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SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO - RIPATRANSONE - MONTALTO ANNO XXX N° 5 - 17 Febbraio 2013 € 1.00

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“La Quaresima che vogliamo vivere

SEDE DI PIETRO

La rinuncia di Benedetto XVI

si inserisce nell’Anno della fede, proclamato dal papa Benedetto XVI con la Lettera Apostolica Porta fidei, per il periodo novembre 2012 - novembre 2013.

Il Papa ha annunciato al Concistoro la decisione. Dal 28 febbraio, alle ore 20,00, la sede di Roma sarà vacante. Poi il Conclave con l’elezione del nuovo Sommo Pontefice

“Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”. È l’annuncio dato da Benedetto XVI questa mattina durante il Concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. La dichiarazione ufficiale è riportata da Radio Vaticana. “Vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio - ha detto il Papa -, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. “Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero - ha concluso il Pontefice -, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”.

(dal Messaggio alla Diocesi)

Sussidio preparato dagli oratori per la Quaresima 2013

CARDINALE ANGELO BAGNASCO Nessunavolontà diingerenza. Difesadell’umano Anche in Italia la questione della fede è diventata una sfida a pag. 2

“In un silenzio, povero di parole ma carico di affetto e di gratitudine, mi sento in queste ore profondamente commosso”. Così il nostro Vescovo: La notizia delle dimissioni di Benedetto XVI dalla Sede di Pietro, programmata per il prossimo 28 febbraio, mi viene comunicata da un giornalista in udienza, mentre ritorno dall’Ospedale Civile, dove ho celebrato la Messa nella festa della Madonna di Lourdes, Giornata Mondiale del Malato. La comunicazione è assolutamente inaspettata. In verità, l’età del Papa, ormai ottantaseienne il prossimo 16 aprile, aveva già superato quella del suo Predecessore il Beato Giovanni Paolo II, e non mancavano segnali di stanchezza e di fatica in questi ultimi mesi, ma nulla lasciava presagire questo annuncio. Di fronte all’avanzare degli anni e dei disagi, la scelta che si presentava era duplice: proseguire il ministero, affrontando tutti i momenti della decadenza fisica, come aveva fatto con grande coraggio ed umiltà Giovanni Paolo II, oppure privilegiare l’efficienza di una gravosissima responsabilità,

dichiarando con non meno coraggio ed umiltà le proprie dimissioni. Karol Wojtyla, scegliendo di andare avanti, ci lasciò una altissima testimonianza di fede e di serenità, vivendo la malattia con esempio commovente fino all’ultimo re-

spiro; Joseph Ratzinger ha preferito ritirarsi in disparte, mentre è ancora pienamente lucido, dopo avere guidato la Chiesa con un magistero di indiscussa sapienza teologica e

Le motivazioni che hanno suggerito questa decisione sono molteplici, ma è evidente a tutti noi la necessità urgente di riflettere sulla fede, sia per la diffusa mentalità sempre più lontana dal retto credere, sia per il bisogno di dare un più forte impulso alla vita religiosa dei credenti. Se in questo nostro tempo c’è crisi di fede, lo si dice da parte di molti, tuttavia per questo non ci deve essere crisi di annuncio della fede, cioè di evangelizzazione. Come pure, se oggi c’è una pesante crisi economica, che fortemente colpisce tante nostre famiglie, tuttavia non devono assolutamente andare in crisi la concreta solidarietà e una intelligente carità. Questo stretto rapporto tra fede e carità è anche il tema del Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima, che ha per titolo: Credere nella carità suscita carità.”

pastorale, per affidare il timone della Barca di Pietro ad altre mani più pronte e più giovani. In un silenzio, povero di parole ma carico di affetto e di gratitudine, mi sento in queste ore profondamente commosso e non riesco a fare altro che pregare. Nella mattinata del 28 febbraio dovevo essere in udienza dal Santo Padre per la Visita ad limina, insieme ad alcuni Vescovi delle Marche. Forse l’incontro avverrà diversamente: sarà un abbraccio spirituale. Adesso invito tutti a pregare il Signore per Benedetto XVI, il Papa dallo sguardo dolce e semplice, dal temperamento riservato e quasi timido, dalla sapienza indiscussa, dal cuore grande per il Signore e per la santa Chiesa. Grazie, caro Papa Benedetto. Ti vogliamo ancora più bene. + Gervasio Gestori Vescovo San Benedetto del Tronto, 11 febbraio 2013

EDITORIALE

Con Pinocchio, quanti gatti e volpi incontriamo in questi giorni!

Nel voto con discernimento lasciamoci aiutare dalla preghiera e dalla meditazione. Vogliamo anticipare “le Rogazioni”? di Pietro Pompei

I giorni che sono trascorsi verso le elezioni nei ripetitivi incontri televisivi dove il grosso della campagna elettore si svolge, non hanno migliorato né il linguaggio né i programmi, anzi. Ci sembra di assistere ad un naufragio con tentativi di non soccombere sempre più disordinati ed in cerca di un appiglio che aggrava sempre più la situazione. E giù ridicole statistiche ad illudere un’avanzata che non c’è e un ritorno di insulti e dicerie che avevano reso nauseabonde le ultime fasi della passata legislatura, prima dei tecnici. Se ogni tanto e non per piaggeria, non ci fossero state illuminanti esortazioni, in particolare del card. Bagnasco, ad aiutarci nel discernimento ricordandoci “i valori non negoziabili” e quanto da secoli la DSC ci suggerisce, saremmo arrivati al 24-25 febbraio con solo una rabbia in corpo non certo compagna del discernimento. E per far dispetto a tutti non saremmo andati a votare. segue a pag. 2


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Anno XXX 17 Febbraio 2013

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Dalla prima pagina

CARDINALE ANGELO BAGNASCO

Nessunavolontàdiingerenza. Difesadell’umano Anche in Italia la questione della fede è diventata una sfida Colloquio a tutto campo. Dalla necessità di sanare “un certo indifferentismo che nasce da un diffuso analfabetismo religioso” alla “presenza popolare nella forma della parrocchia”. Dalla prossimità con il Paese e il suo popolo alla “necessità educativa”. Dallo “sguardo di Dio che incanta” alla “nuova stagione dell’impegno politico”. Cardinale Bagnasco, lei ha scelto la metafora evangelica della “porta stretta” per titolare la raccolta delle prolusioni pronunciate nel corso del primo quinquennio di presidenza della Conferenza episcopale italiana. Sicuramente lei avrà pensato ai grandi “talenti” che la Chiesa italiana ha ricevuto in dono, non fosse altro che per la sua vicinanza tutta speciale al Papa. Può dirci se ritiene, dal suo osservatorio privilegiato, che la Chiesa italiana li abbia investiti tutti, che abbia saputo metterli in gioco? “Ricordo bene che proprio all’inizio del mio servizio ebbi modo di sottolineare il privilegio di essere come Chiesa italiana oggetto ‘di una speciale premura e di un assiduo magistero nei nostri confronti’. Il riferimento al Papa è ovvio, ma mai scontato. In questi anni ho avuto modo di sperimentare personalmente quanto la vicinanza di Benedetto XVI sia una risorsa di incalcolabile portata per il cammino delle nostre Chiese locali. Come ogni dono accolto, questa opportunità diventa pure un impegno. Di fatto, senza paura di inorgoglirsi, la Chiesa del nostro Paese è vista ovunque come una esperienza di cui tener conto nell’affronto delle sfide e dei problemi che la società moderna pone all’annuncio del Vangelo. Naturalmente anche da noi la questione della fede è diventata una sfida giacché non si può mai darla per acquisita in via definitiva ed, anzi, ogni generazione, compresa la nostra, è chiamata a riappropriarsi dell’esperienza cristiana. Il compito urgente resta quello di superare un certo indifferentismo che nasce da un diffuso analfabetismo religioso che ha smarrito il senso del vocabolario cristiano e che attende di vedere una nuova inculturazione della fede dentro gli ambiti della vita quotidiana: la famiglia, la scuola, il lavoro, il tempo libero, la politica”.

