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GIORGIO CIACCI Dipinti

SENIGALLIA - PALAZZO DEL DUCA, 7 OTTOBRE / 18 NOVEMBRE 2006 1


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del Presidente della Repubblica, al Concorso “Monte Conero” di Ancona. Negli ultimi anni della sua vita, tra i riconoscimenti ottenuti, le sue biografie citano il premio di pittura Dubrovnik (1980), l’Oscar Europeo per la Pittura di Vienna e il “Prix Européen” di Parigi (1981). L’intensa attività artistica di Ciacci è stata affiancata ad un’apprezzata attività didattica, svolta nelle scuole medie cittadine.

Come è stato lo scorso anno per quella dello scultore Guido Rossini, questa mostra di Giorgio Ciacci viene allestita al Palazzo del Duca, su lodevole proposta della Pro loco di Senigallia. Rientra nel programma di valorizzazione della cultura visiva senigalliese del Novecento, condotto da vari anni dal Comune di Senigallia, attraverso gli allestimenti curati dal Museo comunale d’arte moderna e dell’Informazione. Con le testimonianze di critici ed artisti e con l’esposizione di una selezione di alcune tra le opere affettuosamente conservate dalla famiglia Ciacci, la Città può ricordare questo artista di talento, che ebbe notevoli successi nei concorsi, anche nazionali, en plein air. Walter Piacesi, uno dei maestri dell’incisione contemporanea, ha elogiato Giorgio Ciacci anche per le sorprendenti prove grafiche, che ci proponiamo di valorizzare con iniziative espositive future. Oggi l’azione congiunta del Museo comunale, dell’associazione Pro loco e della Mediateca delle Marche ci consente di vedere catalogate in un video, appositamente prodotto per la mostra, tutta la produzione pittorica di Giorgio Ciacci, in gran parte dedicata al paesaggio senigalliese e marchigiano. Questo video, distribuito dalla Mediateca delle Marche, ha visto l’impegno di un gruppo di lavoro del Musinf e della Mediateca delle Marche ed il coordinamento, per la parte fotografica, di Alfonso Napolitano. Nato nel 1921 a S. Costanzo di Pesaro, Giorgio Ciacci, all’età di sette anni si era trasferito con la famiglia a Senigallia, dove ha vissuto fino al 1986, anno della sua morte. Nel 1945 si era iscritto all’Istituto del Libro di Urbino, dove era stato allievo di Leonardo Castellani dal quale aveva saputo mutuare l’inconfondibile lirismo grafico. Nel 1950 si era diplomato in acquaforte iniziando, proprio con tale tecnica, la sua produzione artistica. Di quell’anno è anche la sua prima mostra personale, allestita nel Liceo di Senigallia, in contemporanea con l’incisore Arnaldo Battistoni. Intensa era stata, da quel momento, la sua attività espositiva, con il riscontro di numerosi e qualificati riconoscimenti. Nel 1963 aveva partecipato ad Amsterdam, alla Colletiva dei Pittori Marchigiani. La stampa olandese aveva subito segnalato la qualità dell’opera di Ciacci. Nello stesso anno aveva partecipato al premio Salvi, vincendo la medaglia d’oro della Presidenza della Camera dei Deputati. Nel 1973, al Concorso Nazionale di Pittura di Piombino, vinse la medaglia d’oro “Renzo Biasion”. Sempre nello stesso anno conseguì la medaglia d’oro

LUANA ANGELONI Sindaco di Senigallia

I testi di questo catalogo mettono sinteticamente in luce il lavoro corale, che è stato di supporto alla mostra, allestita nelle sale del palazzo del Duca e finalizzata a porre in giusta luce l’opera e la personalità di Giorgio Ciacci. Lo scopo primario dell’iniziativa era quello di compiere una catalogazione fotografica generale dei dipinti dell’artista, conservati dalla famiglia, per restituire alla comunità cittadina un’immagine complessiva e leggibile di un approccio fortemente personalizzato alle tematiche più frequentate, il paesaggio, i gruppi di figure, i fiori. Un approccio, di cui ci era sembrato utile anche sottolineare il forte radicamento nelle dinamiche e nelle pratiche dell’ambiente culturale senigalliese delle arti visive, a cavallo tra il declinare degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Le testimonianze del pittore Mauro Marinelli, del fotografo Ferroni, uno dei fondatori del gruppo fotografico Misa, e dello scultore Bonazza ci restituiscono l’appassionato e produttivo clima dell’epoca. In particolare a Mauro Marinelli si deve una descrizione dettagliata ed affettuosa delle riunioni nella bottega del corniciaio Angelini, dove si è sviluppato l’incontro ed il confronto trai vari protagonisti della pittura e della fotografia senigalliese, in un coacervo emulativo di esperienze, destinate, come nel caso di Giacomelli, a lasciare un segno determinante anche nella storia dell’arte contemporanea. Le interviste a Gastone Mosci, cui si devono le belle edizioni del Nuovo Leopardi e quella di Walter Piacesi, uno dei riconosciuti maestri dell’incisione e della pittura nell’Italia del secondo Novecento, pongono l’accento anche sul periodo della formazione urbinate di Giorgio Ciacci, focalizzando il valore dell’artista in un più ampio contesto. Da Walter Piacesi poi viene un’indicazione autorevole sulla poesia dell’opera incisa di Giorgio Ciacci. Un’indicazione che ci motiva ad attuare iniziative, a partire da un’approfondita ricerca di settore. CARLO EMANUELE BUGATTI Direttore del MUSINF di Senigallia

