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Via del Seminario, 61 57122 Livorno tel. e fax 0586/210217 lasettimana.livorno@tiscali.it Notiziario locale

Direttore responsabile Andrea Fagioli Reg. Tribunale Firenze n. 3184 del 21/12/1983

18 luglio 2010

DUE APPUNTAMENTI DIOCESANI PER IL FINE SETTIMANA Venerdì 16

Il vescovo monsignor Simone Giusti celebra la Santa Messa alle ore 9 al monastero delle suore del Carmelo ad Antignano per la tradizionale festa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Sabato 17

Alle 8.10 ritrovo in piazza delle Carrozze per il tradizionale pellegrinaggio diocesano mensile al Santuario di Montenero. Alle 9 la celebrazione eucaristica

LE REAZIONI/1

LA STELLA MARIS: «UN SEGNO PER I TANTI MARINAI FILIPPINI» a statua della Madonna all’imboccatura del «accoglienza LPorto? Sarebbe un bellissimo segno di anche per i numerosissimi marittimi

Alla Vegliaia una statua di Maria proteggerà tutto il porto? ivorno come Rio de Janeiro o Messina? Non sarà come l’imponente "Cristo Redentor" che domina sulle colline di Rio o come la famosa Madonnina dorata del porto siciliano, ma anche Livorno presto potrebbe avere una grande effigie religiosa a guardia del suo porto. Una statua di Maria alta circa 5 metri fra qualche tempo infatti potrebbe accogliere le navi che entrano in porto dall’imboccatura sud. Non è solo un pour-parler estivo, perché dopo un anno di colloqui sottotraccia tra la Diocesi, il Corpo Piloti del Porto e la Capitaneria di Porto di Livorno non è detto che l’idea alla fine non si concretizzi per davvero.

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IL SOPRALLUOGO ALLA VEGLIAIA Nei giorni scorsi il vescovo Simone Giusti ha effettuato un sopralluogo (nella foto sotto) sulla diga della Vegliaia per prendere visione del luogo dove la statua potrebbe essere installata. Sulla pilotina del Corpo Piloti insieme al vescovo c’erano il comandante del Porto l’ammiraglio Ilarione Dell’Anna, il capo piloti Cino Milani e il suo vice Salvatore Vasta. E proprio dai piloti livornesi che è partita l’idea di una statua della Madonna a protezione di tutto il mondo portuale. «Circa un anno fa racconta Milani - il vescovo venne a benedire la nostra stazione al Molo Mediceo e facemmo un giro del porto con la pilotina. Fu lì che gli proponemmo l’idea: volevamo rifarci all’antica tradizione livornese della Madonna del Saluto, ma soprattutto ci piaceva l’idea di una protezione speciale per tutti i portuali visto che c’è chi, come noi piloti, spesso rischia la vita nel proprio lavoro affrontando il mare con qualunque condizioni metereologica».

L’idea partita dal Corpo dei Piloti del Porto potrebbe concretizzarsi. La statua, alta 5 metri accoglierebbe le navi al fanale verde dell’imboccatura del porto. Il Vescovo: «I passi da fare sono ancora molti, ma già è bello vedere esponenti importanti del porto lavorare al progetto» SI ASPETTA IL SÌ DELLA PORT AUTHORITY Il Vescovo tira il freno a mano, ma non nasconde che l’idea gli piacerebbe molto: «Siamo ancora alle fasi preliminari afferma - ma fa piacere che alcune componenti importati del porto come i Piloti e la Capitaneria stiano lavorando perché questa idea si concretizzi davvero. È segno, come ho ribadito più volte, che Livorno è una città molto

L’ANTICA TRADIZIONE IN PORTO

Quando c’era la Madonnina del Saluto rima che i bombardamenti la buttassero giù, presso l’entrata del Praffigurante vecchio porto mediceo nella Dogana Vecchia c’era un antico quadro la Madonna del Saluto, risalente al ‘500. Marinai e operatori portuali ne avevano fatto il proprio luogo di culto: in molti passavano a salutarla prima di partire e vi ritornavano per ringraziare al rientro dai viaggi. Poi la chiostrina fu ridotta a un cumulo di macerie dopo il passaggio dei bombardieri alleati durante la seconda guerra mondiale. «Ma da allora – afferma Cino Milani – la devozione di molti marittimi non è venuta meno. Anche noi del Corpo Piloti conserviamo una Madonnina incastonata nelle pietre del fortino al Molo Mediceo dove c’è la nostra stazione. Con la nuova statua all’imboccatura del porto si rinnoverebbe così anche una antica tradizione».

religiosa». L’idea dei Piloti sta pian piano passando negli altri ambienti del porto creando un certo dibattito. La voce è poi circolata anche nelle stanze delle istituzioni locali: così le autorità di Comune e Provincia, sentite in maniera informale, sembrano voler avvallare il progetto. Certo è che manca ancora l’autorizzazione più importante, quella dell’Autorità Portuale: «I passi da fare sono

ALL’OPERA LO SCULTORE PAOLO GRIGO’

SI STUDIANO GIÀ I PRIMI BOZZETTI ove verrà collocata? Sarà in vetro resina oppure in marmo? DQuanto sarà alta? E chi la scolpirà? Posto che siamo ancora alle fasi di studio del progetto, resta il fatto che gli eventuali nodi da sciogliere per la realizzazione dell’opera sono ancora molti. E se per la collocazione sembra aprirsi qualche spiraglio concreto alla diga della Vegliaia, si sa già che la Diocesi ha dato incarico allo scultore e pittore di Cascina (Pisa) Paolo Grigò per studiare un progetto e provare a buttar giù un preventivo di massima. I primi bozzetti dovrebbero essere pronti per i primi di settembre. Grigò è uno scultore di fama internazionale e di recente, tra le altre cose, ha realizzato un ciclo scultoreo per la chiesa di Fornacette disegnata da monsignor Simone Giusti. Per il materiale le ipotesi al vaglio sembrano per ora ridursi a due: o marmo o vetroresina, c’è infatti da tener conto dell’esposizione continua agli agenti climatici che riducono di molto i materiali di cui è possibile servirsi. E se tutto l’iter procedesse filato? Non è un mistero che al Vescovo piacerebbe inaugurare la statua il giorno della Festa della Madonna di Montenero, l’8 settembre prossimo.

ancora molti - continua il Vescovo - e non è detto che alla fine l’opera si realizzi. Però sembra che si stia creando un sodalizio importante teso alla realizzazione dell’opera. E già questo mi sembra un fatto molto positivo». E I MARINAI AVREBBERO DUE «LUCI» NELLA NOTTE Certo è che la macchina si è messa in moto: la Capitaneria è in contatto con l’Autorità Portuale per le prime pratiche burocratiche. La Diocesi è invece al lavoro per commissionare l’eventuale opera (si veda il box in pagina). Quanto alla collocazione in un primo tempo era stata vagliata l’ipotesi di posizionare la statua sul pilozzino di cemento, conosciuto come "biribisso" davanti al faro: poi i costi troppo elevati hanno fatto indirizzare l’obiettivo verso un’altra collocazione. Ma non certo meno significativa: in cima al braccio ovest della diga della Vegliaia, sotto al grande faro verde. Quella luce per le navi è il segnale dell’approdo magari dopo lunghi giorni di navigazione ostacolati da qualche burrasca. «La luce verde - commenta il capo piloti Milani - indica a tutte le navi che lì c’è la porta d’ingresso del porto. Mi parrebbe davvero ricco di significato se sotto a quel faro venisse posizionata una statua della Madonna». (g.d.m.)

filippini che ogni giorno attraccano nel nostro scalo». È un aspetto poco noto, ma un’indagine condotta dall’associazione “Stella Maris” lo scorso anno rivela numeri che parlano da sé: il 43% dei marittimi che ogni giorno attraccano con gli equipaggi nel nostro porto sono filippini, e dunque, in gran parte, di religione cattolica. «È proprio così – spiega il responsabile della “Stella Maris” livornese Federico Sgherri – solo il 50% dei marittimi è italiano, poi vengono i filippini e infine il restante 7% se lo spartiscono in buona misura indiani, indonesiani e ucraini». Nei 135 metri quadri del centro di accoglienza della “Stella Maris” livornese situato all’interno del porto commerciale in via Michelangelo passano ogni anno circa 2000 marittimi («1900 lo scorso anno e già 880 nel primo semestre di quest’anno»). Sono i lavoratori globe-trotter degli equipaggi delle navi di tutto il mondo (traghetti, navicrociera, grandi porta container). «È gente – fa notare Sgherri – che sta fuori da casa per mesi e mesi, e il disagio è avvertibile nei loro volti, nelle loro domande: il distacco dalle famiglie e dagli affetti è difficile». Ecco allora che diventa preziosa l’opera dei 3 volontari della “Stella Maris”: «I marittimi vengono qui per telefonare, usare internet, guardare la tv, bersi una birra, leggere i giornali dei loro paesi, ma anche per essere trasportati in centro. Da questo punto di vista il nostro porto è molto carente: non ci sono adeguate strutture di accoglienza». Soprattutto alla “Stella Maris” si cerca anche una assistenza spirituale: «Offriamo loro dei momenti di preghiera, distribuiamo vangeli e corone del Rosario. Come un marinaio sente il nome della nostra associazione si rasserena subito. Ora con l’immagine della Madonna all’entrata del porto l’accoglienza potrebbe essere anche migliore. Sarebbe un piccolo segno, ma significativo».

LE REAZIONI/2

IL CONSORZIO NAUTICO: «L’IDEA NON CI DISPIACE» ivornesi mangiapreti? «Macché. Magari per una Lbuonforma di superstizione più che di religiosità, ma ogni livornese un cero alla Madonna di Montenero non manca mai di andare ad accenderlo». Lo attacca con queste premesse Piero Mantellassi il suo commento al progetto della statua di Maria al porto. Lui da poco rieletto a capo del Consorzio Nautico che riunisce i 60 circoli dei diportisti livornesi conosce bene gli umori del “popolo delle barchette”: «Non credo che l’idea della statua dispiacerebbe a qualcuno, come Consorzio posso dire che non siamo assolutamente contrari. Probabilmente – dice poi con sincerità - l’idea lascerebbe nell’indifferenza gran parte dei diportisti, ma sono convinto che nessuno farebbe le barricate per opporvisi». A Livorno il diportismo non è un hobby è una filosofia di vita: e sono migliaia le barche che affollano i fossi e ogni angolo della Dogana Vecchia e del porto mediceo: «Sarebbe interessante – afferma Mantellassi – sapere quante immagini di Santa Giulia o della Madonna di Montenero sono appese nelle cantine sui fossi. Perché checché se ne dica in fondo i livornesi sono legati a doppio filo anche alle loro tradizioni religiose». Magari non in bella vista, magari un po’ polverosa o sgualcita nel portafoglio, ma ogni livornese la sua immaginetta sacra la conserva sempre. «Diro di più - conclude Mantellassi - la mia sensazione è che ogni livornese, anche i non credenti come me, conservano sempre in un angolo del proprio animo un’idea o una domanda di sacro. E anche un’iniziativa come questa della statua può segnare l’apertura di un dialogo con questa parte un po’ nascosta».


