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Paintings by Ye Tao He Bin Wang Xiaofei Wei yi Mei yi Antonella Cinelli Nicola Delvigo Matteo Nannini Photos by Thomas Weuthen Solomoukha Anton Kimiko Yoshida Tommaso Fiscaletti

Nell'anno della cultura cinese in Italia, una mostra di arte contemporanea che sancisce il rapporto tra i due paesi ANGELA MEMOLA GRAFIQUE ART GALLERY BOLOGNA

B O _31 Gen 20 Feb 2011

via Ferrarese, 57 tel. 051 36 38 80 - 334 14 96 307 grafique@grafique.it - www.grafique.it

FU XIN GALLERY SHANGHAI NEW YORK LOS ANGELES

CHI - BO Inaugurazione 29 gennaio 2011 ore 20,30


GuGlielMo castelli PerchĂŠ il brillare naturale dei suoi occhi non lo scaMbiassero Per Pianto

27 novembre 2010 22 gennaio 2011

la galleria dac sarĂ presente nella sezione Giovani Gallerie.

piazzetta barisone 2r 16128 Genova t: 010 859 22 83 e: info@galleriadac.com h t t p : / / w w w. g a l l e r i a d a c . c o m


EDITORIALE di Livia Savorelli

Dopo il primo ambizioso traguardo raggiunto quest’anno con i 10 anni di pubblicazione – forti dei risultati acquisiti, dell’immagine consolidata, di contenuti sempre al passo con i tempi e, soprattutto, di un pubblico affezionato che ha seguito e sostenuto l’importante passaggio da freepress a distribuzione in edicola – abbiamo voluto regalarci, proprio con il numero 68 che chiude l’anno e ne apre un altro, una “nuova veste” sia sotto il profilo puramente grafico – ridistribuzione degli spazi, nuova griglia di impaginazione e sezioni rivoluzionate – sia dal punto di vista dei contenuti con la creazione di “zone” agili e di immediata lettura, come le rubriche a singola pagina (New Media Art e Artrip) o doppia pagina (Pensieri Albini), collocate nella parte iniziale e il nuovo spazio Talkin’, un ideale salotto dove dialogare su singoli temi con artisti, galleristi e addetti ai lavori. Questo numero, sull’onda del crescente interesse internazionale rivolto alla fotografia, propone – nella rinnovata sezione Interview – un ampio spazio mo-

nografico dedicato interamente a tre artisti che si incrociano lungo i confini dell’orizzonte fotografico: Michele Zaza – cover artist – Spencer Tunick ed Elia Alba. Prendiamo a prestito le suggestioni evocate da Volo Magico di Michele Zaza, artefice di una nuova cosmologia umanistica che porta in sé la proposta di un essere nuovo – dove attraverso la trasfigurazione del corpo e la trasformazione dello spazio, «sedimentano segni e simboli, le molliche di pane e il colore del cielo, le forme plastiche e i gesti del corpo, i movimenti del volto e delle mani...» – per fare una riflessione: nell’attuale era ipertecnologica, in cui la vita scorre a ritmi incalzanti, determinando una sempre più frequente omologazione e al contempo “disumanizzazione”, si avverte la necessità di un’arte “sociale”, o per dirla come Zaza di un’“arte epica”, che combatta armata della solo forza delle immagini, per riaffermare la centralità dell’Uomo e l’urgenza della diversità.

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COVER ARTIST

MICHELE ZAZA “Volo magico”, 2010, particolare installazione di 4 foto cm 60x60 + 7 sculture in legno dipinto, esemplare unico. Courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea


Registrazione del Tribunale di Savona n째 517 del 15 febbraio 2001 Espoarte n. 68 | anno XI Dicembre 2010 / Gennaio 2011

DIRETTORE EDITORIALE livia savorelli REDAZIONE luisa castellini francesca di giorgio viviana siviero DIRETTORE COMMERCIALE diego santamaria direttore responsabile silvia campese

direzione & redazione via traversa dei Ceramisti 8/b 17012 Albissola Marina (sv) tel. 019 4004123 redazione@espoarte.net hanno collaborato a questo numero: Elena Baldelli Ilaria Bignotti Oriana Bosco Ginevra Bria Chiara Canali Rosa Carnevale Silvia Conta Laura Francesca Di Trapani Irene Disco Laura Fanti Gabriele Francesco Sassone Matteo Galbiati Alberto Mattia Martini Elena Paloscia Matilde Puleo Carola Serminato Chiara Serri Gabriele Tinti Daniela Trincia Sissa Verde Daniela Voso Alberto Zanchetta Igor Zanti


PubblicitÀ / ADVERTISING direttore commerciale Diego Santamaria 347.7.782.782

diego.santamaria@espoarte.net SALES & MKTG MANAGER Paolo Soldan

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paolo.soldan@espoarte.net traffico pubblicitÀ traffico@villcom.net Gli impaginati delle inserzioni pubblicitarie (mm 167x244 la pagina al vivo, +3 mm rifilo, dimensioni file finito mm 173x250 a 300dpi) vanno spediti via posta all’indirizzo di redazione e via e-mail a: traffico@villcom.net

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Annuale 6 numeri: 30 Euro (cioè 1 numero gratis) Biennale 12 numeri: 54 Euro (cioè 3 numeri gratis) Triennale 18 numeri: 72 Euro (cioè 6 numeri gratis)

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informazioni abbonati abbonamenti@espoarte.net progetto editoriale ARTEAM - Associazione Culturale progetto grafico impaginazione Elena Baldelli Elena Borneto Laura Ferrando Giordana Ranieri prepress e stampa Grafiche Erredi, Genova distribuzione edicole A & G Marco Spa - aderente A.D.N. p.zza Don Mapelli 60, 20099 Sesto S. Giovanni MI

distribuzione librerie Joo Distribuzione via F. Argelati 35, Milano Espoarte è un periodico di arte e cultura contemporanea edito dall’Associazione Culturale Arteam. © Proprietà letteraria riservata. È vietata la riproduzione, anche parziale, di testi pubblicati senza l’autorizzazione scritta della Direzione e dell’Editore. Corrispondenza, comunicati, cartelle stampa, cataloghi e quanto utile alla redazione per la pubblicazione di articoli vanno inviati all’indirizzo di redazione. Le opinioni degli autori impegnano soltanto la loro responsabilità e non rispecchiano necessariamente quelle della direzione della rivista. Tutti i materiali inviati, compresi manoscritti e fotografie, anche se non pubblicati, non verranno restituiti.

Espoarte è associato a Unione Stampa Periodica Italiana

Dal 2010, abbiamo scelto di stampare su carta Fedrigoni Symbol Matt Plus, perché certificata FSC, prodotta con pura cellulosa ecologica ECF, con elevato contenuto di riciclo selezionato.


Grazie alla collaborazione tra la Galleria Movimento ed Emo Antinori Petrini, nasce una mostra che, ad una scelta di capolavori di arte antiquaria d’Alta Epoca, accosta opere pittoriche di artisti moderni e contemporanei, offrendo una panoramica interessante ed un singolare spunto di riflessione.

l’arte attraverso i secoli 2 dicembre 2010

28 gennaio 2011

inaugurazione 1 dicembre 2010 ore 18.30 Corsi Magenta 96, Milano

Corso Magenta 96 Milano T/F +39 02 436246 www.movimentoar te.it info@movimentoar te.it

Loc. S. Nicolò - Spoleto, Perugia T +39 0743 670105 Fax +39 0743 670107 C +39 348 3332993 antinoripetrini@libero.it


NEW MEDIA ART #1 Adobe Museum_Mostra Valley Opera White Board with guide version (particolare).

a cura di Chiara Canali

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Perché intraprendere una rubrica appositamente dedicata alla New Media Art quando ormai le aree di ricerca che indagano i campi dell’arte digitale, delle nuove tecnologie, dell’estetica virtuale e dell’interattività processuale sono diventate tutte discipline che appartengono alla macro-sezione arte contemporanea? La necessità di fornire definizioni o categorie di volta in volta sempre più precise e puntuali, comporterebbe infatti il rischio di relegare questi fenomeni ad un ambito di specializzazione e dunque di marginalità che non corrisponde alla fluidità e complessità della scena artistica attuale. È sempre più evidente che negli ultimi trenta/quarant’anni l’avvento delle nuove tecnologie e di nuove piattaforme digitali ed elettroniche ha radicalmente cambiato il modo di produrre arte non solamente dal punto di vista linguistico, bensì anche dal lato semantico, sociale ed antropologico. In questi anni si è intuito che i nuovi media possono modificare la percezione e trasformare i ruoli culturali, mutare il rapporto uomo-natura e uomocollettività ed estendere le conoscenze in spazi ignoti alla visione. Tuttavia non sempre l’editoria è così veloce a registrare e trasmettere questi cambiamenti nel contesto dell’informazione e si rischia dunque una scarsa copertura mediatica. Se esistono per l’appunto forum

o portali specialistici (come www.digicult.it) non corrisponde una rubrica o una sezione dedicata alla New Media Art all’interno delle riviste popolari d’arte mentre invece ci sono pagine fisse riservate alla fotografia, alle aste, alla recensione dei libri. Il senso di questa rubrica sta allora proprio nell’urgenza di recuperare da un lato una conoscenza capillare e multiforme di fenomeni e pratiche espressive non sempre considerati parte del dibattito artistico contemporaneo, dall’altro a fare luce con continuità su esperienze e appuntamenti che si verificano con crescente frequenza e intensità. Vorrei citare, al proposito, la nascita di Musei virtuali come l’Adobe Museum of Digital Media (vedi approfondimento nella sezione Progetti&Dintorni di questo numero, ndr), la Galleria Szczepanski o il Museo del Metaverso, o esperienze simili su Second Life. Altri esempi sono gli appuntamenti di Meet The Media Guru, il programma di incontri con i protagonisti internazionali della cultura digitale e dell’innovazione sull’impatto delle nuove tecnologie e del digitale in diversi settori. E ancora la presenza sempre più frequente di convegni e conferenze tematiche come quelli organizzati dal Naba di Milano o dal gruppo Tec Eco Art. Di questo e di molto altro vorremmo parlare e approfondire in questa sede. Buona lettura, anzi buona interazione!


OFFICINE DELL’IMMAGINE, IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEL NUOVO SPAZIO ESPOSITIVO A MILANO, È LIETA DI PRESENTARE

MATTIA BIAGI BLACK TAR

27 gennaio - 6 marzo 2011 INAUGURAZIONE GIOVEDì 27 GENNAIO, ORE 18.00

OFFICINE DELL’IMMAGINE VIA A. VANNUCCI 13 - 20135 MILANO info@officinedellimmagine.it www.officinedellimmagine.it


ARTRIP #1 a cura di Livia Savorelli

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Quale miglior modo di intraprendere un percorso dedicato alle mille sfaccettature del viaggio – concepito in senso fisico ma soprattutto mentale – che dedicare questo primo episodio di Artrip a un’iniziativa editoriale totalmente dedicata al valore emotivo del viaggio, capace di elevare un semplice strumento come una guida turistica a scrigno di suggestioni amplificate dalla magica mano di un illustratore o di un fumettista internazionale. Nella felice accoppiata visivo/testuale – leitmotiv della collana – l’EDT/Lonely Planet dà il via a un progetto editoriale indirizzato a palati fini e a chiunque abbia la sensibilità di avventurarsi spavaldo nell’immaginario delineato visivamente dall’illustratore, seguendo le direttrici guida proposte dall’autore. Proprio perché, come recita il titolo, di Itinerari d’autore si tratta, potrete immergervi nel Verticalismo di New York, seguendo l’itinerario cinefilo proposto dall’autore Vincent Rea, nutrirvi dello

Spirit newyorkese che trasuda dalle tavole di Miles Hyman, attraverso la New York Arty alla ricerca di gallerie, musei e luoghi d’avanguardia, fare una piccola sosta assaporando uno spuntino organic, seguendo le nuove tendenze in campo alimentare dell’American Way of life. Oppure scoprire l’eclettismo e le mille facce di una meno conosciuta Bruxelles guidati da Christine Coste e dal tratto sapiente di François Schuiten. Un’iniziativa dedicata a tutti coloro che vogliano farsi prendere da un Grand Tour – volando da Marrakech a Roma, da Firenze a Bruxelles fino all’intramontabile New York – testando sul posto le suggestioni indotte dalla lettura, o semplicemente sperimentando l’ebrezza del perdersi e ritrovarsi, allo stesso tempo, seduti sulla poltrona di casa o all’ultimo piano di un grattacielo! www.lonelyplanetitalia.it


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Pensieri Albini

per un Libro Bianco, #1 a cura di Alberto Zanchetta

Il senso del Sublime e dell’Assoluto è afflitto dal Tragico – per la perdita irreversibile del sacro, della saggezza e della bellezza. Honoré de Balzac: «Un’opera importante suscita una sensazione sgradevole. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato». Clement Greenberg: «Tutta l’arte profondamente originale all’inizio sembra brutta». Armando Testa: «La legge del “se ti fa schifo è bello” la conosco da moltissimi anni e l’ho vissuta in proprio». Giorgio de Chirico: «È brutto! È moderno!». L’arte del passato si è sempre interrogata sulla bellezza, ma mai come nel XX secolo si è principiato il discorso dal brutto. Quello del ‘900 era un bello incompreso, quindi frainteso, cioè brutto, mentre l’arte contemporanea muove i suoi passi proprio da ciò che è sgradevole, perverso, triviale, osceno. Non lasciamoci però irretire: gli artisti non devono educare né sedurre. Hanno tuttavia il dovere di creare degli exempla, non certamente degli excreta. Non solo il bello, ma persino il brutto asseconda il gusto di un’epoca. Sarà poi vero, come dice Jean Clair, che la nefandezza è considerata «la categoria privilegiata dell’arte di oggi»? La sentenza spetta sempre ai posteri. E talvolta ai postumi.

La Storia dell’Arte ci ha abituati all’ordine e alla “coerenza bella di parti belle”, inculcandoci il senso della composizione. Come a dire che il bello non lo si trova, lo si decide. Viceversa, il brutto lo si può anche ignorare! Non sarà colpa della religione, che ci insegna cos’è bene e cos’è male, ma non cos’è bello o cos’è brutto? Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. La bellezza non deve essere il fine, ma dimentichiamo troppo spesso che le arti (non a caso “visive”) devono rendere conto allo sguardo dello spettatore, perché l’occhio vuole – sempre – la sua parte. «Insomma, la Bellezza è ovunque. E non è che difetti ai nostri occhi, ma sono i nostri occhi che difettano nello scorgerla» [Rodin]. Ciò che piace non è necessariamente bello, altrimenti saremmo circondati dal “decorativo”. Ma se non aspiriamo più all’Eterna Bellezza, quantomeno si dovrebbe cercare di realizzare opere che sopravvivano all’artista. Purtroppo l’idea di r-esistere sembra decisamente obsoleta.

Manuele Cerutti, “L’autentico diventa invisibile” (partic.), 2010 olio su lino, cm 80x60

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Investire in arte

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via Settala, ing. V.le Tunisia, 18 - 20124 Milano - tel/fax 02.29.51.04.80 - www.gallerialatorre.it orari: da lunedĂŹ a sabato dalle 15.30 alle 19.30 siamo aperti domenica 28 novembre e domenica 5 - 12 - 19 dicembre per informazioni e per ricevere gli inviti alle mostre: info@gallerialatorre o sul sito alla sezione “newsletterâ€?


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michele zaza intervista di Luisa Castellini

“Corpo iniziale”, 2000, trittico (particolare), cm 120x100. courtesy Sabrina Raffaghello arte contemporanea

Per Michele Zaza l’immagine non è mai stata un simulacro ma viva testimonianza del farsi dell’uomo nel tempo. Un farsi che necessariamente conduce alla trasfigurazione, attuata nella ricongiunzione del corpo con la sfera del simbolo e dell’archetipo, sia questo colore, postura, mimica nell’immagine che conquista l’ambiente domandando l’esperire, e quindi manifestando quel possibile che si dà nel celarsi. L’affermazione dell’esserci nel e oltre il proprio tempo, atto estremo di affermazione in quel dispiegarsi dell’alterità che rende l’uomo tale.

Luisa Castellini: È attraverso un corpo e un mistero, l’Incarnazione, che l’Occidente supera in parte la diffidenza nei confronti dell’immagine aprendo anche i battenti a opere che mirano all’alterità. Nella sua ricerca corpo, mistero e possibilità sono sempre stati presenti e hanno conosciuto diversi tempi e latitudini: dove l’ha condotta questo viaggio? Michele Zaza: La cultura occidentale si è sempre mossa su un versante cristologico, nel senso che l’idea prende corpo nell’immagine, nella figurazione concreta dell’essere umano. Non a caso il Cristo risorge per riscattare la carne e continuare a essere uomo perpetuando il mistero della vita e della creazione. Lungo il percorso della creatività che da sempre si estende dalla condizione umana alla condizione dell’assolutezza, l’incarnazione e la partecipazione si trasformano lentamente in una sorta di stato trascendentale, poiché l’immagine desiderata mira a conquistare il valore ascetico-sostanziale: una metafisica fattuale. Il viaggio è infinito. Riconduce a se stessi. La libertà e la necessità s’incontrano in un mondo ideale, quasi ad integrarsi. Tuttavia, la libertà, superando i vincoli che la legano alla necessità, potrà pensare e produrre immagini dell’anima. Una trasfigurazione esemplare dell’identità condivisa con l’alterità, simile a un’entità cosmica la cui intimità non esclude l’altro. Il la della sua ricerca evoca una sorta di work in regress, per dirla con Claudio Costa, vissuto in prima persona e insieme alla sua famiglia: quale rilievo ha assunto il muoversi in una consonanza identitaria nell’avvicinamento a una dimensione di trascendenza, mitica? Il desiderio di sublimare la realtà quotidiana, nonché

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l’aspirazione sempre crescente all’idealità, mi conducevano alla comunità dei miei genitori, alle mie radici, alla mia nascita, al mio corpo come corpo del loro corpo. La riconoscibilità della mia identità ha posto il termine finale del filo conduttore della ricerca nella conquista del fondamento antropologico. La consapevolezza della lotta per cambiare il mondo e l’uomo. Dal momento che il linguaggio dell’artista è epifanico, la dialettica apparenza-essenza rivela l’anima segreta della realtà, l’habitat familiare o il contesto domestico. I corpi viventi finiscono per sottrarsi al loro habitat quotidiano per vivere uno spazio “favolistico”, creato a propria misura. Se la povertà spirituale sottrae l’uomo al dubbio, alla critica, alla consapevolezza della propria condizione di ripetizione ineluttabile, al contrario la ricchezza spirituale conferisce all’uomo una potenzialità creativa, riconquistando uno spazio circolare ed eroico, propulsore di infinite significazioni. L’intento è raggiungere e comprendere l’unità di tutte le cose. Un’unità differenziata e molteplice che interpreta e reinventa il mondo dei sensi.

