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Intro Redazione Matteo Casari Daniele Guasco Simone Madrau Matteo Marsano Giulio Olivieri Cesare Pezzoni Anna Positano Collaboratori El Pelandro Grafica e Impaginazione Matteo Casari sito internet http://compost.disorderdrama.org email compost@disorderdrama.org snailmail Compost c/o Matteo Casari C.P.1009 16121 Genova Pubblicazione NON periodica, amatoriale, destinata alla distribuzione gratuita, fotocopiata in proprio e senza alcuna pretesa di completezza. Questa pubblicazione è una produzione Disorder Drama. Un sincero ringraziamento al collettivo del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, senza cui non saremmo riusciti ad arrivare qui. Se interessati a collaborare, con parole o disegni, scrivete a ddrama@disorderdrama.org Il prossimo numero lo troverete in giro al Festival delle Periferie - 14-17 giugno 2007 Arrivederci a CMPST #2 - [06.2007] 2 CMPST #1[05.2007]

Benvenuti tra le pagine del primo numero di Compost – A Genova Non Si Butta Via Niente. È con estremo piacere che mi ritrovo, finalmente, a scrivere queste poche righe di presentazione. Dopo quasi dieci anni dall’esperienza di Marstyle e ad alcuni anni dall’inizio delle mie lamentele sulla necessità di scrivere e stampare materiale per fermare e farci delle domande su quello che ci stava accadendo intorno, siamo riusciti a creare una piccola redazione di curiosi che cercherà di comprendere meglio la nostra città, Genova, e la sua cultura underground. Partendo da un nome che è già affermazione di propositività: il compostaggio è, ormai, una delle poche attività rimaste per mantenere le alternative possibili. Insieme a chi è passato e a chi la vive cercheremo di capire come e perché quella mutante comunità abbia, negli ultimi decenni, contribuito a porre le basi per le attività che svolgiamo oggi. Abbiamo sentito la necessità di rintracciare le connessioni che permettono di unire la comunità, darle migliori spazi di socialità e aprirle le porte della scala nazionale e internazionale con continuità. Definire, giustificare e supportare i progetti diventa prioritario per non scomparire; percepire la propria realtà per comunicare più facilmente i propri valori. Per queste ragioni si è pensato di evitare le dotte disquisizioni sui generi per fare spazio alle parole di chi produce, indipendentemente dai meriti stilistici. Nel far questo abbiamo optato per evitare le recensioni, facili prede della soggettività, propendendo per le forme di ricerca e intervista. Fondamentale ci è sembrato andare a cercare le pubblicazioni che ci hanno preceduto e che troverete approfondite (e speriamo scansite e rese disponibili sul nostro sito internet) con interviste ai relativi autori. Scopriremo insieme le traiettorie di chi ha attraversato Genova,

trovando la propria dimensione artistica, arrivando o partendo dalla città stessa. Le porte sono aperte alle collaborazioni multidisciplinari tra artisti, nel tentativo di dare spazio a fotografi e illustratori che entrano a far parte del team redazionale sottoponendo il proprio materiale originale. Non c’è un vero e proprio tema che informa gli articoli del numero, anche se abbiamo pensato che, in una pubblicazione dedicata ad una città, provare a definirsi attraverso l’esame dei suoi luoghi. In questo numero di partenza il luogo è la strada: quella vissuta di nascosto dai writers, il carruggio invaso dalla movida del venerdì o la via disabitata dopo la chiusura di un locale come La Madeleine Cafè. Nella speranza di poter trovare riscontri e collaborazioni anche da chi queste strade le ha percorse, facendo poi perdere le sue tracce, vi lascio con una preghiera: vorremmo avere un vostro feedback, continuando a leggere le nostre ricerche sul blog Matteo Casari


Produzioni “Spesso non sono nemme n o c o s c i e n t e d e l va l o re c h e u n m i o g e s t o i n s t ra da assume nel contesto d i q u e s t o c l i m a a r t i s t i c o.” Eves Intervista con Cesare Bignotti di Matteo Marsano

IL CONTESTO E’ LA STRADA C’e qualcosa di davvero primordiale nell’arte di lasciare un segno del proprio passaggio nel bel mezzo di un quartiere suburbano. Nel gesto stesso riecheggia l’esigenza che forse fu dei nostri progenitori di raffigurare l’esistente e di fissarlo in uno spazio, spazio che in questo modo riflette anche l’identità di chi vi abbia messo mano. E ancora oggi, nel contesto di un luogo che dovrebbe – ma che di fatto risulta parcellizzato e “invaso” dalle private proprietà - appartenere a tutti, qual è la città nel suo insieme – la nostra, Genova - un gesto così individualista come quello del writing e della cosiddeta street art si configura come un tentativo di riappropriarsi di una coscienza, non importa se puramente estetica o, piuttosto, civile o personale; una coscienza che informa l’esigenza di creare, che inquadra il bisogno di autoespressione. Ovviamente, tutti questi paroloni andrebbero riservati al migliore dei casi. Non sarebbe saggio scambiare ogni compulsione all’imbrattamento per altrettante grida di (r)esistenza, i primi vagiti di una luminosa carriera delinquenziale per i frutti degli “anni formativi”. Non tutti fan-

no il salto: ed anche così il confine è molto labile. Ma forse la stessa linea sottile, a più riprese varcata e usata a propri fini, fra vandalismo ed espressione artistica, fra comunicazione e marketing di se stessi che definisce questo linguaggio postmoderno è parte integrante del suo fascino; linguaggio che, pur affrancandosene, ha in definitiva le proprie origini nella cultura hip-hop, cioè nella voce delle “tribù della strada”. Dall’individuo, dall’animalesco valore di demarcazione territoriale quale può essere quello di una tag sopra un muro anonimo, l’organizzazione della vita (artistica) assume infatti quei caratteri tribali che potremmo, ironicamente, attribuire alle varie crews, a quelle organizzazioni informali nelle quali il vincolo di amicizia

si commistiona all’utile dei singoli elementi che le compongono. Un’analogia trita, certo, con la giungla d’asfalto a rimpiazzare le distese selvagge del Pleistocene: eppure ancora stimolante, e potente, per chi scrive. Qual è quindi il trait d’union che lega questi gesti individuali, queste enormi differenze di stile e contenuti (per quanto prevalga un certo pessimismo figlio di quella “coscienza metropolitana” che sta alla base del writing), fino alla coordinazione necessaria per realizzare un evento che valga come campionario veritiero di tutte queste microespressioni, e dei sentimenti che vi partecipano? In che modo avviene il passaggio tra l’atto del singolo – e che tale rimane per peculiarità di stile e contenuti - e lo sforzo collettivo, e perché, al di là dell’utilità reciproca? Se c’è una persona alla quale ami rivolgere questo genere di domande pretenziose, avendone nel farlo riscontro da menti pratiche e votate all’azione, questi è Cesare Bignotti, che da dichiarare, ancor prima del suo grosso ego artistico 3 CMPST #1[05.2007]


Produzioni (multidisciplinare e dall’ampio ventaglio di pseudonimi e dicasterii), avrebbe un personalita dall’innata, fertile spinta al fare, al muover(si) le cose, all’ineludibile sbattimento che contraddistingue coloro i quali credano fermamente nel valore delle proprie proposte, e che questo valore vorrebbero vedere riconosciuto. Persona, prima ancora che logo o personaggio, dalla fervida urgenza creativa, costantemente tesa verso la ricerca di un segno che rivendichi il suo passaggio fra le maglie del tessuto urbano; ma dalle idee chiare e i piedi ben piantati a terra quando si parla di darne esposizione e valorizzazione, aprendo nel farlo uno squarcio, che ci si augura illuminante, all’interno del sommerso di atti espressivi che costituisce il suo contesto artistico d’elezione. Contesto nel quale, dando spazio al concetto, sempre meno ignari ci muoviamo: Genova, la strada - il “terreno di caccia”. Con lui abbiamo parlato dell’imminente e terza edizione dell’Illegal Arts, showcase di tutte queste tendenze di casa al Lab.Buridda, dell’EVES Street Cinema e di come lui ed altri artisti di buona volontà si stiano dando da fare per incoraggiare il networking della scena e risvegliare l’interesse di residenti e realtà nazionali. E di come questo tipo di espressione comunichi con le quattro mura museali dove, beatamente per gli artisti o meno, viene sempre più spesso costretta. Immagine di TSU 4 CMPST #1[05.2007]

Cesare, vuoi parlarci dello sforzo orga-

nizzativo che hai (ed avete) sostenuto per realizzare Illegal Arts, giunto quest’anno alla sua terza edizione? Quali aspetti della vicenda sono stati questa volta “limati”dalle precedenti esperienze, e quali invece reputi siano ancora poco soddisfacenti, dal punto di vista organizzativo? E, infine, il gioco – pensando anche alle risposte di pubblico – è valso la candela? Lo sforzo organizzativo, posto il giusto impegno necessario, è stato evidentemente molto grande; pensare che ogni evento di cui mi sia occupato non ha previsto alcuna retribuzione per noi organizzatori, quando di contro si è sempre giustamente rimborsati gli artisti, gli ospiti, i materiali utilizzati, proprio per dare l’idea di una professionalità che alimenti il contributo artistico e quindi la “cultura”. Cultura che per noi viene dal basso, e perciò va incentivata. Molte delle persone con cui abbiamo collaborato hanno per così dire “fatto il salto” verso una maggiore esposizione dei loro lavori. La nostra idea è comunque continuare ad occuparci dell’underground, sia per quanto riguarda la ricerca estetica, sia per i contenuti. Per quanto riguarda il discorso dell’ ”esperienza”, gli eventi dei quali ci siamo occupati, come EVES 2006, hanno contribuito a marcare il passo verso una maggiore organizzazione e notorietà per la scena. Personalmente sono consapevole di dare l’input inziale e di avere l’ultima parola su gran parte delle decisioni, tuttavia all’interno del gruppo c’è la necessaria considerazione per tutti


Produzioni “ S u l n o s t ro e s s e re g e n ove s i e m u g u g n o n i , n o n m i va d i s f a t a re a l c u n l u o g o c o m u n e.” i punti di vista, condizione fondamentale per la buona riuscita dei lavori. Ciò che proprio non mi soddisfa è la scarsa effervescenza del clima culturale genovese, dove manca la competizione, sopratutto quella di tipo più costruttivo, come invece c’è a Milano, per esempio. Infine, per la domanda sul “gioco che (non) vale la candela”, dobbiamo ammettere che gente più giovane di noi (io avrò 26 anni tra non molto) si sta costruendo un futuro con eventi analoghi ai nostri in altre parti del mondo: esito impensabile per una città come Genova, e forse addirittura per la penisola. Però qui, e mi spiace dirlo, c’è il rischio di ricevere critiche “passive” da persone che non si espongono neppure. C’è molta, troppa gelosia fra gli artisti di tutti i campi, gelosia fra le persone e anche dei propri lavori, che vengono spesso relegati alla sola esposizione del proprio monitor o dei muri della propria cameretta. Rispetto alle altre realtà italiane nel campo, come quella di casa a Milano che avete avuto modo di conoscere, quali punti di forza pensi che abbia la scena di Genova, e in quali altri aspetti avrebbe invece da imparare? E poi, è proprio vero che il genovese soffra sistematicamente della sindrome del mugugnone, con annesso daltonismo da erba del vicino, che è – ricordiamo – sempre più verde della nostra?

Quando vai in città come Milano, gli input che si ricevono sono davvero innumerevoli, e le persone, parlandoti, sanno coinvolgerti e valorizzarti. Certo: spesso sono solo parole, e a volte il feeling mentale latita (siamo pur sempre genovesi!), e si ha un certo conforto nel tornare in una realtà più tranquilla e riflessiva come Genova. D’altro canto da noi manca quella valorizzazione, quell’onestà anche brutale che si respira altrove, dove c’è maggiore comuncazione fra le persone coinvolte in progetti artistici. Sul nostro essere genovesi e mugugnoni, non mi va di sfatare alcun luogo comune. Quando parlo con persone di altre città, e queste mi muovono critiche, sono anche le prime a proporre alternative, magari ancora più valide. Insomma, si può dire, per la mia esperienza, che l’erba dei vicini è sotto certi aspetti davvero più verde della nostra. Discutendo con te ed altri artisti, ho avuto l’impressione che quello di cui lamentaste l’assenza fosse un certo interesse “dall’alto”. In fondo, nell’ ipotesi di un circolo virtuoso che dia maggiore esposizione al vostro operato, la variabile “budget” ricorre frequentemente, non solo sulle vostre bocche ma cantilenata anche da creativi di ambiti diversi – tutti bravi genovesi attaccati al denaro, immagino. Scherzi a parte, sappiamo tutti quanto le palanche contino, anche solo per gratificare e risarcire gli artisti. Non credi che un interesse istituzionale potrebbe innescare un cir-

Immagine di USE cuito tale da far aumentare l’interesse dei curiosi verso queste realtà, i mezzi a vostra disposizione e tutto il resto? E a questo proposito, vuoi parlarci della vostra esperienza come EVES, evento che ha goduto del patrocinio del Comune e del BAG (Borsa Arte Giovane)? Parto dal fatto che i sogni hanno le gambe corte: o si è ricchi e nella condizione di poter non fare nulla tutto il giorno, oppure si cerca di unire la passione e le idee all’interno di un progetto sostenibile, nel senso 5 CMPST #1[05.2007]