TOSCANA OGGI

II

LA SETTIMANA DI LIVORNO

18 luglio 2010

FILI DI STORIA diocesana

Scuola di teologia: Il bilancio di un anno

di Angelo Gaudio

Don Fortunato Canigiani: un prete da battaglia in tempi difficili l ruolo oggi svolto da «La settimana» era svolto ai primi del 900 dal «Fides». Su quelle pagine si potevano leggere anche i battaglieri versi in vernacolo di Don Fortunato Canigiani che si firmava Bocco, allora ancora seminarista. Era nato a Pisa nel 1886, dopo aver frequentato il seminario Gavi venne ordinato sacerdote il 12 marzo 1910 e dunque svolse il suo ministero dapprima come cappellano a S. Matteo, poi come parroco di Valle Benedetta e infine come parroco di San Matteo. I versi firmati Bocco così come gli editoriali dello stesso periodico testimoniano una intensa polemica tra un cattolicesimo vivace ma nettamente minoritario e il locale socialismo che si caratterizzava come l’erede se non l’alleato di un liberalismo dalle venature, almeno fino al 1908, fortemente laiciste anche per la significativa presenza tra le sue file di israeliti e appartenenti alla massoneria. Il vernacolo così come la storia locale erano allora largamente coltivati da esponenti del laicato cattolico labronico, basti pensare a figure come Francesco Carlo Pellegrini, Francesco Pera e Pietro Vigo ma anche da colti sacerdoti come Giuseppe Bardi, Giuseppe Piombanti e Francesco Polese. Particolarmente rilevante il suo ruolo nella ripresa, a seguito della riforma Gentile del 1923, dell’insegnamento scolastico della religione cattolica, a Livorno soppresso dal lontano 1877, con ciclo di conferenze ai maestri nel 1924. Il Canigiani tenne personalmente nel 1926 un corso libero di religione presso il locale Istituto Tecnico. Il suo impegno educativo si sviluppò anche come insegnante di seminario, assistente diocesano delle associazioni giovanili di Azione Cattolica, nonché successivamente come cappellano dell’Opera Nazionale Balilla. Don Canigiani si spense il 17 luglio 1937. Angelo Gaudio

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Intervista al direttore, diacono Franco Caccavale «Non si tratta di avere una quantità di Operatori pastorali teologi, ma di consolidare il contenuto della nostra Fede per continuare ad annunciare il Vangelo in un mondo che costantemente cambia»

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a scuola di teologia ha terminato i suoi corsi, questo è stato un primo anno sperimentale per tante novità, sia nella modalità di insegnamento sia nelle tematiche, possiamo fare un bilancio? Direi che è necessario fare un bilancio. Innanzitutto devo riconoscere il buon lavoro svolto dai parroci, molti dei quali sono riusciti a sensibilizzare e ad iscrivere tante persone desiderose di intraprendere un percorso formativo di base finalizzato all’acquisizione di un minimo di contenuti teologici. La grande novità di quest’anno era data dalla trasmissione delle lezioni in videoconferenza per i corsi del primo anno. Ma su questo bisogna subito ammettere che abbiamo un po’ deluso le aspettative perché dal punto di vista tecnico le cose sono andate spesso male. Durante l’anno ad esempio, per problemi tecnici relativi a difficoltà di collegamento, abbiamo dovuto proporre a quanti (circa 100) avrebbero dovuto seguire le lezioni dalla sala parrocchiale di S. Lucia ad Antignano a spostarsi presso altre sedi. Anche a S. Luca a Stagno il collegamento spesso è stato alquanto problematico. Ci siamo confrontati

più volte con i tecnici e solo ad inizio 2010 abbiamo fatto qualche correttivo che ha permesso una trasmissione migliore e con pochi problemi di collegamento. Ma ormai il danno era fatto. I corsi erano 2 ed erano rivolti a persone con «preparazione» diversa in tema di fede, qual è stata la frequenza rispettiva? I mini-corsi erano 4 per il primo anno. Nella seconda parte dell’anno ognuno poi poteva scegliere di approfondire 2 percorsi specifici tra temi riguardanti la catechesi e la liturgia. Sempre in verità bisogna dire che i problemi connessi alla sperimentazione di lezioni in videoconferenza hanno provocato in molti delusione e scoramento per cui, come emerge dai dati statistici, ad un primo momento dove la partecipazione raggiungeva circa l’80% dei 450 iscritti è seguito un secondo momento dove le presenze si sono stabilizzate nell’ordine del 40%. Inoltre, mentre la partecipazione al percorso di catechetica è stata soddisfacente e le lezioni particolarmente interessanti e coinvolgenti, il percorso di liturgia è stato sospeso dopo i primi 2 incontri per problemi di salute del docente monsignor Mauro

Peccioli. La nota positiva è costituita dal buon numero di iscritti a tutti i corsi del terzo anno. Non solo, ma la partecipazione è stata quasi totale e costante. Il livello elevato delle lezioni tenute dai docenti ha avuto un notevole riscontro negli allievi, molti dei quali, hanno anche sostenuto i relativi esami con ottimi esiti. Come si prospetta l’avvio del prossimo anno? cosa continuare e cosa cambiare? Ci sono ancora da decidere alcune cose ma siamo quasi pronti per l’inizio. Certamente ci saranno degli investimenti mirati a migliorare in maniera radicale gli aspetti tecnici per permettere una efficiente trasmissione in videoconferenza. Abbiamo inoltre individuato alcune sedi dove gli allievi dei vari vicariati potranno riunirsi per la visione della registrazione della lezione. Con questa soluzione dovrebbero essere arginati i problemi relativi al collegamento. Per il quarto anno sono previsti alcuni corsi di particolare interesse come quelli sull’Ecumenismo e sulla Dottrina Sociale della Chiesa. Stiamo poi

valutando la possibilità di introdurre piccoli percorsi seminariali che dovrebbero integrare i corsi dei primi due anni approfondendo alcuni ambiti specifici degli argomenti trattati finora. Quanto la nostra diocesi ha ancora bisogno di una scuola di teologia? le parrocchie ne sentono la necessità o ancora tutti vivono nel loro orticello parrocchiale? La formazione teologica, come si legge nel progetto di riordino della formazione teologica in Italia discusso nel corso della 54ª Assemblea della CEI del maggio 2005 e curato dal Patriarca di Venezia il Cardinale Angelo Scola, da un lato è qualcosa che riguarda «la natura stessa della fede» e pertanto necessita per il confronto con la storia contemporanea al credente. Dall’altro essa è qualcosa di indispensabile per far fronte alle urgenze pastorali del momento; vale a dire che la riflessione teologica, poi mediata nei vari ambiti della pastorale, risponde a quella esigenza che permette alla fede di essere «universalmente proponibile, e quindi di non venire separata dall’esistenza umana e ridotta a sentimento o esperienza soggettivistica». La Scuola di Formazione Teologica Diocesana, pienamente valorizzata da questo documento e inserita all’interno del sistema formativo ecclesiale, è considerata indispensabile «per rispondere a bisogni e ad urgenze specifiche

che nascono nei vari ambiti: dalla catechesi alla carità, al matrimonio e alla famiglia, ecc». Non si tratta di avere una quantità di Operatori Pastorali teologi (anche perché i parametri che definiscono un teologo sono ben altri), ma di consolidare il contenuto della nostra Fede per continuare con competenza e passione ad annunciare il Vangelo di Gesù in un mondo che costantemente cambia e ci pone davanti a delle sfide affascinanti e che non possono essere eluse. Personalmente sono convinto già da qualche tempo che il bisogno di una costante e seria formazione umana, all’interno della quale si colloca a pieno titolo quella teologica, è non solo improcrastinabile ma è anche direttamente dipendente dagli obiettivi contemplati dal progetto pastorale del momento di una Diocesi. Perciò ritengo che «gli orticelli», per quanto possano essere ben tenuti e coltivati, rimangono per loro stessa natura al di fuori del giardino della grande Chiesa perchè spesso risultano completamente decontestualizzati. E’ la Chiesa locale il riferimento e il garante di tutto ciò che si ritiene utile per l’evangelizzazione nel territorio! E la Scuola di Formazione Teologica è lo strumento che si pone al servizio di tutta la Diocesi peril raggiungimento di questo obiettivo. Per tutto il resto se ne può discutere. C.D.

PER SAPERNE DI PIÙ Bocco, 40 sonetti in vernacolo livornese, di [i. e. Fortunato Canigiani] ; [a cura di Giorgio Fontanelli] Livorno : Nuova fortezza, [1992] A. Gaudio, Il mondo cattolico e la massoneria fra Otto e Novecento, in La Massoneria a Livorno, a cura di F. Conti, Bologna, Il Mulino, 2006, 417445 Temi e figure della Chiesa di Livorno, a cura di R. Burigana e C. Barovero, Livorno, Editasca, 2007

AGENDA DEL VESCOVO VENERDÌ 16 LUGLIO Il Vescovo presiede la Santa Messa presso le suore del Carmelo ad Antignano MARTEDÌ 20 LUGLIO Il Vescovo riceve i sacerdoti ore 17 il Vescovo incontra il Consigliere Villa del Ministero Beni Culturali MERCOLEDÌ 21 LUGLIO Riunione amministrativa GIOVEDÌ 22 LUGLIO ore 16.30 il Vescovo alla Stazione saluta i sacerdoti ammalati della diocesi di Perugia in partenza per Lourdes VENERDÌ 23 LUGLIO Il Vescovo riceve alcuni laici SABATO 24 LUGLIO ore 18.30 il Vescovo immette padre Maurizio De Sanctis a parroco di S. Rosa DOMENICA 25 LUGLIO ore 19 il Vescovo presiede la Messa a San Jacopo per la festa patronale

Dialogo ed ascolto protagonisti del secondo incontro dei «Giovedì nel chiostro»

La meglio gioventù: generazioni a confronto

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a meglio gioventù»: qual è? Quella di oggi, quella del dopo guerra o quella

del ’68? Intorno a queste domande si è sviluppato il secondo degli incontri dei «Giovedì nel chiostro»; sottotitolo: «Generazioni a confronto, testimonianze di ieri e di oggi» presentate in un filmato ben costruito dagli organizzatori, nel quale si cercava di mettere in luce i diversi punti di vista su temi importanti tra giovani ed ex giovani. Educare alla fede, partecipare alla politica del Paese, società e lavoro, come si vivevano questi aspetti nella vita di ieri e di oggi? Non ci sono risposte univoche, ma considerazioni molto varie e contrastanti: c’è chi è stato educato in famiglia fin da bambino, chi ci si è avvicinato da solo, qualcuno che pensa che nel passato era quasi impossibile non essere educati con l’aspetto della fede sempre presente per il tipo di società nella quale si viveva , chi ritiene che oggi vivere nella Chiesa sia una scelta più consapevole. Dalle risposte delle interviste, una delle poche cose che sembra accomunare i pareri dei giovani si ritrova nell’idea che

Nel secondo incontro dei «Giovedì nel chiostro», i giovani e gli adulti hanno dato vita ad un diaologo, interrogandosi e ascoltandosi in merito agli atteggiamenti, alle difficoltà e alle aspettative dei giovani di ieri e di oggi si ha della politica: non ci si vuole prendere responsabilità e lavorare per creare un futuro migliore se si crede che essa sia solo un modo per arricchirsi e fare carriera. Se la società del dopo guerra metteva in moto l’entusiasmo perché si voleva ricostruire l’Italia, se poi dopo si poteva scegliere il lavoro che più avrebbe appagato una vita, sembra che i ragazzi di oggi siano destinati a non essere gratificati pur sacrificandosi ad esempio dedicandosi allo studio. E allora cosa devono fare i giovani del 2010?E’ tutta loro la colpa di questa crisi di valori che sembra averli colpiti?

