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CINZIA FIASCHI

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA

Viaggio contemporaneo pittorico fotografico e performativo


CINZIA FIASCHI Una incessante ricerca tra un tempo che dichiara da sempre la sua volontà di essere fluido, che non accetta compromessi con etichettature e conferma nella complicità della sperimentazione materica la sua volontà di essere arte tra tutte le sue manifestazioni espressive. Artista visiva e Performer, Cinzia Fiaschi muove i suoi primi passi nell’arte sotto l’attenta visione del pittore e maestro Giulietti, con il quale si laurea con eccellenza presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Fuori e dentro le righe, nella sua ricerca pittorica in un Informale che destruttura la materia attraverso la sperimentazione di una tecnica pittorica mista, che cerca nei silenzi della ruvidità della tela la dinamica espressiva del gesto, l’artista di Certaldo contamina la sua esperienza pittorica con l’innovazione del Tanz Theater e promuovendo il Dance in Action Painting che la rende graffiante e incisiva. La sua carriera la vede attiva in workshop di teatro-danza e contact improvvisation, nella creazione di istallazioni scenografiche per festival, mentre alcune sue opere diventano parte integrante di set cinematografici e video-spot per la comunicazione pubblicitaria. Scrive, collabora e promuove performance con musicisti, vocalist, danzatori e attori, realizzando live-video e performance, dove l’opera pittorica dialoga e si fa sinergia con le altre arti audio-visive. Nel corso degli ultimi 15 anni nascono veri e propri eventi musicali e coreografici come: Art in Motion (USA), Amorose Visioni, ColorinmovimentoVenezia (catalogo monografico), Colorinmovimento Movie (opera video in HD), BellAzione Pittorica (catalogo monografico), Bellanima Pictura, Action Singing, Venus e Fiammetta parla al suo libro-prologo. Nel 2011 per l’azienda Eni Spa, realizza una performance di Action Painting con la vocalist Priscilla Bei e il musicista Maraja, sinergia pittorica che si traduce in un video spot per l’azienda, mentre l’opera pittorica è oggi visibile presso l’Archivio Storico Eni. Il 2 maggio ha ricevuto il prestigioso Premio Duccio presso l’Istituto d’Arte di Siena come Maestro di rilievo per la Cultura Contemporanea. Con Elegia di Madonna Fiammetta, dall’11 maggio 2013, in occasione del VII Centenario della nascita del Boccaccio, s’inaugura un nuovo sodalizio artistico che vede, sotto la regia di Roberto Turchetta, la collaborazione della vocalist Cinzia Eramo, l’attrice Sara Armentano e la danzatrice Alessia Branchi, una rilettura di uno dei primi “romanzi psicologici” più inattesi della letteratura italiana. Esso è l’inizio di un progetto che vuole affermare il senso di “essere donna” che travalica lo spazio trecentesco, la forma e la dinamica di una narratrice sedotta e delusa che trova in Cinzia Fiaschi la sua interprete più carismatica in una contemporaneità che rompe le parole e cerca nei gesti conferme di una coscienza che si rinnova nell’istante in cui si promuove una collaborazione tra Action Painting e spettatori, e intimamente tra lettori e testo.

www.cinziafiaschi.com


A MIO PADRE

CINZIA FIASCHI ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA Viaggio contemporaneo pittorico fotografico e performativo

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CINZIA FIASCHI ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA Viaggio contemporaneo pittorico fotografico e performativo

Certaldo, Palazzo Pretorio e Casa Boccaccio 11 Maggio - 23 Giugno 2013 a cura di Elisa Favilli

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Testi critici di Elisa Favilli e Ernestina Pellegrini Testi tratti liberamente da Giovanni Boccaccio, Elegia di Madonna Fiammetta, a cura di Maria Pia Mussini Sacchi, Mursia, Milano 1987 Foto/Ritratti Cinzia Fiaschi Comunicazione e Ufficio Stampa Elisa Favilli e Comune di Certaldo Performance Compagnia Dance in Action Painting per Fiammetta, Cinzia Eramo, Sara Armentano, Alessia Branchi Regia di Roberto Turchetta Progetto grafico e impaginazione Digital Modi Foto opere Digital Modi Consulenza allestimento mostra Mauro Tinti Logistica allestimento Comune di Certaldo e Associazione Polis Certaldo Location foto/ritratti Casa Mori Stampa Industrie Grafiche Pacini

© Copyright 2013 Pacini Editore SpA Comune di Certaldo/Associazione Polis

Partners www.laboratoripolis.it www.imacelli.it www.digitalmodi.net Galleria Arte 166 www.166a.it Galleria Arte Menhir www.menhirarte.com Guide turistiche autorizzate www.guideintoscana.it www.cinziaeramo.com www.casamori.com www.8cento.org www.enotecacasini.it

Finito di stampare nel mese di Maggio 2013 presso le Industrie Grafiche Pacini Editore SpA Via A. Gherardesca - 56121 Ospedaletto - Pisa Telefono 050 313011 - Fax 050 3130200 www.pacinieditore.it

ISBN 978-88-6315-558-7 Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, Corso di Porta Romana n. 108, Milano 20122, e-mail segreteria@aidro.org e sito web www.aidro.org


Il 2013 si preannuncia come un anno molto importante per Certaldo.

Le Celebrazioni del Settimo Centenario della Nascita di Giovanni Boccaccio, che si festeggiano durante tutto l’arco dell’anno 2013, sono state pensate dall’Amministrazione comunale - insieme a Regione Toscana, Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, Comune di Firenze - come un’occasione unica per valorizzare quel che Boccaccio ha dato al patrimonio culturale italiano, europeo e mondiale. Nel fare questo, se da un lato si è fatto rete con importanti istituzioni culturali toscane, italiane ed estere, dall’altro si è inteso valorizzare il prezioso patrimonio culturale rappresentato dalle associazioni, gli artisti, gli eventi certaldesi, molti dei quali attivi ogni anno. Questo per mostrare quanto il nostro piccolo e celebre borgo ha ricevuto da Giovanni Boccaccio, ma ha anche saputo far fruttare, e restituisce oggi ai cittadini, turisti, uomini e donne di cultura. Il “viaggio” artistico a tutto tondo di Cinzia Fiaschi, la sua “Elegia di Madonna Fiammetta”, che si ispira all’omonima opera di Boccaccio e la racconta con potenti tocchi di colore e gesti cadenzati dal suono della musica, ci è sembrata a questo proposito non solo importante di per sé, ma ben esemplificativa dello spirito degli eventi ideati per il Centenario. Passando per varie tecniche quali la pittura, la fotografia, la performance, le opere di Cinzia riescono a racchiudere in sé quelle immagini, a suscitare quelle sensazioni, che si percepirebbero altrimenti solo attraverso un’attenta lettura dei testi boccacciani. L’action painting si fa strumento prediletto per indagare le controversie e le fantasie d’animo che Boccaccio raccontava attraverso le parole. L’unicità di questo linguaggio nuovo e diretto è tale da portare alla luce dei tratti ancora celati dell’opera del poeta, un’operazione questa, di approfondimento e riscoperta, che è il patrimonio più importante che queste celebrazioni ci lasceranno. Spettacoli di teatro, musica, danza, festival culturali, convegni letterari, costituiscono dei momenti di conoscenza collettiva per approfondire l’opera di Giovanni Boccaccio, o magari per poterlo osservare da un punto di vista diverso e inusuale, scavando dentro le sue opere, le sue parole, i suoi pensieri, ma conservando lo sguardo dell’uomo contemporaneo del XXI secolo. Tutto questo fa anche Cinzia Fiaschi e noi con lei, invitando tutti gli spettatori a fare un “viaggio” tra passato e presente, nel mondo di Fiammetta, di Giovanni Boccaccio, nel nostro mondo.

Giacomo Cucini Assessore alla Cultura del Comune di Certaldo

Manifestazione nell’ambito del Settimo Centenario della nascita di Giovanni Boccaccio sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica con il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali

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“IN FORMALMENTE FIAMMETTA” di Elisa Favilli

“...che sia dal fuoco dipinto quello che veramente arde.” Giovanni Boccaccio

La grandiosità di un testo di oltrepassare il limite

fisico della sua concezione temporale e trasformarsi in apostolo nelle mani di ogni nuovo lettore o nelle traduzioni grafiche di chi vi s’imbatte nella sintassi della sua metrica, sta in un senso arcano che graffia il limite analitico del suo messaggio e ne carpisce le sconvolgenti pulsioni istintuali che ne hanno generato l’anima della semiotica. Polemico, scomodo a tratti irritante il suo linguaggio tocca le sfumature dell’anima di chi in esso s’imbatte, si perde all’interno dei virtuosismi o si scoraggia nelle tempeste della sua morale. Da quasi 700 anni un amore scomodo, immorale, nevrotico appassiona il lettore dell’Elegia di Madonna Fiammetta nel suo impulso istintivo di essere visceralmente appagato, scompaginandone le sue trame attraverso una lettura che in ogni epoca porta chi vi si imbatte a proporne proposte espressive che ne rispettino la sua sorprendente attualità.

di matrice Ovidiana o confrontati con le pene di chi per amore sovvertì le regole della morale e della ragione, sono le pulsioni dell’Eros e del Thanatos che condannano la giovane Fiammetta a confondere il desiderio di amare con il delirio della follia, la quale trasforma l’attesa di chi è bramato in un tempo scandito da lacrime, sospiri e inaudite illusioni la cui metrica si frantuma in una percezione di logos infinito. Se di fronte ad ogni lettore attento, la prosa erotica che la dama napoletana rivela è impietosa alle sue lettrici, poco importa se queste ne condanneranno la nevrosi che per due volte spingerà la narratrice a tentare il gesto estremo del suicidio, oppure la perdoneranno quando misera dichiarerà la fragilità di essere donna in un mondo di uomini, mondo dove le gesta di Ulisse resteranno immortali per la sua gloria, mentre “delle mie vituperio temo e infamia, se venisse che si scoprissero”. 1

Per questo la Dance in Action Painting promossa

Si scompone questa elegia erotica tra le dita di chi

da Cinzia Fiaschi nella performance dedicata al testo di Giovanni Boccaccio non è soltanto un omaggio verso uno dei testi letterari più vibranti del palinsesto bibliografico dell’autore trecentesco, ma la possibilità di lasciare alla voce narrante di Fiammetta di esprimersi oltre il limite grafico delle sue parole e creare un trait d’union con una delle forme espressive più irriverenti del panorama artistico internazionale che tra gli anni ’50 e ‘60 sovvertì la forma lasciando al gesto e al colore il compito di esprimere la sconvolgente purezza dell’anima, informe ma concettuale, materico per ri – codificare il lessico come messaggio - arte.