Produzioni

Immagine di DET che dia la possibilità di campare. Non è escluso che questo sia l’ultimo anno che veda un Illegal Arts a Genova: anche se forse, tutto sommato e per ricollegarci alla prima domanda, il gioco vale la candela, pur essendo un grande dispendio di energie e un grande sbattimento. Tuttavia mi sono accorto, come mi fai giustamente notare, che tutto questo sforzo potrebbe essere inutile se non coadiuvato da un interesse istituzionale. Non mi illudo: non 6 CMPST #1[05.2007]

esiste qui quell’humus sponsorizzato che prevale a Milano. Là tu entri nei negozi e ti chiedono di customizzare: a Genova chi lo chiederebbe? Tutto questo è frustrante, e se i pochi eventi che vengono premiati da fondi non valgono i nostri soldi, ammetterai che l’insieme è piuttosto scoraggiante. Io di certo continuerò a fare quello che faccio e che so fare, pur a costo di andarmene fuori, cosciente che sarei, in quel contesto, solo uno fra mille. Per quanto riguarda EVES – e quindi le buone notizie possiamo dire che sia stato il primo evento che, dopo numerose avventure “indipendenti”, ci ha permesso di raggiungere una maggiore visibilità. Abbiamo partecipato al bando nazionale per curatori di mostre e, attraverso il Museo di Villa Croce e l’Accademia Ligustica di Belle Arti, abbiamo realizzato una mostra sulla street art che sarebbe dovuta durare un mese ed essere l’ultima della programmazione. Invece, essendo piaciuto molto il progetto anche per la sua possibile applicazione immediata, la mostra è durata due mesi, con ben 18.000 visitatori e la presenza di artisti che all’oggi sono esposti al PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) di Milano. In apertura parlavo della Street Art come un insieme di gesti artistici individuali, frutto di altrettanti particolarismi nel modo di concepire questo mezzo d’epressione, suoi i contenuti, la sua estetica. Non siamo di fronte ad alcun “movimento” o corrente artistica, in quanto mancano tutti quei

caratteri di omogeneità tematica che lo renderebbero tale, se non il solo “appartenere alla strada”, o meglio usare la strada come contesto spaziale e ricettacolo delle proprie creazioni. C’è qualcosa, al di là del supporto reciproco, che accomuna artisti talmente diversi e li fa esporre insieme? Questa è una domanda molto “grossa”, e forse mi pesa un po’ rispondere. Io stesso, inziando a disegnare non sapevo di appartenere ad un contesto chiamato street art; attraverso Internet, ad esempio, mi sono col tempo reso conto che questo tipo di espressione aveva una sua controparte in tutto il mondo, e nella quale anch’io ormai mi inserisco. Ciò che posso dire che accomuni tutte queste persone con cui parlo e collaboro è forse un certo malessere, malessere che potremmo legare direttamente alla strada, all’idea che o sei dall’altra parte o devi gridare per farti sentire, per sopravvivere. Spesso non sono nemmeno cosciente del valore che un mio gesto in strada assume nel contesto di questo clima artistico, che però esiste, e continua a respirare nella strada. Ciò che io ho in testa come street art è perciò indissolubilmente legato alla strada, ai mille messaggi che questa lancia e che spesso fanno assumere a chi guarda una posizione passiva, contro la quale i nostri gesti hanno la pretesa di ribellarsi. A tuo parere quali differenze ci sono tra un pezzo sopra un angolo di muro in Vico Vegetti e diciamo uno stencil nell’East Side


Produzioni londinese, o un graffito nei pressi del Central Park? Il contesto della nostra città, così unico e peculiare di per sé e così distante della realtà metropolitane in cui la street art si sviluppa, come pensi che comunichi con queste forme d’espressione, come le “riceve”? Forse, detta grezza, un “pezzo” – intendendo con questo un graffito - nei vicoli non ci sta. In fondo quello rimane un patrimonio artistico, come lo sarebbe una casa a Venezia, o il Colosseo, o in generale tutto ciò che viene considerato cultura, e che a casa nostra vediamo ad ogni angolo. Io provo ad avere molto rispetto del contesto, cercando di armonizzare la tipologia e lo stile dei miei lavori con lo spazio che farà loro da cornice. Questo per me differenzia il graffitismo “puro“ dalla street art: è un diverso aspetto, è una cultura più ampia ed in qualche modo affrancata dalle sue origini metropolitane. Per me street art è anche un musicista all’angolo della strada, un manifesto stracciato; tutto ciò che esiste nella strada è potenzialmente street art, ammettendo nel contempo le necessarie scremature e la funzione di “filtro” che, nel nostro piccolo, ci siamo assunti nei confronti della “scena” genovese. Logicamente, speriamo vinca il buon senso, ed il gusto. Ciò che ho avuto modo di osservare e che ritengo di aver compreso, è il rapporto che lega a doppio filo il gesto di street art e il contesto spaziale che fa ad esso da cor-

foto della mostra alla Loggia di Banchi nice e da contenitore: la strada. Non per altro, credo che le opere più riuscite siano quelle dove più chiaramente traspare la consapevolezza di quest’interdipenza, vale a dire il sabotaggio dell’advertising, l’ironia di un certo graffitismo ai confini dell’arredo urbano, la mostrata capacità di saper giocare con lo spazio, urbanisticamente inteso. Nell’eventualità, sempre fortunata per coloro che di quest’eventualità vorrebbero vivere, che questa forma d’arte approdi ai sospirati lidi museali, che cosa si perde e che cosa si guadagna in termini di valore dell’opera, strappata dal suo

contesto, diciamo così, naturale? E ancora, quanto pesa in questo discorso la paura del sellout e la dicotomia underground vs canali ufficiali? C’è ancora spazio per l’etica del “duro ma puro” che si “dona” alla strada e da questa soltanto riceve la propria gratificazione? Umilmente parlando, pur credendoci fermamente, ritengo che se si parla di street art si debba rimanere sulla strada, in quanto al di fuori di essa c’è l’arte “ufficiale”, che è cosa diversa. Tuttavia, è importante che avvenga il passaggio dall’underground ai circuiti diciamo così ufficiali, 7 CMPST #1[05.2007]


Produzioni “L’onestà deriva dal non “tradire” quell’emisfero espressivo che ti ha dato le origini.“ perché sancise la trasformazione da fenomeno a realtà culturale. Questo purché gli eventi di street art vengano curati dagli artisti stessi, e non dai galleristi, proprio perché quelli conoscono il fenomeno da vicino, lo vivono, conoscono le persone ed il senso intimo della questione: molte volte i galleristi premiano artisti solo secondo il loro gusto, che è spesso drammaticamente classico e teso alla ricerca di analogie con pittori morti e sepolti. Invece andrebbero premiate anche la costanza, l’esperienza sulla scena, e tutte le altre sfumature che un gallerista goffamente si perde. Sul “duro ma puro” ti posso dire questo, cioé che un artista può anche venire chiamato dalle gallerie, vendere tele e campare di lusso, ma se è veramente uno street artist tale rimarrà anche in strada. Puoi bere tutti gli aperitivi del mondo, essere sulle copertine di tutte le risviste, essere sfondato di soldi ma se non rimani sulla strada sei, senza parafrasare, un coglione. L’onestà deriva dal non “tradire” quell’emisfero espressivo che ti ha dato le origini. Parlami del tuo documentario sulla street art, che ti è valso un invito al Padiglione delle Arti Contemporanee di Milano. Innanzitutto c’è da dire che il documentario non è una creazione esclusiva del sottoscritto, ma fa parte di un progetto in collaborazione con il colletivo di EVES, di 8 CMPST #1[05.2007]

cui fanno parte Claudio Gastaldo e Stefano Rusca; io mi sono occupato come sempre del concept iniziale e dell’immagine coordinata, delle riprese e della sceneggiatura. Il montaggio e la cosceneggiatura sono opera di Matteo Fontana (2 Minds), delle public relation con gli artisti esteri si è occupato Stefano Rusca, infine con Claudio abbiamo discusso gli aspetti tecnici e lo spirito del documentario, ciò che volevano esprimere. All’interno abbiamo fissato un percorso rispetto alla porzione del contesto artistico che ci premeva sottolineare. Nel documentario sono presenti artisti come Dem, Blu, 108, Erica il Cane ed altri con i quali abbiamo costruito davvero un percorso, artisti che sono stati ospiti fissi degli eventi underground che abbiamo curato. Il documentario è diviso nelle due parti fondamentali di EVES: le “visioni straordinarie” e i “suoni estetici”. Abbiamo lavorato su documenti video di mostre, appuntamenti, interviste, tutti dallo spirito prettamente underground, con l’idea di illustrare il percorso storico di artisti che sono oggi riconosciuti. Dentro al video si è affiancato molto alle immagini l’aspetto sonoro, la vera “terza dimensione” della nostra proposta, che compendia in maniera integrante l’aspetto visivo, a cura di I Am Sound, la nostra divisione “audio”, incorporata all’interno del collettivo EVES. Ne è venuto fuori una sorta di videoclip che cattura a nostro avviso lo spirito “veloce” ed immediato della strada, videoclip che è esposto al Padiglione

di Arte Contemporanea di Milano, alla Fondazione Bevilacqua - La Masa (che si occupa della Biennale di Venezia), e che presto sarà disponibile su internet per coloro i quali non l’avessero visto. E’ comunque solo un assaggio di un mondo, quello della street art e della sua sottocultura, che è immensamente più vasto. Per finire, perché una persona dovrebbe venire a vedere l’Illegal Arts Show? L’Illegal Arts, a differenza di una mostra, è un evento “aperto”: non è a scopo di lucro e l’esposizione, tolto quel minimo di filtro dato dal buon gusto e dalla nostra discrezione, è libera per tutti coloro che vogliano partecipare. L’Illegal Art rappresenta l’aspetto più sotterraneo di questo fenomeno, ed è un tipo di evento realizzabile da qualsiasi individuo in qualsiasi posto del mondo: è un azione di arte illegale, e nel nostro caso, all’interno di un contesto “illegale” come il Lab. Buridda. Il primo Illegal è nato dalla mia frustrazione nel vedere i creativi non riuscire a raggiungere la coordinazione necessaria per porre in atto un evento qualsiasi. Non è un momento di autoaffermazione personale: qui “tutti vincono”, e il clima è quello dell’apertura mentale, dell’influenza reciproca consapevole, dello scambio di pareri e di creatività. Più info sulle attività di Eves su http://www.evesart.it/


Cronache Vere “L’Italia mus icale era ferma da troppo tempo e troppo arre trata e corporativa era la men talità degli addet ti ai lavori.”

Rupert Intervista con Roberto Bottaro di Giulio Olivieri

FROM DISCO TO PUNX O del come gli anni Settanta sono finiti e si è passati dai balletti alla Travolta ai violenti spasmi punk. Un racconto a ruota libera di Rupert, tra i primi Punk a Genova, e, soprattutto, voce storica di trasmissioni quali Planet Rock e Suoni e Ultrasuoni sulle onde della RAI. 2007, tema dell’anno: il revival del ‘77. Anno in cui la maggior parte degli autori della fanzine che state leggendo (e probabilmente anche la maggior parte di voi lettori) o non era ancora nata o al massimo guardava i Barbapapà. Cosa c’è di meglio di chiedere lumi a chi quell’anno lo ha vissuto fino in fondo? Questa intervista a Rupert (giornalista per Rockerilla, dj radiofonico e “voce” - si, i vj non esistevano ancora - per Videomusic) era nata prima che esplodesse l’amarcord dell’anno “when two seven collide” e da una serie di domande è nato questo frammento di Genova di quel periodo storico. Mettete sullo stereo un disco d’epoca e ritrovatevi a guardare la città con gli occhi di allora...

Alla fine del 1976, all’edicola della stazione di Chiavari, si trovavano i famosi settimanali inglesi di musica “Melody Maker” e “NME”. Ogni venerdi potevo così divorare tutte le notizie musicali che arrivavano da Londra, con quella quindicina di giorni di ritardo che, per l’epoca, non erano poi così tanti. Che cosa succedeva lassù negli ultimi mesi del ’76? Scoppiava il punk rock con i Sex Pistols, i Clash, i Vibrators e tutti gli altri. Ogni settimana mi ritrovavo, idealmente, in King’s Road con i miei coetanei londinesi, soltanto che mi mancava la cosa più importante: la musica… Dove l’avrei ascoltata?

Da nessuna parte. I primi 45 giri, tipo “New Rose” dei Damned o il primo LP dei Ramones non li trovavi mica, non ancora da Disco Club a Genova e nemmeno dal mitico Caru’ di Gallarate, che era ancora un covo di tard-hippies californiani. Pink Floyd e Genesis quanti ne volevi, anche i bootleg dei Grateful Dead e dei Led Zeppelin, ma di punk neanche l’ombra. La radio fu la mia ancora di salvezza: alla sera mi sintonizzavo sulle onde medie della BBC e di Radio Luxembourg e potevo trovare il delirio sonoro che sapevo sarebbe diventata la colonna sonora della mia vita da lì in poi. Nella primavera del 1977 anche in Italia i mezzi di comunicazione cominciarono a parlare (male) del punk rock, soprattutto per l’inferno che i Sex Pistols stavano scatenando a Londra e per le foto di Siouxsie con la svastica (sui giornali naturalmente si 9 CMPST #1[05.2007]


