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La dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo scoprire la gioia e la tenerezza di Dio. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. (Misericordiae Vultus)

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Le parole di Papa Francesco

15 Dall’Italia

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Memoria di Padre A. Pagani

28 Dall’India

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Volti della misericordia: Zaccheo

30 Dall’Africa

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Frugando negli archivi

34 Dal Brasile

10 Dalla connessione alla comunione

38 Nella luce del Risorto

12 400 anni di Casa Madre Padova

39 Nella pace dei giusti

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LA PAROLA DEL PAPA Incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita consacrata, 01-02-2016

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ari sorelle e fratelli, ho preparato un discorso per questa occasione sui temi della vita consacrata e sui tre pilastri; ce ne sono altri, ma tre importanti della vita consacrata. Il primo è la profezia, l’altro è la prossimità e il terzo è la speranza. Ho consegnato al Cardinale Prefetto il testo, perché leggerlo è un po’ noioso, e preferisco parlare con voi di quello che mi viene dal cuore.

avvicinarmi e capire la vita dei cristiani e dei non cristiani, le sofferenze, i problemi, le tante cose che si capiscono soltanto se un uomo e una donna consacrati diventano prossimo... Diventare consacrati non significa salire uno, due, tre scalini nella società. ... La vita consacrata mi deve portare alla vicinanza con la gente: vicinanza fisica, spirituale,... “E nella tua comunità, ci sono suore anziane?” – “Sì, sì… C’è l’infermeria, al terzo piano” – “E quante volte al giorno tu vai a trovare le tue suore anziane, che possono essere tua mamma o tua nonna?” – “Ma, sa Padre, io sono molto impegnata nel lavoro…”. Prossimità! Qual è il primo prossimo di un consacrato o di una consacrata? Il fratello o la sorella della comunità... prossimità affettuosa, buona, con amore. … Un modo di allontanarsi dai fratelli e dalle sorelle della comunità è il terrorismo delle chiacchiere... Perché chi chiacchiera è un terrorista dentro la propria comunità, perché butta come una bomba: la parola contro questo, contro quello, e poi se ne va tranquillo. Distrugge! come una bomba, e lui si allontana. … Se ti viene di dire qualcosa contro un fratello o una sorella, buttare una bomba di chiacchiera, morditi la lingua! Forte! Terrorismo nelle comunità, no! ...Le chiacchiere non servono. “Ma in capitolo?”. Lì sì! In pubblico, tutto quello che senti che devi dire; perché c’è la tentazione di non dire le cose in capitolo, e poi di fuori... E se, in questo Anno della Misericordia, ognuno di voi riuscisse a non fare mai il terrorista chiacchierone o chiacchierona, sarebbe un successo per la Chiesa, un successo di santità grande! Fatevi coraggio!

Profezia Religiosi e religiose, cioè uomini e donne consacrati al servizio del Signore che esercitano nella Chiesa questa strada di una povertà forte, di un amore casto che li porta a una paternità e a una maternità spirituale per tutta la Chiesa, un’obbedienza… la perfetta obbedienza è quella del Figlio di Dio, che si è annientato, si è fatto uomo per obbedienza, fino alla morte di Croce. Ma ci sono tra voi uomini e donne che vivono un’obbedienza forte… - non militare, no, – un’obbedienza di donazione del cuore. E questo è profezia. ... Se non vedo chiaro, parlo con il superiore, e dopo il dialogo, obbedisco. Questa è la profezia, contro il seme dell’anarchia... L’anarchia della volontà è figlia del demonio, non è figlia di Dio. Il Figlio di Dio non è stato anarchico, non ha chiamato i suoi a fare una forza di resistenza contro i suoi nemici; ...Lui ha fatto l’obbedienza del Padre. Ha chiesto soltanto: “Padre, per favore, no, questo calice no... Ma si faccia quello che Tu vuoi”. Quando voi accettate per obbedienza una cosa, che forse tante volte non piace… [fa il gesto di ingoiare] …si deve ingoiare quell’obbedienza, ma si fa. La profezia è dire alla gente che c’è una strada di felicità, di grandezza, una strada che ti riempie di gioia, che è proprio la strada di Gesù. ... È un dono, è un carisma la profezia e lo si deve chiedere allo Spirito Santo: che io sappia dire quella parola, in quel momento giusto; che io faccia quella cosa in quel momento giusto; che la mia vita, tutta, sia una profezia. ... La profezia è dire che c’è qualcosa di più vero, di più bello, di più grande, di più buono al quale tutti siamo chiamati.

Speranza A me costa tanto quando vedo il calo delle vocazioni,... a me questo fa venire una tentazione che va contro la speranza: “Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?”. Alcune congregazioni fanno l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere. ... Dobbiamo pregare di più, senza stancarci. Anna – la mamma di Samuele – pregava e chiedeva un figlio… Il cuore di quella donna diceva a Dio: “Voglio un figlio!”. Il vostro

Prossimità Uomini e donne consacrate, ma non per allontanarmi dalla gente e avere tutte le comodità, no: per 3


cuore, davanti a questo calo delle vocazioni, prega con questa intensità? “La nostra Congregazione ha bisogno di figlie”. Il Signore che è stato tanto generoso non mancherà la sua promessa. Ma dobbiamo chiederlo. Dobbiamo bussare alla porta del suo cuore. Vi ringrazio tanto per quello che fate. I consacrati, ognuno col suo carisma, le suore. Cosa sarebbe la Chiesa se non ci fossero le suore?... Nell’ultimo viaggio in Africa ho trovato una suora di 83 anni, italiana. Lei mi ha detto: “È da quando avevo - non ricordo se ha detto 23 o 26 anni -

che sono qui. Sono infermiera in un ospedale e ho scritto ai miei in Italia che non tornerò più”. Quando tu vai in un cimitero e vedi che ci sono tanti missionari religiosi morti e tante suore morte a 40 anni perché hanno preso le malattie, queste febbri di quei Paesi, hanno bruciato la vita… Tu dici: questi sono santi! Questi sono semi! Dobbiamo dire al Signore che scenda un po’ su questi cimiteri e veda cosa hanno fatto i nostri antenati e ci dia più vocazioni, perché ne abbiamo bisogno! Pregate per me. Grazie!

Papa Francesco

(Venezia 1526)

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icordare il 490° anniversario di nascita del Ven. Antonio Pagani ci porta ad approfondire un percorso di conoscenza «sapienziale» di colui che è stato lo strumento scelto da Dio per trasmettere a noi il Dono dello Spirito, il Carisma. È il DONO che dà unità e forza alla nostra vita fraterna di «sorelle» chiamate a «conformarci nell’amore al Signore crocifisso e a testimoniarlo nel dono gratuito di noi stesse», unite nella diversità, che è ricchezza per l’umanità tutta, ovunque viviamo e operiamo. Lo Spirito del Signore, infatti, non solo ha agito in lui, ma ne ha fatto un testimone per ogni luogo e tempo.

con impegno e dà prova di spirito critico e di coraggio nel confutare, ad appena 11 anni, un errore dottrinale di un suo insegnante, che negava l’umanità di Cristo, e chiede l’aiuto dei Frati Minori in Venezia. I biografi ci parlano anche del suo carattere, incline alla riflessione e alla preghiera (frequenta il vicino convento francescano di San Giobbe e ama portare l’elemosina ai poveri), ma non sottolineano in lui niente di straordinario. Il Ven. Gellio Ghellini (discepolo del Pagani) testimonia al primo processo per la beatificazione (inizi del ‘600): «Il nostro Marco, arrivato all’età di tre anni, mostrava segni di grande devozione, fuggiva la conversazione degli altri fanciulli. Andava alla chiesa spesso da solo e si perdeva, per così dire, nell’ammirare le immagini del Crocifisso, della Madonna e del fanciullo Gesù che essa aveva in braccio. Gli piaceva aiutare le persone religiose, soprattutto i frati mendicanti, che andavano a casa sua. Voleva portare il pane per elemosina quando alla sua porta lo domandavano». P. Pagani stesso, in una lettera al Padre Generale Francesco Gonzaga, scritta nel 1582 a cinquantasei anni, testimonia l’amore coraggioso alla Verità e la fedeltà all’insegnamento della Chiesa, che da sempre l’hanno animato: «Sin da fanciullo (col favore divino) odiavo ogni novità ed eresia; all’età di circa undici anni contrastai con un mio precettore matematico piemontese, che diceva: Cristo non aver avuto anima ma solo divinità al posto dell’anima. E dopo lungo contrasto, poiché lui non voleva parlare con nes-

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adre Antonio Pagani nasce a Venezia nel 1526, nel Sestiere Cannaregio, ed è battezzato nella chiesa di S. Geremia con il nome di Marco. Non conosciamo il giorno e il mese della nascita, né il nome della madre: non ci sono gli attestati di battesimo, cresima e prima comunione, perché non esistevano ancora i registri parrocchiali (esistevano solo per i patrizi; saranno richiesti per tutti da un decreto del Concilio di Trento nel 1563). Conosciamo il nome del padre, Gianfrancesco, perché è riportato nell’attestato di laurea del Pagani all’Università di Padova, il 15 gennaio 1545. Alcuni testimoni sottolineano della famiglia Pagani le sane tradizioni. Marco cresce come ogni fanciullo benestante del suo tempo ed è seguito con amore dalla mamma, rimasta presto vedova. A cinque anni impara a leggere e a scrivere. Va a scuola e in chiesa volentieri. Si applica allo studio 4


alle varie esperienze. Ne fanno fede la laurea in Diritto civile e canonico, ottenuta in 4 anni (il 15 gennaio 1545 la laurea in Diritto Canonico, il 21 dello stesso mese quella in Diritto Civile), ma anche il suo amore per la poesia. All’Università di Padova un affresco della metà del ‘900 pone il Pagani tra i santi e i beati che hanno frequentato l’Università patavina. Quando ritorna a Venezia, Marco inizia una brillante carriera di avvocato presso la Nunziatura Apostolica della città (che si trovava nel sestiere di Castello in Campo S. Francesco della Vigna). Ha davanti a sé un avvenire lusinghiero, ma non è soddisfatto. La ricerca continua di Verità caratterizza fin d’ora la sua vita e sarà una connotazione costante in tutto l’arco della sua esistenza. Custodisce, infatti, in cuore quanto ha visto a Padova: giovani religiosi e religiose, i Barnabiti e le Angeliche, che testimoniavano coraggiosamente una vita diversa e felice di donazione a Cristo e di amore nel dono di sé. Il giovane avvocato sente crescere in sé l’esigenza di lasciare il mondo e di iniziare un’esperienza, radicalmente diversa dal passato. E inizia un cammino di discernimento tramite varie mediazioni. Secondo il Soderini, uno dei più antichi biografi del Pagani, Marco era già inconsapevolmente «sotto l’influsso della grazia del Signore che lo chiamava a difendere la causa di Dio più di quella degli uomini … a trattar più le leggi divine che quelle umane» (cf. Vita del venerabile servo di Dio P. Antonio Pagani, Venezia 1713, p. 6).

sun Teologo, e gli altri scolari tacevano, io non mi tranquillizzai finché non andai dai Frati Minori in Venezia». È questa una delle poche testimonianze autobiografiche che rivelano in P. Pagani un appassionato ricercatore della Verità, che difende e insegna, con amore e rispetto della persona. «Vivere e diffondere la Verità nella Carità» (cf. Ef 4, 15), con l’amore misericordioso di Cristo crocifisso, è stato sempre il suo stile di vita e di azione apostolica. Nel 1538 Marco è avviato agli studi di “Lettere umane”: Retorica, Logica e Filosofia, secondo i programmi del tempo. Dal 1541 al 1545 è all’Università di Padova per studiare Diritto civile e canonico. È un giovane molto studioso e insieme aperto

Sr. Donatella

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ome ogni anno, la nostra presenza a S. Pancrazio, il 4 gennaio 2016, è stata numerosa. La Celebrazione eucaristica, presieduta da P. Alberto Boschetto, superiore della comunità francescana di Saccolongo, ci ha riunite in fervida preghiera anche per ottenere presto la beatificazione del nostro Fondatore. Nella casa delle suore erano esposte alla nostra venerazione alcune reliquie di P. A. Pagani: i suoi sandali, un dito e la sua sacca da viaggio.

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opo il nostro annuale incontro a San Pancrazio il 4 gennaio, ci era rimasto in cuore il desiderio di ottenere dalla provincia veneta dei Padri francescani minori “come reliquia” i sandali del Fondatore. La richiesta formulata dalla Madre generale è stata accolta; così il 16 aprile siamo ritornate lì piene di gioia e gratitudine. Nella chiesa i sandali erano preparati con decoro davanti all’altare; il devoto passaggio è avvenuto in un contesto di preghiera guidata dal Padre guardiano. Qui sotto le parole che lui ci ha rivolto. MONIZIONE INIZIALE

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na delle espressioni, con cui era denominata la prima comunità cristiana, è “uomini e donne appartenenti a questa Via”. La via indica la condotta dell’uomo, la concezione di vita e di salvezza. Gesù stesso si è definito VIA. E ha invitato i suoi discepoli a percorrere le sue orme, conformandosi al suo stile di vita. Abbiamo davanti a noi i sandali del fondatore p. Antonio Pagani. Sono un dono che la nostra Provincia veneta di S. Antonio dei Frati Minori offre volentieri nella ricorrenza dei 400 anni della presenza delle Suore Dimesse Figlie di Maria Immacolata a Padova. Sfogliando il testo dei 400 anni si nota la ricchezza di tante persone fin dalla fondazione, di tante iniziative rivolte in modo speciale all’educazione della gioventù, di tanta grazia del Signore, suscitata dallo Spirito Santo, nell’amato fondatore p. Antonio Pagani. Un dono che diventa anche un segno. Segno del cammino, segno della via da percorrere, segno di ogni vita che, consacrandosi a Cristo, secondo il proprio carisma, si pone sulle stesse orme di Gesù e che desidera ancora oggi, con la memoria grata del passato, far rivivere e fiorire il carisma per il futuro, sotto l’azione dello Spirito Santo. Un segno che invita e alimenta la promessa di seguire le orme di Cristo e annunciare il suo Vangelo, che anche oggi è fermento per la massa del mondo giovanile, che libera, risana, istruisce, rincuora e dona vita e amore. ricerca di Gesù, che aveva incontrato nella sua vita, e fatto esperienza della sua salvezza e del suo amore. Il suo cammino non si è mai fermato, perché desiderava amare sempre di più Gesù. La ricerca di luoghi sempre più solitari, il desiderio del silenzio per ascoltare la voce del Signore, l’adorazione alla s. Croce, sorgente di forza e di vittoria sul male. La devozione a Maria Immacolata, novità nella chiesa del suo tempo. Sono questi i segni di un grande desiderio di sperimentare e conformarsi alla pienezza della comunione con Dio, attraverso la conformità a Gesù, seguendo le sue orme. Scrive Papa Francesco: “La migliore motiva-

RIFLESSIONE

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opo averli scelti e istruiti, li inviò: a predicare il regno vicino, a guarire, a sana-

re, …” Mi sembra che in questa frase del Vangelo di Matteo si rispecchi un doppio movimento del cammino, svolto con ardore, con generosità, con costanza e fedeltà dal fondatore p. Pagani e che desidero sia per tutta la vostra Congregazione di incoraggiamento al cammino del vostro carisma. Movimento contemplativo P. Pagani ha camminato incessantemente alla

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nunciare il vangelo, perché credeva fermamente “ che risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per quella via che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno. Chiediamo la forza al p. Fondatore di annunciare il Vangelo a tutte le persone che incontriamo e specialmente ai ragazzi e ai giovani d’oggi, perché aldilà delle apparenze esteriori: “Per l’azione dello Spirito c’è un’attesa anche se inconscia, di conoscere la verità di Dio, sull’uomo, sulla via che porta alla liberazione dal peccato e dalla morte. L’entusiasmo nell’annunziare il Cristo deriva dalla convinzione di rispondere a tale attesa. Abbiamo a disposizione un tesoro di vita e di amore che non può ingannare, il messaggio che non può manipolare né illudere. E’ una verità che non passa di moda, perché è in grado di penetrare là dove nient’altro può arrivare. La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa. È per questo che evangelizziamo.” EV265-266 Il richiamo insistente di Papa Francesco ci doni sicurezza, serenità e anche gioia nel seminare in questo nostro tempo il Vangelo del Signore, perché anche tante vite giovanili, possano trovare la via sicura della vita e incamminarsi per la strada che il Signore rivelerà loro, anche con l’esempio e la nostra testimonianza di discepoli, che appartengono alla Via, cioè alla comunità cristiana.

zione per decidersi a comunicare il vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente recuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo destinatari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova.” EV 264 Chiediamo al p. Fondatore di camminare nella via del silenzio interiore, dell’adorazione, e dell’offerta semplice della nostra vita nel quotidiano, con umiltà e fiducia. Movimento verso gli uomini P. Pagani è stato inviato ad annunciare la verità agli uomini del suo tempo. Un tempo faticoso e incerto. Un tempo di grande fermento nella proposta della verità piena della fede cattolica e nel desiderio di accogliere il rinnovamento ecclesiale proposto dal Concilio di Trento. Ha camminato allora verso la città degli uomini con l’entusiasmo di an-

Fra Livio Folcato ofm guardiano

da una riflessione di don Mario Guariento l nostro Fondatore, P. AnI tonio Pagani, ci esor ta alla vigilanza, per saper cogliere il

«momento di Dio». Scr ive: «V i esorto tutti a perseverare e ad andare avanti nel cammino di virtù, mostratovi dal Signore in tanti modi con dono speciale. Vi esorto a essere riconoscenti per le grazie ricevute e a svegliarvi spesso dal sonno della tiepidezza. Allontanatevi sempre più dall’amore di voi stessi, il quale è un’occulta e tacita tarma, che cerca sempre di rodere e indebolire ogni atto di virtù e di perfezione. Perciò state svegli e attenti. Spogliatevi spesso di voi stessi e fate di voi un gradito e libero sacrificio al Signore vostro Crocifisso». (alla Compa-

gnia di S. Girolamo) La prontezza di risposta di Zaccheo (Lc 19,1-10) ci è di esempio. La storia di Zaccheo ha come sfondo la cittadina di Gerico, una ridente oasi adagiata nella piana del Giordano, tra il deserto di Giuda e il Mar Morto. Zaccheo vive e commercia, stretto dalla morte. Al tempo di Gesù, Gerico era un importante centro di commercio, obbligata stazione di transito per i mercanti dei paesi sudorientali e “piccolo paradiso” per i locali agenti del fisco, tra i quali spiccava un certo Zaccheo, il cui nome, per ironia della sorte in ebraico vuol dire «il puro, il giusto, l’innocente». 7