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INCISIONE

Giorgio Ciacci, “Fiori e vaso”, acquaforte, 1973

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GASTONE MOSCI Giorgio Ciacci: un emblema di Senigallia

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Giorgio Ciacci, “Studio Conchiglie”, acquaforte, 1973

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privilegia la costa, la rete ferroviaria e stradale, la crescita industriale. In dieci anni la città-campus, così oggi è chiamata nel Cinquecentesimo anno dalla fondazione, conquista grandi collegamenti culturali con Firenze, Milano e Roma. Firenze è l’antica capitale della letteratura e dell’arte, Milano la capitale dell’industria e della cultura, Roma la nuova capitale repubblicana. Carlo Bo è inserito nel contesto culturale nazionale e attraverso l’amico Elio Vittorini chiama a Urbino un giovane architetto di valore, Giancarlo De Carlo, che riesce a ristrutturare la città e l’università, a salvaguardare il centro storico, a valorizzare un gioiello del rinascimento. La conoscenza di Urbino nel campo architettonico-urbanistico diventa di fama internazionale: il recupero del rinascimento caratterizza la cultura della seconda metà del Novecento. Chi partecipa ad un contesto di trasformazione ne subisce gli effetti. Giorgio Ciacci era amico a scuola di Walter Piacesi, che veniva da Ancona e che si stabilirà subito a Fermignano, essendo suo padre ferroviere. Dalla città dorica un altro giovane attratto dalla scuola del libro è Giorgio Bompadre. Ma molti di questi studenti giungono già grandi alla scuola urbinate, dopo anni di parcheggio, d’indecisione sulla strada da prendere e misteriosi d’una vocazione tenuta segreta. Sono oggi, dopo varie esperienze in diaspora, considerati fra i maggiori incisori italiani: Arnoldo Ciarrocchi, Bruscaglia, Bompadre, Pietro Sanchini, Panni, Alberico Morena, Nunzio Gulino, Piacesi, Walter Valentini, Enrico Ricci. Costoro trovano nella scuola urbinate due numi tutelari, Francesco Carnevali per l’illustrazione e Leonardo Castellani per la calcografia: sono due artisti già noti, con molta esperienza nell’editoria, scrittori, viaggiatori, nella rete del mondo letterario ricreato da Carlo Bo e sostenuto da Mario Luzi, Pino Paioni, Alessandro Parronchi, Mario Apollonio, Paolo Volponi, Valerio Volpini, don Italo Mancini. Vi aggiungo un terzo ma-

La mostra di Giorgio Ciacci, pur dedicata alla pittura, richiama la centralità della Scuola del Libro nella formazione degli artisti marchigiani della generazione degli anni cinquanta-sessanta. L’attrazione di Urbino è notevole. Ciacci sente quel richiamo da senigalliese che è nato a San Costanzo, ma soprattutto vive un mito antico diffuso fra i giovani artisti: andranno a Urbino anche Dante Panni, Francesco Gabriele, Fiorella Diamantini, Aroldo Governatori. Panni riuscirà ad avere una borsa di studio per i cinque anni dell’intero corso e poi resterà a Urbino. Lo stesso Governatori, anche lui bravissimo a scuola, sente la vocazione del disegno e viene indirizzato ad Urbino: fa le sue prime esperienze nei tre anni dell’ISA, come aspirante artista nell’aula di calcografia di Leonardo Castellani, seguito anche da Renato Bruscaglia, e quindi vive quell’ambiente molto stimolante. Ciacci e Panni, e poi Governatori, inoltre la Diamantini hanno interpretato la tradizione della scuola del libro ed hanno creato rapporti nuovi con la grafica, che rappresenta il cuore dell’arte del primo Novecento. Urbino vive l’influsso del liberty, le suggestioni di De Carolis, il preraffaellismo di Francesco Carnevali. Chi studia alla Scuola del Libro anche qualche anno dopo, rispetto agli anni venti e trenta, subito dopo la seconda guerra mondiale, ne sente il forte influsso artistico-editoriale, vive quell’atmosfera di creatività permanente. Giorgio Ciacci entra in questo mondo, lo interpreta perché ha la passione del disegno e dell’incisione, sa cogliere immediatamente tutti gli stimoli che vengono da un ambiente unico. A Urbino qualcosa cambia visibilmente nel secondo dopoguerra quando Carlo Bo è eletto magnifico rettore l’8 marzo 1947. Era il professore più giovane e propone un rinnovamento sorprendente. L’università si trasforma negli anni ’50, crescono le facoltà, i docenti, gli studenti. Urbino dispone di richiami inediti: da cittadina tagliata fuori dallo sviluppo che 7


sco Luzi, la critica letteraria di Sandro Genovali, la storia di Sergio Anselmi, Renzo Paci e Elvio Grossi, la musica di Renato Sellani, l’animazione culturale di Domenico Pergolesi. Gli anni cinquanta aprono un’epoca nuova nella ricostruzione postbellica sul piano materiale ed anche sul piano politico, etico e culturale. Si pensi al cinema: l’esperienza del neorealismo incide anche nella letteratura, nell’arte, nell’architettura. E’ il periodo più creativo del secondo dopoguerra. Aroldo Governatori se n’è reso conto in seguito, quando da Senigallia è andato a Roma e poi a Parigi, dove ancora opera. Gli anni ‘50 a Parigi sono sorprese continue. Parigi è sempre la capitale europea della cultura, pur nel cambio della situazione culturale dell’Europa. Chi vive questa formazione è anche privilegiato perché può portare un contributo nuovo, che non è semplicemente quello di cercare il dialogo, del far conto di interessi immediati. Trova un itinerario che va verso qualcosa che vuol definire la propria situazione, la propria condizione, il proprio statuto di artista. Questa consapevolezza cresce. Il simbolo di questa realtà che evolve è Giacomelli, perché riesce a capire come cambia il ruolo dell’artista ed il suo inserimento nel contesto sociale e civile. Anche Ciacci capisce la situazione generale e quanto si sta evolvendo e realizzando: può rendersi conto del cambiamento perché vi è partecipe. Il suo contributo porta il segno della pittura e della poesia, della tecnica dell’immagine e dello spirito della comunicazione.

