzioni cie di techno-punk; avevo delle basi che facevo, ai tempi, con un software su computer: ma era il 1998, un modem costava cinquecento mila lire, un masterizzatore anche, e trovare programmi musicali non era così semplice. Io lavoravo con la prima versione di Fruity Loops, Logic e Cool Edit Pro: per trovare un campione dovevi prenderlo dai dischi per forza. Avevo un solo synth e suonavo con quello. In quel periodo poi l’elettronica da dance floor era la progressive, la techno, la musica da pastiglie: una merda in poche parole. È rimasta un po’ la concezione della discoteca in questi termini, ma, questo ci ha dato una forza incredibile: questa nuova generazione che fa godere alla dance italiana un momento, questo, di altissimo livello qualitativo. Anche se troppa gente, appartenente alla fine degli anni novanta, è uscita dalla porta per poi rientrare di soppiatto dalla finestra... Ora sto per partire con questo progetto della Levi’s che ha scelto me ed altri tre dj italiani (Rufus, Mammarella e Deepalso): ci faranno fare delle gare uno contro l’altro e si preannuncia un’esperienza molto interessante. Devo dire che, da esterno a questo ambiente dell’elettronica legata al clubbing, ho notato, dalle parole di Martino, un maggior legame tra i vari musicisti rispetto a quello che si crea all’interno di quello indie: mi è sembrato che i legami siano molto più forti, che non comprendano piccole cerchie di gruppi che si unisco solo in sporadiche occasioni d’incontro. Ragazzi come quelli di Flexible parlano poco e lavorano tanto, e i risultati si vedono sia dal

foto di Sara Montali punto di vista artistico che da quello dei risultati e delle soddisfazioni raggiunte. Ovviamente le invidie ci sono, ma ci si diverte molto anche suonando per piccole cifre, e le possibilità di incontro sono tantissime. Quello che più mi ha colpito di Mass prod è l’entusiasmo, la felicità con cui parla dei notevoli successi raggiunti sia da lui che dalla cricca di Flexible, ma anche la serenità con cui tratta i problemi del panorama dance genovese, così lontano da quello indie o rock ma con le stesse esigenze, con gli stessi limiti all’interno dei confini cittadini.

Mentre mi preparo per lasciare casa sua mi fa leggere una frase presente su un loro volantino che credo riassuma tutto quello detto finora: “eliminare gli inutili limiti che troppo spesso ghettizzano ogni fermento culturale, crediamo nel confronto e nella flessibilità come unico mezzo per la comunicazione contemporanea”. Più info sulle attività di Flexible su http://www.flexible.it/ su Mass_Prod su http://www.myspace.com/massprod 13 CMPST #2[06.2007]


Cronache Vere “Sta di fatto che non so dire ancora adesso se ero oppure sono un punk. Di sicuro ero molto impegnato politicamente.”

Metal Body / V5L Intervista con Claudio Torlai di Marco Giorcelli

PLASTIC PARTY Quando penso ad un genovese doc, una delle prime persone che mi viene in mente è Claudio Torlai: una ruvida, burbera, brontolona umanità come poche ne ho conosciute in città. Un personaggio intrecciato con la superba fino al midollo. Qualcuno che, avendo vissuto la proletaria giovinezza a cavallo tra settanta e ottanta può entrare, di buon diritto, tra i “reduci” di un periodo storico contemporaneo molto importante per Genova. Una burrascosa primavera che ha attraversato, oltre che politicamente, gli anni più caldi e stimolanti della rock indipendente genovese. Claudio, ormai da oltre quindici anni è il fonico residente sulle produzioni del Teatro Stabile di Genova. Uno spirito tutt’altro che conciliato. Difficile essergli simpatici, difficile resistere al suo incontenibile umorismo. Praticamente nessuno conosce i Giardini Baltimora, forse nemmeno gli stessi genovesi, ma se nomini i Giardini di Plastica, nessuno ha alcuna esitazione. Direi che questa potrebbe essere una buona introduzione o presentazione per chi ha vissuto in prima persona e attivamente la propria giovinezza a cavallo tra 14 CMPST #2[06.2007]

anni settanta e ottanta. A Genova. Come si potrebbe cominciare a raccontare la mia vita di ventenne proletario nella Genova a cavallo tra gli anni ‘70/’80? Siamo nel 1981 o forse 1982 e nei fondi di quello che una Giunta di Centro-Sinistra chiamerà “Centro dei Liguri” riesco ad organizzare con il mio

gruppo musicale ed altri amici il Plastic City Party. Credo che poche persone lo ricordino, nonostante fosse un’esperienza interessante considerate le varie espressioni artistiche proposte e le installazioni scenografiche ritrovate poi, “per caso”, nel seguente tour dei Matia Bazar (!!?). Una sera, parlando con amici e riferendomi alla nostra rassegna, esclamai: “Ma questi sono proprio giardini di plastica!” Rivendico così la paternità del nome dato ai Giardini Baltimora, toponimo che nessuno più ricorda. Oggi come oggi, grazie alla diffusione di My Space e dei Cd-r, qualsiasi gruppo di adolescenti può produrre e diffondere la propria musica. Questo è buono, ma al contempo, genera una saturazione/appiattimento produttivo nel quale è difficile orientarsi come utente (esiste ancora l’ascoltatore medio o siamo tutti, in qualche modo, diventati musicisti tout-court?). Raccontaci il panorama musicale genovese fine anni settanta partendo proprio dalle tue esperienze. Mi preme ricordare il nome di due gruppi musicali dei quali ho fatto parte: i Metal Body e i V5L. In entrambi ero il cantante ed occasionalmente il bassista. Ricordo una grande


Cronache Vere Le istituzioni dovrebbero investire nelle proposte dei giovani evitando di strumentalizzarle. fatica solo per fare delle prove, figurarsi affrontare l’organizzazione di concerti o poter fare anche solo un demo! Con Franco e Roberto Sofia, Remo Brunelleschi, Franco Adami (componenti dei V5L) ed altri tra cui Totò Miggiano e Rolando Pozzani, mi sono messo in testa di organizzare dei concerti. E con grandi fatiche abbiamo portato a Genova i Monochrome Set, Siouxsie and the Banshees, ed infine Nico dei Velvet Underground al mitico Teatro Massimo del Campasso, dove abbiamo suonato come gruppo spalla in un’indimenticabile serata! Poi ho partecipato al famoso concerto alla Sala Chiamata del Porto nel 1980, in cui ho assistito ad atteggiamenti di divismo da parte di alcuni che, come il tempo ha poi dimostrato, erano fuori luogo. Queste pose istrioniche ed eccessive, quanto innaturali e poco genuine, forse sono da ricondurre al fatto che tra noi c’erano persone che erano arrivate a definirsi punk solo perché qualche amico gli aveva portato una rivista da Londra. Per me, cresciuto nella Valpolcevera, a Certosa prima e più tardi a Sampierdarena, è stato un percorso artistico del tutto conseguente alla mia condizione sociale. Sta di fatto che non so dire ancora adesso se ero oppure sono un punk. Di sicuro ero molto impegnato politicamente. Ricordo con tenerezza che nel 1971, all’età di appena 11 anni, andavo a vendere l’Unità porta a porta. Allora si diceva “fare diffusione“ e si cominciava da lì, quella era la gavetta. Ricordo il mio impegno nelle Feste dell’ Unità, quelle di quartiere. Ho cominciato nel PCI, i vecchi della Valpolcevera mi hanno insegnato tante cose: come dimenticare i loro

racconti sulla Resistenza o quelli sui primi scioperi? E le loro lezioni sulla storia del proletariato! Nel 1977 ero in Autonomia Operaia. Tornando alla musica ricordo con affetto gli Infexion, Alan Lads e Kopf Krank, solo per fare qualche nome. Sicuramente è stato un periodo di grande fermento. Piazza de Ferrari, il Carmine, via Isonzo: posti dove eri sicuro di trovare amici o conoscenti. Non dovevi telefonare, era come se tutti avessimo un appuntamento ogni sera! Non si poteva non uscire! Purtroppo molti di quelli che incontravi, molti di quelli con cui facevi due chiacchiere o fumavi una sigaretta adesso non ci sono più: falciati dall’eroina. Chi mai farà una indagine seria su quanti ventenni di allora sono stati portati via dall’eroina? Sicuramente verrebbero fuori numeri da far gelare il sangue. Perché Genova, in ambito musicale, viene sempre e solo associata al trittico Paoli, De André e Fossati, in termini di classici, mentre per roba moderna ricordiamo nientemeno che Matia Bazar, New Trolls e Delirium? Non vi è in questo qualcosa che suona come un sortilegio? O forse è solo ciò che si merita la città? Genova è una città conservatrice: lo stesso De Andrè ha preferito vivere in Sardegna. Solo dopo morto è diventato il grande artista , meritevole di essere oggetto di pellegrinaggi! Degli altri non voglio parlare: è roba da case discografiche e con Genova non hanno niente a che vedere. Ci sono solo nati, ma nella mia città non hanno lavorato. Mi risulta che molti artisti, negli anni, per poter continuare a lavorare siano migrati verso altri lidi, forse più fertili o, comunque, con più spazio. Condividi queste scelte, nate credo