La semantica del primo “romanzo psicologico” della

1 | Boccaccio G., Elegia di Madonna Fiammetta, a cura di Maria Pia Mussini Sacchi, Mursia, Milano 1987, capitolo VIII, pag 235. 2 | Boccaccio G., Elegia di Madonna Fiammetta, a cura di Maria Pia Mussini Sacchi, Mursia, Milano 1987, capitolo I, pag 37-38. 3 | Boccaccio G., Elegia di Madonna Fiammetta, a cura di Maria Pia Mussini Sacchi, Mursia, Milano 1987, capitolo V, pag 160.

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nostra letteratura, descritto per la pura essenza di colei che amata e abbandonata dal proprio amante, indolente alle dolcezze di chi le tende socialmente la mano verso la sicurezza di un amore coniugale o materno di una saggia balia, è nuovamente interpretato attraverso le parole di Fiammetta e dei gesti di Cinzia Fiaschi, soltanto attraverso l’istinto di colei che chiede, in ogni tempo, di godere del piacere carnale che spinge ogni amante alla ricerca del bisogno fisico di soddisfare la propria istintualità di perdersi nell’altro. Se le emozioni sono sempre mitigate da una sapiente tessitura di rapporti letterari

riesce a proporre di questo testo una lettura innovativa degna della penna di chi la ideò nel corso del 1343. Boccaccio riesce a promuovere innovazione non solo perché trasforma la donna da dea in amante, con tutto ciò che comporta, ma in essere che compie l’atto e genera su di sè centri propulsivi di forze contrastanti. Innovazione che ricerca nell’astratto la sua definizione. Nei silenzi dell’indefinito, nella cromia esplosiva dell’anima, nella concezione del non visto, dove la mente indaga i passaggi che l’occhio superficialmente non percepisce.

Su

questi temi Cinzia Fiaschi propone la sua lettura di Fiammetta. Ne scompone la sua essenza umana mettendone a nudo la sua interiorità fatta di un caleidoscopio di pulsioni e colori che trovano nell’in-forme istinto del gesto e della nota timbrica e vibratile del colore il proprio linguaggio primordiale. Sulla ruvidità della tela, metafora di un’anima su cui scalfiamo le nostre esistenze, attraverso il linguaggio puro essenziale del gesto, si compie una semiotica universale. Qui il pennello graffia la percezione sensoriale del nostro IO immerso in uno spazio le cui forme sono pura metafisica nella fissità dell’istante. Il concetto di materia, spazio, colore, magistralmente sperimentato, contraddetto e rivoluzionato da artisti come Afro, Burri, Fontana e Vedova, nel corso di


un dopoguerra che ha sovvertito un dissacrante moralismo fatto di non - senso tra artista e mezzo espressivo, in una società dove l’arte dissentiva polemicamente dal lessico politico e sociale moderno, trova nel lavoro dell’artista Cinzia Fiaschi uno dei suoi pilastri fondamentali.

Banale sarebbe però soffermarsi sulla superficialità di

un’espressione pittorica senza percepirne il percorso culturale e critico che ne ha dichiarato il suo lessico universale. Dichiarare la grandezza delle avanguardie storiche e la rivoluzione di artisti che hanno osannato il passato dell’arte attraverso la sua mutevole espressione sensoriale alla ricerca dell’inaudito astratto, là dove l’occhio richiede di andare oltre l’innovazione di uno scatto fotografico, è per Cinzia Fiaschi solo il “la” per un’orchestrazione che fa da sottofondo ad una voce di una donna che vissuta nel ‘300, sa propagare nell’etere contemporanee armonie.

In Opera capitolo 1 pag 37-38

o Opera capitolo 5 pag 160 , infatti, la composizione materica del colore lacera il brusio delle parole di sottofondo che accompagna l’incontro fatale che vedrà Fiammetta innamorarsi del giovane Panfilo, mentre privato sarà la chiusura in quel manto dorato che la vedrà maledire l’esplosione di una primavera che ne ha resa sensuale la sua attrazione verso quell’uomo. Si dilata sulla tela la pulsione dell’essere, mentre si smaterializza ogni limite percettivo di tempo, spazio o luogo. Ogni impressione si dichiara mentre la forma è messa al bando perché contenitore di una donna fisica, le cui sembianze adesso si rispecchiano nelle assonanze o dissonanze emotive di chi la osserva. Il 3

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colore è puro linguaggio scelto da Cinzia Fiaschi come messaggio universale e la pennellata racchiude il sentimento diretto che ne sprigiona la sua tonalità più istintiva. Lacera, infatti, il dolore delle colature dell’olio sulla ruvidità della tela, lacrime sotto il riflesso della lamina d’oro del mantello, mentre dissacrante diventa il fraseggio delle pennellate che rompe il brusio di una sala definita da fastidiose finiture su un incontro di campiture che definiscono i due futuri amanti.

Se le tele rappresentano la proiezione dell’anima di

Fiammetta, come un’orma che s’imprime su un letto disfatto, lasciando all’alba tracce di odori e passioni consumate di famelici amanti, così le fotografie che ritraggono le concittadine di Certaldo sono per Cinzia Fiaschi un omaggio a tutte quelle donne che Boccaccio richiama nella sua duplice veste di amatore e al tempo stesso di monitore contro le perfidie di un Amore che spesso si manifesta divino ma che sa rivolgere nell’ingenuità di chi lo venera le spire d’infima serpe infernale. Sono scatti rubati, volti che ascoltano distratti, accenni di un tempo sospeso che vuole testimoniare nella sua attualità la presenza di tutte quelle donne che da secoli si perdono tra le righe di un’attesa che se pur vissuta quasi 700 anni

fa diventa viva in ogni talamo, tradimento o illusione di amore beffardo.

Accanto ad ogni scatto il logos di Fiammetta torna

a essere gesto, colore, sussulto che si trasformano in monito alle orecchie di colei che adesso interpreta un tempo fluido dove la certezza del proprio ruolo freme ancora di fronte all’Amore, ma non si nasconde dietro il pregiudizio della propria dignità di essere femmina. La performance Dance in Action Painting, che definisce in modo graffiante la figura artistica di Cinzia Fiaschi, nel palinsesto culturale nazionale, è la summa espressiva di una contaminazione che getta un ponte di dialogo verso la grandiosa rivoluzione artistica che Pina Bausch nel 1973 promosse nel Tanz Theater.

Assemblare in un unico contesto improvvisazione di

movimento ed elementi recitativi come il gesto teatrale e la parola con precise finalità drammaturgiche unite alla disarmante smaterializzazione della materia per definire l’informe concetto del gesto e del materiale emotivo che ci lega a un universo empatico, rappresenta ciò che l’artista Cinzia Fiaschi mette in scena nella sintesi espressiva di una nuova forma d’arte, dove gli attori si trasformano in un tutt’uno con gli spettatori, nella realizzazione di un’opera che diventa messaggio perché portatrice di valori emotivi condivisi.

Concerto informale, dunque, per una contemporanea

Fiammetta, che dalle pagine dell’Elegia di Boccaccio, si scompone in molte attrici per essere ancora una volta amante, donna e irriverente narratrice in una Dance in Action Painting, dove Certaldo, sarà solo la cornice di una storia che si perpetuerà nell’infinito sguardo di tutte quelle donne che orchestrate dal gesto istintivo dell’arte si dichiareranno indomite alle leggi incoerenti dell’Amore.

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“Ciascuna per sé e tutte insieme adunate, sono certa che li delicati visi con lacrime bagnerete” di Ernestina Pellegrini

1 | Cfr. LINDA S: KAUFFMAN, Discourses of Desire: Genre and Epistolary Fictions, Ithaca 1986. 2 | Cfr. JOSINE BLOCKPETER MASON (a cura di), Sexual Asymmetry: Studies in Ancient Society, Amsterdam 1987, pp. 59-86. 3 | ROSI BRAIDOTTI, Dissonanze, Milano 1994, p.64. 4 | MARÌA DE ZAYAS Y SOTOMAYOR, Novelas amorosas y ejemplares, Madrid 2010, p. 368. 5 | Cfr. MASSIMO FUSILLO, Un Dio ibrido. Dionisio e le “Baccanti” nel Novecento, Il Mulino, Bologna 2006.