estro per la litografia e la cultura militante, Carlo Ceci, ancora operoso e punto di riferimento di tante attività d’arte. Per far capire l’impazienza dei giovani urbinati del periodo di Giorgio Ciacci, riporto una citazione dal famoso libro di Francesco Carnevali, “Cento anni di vita dell’Istituto d’Arte di Urbino” (1961): Fiorella Diamantini (Cingoli 1931), Mario Bellagamba (Ancona 1930) e Nino Ricci (Macerata 1930), trasferiti a Roma, vi hanno frequentato, i primi due l’Accademia di Belle Arti (la Diamantini allieva di Mino Maccari per l’incisione e il Bellagamba di Amerigo Bartoli per la pittura) e il terzo Cinecittà. Ecco, volevo presentare l’ambiente. Giorgio Ciacci ha bisogno di guadagnare, non vede l’ora, appena diplomato, di tornare a Senigallia e realizzare subito una mostra al Palazzetto Baviera nell’estate 1950. E di quella mostra ne parlano tutti bene. Prima di tutto Carnevali, direttore della Scuola del Libro, che si ritrova stupito di fronte alle incisioni e ai disegni. Il consenso è registrato nell’aprile 1974 nella rivista “Il Leopardi”, diretta da Valerio Volpini. Anzi, è Volpini a proporre l’inserto monografico dedicato a Ciacci, per parlare di lui, stabilire un dialogo, cercare di capire la realtà senigalliese, la quale, sostiene giustamente Bugatti, non registrava una grande diffusione della comunicazione d’arte. Erano tempi d’approccio, più tardi si assiste ad un’esplosione della grafica. Giorgio Ciacci può segnare l’anno 1950 come riferimento per la sua avventura artistica. A Senigallia gli anni cinquanta sono decisivi per il suo futuro, di consacrazione e di formazione dell’intellighentsia creativa, sono un momento nuovo per la cultura della città. Lo scrittore Mario Puccini e il fotografo Giuseppe Cavalli chiudono un’epoca. Il mondo nuovo nasce con la fotografia di Mario Giacomelli e Ferruccio Ferroni, la pittura di Giorgio Ciacci, Dante Panni, Fiorella Diamantini e Enzo Marinelli, la scultura di Silvio Ceccarelli, il teatro di Gianfrance-

Dall’intervento di Gastone Mosci all’inaugurazione della mostra di Giorgio Ciacci, 7 ottobre 2006

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WALTER PIACESI Ricordo di Giorgio Ciacci

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Giorgio Ciacci, “Chiesa del Brugnetto”, acquaforte, 1973

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sensibile, quindi si sentiva che l’acquerellista, l’incisore, d’allora era anche pittore. In lui esistevano delle qualità pittoriche che oggi confermano queste mie impressioni. Ciacci era una persona umanamente molto comunicativa, parlava, forse era buono, ingenuo, ma era sempre allegro. Quindi ci stavo volentieri, poiché non era un tipo che ti metteva la malinconia addosso, un uomo di grande energia. In più aveva questa passione, ed io altrettanto, andavamo d’accordo, quando si usciva con il professor Castellani a far paesaggio, tutti insieme. Lui era del 1921 ed io del 1929, le lezioni erano seguite degli alunni del Magistero e quelli della scuola di perfezionamento. Le mostre estemporanee avevano dei tempi prefissi, si doveva timbrare la tela, era una vera e propria gara, con premi in palio. La sera, ad una certa ora, bisognava consegnare il lavoro. C’era chi aveva un temperamento istintivo e captava le cose con una certa velocità, c’era anche chi aveva delle pause di riflessione, cioè amava lavorare meditando. Ciacci è un pittore, un disegnatore che aveva delle qualità piuttosto istintive, rapide, direi, sorgive, riusciva a concludere rapidamente, quindi ritengo che i premi conseguiti erano più che meritati, perché riusciva a presentare delle cose buone, in definitiva.

Essenzialmente il mio ricordo di Ciacci risale agli anni 1949/’50, quando frequentavamo la sezione d’incisione dell’istituto di belle arti di Urbino ed avevamo per maestro Leonardo Castellani. Ricordo che Ciacci, sin dai primi esordi, dai primi saggi, dimostrò delle notevoli qualità di acquafortista. Ricordo anche che nei due anni di perfezionamento egli riuscì a produrre una notevole quantità di acqueforti, un grosso numero, perché era un lavoratore accanito, un uomo pieno di interessi e di passioni. Le avevamo raccolte, perché anche io avevo voglia di lavorare, quindi ci si ritrovava spesso insieme. I temi che Ciacci prediligeva erano solitamente dei paesaggi, dei paesaggi dei dintorni di Urbino, della sua amata città, Senigallia. Ricordo vedute periferiche viste come un sogno, vedute periferiche e tante belle marine. Ricordo una in particolare, erano dei barconi da pesca, lungo il molo del porto, evidentemente, di Cattolica. La sua era un’acquaforte, intesa con una certa libertà di segno, quindi intensa nelle sue vibrazioni tecniche tanto è vero che tra le tante acqueforti prodotte c’erano alcune di notevole formato e anche di indubbio livello. Oggi sarebbe bello ritrovarle tutte. Ricordo anche che durante gli anni urbinati Ciacci aveva realizzato degli acquerelli di un certo interesse, acquerelli che ora, guardando queste riproduzioni relative ad una pittura che io non conoscevo, perché ad Urbino, in quegli anni, non ho mai avuto occasione di vederla, sottolineano una certa relazione coloristica. Tra gli acquerelli di Urbino c’erano delle cose belle e nel contempo legate anche alle acqueforti, perché anche l’acquaforte, ripeto, aveva quel carattere atmosferico, erano delle lastre completamente lavorate, con dei giochi di grigi, contrastati in un certo modo, quindi pittoriche. La sua non era un’incisione fredda, arida, come spesso può capitare di vedere in tante occasioni. Era un’incisione

