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oncovid-19 giorni per...  Caritas

tutti i racconti

BS


Delle mongolfiere di carta punteggiano questa raccolta di racconti: con l’augurio di buoni #assaggidicielo, sono l’immagine che i giovani in servizio civile hanno scelto come simbolo della ripartenza


ricordare ... “Ricordare” deriva dal latino “cor”, cuore. Per gli antichi romani era questo muscolo la sede della memoria. Anatomia a parte, un’intima relazione unisce la capacità di riannodare i fili del passato con lo slancio ad accordare speranza al futuro. Ecco perché per ricominciare dopo lo sconvolgimento della pandemia è cruciale non dimenticare quanto vissuto. È da questa consapevolezza che prende le mosse 85 giorni per… una proposta che porta con sé un invito per i giovani dai 14 ai 28 anni: raccontare l’esperienza vissuta nel tempo del Covid-19 guardando in particolare ai gesti di tenerezza, di cura, di prossimità, di solidarietà che li hanno visti protagonisti. In molti hanno risposto all’invito. L’esito: un caleidoscopio di racconti.

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ome hai vissuto questa esperienza Covid? Davanti a questa domanda posso solo rispondere “non fermandomi mai”. Ti trovi davanti a un nemico sconosciuto e silenzioso. Ma sai che la cosa più importante è non lasciare nessuno da solo. Essere una squadra diventa la parola d’ordine. Tanti mani che si intrecciano senza toccarsi realmente. Cominci semplicemente ad agire. In ospedale si crea una rete tra i colleghi, ognuno lavora con e per l’altro, ci si ascolta e ci si sostiene, si porta da mangiare per sentirsi più allegri e uniti, perché si sa che per gli italiani mangiare insieme riscalda il cuore, anche se questa volta da lontani. Un sorriso veloce, un “possiamo farcela” e si ricomincia a lavorare, più forti di prima. Poi c’è l’Africa, quel piccolo ed importante villaggio di Todome che non può permettersi di avere neppure un caso del famigerato virus perché crollerebbe in un attimo. Quindi da lontano chiami prefetti e infermieri, prepari fogli di prevenzione, postazioni per lavarsi le mani e spieghi nel modo più chiaro possibile cos’è il nostro nemico. Loro sanno che ci sei a qualsiasi ora del giorno e della notte, che fisicamente sei lontano, ma che la tua anima è lì con loro a lottare. Ma non ti senti completa, la comunità in cui vivi ha bisogno e non puoi stare ferma. Caritas ti contatta e sei pronta a cominciare questa nuova esperienza, sei pronta a dare una mano. Una piccola e importante parentesi nel mondo Covid, le tue conoscenze e il tuo studio possono servire e così si crea una rete virtuale in cui controlli la salute dei ragazzi del servizio civile. Una corsa continua contro il tempo, con la speranza mano nella mano. Un tenersi in piedi a vicenda senza abbandonarsi mai, un’unica anima composta da tanti cuori che battono all’unisono per combattere senza sentirsi soli. Tatiana Pedrazzi, 27 anni

gesti di tenerez za,


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llora per me questo periodo è stato un po’ dolce e un po’ amaro. Era come se il tempo si fosse fermato e io vi ero intrappolata, e non avendo avuto vicino mia madre è stato difficile. Ma c’era mio fratello! E noi due siamo molto legati e abbiamo affrontato questo periodo insieme come tutte le fasi della nostra vita, ci siamo fatti forza a vicenda. Tralasciando il fatto di non avere mia madre con me... è stata un’esperienza anche piacevole, se si può dire. Ho fatto un sacco di viaggi mentali sul futuro dopo la quarantena con mio fratello ed è stato parecchio divertente devo dire. Era come se casa nostra fosse il nostro palcoscenico più importante! E noi gli unici protagonisti, ma senza pubblico. Sokhpreet Kaur, 24 anni

olidarietà... s i d , à t i m i ss o r p i d , a r u c di

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urante questa emergenza Covid-19 non sono mancati i gesti di solidarietà. Tanta gente, da più parti di Italia, si è mossa per aiutare il prossimo. Onestamente non mi aspettavo così tanto altruismo e la cosa mi ha colpito positivamente. Anche io ho voluto lasciare il segno, seppur in modo limitato: una volta alla settimana aiutavo la proprietaria del mio appartamento con la spesa. Essendo anziana e sola, tendeva a rimanere a casa, così mi sono proposta di aiutarla con l’acquisto di beni alimentari e medicinali. Il gesto mi ha arricchito molto interiormente e mi sono sentita soddisfatta del gesto compiuto, ho potuto comprendere che se tutti facessero una piccola parte il mondo sarebbe sicuramente migliore. Silvia Bazzani, 24 anni

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primi giorni di quarantena pensavo continuamente che tutto questo è solo un brutto incubo che non sta accadendo veramente. Col passare dei giorni, al telegiornale e su Instagram, si vedevano solamente notizie di migliaia e migliaia di persone contagiate e purtroppo morte da questo brutto virus. Man mano che questa situazione ha iniziato a cambiare la mia routine quotidiana, ho ripreso una passione che avevo lasciato in disparte dai troppo impegni che avevo: scrivere. Mettevo giù quasi tutti i giorni ogni pensiero che mi veniva in mente, continuavo a dire a me stessa le famose tre parole ANDRÀ TUTTO BENE, si risolverà tutto e ne usciremo vincenti. Facendo così mi sentivo più forte e più positiva, cosa che anche tutt’ora bisogna essere: mi sto impegnando a pensarla sempre in questo modo, anzi a pensare qualsiasi cosa con positività perché è solamente facendo così che si riesce ad andare avanti e superare gli ostacoli che ci mette davanti la vita. PIÙ POSITIVITÀ, PIÙ FORZA NELL’ANDARE AVANTI! Sheri Konci, 22 anni

a r e p s e e r o l o tra lacrime e sorrisi… tra d


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urante questo periodo di emergenza pensavo fosse molto difficile per me poter assistere a momenti di tenerezza o momenti che facciano scappare un sorriso spontaneo, non potendo uscire e non potendo incontrare nessuno. Invece, anche attraverso uno schermo, con una videochiamata, ho potuto risentire quella vicinanza che tanto mi mancava, ho potuto sentire affetto e tante diverse emozioni. Infatti, mentre aiutavo i bambini e i ragazzi a fare i compiti, numerose sono le frasi di affetto che ho sentito e vorrei riportare quelle che mi sono rimaste di più nel cuore. Perché, seppur semplici e piccole come frasi, sono state per me la ricompensa migliore del mondo. “Ho bisogno dei tuo aiuto”, “Ho preso 8!”, “Mia mamma mi ha chiesto se ti va di venire a cena”, “Ti faccio vedere una cosa, solo a te”, “È stato bello!”, “Guarda il mio gatto”, “È bello fare i temi con te”, “Grazie per esserci”. Sara Cieri, 21 anni

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n questi giorni di emergenza ho prestato servizio alla Caritas di Brescia con l’aiuto di un altro collega del servizio civile. Abbiamo lavorato con le mascherine e guanti mantenendo una certa distanza con il massimo entusiasmo e impegno. In questi giorni di emergenza a casa abbiamo fatto molta fatica con la spesa: non avendo la macchina, facevamo molta fatica a portare a casa l’acqua e il latte per le bambine cercando di fare la spesa meno possibile… ma in questo momento difficile ci ha aiutato l’amico di mio fratello che ci ha fatto la spesa due volte, è stato davvero d’aiuto. Sabrina Mirdha, 23 anni

anza… tra smarrimenti

e scoperte…


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ono in casa anche loro, mi pensano eppure non posso vederli, perché?”. Quando un adolescente della comunità in cui svolgo il servizio civile mi fece questa domanda, mi vennero i brividi. Era il primo giorno in cui rientravo in servizio dopo un periodo di permessi straordinari elargiti dal Ministero delle politiche giovanili e servizio civile per l’emergenza Covid ed era ancora la fase 1. A quella domanda, così spontanea, ma al contempo saggia, non seppi rispondere. Provai tristezza e desolazione, mi rispecchiavo anch’io in quell’interrogativo, che forse un po’ tutti ci siamo posti: “Perché?”. In quei casi non si può certo passare la palla a qualcun altro, no, ma non si può neanche nascondere la propria debolezza e il fatto di essere umani. Lui ha dovuto fare la quarantena in comunità con gli altri adolescenti, anch’essi perplessi. Loro come noi operatori non abbiamo potuto vedere i nostri amici, i nostri parenti. E allora vien naturale pensare che il fatto d’essere tutti sulla stessa barca ci ha unito ancor di più. Sì, proprio in questa unione sta e starà la nostra forza di rialzarci, pian pianino, a ritmi umani, tutti insieme. Godendosi quello che prima non c’eravamo goduti abbastanza. Proprio per questo l’unica via che ho trovato percorribile fu il rispondere con un’altra domanda: “Dove ti piacerebbe vederli, dove andreste?”. E allora l’immaginazione ha preso il volo, dando vita a splendidi picnic in riva al lago o in montagna, con ricordi che scorrevano a fiumi. Prima di tornare ai rispettivi doveri, ci salutammo sorridenti con una promessa, un sogno: “Quando tutto sarà finito ci rivedremo lì, sul lago, ridendo di tutti questi dubbi e di ciò che abbiamo provato insieme” e io in parte ne fui rincuorato.