dalla necessità? Oppure pensi che il territorio non debba essere abbandonato comunque, a discapito della creatività o della libertà espressiva? Credo che le persone che avevano qualcosa da dire avrebbero fatto meglio a rimanere. Avrebbero sicuramente contribuito a rendere più viva culturalmente una città che ha dato i natali a tantissimi artisti, da Montale in poi, ma che nessuno conosce. Oppure, chi la conosce, magari solo perché ha preso il traghetto per la Sardegna, pensa che sia sicuramente bella, ma un po’ triste!! “Non c’è niente, non c’è niente da fare!!”. Sicuramente è più facile andare a Milano, la Milano che “lavora”! Io sono rimasto, ma è anche vero che Genova sa essere molto matrigna. Le istituzioni dovrebbero investire nelle proposte dei giovani evitando di strumentalizzarle. Tu credi che il circuito cittadino istituzionalizzato potrebbe o dovrebbe investire di più nelle nuove proposte locali oppure, al contrario, agevolare ospitalità più alternative o di ricerca? Tentativi riusciti o, talvolta, in sviluppo ne abbiamo costantemente sotto gli occhi: mi riferisco al blasonato Festival del Mediterraneo, al Festival Andersen (benché non proprio genovese) e allo stesso Goa Boa. Negli ultimi anni, con Borzani, qualcosa si sta muovendo. Mi riferisco ai concorsi “Cerca Talenti” e alle rassegne organizzate dall’Assessorato alla Cultura, per promuovere i giovani cineasti o esperienze di teatro sociale. Non disdegno eventi, soprattutto estivi, come il Goa Boa, il GezMatazz o il Festival del Mediterraneo. Sono segnali di nuove vitalità.

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Export “La sfida è riuscire a mantenere il ritmo e la tensione all’interno di un genere di musica decisamente più atmosferico.“ Stalker / Kafka Intervista con Luca Giribone di Matteo Marsano

EVOLUZIONI E RIPETIZIONI Tra un discorso impegnato, un film proto-punk anni ’80, un piatto di tortellini al sugo ed un caffè, il resoconto di una lunga chiacchierata pomeridiana con Luca “G” Giribone, il disponibilissimo chitarrista degli ormai defunti Kafka – gruppo che non ha certo bisogno di presentazioni – all’oggi attivi con il nuovo moniker Stalker, un suono più rallentato e monolitico, e al debutto assoluto il 13 giugno al Lab. Buridda, ad animare un concerto – benefit per la nostra neonata fanza che si preannuncia più pesante di una quadriglia di pachidermi. Buona lettura. Volevo iniziare quest’intervista partendo dalla fine: il progetto Stalker. Siete nella bill del concerto-benefit per Compost del 13 giugno alla Buridda, cosa di cui siamo molto felici. Dopo più di dieci anni di Kafka, con alle spalle un passato da nume tutelare della scena hard-core genovese, sei da poco alle prese con questa nuova creatura, che per quel poco che ho sentito mi pare avere un’anima più modernista rispetto al sound che contraddistingueva il tuo gruppo precedente. Spenderesti due parole sul tuo nuovo progetto, sulle vostre aspettative e iniziative nel futuro prossimo, e ci diresti in che misura lo ritieni una continuazione delle tue esperienze di questi 16 CMPST #2[06.2007]

anni, o piuttosto una rottura con la musica che avete proposto sinora? Rispetto al progetto Kafka non vedo alcuna interruzione o rottura. Siamo tutti molto contenti di ciò che abbiamo fatto fino ad adesso, delle persone che abbiamo conosciuto e delle esperienze che abbiamo condiviso, perciò mi auguro che nel futuro continueremo sulla stessa strada. Anche dal punto di vista “etico” l’approccio che vorremmo avere con il nuovo progetto è sulla stessa linea del precedente. L’unica differenza tangibile, per quello che mi riguarda, è nello stile, non nel senso che ci vestiamo diversamente (risate), bensì nelle sonorità e nella conce-

zione delle canzoni: mentre i Kafka erano molto istintivi e diretti, gli Stalker risultano, nelle nostre intenzioni, molto più dilatati ed ossessivi, e quindi anche l’approccio all’ascolto è molto diverso. Le canzoni sono molto più lunghe e meditate, e mentre nel precedente progetto l’importanza era data al “tiro” sempre e comunque, adesso prediligiamo invece la modularità, aggiungendo ad ogni ripetizione un elemento nuovo da ascoltare. Ovviamente la sfida è riuscire a mantenere il ritmo e la tensione all’interno di un genere di musica decisamente più atmosferico. I progetti che abbiamo in cantiere sono la realizzazione di un disco - la prossima settimana registreremo al Green Fog Studio - e la ripresa dell’attività concertistica, ad iniziare dalla data alla Buridda in supporto a Compost e dal Feel Their Pain Fest (23 Giugno – La Spezia). Sarà curioso vedere come riusciremo a gestire gli impegni del gruppo, adesso che lavoriamo tutti e due di noi stanno per diventare papà.


L’hard-core mi è sempre sembrato un genere più “immobilista” di altri, dove a fronte di un’evoluzione nel discorso musicale, hanno importanza cose come l’attitudine, la condivisione e l’espressione di determinate convinzioni ed idee, ed il rispetto di una certa cifra stilistica. Tuttavia, negli anni si è osservato un mutamento delle sonorità. Come giudichi l’evoluzione stilistica che questo tipo di musica ha avuto dagli anni ’80 fino ad oggi? E quali sono le caratteristiche principali che una band dovrebbe avere per piacerti, per incontrare il tuo interesse? Vuoi parlarci della scena hard-core genovese, esiste ancora, quali obiettivi si sono raggiunti, quali le cose che mancano? Non sono d’accordo sull’immobilismo

della scena HC. In realtà vedo questo genere come un immenso calderone dove c’entra un po’ di tutto, dai gruppi fast-core alle sperimentazioni più estreme come quelle degli Agoraphobic Nosebleed. Ma forse giudicare la scena HC come un catalogo di gruppi che fanno stili differenti di musica non centra il nocciolo della questione. In realtà le persone che si ritrovano a far parte di questa scena sono appunto legate dalla condivisione di un’attitudine particolare e di alcuni valori cardine, come potrebbe essere la scelta DIY, o comunque sono persone generalmente interessate a discutere criticamente la realtà. In realtà poi, per quanto io condivida le passioni o molti degli ideali della scena, non ho mai avuto un approccio fideistico e integralista. Più semplicemente mi piace portare avanti le attività che coltivo con le persone che frequento. Riguardo alle caratteristiche che un gruppo dovrebbe avere per piacermi, non ho nulla da dire. Mi piacciono le cose più disparate, senza alcun nesso causale. Sulla scena HC: certo che la scena esiste! Ci sono un sacco di persone che si prodigano per la “causa”, gruppi come i Downright, o persone tipo Alessio di “Nuova Leva HC” (vedi intervista su questo stesso numero). Purtroppo i movimenti underground sono sempre legati a realtà estremamente contingenti, nel senso che facendo queste attività per passione le persone attive in questo ambiente non sono in grado di organizzare attività con continuità. Comunque a Genova la

Export “Purtroppo i movimenti underground sono sempre legati a realtà estremamente contingenti, nel senso che facendo queste attività per passione le persone attive in questo ambiente non sono in grado di organizzare attività con continuità.“ scena esiste da un sacco di anni, e i concerti sono abbastanza regolari. Come raggiungimenti per la scena HC non vedo alcuna “missione” prioritaria, certo mi piacerebbe che la partecipazione alle iniziative proposte si allargasse anche alle persone sinora esterne ad esse. Rimarcare il fatto che la parola “hardcore “ non indichi in sostanza solo una forma estremizzata di musica punk, ma anche un ethos e una determinata visione del mondo sarebbe scoprire l’acqua calda. Personalmente credo che molta della potenza comunicativa di questo linguaggio derivi anche dal suo coniugare l’aggressività che musicalmente lo caratterizza alla limpidezza delle idee espresse nei testi. In maniera diretta, priva di orpelli: e con una certa urgenza che rispecchia la consapevolezza della rilevanza, anche sociale, del messaggio di cui si fa portavoce. Suonare hard-core è davvero così catartico e liberatorio come sembra, e per te personalmente che cosa ha significato farlo, in questi anni? Probabilmente per me suonare in un gruppo “furious” rappresenta infatti una 17 CMPST #2[06.2007]


Export sorta di liberazione. Direte voi, da che cosa? Beh, le cose possono essere tante. Nello specifico, a volte ho difficoltà ad accettare la compostezza e la regolatezza della vita quotidiana. Sono le stesse cose delle quali parlavo al mio Professore di Economia, e lui, placidamente, mi rispondeva: sono scelte! Ebbene sì, ma a che prezzo? Penso ad esempio alla mia carriera universitaria: 6 ore al giorno (supposte) a seguire lezioni di materie astruse (ho fatto ingegneria), e una volta finito devi studiare tutto da capo perché i professori scrivono così velocemente sulla lavagna che a malapena riesci a copiare. La sera poi, distrutto dall’agonia di una vita routinaria, solo i film dei fratelli Vanzina alla TV (la faccio un po’ tragica). Ma parlavamo di rinunce, e direte voi: quali? Per esempio andare al mare o al fiume, leggere, guardare i film di Jodorowsky, suonare... probabilmente qualcuno potrebbe giudicarmi un lazzarone per il fatto stesso che ipotizzi queste alternative allo studio (che poi per uno studente equivale ad un lavoro) , opportunità che in realtà è un privilegio - e lo so benissimo - ma la mia natura è questa. Allo stesso modo, ogni ora dedicata ad un’attività non produttiva, o meglio non remunerativa, equivale ad una rinuncia in favore di qualcosa che la mia natura mi suggerisce di fare (non vorrei sembrare demotivato nello studio o nel lavoro, in realtà l’ingegneria mi piace molto e sicuramente è stata per me una scelta consapevole). Quindi, suonare nei Kafka o negli 18 CMPST #2[06.2007]