Dall’intervista a Walter Piacesi, del documentario “Giorgio Ciacci, dipinti” (settembre 2006) a cura della Mediateca delle Marche.

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Gruppo dell’Associazione degli artisti senigalliesi - Senigallia, fine anni Sessanta

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GABRIELE BONAZZA “Negli acquerelli Giorgio Ciacci aveva una mano favolosa”

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Giorgio Ciacci, “Nuove Costruzioni”, acquaforte, 1973

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somma, sentivamo in lui questo atteggiamento. Se non tutte le sere, portava un quadro nuovo, perché voleva essere il primo, il migliore. Andava a dipingere in campagna. Come acquerellista era davvero tra i migliori che io ho conosciuto. Ogni tanto “facevamo a cagnara”, come si dice alla senigalliese, sugli aspetti dell’arte. Marinelli e Ciacci dove andavano vincevano, quando erano invitati alle manifestazioni ex-tempore. Mi ricordo di Marinelli, quando era ferroviere e dipingeva dentro lo scalo merci di Senigallia, alla Pace. Organizzavamo anche ex-tempore tra di noi. L’ultima la ricordo bene. Io, insieme a Mauro Marinelli, figlio di Enzo, ho preso un foglio di compensato molto grande e siamo andati al porto. Abbiamo messo il compensato sugli scogli: Mauro pitturava da una parte e io dall’altra. Conclusi i lavori, li abbiamo portati in mostra nell’androne del palazzo di fronte al corniciaio Angelini. Abbiamo vinto noi e allora Ciacci ha cominciato a reclamare che il migliore era il suo dipinto. Lui era fatto così, voleva vincere. Da lì nacque una grande “cagnara” e da quel momento si è sciolta l’Associazione. Nel 2001 io l’ho ripresa e ho rifondato l’Associazione Artisti Senigalliesi. Di Ciacci ho questi ricordi: una personalità forte, gioviale ed amava molto le donne. Quando da Giampaoli andavamo a prendere un caffé e lui riusciva a vederne una, si entusiasmava, pure non ha mai disegnato nudi. I suoi acquerelli erano interessanti, il tocco era eccezionale. Di sue incisioni ne ho viste poche, anche se lui veniva da Urbino e ci teneva molto, ma io mi ricordo degli olii e degli acquerelli. Dopo la sua morte non si è parlato molto della pittura. Se ne è parlato solo quando io ho organizzato la mostra nel 2002, dedicata agli artisti senigalliesi del ‘900 deceduti, tra cui c’erano mio padre, Ciacci, Gatti, Donati (bravissimo), Marinelli. In quell’occasione c’era anche Bastari, che allora era il più piccolo di tutti, il più modesto di tutti.

Nel 1965/’66 eravamo soliti incontrarci nella bottega di Angelini, corniciaio, in Via Arsilli. C’erano Ciacci, Donati, Mandolini, Gatti, Giacomelli, Manservigi, Sabbatini, Marinelli. Eravamo un gruppo unito. Poi aspettavamo che arrivasse Panni da Urbino. Ci riunivamo di solito il pomeriggio, verso le 18. Andavamo lì e chiacchieravamo tanto. Alcune volte fornivamo il cartoncino ed i colori a Bastari perché desideravamo che disegnasse, mentre noi parlavamo. In effetti Bastari come pittore è nato lì dentro e mi ricordo che quella volta dipingeva quadri piccoli ed originali. Io lo amavo, mentre, ora che produce quadri grandi, lo odio. Ci riunivamo nella bottega di Angelini alla sera e spontaneamente, senza nessun orario concordato, in una di quelle riunioni abbiamo deciso di costituire ufficialmente un’ associazione di artisti, visto e considerato che esisteva di fatto. Così è nata l’Associazione Artisti Senigalliesi. Abbiamo organizzato tantissime cose per quei tempi: mostre a Rimini, a Pesaro, a Fano, a Senigallia. Io ho ancora documenti ed appunti relativi a tutte le manifestazioni organizzate. Dell’Associazione io sono stato nominato segretario. Mi ricordo che organizzavamo anche concorsi di pittura per villeggianti. Chi veniva a Senigallia per villeggiare e sapeva dipingere poteva partecipare. L’esposizione veniva realizzata sotto la galleria dell’ hotel City o sotto il porticato dell’azienda di soggiorno. Ciacci era un pittore bravo, soprattutto di acquerelli. Io lo ricordo con molto entusiasmo come acquerellista. Aveva una mano favolosa e dipingeva paesaggi. A quei tempi si organizzavano anche molte ex-tempore. Si andava fuori, invitati da tanti Comuni. Era una cosa interessante. Ciacci, non me ne vorrà se lo ricordo come un bambinone. Voleva sempre vincere, voleva sempre ragione. Era un tipo allegro, simpatico, gioviale. Voleva sempre essere il migliore, il più bello, il più bravo. Non ci dava fastidio, ma, in15