Zaccheo era «capo dei pubblicani e ricco». Ciò vuol dire che aveva la responsabilità di controllare l’esercizio esattoriale dell’intera regione. La sua situazione etica, come del resto quella dei suoi colleghi, era irrimediabilmente compromessa: erano accumunati agli adulteri e alle prostitute. Il profeta di Nazareth era molto conosciuto in città, perché già altre volte aveva fatto tappa là, diretto a Gerusalemme. Anzi, il recente prodigio della guarigione del cieco nato (Lc 18,35-43) aveva acceso così tanto l’entusiasmo della folla da suscitare interesse anche in Zaccheo. Desiderava tanto vedere questo profeta. Il suo desiderio è vivo, for-


se bruciante. Perché? Il testo tace sulla motivazione e, di conseguenza, si può solo supporre. Del resto avviene spesso così e l’incontro con Gesù nasce da un desiderio difficilmente identificabile nella sua radice ultima. Zaccheo «cercava di vedere Gesù». Attende con il cor aggio di trovare ciò che il suo inquieto spirito cerca. Non gli importa nulla di ciò che pensano gli altri; non vuole più mentire alla verità di se stesso. Sente che non può più contare sul potere e sulle ricchezze: queste riempiono le tasche e lasciano facilmente il cuore vuoto. È convinto che Gesù sia la persona giusta per le giuste risposte. Zaccheo corre avanti là dove ancora la gente non si è assiepata e si arrampica in fretta su un sicomoro. Zaccheo è un piccolo grande uomo che conosce i propri limiti, li accetta, non si compiange, non si fa complessi; cerca invece una soluzione: l’albero. Dal folto del fogliame, Zaccheo può controllare tutta la situazione, come quando era al banco delle imposte; può vedere senza essere visto. Zaccheo cerca di vedere Gesù, ma è visto da Lui. «Gesù alzò lo sguardo». Gesù alza verso di lui lo sguardo e lancia un messaggio di amore e di salvezza; il suo è uno sguardo che sceglie, predilige e rinnova. E con lo sguardo, l’invito:

“Zaccheo!”. Chiamare per nome una persona vuol dire polarizzare l’attenzione verso un “tu” preciso e unico, mettere a disposizione tempo, cuore e ascolto, per dar posto al dialogo di conoscenza, di amicizia e di comunione. «Scendi subito!» è un chiar o segnale per un incontro sereno e amichevole. Gesù si lascia guidare unicamente dalla logica dell’Amore, che si apre verso tutti. Egli prende l’iniziativa di fare il primo passo concreto e accompagna l’invito con la sfumatura della “fretta”, quasi per aiutare Zaccheo a rompere ogni indugio. «Oggi devo fermarmi a casa tua». Gesù fissa l’incontr o con urgenza: oggi. Gesù intende rimanere a lungo con Zaccheo, per entrare in un profondo rapporto di amicizia con lui e aiutarlo a divenire ciò che vuol diventare. Zaccheo «in fretta scese e lo accolse pieno di gioia». È la fretta gioiosa di chi ha il presentimento che la sua vita sta per uscire dalla squallida prigione della frode, per imboccare una strada nuova. Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e restituisco quattro volte tanto». Mentr e pr ima er ano state le ricchezze a regolare il tempo e le scelte di Zaccheo e a tenere il primo posto nel suo cuore, ora son ben altre realtà: Dio e i poveri.

Zaccheo “alzatosi” è come risuscitato, è rimesso in piedi dall’incontro con Gesù, ha recuperato la propria dignità, la propria libertà interiore, il distacco necessario dalle ricchezze e si è spogliato di tutto il peso che aveva addosso: ora è in piedi, interiormente libero, di fronte a Dio e di fronte all’uomo. «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» Che cos’è la salvezza? Proprio questo: Dio viene; Dio dimora in me, come Gesù in casa di Zaccheo. Dio, innanzitutto, è «Amante della vita», colui che desider a e cerca sempre una vita più degna e felice per ogni essere umano e per tutta la creazione. Dio è la fonte e lo stimolo di una vita più coerente e sana, più gratificante e unificante. Il Vangelo è “una forza per vivere”, e sarà ascoltato solo da persone che sono in cerca di ragioni per vivere, per amare la vita e per goderla in modo sensato e responsabile. Nel racconto evangelico, in casa di Zaccheo, Gesù si definisce Qualcuno «che è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Non dobbiamo dimenticarlo: il Dio di Gesù Cristo è un Dio che vuole ravvivare e ricostruire ciò che noi possiamo rovinare. Dio è vigore e stimolo per vivere in modo riuscito!

Memorie delle prime Fondatrici delle Dimesse Raccolta di alcune notizie più significative che si è potuto sapere riguardo alla vita di M. Deianira Valmarana: nascita, educazione e principi di vita spirituale. Manoscritto di Terenzia Ghellini Vicenza, 4 settembre 1789 (Trascrizione a cura di sr. Rosalia Miazzo e sr. Sara Gori) Capitolo 11° LA SUA MORTE enne il tempo nel quale volle Nostro Signore, come buon Padre di famiglia, premiare la diletta sua serva delle fatiche e sudori sostenuti per tutta la sua vita. Il 20 gennaio dell’anno 1603 s’infermò gravemente e, perché nell’estinguersi la lucerna sempre fa maggior luce, così M. Deianira, vera lucerna posta sopra il candeliere, diede assai

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maggiore lume e ci lasciò più che mai vivi esempi di rassegnazione nel divin beneplacito esternamente riguardo al suo vivere e morire, e nei patimenti interni in questo più che in alcun altro tempo sperimentati. Era suo desiderio di presto morire e andare a godere Dio. Tutta la sua vita fu pazienza e la morte un continuo desiderio perché le sue aspirazioni erano in Dio, non voleva niente altro che il suo compiacimento. Lei era rassegnata e lieta sia nel vivere che nel morire. 8

Alla notizia della sua malattia si trasferirono qui le Maggiori che erano a Verona e a Murano, alle quali ella desiderava parlare. Sentendosi poi alquanto sollevata, pensando che Nostro Signore volesse ancora tenerla in questa valle di miserie, chiamò a sé la sua carissima figlia Doralice che amava con singolare affetto ed era da lei teneramente amata; le disse che si sentiva alquanto meglio e che forse il Signore esigeva qualche rinnovamento dello spirito nella Compagnia e, con la venuta del-


le Maggiori, si potesse trattare insieme per il bene spirituale e materiale della medesima Compagnia. Le sembrava di guarire, ma si abbandonava totalmente nelle mani di Dio contenta di rimanere ancora in vita per quanto piacesse a Dio e di patire se ciò era in suo onore. Stimava di essere un’umile figlia, come il glorioso san Martino, che volentieri abbracciava, per il bene spirituale del suo gregge, il dimorare a lungo in questa valle di lacrime, lontano dalla Celeste Patria. Ma d’improvviso si aggravò il male talmente che le sue figlie si accorsero con amarissimo dolore che non c’era più speranza di vita. Benché sino a quell’ora avessero innalzate molte preghiere alla Divina Maestà per la sua guarigione, rinforzarono tuttavia le suppliche e tennero esposto il SS. Sacramento (nell’oratorio dell’infermeria) due giorni e notti intere facendo di continuo orazione per tale scopo. Ma il Signore Iddio non volle prolungare più l’esilio dell’amata sua sposa, e perciò non esaudì le preghiere di tutte quelle sconsolate sorelle. La nostra dilettissima Madre esultava nel vedersi vicina al termine, dicendo: “Sarà pur giunta l’ora che questo straccione (così soleva chiamare il suo corpo) che par voglia togliere la gloria a Dio, sarà rotto e andrà sotto terra, affinché ciascuno dia gloria al Signore e veda che l’opera disegnata dall’Eterna Sapienza, non è fondata sopra una vile e instabile creatura, ma sopra la ferma pietra: Gesù Cristo”. Ciò diceva perché sapeva quale stima avevano di lei i cittadini. Così si vide anche l’effetto delle sue preghiere in cielo, perché dopo la sua morte la Compagnia è diventata numerosa e si è allargata in altre città: Padova e Bergamo. Benché avesse M. Deianira un grande spirito di orazione, e Nostro Signore talvolta le comunicasse largamente la sua grazia, parve tuttavia che in questo tempo volesse esaudire i suoi ardenti desideri di conformità a Gesù crocifisso; perciò lei si ritrovò nell’aridità interiore, che abbracciò con allegrezza e giubilo di spirito; con ferventissime parole

di vivo affetto ne rendeva grazie al Signore. Diceva ad alcune sue figlie che era lieta di trovarsi così abbandonata d’ogni consolazione: esternamente perché era aggravata dal male, al quale non si poteva porgere refrigerio alcuno come anche nell’interno non sentendo alcuna dolcezza o gusto spirituale; Il suo contento era che Nostro Signore le desse a gustare parte del molto che Egli patì nell’acerbissima sua passione in croce, mentre diceva al Padre: “Deus meus, Deus meus, ut quid derelinquisti me?”; in tal modo conosceva che Dio la trattava da vera figlia, dandole a gustare quello, che diede al figlio suo. Avvicinandosi dunque l’ultima sua ora si fece portare il libro degli Ordini e, con grande affetto, baciandoli e stringendoli al petto, si accusò con particolarissimo sentimento delle imperfezioni commesse e si doleva delle inosservanze, umiliandosi grandemente e condannando se stessa. Così con molta contrizione ne chiedeva perdono a Dio e al Pagani. Chiamò a sé tutte le dilette sue figlie e sorelle raccomandando loro l’osservanza perfetta degli Ordini. Diede in loro presenza quelli che aveva nelle mani a M. Caterina Fiorini, la istituì capo, pregando tutte con affetto, che la obbedissero e osservassero i suoi consigli. Di quanto cordoglio fosse a ciascuna in particolare e a tutte in generale un tal cambio, non ci sono parole per esprimerlo... Sebbene M. Caterina fosse persona di grande spirito, soggetto molto qualificato, ma non era madre, come la dilettissima nostra M. Deianira. Nonostante ciò fu accettata come caro dono lasciato da lei… Poi M. Caterina diede l’aspersorio a M. Deianira e da lei ricevette l’ultima benedizione. Era domenica, festa della purificazione della B. Vergine, dopo la Messa, e stette ancora con noi tutto il giorno e la notte fino alle ore 16.00 del giorno seguente, intenta a prepararsi per l’ultimo viaggio. Ricevuti i SS. Sacramenti, stando in questo stato giunse la tanto da lei bramata e da noi lacrimata ora del suo felice tramonto. Nello spirare dell’anima si rasserenò tutta nel volto e gli occhi, che prima erano moribondi si 9

fecero vivi e risplendenti come stelle; con insolita serenità li volse per tutta la stanza, così dette segno di iniziare a godere l’eterna beatitudine. Fece in Dio l’ultimo sospiro lunedì 3 febbraio alle ore 16.00. Le addolorate figlie levarono il freno al pianto, scoppiando a ciascuna il cuore di dolore per la perdita della cara Madre, che sempre era andata avanti con vivi esempi di virtù in vita e in morte. M. Deianira aveva 53 anni: 24 dei quali vissuti nella Compagnia. Uscita quell’anima benedetta dal terreno carcere, subito fu portato il corpo nell’Oratorio di san Rocco, dove si ascoltava la Messa. Lì fu recitato da tutte le sorelle l’ufficio dei defunti e fu fatta l’impronta per il ritratto. Molte persone la vennero a vedere, stimando che l’anima gloriosa godesse in cielo l’eterna beatitudine; tra i quali il sig. Conte Antonio Porto… Venne a visitarla il signor Giovanni Valmarana suo cognato, e con gran sentimento narrò tutto il corso della sua vita, lodandola davanti alle sorelle, particolarmente M. Caterina Fiorini che piangeva dirottamente (perché era stata compagna sin dal principio quando si fecero Terziarie di san Francesco e perché conosceva le sue virtù). La mattina seguente M. Deianira fu sepolta nella comune tomba delle Dimesse a Santa Maria Nuova. Non solo mentre visse le sue figlie provarono l’amor materno che M. Deianira portava loro, ma anche dopo la morte sperimentarono la forza dell’orazione. Tra queste c’era una sorella molto pusillanime, che pur essendo di buona capacità, si rendeva l’esercizio della capitolazione tanto difficile e molto sgradevole, che non osava provare, nonostante fosse più volte incoraggiata da M. Deianira. Subito dopo la morte di M. Deianira in questa, come in altre sorelle, si accese il desiderio di Capitolarsi, domandava con insistenza tale grazia e quando le fu concessa attribuì tale dono alle preghiere di M. Deianira, ed altre ancora raccomandate alla di lei intercessione hanno ricevute molte grazie da Nostro Signore, al quale sia onore e gloria nei secoli dei secoli.


Appunti da un incontro tenuto da sr. Cristiane Ribeiro sjbp a “Casa Marina” il 16 gennaio 2016 a comunicazione digitale L fa parte della nostra vita odierna: ha accorciato le distan-

ze e cambiato i rapporti. Il Magistero della Chiesa si è dimostrato molto sensibile allo sviluppo tecnologico, non solo dando il suo parere valutativo, ma dimostrando che la tecnologia è un dono e deve essere adoperata con discernimento.

Ambiente digitale: spazio... non mezzo!

«Il primo areopago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, che sta unificando l’umanità, rendendola - come si suol dire - un villaggio globale» (Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, 37, 1990). L’internet è un ambiente dove si interagisce: si creano rapporti di amicizia, si emettono opinioni, si impara e si insegna, si compra e si vende, si fa ricerca, si condividono valori, fede... ossia, si vive! La Chiesa e in modo particolare la Vita Consacrata sono chiamate a vivere nel mondo in modo diverso, così diverso da rendere visibile l’amore di Dio nella sequela di Cristo. Dunque, è in questo mondo presente concretamente anche nell’ambiente digitale che noi, consacrate, siamo chiamate a vivere la nostra missione! Sicuramente richiama quanto ha detto Gesù nella celebre preghiera sacerdotale: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo» (Gv 17,1618). Il concetto proprio di consacrazione comporta questa separazione, nel senso che è una «presa di possesso da parte di Dio per il suo esclusivo servizio». È una

separazione non nel senso fisico, ma di appartenenza; del non agire secondo la logica del mondo, ma secondo la logica di Dio stesso, perché si è stati separati per il suo servizio. «La professione dei consigli evangelici ha un’efficacia consacratoria, in quanto esprime il dono della propria vita a Dio», ossia, una dimensione assolutamente personale di risposta alla chiamata del Signore, che comporta la libertà in questa donazione incondizionata di se stessi: affetti, cose, la propria libertà. Soltanto la persona libera può donare persino la propria libertà! Gesù con la sua incarnazione ha assunto l’umanità fino in fondo, con tutte le sue sciagure, meno il peccato. Egli è stato nel mondo fisicamente, ha vissuto con i suoi e ha manifestato grande conoscenza della sua realtà, dunque non è stato separato fisicamente dal mondo. Ma Lui stesso ha dichiarato: «Io non sono del mondo», nonostante fosse «nel mondo». Era consacrato nella Verità per testimoniare la Verità. È proprio in questa testimonianza che consiste la profezia della vita consacrata, ieri, oggi e sempre. Così si diventa segno evangelico di contraddizione ed espressione viva di un modo diverso di stare «nel» mondo basato sull’amore che viene da Dio. Ecco la vera profezia che la vita religiosa è chiamata a dare, in modo molto particolare nell’oggi della nostra storia, e perciò anche nell’ambiente digitale.

I consacrati in rete: una chiamata alla testimonianza fedele

La vita del religioso deve configurarsi sempre più alla vita del suo Signore. È proprio in questo 10

principio, di una spiritualità solida, alimentata dalla Parola di Dio, dalla preghiera e dai sacramenti, che troviamo gli strumenti efficaci per vivere una spiritualità feconda, che non ha bisogno di essere predicata, piuttosto si fa sentire negli atteggiamenti quotidiani di ogni religioso nella sua missione. Anche nell’ambiente digitale non possiamo dimenticare le nostre fragilità umane. La consapevolezza della propria debolezza umana diventa forza nella misura in cui c’è una vera apertura alla Grazia, cercando i mezzi che possono favorire il cammino di fedeltà. I religiosi sono presenti in Rete, non possiamo negarlo. Infatti, è buono che ci siano, perché, in virtù della loro consacrazione hanno un ruolo ecclesiale molto determinato, in cui la loro presenza diventa proprio un compito apostolico, quindi con una responsabilità raddoppiata. Sicuramente il ‘grande’ non è esserci, ma ‘come’ si è presenti. Infatti, l’internet è un luogo di missione in cui servono missionari subito. Perciò è giusto che ci si aspetti dai religiosi una testimonianza eloquente e fedele in un ambiente così ampio, frammentato e povero di punti di riferimento. La solidità della Chiesa e della vita consacrata, fondata nella lunga tradizione dei valori cristiani, potrebbe diventare un riferimento, se i religiosi con la loro testimonianza riuscissero a comunicare questi valori nel linguaggio digitale. Occorre mettersi in gioco con la testimonianza concreta ed efficace che si fa annuncio della Buona Novella. È un modo privilegiato di esprimere il proprio servizio alla Chiesa, custodendo il messaggio evangelico. Se la vita religiosa è autentica traspare anche attraverso il Web.


maturare il Web da luogo di connessione a luogo di comunione. Perciò diventa illuminante la domanda che troviamo nel messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Comunicazione 2014: "Come possiamo fare della rete uno spazio di incontro vero, di comunione?". Prosegue il Papa: “Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo? La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”. Diventa anche un compito specifico dei religiosi fare della Rete un luogo di comunione. E questo soltanto potrà avvenire nella misura in cui si vive profondamente la spiritualità cristiana, con le specificità concepite da ogni fondatore, come unione totale alla Santissima Trinità. Questi frutti di comunione hanno due dimensioni: all’interno dell’istituto, tra i membri della fraternità, e al di fuori, nel rapporto apostolico con la gente. Nessuno può essere promotore di comunione al di fuori se non l’ha esperimentata personalmente nel rapporto con il Signore e non la vive all’interno della comunità. Quando parliamo dell’interno, pensiamo a quei rapporti interpersonali nelle comunità, che non possono essere trascurati a causa dell’essere in Rete. L’affarismo dei religiosi, tante volte mascherato come apostolato, spinge a una mancata vita fraterna, non di rado ridotta a pochi e frettolosi momenti comuni per la preghiera e le refezioni. Non si condivide la vita, le esperienze di fede, la gioia dell’apostolato, perché in nome della fretta si lascia andare la qualità dei rapporti. Allora manca anche la comunione che dovrebbe permeare tutta la vita fraterna religiosa. Ogni forma di apostolato di un religioso in Rete è gradita e benvenuta, nella misura in cui si basa sull’esperienza personale di comunione con la Trinità, vissuta secondo il proprio carisma e a servizio della Chiesa. Nessun religioso dovrebbe abitare la Rete in nome proprio, ma consapevole che, anche se lo fa personalmente, porta con sé il suo Istituto e conseguentemente la Chiesa, sacramento di comunione. Soltanto così sarà in grado di far maturare la Rete da luogo di connessione a luogo di comunione.