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Roberto Filippini, 22 anni


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urante gli ottantacinque giorni di lockdown, i miei gesti di cura, prossimità e tenerezza sono stati dedicati principalmente ai membri della mia famiglia. So che queste mie parole possono apparire strane, in fondo l’emergenza richiedeva un intervento esterno alle nostre case. Questo è assolutamente vero, purtroppo non sono né una dottoressa, né un’infermiera, neppure una crocerossina per vocazione. A questo punto qualcuno potrebbe dirmi: “Cosa hai fatto di gentile in questo periodo, Robi?”. Gli risponderei: “Ho resistito”. Non perché ho fatto dei gesti eclatanti, ma semplicemente perché ho cercato di continuare a vivere la mia quotidianità senza chiudermi in me stessa. Questa pandemia ha cambiato l’equilibrio di tutti e adattarsi alla nuova realtà non è stato sempre facile. Penso a mia madre, insegnante di inglese, che prima dell’emergenza a malapena sapeva cosa fosse la casella e-mail e, che, con la chiusura delle scuole, si è ritrovata a dover impostare un tipo di didattica totalmente nuova. Ho perso il conto delle volte in cui ci siamo ritrovate a imparare a utilizzare una nuova piattaforma digitale. Penso a mio fratello di 21 anni che, abituato a vedere spesso i suoi coetanei, si è ritrovato solo. Con lui ho instaurato un buon dialogo, cosa che non eravamo mai riusciti a fare in passato. Sia per mia madre sia per mio fratello ci sono sempre stata, cercando di aiutarli con un atteggiamento positivo. Ritengo che i gesti di cura, che ho riservato ai miei familiari in questo periodo di quarantena, abbiamo avuto il preciso scopo di impedire che ciò che ci stava succedendo ci portasse ad allontanarci. Ho sempre creduto al detto: “l’unione fa la forza”: mai come durante questa quarantena l’ho sentito più azzeccato. Roberta Scanzi, 27 anni

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accontare gesti di tenerezza, di cura, di prossimità, di vicinanza... a pensarci bene questo è un compito estremamente difficile in una situazione normale, figuriamoci in pieno regime pandemico! O forse no... forse proprio perché siamo stati costretti a vivere da soli, o con la nostra sola famiglia, siamo più propensi a fare qualsiasi cosa pur di avere un rapporto con l’altro, anche minimo, rapido, dimenticabile diremmo normalmente. Bene. È capitato anche a me. La storia si colloca più o meno all’entrata della famosa Fase 2: il Centro Migranti, sede del mio servizio civile, ha riaperto i battenti da poco e con essi la speranza di centinaia di stranieri in cerca di aiuto. È un giovedì mattina, piove anzi diluvia incessantemente da ore, quando si affaccia sulla soglia del centro un giovane uomo, umido di pioggia e madido di sudore, mi racconta che viene da Milano, ma la sua famiglia, moglie e tre figli di cui un neonato, vive a Brescia. È costretto a spostarsi, già proprio quello spostarsi che fino a poco tempo fa sapeva di frutto proibito, per sopravvivere, ed è lì in piedi, davanti a me, che chiede aiuto, ma ho le mani legate, non posso farlo entrare, il regime sanitario impone l’organizzazione degli impegni su appuntamento. Mi scuso, mortificato. Il caso volle che in fila c’era una famiglia, una madre e i suoi due figli, che assistette all’intera scena. La donna, commossa, prese del cibo dallo zaino dei ragazzi e lo porse al giovane uomo senza nulla aspettarsi in cambio, come un normale gesto di semplice umanità. Michele Viviani, 24 anni

...racco


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urante gli ottantacinque giorni di quarantena, che ci hanno strappato dalla nostra vita frenetica e rinchiuso nelle nostre quattro mura a suon di #iorestoacasa con contorno di arcobaleni e di #andràtuttobene, c’è chi si è dato da fare ai fornelli e chi si è rifugiato nelle forme più svariate di arte. I forni e le padelle della Penisola nei giorni di lockdown hanno fatto fuoco e fiamme e nei supermercati sono finiti immediatamente il lievito e la farina, per via di questo “Masterchef” a conduzione familiare che ha risvegliato il cuoco che ogni italiano evidentemente porta dentro di sé. Io, invece, mi sono rifugiato nella scrittura: come mia unica arma di battaglia la penna, i miei ingredienti principali la costanza, che mi ha permesso raggiungere i miei obiettivi, ma soprattutto le idee e le risposte che mi aspettavo dagli altri e che ho cercato di mettere nero su bianco per mandare un messaggio. Il grido di una generazione troppo spesso sbeffeggiata da quelle precedenti, che dipingono la “generazione Z” (quella dei nati nel nuovo millennio) come vuota, spenta, sempre con il cellulare in mano. Con gli stessi toni con cui veniamo dipinti, ho voluto dare la mia risposta nel mio libro Torneremo a vedere a colori, con il quale ho partecipato al concorso «L’Italia che vorrei» promosso da Marino Editore. Il titolo s’ispira ai giorni d’inferno dell’emergenza, senza però dimenticare i problemi che affliggono l’Italia quotidianamente. Non racconto una storia, ma voglio lanciare un messaggio: il protagonista è il lettore, colui che deve iniziare a cambiare il mondo che ha intorno a partire dalle piccole cose, e non aspettare che gli altri lo facciano per lui. La quarantena ci ha dato una possibilità, l’ha data a tutti, senza distinzioni. Stava a noi decidere se sfruttarla oppure no. Matteo Buttice’, 17 anni

ontare per ricordare, p er ricom ciare in

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urante questa quarantena ho scelto di non fermarmi. Quando ho iniziato questa esperienza mi è stato detto che non si è in servizio solo in sede, ma ovunque e sempre. Ecco perché ho deciso di continuare a servire, magari non come e quanto prima, ma ho voluto continuare a essere al servizio della comunità. All’inizio non sapevo come fare, ma poi, seguendo le notizie riguardanti il Covid, ho avuto l’idea: gli anziani sono i soggetti più esposti, ma allora come possono essere al sicuro quando fanno la spesa? O quando vanno in farmacia? Bhe, io non potevo più stare chiusa in casa e loro non avevano la possibilità di uscire in tranquillità; allora che fare? Ho iniziato a girare in bicicletta per il paese, suonando agli anziani che già conoscevo e offrendomi di sbrigare le loro commissioni. Moltissimi hanno accettato con commozione: vedere quanto un mio piccolo gesto potesse aiutarli è stato davvero emozionante e gratificante. La notizia si è sparsa e ho ricevuto tantissime telefonate, anche da persone mai conosciute prima e questo mi ha permesso di conoscere tante persone meravigliose. Non è sempre facile, alcune liste della spesa sono infinite e alcuni farmaci introvabili... ma il sorriso di quelle persone per me è la ricompensa più preziosa! Martina Pe’, 19 anni


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orrei raccontare di un gesto di cura e prossimità che non è stato il mio, ma a cui ho assistito quotidianamente. Fin dai primi giorni di pandemia, i giorni “del balcone” per capirci, mia mamma, tutte le sere, ha lasciato una candela accesa sul nostro balcone. Come un rituale, ogni sera dopo cena l’ho guardata attraversare la sala, aprire la porta e appoggiare fuori una candela. L’ha fatto con qualsiasi clima e condizione atmosferica e sinceramente ho perso il conto di quante candele abbia consumato. L’ha fatto quando lo facevano tutti, ha continuato rimanendo probabilmente l’unica a farlo. Vorrei dire che almeno in questo modo gli altri partecipavano indirettamente al gesto, ma la realtà è che abitiamo in una zona tranquilla e isolata, e mi sento di poter affermare serenamente che nessuno ha visto niente. Eppure, proprio per questo ho ammirato questo gesto. Al suo interno ho visto prendere forma la speranza e la fede, quelle genuine. Quelle del “non so se tutto andrà bene, ma comunque coltivo la speranza, per me e per gli altri”. Quelle del “non posso oppormi al cambiamento, ma posso mettermi nella condizione di accoglierlo”. Ammiro e invidio la fede salda dietro questo gesto minuscolo. Ammiro e cerco di far mia la forza di dire “Ok, è successa questa cosa orrenda. Che cosa ne faccio, adesso?”. Marta Lani, 27 anni