INCISIONE

Giorgio Ciacci, “Vallone”, acquaforte, 1973

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FERRUCCIO FERRONI Giorgio Ciacci: un artista di talento

INTERVISTA DI CARLO EMANUELE BUGATTI A FERRUCCIO FERRONI 17


Nella foto a lato: gruppo dell’Associazione degli artisti senigalliesi - Senigallia, fine anni Sessanta

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BUGATTI: Per una ricostruzione storica dell’ambiente artistico del tempo in cui Ciacci ha operato a Senigallia lei è senz’altro il testimone più autorevole. Insieme a Giacomelli e a Cavalli è stato un grande protagonista della vicenda straordinaria della fotografia senigalliese. Quest’anno la FIAF le ha conferito il premio “Fotografo dell’anno”, pubblicando anche un volume dove risalta la qualità della sua opera fotografica. Anche la città di Senigallia le ha dedicato nel 2006 una mostra al Palazzo del Duca, che ha ottenuto un vasto successo di visitatori.

BUGATTI: Il Musinf sta preparando una mostra dedicata a Giorgio Ciacci. Con la collaborazione della famiglia dell’artista ne abbiamo catalogato tutte le opere, che sono state accuratamente conservate, dopo la scomparsa dell’Artista. Con una serie di interviste intendiamo ora dare voce a testimonianze di autori che contribuiscano a ricostruire il clima dell’ambiente artistico negli anni in cui Ciacci ha operato a Senigallia. Personalmente ho ritenuto sempre Ciacci un pittore di talento. Per prima cosa le chiedo se condivide questa idea? FERRONI: E’ esattissima. Io sono convinto che Giorgio avesse veramente del talento, anche se, da amico devo riconoscere che era un po’ disordinato. Però era geniale. Aveva delle idee straordinarie. Sì, in merito al talento di Giorgio Ciacci sono pienamente d’accordo.

FERRONI: Io credo di essere stato l’allievo forse più diligente di Cavalli, nel senso che per me, è stato un maestro nel vero senso della parola. Certo soprattutto le mie prime fotografie risentono molto del modo di fotografare del maestro. Basta pensare alle “marine” e così via, però credo che Cavalli fosse tra i principali maestri della fotografia italiana, anche se, purtroppo, qualcuno tende a diminuire il valore di Cavalli.

BUGATTI: Il settore in cui si è affermato Giorgio Ciacci è quello della pittura estemporanea, avendo avuto tanti successi in questo tipo di manifestazioni.

BUGATTI: La sua è una considerazione giusta. E’ mancata per troppo tempo una catalogazione complessiva dell’opera di Cavalli. Fortunatamente c’è stato ora il gran lavoro di raccolta e catalogazione compiuto dal figlio di Cavalli, Daniele. E’ stato completato proprio in occasione della donazione del corpus delle opere di Cavalli al Museo di Senigallia. Già nel recente festival romano della fotografia al Museo di Roma, Cavalli è stato finalmente valutato in tutta la sua importanza . Tanto che, a Palazzo Braschi, hanno voluto far coincidere la data di chiusura della mostra di Cavalli e l’apertura della mostra di Cartier-Bresson. Anche il catalogo della mostra di Cavalli al Museo di Roma è molto bello e dimostra l’eccezionalità della sua testimonianza estetica.

FERRONI: Certo. Però devo dire che non sempre è stato apprezzato per il giusto valore. Quando lui si cimentava nei concorsi di pittura e parlava con me e con Mario Giacomelli, soprattutto con me per l’amicizia che ci legava, Ciacci dimostrava sempre uno straordinario entusiasmo per tutto quello che faceva, ma a volte, rimaneva male per certe incomprensioni che incontrava. Una volta, ad esempio, partecipò ad una mostra ad Ancona sul tema del paesaggio e del mare marchigiano. In quell’occasione alcune opere, forse un po’ raccomandate, finirono per essere preferite a quelle dell’amico Giorgio. Un’ingiustizia manifesta. Quante volte si sfogava con me! Aveva pienamente ragione. 19


FERRONI: Per seguire la sua richiesta di cercare di ricostruire l’ambiente artistico senigalliese degli anni Cinquanta e Sessanta devo dire che Cavalli aveva alle spalle un bagaglio culturale elevatissimo, Mario Giacomelli aveva invece un’intuizione straordinaria. In ogni modo credo si possa affermare che gli anni dell’esperienza dell’Associazione Misa sono stati il periodo più bello della fotografia italiana, quando, cioè, oltre l’amicizia che legava tutti i fotografi, c’era una collaborazione sincera e leale. Chi faceva la fotografia lo faceva per amore. Lo posso dirlo con molta serenità e tranquillità, perché se penso all’amico Piergiorgio Branzi, se penso a Paolo Bocci, se penso a Silvio Pellegrini e a tutti gli altri, non c’era l’arrivismo che è venuto dopo. Prima di tutto perché la base di qualsiasi discorso sulla fotografia derivava sempre da una formazione culturale profonda. BUGATTI: Mauro Marinelli mi ha dato in questi giorni una fotografia in cui ci sono Giogio Ciacci, Giacomelli e vari pittori senigalliesi di quell’epoca, che erano soliti incontrarsi nella bottega del corniciaio Angelini. La foto si riferisce all’associazione degli artisti senigalliesi, della quale facevano parte autori come Bonazza, Donati e vari altri. Lei di quel periodo cosa ricorda? FERRONI: Sì, in un certo senso tutti frequentavamo la bottega di Angelini, però tra noi fotografi e gli altri artisti non c’erano contatti particolari. Cavalli era un uomo dalla profonda preparazione culturale, cosa che non sempre era riscontrabile in altri artisti di quel periodo. Non vorrei con questo essere ingeneroso nei confronti di tutti gli altri artisti per la cui creatività, del resto, nutro il massimo rispetto. BUGATTI: Il paesaggio è stato ritenuto il tema cen20

