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Digiarte 2008

Quinta Edizione

Un progetto di Lorenzo “logu” Guasti

Galleria dell’IperCoop, Sesto Fiorentino Plasma, Firenze Centro per l’Arte Contemporanea “LUIGI PECCI” - Prato Palazzo Comunale, Sesto Fiorentino

Direttore: Lorenzo “logu” Guasti Hanno collaborato all’organizzazione di questa edizione: Costanza Baldini, Francesca Sborgi, Irene Melega

5a Edizione

PROVINCIA DI FIRENZE

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9 Maggio - 31 Maggio 2008




Cinque Anni di Digiarte

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Siamo arrivati al quinto anno. Ci hanno spinto soprattutto la passione, e la voglia di lavorare seriamente, condividendo le scelte, facendo “rete” e soprattutto confrontandosi in modo aperto con tutte le Istituzioni che ci hanno sostenuto. L’aver dato continuità e stabilità a questa manifestazione è il risultato di cui siamo più fieri perché era l’obiettivo che ci eravamo posti. La presenza costante sul territorio è il miglior metodo per valorizzare il lavoro svolto. Gli esempi in Italia e Europa confermano le nostre convinzioni e i modelli a cui ci ispiriamo sono i grossi festival che da molti anni costituiscono i luoghi ideali per scambiare esperienze, fare nuove conoscenze, condividere il proprio lavoro. La strada intrapresa ci sembra quella giusta. Ogni anno cerchiamo di fare del nostro meglio attuando scelte coraggiose e spesso innovative, cercando sempre di presentare novità ricche di contenuti e che siano fonti di stimoli e di crescita. Quando poi vediamo che le “nostre scoperte” diventano popolari allora abbiamo la certezza di aver colto nel segno. L’edizione 2008 è molto ricca. Gli artisti presentati spaziano, come sempre, da posizioni di fama a livello mondiale a giovani emergenti (di grande valore) della scena fiorentina. L’area geografica interessata dagli eventi si allarga e quest’anno tocca da un lato Firenze (i video al Plasma) e dall’altro Prato (il convegno al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci) con il baricentro a Sesto Fiorentino (le foto alla Galleria dell’Ipercoop “Centro*Sesto” e la performance nel Palazzo Comunale). Concludo con una riflessione: nel 2003 quando iniziammo a progettare la prima edizione e decidemmo il nome della manifestazione aveva molto più senso di oggi parlare di DIGI-ARTE ovvero di “arte fatta  5a Edizione


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con strumenti digitali e con l’ausilio dell’informatica”. C’era ancora una netta distinzione tra fotografia tradizionale e fotografia digitale, tra cortometraggi in pellicola e digitali. Oggi non ha quasi più senso tentare di lasciare gli ambiti separati dal momento che la maggior parte degli artisti, se escludiamo i pittori classici, usufruiscono del tutto o in parte di processi digitali. Digiarte evolverà e comprenderà, nelle prossime edizioni, non solo opere d’arte create con strumenti digitali ma tutto ciò che si potrà considerare innovativo dal punto di vista artistico. Lorenzo “logu” Guasti Direttore di Digiarte

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FOTOGRAFIA

Cinque sguardi fra sogno e realtà

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Un mezzo espressivo che sfrutta la tecnologia e i canali di comunicazione più moderni, usato nel praticare un genere figurativo fra i più tradizionali: in questa quinta edizione di Digiarte sono stati selezionati artisti che attraverso la fotografia digitale creano e elaborano ritratti attraverso i quali raccontano sogni (e angosce) del mondo contemporaneo. Ha più volte detto e scritto Zygmunt Barman come la condizione dell’uomo nella società contemporanea, anche se in continua relazione con i propri simili, sia la solitudine: una vita silenziosa e assorta nel ripetersi di gesti uguali come uguali sono le ore che scorrono dalla mattina alla notte e poi ancora alla mattina. Così Stefano Martellucci nelle foto della serie My Life: quasi nature morte, verrebbe da dire guardandole a una a una, ma vero e proprio autoritratto, se presentate come sono state pensate dal loro autore, cioè come serie. Autoritratto o ritratto del proprio ‘non essere’, di un compiaciuto e anche un po’ narcisistico individualismo; il proprietario di quegli oggetti, l’abitante di quelle scene ovviamente c’è sempre dietro l’obiettivo, è l’agente e il protagonista di quelle stanze, ma non si ritrae mai e lascia che a parlare di sé e delle sue (delle nostre) nevrotiche abitudini quotidiane siano appunto le cose e i gesti del vissuto quotidiano. L’esistenza dunque è scandita dal ripetersi di gesti banali, e di situazioni del tutto comuni; ma è proprio la realtà quotidiana a rivelare inaspettatamente la propria poesia, o uno scarto imprevisto o insolito che la rivitalizza: sono quei dettagli dai quali è attratto Eliot Shepard: una ciliegia lucida e appetitosa, pronta a essere morsa, un inedito taglio di luce, un pappagallo rosa (che ci fa in questo strano interno? Non dovrebbe essere lui a gracchiare, piuttosto della signora in primo piano?), o ancora, la concentrazione adulta e esperta di una mano tesa a suonare una chitarra elettrica (forse non è solo un gioco di bambini)… E’ la donna però a ispirare i ritratti più complessi e affascinanti: una donna attraente e bellissima ma in qualche modo scissa dalla vita reale e a metà tra l’essere bambola o eroina di una fiaba, che ci appare comunque sempre malinconicamente sola.