Da una sorta di condensazione antropologica – tra coscienza dell’opacità del tempo, di prassi e costrizioni – alla ricostruzione di un’aderenza tra l’uomo e il senso del possibile, il suo percorso si è dispiegato in primis quale potenzialità semantica: qual è il rapporto tra parola e messa in immagine nella sua ricerca? Il superamento della materia (piacere feticistico) e della sua corruttibilità sensibile, come anche l’acquisizione fisica dello spazio, concede all’essere la conoscenza, la trascendenza, la creatività e l’idealità. La rappresentazione non è la mimesi del visto e vissuto, ma del pensato. L’artista in quanto corpo trasfigurato assume la conformazione di una visione variabile, divenendo luogo di resistenza alle logiche proprietarie, all’opacità del mondo e del quotidiano. Il che conduce alla facoltà costitutiva dell’esistenza, al suo esser progetto, autoprogettazione dell’immagine rimessa alla decisione della propria individualità. Idealmente il mio pensiero espresso in anteprima mediante la parola può svelare un intreccio di signi-

“Cielo abitato”, 1985, dittico (particolare), cm 50x60. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea


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“Ritratto magico”, 2005, cm 125x134. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea

ficati nascosti, conferendo un valore più intenso alla raffigurazione stessa. Spesso considero l’immagine non sufficientemente efficace rispetto al titolo al punto di doverla sperimentare nuovamente. Colore, postura, mimica e impianto narrativo traghettano il corpo nella sua fisicità a farsi geografia plausibile, non solo immaginifica, di altri luoghi: il riconoscimento, l’appropriazione dell’archetipo e quindi la re-iscrizione di nuovi codici mitopoietici per quali direttrici si attua nella sua architettura? È possibile superare la nostalgia propria della maschera prima e dell’immagine poi? Il ruolo ontologico del concetto di corporeità trova la sua motivazione nel rifiuto di una visione che riconduce all’obiettività, a tutto ciò che si configura come

un corpo convenzionale. Il corpo è qualcosa che abita nel mondo senza essere una cosa del mondo, perché ci appartiene. Non si manifesta in un senso unico, la sua apparizione è vettore di qualità dialettiche. Esiste per osservare, interrogare, criticare, creare. Porre confini, determinare altri spazi e immagini. Un progetto poetico che sottrae l’uomo a un’esistenza meramente opaca. A questo punto si può dire che nostalgia e passione della maschera, ancor prima dell’immagine, si equivalgono. Il pretesto è produrre un movimento emozionale: un viaggio continuo nella formulazione di icone, ridefinito costantemente come un itinerario su cui si ricompone e incarna una sorta di unità perduta. Sovente la chiamo “nuova cosmologia umanistica” dove, tolto ciò che appare superfluo, si può vedere la “proposta” di un nuovo essere.


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“Il cuore del viaggiatore� (particolare), 2009, cm 80x110. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea


Stelle di pane, cibo simbolico di carne e spirito, ovatta, per un ambiente, quello della fruizione, che si è fatto sempre più totale. La costruzione di uno spazio da respirare sottende l’intenzione di creare un momento rituale e dunque di operare in un’ottica di comunione? Non esiste una separazione tra me e le cose più vicine, come non esiste una distanza tra me e le cose più lontane. Tutte le cose che abitano in me esistono nell’universo. La modificazione del “proprio mondo”, insieme del “proprio corpo”, è il farsi della “propria esistenza”. Il confine del corpo corrisponde al confine del mondo. Ciò che appare estraneo deve essere pensato come realtà possibile e ideale. La trasfigurazione del corpo e la trasformazione dello spazio, nelle mie ultime opere, rivelano un cosmo materiale/immateriale, insieme psichico. Un cosmo dove si sedimentano segni e simboli, le molliche di pane e il colore del cielo, le forme plastiche e i gesti del corpo, i movimenti del volto e delle mani nelle foto e nei video. Un processo di visione onirica capace di rigenerare l’invisibile quanto il potenziale visibile. La mia ipotesi di “centralità-totalità” mi permette di concepire una rappresentazione dove convergono idealmente terra, cielo, uomo, coscienza. Si tratta di una configurazione ideale del mondo a partire dal suo naturale fondamento antropologico. Una sorta di paradiso inventato, etere spirituale dell’infanzia e della bellezza, che possa trascendere gli ambiti della morale e della sociologia. Una favola ritrovata, capace di portare l’essere oltre se stesso. Le sue immagini si muovono nella consapevolezza della distanza fondante, che ha del magico, tra presentazione e rappresentazione: se

“Viaggiatore magico”, 2010, dittico, cm 60x60 cad. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea

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“Apparizione magica” (particolare), 2010, installazione di 4 foto cm 60x60 cad + 7 sculture in legno dipinto e dorato, esemplare unico. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea

“Viaggiatore magico”, 2010, dittico (partic.), cm 60x60 cad. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea

l’icona si fonda sul tentativo di aderire al prototipo cosa mette al riparo l’immagine dall’esaurirsi nel suo essere fine e non anche mezzo? La vita è inconcepibile senza il corpo. Vivere significa prendere corpo. La presenza del corpo rende esistente il mondo. Il corpo diviene la figurazione concreta della conoscenza del mondo. L’esistenza dell’uomo non è puramente biologica, essendoci nell’uso del proprio corpo un elemento di creazione che impedisce di separare ciò che è naturale e ciò che è prodotto o indotto, il fine e il mezzo. Il corpo diviene zona di trasformazione dal naturale al culturale e viceversa.

innocenza tecnologica, la fotografia è un mezzo efficace ad alta fedeltà per visualizzare infiniti viaggi nell’immaginazione umana. È un reportage della mia “rivolta” personale, della mia autarchia, dei miei artifici, del divenire di stati emozionali e di risvegli fuori dal tempo. Mi concede la facoltà di esternare i desideri di libertà, di tradurre in immagini uno spazio diverso dalla spettacolarità effimera della società opulenta con tutta la sua velocità consumistica. La fotografia direzionata contro i grandi media di comunicazione, testimonia l’urgenza della diversità: la proposizione della propria identità. Forse può stabilirsi come un punto iniziale per un’arte epica.

L’impiego della fotografia nella sua ricerca si è mosso su vie differenziali con una netta predilezione per la creazione: come si è sviluppato nel corso del tempo? Se nelle esperienze attuali la fotografia, allontanandosi da una posizione artistica autoriflessiva e critica, esalta la qualità linguistica, o stilistica, ponendosi come autoreferenziale, nella mia esperienza essa acquista un ruolo partecipativo. A partire dalla sua

Come si caratterizzano le due personali in corso da Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea e a Palazzo Bertalazone? Nella mostra di Alessandria e in quella a Torino la trasfigurazione del corpo e la trasformazione dello spazio rivelano un cosmo creativo, psichico. Il mio volto, insieme a quello di Annamaria, dialogano ed entrano in simbiosi con forme plastiche, elementi cosmici, in un’atmosfera che tutto reinventa e al tem-

“Ritratto celeste”, 1978, serie di 5 foto cm 30x40 cad. courtesy Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea


po stesso tutto promuove. È nella rappresentazione di un nuovo vivente che si trova la possibilità di un universo immaginario, fatto di volti che si scoprono e si nascondono dietro l’apertura e la chiusura delle mani, sicuri di voler occupare uno spazio magico e cosmologico. Il volto come contenuto umano. La sua carnalità partecipa al divenire dell’esistenza, mentre la sua valenza archetipica, con i rimandi al cielo e al sole, proietta infiniti orizzonti visivi immaginari. Nell’Apparizione magica di Alessandria o nell’Apparizione cosmica di Torino la molteplicità dell’essere è percorribile. Il sensibile si fa elemento del cosmo. Nello spazio di Roberto Allegretti la video-installazione attua una “ipotesi” di visione onirica, che iniziata in precedenza quale Universo estraneo (Luciano Amelio, Napoli 1976), appare qui sviluppata nelle sembianze di un habitat celeste trasformabile: il pavimento si smaterializza diventando cielo, luogo di germinazione di forme plastiche astratte, simile a una “emanazione” di eternità che tutto rinnova, scandita dal battito del cuore, suono cosmico della vita.

Eventi in corso: Apparizione magica Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea Via Treviso 17, Alessandria Fino al 10 febbraio 2011 Info: 0131 1953264

Apparizione cosmica Galleria Allegretti Contemporanea via San Francesco d’Assisi 14, Torino 18 dicembre 2010 - 15 gennaio 2011 Inaugurazione 17 dicembre ore 19.00 Info: 011. 5069646 Gallerie di riferimento: Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea, Alessandria Galerie Martine et Thibault de la Chatre, Parigi Galerie Daniel Varenne, Ginevra

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Nato a Molfetta nel ’48, si iscrive al corso di scultura di Marino Marini all’Accademia di Brera a Milano, ove si diploma nel ’71. L’anno dopo presenta alla galleria Diagramma/Inga-Pin di Milano Cristologia: la sua ricerca si sviluppa in numerosi cicli tra cui Spazio del verbo essere, Mimesi, Anamnesi. Partecipa a Documenta (Kassel, 1977 e 1982), alle Biennali di Parigi (1975) e San Paolo (1977). Nel ’78 lo spazio diventa un Racconto celeste: partecipa alla Biennale di Venezia con una sala personale nel 1980 e l’anno dopo espone al Musée d’art moderne de la Ville de Paris, mentre inizia a inserire elementi scultorei nelle sue opere. Negli anni ’90 i volti si volgono alla trasfigurazione e il viaggio diventa un “ritorno verso se stesso” in una consonanza tra uomo e cosmo densa di simboli e presenze. Negli anni 2000 è al Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea di Roma e al Musée d’Art Moderne et Contemporain di Ginevra. Le sue opere sono conservate in molte collezioni pubbliche tra cui Centre Pompidou, Musée d’art moderne (Parigi); Staatsgalerie (Stoccarda); Museum of contemporary art (Téhéran); Kunsthaus (Zurigo).


“Ireland 3 (Dublin)�, particolare, 2008. Courtesy Mimmo Scognamiglio Arte Contemporanea

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spencer tunick intervista di Ginevra Bria

Lo hanno accusato di esibizionismo, di pornografia, di atti osceni in luogo pubblico, ma lui continua a installare corpi nudi. Città, capitali, lande desolate e deserti sono lo sfondo dei suoi scatti. Fotografie strutturaliste. L’artista in questione è Spencer Tunick (1967, Middletown, USA. Vive e lavora a New York) ed è molto al di là di ogni possibile accusa.

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Ginevra Bria: L’Uomo, nelle tue fotografie, sembra sempre essere una creatura irriducibile. Questa figura acquista senso attraverso l’interazione tra la sua nudità e il mondo attorno, apparentemente più forte di lui. È corretto dire che uno dei tuoi intenti sia quello di rappresentare una visione ancestrale del Contemporaneo? Se si, perché? Spencer Tunick: Ritengo che dopo la new technology e i relativi supporti di informazione ai quali ci stiamo abituando, con la loro rapidità d’obsolescenza e la loro sofisticata costituzione, il corpo sia il medium più vicino a noi, innovativo e, allo stesso tempo, il più antico che ci appartenga. Attraverso il corpo noi comunichiamo e lanciamo messaggi costanti, chiari; attraverso la semplice presenza della carne (flesh) noi veicoliamo prese di posizione che si riflettono come segnali, tanto socialmente quanto politicamente. Il corpo è una sorta di mezzo che ci permette di passare, restando nel medesimo spazio organico, dal pubblico al privato. L’arte contemporanea è anche questo: è un processo di trasformazione di spazi privati in spazi pubblici e viceversa. Il mio lavoro serve esattamente al medesimo scopo, diventando un ulteriore medium utile a veicolare l’architettura della socialità. Nel mio lavoro i corpi sono disposti come

elementi del paesaggio, come colonne portanti che sembrano immerse nel sonno e invece reagiscono agli edifici. Il corpo è una componente che si trova esattamente nel mezzo, tra natura e artificio, tra l’uno e il molteplice. Mi accorgo sempre più spesso di come, proprio la carne umana, abbia il potere di de-configurare il pensiero individuale arrivando a colpire sistemi capitalistici e governativi. Nel mio lavoro il corpo porta la nostra Vita nel paesaggio e diventa un’estensione astratta di tipo sculturale, tra struttura e scultura. Di recente hai lavorato a Milano, “allestendo” il centro cittadino come un set per i tuoi scatti. Che cosa ti è rimasto più impresso lavorando nel capoluogo lombardo? In occasione di Everyone is Unique (16 settembre 30 novembre 2010), mostra allestita dalla Galleria Scognamiglio, nella quale quale sono stati esposti 25 scatti degli ultimi 10 anni, ho realizzato una serie di ritratti singoli, fotografando sette collezionisti (ovviamente nudi). Girando per la città, prima di tutto, mi ha colpito il Tempo di Milano. Il ritmo degli anni, la loro storia, le loro tracce e il loro “utilizzo” sono tutti fattori visibili ovunque. Soprattutto nei suoi monumenti e nelle sue numerose architetture antiche.

“Switzerland, Aletsch Glacier 3 (Greenpeace)”, particolare, 2007. Courtesy Mimmo Scognamiglio Arte Contemporanea


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Di solito quando si pensa a Milano, viene in mente una città sempre di fretta, intasata dal traffico, sede di business internazionale e cuore del sistema della Moda. Invece, per me è stata tutt’altro. Una vera scoperta, soprattutto per quanto riguarda l’architettura del centro. Infatti ogni soggetto che ho ritratto è stato messo in relazione con palazzi e sedi storiche site nel centro della città. Poi, per quanto riguarda la gente incuriosita dai miei nudi e, (com’è ovvio) l’inevitabile presenza della polizia, ho trovato più o meno la stessa accoglienza ricevuta in altre città. Anche se l’atmosfera è sembrata essere più locale e familiare, sebbene sontuosa. Parlando della tua ultima serie milanese, potresti raccontarci quali soggetti oggi ritieni sia importante mettere a nudo? Rispetto a quindici anni fa ho a disposizione molte più persone e il fattore artistico della loro nudità è oggi molto più capito, sebbene molte volte non venga ancora tollerato. Anche nel caso di Milano ho solo voluto rendere più reale la città inserendo il tramite del corpo nudo nelle fotografie scattate in loco. Solitamente mi considero un travelling artist, un autore che, come un concertista on the road, porta la propria musica in ogni luogo in cui decide di fermarsi. Non c’è niente di meglio che portare la propria estensione individuale e renderla pubblica, visibile, come un atto di ribellione. Come una perdall’alto: “Dublin, Ireland”, 2000-2010, c-print, cm 58.42x73.66 “Cape Town, South Africa”, 2000-2010, c-print, cm 58.42x73.66 “Kauai, Hawaii, USA”, 2000-2010, c-print, cm 58.42x73.66 Courtesy Mimmo Scognamiglio Arte Contemporanea


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formance che coinvolge direttamente i partecipanti e li trasforma in ritratto di una società, di una comunità civile che sa andare contro le regole, contro i sistemi e contro le convenzioni. La tua idea di folla si avvicina dunque ad una sorta di Singolarità Assoluta? I corpi che inserisco nel paesaggio sono esplosioni trasgressive, sono una forma di protesta pacifica, non intendono assomigliare a salme, non devono mai sembrare senza vita. Noi tutti, nel retro della nostra mente, continuiamo ad essere testimoni di eccidi e genocidi che si ripetono sotto forma mediale dalle prime fotografie di reportage della Seconda Guerra Mondiale. Le mie fotografie non sono mere aggressioni al territorio senza significato. La gente con la quale lavoro posa per far parte di un processo differente, deve rappresentare la ragione profonda del nostro essere animali. Queste persone celebrano l’individuo rendendolo corpo e arte che non ha bisogno di altre parole per essere definito. In genere che cosa fai vedere attraverso gli occhi della corporeità umana? Quello che io ritengo più innovativo e sperimentale è il fatto di riuscire a coinvolgere direttamente il pubblico. Questa formula è la prossima pornografia e gli spazi pubblici sono la futura frontiera di espressione della nudità del corpo. Per me mostrarsi in pubblico vuol dire prima di tutto esprimere l’incarnazione di spazio e tempo, al di là delle convenzioni e in un

“St. Pertersburg, Russia”, 2000-2010, c-print, cm 58.42x73.66 Courtesy Mimmo Scognamiglio Arte Contemporanea

solo punto. L’atto di scattare fotografie passa attraverso il corpo nudo ma non ne cerca un riscatto morale. Ogni persona presente nelle mie fotografie mi ha raccontato, nonostante il freddo o gli altri agenti atmosferici, di aver raggiunto uno stato di assoluto relax, mentre io li coordinavo. Assieme a loro, in effetti, ho avuto la sensazione di vestire le strade, i palazzi e le città, controllandole attraverso il corpo. Architettura umana. Dunque quale altro tipo di nudità, legata all’ambiente, un corpo rivela? Secondo te un corpo nudo è un uomo maggiormente in dialogo con Qualcosa o Qualcuno? Credo che ci sia differenza tra il corpo dell’uomo e quello della donna. Alcune culture demonizzano la nudità femminile, mentre altre la fanno diventare il simbolo di un elemento sacro. Penso che la donna abbia in sé, al di là di quello che la storia dell’arte ci ha insegnato a vedere, la saggezza di Madre Natura e che sia incaricata di portare sulla terra la vita. Quindi, quando lavoro con corpi di sole donne, o corpi di soli uomini lancio un messaggio ben preciso. E spesso le prime sono comparse che invocano con maggiore immediatezza il carattere divino di un territorio, segnalando anche, in alcuni casi, la totale assenza di una dimensione trascendentale. Quale sessione fotografica è stata la più indimenticabile? Sicuramente quella in Cile, a Santiago, è stata la più difficile e la più forte, allo stesso tempo.

“Mexico City, Mexico”, 2009, c-print, cm 58.42x73.66 Courtesy Mimmo Scognamiglio Arte Contemporanea


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“Mexico City 2 (Zócalo, MUCA/UNAM Campus)”, 2007. Courtesy Mimmo Scognamiglio Arte Contemporanea

Spencer Tunick nasce nel 1967 a Middletown, New York. Vive e lavora a N.Y. Mostre personali recenti: 2010 - Spencer Tunick. Everyone is unique, Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano - Citadinos (City Dwellers), Museo de Arte Contemporáneo de Monterrey, Monterrey, Nuevo León, Messico - Everyday People, The Lowry, Manchester, UK 2009 - City Dwellers, Centro Cultural Universitario Tlatelolco. Mexico City, Messico 2008 - Spencer Tunick: The Beautiful Game, Kunsthalle Wien, Public Space Karlsplatz, Austria - Spencer Tunick: Explorations in Architecture, Hales Gallery, Londra Selezione mostre collettive recenti: 2010 - The Right to Protest, a cura di R. Etgar, Museum on the Seam, Gerusalemme - Sensational Architecture, a cura di C. Boemio, Festa dell’Architettura, Auditorium Parco della Musica, Viale Pietro De Coubertin, Roma - Party!, a cura di D. Robinson, The New Art Gallery

Walsall, Walsall, UK 2009 - Terza Biennale d’Arte Contemporanea di Mosca 2008 - Bread and Soccer: In the Arena of Art, a cura di T. Smith and J. Weishäupl, Austrian Cultural Forum NYC, New York - PEOPLE, Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano - Lost Paradise – The Angel’s Gaze, a cura di M. Baumgartner, Centro Paul Klee, Berna, Svizzera Installazioni: 2010 - The Lowry, Salford and Manchester, UK - Sydney Opera House & Sydney Gay and Lesbian MardiGras, Australia 2009 - Greenpeace, Burgundy, France - Montauk, New York - Maui, Hawaii 2008 - Vienna Kunsthalle, Austria, Ernst-Happel Stadium - Cork and Dublin, Ireland Galleria di riferimento in Italia: Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano/Napoli


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Elia Alba intervista di Sissa Verde

The face of mindkind è il titolo della prima mostra di Elia Alba in Italia. Ad ospitare installazioni, foto e video sarà la Galleria Overfoto di Napoli. Il lavoro dell’artista newyorkese di origini dominicane è di forte impatto e soprattutto critico nei confronti di una società che ancora non sa accettare un’eterogeneità completa. Ecco cosa racconta...

“Larry Levan”, 2006, stampa fotografica bianco e nero (silverprint), cm 51x51. Courtesy Galleria Overfoto, Napoli.


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In queste pagine: “Busts” ,2009/10, stampa fotografica su tessuto, anelli metallici, corda, acrilico. Dimensioni figura umana. Courtesy dell’artista e di Galleria Overfoto, Napoli.