È giusto affermare che nella sua lettura della religiosità in Italia, lei non si sia mai allontanato dalla consapevolezza di doversi rapportare, sempre e comunque, con una Chiesa di popolo? “È opinione diffusa che il nostro Paese abbia salvaguardato una presenza popolare perché non ha scelto vie elitarie, ma ha puntato molto sulla prossimità espressa soprattutto nella forma della parrocchia. Proprio questa realtà rappresenta un tutt’uno con il paesaggio geografico, a riprova della profonda interazione tra la Chiesa e il territorio. Naturalmente l’essere la nostra una Chiesa di popolo non equivale affatto ad ipotizzare una sorta di ‘religione civile’ che dovrebbe limitarsi a far da puntello ad un contesto smarrito e privo di riferimenti. L’annuncio del Vangelo non potrà mai essere l’equivalente di una semplice tutela dei valori nazionali, ma si manifesterà sempre attraverso lo scandalo della croce e della resurrezione di Gesù Cristo, la cui sequela resta la migliore forma di umanizzazione, secondo l’intuizione di Gaudium et Spes: ‘Chi segue Cristo, si fa lui pure più uomo’ (22)”. Da una rilettura dei suoi testi emerge un dato costante: il tentativo di porre sempre in equilibrio la spinta al realismo con la responsabilità della profezia. È un bilanciamento sempre difficile dal quale dipende anche la credibilità di tutti i cristiani. Quali sono stati, a suo avviso, i momenti cruciali di questo quinquennio nei quali si sono imposti la forza del realismo cristiano e l’urgenza della profezia? “Vorrei far riferimento - per cominciare - al 150° dell’unità nazionale che ha visto la Chiesa coinvolta in una rievocazione che non è stata solo un anniversario, ma un invito ‘a serrare le fila’ per un nuovo innamoramento dell’essere italiani. L’Italia ha un retroterra storico e culturale che si commenta da sé, ma soprattutto ha un patrimonio di umanità e di dedizione spesso disatteso dalla comunicazione pubblica che tende ad accreditare l’immagine di un Paese allo stremo, senza linfa vitale. Stando in mezzo alla gente ci si accorge che invece le risorse ci sono e che attendono solo di essere messe a regime, sfidando l’individualismo e la tendenza a ripiegarsi nel privato. Un altro mo-

mento cruciale è stata la condivisione dei drammi collettivi come la crisi economica e il terremoto in Abruzzo. Per la prima l’istituzione di un Fondo per le famiglie (‘Il prestito della speranza’) ha mostrato in concreto la vicinanza dei cristiani e nel secondo la colletta nazionale in tutte le parrocchie è stato un segnale forte della solidarietà. Non sono mancati momenti di confronto culturale aperti e non convenzionali, specie per quel che riguarda la vita che va salvaguardata sempre dal concepimento alla fine naturale e la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Mi auguro che si chiarisca sempre meglio che la Chiesa non ha nessuna volontà di ingerenza tantomeno politica, ma sente come sua missione quella di non svendere l’umano e di difenderlo contro qualsiasi riduzione”. È indiscutibile che in lei emerge una profonda preoccupazione educativa, anzi un’urgenza educativa che affonda le sue radici tanto nella “lezione” di Antonio Rosmini, quanto nella sua particolare sensibilità per la sfida portata dalla modernità alla coscienza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Con il sostegno convinto di tutti i suoi confratelli, lei ha chiesto alla Chiesa che è in Italia di “educare alla vita buona del Vangelo”. Ritiene che siamo sulla strada giusta in quest’impresa ciclopica? “Penso che aver rimesso a tema l’educazione sia stato un atto necessario, visto il disarmo ideale e la deregulation morale che negli ultimi tempi sono stati sbandierati quasi fossero sinonimo di progresso e di modernità. L’abbandono della scelta educativa è stato spesso il frutto di una malintesa concezione dell’individuo che sarebbe tale nella misura in cui è lasciato solo a se stesso, dimenticando che l’io dell’uomo si costruisce sempre all’interno di un ‘noi’ più ampio. Ritrovare questa apertura all’educazione significa ritrovare la persuasione che non siamo gettati nel mondo, ma abbiamo una vocazione da scoprire non chiudendoci nei limiti della sola ragione, ma lasciandoci sfidare dalle domande della vita che attendono risposte non preconfezionate, ma costruite con l’impegno serio e la fiducia sincera. La Chiesa crede nell’uomo e pur consapevole di tanti problemi, lo invita ad alzare lo sguardo e a non lasciarsi mortificare da una visione solo orizzontale. Il cielo, grazie a Dio, non è vuoto”. Lei suggerisce ai credenti di fare proprio lo sguardo di Dio che giudica la realtà senza con-

dannare l’umanità. Anzi, propone una dinamica del “sì” che restituisca gioia e consapevolezza anche nelle partite più difficili della vita. Quanto spazio c’è per ricondurre i valori non negoziabili come la vita, la famiglia e la libertà di educazione, nell’orizzonte pacificante del “sì”? “Lo spazio c’è nella misura in cui torniamo ad interrogarci su quale sia il bene e, ancor prima, su quale sia stato l’esito di una visione dell’uomo sganciato da qualsiasi altro riferimento che non sia il proprio io e le proprie voglie. Se c’è lo sguardo di Dio l’atmosfera di un mondo chiuso in se stesso si allontana e si percepisce una prospettiva di senso che riscatta anche i fallimenti e gli errori umani. Se Dio c’è, il mondo riacquista il suo incanto e l’uomo è rimesso in condizione di non accontentarsi dei semplici bisogni, ma di coltivare quei desideri profondi che coltiva in sé, anche se allo stato latente. In questo contesto i valori della vita sono dei grandi sì detti all’uomo, alla sua pienezza e alla sua dignità”. Nelle sue prolusioni è costante il richiamo all’impegno sociale, culturale e politico del laicato cattolico, come espressione creativa e originale della fedeltà a Dio e all’uomo. Quanto siamo vicini alla concretizzazione del “sogno” da lei evocato, sulle orme di Benedetto XVI? “Il cristiano non può limitarsi ad una concezione del bene solo individuale, ma deve agire perché si allarghi il bene comune, cioè la possibilità offerta a tutti di realizzare pienamente se stessi. In questo senso la politica, talora ridotta da alcuni ad una ricerca del proprio tornaconto, ritrova la sua ragion d’essere. Si passerà dal ‘sogno’ di una nuova generazione di politici cattolici alla realtà, quando all’interno del mondo cattolico crescono vocazioni ad un impegno disinteressato che facendo leva sui valori di riferimento condivisi, punti a costruire una nuova stagione di impegno ai valori della vita e della solidarietà. Siamo sulla buona strada: molte persone - specie a livello della politica locale ma non solo - esprimono interesse crescente e consenso a tale riguardo. È qualcosa che sta nascendo”. Domenico Delle Foglie

continua dalla prima pagina

Nel voto con discernimento lasciamoci aiutare dalla preghiera e dalla meditazione. Vogliamo anticipare “le Rogazioni”? Grazie all’esortazione costante della Chiesa ci siamo convinti che questo è uno dei più sacrosanti doveri per evitare che, come spesso è successo nella storia, la nostra bella Italia vada a finire in mano a pochi facinorosi. Ma per chi votare ora che tutti si son messi a galoppare dietro promesse velleitarie? Mi ricordano un bar amico, dove avevo l’abitudine del caffè dopo i pasti. Lì, immancabilmente, ad un tavolo, trovavo due avventori che animatamente discutevano di alta finanza, progetti faraonici, di titoli in Borsa. Inizialmente mi soffermavo, incuriosito, di fronte a tanta abbondanza e seguivo quei discorsi con un pizzico d’invidia. Fu l’amico barista a riportarmi alla realtà, dicendomi: “ Non ci fare caso, quei due se li rigiri dalle loro tasche non esce neppure un soldino per pagare un caffè. Ogni volta lo offro io e così se ne vanno”. I miliardi promessi un po’ da tutti e i milioni entrati nelle tasche di molti che ci dovevano educare al risparmio, sono diventati lin-

