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Meditazione sulla morte Volti amici, volti ricercati portati via per sempre. La morte ci colpisce alle spalle e miete continuamente vittime intorno a noi, in zone sempre più vicine. Il rumore sinistro della sua falce risuona continuamente alle nostre orecchie. Eppure, nonostante questo, ci ostiniamo a non pensarci mai, a fingere a noi stessi e agli altri che essa non esista. La morte è un tabù come il sesso nell’era vittoriana, fu detto e ripetuto a suo tempo: l’era vittoriana è finita, ma il tabù è rimasto in piedi, anzi si è fatto ancora più intoccabile e inavvicinabile. Comportamenti, questi, ben comprensibili se si parte dai pensieri, dalle preoccupazioni, dalla cultura dell’uomo di oggi (e in qualche modo di sempre): l’edonismo imperante, il terrenismo diffuso, il materialismo ormai accettato praticamente se non codificato e teorizzato. Il paganesimo degli idoli non consente altre possibilità. Alla morte non dobbiamo pensarci per non turbare la serenità della vita; ne riparleremo quando dovremo incontrarci con essa. Ma intanto nel retrobottega mentale rimane la convinzione implicita che essa non ci toccherà mai. Guardate in faccia la gente importante, quella che tutti i giorni ci propinano le nostre televisioni (politici, artisti, divi e dive) e vi convincerete della bontà di queste affermazioni. Ma noi? Soprattutto noi cristiani dovremmo distinguerci anche in questo da quelli che cristiani non sono, “gli altri che non hanno speranza”, come afferma l’apostolo Paolo. Anche la morte è un segno di distinzione e di divisione del cristiano. La morte, cioè il pensiero di essa, l’atteggiamento nei suoi riguardi, il modo di prepararci al suo incontro personale, il comportamento di fronte alla morte di coloro che ci sono cari e che hanno avuto un qualche influsso nella nostra vita. Per la sua fede, il cristiano non solo non dovrebbe aver paura della morte, ma essere capace di pensare a lei in termini positivi. In termini di speranza. Quella della chiesa di sempre, quella dei veri cristiani che sono i santi. Non per disprezzare la vita, ma per viverla bene e arricchirla con le nostre opere buone. La vita vissuta in pieno, ma anche nel pieno adempimento della volontà del Creatore e nel rispetto della nostra natura umana. Che è natura fragile, contingente, transitoria, tale da non consentire pensieri arroganti e prepotenti come se fossimo definitivi e immortali. Per la Lettera agli Ebrei, non solo noi siamo stati liberati dalla morte, ma anche dal timore di essa che ci teneva schiavi per tutta la vita. Liberati insieme dalla morte e dalla schiavitù permanente del suo pensiero. Un atteggiamento che dovrebbe trasparire e tralucere dai nostri occhi, dalle nostre parole, dal nostro comportamento. La convinzione di fondo ce l’ha trasmessa una volta per sempre lo stesso Gesù: “Chi crede ha la vita eterna”. L’ha fin da ora, nelle ore della vita e nel momento della morte. Divinizzato, l’uomo è entrato per sempre nel circuito della vita, dal quale non potrà più uscire. Nessuno lo potrà strappare dal cuore stesso della vita. La morte sarà così una realtà semplicemente apparente, il passaggio da una forma di vita a un’altra, dalla vita perennemente sospesa al filo di un’esistenza umbratile, alla vita vera e definitiva, che è la stessa vita trinitaria. La morte è la vera misura della vita, la quale percorre contemporaneamente due curve esistenziali e contemporanee: la curva della vita e quella della morte. La fine non viene portata dall’esterno, ma sta già nascosta e operante dentro la vita. Si comincia a morire lo stesso giorno della nascita. Come è stato detto, l’uomo muore a rate, nello stillicidio quotidiano della sua esistenza. Per essere esatti, la morte non è che la conclusione di un morire che è perdurato per tutta la vita. Quella che gli antichi chiamavano la “prolixitas mortis”. Prolixitas, cioè lunghezza, estensione, prolissità. Si muore tutti i giorni e i segni di questo passaggio rimangono ben visibili sul nostro corpo, a cominciare dal nostro volto. Una morte a fuoco lento. Riflessioni, queste, di carattere umano, quasi filosofico, che anche il cristiano non può non fare sue. Egli però ha una marcia in più, perché porta con sé il segreto della speranza e alla più tragica realtà della vita può riguardare con occhi diversi. In Cristo la morte può diventare anche bella, perché segna l’ingresso nella vita definitiva eternamente felice. In questo modo dobbiamo saper guardare i nostri morti che vivono nella luce di Dio. Le loro opere buone li seguono ed è nostro dovere continuarle per possibilmente portarle a compimento nel corso della nostra esistenza. Giordano Frosini


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