Lasciato spazio al dibattito, giro di botta e risposta tra i partecipanti: «Dovete guardare avanti, non arrendervi, essere felici perché potete fare cosa volete, vivere la vita in modo vivace», dice qualcuno.«Non è facile senza modelli da seguire negli adulti, senza liberarsi del proprio egoismo e senza spirito di sacrificio» risponde qualcun altro. La chiesa può essere quella che porta avanti insieme a loro gli ideali e le convinzioni importanti, ma solo tornando un po’ indietro alla semplicità e umiltà che la caratterizzavano alle origini, pronta a prendersi le colpe che può aver commesso per poter essere ri-

conosciuta non solo come istituzione ma come vera comunità educante. Tutti concordi che non è facile per un adulto rapportarsi e capire un giovane di oggi semplicemente per un fatto sociale: il mondo degli ultimi 50 anni è oggettivamente cambiato e ognuno è stato modellato su realtà e contesti storici molto diversi. Non esiste soluzione allora? Forse sì: fermarsi un momento e mettersi in ascolto reciproco. Terzo incontro giovedì 15 : «Cosa vuoi fare da grande?Il futuro sospeso tra speranze ed incertezze. Voci di esperienze che guardano al domani». Giulia Sarti


TOSCANA OGGI

LA SETTIMANA DI LIVORNO

18 luglio 2010

III

Sulle orme di San Paolo

VIAGGIO NELLE PARROCCHIE

Una ricerca di se stessi e di Dio

Sulle colline una parrocchia animata dai giovani con molte iniziative. Alla guida don Janusz, un parroco «diviso a metà»

San Michele Arcangelo DI SIMONE

MARCIS

Questa settimana siamo andati a trovare don Janusz Wozniak, parroco di San Michele Arcangelo al Gabbro e di SS Pietro e Paolo a Colognole.

al sacramento del matrimonio. L’estate si organizza il campeggio per i ragazzi , quest’anno sono 30, più gli animatori che aiuteranno don Janusz nei 10 giorni in Garfagnana.

Catechesi e liturgia

La parrocchia ed il paese

Il parroco è molto fiero dei suoi catechisti e può contare su un nutrito gruppo di chierichetti per la liturgia e persone che si occupano dei canti (tutti i sabati pomeriggio alle 16 in canonica ci sono le prove). La catechesi dalla seconda alla quinta elementare ( divise per classi), oltre a quella della prima media si svolge la domenica alle 10,00 nei locali parrocchiali. I ragazzi della seconda media si incontrano invece il mercoledì alle 15,00 . La catechesi dei genitori dei ragazzi del catechismo si svolge ogni 2 settimane , il giovedì dopo cena alternandosi in due gruppi ( genitori dei bambini di seconda e terza elementare da una parte, quarta elementare dall’altra ) . Tutti i venerdì alle 20 e 45 adorazione eucaristica e dopo, per chi rimane , lettura della Parola di Dio. Il primo sabato del mese incontro per le coppie di fidanzati ( se ci sono) in preparazione

Ci sono ottimi rapporti tra la parrocchia e le associazioni presenti a Gabbro a cominciare dalla Misericordia che da anni è ben radicata nel territorio ed è molto presente nella vita quotidiana del paese. Ogni anno il paese si ferma per festeggiare la seconda settimana di luglio la Misericordia

Parrocchia di san Michele Arcangelo in Gabbro Piazza della Chiesa 16 Gabbro (LI) tel. 0586 742066 orari messe : domenica e festivi ore 11,00 sabato ore 18,00 estivo feriale : da lunedì a mercoledì 8,15, giovedì e venerdì 17,00 invernale feriale : lunedì 8,15 , da martedì a venerdì 17,00 Ufficio parrocchiale tutti i giorni dopo la messa. Possibilità di confessarsi tutti i giorni prima di ogni messa ed il venerdì sera durante l’ora di adorazione eucaristica. Patrono 29 settembre.

con varie iniziative allo scopo di raccogliere fondi per l’associazione. Spettacoli, concerti , una gara podistica e numerose altre proposte richiamano l’attenzione non solo degli abitanti del paese ma anche di quelli che vivono nei

paesi limitrofi, nonché di turisti amanti delle colline livornesi. La Misericordia interagisce con la parrocchia e partecipa vivamente alla realizzazione del presepe vivente e della processione della Via

Crucis. Un’altra bella realtà è l’associazione Fratres donatori del sangue, oltre all’ACLI e al movimento laico delle famiglie missionarie (Laifamis).

Il parroco Don Janusz Woznik, polacco, è da 2 anni è amministratore parrocchiale di San Michele Arcangelo in Gabbro e di SS Apostoli Pietro e Paolo in Colognole. Da quest’anno il diacono permanente per Gabbro è Valfredo Zolesi. La realtà che lo impegna di più è senza dubbio la prima perché vi sono più attività ed il numero dei parrocchiani di Gabbro è maggiore rispetto a quello di Colognole .

In alto: esterno della chiesa del Gabbro Qui sopra: l’organo della chiesa di San Michele Arcangelo In basso: interno della chiesa

DAL 1700 UNA CHIESA CHE GUARDA LA CITTÀ La storia della nascita dell’edificio l paesino di Gabbro fa parte del coIvante mune di Rosignano, il nome deridal latino «glabrum», stava ad indicare l’aridità del posto, principalmente composta dalle pietre gabbro. Il paese ha passato molti periodi in cui è stato necessario un ripopolamento della zona, come durante la prima metà del 1500, quando Cosimo I dei Medici per facilitare la vita agli abitanti esonerò il paese dal pagamento delle tasse per venti anni. Durante la seconda metà del 1800 furono scoperti a Gabbro dei sepolcreti etrusco-romani che confermano l’ipotesi dell’origine del primo nucleo. Il paese domina la vallata da uno splendido colle, composto da boschi, dista dal mare 10 Km e circa 13 dal capoluogo. Da ricordare è il pittore macchiaiolo Silvestro Lega che ha voluto

onorare diverse volte il paese in cui visse dal 1886. Molte delle sue opere ritraggono le viuzze di Gabbro e i suoi paesani. La chiesa di San Michele Arcangelo risale al 1700 ed è in stile barocco lineare. Fu costruita nel 1761 al posto dell’antica chiesa di San Michele di Contrino. Sulla facciata del tipo a capanna si apre il portale d’ingresso sormontato da un oculo nel quale è dipinto l’Arcangelo Michele che uccide il drago. All’interno, è interessante la piccola tela dietro l’altare maggiore che raffigura la Madonna del Buon Consiglio, di scuola senese del Quattrocento. Ci sono altri dipinti di un pittore locale, Biagini che completano le numerose opere all’interno dell’edificio.

l gruppo dei fedeli della parrocchia dei Salesiani che ILettere si riunisce per la lettura della Bibbia incentrata sulle inviate dall’Apostolo Paolo alle comunità cristiane, ha concluso il terzo pellegrinaggio «Sulle orme di San Paolo». Dopo la Terra Santa e Roma, la meta di quest’anno è stata la Turchia per incontrare le Chiese dell’Apocalisse: Smirne ed Efeso, ma anche per confrontarsi con i Concili ecumenici, in Turchia se ne sono tenuti ben otto, e per riflettere sui Padri della Chiesa. La Turchia – ha detto don Gino Berto nel fare il resoconto del pellegrinaggio commentando alcune diapositive – è la culla dell’esperienza ecclesiale cristiana, dalla Terra Santa dove è avvenuta la nascita di Cristo siamo andati in pellegrinaggio in Turchia dove è nata la Chiesa. A Smirne è nato San Policarpo di cui è stato vescovo ed è noto per un suo scritto inviato ai cristiani di Filippi. Poi Efeso che è famosa, oltre alla lettera in cui Paolo esprime il meraviglioso piano della Redenzione, per la biblioteca di Celso e per l’Anfiteatro dotato di 25 mila posti, un pezzo di storia romana che non si può dimenticare. Qui Paolo ha formato la prima comunità cristiana e vi si è fermato per circa due anni e mezzo (5557), osteggiato dai giudei e anche dai commercianti locali che, costruendo le statue votive ad Artemide, erano invisi a Paolo.Vi sono due chiese importanti, la chiesa di Maria, perché la Santa Vergine, secondo molti testi, è morta in questo luogo, e quella di San Giovanni, San Giovanni visse in questa città a lungo, vi scrisse il quarto Vangelo, diventò vescovo e vi morì e lì è conservata la sua tomba. Un altra città importante visitata è stata Jerapoli, famosa per le acque termali e le saline, dove è custodita la tomba di San Filippo e dove è presente una necropoli romana che si dilunga per tre chilometri e che i pellegrini hanno percorso sotto un sole cocente! La città di Iconio, una volta fiorente per la presenza dei cristiani, rappresenta oggi il costo della evangelizzazione e della insignificanza numerica della Chiesa cattolica, ci sono solo due suore di Trento che rendono testimonianza di un antico gemellaggio, infatti Martino ed Alessandro erano venuti da Iconio ad evangelizzare la Val di Non, le suore con la loro presenza vogliono testimoniare le radici della nostra fede, ma non possono evangelizzare e fare proselitismo a dimostrazione della radicalità dell’islamismo che attua – come ha detto don Gino – un laicismo discutibile in quanto non c’è una vera libertà religiosa. Don Gino ha celebrato lì l’eucarestia insieme a don Francesco che già lo aveva accompagnato in Terra Santa. Il gruppo ha potuto visitare il santuario dedicato a Rumi, un mistico mussulmano fondatore del Sufismo. Poi il pellegrinaggio si è snodato sull’Altopiano anatolico e la sua via carovaniera con i caratteristici caravanserragli. Quindi la Cappadocia, dove in una chiesa rupestre è stata celebrata l’eucarestia, in questi luoghi San Basilio ha iniziato a strutturare il monachesimo e nelle rocce scavate nel basalto e nel tufo hanno abitato i primi monaci. La città sotterranea di Kamachì è emersa in tutta la sua bellezza, otto piani scavati nel tufo, dotata di silos per i generi alimentari e di recipienti per l’acqua, costituiva un importante sistema di difesa e gli abitanti potevano rimanervi rinchiusi per anni. Anche a Tarso, la città di Paolo, vivono due suore laiche, don Gino vi ha celebrato l’eucarestia risparmiando alle suore i sessanta chilometri di cammino che devono compiere per partecipare ad una messa. Poi visita ad Antiochia, è qui che i seguaci di Cristo si sono chiamati, per la prima volta, «cristiani» (Atti 11,25-26), in una città di 250 mila abitanti i cattolici sono solo 70! Don Gino ha constatato che il dialogo ecumenico tra cattolici ed ortodossi è molto avanzato, infatti essi celebrano insieme sia la Pasqua che il Natale. Con l’aereo i pellegrini sono giunti ad Istanbul, la città di 18 milioni di abitanti ha 500 moschee ed è caratterizzata dalla Moschea Blu, a suo tempo Costantino vi voleva edificare la nuova Roma quando vi trasferì la sede imperiale.Vi si tenne un Concilio che ammise il culto delle immagini sacre e delle icone come mezzo utile per pregare e per avvicinarsi a Dio. A San Salvatore in Cana gli affreschi descrivono la storia biblica in modo magistrale, attraverso i colori si assiste ad una vera e propria «rivelazione», infatti ha aggiunto don Gino «senza memoria non c’è storia», attraverso le «pietre» antiche possiamo arrivare a comprendere la nostra identità cristiana odierna, la Turchia ci ha dato una esperienza di taglio culturale mentre in Terra Santa è prevalsa la spiritualità. Il pellegrinaggio – ha concluso don Gino – è un viaggio dell’anima alla ricerca di qualcosa che duri, una ricerca di se stessi e di Dio, infatti la meta di un pellegrinaggio è quello di conoscere prima se stessi per poter arrivare alla conoscenza di Dio. Gi. Gi.