guaggio giornaliero; ma non siamo stati anche noi, come la Grecia, sul baratro col rischio di non poter pagare stipendi e pensioni? È stato uno scherzo? Dalle lamentele che si ascoltano in giro, non sembra proprio. Ci hanno messo a “stecchetto” e noi anziani abbiamo paventato il ritorno al pane con la tessera. Adesso che cominciamo a capire di aver fatto per varie legislature il passo più lungo della gamba, vogliamo ricominciare daccapo? Non è il metodo migliore per ridare speranza ai giovani. Ho sempre temuto quelli che si fanno grandi denigrando gli altri. I primi cristiani hanno convertito non con le promesse, ma con il loro comportamento. Nella scelta le biografie dei candidati sono importanti. Noi cristiani abbiamo una decina di giorni di Quaresima prima delle votazioni, tempo particolarmente adatto per meditare, non ci lasciamo distrarre. Il nostro voto sia frutto di discernimento, ad esso giungiamo attraverso la preghiera, mezzo formidabile

per evitare errori. Mi viene da suggerire l’anticipo delle “Rogazioni” processioni penitenziali per ottenere lo sguardo misericordioso di Dio sui frutti dei campi e sul lavoro. Che la prossima Primavera sia propizia dopo aver invocato: “A peste, fame et bello libera nos Domine”.


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Anno XXX 17 Febbraio 2013

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2012

Anno della Fede Parola del Signore 1’ DOMENICA QUARESIMA C

dal VanGelo secondo luCa Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”. Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”. Gesù gli rispose: “Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai”. Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Gesù gli rispose: “E’ stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo”. Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. LUCA 4,1-3 Questa domenica è la prima del Tempo di Quaresima, uno dei “Tempi forti” dell’anno liturgico, l’altro è il Tempo d’Avvento. Si chiamano così perché tutta la liturgia, in questi tempi, ha una tensione molto forte verso l’Avvenimento, sia esso la nascita di Gesù, per l’Avvento, sia la morte e resurrezione del Cristo , per la Quaresima. Sono tempi di preparazione, sono KAIROS, tempi opportuni, tempi in cui è bene proporsi una profonda riflessione sulla propria vita e sulla propria fede. La prima domenica di Quaresima inizia sempre con il brano delle tentazioni di Gesù. Il luogo è il deserto, che nella Bibbia è il luogo tipico dell’incontro con sé stessi e con Dio, il luogo della prova. L’esperienza del deserto vuole portarci ad approfondire la nostra fede, e a rivedere tutta la nostra vita. Le tentazioni che Gesù soffre sono paradigmatiche delle tentazioni del Messia, le tentazioni che avrà lungo tutta la Sua vita. La prima è la tentazione di usare il potere per sod-

disfare i propri bisogni e quelli degli altri, come gli capiterà dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, “ il popolo lo seguiva per proclamarlo Re“. Sarebbe stato facile accontentarli e mettersi alla loro testa come nuovo sovrano, ma non era questo il disegno divino. La seconda tentazione è quella della vanagloria, quella, cioè, di usare la propria potenza per mettere tutti ai suoi piedi e convincerli della propria divinità, come Gli succederà anche sulla croce quando “quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: “Se Tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce“.(Mt.27,51)” La terza tentazione è quella di compiere azioni spettacolari, miracoli, al solo fine di mostrare, soprattutto ai sacerdoti ed agli scribi, che Lui era veramente il Messia ed il Figlio di Dio, come buttarsi dal pinnacolo del Tempio e chiamare gli angeli a sorreggerlo. Questa tentazione la sopporterà anche davanti al Sinedrio la notte del Suo processo, quando Gli rinfacceranno di aver detto “Posso distruggere il Tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni“. Sarebbe stata una faccenda da nulla, per il Figlio di Dio, che così avrebbe soddisfatto i sacerdoti che lo avrebbero subito accettato come Messia e lo avrebbero posto alla testa del popolo a combattere i Romani con le sue armi soprannaturali. Certamente, però, non era questa la via indicata dal Padre e volontariamente seguita ed amata da Gesù per salvare tutti gli uomini. Come Gesù dice a Pilato, infatti,: “il mio regno non è di questo mondo......Io sono nato per rendere testimonianza alla verità“(Gv.18,36ss). Tutta la vita e l’atteggiamento di Gesù ci mostrano quali devono essere le direttrici della nostra vita. Tutto ciò che siamo, tutto ciò che abbiamo deve essere al servizio della VERITA’, al servizio di DIO, al servizio dei FRATELLI. Chiediamo al Signore la forza per aumentare e perfezionare il nostro spirito di umiltà e di pazienza, affinché anche noi possiamo dire : SIA FATTA, SIGNORE, LA TUA VOLONTA’. Riccardo

PILLOLE DI SAGGEZZA: IL FUOCO METTE ALLA PROVA IL FERRO, LA TENTAZIONE METTE ALLA PROVA IL GIUSTO. (IMITAZIONE DI CRISTO)

Incontri Pastorali del Vescovo durante la settimana 17-24 Febbraio 2013 Domenica 17 febbraio Ore 11.00 S. Benedetto Tr. Madonna della Suffragio: S. Messa Ore 12.00 S. Benedetto Tr. Inaugurazione della Nuova Pista ciclabile in Via Manara Ore 21.00 S. Benedetto Tr. - S. Filippo Neri: Conclusione Corso di cristianità uomini Lunedì 18 febbraio Ore 21.00 S. Benedetto Tr. Casa Emmaus: Consulta laicale Venerdì 22 febbraio Ore 19.00 Grottammare - S. Agostino:

S. Messa, per la Comunità di Comunione e Liberazione Sabato 23 febbraio Ore 15.00 Monteprandone - Santuario: Ordinazione Diaconale Domenica 24 febbraio Ore 10.00 S. Benedetto Tr. - Biancazzurro: Giornata per i fidanzati della Diocesi Ore 11.00 Villa Rosa - S. Gabriele dell’Addolorata: S. Mesa, con S. Cresime Ore 16.00 S. Benedetto Tr. Biancazzurro: Adorazione e Confessioni Ore 17.30 S. Benedetto Tr. Biancazzurro: S. Messa