trale della pittura di Ciacci, che, però, si è espresso anche con gruppi di figure e composizioni floreali. Qual’è la sua valutazione? FERRONI: Ciacci era un uomo geniale, veramente geniale, e poi aveva una dote straordinaria: la semplicità. Amava effettivamente il suo lavoro, e in questo era totalmente onesto. Nel senso che sapeva quali erano i suoi limiti. Quando lavorava, quando faceva dei bozzetti aveva una straordinaria semplicità. Io credo che la dote caratterizzante di Giorgio fosse proprio la straordinaria semplicità delle sue opere. BUGATTI : Questo dunque indipendentemente dai soggetti. FERRONI: Esatto, indipendentemente dal soggetto. Io possiedo alcuni lavori di Ciacci, a cui sono molto affezionato, e devo dire prima di tutto che aveva veramente una mano felice. Nel senso che alcuni segni servivano già ad abbozzare un’idea. BUGATTI: Lei dunque parla di “segno”, e non di colore, identificando nel “segno” una delle chiavi di lettura dell’opera di Ciacci? FERRONI: Ritengo, facendo un’affermazione che potrà sembrare un po’ azzardata, che tra il bianco e nero e il colore non v’è nessuna differenza. A volte infatti c’è più colore in certi bianco e nero che in alcune opere dove c’è effettivamente la presenza dei colori. Questo vale anche per la pittura. Parlando di fotografia poi, nonostante il fascino che può esercitare una stampa a colori, la possibilità di intervenire tecnicamente sulle tonaIità cromatiche è, almeno un tempo lo era, molto limitata.


MAURO MARINELLI Giorgio Ciacci e l’ambiente artistico senigalliese

INTERVISTA DI CARLO EMANUELE BUGATTI A MAURO MARINELLI 21


Giorgio Ciacci, “Senigallia: il Comune”, acquaforte, 1973

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BUGATTI: Come sai ritengo l’allestimento dell’attuale mostra di Ciacci a Palazzo del Duca essenziale per accendere l’attenzione intorno ad un artista di valore ed anche intorno all’ambiente artistico in cui, a Senigallia Ciacci è vissuto ed è stato, nel suo specifico, un protagonista. Un ambiente caratterizzato dall’emergere dell’esperienza del gruppo fotografico, ora di evidenza mondiale, legato alla lezione di Giuseppe Cavalli e alle prorompenti personalità di Mario Giacomelli e Ferruccio Ferroni. Un ambiente caratterizzato anche dalle presenze di un gruppo di artisti, pittori, incisori e scultori, che avevano come punto di incontro la bottega del corniciaio Angelini. In quella fase Enzo Marinelli, tuo padre, condivideva con Giorgio Ciacci una serie di successi notevoli nei concorsi nazionali en plein air.

padre mi presentò fu proprio il Prof. Ciacci. Sono ormai trascorsi da allora 40 anni, ma ricordo ancora assai bene quel primo incontro e posso dire di aver ricevuto l’impressione di una persona distinta, sorridente, affabile. In quel nostro primo incontro, sapendo che io, per motivi di studio, vivevo a Venezia, Ciacci, mettendo in moto la sua disponibilità al dialogo, mi aveva fatto tutto l’elenco delle gallerie di Venezia e degli Artisti che aveva conosciuto nella sua gioventù. Nell’insieme, dai racconti che mi fece in altre circostanze, a proposito del suo percorso pittorico, ho potuto conoscere la sua personalità colta, dinamica ed il suo carattere gradevolmente accentratore ed impulsivo. Rivedendo proprio in questi giorni il ritmo creato dalle pennellate, e la rapidità utilizzata per l’esecuzione di uno stupendo quadro di Ciacci, un dipinto con soggetto equestre, mi è venuto da pensare che, essendo speculari, né il suo carattere, né i suoi quadri, sarebbero

MARINELLI “Introducendomi nella Bottega” di Angelini, una delle prime persone che mio