Sissa Verde: L’utilizzo delle maschere è sempre ricorrente nei tuoi lavori, da dove nasce questa idea? Sono interpretate da te come una fonte d’identità sia oggettiva che estetica? Elia Alba: Le utilizzo come vere e proprie maschere, sul viso o come costumi per il corpo e il mezzo busto. La maschera è tradizionalmente usata da artisti di ogni tempo. Tuttavia, in altri miei lavori le maschere si sostituiscono alle teste, laddove corpo e viso confluiscono per diventare un nuovo individuo, che non appartiene né ad alcun genere né ad una razza. In questi casi l’identità emerge come luogo indistinguibile. Questo interesse ha le sue radici nella mia storia e nel mio background culturale. Etnie e culture delle genti latinoamericane e dei Caraibi si sono fuse per formare nuove identità. La tua è un’investigazione sull’identità, che in questo momento storico ha un’importanza cruciale. Molte delle tue opere sono strumenti utilizzati per sviscerare temi fondamentali, quali il significato di razza, sesso, identità, ecc... Come credi che i corpi e le persone siano marcati da questi concetti? Il viso ha una vita a sé stante rispetto alla testa, come

due entità separate. Il viso ci totalizza e ci dà significato, ma è, per sua natura, parte integrante del corpo. Quando sono separati, avviene la costruzione dell’identità e questa separazione crea classificazioni. I corpi vengono identificati come visi piuttosto che corpi effettivi, il che provoca costruzioni di unità che non riguardano gli individui, ma un apporto di forza in alcuni. La mostra in corso da Overfoto, a cura di Chiara Vigliotti, si articola in tre progetti. Una scelta che rappresenta i tre media simbolo della tua ricerca artistica. Il più recente è Busts, presentato alla Biennale dell’Havana, una referenza chiara alla scultura classica. Come hai sviluppato questo progetto? Creando busti di amici stretti e parenti, vado ad eliminare strati delle personalità del mio soggetto mescolando forme di rappresentazione, i busti classici e la ritrattistica simbolica. La rappresentazione classica, tipica delle culture occidentali, mira a ritrarre le persone esattamente come sono, di solito persone di un certo prestigio. La ritrattistica simbolica, invece, era particolarmente importante per le culture non


Un altro progetto in mostra è If I were... che si compone di video e di tre sculture, ora nella Collezione del Museo del Barrio di New York. Da Overfoto vi è solo il video, un lavoro che si concentra sull’idea dei paesi dove c’è una forte convivenza tra razze. Attraverso l’assemblaggio confuso dei corpi e dei colori delle sculture e nel video vuoi rappresentare la confusione delle società multirazziali? L’opera concretizza quella multiforme composizione etnica che ha sempre rappresentato una condizione identitaria nei Caraibi e nell’America centro-meridionale. Tale bizzarra fusione può essere un albero genealogico fittizio dell’America latina (come se si potesse indicare), un gomito per evocare un’eredità indiana, un ginocchio per quella africana, una spalla per quella spagnola.

Queste “vesti” sono immagini distorte del mio stesso corpo nelle sembianze di tre razze “grossolanamente accostate”: bianca (rosa), nera (marrone) e meticcia. Sono state create fotografando dapprima il mio corpo, quindi ritoccando in digitale il colore e le forme della mia pelle, ingrandendo o riducendo i genitali e altre caratteristiche spesso associate a particolari categorie razziali. Si può dire che sia un autoritratto, ovviamente distorto. Nel video l’artista protagonista della performance, Nicolas Dumit Estevez, indossando una maschera distorta del mio viso, rappresenta “scomodamente” il gesto di “provarsi” queste vesti femminili. Le immagini del corpo non senza cuciture e i gesti del protagonista della perfomance sottolineano i concetti precari di identità. Larry Levan è un ampio lavoro fotografico legato al mitico Dj. Ritorna il discorso della mescolanza di generi, razze... Un progetto che consacra l’attività di unione svolta dal Dj o un inno alla percezione della musica e del sound? La Disco ha diretto tempi di cambiamenti sociali: guerra (in Vietnam, petrolio), crisi e (profonda) recessione economica negli Stati Uniti. Lo spirito della Disco era una combinazione di idealismo degli anni ‘60 ed esperienza del Vietnam, ma rigenerata dalla liberazione di gay e neri. Ha creato una sottocultura che ha introdotto innovazioni radicali nel modo di considerare e consumare la musica: singoli 45 giri,

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occidentali. Tratti simbolici della persona ritratta erano espressi attraverso dimensione e atteggiamento della figura, le sue caratteristiche, e per mezzo di iscrizioni. I busti sono decostruiti e ricostruiti come ritratti di individui. Presentati su piedistalli, emulano la presentazione delle opere d’arte classica. La maggior parte del mio lavoro riguarda il superamento dei confini. Volevo creare un complesso di opere che coniugasse il concetto del busto classico e una tradizione non occidentale. I busti riguardano i simboli e i segni interni che rappresentano quella particolare persona.


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remix e molte tecniche di studio. Era la miglior musica dance salvifica e significava salvezza per molti. L’era della Disco è cominciata con l’avvento del DJ, che è diventato una star... Un dio della pista da ballo. Larry Levan è probabilmente il più amato DJ nella storia della musica dance. È un connubio di disco, house e garage; il leggendario DJ che per oltre 10 anni ha regnato nel nightclub newyorkese Paradise Garage. Il progetto Larry Levan Live si concentra sull’importanza del DJ in termini di trascendenza. Il DJ è l’ultima incarnazione dell’antico sciamano. La gente che va a ballare in un club venera la vita attraverso la danza e la musica, il DJ è la chiave di tutto questo e possiede il grande potere di influenzare lo stato d’animo delle persone. Essere DJ significa creare stati d’animo condivisi, comprendere i sentimenti di un gruppo. Significa andare oltre il confine pubblico-artista e trasformarsi in un evento, senza limitarsi unicamente ad osservarlo. Il tuo lavoro è una combinazione di performance, manipolazione fotografica e cucito, come è nata l’idea di mischiare questi tre modi? Ho cominciato trasferendo fotocopie su carta per creare collage. Questa attività si è poi evoluta scattando foto di me stessa e stampando quelle immagini sul tessuto. All’epoca, in molte delle sculture più vecchie, utilizzavo tessuti, quindi era una progressione naturale. Queste prime opere trattavano il corpo femminile. Il viso e la testa erano qualcosa sui cui avevo riflettuto molto in quel primo periodo. Allora vivevo sotto l’influenza di due libri che hanno dato forma al mio lavoro: Mille piani: Capitalismo e Schizofrenia, di Deleuze e Guattari, e Defacement di Michael Taussig, che trattavano nello specifico il mascheramento e la messa in scena da un punto di vista antropologico. Si tratta di rappresentare un’identità incoerente, o una non-identità, se vogliamo.

“Larry Levan”, 2006, stampa fotografica bianco e nero (silverprint), cm 51x51. Courtesy Galleria Overfoto, Napoli.

Elia Alba è nata nel 1962 a New York, dove vive e lavora. Selezione mostre personali recenti: 2009 - Busts, Black & White Art Gallery, New York 2005 - Hybrid Realities, Atlantica TransArt, Santiago (Cile) Selezione mostre collettive recenti: 2009 - A Black and White World, Black & White Art Gallery, New York - Through the Lens: Photography from the Lowe Art Museum, Lowe Art Museum, Coral Gables, Florida

- 10th Havana Biennial, Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam, Cuba - Entre-Vues: Contemporary Photography from the Caribbean, Fondation Clement, Martinique - Beyond Shared Language, Society for Contemporary Craft, Pittsburgh (PA) - Nostàlgia de futur. Homenatge a Josep Renau, Museo de la Ciudad Valencia 2008 - Archaeology of Wonder, Real Art Ways, Hartford (CT) - B-Sides, Aljira, Center for Contemporary Art, Newark (NJ)


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- Visionarios, Audiovisual En Latinoamérica, ITAU Cultural Institute, Sao Paolo, Brasile Centro de la Imagen, Mexico, DF, Museo Nacional de Arte, Bolivia, Museo de Arte Moderno, Buenos Aires - Ethnographies of the Future, Rotunda Art Gallery, New York - LOOP 08’, Barcellona (screening) 2007- Agua, a cura di J. R. Barbancho, Cuarto Espacio Cultural. Diputación de Zaragoza, Spagna - Projects4rooms, a cura di Y. Ramirez e M. Dimas, El Taller Boricua - The Field, a cura di H. Han, Jamaica Center for

Arts & Learning Evento in corso: Elia Alba. The face of mindkind A cura di C. Vigliotti Galleria Overfoto vico S. Pietro a Majella 6, Napoli Fino al 12 febbraio 2011 Gallerie di riferimento: Black & White Art Gallery, New York Galleria Overfoto, Napoli


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jacopo mazzonelli di Silvia Conta

Artista giovanissimo già in importanti collezioni private italiane, Jacopo Mazzonelli ha esposto in istituzioni come Mart – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, DOCVA a Milano, Fondazione Galleria Civica. Centro di ricerca sulla contemporaneità di Trento, e quest’anno era presente al festival Tina.B di Praga. Musicista di formazione, Mazzonelli ha mosso i suoi primi passi nell’ambito delle arti visive tra videoarte, scultura e installazione, approdando ad una cifra stilistica personale che lo colloca tra i più interessanti artisti del panorama italiano. La sua produzione artistica ha preso avvio da una connessione molto stretta tra arti visive e musica, che ha dato origine a lavori che le comprendessero entrambe per avviarsi poi verso una nuova scissione, che sta conferendo un’identità sempre più netta alle sue opere in ambito visivo. La ricerca meticolosa e costante ha dato vita ad opere, per la maggior parte installazioni, capaci, per intensità, equilibrio e raffinatezza, di divenire crocevia di aspetti intellettuali, culturali ed emotivi. Abbiamo incontrato l’artista alla vigilia della sua quarta personale del 2010 e di una prossima collaborazione con la Fondazione Galleria Civica di Trento.

“Prima che sia troppo tardi / Before it’s too late” (partic.), 2010, stampa fotografica, tubo catodico, mensola di ferro. courtesy dell’artista e Paolo Maria Deanesi Gallery

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Silvia Conta: All’inizio della tua ricerca, alcuni anni fa, i tuoi lavori nascevano da un connubio molto stretto tra arte e musica, ora il tuo approccio alle arti visive si sta rendendo sempre più indipendente dalla ricerca musicale. Come si è modificato il rapporto tra arte e musica nel tempo? Jacopo Mazzonelli: La musica è alla base della mia formazione. Attraverso i miei lavori ho indagato con tecniche, forme e contenuti differenti il suono come evento irripetibile (ma rappresentabile, forse): da un punto di vista innanzitutto culturale, poi fisico ed emotivo. Tuttavia i lavori non hanno mai incluso necessariamente l’evento stesso: in rapporto alle arti visive la musica era ed è soprattutto un bacino non solo di brani e sonorità, ma anche di riferimenti culturali e suggestioni. Progressivamente la mia attenzione, in questo ambito, si è spostata sul suono come elemento interiore, quasi mistico, acquistando un valore ancora più minimale e possibilmente preciso, laddove è inserito. Tento così di portare concetti quali la vibrazione, l’eco, il silenzio e il rumore all’interno di tessuti connettivi più ampi, intervenendo sul volume delle mie opere – principalmente scultoree – e sul processo, sul percorso che lo spettatore compie nella loro fruizione.

Come si rintraccia questo nelle tue opere? Benché la mia cifra estetica si sia sempre attestata vicino al minimalismo, sto andando verso un’ulteriore spoliazione dell’elemento visivo, per giungere in prossimità dei luoghi della mente, al limite della labile linea tra visione, memoria e generazione di pensiero. Ultimamente il mio lavoro si sta attestando su un livello di maggiore essenzialità e semplicità visiva, una maggiore asciuttezza che corrispondono ad una maggiore complessità di approccio e impatto, credo, sullo spettatore. Nei nuovi lavori, la dimensione interiore prevale a favore di un’apertura più soggettiva.

E il sostrato concettuale delle opere, in genere sempre dense di riferimenti culturali e intellettuali? Nei lavori nuovi presentati alla mostra Camera inversa negli spazi della Paolo Maria Deanesi Gallery, ho inserito pochi riferimenti intellettuali precisi rispetto alle opere del passato: ho preferito lavorare su suggestioni e riflessioni più astratte, interiori. Catalizzando l’attenzione sull’opposizione luce-ombra, intesa, quest’ultima, come ombra sonora o memoria. Da qui il titolo: l’effetto degli oggetti, nel presente e nella memoria, la loro eco diventano l’asse

“Noise”, 2010, macchina da scrivere, cm 44x31x13. collezione privata


portante. Ho, infatti, immaginato un ambiente dove le cose esistono senza esistere, dove ne ascoltiamo l’eco senza vederne la fonte, dove frammenti del pavimento di una stanza vengono esposti capovolti ed uno specchio ci riflette al contrario. Su questa linea si innestano lavori come Box, chair, mirror, Emily Dickinson o Respiro/Breath, quest’ultimo già presentato a Tina.B a Praga. Come si ritrovano questi elementi nelle tue opere? Ad esempio nella difficoltà di capire quale sia il dato di realtà: l’elemento rappresentato o la rappresentazione stessa? Come sono costruite determinate immagini? Da dove proviene un suono e in che relazione sta con l’elemento fisico? Voglio dare origine a vibrazioni che portano lo spettatore ad entrare in empatia con l’opera. Sono proprio l’essenza, l’utopia, la dimensione onirica che cerco di unire, è in questa dimensione che diviene fondamentale quel qualcosa che sfugge: la rinuncia al tentativo di rappresentare un elemento o un aspetto in modo visivamente e concettualmente compiuto ammette uno scarto che colloca i lavori quali confine tra la realtà e, appunto, dimensioni altre. Non intendo rappresentare delle possibili verità, ma delle condizioni liminari. L’idea della cosa deve prevalere, anche violentemente, se necessario, sulla cosa stessa.

Jacopo Mazzonelli è nato nel 1983 a Trento, dove vive e lavora. Selezione mostre personali recenti: 2010 - Caos, a cura di M. Tomasini, Villa dè Gentili, Sanzeno (TN)
 - Double Silence, a cura di M. Nember, L’Ozio, Amsterdam
 - Archetypical, a cura di S. Conta & Ko.Ji.Ku., Galleria Studio 44, Genova 2009 - Intermission, NeroCubo Project / Room Project, Rovereto (TN)
 - Playlist: Ex Ignorantia Ad Sapientiam, E Luce Ad tenebras, a cura di A. Zanchetta, Neon>Campobase, Bologna Selezione mostre collettive recenti: 2010 - Spectator is a worker, a cura di D. Capra, Tina.B Contemporary Art Festival, Praga
 - Uno sguardo senza peso, a cura di D. Capra e C. Sala, Palazzo Piazzoni Parravicini, Vittorio Veneto (TV)
 - Okay, I have had enough, what else can you show me?, a cura di B. Meneghel e F. di Nardo, DOCVA, Milano


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- Piramidi in movimento, a cura di Città dell’Arte – Fondazione Pistoletto, Fondazione Galleria Civica. Centro di ricerca sulla Contemporaneità di Trento
 - Gemine Muse, a cura di F. Mazzonelli, UpLoad Art Project, Trento
 - Videodrome, a cura di S. Conta e F. Mazzonelli, UpLoad Art Project, Trento
 - Who want to use my windows?, a cura di S. Conta, Paolo Maria Deanesi Gallery, Rovereto (TN) 2009 - Visione video, a cura di M. R. Sossai, Artverona, Verona
 - Dream Room Project, a cura di F. Bianconi, Palazzo Dalla Rosa Prati, Parma Eventi in corso: Camera inversa - Reverse room
 a cura di D. Capra
 Paolo Maria Deanesi Gallery Via San Giovanni Bosco 9, Rovereto (TN)
 Fino al 25 febbraio 2011 Galleria di riferimento: Paolo Maria Deanesi Gallery, Rovereto (TN)

Sullo sfondo: “Box, chair, mirror” (particolare), 2010, sedia, scatola, motori dc, magneti, specchio. courtesy dell’artista e Deanesi Gallery


ANDREA LA ROCCA di Igor Zanti

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Il disegno, l’acquarello, le chine, sono tecniche raffinate, a tratti preziose, che sottintendono una silenziosa intimità tra l’artista e la carta. Il supporto diviene, in questi casi, un elemento determinante nella realizzazione dell’opera d’arte, un elemento vivo, attivo, che contribuisce alla definizione finale in maniera forte. Vi è, infatti, un certa condizione di casualità che l’artista deve sempre tenere presente, deve imparare a gestire, cercando di trarne vantaggio per renderla parte integrante della propria poetica. La porosità della carta, la liquidità del colore, la percentuale di acqua, sono elementi fondamentali che, dalla loro interazione, fanno scaturire la qualità del lavoro. Risulta curioso che un artista giovane come Andrea La Rocca, neppure trentenne, abbia scelto questo medium così particolare che richiede, solitamente, una grossa maturità a livello artistico, ma, forse,

proprio questa particolarità rende il suo lavoro così interessante. La Rocca ha raccolto una sfida che sembra portare avanti con decisione, con una buona dose di consapevolezza e con grandissima raffinatezza. Le sue opere assumono la sostanza di illustrazioni di un racconto mentale, vengono raccolte in serie ben definite, seguendo un voluto, per quanto a tratti criptico, gusto narrativo. La scelta della qualità di carta su cui intervenire conferisce a ciascuna serie una precisa realtà, una sua dimensione unica che la rende irripetibile; dimensione e realtà che La Rocca indaga in tutte le sue possibilità espressive quasi esaurendole. Nel ciclo Codex Rescripti, per esempio, disegna su documenti antichi, donandogli nuova vita, creando un ponte tra passato e presente, iniziando un nuovo percorso narrativo che nasce dalle sue visioni personali per incontrarsi con la storia del supporto, rileggendola, interpretandola, stravolgendola. Il segno di La Rocca, delicatamente calligrafico, si fonde con una ricerca estetica che si avvicina molto ad alcuni aspetti del surrealismo, prediligendo non sense, situazioni paradossali, immaginifiche, inventando un’umanità alternativa e, a tratti, mostruosa. Il tutto è fortemente mediato da un riferimento abbastanza esplicito all’arte del passato, sia da un punto di vista iconografico, che da quello più squisitamente culturale. La mitologia, i grandi maestri della pittura rinascimentale e barocca, come alcuni aspetti del simbolismo di gusto francese, ritornano nelle sue opere con una certa frequenza. Osservando il raffinato e poetico lavoro di questo giovane artista non si può fare a meno di ricordare le parole di Francisco Goya che scrisse: «La fantasia priva della ragione produce impossibili mostri: assieme a lei è madre delle arti e origine di meraviglie».


mondo nuovo e un contatto ancora più intimo tra me ed il fruitore, sarà inevitabilmente attratto dalle carte invecchiate e impregnate di ricordi. Il trionfo di un vissuto pieno di lirismo e leggerezza che si apre verso nuove esplorazioni è elemento fondamentale della mia poetica. Hai un immaginario dove vi sono molti riferimenti al surreale, all’estraniazione dalla realtà. Qual è il tuo personale codice estetico? Nelle ultime opere, sovversive e impertinenti, il riferimento al Surrealismo è dichiarato. Attraverso la lezione di maestri come Hans Bellmer o Roland Topor, autori che influenzano il mio lavoro, cerco di costruire un universo personale che offra dimora ai miei pensieri, ai miei sogni. I miei racconti visivi richiamano le prose trasgressive di Genet e De Sade, gli universi esplorati da Buñuel e Fassbinder diventano una scialuppa che salpa verso ampi orizzonti e raggiunge le terre dove le visioni sono fecondate dall’arte e dall’immaginazione. Quali elementi biografici e autobiografici sono presenti nel tuo lavoro? Il tentativo di mettermi in relazione con il disegno, sin dall’inizio poteva partire solo da me, dai miei oggetti personali e dalle persone che con me convivono.