2013 Verso Gerusalemme

101. VENUTO PER SERVIRE E DARE LA VITA Leggiamo Mt 20,20-28 che riferisce la richiesta di una madre e la risposta di Gesù. 1. La richiesta della madre dei figli di Zebedeo. Richiamo rapidamente il contesto. Come sappiamo dalla puntata precedente, Gesù con i Dodici ha lasciato Gerico e sta affrontando la dura salita con la quale supererà i circa mille metri di dislivello in un percorso piuttosto breve, di trenta kilometri. Appena lasciata Gerico, la Gerico erodiana, Gesù ha preso la strada romana che si inerpica decisamente lungo deserto di Giuda avendo alla sua destra lo strapiombo causando dal Wadi Suweinit, che è un vero kenyon. Gesù si muove spinto dall’amore sommo che ha per noi e che per lui sarà causa di maltrattamenti di ogni genere. Aveva parlato poco prima (puntata 100) della sua crocifissione a Gerusalemme. In un tale clima di amore e di donazione si inserisce questo episodio ridondante di egoismo e di arrivismo. “Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato» (Mt 20,23). Gli Apostoli non hanno ancora messo da parte la concezione di un messianismo terreno che avrebbe apportato un regno di benessere materiale. Oggi, una concezione uguale è quella della religione Geosista. La madre di Giacomo e Giovanni, premurosa di assicurare un posto di primo piano ai suoi due figli, fa la richiesta a Gesù che quando avrai realizzato il tuo regno siedano accanto a te come ministro degli interni e come ministro degli esteri, a destra e sinistra. Gesù riprende la loro richiesta e dà ad essa un significato del tutto diverso; fa diventare il “regno” l’equivalente di “redenzione” che Gesù realizza mediante la sua morte violenta. E’ “il calice”, equivalente di sofferenza, che egli deve bere. Gesù chiede audacemente ai due aspiranti se sono in grado di “bere il calice che io sto per bere”, cioè se potete associarvi al mio martirio. Rispondono sì. Quel sì, pronunciato in un momento di aspettativa materiale, ma sincero, si trasformerà, dopo la risurrezione di Gesù e dopo il dono dello Spirito Santo, in un sì di totale e eroica adesione. Giacomo, infatti, sarà il primo martire del gruppo degli Apostoli. “In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni” (At 12,1-2). Si tratta di Erode Agrippa I; siamo nell’anno 44; il martirizzato è precisamente il nostro Giacomo. Su

Giovanni non abbiamo notizie. 2. La lezione su chi è veramente primo. La richiesta fatta provoca reazione. “Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. 25Ma Gesù li chiamò a sé e disse: ‘Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. 26Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore 27e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo’” (20,24-26). In questa bruciante ansia per raggiungere il primo posto Gesù indica ai discepoli qual è la vera strada da percorrere per primeggiare. E’ quella del servinell’amore e zio nell’umiltà; e Gesù la indica per due volte: chi vuole diventare grande fra voi “sarà vostro servitore (diákonos)”, “sarà vostro schiavo (doúlos)”. Qui l’egoismo e la sete di potere sono superate. Tolto il nostro testo e quelli paralleli di Marco e Luca, non abbiamo nel resto del Nuovo Testamento un altro passo che esprima con pari chiarezza e forza espressiva il divario fra il primeggiare umano e il servire cristiano. Che fare? Impegnarci nel concreto: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (Eb 10,24). 3. L’esempio e la grazia di Cristo. “Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Gesù è venuto, cioè si è incarnato; per servire l’umanità dando per amore la sua vita “in riscatto”, cioè per la salvezza, “per molti”, cioè “ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,6) coloro che lo accolgono. Preghiamo. “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Ap 1,5-6). Crocettigiuseppe@yahoo.it

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Crisi di coppia, difficoltà e risorse Le famiglie incontrano i coniugi Scotto

Il Centro Famiglia risponde SAN BENEDETTO DEL TRONTO - Un nuovo incontro rivolto alle famiglie nell’ambito del progetto d’ampio respiro “La famiglia per la famiglia”, realizzato grazie alla sinergia tra il Centro Famiglia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, alla collaborazione dell’ambito territoriale e sociale 21, la parrocchia Sant’Antonio di Padova e San Filippo Neri, le Isc Centro e Nord, il comune rivierasco e il sostegno del Centro Servizi per il Volontariato. DOMENICA 24 - Dopo gli appuntamenti con il dottor Ezio Aceti, che riprenderanno nel mese d’aprile, domenica 24 febbraio è la volta dell’incontro con i coniugi Raimondo e Maria Scotto, rispettivamente sessuologo e psicoterapeuta. “Crisi e momenti difficili nella coppia: difficoltà e risorse”, questo il titolo dell’iniziativa che si svolgerà domenica prossima alle ore 16 nella sala blu della parrocchia San Filippo Neri. IL CENTRO FAMIGLIA - Il Centro Famiglia, associazione di volontariato nata nel 1978 e iscritta dal 2002 al Registro delle organizzazioni di volontariato della Regione Marche, risponde ai bisogni essenziali delle famiglie e dei giovani, operando allo scopo di far conoscere e approfondire le problematiche giovanili, matrimoniali e familiari. I servizi di consulenza sono del tutto gratuiti e mirano alle azioni concrete in campo sociale e sanitario, mettendo a disposizione la professionalità e l’esperienza dei suoi volontari. CONTATTI - Per informazioni e appuntamenti è possibile chiamare la segreteria del Centro Famiglia al numero 0735 595093, dal lunedì al venerdì dalle 16.30 alle 18.30. Centro Famiglia- Dina Maria Laurenzi

Forse che l’uomo non ci interessa? l’esigenza e l’urgenza di un giudizio alla vigilia di nuove elezioni politiche “Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari – disse il Papa alcuni anni fa – allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio?”. “Forse che l’uomo non ci interessa?”. Da questo gratuito amore per l’uomo deriva tutto. Da questo struggente amore per l’uomo per amore di Cristo fluisce ogni azione ed ogni parola della Chiesa. E dunque – come tensione – anche la nostra. Da questo amore sorge quell’inesauribile patrimonio di riflessione attorno al bene di ciascuno e al bene comune che prende il nome di Dottrina Sociale della Chiesa. Da questo amore prende vigore la preziosa opera di uomini e di donne che, con l’intelligenza della fede che diventa intelligenza della realtà, hanno contribuito e continuano a contribuire in modo evidente e decisivo alla crescita della Società umana e civile. Da qui scaturisce uno sguardo attento, appassionato e responsabile, su quanto sta accadendo nel nostro Paese; un amore e una passione per la vita e il destino del nostro popolo. Ed emerge l’esigenza, l’urgenza e la passione di un giudizio che possa aiutare veramente ciascun uomo. No, nessuna ingerenza. Nessuna confusione. Si tratta solo di amore e di passione per l’uomo, per ogni uomo ed il suo bisogno. La Chiesa conosce molto bene la distinzione tra ciò che le è proprio e ciò che è dello Stato: quando si dice “laicità” si pronuncia una parola nata e cresciuta nel Cristianesimo. “Alla struttura fondamentale del Cristianesimo – ha scritto Benedetto XVI – appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. (…) La Dottrina Sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse”. Da qui nasce, al di là dell’impegno e della personale responsabilità del singolo che decide di coinvolgersi nella vita politica, il nostro desiderio di intervenire e di affermare quanto maggiormente sentiamo come urgente nella presente vicenda sociale, politica ed economica. Alla vigilia di nuove elezioni politiche, crediamo sia essenziale mettere nuovamente a tema quei quattro pilastri che la Dottrina Sociale ha sempre proposto alla valutazione di ciascuno: la dignità umana, la solidarietà, la

