Page 1

La lezione del Papa Un fatto nuovo nel campo della moderna evangelizzazione: Benedetto XVI ha risposto a braccio in televisione a sette domande rivoltegli da interroganti di diversi paesi sugli argomenti più attuali. Per i mezzi di comunicazione sociale la cosa più interessante è stato il fatto inedito in se stesso; a noi interessa soprattutto il contenuto delle risposte. C’è una notazione iniziale da non sottovalutare: il Papa, posto dinanzi a questioni che interpellano credenti e non credenti, non ha fatto appello al sentimento o a vaghe considerazioni di tipo misticospiritualistico, che alla fine lasciano il tempo che trovano, ma, come è suo solito, ha ragionato, ha argomentato, dando così alle sue risposte un tono serio e solido che costringe anche l’ascoltatore a pensare, a riflettere, a collocare le parole non nell’aria rarefatta e fumosa dell’emotività, ma sul terreno fermo della riflessione teologica. Un esempio certamente da imitare. L’evangelizzazione oggi corre per queste strade. Parole semplici quelle usate dal Papa, parole che tutti possono seguire e capire, però parole ispirate a una profonda spiritualità che denota in Benedetto XVI, il Papa teologo, la diuturna abitudine allo studio e alla ricerca rigorosa e aggiornata sulla base della rivelazione cristiana. C’è da ammirare quanto egli ha detto nei riguardi degli ammalati che vivono in stato vegetativo (“l’anima è ancora presente nel corpo”, capace di percepire la presenza di un amore vicino e accogliente), a proposito dello tsunami (una risposta lasciata in ultima istanza al mistero), sull’eterno problema della pace (“il vero messaggio di Gesù”, la quintessenza della sua predicazione), ma soprattutto suscita attenzione e meraviglia quanto egli ha detto sui problemi escatologici, compresa la discesa agli inferi di Gesù. Un argomento, quest’ultimo, contenuto nel Simbolo apostolico (anteriore almeno di un secolo al Simbolo niceno-costantinopolitano) e quindi verità di fede, di cui normalmente non si parla o si parla a sproposito. Il Papa, da ottimo maestro qual è, ne spiega il vero significato: “Questa parola della discesa del Signore agli inferi vuol soprattutto dire che anche il passato è raggiunto da Gesù, che l’efficacia della Redenzione non comincia nell’anno zero, ma anche al passato, abbraccia il passato, tutti gli uomini di tutti i tempi”. Non si tratta dunque di uno spostamento locale, ma di una affermazione da interpretare in senso spirituale. Più interessante ancora quanto è detto nella sesta risposta, circa la risurrezione e lo stato del corpo glorioso sia in Cristo che in tutti noi. Ci muoviamo nel mistero, una verità da non dimenticare mai, ma su alcune conclusioni rimane la certezza della Parola di Dio: anche il corpo prende parte alla risurrezione, anche la materia partecipa alla glorificazione finale. La materia del corpo umano e la materia dell’intero universo è così strappata alla distruzione e portata a salvamento, insieme all’uomo, nel Regno di Dio. Si tratta di una condizione nuova, che noi non conosciamo se non nella penombra. Anche i vangeli intendono dire questo quando, a proposito delle apparizioni di Gesù, affermano che il Cristo glorioso non è mai riconosciuto in prima istanza, ma soltanto dopo la mediazione di qualche gesto o di qualche parola. Come sarà il mondo futuro (“i cieli nuovi e la terra nuova” di cui parla la Bibbia) non possiamo saperlo, comunque rimane la certezza che niente di quello che Dio ha creato andrà distrutto e tutto sarà trasformato. La cosiddetta fine del mondo non è una vera fine, ma semplicemente la fine di questo mondo, questo mondo che diventa “altro”. L’Eucaristia è contemplata dal Papa in questa luce e in quest’ordine di idee. L’accenno al giudizio che si trova nella risposta della discesa agli inferi porta un consolante messaggio. Dopo la nostra morte, si afferma, noi incontreremo lo sguardo buono e misericordioso di Gesù e “questo sguardo sarà purificante”, perché tutti gli uomini, in maggiore o minore misura, avranno bisogno di una purificazione. E’ la riduzione spirituale di quello che tradizionalmente è stato chiamato purgatorio, una posizione tipica di molti santi (si pensi a santa Teresa di Lisieux) e di gran parte dei teologi attuali. E’ lo stesso sguardo di Gesù che purifica nel momento dell’incontro con lui, rendendo così capace l’anima di “vivere con Dio, di vivere con i santi, di vivere soprattutto in comunione con i nostri cari che ci hanno preceduto”. L’amore per Maria ha dettato l’ultima risposta, con un’accorata esortazione all’esercizio dell’affidamento a colei che, oltre la madre di Gesù, è anche la madre nostra. E’ l’eco del “Totus tuus” del Beato predecessore Giovanni Paolo II. Giordano Frosini

/vita1_17-2011  

http://www.diocesipistoia.it/public/vita1_17-2011.pdf