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l periodo Covid-19 l’ho vissuto come un grande momento per riscoprire me stessa. Credo di essere stata molto fortunata perché nella disgrazia ho trovato l’affetto di tante persone, ma, specialmente, della mia famiglia. Non ho compiuto grandi gesti concreti, data la mia condizione di salute, ciò mi è stato impossibile; penso però di essere stata molto d’aiuto ad alcune persone che, in quel momento, avevano veramente bisogno di me. Ci possono essere un’infinità di gesti “invisibili” che si possono compiere e uno di questi è sicuramente un sostegno emotivo. Ho riscoperto un lato stupendo della mia personalità... il saper aiutare e dare una mano (anche a distanza) a tante persone. Sono riuscita ad ascoltare e, specialmente, a dedicare più tempo alla mia famiglia, imparando ad ascoltarli, cercando di capirli più a fondo e credo di essere stata anche d’incoraggiamento (nonostante il mio stesso malessere e la paura per questa terribile situazione). Ho messo più volte loro davanti a me, cercando di farli ridere e distrarli anche solo per un secondo da questa valanga che ci stava letteralmente cadendo addosso. Ammettiamolo, non è stato un periodo facile per nessuno, ma sicuramente il sapere di avere una persona accanto aiuta moltissimo. Avrei voluto però fare di più: sentire i ragazzi del centro dove presto servizio, aiutare chi ne aveva veramente bisogno, sostenere ancora di più la mia famiglia… ma non è sempre facile. Credo di aver dato il mio meglio, ma specialmente, la parte migliore di me. Cito questa frase di Paul Tillich “Il primo dovere dell’amore è ascoltare” che rappresenta a pieno il mio intento e quello che, spero, di essere riuscita a compiere. In un momento in cui tutti eravamo a rischio, di grossa nostalgia e di sconforto, l’unione e il sostegno sono risultate le “cure” fondamentali. Ho amato ancora di più la mia famiglia, forse, anche per l’immensa paura di poterli perdere da un momento all’altro. Il non poter toccarsi, sfiorarsi, darsi un abbraccio o un bacio, mi ha reso ancora più “pesante” questa quarantena, ma, al tempo stesso, fatto nascere una grande consapevolezza: “Nel vero amore è l’anima che abbraccia il corpo”. (F. Nietzsche) Marta Fiorini, 23 anni


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urante la quarantena le uniche persone che ho visto, ovviamente, erano quelle appartenenti alla mia famiglia. Ammetto di non aver fatto straordinari gesti, non sono stata sicuramente la figlia modello e non sempre pulivo a dovere. In questa quarantena mi è capitato però di sollevare il morale a mia mamma che per giorni è stata preoccupata per mio papà (aveva contratto il virus). Farla sorridere, distrarre lei e anche un po’ me stessa penso ci sia servito molto per affrontare quel periodo. Ho cucinato molto spesso sia per aiutare un po’ in casa sia perché iniziavo ad appassionarmici e poi, insomma, cosa non può risolvere una bella carbonara in momenti un po’ così? Ho cercato di fare tutto ciò che era nelle mie possibilità in quel momento. In questa quarantena mi sono anche presa cura di me stessa, era tempo che non lo facevo, anzi, mi era capitato qualche volta di trascurarmi. Tutto quel periodo mi è servito per pensare molto e riflettere su tante questioni che magari avevo lasciato in sospeso. Marialetizia Sberna, 22 anni

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n questo periodo di quarantena che ho passato sola con i miei famigliari non sono molti i gesti di tenerezza o di cura che ho ricevuto e non sono molti neanche quelli che ho fatto nei confronti di altri. In questo periodo gli unici gesti di cura che ho compiuto in confronto ad altri sono stati andare a fare commissioni per la mia famiglia come fare la spesa, pagare le bollette, andare a ritirare le ricette dal medico e andare in farmacia; tutte cose di cui di solito si occupano i miei genitori, ma avendo loro delle patologie ho preferito farli uscire il meno possibile di casa. Inoltre sono andata a tenere compagnia a mia nonna quando magari mio zio che vive con lei doveva andare a fare delle commissioni. Maria Papetti, 20 anni


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e penso ad un gesto di cura e prossimità che sono riuscita a compiere durante questo periodo di emergenza (e di quarantena), mi viene in mente una giornata di fine marzo. Da pochi giorni la protezione civile del mio paese, tramite il comune, aveva attivato la ricerca di volontari disposti a fare e poi consegnare la spesa di cibo e farmaci alle persone più anziane o bisognose. Appena sentita l’iniziativa ho lasciato il mio contatto. In quel momento era l’unico gesto che potevo compiere rendendomi utile e bloccando per un attimo quel senso di stand-by che tutti bene o male stavamo attraversando. Arriva la chiamata a metà pomeriggio: poco lontano da casa mia una signora molto anziana, sorda, e la sua badante chiedevano una mano per i viveri. È stata una boccata d’aria... nel vero senso della parola, perché non uscivo di casa da settimane (come tutti d’altronde), ma anche perché è stato confortante sapere che si poteva fare qualcosa, che qualcuno là fuori aveva bisogno di me in un momento così difficile e complicato; è servito anche e soprattutto a me. Mi ricordo nel momento della consegna lo sguardo di sollievo della badante, quante volte mi ha ringraziato per un gesto da nulla a pensarci; anche scambiare 2 chiacchiere con lei è stato strano perché non era più cosa consueta ormai! Il tutto è sembrato una vera e propria carezza in un periodo in cui non ci si poteva neanche stringere la mano. Maria Bosio, 19 anni


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evo essere sincero, probabilmente sono più fortunato di tante altre persone: questo periodo lo sto vivendo meglio di quanto mi sarei aspettato. Le mie abitudini non sono particolarmente cambiate, ho anzi avuto più tempo per continuare gli studi e per dedicarmi alle mia attività. Qualche disagio c’è: non vedere amici o parenti sapendoli magari in difficoltà è complicato, ma è una difficoltà comune a tutti, quindi, come dicevo, mi considero fortunato. Parlare solo di me ha perciò poco senso. Vorrei parlare piuttosto di situazioni a cui ho assistito e che mi hanno veramente toccato. Raccontare di gesti di gentilezza in questi giorni è sinceramente un po’ strano: chiunque si è trovato bene o male in difficoltà e allo stesso tempo chiunque ha aiutato il prossimo in un modo o nell’altro. Si potrebbe fare i cinici e pensare che solo una disgrazia di queste proporzioni avrebbe potuto smuovere la compassione nella gente, ma sarebbe un discorso veramente restrittivo e a mio parere anche un po’ stupido. Come dicevo però di gentilezza in questo periodo se ne è vista molta più del solito, quindi questo testo potrebbe essere solo un resoconto rapido e sterile di atti troppo numerosi per essere raccontati con l’attenzione che invece meriterebbero. Vorrei perciò fare una cosa leggermente diversa e parlare di un ristretto gruppo di persone che agivano quotidianamente per fare del bene anche prima di questi ottantacinque giorni, ma il cui lavoro viene quasi automaticamente evidenziato da questa situazione, cioè gli educatori che operano nella struttura in cui presto servizio. La tenerezza e l’attenzione che hanno dimostrato nella vita quotidiana hanno un qualcosa di incredibile nella loro semplicità. Non sono esempi roboanti, ma il semplice fatto che nella difficoltà comune a tutti hanno mantenuto qualcosa di più che la pura professionalità è encomiabile: in comunità, ci sono ragazzi che normalmente hanno determinati disagi e si sono trovati inoltre completamente scollegati dal mondo da un momento all’altro. Gli educatori erano il loro unico legame con chiunque al di fuori delle quattro mura e nonostante tutto questo sono comunque riusciti nel loro lavoro e in un certo senso ad essere come dei genitori per questi ragazzi. La cosa più normale e contemporaneamente complicata del mondo. Scrivendo mi accorgo che si potrebbe di nuovo guardare alla cosa in maniera scettica e dire che stanno “solo” facendo il loro lavoro o che il discorso si potrebbe fare per una moltitudine di persone che in questo periodo si stanno facendo letteralmente in quattro per gli altri (infermieri, medici e operatori sanitari in testa), ma non è nemmeno corretto fare un confronto diretto tra le cose e non voglio in ogni caso mancare di rispetto a nessuno. Volevo solo sottolineare quanto questa esperienza mi abbia colpito positivamente (per variare un po’ dalla tristezza che accompagna un po’ tutti ormai) e che sarà sicuramente qualcosa da ricordare. Se si riparte da qui, siamo veramente in buone mani. M., 27 anni