La parrocchia dei Salesiani, guidata da don Gino Berto, in pellegrinaggio inTurchia

BREVI DALLA DIOCESI Giovedì 22 Luglio ore 21.15 GIOVEDÌ NEL CHIOSTRO «Voglio trovare un senso a questa vita». Sant’Agostino feat Vasco Rossi. Lettura incrociata di testi


IV

TOSCANA OGGI 18 luglio 2010

LA SETTIMANA DI LIVORNO

PELLEGRINAGGI accompagnati dal nostro vescovo SIMONE GIUSTI

TERRA SANTA E GIORDANIA ESERCIZI SPIRITUALI CON VISITA DI NAZARETH - AMMAN - MONTE NEBO PETRA - BETLEMME - GERUSALEMME

29 LUGLIO - 05 AGOSTO

TERRA SANTA CLASSICO 19 - 26 AGOSTO PER INFORMAZIONI RIVOLGERSI A :

OPERA DIOCESANA PELLEGRINAGGI (ODP) VIA DELLA MADONNA 24 57123 LIVORNO TEL. 0586/211294 - FAX. 0586/208788 EMAIL: ODP@LIVORNO.CHIESACATTOLICA.IT

LOURDES IN AEREO DA PISA 3 - 6 SETTEMBRE

SAN GIOVANNI ROTONDO 13 -16 SETTEMBRE CON SOSTA A PIETRELCINA E IN COSTIERA AMALFITANA


TOSCANA OGGI

LA SETTIMANA DI LIVORNO

18 luglio 2010

La forza della preghiera tra le celle delle Sughere Partita due anni fa, l’esperieza del Rinnovamento nello Spirito di Livorno, sta portando frutti insperati tra i detenuti del carcere di massima sicurezza on che gioia, quel giorno, abbiamo varcato le soglie del carcere e cominciato il seminario di vita nuova. Con che gioia abbiamo parlato dell’amore di Dio. Lo Spirito Santo ci usava e noi ci lasciavamo usare da Lui!». È strano sentire parlare in questi termini di una visita alla casa circondariale delle “Sughere”. Si sa il carcere balza più spesso agli onori delle cronache per i problemi purtroppo comuni nelle altre strutture di detenzione italiane (il sovraffollamento, i casi di morte, i problemi strutturali). Eppure l’esperienza del gruppo di Rinnovamento dello Spirito di Livorno è di quelle da raccontare, perché illumina di speranza il buio delle celle. In che modo? Da un po’ di tempo una trentina di detenuti si ritrovano ogni lunedì per una preghiera comunitaria.

A lato, la casa circondariale delle "Sughere" in via delle Macchie

ormai da quasi 2 anni, Pdi erché cinque membri del gruppo Rinnovamento «Gesù e Ma-

di effusione, durante la messa celebrata dal vescovo Simone Giusti. «Nei loro occhi c’era una gioia incontenibile che veniva da una certezza: si sentivano amati da Dio».

«C

ria», ha iniziato, per usare parole loro, «una meravigliosa avventura nel carcere delle Sughere». Sono entrati in punta di piedi tra le celle degli oltre 400 detenuti, trascinandone un bel gruppo nella loro «avventura di speranza». L’esperienza, raccontano, «è scaturita da un grande desiderio da parte del nostro gruppo di fare quest’opera di misericordia, e ci siamo riusciti dopo tanta preghiera e tanta attesa per le pratiche burocratiche». E non sarebbe potuta nascere senza la preziosa collaborazione del cappellano del carcere, padre Michele Siggillino. LA PREGHIERA DI MICHELE In realtà, dietro le sbarre, c’era già un altro Michele («un fratello carcerato») che pregava ardentemente perché quella esperienza si concretizzasse. «Conoscendo il Rinnovamento – rivelano – tramite la moglie Giancarla, appartenente ad un gruppo della Liguria, Michele ha sempre pregato affinché gli fosse possibile conoscere questo

cammino che portava tanta gioia e favoriva l’incontro col Signore Gesù». Nel carcere Michele ha cominciato a pregare il rosario con tanti suoi compagni «e la Madonna ha esaudito il suo desiderio». «NOI, STRUMENTI ARRUGGINITI» Il 27 ottobre del 2008 arriva così il primo incontro con i detenuti. «Quanta trepidazione! Quanto timore! Ma la preghiera del nostro gruppo e di quello della Liguria ci ha sempre accompagnati, fugando ogni dubbio e ogni incertezza». La preghiera come unica bussola per camminare in un territorio difficile come il carcere: «Il primo giorno – raccontano – la preghiera ci ha suggerito: “Il Signore rialza chi è caduto”, questo ci ha spronato ad andare con la certezza che Lui avrebbe fatto tutto. Gesù vuole rialzare queste sue creature e si serve di noi poveri strumenti arrugginiti». IL SEMINARIO DI VITA NUOVA Dopo i primi mesi di intensa preghiera con una ventina di detenuti, il 2 marzo 2009 è cominciata anche l’esperienza del

Seminario di vita nuova. «Si tratta – spiegano – di un insieme di catechesi e condivisioni che poi termina con la preghiera di effusione dello Spirito Santo». Quel 2 marzo è rimasto scolpito nei cuori dei volontari di Rinnovamento: «appena entrati – ricordano – abbiamo citato la Parola del vangelo del giorno dicendo che in ognuno di loro noi vedevamo Gesù». La risposta dei detenuti non si dimentica: «Siamo noi che vediamo in voi Gesù che viene a trovare, a consolare, a portare gioia». Il 30 maggio del 2009, giorno di Pentecoste, 11 di loro hanno ricevuto poi la preghiera

IL GRUPPO S. MICHELE ARCANGELO Da quel giorno l’esperienza è continuata con grandi frutti. Alle Sughere si è formato un gruppo di Rinnovamento chiamato “S. Michele Arcangelo” composto da 20 persone. Si riuniscono ogni lunedì per la preghiera comunitaria e tutti i giorni recitano il rosario insieme. Dopo l’estate 2009 è poi partito un altro Seminario di vita nuova a cui hanno partecipato altri 15 detenuti che hanno ricevuto la preghiera di effusione il 24 maggio scorso. Un percorso che «ha donato loro la gioia di sentire quel figliol prodigo per il quale il Padre fa grande festa».

«Lo Spirito Santo ora vive tra queste mura»

Le lettere a questo luogo di punizione di cui attualmente sono ospite, scrivo per portare la mia testimonianza di fede. Nei nostri incontri di preghiera la presenza di Gesù è forte e viva. Egli mi ha fatto ritrovare quella fede che avevo smarrito. Adesso qualcosa di importante è nato dentro di me e nuovi sentimenti hanno cambiato la mia vita. Vivere in simbiosi con Gesù è davvero straordinario, la Sua Parola è amorevole e piena di saggezza. Egli vive in tutte le cose ed è la sola verità che riesce a dare un senso alla nostra vita. Come tanti ho cercato qualcosa che potesse darmi gioia e serenità. Ma come spesso succede, cercavo in modo sbagliato ciò che mi era tanto vicino e che continuavo a non vedere. Oggi mi sono stati aperti gli occhi ed ho compreso tante cose; ho capito che basta aprire il proprio cuore e tendere la mano per essere amati e soccorsi da Gesù. Sento di essere diventato una persona migliore, nuove energie mi permettono di vivere le mie giornate con più serenità, Lui ha

Sono una trentina i detenuti che il lunedì si ritrovano per un momento di preghiera e per la recita del Rosario. «Siamo come il figliol prodigo»

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«Oggi mi sono stati aperti gli occhi ed ho compreso tante cose; ho capito che basta aprire il proprio cuore per essere amati e soccorsi da Gesù» allontanato da me tutto ciò che mi dava angoscia, tristezza e rabbia. Sono testimone di me stesso nel dire che tanto è cambiato in me. Riuscire a perdonare tutto e tutti, non mi era facile, ma adesso ho comprensione per gli

altri e ciò che mi era difficile fare è diventato tanto facile. Sono divenuto una delle cose nuove di Gesù e tanto di questo merito devo condividerlo con quelle persone come Michele che per primo mi ha stimolato verso questo percorso di

fede. Poi i fratelli del Rinnovamento nello Spirito di Livorno, che hanno varcato queste mura per portarci la Parola di Dio. Queste persone credono fortemente nel nostro riscatto ed in questo nuovo cammino intrapreso. Le loro testimonianze unite a quelle di don Samuele e don Alejandro (quest’ultimo mi ha impressionato tantissimo) mi sono entrate fortemente dentro. Lo Spirito Santo, ormai sembra vivere costantemente dentro queste mura, ed ha toccato il cuore di tutti, anche di coloro che mostrano verso di

noi tanta diffidenza. In Gesù ho trovato un nuovo amico, colui che mi da speranza e conforto, nonché un forte sostegno in tutte le mie debolezze umane. Gesù ha detto «Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato»: io ho bussato e Lui mi ha risposto, ho chiesto e Lui mi ha dato tanto. Anche se non mi è mai stato un estraneo, oggi sento di essermi riconciliato con Lui e di conoscerlo meglio. Il 24 maggio ho ricevuto la preghiera d’effusione, il mio nuovo patto d’amore con Gesù! Alleluia .Grazie Signore! Pasquale

«IL SIGNORE RENDE NUOVE TUTTE LE COSE»