Stalker rappresenta uno spazio della mia vita che dedico unicamente a ciò che mi piace, senza alcuna finalità esplicita, come ad esempio diventare famoso o ricco, e penso sia facilmente comprensibile che nel farlo si esprima una qualche forma di liberazione o catarsi. Il tentativo consapevole di far riflettere la gente, di portare all’attenzione tematiche di portata sociale e civile, incentivando un atteggiamento attivo e non fatalista nei confronti della vita e delle difficoltà si scontra decisamente con un diffuso habitus mentale che vedrebbe questo tipo di atteggiamento quasi come una prevaricazione della libertà individuale, in sostanza come una predica non richiesta. Secondo te a chi giova questo disimpegno, questa pigrizia mentale, questo menefreghismo individualista che è poi in certo modo anche un dictat della società dei consumi? E a tuo parere come si colloca la mentalità genovese, con la sua diffidenza e il suo riserbo, in questo discorso? Ovviamente concordo sul fatto che l’indolenza fisica e mentale siano esecrabili (l’espressione è un po’ forte, ma non dimenticate che sono un brutalissimo hard-corer!). Non sono il tipo da proclami, e l’unica cosa che posso dirti con certezza è che, purtroppo, l’autoreferenzialità e l’individualismo sono due effetti collaterali della nostra società, intesa non solo come società dei consumi ma anche come società del benessere. Riguardo il modus vi-

Kafka - foto di Anna Positano vendi dei genovesi non ho molto da dire: forse è vero che i genovesi sono un poco più chiusi rispetto ad altri, ma è solo un piccolo difetto che si risolve al secondo incontro. L’etica del Do It Yourself, che da sempre caratterizza la musica indipendente e in particolar modo il punk e l’hard-core, si trova ora a fare i conti con una realtà mediatica sempre più informatizzata,


Export

con la possibilità di far sentire la propria voce in breve tempo, e raggiungendo un numero di potenziali interessati prima impensabile, anche attraverso fenomeni da cultura di massa come Myspace.com. Per ricollegarmi alla column di Matteo Casari sul primo numero, pensi che questo tipo di “democrazia orizzontale” che possa effettivamente dare una mano alla causa, o c’è piuttosto il rischio di fare semplicemente numero all’interno di un ingranaggio in ultima analisi non troppo dissimile da quello contro il quale tale etica si è sempre apertamente schierata? Non trovi che, a fronte dei tantissimi risvolti positivi, la posizione “passiva”, da consumatore che questo sistema incentiva – con l’annessa possibilità di saturazione dell’informazione – abbia i suoi rischi? E come ti prospetti il futuro in questo senso, con un grado di te-

lematizzazione sempre più spinto, fanzine incluse? Potresti parlare un po’ delle tue esperienze di DIY, anche a beneficio di chi magari vorrebbe intraprendere un discorso simile ed è alle prime armi? In effetti apprezzo molto le possibilità che i nuovi strumenti telematici offrono a noi musicofili. Non sto ad elencare i palesi vantaggi che la comunicazione digitale mette a disposizione. Per quanto riguarda l’overflow informativo e la passività delle persone nella scelta dei propri input, penso che prima di imparare realmente ad utilizzare un nuovo strumento debba passare un po’ di tempo: la prima volta che ho avuto la linea flat mi sono subito riempito di gigate di musica che non riuscivo ad ascoltare e quindi a conoscere. Con il tempo, però, sono diventato più selettivo, e adesso la possibilità di reperire del materiale introvabile a colpo di click mi alletta parecchio. Penso quindi che l’importante sia essere critici rispetto quello che si sceglie, nonostante questo costi un po’ di impegno. Ovviamente il reperire informazioni di qualità (o meglio, interessanti) dal Web è una faccenda piuttosto seria: esistono un sacco di studi a riguardo nel campo dell’information retrieval, ed un sacco di modelli probabilistici come quelli che usano i motori di ricerca, che però funzionano e non funzionano. Il task che ci proponiamo non è perciò facile da perseguire, soprattutto per un utente neofita delle tecnologie informatiche. Ovviamente si presuppone che le persone che

si interfacciano ad un sistema del genere abbiano un approccio attivo, altrimenti il rischio è di venire risucchiati dal vortice del consumo indifferenziato. L’avvento di questi nuovi strumenti ha purtroppo segnato il declino di molti altri veicoli comunicativi, quali le fanzine cartacee o i supporti fisici per la musica. Lo dico con rammarico, in quanto mi piace leggere le fanze o maneggiare un cd/vinile. Penso che, sebbene da un punto di vista funzionale vecchio e nuovo siano quasi equiparabili (leggere sul video rimane ben più scomodo che su carta), sotto un profilo emotivo e sensoriale (l’appagamento dato dal maneggiare un oggetto fisico tra le mie mani) l’equiparazione cade. L’avvento del Web è stato condizionante anche per le piccole labels indipendenti. Lo dico con dispiacere perché tutti sappiamo che di solito le persone attive in questo senso non ci guadagnano quasi niente e fanno tanto bene alla scena. Solo che adesso che senso ha stampare un disco se nessuno te lo compra? In pratica le spese diventano sempre più grandi, e gli incassi sempre più magri. Questo è un dilemma che abbiamo anche noi come Stalker: alcuni di noi vogliono il supporto fisico, altri dicono che ormai è superato, quindi non saprei bene neanche cosa consigliare a coloro che volessero intraprendere un discorso simile, ora come ora. Una volta avrei detto: fate

“Probabilmente per me suonare in un gruppo “furious” rappresenta infatti una sorta di liberazione.“ 19 CMPST #2[06.2007]


Export “Sicuramente adesso sono più posato e riflessivo di un po’ di anni fa, ma devo ancora affrontare la grande avventura del lavoro (...) e non so come reagirò in quella situazione.“

un cd, scambiatelo, fate una piccola distro, andate ai concerti con la distro, ecc. ecc. ecc., ma adesso...?? Parlando dei Kafka, cos’è cambiato, per te personalmente e in generale nell’ambiente musicale, dagli albori di un gruppo che è oggi un’istituzione dell’hard-core genovese ad adesso? Ti va di raccontarci qualche aneddoto, qualche concerto memorabile, dai primi fino al tour che vi ha portato in Grecia, Turchia, Bulgaria e Serbia, al concerto per i dieci anni di Kafka 20 CMPST #2[06.2007]

tenuto nel 2004 al TDN? Come ho detto prima, l’approccio è rimasto sostanzialmente immutato, quanto agli aneddoti non mancano. Ovviamente i concerti belli e fighi non si citano mai, per cui passiamo direttamente alle disgrazie. Tour 2004. Grecia. Ore 1800 sull’autostrada tra Atene e Salonicco, in furgone si canta e ci si diverte con James Brown sino a quando ci ferma la polizia di frontiera. Rabbrividiamo! La ragazza che ci ha organizzato il tour è polacca e l’autista è lituano. Hanno regolari passaporti ma quando sono entrati in CE gli ufficiali di frontiera si sono dimenticati di fare i timbri. Prima il gelo e poi la morte: ci portano in gattabuia, sequestrano Aga, Krilaz e il van e ci lasciano appiedati fuori da Salonicco. Il mitico Natale 2004 l’ho passato il Plaza Democrazia a Salonicco, ad aspettare che i cumpari portassero le arance ai pericolosi sovversivi ingabbiati. Il giorno seguente tocca a me il turno di andare alla stazione di polizia e spiegare al gendarme cubico e cattivo che volevo parlare col capo perché l’ambasciatore italiano intendeva risolvere la situazione. Il capo è uno di quelli che non da la mano, e delega uno scagnozzo a risolvere il contenzioso. Dopo tre giorni di trattative rilasciano Krilaz, mentre Aga resta in gattabuia una settimana e poi la

rispediscono direttamente in Polonia. Luca, secondo te cos’è la sanità mentale, e che cosa hai scoperto essere d’aiuto, se non indispensabile, per conservare il tuo personale equilibrio? Qual è insomma la tua particolare ricetta per “non impazzire”, almeno dal tuo punto di vista? Bella domanda, ma veramente difficile. Potrei risponderti con una frase dei Frammenti, ovvero: “Mi alterno in un equilibrio instabile tra gioia e dolore”. Non so che cosa sia la sanità mentale, probabilmente solo una definizione da manuale. Comunque se alludi al fatto di trovare un equilibrio personale, penso che la strada sia assolutamente individuale e lunghissima. Sicuramente adesso sono più posato e riflessivo di un po’ di anni fa, ma devo ancora affrontare la grande avventura del lavoro (se va bene inizio il mese prossimo) e non so come reagirò in quella situazione. Forse la cosa che mi ha aiutato di più ultimamente è la ricerca di molteplici stimoli: una volta ero un pochettino ossessivo nel suonare la chitarra, mentre adesso continuo a farlo ma vedo film, vado in kayak, faccio trekking, vado alle mostre, concerti, insomma cerco di trovare interesse nel maggior numero possibile di attività. Più info sugli Stalker su http:// www.myspace.com/dirtyblackstalker