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uesta quarantena è stata un periodo difficile: alcuni miei parenti sono deceduti e mio nonno ha affrontato la malattia riuscendo comunque a contrastarla. In famiglia si avvertiva preoccupazione e tristezza per qualcosa che sembrava a noi sconosciuta e incomprensibile. Sconforto soprattutto, nel non poter stare vicino ai nostri cari e non poter così affrontare il lutto, creandosi così dentro di me ancora più rabbia, tristezza e frustrazione. Ogni giorno i media bombardavano costantemente con immagini e notizie drammatiche e sconvolgenti. Momenti di cura per l’altro sono stati principalmente parole di conforto, anche se percepivo la tristezza dei miei nonni nel sapere che anche io non potevo dare loro supporto, se non morale. Uno degli aspetti positivi che ho potuto constatare è stato un cambiamento nel rapporto con il vicinato, che si è dimostrato maggiormente disponibile e unito in questa situazione rispetto alla precedente tranquillità e quiete. A dimostrazione del fatto che in circostanze così sfavorevoli, negli uomini è emersa l’umanità che ci contraddistingue. Spero che questa situazione, anche se triste, porti a un cambiamento nei nostri ruoli nella società e nell’ambiente e a un miglioramento nel proprio essere e nel rapporto con il prossimo. Lara Panni, 19 anni


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n questo periodo di emergenza ho offerto il mio aiuto a una donna anziana che vive da sola, nel pomeriggio vengo a casa sua e le faccio compagnia, abbiamo discorsi molto carini, le faccio prendere i suoi farmaci e la lascio a cena. Questo è uno dei miei gesti di tenerezza e cura, penso che dovremmo fornire aiuto piÚ spesso, non solo in tempi di emergenza: ci sono molte persone che hanno bisogno di almeno una piccola compagnia. Katherine Villacorta Perez, 19 anni

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uando siamo stati messi in quarantena, ho sentito tante cose in giro, voci che corrono su quello che serve per stare bene contro il Coronavirus, che cosa potrebbe aiutare le persone a non prendere la malattia e a stare bene. Molti video e messaggi, anche audio, sono circolati su WhatsApp. Mi sono arrivate anche tante fotografie, perché si capiscono meglio dei testi a volte, soprattutto per chi non ha l’italiano come lingua madre. Le persone si sono scambiate tanti audio con delle informazioni per proteggersi dal Coronavirus. Durante il Coronavirus è stato importante prestare attenzione alle altre persone, come fai a non darti una mano? Bisognava stare attenti però era necessario non lasciarsi soli. Un giorno ho sentito un audio che diceva di mangiare tanto aglio per proteggersi dal virus; un altro giorno ho sentito invece che bisognava mangiare le arance per stare bene. Io e i miei coinquilini abbiamo deciso di comprare queste due cose, anche se sapevamo che non servivano per proteggerci dal Coronavirus, però comunque fanno bene lo stesso. Sono andato al supermercato e non c’erano più, né l’aglio né le arance. Ho sentito la mia collega di lavoro per sapere come stava e lei mi ha detto che aveva comprato dieci chili di arance. Io le ho detto che non le avevo trovate e allora lei me le ha regalate. Questo gesto, che è molto piccolo, per me ha significato moltissimo perché mi ha fatto sentire aiutato. Ho capito che anche nell’emergenza c’è qualcuno che sempre ti può aiutare e non mi sono sentito solo. Ho capito che sulla mia collega potevo contare perché non si è tirata indietro, ma anzi, si è tolta qualcosa per me. Le sarò sempre grato e ricambierò alla prima occasione il suo gesto. J.J., 21 anni

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l gesto che mi è rimasto più impresso di questa quarantena è semplice e piccolo, ma come tutti i gesti piccoli, impressionante e indelebile nella mia memoria. Facevo il volontario al dormitorio per senza fissa dimora in via Gabriele Rosa, facevamo davvero poco come volontari: dovevamo provare la febbre e servire la cena agli ospiti che il comune ci mandava. Ad un certo punto un senza fissa dimora non aveva la mascherina e si lamentava ad alta voce, creando malessere tra tutti noi, perché senza mascherina non poteva andare da nessuna parte e aveva paura dei vigili che potevano fargli una multa che non poteva pagare. Mentre stavamo cercando una mascherina per lui, un altro senza fissa dimora si alza e gliene regala una che aveva in più e rende felice con questo piccolo gesto tutto il dormitorio. È un gesto quasi invisibile ma fatto da chi non ha niente diventa rivoluzionario e carico di gratuità, facendo nascere quella scintilla che fa nascere il fuoco del donare solo per il gusto di farlo. Gabriele Tosi, 20 anni

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l primo sentimento che ho provato è stata la rabbia, perché il virus ha portato via mio nonno Franco e tutti in famiglia ci siamo sentiti impotenti. Volevo molto bene al nonno e mi ricordo quando veniva a casa a trovarci e si preoccupava per me, perché diceva che stavo troppo alla play. Lo diceva con affetto e poi rideva e mi diceva: “Stùdia che te salvéret la schèna!”. È stata una perdita improvvisa e non ho potuto nemmeno salutarlo, perché se ne è andato in pochi giorni e non ho potuto accompagnarlo al funerale. Ci guarderà da lassù dove riposa insieme alla nonna e sono convinto che da là guideranno me e mia sorella lungo il cammino della vita. Non li vedo, ma li sento col cuore. Poi la rabbia si è trasformata in paura, perché non volevo che il virus contagiasse il resto della mia famiglia: la mamma, il papà, mio fratello o gli altri nonni ultranovantenni! Quando la paura è passata è arrivata la tristezza, perché non potevo uscire di casa e vedere i miei amici. O, meglio, potevo vederli, ma solo attraverso il video del telefono o del computer… che non è la stessa cosa. Ci è voluto un po’, ma ho capito che ci sono state anche delle cose belle: stare a casa con le video lezioni era divertente; potevo stare di più con mia sorella e la mia cagnolina; mamma e papà stavano tanto tempo a casa e potevamo stare vicini tutto il giorno; avevamo anche il tempo per stare insieme a cucinare, guardare la televisione insieme, fare ginnastica (poca), parlare (non solo del virus), e anche pregare, ascoltare e stare in silenzio, perché ho capito che prima c’era troppo rumore e non ci si ascoltava abbastanza o… per niente! È rimasta la speranza. Spero, infatti, che tutto questo ci serva di lezione per capire quali sono le cose importanti verso cui orientare il nostro sguardo. Francesco Orizio, 14 anni

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o, 27 anni, lavoro in una Rsa, un luogo da molti definito il calvario e la tomba delle persone anziane. Come posso sentirmi bene se fuori urlano contro i nostri servizi e dentro, ogni giorno, inventiamo gesti di cura per far stare bene? Voglio parlare, non riesco a tenere nascosto questo episodio, ne va del mio rispetto e di quello dei colleghi/e che hanno messo a rischio le loro vite, esattamente come negli ospedali. Osvaldo, 78 anni, frequenta il Centro Diurno Integrato di Casa Industria da tempo. Non ha un bel carattere, è esigente, taciturno, ma sa bene quanto sia prezioso per lui vivere quel luogo e le relazioni che vi si tessono. A inizio marzo, seguendo le disposizioni regionali, il servizio del CDI è sospeso. La rete si mette in moto e siamo in tanti a chiamare Osvaldo che vive da solo. Ma non basta. La sua voce è triste, le parole si spengono e sentiamo che si allontana dalla vita. La collega infermiera propone di contattare ATS per accogliere temporaneamente Osvaldo in RSA. “Ma fate presto!”, ci urla. “Non so se vuole vivere ancora!” Otteniamo l’autorizzazione e seppure in isolamento, creiamo per lui un nido: una camera confortevole e l’accesso al giardino, e dopo la quarantena è finalmente libero di sedersi al bar con le sue proverbiali parole crociate. E ogni giorno Osvaldo si reinventa il gusto e il senso della vita, il cibo sparisce dal suo piatto, il letto rimane vuoto per più ore, i cruciverba si riempiono di parole. Osvaldo dal “bel caratterino” ha deciso. Vi scrivo dal mio ufficio e se alzo lo sguardo posso vederlo in giardino mentre cerca la soluzione a un nuovo cruciverba. Vorremmo tutti stare accanto a lui, scoprire insieme la parola nascosta e dire “ce l’abbiamo fatta”. Francesca Soverato, 27 anni