Quando un religioso si inserisce in una rete sociale lo fa personalmente o come congregazione? In caso di mancata testimonianza, quale immagine viene veicolata? Soltanto la sua personale oppure quella di tutta la Congregazione e conseguentemente della Chiesa? Il vero guaio non è soltanto l’inquinamento morale che sicuramente si trova nella Rete, ma il come lo affrontiamo. Se lo facciamo da ver i r eligiosi, fedeli allo stato di vita che abbiamo assunto liberamente con la professione pubblica dei consigli evangelici, allora abbiamo qualcosa di molto solido e fecondo da dire e possiamo diventare veri missionari in questo mondo, che sicuramente ha sete di Dio. Occorre più che mai una formazione appropriata a tutti i livelli, che ci porti anzitutto sulla strada di un costante discernimento spirituale. Bisogna abitare l’ambiente digitale con lo sguardo della fede, con la consapevolezza della missione e il desiderio di testimoniare la propria consacrazione, senza paura ma con la prudenza propria del vero discernimento spirituale.

Dalla connessione alla comunione

Il mondo, con la facilità della comunicazione digitale, è diventato un grande villaggio globale e le reti sociali permettono di stabilire un’infinità di rapporti, non soltanto tra due amici, ma tra gli amici degli amici. La possibilità di comunicare sempre di più, però, non è diventata sinonimo di rapporti più qualificati. Infatti, Benedetto XVI, nell’omelia per la solennità di Pentecoste 2012, saggiamente disse: «È vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno?». Dio è la fonte della comunione, la Chiesa ne è lo strumento, in quanto lo Spirito che attualmente opera nella e per la Chiesa, realizza la comunione degli uomini con Dio e tra di loro. Allora occorre quell’intima unione con Dio dalla quale scaturisce la comunione tra gli uomini. Possiamo dire che il compito specifico di un cattolico in Rete sia far 11


ITALIA

emozione, da ex allieva, poter rivedere “C heluoghi tanto cari al mio cuore e scoprirne di

do delle esperienze vissute. Il 13 febbraio scorso abbiamo aperto la mostra con il desiderio di poter condividere con tutti coloro che ne avessero avuto piacere un tratto della storia passata ma anche dell’attuale quotidianità; il titolo “Accoglienza e formazione” ci è sembr ato il più significativo per esprimere gli aspetti essenziali del nostro servizio. Fin dagli inizi, Maria Alberghetti ha portato con sé un’educanda, e proprio l’impegno educativo è stato quello che ci ha ottenuto la possibilità di sopravvivere alla soppressione napoleonica. I nostri 508 alunni sono oggi l’appello più normale a fare della nostra vita un dono, nell’impegno di aiutare le giovani generazioni a crescere, proprio crescendo con loro. A due mesi dalla sua apertura, sono più di 600 i visitatori che sono entrati nella nostra casa e ci hanno trasmesso la gioia di aver ricevuto un dono nella possibilità di vedere ambienti e di conoscere alcune figure della nostra storia: da padre Antonio Pagani a madre Maria Alberghetti, da Lucrezia Grimani a madre Raffaella Viero, le costanti sono un attento ascolto del Signore, che ci raggiunge attraverso le mediazioni, e un’apertura al nuovo fidandosi del Dio che provvede. Il quadro del “Sacrificio di Isacco” che viene mostrato nel “Salottino rosa” ci trasmette proprio questo messaggio: “Sul monte, Dio provvede”(Gn 22,14); Dio provvede a restituire al padre suo figlio, a benedire Abramo e la sua discendenza, ad anticipare, come segno, il sacrificio di Cristo, cioè il dono totale di Sé, al quale anche le Dimesse sono chiamate a conformarsi. Ci sono due opere della stessa pittrice che aprono e chiudono la mostra: Rina Maluta ci ha lasciato una “Bambina con

nuovi mai esplorati”: così comincia un pensiero scritto sul libro dei ricordi, al termine di una visita guidata; ma la parola “emozione” è la più frequente nei numerosi messaggi che i nostri ospiti ci hanno lasciato. È vero: non si muovono solo le gambe mentre si compie il tragitto ideato come itinerario da percorrere con i visitatori tra gli ambienti del nostro Collegio; si muovono gli occhi che osservano affreschi, oggetti, immagini, ma si muove anche il cuore che associa alla vista stati d’animo vecchi e nuovi. Anche chi accompagna le persone nell’itinerario vive questa esperienza di profonda emozione, perché non si può sfogliare un album con le foto di famiglia senza lasciarci prendere dal ricor-

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colomba”, posizionata proprio all’ingresso, vicino al titolo. È lì a confermare l’attenzione che il nostro cuore desidera offrire ai bambini e ragazzi che frequentano la nostra Scuola. Alla fine della mostra, si può osservare il “Quo vadis?”, sempre della stessa autrice: “Dove vai, Signore? Dove vai con noi Suore Dimesse? Dove vai con il mondo intero?”. Sono interrogativi lasciati al cuore di ognuno, ma già l’esperienza di essere stati insieme per più di un’ora e di aver condiviso un’esperienza di scambio reciproco ci dice la direzione: siamo andati ascolto dopo ascolto, ci siamo accesi provando emozioni, nella condivisione e nel servizio perché ogni scambio fa crescere nella ricchezza interiore. Abbiamo ricevuto doni importanti da varie persone che ci hanno conosciute: da Morosina Bollani a Rina Maluta, dalla famiglia Grimani a quelle di tanti nostri alunni che sostengono vari progetti a favore delle nostre Delegazioni; e questo perché gli spazi si allarghino sempre più: gli spazi dei nostri ambienti, ma soprattutto gli spazi del cuore. E le porte continuino a essere aperte perché tante persone possano sperimentare la gioia di tornare in un luogo che hanno amato, perché in esso sono cresciute, e che custodiscono nella memoria, perché in esso fatiche e gioie si sono avvicendate e hanno permesso di individuare la direzione della vita. Un grazie intenso ad Andrea Nante, direttore del Museo Diocesano di Padova, perché, pensando alla mostra, ci ha proposto questa modalità di esposizione; a Marco Ghedin, il nostro Dirigente scolastico, perché, collaborando attivamente a tutti gli eventi organizzati in occasione dei 400 anni, ha voluto accogliere quanto di più prezioso c’è nella nostra tradizione educativa per diventarne, con noi, custode e testimone; e un grazie anche a tutte noi suore, che portiamo nel cuore il desiderio che accoglienza e formazione continuino a essere i nostri tratti distintivi per tutti gli anniversari che il Signore ci concederà ancora di festeggiare. Sr. Lorella

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enerdì, 18 marzo, nel contesto delle celebrazioni dei 400 anni dalla fondazione della Comunità delle Dimesse a Padova, al Museo Diocesano è stato offerto alla riflessione della comunità Patavina un nuovo evento. Su progetto del Poligrafo e con la collaborazione della Comunità delle suore Dimesse, è stato presentato il volume “VITA DELLA VENERABILE MARIA ALBERGHETTI, FONDATRICE DELLE DIMESSE DI PADOVA”, edizione cr itica e commentata a cura di Andrea Maurutto. Il volume manoscritto, opera inedita di Paolo Botti, è stato trovato dal ricercatore Maurutto nella Biblioteca Statale di Cremona e da lui trascritto in occasione della sua tesi di laurea su Madre Maria Alberghetti, a completamento delle sue ricerche nell’archivio Dimesse a Padova e successivamente stampato. Alla presentazione nella Sala Barbarigo del Museo, dopo il saluto del direttore del Museo Dott. Andrea Nante, sono intervenuti i prof. universitari di Udine, Renzo Rabboni e Flavio Rurale e, naturalmente il curatore della pubblicazione Andrea Maurutto. Eravamo presenti un gruppo di suore e laici, tra cui membri della Fraternità laicale P. Antonio Pagani, insegnanti e genitori, e si è trattato di un bel momento, per conoscere Madre Maria Alberghetti, la nostra Fondatrice di Padova. Soprattutto con l’intervento dei due professori di Udine abbiamo approfondito il contesto storico e ambientale del ‘500 e ‘600, in cui si è sviluppato il nostro Istituto ed è vissuta questa grande donna che, oltre a essere Fondatrice, lasciò molte opere spirituali scritte, in prosa e in poesia (46 libri!), molte ancora inedite e manoscritte, alcune pubblicate subito dopo la sua morte. Sr. Donata Corrà

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Passo a passo, poco a poco il cammino si fa di sr. Luciana Barbiero rientrata dal Brasile nel 2015 per motivi di salute; ora presta il suo servizio a “Casa Marina” – Cavallino. di spiccare il volo per il Brasile. Con un po’ di timore, ma, spinta dall’entusiasmo di dare un contributo alla Missione, sono partita lasciandomi tutto alle spalle. Volevo essere continuazione del grande progetto di Dio, nel quale si inserisce la storia della nostra Famiglia di Suore Dimesse. Per dar frutto, il chicco di grano deve morire, confidando nella primavera di vita nuova. Mi risuona ancora nel cuore un canto brasiliano: “La mia vita è per Te, Signore! Perché Tu mi hai dato vita, perché Tu mi hai dato tenerezza, mi hai dato amore”. Questo mio donarmi è stato sorretto dall’esempio e dall’offerta delle Sorelle: “La comunione sostiene la missione”. Insieme formiamo il mosaico di quel “pellicano” che è segno di una vita donata a favore dei più piccoli e realizza una storia che ha il sapore dell’eterno... La mia storia, ora, è come il volo di una rondine che a primavera ritorna al suo vecchio nido, affrontando anche venti contrari. Una volta approdata, non si rende conto che la bufera è passata; è un po’ disorientata per il lungo tempo vissuto lontano... ma è di nuovo nella sua terra, nella sua casa... Dopo 23 anni, sono di nuovo in Italia a incontrare volti diversi, intrecciare altre relazioni... “Passo a passo, poco a poco” con le mie consorelle, che hanno un cuore grande, capace di comprensione, il mio animo trova la pace e guarda l’orizzonte... Riconosco che tutto fa parte del progetto di Dio: lo accolgo, ci credo, lo vivo e ne scopro la bellezza. Comprendo che il passato mi aiuta a vivere l’oggi e ringrazio delle varie opportunità. Il futuro a cui sono protesa è nel cuore di Dio. Così sto nel quotidiano con amore, apertura, disponibilità. Colgo l’occasione di fare del bene, di essere segno di speranza e di misericordia in questo mondo amato e benedetto dal Signore.

un poco, salendo la montagna, ragF ermarsi giungere il picco… col fiato corto, imprime-

re nella mente e nel cuore lo stupore, l’incanto del panorama, il sole, che lascia le sue luci e le sue ombre: una visione che riempie l’animo di gratitudine verso Colui che fa nuove tutte le cose. Ecco il “fare memoria” dei 400 anni di vita della Casa Madre di Padova! Quante giornate, ore, minuti passati e quanti volti di persone, di sorelle care che hanno percorso questo lungo cammino! Celebrare questa data è una benedizione. Mi piace pensare alla figura del nostro Padre A. Pagani che scendeva “la montagna” e rimaneva un poco a valle, dando coraggio e suggerimenti alle sue figlie! Ricordo le Sorelle che ci hanno preceduto, trasmettendoci un tesoro prezioso da vivere; noi ne scopriamo il valore. Alcune perle pregiate sono la preghiera, l’umiltà, la fraternità: vir tù che devono manifestare ancora oggi il nostro essere Suore Dimesse. È una storia passata che vive un presente proteso al futuro, come dice Padre Pagani: “Dobbiamo ringraziare continuamente il Signore nostro Gesù Cristo per i benefici che ci dona ogni momento, soprattutto lo dobbiamo ringraziare della luce di verità che ci rende capaci di vedere quello che Egli ci domanda ogni giorno”. (Il tesoro pag. 48) Se io sono quella che sono ora, lo devo, oltre alla mia famiglia naturale che mi ha trasmesso i valori cristiani, a ciascuna Sorella di questa Famiglia religiosa per l’esempio di vita lasciatomi. Sul mio cammino sono state come angeli che il Signore mi ha messo accanto e che hanno fatto sgorgare in me, con l’esempio di vita semplice, di orazione e di servizio, un desiderio vivo di consacrarmi totalmente al Signore. Con la forza dello Spirito e l’impegno di tutte, oggi siamo presenti in quattro continenti, con differenti culture, a vivere ogni giorno l’eredità del nostro Carisma, tesoro di grazia offerto al mondo. Sin dall’inizio della mia formazione sono vissuta in Casa Madre, per quasi vent’anni, tra varie esperienze. Nella scuola materna, attraverso la presenza di sr. Angelica, sr. Damiana, sr. Giannarosa, sr. Fabiola ho imparato il servizio ai piccoli, la dedizione e l’amore gratuito nel campo educativo. In questo ambiente è nato in me il desiderio

Carissima suor Donatella, La ringrazio infinitamente per la speciale accoglienza riservata a me e ai miei parenti venerdì scorso e la prego di rinnovare i miei ringraziamenti alle sue Consorelle e soprattutto a suor Marilena che con tanta saggezza e maestria ci ha accompagnato nel meraviglioso percorso espositivo del vostro antico Collegio. È stata davvero un’esperienza molto importante che ha lasciato un profondo e indelebile ricordo nella mente e nel cuore di ciascuno di noi. Un abbraccio affettuoso a lei, a tutte le sue Consorelle e a tutte voi assicuro le mie ferventi preghiere perché il Signore vi accompagni e vi sostenga nel vostro nobilissimo e mirabile percorso di fede e di apostolato.

Miriam Rizzi Milan

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PELLEGRINAGGIO A ROMA: 1-2-3 aprile 2016 Suore Dimesse e Fraternità Laicale

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elebrare a Roma, con Papa Francesco, il Giubileo della Misericordia, nella domenica della Misericordia, ci ha davvero rinsaldati nella fede, rafforzati nella speranza e aperti alla carità che profuma di misericordia. L’esperienza del Giubileo vissuta insieme, religiose e laici, ci ha toccato nel cuore. Non possiamo dimenticare il cammino orante verso la Basilica di S. Pietro, il passaggio della Porta Santa, l’entrata nella grande Basilica, la conferma della nostra fede con la preghiera del Credo davanti all’altare di Pietro. Dopo la visita guidata alla basilica, tre sorprese davvero stupende. Prima: l’incontro con P. Alfredo Simon, Postulatore della Causa di beatificazione di P. Antonio Pagani, che con grande simpatia ormai ci ha fatte entrare nella sua vita e nella sua storia. Seconda: l’incontro con sua Eminenza il Cardinale Pietro Parolin, che ci ha ricevuti con grande cordialità nella sala della ratifica dei trattati, in Segreteria di Stato. Terza: l’incontro casuale, ma non meno gradito, con Sua Eccellenza mons. Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia. Il giorno successivo, l’itinerario giubilare è continuato nella Basilica di San Giovanni in Laterano, con l’attraversamento della Porta Santa e la visita alla Basilica. Non poteva mancare una bella passeggiata attraverso i resti di Roma antica e di altri luoghi caratteristici della città eterna. E nel pomeriggio ancora un luogo santo: il Santuario del Divino Amore, nel quale la Celebrazione Eucaristica ha sigillato la nostra giornata. Domenica alle ore 8.00 siamo in Piazza S. Pietro per la grande Celebrazione

Eucaristica, presieduta da Papa Francesco, nel giorno della Divina Misericordia. L’attesa, la preghiera, il sentirsi Chiesa in mezzo a una moltitudine di fedeli, ascoltare le parole di Francesco, vedere da vicino il suo sorriso; tutto ci ha colmato il cuore di gioia. Ringraziamo il Signore per questa esperienza di misericordia e chiediamo la grazia di essere misericordiosi.