Fanzine “A Genova sicuramente mancano, in ordine: batteristi, comunicabilità e socializzazione.“ Nuova Leva Hardcore Intervista con Alessio di Matteo Casari

TUTTA COLPA DELLE SCARPE Che poi ci si rimane anche male, a furia di dire che la carta stampata è morta, che i giovani non hanno più niente da dire, che non esiste più l’etica e anche l’estetica non se la passa bene. Eppure qualcuno mette ancora la mano nel costato del punk e si diverte pure a disquisirci sopra. Con tre numeri all’attivo la nuova leva tiene viva la fiammella dell’HC-GE. Si potrebbe tranquillamente iniziare chiedendoti un po’ di informazioni sul tuo mondo di riferimento. Già dal nome e dal sottotitolo della tua fanzine, l’hardcore e il D.I.Y. sono elementi, evidentemente, imprescindibili nelle tue produzioni. Cosa vogliono dire per te? Potresti provare a spiegarle in poche parole a chi dell’indipendenza e dell’underground conosce a mala pena l’esistenza? Ciao Matteo... Spiegarti queste cose mi fa un po’ scappare da ridere per il semplice fatto che tu hai, sicuramente, molta più esperienza di me nell’ambito, ma se proprio vuoi lo farò, mio caro. Tanto per farla breve, l’impegno nel punk hardcore e specialmente nel DIY deriva fondamentalmente dall’impegno politico. “Do it yourself” per me non significa fare le cose a cazzo di cane (anche se magari più volte mi è scappato) con la pretesa di essere punk, piuttosto preferisco portare avanti un discorso di qualità “editoriale” (se mi passi il termine) in tutte le cose che faccio con NLHC e cercare di confrontarmi con i prodotti più, diciamo...

industriali. Insomma, sbattere fuori il denaro dalla cultura e dal divertimento, cercando di far trasmettere sentimenti “umani” ai prodotti che faccio uscire, lasciando perdere il discorso commerciale che spesso e volentieri non serve alla crescita interiore di nessuno di noi. Forse l’ho sparata grossa, l’ambizione è troppa ma, del resto, Ian McKaye diceva in uno dei suoi innumerevoli gruppi (mi pare Embrace o Egg Hunt): “Money has nothing to do with the values of life”. Poi da qui potrebbero partire altisonanti disquisizioni sui massimi sistemi, il capitalismo e l’anarchia, però adesso no, immagino lo spazio sia tiranno. So che sarò crocifisso in sala mensa per questo parere personale e spero che tu mi smentisca. Dal 2004 (quindi non sei più così “Nuova Leva”) ti agiti e muovi in una città e in un periodo in cui la scena hardcore latita. Nonostante un passato anche piuttosto importante (Kafka, Heartside, Never Was...) e un presente un po’ incolore (a parte gli or-

mai storici Downright, chi c’è?) cosa pensi manchi e cosa pensi di poter fare, “positive till death”, per non dover sempre e solo rimanere alla finestra a guardare le scene e i gruppi delle altre città mentre spaccano tutto? Macchè crocifisso, è la sacrosanta verità. Se mi permetti però, ti faccio un appunto: la stagione “positive till death”, con buona pace del tribunale hardcore straight edge internazionale, l’ho passata da un po’. Diciamo che ora sono più... xnichilistax ahah... Ma si che sono “nuova leva” ho 22 anni in una scena dove la media si approssima ai 30! Poi dentro mi sento, e penso che mi sentirò sempre, un gran pivello. Quanto alla domanda, beh, progetti in testa ne ho talmente tanti che tendo a dimenticarmeli man mano che ne penso dei nuovi... A Genova sicuramente mancano, in ordine: batteristi, comunicabilità e socializzazione. A me, invece, mancano tempo, soldi e amici. A Genova mi piacerebbe portare lo spirito della scena spezzina che a mio avviso per varie ragioni è una delle migliori d’ italia e che negli anni ha fatto uscire gruppi veramente validi come Evolution So Far, Overturned e Army Of Angry Youth (con i quali collaboro o spero di collaborare in futuro) e continua a farne uscire molti altri di cui fatico a tenere il conto, uno su tutti i Disagio. Insomma a Spezia mi sento 21 CMPST #2[06.2007]


Fanzine a casa. Il fatto è che, spesso e volentieri, nella “““scena””” (parlo a livello nazionale) ci sono tante piccole divisioni e antipatie che sfociano in indifferenza, se non malcelato boicottaggio. Per questo la vedo dura portare avanti un discorso unitario. A onor di verità però c’è da dire che forse molte divisioni non sono poi così male, personalmente non ho niente a che spartire con gruppi che nell’ambito del punkhc non condividono impegno sociale e logiche di emancipazione dal sistema economico e che, quindi, implicitamente sviliscono l’hardcore a un genere musicale come tanti altri. Si lo so, l’hai sentito tante volte questo ritornello. Scusa, ma che ci vuoi fare, sono un tradizionalista. Mi permetto di darti un piccolo aggiornamento sulla scena ligure: sta nascendo un nuovo gruppo new school (di cui non conosco altre notizie) ad opera di volenterosi, di cui presto sentirete parlare. Probabilmente roba sulla scia di Kafka e Purification. Poi parte degli ex Kafka hanno fatto un gruppo chiamato Stalker e fanno roba alla Cult Of Luna e Isis. Inoltre qua e là organizzano concerti realtà molto attive come Malevoci e Refoundation (quest’ultima è una realtà sparsa in tutto il Nord Italia, ma caso vuole che uno dei membri stia proprio in provincia di Genova). Altro non so. Tu produci e fai parte della DIY Conspiracy. Coprodurre dischi e altro materiale è uno dei punti cardine dell’etica HC. Un elemento che crea amicizie e collaborazioni trasversali da una parte all’altra della nazione. Un ottimo metodo per porsi come nodo locale per tutte le esperienze che fanno parte della cospirazione. Si, coprodurre dischi è stata una mossa davvero azzeccata e mi ha permesso di fare un mucchio di nuova amicizie, tutte molto valide. Inoltre è gratificante sentirsi parte di un circuito vivo e pensante anche se un po’ farraginoso. Come dicevo prima l’autoproduzione permette di bypassare fastidiose logiche commerciali che impedirebbero a lavori, anche validi, di 22 CMPST #2[06.2007]

vedere la luce, in quanto considerati poco redditizi. Per fortuna che a noi interessa il messaggio a differenza del reddito. Poi, vabbè, come tutte le cose anche questa ha i suoi limiti: finchè hai dei soldi che ti avanzano il discorso funziona, quando li finisci, come in questo periodo, ti fermi anche perchè non sempre rientrano tutti. Ma che ci vuoi fare?

dei concerti con una cadenza più stretta. Cosa vuol dire andare ancora in stampa? E cosa pensi del web 2.0, myspace, flickr e tutti gli altri ammennicoli architettati per

Qui si fa un gran parlare di SIAE, diritti, autori, Copyright e Copyleft, Creative Commons. Il tuo sito e le tue produzioni sono No Copyright. Esattamente, quello che vedi è tuo. Per quanto mi riguarda non poteva andare diversamente visto il mio personalissimo percorso politico. Poi, cacchio, anche Guy Debord lo diceva, “Le idee sono di tutti e devono essere continuamente migliorate da tutti”. La proprietà intellettuale non esiste, le idee sono di tutta l’umanità e, se arrivassero gli alieni, pure loro avrebbero diritto alla cultura, cazzo! Quanto a Copyleft e Creative Commons non sono troppo informato. La SIAE invece è una gran porcata, invenzione tutta italiana per spremere quattrini anche agli ultimi stronzi del pianeta, come noi, per poi, ovviamente, andare a ingrassare politici (sembra qualunquismo facilone ma non lo è). Vorreste farmi credere che la SIAE difende gli autori e gli editori? Che tutela i miei diritti sul lavoro intellettuale? Ma per favore, ma se la guardia di finanza non riesce nemmeno a far pagare le tasse a legioni di lavoratori autonomi pensate che riesca a sgamare la gente che si copia il disco o fotocopia il libro? Naaaah. “Noi gridiamo NO SIAE, NO SIAE diritti e tutele NO SIAE, NO SIAE non ce ne frega un cazzo NO SIAE, NO SIAE gridiamo ancora in coro!” (cit, chi la indovina senza essere skinhead, sennò è troppo facile, vince un cielo stellato). Hai fatto tre numeri della fanzine su carta. A quanto pare ne hai in testa un quarto. E hai anche un sito dove metti foto e report

cover disegnata dal Prof. Bad Trip


Fanzine “Come no, fare una fanzine è un culo ma di certo dà molta più soddisfazione della Playstation e dei club di scambisti!“