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volgo servizio civile in una comunità che attualmente ospita dieci donne disabili a S.Polo. Molte di loro vivono in questa sede, denominata da alcune “la villa”, da più di dieci anni, e soltanto nel weekend qualcuna di loro torna dai propri familiari. Questo periodo di quarantena, oltre a vietare le uscite di varia natura, ha soprattutto ostacolato le visite e uscite con i propri cari, in quanto le sole persone che potevano entrare e uscire dalla comunità erano gli operatori. Però è proprio in questo momento complesso e articolato che i gesti più sinceri e amorevoli hanno avuto la possibilità di emergere: i parenti delle ospiti, oltre a riempire le giornate con telefonate e videochiamate, sono apparsi alla ringhiera del cancello della struttura bardati di guanti e mascherina pur di vedere quegli occhi e quei sorrisi familiari al momento fisicamente lontani. Le ospiti erano molto felici di queste visite dai loro familiari, i quali hanno emanato momenti e gesti di gioia e felicità, contribuendo soprattutto alla condizione di benessere all’interno della comunità. Emma Tosoni, 22 anni

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A

mmetto che affrontare la quarantena, all’inizio, non è stato semplice dato il mio carattere socievole e la mia quotidianità dinamica. Abituata a uscire con mio figlio in mezzo alla natura, giocando all’aria aperta per svariate ore, mi sono sentita reclusa da un momento all’altro. Limitare il contatto sociale, le amicizie e addirittura i parenti, mi ha fatto comprendere il valore di coloro che fanno parte della mia vita. Il non poter soccorrere in prima persona le persone infettate, ma ancor di più i miei cari, i quali sono stati contagiati, mi ha fatto soffrire e riflettere sul valore della vita. I vincoli domestici di sicuro non hanno contribuito ad alleviare questi sentimenti, anche se mi hanno permesso di ritrovar me stessa come non era mai successo. La proposta ricevuta dalla mia direttrice mi ha dato modo di riflettere su come avrei potuto aiutare il prossimo nel mio piccolo. Ritornare nel mio ambiente lavorativo, preparando un pasto caldo ai più bisognosi, ha stimolato la mia voglia di fare distogliendo i pensieri dalla situazione presente. Debora Minischetti, 23 anni


I

l gesto d’affetto più bello che ho ricevuto durante la quarantena è accaduto al magazzino Ottavo Giorno. In questo periodo dove tutti quanti dovevamo tenere le distanze, Jimmy (un gatto che gironzola da quelle parti) ci veniva sempre a coccolare, continuando a farlo sempre anche nel susseguirsi dei giorni, malgrado io non gli abbia mai dato del cibo e ogni tanto gli rompevo pure le scatole. Oltretutto regalava un attimo di spensieratezza anche ad altri volontari che venivano a prendere il cibo. Questo è il fatto più tenero che io ricordo con molto piacere di quel periodo. Daniele Bolpagni, 24 anni

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urante l’emergenza Covid-19 sono state tante le cose che mi hanno fatto riflettere. Sembrano parole fatte, ma i gesti più semplici e quelli più spontanei si rivelano essere probabilmente i più importanti e, come spesso accade, anche quelli dati più per scontato. In questo lockdown sono stati infatti questi che mi hanno portato le più grandi soddisfazioni. Tra le varie videochiamate e i diversi messaggi, sono stati forse quelli mandati dalle ragazze che seguo a motivarmi di più. I ringraziamenti da parte degli educatori con cui collaboro e l’attesa quasi insistente alla richiesta di aiuto, mi hanno fatto apprezzare il lavoro che all’inizio mi sembrava quasi inutile, forse anche troppo faticoso. La loro voglia di fare di più e di impegnarsi al massimo mi hanno ricordato lo scopo del mio servizio: mettermi in gioco. Ci siamo aiutati a vicenda e abbiamo cercato di superare al meglio questo periodo di isolamento forzato. Benedetta Fasani, 19 anni

tra smarrimenti e scoperte…

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iorni difficili per tutti, sicuramente molto più difficili per altri rispetto a quanto lo siano stati per me, spesso mi sentivo come se non avessi il diritto di stare così male. Ho chiuso fuori per alcuni giorni la realtà, sbagliando, finché non mi sono accorta di aver bisogno di vicinanza: ho cominciato a parlarne, ho cominciato a far uscire le lacrime, che avevo fino a quel momento trattenuto. Volevo sentirmi vicine le persone a cui tengo: ho mandato un pensiero alle mie amiche, alla mia mamma e alla mia nonna e quando abbiamo pianto insieme per la nostalgia e per il bene immenso che ci vogliamo, abbiamo capito quanto è bello avere persone intorno a noi e potersi non sentire mai soli, soprattutto in quell’immensa difficoltà. Le persone che mi amano mi hanno circondato di immensa tenerezza: un panino per pranzo per farmi sorridere, due uova di Pasqua perché il cioccolato fa venire i brufoli, ma anche la felicità, il mio film preferito, un saluto dalla finestra con un bacio lanciato; cose semplici e prima scontate, ma talmente preziose in quella difficoltà da avermi salvato nei giorni peggiori. Aurora Orsola Galli, 19 anni

...racco


N

el lungo periodo di quarantena ho sentito ancora di più l’affetto e l’umanità di molti. Tante piccole attenzioni, che spesso mi hanno colto di sorpresa, non solo da parte dei miei amici, ma anche di tante persone del mio piccolo paesino, preoccupate per la situazione che si era creata, soprattutto in Lombardia. Buona parte del tempo l’ho trascorsa coltivando i miei rapporti, stando vicino a chi stava soffrendo particolarmente, ricucendo qualche “strappo” del passato. Tanti piccoli gesti gentili hanno alleggerito giornate difficili e spesso troppo tristi. Annunziata Agresta, 29 anni

N

ei giorni in cui siamo stati chiamati a restare a casa, ho cercato di vivere le miei giornate in modo produttivo, cercando nel possibile di essere positiva e supportare la mia famiglia. Ci sono stati momenti di dispiaceri, sconforto e sofferenza che a causa di questo virus abbiamo dovuto affrontare. Non ho nessun particolar grande gesto o episodio significativo da raccontare, ma posso descrivere la mia quarantena passata con la mia famiglia come un insieme di piccoli gesti di cura. Dall’aiuto in cucina, nelle faccende domestiche di casa, al supporto morale attraverso una parola dolce, momenti di condivisione e chiacchierate con i miei fratelli: per tutto questo, la percezione dei giorni che passavano, anche se non più scanditi dalla solita ritualità quotidiana, era veloce. “Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale” Cit. Karl Barth Anna Benini, 23 anni

ontare per ricordare, p er ricom ciare in

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i è capitato, venerdì 29 Maggio 2020, di stare terminando l’attività di giardiniere presso il mio servizio e un volontario dell’associazione (Angelo), mi aiutò nella raccolta dei rami caduti delle siepi dei rampicanti. Devo dire che lo ritenni un bel gesto, anche perché stavo terminando il lavoro e con il suo aiuto finimmo prima e lo aiutai a sua volta a riporre gli attrezzi che avevamo utilizzato per il lavoro nel magazzino. Altro gesto significativo che vorrei portare in questo mio racconto è la disponibilità dei miei genitori a portarmi presso l’Associazione Bimbo chiama Bimbo per trasportare e portare a destinazione gli alimenti alle famiglie che non possono recarsi alla sede dell’associazione. Andrea Alessandro Chiarini, 21 anni

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urante questa quarantena mi sono resa conto di come mi mancasse il contatto con le persone a me care, in particolare con mia nonna; lei è affetta da una malattia e per questo era sottoposta a una restrizione ancora più rigida, come lo è anche ora, rispetto a noi. Mi manca abbracciarla e stringerle la mano, e per dimostrarle nonostante queste restrizioni la mia vicinanza e il mio affetto mi occupo della spesa, mi fermo a chiacchierare con lei fuori dalla finestra, le ho insegnato a utilizzare le videochiamate; mi sono presa cura di lei semplicemente in modo alternativo. So che tutti questi piccoli gesti le fanno piacere e le recano conforto in questo momento di solitudine e preoccupazione. Alice Baronio, 20 anni