Sr. Marilena

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Gentilissima suor Marilena, sono Chiara, la nuora di Paola Buttazzoni di Udine. Finalmente trovo qualche minuto per inviarle i nostri ringraziamenti a seguito del pellegrinaggio svoltosi a Roma agli inizi di aprile. L’organizzazione calibrata delle giornate ha reso l’esperienza non solo piacevole e gioiosa, ma anche spiritualmente incisiva (nonostante i tempi corti, la calca, il gruppo numeroso,...). È stata una bellissima occasione soprattutto per Agata e Leonardo di avvicinarsi a papa Francesco, a loro molto caro. Rimarrà un ricordo che conserveremo a lungo tutti quanti. Mi auguro che il rientro non sia stato troppo lungo, e la ripresa senza intoppi e troppa stanchezza (ma da quanto ho potuto notare a Roma, mi sembra che lei abbia energia e simpatia da

vendere). Grazie di cuore. Mi piacerebbe venire a trovarla a Padova con Filippo e i bimbi; Paola, mia suocera, mi parla spesso del vostro collegio, noi per ora conosciamo piuttosto bene le suore di Udine e la loro casa. Andando a Messa a Santa Ma-

ria delle Grazie, c’è un sacerdote che è solito concludere la celebrazione così: “La gioia del Signore sia la nostra forza”, e mi è tanto piaciuta che me ne approprio spesso e volentieri. Le trasmetto l’augurio con altrettanto piacere. Agata, Leonardo, Filippo, Chiara

23/24/25/ aprile, a Casa Marina - Cavallino con un gruppo di genitori della parrocchia di Cristo Re – Milano rriviamo a Cavallino Treporti, alla “Casa MaA rina” delle Suore Dimesse, alla spicciolata, fra venerdì sera e sabato mattina. Ci sono i nostri

gare una lacrima per un capitombolo, un tenersi la pancia per le risate, un leccarsi i baffi per le prelibatezze cucinate da sr. Bruna! E via così fino a sera. In programma c’è una tavola rotonda dove rispondere al perché si è venuti a Cavallino, cosa ci si aspetta da questa gita e la prima impressione del posto, mentre ai bimbi cosa intendono loro per amicizia. Nonostante la stanchezza, l’incontro volge al termine con la lettura delle risposte di tutti i partecipanti: alcune spiritose, altre riflessive, sensate, ma tutte accumunate dal desiderio di stare insieme. Sicuramente le suore della nostra parrocchia di Cristo Re avevano in mente di continuare, ma riconosciuta la stanchezza, ci siamo tutti frettolosamente diretti nelle nostre camere a dormire: “Su, su che domani c’è la gita!”. È già domenica, e partiamo per la laguna, in auto fino al porto, in nave fino all’Isola di San Francesco. E come San Francesco arriviamo che se non siamo in mezzo ad una tempesta, poco ci manca, e pure una manovra semplice e consueta come l’attracco diventa, per il mozzo, un’impresa. Bah, io non so dirvi se il nostro sia stato uno sbarco da naufraghi, so solo che con i bimbi in braccio siamo corsi verso il monastero per cercare riparo. Una volta dentro le mura, si percepisce nell’aria, nelle

bambini, con la loro rumorosa allegria e gioia di poter stare insieme in un posto nuovo e, soprattutto, al mare, e ci siamo noi genitori; così diversi per età, origini, lavori, stili di vita, pensieri, speranze, desideri, ma tutti accomunati dallo stesso grandioso, travolgente, infinito amore per i nostri figli. Varchiamo il cancello, scendiamo dalla macchina e subito ci avvolge il rumore del mare trasportato dal vento… il mare è laggiù, in fondo al vialetto… ci sarà tempo per goderselo. Entriamo nella hall della casa un po’ spaesati e subito veniamo travolti dal gioioso sorriso delle Suore: se il buongiorno si vede dal mattino, sarà una vacanza davvero speciale! Ed eccoci tutti qua, nella grande sala da pranzo: il vociare dei bambini da una parte, il chiocciare delle mamme dall’altra, il parlottio dei papà là in fondo. Si crea un tavolo di soli papà e uno di sole mamme al fine di poter confrontarsi e conoscersi il più possibile. Alla fine di questa vacanza, anche i papà non vedranno l’ora di rivedersi al più presto? E viviamo così la giornata di sabato, a conoscerci meglio fra una partita a biliardino, una visita ad animali di paesi lontani, un caffè al bar, un rincorrere il discolaccio di turno, un asciu16


pietre, nel silenzio che il luogo è speciale. La S. Messa animata dai gioiosi canti dei bambini è un momento prezioso. Ripartiamo in barca per l’incantevole e coloratissima Burano… Quanto avremmo voluto godercela di più! Ma, flagellati dal vento e dalla pioggia, forse avremmo voluto starcene in nave piuttosto che curiosare fra canali, ponticelli, merletti e maschere carnevalesche. Più che il fenomeno dell’“acqua alta” siamo stati testimoni del fenomeno dell’“acqua ovunque”! Ed eccoci alla volta di Murano. Tappa veloce da un mastro vetraio, che con leggerezza gonfia un vaso come fosse una bolla di sapone, e da un bolo incandescente ricava un cigno rosso con la velocità di un origami di carta. Puntiamo la prua verso Venezia, e ne assaporiamo la maestosità e la magia dalla nave: non una città, ma un monumento che emerge dal mare con la grazia della Venere del Botticelli. Una bella gita, e la netta sensazione di averla fatta con degli amici! La voglio quella foto con tutti gli amici, piccoli e grandi, uniti in un grande abbraccio, giù in sala giochi! E uffa! È già lunedì. Sì, ma un bel lunedì di sole! Tutti al mare tutti al mare! Si raccolgono conchiglie, si costruiscono castelli, si guardano le meduse, si gioca a rubabandiera, si scambiano chiacchiere, si gioca a pallone, si passeggia, … ma che bella famiglia siamo! Un sorriso, una lacrima asciugata dietro gli occhiali da sole, un sospirone e si riparte per Milano… alla spicciolata come quando siamo arrivati. Eravamo così diversi e così spaesati… ce ne andiamo così simili e così uniti. E la sera, aperta la porta di casa e posate le valigie, c’è spazio per una sola domanda: - Quando lo rifacciamo? La mamma e il papà di Niccolò

ni che giocano fino allo sfinimento, fra famiglie e suore che credono nei principi e nei valori del Vangelo. Proprio questi principi ci hanno emozionato soprattutto in occasione della S. Messa celebrata per noi dal frate francescano nel monastero sull’Isola di San Francesco del Deserto. Anche lui era a sua volta commosso per la presenza di numerose famiglie che con semplicità cantavano e lodavano quel Dio che tante volte ci è difficile ascoltare; Egli è fedele nell’aiutarci a vivere insieme nella sua serenità qualunque cosa la vita ci riservi. Il tempo in quella vacanza ha riservato un po’ di sorprese non troppo positive, ma nonostante ciò, a dimostrazione che tante volte anche le avversità possono portare affiatamento, nessuno si è lasciato scalfire, anzi si è riso insieme della pioggia battente e del vento sferzante, ci si è aiutati a sopportare il freddo. I bimbi hanno “navigato” sulle acque della laguna veneziana, con gli occhi curiosi di chi vede un paesaggio nuovo, di chi scopre mestieri, quali quello del mastro vetraio, ormai quasi sconosciuti, ma affascinanti e concreti, capaci di trasformare della “sabbiolina” in scultura. Hanno anche inventato giochi e storie sulla spiaggia e festosi hanno spiegato agli adulti che l’amicizia è semplice: sono i fiori, le farfalle, il giocare insieme agli altri, lo stringersi la mano… Avrei ancora talmente tanto da scrivere che potrei continuare per molto, ma è forse più bello lasciare a voi lettori la possibilità di immaginare e fantasticare su quanti altri sentimenti hanno caratterizzato il soggiorno a Cavallino. Noi della parrocchia di Cristo Re (MI) frequentando la Scuola dell’Infanzia riusciamo già ad essere animati da sentimenti di amicizia e di cameratismo. Le suore che ti accompagnano nella quotidianità della vita scolastica sono sorprendenti, fanno divertire sempre mettendosi a disposizione, senza chiedere nulla in cambio se non che ci si voglia bene e ci si rispetti. Ci auguriamo di continuare a vivere questa bella amicizia e di non perdere (anche se la frenesia delle giornate milanesi ha spesso il sopravvento) la pace e la serenità che contraddistingue la Casa Marina delle Suore Dimesse.

in dall’arrivo nella magnifica struttura della S “Casa Marina”, entri in una dimensione di pace e di serenità che ti accompagna per tutto il soggiorno, ti addolcisce e ti predispone all’ascolto dell’altro, primo fra tutti all’ascolto dei tuoi figli e quindi dei tuoi amici e di tutti coloro con i quali condividi questa esperienza. Ebbene sì, è proprio la gioia di stare insieme, di divertirsi anche a sfidare situazioni climatiche difficili, che rende straordinaria l’esperienza sia per gli adulti che per i bambini. La vacanza a Cavallino ha davvero visto trionfare l’amicizia fra famiglie che si scoprono, fra adulti che dialogano e si divertono rilassati, fra bambi-

Una mamma e la sua famiglia

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apa Francesco ha voluto S. Leopoldo Mandic in Vaticano come testimone - insieme a san Pio da Pietrelcina - del Giubileo straordinario della misericordia. “Padre Leopoldo nella sua vita voleva essere missionario, soprattutto tra i popoli slavi, per ricondurli all’unità. Voleva essere un predicatore e il Signore gli ha chiesto di rinunciare. La sua vita si è svolta nel silenzio di un piccolo confessionale, che neppure il bombardamento del suo convento ha potuto distruggere. Sotto il bombardamento della guerra quel convento è stato distrutto; l’unica cosa rimasta in piedi è il confessionale di padre Leopoldo: quello è il segno di una chiamata che è stato capace di seguire fedelmente ogni giorno!”. (Mons. Fisichella) Questo Santo, padovano di adozione, ha rivelato la sua grande umiltà anche nell’ostensione in Vaticano, ma ci piace ricordare la sua potente intercessione sull’incontro che in quei giorni Papa Francesco ha avuto a Cuba con il Patriarca di Mosca Kirill. Misericordia ed Ecumenismo, queste le due caratteristiche che hanno segnato la vita del Cappuccino e che anche in questa occasione si sono rivelate autentiche. Intanto i Padovani lo aspettavano a “casa”. E il 16 febbraio arriva in Basilica del Santo tra il tributo dei fedeli. Il giorno successivo, tra due ali di folla orante, le spoglie vengono riportate al Santuario a Lui dedicato, passando accanto alla nostra Casa Madre di Padova, che in questo quarto centenario ha inoltre la gioia di ricevere la benedizione di San Leopoldo. Vivere la Misericordia è anche avere la certezza che i Santi camminano sulle nostre vie. La sera stessa il Vescovo Claudio Cipolla apre la Porta Santa del Santuario di San Leopoldo: il fiume di grazia continua incessante. Sr. Marilena

Comunità “Mater Ecclesiae” Molvena

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ra le varie attività che la nostra casa “Mater Ecclesiae” offre alle ospiti e alle suore presenti, c’è il laboratorio di lettura. Si tratta di un incontro settimanale che vede impegnate le nostre operatrici assieme a tutte coloro che sono interessate a conoscere, approfondire e condividere letture piacevoli, curiose e stimolanti. Nel corso dell’anno 2015 sono stati letti alcuni testi tra i quali: Siro e Oceano dell’autore Francesco Vidotto. Si tratta di letture che raccontano, in modo coinvolgente e reale, la vita di una volta, indubbiamente ben diversa da quella dei nostri giorni! Visto l’entusiasmo e l’interesse dei partecipanti, si è pensato di invitare l’autore a proporci dal vivo la sua esperienza di scrittore. Francesco Vidotto, nato a Treviso nel 1976, è cresciuto in una famiglia a stretto contatto con i genitori e i nonni materni, dividendo il suo tempo tra Conegliano e Tai di Cadore. Ha accolto molto volentieri il nostro invito e il 28 novembre del 2015 è venuto nella nostra casa a parlarci di sé, dei suoi libri, della sua passione per le cose del passato!

È stato un bell’incontro aperto a tutti. Alcune ospiti hanno espresso le loro sensazioni e riflessioni in riferimento ai testi letti e si sono commosse perché i racconti erano così vicini al loro vissuto. Dicevano: «Sembra la mia vita! - Anch’io ho vissuto questa povertà anzi miseria, ma ero contenta!» Abbiamo poi vissuto un momento di gioiosa convivialità con tutti i presenti durante il quale è continuato lo scambio di idee e riflessioni. Francesco Vidotto si è reso molto disponibile e interessato ad ascoltare le persone che lo avvicinavano. Un’esperienza assai positiva, possibilmente da ripetersi! 18


PADOVA L’11 febbraio, durante la celebrazione della S. Messa, le sorelle anziane hanno ricevuto l’unzione degli infermi. Vi ha partecipato anche il carissimo monsignor Antonio Pedron.

Fraternità San Lorenzo San Pietro in Vincoli (RA)

I

l prossimo 26 luglio ricorre il sesto anniversario dell’apertura della casa d’accoglienza “Fraternità san Lorenzo”. Sembra ieri il giorno del nostro arrivo e invece quanti avvenimenti lieti o tristi in questi sei anni! Primo fra tutti la partenza per il cielo di sr. Norberta, alla quale stavano tanto a cuore le persone con cui aveva intessuto amichevoli e fraterni rapporti. Poi l’arrivo di sr. Candida, che con un po’ di fatica, ma con tanta forza di volontà, spirito d’intraprendenza e amore ha riempito il vuoto che si era creato per un periodo non tanto breve. Ricordiamo, inoltre, il sacerdote don Ugo Atenioli (1927-2015), che aveva tanto desiderato questa casa per dare alle persone in difficoltà la possibilità di un luogo accogliente e sereno. Molti dei primi ospiti sono già tornati alla casa del Padre, dove Gesù salendo al cielo ha preparato un posto per tutti. La “Fraternità san Lorenzo” è un centro dinamico: c’è chi parte senza bagagli, chi arriva con valigie cariche e profumate dell’affetto dei familiari che faticano a staccarsi, in particolare dai genitori… Nelle persone qui accolte cerchiamo di vedere fratelli e sorelle che il Signore ci manda. Ci sono difficoltà dovute all’età, alla malattia, alle diverse esperienze di vita di ciascuno...; tutti hanno bisogno di essere accettati, amati, rispettati per quello che sono nelle loro situazioni fisiche, nei loro affetti, emozioni, desideri... Le persone che si alternano in un servizio specifico e professionale si impegnano a dare sollievo e serenità al vivere quotidiano; si cerca di creare spazi di distensione con la musica, il canto, la recitazione; coinvolgendo anche gruppi parrocchiali, bambini impegnati nel cammino di catechesi e della scuola dell’Infanzia. Alla presenza dei bambini, in particolare, gli occhi dei “nonni” brillano di gioia e le loro labbra si aprono in un sorriso che sembrava spento. «Sarebbe bello - dice Papa Francesco - se ognuno di noi al termine della giornata potesse dire: “Oggi ho compiuto un gesto d’amore verso gli

altri, ho fatto sorridere un fratello!”».

Sr. Candida, sr. Sira e sr. Ampelia

i meQ uando dici dell’o-

spedale mi hanno detto che avrebbero dimesso mia mamma, ma che avrei dovuto trovare una struttura adatta alle sue esigenze, perché neppure con l’aiuto di una badante sarei stata in grado di provvedere ai suoi bisogni, mi è crollato il mondo addosso. Ho sempre pensato che l’avrei assistita io e con questo animo deluso sono andata a visitare diversi istituti, ma in tutti trovavo qualcosa che non mi piaceva. Una mattina ho suonato il campanello della “Fraternità san Lorenzo”; appena varcato l’ingresso, il mio naso si è riempito di profumo di pulito e di fiori. Tutto era splendido, immacolato e molto bella la struttura. Poi si è avvicinata la suora responsabile con quegli occhi dolci e il sorriso sulle labbra, che mi ha messo subito a mio agio e mi ha fatto visitare tutto l’ambiente. Ho subito deciso che quello sarebbe stato il posto adatto per mia mamma. Ora sono 15 mesi che tutti i pomeriggi la vado a trovare e giorno dopo giorno ho imparato a conoscere i dipendenti della casa. Non ne elenco il no-

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me, perché senz’altro ne dimenticherei qualcuno e mi dispiacerebbe. Ma pensando alle suore, agli infermieri, ai cuochi, alle OSS, al fisioterapista, alla pedicure, all’addetta alla lavanderia... devo dire che sono persone encomiabili, brave, gentili, amorevoli con i pazienti e che svolgono con dedizione e umiltà il loro lavoro. Sono grata per tutto ciò che hanno fatto, che fanno e che faranno.

mento ha avuto inizio la mia stupenda avventura. Da subito ho instaurato un bel rapporto di stima e di affetto con le suore e il personale di servizio. Ho constatato che sono persone con una marcia in più. Adesso parlo degli ospiti che io chiamo le mie “pie donne”. I primi giorni, erano un po’ stupiti e meravigliati per le mie richieste: un saluto, un bacio, una carezza, un sorriso,... oggi lo pretendono e questo è gratificante. Non vi sono più ostacoli: si canta, si ride, si scherza, ci si sente familiari; quando un ospite ci lascia per andare nella “casa del Padre che è nei cieli”, la tristezza entra nel mio cuore. So che essi sono con gli angeli e da lassù mi guardano e ridono per le mie birichinate, perciò la luce torna a brillare nel mio spirito. Ringrazio ogni giorno il Signore per avermi indicato la via dell’amore vero, attraverso le mie suorine, il personale e in particolare tutti gli ospiti che sono la mia nuova fonte di gioia.

Ombretta

La mia nuova fonte di gioia ono una “giovane” donna di 71 anni che vuole raccontare la sua meravigliosa esperienza. Lo scorso anno mi sono presentata nella casa di riposo “Fraternità san Lorenzo” di san Pietro in Vincoli, per chiedere alla responsabile sr. Candida se potevo regalare agli ospiti un’ora del mio tempo. La mia richiesta è stata accolta. Da quel mo-

S

Gisella

Incontro tra Comunità per ravvivare la comunione e l’impegno

L

’ultimo lunedì di carnevale ci siamo unite alle comunità di Costozza, Verona, Ospedaletto, Bastia e San Pancrazio per r ifletter e e preparare il nostro cuore alla Quaresima. Abbiamo meditato sul Vangelo delle tentazioni. È stato un incontro molto arricchente, perché ogni sorella, in semplicità, ha comunicato le proprie riflessioni profonde che ci hanno aiutate a rivedere quanto è necessaria una preparazione adeguata a questo periodo importante. Ci siamo soffermate a pensare che, se perfino Gesù il figlio di Dio, è stato tentato dal diavolo, possiamo stare certi che questa esperienza tocca anche a noi. Il maligno scombina, confonde, divide. Cerca di mettere in crisi Gesù circa la sua identità e la sua missione; allo stesso modo il tentatore cerca di mettere in crisi la nostra identità di cristiani e la nostra missione nel mondo. Da questa pagina ci viene un insegnamento importate: Gesù non affronta direttamente l’avversario facendo leva sulle sue forze, ma risponde al nemico utilizzando l’arma della Parola di Dio. Ciò che sconfigge il male, che ripetutamente cerca di rovinare la nostra vita, è “stringersi” a Dio nella fedeltà alla sua Parola. A mezzogiorno abbiamo condiviso anche “il pane quotidiano” e per concludere il nostro incontro ci siamo recate davanti alla statua del Padre Pagani eretta a Costozza.