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“Ciascuna per sé e tutte insieme adunate, sono certa che li delicati visi con lacrime bagnerete”. L’Elegia di madonna Fiammetta, come già il Decameron, è dedicata alle donne. Oggi, una concittadina di Boccaccio, Cinzia Fischi, artista poliedrica di decisa impronta informale, compie la rivisitazione dell’opera, la converte in una fantasmagorica e affascinante performance artistica. E la dedica, a sua volta, alle donne: a ciascuna per sé e a tutte insieme adunate. Riscrittura dell’Elegia di Madonna Fiammetta, un viaggio pittorico fotografico performativo contemporaneo. Fra rigore filologico e stralunamento artistico. A modo di lui (Boccaccio) e a modo di lei (Cinzia/Fiammetta). L’artista si cala dentro lo stilum miserorum, quello stile dell’elegia che già Dante aveva messo in un basso ordine gerarchico, uno stile che racconta “l’abito vile”, il dolore dell’abbandono, dell’amore ferito, del tradimento, uno stile poi canonizzato in toni alti e struggenti da una tradizione letteraria e iconografica plurisecolare, e fa sprizzare – Donna Cinzia/Fiammetta - per contrasto vortici di colore, elabora forme di simbolico risarcimento (ah!, i suoi blu, i suoi viola, i suoi arancioni), concretizzando matericamente sulle grandi tele, disseminate in un lungo percorso spaziale, quei grumi di dolore e di rabbia che un po’ sono segni grafici, un po’ suoni e voci, un po’ movimento fuggitivo e a perdere.

Nel

Palazzo Pretorio, nella Casa di Boccaccio, per le strade, nei palazzi storici di Certaldo, questa artista originale, che è stata allieva di Gustavo Giulietti all’Accademia di Belle Arti di Firenze, fa letteralmente rivivere l’avventura emotiva della lamentazione femminile, una antichissima e pervasiva Imago doloris, una lamentazione declinata in tante, quasi infinite improvvisazioni. Una lamentazione che ha alle spalle tante altre opere, dalle tragedie di Seneca alle Heroides di Ovidio, che si ossifica in un genere perfino abusato nell’opera lirica, per arrivare a capovolgersi nei divertiti e impertinenti monologhi delle Eroine dell’artista surrealista Claude Cahun, in un cortocircuito formale nel quale i protagonisti e destinatari dell’opera finiscono col coincidere. Per quanto le categorie di genere non possano certo essere rigidamente ricondotte a schemi fissi e immutabili, va detto però che ci sono testi in

cui il gioco retorico del contrasto del femminile e del maschile è centrale e provoca una logica simmetrica e complementare che occorre studiare e, se si vuole, decostruire1. Cinzia Fiaschi lo fa, e opera, con la sua arte, dal di dentro e dal di fuori, una decodifica e una riformulazione altamente soggettiva ed emotiva degli stereotipi di genere.

Epistola elegiaca e lamento femminile – una tradizione

artistica e letteraria che si perde nella notte dei tempi – chi non pensa a Saffo? Chi non va col pensiero alla portavoce risentita di una obbligata o scelta “asimmetria sessuale”?2. All’origine di questa imago scribentis (l’immagine di una donna fiera dei propri attrezzi professionali), sta, infatti, l’ombra della poetessa greca che si rivolge anche alle sue “compagne, le hetairai, esperte in materia d’amore, dedite alle arti, per metterle in guardia dagli inganni e dai mali d’amore. Una lamentazione che sembra perpetuarsi all’infinito - torna a parlarci con toni e modalità sue proprie sulle tele di Cinzia, si coniuga con altre forme d’arte come la musica, la danza, il teatro, realizzando veri e propri “live art”, coinvolgendo perfino altre donne del paese natio del Boccaccio, mettendo le loro fotografie qua e là, come specchi ed echi del volto/voce di Fiammetta. Soggetto multiplo, coro di lamentazioni. Riscatti seriali. Come scrive, a proposito dell’identità femminile, Rosi Braidotti in Dissonanze, si riconosce e si dice “il simulacro della non-coincidenza del soggetto con se stesso/a, l’immagine della non identità, e perciò l’immagine di un allontanamento dal logocentrismo”3.

Chi non ricorda le abbandonate di Rilke?

Ripensiamole dall’interno, come se si staccassero dallo sguardo maschile, dell’autore extradiegetico (come si usa dire tecnicamente), e vediamole parlare la loro lingua scoperta con meraviglia; così come fa Marìa De Zayas nella Spagna del Seicento: “Perché, vani legislatori del mondo, legate le mani a noi donne, cosicché non possiamo vendicarci? Invece della spada ci datela rocca per filare; invece dei libri ci date aghi per ricamare”4. Il lamento d’amore, la rivendicazione del proprio punto di vista (alle volte è la perpetuazione del canonico paradigma vittimistico, talaltra è una specie di fare i conti sotto la lampada attraverso la “parola potente” che si annida all’interno della propria creazione artistica. Per mano di donna. Un tema, uno stile, atemporale e quindi universale, ripreso e variato magistralmente sulle tele vive e vibranti di Cinzia Fiaschi: colori che si fanno monologo/dialogo attuale,

ragionamento contemporaneo, voce e “gesto” fioriti in un cantiere artistico declinato tutto al femminile.

Se Boccaccio aveva manipolato Seneca e Ovidio,

qui e ora Cinzia manipola Boccaccio – e lo fa sulla spinta dichiarata dell’ “emotività”. Per dirlo con le sue parole: si ha “una rilettura selezionata a livello cromatico e informe del libro stesso”. Così Cinzia opera oggi la trasfigurazione artistica della protagonista dell’opera del 1344, per rivivere dall’interno la sua storia-non storia, convertendola nella ridondanza briosa della materia pittorica, nelle 25 grandi tele che ripercorrono, ora in modalità “molto figurata” ora in un’accezione “metafisica e teoretica”, alcuni dettagli della vicenda resa immortale da Boccaccio. Come in un prisma, la storia si frange e si attualizza nel percorso fotografico, dove si incontrano le donne della Certaldo dei nostri tempi rumorosi, per poi sfociare e bruciare nell’evento dello spettacolo inaugurale d’improvvisazione per prosa danza musica e pittura della Compagnia Dance in Action Painting. I tempi si mescolano, le identità di rifrangono come tanti specchi, mentre si esalta l’ordine descrivendo il disordine, e viceversa, si elogia elegiacamente il disordine sulle strade libere dell’informale.

Se già le epistole delle eroine di Ovidio, così come

l’elegia di madonna Fiammetta, erano caratterizzate da un testo senza centro, senza una verità “oggettiva”, perché quel che appariva era tutto parziale, distorto dal dolore e da un’immaginazione accesa dal disincanto amoroso, ecco che le opere di Cinzia Fiaschi mostrano con efficacia la forza centrifuga che le anima, ripetono all’infinito i paradigmi latenti al grande tema della “donna abbandonata”, creano la propria scenografia dell’attesa. Verba Picta. Come sullo sfondo, resta – mi sembra - la solitudine e la stanchezza di un mondo immobile. I recinti stretti dell’identità femminile, i tempi monotoni e ripetitivi del quotidiano domestico. La rigorosa limitazione di donne “legate” alla sfera privata. Sulla scena, sulla tela, invece, tutto si anima, si infiamma. Fiammetta in fiamme – si direbbe, se il gioco di parole non risultasse banalizzante. I confini domestici che hanno privato la donna per secoli di autonomia e di iniziativa deflagrano al di là dell’opera d’arte. Tutto è implicito, profondo. Ma, contemporaneamente, tutto viene fatto rivivere sulla tela/vela, si estroflette, incendia. Un universo chiuso che contiene l’inferno dello strazio psicologico. E, per converso, un inferno psicologico che si fa primavera di colore, liberarsi estroso di forme. Un’arte – declinata al femminile – che squarcia quelle barriere, quei recinti


stretti, attraverso la imprendibilità del gesto performativo. Il tragico che si converte in sentimentale, e il sentimento che si converte in tragedia, e la tragedia che si trasforma in furor e in segno/gesto di liberazione. Bisogna seguire sulle tele le stratificazioni del segno: riflessioni, sentimenti, emozioni, in un percorso verso il basso, verso l’interno, il non detto e forse il non dicibile, verso quella grammatica del desiderio femminile, verso anche, forse, quelle “viscere” (odiate e amate) difese nel pensiero di Maria Zambrano, per poi tornare su – attraverso quelle secolari strade imbrattate di lacrime e di sangue - verso utopie libertarie. Ah, le madri di Plaza de Mayo! In un’ottica localistica, un elogio delle donne di Se non ora quando. Sono le strade sognate e volute di un riscatto, le strade di una umile resistenza, che può anche accettare un po’ di retorica e sopportare le pesanti, inevitabili ideologie relative. Abbandono, paura, desiderio, umiliazione, violenza, protesta contro il dominio patriarcale. Orgoglio, fierezza, ribellione, autonomia del femminile. Orgoglio ritrovato e sacrosanto esibizionismo femminista. Gli affetti offesi e subordinati a un’ideologia spietata e predatoria trasmutano in un canto di autolegittimazione artistica. Si intuiscono, nella performance gioiosa e effimera della danza, gli echi forti e provocatori delle antiche Baccanti5. Dietro le loro battaglie gloriose si può intravedere un esercito di donne morte suicide o uccise dai loro amori assassini.