«Una rivoluzione nella mia vita di detenuto» ari fratelli, mi è stato chiesto se volessi scrivere qualche parola su ciò che la C mia nuova vita è diventata, e sono felice di poter condividere con voi ciò che sento. Da vari mesi ho cominciato a condividere dei meravigliosi incontri con i miei compagni del Rinnovamento nello Spirito, in effetti si trattava di un percorso che avevo già intrapreso da solo, nell’intimo della mia stanza e nei miei momenti di riflessione; avevo già sentito parlare di questo incontri ma non mi avevano mai attirato. Mesi fa, un giorno, sentii il bisogno di dire ad un amico che tornava da uno questi incontri, che mi era venuto il desiderio di condividere uno di questi incontri insieme a loro. Penso che da quel giorno la mia vita sia cambiata, in questi nostri incontri sen-

to di essere pervaso da una grande serenità, trovo stupendo poter invocare lo Spirito Santo su tutti i presenti, sui nostri cari e su tutte le persone che ne hanno bisogno. Ad ogni incontro percepisco qualcosa di nuovo, a volte anche solo una nuova parola, ma che dà senso a vecchi ricordi. Le parole che mi risuonano dentro, in questo momento, sono in una frase che più volte ho sentito nei nostri incontri: «Il Signore rende nuove tutte le cose» Trovo questa frase stupenda perchè dà proprio il senso di ciò che siamo, secondo me, dei peccatori che hanno l’estremo bisogno di essere perdonati e di perdonare sé stessi e per fare questo abbiamo bisogno che il Signore ci renda nuovi con l’effusione del Suo Santo Spirito. Giuseppe

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L’INTERVISTA

PADRE MICHELE SIGGILLINO: «DIETRO LE SBARRE DEL CARCERE, QUANTI FRUTTI DI BENE!» detenuti aspettano così tanto il momento in cui arrivano i volontari del Rinnovamento che se un giorno mancano si sentono un po’ spersi. Per loro quell’incontro è diventato una medicina, un refrigerio. La testimonianza di queste persone li ha spronati e attirati: e si sentono bisognosi di questi momenti di preghiera». Non nasconde i frutti di grazia che l’esperienza di preghiera sta portando dentro il carcere delle Sughere. D’altronde padre Michele Siggillino la dura vita della detenzione la conosce bene ormai da quattro anni, da quando cioè ha iniziato la sua avventura di cappellano del carcere. È grazie anche a lui che questa iniziativa sta portando tanto bene. Ma non è solo, accanto a lui via via si sono affiancati altri sacerdoti: da don Samuele Sportelli, parroco del Chiocco (Firenze) e assistente dei gruppi del Rinnovamento della diocesi di Firenze e don Alejandro Festa (nella foto) della Comunità di “Gesù Amore”. E il 24 maggio scorso, nel giorno della preghiera dell’effusione per i 15 nuovi detenuti, a celebrare c’era anche il cappuccino padre Fabrizio Pallotti, ex parroco di S. Andrea e ora a Borgo S. Lorenzo. «Anche per me quella di cappellano è un’avventura nuova – rivela padre Siggillino – e posso dire che è una esperienza che segna. Vedere persone che nel mondo erano forti diventare d’un tratto fragili e bisognose a contatto con la dura realtà del carcere. Ecco perché il Vangelo per loro è prezioso, li riporta alla loro realtà». Padre Siggillino racconta che il contatto quotidiano coi detenuti è fonte anche di particolare grazia: «Per ogni poco che si riesce a dare, si riceve tantissimo da queste persone: ho visto in tanti di loro il coraggio di uscire da situazioni interiori di disperazione o di estrema povertà con fede incrollabile. È una lezione importante per tutti».

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LE POESIE

I VERSI DELL’ANIMA VOLANO FUORI DALLE SBARRE Tra i detenuti c’è anche chi ha messo in versi la sua personalissima esperienza dell’incontro con Gesù. Sono versi di grande intensità.

Sono fortunato Sono fortunato perchè mio Dio, grazie a te sono nato. Benedico il giorno e l’ora in cui sono stato battezzato. Benedico i miei errori che mi hanno portato ai tuoi piedi. Benedico le crisi, i dubbi da Te e per Te risolti in risorse ed opportunità. Benedico il Crocifisso che mi ha insegnato la dignità del dolore. La tua Trinità sia benedetta perchè in Te ho trovato la mia vetta.

Ave Maria, conservami Ave Maria, conservami, proteggi la mia anima dalle insidie. Ave Maria, sostienimi nella malattia. Ave Maria , pensaci Tu a far giungere la mia richiesta di perdono al Padre, al Figlio Tuo e allo Spirito Santo. Oh Madonna mia, salvami in Gesù. Madonna mia, stammi vicino come quando ero piccolino. Oh Mamma nostra di Gesù, dammi quell’amore con cui hai seguito Tuo Figlio sulla croce. Ti prego affinchè Gesù viva per sempre nella mia anima. Fulvio


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TOSCANA OGGI

CRISTIANI NEL MONDO

18 luglio 2010

Prete minacciato di morte, l’allarme di un Vescovo

«L’INDIA CENTRALE IN MANO AGLI ESTREMISTI» adre Anand Muttungal, sacerdote della diocesi di Bhopal e portavoce della Chiesa cattolica dello stato del Madhya Pradesh è stato minacciato di morte da estremisti indù. «La situazione è preoccupante: la parte centrale dell’India, da Est a Ovest, è in mano ai gruppi estremisti indù che agiscono violentemente, in un clima di impunità», commenta all’Agenzia Fides mons. Chacko Thottumarickal SVD, Vescovo di Indore, in Madhya Pradesh, lanciando un allarme sul proliferare dei gruppi indù, fautori di una ideologia purista che vorrebbe escludere il carattere pluralistico della nazione indiana. «Nell’India centrale, in stati come Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, le minoranze cristiane soffrono per l’azione di gruppi estremisti indù, anche perché, a livello poltico, questi hanno la copertura dei nazionalisti del Baratiya Janata Party, (BJP) che li protegge e spesso ne garantisce l’impunità», rimarca il Vescovo. Padre Anand, dopo l’ennesima telefonata anonima che lo minacciava di morte, ha sporto denuncia alla polizia di Bhopal, che ha assicurato protezione. L’anonimo interlocutore gli ha intimato di abbandonare le sue attività sociali. Il sacerdote è impegnato anche nel campo dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Come reagire e vivere da cristiani in tale delicato contesto? Il Vescovo spiega a Fides: «Prima di tutto confidiamo in Dio e nella sua misericordia. Poi cerchiamo di promuovere buone relazioni con i leader religiosi indù e di unire tutte le forze positive. Inoltre abbiamo buone relazioni con i mass media, per far emergere la verità: così abbiamo l’opportunità di far sentire la nostra voce e la nostra versione dei fatti. Accanto a questo, promuoviamo un’opera di sensibilizzazione delle coscienze sul tema dei diritti, a tutti i livelli. Infine intratteniamo buone relazioni con le autorità civili e politiche». Alcuni politici hanno una «doppia faccia» e, mentre stringono la mano ai leader cristiani, proteggono i fondamentalisti indù: «Questo non ci impressiona. Vogliamo far sapere loro che non li consideriamo nemici. Vogliamo mettere in pratica il comandamento evangelico dell’amore ai nemici e vivere la non-violenza», nota il Vescovo. Mons. Thottumarickal ricorda, poi, un’altra questione sensibile: «In Madhya Pradesh è in vigore fin dal 1967 una legge anti-conversioni denominata “Freedom of Relgion Bill”, che vieta le conversioni operate con l’inganno, la frode o tramite il denaro. Anche noi crediamo nella conversione come moto del cuore, operato dallo Spirito, altrimenti non è vera conversione. Ma la legge viene utilizzata per limitare la libertà di religione e di cambiare religione». In tale contesto «l’evangelizzazione è davvero una grande sfida, per tali evidenti ostacoli e difficoltà. Da parte nostra, però, occorre risvegliare lo spirito missionario nei fedeli, attraverso una formazione permanente», conclude il Vescovo.

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IRLANDA, C’È URGENTE BISOGNO DI SANTI i è svolto dal 1° al 4 luglio a Drogheda il festival di «Sant’Oliver Plunkett» S(www.saintoliverplunkett.com), che ha coinciso con il 90° di beatificazione del martire cattolico «ucciso 429 anni fa perché ritenuto un traditore dello Stato», ha detto mons. Donal McKeown, vescovo ausiliare di Down and Connor, nell’omelia della messa nella chiesa di San Pietro in cui sono conservate le reliquie del Santo. Alcuni, ha osservato, «cercano di capire se ha un senso per la Chiesa una commemorazione del genere a distanza di tutti questi anni», altri «si domandano se sia il caso continuare a parlare di qualcuno che è stato ucciso perché leader cattolico di un Paese aspramente diviso». «Oliver Plunkett come tutti noi era un uomo del suo tempo» e «ha lottato con gli interrogativi di quel periodo». «Oggi – ha quindi sottolineato il presule riferendosi agli abusi di sacerdoti sui minori – la Chiesa in Irlanda è costretta a operare in circostanze dolorose», ma «il dolore per l’imbarazzo e la vergogna che possiamo provare è niente in confronto alla realtà che tante vite sono state segnate in modo permanente a causa del dolore e delle sofferenze inflitte». Anche per altri motivi «stiamo attraversando un periodo molto difficile» ha aggiunto: «il 10% dei bambini è costretto a vivere nella povertà» e nel Paese si registra «il più alto numero di suicidi giovanili in Europa». «Questo è un momento di crisi non solo per il cattolicesimo, ma per tutta la società occidentale. L’Irlanda – è la conclusione del presule – ha bisogno di santi e di persone che ascoltino la chiamata alla generosità e al sacrificio».

Vocazioni in Europa, necessità e urgenze ieni e vedi. Il sacerdote: testimone e servitore delle vocazioni». Su questo tema si è svolto dall’1° al 4 luglio ad Esztergom, in Ungheria, l’incontro annuale del Servizio europeo per le vocazioni (Evs), Commissione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) per la cura e l’attenzione alle vocazioni sacerdotali e consacrate nella Chiesa. Presenti all’incontro 53 delegati di 15 nazioni del Vecchio continente: Austria, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Repubblica Ceca, Francia, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ungheria, Scozia, ai quali si è aggiunto il responsabile della pastorale vocazionale religiosa negli Usa. «Nei tempi particolari che stiamo vivendo in Europa – ha detto aprendo i lavori padre Jorge Madureira, coordinatore Evs – è giunto il momento di gettare nuovamente, con lo spirito dell’agricoltore, il seme delle vocazioni e specialmente della vocazione sacerdotale». Da questa convinzione, «nata dalla fede, deriva un reale senso di necessità e urgenza» per il nostro continente. Padre Madureira ha evidenziato al riguardo la «responsabilità speciale» dei Servizi nazionali: «insegnare la verità del Vangelo e della tradizione della Chiesa, ancorché esse siano controcorrente rispetto al pensiero della cultura