aiutarti nel social networking? Andare ancora in stampa significa cacare sangue ogni volta con impaginazioni, stampanti balorde, chilogrammi di carta sulla schiena e disperati montaggi delle copie... Non per niente con il quarto numero sta succedendo esattamente questo. Però alla fine mi piace. Andare in stampa significa voler lasciare traccia nella realtà materiale e non solo nella pararealtà internettiana, anche a distanza di anni... Amo ancora adesso leggere vecchie copie di Pain Act, Stewey’s Star e Il Postino Anarchico! Del web 2.0 ne sento parlare da un po’, vedremo che piega prenderà; tutte le considerazioni al momento sono superflue. Flickr per me è arabo, cos’è? In generale però tutto il social networking è una cannonata anche se ha un mucchio di “rovesci della medaglia”: del resto come tutte le tecnologie internet ha cose buone e cattive... PRO: le informazioni volano a velocità inimmaginabili fino a 10 anni fa, e questo fa una paura cagna a chi ci vuole servi e ignoranti. CONTRO: se preso per il verso sbagliato tende ad annichilire la tua vita sociale. Non solo, esistono anche problemi di privacy come il caso myspace che vende dati, fa ricerche di mercato analizzando i tuoi gusti... E tutta una serie di cose rivolte al profitto di pochi. Ciò non toglie che riuscire a essere in contatto con persone agli antipodi del pianeta con un costo in denaro ridotto sia una gran cosa, con buona pace dei miei amici anarco-primitivisti. Persino la versione cartacea di NLHC senza internet non esisterebbe. Nell’avere a che fare con autoprodozioni, un’aspetto importante sul quale si è spesso interrogati è la distribuzione. Come riesci a dare visibilità alle tue cose? Questo è sicuramente l’anello debole della

catena. Spesso se si fa banchetto ai concerti, gli elementi più modaioli della scena tendono a ignorare i dischi (per non parlare delle fanzine) a favore di magliette, spille e toppe (quindi ignorano il mio banchetto che non ha niente di tutto questo). Avere un sito e un profilo myspace aiuta molto ma di certo non garantisce volumi di vendita (bleah, mi sento un viscido economista) paragonabili al più sfigato dei negozi. Di certo il DIY è dura che ti dia da mangiare. Ma, forse, è anche giusto così: se fosse un lavoro non avrebbe la stessa sincerità. Poi ai flyer di carta non ci credo, anche se li faccio e a dio nemmeno, quindi non posso manco andare ad accendere ceri in chiesa per far benedire il mio business; perciò, riassumendo: non ho un metodo per vendere un sacco. Infatti non si vende un sacco. Come dice il Petralia di SOA recs “di trippa per gatti ce n’è davvero poca”. Se alla domanda precendente hai risposto anche “con la partecipazione ai concerti”, puoi forse provare a dirci cosa rappresenti il momento del concerto e la relativa presenza con i banchetti delle realtà più disparate. Su cosa significhi venire a contatto con queste produzioni in questo contesto così particolare. Ehi, ma sei un veggente! Come facevi a sapere che avrei risposto così? Bah, il momento del concerto (filosofica come definizione) ha una duplice interpretazione: 1) fare i fighi con le tue scarpe nuove e la tua violent dancing; 2) provare a stringere rapporti sociali con la gente. Io sono carente su entrambi i punti. Ci ho provato a comprarmi le scarpe nuove, ma di modelli vegan che mi piacciano e abbiano un prezzo ragionevole ce ne sono pochi e, quindi, arrivo sempre vestito uguale. Per quanto riguarda lo stringere rapporti sociali... Beh, non è mica facile. Le differenze e le divisioni, a volte anche ottuse (e anche da parte mia sia chiaro), sono tali che non permettono un dialogo produttivo e rilassato, o forse è tutta

colpa delle scarpe. Che dirti? Probabilmente il classico concerto hardcore ha perso di etiche e contenuti e viene visto semplicemente come un’alternativa alla discoteca; spesso non si fa altro che cantare sotto un palco sperando che ti venga passato un microfono senza peraltro scambiarsi parola alcuna fra un gruppo e l’altro che non sia: “figo questo” “tosto quello”. Io questo lo rifiuto e rivendico uno spazio anche di socialità all’interno della vita che è sempre più compressa dal lavoro. Scusa la retorica, il problema è che sono un chiacchierone logorroico e incontinente. Rileggendo non ho mai sperato come adesso di sbagliarmi. Davvero.Ah, dimenticavo: portare il banchetto al concerto non significa assolutamente un accidente da quando gli amici Marco e Patty dei Downright schierano quei container pieni di dischi! :-) Per concludere. Inviteresti chi cerca di ampliare il proprio giro di conoscenze, per il proprio gruppo o per i propri gusti personali, a fare una fanzine? Come no, fare una fanzine è un culo ma di certo dà molta più soddisfazione della Playstation e dei club di scambisti! Se però dovessi davvero invitare qualcuno a fare qualcosa sarebbe nell’ordine: leggere Abel Paz, Debord, Bakunin, Marx (per parlarne male); fare una vita sana (sport, niente alcol, droga, carni e grassi animali o idrogenati): studiare materie scientifico/tecniche; trovarsi una ragazza come la mia (un saluto a Chiara); amici sinceri; lasciar perdere i guitar hero e diventare batteristi. Infine grazie per l’onore e il privilegio di una intervista sul questo numero di Compost. Se a qualcuno interessa, fotti la tua vita su www.nuovalevahc.tk e minacciami su nuovalevahc@hotmail.com Grazie a tutti. Più info sulle produzioni di Nuova Leva HC su http://www.nuovalevahc.tk 23 CMPST #2[06.2007]


Import “Diciamo che mi definisco leccese di nascita, bolognese per caso, genovese per scelta.“ Suiteside Records Intervista con Monica Melissano di Simone Madrau

INSIDE SUITESIDE Dietro il nome Suiteside c’è una delle realtà musicali indipendenti più multiforma del panorama nazionale: etichetta discografica, agenzia di booking, cantiere di progetti spesso molto differenti tra loro; nonchè struttura essa stessa in movimento. Ma trasferire il proprio quartier generale è stato solo l’ultimo passo in direzione Genova per Monica Melissano: una che le orecchie sulle frequenze locali le aveva messe già da tempo e che ora pare aver trovato definitivamente la sua dimensione, umana oltre che professionale. Quanto conta, per un’etichetta che pubblica musica da ogni parte della nazione e che per giunta esiste negli anni in cui i contatti sono facilitati dal web 2.0, risiedere in una città piuttosto che in un’altra? E poi: perché spostarsi proprio a Genova? E perché non rimanere a Bologna? Il posto dove si abita influenza l’umore, non solo in base alle relazioni personali, ma anche in base alla quantità di luce del sole, al cibo e ai colori. Ovviamente una città dove ci sono più stimoli (concerti, scambi di idee, mostre, cinema) è meglio di un paese su un cocuzzolo di una montagna dove di musica puoi parlare solo sul web. Considerando che il numero di concerti che vedo da quando sono a Genova non è diminuito ma che le ore di luce solare sono aumenta24 CMPST #2[06.2007]

te, e sono calati di netto i cappotti nel mio armadio, penso di averti risposto esaurientemente. Diciamo che mi definisco leccese di nascita, bolognese per caso, genovese per scelta. Bologna comunque è una città particolare, per l’ambito di cui entrambi ci occupiamo: i media specializzati ne hanno fatto negli anni un po’ la capitale dell’indie italiano, e questo l’ha resa per molti una specie di terra del bengodi. Secondo altri invece funziona al contrario: proprio per il fermento che da sempre la caratterizza, è un territorio che offre fin troppo e in cui ci si pesta i piedi l’un l’altro per ottenere un briciolo di riconoscimento. E quindi una città da evitare in favore di altre situazioni da portare

alla ribalta nel resto d’Italia. Dall’alto della tua esperienza quante di queste cose credi siano solo leggende e quanti siano invece dati di fatto? In base alla mia esperienza posso dire che sono in rapporti ottimi - anche di lavoro - con persone che vivono a Bologna e con altre meno, cosa che vale per persone che sono a Genova, per persone che sono a Firenze e a Venezia o a Londra. Non si può generalizzare. Se si vuole entrare nel giro della musica per guadagnare allora si deve andare a Milano o a Roma, non ci sono alternative. Le cose si decidono lì, tutto il resto è hype. Manchester VS Londra, è la stessa cosa. Però la musica è una buona parte della mia vita, ma non l’unica. Come ho già spiegato, la qualità della vita è data da un’insieme di elementi, fra cui ci deve essere equilibrio. Su Bologna, quel che posso dire è che quando ci sono arrivata, da Universitaria, nel lontano ‘89, c’era un fermento davvero notevole, che poi è stato istituzionalizzato. In via del Pratello c’erano le case Occupate e i concerti per strada, ora ci sono le Osterie finto alternative dove paghi 5 euro un bicchiere di vino. Di sicuro Bologna è una città con una buona presenza di strutture, spazi e persone dedite ai generi che trattiamo e che stiamo cercando di spingere anche qui, dove