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Digiarte 2008 presenta quindi una serie di ritratti di donne bellissime, accuratamente messe in posa, patinati come quelli scattati a modelle famose che affollano le riviste di moda; oppure di corpi, sempre femminili, ma efebici, mostrati con calibrata sensibilità; ritratti sfumati di affascinanti ma malinconiche fanciulle, mollemente assorte in una dimensione indefinita, che sembrano continuamente immergere e emergere tra il sogno, la memoria, e la dimensione reale: sono le protagoniste eteree delle immagini di Gabriele Chiapparini. Sofisticatissima, elegantemente retrò è invece la donna di Lucilla B, eroina romantica ma comunque irrisolta nella sua malinconia, Alice che si sdoppia come in uno specchio a rovescio, che si specchia ma non trova la sua identità, bella bellissima addormentata o Biancaneve in attesa di un bacio, o di qualcosa che la scuota, la risvegli, la riporti alla realtà. O ancora è ragazzina che si trasforma in giocattolo, in bambola di plastica, che più che metafora fin troppo scontata della mercificazione del corpo femminile, sembra piuttosto volerci indicare la via di una fuga ironica in una dimensione di totale disimpegno e svago ludico. Ancora sul gioco e sulla divertita trasformazione in bambola/femme fatale insistono i ritratti di Merkley: ritraggono giovani donne accuratamente accomodate in interni che paiono scatole (infatti capita che la modella sia spazialmente ‘costretta’ tra le pareti della stanza), o case di bambole: certo sono bambole/bambine cresciute, che hanno fatto dei giochi della loro infanzia oggetti erotici, casalinghe molto glam ma frustrate che si divertono a mettersi in provocanti pose con i loro animaletti domestici. Merkley rifiuta di essere definito ‘fotografo’, nel senso tradizionale del termine, ma certo l’obiettivo ancora oggi, come cento anni fa, può essere strumento di compiaciuto voyeurismo, un occhio aperto sugli sgargianti segreti delle stanze di Caitlin, Atty, Elaine e Mary. E allora, lasciamo che la fotografia ci guidi a ‘guardare’, regalandoci sguardi provocanti, emozionanti o semplicemente esteticamente inediti.

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Francesca Sborgi 


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Merkley (California, U.S.A.)



Un artista unico nel suo genere, fotografa la vita glamour del jet set californiano con irriverenza e stile personale, celebri le foto con le stupende modelle nude in interni losangelini. Dichiara a gran voce di non essere un fotografo e di non voler essere definito in quanto tale. Soggetto di quasi tutti i suoi lavori giovani e bellissime modelle, che dice essere, almeno il 95 % ragazze, ex- ragazze amiche... Mostra con grande stile e indubbie capacitĂ  un mondo patinato, eccessivo, folle, ma clamorosamente glamour! http://www.flickr.com/photos/merkley/ http://www.threequestionmarks.com

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Caitl in Bedroom

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di g i a rte2008 Atty Photo Booth 

Photographers carry around big cameras, big lights, big flash contraptions and little meters, they talk about film stock, ISO’s, F stops and capturing the perfect light right before dusk. Photographers spend lots of time in cramped dark rooms with red lights and chemicals that smell like egg farts. Photographers have lots of lenses that they will tell you about whether you ask them or not, like the one that can see an ass hair on a mosquito or the remarkably “bright” one that can photograph the pope’s underwear tag from a tower in hell. Photographers say “glass” a lot, “Thats a nice piece of glass you got there Danny.” which would be funny if it was a joke. No it wouldn’t. Photographers LOVE Polaroid because you can take a picture of absolutely ANYTHING with a Polaroid and it will look like you got your BFA. Photographers know the names of every other photographer who ever lived and they can tell you exactly who took the first picture of an old barn door or a naked girl on a sofa. Photographers make use of make up artists, hairdressers, location scouts and stylists which is way way WAY different than photoshopping out zits and wrinkles. Photographers freeze moments to show the REALITY. They love that word, “reality” also they like to say “RAW” a lot. Photographers have strong opinions about Terry Richardson. Photographers like the anticipation, surprise, expense, delay, grain, smell, challenge, discipline, texture, and overall unpredictable “magic” of analog, soo opposite of effing digital. Photographers use the word amateur to describe most other photographers. Photographers miss the good old days when photography was expensive and out of reach to amateurs. Photographers blame the lab a lot. Photographers go to school to study photography because you can’t tell if a photo is good just by looking at it. Photographers only really like 2 or 3 other photographers, the one’s whose photographs most resemble their own and they like to keep those books right out on the coffee table where everyone can see them. So yeah, I don’t give a stumbling poop about any of that stuff. I’m not a photographer. Mekley

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Elaine Mustard Cigar

digiarte2008 Mary Chores 5a Edizione




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Gabriele Chiapparini - D-Anderton (Milano, Italia) Nato nel 1980, ha fatto studi classici e dopo Sociologia all’Università di Bologna. Ha iniziato a fotografare nel settembre del 2006: è’stato l’inizio di una passione che non lo ha più abbandonato. Atmosfere nebbiose, sfocate, sopese tra sogno e realtà, sguardi di donne assorti, ingenui, nudità accennate, ma mai ostentate sono i soggetti ricorrenti nei suoi lavori. Alcune sue foto sono state pubblicate in riviste del calibro di Digital Camera, Il Fotografo, Fotografia Reflex, Fashion Ph . E’ stato assistente a fotografi di moda come Gianluca Simoni e di still life come Marcella Sierro.

Ha esposto con la mostra “Amore: aspetti e conseguenze” presso Spazio59, Sesto Senso, Piccolo Formato e altri locali e gallerie. Sta lavorando attualmente ad un nuovo progetto intitolato “Love Project”.

http://d-anderton.deviantart.com/ http://www.myspace.com/gabriele_c

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conFini

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double

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sottopassaggio

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l’ultimo sole

alba e tramonto

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Eliot Shepard - Slower.net

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(New York, U.S.A.)

