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PASQUA, VINCERE LA STANCHEZZA

Inizio   del   mondo   nuovo,   la   pasqua   è   momento   di  ricarica e di speranza soprattutto quando i tempi si fanno più  difficili   e   carichi   di   tensione,   come   è   quello   che   stiamo  attraversando.   Inutile   negarlo:   segni   di   stanchezza   ci  arrivano   dalla   società,   segni   di   stanchezza,   non   meno  preoccupanti,   ci   arrivano   anche   dalla   chiesa.   Difficoltà,  incomprensioni, divisioni, si stanno da tempo accumulando  intorno a noi, fra noi, aumentando scontentezze, disagi, cali  di entusiasmo e di serenità. Sembra proprio che qualcosa sia  stato   dimenticato   nel   cammino,   difficile   e   insidioso,   di  questi   anni:   qualcosa   che   deve   essere   prontamente  recuperato, prima che vada definitivamente perduto. Il   paese   è   arrivato   a   punti   di   depressione   che  nemmeno   i   più   anziani   ricordano   di   avere   mai   visto,  nemmeno nel tempo della guerra e del dopoguerra. La cosa  che più intristisce e ci addolora  è che molti, i più, non se ne  rendono   ancora   conto.   La   crisi   morale   è   arrivata   al   suo  culmine (ammesso che nel male ci sia un punto di massima  concentrazione)   e   spiega   molto   bene   l’origine   e   la  permanenza delle molte crisi che i sociologi, i politici seri,  gli   uomini   veri,   hanno   perfino   difficoltà   a   enumerare   e  individuare. La denuncia non è certo di oggi, ma non passa  giorno che essa non debba rinnovarsi e accentuarsi per la  progressiva decadenza a cui stiamo assistendo con un senso  di sgomento e di impotenza. Un   paese   malato,   profondamente   malato,   che   ha  bisogno   di   cure   energiche   e,   soprattutto,   di   rendersi  pienamente conto di quanto sta accedendo al suo interno. La  politica ha dato l’ultima prova di se stessa nelle recentissime  consultazioni   elettorali,   soprattutto   per   la   massiccia  astensione, mai vista nel passato, che denota la stanchezza  di un popolo, le sue delusioni e la sua perdita di speranza.  Le   cifre   non   rendono   conto   del   malessere   che   serpeggia  sempre di più nelle nostre popolazioni, perché mon pochi,  molti, sono andati a votare senza voglia, scegliendo, come si  dice, il male minore. Progetti di vita e di società nemmeno  si   intravedono   al   nostro   orizzonte.   Si   vive   alla   giornata, 


senza indicazioni di mete da perseguire e da realizzare nel  futuro, nemmeno quello più vicino. Le caste costituite non  pensano nemmeno a lasciare il campo ad altri, le ingiustizie  si moltiplicano, i litigi sono il nostro pane quotidiano. La  domanda   ci   interpella   fin   nel   profondo   delle   nostre  coscienze:   “Chi   ci   libererà   da   questo   corpo   votato   alla  morte?”,   le  parole  dell’apostolo Paolo fanno purtroppo al  caso nostro. La   comunità   cristiana   non   è   se   stessa.   Manca   di  incidenza sulla società, anche perché soffre al suo interno  per gli stessi mali. Anch’essa ha bisogno di una pasqua di  conversione   e   di   risurrezione.   I   giorni   dell’entusiasmo   e  della freschezza stanno purtroppo alle nostre spalle. Chi li  ha vissuti in pienezza nel passato è costretto ogni giorno a  rinnovare la sua sofferenza. E’ vero che  “la chiesa è sempre  in via di modifica e di cambiamento”, ma questa esigenza  sta   raggiungendo   attualmente   toni   imprevisti   e,   forse,  addirittura,   drammatici.   La   pasqua   è   per   tutti,   senza  esclusione   di   nessuno,   un   forte   richiamo   e   una   urgente  sollecitazione. Rivolgendoci anzitutto, come è giusto, alla comunità  cristiana   (la   pasqua   è   anzitutto   e   soprattutto   una   realtà  nostra: res nostra agitur, dicevano gli antichi), grazie a Dio,  possiamo   dire   che   le   indicazioni   di   lavoro   comune   non  mancano. Abbiamo visto proprio in questi giorni iniziative  tendenti   a   riportare   all’attenzione   comune   il   pensiero   del  concilio Vaticano II. Come non ripetere ancora: “Questo lo  Spirito oggi domanda alla chiesa”? Eppure, da diverse parti  si vuol dare per scontato che esso è ormai passato ad acta,  perché, si dice con molta e superficiale sufficienza, esso è  già realizzato. Vorremmo alzare la voce per dire a tutti: non  è   vero.   La   chiesa   soprattutto   non   è   quella   che   è   stata  disegnata   nelle   pagine   meravigliose   dei   documenti  conciliari.   La   chiesa­mistero,   la   chiesa­popolo   di   Dio,   la  chiesa­missione, apertura, dialogo, evangelizzazione. Se si  vuol barare lo si faccia pure, ma a chi gioverebbe questa  furbesca e ingenua operazione? Ripensando   a   quanto   detto   nella   prima   parte,  dobbiamo   denunciare   l’infelice   sorte   toccata   al   pensiero  sociale della chiesa, che pure ci era stato presentato come  parte   essenziale   dell’evangelizzazione   e   parte   integrante 


della teologia morale. Si parla di spiritualità, ma per caso il  razzismo, l’ingiustizia, l’immoralità di ogni ordine e grado  non   fanno   parte   della   spiritualità   cristiana?   Quando   ci   si  accorgerà   che   il   popolo   cristiano   si   sta   gradualmente  adattando al clima generale, che di cristiano non merita più  nemmeno il nome? Giordano Frosini


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