Nella foto a lato: Mario Angelini nel suo laboratorio - Senigallia, 1970

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stessi concorsi ex-tempore di più componenti dell’associazione creava spirito di gruppo e spargeva ottimismo tra i veterani (Ciacci, Donati, Gatti, Marinelli) e stimoli tra i giovani del tempo (Manservigi, Moroni e Sabbatini). Ebbene là, nella bottega di Angelini, dove in modo spontaneo si incontravano gli artisti dell’associazione, nella parte più interna del locale, proprio attorno al tavolo di lavoro del sig. Angelini e dove Giacomelli ogni tanto organizzava qualche scena da fotografare, si percepiva un’atmosfera particolare. La pavimentazione in tavole di legno, le pareti completamente ricoperte di specchi antichi, litografie e serigrafie di alcuni maestri contemporanei, stampe antiche di ogni genere ed opere originali di importanti artisti marchigiani rendevano l’ambiente speciale, generando l’estremo attutimento del rumore. Oggettivamente quello spazio ovattato era l’ideale per discutere d’Arte, uno stimolo agli approfondimenti, al confronto ed alle riflessioni. Però quello stesso luogo era anche l’ideale per le polemiche, gli schiamazzi e gli sfottò che si verificavano quando, per una ragione o per l’altra, il gruppo individuava il soggetto da colpire. In questo contesto Angelini portava avanti tranquillamente il proprio lavoro. Tagliava le aste a mano, metteva una goccia di Vinavil agli angoli ed inchiodava i listelli. Nell’altra parte del locale, la commessa o le commesse (negli anni si sono succedute Fiorina, Rosella, Rita, Lolli, Chantal, ecc.), nel frattempo preparavano i passepartout. Il tutto avveniva in modo meccanico ma con precisione esecutiva unica. I pittori presenti, generalmente in piedi attorno al banco di lavoro, partecipavano ai dialoghi osservando attentamente le fasi lavorative. Non essendo il laboratorio molto ampio, appena il sig. Angelini doveva rimuovere un’asta o un oggetto ingombrante, la persona più vicina, e via via tutti gli altri, si dovevano rapidamente spostare. Per

potuti essere diversi da come li abbiamo conosciuti! Nel negozio-laboratorio del sig. Angelini i pittori del gruppo, dai fondatori dell’associazione ai giovani ed a quanti si inserirono in un secondo momento, portavano le loro opere per sottoporle a giudizio ed ottenere consigli dai colleghi più accreditati. Ed anche da Sandro Genovali, allora già attivo come critico nei cataloghi di Mario Giacomelli. Più avanti Genovali si era misurato anche come pittore. Per gli indirizzi estetici le composizioni con figure del Prof. Ciacci, che si era formato all’Istituto di Belle Arti di Urbino, ed i dipinti del Prof. Donati, formatosi all’Accademia di Brera a Milano, assolvevano ad un compito di indirizzo importante. Lo stesso Giacomelli, poi, era per tutti un punto di riferimento. Già in quegli anni si stava affermando a livello internazionale ed era, anche per via della sua attività di collezionistagallerista, a contatto con molti artisti importanti, uno su tutti Burri. La scultura era rappresentata oltre che da Ferriero Mandolini, di professione barbiere, anche da due giovani: Gabriele Bonazza e Vittorio Luzietti. Ambedue formatisi prima all’Istituto d’arte di Fano, poi, rispettivamente, al Magistero d’arte di Firenze e quello di Venezia. Conclusi gli studi sono tornati a Fano e si sono alternati come insegnanti-colleghi dello scultore senigalliese Silvio Ceccarelli. Bonazza già impegnato sin dall’inizio con il gruppo di artisti fondatori è oggi presidente della stessa associazione che si è ricostituita nel febbraio 2001. Altri due senigalliesi, personaggi di spicco vicini all’associazione ma lontani per impegni di lavoro, furono Casaroli, a quel tempo docente all’Accademia di Brera e Dante Panni, docente ad Urbino. In quegli anni in cui nasceva di fatto “l’Associazione Artisti Senigalliesi”, promuovendo a livello sia cittadino che regionale alcune mostre collettive per rendere pubblico l’operato del gruppo. In particolare la partecipazione agli 24


Il laboratorio di Angelini in una foto di Mario Giacomelli - Senigallia, 1964

pittori figurativi, era quello dei premi extempore organizzati dalle pro-loco, dagli enti turistici o dagli assessorati nelle città maggiori. E’ vero quello che hai detto aprendo il discorso. Con riferimento ai pittori attivi nel contesto senigalliese nel ventennio 1960/‘80 quelli che, tra i pittori senigalliesi, maggiormente si sono evidenziati risultano di certo Giorgio Ciacci e, mio padre, Enzo Marinelli.

questo c’era un balletto continuo con qualche pestone per i distratti. Quando invece Angelini doveva battere i chiodini chi era in procinto di parlare, o stava già facendolo, si doveva fermare. Se non aveva dimenticato ciò che stava esponendo, poteva continuare non appena i listelli fossero stati fissati. Con il trascorrere degli anni la personalità artistica di alcuni iscritti all’associazione ha raggiunto naturale maturità mentre invece in altri casi, per motivi di varia natura, si è manifestata l’interruzione dell’attività artistica e dei contatti con gli amici. Ciò che a quei tempi aveva reso possibile una lettura abbastanza obiettiva dei valori del proprio operato da parte degli artisti, erano l’incoraggiamento derivato da qualche vendita dei lavori, i premi e le segnalazioni ottenuti nei concorsi ritenuti importanti, il premio Marche, ad Ancona, il premio Salvi a Sassoferrato ed il premio Bucci a Fossombrone. Il settore che dava davvero la possibilità di mettersi in luce, soprattutto per i

BUGATTI: C’erano anche delle tifoserie? MARINELLI: Sapere chi dei due si sia affermato di più, oltre a non risultare importante, rimarrebbe anche difficile da stabilire, perché mio padre ha partecipato ad un numero maggiore di concorsi ed inoltre non ci sono stati scontri diretti. Del resto portare l’argomento a livello di una competizione sportiva è certo abbastanza limitativo. Ma è veramente avvenuto. Mi è stato raccontato che nell’ambito dell’associazione degli artisti ed in quello delle amicizie non so25