Uno dei photoblogger più anziani del web. Le sue foto di New York accompagnano la sua vita dal novembre 2001. Eliot Shepard è nato nel 1969 a Portsmouth in New Hampshire. Nel 1991, ha ricevuto il Bachelor of Arts in Mathematics dal Bates College di Lewiston, Maine. Dopo studi informatici all’Università, inizia a lavorare come programmatore a New York City. La passione per la fotografia lo accompagna da sempre, ma la conversione al digitale scatta nel 2001, grazie a una Canon S30. Da questo momento Shepard si dedica con appassionata costanza alla fotografia digitale, sperimentando anche, in tempi abbastanza pioneristici,

l’autopromozione on-line, attraverso slower.net, che aperto nel novembre 2001 registra un non indifferente e sempre crescente numero di accessi quotidiani. Espone in collettive dal 2004; la prima personale si è tenuta alla Jen Bekman Gallery di New York City nella primavera del 2005. Attualmente vive a Brooklyn con la sua famiglia (insieme alla mogliee due figli, uno appena nato)

http://www.slower.net http://eliotshepard.com/

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guitar

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tall man

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cherry

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headphone

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The Fake Factory “Nulla sarebbe ciò che è Perché tutto sarebbe ciò che non è Ed anche il contrario-ciò che è, non sarebbe E ciò che non sarebbe, lo sarebbe Vedi? (Lewis Carroll)

Facciamo video design. Facciamo cose che si devono vedere. Il testo sarebbe superfluo. Ma ci siamo accorti di aver letto e raccolto in questi anni pensieri che ci hanno suggerito una direzione e ci hanno aiutato a percorrere una strada. Le

riportiamo qui di seguito per quello che sono: una sorta di libera associazione di idee prese qua e là, con un pigro tentativo (mal riuscito) di rimetterle in ordine “The fake factory nasce all’inizio del terzo millennio (!) come progetto di collaborazione fra diffenti video designers italiani. Attorno al nucleo costituito da Stefano Fomasi e Andrea Gnesutta (che dal 2002 hanno iniziato a firmare col nome “FAKE” i progetti comuni di video-design e video-arte) si sono alternati negli anni, in funzione del progetto a cui erano chiamati a collaborare, una serie di designers con capacità e competenze eclettiche, dalla produzione video alla fotografia all’illustrazione. Simona Picchi, Juri Ciani, Francesco Sonnati, Loris Giancola, Anna&Michele Bigiotti sono i designer che hanno contribuito a dare forma compiuta alla Fakefactory, permettendole di sviluppare su molte piattaforme e in varie direzioni i nuovi linguaggi e le nuove possibilità della comunicazione visiva legate ai new media. In pochi anni THE FAKE FACTORY ha partecipato alla realizzazione di diverse centinaia di progetti di videodesign, passando dalla produzione pubblicitaria televisiva alle videoinstallazioni, dalle scenografie video per teatro alle sfilate di moda, alla produzione di DVD multisensoriali.

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Digiarte è presente con una retrospettiva relativa a tutte le precedenti edizioni anche al Palazzo del Comune di Sesto Fiorentino dal 3 luglio. Durante l’inaugurazione saranno proposte due grandi installazioni: una proiezione della The Fake Factory sulla facciata del Palazzo e una creata per l’occasione dai Ciboideale.

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Lucil a B (Firenze, Italia)

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Lucilla Bellini è nata a Firenze nel 1979. Ha cominciato a fare foto con una Yashica Fr quando studiava all’Università di Parigi. Ama i dettagli che solo la fotografia può fissare per sempre: “Ritaglio ritagli, frammento e riunisco in nuove realtà attimi di tempo congelato nelle mie fantasie” Nel 2007 si laurea in Antropologia Culturale alla Facoltà di Lettere di Firenze. All’inizio del 2008 espone una serie di fotografie intitolate “Time is a dream” presso “L’Australiano” a Firenze. Si tratta di una serie di ritratti incentrati sul tema del tempo reale e

immaginario. Attualmente fa parte degli artisti della galleria Jacques Levy di Parigi e lavora fra l’Italia e la Francia. Nelle sue foto scorci intimi di vita insolita, bambole che cercano di vivere come umani, umani che vivono come bambole.

http://www.myspace.com/ref_lux http://www.autresyeux.net http://www.flickr.com/photos/reflexreflux

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tepidaruim 02

tepidaruim 01

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time is a dream 01

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green apple

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Stefano Martellucci (Milano, Italia)

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Da madre friulana e padre toscano, nasce a Milano nel 1970, vive a Pescara gli anni della sua adolescenza e in seguito per motivi di studio si trasferisce a Padova, che con il tempo lo ha adottato. Fotografa da diversi anni, ma solo da pochi cerca di leggere ed interpretare la realtà attraverso questa arte, cercando di imprigionare nel rettangolo/quadrato di una macchina fotografica le sue emozioni. Componente del gruppo fotografico clicetnunc, é uno degli autori

del libro Fuori di Me ed ha collaborato con diverse riviste per la pubblicazione di alcuni suoi lavori. Fondamentalmente però dichiara: ”continuo a fotografare per me stesso”.

http://www.stefanomartellucci.com

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Associazione Pluralia

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Durante questa V Edizione Digiarte è lieta di ospitare una retrospettiva fotografica che è stata il frutto del Campo di Lavoro volontario in Media Education for Peace, coordinato dalla Onlus SCI-Italia (Servizio Civile Internazionale) e dalla Ong CRIC (Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione). Il tema del campo di lavoro, che si è svolto in Libano dal 22 dicembre 2007 al 5 gennaio 2008, è stato “l’uso dei Media e l’effetto della guerra sull’Ambiente”. Luogo di azione del progetto sono stati i centri di aggregazione di cinque villaggi del sud del paese: Ayta Ashaab, Dibil, Bint Jubayl, Srifa e Burj - Al - Shamali. I laboratori, tenuti dai 17 volontari italiani, con il sostanziale aiuto dei social workers locali, erano mirati all’acquisizione da parte dei partecipanti ,ragazzi e ragazze di età compresa tra i 15 e i 25 anni, di competenze relative a video, foto e gestione di blog. Lo scopo di questo progetto è stato quello di portare un

contributo alle comunità di riferimento, cercando di dare ai ragazzi dei villaggi strumenti utili a fare informazione attiva sulla loro condizione. Tutto il materiale esposto é stato prodotto interamente dai ragazzi durante gli workshop, ed è stato e sarà utilizzato per mostre ed eventi di sensibilizzazione, in Italia e in Europa. Le foto mostrano la difficile condizione libanese e palestinese all’interno del territorio, presentandone uno spaccato della vita di tutti i giorni. Le foto sono state scattate da non professionisti, ma è proprio questa una delle cose più interessanti ed importanti. Ciò che colpisce sono i protagonisti di questi scatti, sono gli sguardi delle persone, in particolar modo dei bambini, la felicità che si riesce a scorgere nei loro occhi, anche in luoghi dove ancora il futuro appare incerto…

http://campolibanosci.wordpress.com/

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Christian Minelli

Christian Minelli

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Claudia Albanesi

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Marco Gurgone

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Videoartisti alle prime armi e le armi del video