Import molte cose continuano a mancare. E’ un fatto che ogni volta che un nuovo gruppo riesce ad emergere da Bologna questo faccia “sensazione” indipendentemente dal suo valore effettivo, proprio perché viene ricollegato alla città. Mi pare che lo stesso non avvenga così spesso qui, dove ExOtago vengono più facilmente collegati a Riotmaker & Co e gli stessi The Banshee fanno venire in mente prima il caso NME, poi eventualmente Genova. A proposito di The Banshee: immagino che la cosa ti sia stata chiesta molte volte, ma ti va di raccontare una volta per tutte come è successa questa cosa di NME? Merito delle tue sapienti doti di promoter o pura casualità? E cosa mi dici del loro tour in Inghilterra? Ho parlato di “istituzionalizzazione”, ma questo non è sempre da intendere in senso negativo. Devo dire che a Bologna il “Settore Pubblico” ha saputo interagire con l’interesse che c’era attorno a una scena, e chi a quella scena c’era in mezzo ha saputo interagire col Settore Pubblico (penso a casi come Bosound, al Link...). E poi a Bologna ci sono ben tre radio “alternative” molto forti, cosa che qui a Genova manca, il che crea “la scena” a livello di percezione collettiva. Però di recente sia Blow Up che Rock It, ad esempio, hanno dedicato, contestualizzandolo, molto spazio a Genova, accomunando per la provenienza bands che in effetti molto in comune non hanno. A me anzi sembra che in questo momento di attenzione su Genova ce ne sia. Bisognerebbe metterla a frutto lavorando qui per pre-

“A me anzi sembra che in questo momento di attenzione su Genova ce ne sia.“

Mr.Henry - foto di Anna Positano sentare progetti che diano vita a strutture che resistano nel tempo e permettano una crescita. Per quanto riguarda i Banshee, abbiamo uploadato due brani nella sezione dell’NME riservata alle New Bands, cosa che chiunque poteva fare. Il fatto che a qualcuno le canzoni siano piaciute e gli sia stato dedicato un trafiletto giusto a ridosso dell’uscita del disco ha aiutato non poco con la promozione e le date qui in Italia. Il

tour inglese so che è stato incasinato e divertente, con punte di quasi follia come il cantante dei Kula Shaker che ha comprato “Public Talks”. Per quanto posso dirti, ce ne sarà a breve un secondo, stavolta se tutto va bene - pensato e anticipato in modo più “professionale”. Quando prima parlavo delle tue doti di promoter non lo dicevo per caso: so che hai 25 CMPST #2[06.2007]


Import “Bisognerebbe muoversi in questo senso, uscire dal DIY e crearsi delle professionalità “forti”.“

iniziato occupandoti di booking e promozione prima di aprire Suiteside. Hai perseguito qualche studio particolare [leggi: comunicazione, sociologia, o facoltà affini] prima di buttarti in questa avventura o è solo frutto della tua passione per la musica? E in ogni caso, dato che l’esperienza comunque non ti manca, quali credi dovrebbero essere gli steps necessari per affermare definitivamente Genova come “scena” [al di là degli incoraggianti segnali a livello nazionale che hai citato]? Vedi, io vengo dal Liceo Classico, e poi dal DAMS Musica. Quindi, conoscenze tecniche e storiche tantissime, giuridiche ed economiche pochissime, e infatti dopo anni la mia commercialista (che per fortuna è anche mia cugina) continua a bacchettarmi. Penso siano due le cose che mi sono davvero servite, prima di inziare con Suiteside (e intendo col booking, appunto, prima che con la label). Lavoravo già da un paio di anni in Radio, e scrivevo per alcune riviste, il che mi ha dato il vantaggio di conoscere - e di poter quindi contattare per i gruppi - tante persone del settore. E l’aver frequentato Rockimpresa, un corsopilota della Regione Emilia Romagna presso il Centro Musica di Modena pensato per formare operatori nel settore della Musica “Leggera” (come dicono in SIAE). Siamo in parecchi a essere usciti da lì: Lorenzo della Cyc Promotion, Paolo di Urtovox, Corrado di Hard Staff, solo per farti qualche nome. Penso che qui a Genova bisognerebbe muoversi in questo senso, uscire dal DIY e crearsi delle professionalità “forti”. Sia a li26 CMPST #2[06.2007]

vello di media che di live e management.

migliore.

D’accordo con te. E intanto però i gruppi non ci mancano, e da parte loro si danno da fare cercandosi date anche per conto loro, ecc. In particolare un pregio riconosciuto della scena cittadina è la buona interazione media tra i gruppi che ne fanno parte. MySpace in questo senso ha coperto un ruolo decisivo. Il web 2.0 però non è ben visto da tutti e in particolare il discorso filesharing sembra essere un eterno tormentone, sia per questioni etiche che meramente economiche. Mi sono sempre chiesto quale sia davvero il punto di vista di un’etichetta indipendente, che per quanto sia animata [almeno idealmente] da un amore sincero verso la musica e da un tipo di politica non proprio industriale, deve comunque far quadrare i propri conti scontrandosi al contempo con un sistema mediatico che difficilmente supporta certi generi e rende quindi improbabile l’acquisto di un cd a scatola chiusa da parte del pubblico. Onestamente, Suiteside va avanti discretamente perchè è anche un’agenzia di booking. Per me il fatto che i files girino, che esiste My Space, è solo positivo. Ora si possono fissare le date senza dover spedire i cd, ad esempio. Poi, anche chi ha scaricato, magari il cd al concerto se lo compra. I conti li faccio contando di stare in pari con le spese di stampa e promozione, e cercando di far suonare il gruppo il più possibile. Qualche volta si va oltre il pareggio complessivo, altre no. E comunque, non penso che se non ci fosse il file sharing si venderebbero più dischi. Penso che anni fa si vendevano più dischi perchè ne uscivano di meno, e forse complessivamente di qualità

Sono d’accordo su quest’ultimo punto, anche se credo che un po’ sia un segno dei tempi, ossia: ritmi di vita troppo veloci implicano sempre più veloci cambiamenti di tendenze, generi e suoni. Risultato: un gruppo non ha modo di crescere artisticamente che già è “sorpassato”. Che dici, può essere anche questo un problema? E in questo senso, avere la percezione di tutta questa proposta enorme tramite risorse come MySpace o il file-sharing non è forse un po’ l’altro lato della medaglia? Troppa conoscenza secondo te non uccide almeno un po’ il piacere di ascoltare musica, o meglio: di affezionarsi a un disco o a un gruppo come una volta? Sono totalmente d’accordo con te. Accorciare i tempi necessari alla promozione di un gruppo può voler dire “bruciarlo”. Ma ora è un pò presto per riuscire a focalizzare. Bisognerà riparlarne fra un paio di anni, e non dico per vedere chi ci sarà ancora in giro fra i gruppi che ora godono della popolarità web (non credo nell’”eternità” della musica rock, è bella proprio perchè è fuggente, a volte). Parlo di aspettare per vedere se nelle nostre playlists avremo ancora pezzi usciti nel 2007, o no. A proposito di passato: parlavamo prima di The Banshee ma tu in realtà segui Genova da molto prima, fin dai tempi dei Lo-Fi Sucks. E nel mezzo hai fatto uscire gli stessi Blown Paper Bags e i nostri beneamati “vicini di casa” Morose [un disco, quello di questi ultimi, per la cui pubblicazione ti sarò eternamente grato]. Ma, come dicevi all’inizio, il numero di concerti che riesci a


Import seguire oggi che sei qui anche di fatto non è diminuito, e dunque ti chiedo: c’è qualche gruppo tra le nuove leve genovesi che ti sembra promettente e su cui vorresti sbilanciarti? E c’è un gruppo dei nostri, tra quelli più affermati, che vorresti aver messo sotto contratto tu? Bella domanda, e ti rispondo per quel per penso davvero. Amedeo/Rocktone Rebel è una persona enormemente creativa e con del talento che, a mio avviso, mette in tutti i suoi progetti. Ed è giovane. Che lo rimanga (nello spirito) e riesca a forgiare in pieno le sue capacità, è quel che gli auguro. Tra i gruppi “affermati” a me piacciono molto i Marti, anche se rispondono a tutta una mia serie di ascolti (Tindersticks e Nick Cave in primis) che però avrebbero poco senso per la direzione che sto dando ora a Suiteside. Stesso discorso per gli En Roco, a cui auguro ogni bene. Ti ringrazio per l’affetto verso i Morose, “On The Back Of Each Day” è un disco che doveva esistere, se capisci ciò che intendo...pur ben sapendo che di nicchia era e di nicchia sarebbe stato. Ma, tornando al discorso di prima, penso sia un album che chi lo possiede ascolterà con passione anche fra 5 anni. Già: che direzione stai dando ora a Suiteside? A me sembra, esaminando la media del catalogo, che pur mantenendoti entro canoni piuttosto fuori dal pop hai sempre spaziato in lungo e in largo con i generi. Cos’hai in cantiere per il prossimo futuro? Considerando che molti dei gruppi con cui ho lavorato in questi ultimi anni sono un pò “in stand by” (si cresce, si inizia a lavorare, si prova meno, si pensa ad altro), e considerando che invece è un momento che

