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Parliamo di divinizzazione

Una parola inusuale nel nostro linguaggio, ma capace di esprimere da sola tutta quanta la ricchezza del dono della salvezza, che noi celebriamo in particolare nei giorni della pasqua. La prendiamo in prestito dalla chiesa orientale, che l’ha conservata gelosamente e ne ha fatto il punto di forza nella catechesi e nella formazione spirituale del popolo cristiano. Una parola preziosa che ci viene riportata alla memoria da maestri di vita dei nostri giorni, fra i quali piace ricordare il francese F. Varillon, uno dei gesuiti che ha fortemente influenzato il cattolicesimo e la teologia della nostra generazione. La dottrina è antica quanto la riflessione teologica. Già i padri della chiesa, compresi quelli occidentali, parlavano coraggiosamente della nostra chiamata alla divinità. “Dio si è fatto uomo – dicevano – perché l’uomo diventasse Dio”. La redenzione non ci ha soltanto liberato dal peccato, ma ci ha dato la vita nuova, ci ha introdotto nella sfera trinitaria, ci ha portato il dono della immortalità, della vita eterna, della partecipazione alla stessa vita divina. L’uomo non è soltanto un peccatore bisognoso di perdono, ma un essere contingente, finito, mortale, che ha necessità di essere riscattato dal suo stato di precarietà. E’ esattamente quello che fa il dono della divinizzazione. “Chi crede ha la vita eterna”, affermava già l’evangelista Giovanni, interpretando in pienezza il dono che il Signore ci ha fatto con la sua vita, morte e risurrezione. Il presente (“ha”) indica che il passaggio alla vita divina è già avvenuto e che esso non potrà essere interrotto nemmeno dalla morte, la quale per il cristiano rimane soltanto un passaggio, una realtà semplicemente apparente, perché niente e nessuno potrà interrompere il flusso di vita immortale che scorre nelle vene del battezzato. L’uomo ha sempre desiderato di essere come Dio. I nostri progenitori, ingannati dal nemico, peccarono in questo senso. L’ateismo di tutti i tempi ha battuto le stesse strade. Detronizzare Dio e collocarsi al suo posto è questa l’eterna tentazione della superbia umana. Il peccato non consiste però nel voler diventare come Dio: questa è un’esigenza iscritta nel profondo del nostro animo, ma nel voler diventare come Dio senza Dio o, peggio ancora, contro Dio. Ora c’è qualcuno che afferma che il nostro profondo desiderio è stato esaudito ed è stato esaudito esattamente da Dio e in nome di Dio. La festa dell’ascensione ci riporta a questi pensieri, perché, ascendendo in alto, Cristo ha portato con sé una folla di prigionieri sia del peccato che della morte. Ascendere al cielo è una metafora che significa diventare come Dio. Nessuno poteva farci questo dono (l’uomo con le sole sue forze non è capace di salire al cielo, di diventare come Dio), ma alla nostra insufficienza è venuto incontro colui che è disceso dal cielo, cioè Dio stesso. “Nessuno è mai salito al cielo – disse un giorno Gesù a Nicodemo -, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo”. E’ il dono di Gesù, il dono della redenzione, della divinizzazione. Possiamo tornare a parlare questo linguaggio agli uomini di oggi, rattrappiti nella loro situazione di noia e di disperazione? L’invito dell’autore prima ricordato va direttamente in questo senso: “Abbiamo tutti imparato che c’è la grazia santificante; forse si è dimenticato di precisare che si trattava della nostra divinizzazione”. Grazia e divinizzazione sono la stessa cosa: soltanto che il secondo termine è più significativo e più espressivo del primo. Allora, ancora un passo in avanti. “Mi piacerebbe – afferma il nostro autore – che nella chiesa venisse rilanciata la parola divinizzazione o deificazione”. Un desiderio che dovrebbe essere assecondato. Ne guadagnerebbe la nostra vita spirituale e la stessa azione pastorale. Siamo alle radici più profonde del messaggio cristiano, un messaggio che supera in bellezza tutte le esaltazioni che hanno accompagnato l’uomo nel corso della sua storia. Che cosa si può pretendere di più? La rivelazione cristiana viene incontro ai bisogni più radicali dell’uomo, cominciando dalla sua esigenza di infinito. A queste profondità, l’uomo può venire designato come l’essere divinizzabile, oppure, come diceva Basilio il Grande, colui “che ha ricevuto la vocazione di diventare Dio”. Un po’ di più delle definizioni classiche che ci hanno insegnato. Il problema del linguaggio non è certo secondario. Forse però si pensa troppo ai mezzi tecnici oggi a nostra disposizione e troppo poco ai contenuti da trasmettere. La prima attenzione va riservata a questo secondo aspetto. Giordano Frosini


http://www.diocesipistoia.it/public/vita1-19-2010  

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