Igor Zanti: Caro Andrea, sei molto giovane ed utilizzi come media artistici l’acquarello, il disegno, la china. Come mai hai fatto questo tipo di scelta? Andrea La Rocca: La scelta del disegno come medium è avvenuta conseguentemente al desiderio di alleggerire il mio lavoro a livello formale, rinunciando alla pittura ad olio. Il mio rapporto con il disegno è più immediato rispetto alla pittura, l’acquerello è stato la prima tecnica che ho utilizzato sin da piccolo. Attraverso le stesure trasparenti e le macchie leggere del colore sulla carta riesco a tirare fuori i miei racconti individuali che quotidianamente provo a stemperare nelle mie visioni. Talvolta intervieni con il tuo segno su carte di recupero, pagine di libri antichi, pergamene. Questa scelta che contributo apporta alla tua poetica? Nelle antiche pergamene, appartenenti alla serie Codex Rescripti, non faccio altro che ri-scrivere, ridisegnare sopra vecchi documenti ritrovati casualmente. Lavorandoci sopra è come se avvertissi il richiamo a tracce d’esistenza passata. L’intervento su queste carte mi permette di creare un

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In questa pagina, dall’alto: “Notre Dame des fleurs”, 2010, acquerello, china e grafite su carta, cm 76,5x56,5; “Amor Vincit omnia”, 2010, acquerello, china e grafite su carta, cm 56,5x76,5. Nella pagina precedente: “Roger”, 2010, acquerello, china e grafite su carta, cm 76,5x56,5.


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Considero il mio lavoro come un self portrait in progress, una sorta di diario per immagini in cui cerco di raccontare piccole delusioni o tragedie minori racchiuse nella mia storia personale e in quella di ogni individuo. Tutto quello che rappresento ha una microstoria che prende vita nel foglio e che parte da cose accadute, da pensieri o da assurde immaginazioni. Esplorarmi e descrivere la verità dei miei pensieri o delle mie perversioni mi stupisce e mi fa sorridere al punto da rimanere affascinato dall’idea che la mia opera possa essere oggetto di molteplici interpretazioni.

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Ci puoi parlare dei tuoi progetti futuri e di come intendi sviluppare il tuo lavoro? Sto iniziando una collaborazione con il CACT, Centro d’Arte Contemporanea Ticino, con una serie di progetti che spero di realizzare. Considero aperta la mia ricerca oltre al disegno, anche all’installazione e al video. A inizio febbraio sarò presente ad AFF (The Affordable Art Fair, n.d.r.) a Milano con la Galleria Bianconi. Ancora una volta il corpo sarà il vero protagonista del mio percorso artistico.

In questa pagina: “Many reasons to dream”, 2010, acquerello, china e grafite su pergamena, cm 31x21. Nella pagina precedente: “Untitled”, 2009, acquerello, china e grafite su pergamena, cm 30,5x21.

Andrea La Rocca è nato nel 1983 a Catania. Vive e lavora tra Milano e Rimini. Mostre personali recenti: 2010 - Secrétaire, a cura di U. Palestini, Bottega G. Santi, Casa natale di Raffaello, Urbino (PU) 2007 - Identità celata. Il confine del lecito, a cura di S. Verri, Monteprandone (AP) - Circostanze, Selected works 2005-2007, Mammut, Catania 2006 - Confitéor, a cura di M. P. Turchi, Auditorium, Montevarchi (AR) Mostre collettive recenti: 2010 - The portrait regained, a cura di M. Casanova, CACT, Centro per l’Arte Contemporanea Ticino, Bellinzona - Sweet Sheets - Moves to Modica, a cura di

F. Lupo, Palazzo della Cultura, Modica (RG) - Art Shake Festival, a cura di E. De Notariis, Galleria Hybrida contemporanea, Roma - XXS - Extra extra small, a cura di E. Gravagnuolo, SuperStudio Più Milano - Sweet Sheets III, a cura di F. Lupo, Galleria Zelle Arte Contemporanea, Palermo 2009 - Omaggio, Opere per il Teatro Petruzzelli, a cura di U. Palestini, Sala del Colonnato della Provincia, Bari - Sinergie, a cura di U. Palestini, Museo Archeologico, Acqualagna (PU) Galleria di riferimento: Galleria Bianconi, Milano


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Noemie Goudal di Ginevra Bria

«Sono molto interessata a capire come narrazioni visive si trasformino in Tempo, tanto in pittura quanto in fotografia», sostiene la giovanissima Noemie Goudal (1984, Parigi. Vive e lavora a Londra). «Nel medioevo le scuole di pittura hanno registrato diverse linee della Storia, hanno riconfigurato i topoi classici nelle scene dipinte. In questo modo oggi possiamo rileggere un tipo di Storia simultanea, un immaginario che ha fornito una diversa chiave di lettura del tempo. Nel Rinascimento il processo di traslitterazione tra il reale e il suo contrario si è complicato molto, nel momento in cui è stata inventata e quando è stata data una regola al fenomeno della prospettiva. In quel periodo storico le arti figurative hanno appreso i moti della disposizione dei diversi elementi compositivi sostenendone la non-simultaneità rappresentativa. Il risultato di questa scoperta fu che anche il tempo dell’immagine cominciò a possedere una propria Storia, incarnandone un preciso carattere universale». È con queste parole che Noemie introduce il proprio lavoro, precorrendo con densità il percorso di una bella intervista.

In questa pagina: “Passage”, serie “Island”, 2008, C-Print, cm 140x111. Nella pagina a fianco: “Les Amants (Kermebel)”, 2010, C-Print, cm 100x84. Courtesy UNO+UNO, Milano.


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Ginevra Bria: Agli inizi della tua storia personale qual’è l’esperienza che ha dato forma alla tua ricerca? Noemie Goudal: Un giorno, da bambina, ho sentito parlare un uomo alla radio. Raccontava di come le persone, nonostante sembrino non avere mai tempo ed essere sempre distratte dalla fretta, riescano comunque a vivere il vuoto della noia. Senza riuscire a sconfiggerla, ma anzi, spesso, rimanendone sopraffatti. Da quel momento ho realizzato che anche io stavo provando o avevo provato noia. Allora, aspettavo per ore mia mamma, seduta in teatro, mentre lei faceva le prove. In quei momenti di transizione, davanti al palcoscenico semivuoto partivo con la mente. Mi inventavo storie e migravo con il pensiero. Anche oggi ritrovo quei momenti di transizione. Anche se non ho più la certezza di annoiarmi, vado spesso altrove soprattutto quando viaggio o devo aspettare. Cerco rifugio e scappo nel mio mondo. Un posto dove la Natura e le sue componenti organiche, come un ricordo, si rivelano a me sotto forma di immagini, mostrandomi, alla fine, la debolezza della città che sto attraversando. Come descriveresti il tuo stile fotografico? Po-

tresti accompagnarci in un breve excursus del tuo lavoro? Di solito mi piace costruire, o meglio, progettare due immagini compresenti che coinvolgono tanto le stratificazioni di larghi fondali quanto gli spazi interni nei quali restano sottesi. Per quanto riguarda la tematica ambientale ambirei ad offrire attraverso le mie fotografie vie di fuga metaforiche, paesaggi nei quali io stessa posso riconfigurare possibili nuove terre. Questo processo mi dà l’opportunità di avvicinarmi a nuove prospettive reperibili all’interno di ogni singola tela fotografica che indaga le conseguenze degli scenari. Nel processo costitutivo delle mie immagini, come un’utopica e nativa idea di ristabilimento, cerco sempre di oscillare tra la desolazione, la bellezza e la nostalgia. Come e quando ti metti in cerca dei tuoi soggetti? In generale, quali sono i tuoi soggetti preferiti e perché? Per strutturare una serie di lavori impiego in media un anno e mezzo. Mi prendo tutto il tempo necessario per viaggiare e per ricercare luoghi desolati e solitari che potrebbero ispirare le storie da rappresentare. Mi piacciono i luoghi in cui l’uomo segna il


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passaggio del tempo e all’interno dei quali le cose accadono come intrappolate in una sorta di Eden. All’interno di una delle mie serie, ad esempio, il set delle immagini è stato allestito in una casa abbandonata di Londra nella quale le camere sul fronte strada sono state spalancate, estese verso paesaggi che lasciano intravedere la loro fine all’orizzonte attraverso le assi di un molo circondato dal mare. Il viaggio insito nell’immagine invita lo spettatore ad entrare in uno spazio che considero un passaggio diretto a una narrativa della credibilità, trasportandolo in un gioco di visione sublimata tra la finzione e la realtà, bilico all’interno del quale si può identificare la fragilità dei propri desideri. Di solito durante una sessione fotografica, di fronte alle composizioni dei tuoi teatri di posa, quanti scatti fai prima di trovare quello giusto? Quando scatto, in verità, è già tutto in mente. Ogni dettaglio, ogni soggetto, ogni posizione e persino ogni imperfezione sono già tutte disposte a priori. Poi sarà la luce, l’innocenza dei soggetti (bambini che sono più a contatto con il loro immaginario) e

alcuni dettagli simbolici a guidare gli scatti. Tieni presente comunque che, per ogni immagine, realizzo al massimo 15 scatti, che poi scelgo in base al loro grado di omogeneità e di armonia. Certo, potrebbe sembrare difficile rendere alcune espressioni dei volti, ma solitamente, come dovrebbe fare un regista, io chiedo ai miei “attori” di pensare a storie o a situazioni che hanno vissuto e poi lascio che le cose accadano. Sono convinta che le cose, poi, in fondo, succedano sempre da sole. Chi sono gli artisti ai quali ti ispiri o che ti hanno influenzato di più? Lavori tra teatro, pittura e fotografia... Per quanto riguarda le mie ispirazioni (v. Murakami, Rony Horn, Pina Bausch, Danny Treacy e Anne Hardy) sono molto attratta, come dicevo, anche dalle fonti iconografiche della pittura rinascimentale. I pittori raffiguravano diverse serie di differenti elementi nelle loro tele, con l’intenzione di rendere le proprie storie complete. Sono interessata a capire principalmente come questi elementi riescano a coesistere tra di loro. Come


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Noemie Goudal è nata nel 1984 a Parigi. Vive e lavora a Londra. Mostra personali recenti: 2010 - Les Amants, Hot Shoe Gallery, Londra succede ad esempio nel dipinto San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina. Il ripiano del Santo sembra essere un elemento aggiuntivo rispetto alla scena, rappresentando quasi un elemento di architettura urbana inserito in uno spazio bucolico. Mi piace come il pittore ha giustapposto entrambe le dimensioni per poter parlare di due episodi differenti della vita di San Gerolamo. Nelle mie fotografie spesso mi ritrovo a lavorare sulla pianificazione contemporanea di spazi nei quali avvengono due diversi momenti della rappresentazione. L’atto della messa in scena, secondo me, inserisce parallelamente, all’interno della linea del tempo, i piani del reale e della finzione. Questo argomento viene trattato ampiamente da un teorico che amo molto, Jean-François Chevrier nel suo The photographic tableau.

In questa pagina: “Flood”, serie “Island”, 2008, C-Print, cm 140x111. Nella pagina precedente: “Les Amants (Promenade)”, 2010, C-Print, cm 140x111. Courtesy UNO+UNO, Milano.

Mostre collettive recenti: 2010 - New Sensations, Saatchi Gallery, Londra - Women in Art Photography UK, a cura di Humble, Taschen Store, Londra - The Morouge Room di H. Silver, a cura di Jotta Contemporaries, Hospital Club, Londra - Sustain Award, Royal College of Art, Design Week, Londra - Anticipation, a cura di K. Saatchi and C. Warren, Selfridges, Londra - Heft, Winchester discovery Center Evento in corso: Noemie Goudal UNO+UNO Via Ausonio 18, Milano Fino al 28 gennaio 2011

Talents of the Royal College of Art Kahman Gallery, Amsterdam Fino al 23 dicembre 2010 Galleria di riferimento in Italia: UNO+UNO, Milano


In questa pagina e nella pagina a fianco: “2° innesto”, 2010, dal Corchia alle Marmitte dei Giganti, marmo Breccia Medicea (1 elemento), cm 20x19,5x (entra nel monte) 3

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Fabrizio Prevedello di Luisa Castellini

L’opera, qui, è territorio vitale. Attende lo sguardo, ma ancor più passo e respiro, senza negare una o più soste. L’opera, qui, è esperienza, che non teme di misurarsi con il tempo di un esperire attento agli umori del fare. Non domanda soggezione ma relazione. Seduce per essere occasione di cura e quindi di vita. La ricerca di Fabrizio Prevedello si oggettiva in pratica prima che in oggetto. Prende corpo nel vivere e nell’espandersi di una geografia dove ricerca, messa in atto, natura, tempo ed equilibrio convergono per accettare la sfida di un effimero che si esorcizza nella continuità relazionale. L’opera smette allora i panni della pretesa dell’assoluto, è unica nell’essere territorio di incontro, piattaforma del possibile. Magari Prove di volo (2009) struttura esile che fa capolino nello studio di Prevedello, dove i piccoli delle rondini che qui trovano rifugio imparano a volare.


In una vecchia segheria hai trovato una lastra di raro marmo nero: è stato questo l’incipit del progetto Rendere parole alle parole? Era tra i rovi, questa lastra di nero del Belgio, di cui ho sempre sentito la “sete”. L’ho portata in studio e ne ho tratto una sorta di grafia, un segno rarefatto che acuiva un’ipotesi cui avevo già lavorato. Ho voluto una forma lontana da qualsiasi riferimento fitomorfo o simbolico. L’ho innestata, tarsia unica, sul pavimento in cemento dello spazio Mars a Milano, ma il marmo così lucido sembrava legno o plastica: allora l’ho diviso in sei sezioni. Volevo manifestarne la natura e la genesi manuale per creare un movimento anacronistico: uno iato tra il tempo dell’industria e della standardizzazione e quello del lavoro di un tempo. Da qui è nato il progetto, in corso, Rendere parole alle parole.

In questo work in progress stai scrivendo un’elegia differenziale tra le montagne, restaurando il rapporto dell’uomo con la natura e i suoi tempi: come stai vivendo questa sfida? Con la forma in marmo nero ho raggiunto una cava di Fior di Pesco, un marmo dal piglio barocco che avevo già usato. Ho iniziato a scavare una parete e ho collocato la grafia in quello che, fino a cento anni fa, era il cuore di una montagna. È stato a quel punto che ho deciso, con il Fior di Pesco, di realizzare la stessa forma per portarla in un’altra montagna ricca, invece, di Bardiglio. Dopo tre giorni sono sceso a valle portando con me questo marmo per un nuovo gesto alle Cervaiole. Il progetto toccherà altre cave e si concluderà in Belgio dove tutto idealmente è iniziato. In una cava di nero farò un innesto di Statuario per riunire in uno spaziotempo i due marmi per eccellenza della scultura. I tuoi innesti hanno come teatro cave abbandonate, raggiungibili dopo ore di cammino, potrebbero restare nascosti o essere distrutti: contraddicono quella plastica che proprio da qui ha tratto le sue carni. È una forma di riassestamento? Ogni innesto è documentato da video, mappe e immagini, ma io desidero restituire alla generosità forzata della natura un segno che la stringa in un unico atto. Ho scelto cave in disuso ma non ho pensato a una forma di protesta. Certo, a fianco della terza cava una ditta ha ripreso l’escavazione e potrebbe raggiungere il mio innesto. Un brano del mio

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Luisa Castellini: Nella tua ricerca la territorialità è un’esigenza: qual è il tuo rapporto con la Versilia? Fabrizio Prevedello: Sono arrivato a Carrara per l’Accademia e dopo sette anni a Berlino ho sentito la necessità di tornare qui, in Versilia, per vivere nel mio lavoro, a contatto con le montagne che per secoli sono state ventre della scultura. Amo esplorare le montagne, le vecchie fabbriche e le segherie: sono luoghi della memoria, di lavoro e sacrificio, che la natura sta riconquistando. Camminando capita di imbattersi nelle vecchie vie di Lizza, tracciate nelle montagne per portare a valle i blocchi di marmo su slitte di legno.


racconto svanirebbe insieme ad altre pagine della natura: è questo a legare il tempo eterno dell’arte alla caducità del mio intervento nascosto. Non posso controllare quel tempo che nelle mie opere trasmuta, invece, in attenzione.

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Le tue opere vivono in uno stato di allerta: per conservare il proprio equilibrio necessitano cure come in una relazione? Ho sempre impiegato i materiali che sentivo necessari, e intendo anche acqua, fuoco e piante. Elementi che generano situazioni, vivono nel mutamento e chiedono attenzioni. È la messa in atto di una diversa modalità relazionale con l’opera, che riflette la perdita d’aura dell’opera-oggetto dismesso, dell’abbandono o della morte causata dall’incuria. La fisicità di materiali ed elementi recupera un valore narrativo e quindi simbolico? Esplorando le possibilità della materia, compresa la crescita delle piante, arricchisco il mio lessico e quindi la narrazione. Ciascuno ha un valore e non solo in termini di potenzialità espressiva: la sua ricerca dona un valore più prossimo all’opera. La crescita del lavoro con l’elemento di recupero, sia questo un legno salvato dalla stufa o un vetro, si inserisce in una ricerca di continuo equilibrio e responsabilità, stando lontani dall’arroganza che assale l’uomo quando decide di affermarsi nel mondo. In questa pagina, sotto: “S.T. (monti bianchi)”, 2009, gesso, legno, vetro, cm 74x27x23,5. A destra: “Novembre nuovo”, 2007, lavagna, vetro, legno, cm 24,5x25x41 e ritratto dell’artista davanti a “2° Innesto”.


Fabrizio Prevedello è nato a Padova nel 1972. Vive e lavora in Versilia. Mostre personali recenti: 2010 - Rendere parole alle parole, a cura di L. Cerutti, Cardelli & Fontana Arte Contemporanea, Sarzana (SP) 2007 - < 1, museo MAGra, Granara Mostre collettive recenti: 2010 - Less concreteness, con Sara Enrico, MARS, Milano 2009 - Senza titolo, Galleria Nicola Ricci, Carrara - L’inverno esiste, prove ed esempi, con Luca Bertolo, MARS, Milano 2007 - Look@me!, Kunstquartier, Berlino - La Scienza e la memoria, a cura di C. Camoni, Archivio Storico Comunale di Napoli, Napoli Eventi in corso: Paesaggi a cura di Cristina G. Artese Banca BNL Via dell’Orso, Milano 17 dicembre 2010 – 20 febbraio 2011

Letargo, con Adriano Nasuti Wood Museo MAGra Granara, Valmozzola (PR) Fino al 20 marzo 2011 Eventi futuri: Fa un po’ freddo ma non preoccuparti Brown Project Space, Milano febbraio-marzo 2011 Galleria di riferimento: Cardelli & Fontana Arte Contemporanea, Sarzana (SP)

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“S.T.”, 2010, ferro, ardesia, legno, vetro, acqua, piante, cm 245x233x145

La natura, in particolare la montagna, è sempre stata per te non alterità ma appartenenza, ritorno e costruzione? Ho sempre agito tra stabilità ed effimero avvicinandomi alla natura, cui non ho mai pensato in chiave romantica o sublime ma in termini di possibilità di relazione, di vita. Ho modellato montagne che poi avrei percorso, creato negativi che, accogliendo l’acqua piovana, la trasformano nel suo opposto, in valle. Ho costruito strutture trasparenti e opache, chance visive ed esperienziali magari aggrappate alle pareti in un movimento in potenza. Sperimento lo spazio, il luogo: nell’opera presentata al Premio Aletti è implicita la relazione sotto una costellazione di piantine di Miseria che, come l’equilibrio vitale della struttura, non possono essere abbandonate.


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Cesare Galluzzo di Ilaria Bignotti

In questa pagina: “Benben”, 2010, legno dipinto, cm 256x11x9. Nella pagina successiva: “Puntaguzza”, 2010, cemento su carta, cm 33,2x25. Foto di Barbara Mezzaro.