Cronache Vere “ L a ra d i o f u l a m i a a n c o ra d i s a l ve z z a .” affermò subito l’equazione punk rockers = fascisti e perfino i Clash furono accusati di esserlo dalla stampa musicale italiana dell’epoca!). Mi ricordo come fosse ora quando a Radio MonteCarlo ascoltai “God Save The Queen” per la prima volta trasmessa alla luce del sole da una radio di lingua italiana: vi assicuro che l’effetto fu veramente apocalittico. Ma ormai i dischi, anche se faticosamente, circolavano: un mio amico aveva già trovato una copia americana di “Horses” di Patti Smith e, io, miracolosamente, l’LP “Raw Power” di Iggy & the Stooges in edizione originale inglese del 1973, con un graffio sui solchi di “Search and Destroy” ma pagato a prezzo pieno (e chi se lo faceva scappare!). Nel luglio del 1978 il primo centinaio di punks italiani si contarono/incontrarono al Picchio Rosso di Formigine dove gli Stranglers, accompagnati dai 999, ci fecero per la prima volta pogare furiosamente, alla faccia degli sbigottiti discotecari lì presenti. A quel tempo il dominio assoluto su qualsiasi spazio musicale esistente in Italia era della disco music: da anni non si tenevano più concerti rock nella nostra penisola con pochissime eccezioni chiamate Area, Pfm e pochi altri e le esibizioni dei vari cantautori tipo Guccini, De Gregori o Venditti. Anche Genova, che anni prima era stata la capitale del rock in Italia insieme a Roma, Milano e Torino, non si discostava da questo 10 CMPST #1[05.2007]

desolato panorama musicale e fino al 1979 le cose non si mossero granchè, a parte la leggendaria e indimenticabile esperienza di Radio Blu 44 che trasmetteva da Ruta di Camogli ed era l’unica radio rock 24 ore su 24 della Liguria, con tanto di Rockoteca estiva dove si poteva ballare fino allo sfinimento su “Satisfaction” degli Stones, “Jammin’” di Bob Marley, “Mongoloid” dei Devo o “White Riot” dei Clash. Intanto, i concerti di Iggy Pop, Patti Smith, Ramones, Police, riaprirono finalmente la nuova stagione del rock in Italia . A Genova Totò Miggiano e soci aprivano il mitico Psycho, gli Skiantos radevano al suolo l’Alcione, i Damned mettevano a ferro e fuoco il Palasport mentre la fanzine demenziale Le Silure d’Europe si aggirava famelica per i vicoli della città, diffondendo notizie sconsiderate e vaticinando scenari apocalittici. I vicoli si stavano popolando di ragazzi selvaggi che, con una sfrenata voglia di suonare e cantare, avrebbero dato vita velocemente ad una scena musicale di ineccepibile rutilanza. A proposito di carte stampate, la menzione d’onore spetta ovviamente a Rockerilla che, da Cairo Montenotte, propagava ovunque il verbo della New Wave angloamericana e italiana, attiva meritoriamente poi anche in veste di etichetta discografica indipendente. Purtroppo il vergognoso comportamente e la cronica inettitudine dell’industria discografica ufficiale italiana, che non ha mai

supportato gli straordinari sforzi dei nostri musicisti, è lo scandalo che ha costantemente mortificato tutte le loro legittime velleità. A quel tempo (fine anni settanta/inizio ottanta), erano decisamente troppe le difficoltà economico-organizzative per poter riuscire a promuovere con le proprie forze autoproduzioni discografiche di successo (cosa verificatasi solo molti anni dopo). Non eravamo negli USA (enorme mercato commerciale), nè in Gran Bretagna (il bacino culturale di piu’ antica e consolidata tradizione), nè in Francia (dove le istituzioni hanno sempre finanziato regolarmente le produzioni culturali di base) e, purtroppo, lo pagavamo in prima persona tutti i giorni. L’Italia musicale era ferma da troppo tempo e troppo arretrata e corporativa era la mentalità degli addetti ai lavori (case discografiche, produttori e stampa, con poche eccezioni, fortunatamente alcune proprio a Genova) per poter ottenere affermazioni e risultati eclatanti e/o duraturi . Fu, comunque, una stagione artistica e creativa di grandissimo impatto, che diede una formidabile scossa allo status quo socio culturale genovese di quel tempo e che funzionò, con tempi di sviluppo più o meno dilatati, da radice per l’evoluzione musicale avvenuta nei decenni successivi. Per questo è così importante ricordarsi di quello che diversi gruppi di sciagurati musicisti combinavano più di 25 anni fa per le strade di Genova. Ma questa diventa retorica e allora… FUCK OFF a tutti quanti.


Fanzine “C’era abbastanza materiale per farne una storia a fumetti oppure per rimettere in piedi la band. Ed eccomi qui. Johnny is back.” Le Silure d’Europe Intervista con Johnny Grieco di Matteo Casari

LA MINACCIA E’ TORNATA Uno dei principali motivi per cui ci è tornata voglia di comunicare è stato il veemente ritorno di Johnny Grieco alla ribalta nazionale con il primo disco dei Dirty Actions (Tribute): un vibrante pugno nello stomaco a chi sperava che gli anni ‘80 fossero morti e sepolti. L’idea di base di Compost - A Genova Non Si Butta Via Niente, è dimostrare che le urgenze sono le stesse in città da 30anni. Che nessuno sta meglio o peggio di prima; che quel che si è fatto negli anni è stato tanto e importante, fuori, dentro, grazie a e per la città. Chi meglio di te potrebbe dimostrare che il filo è uno solo dal Siluro ad oggi? Purtroppo si, poco o nulla è cambiato ed è una situazione di stallo riscontrabile in tutta Italia. Ancora adesso vivere di musica, della propria musica intendo o, se si preferisce di “certa” musica, è molto difficile. Nelle altre nazioni del nostro Grande Impero d’Occidente i diversi fenomeni “indie” o “alternative” hanno raggiunto le vette delle classifiche conquistando fette considerevoli di mercato e di pubblico. E non si parla solo della onnipresente Gran Bretagna o degli Usa, ma

anche di Francia, Germania, Scandinavia, Islanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, Olanda. In Italia, a parte rarissime eccezioni, la musica alternativa rimane un fenomeno d’elite, per pochi iniziati. Ad una più attenta analisi, a Genova e in Liguria la situazione è ancora più critica. I nomi di una certa risonanza sono sempre gli stessi: Matia Bazar e i New Trolls, gruppi nati ben 35/40 anni fa. Dagli anni 80 in poi siamo rimasti tagliati fuori dal grosso giro: non c’è stato lo spazio nemmeno per fenomeni più commerciali: un Vasco Rossi di Boccadasse o uno Zucchero della Valpocevera o ancora un Ligabue di Uscio per esempio, oppure una Carmen Consoli di Carignano o una Elisa da Borgotaro. Dopo la grande, leggendaria stagione dei cantautori genovesi, a cui

è doveroso aggiungere Ivano Fossati ultimo in ordine di tempo ma non di importanza, ci siamo trovati di fronte a un vero e proprio deserto. Non voglio fare il catastrofista ma nemmeno minimizzare. E’ certamente una situazione che necessiterebbe di una analisi molto seria e approfondita. Soprattutto per rendere giustizia all’enorme, smisurato flusso di energie, idee e progetti prodotti a Genova in tutti questi anni che costituiscono un vero e proprio patrimonio da salvaguardare. Ma non da esibire come reliquie nelle vetrine o nelle teche di un museo, piuttosto cercando di diffonderle e farle circolare il più possibile e con ogni mezzo necessario. Concordo pienamente, il filo è uno solo che lega le nostre esperienze alle vostre, dalla fine degli anni settanta ad oggi. Mi fa piacere e ne sono fiero, anche per tutti quelli che ci hanno creduto e non ci sono più o che ci sono ancora e non hanno rinnegato il passato. Però è arrivato il momento di trovare un metodo pratico ed efficace per proporre e rendere fruibile ad un pubblico più vasto, tutto ciò che 11 CMPST #1[05.2007]


Fanzine in questi 30 anni non si è buttato. Ma anche e soprattutto tutto quello che di nuovo verrà proposto nel prossimo futuro. Pesco dal tuo sito: “Dimenticatemi invece stronzi. Mi avete tenuto rinchiuso per 25 anni nei baratri più oscuri e reconditi della vostra memoria, svezzato nell’odio e nel rancore sordo, cieco e muto e ora mi dite timidamente e un po’ titubanti “Bentornato Johnny...” coi mille puntini di sospensione quasi a nascondere un fremito d’emozione nel sapermi ancora vivo? “. Ti stai proponendo come l’amico cattivo della coscienza di chi oggi si è “ripulito” dai suoi trascorsi e vorrebbe semplicemente far finta che quel periodo non fosse mai esistito? Eh si, quando ho scritto quelle righe ero bello carico, ma perfettamente lucido. Come un serial-killer. Ma non mi rivolgo ai “ripuliti” o ai “rinnegati”, ma a tutti quelli che per uscire dagli anni 80, sono stati costretti a reinventarsi, ricostruirsi, diventare invisibili, mimetizzarsi per non fottersi il cervello. Per salvaguardare la propria memoria storica e anche per non finire in galera. Erano gli anni di piombo e dell’eroina, per un semplice sospetto potevi trascorrere parecchi mesi in gabbia per poi essere rilasciato come se nulla fosse accaduto. Oppure rischiare di iniettarti in vena roba tagliata con veleno per topi o stricnina e lasciarci le penne. No, non è fantascienza e nessuna esagerazione, ma cose realmente accadute. Giravano storie anche peggiori, ma cito soltanto quelle che ho avuto modo di constatare e che erano all’ordine del gior12 CMPST #1[05.2007]

no. Poi di lì a poco l’AIDS completerà l’opera. Quindi con quelle parole ho espresso l’esigenza di ricompattare le fila, radunare i dispersi e risvegliare le cellule dormienti con la speranza che qualcuno risponda all’appello. Quel testo l’ho scritto circa 2 anni fa, quando in me convivevano due personalità ben distinte in conflitto fra loro. Da una parte il giovane Johnny degli anni 80, che tentava di prendere il sopravvento sul vecchio con la veemenza e la violenza, l’urgenza e la presunzione di un ventenne che non vuole scendere a patti con nessuno e che rinfaccia a se’ stesso, 25 anni dopo, la mancanza di coerenza, i voltafaccia, i compromessi che ha dovuto accettare o subire. Dall’altra l’uomo maturo,

appesantito dalle convenzioni e dai doveri, condizionato dal lavoro, dalle rate del mutuo da pagare, da una vita che gli presenta un conto perennemente in rosso, e ogni tanto gli lascia intravedere temporanee gratificazioni. Una lotta condotta senza esclusione di colpi in campo aperto, senza trucchi o inganni. Puoi riuscire a fregare il prossimo ma è impossibile fregare se’ stessi. Ogni confronto mi obbligava alla fine ad una scelta: stare da una parte o dall’altra. Solo nel momento in cui affronterò il G8 del 2001, le due diverse anime arriveranno ad una tregua. L’opinione dei due Johnny sull’argomento sarà univoca, netta, senza sbavature. Condivideranno l’intransigenza e la rabbia per l’affronto

copertine de Le Silure D’Europe


Fanzine “Ho sempre fatto parte della realtà genovese e non ho mai pensato di esserne al di fuori nemmeno per un secondo.” subito e il senso di impotenza e di ingiustizia che ha avvelenato le strade di Genova nel 2001 le cui scorie difficilmente riusciranno ad essere cancellate completamente. Lo stupro di Genova, pianificato, perpetrato, voluto, impietosamente filmato e documentato ha risvegliato i fantasmi e le paure del passato. Questo deve spingere tutti a vigilare sempre e comunque sulle conquiste raggiunte, senza dare mai nulla per assodato o scontato. A questo punto restava ben poco da fare: c’era abbastanza materiale per farne una storia a fumetti oppure rimettere in piedi la band. Ed eccomi qui. Johnny is back. Comunque non ne fai una giusta: fai un video e te lo censurano; fai il trapianto di capelli al catzillo e te lo censurano dalla copertina del Mucchio Selvaggio... Sei incorreggibile! Sapere che puoi rappresentare ancora una minaccia può essere una bella soddisfazione. Ma che un Catzillo punk di 30 anni fa, travestito suo malgrado da Berlusconi, possa suscitare sdegno e indignazione, detto tra noi, è ridicolo e non è affatto un vanto. Dimostra indubbiamente che siamo andanti indietro, che molto è il terreno perso e non sarà facile recuperarlo in breve tempo. Certo qualcuno obietterà che non si può far passare un cazzo per cultura, che non si tratta di satira ma pornografia, che ognuno è libero

di disegnare un cazzo basta che lo faccia a casa sua e non sui giornali. Diciamo, a onor del vero che non c’è stata una vera e propria censura con denunce o ricorso a fantomatici tribunali dell’inquisizione. Oppure minacce o aggressioni fisiche o psicologiche. Tutto è finito a tarallucci e vino. La gravità della cosa sta nel fatto che si è trattato di una censura preventiva da parte del distributore, che, ironia della sorte, è lo stesso che distribuiva 30 anni fa Il Male, la rivista di satira più cazzuta e denunciata d’Italia. Per timore di non meglio specificate ritorsioni, si sarebbe riservato di rifiutarsi di distribuire il giornale nelle edicole se fosse uscito con quella copertina. Poco importa se poi l’operazione Catzillo-Berluska abbia raggiunto lo scopo e la mancata-copertina sia stata una delle più scaricate in rete con una visibilità 10 volte superiore alla tiratura del Mucchio. In questo caso, come in altri mille di cui non siamo a conoscenza, il condizionamento e la sudditanza del cittadino sono talmente elevati al punto di autocensurarsi prima ancora di aver commesso il fatto. Ci manca solo che si arrivi ad autodenunciarsi per aver osato pensare di commettere il fatto e poi siamo a posto. E il sacrosanto diritto di satira va a farsi fottere definitivamente. Per il video Aktion/Aktion Remix 2005 penso molto più semplicemente che abbia pesato il fatto che non fosse sostenuto o promosso da nessuna casa discografica. Di certo non è il solito video dove il gruppo fa finta di suonare e sfascia elettrodomestici circondati da tette-culi-labbrasiliconate mentre precipitano negli abissi del Triangolo delle Bermuda,

ma se sono passati alcuni video di Marylin Manson, dei Rammstein, dei N.I.N., dei Korn o degli Slipknot e, perchè no, anche Rock DJ di Robbie Williams, talvolta mandati in onda in fascia protetta, che senso possono avere motivazioni del tipo: “...non è in linea con i contenuti editoriali dell’emittente” oppure “Sono spiacente ma al momento non ci sembra adatto alla nostra programmazione per i suoi contenuti”? Tu sei andato via da Genova: per lavoro? Ci ritorni spesso? Hai ancora contatti con chi è rimasto? Visto che il tema del numero è la strada parlaci di Genova com’era allora, dei suoi spazi e dei suoi luoghi. Questa è una domandona che richiede una risposta un po’ articolata. In due parole: Amo Genova. Potrebbe già bastare. Considera poi che le mie origini sono rivierasche, nato a Santa Margherita Ligure, vissuto nel ridente paesino di S. Lorenzo della Costa alle pendici del Monte di Portofino, posti bellissimi a cui sono molto legato, quindi una dichiarazione del genere è davvero compromettente. Ma Genova è Genova, ho un legame particolare, sottile, intenso, avvolgente, carnale. Con la prossima dichiarazione rischio di sputtanarmi ma chi se ne fotte: è già tutto scritto in Se ghe pensu parole e musica senza tempo che ascoltate a Boccadasse o Sottoripa non mi fanno alcun effetto, ma a Milano o in mezzo alla Padania mi fanno sentire lontano anni luce e ti mettono addosso una malinconia, come la saudade brasiliana. Sono tanti i posti a Genova a cui 13 CMPST #1[05.2007]