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Quest’anno la rassegna di videoarte presenta ben dodici video, tutti realizzati da artisti giovanissimi. Trovo sorprendente la naturalezza con cui questi ragazzi affrontano il mezzo del video. Nell’era di youtube, ormai la ‘finestra’ sul mondo per eccellenza, il video è diventato di fatto una vera e propria ‘arma’ con cui i giovani possono esprimere quello che pensano in assoluta libertà, con, in aggiunta, la probabilità reale di rimbalzare nel Tg della sera. La società dell’informazione è la società del controllo, diceva Deleuze nella conferenza sull’Atto della Creazione del 1987, “l’arte è ciò che resiste, una percezione del tempo presente”. Non si crea per produrre una reazione estetica, “non si scrive perché si ha qualcosa da dire, ma perché si ha voglia di dire qualcosa” scriveva Cioran in Squartamento. Perché si desidera. Tramite il video i giovani compiono, a mio parere, due azioni ispirate dall’istinto di sopravvivenza: resistere e desiderare. Se ci sarà un futuro questo diverrà reale solo attraverso il video e sarà dagli occhi di questi ragazzi dietro la macchina da presa che osserveremo la vita e l’arte. Alessandra Arnò è una videoartista di Milano, classe ’77, presenta a Digiarte due suoi recenti lavori. Talkinghead è un progetto in continua evoluzione che comprende una serie di video, che riguardano una galleria di teste parlanti. Talking Head#1-#2, è una videoinstallazione dove due opposti giocano a rimbalzarsi un errore comunicativo, confondendo lo spettatore che si trova tra due teste, due ‘video icone’, i volti di un uomo e di una donna che ci osservano con commozione e ci implorano di parlare con loro ripetendo con dolcezza e rassegnazione la frase ‘talk to me’. Lo stereotipo della fissità tipica delle icone, viene sottolineato dalla ripetizione ossessiva, è come un errore comunicativo moltiplicato all’infinito. L’immagine è resa ancora più fittizia grazie all’inconsistenza

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della trasmissione dati in stile videoconferenza. Il video White Noise si basa sull’idea che la visione è un esercizio di focalizzazione volontaria. Il video cerca di ricreare un continuum visivo in cui traspare l’aspetto ‘altro’ della visione. L’artista cerca una oggettivazione del messaggio subliminale. L’interstizio della visione diventa il soggetto stesso del video e un nuovo linguaggio. White Noise è un progetto sull’interferenza e la frammentazione visiva, dove video e audio sono strettamente legati per coinvolgere lo spettatore in un’esperienza, che si concluderà con un allineamento mentale e oggettivo. Il Corso di Regia dell’Accademia di Belle Arti di Roma, diretto dalla scrittrice e critica Fernanda Moneta, ci propone quest’anno cinque video realizzati dagli studenti. I ragazzi hanno lavorato in team realizzando video su supporto digitale, caratteristica non scontata in un mondo in cui ormai quasi ogni prodotto musicale o visivo che sia si fruisce attraverso lo schermo del computer, abbassando drasticamente i costi di produzione e aumentando in modo esponenziale la distribuzione. E’ una scelta consapevole: “il supporto non conta” dichiara Fernanda Moneta. In Crystalline! scritto e diretto da Korinne Cammarano, un ragazzo omosessuale si suicida per sfuggire alle persecuzioni dei compagni. La scelta di inquadrare in modo diretto il volto di un ragazzo devastato dal dolore disturba lo spettatore che non può più far finta di non vedere. La finestra sul tempo scritto e diretto da Elisabetta De Cave, è una riflessione su tre donne e tre modi diversi di vivere il tempo. In Amigdala, scritto e diretto da Marco Di Giuseppe, ci troviamo immersi in un mondo metaforico in cui la protagonista Amigdala rifugge l’acqua, ma suo malgrado ne è contaminata e infine transmuta in essa. Il potere dell’immobile scritto e diretto da Graziana Palmisano è ispirato al cinema surrealista: una donna cammina eppure resta ferma su se stessa in una sorta di ‘danza infinita’ che descrive la nostra vita di tutti i giorni. Non ancora buio scritto e diretto da Marco Cardilli. Un uomo, paralizzato

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di un minuto o poco più, cercano di fare di velocità (d’esecuzione) virtù. Nascono per qualche gioco di parole, per associazione di idee. Pecoranera è un esercizio ispirato dalle parole di Fabrizio de Andrè: diletto di trasporre poeticamente (e sinteticamente) quello che in genere viene visto altro e altrove. In Love Bot l’amore, ancora, è motore del vivere. Che ci stupisce sempre, ci costringe al viaggio. Senza conoscerne l’attracco... In Proverbio il gioco di parole, ereditato dai libri di Louis Carroll, diventa scusa per 40 secondi di nonsense. Di divertimento fine a se stesso... o forse no. In Harmp di Luca Albergoni, Simone Calia, Chiara Pra Levis, Giacomo Ricchera, Vanessa Soriani Francesca Solinas e Andrea Caprara, sei ragazzi si trovano negli ambienti nascosti del Teatro la Pergola, il più antico teatro fiorentino, con l’atmosfera creata dalle melodie di Paolo Fresu nella testa. Ecco che lentamente quelle note iniziano a scivolare tra polvere e ricordi mescolandosi agli scricchiolii senza tempo del retropalco. A poco a poco lo spettatore ha la consapevolezza di essere già entrato a far parte del mondo delle ombre che vivono celate negli spazi meno in luce. Torna a Digiarte il duo livornese Ciboideale (Andrea d’Amore e Gian Luca Rossetti) che l’anno scorso ci aveva piacevolmente ‘terrorizzati’ con la serie di video Cribrazione. Fermenti è il video che i due artisti propongono quest’anno, sempre in una ricerca che coinvolge il cibo e i comportamenti delle persone. Attraverso la parabola evangelica dell’ultima cena si assiste ironicamente alla condanna del Fast Food. Alla fine con la resurrezione del Cristo da una vasca di latte in fermentazione, come in un risveglio da un incubo, i Ciboideale realizzano un elogio al prodotto tradizionale o comunque di qualità.