«Se non c’è altro da fare, se la sola verità è negazione, io propongo di negare, almeno la negazione di noi stessi.» Paolo Scheggi, 1962 Così scrisse il ventenne Paolo Scheggi, nella presentazione della sua seconda mostra personale nel 1962. Credo non esista nulla di più sbagliato di presentare la ricerca di un giovane artista citando un artista storico: parrebbe da subito di voler segnare eredità e dipendenze, padri spirituali e figli elettivi. Ma questa citazione è da tenere ben presente, per l’energia e la perentorietà che trasmette, anche per avvicinarsi al già complesso lavoro di Cesare Galluzzo. L’ho conosciuto 4 anni fa. Guarda caso, ad una mostra di Paolo Scheggi. In piedi, davanti ad una delle prime carte degli anni ‘60 dove il nero bituminoso, denso, raggrumato, a tratti è solcato da frecce-dardi chiamati a fendere la superficie, alla ricerca dell’oltre. Cesare aveva già quello sguardo deciso di chi osserva e condivide un sentire, un modo di stare, di esserci nell’arte. Ecco…


Lavorando nel campo dei linguaggi astratti, facendo una ricerca che se mi permetti definisco “dura”, “cruda”, come pensi possa arrivare questo messaggio all’esterno, appunto, a un pubblico che spesso è veloce, anzi, rapido e rapace di immagini? Una seconda negazione: non voglio che il pubblico, semplicemente, comprenda la mia opera. Voglio e cerco la condivisione: l’opera deve essere un problema. Non una soluzione. Se la realtà delle cose, il mondo, l’esterno come lo stiamo chiamando, è dotato di unghie capaci di scalfire, urtare, ferire la nostra parte sensibile, cerco di tradurre e restituire queste sensazioni tornando al grado zero delle cose, all’idea di un primo uomo che deve ancora fare esperienza del mondo, del tempo e dello spazio, che può ancora essere e sentire puramente. È il caso di Ciò che non si vede è eterno (selezionata al Premio Arti Visive San Fedele 2008, Il segreto dello sguardo): tempo e spazio, che percepiamo quotidianamente nel loro scorrere, nel loro circondarci,

che misuriamo e attraversiamo, sono eterni, eppure si negano a noi nella loro essenza. Cerco di tornare ai primi segni tracciati dall’uomo sulla parete umida di una caverna, alle prime linee che l’agricoltura lasciava su campi sterminati, al menhir, al primo monumento, prima violenza artificiale che l’umanità eresse e con la quale si affermò nella naturale orizzontalità del mondo. L’architettura costituisce per te un importante campo di indagine e di ricerca, e lo si nota da quest’ultima considerazione… L’architettura, ma anche la musica, la danza, qualsiasi disciplina deve entrare nella ricerca artistica. Non solo, ma anche dall’architettura nascono le mie opere recenti, dove cerco di tornare all’origine della forma, traducendo l’idea, il concetto ovvero ciò che è in potenza, in atto creativo, in oggetto – in opera. Il Benben, dice l’architettura egiziana, è la solidificazione del primo raggio caduto sulla terra, dalla punta luminosa. Poi, da esso nacquero piramidi e obelischi… e le mie Puntaguzze. Eppure queste opere, protese all’esterno come lance, frecce, paiono anche lanciare una sfida, attaccare il pubblico, come Avanguardia: concordi? Vorrei piuttosto che restituissero, indicando in modo perentorio, quello sì, con coraggio, ciò da cui sono passate… per esistere. Sono segni forti, che si impongono a noi, risposte o meglio re-azioni ad un certo sguardo esterno. Chiedono a noi il desiderio di lasciarsi penetrare, colpire, invadere: ci chiedono di essere, per una volta, nudi e crudi. Veri. Quando senti che un’opera è pronta a tornare al mondo, è finita? Quando accenna a qualcosa. Mi rendo conto che ad un certo punto il silenzio prende corpo, accenna a un grido: è questo il momento in cui l’artista deve tagliare il filo vitale che lo lega al lavoro, e conse-

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Ilaria Bignotti: Negazione – affermazione: pare che questa antitesi sia costante nella tua opera che nel porsi verso l’altro, nel presentarsi al mondo, al contempo gli si nega, come spesso i titoli suggeriscono, da Noli me tangere a Proprietà privata? Cesare Galluzzo: Devo risponderti con una negazione. Le mie opere, fin da quelle da te citate che appartengono al 2006-2007, non sono la mia risposta negativa nei confronti dell’esterno, di ciò che è fuori e attorno a me e al mio lavoro. Sono piuttosto la rappresentazione – se di rappresentazione posso parlare – o meglio il reportage di negazioni che io avverto provenire dall’esterno, esistere attorno a me. Le mie opere denunciano, re-agiscono a barriere, divieti, negazioni che il mondo contiene e trasuda. L’artista deve farsene carico e deve saper sintetizzare tali aspetti attraverso l’immagine, l’opera. Dove il titolo diventa la chiave per scardinare e provocare una reazione, una risposta che nuovamente dall’io va verso l’esterno, torna nel mondo.


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â&#x20AC;&#x153;Percorso per occhiâ&#x20AC;?, 2010, cemento e legno, 121 elementi da cm 10x10 ciascuno, spessore variabile. Foto di Barbara Mezzaro


gnare l’opera all’esterno. La composizione delle tue opere trasmette una forte idea di ritmo, di musicalità, data dalla ripetizione e dalla contrapposizione di elementisegni… Cerco un senso di armonia attraverso l’applicazione della regola del chiasmo, ovvero di quello sbilanciamento delle parti che, senza perdere il rigore delle proporzioni, riescono a creare una superiore sensazione di armonia, di bellezza perfetta che alberga nella giustapposizione dei dettagli, come dissero i greci prima e poi… Mies van der Rohe. La percezione, ovvero il sesto senso che il nostro corpo coinvolge, ritrova e sente questa armonia, questa bellezza. Da qui nascono il mio Manuale d’armonia e il Percorso per occhi.

“Le parole della pioggia”, 2009, cemento su carta, cm 70x50

In che direzione sta andando la tua ultima ricerca? Verso il mimetismo. L’opera deve tornare ad una relazione osmotica con lo spazio, pulsante, primaria. Scelgo il non colore, continuo ossessivamente a lavorare con i miei materiali, legno, cemento, carta, bitume e plexiglas. Scelgo di creare opere mimetiche nell’ambiente. Opere che non si vedano subito. Quasi invisibili. Eppure, percepibili. Come il tempo, come lo spazio…

Cesare Galluzzo è nato nel 1987 a Milano, dove vive e lavora. Selezione mostre personali recenti: 2008 - Apparente (in)corporeo, a cura di M. Galbiati, Espositivo Hoepli secondopiano, Libreria Internazionale Ulrico Hoepli e Zerologico Spazio Culturale, Milano Selezione mostre collettive recenti: 2010 - Pilota, Luoghi vari, Berlino (Germania) progetto di M. Pezzotta e scatolabianca, 51° Premio Bice Bugatti-Segantini, Sala Gio.I.A., Nova Milanese (MB) - Luna e l’altra. The art side of the moon, Galleria Colossi Arte Contemporanea, Brescia, progetto e realizzazione D. e A. Colossi - L’Uomo e il suo Destino. Premio Artivisive San Fedele 2008-2009, Galleria San Fedele, Milano, a cura di D. Astrologo Abadal, L. Barnabé, I. Bignotti, C. Canali, A. Dall’Asta S.I., M. Galbiati, C. Gatti, A. Madesani, M. Marchetti, B. Sorrentini, M. Tavola, F. Vittorini, F. Zanot, G. Zito S.I. - Paint In. Dov’è Jackson Pollock? / Where’s Jackson Pollock? Realtà interiore… unica realtà, a cura di L. Giudici e M. R. Pividori, Studio Dieci Citygallery, Vercelli - Nero, a cura di M. Galbiati, Antico Palazzo della Pretura, Castell’Arquato (PC) - Tornare @ Itaca, a cura di M. Pasqua e F. Tadini, Spazio Tadini, Milano - Tornare @ Itaca, a cura di M. Pasqua e F. Gordano, Chiostro del Convento dei Cappuccini, Grimaldi (CS) e Galleria Vertigo, Cosenza Opere pubbliche: 2010 - Puntaguzze, 2010, M.I.M. Museum in Motion, Castello di San Pietro in Cerro, S. Pietro in Cerro (PC) Evento in corso: Cesare Galluzzo. Presenza nuda (in contemporanea a Arturo Vermi. La felicità del segno) a cura di S. Bartolena Leo Galleries Via Losanna 4, Lugano (CH) Fino al 30 gennaio 2011 Galleria di riferimento: Leo Galleries, Monza/Lugano


maurizio cariati di Francesca Di Giorgio

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Maurizio Cariati mette al muro paradossi e fenomeni della visione... il forte potere illusionistico che deriva da una tradizione immensa – quanto quella del ritratto – porta con sé una serie di interrogativi su ciò che è reale e ciò che appare... (chi si dimentica gli anamorfismi di Leonardo?). La tecnica è un’“innocente” furbizia per uno sguardo “colpevole” e viceversa... Ritratti su tela di juta nera – come superfici piane (e piane del tutto non sono perché volutamente deformate) con delle increspature sorprese dall’incidenza di un fascio di luce – si protendono verso il nostro sguardo. Ai personaggi ritratti piace essere guardati e in fondo a noi non dispiace l’idea di assecondarli. Ma siamo sicuri di ciò che stiamo guardando? L’interrogativo attraversa secoli d’arte e non a caso è il volto che si fa tramite per veicolare disperazioni, anomalie, ossessioni, angosce e malattie, di cui l’uomo rifiuta?, ignora? la visione. Un nuovo ciclo di lavori in mostra da GiaMaArt Studio. Una nuova serie in cui Maurizio Cariati stabilisce le regole di un doppio linguaggio: uno interno alla ricerca – che si confronta con la tradizione e da lì attinge rinnovandone il linguaggio tra passato e presente – uno esterno, rivolto a chi guarda, che ha a che fare con noi come a dire «siete questo ma dovete ancora accorgervene!»


“Ti vedo!”, 2010, acrilico su juta nera estroflessa, diametro cm 60x14 Nella pagina accanto: particolare dell’estroflessione

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Francesca Di Giorgio: L’amante, La contessa, L’alienato... Una carrellata di volti/tipi guardano sapendo di essere guardati, o forse, aggettando dalla bidimensionalità della tela richiamano disperatamente la nostra attenzione: Guarda me!, Sono io!, Apri sono Celestino!... Maurizio Cariati: «Guardami dico a te!». Tra l’osservatore e le mie opere c’è un continuo richiamo, un vero e proprio rincorrersi fatto di occhiate veloci e di sguardi profondi, che fanno sì che dall’ambiente in cui ci troviamo non si possa sfuggire, perché siamo circondati da protuberanze che ci vengono incontro per cercare un dialogo diretto. I soggetti sono, in alcuni casi, persone che conosco, in altri, perfetti sconosciuti; quello che mi preme è far interagire l’osservatore e le immagini, partendo anche dai titoli utilizzati, che suggeriscono un’attenzione particolare e una scelta emozionale che permetta ad ognuno di noi di riconoscerci o di riconoscere un proprio vicino e/o vicina di casa… magari dai tratti strani…


Sei nato a Sartano (CS) ma vivi e lavori a Milano. Rispetto a tecnica e materiali, ti muovi nel solco della tradizione ma i tuoi soggetti sono iper-contemporanei. Il “tema del doppio” sembra accompagnarti... L’idea di dipingere sulla juta grezza, materiale povero che da sé ha una propria storia e cultura, richiama senza alcun dubbio Burri, ma nasce da un senso di legame più profondo, un filo diretto che riporta alla mia terra e alle mie origini, all’uso dei sacchi in juta grezza in campo agricolo. Mi interessa che, attraverso la superficie, ci sia un connubio tra passato e presente, che dalla mescolanza di materiali e soggetti rappresentati nasca un’opera tra innovazione e tradizione. «Dal nulla non nasce nulla»... ogni artista contemporaneo ha guardato e studiato i grandi maestri del passato per poi reinventare una propria cifra pittorica, in questo modo il mio lavoro affonda le proprie radici nello studio di numerosi artisti della grande tradizione, per venirne fuori, poi, attraverso uno slancio tridimensionale moderno e innovativo.

“Apri sono il proprietario!”, 2010, acrilico su juta nera estroflessa, cm 150x150x22

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Torniamo ai titoli delle opere, all’ironia che trasmettono. C’è qualcosa di buffo e allo stesso tempo inquietante nei volti ritratti. Chi sono gli “antenati” del tuo lavoro? Come sei arrivato a questo punto della ricerca? Sì, i titoli sono molto importanti nelle mie opere, sono in stretta relazione con il volto ironico e beffardo dell’immagine raffigurata, che sembrerebbe rubata dallo spioncino di una porta, o da uno scatto con il fish-eye. Se i volti, a primo impatto, trasmettono una sensazione di ilarità, dopo un’attenta analisi attraverso i tratti e gli sguardi ci portano ad una riflessione che inevitabilmente riconduce ad uno studio fisiognomico, che per certi versi ricorda gli Alienati di Gericault ma anche i volti di Lotto, Ribera, Rembrandt e Bacon o gli studi di Leonardo. Nei volti ritratti questi artisti cercavano di riversare monomanie, follie, stati d’animo angosciosi, disperati. Allo stesso modo i miei volti deformati, grazie anche all’estroflessione che sottolinea diversi lineamenti di un viso o particolari nascosti di un’immagine, invitano lo spettatore a riflettere sui propri stati d’animo.


Un ritratto di Maurizio Cariati

Maurizio Cariati è nato nel 1983 a Sartano (CS). Vive e lavora a Milano. Mostre personali recenti: 2008 - Ma che faccia da...!, Galleria Glauco Cavaciuti, Milano - Anime in cerca d’autore (con Andrea Riga), a cura di C. Argenteri, Loft Gallery, Corigliano Calabro (CS) - 3D-pinti, a cura di A. M. Martini, Chiostrino Sant’Eufemia, Como Mostre collettive recenti: 2010 - Urban creatures, a cura di F. Londino e S. Ferrari, Palazzo San Bernardino, Rossano (CS), Spazioeventi Mondadori, Venezia - Tratti Tangenti, a cura di A. L. Ghirardi, Galleria GiaMaArt studio, Vitulano (BN) - Le Meduse, a cura di V. Agosti, Fabbrica del Vapore, Milano - Sfera celeste, Galleria Obraz, Milano 2009 - My Way, Loft Gallery, Corigliano Calabro (CS) - Sguardi Multipli II, a cura di F. Londino e S. Ferrari, Palazzo San Bernardino, Rossano (CS), Castello Estense, Ferrara - Premio Morlotti XII, a cura di D. Montalto e G. Seveso, Palazzo della Permanente, Milano, Villa Subaglio, Merate (LC) - IMAGINE, la nuova visione della generazione anni ‘80, a cura di C. Lio, GiaMaArt Studio, Vitulano (BN) - Premio Morlotti XII, Villa Subaglio, Merate, Lecco
 - Ritratti, a cura di B. Nahmad, Galleria Obraz, Milano

- Love Nest, a cura di S. Chala e S. Pettinicchio, Wannabee Gallery, Milano
 - Profilo Incontemporanea, a cura di C. Gatti, Palazzo Mezzanotte, Milano Eventi in corso: Maurizio Cariati. Onde di luce a cura di L. Canova GiaMaArt Studio Via Iadonisi14, Vitulano (BN) Fino al 25 dicembre 2010 II edizione Premio internazionale “Liman Arte 2010” a cura di G. Di Genova Palazzo Comunale E. Gagliardi, Vibo Valentia 11 dicembre 2010 - 23 Gennaio 2011 IV edizione Premio Mario Razzano per giovani artisti “Biennale di Benevento” ARCOS, Museo d’arte contemporanea Sannio, Benevento 16 dicembre 2010 - 30 Gennaio 2011 Evento futuro: Mostra personale Loft Gallery Via Margherita 47, Corigliano Calabro (CS) febbraio - marzo 2011 Galleria di riferimento: GiaMaArt Studio, Vitulano (BN)

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giovani

Lo slancio tridimensionale di cui parli ti ha mai spinto a pensare ad un’evoluzione tridimensionale dei tuoi lavori? Si è vero… l’immagine delle mie opere, con l’estroflessione, tende a fuoriuscire dalla sua superficie, per approdare verso uno spazio nuovo, a tutto tondo, per prendere forma come in una scultura. Da questo nasce il pensiero di realizzare un nucleo di opere nuove, prettamente scultoree che abbiano profondità e visibilità palpabile, senza però dover trascurare la pittura e l’estroflessione, perché, in merito, sento di avere ancora molte cose da dire…


“Olympia”, Acrilico su carta, cm 60x42. Courtesy Dorothy Circus Gallery

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nicoletta ceccoli di Matilde Puleo

L’originalità dell’invenzione pop surrealista sta tutta nel suo essere voluttà creativa vera. Dissacrante e oggetto di culto, si muove tra il toys design, la Tatoo Art o il fumetto proponendo un’estetica friendly per superare ogni barriera artistica. Approda nelle gallerie che contano e diventa rivoluzione dei valori rispetto all’arte mainstream. Nicoletta Ceccoli sta in questo crinale e con assoluta naturalezza vive ruoli finora tenuti lontani da un pudore stantio, incapace di paragonare l’arte fatta di ricerca con l’audience dell’illustrazione. Pubblica il suo primo libro nel 1997 e da allora non fa che incendiare di sfumature le storie edite dalle maggiori case editrici italiane e stra-

niere. Si muove libera tra i classici e le inquietudini di un certo cinema d’animazione e gli esiti del suo ultimo concept artist per il film La Mécanique du coeur di Mathias Melzieau, ne sono la prova. Riservata e schiva, i suoi lavori ci raccontano la più raffinata delle catastrofi, con protagoniste simili a fragili bamboline tormentate da un quotidiano fatto di paradossi, animali seducenti e solitudini come rifugi. Atmosfere impolverate cariche di particolari gustosi che trovano nella Dorothy Circus Gallery, lo spazio più consono per sottolineare le sue riflessioni sul rapporto fra illustrazione e crescita personale.


Quando si parla di te, si fa riferimento a Mark Ryden come padre spirituale. Io però ti chiedo un’altra cosa (se vuoi ancor più intrigante): ricordando chi eri, ci dici come sei diventata Nicoletta Ceccoli? La mia formazione è stata importante. Ho studiato all’Istituto d’Arte di Urbino, che si trova all’interno del rinascimentale Palazzo Ducale. Lì ho conosciuto Piero della Francesca del quale il palazzo custodisce

La flagellazione, un quadro misterioso dal sapore moderno quasi metafisico. La scuola mi ha fatto respirare una città che sembra essersi fermata al 1500 donandomi anche la guida di insegnanti sensibili al cinema d’animazione, un’arte giovane, moderna che amo tuttora moltissimo e che si nutre di tutte le altre. Secondo me un artista è come un albero che trae linfa dalla sue esperienze, dalle sue radici, dalle cose lette, fatte, osservate e le trasforma in nuove foglie... le idee non sorgono spontaneamente, la mia esperienza mi dice che invece queste sono il frutto di un’attenta ricerca e che la creatività riguarda giocare con ciò che trovo e vedere come si combina e reagisce. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Senti di avere raggiunto qualche traguardo? Con il disegno non c’è mai un arrivo. È una strada che più si percorre e più ci si accorge di quanto poco si è fatto. I progetti che ho ora sono diversi, continuo a collaborare con le gallerie di Seattle e di New York e poi sto illustrando un libro sui fantasmi, in uscita per la Simon and Schuster di New York. Il prossimo anno esce un film di animazione francese in 3D (La Mécanique du coeur, n.d.r.) per il quale ho lavorato come character designer. Un libro a cui tengo molto è Beautiful nightmares anche perché è un art-book. È appena uscito in Francia e raccoglie tutti i miei lavori dal 2006 a oggi. Ringrazio l’editore Soleil e l’artista Barbara Canepa che lo ha voluto per la sua collana Venusdea.