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Dirty Actions Live al Falcone sono legato e che sono strettamente connessi alla storia dei Dirty Actions e della scena punk-new wave di quegli anni. Cercherò di essere breve e conciso ma non lo sarò. La Sala Chiamata del Porto, per esempio, la Grande Occasione Mancata del 1980. Lì si svolse in ottobre la manifestazione “Ma che colpa abbiamo noi” che poteva essere l’inizio, la cassa di risonanza per la scena genovese dell’epoca e per quelle successive. Ne aveva tutte le caratteristiche e in effetti fu memorabile. Le esibizioni furono registrate e riprese dalle telecamere perchè erano previsti sia uno special televisivo, sia l’uscita di un album per la Cramps Record, la stessa etichetta per cui noi avevamo registrato il 45 giri Rosa Shocking qualche mese prima. Cinque ore di concerto per 12 gruppi di nuovo rock. 14 CMPST #1[05.2007]

Tante promesse e nomi altisonanti tra il pubblico, ma non se ne fece nulla. Dopo un po’ i nastri audio e video sparirono e non furono più ritrovati. Li ho cercati per anni seguendo tutte le piste possibili: gli archivi delle diverse tv locali, compresa TVS la televisione del Secolo XIX e RAI 3 regionale, rivolgendomi alla Cramps, al Circolo Turati che aveva organizzato la rassegna, allo stesso service della manifestazione, alla redazione del Secolo XIX e de Il Lavoro, nulla. Ancora adesso non mi do per vinto. Mi restano due flash indelebili di quello storico avvenimento: il cervello che ho spiaccicato con un colpo di spranga che è schizzato dappertutto inzaccherando il pubblico e un mitico Bob Quadrelli, allora bassista dei Dirty, che prende a calci il cameraman reo di essergli capitato fra i piedi

al momento sbagliato. Sempre in quell’anno, la notte del 21 marzo, esplodeva la primavera Punk di Genova con la deflorazione del Charlie di piazza Portello, la discoteca-regno dei travoltini e della discomusic. Salgono gli Infexion e subito l’atmosfera si surriscalda, arriviamo noi e dopo qualche pezzo vola di tutto ed è rissa finale con il pubblico. Qualche mese dopo, in maggio, altro appuntamento al teatro Instabile in via Cecchi. Sei i gruppi che si avvicendano sul palco tra cui Scortilla, Total Crash di Savona e Establishment. Anche qui finale reboante tra spunti, spinte, calci e qualche pugno. Oltre ai concerti si cercava un luogo dove ritrovarsi, un locale dove ascoltare la nostra musica e farci gli affari nostri. I primi tempi si cercarono diverse soluzioni: come la Rockteca di Radio Spazio Libero alla Sala Europa a Quarto, ora Seven Days credo, in via Schiaffino, oppure il tentativo di gestione, brevissima e fallimentare, del Maxim di Sampierdarena, meglio conosciuta come la discoteca di Minghella, il serial killer-travoltino della Valpolcevera, dove rimorchiava le sue vittime. Finalmente arrivò lo Psyco Club di Totò Miggiano (ex-Carmelitany Stanchy ed ex-Elettro e i Domestici) che diventerà il punto di riferimento più importante e significativo di quel periodo. Alla sera ci trovavamo tutti lì in vico Carmagnola, a due passi da piazza De Ferrari, il quartier generale di tutta la scena genovese. Ma per rintracciare le radici dei Dirty Actions e prima

“Ci eravamo dedicati esclusivamente e interamente alla musica ed eravamo in bolletta sparata.”


Fanzine “Genova aveva e ha tutti i numeri per giocarsela alla pari con le altre città italiane e europee.“ ancora de Le Silure d’Europe e, in parte, le origini dell’esplosione punk a Genova bisogna prendere l’auto o ancor meglio la moto se è una bella giornata, allontanarsi dal centro e uscire da Genova. Percorrere l’Aurelia in direzione riviera di Levante, fare una ventina di km fino a Recco e risalire fino al passo di Ruta. Poco prima di imboccare la galleria si deve girare a sinistra, seguire la strada stretta in salita fino alla chiesetta millenaria in pietra, posteggiare il mezzo di locomozione e fare a piedi qualche rampa di scale in direzione Monte di Caravaggio. La vista sul golfo è incredibile, in basso Camogli, sullo sfondo il promontorio di Portofino e poi il mare. La vecchia casa fatiscente non c’è più, ormai è stata ristrutturata completamente, ma in quei vecchi locali trasmetteva Radio Blue 44. Una delle prime radio rock italiane, una delle prime a trasmettere il punk, sicuramente la prima ad inventarsi la Rockoteca negli anni 78-79. Lì ci siamo conosciuti. Mario, che faceva il dj alla radio e che per primo avrà l’idea di formare i Dirty Actions, Rupert il primo punk di Genova, che diventerà il nostro manager e sarà l’ideatore della fanzine del Siluro, Luca con il quale abbiamo condiviso tutte queste esperienze ed era il ns inviato speciale nella capitale. La sua casa di Roma diventerà meta di frequenti “pellegrinaggi” e ci ospiterà spesso e volentieri in occasione dei concerti romani dei Dirty ed io, naturalmente, che a Genova avevo già conosciuto Ugo Delucchi, che di-

venterà il chitarrista della band. E visto che mi sono dilungato più del necessario: un ultimo ricordo. La “vecchia” piazza De Ferrari, ridatemi la vecchia piazza. Quella affollata di punk, altro che King’s Road a Londra! I Defe PunX con la vecchia fontana dove sono? Ogni volta che la vedo così vuota, deserta, metafisica, oserei dire fredda e impersonale, non fatta a misura d’uomo ma pensata bella da vedere ma non toccare, ho un moto di ribellione interno. Un po’ più di calore, no? E infine rispondo alla prima domanda. Si, sono andato via per lavoro a Milano. La prima volta, dopo aver chiuso l’esperienza con i Dirty, alla fine del 1982. In quel momento non c’era più storia, non perchè mancassero le idee o la voglia di suonare. Ma non era possibile mantenersi con la musica, ci avevamo creduto, provavamo tutti i giorni, facevamo concerti ma non bastava. Io, Ugo DeLucchi e Giovanni Bruzzo avevamo ormai smesso di disegnare, che era l’unica nostra fonte di sostentamento (in questo siamo stati molto più fortunati di altri che non avevano nemmeno questa possibilità). Ci eravamo dedicati esclusivamente e interamente alla musica ed eravamo in bolletta sparata. L’atmosfera era diventata troppo pesante, l’eroina era dappertutto non solo a Genova ma in tutta Italia. La diffusione capillare era garantita da un sistema infallibile “Non hai soldi e ne vuoi una dose? Bene me ne vendi tre.” Spacciati e spacciatori, non era possibile, non aveva senso. Dopo quei primi tre mesi a Milano, sono tornato e mi sono dedicato ad attività di altro tipo: teatro, danza, arti performative,

cose che avevo affrontato in passato ma che avevo successivamente trascurato o tralasciato. Mi sono dedicato a scrivere altri pezzi avvicinandomi sempre di più al reggae e alla world music, che allora non si chiamava ancora così. Ma la mia attività principale era la collaborazione con le case editrici e alcune agenzie pubblicitarie di Milano, che rendevano economicamente molto bene. Nel 1984, nonostante avessi tentato più volte di trasferirmi a Roma, iniziando a collaborare con qualche testata, fui costretto a trasferirmi a Milano, perchè il lavoro richiedeva una presenza costante e un maggiore coinvolgimento. Pensai, mi faccio cinque anni di questa vita e poi con i soldi guadagnati me ne torno indietro e faccio quello che mi pare. Non sarà così, ormai sono passati più di vent’anni. Pensi di poter partecipare, come parte integrante, alla comunità genovese, anche se dispersa nel mondo? Forse quello che manca sono proprio dei riferimenti locali, che ci vengono costantemente negati da quegli stessi “ripuliti”. Ho sempre fatto parte della realtà genovese e non ho mai pensato di esserne al di fuori nemmeno per un secondo. Ho un forte senso di appartenenza, anche se ormai da oltre vent’anni abito a Milano e negli ultimi anni vivo tra Milano e Modena. E poi a Milano per circa 10 anni ho condiviso lo studio con un altro genovese Roberto Rossini, un altro dei protagonisti della scena culturale e musicale genovese, performer, non-musi15 CMPST #1[05.2007]


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Dirty Actions (Tribute) Live a Faenza cista come Brian Eno, artista e grafico che ora è ritornato a Genova. Quindi si, concerti e lavoro permettendo, mi sento di poter partecipare. Genova ha sempre avuto delle potenzialità notevoli nell’ambito musicale. Oggi come allora. E’ ora che si faccia anche sentire. Come vivevate il rapporto con quello che emergeva nel resto d’Italia? Genova aveva e ha tutti i numeri per giocarsela alla pari con le altre città italiane e europee. La qualità delle proposte musicali è molto alta e la scelta è davvero vasta. Sicuramente deve osare di più e proporsi in modo più deciso, senza alcuna sudditanza psicologica. Aprirsi e non rinchiudersi, credere maggiormente nelle proprie possibilità e nei propri artisti e creare situazioni ed eventi che coinvolgano le realtà autoctone con altre realtà internazionali. E’ chiaro che 16 CMPST #1[05.2007]

qui devono entrare in gioco le istituzioni, l’amministrazione comunale, le associazioni e gli sponsors e allora, mi dirai, la partita è già persa in partenza. Genova, infatti, non ha mai brillato per iniziative tese a valorizzare i suoi figli, a quanto ne so non esiste nemmeno un festival internazionale dedicato a Gilberto Govi, o a Fabrizio de Andrè, o a Bindi. Figuriamoci cosa può offrire a tutti gli altri. Duro da ammettere, ma se qualcosa potrà nascere a Genova sarà grazie a realtà esterne che avranno la capacità di sfruttare le enormi potenzialità della città, che la sua miope classe dirigente non sa o non vuol vedere. Ma mai disperare, anche se la strada è lunga e travagliata. Si parla sempre di Genova come colonia marittima di Milano. Nonostante tutto il lavoro e le energie messe in campo, ancora oggi ci tocca prendere la macchina e recarci nella vera metropoli per assistere a molti concerti. Era così anche per voi? O vi accontentavate di quello che arrivava fin qui? Come avete vissuto l’era eroica del punk, da trasfertisti o da protagonisti? Allora Genova era completamente tagliata fuori dai circuiti dei grandi concerti, sia per ubicazione geografica sia per bacino d’utenza. Non dimentichiamoci che prima dell’avvento del punk, non si facevano più concerti in Italia. Nessun gruppo straniero si azzardava a suonare nel nostro paese dopo le molotov tirate ai Led Zeppelin e a Santana. Chi voleva andare ad un concerto era costretto ad andare in Svizzera o in Francia.

I tempi erano molto più duri di adesso. Poi dopo la prima tournèe di Iggy Pop nel 1979, i primo gruppo di oltremanica a suonare in Italia furono gli Adam & the Ants nel 1978, le cose iniziarono lentamente ma progressivamente a cambiare. Milano era ed è tuttora la meta privilegiata per le tournèe dei gruppi stranieri. Capisco cosa intendi, che Genova venga considerata maggiormente e che possa avere le stesse opportunità di città come Milano o Torino. Non è detto che le cose non possano effettivamente cambiare. Ormai Milano ha un sovraccarico annuale di concerti incredibile e con un’offerta talmente alta che la gente è sempre meno motivata ad andare agli spettacoli, quindi si stanno già testando soluzioni alternative e decentrate come Bergamo o località in Veneto, Trentino e Piemonte Tornando all’epoca eroica del punk, ti dirò francamente che a me ha sempre affascinato il viaggio per arrivare al luogo del concerto. Per me è una componente fondamentale del concerto, fa parte di un rito, come un pellegrinaggio. Ti prepara gradualmente al grande evento ed è un modo per stemperare la tensione da una parte e dall’altra ne amplifica le emozioni. In fondo abitando a S. Margherita, per arrivare a Genova, dovevo prendere il treno, o la vespa oppure l’auto. Ero già un pendolare del Punk, anzi ancor prima del Punk. Quindi lo abbiamo vissuto da trasfertisti e da protagonisti contemporaneamente. Viaggi incredibili e indimenticabili con la mitica