Ai suoi piedi abbiamo elevato una preghiera per la nostra famiglia religiosa, per le sorelle ammalate, le missionarie e in particolare abbiamo affidato alla sua intercessione la nostra madre Ottavina, affinché il Signore la sostenga e l’accompagni nel suo compito impegnativo. Al momento della preghiera tutte abbiamo avuto una meravigliosa sensazione: il nostro Padre Antonio ci sorrideva con paterno affetto, ci diceva la gioia di vederci lì riunite e ispirava al nostro cuore la sicurezza che Lui è sempre con noi e ci accompagna verso il Dio misericordioso. Sorelle di Vicenza

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Il 10 dicembre 2015, alla S. Messa celebrata da Papa Francesco nella cappella di Santa Marta, erano presenti anche sr. Fabrizia Schiavolin, sr. Terenzia, sr. Maria e sr. Lucy. «È stata un’occasione molto rara e commovente, un sogno realizzato, un momento da non dimenticare! Mi domandavo chi sono io per aver questa occasione mentre la mia mente ne vedeva l’impossibilità. Non ci avevo creduto, finché non siamo entrate nella cappella di Santa Marta. Il messaggio del Papa mi è rimasto in cuore e lo tengo prezioso: un Dio che si innamora della mia piccolezza! La misericordia di Dio non ha fine. È come una carezza, come l’abbraccio di un genitore che dà consolazione e sicurezza al proprio bambino. Un Dio che mi rassicura dicendo: “Io ti tengo per la destra, stai tranquilla, non temere!” Ci chiede soltanto le nostre miserie, i nostri peccati, per abbracciarci, per accarezzarci, perché lui è misericordioso e grande nell’amore.» «Non trovo parole adatte ad esprimere la profonda gioia e la grande emozione provate quel giorno. Ringrazio il Signore e i miei superiori per aver avuto questa opportunità.» Le sorelle

MISSIONE UNIVERSITARIA A PADOVA giosi di altre congregazioni hanno vissuto la missione “fuori dal recinto”, per le strade di Padova, nelle piazze, sotto le tende piantate nel cuore delle cittadelle universitarie, davanti alle sale studio, alle biblioteche, ai dipartimenti, condividendo con gli universitari i pasti nelle mense. La loro giornata è stata scandita da momenti di preghiera e da incontri di catechesi e di dialogo con diversi testimoni. Gli studenti residenti nei collegi cattolici, tra cui il nostro, si sono preparati a questo evento con un incontro-testimonianza, ciascuno nella propria sede, e con un momento di preghiera in Cattedrale, durante la Quaresima, in collaborazione con il Seminario maggiore. L’invito a sostenere con la preghiera questa iniziativa è stato accolto anche dalla nostra comunità, che, se pure nei limiti del possibile, si è resa concretamente disponibile per la sua realizzazione. Per tutto il tempo della Missione, infatti, abbiamo ospitato nel nostro collegio universitario una decina di religiose francescane impegnate nell’annuncio e nell’animazione sia nelle chiese che sulla strada. La loro presenza ha offerto alle nostre ragazze un’opportunità di ascolto e di condivisione delle proprie esperienze di vita e di fede, e a noi suore uno stimolo per verificare lo stile del nostro servizio nella pastorale universitaria, uno stile che chiede di passare dal prestare servizi all’ascolto delle domande di senso che abitano dentro ciascuno.

“Occhi nuovi” è lo slogan della Missione Universitaria che si è svolta a Padova dal 4 al 15 aprile scorsi, con l’intento di creare un’occasione di incontro e di annuncio del Risorto agli universitari presenti nella nostra città e nell’Agripolis di Legnaro (oltre 65 000 studenti all’anno), specialmente ai tanti giovani che hanno smesso di sentirsi chiesa e che hanno rimosso “l’ipotesi Dio”. Il tema della missione si è ispirato all’episodio della guarigione del cieco di Gerico, Bartimeo, narrato nel Vangelo di Marco. Il logo mostra delle ciglia sul lato inferiore per dire che l’occhio è ancora chiuso e ha bisogno di essere guarito per aprirsi. Coordinati dai Responsabili della Pastorale giovanile dei Frati Minori, un gruppo di frati e suore francescani e di giovani provenienti anche da altre diocesi e regioni con alcuni preti diocesani e reli-

Sr. Stefania

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condivise con i giovani della Zona Pastorale di Basiliano (UD)

diamo a incontrare un gruppo di giovani profughi, provenienti dal Pakistan e dall’Afghanistan, inseriti in un progetto della Caritas e ospitati in un piccolo edificio all’interno del complesso. Il dialogo è difficile per la non conoscenza di una lingua comune, ma i canti, i doni scambiati, i sorrisi e qualche battuta servono a sentirci vicini e a renderci conto di una storia drammatica che li ha spinti a lasciare i loro Paesi. Il mattino seguente è domenica; ci organizziamo la colazione, preghiamo insieme le lodi, la preghiera che unisce la Chiesa nella riconoscenza e nella lode a Dio creatore, Padre misericordioso, guida della storia. Poi, accompagnati da un’operatrice, visitiamo i reparti, incontrando coloro che non possono scendere; dappertutto respiriamo un clima di grande umanità fatta di attenzione alla persona, serenità, competenza e forte motivazione. Ci ritroviamo quindi tutti alla Celebrazione dell’Eucaristia. I ragazzi animano con i canti, accompagnati dalle chitarre e dai flauti: ognuno, chi sulla carrozzella, chi accompagnato da un operatore, vi partecipa come gli è possibile, ma si sente vibrare l’anima per la gioia di esserci. Passiamo nella sala pranzo e condividiamo il pasto in allegria e fraternità con i numerosi ospiti. Al termine c’è lo scambio dei doni: un modo per dirci reciprocamente la bellezza della condivisione. Ci regaliamo quindi un’oretta di svago: i ragazzi hanno già organizzato dei giochi semplici, ai quali tutti partecipano con entusiasmo. Prima di salutarci visitiamo insieme i presepi costruiti nel parco: così, con la promessa di ritornare, con fatica ci stacchiamo dagli ospiti e dagli operatori. Il loro grazie e la loro commozione ci contagiano; abbiamo davvero ricevuto tanto, regalando, per poche ore, un po’ di noi stessi.

Un fine settimana da non dimenticare (5-6 dicembre 2015)

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artiamo da Basiliano (UD) nel pomeriggio di sabato 5 dicembre diretti al “Piccolo cottolengo” di S. Maria La Longa: 26 ragazzi accompagnati da due catechiste (Isabella e suor Fabrizia) e dal parroco, don Dino. La gran parte dei partecipanti è rappresentata da “cresimandi” che l’8 dicembre riceveranno il Sacramento; alcuni seguono il secondo anno di preparazione alla cresima, altri sono di Quinta superiore o sono universitari. Tutti motivati e spinti dal desiderio di spendere - in gratuità - una giornata “libera” a fianco di persone “speciali”. Molti ragazzi hanno già vissuto quest’esperienza alcuni mesi fa e sono quindi contenti di ritrovare i tanti amici incontrati allora e rassicurano, così, i nuovi, spazzando via inutili paure. L’incontro con gli ospiti avviene a cena: ci sediamo a tavola con loro e ciascuno è reclamato come commensale atteso. Bellissimo clima di intesa, dove il servizio risulta spontaneo, senza condizionamenti e senza forzature. Gli operatori, che seguono con attenzione ogni ospite, aiutano i ragazzi a stare accanto a ognuno nel modo più conveniente. Dopo la cena, accompagnati dal direttore della casa, an-

Sr. Fabrizia

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l 5 e il 6 dicembre il nostro gruppo si è recato al Piccolo Cottolengo, fondato da don Orione. L’arrivo è stato subito molto emozionante, perché gli ospiti, di ritorno da una passeggiata, ci hanno visti arrivare e ci hanno accolto come solo loro sanno fare. Straordinariamente ricordano tutti i nostri nomi (molti di noi, infatti, erano già stati in precedenza). È proprio vero che i migliori incontri 22


sono quelli che non ti aspetti! I due giorni sono trascorsi all’insegna della spontaneità e dell’allegria. Ricordo in particolare la visita ai vari reparti, accompagnati da un operatore: lungo i corridoi incrociamo gli ospiti più autosufficienti che aiutano amorevolmente quelli che non sono in grado e vedendoci ci salutano e ci abbracciano molto calorosamente. Ripenso poi ad alcuni ospiti che ho avuto la fortuna di conoscere meglio, tra questi il giovane e simpaticissimo Riccardo. Egli conserva la capacità di vedere oltre il suo limite fisico e, nonostante sia quasi cieco, ci vuol salutare e ringraziare ad uno ad uno, mostrando con orgoglio i pupazzetti di lana da lui realizzati. Le persone qui, al di là della situazione fisica e mentale, sono “vere”: è come se non vedessero il male del mondo che le circonda e perciò sanno apprezzare tutto ciò che la vita dona loro, istante per istante. Così anche noi per mezzo loro siamo aiutati a ritrovare la verità di noi stessi.

Edoardo

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ta diventando ormai un’abitudine per i ragazzi che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima e per quelli che già l’hanno ricevuto fare visita al Piccolo Cottolengo e trascorrere due giorni in compagnia dei numerosi ospiti, ma anche di loro stessi. Durante il soggiorno abbiamo avuto la possibilità di visitare la struttura e di parlare, oltre che con gli ospiti, anche con infermieri e collaboratori che ci hanno spiegato come il loro lavoro sia pesante, ma largamente compensato dall’amore che i pazienti dimostrano loro. Quest’anno all’interno della struttura è ospitato anche un gruppo di profughi, ai quali è stato offerto un luogo dove abitare per qualche tempo insieme, per imparare l’italiano e potersi meglio ambientare nel nostro Paese. La sera il Sacerdote che gestisce il Piccolo Cottolengo è riuscito a organizzare un incontro con loro; abbiamo avuto così la possibilità di guardarci reciprocamente in volto e di ascoltare qualche sprazzo delle tragiche storie che hanno spinto questi giovani afgani e pachistani ad affrontare mille fatiche per giungere in Italia nella speranza di un futuro migliore. La mattina successiva, dopo aver animato la Messa Domenicale riservata agli ospiti della struttura, abbiamo pranzato con loro e siamo stati in loro compagnia, animando, con giochi e balli il pomeriggio, per poi, con dispiacere, salutarli e fare ritorno a casa. Auguro a tutti noi, che abbiamo vissuto quest’esperienza, di tornare al nostro quotidiano un po’ più ricchi d’amore e di umanità, nella speranza che ci sia data, tra breve, la possibilità di ripetere tale visita, magari in modo più prolungato. Letizia

UN FINE ANNO INSOLITO

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o trascorso il 30 e il 31 dicembre 2015 a Piano d’Arta, un piccolo paese della Carnia, insieme a una quindicina di giovani delle nostre parrocchie, a Francesco e a suor Fabrizia, in una casa messa a nostra disposizione dalle Suore Dimesse. Siamo stati davvero bene insieme, organizzandoci il tempo in modo costruttivo, tra momenti di preghiera, riflessioni, confronto, camminate nei boschi. Ricordo con particolare emozione la notte del 31 dicembre: partiti da Zuglio siamo saliti alla Pieve di San Pietro, guidati dalla Croce illuminata, in mezzo a un fiume di persone, avvolti dalla notte. Mentre salivamo, vedevamo le luci dei paesi allontanarsi; le campane della Pieve, suonando in concerto, ci riempivano di allegria. Arrivati alla Pieve, piena già all’inverosimile, siamo riusciti a trovarci uno spazio proprio sui gradini dell’altare. Abbiamo potuto così partecipare, in prima fila, alla solenne Eucaristia, celebrata dall’Arcivescovo: un modo davvero bello per iniziare il nuovo anno. Rientrati a Piano d’Arta, abbiamo festeggiato con una cioccolata calda, preparataci dal papà di Giulia, panettone e dolcetti vari, assonnati ma felici. La mattina del primo gennaio, pulita debitamente la casa, siamo rientrati a Basiliano, ricchi di un’esperienza nuova, che non dimenticheremo.

Roberta

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ono state giornate molto belle di riflessione e divertimento che mi hanno anche permesso di fare nuove amicizie. Inoltre, la marcia della pace, vissuta insieme agli amici, ai miei genitori e ad altre numerosissime persone di ogni età, da Zuglio fino alla pieve di San Pietro, lungo il monte, al chiaro di luna e con un magnifico cielo stellato, è stata un modo alternativo di trascorrere la fine dell’anno e l’inizio del nuovo: un modo per uscire dai soliti schemi diventati ormai riti abitudinari. Non ci siamo seduti ad aspettare l’anno nuovo, storditi dalla musica, ma gli siamo camminati incontro. A mezzanotte, infatti, stavamo partecipando all’Eucaristia, celebrata dal nostro Arcivescovo, nella Pieve di San Pietro. Eravamo tutti stipati, uniti dalla gioia di trovarci insieme, nella lode e nella benedizione del Signore. La Pieve era illuminata a festa e tutto ho vissuto con intensa partecipazione. Giulia

La Pieve di San Pietro in abito estivo 23


IN CERCA DI PERLE PREZIOSE a Chiesa di Padova negli L Orientamenti Pastorali per il 2015-2016 si è servita dell’espressione “In cerca di perle preziose”. Nel Vangelo di Matteo si narra di un saggio che vende tutto per acquistare questo tesoro. Quando abbiamo letto “In cerca di perle preziose”, subito il pensiero ha immaginato un lungo filo dove, una dopo l’altra, si uniscono le perle preziose di questa comunità. Una accanto all’altra, di svariate forme e colori. In questo gioiello ci è caro pensare alle persone, ma anche alle opportunità che la comunità cristiana offre: l’Adorazione del venerdì, l’ascolto della Parola, la gratuità nel servizio. Dio si manifesta nella comunità che cerca, ama e perdona. Noi in questo posto siamo una semplice presenza, vicino alle persone sole, ammalate e anziane. Nel “cercare” le perle preziose ci siamo incontrate con una coppia di coniugi anziani. Con loro abbiamo trascorso un po’ di tempo per salutarli, stare assieme e

ascoltare. Hanno sempre molte cose da raccontare! Sono Guido e Nella. Nella ci accoglie con premura, contenta di vederci. È loquace, affettuosa e fa gli onori di casa. Guido è in poltrona, non dice nulla. Ascolta, osserva rispettoso. Hanno figli e nipoti che vengono a trovarli tutti i giorni o quasi. A un certo punto anche Guido comincia il suo racconto e... parla, non interrompe mai il discorso dell’altro. Ci parla dei momenti importanti della sua vita! Ricordare è ringraziare per il bene che ci è stato donato. Secondo l’etimologia latina, ricordare significa “tenere vicino al cuore” o “dare il cuore”. Guido continua il suo racconto. È piacevole ascoltarlo: l’incontro con Nella e il desiderio di costruire insieme il loro futuro; i sogni di giovani sposi: «Abbiamo cambiato casa ben otto volte, nella nostra vita, e una di queste ci siamo sistemati in un granaio; Nella in quel periodo era incinta della prima

bambina.» Non manifesta niente di cattivo contro nessuno. La situazione di disagio era confortata dalla fiducia nella Provvidenza e dalla vicinanza di Nella, ottimista e coraggiosa. «La vita è una sfida e ho sempre cercato la strada giusta. La via erta, in salita, era per noi continua. Se non c’è un futuro a cui credere, il presente è vuoto. Se non hai nulla da attendere, l’oggi è vuoto.» Accettazione serena di quanto la vita ci offre. Conclude Guido: «Senza desiderio non è possibile il bene. Non dobbiamo accontentarci, ma essere contenti! Ora viviamo la nostra ultima fetta di storia, nella serenità. Insieme da 58 anni e ancora!» Una perla preziosa, anzi due, da infilare nella collana della comunità cristiana di San Cosma. “Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso” Nelson Mandela Sr. Adalberta, sr. Flavia e sr. Alice

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DI GESU’ AL TEMPIO il 2 febbraio e la chiesa celebra “La PresenÈ tazione di Gesù bambino al Tempio”. Sono invitata come corista alla messa che verrà celebra-

sione, si stanno dirigendo verso l’uscita, e, da lì, ripartono con un cero acceso fra le mani, invitando laici e religiose a fare altrettanto. Com’è bella la mia chiesa con tante luci e persone! Iniziano i canti. La messa è presieduta da un sacerdote canossiano di Fonzaso. Concelebrano i sacerdoti di San Nazario e Campolongo, di Arsiè e Fonzaso e quelli dell’Unità Pastorale di Valstagna. Mi dicono che sono presenti diverse congregazioni di suore: le Dimesse (Cismon ed Enego), le Suore della Divina Misericordia (Arsiè), le Missionarie (Casa di Riposo Pio X Valstagna) e le Salesie (Valstagna). Vengo a conoscere don Alberto di Arsiè: il vicario della nostra vallata. Durante l’omelia rifletto sui concetti esposti e rivedo il Bambino della mia infanzia, ma vicino a lui, uno dopo l’altro, i volti delle persone consacrate che ho conosciuto e che conosco. Quante piccole, umili, ma luminose luci! Fiammelle che hanno saputo riversare in me un po’ della loro luce e per le quali provo riconoscenza e affetto. Abbiamo avuto e soprattutto abbiamo

ta nella Chiesa Santuario di Cismon del Grappa, il mio paese. Oggi è “la Festa della Luce ”e questo termine rivela il significato della celebrazione. Ho un ricordo ben preciso: mi rivedo in chiesa, bambina. Tenevo una candela accesa fra le mani, socchiudevo gli occhi, e, attraverso il tremolio della fiammella, scorgevo il piccolo Gesù portato dai genitori al tempio. Immaginavo il volto di Maria assorto e pensoso alle parole di Simeone, parole di una straordinaria bellezza, ma nello stesso tempo terribili per una mamma. Vicina a Simeone, Anna esultante… Mi affretto perché non devo arrivare in ritardo e penso che, proprio oggi, si conclude l’anno dedicato da Papa Francesco alle persone consacrate. Eccomi in chiesa. Vedo un gran numero di suore in attesa della celebrazione e conto ben otto sacerdoti raccolti intorno all’altare. Questi ultimi, in proces24


generosi consacrati, umili, laboriosi, fedeli alla loro chiamata. Per descrivere quanto si prodigano per tutti servirebbero fiumi di parole: ammirevoli suore e sacerdoti che operano nei nostri paesi, nel nostro tempo così difficile e contradditorio. Che il Signore li ricompensi donando loro salute e forza per continuare. L’omelia è conclusa e la messa prosegue fra canti e preghiere. Ora don Patrizio ringrazia e annuncia

una sorpresa. Consegna ai presenti consacrati due piccoli doni artigianali: un portatovagliolo e una graziosa acquasantiera in pasta di sale, che sono stati realizzati da una collaboratrice della Casa di Riposo. Esco con tre candele in mano: una per mia figlia, una per mia nuora, una per me e mio marito Pietro. La Luce di Cristo illuminerà il cammino delle nostre famiglie.