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dominante, con il coraggio di ripensare seriamente la comprensione del ministero presbiterale» e «annunciarlo con saggezza e audacia». Occorre allora «una mobilitazione congiunta per un’evangelizzazione che sappia porsi, in piena crisi, quale testimonianza di santità e sforzo di esercizio profetico». Questo richiede tuttavia una «revisione urgente» dell’attuale «modello di educazione cristiana». «Salutiamo con grande speranza – ha concluso il coordinatore Evs – il nuovo e significativo segno dato da Benedetto XVI creando una Congregazione per la nuova evangelizzazione del continente europeo». Incentrando il proprio intervento sulla testimonianza dei profeti in Israele, monsignor János Székely, biblista e vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha osservato che «la persona è più importante del messaggio e della missione che le viene affidato». Per monsignor JeanLouis Bruguès, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, «l’incontro personale con Dio é la sorgente di ogni vocazione ed in modo particolare della vocazione presbiterale» che «non s’improvvisa» e «passa attraverso un processo di maturazione umana». «La vocazione del prete – ha spiegato – non è soltanto una vocazione personale», e la sua testimonianza, «che coinvolge la famiglia di origine, la

comunità cristiana e la comunità presbiterale», può «venire soltanto da un ministero dall’identità chiara e richiede una preparazione solida, che ne attraversa tutta la vita». Partendo dai dati dell’inchiesta promossa dalla Pontificia Opera delle Vocazioni che ha coinvolto nel periodo 2008-2009 i diversi centri nazionali, padre Mario Oscar Llanos, docente presso la Pontificia Università Salesiana di Roma, ha sottolineato «l’esigenza di una maggiore attenzione verso tutte le vocazioni» e di «un maggiore impegno nell’accompagnare il discernimento di coloro che rispondono alla chiamata». Per il religioso «ogni vocazione nasce dall’in-vocazione», ma sono «la testimonianza del prete, la sua vita di comunione, la quotidianità del suo ascolto» a «generare la verità rendendo possibile la libertà della scelta». Il sacerdote è insomma «promotore di vocazioni» se egli stesso «è uomo della carità e della comunione». Cinque, in sintesi, le «tappe» del cammino vocazionale: seminare/risvegliare, accompagnare, educare, discernere e scegliere. Di «reticenze mentali» in diversi preti a promuovere presso i giovani le vocazioni al sacerdozio, che ha invece definito una «necessità improrogabile» nell’odierno

«inverno vocazionale dell’Europa occidentale», ha parlato monsignor Juan María Uriarte, vescovo emerito di San Sebastian (Spagna). Una resistenza dovuta alla «paura di spaventare, proponendo una via che comporta molti sacrifici, e di sconvolgere troppo presto la vita di un ragazzo» con il timore di condizionarne «il sistema psichico» ancora in via di formazione. Dopo avere messo in guardia da proposte «riduttive» che ne «abbassano» il livello a «vocazione sociale di servizio», «tardive» o «pusillanimi», il presule ha esortato i presbiteri a «non confondere la proposta con le proprie proiezioni e attese». La coscienza della «priorità» di questo compito, la qualità della testimonianza evangelica, la «gioia di una vita sacerdotale» vissuta sentendosi «bene nella propria pelle», secondo mons. Uriarte «sorprendono i giovani e li fanno pensare». Indispensabile inoltre «un atteggiamento fondamentalmente positivo nei loro confronti». Infine la speranza, fondata sulla «convinzione che Dio non può negare alla Sua Chiesa ciò che le è indispensabile», e la «vicinanza» ai genitori dei ragazzi per «dissiparne timori e pregiudizi» e contenerne «gli eccessi di protezione» o le «ambizioni sul futuro dei figli».

Belgio,la Chiesa chiede chiarezza su quanto apparso nei giornali Paesi Bassi,commissione d’esperti per collaborare con la giustizia on una nota diffusa il 7 luglio, l’episcopato C belga (Ceb) replica a quanto pubblicato il 6 luglio dal quotidiano «Het Laatste Nieuws» che, riferendo delle perquisizioni presso l’arcivescovado di Malines del 24 giugno scorso, ha affermato che il pubblico ministero di Bruxelles avrebbe trovato dei documenti destinati unicamente alla Giustizia e non alla Chiesa. Si tratterebbe di rapporti di magistrati e di resoconti giudiziari relativi al mostro di Marcinelle, Marc Dutroux. L’avvocato dell’arcivescovado, Fernand Keuleneer, secondo la nota dei vescovi, subito «ha fatto pervenire alla Procura una lettera con domande precise: le informazioni apparse sul giornale provengono da persone impegnate nel caso? Se si, perché sono state rese pubbliche? È un’informazione corretta? Se si, i documenti menzionati nell’articolo sono stati trovati negli archivi? In questo caso avete un’idea della persona da cui provengono i documenti e come sono stati ritrovati negli archivi?». Una prima risposta della Procura è arrivata il 7 luglio: «I documenti sul dossier Dutroux, ritrovati nell’arcivescovado, sono in realtà un dvd che da tempo circola nelle redazioni dei giornali». «Sarebbe veramente disdicevole – termina la nota – che un’informazione, sotto segreto professionale ed istruttorio, fosse stata volontariamente comunicata alla stampa da persone impegnate nell’inchiesta, allo scopo di creare solo sensazionalismi. Ciò non contribuirebbe alla serenità dell’inchiesta. I vescovi belgi desiderano collaborare correttamente con la giustizia e sperano di farlo rispondendo alle domande degli investigatori, piuttosto che ad articoli di stampa». Per il giornale «De Morgen» le foto del dossier Dutroux sarebbero state inviate nel 2004 alla Chiesa belga da un giornale satirico inglese, «The Sprout», di base

a Bruxelles. I cd poi sarebbero finiti nelle cantine dove sono stati ritrovati dagli inquirenti. Appena più a nord, «una stretta collaborazione con le autorità giudiziarie dei Paesi Bassi» è quanto dichiara sul proprio sito la commissione Deetman, la commissione di esperti indipendenti costituita dalla Conferenza episcopale olandese per fare luce su presunti abusi sessuali che potrebbero essersi verificati in istituzioni religiose dei Paesi Bassi dal 1945 in avanti, presieduta dal ex sindaco protestante dell’Aja Wim Deetman. Nei giorni scorsi sul sito ufficiale della commissione è stato diffuso un comunicato che parla dello stretto rapporto di collaborazione con le autorità giudiziarie del Paese in modo che, in caso di sospetti, vengano effettuate comunicazioni direttamente all’autorità giudiziaria. Si è deciso, in caso di fatti perseguibili che possano emergere dai lavori della commissione, che vengano informate le procure dei Paesi Bassi. Secondo quanto viene diffuso sul sito la Commissione si impegna a sottoporre, in caso di «minimo dubbio», i fatti a verifica da parte dell’autorità giudiziaria e, nel caso venisse dimostrata la perseguibilità dell’accaduto, ad informarne le vittime. Viene comunque reso noto che si tratterebbe comunque di accordi che la commissione aveva già preso in primavera con le autorità competenti in materia penale. La magistratura dovrebbe consigliare le vittime ad intraprendere azioni e, «nel caso in cui gli interessati dovessero rinunciare ai processi, la Commissione chiederebbe comunque alle autorità religiose di prendere gli opportuni provvedimenti contro i colpevoli di abusi sessuali identificati affinché vengano perseguiti».

LIBERATO UN VESCOVO CINESE iovedì 7 luglio è stato G liberato mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo legittimo non ufficiale della diocesi di Zhengding, nella provincia dell’He Bei della Cina continentale. Settantacinquenne, mons. Giulio Jia Zhiguo è molto conosciuto ed è una figura-chiave della Chiesa cinese per la sua fermezza nella fede e per la sua chiara posizione riguardo alla vita di fede e alla politica. Il suo sequestro era avvenuto il 31 marzo 2009, in concomitanza con l’incontro che si teneva in Vaticano della Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina. Mons. Giulio Jia Zhiguo è nato il 1° maggio 1935 ed è stato ordinato sacerdote il 7 giugno 1980, venne consacrato Vescovo della diocesi di Zhengding l’8 febbraio 1981.


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LA CHIESA IN ITALIA

18 luglio 2010

Castel Gandolfo, le vacanze di Papa Benedetto XVI ratitudine e gioia per la presenza di Benedetto XVI a Castel Gandolfo, «una permanenza che sarà più prolungata rispetto al passato». Con questi sentimenti mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, giovedì 7 luglio ha accolto il Papa a Castel Gandolfo, dove si è trasferito per trascorrere il periodo estivo, che quest’anno non prevede vacanze in montagna. In questo tempo, informa la Prefettura della Casa Pontificia, «sono sospese tutte le udienze private e speciali, comprese quelle generali del mercoledì, che riprenderanno regolarmente da mercoledì 4 agosto» mentre la recita festiva dell’Angelus avrà comunque luogo nella residenza estiva. «L’arrivo del Papa nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo per il periodo estivo – ha dichiarato al Sir mons. Semeraro – è sempre motivo di gioia per la comunità castellana e per l’intera diocesi di Albano, che coglie tale presenza come un grande segno che la Provvidenza le offre per sentire con sempre maggiore intensità il vincolo di comunione che la unisce alla Chiesa intera». Infatti, aggiunge il vescovo, «in Pietro e nei suoi successori, il Signore Gesù ha posto il perpetuo e visibile principio e il fondamento dell’unità della fede e della comunione. Noi, però, vorremmo che il Papa sentisse – anche in queste settimane nelle quali si allontana da Roma – quanto la Chiesa gli vuole bene ed è stretta attorno a lui con la preghiera intensa e il filiale affetto. E siamo certi che Benedetto XVI conosce e vede tutto questo».

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«Gli appuntamenti domenicali per la preghiera dell’Angelus – ha sottolineato ancora mons. Semeraro – vedono i fedeli di Castello e delle altre parrocchie di Albano uniti ai tanti altri pellegrini e la mia stessa presenza a quegli incontri di breve catechesi e di preghiera intende mostrare tale nostra unione spirituale con il Papa». Anche «la Santa Messa celebrata alle ore 8.30 secondo le intenzioni del Papa e quotidianamente teletrasmessa da Tv2000 nella parrocchia pontificia di Castel Gandolfo per tutto il tempo della sua permanenza, è un invito alla preghiera per lui: perciò vi partecipano molti fedeli, religiose e religiosi avvicendandosi per il servizio liturgico e l’animazione». Infine, «grande segno di affetto da parte del Papa per noi sarà la Santa Messa che nella stessa chiesa egli presiederà per la solennità dell’Assunzione». Già da ora, prosegue il vescovo, «noi intendiamo dire al Santo Padre il nostro grazie e a questo aggiungiamo la gioia per averlo quest’anno fisicamente accanto

a noi per un periodo ancora più prolungato rispetto al passato». L’arrivo del Papa a Castel Gandolfo ha offerto a mons. Semeraro l’occasione per riflettere anche sul senso del «riposo» e delle vacanze. «Credo – ha affermato – che il Papa dia a tutti noi il buon esempio per ciò che si deve intendere per “vacanza”. Non si tratta di fare, o non fare delle cose, ma di “un modo di vivere”». In questo senso, ha spiegato il vescovo, «va sottolineata la necessità di dare tempi e luoghi di riposo al nostro corpo e al nostro spirito; ciò soprattutto quando, al giorno d’oggi, si rischia di correre freneticamente dietro “agende” sempre più affollate, rimanendo travolti da ritmi frenetici. Sempre più piccolo, al contrario, e talora nullo è lo spazio dedicato al silenzio, alla riflessione, alla pausa». Tutto ciò è «a discapito della qualità delle relazioni e della nostra serenità interiore». Vacanza, ha proseguito mons. Semeraro, «come si desume dal verbo latino “vacare”, vuol dire svuotare da ciò che ingombra per fare spazio a cose più belle,

più valide, davvero utili». Perciò, «vacanza è tempo per una più distesa preghiera ed è esattamente ciò che il Papa fa a Castel Gandolfo». Al riguardo il vescovo di Albano ha ricordato quanto il Papa disse incontrando, il 31 agosto 2006, il clero della diocesi. «Il tempo che ci riserviamo per la preghiera – affermò in quell’occasione Benedetto XVI – non è un tempo sottratto alla nostra responsabilità pastorale, ma è proprio “lavoro” pastorale, è pregare anche per gli altri». «Vacanza – ha aggiunto mons. Semeraro – è pure un tempo in cui ci si può dedicare di più allo studio e, non ultimo, all’incontro con i propri cari, alla vita di famiglia. Non è un segreto che, nel mese di luglio, il Papa è raggiunto a Castel Gandolfo dal fratello, monsignor Georg, al quale è legatissimo e verso il quale mostra un affetto che si direbbe filiale». Per il vescovo, «tempo di vacanze deve voler dire anche un contatto con la natura e le sue bellezze». «Il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri», ha detto il Papa rivolgendosi ai vescovi italiani il 27 maggio scorso. «Non c’è dubbio – dice mons. Semeraro – che questo “libro” il Papa può leggerlo nel silenzio e nel fresco dei viali delle Ville Pontificie, che frequenta quotidianamente, e pure contemplando dalla sua terrazza la bella distesa del lago Albano». È questa, dunque, ha concluso il vescovo, «un’altra forma – semplice e quotidiana – del “magistero” di Benedetto XVI. Col suo modo di vivere il tempo di vacanza il Papa continua ad esserci vero maestro di vita».