Fanzine “Sono le nostre storie, la nostra atavica fame di musica, la voglia di fare e disfare, i sogni, le illusioni, la rabbia ma anche e soprattutto la voglia di divertirci, le risate, gli scherzi. “ 126 di Rupert. Una volta siamo andati proprio a Milano, guarda il caso, per il concerto degli Spandau Ballet. Non eravamo molto convinti ma era il fenomeno del momento, tutti i giornali inglesi ne parlavano considerandoli i nuovi Roxy Music. Giunti in città, dopo i 150 e rotti km di autostrada, Rupert esordisce con un sibillino “ Mi sa che stasera non andiamo a vedere gli Spandau...” “Ah no? Vuoi dire che hanno annullato il concerto?” ribatto per nulla preoccupato “No, perchè andiamo a vedere Iggy Pop!” esclama trionfante “Magari, - incalzo io - piuttosto che vedere questi prosciutti addobbati da pandori..” “Allora è deciso Iggy Pop?” incalza lui. Conoscendo l’imprevedibilità del mio amico faccio finta di nulla e aspetto che spari la bordata. Non tarda ad arrivare “Non ti avevo detto nulla per farti una sorpresa, ma stasera al Rolling Stone c’è Iggy!” “Cazzo andiamo subito!!!!” e gli Spandau Ballet non li abbiamo più visti. A proposito delle sensazioni ed esperienze legate al viaggio, al prima e dopo concerto, voglio ricordare un libro molto particolare di Luca de Gennaro. Si intitola “E tutto il mondo fuori” ed è incentrato sulla sua esperienza di DJ “apripista” della tournèe del 2004 di Vasco Rossi, alla ricerca della scaletta perfetta per riuscire a coinvolgere e divertire una folla oceanica di fans impazienti e accaldati. Un’impre-

sa titanica e quasi impossibile. La sorpresa è che nello svolgersi della narrazione, Luca, coglie l’occasione per ripercorrere sull’onda dei ricordi e delle emozioni alcuni dei più bei concerti a cui abbiamo assistito, tra cui: Ramones, Police, Clash, Patti Smith insieme a Bowie, Springsteen e Marley. Dentro ci siamo tutti noi e soprattutto l’atmosfera di quegli anni, dalle prime radio libere fino alle storiche trasmissioni radiofoniche come “Rock Village” e “Planet Rock”. Sono le nostre storie, la nostra atavica fame di musica, la voglia di fare e disfare, i sogni, le illusioni, la rabbia ma anche e soprattutto la voglia di divertirci, le risate, gli scherzi. Ci sarebbero troppe cose da chiederti: dallo sputtanamento dei ripuliti e di chi, “vincente”, ha scritto la storia, a cosa cavolo hai fatto negli ultimi 25 anni, della tua tutina bianca e degli spazi scomparsi. Ma in realtà vorrei chiudere cercando di fare un nodo in quel filo di cui si parlava prima: Le Silure d’Europe International®. Parlaci del valore della stampa, ieri come oggi, del piacere della carta e dell’inchiostro, delle urgenze comunicative... Premetto che seguo, o meglio cerco di seguire le webzine che affollano il web e che in linea di massima le apprezzo molto, ma non per fare l’amico di tutti e lo sgamato aperto a tutte le esperienze. Trovo incredibile la sensazione di mettere online i propri personali deliri o quello che vuoi, oltre ai disegni, alle foto e alle immagini per condividerli in tempo reale con in mondo intero, anche se poi verifichi, in realtà, che ci

sono solo due utenti in linea. E’, con tutte le sue controindicazioni, una cosa davvero epocale. Ma è chiaro che ora vi propinerò una tiritera sull’importanza, sull’esigenza e la necessità della carta stampata. Dall’invenzione della stampa fino al Siluro e oltre. Cercherò di evitarvela, invece. Perchè è inutile. E’ talmente chiaro e palese che un libro stampato o un giornale sia insostituibile, anche quando è vecchio e puzza di muffa o, nel mio caso specifico, in cantina dai miei, i topi ci hanno fatto il nido e pisciato dentro, distruggendomi mezza collezione di NME tra il ‘77 e l’80. Nel mondo di domani cosa succederà? Si riuscirà a salvaguardare la carta stampata, specie quella dei giorni nostri, che rispetto a quella dei nostri nonni sembra durare molto meno e consumarsi più in fretta? E l’inquinamento che danni porterà? Saremo costretti a leggere solo e-book o file in pdf? Che ne so? Non ho idea. Posso solo chiudere con questo aneddoto, che vi assicuro è proprio andata così. Sapete uno dei motivi che mi ha fatto smettere di fumare? Quando mi sono reso conto che i miei preziosi libri d’arte illustrati ingiallivano a vista d’occhio per la nicotina. E tali sono rimasti, quando li apro sento ancora l’odore di quelle cazzo di Diana Blu. Non me la sono perdonata. E da allora ho smesso. Più info sui Dirty Actions su http://www.myspace.com/dirtyactions e http://www.dirtyactions.it 17 CMPST #1[05.2007]


Export “Per me è importante, innanzitutto, credere in un progetto o in una canzone; è quello succede sempre, altrimenti non accetterei il lavoro.” Zero Budget Intervista con Lorenzo Vignolo di Simone Madrau

HOWTOAPPEARCOMPLETELY Quattro chiacchiere con Lorenzo Vignolo, regista responsabile di molti tra i più famosi clip di artisti italiani indipendenti e non. Ricostruiamo tramite il suo lavoro la storia di alcune tra le più affermate band genovesi cercando nel contempo di sviscerare quali meccaniche regolino oggi l’interazione tra band emergenti e videoclip. Partirei dal tuo lavoro, e precisamente cercando di capire qualcosa sul modo in cui tu entri in contatto con i gruppi di cui poi vai a realizzare i video. Difficilmente vengo contattato dalle case discografiche o dalle produzioni, il più delle volte sono chiamato direttamente dai musicisti grazie al passaparola; io ne sono felice, a dir la verità, perchè mi trovo spesso a lavorare con band e cantautori affini, il cui lavoro di sceneggiatura può partire già alla radice, nell’incontro con loro. L’impressione, guardando buona parte dei tuoi video, e in particolare quelli realizzati con molti gruppi di Genova, è che tu abbia un legame profondamente umano con loro. Sembra spesso che lavori con dei veri e propri amici. 18 CMPST #1[05.2007]

E’ un impostazione del lavoro che segue a braccetto quella umana, quando ho la possibilità di lavorare coi musicisti prima delle riprese, si crea sempre un rapporto di fiducia reciproca; d’altra parte io non sono che uno strumento nelle loro mani, basta farmi suonare... il mio sguardo sulle cose, poi, è comunque sempre molto personale; lavorare con i Meganoidi, i Numero 6 e con i Marti è un vero privilegio perchè, nonostante i budget ristretti, hanno molta cultura dell’immagine; con loro è stato possibile svolgere un lavoro sul tempo, i video hanno seguito la forma delle loro evoluzioni artistiche... Quando hai realizzato i due primi video dei Meganoidi, questi ultimi erano un gruppo ancora autoprodotto e pressoché sco-

nosciuto al di fuori di Genova. Nonostante ciò sono arrivati alle radio e alle tv, e su quest’ultimo media tu hai giocato una bella parte realizzando quei primi due videoclip. Come è andata? E’ andata che ero stato contattato dal loro percussionista Cisco, avevano bisogno di un video realizzato dignitosamente da poter passare nei ritagli di tempo dell’ormai estinta Tmc2; Cisco conduceva un programma in quel canale, che sarebbe scomparso nel giro di un mese. I Meganoidi avevano uno zoccolo duro locale e avevano aperto con successo una data agli Offspring; io vivevo un bellissimo periodo grazie all’uscita in sala del film “500! ”; quel pomeriggio dell’11 Marzo 2001 è scattata una magia, il pubblico danzante era numeroso e il video ha fatto la storia. Per il secondo singolo abbiamo poi deciso di dare al video una scelta cromatica simile al primo, in più abbiamo affittato maggiori mezzi tecnici e goduto dell’apporto attoriale di Luca e Paolo; il video era attesissimo, solo


“Il è se to

Export successo di questi video una delle cose più gioioche abbia mai provain ambito professionale.”

E’ una questione di potenza dell’etichette, di passaggi radiofonici, spazi e di momenti storici. Per me è importante, innanzitutto, credere in un progetto o in una canzone; è quello succede sempre, altrimenti non accetterei il lavoro.

foto di Alberto Terrile l’avvento dell’11 Settembre ci rovinò la festa. Il successo di questi video è una delle cose più gioiose che abbia mai provato in ambito professionale. Non voglio indagare in cose che magari riguardano più i Meganoidi che te, ma ti chiedo ugualmente se a tuo parere un gruppo della stessa notorietà oggi possa permettersi di entrare in contatto con te e ottenere un simile risultato. Penso che la mia videografia parli da

sola; da sempre alterno i miei video con gruppi sconosciuti e, a volte, senza neppure etichetta. L’ultimo video che ho girato, ad esempio, è per una band di Sassari che si chiama Primochef del Cosmo. Adesso sto partendo per l’Europa a fare un video per un cantautore di Prato, Nicola Pecci, che mi ha contattato attraverso MySpace. Per quanto mi riguarda potrebbero avere un ottimo successo, ma tutto dipende da quanto il video viene trasmesso in tv! Quasi mai c’entra la qualità del pezzo e del clip.

Un altro gruppo con cui mi pare ci sia un’ottima intesa sono i Numero6. Come sono andate le riprese del video di Verso Casa? Ho letto sul loro MySpace che vi siete divertiti così tanto a girare insieme quel video da invitare chiunque volesse realizzare video low-budget come quello a contattarvi. Come avete ragionato una proposta del genere? E’ un’idea in mano unicamente a loro o partecipi anche tu? Sono amico dei Numero 6, “Verso Casa” era il loro terzo singolo e avevano trovato i fondi per girare un altro video in pellicola; avevano preparato tutto loro, ma i soldi rimasti erano così pochi che non avevano il coraggio di chiamarmi a fare la regia. Alla fine mi hanno assunto come cameraman, così per una volta sono arrivato sul set rilassatissimo senza l’ansia del tempo tipica del regista. Poi siccome quello che stava venendo fuori mi piaceva molto, mi sono messo al montaggio e ho chiesto loro di firmare la regia a tre... I Meganoidi non sono in giro da ieri, e 19 CMPST #1[05.2007]


Export tantomeno i Numero6 considerato il passato di Michele come Laghisecchi. Questo mi fa pensare che tu fossi molto dentro la scena musicale genovese dieci anni fa, ma mi chiedo quanto tempo tu riesca a dedicare oggi come oggi a quelle che sono le realtà cittadine più giovani, considerato che il tuo curriculum dice di una persona sempre più impegnata. In realtà non sono così impegnato come sembra; ho tempo di andare ai concerti e godermi la musica dal vivo... Oltrechè di andare al cinema e frequentare gli amici! Ci sono molti gruppi che mi piacciono tra Genova e La Spezia, sono molto più informato ora di qualche anno fa, quando non sapevo chi fossero i Meganoidi e i Laghisecchi! C’è un comune denominatore tra tutti i tuoi video: si tratta in tutti i casi di canzoni, pop o rock che siano. E’ un riflesso dei tuoi gusti personali, o un’etica che in qualche modo ormai identifica il tuo lavoro come regista? Oppure ancora si tratta di una scelta dettata dalle esigenze dei canali in cui normalmente i tuoi video vengono trasmessi, per i quali certi generi strumentali o – diciamo - più “difficili” non funzionerebbero? Lavorando da sempre in pellicola, i budget dei miei video non scendono mai sotto una certa soglia, per questo motivo si rivolgono a me solo musicisti che hanno brani che si addicono al videoclip. Non mi è mai capitato purtroppo un video su un pezzo 20 CMPST #1[05.2007]

foto sul set del video dei Baustelle totalmente strumentale, sono pochissimi i gruppi italiani che rischiano un video su pezzi senza cantato, al momento mi vengono in mente solo i Julie’s Haircut. Il resto non viene trasmesso probabilmente! Che ruolo hanno invece le istituzioni nel tuo lavoro? Buona parte dei tuoi video è girata a Genova: è facile lavorare in questa città? O ci sono trafile di permessi, ostacoli vari e quant’altro da superare? Come si pone il Comune in questo senso? Ricevi disponibilità o devi picchiarti ogni volta? Ed è sempre stato così oppure oggi è più facile visto che nel frattempo il tuo nome è cresciuto? Lavorare a Genova è sempre stato facilissimo, anche se alcune location ormai

sono diventate tabù, economicamente parlando, come L’Acquario. Inoltre con l’avvento della Film Commission di Genova le cose si sono ancor più semplificate. Non ho la percezione di quanto il mio nome sia recepito, d’altra parte me ne sto isolato a Lavagna! Posso solo chiudere, visto che ne abbiamo parlato prima, ricordando un set , sempre del 2001, in cui i vigili urbani ci avevano supportato in maniera encomiabile: il set era quello di “Supereroi contro la Municipale”! Più info su Lorenzo Vignolo su http://www.myspace.com/lorenzovignolo


Import “ARRIVANDO QUI HO SUBITO UN VERO E PROPRIO CHOC, PASSANDO DALLA MENTALITÀ MITTELEUROPEA AD UNA INCREDIBILMENTE DIVERSA.” Vanessa Van Basten Intervista con Morgan Bellini di Daniele Guasco

I VICOLI DI VANESSA Arrivare a Genova, creare un gruppo, metterci l’anima, far uscire prima un demo e poi un disco splendido, raccogliere risultati. Tutto ciò è possibile, e ce lo dimostra uno dei Vanessa Van Basten, Morgan Bellini, triestino, ma genovese per adozione; e proprio della città, del rapporto con la sua musica, dei pregi e dei difetti di una Genova sempre più attiva, parla, senza peli sulla lingua. Morgan, venendo da un’altra città, Trieste, ad abitare a Genova, si può dire che hai trovato qua una tua anima musicale capace di dare ottimi frutti. Quanto ha influito realmente la città Genova dal punto di vista dell’atmosfera, delle sue caratteristiche proprie sulla tua musica? Penso che la bellezza e l’unicità di Genova la rendono una città molto ‘forte’. Molti artisti dicono di essere influenzati dal suo ambiente, dalla sua storia, dal suo clima. Io non ho una particolare sensibilità per questi fattori. Invece il sociale, lo spirito della gente, lo stile di vita, quelli sì che mi hanno influenzato. Ormai sono ‘dei vostri’, tanto che quando torno dalle mie parti mi vengono rinfacciati tutti i difetti del genovese doc! La verità è che se da un lato ho assorbito qualcosina da voi, dall’altro, in concomitanza

col mio arrivo a Genova, è iniziata una fase della mia vita molto difficile. Niente a che fare con Genova in sè, che in tutto questo mi ha solo donato una maggiore capacità di ‘dosare’ i miei sentimenti. La sensazione che ho è che nel nordest ci si abbandoni maggiormente all’affetto, alla comunione tra persone. Ma forse i triestini sono solo dei grandi egoisti... A Trieste ci si dà tanto, ma si pretende. E i genovesi mi hanno insegnato che dire ‘ti voglio bene’ ad un amico che conosci da un mese può significare che forse, dentro, devi fare un po’ di ordine. Potrà sembrare che stia divagando con tutti questi paragoni, ma l’influenza che Genova ha avuto sulla mia musica è circoscrivibile solo alle questioni di rapporti sociali e affetti, e arrivando qui ho subito un vero e proprio choc, passando dalla mentalità mitteleuro-

pea ad una incredibilmente diversa, distando le due città solo 500 chilometri... A Genova ha preso forma il progetto Vanessa Van Basten; quanto il panorama musicale genovese ha influenzato questa realtà? Come pensi che sarebbero state le canzoni dei Vanessa Van Basten se concepite a Trieste? Difficile a dirsi... a Trieste avevo un progetto di matrice dark\industrial, in cui già si sentivano un po’ i Vanessa. Ho avuto, a 17 anni, anche un gruppo che mescolava Godflesh, Meathead e Nirvana. C’è molta continuità tra il mio ‘prima’ e il mio ‘dopo’. Ma certamente sono stato molto influenzato da alcune band genovesi vicine a livello personale. Anzi, mi sento di specificare nel dettaglio quali sono queste realtà genovesi tanto importanti per me: Argento e i suoi Spite Extreme Wing sono stati per me un esempio di serietà, impegno e onestà musicale. I White Ash mi hanno insegnato cosa vuol dire suonare ‘pesante’ senza scomodare il metallo e il doppio pedale. E i Cut 21 CMPST #1[05.2007]


