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Tratto dal Primo capitolo di La seduzione delle bugie di Paul Ekman

Scoprire le bugie dalle parole, dalla voce o dal corpo. L’atteggiamento del volto e il tono della voce ci permettono di smascherare una bugia: le persone cambiano a seconda di quale dei due - atteggiamento o tono - sia il più rivelatorio o il meno manipolabile. La gran parte della gente compie dei lapsus quando parla, ma i più tendono a trascurarli perché non sono dei buoni ascoltatori; così non registriamo tutto ciò che le persone dicono e che non collimano con la storia che stanno raccontando o, forse, molto più semplicemente, non vogliamo riconoscere le bugie. Persino se imparassimo a farlo, non le sentiremmo. Generalmente, quando ci raccontano una storia, a meno che colui che parla non sia un professionista della menzogna, possiamo riscontrare alcuni errori di contenuto in ciò che ci stanno dicendo, tali da rendere poco plausibile - se non contraddittorio - il racconto stesso. Tuttavia, spesso siamo portati ad ascoltare distrattamente e a ignorare queste avvisaglie verbali. Anche le emozioni che non collimano con il contenuto di ciò che si sta dicendo possono tradire colui che parla. Sappiamo, infatti, che ci sono da cinque a sette emozioni, che hanno dei riscontri universali a livello della mimica facciale. Esse sono: la paura, la tristezza (che include anche il dolore e il disappunto), la rabbia, il disgusto, la gioia, la sorpresa e il disprezzo. Questi sono dei prototipi espressivi, a partire dai quali possono esserci delle variazioni: per esempio, l’indignazione e la vendetta sono differenti variazioni della rabbia. Quello che attualmente sappiamo sulle espressioni facciali lo abbiamo appreso dal libro di Charles Darwin L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali, pubblicato nel 1872, a soli tredici anni dall’Origine delle specie. Si tratta di un libro affascinante, anche se largamente osteggiato dalle scienze sociali dell’ultimo secolo. Quando lo lessi per la prima volta, pensavo che Darwin fosse in errore nel dichiarare che le espressioni facciali sono universali. Infatti, agli inizi dei miei studi interculturali, pensavo di poter dimostrare che esse sono parte di una determinata cultura. I risultati delle mie ricerche invece dimostrarono che Darwin era nel giusto e io mi sbagliavo. Sebbene tutti siamo dotati di una stessa capacità espressiva delle emozioni, gli individui via via si differenziano per molti aspetti nelle loro personali esperienze emotive. Per esempio, alcune persone rispondono in maniera molto più immediata di altre, mentre altre hanno delle reazioni molto più intense e forti. Le espressioni facciali forniscono dei chiari segnali per distinguere tra loro le emozioni negative - come la rabbia, la paura, il disgusto e il disprezzo - ma una sola espressione riesce a dichiarare quelle positive come l’orgoglio, il piacere, il divertimento e il sollievo. Nel 1862, il neurologo francese Duchenne du Boulogne cominciò a effettuare studi sulle espressioni facciali, nell’intento di fornire una mappatura completa delle varie contrazioni muscolari che ne erano responsabili. Dei tanti contributi forniti dalle sue ricerche, bisogna segnalare la distinzione tra il sorriso inteso come autentica espressione di gioia e gli altri tipi di sorriso. Egli aveva posto degli elettrodi sopra l’arco zigomatico di un uomo che non mostrava segni di dolore sul volto e, tramite stimolazione elettrica, produceva un movimento di contrazione verso l’alto degli angoli esterni della bocca. Sebbene esso appariva simile a un sorriso, l’uomo non aveva alcuna ragione di essere felice. Duchenne quindi raccontò all’uomo una barzelletta e ne fotografò l’espressione. Anche questa volta gli angoli della bocca si portarono verso l’alto, per effetto della contrazione del muscolo gran zigomatico, ma, in tale manifestazione di sorriso genuino, Duchenne notò che anche il muscolo orbicolare dell’occhio, ossia quello che circonda le orbite degli occhi, si contraeva mentre nel sorriso non autentico ciò non accadeva. Le mie ricerche dell’ultimo decennio e una serie di altri studi analoghi hanno dimostrato la correttezza delle osservazioni di Duchenne. In sua memoria, ho suggerito di chiamare il sorriso autentico, quello in cui si contraggono sia il muscolo gran zigomatico sia quello orbicolare dell’occhio, sorriso di Duchenne. Quando ci si occupa di menzogne, almeno due differenti questioni vanno considerate: la prima consiste nel determinare se sussistono effettivamente indizi comportamentali di inganno, e quanto 1