Cappellani e secondini, i custodi della speranza negli istituti di pena ustodi e accompagnatori», che cercano «di curare le ferite, in vite segnate da eventi tremendi». Così mons. Benedetto Tuzia, vescovo ausiliare di Roma, ha definito gli agenti di polizia penitenziaria, durante l’omelia della messa celebrata il 30 giugno nella chiesa di San Francesco di Sales, in occasione della festa di San Basilide martire, loro patrono. Agli agenti di polizia penitenziaria, ha proseguito il vescovo, spetta il compito di «custodire la speranza», cioè «custodire quel resto di umanità, di innocenza, di bontà che è nel cuore di ognuno, anche delle persone attraversate da tremende situazioni». Si tratta, infatti, del «sigillo che Dio ha impresso nel cuore di ciascuno di noi e che nessuna forza di disumanità può cancellare». La messa romana, celebrata nella chiesa adiacente al carcere di Regina Coeli, è stata concelebrata da mons. Giorgio Caniato, ispettore generale dei Cappellani delle carceri italiane, e dai cappellani, alla presenza, oltre che degli agenti, delle autorità civili, del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, degli Istituti Carcerari e della Scuola di Formazione di Roma. La Festa di San Basilide martire – discepolo di Origene, specializzato nello scortare i condannati al luogo del supplizio e a sua volta incarcerato e martirizzato per la sua professione di fede - si celebra in tutti gli istituti penitenziari italiani, a livello locale, provinciale o regionale. I cappellani nelle 205 carceri italiane sono

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attualmente 240. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il numero dei detenuti in Italia è oggi pari a 67 mila 542, di cui 24 mila 944 stranieri (36,93%), a fronte di una capienza regolamentare di 44 mila 218 unità e di una tollerabile pari a 66.905. Nel gennaio scorso, le persone ristrette negli istituti di pena erano 65 mila 737. Il Sir ha rivolto alcune domande a mons. Caniato. Mons. Caniato, qual è il ruolo dei cappellani nelle carceri? «Dal punto di vista giuridico, i cappellani sono operatori come tutti gli altri. Il carcere è una struttura dello Stato laico, che riconosce ai detenuti il diritto alla pratica religiosa e chiede ai ministri di culto cattolici di entrarvi per poter svolgere la propria attività pastorale. Oltre ad essere a fianco dei detenuti nella partecipazione al loro trattamento rieducativo, i cappellani aiutano anche gli agenti a svolgere il loro compito, in uno spirito di reciproca collaborazione, pur nella rispettiva diversificazione di compiti». Come giudica, dal suo punto di vista, la situazione delle carceri italiane? «A mio avviso, tutte le carceri andrebbero tutte distrutte: il carcere, di per sé, è antiumano e anticristiano, e spesso la rieducazione avviene solo sulla carta. La mia lunga esperienza nelle carceri mi ha fatto constatare che il carcere non educa: i detenuti diventano davvero capaci di cambiare vita solo se trovano persone che

siano in grado, attraverso la loro testimonianza, di condurli a rivedere la propria esistenza. È questo anche il ruolo dei cappellani: ho visto cambiamenti notevolissimi, in persone devastate da esperienze sbagliate che hanno saputo mutare direzione. Ma di certo queste sono cose che non si leggono sui giornali...». Uno dei punti nodali è il reinserimento dei detenuti, una volta scontata la pena... «In una società come la nostra, in cui non si riconosce più alcuna oggettività ai valori morali e nella quale qualsiasi comportamento viene giustificato in nome del primato della soggettività dell’individuo, il reinserimento degli ex detenuti nel tessuto sociale rischia di essere sempre più un’utopia, o al massimo un obiettivo enunciare esclusivamente a livello teorico. Perfino i regimi di semilibertà, o l’affido, sono strumenti che vengono utilizzati quasi sempre solo dal punto di vista formale. Ci sono detenuti che vogliono veramente redimersi, ed altri che hanno sempre fatto quello e che hanno intenzione di continuare a farlo. Per i primi, se non ci fosse il volontariato cattolico che si incarica di predisporre percorsi che aiutino gli ex carcerati ad uscire dal circuito dell’illegalità, l’alternativa sarebbe il nulla. Ci vorrebbe un reale cambiamento di mentalità, sia da parte degli addetti ai lavori che dell’opinione pubblica: altrimenti, lo stigma nei confronti delle persone che affollano gli istituti di pena è destinato a rimanere».

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MILANO, STORIE DI SOFFERENZA E DIGNITÀ ono passati 18 mesi da quando il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, lanciò nella diocesi ambrosiana il Fondo famiglia-lavoro (Ffl) destinato a chi, a causa della crisi, ha perso o sta per perdere il lavoro. Il Fondo privilegia le situazioni che non hanno diritto ad altre forme di integrazione del reddito. Partito con un milione di euro, il Fondo ha raggiunto – attraverso il contributo della comunità cristiana e di varie donazioni – la cifra di 8 milioni di euro, potendo così finora aiutare oltre 3.500 famiglie. Tra le realtà che hanno sostenuto da subito il Ffl appare la Fondazione Cariplo, che ha donato 1,5 milioni di euro; molti enti e società hanno contribuito con specifici interventi e iniziative. Straordinario, in questa direzione, l’apporto dei singoli cittadini e delle parrocchie. Fondamentale è stato il lavoro svolto sul territorio da oltre 500 volontari messi a disposizione in particolare dalle Acli e da Caritas Ambrosiana. In 74 decanati della diocesi sono stati aperti 104 distretti. Il contributo offerto pro capite è stato in media di 2.000 euro. Le domande di accesso agli aiuti offerti dal Fondo sono equamente ripartite tra italiani e stranieri. Per Luciano Gualzetti, segretario generale Ffl, l’istituzione del Fondo famiglia-lavoro «ha risposto con tempestività alla necessità di affrontare le domande di senso che la crisi ha provocato, offrendo al contempo un aiuto concreto». Agli sportelli territoriali arrivano – spiegano alcuni volontari – «soprattutto donne che piangono per la perdita del lavoro e la sofferenza in famiglia». A volte si tratta di persone «rassegnate, ma desiderose di trovare una via di speranza e riscatto. Il pianto non è solo commozione, ma anche un silenzio che invoca una spiegazione per quanto sta accadendo». Domande, dice un operatore Caritas di Milano, che «ho letto negli occhi della peruviana Roxana e dell’italiana Sonia. Ritornerò a lavorare? Come farò a pagare l’affitto, il mutuo, le bollette? I bambini che futuro avranno? Come sarà la mia vita?». Domande che si ripetono nei colloqui e rimandano a quelle narrate nel film documentario «Debito di ossigeno» del regista Giovanni Calamari. «Fulvia – si racconta nella storia – vive nella provincia milanese col figlio di 8 anni e “tira avanti” con contratti a termine. Daniele e Sabrina, invece, anche loro con un figlio all’asilo, si trovano con un mutuo da pagare nel bel mezzo di una ristrutturazione aziendale di cui ignorano l’esito: licenziamento o riassunzione». Le domande che giungono nei distretti presenti sul territorio si moltiplicano; le più diffuse raccolte dagli operatori riguardano la percezione e l’accoglienza dell’altro nella nuova condizione di disoccupato, licenziato o in cassa integrazione, altri si domandano come riprogettare la coppia e la famiglia (spazi, tempi e relazioni). Ci si domanda anche se sia bene condividere la nuova situazione con i figli. Ferdinando, con alle spalle una vita lavorativa non facile, si presenta allo sportello perché licenziato «sotto ricatto». Che fare? «C’è chi, anche se in difficoltà estrema, reagisce – spiegano al Ffl –. C’è chi con dignità si vergogna, perché mai avrebbe pensato di chiedere un aiuto». Stefano, milanese, confida: «Se trovo un lavoro restituisco tutto l’aiuto ricevuto». Per i volontari Caritas nell’esperienza del Fondo «stanno emergendo i segni di nuove povertà: la vulnerabilità, a volte l’assenza di reti familiari o amicali, il pericolo dell’esclusione sociale». La «vulnerabilità» si affaccia come «nuovo volto della povertà». Una quotidianità che si fa sempre più insicura: lavoro indeterminato, diminuzione del salario o dell’orario lavorativo, lavoro festivo straordinario che diventa sempre più ordinario, famiglie che si devono accollare cure onerose, una lunga cassa integrazione, il licenziamento. «Tutto ciò aumenta la sofferenza nei rapporti familiari, condiziona pesantemente il presente e vanifica la progettazione del futuro, per i giovani la possibilità di formare una nuova famiglia». La crisi economica, ricaduta pesantemente anche sulle Regioni italiane più sviluppate economicamente, sembra imporre «la mancanza di futuro nel limbo del presente». Una vulnerabilità che «genera smarrimento, paura, ansia e perdita di controllo anche senza un disagio conclamato». Nel film documentario emerge prepotentemente. La povertà oltre all’assenza di beni materiali comporta l’esclusione sociale. Per un volontario allo sportello di Milano diventa «fondamentale tessere una rete di amicizie, anche parentali, perché aiutano ad affrontare il problema, a sostenere una famiglia, a lottare contro l’emarginazione». Per questo, dice Gualzetti, «occorre attivare le risorse relazionali disponibili nella comunità per sostenere le famiglie, evitando l’isolamento e il ripiegamento su se stesse, con forme di aiuto semplici ma altrettanto efficaci: come ad esempio famiglie che aiutano altre famiglie». a cura di Silvio Mengotto