I

giorni di emergenza Covid-19 sono stati giorni impegnativi per il cuore e per la mente. Mi sono sentita debole e inerme quando avevo appreso che alcune persone a cui volevo bene si erano ammalate. Avrei voluto dare una mano, ma l’unica cosa che potevo fare era stare a casa per proteggere me e gli altri. In seguito ho capito che potevo stare vicino alle persone care con un messaggio, una chiamata, un videomessaggio, armandomi di grandi padiglioni auricolari e carezze verbali, parole semplici, ma delicate come un “grazie” o un “ti voglio bene” che arrivano diritte al cuore. Avevo capito che non potevo partecipare in modo evidente alle loro sofferenze, ma dovevo essere rassicurante. Poi però mi ero accorta che non essendo abbastanza addestrata per farlo, ne ho subito le conseguenze, scontrandomi con la mia realtà interiore dell’essere fragile, accogliere le difficoltà di chi ti sta a cuore, quando anche tu hai da combattere l’ansia, la tensione e la preoccupazione che abitano quei momenti in cui ti trovi in una situazione di incertezza, rischia di essere difficile da sopportare ed essere dannoso per la tua salute. Allora senti l’innato istinto di sopravvivenza, del bisogno di riempirti di pensieri positivi, di non seguire più gli aggiornamenti dei giornali, ma di prenderti cura anche di te. In seguito, quando ho ripreso con l’attività di servizio civile ho potuto rendermi utile per la comunità. L’Associazione Bimbo Chiama Bimbo in cui opero, si è riorganizzata per sostenere le famiglie in difficoltà, attivando il servizio di consegna dei pacchi alimentari a domicilio. Ci sono famiglie con due e più figli, anche donne sole, senza mariti, preoccupate, perché per mesi lo stipendio a casa non è entrato e devono assicurare ai propri figli il pranzo e la cena. Queste famiglie hanno bisogno di aiuti concreti. Mi ha colpito sentire al telefono la voce commossa di una madre che ha detto: “Grazie. Siete arrivati al momento giusto, ne avevamo bisogno”. È in quel momento che ti rendi conto che anche una spesa fa la differenza. Una cosa che ho imparato nel periodo d’emergenza è stato che bastano parole semplici per poter essere presenti anche da lontano. Un’altra cosa è stato il rallentare e fermarmi a pensare, aspettare i pensieri, perché abbiamo un universo interiore che ci parla e purtroppo lo ascoltiamo poco. Dedicarsi un po’ di tempo significa amarsi, e amarsi significa poter donare amore anche agli altri. Il tempo è una delle cose più preziose che possiamo regalare agli altri e ai noi stessi. Alessia Castrezzati, 29 anni

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n questi mesi la nostra vita è come se si fosse fermata: andare a scuola o al lavoro, vedere le persone a noi care, bere un caffè nel solito bar. Da un momento all’altro, tutto si è interrotto. Adattarsi a questa “nuova vita” non è stato facile; le prime giornate le ho passate cercando di trovare una risposta a tutto questo: perché tutto questo male a persone innocenti? Perché non siamo stati in grado di evitarlo? Da sempre mi considero una persona forte, sono consapevole del fatto che fatico ad esprimere le mie emozioni, ma cerco di essere sempre positiva perché penso che ci sia sempre qualcuno che, in quel momento, soffre più di me. È la prima volta che metto nero su bianco ciò che ho tenuto dentro finora. Questa situazione mi ha messo davvero alla prova. Mentre persone a me care non stavano bene, mi sono ritrovata a dividermi tra casa e scuola, rassicurando la mia famiglia che sarebbe andato tutto bene. Non è stato facile sentire le persone lamentarsi del fatto che non si potesse uscire, mentre c’erano persone che lottavano per la vita e medici che piangevano ed imploravano di stare a casa, stremati da giornate intere passate in ospedale. Quando mi hanno detto che ci avevi lasciato, mi sono chiesta perché la vita fosse così ingiusta: se qualcuno non avesse avuto l’idea di ospitare i malati di Covid-19 nelle case di riposo, saresti ancora qua. Spesso mi sono chiesta: perché proprio a me? Mi sono fatta forza da sola, per me e per la mia famiglia; ho pianto tanto, ma mi sono rimboccata le maniche e ho capito che sei e sarai comunque per sempre con me, a guardarmi dall’alto e a vigilare su di noi. Ho capito che, da tutta questa situazione surreale, qualcosa di buono sarei riuscita a ricavarlo; vedere il bicchiere mezzo pieno, un po’ come ho sempre fatto. Il peggio era passato e, da quel momento, sarebbe stato tutto in salita. In un momento in cui il mondo si ferma, ci troviamo fermi anche noi a riflettere e di tempo per farlo ne abbiamo avuto molto. Sono riuscita a riflettere su ciò che solitamente do per scontato e su ciò che realmente conta nella vita. Posso dire di aver imparato, da questa situazione, che un abbraccio sincero è sempre più importante di qualsiasi altro bene materiale e che bisogna dare maggiore importanza agli affetti piuttosto che agli effetti. Ho capito di essere davvero forte come penso, ma anche che dovrei imparare a confidarmi di più con le persone. Di questo fatto ne ho parlato, prima di oggi, solo con una persona. Ho fatto un errore? Forse sì, ma ormai è passato.


Quando la vita frenetica ci impedisce di pensare, fermiamoci e prendiamo del tempo per noi stessi. Essendo stati obbligati a stare in casa, il tempo libero è stato tanto. Ora che sono uscita da questo brutto momento, il mio pensiero va a tutte quelle persone che sono state meno fortunate di me: a chi si è trovato ad affrontare questa situazione da solo, a chi è stato confinato in una stanza d’ospedale, a chi per colpa di questo virus ha perso la vita. In un mondo sempre in movimento il tempo libero ci fa paura, abbiamo e sentiamo la necessità di occupare ogni momento della giornata. Il tempo libero è essenziale per ognuno di noi, ci permette di riflettere su ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male e, perché no, cambiare situazioni che prima non avremmo mai avuto il coraggio di cambiare. Lontano da tutto e da tutti, ci rendiamo conto di chi e di cosa conta davvero, chi ti resta vicino nonostante le difficoltà, chi ti aspetta una volta finito tutto questo. Ho capito che l’essenziale è sempre stato sotto ai miei occhi, ma non l’ho mai apprezzato fino in fondo. A., 18 anni

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n gesto che mi ha sicuramente colpito e a cui ho partecipato è stato quando io e il gruppo di adolescenti di cui faccio parte in Pavoniana abbiamo donato mille euro al reparto di terapia intensiva durante la quarantena. Questi soldi sono stati raccolti da noi tramite vari autofinanziamenti, tipo aperitivi in oratorio, vendita di torte: erano destinati a un viaggio di una settimana in Spagna. Vista la situazione, non ci sembrava corretto tenerli lì per chissà quanto tempo anche perché ci sembrava più giusto dare una mano rispetto a pensare solo al nostro viaggio. Di quei 1700€ raccolti, mille ne abbiamo donati agli Spedali Civili di Brescia e gli altri settecento a un’associazione che si occupa delle famiglie in difficoltà, per chi ha perso il lavoro durante la quarantena o chi ha avuto altri tipi di problemi. Questa cosa mi ha dato molta soddisfazione personale perché mi sono sentita utile, rinunciare a fare una cosa che in realtà sarebbe stato solo per svago per aiutare gli altri ha un valore per me che non è neanche possibile spiegare a parole.

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Mariasole Marini, 20 anni

C’

è stato un momento quando ho ripreso il servizio civile con i ragazzi della Pavoniana che mi è molto piaciuto e mi ha toccato. Quando abbiamo ripreso, molti ragazzi piccoli sentivano la mancanza dei genitori e delle famiglie, anche di un contatto diverso dai soliti compagni di comunità. Anche per questo forse a ogni minimo discorso o risata scattavano abbracci, una necessità di affetto che da una parte mi rattristisce, dall’altra invece mi rende felice. Più che un gesto, questa è stata una cosa che mi ha toccato un po’. Niccolò Plebani, 23 anni

i d , a r , di cu

olidarietà... s i d , à t i m i pross


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l gesto di cura che ho avuto durante questo periodo di quarantena è stato verso la mia mamma. Mia mamma fa la chimica, lavora in un’azienda che produce detersivi e saponi per uso professionale e anche prodotti chimici per l’industria. Durante il periodo della pandemia è nata la necessità per la sua azienda di produrre anche il gel igienizzante per le mani. Nonostante la pandemia e il decreto di restare a casa, mia mamma lavorava tutti i giorni facendo anche gli straordinari perché c’era bisogno. Per me in quel periodo lei è stata una supereroina perché in quel periodo stava lavorando per aiutare gli altri. Ma proprio come ognuno di noi, una volta tornati nella propria dimora dopo aver salvato il mondo, sono esausti, e lo era anche la mia mamma. Mia mamma dopo il lavoro era sempre a pezzi perché lavorava molto e appena metteva piede a casa voleva solo sdraiarsi e riposarsi. Il mio gesto di cura è stato aiutarla nelle faccende di casa in modo che lei potesse recuperare le forze per poter entrare a salvare il mondo o il nostro paese, il giorno dopo e quello dopo ancora. Isabella Frontini, 24 anni