Annalisa Cecconello

IL CRISTO RISORTO

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ntrando nella bella chiesa di Cismon del Grappa, lo sguardo del visitatore è attratto da una forma candida e luminosa posta sopra l’alzata del tabernacolo che orna l’antico, seicentesco altare barocco. Procedendo lungo la navata, la forma acquista corpo e si erge, dritta e sicura. Il suo candore ricorda la chiara luce del sole, sole avaro con Cismon, paese posto sul fondovalle del Brenta e circondato da alte montagne. La chiesa è avvolta, infatti, per molte ore del giorno, in una morbida penom-

bra che invita al raccoglimento e alla preghiera. All’altezza delle balaustre marmoree il tuttotondo è ben visibile: rappresenta Cristo Risorto che si manifesta in tutta la sua gloria e lo stendardo crociato ne è l’emblema. L’iconografia rimanda a tutta un serie di pittori che seppero rappresentare la resurrezione di Cristo e ne agevolarono la lettura del trionfo grazie a una serie di segni, quali: il vessillo crociato e la veste candida. Romeo Sandrin è l’autore di questa opera. Il Cristo Risorto è alto circa 45 centimetri, è in terracotta smaltata a fuoco. La mano sinistra sorregge una croce in ottone colorato che funge da asta allo svettante vessillo, all’interno del quale si intravede una croce di color rosso. L’elegante asta è disposta obliquamente e fa da contrappeso al braccio destro, alzato verso il cielo; la mano destra è aperta e rivolta con il palmo verso l’alto. Anche il volto di Cristo è finemente cesellato e guarda il cielo. L’intera composizione esprime forza, vitalità, gaudio. Il Cristo snello e asciutto è essenziale nella sua semplicità, ma il suo trionfo conferma che la promessa è stata mantenuta: è il Sabato della gioia! Tanti anni fa, circa 55, una scultura simile, in marmo grigio, più piccola, era posta in quel rialzo. Un movimento brusco la fece cadere e si frantumò. Il parroco don Dino non volle sostituirla; affermava che la tela dei Da Ponte sul retro si notava me25

glio senza il Cristo. Passarono gli anni, il ricordo si affievolì e la statua del Risorto, gettata chissà dove, venne dimenticata. No, non da tutti...! Qualcuno sperava in un piccolo miracolo, in una nuova, piccola cosa dal grande significato. Furono le nostre suore Pierluigia, Luciana e Fabia a sognare, a informarsi, a sperare, a desiderare e, alla fine, con coraggio chiedere aiuto all’artista Romeo Sandrin. La storia ha una bella conclusione. Sandrin accetta e, in un attimo, capisce come procedere, dopo aver visto un’immagine sbiadita della navata della chiesa in un libriccino del 1944. A gennaio dona alla Chiesa di Cismon il manufatto e ricorda a tutti coloro che si complimentano con lui, che per le nostre suore prova ammirazione e affetto per il bene che fanno ogni giorno in paese e ne parla con vero, sentito entusiasmo. L’autore commenta il suo operato: “Entrando in chiesa, desidero che le persone notino subito il Cristo risorto. L’ho voluto bianco, perché è il colore della Luce e il gesto che Cristo compie è il simbolo della speranza e della fede. È la Pasqua… il Vangelo è tutto qui!”… Guardando il Risorto, i fedeli penseranno con gratitudine a coloro che hanno saputo conciliare creatività, bellezza e fede e in questo modo rendere più visibile, quasi palpabile, il nostro credo. Annalisa Cecconello.


GUARDANDO AL MATRIMONIO RELIGIOSO Villa Assunta - Week-end per fidanzati 29 al 31 gennaio 2016, ventisei coppie di D alfidanzati hanno vissuto un week-end partico-

lare nella struttura di Villa Assunta, gestita dalle Suore Dimesse Figlie di Maria Immacolata, in località Luvigliano di Torreglia (PD). L’esperienza, animata da due coppie di sposi e da un prete, appartenenti all’Associazione Apostolato per la Famiglia “Incontro Matrimoniale”, diffusa in molte regioni italiane e anche all’estero, si propone di far vivere ai partecipanti una speciale forma di comunicazione per crescere nella loro relazione, a partire da una maggiore conoscenza di sé. Nelle due intense giornate i fidanzati si sono mostrati, per la maggior parte, pronti a cogliere l’opportunità del dialogo profondo su una grande varietà di tematiche, secondo lo stile di Incontro Matrimoniale. Sono stati stimolati a scoprire il progetto che sono chiamati a vivere in coppia in vista del matrimonio religioso Nel complesso il clima all’interno del gruppo è stato molto buono. Senz’altro è stato favorito anche da un’ottima accoglienza da parte della struttura e in particolare dall’offerta del vitto che si è distinto per la cura, la varietà e l’abbondanza e che è stato molto apprezzato dai giovani. Dall’esame delle schede di valutazione è emerso infatti che la sede, il vitto, l’alloggio della struttura sono stati considerati ottimi da parte dei partecipanti. Un grazie sentito sia dai giovani sia dal teamguida che ha inoltre potuto contare sulla consolidata disponibilità di adeguati supporti tecnici e logistici, messi a disposizione dalle suore. Questi hanno consentito una buona riuscita dell’incontro, senza intoppi. Della Direttrice e di tutte le suore presenti sono state molto apprezzate la sollecita disponibilità, la discreta e sentita vicinanza e la viva partecipazione dimostrate durante tutto il fine settimana.

per il tipo di attività che abbiamo svolto. La bellezza e la tranquillità del luogo, i suoi giardini e l’ambiente circostante ci hanno permesso di rilassarci e di sfruttare al meglio il tempo di permanenza per approfondire il nostro rapporto di coppia in vista dell’ormai prossimo matrimonio. È stata senza dubbio un’esperienza coinvolgente e profonda, anche grazie alla dolcezza e all’entusiasmo contagioso delle due coppie guida, Roberto e Paola, Lucina ed Emilio, che ci hanno accompagnati in questo percorso, condividendo con tutti noi fidanzati aspetti intimi ed essenziali della loro vita coniugale. La presenza anche di don Mario della parrocchia di Noventa di Piave ha arricchito di spiritualità quel cammino che abbiamo deciso di intraprendere e percorrere assieme. Portando nel cuore il ricordo di quei giorni intensi, dei sentimenti provati e delle persone conosciute, ci auguriamo che tante altre coppie possano provare le nostre stesse sensazioni e cogliamo ancora una volta l’occasione per rinnovare il nostro grazie alla Suore Dimesse, per aver messo a nostra disposizione il loro tempo e per averci accolto con tanta gentilezza e cordialità.

Il team del WE: Don Mario Rossetto, Paola e Roberto Bravin, Lucina ed Emilio Bardus

bbiamo soggiornato presso la Casa di SpiriA tualità “Villa Assunta” durante il week-end del 29-31 gennaio 2016 in occasione del Corso Fidanzati tenuto dall’Associazione Apostolato per la Famiglia “Incontro Matrimoniale”. Siamo rimasti colpiti dalla cordialità e dall’ospitalità delle Suore Dimesse che gestiscono questa struttura, decisamente accogliente e molto indicata

Domenico e Annalisa

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LUMIGNACCO un titolo a toP uòno sembrare di esibizione, mentre è

una vita che palpita nel cuore di chi cerca il Signore! Rendiamo grazie a Dio perché è fedele! Anche a Lumignacco il “giardino” del Signore ha i suoi fiori. Sono fiori rassodati dal tempo e fiori con profumo e una freschezza della vita nel suo sviluppo. I primi sono signore anziane, accolte per offrire loro giorni di serenità, servizio, momenti di preghiera. I secondi sono i bambini della Scuola dell’infanzia con i quali passiamo qualche ora in attività pertinenti al nostro specifico. I tempi forti dell’Anno liturgico offrono opportunità per crescere nella fede. L’esperienza settimanale dedicata alla formazione religiosa ha scandito anche la Quaresima, tempo forte e qualificante, per guardare al Crocifisso come una presenza che guida il nostro pregare.

I segni, la sabbia, la Bibbia, la candela accesa, che sempre ci aiutano, hanno fatto centro in Gesù che dal deserto va a Gerusalemme per donarci la sua vita. All’inizio della Quaresima abbiamo consegnato un po’ di sabbia in una bustina trasparente, con un messaggio: “Gesù è andato 40 giorni nel deserto a parlare con il Padre; noi alla sera guardiamo la sabbia e con papà e mamma preghiamo il nostro Padre che è nel cielo.” La Bibbia è riconosciuta dai bambini come il Libro di Dio, che racconta tutto di Lui. Quando la preghiera è vissuta da cuori semplici e trasparenti come quelli dei bambini diventa comunicativa e irradiante anche per i genitori. Il mercoledì, che è legato al colore giallo, bambini e genitori arrivano con la Bibbia o le Parabole di Gesù o la Storia più bella,… Anche queste forme di annuncio semplice veicolano la comunicazione di Gesù amato e pregato con cuori aperti alla

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l Brennero 2 è quassù, a Coccau, alle spalle di Tarvisio e a valle di Arnoldstein. Il sindaco di questa cittadina austriaca ha confermato al suo collega italiano, che Vienna ha intenzione di blindare anche questa frontiera. «Erich mi ha riferito che tecnici del ministero dell’Interno hanno compiuto un sopralluogo presso l’ex dogana dalla parte austriaca della statale e l’autoporto lungo l’autostrada per aprire un centro di identificazione... un luogo di accoglienza delle forze dell’ordine». «È il paradosso del "Brennero 2" - fa notare Paolo Zennarolla, vicedirettore Caritas di Udine - il muro non si farà per lasciar scappare, mentre i controlli saranno finalizzati per non far entrare». 27

Grazia. In un momento di preghiera è stato consegnato ai bambini anche il crocifisso, per guardarlo da vicino e parlare con Lui. Sono scaturite espressioni di un amore così puro che solo lo Spirito Santo può mettere sulle labbra dei piccoli. “Grazie, Gesù, che tieni le braccia aperte per dirci che ci vuoi bene. – Gesù, fa’ che io diventi più buona con mio fratellino. – Gesù, sei tanto gentile perché hai fatto il mondo tanto bello”. Queste e molte altre invocazioni dicono quanto il bambino, se posto nelle condizioni idonee, diventa un “orante” che va aiutato nel rapporto personale con il Signore Gesù. Certe esperienze segnano anche la nostra vita di Sorelle presenti in questa zona, che ha le sue “povertà”. Ci rinfranca la certezza che il Signore opera e costruisce il Suo Regno con forme “inedite”.

Sorelle di Lumignacco

Ne sa qualcosa Irene Cozzi, 75 anni, di Tarvisio, che viene spesso chiamata per rifocillare chi viene fermato. «Cucino di solito una pasta col pomodoro e provvedo del pane. L’anno scorso ho confezionato a casa mia più di 1500 pasti. Negli ultimi mesi i fermati sono stati limitati, ma con l’arrivo della primavera, ritorneremo ai grandi numeri, perché l’Austria cerca di liberarsi dei migranti»... È la Caritas l’avamposto della solidarietà a Tarvisio, con due religiose, sr. Roberta di 80 anni e sr. Giuliana di 90, a coor dinar e il volontar iato. «II muro che l’A ustria sta tirando su al Brennero mette paura anche alla nostra gente, perché qui l’effetto imbuto non troverebbe alcuna struttura pronta all’accoglienza». Rid. da “Avvenire” 15 aprile 2016


INDIA

Dal 19 dicembre al 9 gennaio, madre Ottavina ha visitato la Delegazione dell’India, accompagnata da sr. Nika.

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er esprimere la gioia della bella esperienza vissuta in India insieme con la Madre, canto un ritornello brasiliano dal salmo 133 (132): “Oi que prazer, que alegria o nosso encontro de irmaos! È como um banho perfumado, gostosa è nossa uniao!” “Oh che piacere, che gioia il nostro incontro di fratelli! Come una doccia profumata, saporita é la nostra unione!” Ringrazio ogni comunità per l’accoglienza fraterna e gioiosa, manifestata attraverso gesti profondamente espressivi, come: i sorrisi, il tocco di colore sulla fronte, la collana di fiori, il manto sulle spalle e l’abbraccio fraterno. Grazie alle sorelle per quanto hanno fatto, perché nella nostra visita ci sentissimo bene accolte e felici insieme a loro! Mi sembrava di conoscere personalmente tutte e anche la gente. In India era come se fossi in Brasile per l’affinità di tante cose: clima caldo, natura verdeggiante, fiori, frutti, piantagioni di caffè, riso, pepe, papaia, gomma... Con gioia ho fatto anche l’esperienza di aiutare a raccogliere il caffè nella casa del noviziato a Kappenkolly. Come in Brasile, sono andata con tanta gioia a visitare alcune famiglie con le Sorelle e i Padri e a pregare insieme. Mi sentivo tanto bene che non mi rendevo conto che indossavo vesti diverse dalle persone del luogo. Solo nella Messa mettevo un velo in testa, come le donne indiane hanno l’abitudine di fare. Non ci sono frontiere per l’amore di Dio che ci unisce, sorelle e fratelli, in tutti i momenti. Nonostante la difficoltà della lingua, io ero avvolta da questo amore che circolava in ogni nostra fraternità. Tante volte cantavo: “Come è bello Signore stare insieme…!” Ringrazio tutte le comunità per la bella testimonianza di vita fraterna e di apostolato nella Scuola, nella Parrocchia e fra la gente povera. Approfitto per congratularmi con la comunità di Pallikara per la festa del Giubileo di 25 anni della Scuola. Ho sentito dalle autorità che è una scuola valorizzata e riconosciuta da tutto il popolo e frequentata da Cristiani, Indù e Musulmani. Complimenti anche alle sorelle delle Scuole di Kappenkolly e di Mavoor per le artistiche danze preparate per noi. Voglio condividere anche la grande felicità che ho provato nel vedere e conoscere sr. Gladis! Ero e sono felice per la sua ripresa fisica e non ho dubbi che questo è un miracolo per intercessione del nostro Fondatore P. Antonio Pagani! Con tutte e varie volte ho cantato e pregato il Magnificat, lodando e ringraziando il Signore come Maria per tante grazie, tante meraviglie che ha fatto e sta facendo nella nostra vita e nella nostra Famiglia Religio28


sa! Camminavo e cantavo: “Il Signore ha fatto in me e in noi meraviglie, Santo è il suo nome…” Ricordo i momenti vissuti, principalmente il Natale. Mi sono sentita nella grotta di Betlemme insieme ai pastori con gioia e semplicità, celebrando, cantando e lodando il Signore che è venuto attraverso una famiglia povera, umile e semplice per dirci il grande amore e la misericordia del Padre. Complimenti al Parroco e ai giovani di Mavoor per il grande gesto di carità di andare a portare il pranzo ai poveri nel giorno di Natale! Confesso che era mio grande desiderio e anche quello delle sorelle di uscire con loro, ma era un giorno importante per stare insieme, unite come Famiglia con la presenza di Madre Ottavina. Porto nel mio cuore la Celebrazione eucaristica del primo giorno dell’anno con le sorelle e il popolo proveniente dai vari villaggi poveri del Tamil Nadu, dove abbiamo due comunità. Mi ha commosso la bella accoglienza, la semplicità, la gioia, l’affetto di quella gente povera, ma con un cuore pieno di fede e speranza. Terminata la Messa tutti sono venuti a salutare e a chiedere la benedizione. Mi sentivo tanto in famiglia che ho dato un bacio di pace a tutti; pensavo di darlo solo ai bimbi, ma ragazzi, donne, anziani, tutti volevano la benedizione e il bacio di pace. Nel mio cuore rimane una grande tristezza per la povertà specialmente dei fratelli nel Tamil Nadu. L’emarginazione o l’indifferenza dei governanti verso la gente povera delle periferie di città o di villaggi è un po’ dappertutto. Carissime sorelle, il nostro Dio guarda la sofferenza, ascolta il grido e scende per camminare insieme e liberare il popolo: in India, in Italia, in Brasile, in Africa. Egli si serve di chi accoglie il suo progetto d’amore. Noi dobbiamo essere una presenza che rivela Dio Padre che con misericordia cammina con il suo popolo. A noi il compito di essere solidali con i fratelli pregando, lavorando e promovendo migliori condizioni di vita. Come vivere oggi la Conformità di amore e di vita a Gesù Crocefisso? Tutta la vita di Gesù, parole e gesti, rivelano un Dio amoroso, compassionevole e misericordioso! Il nostr o Car isma r ichiede di confor mar ci a Gesù, vivere come Gesù Crocefisso, che con amore e per obbedienza assume tutte le difficoltà dell’uomo, donando la propria vita per essere fedele al progetto d’amore di Dio Padre. La missione che stiamo realizzando da 400, 50, 40, 35 anni corrisponde agli appelli del nostro Dio oggi? Come risposta al nostro Capitolo tutte dobbiamo farci questa domanda e avere il coraggio di rispondere senza paura di dover cambiare o lasciare alcune cose per assumerne altre che il Signore ci chiede. Come ci esortano il Papa e la Madre nella circolare: “A lzatevi, uscite e camminate!”. Sono tanti i poveri, i crocifissi che ci aspettano nel cammino, portando pesanti croci. Siamo inviate a incontrarli, non dobbiamo aspettare che vengano da noi. Per questo il Papa insiste: “USCITE!!”