sussidiarietà ed il bene comune. A questi solidi principi, a queste roccaforti, crediamo sia quanto mai necessario continuare a riferirsi. Ed occorre farlo nella considerazione che queste quattro colonne vanno tenute insieme, perché insieme stanno o cadono. La dignità della persona diverrebbe solo un cieco e inconsistente individualismo senza una costante attenzione ai bisogni e al bene di tutti; così come la solidarietà cadrebbe in uno sterile assistenzialismo senza quella forma di incoraggiamento e di tutela della geniale ed efficace iniziativa che nasce dal basso e che prende il nome di sussidiarietà. Da qui, come richiama il Papa, inizia a realizzarsi la giustizia come virtù pubblica per eccellenza, la quale non può che accompagnarsi all’amore, e particolarmente all’amore per la libertà. Per quanto possa suscitare disincantato scetticismo e cinica ilarità, tale riferimento all’amore riveste, oggi più che mai, un carattere di necessità e urgenza. Ancora una volta è il Papa a ricordarlo (certo, a chiunque però desideri ascoltarlo): “Il tempo di crisi che stiamo attraversando ha bisogno, oltre che di coraggiose scelte tecnico-politiche, di gratuità. (…) La «città dell’uomo» non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. (…) A quanti vogliono collaborare al governo e all’amministrazione pubblica, sant’Ambrogio richiede che si facciano amare. Nell’opera De officiis egli afferma: «Quello che fa l’amore, non potrà mai farlo la paura». (…) Così, la politica è profondamente nobilitata, diventando una elevata forma di carità”. Nel particolare momento storico che stiamo vivendo, crediamo sia assolutamente indispensabile rintracciare in questi punti cardinali il cuore e la radice del nostro popolo, come anche la verità ed il fondamento della comune casa europea; e crediamo che solo a partire da qui sia effettivamente possibile ritrovare la ragione di un passo nuovo e positivo dentro la realtà. Abbandonando finalmente posizioni di inutile qualunquismo, di sterile indignazione o di dura rassegnazione, crediamo che su questi caposaldi ciascuno sia chiamato a confrontarsi e che essi rappresentino l’unico terreno di fecondo incontro e di costruttivo dialogo con chiunque; chiunque abbia realmente a cuore, senza pregiudizi e ideologiche precomprensioni, il bene di tutti e di ciascuno. Bene che, ancora una volta, ci sembra pienamente salvaguardato da quei principi che comunemente ed opportunamente vengono definiti “non negoziabili”, e che costituiscono l’ambito quotidiano del nostro impegno e della nostra azione e il nostro fondamentale criterio di valutazione e di scelta: la tutela della vita fin dal concepimento, la promozione della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna, la libertà di educazione e di ogni altra legittima forma di libertà, la tutela sociale dei più bisognosi, l’economia al servizio della persona e del bene comune, una rinnovata ed efficace promozione del diritto al lavoro, l’impegno per la giustizia e per la pace. Fides Vita


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Governare il territorio    Piano strutturale intercomunale: troppa burocrazia o proposta “coraggiosa”? Si chiama Pisi (Piano strutturale intercomunale) la novità più importante contenuta nella proposta di legge regionale “Norme sul governo del territorio”, esaminata dalla Giunta regionale delle Marche a metà gennaio e che adesso è in discussione da parte di tutti i soggetti interessati alla tematica edilizia. La norma, che dovrebbe sostituire la precedente del 1992, dispone che la Regione abbia un ruolo di regia attraverso il Documento strategico territoriale e il Piano paesaggistico ambientale regionale; oltre al Pisi - che sarà strumento centrale della pianificazione di area vasta (provinciale) - è introdotto il Piano operativo comunale, che avrà caratteristiche prescrittive ed esecutive a livello urbanistico ed edilizio; nel sistema di pianificazione regionale entra a far parte anche la Rete ecologica delle Marche. Finalità della proposta è favorire “scelte che limitino il consumo di suolo”, “valorizzare il territorio e il paesaggio delle Marche”, “promuovere lo sviluppo economico e sociale dei maggiori sistemi urbani e centri minori tramite i criteri d’innovazione tecnica, organizzativa e istituzionale”. Dai dati dell’anno scorso di Legambiente Marche in regione il 58% dei paesaggi costieri è stato cancellato dal cemento, ovvero su 180 chilometri di lunghezza le Marche contano ben 98 chilometri di costa oramai trasformati a usi urbani e infrastrutturali. Dal punto di vista economico, secondo i dati di Confartigianato, nei primi otto mesi del 2012 l’indice della produzione nelle costruzioni nel nostro Paese è diminuito del 12,8% rispetto allo stesso periodo del 2011, contro una media europea del -5,5%, ma gli occupati nelle Marche nel settore specifico delle costruzioni tra il II trimestre 2012 e il II trimestre 2011 sono scesi del

19,9%, contro la media nazionale del -5,1%. Un passo avanti. “Questa proposta di legge mi sembra un passo avanti - afferma Mario Vichi, responsabile regionale per la Pastorale sociale e il lavoro e la salvaguardia del creato - perché propone una collaborazione tra Comuni attraverso lo strumento del Pisi”. Vichi riflette sul fatto che “negli anni le nostre vallate si sono imbruttite per via dell’edificazione e spesso si sono costituiti duplicati delle zone industriali: spero che questo strumento serva a evitarli”. “Certo - sottolinea - la collaborazione tra Comuni non sarà facile, specie se piccoli, ma il territorio è troppo deturpato ed esiste un’eccessiva parcellizzazione degli insediamenti: si deve costruire sul vecchio, ristrutturare”. Vichi non è neanche convinto del ruolo delle Province, “perché basterebbe il livello di pianificazione della Regione e delle associazioni di Comuni: il rischio è che invece di snellire le procedure si creino un’eccessiva burocrazia e tempi troppo lunghi”. E l’economia reale? È una preoccupazione, quest’ultima, condivisa anche da Paolo Picchio, responsabile del settore casa della Confartigianato di Ancona, che teme tutta questa serie di “piani” dal sapore un po’ troppo “dirigistico”: per l’esperto “i Comuni avranno difficoltà a muoversi nel groviglio dei piani previsti”. Picchio lamenta un “distacco tra il mondo dell’economia concreta e il legislatore”, testimoniato dal fatto, ad esempio che “nelle finalità della proposta di legge non si dice una parola sulle imprese, come se non

fossero una ricchezza per il territorio”. “In questo momento di crisi riflette Picchio - in cui gli enti pubblici non hanno risorse e non investono nei lavori, il miglioramento del territorio, attraverso la ristrutturazione e la riqualificazione, ad esempio, può avere come unica spinta propulsiva quella del soggetto privato: la mia paura è che i tempi di coordinamento dei vari piani siano troppo lunghi per i tempi dell’economia reale. Chi ha da investire va dove ci sono poche e chiare regole e si tiene lontano da territori che fanno leggi troppo complicate”. Per Picchio in questa legge c’è una sorta di “sovrabbondanza determinativa” mentre ogni livello - Regione, Provincia, Comune dovrebbe “intervenire su alcune precise e determinate questioni e solo su quelle per evitare conflitti di competenze paralizzanti, che già vedo dietro l’angolo”. Preoccupazione coste. Il presidente di Legambiente Marche, Luigino Quarchioni, ritiene invece questa proposta di legge “buona e coraggiosa”, perché si preoccupa del “governo del territorio, del consumo di suolo, del dissesto idrogeologico, delle condizioni ambientali”. Inoltre il Pisi è una novità positiva perché “su trasporti, servizi, aree artigianali, i Comuni non possono decidere da soli, ci sono troppe connessioni che riguardano più territori”. Il presidente ha anche delle proposte: “Prima di tutto fissare dei limiti massimi al consumo del suolo per non ricorrere continuamente alle varianti: legato a questo prevedere una normativa sull’inedificabilità totale della costa per almeno un chilometro di profondità. Infine fare una pianificazione delle aree agricole definendo limiti e scelte”. a cura di Simona Mengascini

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Da Centobuchi

35° Giornata della Vita Sala Giovanni Paolo II gremita domenica 3 febbraio, in occasione della 35° Giornata della Vita. La comunità del S. Cuore di Centobuchi, ha potuto vivere questa giornata in maniera speciale: a presiedere la funzione religiosa è stato infatti S. E. Rev.ma  Mons. Gervasio Gestori insieme a Don Alfonso e a Don Remo, parroco emerito che ha retto la Comunità per 44 anni. Una giornata di festa che ha visto la celebrazione del battesimo della piccola Greta, la presentazione dei cresimandi 2013 e la presenza dei bambini della scuola materna Maria Immacolata. “Generare la vita vince la crisi – ha affermato il Vescovo nell’omelia. La non procreazione non rappresenta la soluzione alla crisi: i figli rappresentano al contrario una ricchezza. La crisi del lavoro aggrava la crisi della natalità e accresce il preoccupante squilibrio demografico che sta toccando il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione priva la società dell’insostituibile patrimonio che i figli rappresentano, crea difficoltà relative al mantenimento di attività lavorative e imprenditoriali importanti per il territorio e paralizza il sorgere di nuove iniziative. Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della  persona e della vita, intangibile fin dal concepimento”. Al termine, la lettura del messaggio della Giornata della vita da parte del ginecologo  Di Biagio e la testimonianza di Marco e Anelide per  la Pastorale familiare diocesana, che hanno consegnato a tutte le coppie presenti una primula, simbolo della vita che fiorisce.