Import of Mica sono tuttora un faro per tutta la città... vedendoli in sala prove e dal vivo sorge spontaneo il desiderio di migliorare la propria dinamica, la propria precisione, senza dimenticare l’espressività che poi è la cosa fondamentale. E’ una vera fortuna essere a contatto con realtà di questo livello. E poi c’è il sottobosco metal... non so se nel resto d’Italia la situazione sia simile, ma il livello tecnico (specie dei batteristi) qui è spaventoso. Ecco, alcuni già sanno che noi dal vivo non siamo propriamente delle ‘belve’, ma se avessimo avuto base a Trieste saremmo stati certamente più scarsi. E meno motivati: Genova non è distante da Milano e Torino, e quindi l’influenza a livello attitudinale e l’intraprendenza tipica delle grandi città si fanno sentire molto di più rispetto ad una città come la mia, davvero unica nel suo isolamento geografico, stretta tra il deserto del Friuli e una ex-Jugoslavia che purtroppo è ancora tabù per molti di noi. Anche tu vedi quindi l’instaurarsi di una comunità genovese. io trovo che ci sia un legame molto forte tra la maggior parte (non tutti purtroppo) dei musicisti genovesi, e che questo sia un punto di forza per quanto riguarda la città e l’evoluzione dei suoi artisti. Allo stesso tempo però manca ancora un interesse diffuso veramente, un attaccamento da parte dei non-musicisti, sia che si tratti di pubblico sia che si tratti di istituzioni.

“FORSE TUTTO QUESTO È NORMALE E SONO IO A PRETENDERE TROPPO DAGLI ALTRI.”

22 CMPST #1[05.2007]

foto di Simone Lezzi Cosa ne pensi? Beh, una comunità musicale a Genova c’è. Ma sinceramente non saprei dirti se questo è normale (nel senso che accade ovunque) o se il legame tra musicisti a Genova è più forte che in altri luoghi... A dire il vero propenderei per la prima ipotesi. Da quello che ho visto in questi 5-6 anni ci sono gruppi di amici che comprendono al mas-

simo 2 o 3 band, come è giusto e normale che sia. In generale ho la sensazione che questa comunità si frequenti molto poco la sera. Io spesso sono un po’ invadente e se chiedo a qualcuno di uscire per una birra o per una jam, nel 99% dei casi mi viene negato. Ok, sono un ‘antipatico’, ma non mi pare che tra gli altri vada molto meglio. Sembra che l’amicizia tra colleghi qua si limiti alla


Import “GENOVA È GRANDE, MA NON ANCORA ABBASTANZA DA CREARE MASSE IN UN CONTESTO ALTERNATIVO.” sigaretta in sala prove nei cambi... Ripeto, forse tutto questo è normale e sono io a pretendere troppo dagli altri. In compenso è impressionante il numero di gruppi postrock in città: si potrebbe veramente parlare di postrock made in Genoa, anche perchè c’è interesse reciproco tra alcune band. Ogni tanto i Dresda vengono a trovarci in saletta, e mi fa un piacere enorme, perchè si parla molto, si fa ‘estetica’ musicale, ci si confronta. E’ così che nasce una scena, no? Si potrebbe fare una compilation! Il punto di forza di Genova, al di là della ‘scena’ o meno è l’altissimo livello di alcuni, che fanno da esempio e modello stimolando le giovani leve a crescere in fretta. E poi la grande offerta quotidiana dei locali. Per quanto riguarda il pubblico, mi trovo d’accordo con te, ma forse questo accade proprio perchè a Genova c’è un numero di musicisti e addetti impressionante, forse superiore a quello degli ascoltatori ‘passivi’. Genova è grande, ma non ancora abbastanza da creare masse in un contesto alternativo. Quindi secondo te, seppur molto frammentaria una sorta di comunità dei musicisti genovesi esiste, anche se coi suoi enormi difetti. Quale potrebbe essere quindi la ricetta per arrivare a una maggior coesione e anche collaborazione tra i gruppi genovesi? Bisognerebbe individuare le cause di questa mancata coesione. Nel DNA geno-

vese c’è un po’ di diffidenza, e questo è già un fattore rilevante. Mi è stato detto da un amico che negli States molte band vanno a convivere nei loft, dove dormono, mangiano e suonano insieme. Difficile da immaginare a Genova. Ma io credo che ormai il problema sia generalizzato nel Paese. Con gli stipendi e i contratti da fame, le raccomandazioni, la corruzione ecc. non si può essere felici. Il rock è sempre partito dal basso. E il divertimento, difficilmente raggiungibile con mutui sulla schiena, è l’anticamera dello stare bene insieme, e della creatività. Per il resto mi pare che Genova, con le sue associazioni e i numerosi locali, offra molto di più di quanto la sua gente chieda. Dal punto di vista delle iniziative non si può migliorare nulla. Oddio, forse mancano le proposte di livello medio, nel senso che abbiamo l’underground tutto l’anno e qualche evento grosso d’estate e basta. Ma va benissimo così, io credo. Tra l’altro il Logo Loco ultimamente sta colmando questa piccola lacuna. Per cambiare la mentalità, forse bisognerebbe far girare più denaro. E non perchè il musicista vuol solo guadagnare dei soldi, ma perchè la situazione attuale è frustrante e ingiusta, e fa permanere in un limbo hobbistico anche musicisti seri con tante cose da dire. Facci caso, i musicisti affermati collaborano di più. Hai evidenziato il fattore “locali” genovese. Proprio in questi giorni si fa un gran parlare dei problemi di un luogo storico dei vicoli genovesi a cui sei legato: La Madeleine

Cafe. Da quello che ho capito gli abitanti di Via Della Maddalena stanno cercando, con pretesti che da fruitore del locale trovo semplicemente ridicoli, di far chiudere il locale. Puoi spiegarci meglio cosa diavolo sta succedendo e dirci cosa pensi al riguardo? Purtroppo ci sono già riusciti: è di oggi la notizia che La Madeleine è stato sequestrato dalla polizia per ‘disturbo della quiete pubblica’. Ridicolo... sì, è la parola giusta. Anche se ho lavorato nel locale per più di due anni, non sono informatissimo su quest’ultimo risvolto. Ma è stato un calvario, quello lo so, Fabio mi ha detto di avere molte persone contro, di aver subito persecuzioni e multe. D’altronde nelle città ‘anziane’ funziona così. La cosa impressionante è che al locale viene rinfacciato di ‘portare degrado’... ma per piacere... sono forse i giovani genovesi a portare degrado nella zona? Questi ‘residenti’ dovrebbero ringraziare che esistono posti dove i loro figli possono socializzare ed esprimersi. E poi io mi sentirei più al sicuro con un locale aperto sotto casa, considerando la zona. Ho saputo la notizia poco prima della tua risposta, e ho assistito a tutti quelli che stanno già piangendo il morto, così come a quelli che giudicando il pretesto utilizzato per mettere quei sigilli ridicolo sperano, anzi contano in una prossima riapertura (e mi metto tra questi secondi). Ciò non toglie che anche un solo mese senza Madeleine sarà una grave perdita per la musica genovese. A parte i ragazzi del locale o le persone 23 CMPST #1[05.2007]


Import maggiormente legate ad esso, secondo te i singoli musicisti, e anche i singoli cittadini genovesi cosa dovrebbero fare per aiutare realmente la Madeleine a riaprire? Considerandlo la situazione nella sua complessità, trovo che tu sia ottimista. E’ già successo in passato che un locale dovesse chiudere nel centro storico, e a nulla sono valse proteste e manifestazioni. Stavolta però è ancora più grave, perchè ci troviamo evidentemente davanti a persone molto determinate e influenti. Influenti perchè sono riuscite a far chiudere un posto importante per la musica a Genova contro l’opinione diffusa del resto del vicinato, che invece supporta La Madeleine in quanto isola nel mare della criminalità e del degrado di tutta la zona. Ai gestori è proibita persino la somministrazione di bevande, e quindi la possibilità di mantenersi. Chiedo pertanto a tutti i musicisti, clienti, visitatori del locale di farsi sentire mandando una lettera alle autorità competenti. In molti lo stanno già facendo, anche spontaneamente. E soprattutto a partecipare al concerto a favore della Madeleine che si terrà probabilmente al Teatro Carignano nei prossimi giorni. Lasciamo per finire Genova da parte, vorrei fare con te due parole su “La Stanza di Swedenborg”. Lo trovo un disco sorprendente, capace di crescere ad ogni ascolto, potente e docile allo stesso tempo. Cosa puoi raccontarci della sua composizione? Quali risultati pensi di avere già raggiunto con questo album? Quali speri che raggiunga 24 CMPST #1[05.2007]

foto di Simone Pesce ancora? La composizione dello ‘Swedenborg’ è stata dura. Noi amiamo molto il vecchio demo, e volevamo che questo disco, pur contenendo materiale misto di vari periodi, fosse almeno all’altezza dell’esordio. Con questo album penso personalmente di aver solo dato la possibilità ad alcune emozioni di incarnarsi. Non credo di aver fatto chissà cosa con questo lavoro, anche se in effetti sono d’accordo sul fatto che è ben strutturato e discretamente longevo. Dal punto di vista del risultato ‘commerciale’ ottenuto, forse la cosa più bella è stata l’accoglienza entusiastica dei distributori USA specializzati. La Robotic Empire, il cui nome mi fa venire i brividi se penso che sta per stampare il prossimo Ep dei Jesu, dice che il nostro unico problema è... non essere nati lì. Siamo anche contenti di poter uscire in vinile da quelle parti... Vinile colorato per giunta! E’

sempre stato un mio piccolo sogno. L’unico neo riguarda le vendite: non sono informatissimo, ma mi sa che le label coinvolte non hanno ancora esaurito le 1000 copie complessive della tiratura. Ma questo riguarda anche la crisi del supporto fisico, perchè la promozione è stata ottima, soprattutto considerando la mancanza dei concerti e di un booking, che cercheremo prossimamente se riterremo la dimensione live fondamentale per noi. Il prossimo anno, comunque, contiamo di consegnare un nuovo album, molto più maturo e compatto dei precedenti, e di consolidare la nostra presenza negli States, estremamente recettivi nei confronti di queste sonorità. Più info sui Vanessa Van Basten su http://www.myspace. com/vanessavanbasten


Smesciarsi “Abbiamo lo spazio e la voglia di organizzare un festival in un posto bello come considero il mio paese: facciamolo.“ Adele Intervista con Marco Rahimpour e Alessandro Granara di Cesare Pezzoni

RU R AL I N D I E BAN D Una chiacchierata con gli Adele, parlando del festival che organizzano ormai da tempo a fine estate, Rural Indie Camp, è una ottima occasione per confrontarsi con una band che ha costruito la sua credibilità su una politica del “fare” molto semplice e insieme efficace. E mentre il loro festival giungerà quest’anno alla terza edizione, loro hanno appena finito di registrare un piccolo EP, con cui sperano di portare fuori dal Genovesato la loro musica, fatta di suggestioni post rock, con un cantato in italiano che li dirotta leggermente verso una reinterpretazione dell’alternative nostrano. Allora: parafrasando il nome del vostro festival, quanto conta, in quello che fate e in come lo fate, essere “rurali”? Marco: Essere rurali è un approccio nei confronti di svariati ambiti della musica: in parte per noi è “obbligato” in quanto siamo cresciuti musicalmente in Valle Scrivia e non possiamo che portarne i segni. In parte però è un modo di fare che noi cerchiamo di evidenziare, sia per valorizzarci sia perchè lo apprezziamo. Alessandro: Me ne sto, comunque abbiamo fatto un percorso molto simile a molti altri gruppi del centro, e poi, con Marco abitante del centro ed io che ci ho sempre lavorato, abbiamo avuto sempre un piede a Genova. M: Si diciamo che il lato rurale non è centrale:

ha un peso ma non determinante, almeno per noi. A: Sicuramente la musica che si suona in Valle Scrivia è diversa, questo si… O meglio a Genova c’è più possibilità di sentire musica buona. M: Buona nel senso che non ti fa lo sgambetto! Mettiamola in questi termini, allora, quanto è stato importante il “Rural Indie Camp” per collegare ed inserire il vostro progetto nel contesto cittadino? M: L’idea, più che altro, era portare qualcosa di quello che avevamo visto e sentito “giù” a Genova dalle nostre parti. Non c’è mai stata presunzione di cercare di cambiare un modo di pensare la musica, cover band per la maggior

parte, radicata in tantissimi anni “su”. A: Penso che a livello personale abbia stabilizzato il nostro progetto, ma era già avviato. M: A livello personale abbiamo perseguito un discorso già iniziato ma ancora agli inizi, soprattutto a livello di socializzazione. A: Si sono d’accordo, a livello di socializzazione e amicizie è stato un’impennata. Allora spiegatemi come vi è venuta in mente l’idea di fare un festival, e come praticamente lo avete fatto. A: L’idea sinteticamente è: abbiamo lo spazio e la voglia di organizzare un festival in un posto bello come considero il mio paese, facciamolo. Questa è l’idea natale, niente di più semplice. Poi proponendolo a Mat e Disorderdrama, e quindi facendoci aiutare da loro, lo abbiamo fatto. M: Si ma vai anche sul casereccio: vogliamo meno sintesi, e più aneddoti imbarazzanti… Tipo su te e Robbi che dormite con la strumentazione il giorno prima! (risate) Durante la prima edizione era arrivata tutta la roba del service il giorno prima e noi, anzi loro (Ale e Robbi) hanno dormito su due brandine rotte nella sala, per paura che qualcuno si introducesse, con un po’ di agitazione per il giorno 25 CMPST #1[05.2007]