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da una grave malattia che lo ha reso prigioniero del proprio corpo, chiede di essere aiutato a morire. L’attore che interpreta il protagonista infonde un’energia istintiva e primordiale nel ‘corpo’ del condannato a morte. L’ambientazione della prigione ricorda Strade perdute di David Lynch e crea un clima di suspense che culmina nell’incubo. Un incubo dentro ad un incubo, dunque, senza alcuna soluzione. L’angoscia si espande al di là della fisicità del protagonista fino alle pareti della cella, ed oltre, a coinvolgere chiunque gli si avvicini. Il Seminario Videoclip Tecnico Artistico del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura dell’Università di Firenze presenta a Digiarte quattro progetti, che sono il risultato di diverse esperienze, realizzate nell’arco di più anni a partire dal 2004. Desert Inn part I, diretto da Andrea Barlotti, è un video in cui si usa la musica per parlare della musica, un modo per cercare di dare voce a un brano che, in quanto strumentale, voce non ha. Il video si compone di due parti che si alternano, una filmata e una di animazione. La parte filmata vede come protagoniste tre persone, in un dialogo tra sordomuti, e tratta del rapporto conflittuale tra i due aspetti antitetici dell’amore, l’amore buono e l’amore cattivo. L’animazione, nella seconda parte, tratta in senso lato della prigionia: la figura intrappolata nel cubo rappresenta l’incomunicabilità con il mondo esterno ma anche la musica stessa, impossibilitata ad esprimersi ingabbiata dalle logiche del business. Superficie di Luciana Aru e Marco Mugnai è un videoclip musicale realizzato per la band Diviso Zero. Il microfono, la “creatura”, dei Diviso Zero inaspettatamente prende vita per uscire “fuori dal buco” e scoprire che l’arcobaleno non è affatto rassicurante, che la realtà può essere ambigua e forse è meglio tornare indietro nel mondo degli oggetti dove il nero è sempre nero e tutto resta immobile. I tre divertenti video di Paolo Pazzaglia alias Disogno sono giocati sul filo dell’ironia. I ‘minimi animati’ sono filmati che si esauriscono nell’arco

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Corso di Regia dell’Accademia di Belle Arti di Roma Porta di ingresso

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di Fernanda Moneta Fare cinema non è solo estetica, non è solo business, ma anche vita quotidiana dedicata alla creazione di valore. Cinema = audio+video (il supporto non conta) Il pilastro su cui si regge l’Accademia di Belle Arti è l’interscambio continuo e diretto tra allievi e docenti all’interno dei laboratori e spesso anche fuori, oltre l’orario di lezione: un po’ come stare in una tribù. Uno scambio che è anche orizzontale: fatto di interazioni e ibridazioni tra un laboratorio e l’altro. La lezione è un gioco di squadra, nasce dal saper lavorare in team, confrontarsi e scontrarsi: tutto questo non ricorda da vicino l’esperienza del fare cinema a maggior ragione oggi che tutto è tradotto in codice 1/0? La convergenza delle reti e la diffusione di Internet veloce hanno spostato l’attenzione dall’hardware ai contenuti digitali - informazioni, comunicazione, musica, audiovisivi come film e giochi -, la cui produzione sta

assumendo un ruolo prioritario nell’economia dei Paesi dell’OCSE. Il digitale abbassa i costi della produzione creativa e Internet aumenta la portata della distribuzione e il suo livello di specializzazione, dando la possibilità di raggiungere mercati di nicchia. I media digitali e la rete stanno ridefinendo il ruolo dello stesso autore e cambiando l’offerta creativa. Ma quello che diceva Rossellini, che il cinema è una tigre di carta e che si impara facendolo, sottendeva che dietro l’arte c’è un lavoro, ci sono lavoratori, esigenze concrete, diritti da tenere stretti, leggi e contratti da rispettare, paghe da incassare, etc. vale ancora oggi. Chi nega questo, evidenziando il lato magico e anarchico del cinema come se fare un’opera audiovisiva fosse una navigazione in solitario, la quale non ha un costo e dunque un prezzo, sta solo cercando di preservare subdolamente dei privilegi.

http://www.accademiabelleartiroma.it/

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Crystalline! Durata: 2’ Scritto e diretto da Korinne Cammarano con Diego Adriani 2007

Scritto e diretto da Graziana Palmisano 2007

La finestra sul tempo Durata: 3’ Scritto e diretto da Elisabetta De Cave 2007

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Non ancora buio Durata: 17’ Scritto e diretto da Marco Cardilli Il potere dell’immobile 2007 Durata: 3’

Amigdala Durata: 8’ 13’’ Scritto e diretto da Marco Di Giuseppe Fotografia Enrico Luzzi Musiche originali Enrico Venturini Effetti Speciali Proxima Con Giulia De Canio, Giorgia Jorio, Viviana Mancini, Valentina Pacilli 35 2007


Seminario Videoclip Tecnico Artistico del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura dell’Università di Firenze