Alternanza “scuola-lavoro”: la Banca Picena Truentina coinvolge 35 studenti dell’I.T.C. “A. Capriotti”. La partnership tra Banca Picena Truentina e I.T.C. “A. Capriotti” prevede l’impegno degli alunni a febbraio e giugno. SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Alternanza “scuola-lavoro”, un’opportunità prevista per legge (la Legge 28 marzo 2003, n.53) che la Banca Picena Truentina, da sempre impegnata in azioni e politiche volte alla crescita dei giovani, come persone e come futuri imprenditori, ha deciso di dare agli studenti, anche nel 2013, in partnership con l’I.T.C. “A. Capriotti” di San Benedetto del Tronto. Così, a febbraio, prenderà nuovamente il via questo progetto che vuole attuare modalità di apprendimento flessibili ed equivalenti sotto il profilo culturale ed educativo, che colleghino sistematicamente la formazione in aula con l’esperienza in situazione di lavoro; arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili nella vita e nel mercato del lavoro; favorire l’orientamento dei giovani per valorizzarne le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali; realizzare un organico collegamento delle istituzioni scolastiche e formative con il mondo del lavoro e la società civile che promuova una cittadinanza attiva; correlare l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio.

Il progetto è sottoscritto dalla D.ssa Elisa Vita, dirigente scolastico dell’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Capriotti”, promosso e organizzato dalla docente Fiorella Marchei, assegnataria dell’incarico di “Funzione strumentale”, coadiuvata nel controllo dai professori Giancarlo Damiani e Fernando Palestini. In cifre, quest’anno sono 35 gli alunni partecipanti, delle classi 4A Igea e 4B Mercurio che lavoreranno per un primo periodo di due settimane, dal 4 al 15 Febbraio 2013 e concluderanno la loro esperienza formativa nella settimana dal 3 al 7 Giugno. Ufficio stampa Logos

Picenambiente dona un contributo alla Caritas Devoluti 1.300 euro provento della lotteria di beneficienza svolta tra amministratori e operai a Natale

Giocare e divertirsi in musica: presentato a Cupra Marittima “SiLaDo, la Soluzione” Di Nicolas Abbrescia

Da sinistra verso destra: Luca Donzelli, Maurizio Mascaretti (uno dei Soci del Morrison’S), Paolo Leopardi, Giacomo Forgià e Alessandro Margiotta. CUPRA MARITTIMA – Sarabanda è stato un quiz musicale che ha allietato per lustri le serate degli italiani che si sono sintonizzati su Italia 1. Nove anni dopo la fortunata trasmissione di Enrico Papi, un quartetto di giovani provenienti dal cuore della marca, hanno presentato presso il Morrison’s pub di Cupra Marittima, all’attenzione degli occhi interessati, sorpresi e incuriositi della stampa locale, la loro originale iniziativa ludica, denominata “SiLaDo, la soluzione”. I quattro fondatori dell’iniziativa sono: Alessandro Margiotta da Civitanova Marche (MC), Paolo Leopardi da Montegranaro (FM), Luca Donzelli da Lido Di Fermo e Giacomo Forgià da Porto San Giorgio (FM), laureati o laureandi in corsi informatici e ingegneristici. “Si, La, Do, la soluzione”, non si può definire “il gioco della musica” di Papiana Memoria, bensì un itinerario in cui anche chi dispone di una scarsa cultura musicale può puntare alla vittoria, in una vera e propria marmellata di divertimenti tra i fulminanti flash fotografici al decimo di secondo di “Magic Face” e le difficoltà di “Madre Canto”, in cui nell’affollar delle agorà contemporanee, i nostri connazionali d’origine straniera si cimentano con le più celebri canzoni della loro terra d’adozione, rivisitate nella loro lingua natìa. I due vincitori di questo itinerario si affronteranno successivamente per il “7x40”, ultimo gioco di un’iniziativa fondata e portata da studenti che oltre a spremere le meningi tra mattoni e manuali si cimentano nella lirica e, ovviamente nel magico mondo dell’informatica. Conosciamo meglio questi nuovi geni della marca, facenti parte dello Staff Orfeo. da dove è venuta l’ispirazione di sarabanda? Risponde Luca Donzelli: Sarabanda era uno dei programmi più seguiti, abbiamo preso questa ispirazione perché trattava la musica in ogni suo aspetto e di conseguenza abbiamo portato nei vari locali d’Italia questo gioco per far appassionare i concorrenti ancor più alla musica e a questa tipologia di serata. C’è un gioco tra i tanti che t’ispira in particolare? Risponde Giacomo Forgià: Tutti i giochi sono belli anche perché non conta la vera cultura musicale; ci sono giochi che tendono a far divertire il pubblico senza richiedere una particolare cultura, uno di questi è “madre canto”, realizzando “raccogliendo” persone e amici di vari paesi, presi durante la spesa o al mercato, facendoli cantare successi italiani nella loro lingua. Penso che sia una cosa carina, rivedendo anche i vari luoghi, ad esempio il mercato di Civitanova Marche. Semplicemente abbiamo pensato a qualcosa d’innovativo e carino. Come è nata questa iniziativa e quali saranno i traguardi futuri? Risponde Paolo Leopardi: Siamo partiti da un’idea ed è stato raccolto un team di giovani per sviluppare questo gioco. Ma il gioco è ricco di diversi contenuti e questo ha richiesto l’attività di un team sinergico che collaborasse al fine di ottenerlo. Il team è composto da giovani, una collaborazione che nasce per amicizia. Puntiamo per il momento a far divertire tutti i giovani della regione; infatti, la copertura è stata pensata per prediligere le città universitarie e se va come speriamo vogliamo esportare il gioco anche fuori regione. Concludiamo dicendo che i ragazzi dell’Orfeo allieteranno fino a metà maggio, i venerdì del locale posto al “km 0” della SP Val Menocchia.

Davanti al sindaco Giovanni Gaspari, il presidente della Picenambiente Federico Olivieri e il consigliere Palmiro Merli hanno consegnato a Umberto Silenzi, presidente della Caritas Diocesana, il ricavato della tombolata natalizia organizzata dalla società tra i suoi dipendenti con l’obiettivo di contribuire al funzionamento dei servizi di solidarietà che la Caritas eroga sul nostro territorio. “Quest’anno abbiamo pensato che il ricavato potesse essere utilmente devoluto - ha scritto Olivieri nella lettera allegata all’assegno di 1.300 euro - quale modesto contributo alla meritoria opera caritatevole svolta dalla mensa della Caritas diocesana, che rappresenta per la comunità locale e soprattutto in questo momento di difficoltà economica generale, una concreta possibi-

lità di risposta ai crescenti bisogni di assistenza al ‘disagio sociale’ in corso”. Silenzi ha colto l’occasione per illustrare al Sindaco tutte le attività che il Centro svolge: dalla raccolta e la distribuzione di abiti nuovi, usati e semi – nuovi, al servizio mensa giornaliero che prepara una media di 50 pasti al giorno (per un totale di 15.500 annui), fino all’alloggio nella casa di accoglienza situata nello stesso stabile della mensa, in via Madonna della Pietà. “Attualmente gli ospiti della casa di accoglienza sono tutte donne – ha dichiarato Silenzi – ma nei prossimi mesi attiveremo anche l’ospitalità per gli uomini aprendo nuovi spazi sempre nello stabile di Ponterotto”.

