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CARITAS DIOCESANA DI PISTOIA

Relazione Caritas Pistoia, esperienza di accoglienza “emergenza profughi” 2011. La Diocesi di Pistoia ha messo a disposizione una struttura per l’accoglienza dei migranti dal 4 aprile al 15 maggio 2011 in collaborazione con la Cooperativa Mise, Misericordia di Pistoia e con la presenza della Protezione Civile e le Associazioni del Territorio. Hanno collaborato le Caritas parrocchiali della montagna al fine del reperimento di risorse e della mediazione sociale. Di seguito una riflessione scaturita dall’esperienza ed il ruolo della Caritas diocesana di Pistoia. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Negli ultimi mesi si è parlato moltissimo di emergenza profughi , dall’arrivo a Lampedusa di migliaia di migranti all’accoglienza nei centri come se non ci fosse alcuna differenza, come se fossero le stesse persone ad essere “emergenza”. A questo proposito riteniamo che sia indispensabile porre l’accento sul fatto che l’emergenza è una tipologia di intervento e non, certo, una caratteristica, se pur provvisoria, di qualcuno. L’utilizzo della parola “emergenza” è controverso poiché se da una parte conduce all’idea di un immediato ed auspicabile intervento, dall’altra porta con sé l’idea della giustificazione di pratiche troppo spartane, troppo poco umane. Siamo certamente a conoscenza delle condizioni disumane che sottostanno a molte forme di accoglienza in questo momento storico, ci sono note le condizioni di Lampedusa e di molti centri sparsi nel territorio italiano. Il limite dell’emergenza è l’emergenza stessa, è la sua velocità nell’intervento, è la sua tecnicità, è la sua mancanza di umanità. In maniera del tutto realistica e senza voler incorrere nel buonismo, quando parliamo di mancanza di umanità prendiamo in esame le condizioni favorevoli e sfavorevoli al benessere e dunque alla prevenzione di possibili conflitti. Tra i racconti dei profughi arrivati a Lampedusa troviamo un esempio di questa dimensione: il giorno in cui è stato bruciato un camion sull’isola.

“Era stato messo un camion a bloccare il passaggio verso il porto da cui partivano le navi per lasciare l’isola, una lunga fila sostava di fronte il camion e di tanto in tanto facevano passare qualcuno. Con lo scorrere del tempo via Puccini, 36 51100 Pistoia Tel 0573 976133 Fax 0573 28616 cod. fiscale 80014580478

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CARITAS DIOCESANA DI PISTOIA l’atmosfera è diventata pesante perché ognuno di noi voleva lasciare al più presto l’isola, il malumore è cresciuto, non capivamo che stesse accadendo, fino a che qualcuno non ha pensato di bruciare il camion.” Altri esempi:

“La notte era freddo sull’isola e per coprirci abbiamo utilizzato dei sacchi neri per l’immondizia.” “Per mangiare dovevamo fare la fila fin dal mattino.” “Era quasi impossibile fare la doccia.” “Ci hanno tolto i lacci delle scarpe, gli accendini e le cinture.” Comprendiamo bene i motivi di queste azioni, ma se partiamo dal presupposto dell’accoglienza ci rendiamo conto che queste azioni dettate dall’emergenza contrastano l’ottica della prevenzione del conflitto. Non capire che cosa accade, innescare situazioni di attesa per la soddisfazione di beni primari significa percorrere la via del conflitto. Ciò che stupisce sicuramente è l’ipocrisia che sosta dietro la questione “emergenza profughi” poiché negli ultimi mesi non ci siamo trovati di fronte ad una novità, ma semplicemente ad un incremento quantitativo della normalità…non è la prima volta che qualcuno arriva a Lampedusa, eppure dopo tanti anni di “Lampedusa” continuiamo a muoverci come se fosse la prima volta. Nessun sistema di accoglienza è stato predisposto per evitare condizioni disumane e conflitti; quest’ultimi tanto cari all’informazione. Il sistema d’accoglienza, d’altra parte, non deve essere inventato, è forse l’ora di smettere di dirci che siamo un paese “giovane” in questioni d’immigrazioni, ormai, in positivo od in negativo, abbiamo la nostra esperienza ed i nostri strumenti, il problema riguarda certamente la capacità di sinergia in certi contesti. Mettendo tutto sotto la parola emergenza e lasciando tutto nelle mani del tecnicismo di soggetti ad essa deputati, mettiamo in crisi l’accoglienza stessa. È evidente che certe pratiche hanno un fine politico, lo si comprende bene, ma il capire non deve astenerci dal dire, dal sottolineare ciò che potrebbe certo essere migliorato.