Smesciarsi

foto di Matteo Casari dopo più che per la strumentazione in sé… Magari per voi è stato davvero un ragionamento semplice, ma non sono poi moltissime le band che un giorno si mettono lì e organizzano qualcosa senza che gli entri niente in tasca. Credo sia interessante capire perchè lo avete fatto, e come dall’idea siete passati ai fatti A: Innanzi tutto che non entra nulla non è vero: intanto abbiamo sempre suonato anche noi ed in un contesto pressoché scelto e poi la notorietà non fa schifo a nessuno, e noi ne abbiamo avuta, seppur nei limiti della situazione. M: Siamo più famosi di Adolf Hitler A: Ma la soddisfazione di fare una cosa bella che piace anche a chi di musica, e anche un po’ strana, non ne capisce, appaga… No? E in pratica… Come si fa? A: Per l’esecuzione abbiamo messo insieme un po’ di cose: San Bartolomeo di Valle Calda ha una chiesa con molti spazi attorno, quindi ci 26 CMPST #1[05.2007]

sono campi sortivi e saloni parrocchiali da poter utilizzare. La chiesa l’ho sempre frequentata sin da piccolo e quindi ho le maniglie e gli agganci, in più ora c’è un associazione (che è l’ANSPI un po’ tipo ACLI) vogliosissima di mostrarsi utile. Poi bisogna dire che ho pubblicizzato l’evento come cosa eticamente molto elevata ai collaboratori e aggiungere tutte le cose pratiche, imparate nel farle: SIAE, birre, panini, gruppi da chiamare, impianti. M: Secondo me non è poi un così grande sforzo, se uno vuole lo fa senza rischio di morire. Quali sono le “cose da fare” per organizzare un festival? A: Allora: la primissima, senza la quale avremmo avuto molte più difficoltà, è agganciarsi ad associazioni non-profit e/o alla chiesa. M: Poi metterci dei soldi per il service, cioè l’impianto e il fonico, e per i rimborsi spese. Senza sapere se torneranno tutti. A: Parlando del 2006: 150+300+150 = 600, fai 700 euro. Bisogna anche dire che il secondo anno, memori del primo siamo partiti con degli sponsor. M: Gli sponsor aiutano. Ok, 1) Associazioni, 2) Cacciare i soldi, 3) Sponsor. La 4)? Permessi? A: I permessi sono semplici: comune di Savignone e non c’è problema. M: 5) Chiamare gente che si conosce almeno per vie traverse perchè non ci si può permettere ai nostri livelli di avere brutte sorprese da gente particolare. Siamo a 5, volendo il compito è esaurito a meno che non vogliate dire qualcosa sulla SIAE M: Che intervista approssimativa. A: La SIAE è già più noiosa, ma con gruppi non registrati possono combinare poco; e c’è anche da dire che sono i soci mandatari di Bu-

salla che regolano, non Genova, e, quindi, molto meno burocrati. Addirittura mi chiamano per ridarmi i soldi, cosa che, in generale, un ufficio pubblico non farebbe mai. Probabilmente questo ha avuto un peso anche sull’accoglienza avuta in comune, nel grande comune di Genova dubito (anzi so per certo) che sia così semplice. La ruralità aiuta! M: Si ma non sempre. Per esempio alcuni ci odiano perchè abbiamo i pantaloni troppo poco stretti, ma a noi servono per zappare le rape. Però mi sembra che il clima da comunità in senso tradizionale sia parte del gioco A: Esattamente. Ecco, cosa importantissima per il secondo anno è stata la birra alla spina. Veramente fondamentale. Abbiamo spillato, mi pare, 400 birre? Giusto? Siamo andati dalla Fabbrica della Birra di Busalla e ci siamo fatti dare una spillatrice da sagra e quattro fusti di birra che abbiamo spillato fino in fondo. Con quella birra, solo con quella, abbiamo fatto i 700 euro di prima. Il bar ha fatto il resto. L’errore è stato avere solo 100 panini per la salsiccia. M: Peraltro il bar non era altro che un bancone con dietro un paio di frighi scabecci. Tutti sottovalutano l’importanza degli alcolici nel rock’n roll, anche fuori dal fegato delle rockstar, è una fonte di sussistenza primaria per certi eventi! Sia per il pubblico che per gli organizzatori! A: Esatto! Probabilmente anche Metrodora lo sa! Ed effettivamente mi sono basato su di loro. M: Molta gente viene per la festa.

Per esempio alcuni ci odiano perchè abbiamo i pantaloni troppo poco stretti, ma a noi servono per zappare le rape.


Smesciarsi Nel mio piccolo posso dire che provo un senso di appartenenza, non necessariamente legata al genere. A: Si, c’è anche da dire questo. Il 30 settembre è la fine dell’estate, per tanti c’era un concerto e per tanti altri una festa con birra alla spina. Emerge un certo senso di comunità dal vostro racconto, e, mi chiedevo, se sia lo stesso in cui concepite l’idea di scena, e, se è così, come sia il riscontro con la realtà delle cose? M: Come ripeto spesso noi non siamo ideologi; c’è gente che conosce questi argomenti (parlo del concetto di scena) molto più di noi. Nel mio piccolo posso dire che provo un senso di appartenenza, non necessariamente legata al genere. Infatti noi ci riteniamo parte del giro indie genovese, anche se non rientriamo del tutto nei canoni del genere. Comunque, tutto è basato su amicizie e ciò è dimostrato dal fatto che non tutti i gruppi legano allo stesso modo con gli altri: c’è solidarietà con tutti ma non necessariamente amicizia in senso stretto; ci sono molti legami di solidarietà e altri di amicizia. Siete soddisfatti della scena e del vostro ruolo in essa? Non saprei dire di preciso che ruolo abbiamo nella scena. Direi che gli altri si comportino con noi in maniera assolutamente positiva, sia a livello personale che a livello tecnico. Forse l’unica cosa che ci manca è un legame con gruppi affini dal punto di vista della proposta musicale. Il cantare in italiano e allo stesso tempo cercare di proporre un qualcosa di possibilmente diverso dall’alternative tradizionale italiano ci taglia fuori da alcune situazioni specifiche di genere. Ma allo stesso tempo tutti tengono aperte le porte generaliste. E ce ne sono davvero tante. Per dirne una, non credo che ci sia a Geno-

va un’etichetta adeguata al nostro livello (quindi piccola) che abbia interesse in quello che facciamo, indipendentemente dalla qualità della band che come tutto è discutibile. Forse altri gruppi più o meno dello stesso livello hanno più facilità ad essere presi in considerazione. E’ un diritto sacrosanto, ma allo stesso tempo è un dato di fatto. Il cantato in italiano, per una scena indie molto esterofila (e non lo dico in senso strettamente negativo), segna in effetti una qualche forma di solco. Certe cose vostre, che senza cantato sarebbero post rock, con il cantato vengono riportate al vecchio alternative. E’ una roba psicologica che scatta in chi ascolta, immagino. Tolto questo, cercando di andare oltre a questo, che musica suonano gli Adele? Il nostro approccio è eterogeneo in quanto in composizione ognuno di noi ha un atteggiamento diverso. Io studio di più, ragiono sulle strutture, ordino le cose. Altri hanno un approccio molto più istintivo. Quindi quello che viene fuori non viene mai né completamente ragionato né totalmente improvvisato. Non saprei dire bene quali sono i nostri punti di riferimento stilistici. Dimmelo tu! Personalmente vedo una propensione ai suoni organici che mi richiama certi Pixies, come suono. Le architetture a due chitarre invece conducono all’anima psichedelica dell’alternative forse, ma non sono nemmeno così distanti dalle trame post rock meno elettroniche. Penso sia una visione condivisibile: sono chiaramente emersi dei richiami tra i vari pezzi. Quello che noi cerchiamo di fare è sottolineare le caratteristiche che escono fuori naturalmente nei nostri brani: quando esce fuori un elemento che ci piace cerchiamo di approfondirlo nei pezzi successivi, in modo tale da creare una linea di continuità. Non c’è pretesa di fare roba

nuova, ma di cercare di esprimere personalità e sintesi. Non è facile, per questo dico sempre che siamo ancora lontani dal nostro obiettivo, però ci proviamo. So che avete appena finito di registrare del materiale nuovo, cosa avete intenzione di farne? in realtà non abbiamo le idee ancora chiare al 100%, di sicuro vogliamo avere dei feedback da molte direzioni. Proveremo a spedirlo a etichette e siti e vedere cosa ne viene fuori. Per concludere, torniamo un secondo all’argomento iniziale, state già pensando al prossimo Rural Indie Camp? No, nel senso che per come sono le cose ora si rifarà, ma inizieremo ad organizzarlo in estate. Idee per la line-up? Come scegliete i gruppi, in genere? Non abbiamo ancora nulla. Per come scegliamo dipende, facciamo insieme a Disorderdrama: noi proponiamo, loro propongono. Comunque i criteri sono il fatto che ci piacciano e il fatto che siano amici, non necessariamente entrambi. Altri progetti prossimamente? Vorremmo continuare sulla linea del Rural Indie Camp, organizzando qualche serata in un posto a Busalla. L’idea è quella di dare nuovi spazi e nuovo pubblico alla scena e contemporaneamente portare nuova musica alla “periferia” e alla “provincia”, come già detto in genere colonizzata dalle cover-band. Inizieremo con Cartavetro (…ah sì? NdCe) e Dresda a metà giugno. Faremo di tutto perché venga una bella cosa. Speriamo di contare sul supporto della scena. Più info sugli Adele su http://www.myspace.com/adelege 27 CMPST #1[05.2007]


Columns Indie Maphia For Dummies di Daniele Guasco Nel finale de “La Rivincita Dei Nerds” Anthony Edwards fa un lungo discorso su come i nerds siano uguali a tutti gli altri esseri umani, su come alla fine siano semplicemente persone che studiano di più, disprezzate per la loro intelligenza o per il loro aspetto fisico, ma umane e quindi identiche ai loro simili. Sono passati più di vent’anni da quel film, e le cose sono cambiate di parecchio. Oggi se sei nerd, magro, con gli occhiali spessi, un po’ sfigo, con le penne nel taschino, suoni motivetti orecchiabili possibilmente con una chitarra acustica, possibilmente stonando, vestito vintage con la roba di papà quand’era giovane, beh, facile che nell’ambiente psuedo-indie attuale diventi un ganzo da migliaia di amici su myspace. Il nerdismo del nuovo indie globalizzato è solo un punto però. Si è creato un nuovo pubblico che fin troppo spesso si limita a guardare e non ascolta: se distogliesse per cinque minuti lo sguardo dai vestiti e dall’aspetto dei musicisti si renderebbe conto che la maggior parte di questi gruppi li stanno prendendo amabilmente per il culo, tra un rimando agli anni ’80 e un ritornello scemo con tanto di coretti. Il problema vero e proprio è che a questo punto non si può parlare più di “musica indipendente”, siamo di fronte a una moda, e come tutte le mode anche questa diventa marketing, e così ci troviamo canali musicali dedicati a questo nuovo-psuedo-indie, major che comprano i diritti di etichette fatte in casa, gruppetti rock sulla scia degli Strokes e dei Franz Ferdinand alla radio, articoli sulle riviste allegate ai quotidiani se non sui quotidiani stessi… e in tutto questo la musica diventa contorno. E lo sapete qual è la cosa che mi fa girare troppo i coglioni? Che sono il primo con la giacca di velluto vecchia di vent’anni, le spillette e le magliette con scritte idiote, senza contare ovviamente che a me un bel po’ di dischi di indie-elettronica giocattolosa e simili piacciono e anche tanto. 28 CMPST #1[05.2007]

(You’ll) Never Drink Alone di Matteo Marsano Sui liguri se ne dicono tante, ma la caratterizzazione più comune rimane quella che li vorrebbe incapaci di parlare perfino di se stessi. Non è un caso che le “tante” provengano in genere da bocche partecipanti di corpi (e menti) che risiedono al di fuori dei confini regionali. Al ligure - al genovese, nella fattispecie – D.O.C. non interessa rispecchiare tale luogo comune; nemmeno, inevitabilmente, attraverso il proprio silenzio. Lui sta zitto e basta, perché sa che le parole si pagano a peso, e a dirne di leggère proprio non è capace. Anzi, paradossalmente, è proprio questa leggerezza che gli pesa più di tutto. Non ha timore di pagare per cose che valga la pena dire: la sua paura è semmai dire troppo di niente. E, nel dubbio, ciò di cui fa meccanicamente mostra è la sua (discutibile) inclinazione al tacere, a non esporsi - e di peggiorativo in peggiorativo, al “tenersi” per sé, al non condivere salvo che su esplicita richiesta il proprio punto di vista, spesso imbevuto di un leggero disfattismo che ci piace pensare costruttivo. Pudore misto alla ben nota diffidenza che ci caratterizza. Il genovese sarebbe insomma il contrario antropologico di un numero di Novella 2000. Non stupisce che gli stessi di tanto in tanto malsopportino la pervicacia del proprio self-control, spiando sottecchi la lestezza con cui lingue foreste producono le stesse facezie che tanta cura abbiamo di evitare, né che questa aperta disinibizione ci provochi talvolta una certa invidia. Potremmo non essere disposti a condividere le emozioni perché ne riconosciamo il valore, oppure per paura di esserne troppo coinvolti. Quale che sia la risposta, questo non ci impedisce di provare a scioglierci con un buon Negroni: avvicinarci cautamente, studiare l’altro, capire chi abbiamo davanti. E magari rispecchiarci in lui completamente, o forse più spesso prendere il buono e passar sopra a ciò che non ci piace con un sorriso a denti stretti e un mugugno fatalista. Sui liguri se ne dicono tante, ma una è che, in mezzo alle tante lezioni di calore

che potremmo dover prendere da altra gente, tutto sommato non siamo persone superficiali, né ipocrite. This Ain’t No BBQ di Anna Positano Già, sono una (ovo-lacto) vegetariana rompiscatole che non dà da mangiare carne (e pesce) ai suoi ospiti. Non mi metterò mai più a rispondere a frasi noiose tipo: “ma il pesce però lo mangi, vero?”, “guarda che devi mangiare tutto, altrimenti hai degli scompensi”, “d’accordo, un animale soffre quando lo uccidono, ma allora anche la mela soffre quando la raccolgono” (si, giuro che mi è stato detto!), “va be’, ce n’è poca, la scarti”, “non è carne, è pancetta!”(si, anche questo mi è stato detto...). Casi limite a parte, l’unico modo per farsi “accettare” (gastronomicamente parlando) dai carnivori radicali è preparare loro cose buone. In parte penso di esserci riuscita. Come prima ricetta ho voluto mettere questo dolce vegano (cioè senza alcun derivato animale) il cui nome ricorderà qualcosa a qualcuno... Il 29 ottobre 2005 arrivarono a Genova gli Evens, in cui suona un omino vegano di nome Ian Mackaye; in quell’occasione dovevo cucinare per il gruppo, però non avevo ancora bene in testa come si preparasse una cena vegan. Soprattutto il dolce. Panico, panico! Cavolo, stai cucinando per Ian Mackaye! Non puoi far cazzate! Poco tempo per pensare! Setacciare la cucina, scovare un bel po’ di mele, agire in fretta. Per fortuna la cucina di casa mia è piena di maledette spezie, che mio padre utilizza in modo indiscriminato con risultati imbarazzanti; ci sono anche molti barattoli di sciroppi di frutta e marmellate fatte da un amico dei miei, un incredibile sessantenne alcolista, che coltiva marijuana nel giardino ed è campione dell’auditel. Bene, bene. Alla fine per 4 persone riuscii a recuperare: 4 mele gialle un limone