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i gesti di tenerezza in questo periodo ne ho visti molti, soprattutto alla Mensa Menni dove presto servizio, perché è un ambiente in cui inevitabilmente entri a contatto con certe situazioni. Però il gesto di tenerezza che mi ha colpito di più non l’ho visto alla mensa. Mi è capitato una domenica sera che stavo portando fuori il cane, qui nel mio quartiere, di passare nei parchetti dove una signora senza fissa dimora va solitamente a dormire, abbastanza anziana. Mentre ero lì con il cane è passato un ragazzo che avrà avuto poco più di vent’anni e vedendo la signora senza mascherina e senza guanti glieli ha donati. Le ha anche detto che se le fosse servito qualcosa poteva dirglielo. Mi hanno colpito molto questi gesti, non so spiegare bene perché, alla fine le ha dato solo un paio di guanti e una mascherina, però si vedeva proprio la gentilezza di questo ragazzo e il pensiero che aveva per questa donna. Giovanni Sartori, 20 anni


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irca un mese fa ero andata a fare la spesa a un supermercato vicino a casa mia e anche lì ci sono delle persone senza fissa dimora che danno una mano e in cambio chiedono delle monete. Ho incontrato questa signora davanti al supermercato che vedo quasi sempre, mi sembrava abbastanza gentile e a me servivano delle monetine per il carrello perché non ne avevo. Sono andata da lei per chiederne in prestito una, dicendole che gliel’avrei restituita all’uscita. Me l’ha data molto volentieri. Prima di entrare al supermercato mi sono fermata a parlare con lei, aveva un cagnolino e allora le ho detto che era molto carino e lei mi ha raccontato come l’ha avuto e lei si è un attimo sfogata, mi ha detto che non sa cosa fare, si trova qua, e le guardie del supermercato continuano a chiamare i carabinieri per lei, per poterla mandare via. Mi è dispiaciuto molto e le ho chiesto allora se le serviva qualcosa da mangiare. All’inizio non voleva che l’aiutassi poi mi ha detto che le serviva il formaggio grattugiato. Sono entrata per prendere il formaggio, ma mi sentivo di dover fare qualcosa di più. Le ho preso la pasta perché la mangiamo bene o male tutti, e anche il formaggio. Sono uscita fuori però lei non c’era più. Forse avevo fatto un po’ tardi nel supermercato, però non mi sembrava così tanto, e ci sono rimasta male perché ero felice di venire a darle qualcosa, magari l’avrei fatta sorridere un attimo. Ci sono rimasta un po’ male però poi mi sono detta: “Va beh, fa niente, me lo tengo in macchina”. Infatti tutt’ora ho ancora la pasta in macchina, il formaggio ovviamente me lo sono portato a casa. Praticamente è un mese che giro con la pasta in macchina e ogni volta che finisco il servizio passo sempre davanti a quel supermercato per poterla trovare, darle la pasta, entrare nel supermercato e prenderle un altro formaggio. Anche se questo gesto di cura non è andato a buon fine, io la pasta la tengo in macchina e so che prima o poi la rivedrò. Spero tanto di rivederla. Farrelle Sodji, 20 anni


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a mia quarantena è stata in vari momenti traumatica. Come molti, mi ha completamente destabilizzata. Da persona iperattiva che ero a inattiva di colpo. Ritmi totalmente sfasati, tra le mille sveglie rinviate non so quante volte e di promemoria di cui ormai non me ne facevo nulla. Ho provato mille emozioni contrastanti: dall’essere felice a sentirmi sola, dall’essere arrabbiata ad essere in ansia, dall’essere serena a ritrovarmi ad avere paura... tanta paura. Ero felice quando, grazie ai social e piattaforme digitali, riuscivo a veder sorridere anche le persone che amavo e che in quel periodo erano lontane. Mi sentivo sola per quelle volte che i social non erano abbastanza e necessitavo anche di contatti umani come gli abbracci e un po’ di coccole. Ero arrabbiata nei confronti di chi le regole non le voleva rispettare ossia coloro che dicevano “Tanto a me non accadrà”. Mi ritrovavo a essere preoccupata pensando che potesse capitare qualcosa a una persona che conoscevo. Ero spesso triste nell’ascoltare i telegiornali e vedere tante famiglie in lacrime per la perdita di qualche caro e la costante ansia e paura di dover provare lo stesso strazio. Fortunatamente c’era la mia famiglia anche se geograficamente e fisicamente divisa che mi faceva passare lunghi momenti tranquilli pieni di spensieratezza. Insieme siamo riusciti a dedicarci del prezioso tempo che nelle nostre normali e frenetiche routine (soprattutto la mia) non riuscivamo a dedicarci. Alla fin fine devo dire che i mille impegni universitari, sportivi, lavorativi e anche personali... mi hanno aiutato molto a stare lontana dai pensieri negativi che, con molto dispiacere, stavano diventando normali. Vivere in una casa grande dotata di accessi verso l’esterno come balcone e giardino mi ha aiutato a placare le voglie di stare almeno all’aperto nella tempesta invisibile del Covid-19. Ogni giorno che passava però ringraziavo Dio per la salute che avevamo io e le persone a cui volevo bene e pregavo affinché potessimo tornare al più presto a una normalità più simile possibile a quella che avevamo prima. Per tornare a riunirci tutti in un grande, caloroso, lungo abbraccio. Falilatou Gabe, 22 anni

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un nuovo giorno in casa M., ma sembra sempre uguale a quelli precedenti da quando siamo in quarantena. Spalanco le finestre, chiudo gli occhi e respiro a pieni polmoni l’aria primaverile, quest’anno diversa, più intensa. Eppure qualcosa è rimasto lo stesso. Percepisco l’odore del fieno, della campagna che circonda il mio paesello. Aria di casa, di famiglia, di sicurezze. Ricordo il mare, lucente e calmo che bagna la battigia, il vento salmastro che fa mulinare la sabbia rovente e le mille conchiglie colorate sulla riva. Quel mare che mi aspetta paziente ogni anno e che sa di tranquillità e spensieratezza. Riconosco le risate degli amici, i loro abbracci calorosi e rassicuranti, i calici che si scontrano per un brindisi e i flash dei cellulari che cristallizzano un momento per sempre. Un “ti voglio bene” sussurrato all’orecchio e uno sguardo complice. Odo la musica sparata a tutto volume dalle casse durante un concerto, mentre milioni di mani si alzano al cielo e le voci si confondono, creando una melodia. Le facce ridono, i cuori battono e i corpi ballano. Sento l’annuncio dagli altoparlanti di una stazione, che avverte l’arrivo del mio treno, in partenza verso nuove mete, nuovi paesaggi, nuove avventure. Avverto il tuo bacio che mi giunge da lontano, sempre uguale e sempre nuovo allo stesso tempo, rassicurante e carico di promesse. Di un futuro costruito insieme, di infiniti giorni da passare mano nella mano, fianco a fianco, nella gioia e nel dolore. È tutto qui, nella mia testa e nel mio cuore. Tutto quello che ho vissuto in questi anni. Ma ho ancora molto da scoprire fuori da questa finestra, non appena il virus volerà via per sempre. Lo so Mondo che là fuori mi stai aspettando. Preparati, sto arrivando! Chiara Massini, 26 anni