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TOSCANA OGGI

SULLE VIE DELLA FEDE

18 luglio 2010

IL PROGRAMMA DEI FESTEGGIAMENTI SABATO 24 LUGLIO Abbadia San Salvatore Dalle 8 alle 20 in viale Roma: mercatino straordinario «Polvere e Tarli in Piazza». Concorso di pittura «La Croce del Monte Amiata». Dalle ore 8 alle ore 19: esposizione dei quadri in concorso nei portici del Comune. Ore 21: premiazione del dipinto vincitore nella Sala del Consiglio. DOMENICA 25 LUGLIO Abbadia San Salvatore Festa per il centenario della Croce dell’Amiata Ore 10: arrivo del cardinale Angelo Comastri, vicario della Città del Vaticano, con accoglienza da parte dell’amministrazione comunale e della Filarmonica Giacomo Puccini e visita all’Abbazia del Santissimo Salvatore. Ore 11 (in montagna): Messa Solenne officiata dal cardinale Angelo Comastri. Ore 15 (in montagna); Via Crucis dal Pianello alla Vetta. Ore 16.30: concerto a cura dell’associazione Formula Nuova Arcadia, che eseguirà le canzoni del «Festival Amiatino» diretta dal maestro Daniele Belloni. Seguiranno i saluti delle autorità. Ore 20: concerto finale dell’Arcadia Wind Orchestra accompagnata da coristi provenienti dall’Arcadia Choir e da tutti i cori della montagna. Ore 21: accensione della Croce Amiatina con benedizione apostolica. A seguire, l’esecuzione dell’«Inno alla Croce dell’Amiata» (vedi testo a destra), diretto dal maestro Francesco Traversi. GIOVEDÌ 29 LUGLIO Santa Fiora Festa delle Sante Flora e Lucilla, patrone del paese Ore 17: Santa Messa e processione con i figuranti vestiti in abiti medievali SABATO 31 LUGLIO Abbadia San Salvatore Musical «I semi della Pace» SABATO 31 - DOMENICA 1° AGOSTO Piancastagnaio Festa della famiglia al Santuario della Madonna di San Pietro. LUNEDÌ 2 AGOSTO Saragiolo Festa del Perdono di Assisi al Leccio delle Ripe Dalle ore 16.30: confessioni. Ore 17.30: Santa Messa. GIOVEDÌ 5 AGOSTO Santa Fiora Festa della Madonna della Neve Ore 21: processione dalla chiesa della Peschiera e Santa Messa nella Pieve delle Sante Flora e Lucilla. VENERDÌ 6 - DOMENICA 8 AGOSTO Piancastagnaio Rosso Cinabro - quarta edizione della mostra scambio dedicata alla memoria della storia mineraria dell’area. VENERDÌ 6 - LUNEDÌ 9 AGOSTO Abbadia San Salvatore Altre iniziative (per informazioni, 0577-7701).

24 AGOSTO 1946: IL MESSAGGIO DI PIO XII entre sullo storico monte Amiata si M appuntano da ogni parte in questa serena notte sguardi e aneliti a salutare la risorta Croce già eretta dalla pietà dei cattolici figli di Toscana e atterrata dal furore della guerra, e al Nostro tocco essa si accende e arde d’una miriade di luci, invitiamo i credenti a sollevare a Gesù Cristo, trionfatore per mezzo della Croce, le menti e i cuori e a pronunziare con Noi la fervida preghiera: cessino, o divin Salvatore, gli odi e gli egoismi dei popoli che tanto hanno già funestato questo secolo di calamità e di lutti, e, uniti gli animi nel lavoro e nell’amore, arrida finalmente, nel culto della Tua giustizia e nelle opere di civiltà cristiana, la Tua feconda, la Tua stabile pace. A questa pace, o Signore, anela, dopo tanta ora di passione, questa Tua diletta Italia, che temprata ma non abbattuta dalla umiliazione e dal dolore,Tu inviti a riprendere con virili propositi, con umani voleri, con fraterna concordia, con fede incrollabile, la sua grande missione, onde nella luce del Tuo spirito e della Tua dottrina essa tanto contribuì a maturare nel mondo la coscienza di una grandezza vincitrice della materia e della forza bruta, e non di altro luminosa che di giustizia e di amore, irradianti dal fulgore della Tua Croce. O Crux, ave spes unica! Con questa invocazione ardente e fiduciosa impartiamo nel nome di Dio alla dolce terra italica e a tutti gli operosi suoi figli la confortatrice Benedizione Apostolica.

Amiata, la croce compie cent’anni Realizzata nel 1910, fu ricostruita nel 1946. Domenica 25 luglio il «clou» delle celebrazioni DI

MARCO LAPI

e sulla vetta del monte cui sono diretti li attende una croce, per i credenti raggiungerla diventa un po’ come compiere una specie di pellegrinaggio. E capita spesso a chi va in montagna, perché sono davvero tante, anche nella nostra regione, le croci che contrassegnano le nostre cime. Una consuetudine oggi però talvolta osteggiata da certe posizioni (ambientaliste o «politically correct») sia in nome della «purezza della natura» che il simbolo della redenzione andrebbe fatalmente a violare, sia per una «par condicio» delle religioni che sarebbe negata dalla presenza del solo segno cristiano («perché la croce sì e la statua di Buddha no?»). Polemiche, negli ambienti alpinistici ed escursionistici, più frequenti di quanto si creda, ma che spesso non tengono conto della storia e soprattutto della pietà popolare che quelle croci ha voluto, a protezione dei paesi sottostanti più che per accogliere chi si sarebbe spinto in alto, fino alla cima. Un’usanza certamente antica, ma a dare un nuovo e decisivo impulso in questo senso fu certamente – in vista dell’Anno Santo del 1900 – papa Leone XIII, che invitò gli italiani a erigere venti croci su altrettante cime disseminate lungo tutto il Paese, una per ogni secolo, compreso il XX di cui era ormai prossima l’alba. La proposta fu ufficialmente lanciata in occasione del XIV Congresso cattolico italiano, svoltosi a Fiesole nel 1896 (lo stesso che sancì la nascita della Fuci), e fu costituito un comitato per la scelta dei monti e la realizzazione dei lavori. Ma le croci alla fine furono di più, perché per qualche cima esclusa dall’elenco ufficiale si pensò bene di raccogliere ugualmente l’appello del Papa e di provvedere «in proprio». In Toscana fu questo ad esempio il caso della Pania della Croce, sulle Apuane, dove il simbolo della passione di Cristo fu posto proprio nel 1900. Nella circostanza fu realizzato anche un sentiero abbastanza agevole (lo stesso di oggi) e, per l’inaugurazione, la vetta fu raggiunta da un memorabile pellegrinaggio, concluso con la Santa Messa, cui parteciparono centinaia di persone. Di quell’elenco ufficiale faceva invece parte l’Amiata, il monte più alto della Toscana meridionale, con i suoi 1738 metri. Tra le venti previste, la croce che ne avrebbe caratterizzato da lì in poi la vetta fu, in ordine di tempo, la nona a essere realizzata, grazie all’impegno dell’allora arcivescovo di Chiusi e Pienza Giacomo Bellucci (nella cui giurisdizione sorgeva la cima) e al progetto dell’artista senese Luciano Zalaffi. Alta 22 metri, con una base di 8 per lato, tutta

La monumentale croce del Monte Amiata. A destra, la Madonna degli Scout, situata nei pressi. Sotto, monsignor Rodolfo Cetoloni e i fedeli della diocesi di MontepulcianoChiusi-Pienza sotto la croce durante il pellegrinaggio del 2 giugno scorso

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in ferro battuto nello stile «fiorito» dell’epoca, fu inaugurata il 18 settembre 1910 dopo non pochi sacrifici e peripezie, non solo di carattere economico, con il decisivo contributo della popolazione locale. In particolare i minatori fecero quasi a gara, alla fine di ogni turno di lavoro, nel trasporto del pesante materiale fino in cima, a piedi o con i muli. Inutile dire che quel giorno di fine estate la

vetta fu presa letteralmente d’assalto per partecipare alla grande festa culminata anche in questo caso con la celebrazione della Messa. Le visite e i pellegrinaggi, anche da lontano, continuarono poi a lungo nei giorni successivi. Nel 1944, purtroppo, la croce fu

Inno alla Croce dell’Amiata nel centenario del suo innalzamento (1910-2010) Dedicato a don Francesco Monachini e don Roberto Corvini Tu dipingi nel cielo le misure di Cristo, intarsiando l’azzurro, ci ricordi il suo Amore. Sei il punto più alto, sopra il verde dei faggi, leghi il cielo alla terra. Ti sentiamo vicina. Rit.:

O Croce amiatina, intreccio robusto di cent’anni di ferro ricamati dal vento!

Ti hanno posto su in alto i nostri padri, con fede, tesa mano che invoca e che indica il senso. Ci riparli di Cristo, che ti rese gloriosa: non c’è più in te la morte, vi è fiorito l’Amore. Questi semi di fede aiutaron, fecondi, il lavoro nei boschi e il sudore in miniera. E se il gelo e il mercurio i polmoni bruciavan, hai raccolto, non sola, l’ansimante preghiera. Anche dopo cent’anni resta duro il cammino, ma dai monti all’intorno innalziamo lo sguardo. A fatica saliamo. Tu continui a annunciare la speranza e la Vita, consolandoci il cuore. Sappi ancora ascoltare canti e gemiti nuovi: della terra, dell’aria, dei bambini e dei grandi… Li portiamo ai tuoi piedi. Offri loro i tuoi bracci per volare più in alto, verso i cieli di Dio! O Croce amiatina, accogli dal monte ogni cuore che cerca ed intreccialo al cielo! + Rodolfo vescovo, 27 gennaio 2010

abbattuta dai tedeschi in ritirata, ma una volta finita la guerra, nonostante i disagi e le ristrettezze del momento, la popolazione amiatina volle subito ricostruirla. Si costituì un comitato e anche stavolta nel lavoro si distinsero i miniatori locali. In poco più di tre mesi l’opera fu compiuta e, per la nuova inaugurazione, alla croce furono applicare mille lampadine che furono accese, alle 21 del 24 agosto 1946, da Papa Pio XII attraverso un impulso radio, prima della lettura del radiomessaggio che pubblichiamo a lato. Anche stavolta all’inaugurazione, tra le pendici e la vetta, e in particolare nello stadio di Abbadia San Salvatore, erano presenti migliaia di persone. L’evento fu ricordato 50 anni dopo, nel 1996, e Giovanni Paolo II, nella circostanza, scrisse tra l’altro ai fedeli accorsi che la rapidità del restauro stava «quasi ad indicare che la vasta opera di ricostruzione materiale e spirituale successiva alla guerra non poteva non partire dall’amore verso Dio e verso il prossimo, plasticamente espressi dalla dimensione verticale ed orizzontale della Croce». Quattordici anni dopo, le celebrazioni per il centenario – aperte con il pellegrinaggio diocesano di mercoledì 2 giugno, guidato dal vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza mons. Rodolfo Cetoloni – rappresentano una nuova, grande testimonianza dell’amore degli amiatini per il loro monumento, come prova lo stesso ricchissimo calendario di appuntamenti (vedi ancora a lato), che si concluderanno sabato 27 novembre e domenica 12 dicembre con una «missione popolare» ad Abbadia, a sottolineare ancora una volta che quella croce che veglia sui badenghi e sugli altri popoli dell’Amiata non è davvero un segno qualsiasi.


La Settimana - n. 27 del 18 luglio 2010