Il lettore/spettatore contemporaneo è chiamato da Cinzia Fiaschi

a una continua decifrazione del dettaglio, al piacere sensuale e intellettuale dell’immagine pittorica che lo cattura, lo incanta e lo sfida. L’artista elabora così un’opera aperta, dove la donna viene inserita come presenza/assenza in costante rifrazione e moltiplicazione: una voce/molte voci in cui si accampano per un momento fatti, paesaggi, persone, lontananze. Scrive Roland Barthes sul rapporto secolare istituito fra la donna e l’assenza, dilatando il luogo comune:

Corrado Pavolini che la poetessa siciliana Helle Busacca ha scritto per il proprio amante lontano e ammogliato, negli anni Sessanta del Novecento, sull’onda della rabbia e dello strazio dell’abbandono: “Quando mi faceva la corte mi chiese se potevo amarlo, gli risposi, se si accontentava di Helle in versione ridotta”. Possiamo veder rispuntare il calco monumentale della donna innamorata e abbandonata nelle Eroine di Claude Cahun, nelle maschere ilarotragiche di un soggetto sessualmente eccentrico e indecifrabile in continua traduzione di sé, nelle controfigure di questa grande artista al crocevia delle arti, che fa affermare alla sua Elena, La Ribelle: “Siamo tutte alla mercè di un abile adulatore… So bene di essere brutta, ma mi sforzo di dimenticarlo. Faccio la bella. In tutto, e soprattutto alla presenza del nemico, mi comporto assolutamente come fossi la più bella. E’ il segreto del mio fascino. Menzogna! – e finirò io stessa per crederci”. E, quindi, Cahun fa recitare alla sua Penelope l’indecisa un monologo-lamento di simulata civetteria: “Scegliere! Pretendono che scelga tra di loro. Che noia! Devo dire che Antinoo, il figlio di Eupiteo, è bello; ma Eurimaco, il figlio di Polibio, neanche lui è affatto male. Già mi è difficile decidere quale tra le varie matasse di lana preferisca, e quale sarà la trama del tessuto. Tutto dipende dalla luce. I fili possono cambiare a seconda della giornata, grigio o color di miele… Ma accettare un uomo, e soprattutto rifiutare tutti gli altri – è una responsabilità terribile!”. Riscritture, ribaltamenti di prospettiva – questa la cornice in cui ho deciso di leggere le opere di Cinzia Fiaschi.

Così, in sintonia con la polifonia femminile ricreata dall’immaginario

artistico di Cinzia Fiaschi, mi sia permesso allineare qui una specie di strascico letterario, attraverso una catena di citazioni in cui compaiono tante voci, da testi e tempi diversi, che mi permettono di chiudere questo discorso senza chiudere. Grida la Medea di Euripide:

E’ la Donna che dà forma all’assenza, che ne elabora la finzione, poiché ha il tempo per farlo; essa tesse e canta; le Tessitrici, le Canzoni cantate al telaio esprimono al tempo stesso l’immobilità (attraverso il ronzio dell’Arcolaio) e l’assenza (in lontananza, ritmi di viaggio, onde marine, cavalcate).

Come ci restituisce Cinzia Fiaschi tutto questo? Come lo rivive alla luce delle conquiste delle donne contemporanee, alla luce soprattutto del punto di vista della sua generazione? Come riecheggia il delicato fraseggio interiore di Fiammetta (nelle cui parole vibra il tam-tam di Didone, di Io, di Mirra, di Canace, di Tisbe, di Laudomia, di Ecuba, di Medea, di Isotta, e di tante altre protagoniste del mito e della letteratura?). Lamentazioni femminili attraverso i secoli, con l’elegia di donna Fiammetta al centro. Sono variazioni di un unico tema, perfino esilaranti ribaltamenti, che vediamo ricomparire, per esempio, in un Diario-lettera a

L’uomo, poi, quando è stanco di stare con quelli di casa, esce fuori e fa cessare la noia che gli angustia il cuore volgendosi verso gli amici e i coetanei; noi donne, invece, una sola persona dobbiamo guardare (Medea, 244.247).

e nuocere a chi mi nuoce. E che ilmio nemico ingoi, naufrago, le acque del mare. Vivi, ti prego: ti perderò più volentieri così che con la tua morte. Immagina, suvvia, di esser preso – che il mio presagio sia vano! – da un turbine rabbioso: che penserai allora? Subito ti verranno alla mente gli spergiuri della tua lingua mendace, e Didone costretta a morire dalla fraudolenza frigia; ti starà davanti agli occhi l’immagine della tua donna ingannata, triste, sanguinante, i capelli scomposti” [Dido Aeneae].

Grida la Fiammetta di Boccaccio: Oh Panfilo, ora la cagione della tua dimora conosco, ora i tuoi inganni mi sono palesi, ora veggo che ti ritiene, e qual pietà. Tu ora celebri i santi imenei, e io, dal tuo parlare e da te e da me medesima ingannata, mi consumo piagnendo e con le mie lagrime apro la via alla mia morte, la quale con titolo della tua crudeltà debitamente segnerà la sua dolente venuta; e gli anni, i quali io cotanto disiderai d’allungare, si mozzeranno, essendone tu cagione (Capitolo V).

Grida di nuovo Helle Busacca: Vedi, caro, io non vorrei proprio farti del male, né che tu soffrissi, se leggi questo ti sembrerà cattivo, egoista, ingiusto, oh, lo so, e non so se domani non ti augurerò anche del male, che non vorrei, perché il male che io auguro si avvera sempre, par che ci sia qualcuno che si diverte a farmi tormentare dagli altri, ma a vendicarmi degli altri, se io lo chiedo; e io non sono un personaggio da elegia ma da tragedia, che posso comportarmi come Alcesti, ma anche come Medea. E mi dispiace se con questo ti darò una delusione, ma è ben poco che mi hai lasciato, non poter vederti, non scriverti, non cercarti, non consolarti, eppure ti amavo! […] Tu avevi già alle spalle una vita dove accadono cose che contano, ma io non ne avevo. [Diario epistolare a Corrado Pavolini, a cura di Serena Manfrida, Florence University Press, 2013].

Non resta che seguire la polifonia di queste lamentazioni nel segno e nei vortici di colore di Cinzia Fiaschi, di questa originalissima artista dei nostri tempi, che a un certo punto ha detto di voler far rivivere Fiammetta a modo suo, cioè in un modo “spensierato ma anche turbolento”.

Grida la Didone di Ovidio: Io non valgo abbastanza – ti valuto forse ingiustamente? – da dover tu morire fuggendo da me sul vasto mare. Tu nutri, a gran prezzo, un odio costoso e ostinato se, pur di liberarti di me, ti importa poco morire. Presto i venti si placheranno e sulle onde appianate e distese Tritone correrà per il mare coi suoi cavalli cerulei. Oh, fossi anche tu mutevole insieme coi venti! E lo sarai, se non superi in durezza le querce. E che cosa addirittura faresti, se non conoscessi il potere del mare infuriato? Così ingenuamente accordi fiducia alle onde, di cui tante volte hai avuto esperienza? […] Rovinata, temo di causare

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CAP

Pag 32/33

A me, nello ampissimo letto dimorante con tutti li membri risoluti nell’alto sonno, pareva, in un giorno bellissimo e più chiaro che alcuno altro, essere, non so di che, più lieta che mai; e con questa letizia, a me, sola fra verdi erbette, era avviso sedere in un prato dal cielo difeso e da’ suoi lumi da diverse ombre d’alberi vestiti di nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còlti, de’ quali tutto il luogo era dipinto, con le candide mani, in uno lembo de’ miei vestimenti raccoltili, fiore da fiore sceglieva, e degli scelti leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. L’opera pittorica è stata realizzata in esterno nei prati di un altopiano toscano, superando, durante l’esecuzione, temporali estivi e lente essiccazioni. Foto e video documentano la nascita a più riprese di un’opera prima, di cui non ho mai avuto ripensamenti.

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA h 200.230 | tecnica mista | 2012 10


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1

CAP

Pag 33

E così ornata levatami, quale Proserpina allora che Pluto la rapì alla madre, cotale m’andava per la nuova primavera cantando; poi, forse stanca, tra la più folta erba a giacere postami, mi posava. Ma non altramente il tenero piè d’Euridice trafisse il nascoso animale, che me sopra l’erbe distesa, una nascosa serpe vegnente tra quelle, parve che sotto la sinistra mammella mi trafiggesse; il cui morso, nella prima entrata degli acuti denti, parea che mi cocesse; ma poi, assicurata, quasi di peggio temendo, mi pareva mettere nel mio seno la fredda serpe, imaginando lei dovere, col beneficio del caldo del proprio petto, rendere a me più benigna.

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA h 200.230 | tecnica mista | 2013 12


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CAP

Pag 37/38

Mentre che io in cotal guisa, poco altrui rimirando, e molto da molti rimirata, dimoro, credendo che la mia bellezza altrui pigliasse, avvenne che l’altrui me miseramente prese. E già essendo vicina al doloroso punto, il quale o di certissima morte o di vita più che altra angosciosa dovea essere cagione, non so da che spirito mossa, gli occhi con debita gravità elevati, intra la multitudine de’ circustanti giovini con acuto riguardamento distesi; e oltre a tutti, solo e appoggiato ad una colonna marmorea, a me dirittissimamente uno giovine opposto vidi; e, quello che ancora fatto non avea d’alcuno altro, da incessabile fato mossa, meco lui e li suoi modi cominciai ad estimare. Dico che, secondo il mio giudicio, il quale ancora non era da amore occupato, egli era di forma bellissimo, negli atti piacevolissimo e onestissimo nell’abito suo, e della sua giovinezza dava manifesto segnale crespa lanugine, che pur mo’ occupava le guance sue.