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Il Seminario Videoclip Tecnico Artistico nasce nel 2004, unendo in un cosiddetto “seminario ponte” due cosi distinti, Disegno Automatico del prof. Giorgio Verdiani e il corso di Percezione e Comunicazione Visiva del prof. Massimiliano Masci, entrambi professori giovani e intraprendenti. La prima edizione ha avuto come tema la realizzazione di un video per il concorso VideoPop Minuto, (studio storyboard, riprese, postproduzione e montaggio), e una delle versioni realizzate nel seminario è stata selezionata tra i finalisti. Nell’anno successivo il Seminario Video triplica il numero degli studenti iscritti, sintomo di un nascente interesse all’interno della facoltà verso materie “meno accademiche”. Argomento dell’anno 2005 è stata la realizzazione di video clip musicali, grazie hai consigli e al supporto dei gruppi musicali stessi. I gruppi interessati sono: Martinicca Boison, Diviso Zero, Herba Mate. Risultato interessante è stato l’inserimento dei videoclip realizzato nel seminario all’interno dei CD musicali ufficiali. L’Anno 2006 vede concentrarsi le forze sul Forum Unesco, fissato per il settembre successivo, con una innovazione delle Tematiche. Visto il sempre maggior numero di iscritti, vengono sviluppati più temi parallelamente, spaziando intorno alle tematiche di: Il Viaggio, Architettura in Movimento, Mini Documentario sul Brunelleschi, I Radicals, Firenze 2500. I risultati sono stati eccellenti e variegati. Nel 2007 il Seminario Videoclip beneficia della partnership con il Teatro La Pergola di Firenze e con il famoso trombettista Paolo Fresu. Questo genera un’incredibile sinergia tra una location d’eccezione che solo il più antico Teatro fiorentino poteva fornire, la poetica delle vibrazioni della tromba di Fresu e la creatività degli studenti. Novità interessante, il Seminario vede l’aggiunta del corso di Grafica del prof.

Alessandro Capellaro. I video prodotti superano le aspettative stesse del team tecnico. Il Seminario Videoclip Tecnico Artistico si avvale dunque di diversi apporti formativi: il corso di Percezione e Comunicazione visiva si occupa di fornire la formazione riguardante i fondamenti di “cinematografia” (riprese, inquadrature, sviluppo storyboard); il corso di Disegno Automatico informa gli studenti all’utilizzo di software di modellazione tridimensionale, di animazione, di montaggio lineare e non lineare, e costituisce il riferimento tecnologico del corso; il corso di Grafica si occupa della veste grafica sia statica che in animazione della produzione (loghi, packaging, studio del colore e dell’immagine). Al termine del Corso gli studenti sono in grado di realizzare un Videoclip dalla A alla Z.E i risultati sono stati finora molto interessanti. Seminario Videoclip Tecnico Artistico: Corso di Disegno Automatico – prof. Giorgio Verdiani Corso di Percezione e Comunicazione Visiva – prof. Massimiliano Masci Corso di Grafica – prof. Alessandro Capellaro Tutor: Francesco Giannini, Raffaele Mencucci, Giovanni Guccini, Federico Piras, Paolo Pazzaglia.

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Desert Inn part I Durata: 03’ 52’’ Autore: Andrea Barlotti (Testi: Cristiano Sapori) Musica: Herba Mate 2005

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Harmp Durata: 06’ 45’’ Autori: Luca Albergoni, Simone Calia, Chiara Pra Levis, Giacomo Ricchera, Vanessa Soriani, Francesca Solinas, Andrea Caprara (actor) Musica: Paolo Fresu 2007

Pecora Nera + Love Bot + Proverbio Durata: 00’ 24’’ + 00’ 45’’ + 00’ 40’’ Autore: Paolo Pazzaglia alias Disogno 2007

Superficie Durata: 05’ 02’’ Autori: Luciana Aru, Marco Mugnai, Alessia Bochicchio, Bojana Puhalo, Andrea Floris, Christina Dimitrakopoulou, Fabio Giannotti, Tiziana De Cagna, Angelo Sante Intini, Marisa Kefaloniti, Andrea Lazzaretti, Marilena Fanigliulo, Massimo Marmugi, Massimiliano Di Caro, Musica: Diviso Zero 2005

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Alessandra Arnò

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Nata nel 1977, vive e lavora a Milano. Si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera nell’ottobre 2001. In seguito si è diplomata al corso IFTS come “Esperto di linguaggi e tecnologie multimediali: rielaborazione di immagini digitali fisse e in movimento”, con il patrocinio dell’Università Statale Bicocca, Filmmaker e Sonar. (settembre 2002). Ha collaborato occasionalmente con Studio Azzurro in qualità di assistente al montaggio e grafica photoshop per “Meditazioni Mediterraneo” Hermes. Napoli, Marsiglia, Tokyo e Shake produzioni Underground.

Personali “Opera Prima”, Museo di fotografia contemporanea Ken Damy, corsetto S.Agata 22, Brescia, Febbraio 2002. (In contemporanea nello spazio storico con Mario De Biasi) “Light Headed” Studio Lipoli&Lopez, in occasione della manifestazione “notte bianca” Roma, 2003

http://blisterland.splinder.com/

http://www.myspace.com/alessandraarno

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Talking head #1,#2 Durata: 1’15” 2001

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White Noise durata: 1 30” 2007

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Ciboideale

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I ciboideale nascono nel 2002 si esprimono senza limitazione di mezzi, più spesso attraverso performance e video. I ciboideale nascono nei ruggiti del parterre, alle Baracche, nella periferia industriale in un romantico giardino di città, in un letto dalle lenzuola fredde e inpolpate di kerosene in una stanza buia dai soffitti alti,in spazzi monocromo in uno stanzino pieno di parrucche colorate, in cabine dai soffitti di eternit, all’U.S.L.13, sotto tettoie adibite a mensa, ai bordi di una piscina, sopra i bunker, sotto le pinete, nei mezzi industriali dismessi, nelle fondamenta allagate, nel canneto mai superato, dentro le citroen, dentro capanne di ascugamani, bacini di sabbia denti di cane, nelle biblioteche nelle universtà,

in letti di sconosciute in tragitti di treno, in taxi mai presi, nei luoghi occupati nei club esclusivi, in altre periferie, città, in una casa marcia dai trompe-l’oeil verniciati di bianco. I ciboideale sono Gian Luca Rossetti e Andrea d’Amore, entrambi laureati in Lettere e Filosofia.