Tratto dal Primo capitolo di La seduzione delle bugie di Paul Ekman spesso e in quali circostanze essi si presentano; la seconda nella capacità che una persona ha di individuare una menzogna. Ci siamo concentrati sulle bugie che rappresentano una sorta di scommessa, in cui la posta in gioco, in caso di successo o di fallimento, è molto alta. Queste sono le bugie più usuali nei rapporti sociali, e sono quelle in cui le emozioni più forti vengono a galla. Per smascherare una bugia bisogna porre l’attenzione sulle emozioni che non collimano con ciò che l’interlocutore sta dicendo e sulla crisi dei processi cognitivi che tali forti emozioni causano, generando contraddizioni o argomentazioni vaghe. Le persone sarebbero molto meno propense alla menzogna se sapessero che esistono dei segni incontrovertibili di inganno; ma non ce ne sono. Non esiste alcun segno che di per sé sia rivelatorio di una bugia: nessun gesto, nessuna espressione facciale o contrazione muscolare che, presa a sé, stia a indicare che una persona mente. Ci sono solo indizi, ai quali peraltro le persone sono poco preparate, insieme a emozioni che non corrispondono al comportamento abituale del nostro interlocutore. Il cacciatore di bugie deve sapere in che modo le emozioni si manifestino nella voce, nelle parole, nel corpo e nella faccia; quali tracce possano tradire i sentimenti anche del più attento bugiardo e quali forniscano un ritratto delle false emozioni. Per individuare un inganno bisogna inoltre comprendere in quale modo il bugiardo sta delineando la sua strategia, man mano che va avanti. Non è questione da poco smascherare un bugiardo. Un impedimento è certamente rappresentato dalla quantità di informazioni che debbono essere prese in considerazione contemporaneamente. Ci sono infatti molte sorgenti: le parole, le pause, il timbro della voce, le espressioni, i movimenti del capo, i gesti, la postura, la frequenza respiratoria, il rossore o il pallore, la sudorazione, e così via. Tutti questi elementi trasmettono informazioni simultaneamente o in maniera sovrapposta, creando una competizione nell’attenzione dell’osservatore. Fortunatamente il cacciatore di bugie non ha bisogno di esaminare con la stessa cura tutto ciò che vede e sente. Non tutte le fonti di informazione, durante una conversazione, sono affidabili e alcune parlano più di altre. Stranamente la maggior parte delle persone pone tutta la propria attenzione sulle parole e sull’espressione facciale, e quindi può essere facilmente ingannata. Ci sono indizi di menzogna anche nelle parole e nelle espressioni facciali, ma sono molto sottili, e spesso questi due fattori sono asserviti proprio alla menzogna stessa. I bugiardi non possono monitorare, controllare e manipolare tutti i loro comportamenti e probabilmente non potrebbero anche se volessero. Se non fosse così, essi dovrebbero controllare i propri atteggiamenti dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Invece, nascondono e falsificano proprio quegli aspetti sui quali pensano che il loro interlocutore porrà la maggiore attenzione, cercando di essere il più accurati possibile nella scelta delle parole e in ciò che dicono. Essi mascherano accuratamente proprio ciò che potrebbe farli uscire allo scoperto, non solo perché sanno benissimo che ciascuno concentra la propria attenzione su tali aspetti, ma anche perché sanno che essi risultano molto più credibili per le loro parole che dicono, piuttosto che per il timbro della voce, per le espressioni facciali o i movimenti del corpo. Dopo le parole, è il volto a ricevere la gran parte delle attenzioni altrui, essendo il luogo preferenziale in cui si palesano le emozioni. Insieme alla voce, esso può dichiarare a colui che ascolta qual è lo stato d’animo di chi parla in relazione a quanto va dicendo. La voce non è tanto efficace quanto il volto nel dichiarare i sentimenti. Ho imparato come i movimenti del corpo possono nascondere gli affetti, attraverso un esperimento che ho condotto quando ero ancora studente, più di venticinque anni fa. A quel tempo, c’era un professore che, nell’interrogare i miei compagni di corso sui loro obiettivi scolastici, si mostrava prima autoritario e minaccioso, per poi rivelare gli intenti sperimentali del suo autoritarismo e indurre così un rasserenamento nei suoi studenti. Io avevo il compito di fotografare le loro conversazioni, identificando gli atteggiamenti che distinguevano la fase minacciosa da quella più serena.