Nicoletta Ceccoli è nata nel 1973 nella Repubblica di San Marino, dove vive e lavora. Eventi in corso: Nicoletta Ceccoli. Incubi Celesti Dorothy Circus Gallery via Nuoro 17, Roma Fino al 23 dicembre 2010 Nicoletta Ceccoli Roq La Rue, Seattle da dicembre 2010 Galleria di Riferimento: Roq La Rue, Seattle (USA)

“Incubi Celesti”, acrilico su carta, cm 29x42. Courtesy Dorothy Circus Gallery

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Matilde Puleo: Il mondo dell’illustrazione stenta ancora a trovare una posizione di autorevolezza. Perché il disegno ha inevitabilmente a che fare con l’infanzia? Nicoletta Ceccoli: Come succede ad ogni forma di arte applicata si tende un po’ a snobbare l’illustrazione. Ma quanti artisti rinascimentali hanno creato capolavori “illustrando” la Bibbia? Mi sembra che, anche se limitato in Italia, ci sia un mercato dedicato ai comics d’autore. La Coconino Press produce di fatto libri illustrati per adulti e Orecchio Acerbo pubblica libri per l’infanzia amati da lettori di ogni età, con illustrazioni sofisticate che si prestano a più livelli di interpretazione. Sono sempre stata attratta dall’illustrazione per l’infanzia. Una buona illustrazione crea un dialogo con le parole cercando di non essere didascalica. Ho conosciuto presto la Fiera del libro per ragazzi di Bologna e mi sono resa conto che, anche un libro per bambini, poteva essere una forma d’arte. Sentivo che era quello che volevo fare. Oggi racconto con le immagini una storia parallela, che la “rivede” narrando altro.


gian marco montesano di Elena Baldelli

Elena Baldelli: Fumo negli occhi è il titolo della sua personale presso il Centro d’arte contemporanea Art’s Events. Questo fumo, insinuato metaforicamente nello spazio espositivo per

offuscare la visione dell’osservatore, cosa potrebbe nascondere? Gian Marco Montesano: Niente, non nasconde nulla, si tratta solo di un notissimo “modo di dire”: questa o quella apparenza “è soltanto fumo negli occhi”, questo o quel politico “getta fumo negli occhi”, ecc… tutti noi abbiamo sentito dire una frase del genere, che poi è un’immagine usata come metafora del nulla, del vuoto o dell’inganno. Dunque, questi lavori di Montesano – e non solo questi – altro non sono che “fumo negli occhi”. Nelle sue opere, la sigaretta è ripetutamente affiancata alla donna, anche se, solitamente, l’immagine del fumatore-tipo anni ’50/’60 è

“Fumo negli occhi”, 2010, olio su tela, cm 80x100

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Humphrey Bogart, Marlene Dietrich, Vittorio Gassman e altre star del cinema, dei rotocalchi, delle pubblicità del secolo scorso, che, ancora oggi, portano avanti il loro ruolo di icona grazie alle immagini in cui si sono cristallizzate. Le stesse immagini di cui Gian Marco Montesano si è impossessato per portare avanti il progetto del suo inventario del Novecento (dell’inventario di tutti), tentando di scoprire se dietro ai simboli di un’epoca si cela un senso, o se tutto è, come si suol dire, ...“fumo negli occhi”.


Quali sono i suoi gusti cinematografici?... E come giudica il cinema contemporaneo? Potrebbe essere una via d’ispirazione alternativa, per lavori futuri? Può sembrare strano, ma non frequento e non conosco il cinema. I Miti che il cinema ha prodotto, interagendo col mondo, funzionano autonomamente nell’immaginario di tutti, senza bisogno di andare al cinema. Da sempre mi occupo di immagini emblematiche del mondo occidentale, ne faccio il catalogo per l’inventario e le immagini provengono da ogni rappresentazione: cinema, rotocalchi, cartoline illustrate, fotografie… Non c’è futuro in tutto questo, ma solo un lungo presente iniziato molto tempo fa. Di fronte agli schermi cinematografici di sessant’anni fa sognava l’italiano del secondo dopoguerra. Oggi è l’italiano del XXI secolo a porsi di fronte alle icone del passato, spesso, in

Gian Marco Montesano è nato nel 1949 a Torino. Vive e lavora tra Parigi e Bologna.

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Evento in corso: Gian Marco Montesano. Fumo negli occhi A cura di Tommaso De Maria Art’s Events Centro d’Arte Contemporanea e BiblioMediateca Provinciale Benevento Info: 0824 874650 Fino al 28 febbraio 2011

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Mi soffermo sulla serie di citazioni iconografiche, raccolte dal serbatoio storico del cinema nostrano e d’oltreoceano: Vittorio Gassman, Brigitte Bardot, Humphrey Bogart… Perché queste scelte? Voleva rappresentare il personaggio in quanto tale oppure le immagini sono state estratte, istintivamente, dall’album dell’epoca? No, non sono ritratti di quelle persone, di quegli attori o attrici; si tratta semplicemente di personaggi emblematici che tutti – o molti – possono riconoscere; “miti” per l’inconscio collettivo. La loro riconoscibilità è necessaria alla comprensione dell’inventario.

maniera nostalgica. Nei suoi frame, sono gli interpreti stessi a mostrarsi solitari e malinconici. Si rimpiange in toto un’era... No, non rimpiango niente; non c’è mai niente da rimpiangere. Cerco, ho sempre soltanto cercato, di capire il tempo che ho, che abbiamo vissuto. Cerco di capire se dietro il fumo delle immagini esiste un senso oppure soltanto altro fumo. Questa inchiesta si può fare solo su ciò che, mutevole, liquido e scorrevole come la vita, si è fermato, cristallizzato come un oggetto, come un’immagine appunto, rendendosi finalmente disponibile alla ricerca di un senso (o non senso) della Storia. La nostalgia del passato non mi riguarda, esattamente come non mi riguarda la cronaca del presente. Se, poi, alcune figure del mondo sono malinconiche, questo mi riguarda ancor meno: le loro sensazioni sono affari loro.

Gallerie di riferimento: Galleria Mazzoli Arte Contemporanea, Modena Claudio Poleschi Arte Contemporanea, Lucca Art’s Events Centro d’arte contemporanea, Benevento

“Fumo negli occhi”, 2010, olio su tela, cm 100x70

maschile. Da cosa deriva la scelta di abbinare un simbolo di mascolinità alla figura femminile? Fumare, nel sistema simbolico di rappresentazione (cinema, rotocalchi, romanzi, ecc..), alludeva o significava molte cose tra le quali: virilità elegante o disperata (emblema Humphrey Bogart) per gli uomini; “fatalità”, emancipazione, mondanità, provocazione (emblema Marlene Dietrich) per le donne. La “femme fatale” non poteva apparire tale senza la sigaretta infilata nel lungo “fumé-sigarette” nero (in Europa) o bianco se hollywoodiano. Impensabile, poi, rappresentare i condannati alla pena capitale senza “l’ultima sigaretta”. Fumavano i soldati prima dell’assalto, i giocatori d’azzardo... Drammaturgicamente i diversi modi di fumare (e sono tanti) connotavano non solo il personaggio, ma anche la situazione, lo stato d’animo. Fino alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, la visione del mondo si realizzava attraverso un sistema di rappresentazione molto preciso; oggi non più, semplicemente perché i mondi sono tanti e i sistemi di rappresentazione ancor più numerosi. A ciascuno il suo. Ma io mi occupo soltanto dell’inventario del ‘900... Dopo il fallimento.


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torino

Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli China Power Station Arte contemporanea cinese dalla collezione Astrup Fearnley A cura di J. Peyton Jones, G. B. Kvaran e H. U. Obrist Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli Via Nizza 230, Torino Info: 011 0062713 Fino al 27 febbraio 2011

CHINA POWER STATION

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«Come ti sei avvicinato all’arte?» o meglio, «Come l’arte è entrata nella tua vita?», «Cosa pensi del Partito e del nuovo modello di capitalismo cinese?», «Quali sono i progetti che desideri realizzare nel futuro?». Queste sono solo alcune delle domande sul futuro della Cina che Hans Ulrich Obrist ha posto a 25 protagonisti della cultura cinese contemporanea, durante l’Interview Marathon, evento a latere della mostra China Power Station alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Cineasti, giornalisti, scrittori, e naturalmente artisti presenti in mostra, hanno animato questo lungo dibattito durato più delle sei ore inizialmente previste: un percorso conoscitivo di un mondo “altro”, un tentativo di raggiungere, in modo capillare e circoscritto, alcuni protagonisti di una scena culturale feconda e multiforme. Hans Ulrich Obrist ha creato il format Marathon a Stoccarda nel 2005 per poi svilupparlo alla Serpentine Gallery di Londra, a partire dal 2006: l’Interview Marathon è un sistema complesso e dinamico formato da feedback in divenire, un format diffuso di apprendimento che inizia sempre con una discussione con gli artisti. La Cina è un luogo di una vastità tale da dare vita al suo interno a numerosi e differenti versioni del Paese, soprattutto in questa fase storica: un gioco di scatole cinesi che culturalmente si appartengono ma che, al tempo stesso, sono formalmente dissociate. Un evento come questo, un confronto così serrato con questo frammento di creativi cinesi, alcuni dei quali alla loro prima esperienza fuori dal Paese, ha realmente offerto uno spaccato di una realtà in divenire, troppo spesso stereotipata e stigmatizzata dai media: la


In questa pagina: Liu-Wei, “Love it - Bite it”, foto di Anders Valde Nella pagina precedente, dall’alto: Cai Guo Qiang “The eagle has arrived”, 2001 Il Futuro della Cina, Interview Marathon, (7 novembre 2010 – Pinacoteca Agnelli) Hans Ulrich Obrist e Ginevra Elkann, scorcio del pubblico, foto di Andrea Guermani

Fearnley - Museum of Modern Art di Oslo, che arriva a Torino dopo Londra, Oslo e Lussemburgo e prosegue l’indagine sul collezionismo, già da tempo avviata dalla Pinacoteca Agnelli. La barca capovolta e sospesa per aria, trafitta da remi e lance che ricordano le ali dell’aquila, definisce lo spazio di The Eagle has arrived opera di Cai Guo-Qiang, che insieme all’altro veterano del gruppo privilegia la monumentalità: Huang Yong Pin con il suo Colosseum apre maestosamente la mostra con un omaggio alla natura che vince le rovine di una società dominante. Monumenti minuziosamente riprodotti anche in Love it, Bite it di Liu Wei, città allo sfascio realizzata in pelle di maiale e ossa per cani; oppure ambienti ricreati ex novo, come nell’accurata riproduzione di un negozietto da barbiere di Chen Qiulin. Poetica, e al tempo stesso profondamente tecnologica, la Second life di Cao Fei, così come Constellation di Chu Yun che emerge dal buio avvolgente e svela la triste desolazione di una costellazione elettrodomestica. [Carola Serminato]

Artisti in mostra: Birdhead: Song Tao & Ji Weiyu, Cai Guo-Qiang, Cao Fei, Yang Fudong, Chen Qiulin, Chu Yun, Duan Jianyu, Huang Yong Ping, Hu Xiangqian, Kan Xuan, Liang Yue, Liu Chuang, Liu Wei, Liu Weijian, Lu Chunsheng, Pak Sheung Chuen, Qiu Anxiong, Song Tao, Sun Xun, Xu Zhen, Xue Tao, Zhang Ding, Zhou Tao, Zhou Zixi

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generazione del dibattito con Obrist è la stessa della maggior parte degli artisti presenti in mostra, quella dei nati tra il 1970 e il 1980, post-Mao quindi, che hanno viaggiato e che lavorano sul tema del confronto e della globalizzazione. Non sono artisti che fuggono via dalla Cina in cerca di possibilità e fama ma sono organizzati in gruppi – non tanto artistici quanto culturali – e avviano studi che assomigliano sempre più alle fabbriche rinascimentali. Interrogati su aspetti politici inerenti al loro lavoro, alcuni hanno sostenuto la via di un esistenzialismo disimpegnato, altri sono stati critici su alcuni aspetti presenti nel tessuto socio-politico cinese ma non contro il sistema in quanto tale, altri più cauti sostengono che un’alternativa al Partito non ci sia e che il rinnovamento politico arriverà attraverso una ridefinizione interna del Partito stesso, ormai lontano dagli aspetti ideologici del passato e percepito – anche internamente – come l’oligarchia al potere. Tutto questo il giorno prima che venisse diffusa la notizia dell’arresto dell’architetto cinese Ai Weiwei. Passando alla mostra, è interessante vedere come nelle opere presentate tornino e vengano rielaborate le suggestioni, le impressioni e le inquietudini emerse dal dibattito. La monumentalità e il cesello, le nuove tecnologie e la minuzia del disegno. China Power Station a cura di Julia Peyton Jones, Gunnar B. Kvaran e Hans Ulrich Obrist, è un progetto nato dalla collaborazione tra la Serpentine Gallery e Astrup


BOLOGNA Musei di Zoologia e di Anatomia Comparata del Dipartimento di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Bologna Tra terra e Corpo a cura di D. Capra e C. Sala Musei di Zoologia e di Anatomia Comparata del Dipartimento di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Bologna Via Francesco Selmi 3, Bologna Info: 0461 984206 (Arte Boccanera Contemporanea) 0376 244769 (Bonelli ArteContemporanea) Da gennaio a marzo 2011

Juan Carlos Ceci/ Fulvio Di Piazza

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Visioni di paesaggi interiori, misteriosi, onirici, grotteschi, dove il dato reale si scioglie, per lasciare spazio ad un’intima materia. Paesaggi adagiati entro teche, dialogano con reperti, preparati osteologici, organi disseccati, apparati di vertebrati immersi in formaldeide. Sviluppo di temi evolutivi insieme alla pittura nello svelare la sua istanza umorale, nella sua essenza gastrica. Due voci per un racconto: Juan Carlos Ceci (Saragozza, 1967), Fulvio Di Piazza (Siracusa, 1969). Un racconto in cui si stratificano, seguendo un processo fisiologico, le necessità, le ansie, le viscere da cui tutto si origina. Le forme fantastiche e mostruose dei reperti museali fagocitano le forme melanconiche che in Ceci si trasformano in paesaggi rarefatti al limite dell’astratto, e le forme di materia magmatica che abbraccia alberi antropomorfi, in paesaggi la cui aura fantastica cela la cupezza, in Di Piazza. Una melanconia alchemica unisce le due modalità creative, entrando in punta di piedi ed espandendosi in questo sacro luogo dell’equilibrio tra la stabilità e il cambiamento, dalle polverose atmosfere sospese nel tempo. Un accostarsi lento per una pittura che si nutre di istanze intime, fatta di cromie trasparenti dal verde oliva al verde vescica al bianco trasparente, nelle tele e nelle tavole di piccole dimensioni di Ceci, in cui i paesaggi organici, e non didascalici, sono a corollario dei preparati del museo. Una resa drammatica, in Di Piazza, per una natura in cui la riflessione verte verso il concetto di distruzione. Atmosfere in una ricerca su diverse fughe, nell’analisi dell’anatomia dell’esterno e dell’interno, in quei bruni e verdi scuro e ancora nei bianchi e neri. Una natura in ribellione, strutture composte da particolari ossei, di forte impatto umorale, in una modalità più elaborata intellettualmente e di ripetizione ossessiva della cura del dettaglio pittorico. Istanza visionaria di partenza, sintetizzata ognuno secondo il proprio linguaggio, unita nella percezione della pittura come fatto corporale. [Laura Francesca Di Trapani]

Nella pagina a fianco: Bertozzi & Casoni, “Madonna scheletrita”, 2008, ceramica policroma cm 200x354x241, courtesy Gian Enzo Sperone In questa pagina, dall’alto: Fulvio Di Piazza, “Bones”, 2010, china su carta, cm100x70 Juan Carlos Ceci, “La seconda volta di una abitudine”, 2010 olio su tavola, cm 24,5x20


a e argento,

MILANO

Fondazione Arnaldo Pomodoro La scultura italiana del XXI secolo A cura di M. Meneguzzo Fondazione Arnaldo Pomodoro via Andrea Solari 35, Milano Info: 02 89075394 Fino al 30 gennaio 2011

La scultura italiana del XXI secolo Dopo un solo lustro ritorna una nuova esposizione che conserva i tratti di quella che aveva aperto i battenti della Fondazione Arnaldo Pomodoro e, raccogliendone l’eredità, si fa ideale prosecuzione proiettandosi ora verso il XXI secolo: con La Scultura italiana del XXI secolo si vuole, infatti, cercare di determinare le linee d’innovazione o rinnovamento, le tendenze ultime della nuova scultura italiana contemporanea e, secondo tale orientamento, accanto a maestri storicizzati e affermati, troviamo anche giovanissimi artisti. La missione prefissata da Marco Meneguzzo, curatore della mostra, non si presenta come semplice e non vuole certo essere esaustiva né di un secolo che ha appena consumato il suo primo decennio, né tanto meno indicare ora, tra le nuove proposte, i futuri talenti – il tempo e il lavoro ne consolideranno le ricerche o li alieneranno dal sistema – con inossidabile certezza, ma nelle opere, comunque legate ad una visione e interessi particolari, cerca la giusta interpretazione, la chiave del ripensamento dei termini della scultura stessa. Meneguzzo, nella coraggiosa selezione di 80 artisti, rileva come, già in seno al percorso degli storici e in modo ancor più deciso e

dichiarato in quello dei giovani, la scultura attuale sia mutata ed evoluta in qualcosa di radicalmente differente da quella tradizionale. Non sono più irrinunciabili assunti quali la compattezza, la solidità o certi materiali, perché questi termini sono stati sostituiti da ibridazione di generi, dalle contaminazioni continue e possibili e dalla transustanziazione di colore, materie, forme e soluzioni installative. In chi osserva s’insinua un dubbio amletico rispetto al pensare molte delle opere come sculture, e in questo pensiero si affronta il tema di ricerca che la mostra offre. Si esemplifica la trasformazione radicale della scultura e la liberazione dai suoi stessi principi fondanti: la grammatica di base del suo linguaggio è, per certi versi, inesorabilmente disattesa e rivisitata. La mostra getta così uno sguardo su un futuro che qui si delinea, ma che resta ancora tutto da scrivere. [Matteo Galbiati]

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MILANO

Fondazione Prada The Giacometti Variations A cura di G. Celant Fondazione Prada via Fogazzaro 36, Milano Fino al 26 dicembre 2010

John Baldessari

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Dopo oltre un anno la Fondazione Prada di Milano torna con un grande progetto, a cura di Germano Celant, The Giacometti Variations di John Baldessari (National City, CA, 1931). Come già dice il titolo, la mostra si ispira al celebre artista svizzero morto nel 1966: nove sculture in resina e acciaio, spruzzate di bronzo e alte circa quattro metri e mezzo, sono disposte fra le colonne che sostengono lo spazio di via Fogazzaro. Il tema centrale, data anche la sede, approfondisce il rapporto fra arte e moda. Non a caso le figure femminili, esili e raggrinzite, pur essendo fuori scala, nelle intenzioni di Baldessari si rifanno proprio alle silhouettes delle top model. Anche l’allestimento, sobrio ed elegante, seguendo la linearità dell’architettura richiama l’atmosfera delle passerelle milanesi. Proprio per questo i corpi femminili non sono esclusivamente scarni ed emaciati, come l’estetica esistenzialista di Giacometti prevedrebbe, bensì accesi da semplici e monumentali forme geometriche che ne ravvivano l’incedere. Le “variazioni” sono interventi che vestono i nudi ispirandosi agli archetipi tratti dal cinema, dalla storia o dalla pubblicità: il glamour di Marilyn Monroe, le trecce di Raperonzolo, le scarpette rosse di Dorothy nel Mago di Oz… Per un totale di 18 look che verranno presentati a rotazione fino al 26 dicembre 2010. Nel complesso la mostra offre allo spettatore un’installazione di grande impatto, e un’opportunità per vedere all’opera uno dei protagonisti dell’arte concettuale americana, anche se, personalmente, ritengo che la combinazione fra i due registri – Giacometti e gli accessori – non sia sempre efficace. Le sculture sono 9 e 18 i “costumi” per caratterizzarle: la serialità, l’intercambiabilità e l’ironia sono alcune fra le chiavi per decifrare il mondo dell’arte e della moda, tuttavia, alla lunga, possono annoiare. [Gabriele Francesco Sassone]