The Banshee - foto di Anna Positano musicalmente sto godendo moltissimo, sto scommettendo su nomi decisamente nuovi. Overmood, The Piatcions, Damien*, di sicuro. Qui sui generi si spazia meno, è un momento in cui considero il massimo del romanticismo “Gravity’s Rainbow” dei Klaxons, e a un concerto voglio ballare... insomma, diciamo che il lato Suiteside rocchettaro e danzereccio che va dai Rollercoaster ai Candies ai Blown Paper Bags è in netto vantaggio. Spero comunque che Mr. Henry riesca a tirar fuori come promesso dal cilindro un nuovo album a inizio 2008, e poi sarà il momento del “difficult second album” (!!) per The Banshee. Felici di esserci arrivati, comunque, un anno fa forse non ci avremmo scommesso.

i Kula Shaker. Ci dai al volo la ricetta per un rustico salentino come dio comanda? Non la sooo....orecchiette con cime di rapa va bene lo stesso? Ci vogliono: orecchiette fatte in casa (o comunque fresche), cime di rapa pugliesi (al Mercato Orientale si trovano), aglio, olio, peperoncino, acciughe. Si fanno bollire le cime di rapa, quando sono quasi cotte si versano nell’acqua bollente anche le orecchiette. Nel frattempo in una padella larga si fa soffriggere l’aglio, si aggiunge il peperoncino e si fanno “squagliare” le acciughe nell’olio. Si scolano cime e orecchiette e si fanno saltare per qualche secondo nell’olio condito. Servire caldo! Più info su Suiteside Records su http://www.suiteside.com

Per finire: al diavolo Genova, Bologna e 27 CMPST #2[06.2007]


Columns Indie Maphia For Dummies di Daniele Guasco Qualche giorno fa cercavo su internet una recensione che parlasse negativamente di un disco, un disco di un artista italiano definibile indie che però non riesco proprio ad ascoltare, sia su cd che dal vivo. Sapendo per certo di non essere il solo a pensare che questo musicista sia stonato, privo di idee, fondamentalmente inutile, mi aspettavo di trovare, non dico una bocciatura totale, ma almeno tra tutti i blog e le webzine che affollano la rete un parere critico che riscontrasse qualcuno dei difetti che io trovo in questo artista. La mia ricerca non ha dato alcun frutto, tutto è bello e tutto è buono. Io sono il primo a scrivere su una webzine, ormai lo faccio da parecchi anni, e da un bel po’ di tempo evito di parlare di album e musicisti che riceverebbero un trattamento negativo, limitandomi a trattare ciò che mi piace riscontrandone però quelli che considero difetti. Inizialmente questo mio intervento doveva fermarsi qua, una piccola riflessione comprendente anche un’autocritica, su come le webzine (ma anche la stampa musicale cartacea) tendano a trattare sempre con un occhio di riguardo i lavori dei gruppi e dei musicisti italiani etichettabili come indipendenti. Il discorso però può essere allargato a tutta la rete, ascoltatori compresi. Prima di scrivere mi sono girato un po’ di myspace (del resto ormai è innegabile che queste sottospecie di blog siano lo specchio del panorama indipendente più o meno talebano) e se avessi trovato un unico commento negativo, una piccola critica, avrei cercato un altro argomento per riempire questa colonna. Tutti amici, tutto è bello, tutto è geniale, tutto è una figata da ascoltare. Possibile che non si possa trovare dei difetti in nessun disco o concerto? Perché quei rari casi di pareri negativi sono obbligati a passare attraverso l’ironia? Davvero è tutto così perfetto? 28 CMPST #2[06.2007]

Metal Shock At The Catechism di Matteo Marsano Mi ricordo una volta lungo la creuza bogliaschina che dall’Aurelia porta a casa mia. E’ una lunga mulattiera che dal livello del manto stradale scala il dorso della collina, oltre gli uliveti, oltre i greggi di villette sparse, fin su alla serra di Cantalupo. Cribbio, ricordo un pomeriggio ai prati di Cantalupo – una roba tipo scampagnata primaverile, io e il mio compagnuccio delle elementari, parentame variegato, coppiette ed animali in libertà – nel quale un Golden Retriever (adesso so che si chiama così, ma allora era solo un cane), istigato dalla nostra foga nel giuoco della palla, prese a rincorrermi fino a modermi il culo all’altezza della chiappa destra. Dio ha inventato la parola “imbarazzante” per occasioni del genere, ma allora il mio istinto di attacco (vabbé) e fuga (ecco), preso a scudisciate da quella che doveva essere ancora un’amigdala seminuova, oltre al farmi correre in mezzo alle risa generali per salvare deretano e dignità, decise di eludere entrambi i compiti e farmi emettere, con l’aiuto della mia già sviluppatissima neocorteccia, della lingua, del palato, dei denti, dell’ugola e delle corde vocali, la serie di improperi più irripetibili della prima decade della mia vita. Immaginate la mia sorpresa nel constatare l’effetto umoristico della situazione acuizzato dalle mie bestemmie, e non già smorzato verso una gravità semiseria, come in fondo non era neppure nelle mie intenzioni. Maledivo il Signore e basta, per quello che mi aveva fatto; o piuttosto perché una reazione primitiva è, in queste occasioni, la via più economica che ha il cervello per risparmiare energia preziose a favore delle gambe. Maledivo il Signore, notate bene: e non il cane. Adesso probabilmente maledirei il signore proprietario del cane, anche se non l’aveva fatto apposta, e fu più che solerte a scusarsi di quella che, in fondo, era risultata essere solo una situazione di contagiosa allegria, buona per un video da “errori in tv”, e non che necessitava quindi di particolari

convenevoli o cenerei cospargimenti di capo. E a pensarci bene, forse non ho nemmeno così brutalmente trasgredito al Secondo Comandamento in quell’occasione, e sto confondendo il presente con il passato. Ma chi ha più paura dell’Inferno, ormai? Sicuramente non quelli che da questa paura traggono il loro potere. E siccome noi non siamo finanziati da chichessia nelle alte sfere, e la mediazione è solo quella con la nostre coscienze, questa è la mia column atea, e anche un po’ evoluzionista, per quanto la parola non mi piaccia, e anche un po’ meccanicista se leggete bene, perché a ricordarci che siamo anche una macchina biologica non si esclude il colore, l’inventiva, la fantasia. E la musica, direte voi? Un attimo. Torniamo giù dalla serra, lungo la mulattiera, oltre le fasce coltivate e il ronzio delle api, fino al cancello di casa mia. E’ sera, ho otto anni, e sto tornando con i miei da una serata a casa di amici. “Comunque è vero che i Beatles avevano dei testi stupidi”, fa mia madre a mio padre “pensa a Yellow Submarine”, e butta lì una semi traduzione simultanea. “Che testo stupido” faccio eco io. “E quei gruppi che ascolti tu?” i miei, in coro, riferendosi alla fauna hardrock che, complici propri quegli amici dei miei dai quali eravamo stati a cena, stavo iniziando a frequentare. Sesso droga & rock’n’roll. Metal Shock al catechismo. E’ partito tutto da qui. This Ain’t No BBQ di Anna Positano Maledizione alle mezze stagioni, alle ciabattine estive, ai nubifragi e al mal di gola; d’accordo il freddo mi piace, ma non quando, a giugno, sono in giro con i piedi color latte che abbagliano i passanti. Quello a cui proprio il freddo non va giù è Owen|Casiotone for the Painfully Alone, che suonò a Genova due anni fa, quel mese in cui aveva nevicato e la gente scendeva da vico s. Matteo con lo slittino. Allora non ero ancora cuoca ufficiale DDrama e il più delle volte si mangiava pizza d’asporto. fredda. Owen|Casiotone evidentemente non


Columns aveva gradito molto, anche perché, non si conosce il motivo, mangiò questa pizza da solo, nella stanza più fredda del locale. Talmente sconvolto dall’esperienza, ha scritto una canzone sull’argomento, intitolata Scattered Pearl. Da quando cucino io per i gruppi che vengono a suonare, non è che si mangi proprio al caldo, quantomeno d’inverno, ma il clima è piuttosto conviviale e di solito siamo in tanti. Quando siamo in pochi siamo 15. Per fortuna non mi trovo mai da sola in cucina, ma può capitare di avere poco tempo, pochi soldi, poca voglia... Insomma, questa è una ricetta per superpigri, ma di certa riuscita. Si può fare in diversi modi, dipende dal tempo, dalle capacità e dai soldi a disposizione. Ingredienti minimi (A): ceci (se in scatola, considerate 1 scatola per 2 o 3 persone; se li prendete secchi siete già abbastanza bravi da capire da voi le quantità. ovviamente secchi costano meno) olio (q.b. - che significa “quanto basta”) sale (q.b.) Fate ancora uno sforzo, chiappe molli, e controllate se in cucina avete anche (B): origano o pepe (q.b. se non lo trovate, di solito è vicino al sale; se è in grani, macinatelo!) succo di limone (non troppo, però!) Ok, anche a me non piace pulire le verdure, ma vi assicuro che, se aggiungete questi ingredienti, questo piatto migliora un sacco. Magari potete anche alzarvi dal divano per recarvi al supermercato (C): cipolla o cipolline o porri carote Se avete scelto la versione (A) coi ceci in scatola, aprite le confezioni, scolate i ceci e sciacquateli dentro un colino; se invece avete i ceci secchi, dovete metterli a bagno 12 ore prima (se volete evitare “inconvenienti” tipo guerra chimica col partner, aggiungete all’acqua un po’ di bicarbonato...) e poi farli bollire con un po’ di sale finché non diventano morbidi. Metteteli dentro un’insalatiera e aggiungete olio e sale. Per la versione (B) è sufficiente l’aggiunta