ELEGIA DI h 180.120 | tecnica mista | 2012/13 14


Pag 42/43 Deh, pietose donne, chi crederà possibile in un punto uno cuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai più non veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penserà accendersi sì di vederla il disio, che, dalla vista di quella partendosi, senta gravissima noia, solo disiderando di vederla? Chi imaginerà tutte l’altre cose, per addietro molto piaciute, a rispetto della nuova spiacere? Certo niuna persona, se non chi provato l’avrà o pruova come fo io. Ohimè! che Amore così come ora in me usa crudeltà non udita, così nel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque d’usare! Io ho più volte udito che negli altri i piaceri sono nel principio levissimi, ma poi, da’ pensieri nutricati, aumentando le forze loro, si fanno gravi; ma in me così non avvenne, anzi con quella medesima forza m’entrarono nel cuore, che essi vi sono poi dimorati, e dimorano. Amore il primo dì di me ebbe interissima possessione; e certo sì come il verde legno malagevolissimamente riceve il fuoco, ma quello ricevuto più conserva e con maggior caldo, così a me avvenne. Io, avanti non vinta da alcuno piacere giammai, tentata da molti, ultimamente vinta da uno, e arsi e ardo, e servai e servo più che altra facesse giammai il preso fuoco.

MADONNA FIAMMETTA h 185.85 | tecnica mista | 2012/13 15


1

CAP

Pag 48/49

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA La nostra mente tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deità, e tu sai che non è sicura cosa alle sue potenzie resistere. E questo detto, quasi vinta, sopra le mie braccia ricaddi. Ma ella, alquanto più che prima turbata, con voce più rigida cominciò tali parole: Voi, turba di vaghe giovini, di focosa libidine accese, sospingendovi questa, vi avete trovato Amore essere iddio al quale piuttosto giusto titolo sarebbe furore; e lui di Venere chiamate figliuolo, dicendo che egli dal terzo cielo piglia le forze sue, quasi vogliate alla vostra follia porre necessità per iscusa. O ingannate, e veramente di conoscimento in tutto fuori! Che è quello che voi dite? Costui, da infernale furia sospinto, con sùbito volo visita tutte le terre, non deità, ma piuttosto pazzia di chi il riceve, benché esso non visiti al più se non quelli, li quali, di soperchio abondanti nelle mondane felicità, conosce con gli animi vani e atti a fargli luogo.

h 150.120 | tecnica mista | 2013 16


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2

CAP

Pag 77/78

Ohimè! trista la vita mia! Io mi vergogno di dirti quello che nella mia mente mi viene; ma però che quasi possibile per le cose udite mi pare, costretta tel pur dirò. Or se tu ne’ tuoi paesi, ne’ quali io ho udito più volte essere quantità infinita di belle donne e vaghe, atte bene ad amare e ad essere amate, una ne vedessi che ti piacesse, e me dimenticassi per quella, qual vita sarebbe la mia? Deh! se così m’ami come dimostri, pensalo come faresti tu se io per altrui ti cambiassi! La qual cosa non sarà mai: certo io con le mie mani, anzi che ciò avvenisse, m’ucciderei.

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA h 100.100 | tecnica mista | 2013 18


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2

CAP

Pag 80/81/82

“O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale iddio con tanta forza la sua ira verso di me adopera che, me vivente, si dica: “Panfilo non è là dove la sua Fiammetta dimora”? Ohimè! che io non so ora ove ne vai tu. Quando sarà che io più ti debba abbracciare? Io dubito che non mai. Io non so ciò che il cuore miseramente indovinando mi si va dicendo”. E così amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il baciai. Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsi, la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo. E apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima lagrimando cotali parole gli cominciai: “Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti; facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sì che io, a me non parendo invano pigliare le tue parole, di ciò prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto aspettando”. Allora egli le sue lagrime con le mie mescolando, al mio collo, credo per la fatica dell’animo, grave pendendo, con debole voce disse: “Donna, io ti giuro per lo luminoso Apollo, il quale ora surge oltre a’ nostri disii con velocissimo passo, di più tostana partita dando cagione, e li cui raggi io attendo per guida, e per quello indissolubile amore che io ti porto, e per quella pietà che ora da te mi divide, che il quarto mese non uscirà che, concedendolo Iddio, tu mi vedrai qui tornato”. E quindi, presa con la sua destra la mia destra mano, a quella parte si volse, dove le sacre imagini dei nostri iddii figurate vedeansi, e disse: “O santissimi iddii, igualmente del cielo governatori e della terra, siate testimoni alla presente promessione, e alla fede data dalla mia destra; e tu, Amore, di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o bellissima camera, a me più a grado che ‘l cielo agl’iddii, così come testimonia secreta de’ nostri disii se’ stata, così similemente guarda le dette parole; alle quali, se io per difetto di me vengo meno, cotale verso di me l’ira d’Iddio si dimostri, quale quella di Cerere in Erisitone, o di Diana in Atteone, o in Semelè di Giunone apparve già nel passato”. E questo detto, me con volontà somma abbracciò ultimamente dicendo “Addio!” con rotta voce.

h 150.120 | tecnica mista | 2013 20


Pag 82/83 E accompagnato lui infino alla porta del nostro palagio, volendo dire “Addio!”, sùbito fu la parola tolta alla mia lingua, e il cielo agli occhi miei. E quale succisa rosa negli aperti campi infra le verdi fronde sentendo i solari raggi cade perdendo il suo colore, cotale semiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non piccolo spazio, aiutata da lei fedelissima, con freddi liquori rivocata al tristo mondo, mi risentii; e sperando ancora d’essere alla mia porta, quale il furioso toro, ricevuto il mortal colpo, furibondo si leva saltando, cotale io stordita levandomi, appena ancora veggendo, corsi, e con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendo prendere il mio signore, e con fioca voce e rotta dal pianto in mille partì dissi:”O anima mia, addio”. La serva tacque, conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta più libera, il mio avere fallito sentendo, appena un’altra volta in simile smarrimento non caddi.

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CAP

Pag 91/92

Carissime donne, acciò ch’io non metta il tempo in raccontare ciascuno mio pensiero, quali le mie opere più sollecite fossero ascolterete; né di ciò piglierete ammirazione, se furono nuove, perciò che non quali io l’avrei volute, ma quali Amore le mi dava, seguire le mi conveniva. Egli trapassavano poche mattine che io, levata, non salissi nella più eccelsa parte della mia casa, e quindi non altramente che li marinari, sopra la gabbia del loro legno saliti, speculano se scoglio o terra vicina scorgono che gli impedisse, riguardo tutto il cielo; poi verso l’oriente fermata, considero quanto il sole, sopra l’orizzonte levato, abbia del nuovo giorno passato; e tanto quanto io il veggio più innalzato, cotanto diceva più il termine avvicinarsi della tornata di Panfilo. E quasi con diletto quello molte volte rimirava salire; né discernendolo, ora alla mia ombra fatta minore, e quando dallo spazio del suo corpo alla terra fatto maggiore, di lui la salita quantità estimava, e meco stessa diceva lui più pigramente che mai andare, e più dare a’ giorni di spazio nel Capricorno che nel Cancro dar non solea.

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA h 120.100 | tecnica mista | 2013 22


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3

CAP

Pag 92/93

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA Usata adunque questa sollecitudine vana, il più delle volte nella mia camera mi tornava, e quivi più volontieri sola che accompagnata. Per fuggire i pensieri nocevoli, quando sola mi vi trovava, aprendo uno mio forziere, di quello molte cose già state sue ad una ad una traeva, e quelle, con quello disiderio ch’io soleva già lui riguardare, le mirava, e miratele, appena le lagrime ritenute, sospirando le baciava; e quasi come se intelligenti creature state fossero, le dimandava: “Quando ci fia il signor nostro?”. Quindi, riposte queste, infinite sue lettere a me da lui mandate traeva fuori, e quelle quasi tutte leggendo, quasi con lui parendomi ragionare, sentiva non poco conforto. Mi chiesi quale fosse il mio “forziere”. In quel momento trovai che la scatola di legno piena di matite cere penne foglia d’oro carboncini fogli di appunti e oggetti più diversi, che tenevo sul tavolo in studio, fosse l’ unico forziere che potevo proteggere e conservare in gran segreto. Svuotai la scatola selezionando accuratamente ma nervosamente gli oggetti, matite e gessetti finiti, varie cose inutilizzate, un fossile calcareo, una cartolina, leggendo in tutto ciò un disordine apparente. Credetti di provare, in quel gesto istintivo, un senso di liberazione e pulizia, poi mi resi conto che in quella scatola c’era sistemata nel suo ordine incontrollato la mia storia artistica, così voltai lo sguardo e ripresi a sbirciare nel forziere di Fiammetta

h 80.120 | tecnica mista | 2013 24


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3

CAP

Pag 96/97

Quando il cielo, d’oscurissimi nuvoli pieno, trascorso da varii e sonanti venti, per ogni parte questa veduta mi toglieva, alcuna volta, se altro affare non mi occorreva, ragunate le mie fanti con meco nella mia camera, e raccontava e facea raccontare storie diverse, le quali quanto più erano di lungi dal vero, come il più così fatte genti le dicono, cotanto parea che avessero maggior forza a cacciare i sospiri e a recare festa a me ascoltante, la quale alcuna volta, con tutta la malinconia, di quelle lietissimamente risi. E se questo forse per cagione legittima non potea essere, in libri diversi ricercando l’altrui miserie e quelle alle mie conformando, quasi accompagnata sentendomi, con meno noia il tempo passava. Né so qual più grazioso mi fosse, o vedere i tempi trascorrere, o trovarli, in altro essendo stata occupata, essere trascorsi. Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio tenuta occupata, quasi a forza, assai bene conoscendo che invano ancora me n’andava a dormire, anzi piuttosto a giacere per dormire. E nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita, quasi tutti i preteriti pensieri del dì mi venivano nella mente, e mal mio grado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceano ripetere; e molte volte volli entrare in altri, e rade furono quelle che io il potessi ottenere; ma pure alcuna volta, loro a forza lasciati, giacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto, quasi sentendo di lui alcuno odore, mi pareva essere contenta, e lui tra me medesima chiamava e, quasi mi dovesse udire, il pregava che tosto tornasse.