In questa pagina: John Baldessari, “The Giacometti variations”, 2010 courtesy dell’artista e della Fondazione Prada. Foto di Roberto Marossi John Baldessari, “The Giacometti variations”, 2010, [dettaglio] Nella pagina a fianco: Salvador Dalí, “Destino”, 1946 olio su masonite, cm 77x3x61 ca Salvador Dalí per Walt Disney film “Destino” © Disney Enterprise, Inc. © by SIAE 2010


Palazzo Reale Il sogno si avvicina A cura di V. Trione Palazzo Reale Piazza Duomo 2, Milano Info: 02 54913 Fino al 30 gennaio 2011

Salvador Dalí

Stravagante, eccessivo, geniale e imprevedibile. Amato e odiato allo stesso tempo dal pubblico e dai critici. È difficile racchiudere il talento sregolato di Salvador Dalì in un’unica definizione, diviso com’è tra pittura, scultura, design e cinema. E forse è proprio la schizofrenia della sua arte, insieme al narcisismo del personaggio e ad alcune sue posizioni politiche, che lo ha reso inviso ad alcuni critici. «Bisognerebbe essere capaci di tenere presente che Dalí è contemporaneamente un grande artista ed un disgustoso essere umano», scriveva George Orwell. Ma di fronte ad una grande personalità artistica, sono sempre le opere a parlare. Proprio come avviene nella retrospettiva Salvador Dalí. Il sogno si avvicina, curata da Vincenzo Trione per Palazzo Reale. Una mostra dal taglio preciso, che racconta l’eterna ossessione di Dalí per il paesaggio. Per tutta la vita, l’artista spagnolo non ha fatto altro, infatti, che dipingere

un solo paesaggio: nascoste dietro orologi che si liquefanno o travestite da quinte teatrali, le rocce e le scogliere dell’Alt Ampurdán, regione che ha dato i natali a Dalí, compaiono in quasi tutte le sue opere. «L’Ampurdán è come Parigi per Balzac o Praga per Kafka – scrive Trione – un palcoscenico su cui allestire carrellate di immagini». Da Cadaques a Cap de Creus, fino a tutto il golfo di Rosas, Dalí cita la sua terra reinventandola all’interno delle sue opere. Sogni, allucinazioni, visioni dal simbolismo celato si susseguono nelle stanze di Palazzo Reale adagiati su questo scenario arcaico. Un panorama mai monotono, stretto tra la distesa blu del mare e il vento di tramontana, capace, secondo le voci del posto, di rendere pazzi e stravaganti con le sue sferzate gli abitanti di questi luoghi. Il vero cammeo della mostra si svela però alla fine, come un felice epilogo. Si tratta di Destino, cortometraggio d’animazione che vide Dalí lavorare a fianco di Walt Disney in un progetto sperimentale, completato solamente dopo la morte dell’artista. E sulle note avvolgenti di Destino, il sogno veramente si avvicina. [Rosa Carnevale]

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Nella pagina a fianco: Michael Lin al Centro Pecci. Foto di Massimo Listri In questa pagina: Claudio Parmiggiani, “Naufragio con spettatore”, 2010 Chiesa di San Marcellino

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Palazzo del Governatore e Chiesa di San Marcellino Naufragio con spettatore A cura di S. Amic Palazzo del Governatore - Piazza Garibaldi, Parma Chiesa di San Marcellino - Via Collegio dei Nobili, Parma Info: 0521 031798 Fino al 16 gennaio 2011

Claudio Parmiggiani Le opere di Claudio Parmiggiani sono “immagini metafisiche”, un lungo viaggio dell’uomo dentro l’angoscia, la sofferenza, la fragilità, ma anche attraverso la bellezza e la verità. Il silenzio parla servendosi delle opere di Parmiggiani, pervadendo lo spazio espositivo, inondando ogni più piccolo anfratto. Come ci ricorda lo stesso artista, parlare di silenzio oggi può apparire anacronistico, un’eresia, ma il silenzio ha in sé un potere sovversivo, perché è un estremo spazio meditativo, che comunica dritto al cuore dell’uomo. Percorrendo gli spazi della mostra (a Palazzo del Governatore, ndr) ci si imbatte, infatti, in parecchie opere inondate dalla poesia del silenzio: la campana rovesciata e appesa per il batacchio, il cui suono pare “soffocato” per sempre; Che cos’è la tradizione, dove su un pianoforte si trova il libro di Zolla, che dà il titolo all’opera e un orecchio in bronzo trafitto da un pugnale; nell’opera Parla anche tu, un calco in ferro di un cuore umano è appoggiato su un libro; l’opera Cenere, costituita da ben cento urne ricolme appunto del residuo della combustione; mentre nell’installazione Nel cuore, un’ancora scardina le

barriere dell’incomunicabilità, penetrando attraverso una parete. La mostra prosegue nella ex chiesa cinquecentesca di San Marcellino, dove all’interno dell’abside si trova un vecchio gozzo adagiato su un mare di libri e quindi di parole. L’opera è Naufragio con spettatore, oltre ad essere il titolo della mostra è anche quello di un saggio del filosofo Hans Blumenberg, che a sua volta richiama l’inizio del secondo libro del De rerum natura di Lucrezio, dove un astante contempla dalla riva un naufragio. I significati che si possono trarre da questa immagine sono molteplici, anche se forse quello principale è l’eterno conflitto tra nascita e morte, una metafora per illustrare i rischi dell’esistenza durante la navigazione della vita. Rispetto alla descrizione di Lucrezio in cui lo spettatore osserva la scena del naufragio al sicuro sul terreno, dall’età moderna in poi lo spettatore si è sempre più identificato con il naufrago. Mai come oggi purtroppo, perdute le ideologie e le certezze, siamo noi stessi i naufraghi. [Alberto Mattia Martini]


prato

Centro Pecci The colour is bright the beauty is generous a cura di M. Bazzini e F. Schöber in collaborazione con Atelier Bow Wow (Japan) Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci Viale della Repubblica 277, Prato Info: 0574 5317 Fino al 13 febbraio 2011

Michael Lin per coprire i cuscini che accompagnano i tatami. La messa in discussione delle abitudini culturali di un museo e il trasferimento di oggetti personali, arredi e mobili, da casa sua a Prato, equivale ad affermare che il cammino verso la simulazione giunge a radicalizzarsi proprio tramite queste scelte di Lin, che concretizzano la tesi secondo cui nella riproduzione tutti i segni si scambiano tra loro così tante informazioni da non sentire più il bisogno di relazionarsi con qualcosa di reale. Nelle vaste sale del museo, dunque, la pittura che simula quei decori diventa oggetto di design, quadro da parete, tangram tradizionale, dagli elementi combinabili in una varietà infinita di sagome, pittura murale, puzzle colorato o grande ambiente col quale interagire. Ne nascono salotti con mobili da lui progettati e realizzati dalla nota azienda Moroso, la stanza del tè, la zona bar con la piattaforma sulla quale sedersi e bere una birra che simula quella di Taiwan, difficilmente esportabile, il pavimento decorato con i simboli della guerra che invitano a riflettere sull’indifferenza con la quale reagiamo alle guerre nel chiuso dei nostri salotti e la sua stessa biblioteca. [Matilde Puleo]

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Un tentativo di dare risposta alla propria crisi d’identità. Questa è la motivazione che ha spinto il giapponese Michael Lin (dal nome emblematicamente “tradotto”), a concepire la sua prima grande retrospettiva italiana al Centro Pecci di Prato. Tentativo di riappropriarsi delle proprie radici, riscoprendo il passato e la cultura di Taiwan con un piglio che tuttavia sembra essere orientato ad una prassi decostruzionista, che fa sua la terapia postmoderna della simulazione. Lungo il corso di un’esposizione dalle dimensioni ciclopiche, l’artista mostra di aver fatto propri i motivi decorativi floreali tipici dei tessuti orientali e la sua simulazione pittorica di quell’Oriente è così laica da concederci di vedere gli “originali” anche se prodotti industrialmente e usati


prato

Sedi varie

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Prato 16.10-11.12/2010 a cura di P. L. Tazzi Progetto della Provincia di Prato Sedi espositive: Palazzo Buonamici, via Ricasoli 25, Prato Biblioteca Comunale Istituto Culturale e di Documentazione Lazzerini, via Puccetti 3, Prato Biblioteca Comunale Bartolomeo Della Fonte Villa Giamari, Piazza Don Milani 1, Montemurlo (PO) Spazio d’arte Alberto Moretti/Schema Polis, via Borgo 4, Carmignano (PO) Dryphoto arte contemporanea, via Pugliesi 23, Prato Info: 0574 604939 (Dryphoto arte contemporanea) Fino all’11 dicembre 2010

Thomas Ruff Tra centro e periferia, visione e allucinazione, potere e sottomissione, il progetto Spread in Prato, attivo dal 2002, propone, nella cittadina toscana, una retrospettiva monografica del fotografo Thomas Ruff (1958, Zell am Harmersbach, DE. Vive e lavora a Berlino). L’esposizione di suoi lavori è stata installata in diverse sedi istituzionali, di interesse pubblico: a Prato, nel Palazzo Buonamici, oggi sede della Provincia, e all’interno dell’Ex Cimatoria Campolmi che ospita la Biblioteca Comunale Istituto Culturale e di Documentazione Lazzerini; a Montemurlo, nella Villa Giamari, anch’essa sede della Biblioteca Comunale locale e a Carmignano, nello Spazio d’arte Schema Polis. Durante l’inaugurazione, è stata disposta una foto di Ruff negli spazi di Dryphoto, anche se precedentemente pensata per il palazzo della Provincia. La rievocazione dell’eccidio di piazza Tienanmen, nella fotografia, infatti, avrebbe potuto bloccare le trattative di un accordo fra la comunità pratese e quella cinese, incontro che

sarebbe stato siglato proprio in quei giorni. Le opere dell’artista tedesco, selezionate per l’occasione, partono dall’allestimento (nella Biblioteca di Prato) degli ormai noti Portraits, per poi contemplare l’inserimento anche di alcuni lavori provenienti dalla serie Nudes (1999-2002), immagini erotiche in bassa definizione scaricate dal web. Sono stati inoltre inclusi lavori da Substrat (2001-2004), basati su astrazioni di immagini di manga elaborate digitalmente e, ancora, fotografie facenti parte della serie Jpegs (2004), all’interno della quale l’ingrandimento dell’immagine digitale rivela la struttura dei pixel che la compone, alterando i meccanismi di percezione. Sarà inoltre possibile vedere anche le opere gigantesche di derivazione astronomica che, sotto il titolo di Sterne (1989-1992), propongono costellazioni che si perdono nell’astrazione di un firmamento ideale. [Ginevra Bria]


Nella pagina precedente: Thomas Ruff, “Substrat 26 III”, 2005, veduta della mostra “Thomas Ruff”, foto di Andrea Abati In questa pagina: Nora Schultz, “Print Station, avere luogo”, 2010 (dettaglio) tecnica mista, dimensioni variabili, foto di Gilda Aloisi

Roma

Fondazione Giuliani Avere luogo Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea via Gustavo Bianchi 1, Roma Info: 06 57301091 Fino al 31 dicembre 2010

Nora Schultz Sin dalla sua inaugurazione ufficiale con la collettiva Mutiny Seemed a Probability, la Fondazione ha voluto evidenziare di essere un’istituzione ben distinta dalla Collezione Giuliani. Che il punto di partenza fosse però la Collezione è fuori discussione. Lo è stato, appunto, per la mostra di apertura, approntata con lavori della Collezione, con cui ha voluto compiere una lettura di un certo filone di scultura che si rapporta allo spazio che la accoglie. Citando la presentazione, «approfondire e interpretare il processo stesso del collezionare» sono tra gli obiettivi principali della Fondazione. È a quest’assunto che risponde avere luogo, la seconda mostra con la quale prende avvio il programma della Fondazione, che prevede «mostre personali in cui gli artisti sono invitati a selezionare e mettere in mostra opere della collezione». E l’invito è stato rivolto all’artista tedesca Nora Schultz (Francoforte, 1975), alla sua prima personale in Italia, che, per l’occasione, ha seguito due distinti filoni. Insito nell’invito, il primo è stato quello di rapportarsi alla collezione come

spunto di riflessione al quale ha però sovrapposto anche la sua personale osservazione della relazione che Giovanni Giuliani ha con la propria collezione: un collezionista che quotidianamente svolge la sua attività lavorativa circondato dai lavori di artisti a lui cari. Da questo secondo filone è nato Collection (2010), sei collage fotografici in cui la Schultz immortala alcune opere della collezione sistemate nello studio in cui Giuliani opera ogni giorno. Mentre da Study of Revised Proposal for Spanish Landing, San Diego Harbour (1988) di Vito Acconci prendono forma Model for Underground Airport (after Vantongerloo) e Underground Airplane, appositamente realizzati per la mostra. La scelta della Schultz è caduta sul lavoro di Acconci, in linea con una riflessione che l’artista sta portando avanti da qualche tempo sugli aeroporti e sugli aerei e su quello che ruota intorno ad essi, quali progetti (alcuni anche avveniristici come quello di Vantongerloo che prevede degli aeroporti sotterranei) e realizzazione di strutture architettoniche. [Daniela Trincia]

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torino

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Modernikon A cura di F. Bonami e I. Calderoni Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Via Modane 16, Torino Info: +39 011 3797600 Fino al 27 febbraio 2011

Modernikon

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Ancora non è cominciato e il prossimo 2011 già si prospetta come l’annata delle molte celebrazioni: oltre che il 150° compleanno dell’unità nazionale, si celebrerà infatti anche l’Anno della Cultura e della Lingua italiana in Russia e della Cultura e della Lingua russa in Italia. C’è chi si porta avanti col lavoro, come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che ha deciso di chiudere il programma espositivo di fine decennio con una mostra che esplora la scena artistica russa contemporanea. Il sistema dell’arte contemporanea in Russia si è formato negli anni ‘90, quando molti artisti, seppur mossi da un nuovo gusto alla provocazione, intendevano l’arte come uno strumento d’intervento sociale, nel solco tracciato dalla grande tradizione dell’avanguardia storica. Oggi l’arte contemporanea russa è entrata in una nuova fase, più riflessiva, che mette al centro l’opera d’arte, rielabora l’eredità modernista e le sue ambizioni di rinnovamento sociale ed estetico. Modernikon fonde queste due anime: è una parola sospesa tra presente e passato, tra l’idea di un’immagine che vuol essere nuova e la mitologia di un progetto culturale superato. Partire dal passato, evidenziarne le stor-

piature e poi ricontestualizzare: è quello che fa Stas Shuripa con le sue griglie nere, che trasformano in strutture scultoree le piantine degli appartamenti monofamiliari realizzati da Kruscev negli anni ‘60, un fallimento progettuale, inadatto e costrittivo rispetto alle esigenze della popolazione. Altro sguardo critico al passato con l’opera di Anatoly Osmolovsky che propone una scultura in negativo, dove vediamo solo le sagome bronzee di ciò che rimane tra i pugni chiusi del comunismo sovietico. Accanto alla grande storia sociale trovano spazio i racconti minimi di Olga Chernysheva, che con i suoi pensieri e le sue fotografie su monitor narra le emozioni che avvolgono la realtà quotidiana e l’universalità delle sue dinamiche. Intimismo che torna anche, per contrasto, nei giganti di Andrey Kuzkin che con la loro fattura grezza incarnano tristezza e disagio: enormi corpi di bambini precocemente invecchiati modellati con pane e sale, simbolo di vita e, al tempo stesso, di morte. [Carola Serminato]

Artisti in mostra: Victor Alimpiev, Alexandra Auerbakh, Sergey Bratkov, Olga Chernysheva, Alexandra Galkina, Dmitri Gutov, Alina Gutkina, Iced Architects (Igor Bury - Ilya Voznesensky - Alexei Kononenko - Mikhail Leiken - Vera Samorodova - Sergey Sitar), Yakov Kazhdan, Elena Kovylina, Andrey Kuzkin, Vladimir Logutov, Anatoly Osmolovsky, Anna Parkina, Mosca, Pavel Pepperstein, Anastasia Ryabova, Sergey Sapozhnikov / Albert Pogorelkin, Stanislav Shuripa, Ter-Oganyan David, Zhilyaev Arseny.


Museo di Castelvecchio L’unità di misura è il colore A cura di C. Bertola Museo di Castelvecchio Corso Castelvecchio 2, Verona Info: 045 8062611 Fino al 9 gennaio 2011

Maria Morganti Proseguono le iniziative site specific che hanno visto la partecipazione di artisti ed architetti dell’attuale panorama culturale negli spazi espositivi del Museo di Castelvecchio. Nel caso della mostra di Maria Morganti si tratta in modo evidente di un dialogo a tre: i suoi lavori costituiscono una presenza defilata, a momenti silente, se non fosse per quell’esplosione cromatica che contraddistingue la sua pittura e che si relaziona sia con le collezioni museali che con l’architettura, medievale e scarpiana. L’artista milanese pone il colore al centro della sua ricerca artistica: da anni dipinge con pastelli ad olio, privilegiando il supporto cartaceo rispetto alla meno esplorata tela. Il colore viene diligentemente steso sempre in senso orizzontale e viene applicato su più strati con sistematicità quotidiana. Questa ritualità non si limita alla realizzazione di ciascun singolo lavoro: la Morganti tesse una pittura senza fine, che supera i confini fisici del supporto e si relaziona con la spazialità

In questa pagina: Maria Morganti, “Dialogo con Girolamo Dai Libri” “Madonna dell’ombrello” e “Il presepio dei conigli” Verona, settembre 2010 due dipinti su cavalletti /ogni dipinto “Senza titolo” Venezia 2007 olio su tela cm 60x50 Nella pagina precedente: Andrey Kuzkin, “Levitation heroes”, 2010 sculptures, bread, salt. Courtesy della Stella Art Foundation, Mosca Stas Shuripa, “Khrushevka”, 2010 installazione, compensato

museale. E così, la scultura di Santa Cecilia osserva la Parete rovesciata, lo specchio cromatico galleggiante che le si pone dinnanzi e delle medesime dimensioni del suo stesso supporto realizzato da Carlo Scarpa. Gli strappi d’affresco trecenteschi si incontrano con Impronta, una lunga carta che per dodici anni è stata utilizzata in studio come supporto della sua pittura: un foglio qualunque soltanto all’apparenza, in realtà ricco di esperienza e primario testimone dell’atto pittorico. I lavori della Morganti dialogano inoltre anche con alcune opere memorabili del passato: la Madonna del roseto, capolavoro del Gotico internazionale collocato al centro di una sala, è ignara della presenza sul suo retro di un’opera di colore rosso, visibile solamente girandole attorno. E ancora, l’artista intende far soffermare l’attenzione dei visitatori sul retro della grande Ancona Miniscalchi di Liberale da Verona, appoggiando semplicemente sulle sporgenze delle assi posteriori strisce colorate di pongo. [Irene Disco]

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Verona


Canneto Sull’Oglio [MN]

B&B Arte

OPERE 1950-1999 a cura di Vera Agosti B&B Arte Via Cavour 29, Canneto Sull’Oglio (MN) Info: 0376 224565 11 dicembre 2010 – 23 gennaio 2011

BOLOGNA

CASABIANCA via Pepoli 12, Zola Predosa (BO) Prossima mostra: dal 19 dicembre Alessandra Andrini, Patrizia Giambi, Daniela Manzolli

Casabianca

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Un casolare in aperta campagna trasformato in crocevia di incontri e dialoghi: è Casabianca, appena fuori Bologna, il nuovo progetto non profit di Anteo Radovan. Lo spazio, inaugurato a settembre con una collettiva a cura di Radovan con la collaborazione di Massimo Marchetti che ha coinvolto oltre ottanta artisti, ha già dato il via al progetto portante della prossima programmazione: una serie di mostre a cadenza mensile che pone in relazione diretta, di volta in volta, un artista degli anni ‘80, uno degli anni ‘90 e uno che abbia iniziato la propria attività dopo il 2000. Per il primo appuntamento sono stati invitati Cesare Viel, Sabrina Torelli ed Emanuela Ascari. [Silvia Conta] casabianca12-info.blogspot.com