di origano (o pepe) e limone. Se avete deciso di dedicarvi anima e corpo per eseguire la ricetta completa (C), pulite e spellate le carote, tritatele finemente insieme alle cipolle, aiutandovi con una mezzaluna o un frullatore, e aggiungete il tutto ai ceci. Mettete un cucchiaio nell’insalatiera e lasciate che i vostri ospiti usino le loro manine per servirsi da soli, visto che non avrete più la forza di fare nulla dopo aver cucinato così a lungo! Non Sono Un Poeta di El Pelandro La periferia mi è sempre piaciuta. Gente concreta, gente creativa, gente normale. Tutti amici. Tutti insieme. Bene. Solo non capisco come mai, ogni volta che visito una periferia finisco per prenderle Valide Alternative al Bricolage Culturale - DIYC 2.0 risponde il Dott. Cesare Cartavetro Farneticare Leggo Compost fin dal primo numero con estrema gratificazione degli occhi e del cuore, scrivo in merito alla domanda di Paolo (23, scorpione) in merito al nome della rubrica. Cosa diavolo stai farneticando? Insomma, quale è il senso della tua rubrica? Rosetta (40, toro) da Pordenone. Bella domanda. L’idea è quella di affrontare argomenti inerenti alle dinamiche dell’industria musicale (ma culturale in genere) nella decade

della sua più grande trasformazione da quando è nata. Lo scopo è quello di fornire una panoramica su come funziona il mondo musicale oggi, e in particolare di approfondire certi temi su cui c’è scarsa conoscenza come le dinamiche legate al copyleft/no copyright, visti non tanto come dato di fatto ma come un’opportunità che i musicisti hanno per cambiare le regole del loro mercato. Non è prettamente un prontuario perché analizza le cose anche secondo delle implicazioni teoriche ed etiche, ma spero che aiuti a seguire lo scenario in sempre più rapida evoluzione della musica ai tempi di internet. Opportunità nuove Perché “no copyright e copyleft sono un’opportunità che i musicisti hanno per cambiare le regole del loro mercato”? Rispondetemi! Vi leggo fin dal primissimo numero! Giovanni (15, vergine), Trensasco. Spero che qualcuno di voi mi chiederà al più presto quale è la differenza tra no-copy e copyleft, giacchè è abbastanza pregnante. Senza considerare che esistono poi approcci ancora diversi e tutti con precisi obiettivi e fini. Per ora ti basti sapere che le licenze libere costringono il musicista a ridiscutere il suo ruolo nel settore musicale, le peculiarità del suo “mestiere”, o della sua passione. Da questa ridiscussione però nasce una figura di musicista nuova ai tempi moderni e al contempo primitiva, più legata alla dimensione della musica come un’arte performativa. Il discorso è lungo e complesso sta di fatto che le licenze libere permettono una volta per tutte alle indies e ai gruppi indie di affrancarsi dal modello di mercato che gli è stato calato dall’alto dai piani alti delle major. Fino a che il disco è un prodotto che è necessario vendere per sopravvivere come musicisti, le indies aderiscono al modello di mercato delle major. Sono nel sistema e sono funzionali al sistema. Permettono alle major di tenere bassi o bassissimi i costi di talent scouting e di usufruire di economie di scala producendo gruppi 29 CMPST #2[06.2007]


Columns dal suono vagamente indipendente, che gli garantiscono un rinnovamento di capitale costante, anche quando i grandi dischi fanno flop. Le etichette indipendenti si fanno forza con un concetto di indipendenza legato a una logica di minoranza: non facciamo cose per le masse, non facciamo cose commerciali, non facciamo roba per mtv, ci interessa la musica e non le belle faccine da videoclip. L’atteggiamento indipendente è in questo senso un tantino ingenuo. Abbiamo assistito negli ultimi 15 anni ad un accelerarsi folle del turn over che ha portato in classifica gruppi solo un anno prima sprofondati nel più buio underground (ah, il buio underground…), con le patetiche accuse di essersi venduti dei vecchi fan alle nuove star di turno. E se ci pensate questo avviene sempre. A ogni livello. Si parli dei Disco Drive o dei Righeira. L’unico autentico modo per rimanere fuori da questo mondo è non partecipare di questo mercato. Il chè non vuole necessariamente dire di fare del volontariato o di fare la rivoluzione contro il mercato (da vecchi comunisti quali siete). Il che non vuole nemmeno necessariamente dire Non fare del volontariato e Non fare la rivoluzione. Piuttosto vuole dire creare le condizioni perché esista un altro mercato possibile, un’altra società possibile, con una nuova concezione di arte, di cultura, magari anche di business. Sono le Net label, con la loro carica libertaria a creare la possibilità di un circuito sanamente alternativo e stabile che permetta una sussistenza dell’underground alla sua mercificazione (sì, mi piace Marcuse). Eccoci alla risposta alla domanda: il no copy e il copyleft sottraggono alle major l’oggetto della loro mercificazione massificata, ossia il possesso di diritti di sfruttamento commerciale. Sottraggono anche ai musicisti quella che da un po’ (ma non da sempre) è la loro fonte di sostentamento, quando esiste, ma ci sono margini di una reinvenzione del ruolo del musicista. Se volete cambiare qualcosa, questo è il modo. Forse non è l’unico, ma è il più semplice. 30 CMPST #2[06.2007]

A Steady Diet Of Mat di Matteo Casari Di norma, non son un tipo incazzoso. E cerco di moderare la mia permalosità sempre e comunque. Ma se c’è una roba che proprio non reggo più è lo spregiudicato uso dell’anonimato su internet. Direte voi: Ce l’hai su ancora contro il democratico web 2.0??? Si. E non mi passa. Io sono felice che la metà della popolazione italiana si sia data alla macchia su internet. Che, dietro a pseudonimi, spacci per oro colato boiate di un qualunquismo pangalattico. Non che io mi reputi più di un semplice sparasentenze a raffica, ma almeno ho la faccia come il posteriore. Solo con sopra i baffi. Davanti. Io mi firmo. E penso quello che dico e dico quello che penso. E, nel caso, dico qualcosa in meno di quello che dovrei dire ma, comunque, lo dico sempre a titolo personale. Con tanto di indirizzo di ritorno. E allora mi domando perchè nel 2007 tutto deve essere un “supporto dimostrato con un commento su un fotolog”, un “j’accuse perpetrato attraverso dubbio umorismo anonimo”, un “blaterare perpetuo da rumore di fondo noioso e gratuito”... Perchè cacchio non ci parliamo più di persona? Se mi cercate, sapete dove trovarmi. Screamazenica di Simone Madrau Maledizione a me e a quando ho pensato di intitolare questa column “Screamazenica”. Già al secondo numero mi ritrovo infatti senza contenuti. Per il primo avevo tre mesi da cui accumulare citazioni, per quest’ultimo tre settimane o giù di lì. Un paio di idee a dire il vero mi erano anche venute: 1. L’altra sera c’era un Ex-Otago con noi Non

diremo quale. Indizi: è pazzo, è pericoloso e gira con una “A” gialla recuperata su un marciapiede davanti alla stazione di Rapallo. Ed è, lo avrete immaginato, una fonte più o meno inesauribile di sketch. Pensare che ero stato anche avvertito. “Con lui ci fai un intero Screamazenica.” [Matteo Casari @ Jambalive] Già. Il problema è che il sottoscritto in quel momento ne veniva da un turno di lavoro pomeridiano finito un’ora prima e l’indomani mattina lo attendeva un inventario in negozio dalle 7. Risultato: di tutte le perle [?] che il nostro ha regalato ricordo poco o nulla, senza contare che quel poco può essere imbarazzante per alcuni esponenti della redazione. 2. Avevo allora pensato di ripiegare sui commenti a Compost postati nel MySpace di tale “mazzola” [non so se lo conoscete]. Tuttavia ciò equivarrebbe a tirarsela oltremodo. Un solo commento merita la citazione: ”Ci vorrebbero un po’ più di culi qua e là nel giornale…” [Kiruna] Giusto. Si accettano suggerimenti per i soggetti. Se sono soggetti femminili, sarebbe preferibile. Non per fare del maschilismo, è che... Come dire... Va bene che Compost è gratis ma non vorremmo dovervi ancora pagare per convincervi a sfogliare i prossimi numeri. Ce n’è anche un’altra, riferita a voce, che mi ero perso: Vero anche questo. “Tutte queste pagine scritte e neanche un fumetto. Metteteceli!” [Andrea Bruschi aka Marti] E insomma questo è quanto, per questo numero va così. Vi chiedo scusa. Però un po’ è anche colpa vostra. Siete tutti troppo seri! Chiuderò con una minacciosissima citazione finale, dalla quale un po’ tutti dovreste guardarvi: ”Giuro che questa volta sono tornato per restare.” [mazzola quoted by Enver sulle pagine di Blow Up]


Arte

Più info su Det Roc Boi su http://www.flickr.com/detrocboi

31 CMPST #2[06.2007]


Compost 02  

Pubblicazione Non Periodica, amatoriale, destinata alla distribuzione gratuita, fotocopiata in proprio e senza alcuna pretesa di completezza...

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