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CARITAS DIOCESANA DI PISTOIA Lasciando Lampedusa… Lasciando Lampedusa i migranti si sono inseriti in un sistema di accoglienza tipicamente italiano…regione che vai usanza che trovi…e tra Manduria, Foggia e Lizzano troviamo enormi differenze: numeri, tipologia di accoglienza, strumenti. Tra le migliaia di Manduria e i 36 Lizzano c’è un’enorme differenza per la possibilità di mettere in atto una vera accoglienza che rispetti la dignità umana, che prevenga conflitti. Non è a Manduria che è mancata l’acqua per giorni? Quante persone non capendo che cosa stava accadendo hanno lasciato i centri ed oggi vagano per l’Europa irregolari, mentre chi è rimasto ha avuto il permesso per motivi umanitari? È davvero stata una scelta la fuga o con i nostri metodi abbiamo indotto all’irregolarità? Entrambe sicuramente, senza escludere, quindi, una nostra responsabilità. Sappiamo bene che cosa significa essere irregolari in Italia ed in Europa, sappiamo bene per quanto tempo tante persone dovranno vagare senza la possibilità di un permesso – potremmo chiedere almeno quante sono visto che è possibile saperlo - e conosciamo altrettanto bene le conseguenze di questa dimensione a livello individuale e sociale…processi esponenziali a catena di disagio sociale. In questo senso ci rendiamo conto che la questione dell’emergenza profughi non è questione a sé e non lo è fin dall’inizio, ancora prima di arrivare a Lampedusa, lo è anche al porto di Zarzis. A questo punto si deve sottolineare la mancanza di cooperazione e mediazione sociale, due parole che avrebbero dovuto accompagnare l’emergenza, non supportandola, ma addirittura guidandola. Mediazione sociale Si parla molto di mediazione linguistica, di mediazione culturale confondendo talvolta queste due con la mediazione sociale. Le prime due sono strumenti fondamentali della mediazione sociale, ma da sole non possono soddisfare i fini che essa si prefigge. L’esperienza fatta negli ultimi mesi ha sottolineato e messo in evidenza questo. La mediazione sociale si pone come obiettivo il benessere e la prevenzione del conflitto e per far questo si deve lavorare in piccole manovre oculate. Riprendendo l’esempio del camion, nell’ottica della mediazione sociale, possiamo dire che sono stati fatti molti errori: è stato posto un limite via Puccini, 36 51100 Pistoia Tel 0573 976133 Fax 0573 28616 cod. fiscale 80014580478

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incomprensibile a persone che hanno sfidato la morte per raggiungere la terra ferma. Poi ci chiediamo perché hanno bruciato il camion? Non è giustificabile, ma è certo comprensibile. L’esempio del camion è un esempio, ma nell’ottica di piccole manovre oculate lo sono anche la disposizione nelle camere dei centri, il cibo...la predisposizione della prima accoglienza.

“Siamo rimasti stupiti quando ci avete chiesto con chi volevamo stare in camera.” Parlando di mediazione non possiamo non parlare della centralità dell’ascolto. In una situazione d’emergenza le persone troppo spesso diventano numeri, vengono spersonalizzate, ma non dimentichiamoci che tutto gira intorno alla relazione e quindi chi è spersonalizzato spersonalizza e quando non ci si sente persone rispettate è facile che non si porti rispetto. L’esperienza fatta negli ultimi mesi, nel nostro caso a Lizzano, ha sottolineato ancor più, anche in contesti diversi dalla quotidianità, l’importanza fondamentale dell’ascolto Caritas, bisogni e risorse. Mediazione sociale e animazione pastorale. I Centri che sono stati predisposti per l’accoglienza sono sembrati un po’ come dischi volanti atterrati d’improvviso nel cuore di alcune comunità. All’improvviso, infatti, si sono avute e si hanno le informazioni relative all’arrivo dei migranti, un giorno prima, senza preavviso. Questo mette seriamente in crisi i territori che si trovano a dover convivere, senza averlo deciso, con sconosciuti noti attraverso l’informazione. Le persone della comunità subiscono una sorta di violenza che mette paure ed ansie di cui qualcuno si deve occupare e non solo a parole. Nell’esperienza specifica di Lizzano 36 tunisini sono arrivati in un piccolo paese di montagna che conta 89 residenti, in proporzione è come se fossero arrivati circa 200.000 tunisini a Firenze. Le paure e le ansie non sono mancate e non è mancata l’indignazione dei residenti, ma è anche in vista della tutela dei cittadini, della loro serenità che lo sforzo di mediazione sociale è stato grande. Quando si parla di benessere non si può parlare del benessere di qualcuno o perlomeno non si dovrebbe. In questo senso la situazione nuova è stato motivo di ascolto della cittadinanza e di sensibilizzazione più ampia a livello pastorale, si è parlato molto, ci sono state occasioni confronto e presa di posizione a livello diocesano.

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CARITAS DIOCESANA DI PISTOIA In particolar modo abbiamo cercato di interessare in prima istanza le parrocchie e le relative Caritas parrocchiali del territorio che ha accolto al fine di motivare la partecipazione, la responsabilità, la condivisione, la relazione. Ciò che possiamo dire a conclusione di questa esperienza è che tutti siamo un po’ cresciuti, che tutti siamo stati obbligati a riflettere ed è questa riflessione condivisa che resta come segno di un’esperienza di accoglienza ed animazione. La conclusione, tuttavia, non è una conclusione poiché resta aperto il futuro di coloro che hanno deciso di restare e che quindi cominciano a camminare tra di noi senza essere più parte dell’emergenza, ma del quotidiano con tutti i problemi relativi all’integrazione, comincia, quindi, un’altra esperienza. Resta aperta, anche, la responsabilità della condivisione dell’esperienza affinché si possa evitare emergenze dis-umanitarie. Che la scelta politica ci sembri giusta o meno, ciò che deve interessarci prima di tutto sono i risultati in termini di dignità umana che emergono.

Ad oggi restano 6 persone sul territorio pistoiese che verranno accolte in strutture della Cooperativa Mise e dell’Associazione Portaperta della Parrocchia di San Piero Agliana. Per questa seconda fase abbiamo previsto l’inserimento delle persone nei progetti di insegnamento della lingua italiana ed il supporto e il monitoraggio dell’accoglienza attraverso un contratto sociale che predisponga chiaramente le responsabilità di tutti gli attori coinvolti.

Francesca Meoni Sara Lupi

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