http://www.myspace.com/ciboideale

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Fermenti Durata 5’ 24’’ 2007

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Convegno - 23 maggio 2008

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“Come cambia l’atto del fotografare nell’era del digitale” Museo d’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato

Un convengo dove alcuni esperti si confrontano su un tema interessante e in rapidissima evoluzione. Chiunque si sia avvicinato alla fotografia prima degli anni novanta ha potuto “toccare” il cambiamento passando da una macchina fotografica tradizionale a una digitale. Il modo di “mirare”, la gestualità. Come archiviamo le nostre foto, perché e come le condividiamo? E’ un dato di fatto che le due “anime” della fotografia stiano convivendo e lo faranno per molti anni ancora. Esiste dunque un terreno franco comune ad entrambe? Ospiti Arash Radpour Nasce a Tehran, Iran nel 1976. E’ arrivato a Roma con la sua famiglia nel 1980. Nel 1995, si laurea in Cinema Studies all’ “Istituto per il Cinema e la Televisione Roberto Rossellini” a Roma e comincia a

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lavorare come fashion photographer. Nel 2004, Radpour si sposta a New York, dove continua la sua attività. Attratto dall’arte e dalla fotografia di moda collabora con grandi personalità come Paolo Roversi, Norbert Schoerner, Glen Luchford, Carter Smith. Negli ultimi anni è protagonista di due mostre personali e oltre trenta collettive in spazi museali e gallerie in Italia e all’estero oltre alla partecipazione alla 52ma Biennale di Venezia. Pierpaolo Ghisetti, nato nel 1950, laureato in Economia e Commercio e residente a Modena, collabora da quindici anni abitualmente alle Riviste Reflex, Classic Camera e Leica Magazine, con articoli mensili riguardanti il collezionismo fotografico. In questo settore ha pubblicato più di 260 articoli ed oltre 2.000 fotografie. E’ socio delle associazioni americane Leica Historica e Zeiss Historica Society, e per le riviste americane Viewfinder e Zeiss Historica ha scritto numerosi articoli su argomenti specifici dedicati alla Leica e alla Zeiss. Anche la rivista inglese Classic Camera Collector ha ospitato suoi interventi.

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Pietro Gaglianò, contestualmente agli studi di Architettura ha approfondito la conoscenza e l’analisi della cultura visiva contemporanea in tutti i suoi aspetti, sviluppando progetti e ingaggiando importanti collaborazioni nell’ambito delle arti visive, dell’architettura, delle arti sceniche, dell’editoria e del giornalismo. A partire dal 2000 affianca all’attività come caporedattore di Exibart (dove ha ideato la rubrica Arteatro, dedicata agli incroci tra i linguaggi scenici e le arti visive) un’intensa ricerca di scrittura critica e progettazione di eventi che lo porta a collaborare con gallerie d’arte e istituzioni pubbliche e private, tra queste il Teatro Studio di Scandicci, la Fondazione Fabbrica Europa per le Arti Contemporanee, i Cantieri Goldonetta, il festival Fies Drodesera, il Comune di Firenze, la Regione Toscana.

Michele Pero, Fotoreporter di guerra, ha coperto gli ultimi conflitti nei Balcani. Le sue foto sono apparse sui maggiori quotidiani e settimanali italiani, come La Repubblica, Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale, Il Manifesto, l’Unità, Il Venerdì, Specchio, L’Espresso e molti altri. Il suo reportage sulla guerra del Kosovo è stato in esposizione per due anni in tutte le maggiori città italiane e tedesche. Nel 1999 è divenuto esposizione permanente al Friedensmuseum di Norimberga. Già maestro di stampa in bianco e nero, insegna Fotografia DAL 1997. E’ direttore dei corsi presso la Scuola di Fotografia Professionale TheDarkroom ed è a capo del dipartimento di Fotografia presso l’Istituto Lorenzo dé Medici di Firenze.

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Nel 1997 ha pubblicato, il primo libro in lingua italiana sulla storia della Zeiss, mentre nel 2001 ha realizzato il volume Nikon Story, con una ricerca storica senza precedenti. Nel 2007 ha curato la riedizione del libro ‘Obiettivi Leica’. Sue fotografie ed articoli sono apparsi inoltre sulle Riviste: Hasselblad Forum, Tutti Fotografi, Progresso Fotografico, Cortina Magazine, Scatti nel Tempo.

Moderatore: Lorenzo Guasti, fotografo e Graphic Designer da circa 10 anni. Ha uno dei più longevi photoblog italiani e segue da sempre tutti i fenomeni legati alla fotografia connessa con la rete, i social network e le nuove tecnologie. E’ docente di Digital Photography presso la Scuola Internazionale Lorenzo de Medici di Firenze.

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CINQUE ANNI DI TRATTEGGI, DI CLICK.