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CAP

Pag 105

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA Tu dei sapere che niuno mondano accidente è etterno; così come egli s’innamorò di te, e come tu gli piacesti, così è possibile che un’altra ne gli sia piaciuta, e che egli, avendo il tuo amore abandonato, n’ami un’altra. Le cose nuove piacciono con più forza che le molto vedute, e sempre quello che l’uomo non ha, si suole con maggiore affezione disiderare che quello che l’uomo possiede, e niuna cosa è tanto dilettevole, che per lungo uso non rincresca. E chi non amerà più volontieri a casa sua una nuova donna, che una antica nell’altrui contrade? Egli altresì forse non t’amava con così fervente amore come mostrava, e alle sue lagrime né a quelle d’alcuno altro non è da credere così caro pegno come è cotanto amore, quanto tu forse estimi che egli ti portasse.

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CAP

Pag 111

Oh Panfilo, ora la cagione della tua dimora conosco, ora i tuoi inganni mi sono palesi, ora veggo che ti ritiene, e qual pietà. Tu ora celebri i santi imenei, e io, dal tuo parlare e da te e da me medesima ingannata, mi consumo piagnendo e con le mie lagrime apro la via alla mia morte, la quale con titolo della tua crudeltà debitamente segnerà la sua dolente venuta; e gli anni, i quali io cotanto disiderai d’allungare, si mozzeranno, essendone tu cagione.

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CAP

Pag 129/130

Come al caro marito aggradiva, cosí quivi varii diletti a prendere si cominciarono. Noi alcuna volta, levati prima che il giorno chiaro apparisse, saliti sopra i portanti cavalli, quando con cani e quando con uccelli e quando con amenduni, ne’ vicini paesi di ciascuna caccia copiosi, ora per l’ombrose selve e ora per gli aperti campi, solleciti n’andavamo; e quivi varie cacce vedendo, ancora che esse molto rallegrassero ciascuno altro, in me solo alquanto minuivano il mio dolore. E come alcuno bello volo o notabile córso vedeva, cosí mi ricorreva alla bocca: “O Panfilo, ora fossi tu qui a vedere, come già fosti!” Ohimè! Che infino a quel punto alquanto avendo con meno noia sostenuto e il riguardare e l’operare, per tale ricordarmi quasi vinta nel nascoso dolore, ogni cosa lasciava stare. Oh, quante volte e’ mi ricorda che in tale accidente già l’arco mi cadde e le saette di mano, nel quale, né in reti distendere o in lasciare cani, niuna che Diana seguisse fu piú di me ammaestrata giammai. E non una volta, ma molte, nel piú spesso uccellare qualunque uccello si fu a ciò convenevole, quasi essendo io a me medesima uscita di mente, non lasciandolo io, si levò volando delle mie mani; di che io, già in ciò studiosissima, quasi niente curava. Ma poi che ciascuna valle e ogni monte, e li spaziosi piani erano da noi ricercati, di preda carichi i miei compagni e io a casa ne tornavamo, la quale lieta per molte feste e varie trovavamo le piú volte.

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Freneticamente iniziai a mescolare molti colori in barattoli, senza distenderli sulla tela.Quel giorno terminò e la tela rimase bianca, ai suoi piedi avevo abbandonato i suoi presunti effetti cromatici. Per evitare che i colori potessero seccare e irrigidirsi nei barattoli rimasti aperti, aggiunsi del sapone liquido e dell’acqua, la lucentezza la scorrevolezza e la fluidità del colore erano garantiti, almeno fino al giorno dopo. 33


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CAP

Pag 142

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA Ma poi che noi medesimi avevamo, si come gli altri, mangiato con grandissima festa, e dopo le levate mense piú giri dati in liete danze al modo usato, risalite sopra le barche, subitamente or qua e ora colà n’andavamo. E in alcuna parte cosa carissima agli occhi de’ giovini n’appariva, ciò erano vaghissime .giovini in giubbe .di zendado spogliate, e scalze e isbracciate nell’acqua andanti, dalle dure pietre levanti le marine conche; e a cotale oficio bassandosi, sovente le nascose delizie dell’uberifero petto mostravano. E in alcuna altra con piú ingegno, altri con reti, e quali con piú nuovi artificii, alli nascosi pesci si vedeano pescare.

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CAP

Pag 146/147

Dico, adunque, al proposito ritornando, che li nostri prencipi sopra cavalli tanto nel correre veloci, che non che gli altri animali, ma li venti medesimi, qualunque piú si crede festino, di dietro correndo si lascerieno, vengono, la cui giovinetta età, la speciosa bellezza, e la virtú espettabile d’essi, graziosi li rende oltre modo a’ riguardanti. Essi di porpora o di drappi dalle indiane mani tessuti con lavori di colori varii e d’oro intermisti, e oltre a ciò soprapposti di perle e di care pietre, vestiti, e i cavalli coverti, appariscono; de’ quali i biondi crini penduli sopra li candidissimi omeri, da sottiletto cerchiello d’oro, o da ghirlandetta di fronda novella sono sopra la testa ristretti. Quindi la sinistra un leggierissimo scudo, e la destra mano arma una lancia, e al suono delle tostane trombe l’uno appresso l’altro, e seguiti da molti, tutti in cotale abito cominciano davanti alle donne il giuoco loro, colui lodando piú in esso, il quale con la lancia piú vicino alla terra con la sua punta, e meglio chiuso sotto lo scudo, senza muoversi sconciamente, dimora, correndo sopra il cavallo. A queste cosí fatte feste e piacevoli giuochi, come io solea, ancora, misera, sono chiamata; il che senza grandissima noia di me non avviene, perciò che, queste cose mirando, mi torna a mente d’avere già, intra li nostri piú antichi e per età reverendi cavalieri, veduto sedere il mio Panfilo a riguardare, la cui sufficienza alla sua età giovinetta impetrava sí fatto luogo. E alcuna volta fu che, stante egli non altramente che Daniello tra gli antichi sacerdoti ad essaminare l’accusata donna intra li predetti cavalieri togati, de’ quali per autorità alcuno Scevola simigliava, e alcuno altro per la sua gravezza si saria detto il censorino Catone, o l’Uticense, e alcuni sí nel viso appariano orrevoli, che appena altramente si crede che fosse il Magno Pompeo, e altri, piú robusti, fingono Scipione Africano o Cincinnato, rimirando essi parimente il correre di tutti, e quasi delli loro piú giovini anni rimemorandosi, tutti fremendo, or questo or quell’altro commendavano, affermando Panfilo i detti loro; al quale io alcuna volta, ragionando esso con essi, quanti ne correvano udii gli antichi cosí giovini, come valorosi vecchi assimigliare.

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5

CAP

Pag 160

Da questa con poche parole sciogliendomi, dico: - Manifesta cosa è l’umana bellezza essere fiore caduco e da un giorno ad un altro venire meno, la quale se di sé dà fidanza ad alcuna, miseramente a lungo andare se ne trova prostrata. Quegli che la mi diede, con sordo passo sottomettendomi le cagioni da cacciarla! se l’ha ritolta, possibile a renderlami, quando gli pur piacesse. E questo detto, non potendo le lagrime ritenere, chiusa sotto il mio mantello, copiosamente le spando, e meco con cotali parole mi dolgo: “O bellezza, dubbioso bene de mortali, dono di piccolo tempo, la quale piú tosto vieni e pàrtiti, che non fanno ne’ dolci tempi della primavera i piacevoli prati risplendenti di molti fiori, e gli eccelsi alberi carichi di varie frondi, li quali, ornati dalla virtú d’Ariete, dal caldo vapor della state sono guasti e tolti via; e se forse alcuni pure ne risparmia il caldo tempo, niuno dall’autunno è risparmiato; cosí e tu, bellezza, le piú volte nel mezzo de’ migliori anni da molti accidenti offesa perisci, alla quale, se forse pure ti perdona la giovinezza, la matura età a forza te resistente ne porta O bellezza, tu se’ cosa fugace, non altramente che l’onde mai non tornanti alle sue fonti, e in te fragile bene niuno savio si dee confidare. Ohimè! quanto già t’amai, e quanto a me misera fosti cara, e con sollecitudine riguardata! Ora, e meritamente, ti maladico. Tu prima cagione de miei danni, e prenditrice prima dell’animo del caro amante, lui non hai avuto forza di ritenere, né lui partito di rivocare. Se tu non fossi stata, io non sarei piaciuta agli occhi vaghi di Panfilo; e, non essendo piaciuta, egli non si sarebbe ingegnato di piacere alli miei; e non essendo egli piaciuto, sí come piacque, ora non avrei queste pene. Dunque tu sola cagione e origine se’ d’ogni mio male. Oh, beate quelle che senza te li rimproveri della rustichezza sostengono! Esse caste le sante leggi osservano, e senza stimoli possono vivere con l’anime libere dal crudele tiranno Amore; ma tu a noi cagione di continuo infestamento ricevere da chi ci vede, a forza ci conduci a rompere quello che piú caramente si dee guardare. Non riuscii a staccare lo sguardo da quei drippling sublimi. La tristezza nella sua delicatezza aveva trionfato. Continuai per giorni a spruzzare acqua e sfiorare leggero coi pennelli, aspettando ogni volta che il tempo dell’essiccazione mantenesse vivo quel pianto.Passarono così, nella ripetitività di quel gesto, quasi trenta giorni freddi, mischiati a pioggia e neve.