do saltuariamente mi trovavo a Senigallia, passavo a salutare Giacomelli in tipografia, o mi recavo nel laboratorio di Mario Angelini, dove si aveva sempre l’occasione di incontrare artisti e parlare d’Arte. Tra l’altro, offriva anche l’opportunità di vedere in anteprima le opere più recenti di importanti Pittori ed Incisori marchigiani che lasciavano ad Angelini i propri lavori da incorniciare. Tra questi, ogni tanto riconoscevo la pittura di alcuni autori a me ben noti: i miei insegnanti dell’Istituto d’Arte di Fano, o altri autori di Urbino e Pesaro, che erano stati invitati per delle mostre personali quando lo scultore Mannucci era preside. Non dimentichiamoci che Mario Angelini, quel piccolo uomo ricurvo con il suo inseparabile basco blù e il giacchino color nocciola, era un grandissimo artigiano, conosciuto e stimato in tutta la regione. Prima di avviare la sua attività in via Arsilli (1960), era stato disegnatore tecnico per l’aeronautica a Passignano sul Trasimeno. Nel 1963, interpretando la struttura di una cornice a vista per un turista milanese, creò un originale modello che venne chiamato “Cornice a giorno”, molto richiesta da artisti e collezionisti, perché perfettamente adatta per disegni, incisioni, e fotografie originali.

lo cittadine, si evidenziavano i sostenitori di uno o quelli dell’altro. Insomma non è una battuta c’erano veramente le “tifoserie” di cui parli. Del resto anche io, quando rinunciava mia madre, a volte facevo volentieri compagnia a mio padre perché mi piaceva conoscere i paesi e vedere all’opera gli artisti. Mi piaceva inoltre essere presente quando, abbozzati i quadri nel luogo prescelto, i pittori si ritrovavano tutti assieme nelle osterie per il pranzo. Proprio in alcune di queste manifestazioni ebbi altre occasioni per incontrarmi con il Prof. Ciacci e con sua moglie. Questo poteva accadere di prima mattina alla timbratura delle tele o nel tardo pomeriggio quando consegnata la tela si attendeva il giudizio della giuria nella piazzetta centrale di paesi tutti molto simili. Se a Senigallia, nella bottega di Angelini, in presenza dei colleghi, soprattutto quando si dovevano assumere decisioni, Ciacci e Marinelli si sentivano antagonisti cedendo spesso alla polemica, lì sotto il palco della giuria di paesi e città diverse sapevano fare giuoco di squadra e campanilismo senigalliese, essere solidali, e quando necessario, sapevano farsi anche i complimenti. BUGATTI: Ho trovato sempre un po’ strano che la mia costante citazione di Mario Angelini venisse accolta dagli interlocutori senza particolare seguito ed infatti, compiuta un’ eccezione per le cronache di Grossi, citate anche da Gastone Mosci, poche sono le testimonianze reperibili su Mario Angelini, che anche tu valuti come uomo dotato di notevole personalità. MARINELLI: Ho frequentato in modo discontinuo la “bottega” del corniciaio Mario Angelini, prima in compagnia di mio padre Enzo e successivamente, dopo i primi contatti con gli abituè, da Agelini sono tornato da solo. In quel periodo, era la metà degli anni ’60, iniziavo gli studi a Venezia e quan26


GIORGIO CIACCI Dipinti

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Case, olio su tela - 19 70

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Campagna con albero, pastello s.d.

Casa, olio 1967

Case, olio 1962

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Fiori, pastelli 1986

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Ballerine che danzano, olio 1969

Gente, olio 1965

Folla festante, olio 1967

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Alberi, tecnica mista 1985

Paesaggio, olio 1981

Paesaggio con alberi, acquarello 1956

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Case, olio 1966

Case, tecnica mista 1981

Case, olio 1967

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Paesaggio alberi, tecnica mista 1985

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Case con tetti rossi, olio 1972

Case basse, tecnica mista 1981

Paesaggio olio 1982

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Paesaggio collinare, olio s.d.

Paesaggio, tecnica mista 1983

Paesaggio con case e albero, tecnica mista 1983

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Nudi e conchiglie olio 1972

Conchiglie, tecnica mista 1984

Nudi sul prato, olio 1972

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Nudi femminili, olio 1965

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Paesaggio, olio 1985

Innamorati nel bosco, olio 1977

Paesaggio ovale con casa, tecnica mista

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Paesaggio di Senigallia, olio 1973

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Paesaggio di Senigallia, tecnica mista 1985

Paesaggio, acquarello 1958

Paesaggio, olio 1985

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Fiori, olio 1972

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Paesaggio grigio, olio s.d.

Paesaggio ovale, pastello 1983

Paesaggio con alberi spogli, pastello 1984

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Maschere, olio 1967

Mercato, olio 1966

Nudi femminili, olio 1964

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Paesaggio azzurro, pastello 1984

Paesaggio rosa, olio 1967

Paesaggio azzurro, pastello 1985

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Vaso con fiori, olio 1973

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Paesaggio verde, olio 1981

Paesaggio rosa, olio s.d.

Senigallia, tecnica mista 1984

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Rami recisi di rose selvatiche, acquaforte acquarellata 1973

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Uomini con cappello, olio s.d.

Tondo di nudi femminili, tecnica mista

Volto, olio 1971

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Ballerine rosa, olio s.d.

Gioco di aquiloni, olio 1969

Paesaggio giallo, olio 1964

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Il presente quaderno è stato composto e stampato presso il laboratorio digitale e calcografico del Museo Comunale d’Arte Moderna, dell’Informazione e della Fotografia di Senigallia nel mese di ottobre 2006 Hanno collaborato ITALO PELINGA ADRIANO SANTINELLI ALICE SANVITI DAVIDE PATREGNANI La catalogazione fotografica delle opere di Giorgio Ciacci è stata realizzata per la Mediateca delle Marche da ALFONSO NAPOLITANO

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Giorgio Ciacci: dipinti