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inceramente non so dire il mio stato d’animo attuale, mi sento estremamente bipolare, un fascio di emozioni alternate e contraddittorie. All’inizio non riuscivo a comprendere la gravità della situazione, pensavo fosse il fato ad avercela con me, dato che è capitato proprio agli inizi di marzo. Il 6 avrei compiuto 18 anni e l’idea di non poter festeggiare il mio diciottesimo con chi e come avrei voluto era piuttosto seccante. So che può sembrare banale, durante la vita se ne fanno parecchie di feste, però comunque aspettavo quel momento da tanto, era una tappa significativa per me. Inoltre avevo iniziato da poco le lezioni di teoria per la patente, ero emozionatissima, ma pure questo stroncato. Il 9 sarei dovuta partire per l’attesissima gita in Grecia con i miei compagni di scuola per passare otto giorni di divertimento e formazione, una settimana prima han confermato che sarebbero state annullate tutte le uscite in programma. So che sicuramente di tempo ne avrò per fare viaggi di questo tipo, ma difficilmente con le persone che ho visto ogni mattina per 4 anni della mia vita, insomma ci tenevo moltissimo, spero di rimediare almeno l’anno prossimo. Col passare dei giorni, ascoltando telegiornali, leggendo notizie e articoli vari, sentendo che tantissime persone ci stavano rimettendo la vita, anche persone che conoscevo abbastanza bene, mi recava dispiacere e un po’ di ansia, iniziavo sempre più a comprendere la situazione, a sentirmi egoista e stolta per essermi preoccupata più per i miei problemi futili che per altro. Credevo fosse impossibile stare in casa per più di due settimane, anche se comunque era la decisione più responsabile da prendere. Poi in realtà già prima io non uscivo moltissimo per via dello studio, alcuni giorni della settimana mi concedevo qualche oretta nel tardo pomeriggio, mentre passare il sabato sera a divertirmi con i miei amici era d’obbligo. Invece metterlo in pratica è stato molto più semplice: ho cambiato la mia routine, ho finalmente potuto dedicare del tempo alla mia persona, alla mia famiglia, a riscoprire valori che ormai davo per scontati. Ho capito l’importanza di avere legami con altre persone, familiari, amici, professori, ma forse ciò che più mi è chiaro ora è che bisogna saper star bene anche con se stessi. Mi sono sentita per settimane lontana dalla società, nonostante con le tecnologie di oggi si possa sentire ogni giorno chiunque, non è lo stesso del vedersi e toccarsi, dietro uno schermo è tutto diverso e non sempre si ha voglia di passare le proprie giornate davanti a esso. Ho imparato a stare da sola, a organizzarmi il tempo come meglio credo, a riposarmi, a coltivare diverse passioni che prima non sapevo nemmeno di avere o per le quali non ho mai avuto tempo, a lasciar perdere i problemi di scarsa serietà della vita. È fondamentale godersi il momento con ciò che si ha, anche se spesso non ci accorgiamo di quanta fortuna possediamo, di quanta gente ci sta accanto, che basta un orario, un luogo e una persona per conoscere la felicità. Quindi lo dico sinceramente, forse una pausa del genere mi serviva, sarà da melensi, ma preferisco vedere il lato positivo. Chiara Gatti, 18 anni

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i sono progressivamente sempre più convinto del fatto che la base del “vivere bene” è quella di aiutarsi vicendevolmente, ma non per una ricompensa astratta, bensì per puro amore nei confronti del prossimo come hanno dimostrato i medici e gli infermieri in prima linea, i volontari della Croce Rossa, della Protezione Civile e tutte quelle associazioni che hanno assistito persone inferme oppure già in condizioni drastiche ancor prima dell’inizio della pandemia. Un grazie non basta e tutte queste buone azioni,che ravvivano lo spirito, mi rendono nel mio piccolo orgoglioso poiché come servizio nel mio gruppo scout decisi di servire pasti caldi ai senzatetto, aiutando in una certa misura il prossimo come in grande hanno fatto i professionisti del mestiere prima citati. A volte ci si scorda del memento mori e si sperpera tempo in cose inutili, mentre è noto che sono i piccoli, grandi gesti a rendere realmente felici. Giacomo Lamberti, 17 anni

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esperienza del coronavirus è stata molto molto toccante e ha provato tutti! Soprattutto chi è rimasto da solo o che ha avuto lutti in famiglia! Io sento di aver vissuto questa esperienza invece circondato da tanti affetti.... abito in un condominio con 15 famiglie e abbiamo un giardino comune grande... È stato bello perché ci siamo sempre ritrovati a mangiare a pranzo e cena ognuno sul suo balcone... c’era un passaggio di assaggi di torte e anche altre pietanze, è stato bello perché mantenere le distanze non ci ha tolto lo stare uniti! Confrontandoci sulle difficoltà del lavoro, perché tanta gente è rimasta a casa dal lavoro o in cassa integrazione... Chi era preoccupato per i bambini, chi per i genitori lontani... Ma queste preoccupazioni sono diventate più leggere perché ci siamo riscoperti come vicini... ci siamo aiutati... abbiamo fatto lavori nel residence nel condominio... C’è chi si è occupato di fare la spesa per quello più anziano... c’è stata collaborazione, mi è piaciuta la collaborazione e l’affetto che è tra tutti in questo momento di difficoltà! Ibrahim Tamboura, 28 anni


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ltimo Post 3 Marzo-21 Maggio, 80 giorni di reparto Covid Il 3 marzo, con una telefonata “adesso per prima” mi mandavano a casa di volata, dal mio tranquillo turno pomeridiano, per ritornare a mezzanotte e partecipare all’apertura di uno dei tanti reparti Covid che in quei giorni fiorivano come margherite. Oggi, dopo 80 giorni, con un’altra telefonata, la mia presenza non serve più, il reparto ha chiuso, ho un giorno supplementare di riposo e posso tornare “a casa”. È stata un’esperienza incredibile, secondo me impossibile da raccontare fino in fondo a chi non l’ha vissuta. Nel dramma, però, ho imparato diverse cose... mi sono ricordata l’infermiera che voglio essere, ho capito che la chiave di come voglio lavorare io è il “pensare”, l’interrogarsi e non l’eseguire. Ho imparato che le cose cambiano da un momento all’altro, che bisogna vivere il presente senza procrastinare, che in tanti arrivano alla fine con dei rimpianti che avrebbero potuto affrontare prima... Ho toccato con mano l’importanza di sentire la voce di un nipote al telefono, di ricevere una lettera dalla figlia insieme al pigiama pulito, di parlare con il compagno, anche lui ricoverato, ma in un’altro ospedale. Ho visto e sentito cose terribili, ma ho conosciuto persone speciali. Pazienti, parenti, colleghi, medici... da molti ho imparato qualcosa. Sicuramente, tutti insieme, abbiamo fatto funzionare questo reparto, nato senza sperimentazioni, regole o protocolli... ma costruito, nel tempo, da persone che ce la mettevano tutta. Adesso torno “a casa”, alla normalità. Smetto di far parte del tanto acclamato gruppo di eroi... torno a essere una semplice infermiera “pulisci-culi” come prima? No... resto la stessa di prima, del Covid e di domani... sicuramente più ricca ma sempre io. “Pulisciculi” non lo siamo mai stati, o almeno, non solo... siamo persone adattabili, professionisti capaci che hanno come obiettivo il benessere del paziente. Che sia per complicate manovre assistenziali o per semplici cure igieniche. È una bella garanzia per voi che potete contare su di noi, con o senza covid. Noi possiamo contare su di voi anche se non siamo più eroi? Alice Longhi, 27 anni

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l lungo periodo di quarantena ha imposto di rimodulare tempi, abitudini e lavoro. Anche noi ragazzi del servizio civile abbiamo dovuto ragionare su nuove modalità di prestare servizio, e abbiamo fatto nostro il motto: “Distanti, ma uniti”. È esattamente da queste esigenze che è nata l’idea di realizzare delle piccole mongolfiere colorate: per far sentire, attraverso un piccolo dono, la nostra vicinanza nelle sedi dove operavamo prima dell’emergenza. Con il passare del tempo, dopo la riapertura delle varie strutture, le mongolfiere sono diventate il simbolo della nostra ripartenza, non più solo un dono, ma una vera e propria attività da svolgere adattando modi e tempistiche differenti in base alle diverse necessità. I primi messaggi di speranza e ripresa, insieme a delle grosse mongolfiere rosse e bianche, sono arrivati proprio nella sede Caritas, dove il nostro percorso ha avuto inizio. Successivamente, altri “balloons” sono stati realizzati per le comunità minorili e la Mensa Menni. Gradualmente le mongolfiere stanno raggiungendo tutti i centri operativi, apprezzate e volute da molti responsabili di progetto, sia per i loro colori brillanti sia per il significato che le accompagna. L’ultimo passo sarà raccogliere tutto il materiale fotografico per documentare e raccontare questo nuovo modo di essere con gli altri in servizio. Nunzia Agresta, Roberta Scanzi, Marta Fiorini, Sabrina Mirdha

a r e p s e e r o l o tra lacrime e sorrisi… tra d


...e le video-clip Marta, Roberta, Nunzia, Sabrina hiips://www.youtube.com/watch?v=tyoU0zV1gVY&t=40s

Davide Maccarini, 29 anni hiips://www.youtube.com/watch?v=fxEZfmSv2sk&t=8s

39 Suor Marta Gabanetti, 27 anni hiips://www.youtube.com/watch?v=7eroqSQebhc

Giulia Milesi, 24 anni hiips://www.youtube.com/watch?v=4FpDC-B6ogE&t=29s

anza… tra smarrimenti

e scoperte…


Gruppo Cimpunda, Liceo Copernico - Brescia hiips://www.youtube.com/watch?v=EfMtLQA2YE8&t=26s

Nicola Zanardini, 24 anni hiips://www.youtube.com/watch?v=VKJKpg7yJ8I&t=4s

40 Anthony Lucky, 25 anni hiips://www.youtube.com/watch?v=GR5bhWvD8Eg&t=14s

Mc Donald’s - Brescia hiips://www.youtube.com/watch?v=Jx4wCaFiNUU&t=27s


Caritas

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85 GIORNI PER... Tutti i racconti  

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