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6

CAP

Pag 166/167

A queste parole mi si mutò il cuore, non altramente che ad Oenone sopra gli alti monti d’Ida aspettante, veggendo la greca donna col suo amante venire nella nave troiana; e appena ciò nel viso nascondere potei, avvegna che io pur lo facessi, e con falso riso dissi: - Certo tu di’ il vero: questo paese a lui male grazioso, non gli poté concedere per amanza una donna alla sua virtù debita; però se colà l’ha trovata, saviamente fa, se con lei si dimora. Ma dimmi con che animo sostiene ciò la sua novella sposa? Egli allora rispose: - Niuna sposa è a lui; e quella, la quale non ha lungo tempo ne fu detto che venne nella sua casa, non a lui, ma al padre è vero che venne. Mentre che egli queste parole da me ascoltato diceva, io d’una angoscia uscita ed entrata in un’altra molto maggiore, da ira sùbita stimolata e da dolore, così il tristo cuore si cominciò a dibattere, come le preste ali di Progne, qualora vola più forte, battono i bianchi lati; e li paurosi spiriti non altramente mi cominciarono per ogni parte a tremare, che faccia il mare da sottile

vento ristretto nella sua superficie minutamente, o li pieghevoli giunchi lievemente mossi dall’aura; e cominciai a sentire le forze fuggirsi via. Per che quindi, come più acconciamente potei, nella mia camera mi ricolsi. Partita adunque dalla presenza d’ogni uomo, non prima sola in quella pervenni, che per gli occhi, non altramente che vena che pregna sgorghi nell’umide valli, amare lagrime cominciai a versare, e appena le voci ritenni dagli alti guai, e sopra al misero letto de’ nostri amori testimonio, volendo dire “O Panfilo, perché m’hai tradita?”, mi gittai, ovvero piuttosto caddi supina, e nel mezzo della loro via furono rotte le mie parole, sì sùbito alla lingua e agli altri membri furono le forze tolte; e quasi morta,

anzi morta da alcune creduta, quivi per lunghissimo spazio fui guardata; né valse a farmi tornare la vita errante ne’ suoi luoghi di fisico alcuno argomento. Ma poi che la trista anima, la quale piagnendo più volte li miseri spiriti aveva per partirsi abbracciati, pure si rifermò nell’angoscioso corpo, le sue forze rivocate di fuori sparse, agli occhi miei ritornò il perduto lume; e alzando la testa, sopra me vidi più donne, le quali con pietoso servigio piagnendo, con preziosi liquori m’aveano tutta bagnata.

“Cominciai a sentire le forze fuggirsi via”. Presi la prima bic che trovai intorno, iniziai usandola con un gesto fisso e repentino, come a voler giocare con le preste ali di Progne, seduta malamente sul pavimento. Mi chiamarono per cena, era già trascorso un pomeriggio ed io ero sospesa sul tendine della mano, credetti a quel punto di aver dato agio ad una tendinite. Non fu così, in realtà non riuscii ad alzarmi, la mia presunta posizione yoga aveva superato la meditazione a favore di un tremendo stiramento. h 100.150 | tecnica mista | 2013

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Poi imaginai di voler fare sì come fecero li Saguntini o gli Abidei, gli uni tementi Annibale cartaginese e gli altri Filippo macedonico, li quali le loro cose e se medesimi alle fiamme commisero; ma veggendo in questo del caro marito, non colpevole ne’ miei mali, gravissimo danno, come gli altri precedenti modi avea rifiutati, così e questo ancora rifiutai. Vennermi poi nel pensiero li velenosi sughi, li quali per addietro a Socrate e a Sofonisba e ad Annibale e a molti altri prencipi l’ultimo giorno segnarono, e questi assai a’ miei piaceri si confecero; ma veggendo che a cercare d’averli tempo si convenia interporre, e dubitando non in quel mezzo si mutasse il mio proponimento, di cercare altra maniera imaginai, e pensato mi venne di volere... come molti già fecero, rendere il tristo spirito: dubitando d’impedimento, ché ‘l vedea, ad altra specie di pensiero trapassai. E questa cagion medesima gli accesi carboni di Porzia mi fece lasciare: ma venutami nella mente la morte d’Ino e di Melicerte, e similmente quella di Erisitone, il

bisognarvi lungo spazio all’una ad andare, all’altra ad aspettare, me le fece lasciare, imaginando dell’ultima il dolore lungamente nutricare i corpi. Ma oltre tutti questi modi, m’occorse la morte di Pernice caduto dell’altissima arce cretense, e questo solo modo mi piacque di seguitare per infallibile morte e vòta d’ogni infamia, fra me dicendo: “Io dell’alte parti della mia casa gittandomi, il corpo rotto in cento parti, per tutte e cento renderà l’infelice anima maculata e rotta a’ tristi iddii, né fia chi quinci pensi crudeltà o furore in me stato di morte, anzi a fortunoso caso imputandolo, spandendo pietose lagrime per me, la fortuna maladiranno”. Questa diliberazione nell’animo mio ebbe luogo, e sommamente mi

piacque di seguitarla, pensando in me grandissima pietà usare, se forte spietata contro a me divenissi. Già era il pensier fermo, né altra cosa aspettava che tempo, quando un freddo sùbito entrato per le mie ossa, tutta mi fece tremare, il quale con seco recò parole così dicenti: “O misera, che pensi tu di fare? Vuo’ tu per ira e per corruccio divenire nulla? Or se tu fossi pure ora per morire da infermità grave costretta, non ti dovresti tu ingegnare di vivere, acciò che almeno una volta innanzi la morte tua tu potessi vedere Panfilo? Non pensi tu che morta nol potrai vedere, né la pietà di lui verso te niuna cosa potrà operare? Che valse a Fillis non paziente la tarda tornata di Demofonte? Essa fiorendo senza

alcuno diletto sentì la venuta sua, la quale se sostenere avesse potuto, donna, non albero l’averia ricevuto. Vivi adunque, ché egli pure tornerà qui alcuna volta, o amante o nemico che egli ci torni; e quale che egli d’animo ci torni, tu pur l’amerai, e per avventura il potrai vedere, e farlo pietoso de’ casi tuoi: egli non è di quercia, o di grotta, o di dura pietra scoppiato, né bevve latte di tigre o di quale altro più fiero animale, né ha cuore di diamante o d’acciaio, che egli a quelli non sia pietoso e pieghevole; ma se pure da pietà non fia vinto, vivendo tu, allora di morire più licito ti sarà. Tu hai oltre ad uno anno senza lui sostenuta la trista vita; bene la puoi ancora sostenere oltre ad uno altro.

h 100.150 | tecnica mista | 2012 41


6

CAP

Pag 196/197/198 Poi, gli occhi rivolti per la camera, la quale più mai non sperava vedere, presa da dolore sùbito il cielo perdei, e quasi palpando, e presa da non so che tremito mi volli levare, ma le membra vinte da paura orribile non mi sostennero; anzi ricaddi, e non solo una, ma tre fiate sopra il mio viso, e in me fierissima battaglia sentiva tra li paurosi spiriti e l’adirata anima, li quali lei volente fuggire a forza teneano. Ma pure l’anima vincendo, e da me la fredda paura cacciando, tutta di focoso dolore m’accesi, e riebbi le forze. E già nel viso del colore palido della morte dipinta, impetuosamente su mi levai, e, quale il forte toro ricevuto il mortal colpo furioso in qua e in là saltella, sé percotendo, cotale dinanzi agli occhi miei errando Tesifone, del letto, non conoscendo gl’impeti miei, come baccata mi gittai in terra, e dietro alla furia correndo, verso le scale saglienti alla somma parte delle mie case mi dirizzai; e già fuori della camera trista saltata, forte piagnendo, con disordinato sguardo tutte le parti della casa mirando, con voce rotta e fioca dissi: - O casa, male a me felice, rimani etterna, e la mia caduta fa manifesta all’amante, se egli torna; e tu, o caro marito, confòrtati e per innanzi cerca d’una più savia Fiammetta. O care sorelle, o parenti, o qualunque altre compagne e amiche, o servitrici fedeli, rimanete con la grazia degl’iddii. Io rabbiosa intendeva con tutte le parole al tristo còrso, ma la vecchia balia, non altramente che chi dal sonno a’ furori è escitato, lasciato della rocca lo studio, sùbito stupefatta questo veggendo, levò li gravissimi membri, e gridando, come poteva mi cominciò a seguire. Ella con voce appena da me creduta diceva: - O figliuola, ove corri? Qual furia ti sospigne? E` questo il frutto che tu dicevi che le mie parole in te aveano di preso conforto messo?