Morte necessaria come la vita, morte come interstizio tra le vocali e le consonanti del Verbo (p. Turoldo) Ricordiamo con affetto Cianci Pasquale Pasquale Cianci, padre del nostro collaboratore Riccardo, lo abbiamo festeggiato appena due mesi fa, anche sulle pagine del nostro settimanale, avendo raggiunto la storica età dei cento anni. Nulla faceva presagire l’imminente fine, per il modo con cui aveva preso parte ai festeggiamenti che gli erano stati preparati non solo dai familiari, ma anche dalle Autorità Comunali, in particolare dal nostro Vescovo con la celebrazione eucaristica nella sua casa. Sabato 9 febbraio familiari ed amici ci siamo ritrovati nella chiesa di S.Pio X per dare l’ultimo saluto cristiano a Pasquale partecipando alla S.Messa , durante la quale il parroco, Mons. Vincenzo Catani, ci ha invitati a raccomandarlo alla misericordia di Dio, nel cui abbraccio ha ritrovato la moglie e il figlio Teodoro. La realtà della Comunione dei Santi abbiamo avvertito nelle parole del figlio Riccardo, espresse a fine liturgia, per quel grazie rivolto a Dio per il dono di un padre che nel comportamento aveva insegnato quelle virtù non solo religiose, ma anche civili. Cianci Pasquale resta anche nella storia della nostra città, non solo per l’attività svolta come commerciante insieme al fratello Gaetano, ma per l’impreditorialità che ha dato, nel momento di ricostruzione del nostro paese, il lavoro a tante donne realizzando un maglificio a livello industriale. Tutti fino a tarda età gli hanno dimostrato riconoscenza, onorandosi nel nome di “Ciancine”. quando, nell’età della pensione, si ritrovavano e lo volevano con loro. Noi, di una certa età lo ricordiamo anche nell’impegno politico della Democrazia Cristiana, specie nel periodo dei Comitati Civici, nella gestione dei “controseggi”. La Redazione de “l’Ancora”, partecipa al dolore di Riccardo e dei familiari tutti e prega il Signore perché accolga Pasquale nel suo Regno.


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da ripatransone

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a cura di A.G. – I.A.

Il centenario della morte del pedagogista EMIDIO CONSORTI Il 19 febbraio 1913, a Roma moriva improvvisamente all’età di 72 anni Emidio Consorti, pedagogista di Ripatransone, città dove era nato il 14 dicembre 1841 e dove si era formato culturalmente. Rinnovatore della peitaliana, apostolo dagogia instancabile nel campo educativo, era Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia. Nella sua città, dove nel 1875 aveva allestito un museo pedagogico-didattico, nel 1889, a sue spese, fondò la “Scuola di lavoro manuale educativo”, la prima in Italia, che ebbe ambiti riconoscimenti da parte delle più alte autorità scolastiche, compreso il Ministro della Pub-

blica Istruzione On. Guido Baccelli, che la visitò nel 1894. Le manifestazioni celebrative del Centenario della morte del pedagogista Emidio Consorti, saranno programmate per la prossima primavera dall’amministrazione comunale, dalle istituzioni scolastiche, dalla Fondazione “Mercantini” e da altre associazioni ripane; in linea di massima nel programma saranno inseriti vari “momenti”, quali: la “classica” rievocazione storica del personaggio, un convegno di carattere pedagogico, una mostra di documenti, fotografie, manoscritti e pubblicazioni a stampe riguardanti il pedagogista Consorti.

Gruppi iscritti al Carnevale “storico” ripano Anche se per gli eventi di Carnevale nel Piceno comunemente sono ritenuti “storici” quelli di Offida e di Ascoli, anche quello di Ripatransone può essere considerato tale, in base a documenti dell’archivio storico comunale, rinvenuti e consultati recentemente dal prof. Walter Michelangeli, che “è di casa” in quell’ambiente: essi riguardano la richiesta e l’autorizzazione per esporre per l’anno 1884 il “fantoccio di Carnevale” nella Piazza di Monte Antico (oggi piazza Marconi). Questa usanza viene ripetuta abbastanza regolarmente da qualche decennio dai gruppi mascherati “Tube e Frac” e “La Loggia del somaro”. Da ricordare pure che gli altri Gruppi e Carri che animano il Carnevale ripano da diversi anni, sono promossi dal “mondo” della scuola dell’obbligo del capoluogo e della frazione Valtesino, nelle sue componenti: genitori, docenti, alunni. Gli iscritti all’edizione del Carnevale “storico” ripano del 2013 sono: Gruppi mascherati: 1) “I cartoni animati...alla riscossaaaa (20 partecipanti-referente Luca Iaconi);

Mensa gratuita per gli scolari meno abbienti, riaperti i termini Le domande possono essere presentate entro il 2 aprile 2013 Sono duecento le famiglie in situazione di disagio che hanno presentato domanda per ottenere l’esenzione dal pagamento della mensa scolastica per i figli. Ma il Comune ha registrato la richiesta di diverse altre famiglie che, per diverse motivazioni non hanno potuto presentare la domanda entro i termini originari. Per questo l’Amministrazione comunale ha deciso di riaprire il bando per la presentazione della domanda di esenzione dal pagamento della mensa scolastica per l’anno scolastico 2012/2013 per gli studenti delle le scuole dell’infanzia e primarie le cui famiglie versano in uno stato di particolare difficoltà. Naturalmente non cambia nulla in merito ai requisiti: occorre avere un indicatore ISEE riferito ai redditi familiari per l’anno 2011 non superiore ad 7.000 euro ed essere residenti a San Benedetto del Tronto. Le domande dovranno pervenire all’Ufficio Protocollo del Comune (piano terra del Municipio) entro il 2 aprile 2013 mediante le seguenti mo-

dalità: - di persona all’ufficio Protocollo (piano terra del Municipio); - con PEC all’indirizzo protocollo@cert-sbt.it; - con posta elettronica ordinaria all’indirizzo comunesbt@comunesbt.it o via fax al numero 0735/794542 allegando copia del documento di identità del sottoscrittore; - per posta (Comune di San Benedetto del Tronto – Viale De Gasperi, 124 – 63074 San Benedetto del Tronto). A tal proposito si rende noto che per l’accettazione della domanda da parte dell’ufficio non farà fede la data di spedizione postale. Il modello di domanda può essere scaricato dal sito ufficiale del Comune di San Benedetto del Tronto www.comunesbt.it alla voce “Bandi di gara” oppure ritirato presso l’URP (tel. 0735/794405 – 555) o il Servizio Diritto allo Studio, 3° piano, del Municipio (tel. 0735/794432 – 415 – 573).

Al teatro San Filippo Neri 5a rassegna del teatro dialettale 2) “Coloripado (25 partecipanti- referente Giovanna Marcozzi); 3) “Il mondo dei cartoni animati (20 partecipanti-referente Rosella D’Angelo); 4) “La 1oggia del somaro” (25 partecipanti- referente Francesco Vespasiani ); 5) “Braccio di ferro ed Olivia” ( 24 partecipanti – referente Giovanna Marcozzi); Carri allegorici 6) “Peter Pan” (55 partecipanti- referente Piero Ficcadenti 7) “La casa nella prateria” (20 partecipanti – referente Alessia Scarpetta) 8) “Pirati e Piratesse” (20 partecipanti- referente Elva Spina).

Concerto lirico al Teatro “Mercantini” A Ripatransone, alle ore 18,30 di Domenica 17 febbraio 2013, al Teatro “Merantini” si terrà un concerto lirico, promosso dall’assessorato alla cultura del Comune, dall’Associazione Musicale R.O.L.F. (Ripatransone Opera Leonis Festival), dalla Fondazione “Luigi Mercantini”, dalla Compagnia Stabile dell’Accademia di Canto Lirico “Luciano Neroni”. In programma gli atti finali di tre delle più romantiche opere liriche dell’Ottocento italiano e precisamente: “ La traviata” (atto III) ed “Otello” (atto IV) di Giuseppe Verdi; “La Bohème “ (atto IV) di Giacomo Puccini. I numerosi interpreti saranno accompagnati al pianoforte da Erika Jade Grelli; regia di Ettore Nova; presentazione di Ambra Vespasiani. Per le scene ed i costumi collaborano: L’arca dei

da s. benedetto del tr.