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Tratto dal Primo capitolo di La seduzione delle bugie di Paul Ekman Non esistono grandi evidenze scientifiche sul fatto che i movimenti del corpo riflettano le emozioni o la personalità di un individuo. Un gruppo piuttosto esiguo di psicoterapeuti è comunque certo che sia così, ma le loro convinzioni sono state accantonate come ipotesi inconsistenti dai comportamentisti che, al momento, dominavano la psicologia accademica. Molte ricerche, compiute tra il 1914 e il 1954, hanno fallito nel tentativo di trovare una base sperimentale per questa teoria. La psicologia accademica ha mostrato una manifesta soddisfazione nel constatare che anche le prove sperimentali sfatavano il mito del bugiardo tradito dalla propria faccia o dal proprio corpo. Quei pochi sociologi e terapeuti che ancora continuano a scrivere sui movimenti del corpo sono considerati, al pari di coloro che si interessano di fenomeni paranormali, come degli ingenui, superficiali e ciarlatani. Personalmente non condivido questa acrimonia: osservando i movimenti corporei durante sessioni di terapia di gruppo, mi sono convinto che avrei potuto dire, ad esempio, chi era contrariato e a quale proposito. Con tutto l’ottimismo di uno studente al primo anno di università, decisi che avrei fatto cambiare idea alla psicologia accademica circa i comportamenti non verbali. Il mio lavoro è cominciato con lo studio dei movimenti del corpo. Mi sono ispirato fondamentalmente alle ricerche dell’antropologo argentino David Efron, che ha studiato alla Columbia University con Franz Boas. Egli esaminava ciò che io, da allora, ho chiamato illustratori ossia i movimenti delle mani che accompagnano un discorso - nello specifico culturale della popolazione che viveva nella parte bassa dell’East Side newyorkese. Efron evidenziò come gli immigrati provenienti dalla Sicilia usassero gli illustratori principalmente per disegnare un’immagine o per mostrare un’azione; mentre gli ebrei immigrati dalla Lituania facevano uso di illustratori che davano enfasi al discorso o tracciavano il flusso di un pensiero. I loro discendenti, che erano nati negli Stati Uniti e frequentavano le scuole locali, non mostravano differenze nell’uso degli illustratori. In tal modo Efron dimostrò che lo stile degli illustratori era acquisito, e non innato. Persone appartenenti a differenti culture non solo usavano lo stesso tipo di illustratori, ma in alcune culture se ne faceva un uso ridotto, mentre in altre ve ne erano in abbondanza. A differenza delle espressioni facciali, che sono dal punto di vista evolutivo universali, i gesti e gli illustratori sono socialmente determinati e culturalmente variabili. Perché la gente gesticola? Gli illustratori aiutano a esprimere idee che sarebbe difficile trasformare in parole. Schioccare le dita o alzare una mano in aria aiuta la persona che sta cercando le parole a far capire al suo interlocutore che non deve essere interrotta. Ci sono vari modi di “illustrare” un discorso: l’enfasi può essere posta su una parola o su una frase, esattamente come si fa nello scritto con un accento o una sottolineatura; il flusso di un pensiero può essere accompagnato con gesti nell’aria, come se colui che parla stesse dirigendo il proprio discorso; le mani possono dipingere figure nello spazio o mostrare azioni che ripetono e amplificano quello che si sta dicendo. Sono le mani che generalmente “illustrano” un discorso, sebbene anche la fronte e il movimento delle sopracciglia spesso forniscono un’enfasi discorsiva; e il corpo intero o la parte superiore del busto possono fare altrettanto. L’attitudine a gesticolare, da secoli, viene considerata, a seconda dei tempi, ora il segno di appartenenza a una classe superiore, ora la modalità espressiva privilegiata