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA 42


Ove vai tu? Aspettami. Poi con voci ancora maggiori gridava: - O giovini, venite, occupate la pazza donna, e ritenete li suoi furori. Il suo romore era nulla, e molto meno il grave corso. A me parea che fossero ali cresciute, e più veloce che alcuna aura correva alla mia morte. Ma li non pensati casi, sì a’ buoni come a’ rei proponimenti opponentisi, furono cagione che io sia viva: però che li miei panni lunghissimi, e al mio intendimento nemici, non potendo con la loro lunghezza raffrenare il mio còrso, ad uno forcuto legno, mentre io correva, non so come, s’avvilupparono, e la mia impetuosa fuga fermarono, né per tirare che io facessi, di sé parte alcuna lasciarono; per che, mentre io tentava di riaverli, la grave balia mi sopraggiunse, alla quale io con viso tinto mi ricorda che io dissi con alto grido: - O misera vecchia, fuggi di qui, se la vita t’è cara! Tu ti credi aiutarmi, e offendimi; lasciami usare il mortale oficio ora a ciò disposta con somma voglia; però che niuna altra cosa fa chi colui di morire impedisce che disidera di morire, se non che egli l’uccide: tu di me diventi micidiale, credendomi tòrre dalla morte, e come nemica tenti di prolungare i danni miei. C’è un evidente tocco traverso bianco di pennello in basso al centro. Dopo vari giorni di creazione all’opera, credevo ormai nell’abilità fisica e con una serie di salti e allungamenti su di un misero sgabello, ero intenta a concludere con gli ultimi ritocchi la parte alta della tela, quando improvvisamente caddi rimanendo, certamente in piedi, ma nell’urto con la tela il pennello precipitò libero in caduta.

h 270.110 | tecnica mista | 2013 43


7

CAP

Pag 209/210

Io il riguardai, e nel viso e nell’abito del paese del tuo Panfilo lo stimai, e dimandailo: “Giovine, se Iddio bene ti dia, dimmi, vieni tu di paese lontano?” “Sì, donna” rispose. Allora diss’io: “Deh, dimmi donde, s’egli è licito”. Ed egli: “Delle parti d’Etruria, e della più nobile città di quella vengo, e quindi sono”. Come io udii questo, d’una patria col tuo Panfilo il conobbi, e dimandailo se egli il conosceva, e che di lui era; e quegli rispose di sì, e di lui molto bene mi narrò, e oltre a ciò disse che egli con lui ne sarebbe venuto, se alcuno piccolo impedimento non l’avesse tenuto, ma che senza fallo in pochi dì qua sarebbe. In questo mezzo, mentre queste parole avevamo, li compagni del giovine tutti in terra scesi con le loro cose, ed egli con esso loro, si partirono. Io, lasciato ogni altro affare, con tostissimo passo, appena tanto vivere credendomi che io te ‘l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti, e però lieta dimora, e caccia la tua tristizia.

h 85.185 | tecnica mista | 2013 44


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7

CAP

Pag 212/213

Adunque, da questo ragionare innanzi io mi diedi sopra la cominciata letizia, e li tristi pensieri, come potei, da me cacciai; e sollecitata la cara balia che intenta stesse della tornata del nostro amante, trasmutai li tristi vestimenti in lieti, e di me cominciai ad avere cura, acciò che da lui tornato per afflitto viso rifiutata non fossi. La palida faccia cominciò a riprendere il perduto colore, e la partita grassezza cominciò a ritornare, e le lagrime, del tutto andate via, se ne portarono con loro il purpureo cerchio fatto d’intorno agli occhi miei; e gli occhi nel debito luogo tornati riebbero intera la luce loro, e le guance per lo lagrimare divenute aspre si ritornarono nella pristina loro morbidezza; e li nostri capelli, avvegna che subitamente aurei non tornassero, nondimeno l’ordine usato ripresero; e li cari e preziosi vestimenti, lungamente senza essere stati adoperati, m’adornarono. Che più? Io con meco insieme rinnovai ogni cosa, e nella prima bellezza e stato quasi mi ridussi tutta, tanto che le vicine donne, e li parenti, e il caro marito n’ebbero ammirazione, e ciascheduno in sé disse: “Quale spirazione ha di costei tratta la lunga tristizia e malinconia, la quale né per prieghi, né per conforti mai per addietro da lei si poté cacciar via? Questo non è meno che gran fatto”; e con tutto il maravigliare n’erano lietissimi. La nostra casa lungamente stata trista per la mia tribulazione, tutta meco ritornò lieta; e così come il mio cuore era mutato, così tutte le cose di triste in liete pareva che si mutassero.

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA h 120.140 | tecnica mista | 2013 46


47


7

CAP

Pag 214

Ma qual cosa possono gl’innamorati dirittamente fare? Come gli émpiti vengono, così si muovono le nostre menti. Gli amanti credono ogni cosa, però che amore è cosa sollecita e piena di paura.

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA h 100.100 | tecnica mista | 2013 48


8

CAP

Pag 231

Sono ancora molti che crederebbero Cleopatras reina d’Egitto pena intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, però che prima veggendosi col fratello insieme regnante e di ricchezza abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente; ma questo dolore futura speranza di quel che avvenne l’aiutò agevolmente a portare. Ma poi di prigione uscita e divenuta di Cesare amica, e da lui poi abandonata, sono chi pensano ciò da lei con gravissimo affanno essere passato, non riguardando essere corta noia d’amore in colui, o in colei, il quale a diletto si può tòrre ad uno e darsi ad uno altro, come essa mostrò spesse volte di potere. Ma cessi Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giammai, da colui in fuori di cui io ragionevolmente esser dovrei, chi potesse dire, o possa, che io mai fossi sua, o sia, se non Panfilo; e sua vivo e viverò; né spero che mai alcuno altro amore abbia forza di potermi il suo spegnere della mente.

h 100.120 | tecnica mista | 2013 49


9

CAP

Pag. 238

ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA O piccolo mio libretto, tratto quasi della sepultura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de’ nostri danni; adunque, tale quale tu se’ dalle mie mani scritto, e in più parti dalle mie lagrime offeso, dinanzi dalle innamorate donne ti presenta. Con devota riconoscenza al sommo poeta Giovanni Boccaccio, lascio, a conclusione di una impegnativa ed intensa ricerca artistica ed intellettuale, che il mio linguaggio artistico, pittorico fotografico e performativo ha espresso con la lettura del libro “Elegia di madonna Fiammetta”, possa esprimersi totalmente nell’improvvisazione pittorica musicale teatrale e danzata, eseguita con la Compagnia Dance in Action Painting il giorno 11 Maggio 2013 nel cortile del Palazzo Pretorio. Il prologo e l’epilogo al libro-diario, della turbolenta avventura amorosa di Fiammetta, mi ha suggerito di dover lasciare la tela bianca (foglio-lettera), l’ultima tela bianca, per realizzare dal vivo, in sinergia con altre fiammette boccacciane, ogni altro possibile elemento d’interpretazione al libro stesso e al suo mito universale, con la tecnica dell’ improvvisazione sinestetica tra le artiste, Cinzia Eramo, Sara Armentano, Alessia Branchi. Due tele come due pagine, (ricostruite in scala nella performance), diventano il pretesto per poter vivere e rivivere, sotto gli occhi del pubblico che parteciperà all’evento dal vivo, un nuovo e possibile coinvolgimento emotivo, lasciando un limbo di fascinazione all’immaginazione ed all’emotività di ognuno, nata mi auguro, dall’esperienza, sia dell’esposizione pittorica e fotografica sia dall’evento-live dell’11 maggio.

h 30.30 | dittico tecnica mista | 2013 50


Grazie a mia madre marcello michela samuele f. elisa p. marchetti e. pellegrini silvia enza raffaella alberto milly piero gianluca stefania monia & casamori arturo claudia guido f. claudia & family jole rita giovanni s. landi a. sara e. cinzia b. alessia t. roberto mauro damiano p. darrault zazie roberta & renzo carmen f. roberta katia d. patrizia s. andrea elena r. silvia fabbrizzi m. biotti pink butterfly controchiave i macelli guide in toscana gall. Menhir Ass. polis gall. 166 spi certaldo proloco certaldo bar 429 scuola media ferrucci istituto d’arte siena

Ringrazio in particolare le 12 donne di Certaldo per aver collaborato alla realizzazione dei ritratti fotografici in b/n per l’opera artistica “Elegia di madonna Fiammetta”, nell’aver contribuito alla ricerca, oltre ad un fantomatico volto per una possibile Fiammetta boccacciana contemporanea, alla evidente, reale e quotidiana, bellezza universale, collettiva, sincera ma sopratutto autentica: Elisa Borghini Alessia Branchi Daniela Brenci Francesca Ciaschi Simona Cucini Francesca Da Vela Rita Da Vela Simona Dei Michela Fiaschi Laura Giolli Silvia Tinti Francesca Tortelli.

www.cinziafiaschi.com comunicazione@cinziafiaschi.com

Pacini Editore

Arte


www.cinziafiaschi.com

Elegia di Madonna Fiammetta - Cinzia fiaschi (2013)  

Opere di Cinzia Fiaschi (foto & progetto: digitalmodi)

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