“Invernacolando” Gag, situazioni al limite dell’incredibile e battute, sabato sera hanno strappato al pubblico applausi e risate, nella messa in scena di “Achille Ciabotto medico condotto”, nell’ambito della 5^ rassegna del teatro dialettale “Invernacolando”, che sta viaggiando a gonfie vele, grazie alla presenza sempre numerosa del pubblico, per la qualità delle compagnie scelte da Massimo Pertusi, direttore artistico del teatro San Filippo Neri a San Benedetto del Tronto. Sul palco, c’era la Compagnia Filodrammatica dialettale “Firmum”, nella piece teatrale brillante di Mario Amendola e Bruno Corbucci rivisitata in dialetto fermano, con la regia di Angelo Ciuccarelli, nel quale tutto ruota intorno al povero dottor Ciabotto, costretto suo malgrado al celibato, da una sorella bacchettona, che sembra repressa, ma che, al contrario, risulterà aver avuto vari capricci amorosi. Ecco, quindi, il medico condotto alle prese con il maresciallo dei carabinieri con i calcoli renali, con la sposa non più giovane che lamenta un giovane marito che pare inadempiente ai doveri sessuali, con la finta malata che commercia i medicinali prescritti dal medico, che non paga, la ragazza fuggita per amore dalla Svizzera, inseguita dal padre e dal fidanzato, un barone siciliano che infine troverà l’amore nella sorella zitella di Achille Ciabotto. Anche per quest’ultimo, la conclusione sarà inaspettata e piacevole. La rassegna è giunta al terzo appuntamento, e sabato 9 febbraio, sul Proprietà: “confraternita SS.mo Sacramento palco del teatro San Filippo Neri sono sliti gli ate cristo Morto” Via Forte - S. Benedetto del Tr. (AP) tori della compagnia “Gli O’Scenici” di Cupra REGISTRAZIONE TRIB. DI AScOLI PIcENO Marittima: in scena la commedia in due atti N. 211 del 24/5/1984 “Vado per vedove”. Stefania Mezzina SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO - RIPATRANSONE - MONTALTO

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C.C.P. n. 11886637, intestato a L’ANCORA Causale abbonamento Impaginazione e stampa: Linea Grafica Srl Tel. 0735 702910 - centobuchi (AP) E-mail: info@lineagrafica.info

Il sito della Diocesi www.diocesisbt.it


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GIORNO DEL RICORDO

Mai dimenticare le foibe Raccontare questo dramma vuol dire soffermarsi sulla violenza dell’uomo contro il proprio fratello. Una violenza che ha trovato nelle ideologie la propria scusa, non la propria causa Mauro Ungaro*

Il 10 febbraio è la data in cui - dal 2004 - il nostro Paese cerca di porre rimedio a una colpevole dimenticanza. L’avere volontariamente lasciato che la patina del tempo troppo a lungo si posasse sulla tragedia di migliaia d’infoibati e sul dramma dell’Esodo degli italiani, alla fine della seconda guerra mondiale, dalle terre dell’Istria e dalla Dalmazia. E così l’imposizione di dimenticare ha finito per gettare ancora più sale sulle ferite di chi aveva subito sulla propria pelle e nel profondo della propria anima la violenza di quei giorni. Sono trascorsi ormai quasi 70 anni da allora. Proprio l’apparente lontananza temporale alimenta ancor di più l’obbligo del fare memoria. Non per pretendere rivendicazioni astoriche e senza senso ma perché quanto avvenuto non abbia a ripetersi: né qui né altrove. Il mondo da allora è mutato radicalmente. La globalizzazione ha fatto della distanza geografica un concetto relativo: il

lontano è, anche fisicamente, sempre più vicino ma questo spesso rischia d’impedire allo sguardo di fare attenzione a quello che abbiamo sulla porta di casa. Dal primo luglio anche la Croazia entrerà a far parte dell’Unione Europea, secondo fra gli Stati dell’ex-Yugoslavia dopo la Slovenia. E così l’Ue penetrerà ancor più profondamente in quei Balcani che hanno rappresentato la miccia capace di far deflagrare alcuni fra i conflitti più sanguinosi nell’ultimo secolo del Vecchio Continente. Un ulteriore passo sulla strada della pacificazione per un’area alla ricerca di un proprio equilibrio e in cui covano sotto la cenere (si pensi alla questione del Kosovo) mai sopite tensioni. Raccontare il dramma delle foibe è soffermarsi sulla violenza dell’uomo contro il proprio fratello. Una violenza che ha trovato nelle ideologie la propria scusa, non la propria causa. Perché a gettare uomini e donne in quel vuoto senza fondo che penetra brutale nell’anima della terra carsica sono stati altri uomini: ciascuno mosso

dal disprezzo per la vita del prossimo e dalla voglia di vendetta in una catena che l’odio continuava a nutrire. Nelle foibe non c’era distinzione fra i corpi degli italiani, degli sloveni, dei croati, dei tedeschi; così come fra quelli dei contadini o degli insegnanti, dei commercianti o degli operai o dei religiosi: tutti uniti in un’unica massa, in un unico - tragico - abbraccio. A ricordare che di essi nessuno può appropriarsi perché appartengono, per sempre, alla storia dell’umanità... E vittima non era solo chi finiva inghiottito nel buio senza tempo ma anche chi rimaneva, non sapendo (ancora oggi) dove portare un fiore da bagnare con le lacrime nel ricordo dei propri cari. Mogli che hanno atteso sino alla morte il ritorno dei propri mariti, figli che dei propri padri conservano solo qualche immagine ritagliata da fotografie sempre più ingiallite dal tempo. La stessa ideologia ha ideato la pulizia etnica dell’esodo biblico di migliaia e migliaia di persone dall’Istria e dalla Dalmazia. Costrette da un giorno all’altro a lasciare le proprie case e i propri affetti, scacciate da quella terra che le aveva viste nascere e crescere. Partivano lasciandosi alle spalle la propria storia senza la certezza di come e dove avrebbero potuto costruire il proprio futuro. Per chi comandava allora le Nazioni, i muri alzati sul confine, specie in questa parte d’Europa, avrebbero dovuto rappresentare una barriera invalicabile. Ma l’intelligenza e la caparbietà degli uomini, da una parte e dall’altra di quei muri, hanno fatto sì che il confine riacquistasse il significato suo proprio di “cum-finis”: il luogo in cui gli estremi entrano in contatto. E così ognuno ha potuto continuare a nutrirsi della storia e della cultura dell’altro, in un apporto di scambio reciproco che ha creato un “unicum” europeo. Qui sono nati percorsi di riconciliazione, di dialogo e di cooperazione, assieme al tentativo da parte degli storici di scrivere insieme una storia condivisa di quei giorni, senza pregiudizi e preconcetti: non per giustificare o cercare le responsabilità di allora, ma per capire. Affinché ciò che è stato non avvenga di nuovo. È il doveroso impegno che il nostro Paese si è assunto verso le sue nuove generazioni chiamate a essere protagoniste di un futuro di pace.

Per mancanza di spazio il servizio realizzato sulla terra santa sarà pubblicato nel prossimo numero

11 Febbraio in ospedale - FESTA DEL MALATO

*direttore “Voce Isontina” (Gorizia)

30 anni di esperienza organizzando viaggi per le Parrocchie

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ANNO XXX N 5 17 Febbraio 2013