Columns zucchero di canna cannella chiodi di garofano sciroppo di ribes dell’amico dei miei (se non l’avete, come probabile, recuperatene uno da una vecchia zia o fatelo in casa, o scendete al supermercato; non è fondamentale che sia di ribes, ma sceglietelo un po’ acidulo! altrimenti va bene un po’ di marmellata, ma non è la stessa cosa) La parte più noiosa è sbucciare le mele dopo averle tagliate a metà, tentando di non distruggerle e di non affettarsi le dita; nel frattempo bisogna scaldare il forno a 8 (non so la temperatura, ma le tacche arrivano a 10). Pucciate le mele in acqua e limone, sistemarle a culo in su in una teglia con carta da forno. Spolverare con un po’ di zucchero di canna, metterle in forno finché non diventarono morbide (non spiaccicate!), circa 15-20 min. Dito ustionato! Aspetta che si raffreddino un po’! A questo punto l’idea è quella di sistemarle in 4 piatti cercando di non romperle. Punto fondamentale: spolverare di cannella e mettere a fianco qualche chiodo di garofano e lo sciroppo di ribes. Beh, ora si possono mangiare. Non so se fosse per l’occasione in cui le cucinai, però ebbero gran successo (si, sono approvate da Ian Mackaye, Amy e Geoff Farina) e continuano a piacere a parenti e amici. Saranno le mele, sarà lo sciroppo dell’amico dei miei...boh. Fatto sta che la cosa più importante, quando si cucina, è pensare alle persone che mangeranno con te, e farlo con amore. Si, ok, sembra la solita pippa sentimentale, però è vero! Meglio una pasta al pomodoro cucinata con amore che un soufflé di ali di canarino su cui il cameriere ha sputato! Non Sono Un Poeta di El Pelandro Non sono un poeta. Quindi quando mi è stato suggerito il tema di questo numero zero,

“la strada”, l’unica cosa che mi è balenata per la mente è stata la mia compagna di scuola Immacolata Strada, all’epoca conosciuta da noi tutti, per l’appunto, come “la Strada”, per via del caratteristico cognome. Ragazza gentile, un poco impacciata e con un elaborato, vistosissimo apparecchio per i denti (battezzato all’epoca “il rasoio” a causa della sua peculiare affilatezza), “la Strada”, godette del suo momento di celebrità adolescenziale nel periodo successivo alla gita presso le Cascate delle Marmore. Nell’ambito di quei tre giorni spensierati ella entrò in intima confidenza con il popolare Enzo, compagno sportivo e ben pettinato, noto già all’ epoca per una malcelata passione verso la pratica della fellatio. Ricordo con nostalgica giovialità quei tre giorni alle Marmore. Meno nostalgico e gioviale, pare ricordarli Enzo. Valide Alternative al Bricolage Culturale - DIYC 2.0 risponde il Dott. Cesare Cartavetro Nome di merda Dotto’, leggo Compost fin dal primo numero e delle tante cose che mi hanno stupito ce n’è una che proprio non mi fa stare tranquillo: come mai la tua rubrica ha un nome tanto di merda? Paolo (23, scorpione) da Ascea Marittima. Nemmeno si inizia che arrivano i guastatori di feste. Beh, il nome è dovuto a una blog che ho gestito fino al 2005, do it yourself conspiracy. Si trattava di un blog musicale nato con l’idea di essere il territorio per mettere in contatto persone

e smuovere questioni che potessero svegliare le coscienze delle band indipendenti, indipendentemente dal livello di amicizia o di vicinanza del loro genere con i miei gusti musicali. Con il tempo, resomi conto che la partecipazione non animava lo spazio ma che ero più che altro io a parlarmi addosso, il progetto si è esaurito. Ma nello spirito c’era una tale affinità con questo nuovo e più ambizioso progetto di Compost, che la redazione mi ha chiesto di rispolverare il mio armamentario e con esso il nome, rivisitato di quel poco, del blog. Net Label Caro dottor Cesare Cartavetro, negli ultimi numeri hai parlato spesso di Net Label, ma cosa è una Net Label? Cesare (24, vergine) da Molassana Caro Cesare, mi rammarico del fatto che tu non legga Compost fin dal primissimo numero, o per lo meno che non lo esclami con entusiasmo. Passi per questa volta vista la penuria di domande giunte in redazione, ma sappi che è l’ultima volta che permetto un obbrobrio del genere. Le Net label sono in genere etichette indipendenti che permettono di scaricare la loro musica direttamente dai loro siti. Fanno selezione e produzione come qualsiasi etichetta indipendente, ma poi la lasciano lì, nell’intento di fargli avere la maggiore diffusione possibile. Genericamente a questo si accompagna un certo taglio politico riguardante la concezione di diritto d’autore, che varia secondo diversi modelli e con diversi fini. Alcune Net Label non hanno guadagni e basta, altre puntano ad acquisire una reputazione che spinga i loro musicisti a essere richiesti come performers, altre hanno alle spalle una associazione culturale e quindi partecipano del processo di finanziamento del volontariato da parte di enti pubblici, alcune incassano dal merchandise, alcune hanno agenzie di booking interne. Il settore è diversificato ma c’è una concezione di fondo, erede del concetto di CD-R label, che permette 29 CMPST #1[05.2007]


Columns di accomunarle tutte. In origine, quindi furono le CD-R label. La diffusione del masterizzatore provocò l’esplosione della musica da cameretta e con essa dell’etichetta da cameretta. Welcome in the bedroom generation. Fuori dai canali normali, fuori dai circuiti, fuori dai negozi, fuori dalle radio, dentro i concerti e dentro le distro ecco emergere dei dischi domestici che ambiscono ad avere dignità di Disco, con la D maiuscola. E a volte ci riescono. Le difficoltà che nascono da questo fenomeno sono sommariamente di due tipi: prima di tutto c’è chi continua a vedere le cd-r label come delle finte etichette adatte solo a promuovere cose che hanno a malapena la dignità di demos, è un problema che infesta soprattutto la stampa e soprattutto quella nazionale. Ma non crediate che sia colpa dei giornalisti. Ci sono molti musicisti a cui lo stesso concetto di CD-R label sta in realtà parecchio stretto, avendo voglia di rimanere poveri e indipendenti il meno possibile. Voi con che squadra state? Chiedetevelo perché è rilevante. La seconda difficoltà che il modello CD-R label riscontra è legato al suo confino in ambiti prettamente underground che la costringe fuori dal mainstream (e questo va bene) ma anche fuori da forme di visibilità istituzionali che permettano di partecipare a progetti, di aderire ad eventi pubblici, a mostrare i frutti del proprio lavoro agli enti. Il sano anarchismo che spinge a masterizzare dischi e sbattersene di tutto, costringe a una perenne politica del “vivi nascosto”, che crea qualche problema. Presa questa consapevolezza ecco che arriva il web e la sua illusione di essere il luogo in cui succhiare conoscenza direttamente dal capezzolo di Atena. Le Net label sono il figlio più legittimo dell’arrivo delle CD-R label sul web. Punta a forme nuove di visibilità, di distribuzione e di diffusione. Il cancellarsi del supporto elimina la necessità del punto vendita e del costo di stampa, una nuova e battagliera visione del diritto d’autore e della libera circolazione delle idee spinge le etichette a caricarsi politicamente pretendendo nuovi diritti e offrendo nuove garanzie. Legalmente, le label 30 CMPST #1[05.2007]

vengono allo scoperto. Quello che le CD-R label avevano potuto fare nascosti dalla luce del sole utilizzanto le aree libere dall’intervento dello stato (per fortuna molte), le Net Label, utilizzando le loro declinazioni di diritto d’autore, possono sbandierarlo ai quattro venti, affrontando la Siae a viso aperto e creando un mercato parallelo, finalmente non sotterraneo. Siamo giunti alla conclusione di questo vostro spazio per le domande. Aspetto domande sempre più interessanti da voi che leggete sempre Compost. Grazie e con affetto, arrivederci. A Steady Diet Of Mat di Matteo Casari Mi sento già libero. Libero dalle pressioni dell’editoriale e dalle linee di riferimento dei programmi di disegno automatico, dai buonismi da editto bulgaro e dal dover per forza onorare il personaggio. La mia stretta dieta di bile e nervosismo si è sedata recentemente grazie al taglio della caffeina. Ma ci sono ancora cose che mi mandano in apnea e mi bloccano il flusso del sangue al cervello. C’è grande confusione nella blogosfera. Oggi come oggi, grazie a myspace.com, ci troviamo con una marea di gruppi, tutti bravi, tutti pieni di amici, tutti con un sacco di tempo a disposizione. Ora, lasciando perdere le discussioni antiMurdoch accampate anche dagli ormai quasi nostrani Enfance Rouge, questa nuova democrazia orizzontale nella comunicazione dei progetti musicali può realmente dare una marcia in più alla causa? Secondo me no. E se questo bastasse a bruciare calorie sarei in forma come un Saronni che pedala in cima ai monti. Non dico tanto, ma un amico che ci acchiappi un minimo di grafica e web, uno che armeggi con luci e macchine fotografiche, il costo di tirar su un sito minimo di un gruppo direi che è alla portata di tutti. Perché, allora, accontentarsi soltanto di pimpare quel cavolo di spazio? Non sono certo uno di quelli che l’immagine del gruppo è tutto.

Ma se giochiamo tutti perché non approfittare e mettersi in gioco fino in fondo? Fatevi un sito, leggete la mail, scrivete, confrontatevi, curate ANCHE il vostrospazio. Ma non fermatevi appena al primo passo del web 2.0! Screamazenica di Simone Madrau “Take a look at my girlfriend, she’s the only one I got barabaraba” [Hermitage a cappella, Porto Antico - bè dovranno cantare qualcosa pure loro visto che sul palco non possono] “Dopo la chiusura della Madeleine è stato deciso che anche qui al Banano non è possibile suonare oltre le 11 di sera. Dovete capire: suonare fa rumore, farsi le pere invece è silenzioso - quindi..” [Paolo degli Hermitage dal palco del Banano Tsunami, Porto Antico] “Avete vinto... i Dresda!” [Marco dei Dresda al NotaBene [Rapallo] mentre i ragazzi attaccano il loro tavolo al nostro] “Ormai lo padroneggio” [Dal palco del NotaBene Marcella Garuzzo ironizza sull’accordatore fornito da Ivan dei Dresda, evidentemente inadatto al sound della nostra.] “Complimenti per la prima scelta su Rock it! Genova è viva! Viva Genova! Un abbraccio!” [Autoreferenzialismi? No, entusiasmo sincero: Cut Of Mica sul MySpace dei Japanese Gum] “I Japanese Gum mostrano di che pasta sono fatti componendo la Let It Be dell’era 2.0 con And Talk Silently” [Gli effetti della Primavera si fanno sentire anche per il buon Enver che li riversa copiosi fra le righe di Blow Up] “Hipurforderai in realtà sono io” [Hipurforderai su un autobus in giro per il centro di Genova]


Arte

Cristiano Baricelli è nato a Genova il 10 ottobre 1977, città in cui risiede e lavora. Dal 1997 inizia a definire una propria singolare tecnica di disegno che utilizza la penna a sfera come unico strumento. Questa tecnica consiste nella stesura di una fitta e sottile campitura di segni che, grazie ad un caratteristico gesto singolare della mano, produce una tessitura sfumata e minuziosa. Contemporaneamente la densità dei piccoli tratti e il variare del tratteggio creano un chiaro scuro modulato contornato o invaso, talvolta, da un segno che costruisce la forma e ne individua un immagine riconoscibile. Dal 2005 il sapiente utilizzo del colore e del collage, completa e rafforza la sua tecnica di disegno a penna, che rimane la sua principale e caratteristica forma di espressione. Sono ricordi, invenzioni, sogni che emergono dall’inconscio e che vengono modellati pazientemente punto dopo punto, tratto dopo tratto. Al momento l’artista collabora con diverse realtà culturali genovesi.Ed è curato dalla Galleria San Bernardo, che propone in visione alcune sue opere.

Più info su Cristiano Baricelli su http://www.cristianobaricelli.com

31 CMPST #1[05.2007]


Compost 01  

Pubblicazione Non Periodica, amatoriale, destinata alla distribuzione gratuita, fotocopiata in proprio e senza alcuna pretesa di completezza...

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