degli incolti. Gli studi pioneristici di Efron non miravano alla ricerca di indicatori di menzogna, bensì volevano sfidare gli assunti dei sociologi nazisti. Infatti, intorno agli anni Trenta, erano comparsi molti articoli in cui si dichiarava che gli illustratori erano innati ed erano il segno distintivo delle razze inferiori - come gli ebrei e gli zingari – i quali ne facevano largo uso, a differenza della razza superiore ariana, generalmente meno espansiva. Alcune infermiere tirocinanti, durante un esperimento di cui parlerò in dettaglio più avanti, facevano un minor uso di illustratori quando dovevano cercare di descrivere le sequenze scottanti di un film che riprendeva un’amputazione, e si comportavano come se si trattasse di parlare di un paesaggio floreale. Questo calo nell’uso di illustratori ha almeno due ragioni: la prima è che le studentesse non avevano avuto il tempo di prepararsi nel compito affidatogli; la seconda è che le emozioni in gioco erano veramente forti, in termini di apprensione. 3


Tratto dal Primo capitolo di La seduzione delle bugie di Paul Ekman Se un bugiardo non ha avuto il tempo di preparare la sua “linea narrativa”, sarà molto più cauto e accorto nel parlare e misurerà ogni singola parola. Un bugiardo che non ha provato la sua parte, che ha poca dimestichezza con ciò che sta dicendo, che fallisce nell’anticipare le domande a lui poste, mostra una diminuzione nell’uso degli illustratori. E perfino se ha già pianificato la sua linea, i suoi gesti illustratori saranno condizionati dalle emozioni in gioco. Alcune emozioni, specialmente la paura, possono interferire con ciò che si sta dicendo. La fatica di dover controllare le emozioni più forti inevitabilmente ci distrae dai processi mentali necessari a costruire il filo logico che tiene insieme le parole. Se le emozioni debbono essere nascoste, oltre che controllate, e se per giunta sono forti, allora è plausibile che anche un bugiardo preparato abbia difficoltà nel parlare e che i suoi illustratori diminuiscano. Anche i gesti simbolici, cui Efron si riferiva con il nome di gesti emblematici, variano enormemente, nello stile e nel numero, da nazione a nazione. Israele, ad esempio, ne ha la maggior quantità, oltre 250, e ciò probabilmente è dovuto al gran numero di immigrati accolti in questa terra e al fatto che è un paese in cui si sono combattute molte guerre. In tempo di guerra, infatti, i carristi comunicano tra loro prevalentemente attraverso gesti, che poi entrarono a far parte dell’uso comune. Israele è il paese con il più alto numero di gesti emblematici e, proporzionalmente, anche con la più grande quantità di insulti. Quando parliamo di illustratori è importante distinguerli dai gesti emblematici: se una persona sta mentendo è facile che adotti dei gesti emblematici, mentre diminuisce la presenza di quelli illustratori. La differenza cruciale tra i due gesti risiede nella precisione del movimento e del messaggio trasmesso. Gli illustratori richiedono una grande varietà di movimenti che risultano piuttosto vaghi. Se osserviamo qualcuno fare uso di illustratori, senza ascoltare le sue parole, è probabile che non capiremo molto della sua conversazione; ciò invece non accade se la persona fa uso di gesti emblematici. Un’altra differenza risiede nel fatto che, sebbene entrambi abbiano un valore figurativo, i gesti emblematici possono essere utilizzati al posto delle parole, o quando una persona non può parlare, mentre gli illustratori coadiuvano per definizione il discorso e non possono sostituirlo in alcun modo. Il cacciatore di bugie deve essere molto cauto nell’interpretare sia gli illustratori sia i gesti emblematici. Se, ad esempio, nota nel suo interlocutore una diminuzione di illustratori, deve analizzarne tutte le possibili ragioni (oltre naturalmente al fatto che stia mentendo), perché ci sono anche persone che abitualmente scelgono con cura ogni singola parola. La gran parte delle persone quando è profondamente coinvolta in ciò che sta dicendo tende a usare un maggior numero di illustratori; al contrario, ne utilizza di meno se non è particolarmente motivata nel suo discorrere. Una diminuzione degli illustratori, un aumento delle pause, il guardarsi intorno, un appiattimento della voce e dell’intonazione possono essere anche segni del fatto che la persona sta pensando a che cosa dire mentre parla. Ci sono invece minori ambiguità nell’interpretazione dei gesti emblematici: il messaggio trasmesso è di solito sufficientemente chiaro. Il cacciatore di bugie non ha necessità di accostarsi in maniera sospettosa al suo interlocutore per interpretare un emblema. Poiché ogni singola persona differisce enormemente nel suo abituale uso di illustratori, non può essere espresso alcun giudizio su di essi senza che l’osservatore abbia le basi per effettuare una comparazione. Dunque, l’interpretazione degli illustratori richiede, come la gran parte degli altri indizi di menzogna, delle conoscenze pregresse. Individuare un inganno è molto difficile a un primo incontro, e i gesti emblematici offrono una delle rare opportunità per farlo. Gli scivoloni che si possono prendere con i gesti emblematici hanno una caratteristica distintiva: solitamente, solo un frammento dell’emblema nel suo insieme viene riprodotto e, peraltro, al di fuori della sua abituale posizione, ossia direttamente di fronte alla persona che agisce. La più comune di queste imperfezioni possiamo notarla in un’alzata di spalle incompleta, nella quale solo una spalla si muove e una o entrambe le mani ruotano lievemente. In questo caso, il messaggio che la persona sta cercando di nascondere, ma che il suo scivolone rivela, è: “non posso farlo”. Un altro tipo di movimento corporeo è rappresentato dalle manipolazioni, che includono tutti quei movimenti in cui una parte del corpo viene strofinata, massaggiata, sfregata, afferrata, pizzicata, 4


Tratto dal Primo capitolo di La seduzione delle bugie di Paul Ekman picchiettata, grattata, o qualsiasi altro tipo di manipolazione. Il tipo di manipolatore varia da persona a persona; alcuni hanno una predilezione per un movimento in particolare. A differenza degli illustratori, la frequenza dei gesti manipolatori cresce quando la persona non è a proprio agio. Aumenta però anche quando la persona è totalmente rilassata e non si preoccupa di ciò che gli altri potrebbero pensare. Per questa ragione, i gesti manipolatori non sono dei buoni rivelatori di bugie, perché possono indicare stati d’animo contrapposti, ad esempio, sia rilassatezza sia agitazione. Nei nostri studi sulla capacità delle persone di smascherare le menzogne, abbiamo notato che chi effettua troppi gesti manipolatori viene comunemente giudicato un bugiardo. Non è importante se una persona, nel momento in cui faceva uso di manipolazioni, stia dicendo la verità o meno, ma il solo fatto che ne faccia uso contribuisce a etichettarla come la bugiarda. Ovviamente, si tratta di uno stereotipo, qualcosa di molto simile a quello che avviene quando una persona non riesce a mantenere il contatto con gli occhi del suo interlocutore e deve distogliere lo sguardo: ugualmente essa è additata come bugiarda. Il buon mentitore mantiene sempre il contatto degli sguardi, perché sa che questo ha una sua importanza: è un buon esempio di un falso indizio. […]

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La seduzione delle bugie  

Gli studi di Paul Ekman hanno ispirato la serie TV "Lie to me" trasmessa da FOX. Paul Ekman in questo libro descrive i segreti del mentitore...

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