Sr. Nika

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AFRICA

Karen-Nairobi, 8 dicembre 2015 il 7 dicembre, vigilia del Giubileo: a Karen è È tutto un via vai di suore venute dalle nostre comunità e ognuna conosce l’impegno assegnato-

vestiti dei lini ricamati da sr. Jane Mwangi per l’occasione. Tutto per la celebrazione è avvolto in un mare di rose, pare un paradiso terrestre. Al cancello d’entrata una lunga scritta è tesa tra un albero e l’altro: “50 ANNI DI MISSIONE”. A sinistra sventolano la bandiera del Papa, quella del Kenya, il logo delle Dimesse con il pellicano al centro. Quattro poliziotti per la sicurezza, i membri della “Fraternità laicale in divisa per l’accoglienza. Tutto funziona bene. C’è aria di grande festa. I saluti sottolineati da complimenti e meraviglia: “Sister, cinquant’anni!?...” Sembrano un lungo periodo, ma sono scappati così in fretta che ci credi solo ripensando a quel lontano 22 aprile 1965. Partito dal niente, oggi il Nyandarua è divenuto diocesi di Nyahururu, conta 208.000 cristiani, 32 parrocchie e 76 sacerdoti, alcuni religiosi, parecchie suore tra cui le Piccole figlie di S. Giuseppe con parecchie vocazioni e noi Dimesse. Il Signore ci ha benedette con un’ottantina di sorelle africane suddivise in 17 comunità fra Kenya e Tanzania. Alcune sono in Italia e due in Brasile. Ringraziamo la Divina Provvidenza!

le. Gli uomini montano le tende, le postulanti spolverano le sedie, le suore adornano la piattaforma [il palco] per la celebrazione, chi prepara i fiori in lunghi vasi (mangiatoie dei pulcini). Il lavoro si protrae fino a tarda notte per le rifiniture, le prove delle danze delle sorelle che prestano servizio nelle missioni. Alle quattro del mattino, eccole ancora loro a svegliare l’aurora con lo sborbottare del fuoco e il tintinnio dei coperchi: si comincia a cuocere presto, per i duemila invitati, al fine di arrivare in tempo per la Celebrazione eucaristica. Ma chi sono tutti questi? In primis la Madre Generale sr. Ottavina, il Vescovo emerito mons. Luigi Paiaro, il Vescovo dei nomadi mons. Kihara, che ci ha entusiasmate ad andare tra i musulmani e gli animisti, poi i genitori delle aspiranti, delle postulanti, delle novizie, le fraternità laicali A. Pagani del Kenya e di Bunda e le Suore della Delegazione africana; dall’Italia sr. José, sr. Hellen Wambugu, sr. Magdalene Kangangi, sr. Odilia, veterana del Kenya giunta con due nipoti, ci sono anche due fratelli e una sorella di sr. Graziana e molti amici. Ed eccoci al grande mattino, solennità di Maria Immacolata particolarmente cara a noi sue figlie. Contemplando dalla porta della chiesa quello spettacolo di tende torna alla mente la poetica visione di Balaam (Numeri 24:2-7,15-17) “How fair your tents are, Jacob… like gardens … like aloes planted by Yahweh”, infatti l’aloe è lì, fiorita, cresciuta spontaneamente; le bouganville spiano tra le giunture delle tende. L’altare e l’ambone sono ri-

Tra il continuo arrivare dei pullman dalle nostre scuole e dalle parrocchie, giunge il primo celebrante mons. Kihara. La processione ha inizio dal salone Pagani, si snoda sotto un tetto di bandierine colorate a zig zag e alberi carichi di bouganville bianche e vermiglie e grandi fiori rosa. La croce in testa alla processione e le due candele portate dalle chierichette; seguono in ordine di statura aspiranti, postulanti e novizie, suore, una schiera di sacerdoti; chiudono la processione i due vescovi, un terzo concelebrante e il cerimoniere. Il tragitto un po’ 30


di Gesù agli apostoli spaventati: “Fatevi coraggio, sono io!” (Mt 14, 22-23). Certo, in questi 50 anni, è stato sempre Lui a incoraggiarci e a sostenerci. L’omelia del vescovo è tutta missionaria e ci infervora ancor più ad andare nella sua diocesi. Nella processione offertoriale portano vari doni anche simbolici come il logo del nostro giubileo; una pecora è offerta dal presidente del consiglio della scuola “John Paul II”. Tutta la celebrazione coinvolge profondamente e attivamente l’assemblea e ogni gruppo delle nostre scuole o associazioni. Anche in Italia le sorelle sono unite a noi e seguono quasi in diretta tramite whatsapp. Il cielo è leggermente coperto per tutta la celebrazione come la nube sopra la tenda che copriva l’arca dell’alleanza, quasi una presenza continua del Signore in mezzo a noi. Al “memento” sono ricordate tutte le sorelle e i padri missionari con i quali abbiamo condiviso la missione e che ora godono in Dio. La S. Comunione è accompagnata da canti appropriati. Prima della benedizione conclusiva ci rechiamo vicino al cancello d’entrata dove i due vescovi svelano le foto delle sorelle missionarie che ci hanno lasciate per il cielo. Ritornati all’altare, l’inno delle Dimesse è sceneggiato mentre tutto il gruppo delle suore in cerchio lo canta delicatamente. Finita la S. Messa, dopo le foto ricordo, tutti si mettono in fila per il pranzo, rallegrato da danze e canti eseguiti dai diversi gruppi giovanili. Al pranzo ogni comunità ha invitato due poveri a una tavola speciale e serviti personalmente invece di mettersi in fila come gli altri. Tutti mangiano seduti sul prato: sembra la moltiplicazione dei pani del Vangelo. Ringraziamo il Signore per questi 50 anni e, fiduciose in Colui che ci ripete: “Fatevi coraggio, sono io”, andiamo avanti!

lungo è accompagnato dalle croniste e accolto da ululati, suono di tamburi e il canto delle danzatrici. Sistemati tutti nei luoghi destinati, sr Jane nostra delegata per l’Africa dà il benvenuto ai presenti secondo un protocollo. Legge un po’ di storia dei 50 anni di missione, ricordando M. Raffaella e il suo coraggio, M. Vittoria, sr. Laura, sr. Natalina, sr. Ilaria, sr. Tiziana, sr. Rosanna, quelle cioè che sono presenti dal cielo. Nomina con riconoscenza sr. Marcella e sr. Anselma, che per motivi di salute non hanno affrontato il viaggio dall’Italia, e ringrazia sr. José e sr. Odilia per la loro presenza; ricorda con affetto e riconoscenza quanto le prime missionarie hanno fatto per “piantare” la fede cristiana in Nyandarua. Un momento particolare e affettuoso è dedicato a M. Bertilla per tutto il bene che ci ha voluto e che tutte porta in cuore. Quanto si è prodigata per le missioni e le case di formazione! Ancora tutto parla di lei. La Santa Messa è solenne, con musica composta per l’occasione, accompagnata armoniosamente da danze molto espressive. Al Kyrie eleison cantano i bambini di “Talitha kum” con voce calma e meditativa; un’esplosione di altri due gruppi innalza il Gloria. Il libro della Parola di Dio viene portato in un mini aereo simbolico tra danze, canti, percussioni di tamburi, ululati all’ugandese. La prima lettura e la più “azzeccata”: “Quanto sono belli sui monti i piedi di chi porta la buona novella” (Is 52, 7 – 15). La seconda (Fil 1, 2-11) parla proprio a noi, ed è stata scelta dopo un anno di preparazione con fr. Reginaldo sul tema del Carisma, degli Ordini e della vita consacrata. Il Vangelo sottolinea le parole

Sorelle di Karen

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Una nuova missione a Laisamis, diocesi di Marsabit Tra le tribù nomadi, evangelizzate negli anni ’60 dal vescovo Cavallera I.M.C.

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l giorno tanto atteso è arrivato e le sorelle, in partenza per la nuova missione, erano pronte. Domenica, 14 febbraio, infatti, sr. Anna Wanja, sr. Elizabetta Ngatia, sr. Catherina Kanini, dopo la celebrazione della S. Messa e intensa preghiera da parte di tutte, hanno ricevuto il mandato di rappresentare le Suore Dimesse in una terra dove ancora non ci conoscono. Laisamis, diocesi di Marsabit, è una zona all’inizio del deserto abitata da tribù nomadi, come Samburu, Borana, Rendille, con distanze enormi fra una comunità e l’altra. Da tempo il vescovo Peter Kihara lanciava il suo appello, affinché qualche congregazione si rendesse disponibile a portare il lieto annuncio in mezzo a quella gente assetata di Dio. Lo Spirito Santo ci ha raggiunte, era il momento favorevole, l’intera Congregazione ha detto: “Sì, andiamo”, con l’entusiasmo delle prime missionarie 50 anni fa. Il 15 febbraio, dopo il saluto dell’intera comunità e delle giovani in formazione, si parte. Il pulmino è carico, ancora non si sa cosa sarà essenziale in quella zona, acqua di sicuro, perciò non ne mancano alcune taniche. La prima sosta è a Nanyuki, procura della diocesi di Marsabit. Con nostra sorpresa il Vescovo è ad aspettarci; dopo un breve ristoro, ci invita a recitare il Vespro, durante il quale esprime la sua gratitudine al Signore prima di tutto, poi alla Madre

Generale e al suo consiglio, a sr. Jane e all’intera Congregazione, per aver risposto positivamente alla sete di Dio del popolo di Marsabit. Il suo grazie particolare va alle tre sorelle che con generosità e coraggio hanno accettato il nuovo impegno. Con la loro presenza il vescovo vede il suo sogno realizzarsi. Il mattino seguente si parte per la destinazione; dopo le prime ore si sperimenta il clima diverso e l’acqua è provvidenziale. Più ci si avvicina e più il desiderio di entrare nella realtà cresce. Lo scenario è costante: sassi, terra arida, bassi arbusti qua e là e piccoli greggi di capre guidati da ragazzetti di età scolare. A 20 km dalla missione ci sono ad accoglierci il cappellano, un gruppo di studenti con i loro insegnanti e qualche genitore. I loro canti e preghiere esprimono fortemente il clima di attesa di un intero popolo. All’entrata della missione ecco il Parroco con altri studenti, maestri, genitori e membri del Consiglio Pastorale, i quali ci

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scortano a piedi fino alla casa delle suore. Dai canti e gorgheggi delle donne è chiara la gioia di vedere finalmente esaudite le loro preghiere. Una volta entrate in casa, le stesse donne e altri rappresentanti delle comunità cristiane presentano le loro offerte: farina, riso, olio e altre granaglie, mentre gli uomini regalano una capra come segno di benvenuto. Per il momento si tratta di sistemare ogni cosa per poter iniziare a vivere nel nuovo ambiente, la presentazione ufficiale alla comunità sarebbe avvenuta la domenica seguente. Domenica, 21 febbraio La comunità parrocchiale è in festa, il Signore ha esaudito le loro preghiere, per tanto tempo l’avevano invocato, riunendosi nelle varie stazioni, affinché mandasse le suore; ora si trattava solo di renderGli grazie con canti e danze. Per l’evento sacerdoti e suore dell’intera diocesi erano arrivati due giorni prima, le distanze non avrebbero permesso loro di par-


tecipare in tempo. Il Vescovo, durante la solenne celebrazione, dopo aver presentato le suore, ringrazia ancora una volta la Madre Generale e tutta la Congregazione, per il grande dono fatto alla sua dioce-

si. Conoscendo la precarietà dell’ambiente, ogni gruppo ha portato qualcosa da mangiare e così la condivisione rende la festa una “festa di famiglia”. Nei giorni seguenti con l’aiuto del Parroco, sr. Jane Mwangi e

le tre sorelle prendono visione dell’ambiente dove svolgeranno il loro apostolato. Ora sono là fiduciose e chiedono il nostro sostegno e la nostra preghiera. Sorelle di Karen

Il 6 febbraio a Karen sono entrate otto nuove postulanti. “Comunico con gioia che in Consiglio, dopo riflessione confronto, abbiamo deciso di far vivere a Nicole, la novizia italiana, qualche mese di esperienza con le novizie del Kenya. Nicole, pur avendo frequentato all’USMI, il corso intercongregazionale, non ha avuto la fortuna di camminare nella formazione con altre giovani, desiderose di donarsi al signore nella nostra Famiglia religiosa. Questa scelta le darà la possibilità di confrontarsi e di esercitarsi concretamente nella vita di noviziato. Abbiamo scelto il noviziato del Kenya, perché solo là ci sono novizie del secondo anno. Siamo certe che Nicole si troverà bene e vivrà un tempo di grazia speciale, sostenuta anche dalla nostra quotidiana preghiera. Nicole è partita il 21 aprile accompagnata da suor Igina.” (Dalla circolare di Madre Ottavina)

Alla fine di aprile sono arrivate in Italia, per la preparazione alla professione perpetua, due sorelle dall’Africa e due dall’India. Ad esse si aggiungeranno sr. Magdalene e sr. Lucy che già si trovano in Italia. (da sn.: sr. Mary, sr. Ani, sr. Rispe e sr. Ambly ) (Dalla circolare di Madre Ottavina) 33


BRASILE IN CONFORMITÀ A GESÙ CROCIFISSO

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per il bene di tutti. Si tratta di un esercizio che si realizza nel quotidiano e che richiede atteggiamenti concreti di rinuncia, di servizio, di dedizione e cura vicendevole. È questo il senso con cui viviamo la Pasqua di Cristo: c’è qualcosa che muore in noi e qualcosa che nasce: “Se il chicco di grano che cade in terra non muore, rimane solo, ma se muore produce molto frutto” (Gv 12, 24). Il Signore ci chiede il coraggio di morire alla mentalità di piccolo gruppo per rinascere con lo spirito aperto a una missione senza frontiere in direzione delle periferie esistenziali e a proiettare la nostra missione partendo dall’essenziale. Che cosa è essenziale in questo contesto? Ricordiamo qui la priorità del Capitolo Generale 2014: “Radicate in Cristo, vivere con fiducia i cambiamenti del mondo, attente al bene in esso presente; valorizzare le differenze e camminare insieme ai “piccoli” con la forza del Vangelo”.

icordare 40 anni di storia (1976-2016) della presenza della nostra Famiglia religiosa in Brasile è rivedere la chiamata missionaria di Dio fatta alle prime sorelle e che continua oggi nelle parrocchie dove siamo inserite. “In conformità a Gesù Crocifisso, amare e servire” è un programma di vita che desideriamo assumere nella celebrazione di ringraziamento per la Delegazione del Brasile. Non abbiamo grandi opere da presentare, né fatti memorabili, ma possiamo rivivere con esultanza il cammino tracciato dalle sorelle che hanno lasciato la loro terra “nel nome del Signore”. Tante persone ricordano con gratitudine i segni missionari lasciati nelle loro vite: l’ascolto, l’accoglienza e il servizio propri del nostro carisma piantato qui in terra brasiliana. Ringraziamo il Signore per il dono delle prime sorelle, per la fedeltà generosa con cui esse hanno assunto la missione in spirito di umiltà e di amore sull’esempio della nostra Madre Immacolata. Nelle parrocchie è vivo il ricordo della tenerezza nell’essere accolti, la capacità di incoraggiamento, la condivisione della Parola di Dio nei gruppi biblici e nel lavoro catechistico, la presenza significativa tra la gioventù per illuminare la strada da percorrere. In questi anni siamo state chiamate a fare ulteriori passi nella strada dell’inserimento della nostra Famiglia religiosa in Brasile. Fin dall’ultimo Capitolo Generale del 2014, viviamo nuove esperienze: la presenza di sr. Nica nel Consiglio Generale come presenza della nostra Delegazione; l’accoglienza tra noi di sr. Anastasia e sr. Lucy dal Kenya per condividere la missione; i lavori di ristrutturazione della Casa di Formazione san Giuseppe in vista di un servizio di maggior qualità nell’accoglienza dei gruppi per incontri e ritiri; il ritorno di Madre Giampaola nella Comunità di Cobilandia, soprattutto nella Casa del Bambino. Questi passi ci sfidano a uscire da noi stesse, accogliendo con cuore aperto la solidarietà di tutta la Famiglia e condividendo il meglio di noi

essenziali che non possiamo perG lidereelementi di vista in questo anno di celebrazione

di 40 anni di presenza in Brasile: - Radicarci in Cristo – Lui è la r adice e il fondamento della nostra missione. Senza di Lui tutto diventa azione vuota e contro-testimonianza. - La fiducia nel momento attuale con uno sguardo attento al bene che c’è nel mondo di oggi – anche se viviamo tempi di contr addizioni, debolezze e miserie, questo è un momento di cambiamento molto fecondo che può convertirci e ricreare in noi il Progetto di Dio. - La valorizzazione delle differenze – tr a noi ci sono differenze culturali, di età, di visione. Però, le differenze non sono opposizioni o problemi, ma ricchezza che ci completa, nella misura in cui ab-

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po particolare di grazia, che è la celebrazione dei 40 anni di presenza in Brasile, a rinnovare il nostro impegno tra i più piccoli e poveri nelle parrocchie dove siamo inserite, nei progetti sociali che seguiamo, come: la Casa del Bambino, il CEAMI e l’ASEVI. Ci chiama anche a meditare la Buona Novella che Lui ci vuole rivelare per testimoniarla nelle periferie esistenziali della missione e in tutti i luoghi dove siamo chiamate a “consacrare” la nostra vita.