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Se accosti l’occhio tutto sembra sbafato. Sfumato, decompresso, finalmente liberato e sciolto. Ecco la patina respira nei suoi movimenti orizzontali. L’andare, il rifiorire, trovare l’aspetto che non c’è, ribaltare la sostanza di un passaggio, di un passante, di un paesaggio, umano nel repertorio di Daniele Cascone dove i colori hanno bolle d’aria scoppiate come intonaco e setole a spennellare marciapiedi e sciarpe. Ma qui non possiamo dire “passa e non ti curar di loro”. Anzi, l’andare è un andare incontro, verso, dentro, spiare, spaziare, speziare certamente. Come l’istante colto nella sua fuggevolezza da LoGu, attimi che restano impigliati come coralli, imbrigliati come saraghi. Scatti, termine che ha già in sé la potenza e la velocità a differenza dello statico “fotografie”, che ancora battono le branchie anche a distanza di tempo, sono posate mosse in armonia discorde in suoni caotici: come altro si può chiamare la vita? Qui l’ordine è la confusione e la sua conclusione nell’esplosione, colorita e colorata, della sua più grande espressione: il salvataggio; del sé, dell’altro, dell’intorno. Quella velocità, che non è mai di esecuzione, è un fruscio di vento di un aporta socchiusa in una casa al mare davanti a Palermo. E non è mai un fuggire, né un circolo vizioso, ardimentoso e represso, vorticoso ed autoreferenziale. Ricorda più una mano di bambino sulla sabbia, o lo stesso gesto sulla polvere di quei minuti,

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tempi morti accatastati ed affastellati senza costrutto. E la scivolosità, propria del grasso, in questi lavori viene diluita, passata al setaccio, giunta all’essenziale, alla sua spina dornale, costole, esofago, milza. Niente più. Asciuttezza e carnalità, ridotto all’osso. Quella carne distrutta e decostruita da Margot Quan Knight, spezzata, dissociata, anche emarginata a pezzi su lastricati freddi dove la stanzialità di membra soggioga la fluidità in pieno contrasto rispetto ai disegni di Tatlin, dei suoi cavalli onirici che sembrano voler sfondare l’inimicizia della bidimensionalità e sbucare da pc, balenare narici dilatate, sfoderare occhi impressi dove guardarci dentro. La donna di Francesco D’Isia è in piena trasformazione, kafkiana potremmo aggiungere, una metamorfosi non sappiamo quanto evoluzionistica, un aggrovigliarsi a ventosa, strisciando, di bava, contorcendosi a spirale con grande spazio alla sensualità, sfociando nella sessualità taumaturgica, nella trasposizione mitologica dei segni e delle assonanze. O come in David J. Nightingale con la sua prospettiva ad imbuto al contrario, a cannocchiale verso l’occhio del guardante (guardiano della scena) e non del guardano. Dal particolare al generale. Ma lo sfondo è appena percepito in note volutamente incerte che evidenzino l’hic et nunc, il qui ed ora, che arriva, urla, strappa e non concede pause. Se non alla riflessione. E l’apertura asiaticocinese, in periodo pre-olimpionico, ci ha immerso, come un involtino primavera nella soia a sgocciolare, senza catene.

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dee greghe ed arpie, denti canini e baci della donna ragno. Intriganti come la morte. Come quel filo sottile tra l’esserci ed il non più, o almeno non ora non qui, di Paolo Carta, cognome per certi versi antitetico al click, corpi attorniati e “mangiati” da un fondo-sfondo cornice asettica e restrittiva dove sgomitare, fino allo sgominare?, nel recinto dello spazio restante. Poi è arrivato l’anno scorso, la passata edizione. Ricca, piena, densa. Le reazioni luminescenti del progetto “Reactable”, gli essenzialismi esistenziali di Federico Bucalossi, il ritorno di LoGu, la carne fresca, e sfrontata, di Lorenzo Baronti (che omaggia Carlo Monni con il suo blog), le divisioni architettoniche urbanistiche e intimiste di Ryan Gallagher, le immagini “rotonde” e centrifughe di Sebastien Perez Duarte nell’illusione-delusione a 360 gradi, dell’appartenenza e dell’inclusione totale dell’esterno visto e vissuto, tutto lo sguardo femminile e sul di Maggie KS, l’interessante forum “Lost Italy”, un Paese perso e perduto, che resta solo qui impresso, caduto a margine di altre discariche, villette a schiera, progetti condominiali ecosostenibili, i filmati di Claudio Bozzatello, il futurismo performativo del “pittore cibernetico” Marco Cardini, le periferie dei CiboIdeale, la video arte degli Influx e Matter, l’“architettura” corporale di Caterina Pecchioli. Perché oggi è già domani. Ma questo era Mario Venuti.

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La Cina di Andy Doro, lui statunitense ma di richiamo pechinese, così come Shangai Streets o Moko. Cina, andata e ritorno. Fuga e nostalgia. Colori squillanti come sirene in centro sulle strisce pedonali e amianto sulle capanne di caucciù. Le chiameremmo contraddizioni se non fossero il pane quotidiano. Da spezzare e distribuire in scatti. Mai ricordo, più vicino alla testimonianza. Storica e geopolitica. Esplorativo ed eversivo il lavoro di Cynthia Karalla con un doppio passaggio di visione e visionario. C’era chi diceva che negli occhi delle persone incontrate si vedesse il loro futuro, quello che godranno con la retina e non ciò che hanno già vissuto, righe e rughe, spine e spanne di cielo. Nelle “sue” pupille, avvicinate e quasi violentate nell’inconscio, si dona la visione, attraverso il filtro meccanico del riflesso della cateratta del fotografato in un triangolo, osservatore-fotografo, proprietario dell’occhio e monumento che, nella sua linearità, emoziona. Fino alla goccia da coccodrillo. E’ un po’ un guardarsi alle spalle camaleontico. Un avere altre vite. E punti di vista. Dopo la Cina, l’Africa nei bianco e neri qui ancora più di e da contrasto, camere oscure, metaforicamente, da asciugare al sole, come zolle aride spaccate dove piantare unghie e denti bianchi, ma il futuro dell’Africa, per fortuna, rimane nero. Stavolta non metaforicamente. I luoghi desolati e fatiscenti di Giacomo Doni, le sue “Rovine” a rovistarci nel passato già denso di futuro, spazi di normalità condivise, accettate, non più indignate. E le donne leonine e feline di Daniel Lee, spaventevoli e lisce, occhi di gatto orientali, come cantava Daniele Silvestri, sicuramente affascinati, a metà tra

Tommaso Chimenti Giornalista e critico teatrale

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digiarte2008 ILLUSTRAZIONI DI COSIMO BRUNETTI

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stampato presso: Grafiche Gelli [http://www.fotolitogelli.it]

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