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odiamo il Signore per il dono della nostra storia che continua nel cammino ancora da fare. Questo è il tempo di “ricominciare”, come diceva san Francesco, perché finora poco abbiamo fatto... Il Signore ci chiede ancora di più. Auguriamoci disponibilità e apertura per rispondere con amore, umiltà, gioia e generosità.

biamo il coraggio di accoglierle e valorizzarle. Il cammino insieme ai piccoli nella forza del Vangelo – il Signor e ci chiama in questo tem-

Delegazione del Brasile

Primo incontro con gli ex-frequentanti la Casa del Bambino - Cobilandia volte incontriamo qualche per“Q uante sona per caso, in un pomeriggio qua-

lunque, e quella persona ci porta tanti ricordi buoni, o solo una parola che ci fa vedere tutto, in un’altra maniera”. Rubem Alves

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n preparazione ai 25 anni di esistenza della Casa del Bambino, chiamata anche Pastoral do menor, le suore e alcuni collaboratori hanno organizzato il primo incontro dei ragazzi e adolescenti che avevano frequentato questa struttura per ricordare i passi fatti e condividere fraternamente i sogni realizzati. L’aspettativa degli organizzatori era grande, ma non si aveva l’idea di quante persone avrebbero accolto l’invito fissato per il 6 marzo 2016. Finalmente è arrivato il giorno desiderato! Un po’ alla volta hanno cominciato ad arrivare non più bambini e adolescenti, ma giovani e adulti con piccoli in braccio, papà e mamme con figli già adolescenti, contenti e allegri. Era festa di abbracci, di strette di mano. Ne sono giunti più di cento, molti si emozionavano rivedendo il luogo e le persone che facevano loro rivivere un passato di sogni, di sfide e di speranze. Salutavano le suore e i collaboratori con tanta gratitudine e commozione. Nel salone gremito di persone, le numerose sedie non bastavano. In un clima di festa, il tempo non è stato sufficiente perché tutti potessero raccontare la propria storia, dire ciò che era cambiato nella loro vita. È stato presentato il libretto: “Quem acolhe esta

criança em meu nome, è a mim que acolhe” scritto più di 20 anni fa dai ragazzi della “Casa del Bambino” e abbellito con disegni e messaggi. L’emozione apriva sempre più i cuori di tutti, che sottolineavano con tanto interesse ciò che avevano imparato attraverso vari ambiti: cultura, sport, musica, arte, informatica... ricordavano l’appoggio dato alla Casa da parte delle comunità parrocchiali e la disponibilità di tanti volontari. É consolante vedere persone che sono riuscite a fare passi importanti per il loro futuro. La loro testimonianza ci conferma che vale la pena investire nell’educazione della persona umana. Ora i valori coltivati vengono trasmessi ai loro 35


figli. Alcuni dicevano: “Porto mio figlio in questa Casa perché conosca dove io ho imparato a vivere”. Nuove famiglie, nuove speranze! L’evento si è concluso con l’impegno di realizzare altri incontri con temi suggeriti da loro stessi: famiglia, amicizia, impegno sociale. È stata entusiasmante anche la proposta di scrivere un nuovo libretto con le loro attuali esperienze. Il desiderio di tutti di continuare a camminare e crescere insieme è grande! Ana Rita Esgario e Wagner Lelis (collaboratori)

a frequentare la H oCasainiziato del Bambino quando

avevo 7 anni e vi sono rimasto fino a 15 anni. In questo tratto di tempo ho potuto arricchire la mia vita di valori che conservo e coltivo nel mio cuore, per esempio: amicizia, amabilità, rispetto, comprensione, perseveranza, solidarietà, umiltà, onestà e responsabilità sociale. Sono tanti i cammini che un individuo può seguire per diventare un uomo per bene. Nella società attuale, peró, perché questo si realizzi, sono necessari insegnamenti e passi bene orientati. Con questi sentimenti racconto qualche cosa sui bambini e adolescenti che, come me, un giorno hanno avuto la fortuna di essere stati protetti da molti pericoli e di essere stati accolti in un’oasi, che favoriva opportunità e sogni. Infatti, che sarebbe di un bambino privato della possibilità di essere bambino? Sento il bisogno di dire che il vero sacerdote e l’autentico missionario è colui che solleva il caduto, che incammina un fratello che ha sbagliato e proclama la verità del Maestro Gesù agli innocenti, ai piccoli, perché siano preparati per la vita di domani e riescano così a superare le inevitabili difficoltà e avversità. Quando da bambino frequentavo la Casa, non avevo l’idea di come quest’opera mi stava preparando ad affrontare ciò che la vita adulta mi avrebbe chiesto.

Un po’ alla volta ho capito quanto è necessario essere forti...! Ma la forza non nasce dal niente: è pazientemente costruita e diligentemente alimentata. Grazie alla Casa del Bambino, oggi sono una persona forte. Il 6 marzo scorso, si è realizzato il primo incontro con gli ex della Casa del Bambino. Con gioia e meraviglia mi sono incontrato con un grande numero di colleghi della Casa, assieme ai nostri insegnanti, volontari, assistenti e chiaramente, le suore, che con gioia e amabilità ci accoglievano e ci abbracciavano. È stato un momento sublime dopo tanti anni! Gli organizzatori hanno creato un clima favorevole, perché potessimo gustare la ricchezza e la gioia di questo giorno. E così è avvenuto. Ci siamo suddivisi in gruppi, per scambiarci esperienze, ricordi, gioie e speranze. Al termine dell’incontro ci è stata servita una buona merenda. Questa bella opportunità ci ha donato, in un solo giorno, tantissime cose ricche e belle. Termino dicendo che la nostra gioia più grande è stata l’aver potuto vivere insieme questo grande giorno. Ciascuno la rifletteva sul proprio volto. Vedere tutti questi giovani, ora adulti, incamminati per il giusto sentiero della vita e non al margine della società è veramente di grande conforto. Abbiamo avuto la conferma che la Casa del 36

Bambino è un’opera che pone solide fondamenta nei bambini e adolescenti che la frequentano e prospetta loro un futuro di successo umano ed etico. Oggi posso dire che sono un cittadino. Forse, se non avessi vissuto l’esperienza nella Casa del Bambino, io non sarei qui per poter scrivere un poco su quello che è la mia vita ed è stato il nostro incontro. Hutemberg E. Moulin

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irca 18 anni fa, ho iniziato a frequentare la Casa del Bambino. Ricordo tanti momenti indescrivibili di gioia e di festa. Sono stata accolta con tanta bontà. Ho imparato molte cose belle. Ho incominciato a conoscere Dio, ho imparato a pregare. Mi hanno insegnato diversi lavori artigianali e ho vissuto momenti di gioco, di amicizia e di festa. Avevamo ciascuno un’amica o un amico italiano con il quale scambiavamo letterine e foto. Ho frequentato corsi di dattilografia e di computer. Quanti anni sono passati! E la casa del Bambino continua ad accogliere con tanta gioia i nostri bambini che sono la speranza del domani, come lo è stato per me. Questa esperienza è un regalo vivo per me, fa parte della mia storia e ha segnato la mia vita. Con amore e riconoscenza ringrazio per tutto quello che è stato fatto per me e per i miei amici.


Il giorno 6 marzo 2016 ci siamo incontrati in molti nella Casa del Bambino, avevamo tanta nostalgia e tanto desiderio di rivederci. Abbiamo ricordato il passato con entusiasmo. È stato un incontro gratificante ed emozionante. Gli amici lasciano un grande ricordo impresso nell’anima, né il tempo né la distanza possono diminuire l’intensità dei sentimenti vissuti. Con gli amici non esiste passato, non esiste distanza. Tutto è presente. Grazie!

Luana Andreia

La “Lavanda dei piedi” tra i catadores de lixo

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l Giovedì Santo di quest’anno è stato un giorno speciale per noi Sorelle della Comunità di Pesqueira. La Caritas diocesana, unita al Vescovo dom José Luiz, ci ha invitate a celebrare questo momento particolare insieme alle famiglie che vivono separando e vendendo ciò che incontrano nell’immondezzaio di Pesqueira. Con molta semplicità è stato preparato l’ambiente e scelte dodici persone fra i “catadores de lixo” (raccoglitori di rifiuti) per vivere l’esperienza della lavanda dei piedi. Dopo una breve introduzione, la lettura del Vangelo e la riflessione del Vescovo, è stato dato inizio a questo gesto tanto significativo in un ambiente così insolito e con persone completamente differenti! Una Chiesa che “esce” e va incontro ai poveri, come chiede papa Francesco. Dopo aver terminato il suo gesto, dom José ha invitato altre persone a continuare la lavanda dei piedi: un agente della Caritas, una religiosa e poi, chi voleva... Noi ci siamo rese disponibili e anche

alcuni di loro, abituati a un lavoro tanto inusitato. È stato molto toccante vedere la semplicità e la commozione di chi si metteva in ginocchio a lavare e baciare i pedi! Con molta spontaneità e sincerità qualcuno si approssimava e rifaceva il “grande gesto” di Gesù. È iniziata una “catena” che ha creato fraternità, condivisione, uscita di sé! A un certo punto una giovane, appartenente a una di queste famiglie, ha voluto lavare i piedi anche a noi Sorelle di Pesqueira! É stato emozionante... una cosa inaspettata! Lavare e lasciarsi lavare i piedi in questa occasione, in questo ambiente, ci ha dato un’altra dimensione di quello che è mettersi a servizio e rompere con gli schemi abituali! Essere una Chiesa “in uscita” é “sporcarsi”; è non avere paura di mescolarsi, di superare resistenze umane... Gesù ci ha mostrato un gesto carico di una grande umiltà... Se noi desideriamo appartenere a Lui, come sue discepole, dobbiamo assumere con coraggio questa eredità di servizio a favore dei più piccoli ed emarginati. Sorelle di Pesqueira

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NELLA LUCE DEL RISORTO SUOR. AUSILIA IERACE MARIA n. 01.10.1921 m. 30.12.2015

Nata da padre calabrese e madre vicentina, visse e studiò a Trieste. Dopo la morte prematura dei genitori venne a Udine, per completare gli studi e conseguire l’abilitazione magistrale. Entrò quindi in noviziato e nel 1942 emise i primi voti nel nostro Istituto delle Suore Dimesse Figlie di Maria Immacolata. Dopo la guerra potè continuare gli studi alla Ca’ Foscari e quindi a Urbino dove si laureò in Lingue straniere. Insegnò per diversi anni nel Collegio Dimesse di Udine fino a quando ebbe incarichi di responsabilità nella Congregazione: vicaria Generale e superiora delle comunità di Udine prima e della comunità di Trieste poi. Dopo il terremoto del 1976 dovette affrontare il problema della messa in sicurezza degli edifici del Collegio. Nel 2006 rientrò da Trieste a Udine a causa di una grave malattia. Trascorse in infermeria i suoi

ultimi anni, continuando ad essere serena, disponibile e accogliente, come era stata per tutta la vita. È tornata alla casa del Padre il 30 dicembre 2015. Comunicando la sua dipartita, madre Ottavina così si è espressa: “La nostra sorella Ausilia ci ha lasciato l’esempio di un animo tanto misericordioso. Ha amato la Famiglia con vero affetto di sorella e di madre, accogliendo ogni realtà con cuore buono e fiducioso nel Signore, coprendo tutti con il manto della compassione. Ora definitivamente abbracciata dalla Sua misericordia, riposa in Lui e per noi intercede.”

aperto così il passaggio dalla terra alla festa del Cielo, quando la Quaresima faceva già intravedere la luce della Pasqua. Teresina Nante, nata a Vigonovo (VE) il 9 aprile 1935, ha goduto la bellezza della sua famiglia unita e ricca di fede. Conservava gelosamente la data del suo Battesimo e diceva che era quello del suo vero compleanno. Fin da fanciulla custodiva in cuore il desiderio di farsi suora. Con la preghiera e l’aiuto di una guida spirituale ha maturato il suo ideale. A 24 anni è entrata in questo Istituto delle Suore Dimesse Figlie di Maria Immacolata, dove l’aveva preceduta la sorella suor Sabina. Il 17 agosto 1962 ha fatto la prima professione religiosa con serena fiducia e gratitudine caratteristiche della sua personalità. Dopo i primi anni trascorsi in Casa Madre Padova, nel 1966 è passata nella Scuola Materna di Monteortone (PD), anche come responsabile di comunità. Era puntuale e precisa nei compiti a lei affidati e premurosa alle necessità di ogni sorella. Amava la vita parrocchiale, la catechesi, le celebrazioni liturgiche spesso animate dal coro di cui faceva parte. La presenza dei bimbi nella scuola, il dialogo con le persone, in modo particolare con le mamme, erano per lei i mo-

SUOR FEDERICA TERESINA NANTE n. 09.04.1935 m. 15.03.2016

La nostra cara suor Federica Nante ci ha lasciate martedì 15 marzo 2016. Da una settimana era ricoverata in ospedale, come tante altre volte, ma non è riuscita a superare la grave crisi cardiaca. Per lei si è 38

menti speciali di apostolato. In quei 16 anni di permanenza ha seminato il bene. Il saper stare con tutti, il suo sorriso e lo sguardo amabile favorivano in tante persone l’apertura del cuore e la richiesta di consigli. Molte mamme ricordano le sue raccomandazioni: “In famiglia vogliatevi bene, fate tutto per amore e con amore, non per forza! Guardate alto e verso gli altri con pazienza e fiducia...” Altre testimoniano: “Suor Federica ha saputo farsi amare con grande libertà, perché era certa di essere lei amata da Dio. In lei parlavano gli occhi!”. Anche nelle altre parrocchie in cui ha svolto il suo ministero, suor Federica ha lasciato testimonianze di ascolto cordiale, di partecipazione alle feste, alle gioie e ai lutti di tante famiglie. Negli ultimi due anni trascorsi nell’infermeria di Casa Madre la nostra cara sorella ha vissuto specialmente la gratitudine e il silenzio abitato dalla Parola di Dio, imparando ancor più l’attesa del Signore. La santa Messa funebre è stata celebrata dal parroco di Bastia (PD) don Claudio Zuin, giovedì 17 marzo 2016 alle ore 16.00 nella chiesa di Casa Madre. Al termine del rito, la cara salma è stata tumulata nel cimitero di Vigonovo (VE).


NELLA PACE DEI GIUSTI Un prete sereno e fedele Il mercoledì delle Ceneri ha concluso la sua vita terrena mons. Guido Galeazzo, all’età di 93 anni. Nato a Chiesanuova nel 1922, è stato ordinato prete nel 1946. Ha vissuto i primi anni di ministero come cooperatore a San Prosdocimo. È passato poi in seminario come incaricato dell’Opera san Gregorio Barbarigo per le vocazioni. Nel 1982 ha svolto il compito di cerimoniere per qualche mese all’ingresso a Padova di mons. Filippo Franceschi. Don Guido ha avuto il tempo di fare l’assistente diocesano per le familiari del clero, per i sacristi, per il Serra club, per il Movimento apostolico ciechi, e soprattutto il cappellano della Casa Madre delle Dimesse (1983-1995). Nel 1995, a 73 anni, inizia il suo servizio come animatore spirituale all’Opera della Provvidenza (Opsa), fino a oltre novant’anni. Don Guido er a una delle figure più familiari in diocesi, soprattutto tra i preti. Poteva essere un’icona esemplare del prete padovano per tanti aspetti: era semplice ed essenziale, sempre all’opera e in movimento, umano e alla buona nei rapporti, dalla pietà robusta e senza pose, rispettoso quasi religiosamente nell’obbedienza, affidabile e scrupoloso nel servizio, distaccato dalle cose e, soprattutto, sempre lieto e positivo. Ha chiuso gli occhi mentre la comunità degli ospiti dell’Opsa stava celebrando l’eucaristia delle Ceneri e pregava per lui. Ed è stato anche questo un segno commovente di una comunione intensa, familiare e gioiosa che si era consolidata tra lui e tutte le persone di questa casa, dal 1995, quando il vescovo gli aveva affidato questo servizio, e fino alla fine.

Era davvero l’assistente spirituale della casa, ne animava puntualmente la preghiera comunitaria, visitava i reparti, chiamava per nome tutti, faceva il confessore degli ospiti, delle suore e del personale, il celebrante, il predicatore. Qui, all’Opsa, don Guido era diventato anche, e soprattutto, il volto e l’anima della carità fraterna tra i sacerdoti, in quanto responsabile della comunità dei sacerdoti ospiti. Sempre presente, premuroso e delicato con tutti, ha saputo imprimere pienezza di interessi e serenità al soggiorno faticoso dei tanti confratelli preti, costretti dall’infermità. Li sosteneva spiritualmente, ma anche nell’impostazione della giornata, in modo che non ci fossero vuoti noiosi. E sapeva farlo sempre con buon gusto e finezza di gesti e di interventi. I primi anni di cura d’anime, don Guido li aveva vissuti con il grande don Antonio Varotto presso la parrocchia di San Prosdocimo. Accanto a tal maestro, ha interiorizzato la sua sensibilità e sollecitudine per i poveri e i bisognosi delle categorie più disparate. E sicuramente ha assimilato anche la forte e tenera devozione alla Madonna, che ha qualificato la vita del fondatore dell’Opera Immacolata Concezione, ma questo probabilmente aveva radici nella intensa e tenera vita familiare vissuta accanto al fratello don Albino e alle due amatissime sorelle. Don Guido è stato volto e anima della pastorale vocazionale, soprattutto per il seminario, in quanto responsabile della Pia opera San Gregorio Barbarigo. Non so quante volte abbia percorso in lungo e in largo la diocesi. Sempre in talare, con la sua utilitaria piena di fogli e di cartelloni, con la macchina da proiezione, incontrava i ragazzi, le zelatrici, i parroci, organizza39

Mons. Guido Galeazzo va ritiri, campi scuola estivi e invernali. Predicava con semplicità disarmante e incisiva, pregava e faceva pregare, organizzava la carità concreta e quella spirituale a favore del seminario e delle vocazioni. Ma non appariva mai affannato o confusionario. Comunicava con naturalezza e immediatezza il senso della serenità, della simpatia. Questo infatti, era il suo animo: lieto e sereno, evangelicamente semplice e limpido, generoso e zelante. Vivendogli accanto per tanti anni, sono certo anche che don Guido era un sacerdote che viveva in Dio e per Dio, in una comunione molto profonda e permanente con il Signore e con la Madre sua. E sono certo, anche, che non era sfiorato da ambizioni, da doppie finalità, da secondi fini e che viveva in condizione di permanente disponibilità alla volontà di Dio. Parlare di vita santa per una persona concreta è sempre rischioso, ma qui non ci siamo molto lontani. In ogni caso penso che dobbiamo rivolgere a Dio una preghiera di lode e di ringraziamento immensi per il dono di questo prete, per la sua testimonianza così semplice e cristallina.

Mons. Mario Morellato


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Maggio 2016  

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