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BRESCIA

Paci Arte Contemporary Perì photòs - Around the Light Paci Arte Contemporary Via Trieste 48, Brescia Info: 030 2906352 Fino al 14 dicembre 2010

Nicola Evangelisti

Già autore dell’installazione pubblica Light Blade, in permanenza a Villa Reale - Galleria d’Arte Moderna di Milano e dell’intervento luminoso Earth Light al Museo Civico Medioevale di Bologna, l’autore ritorna, nella sua galleria di riferimento, con una mostra personale. Ripercorre la ricerca degli ultimi anni incentrata sul dialogo constante tra arte, scienza e tecnologia per approdare a strutture spaziali scolpite nella materia specchiante e attraversate da fulmini iridescenti, all’insegna di un rapporto biunivoco tra luce e spazio-tempo. In mostra anche l’opera multimediale Laser Pulse, recentemente presentata alla Luminale Biennale di Francoforte, realizzata in collaborazione con Mauro Melotti, che compenetra la percezione ampliata dei suoni attraverso l’aspetto visivo (i laser) e tattile (le pedane vibranti). [Chiara Canali] www.paciarte.com

Franco Rognoni

B&B Arte racconta Franco Rognoni dedicandogli una retrospettiva che convoglia circa un centinaio di opere datate ‘50-‘99. Cinquant’anni di cronache visionarie: paesaggi, scorci notturni, musicisti, ballerini e, spesso e volentieri, Venezia e Milano, la sua città natale. I colori intensi e i segni incisi, raccontano storie di individui, i personaggi della folla, o della follia, cittadina... i diversi volti di Milano e i diversi volti dell’autore. Oltre agli olii e alle tecniche miste, in mostra compaiono disegni e piccoli acquerelli, a completare la visione globale del lavoro di un’artista che spazia tra pittura onirica e ironia grafica. [Elena Baldelli] www.bebarte.com


GENOVA

Guidi & Schoen Arte Contemporanea BABEL Guidi & Schoen Arte Contemporanea Vico Casana 31R, Genova Info: +39 010 2530557 Fino al 18 dicembre 2010

Corrado Zeni

Perché il brillare naturale dei suoi occhi non lo scambiassero per pianto a cura di V. De Simoni DAC – De Simoni Arte Contemporanea Piazzetta Barisone 2R, Genova Info: 010 8592283 Fino al 22 gennaio 2011

Guglielmo Castelli

I muri candidi della DAC accolgono per la prima volta le eteree creature di Guglielmo Castelli (Torino, 1987). Una velata ambiguità le attraversa. Colte in momenti di passaggio, dall’infanzia all’adolescenza? Alla ricerca di un equilibrio? Sono ritratte su fondo bianco profilate da linee essenziali dove il colore arriva a connotarne gli abiti. L’apparente immaterialità viene smentita dalla concretezza dei titoli: Meritiamo un’altra vita, E non la smettono mai, Autoritratto in caduta libera... Emozioni e stati d’animo caratterizzanti e allo stesso tempo contraddittori, affidati alla poesia di un verso di Ivano Fossati, Perché il brillare naturale dei suoi occhi non lo scambiassero per pianto. [Francesca Di Giorgio] www.galleriadac.com

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genova

DAC – De Simoni Arte

Sagome che si intrecciano, ma non si incontrano; personaggi dispersi come tessere di un mosaico. Corrado Zeni continua ad occuparsi di relazioni umane, sottolineandone le disarmonie, le incomprensioni, le distanze... ecco perché da Guidi & Schoen compare il nome della città di Babel, la causa originaria della frammentarietà del mondo. L’artista estromette la sua Babele dalla bidimensionalità della tela, presentando, per la prima volta, una personale interamente composta da sculture, una serie di figure piatte (come se la tridimensionalità volesse mantenere le due dimensioni) che riconducono immediatamente alla sua cifra stilistica. [Elena Baldelli] www.guidieschoen.com

Franco Rognoni, “Ma Quando”,1973 olio su tela, cm 81x100 Nella pagina precedente, da sinistra: Casabianca, veduta della collettiva, courtesy Casabianca Sotto: Nicola Evangelisti, “You-are-not-safe”, 2006 installazione olografica, cm 160x270x40 plexiglas, acciaio, cristallo, pellicole olografiche

In questa pagina, da sinistra: Guglielmo Castelli, “Meritiamo un’altra vita”, 2010, tecnica mista su tela, cm 30x30 Corrado Zeni, “Babel”, veduta dell’installazione


MILANO

Galleria Pack THISHUMANITY Galleria Pack Foro Buonaparte 60, Milano Info: 02 8699 6395 Fino al 29 gennaio 2011

Matteo Basilé

Il citazionismo di Matteo Basilé continua nel progetto Thishumanity con un’accezione differente dai lavori precedenti. Santi e folli cedono il posto ai soldati della Battaglia di San Romano, distolti dall’eterna perfezione armonica immortalata da Paolo Uccello, per raccontare il frame successivo: la lotta vera e propria. Questa umanità di mercenari, tutta rivisitata al femminile, sale sul ring del «Fight Club Studio» dell’artista, rivelando quella porzione umana fatta di mostruosa meraviglia. Thishumanity non è altro che un insieme di scontri, riscontri, incontri...[Elena Baldelli] www.galleriapack.com

MILANO

Impronte Art

Disegnare spazi a cura di Walter Guadagnini 
Impronte Contemporary Art via Montevideo 11, Milano
 Info: 02 48008983 Fino al 24 dicembre 2010

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Disegnare spazi

Otto artisti e un comune denominatore: il disegno. La galleria milanese Impronte Contemporary Art presenta un percorso eterogeneo che, dalla bidimensionalità delle opere di artisti come Roiter, Caccioni e Spaziani, sconfina nel tridimensionale di Benassi, Ter-Oganyan, Shuripa, Fishkin e Becheri; un metaforico viaggio composto di poetiche e discipline differenti, che simbolicamente parte dalla superficie, per arrivare al fondo. Sempre e comunque di “disegno” si tratta, nelle molteplici accezioni che la parola può aver assunto nella contemporaneità. [Elena Baldelli] www.impronteart.com

MILANO

Jerome Zodo Contemporary Federico Solmi. A Confederacy of Villains Jerome Zodo Contemporary Via Lambro 7, Milano Info: 02 20241935 Fino al 23 dicembre 2010

Federico Solmi

La Galleria Jerome Zodo ospita la personale di Federico Solmi, A Confederacy of Villains, il cui protagonista è Dick Richman, agente di borsa ispirato a Bernard Madoff responsabile della più grande truffa finanziaria della storia. La nuova installazione, Douche Bag City, è composta da 15 pannelli video con cornici intarsiate. Gli episodi, che nascono dalla combinazione di disegni, dipinti e animazioni 3D, ironizzano sulla crisi culturale ed economica della nostra società. Nella Confederazione dei criminali il punto di vista cambia continuamente, confondendo il ruolo della vittima e quello del carnefice. [Gabriele Francesco Sassone] www.jerome-zodo.com


MILANO

Magrorocca

Federico Solmi, “A Confederacy of Villains”, veduta dell’installazione (da sinistra a destra “Rocco Never Dies”, olio su tela, cm 46x61; “Fucking Machine After Leonardo”, scultura cinetica cm 155x90x90; “Chinese Democracy and the Last Day on Earth”, tecnica mista su carta montata su pannello di legno cm 50x300), Jerome Zodo Contemporary, Milano

In questa pagina, dall’alto: David Gremard Romero, “Portrait of Jose, As Centeotl Regarded By The Artist, Who Bears The Hand Of Martin Cortez”, 2010 pastello su carta, cm 31,8x261 Paola Pezzi, “Matite rosse”, 2005

Modena

David Gremard Romero. Xipe Totec Magrorocca Galleria d’Arte Largo Frà Paolo Bellintani 2, Milano Info: 02 29534903 Fino al 15 gennaio 2011

David Gremard Romero

Meticcio nell’animo e nella pratica artistica David Gremard Romero (1975, vive e lavora a San Francisco) amalgama l’iconografia contemporanea al figurativo classico. Come si legge dal suo statement: «Da artista gay, cattolico, messicano/ americano, i temi complessi di razza, sessualità, soggettività ed identità si trovano intrecciati con la sfilata barocca di lottatori messicani, ermafroditi, supereroi immaginari e cherubini bestiali che popolano la mia immaginazione, i miei disegni, i miei dipinti». Non sorprende, quindi, l’attitudine a sperimentare anche su ceramica e tessuti, che si fanno abito e materiale per gli attori dei video. In mostra da Magrorocca un’interessante selezione di ritratti realizzati a pastello su carta. [Francesca Di Giorgio] www.magrorocca.com

Artema Arte Moderna e Contemporanea Antologica piccola a cura di L. Beatrice Artema Arte Moderna e Contemporanea Corso Canalchiaro 34, Modena Info: 335 6140166 Fino al 12 dicembre 2010

Paola Pezzi

Mani in primo piano, il colore dentro e intorno. Una cinquantina di opere di Paola Pezzi sono esposte nell’Antologica piccola a cura di Luca Beatrice da Artema di Modena. All’interno del recente spazio espositivo, gestito da tre giovani galleristi, è possibile ripercorrere la carriera dell’artista bresciana, dai Disegni interrati (1987) all’Antimateria (2010), passando per i guanti, i vortici e le matite, che identificano la sua ricerca, ma anche per i meno noti Ritratti di scultura: piccoli collage che descrivono intimamente le opere tridimensionali, facendocele vedere da un altro punto di vista. [Chiara Serri] www.spazioartema.com

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Matteo Basilé, “Thishumanity”, 2010 Nella pagina precedente, da sinistra: Stas Shuripa, “Arcani”, 2010, carta, plexiglas, fili nylon


NAPOLI

Galleria Franco Riccardo Artivisive Esther Mahlangu. La Regina d’Africa Galleria Riccardo Artivisive Piazzetta Nilo 7, Napoli Info: 081 5444300 Fino al 15 dicembre 2010

Esther Mahlangu

Franco Riccardo presenta Esther Mahlangu (Middelburg, Sud Africa 1935) nella nuova sede della galleria partenopea. Un’occasione unica per vedere riunite oltre 40 opere della Regina d’Africa, testimonial ufficiale dei Campionati del Mondo 2010 in Sud Africa e reduce da un tour di mostre in tutta Italia. La pittrice della “scuola” Ndebele – tradizione trasmessa di madre in figlia – protagonista di Magiciens de la terre, storica mostra al Centre Pompidou del 1989 e dell’ultima Biennale di Malindi firmata ABO, ci regala una rara lezione di “resistenza” agli stilemi classici dell’astrazione pur mantenendone memoria. Nella bidimensionalità di un quadro come nelle opere a parete o nelle sorprendenti customizzazioni di aerei, negozi e automobili. [Francesca Di Giorgio] www.riccardoartivisive.it

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REGGIO EMILIA

Collezione Maramotti A Sad Bit of Fruit, Pickled in the Vinegar of Grief Collezione Maramotti Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia Info: 0522 382484 Fino al 31 gennaio 2011

Kara Tanaka

Dall’Ultima Cena di Andrea del Castagno alla fortunata serie televisiva Six feet under, la ricerca della giovane artista americana Kara Tanaka analizza il destino del corpo dopo la morte, attraverso diversi riferimenti linguistici e culturali. In un’epoca che non aspira all’immortalità, ma alla perfezione qui ed ora, i tredici tavoli da imbalsamazione di A Sad Bit of Fruit - grande installazione visitabile presso la Collezione Maramotti sono infatti vuoti e disposti verticalmente, in quanto l’uomo si avvia a rinunciare al proprio corpo per esplorare il cosmo e risolversi in pura coscienza. [Chiara Serri] www.collezionemaramotti.org

REGGIO EMILIA

dispari&dispari project Cullinan + Richards, Collapse version V dispari&dispari project Via Vincenzo Monti 25, Reggio Emilia Info: 335 6097304 11 dicembre 2010 - 13 febbraio 2011

Cullinan + Richards

Dopo la prima italiana del nuovo video di Minerva Cuevas (Disidencia v 2.0, 2010), artista messicana che porta avanti da anni un’interessante ricerca di matrice socio-politica, registrando i segni più o meno evidenti della dissidenza fino a creare un’estetica della contestazione, dispari&dispari project ospita la personale del duo londinese Cullinan + Richards, di ritorno dal British Art Show. Un progetto site-specific che, attraverso pitture, sculture ed installazioni, riconfigura lo spazio industriale della galleria, dando vita ad una grande arena in cui potrebbe accadere qualcosa. Oppure no. [Chiara Serri] www.dispariedispari.org


Esther Mahlangu, “Art Car”, 1991 BMW 525i Nella pagina precedente, in alto: Esther Mahlangu, “Senza titolo”, 2010 acrilico su tela, cm 118x173 Da sinistra: Kara Tanaka, “A Sad Bit of Fruit, Pickled in the Vinegar of Grief”, 2010, particolare dello scarico di uno dei tavoli d’imbalsamazione. Cullinan + Richards, veduta installazione, 2010 In questa pagina: Franz Graf, “Some circle”, 2008 grafite su carta, cm 42x56. © Franz Graf

roma

Galleria Marie-Laure Fleisch

VIENNA

Artisti attivi nella capitale austriaca, riuniti in una collettiva senza fiato di lavori su carta e sculture. A partire da mostri sacri come Arnulf Rainer e Günter Brus, l’uno con una serie di lavori ispirati ai maestri italiani rielaborati con pastello su carta fotografica, l’altro con opere di tecnica mista dal segno violento, riconducibile all’azionismo viennese. Al centro della galleria, una scultura nonsense di Erwin Wurm e, ancora, i progetti post-futuristi di Bruno Gironcoli, fino ad arrivare ai disegni minimal di Franz Graf e ai lavori dei più giovani Maria Bussmann, Werner Reiterer e Michael Ziegler. L’allestimento è impeccabile: in un solo colpo i sensi sono scossi dall’espressionismo del segno e dalla continuità storica delle diverse mani. [Laura Fanti] www.galleriamlf.com

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Vienna A cura di P. Weiermair Galleria Marie-Laure Fleisch Vicolo Sforza Cesarini 3a, Roma Info: 06 68891936 Fino al 10 gennaio 2011 Artisti coinvolti nel progetto: Günter Brus, Maria Bussmann, Bruno Gironcoli, Franz Graf, Arnulf Rainer, Werner Reiterer, Erwin Wurm, Michael Zieglera


Luigi Carboni, “Cose non dette”, 2010 legno laccato, vetro, disegni, cm 86x80x60 In questa pagina, da sinistra: Stanley Donwood, “Airlock”, 2010 incisione, cm 56x76, ed. 9/33 Nebojša Despotović, “Lipstick” 2010, olio su tela, cm 130x160 Nella pagina a fianco: Francesco Bocchini, “L’ermellino della regina”, 2010 meccanismo a parete, cm 42x62x19

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TRENTO

ROMA

Mondo Bizzarro Gallery Palimpsest Mondo Bizzarro Gallery Via Reggio Emilia 32c, Roma

Stanley Donwood C’è Dan Rickwood dietro a Stanley Donwood, artworker storico dei Radiohead. Dopo la mostra Red Maze, presso lo Schunck* di Heerlen (NL), ex-fabbrica di moda, oggi centro culturale ed espositivo della città olandese, Donwood arriva a Roma da Mondo Bizzarro con la mostra Palimpsest. Quasi un’antologica che propone lavori dal 1995 a oggi, tra schizzi, acqueforti e serigrafie. Non aspettatevi le copertine del gruppo inglese o sperimentazioni digitali, ma un immaginario british di urbanizzazione diffusa e omologata, che trasforma la city londinese in una sintetica scenografia dai retaggi fiabeschi. [Daniela Voso] www.mondobizzarrogallery.com

Arte Boccanera Contemporanea Velvet Glove a cura di D. Capra e L. Meneghelli Arte Boccanera Contemporanea di Giorgia Lucchi via Milano 128/130, Trento Info: 0461 984206 Fino al 29 gennaio 2011

Nebojša Despotović Le tele di Nebojša Despotović, in mostra da Arte Boccanera di Trento, si basano su un processo di sottrazione il quale, partendo da fotografie scovate nei mercatini dell’usato, depura le immagini da ogni particolare superfluo facendo emergere dal passato figure nebulose e distanti. I lineamenti di questi personaggi sembrano chiedere all’osservatore di venire tracciati da lui stesso attraverso un processo di immedesimazione e stratificazione, in un gioco che fonde osservatore ed osservato, e che infonde vita nuova all’opera ad ogni sguardo che vi si posa. [Oriana Bosco] www.arteboccanera.com


VERONA

Francesco Bocchini

L’occhio si nasconde A cura di L. Pratesi Studio La Città Lungadige Galtarossa 21, Verona Info: 045 597549 Fino al 12 febbraio 2011

Luigi Carboni

Conclusasi la mostra, MACROwall: Eighties are back! Luigi Carboni, l’artista pesarese, presenta a Verona i risultati del suo rinnovamento artistico. L’evoluzione parte dalla pittura: le opere, tutte di grandi dimensioni e connotate dalla rappresentativa trama in rilievo, si animano di accese campiture cromatiche. In mostra anche una serie di sculture inedite: si tratta di forme rigorosamente geometriche che lasciano intravedere elementi iconici, che rimandano al suo decorativismo pittorico. I materiali utilizzati sono prevalentemente legno, laccato e lucidissimo, e vetro trasparente. [Irene Disco]

www.studiolacitta.it

Vicenza

AndreA Arte ContemporaneA Tutti vivi, tutti morti. Tutti rivivi, tutti rimorti A cura di Martina Cavallarin AndreA Arte ContemporaneA Corso Palladio 165, Vicenza Info 0444 541070 Fino al 5 febbraio 2010

Francesco Bocchini presenta, presso la sede di AndreA Arte ContemporaneA, il suo universo metallico e “surreale”, accompagnandoci, con sarcastici giochi di parole (a partire dal nome della personale Tutti vivi, tutti morti. Tutti rivivi, tutti rimorti), alla scoperta di un lavoro dal carattere ironico ed enigmatico. La parola aiuta e confonde, funge da guida e svia: dai titoli delle opere, ai pezzetti di carta appuntati sulle sculture come in una agenda... Come nelle sue agende, quei taccuini su cui, meticolosamente, viene progettato ogni lavoro, in un rituale canonico, composto da materia e anti-materia, accumulo di oggetti e accumulo di storie, racconti scovati nei ricordi della cronaca e nelle fantasie personali. [Elena Baldelli] www.andrea-arte.com

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Studio La Città


a cura di Viviana Siviero

Verba volant, imago manent: Canicola e la rinascita del segno

cover di “Canicola” n° 9

no man’s land

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No man’s land deborda, è la sua natura; i suoi confini sono elastici ma i suoi abitanti non si confondono: sempre più curiosi, incontrano e si scontrano con realtà incapaci di restare nel loro ambito di definizione, dando vita ad una società orgiastica in cui nomi e definizioni non hanno più alcun significato se non quello di ristrettezza. Dall’incontro con ciò che se ne frega di restare al proprio posto, nasce una diversità che è ricchezza, un’alternativa alla routine che apre nuovi orizzonti di godimento per tutti coloro che non hanno bisogno d’altro, oltre i propri occhi e le proprie emozioni. Ancora una volta no man’s land coincide con la geografia tracciata dall’attività avanguardistica della galleria D406 di Modena, che sin dalla sua nascita ha dimostrato le proprie particolari caratteristiche e la propria vicinanza ad artisti che accarezzano – per formazione ed esperienza – il mondo del disegno, dell’illustrazione e della grafica, dimostrando il proprio essere alla pari, con quel mondo normalmente riconosciuto come artistico. La colla-

“Acaro che diventa topo che dorme”, Ericailcane


“Nessuno è qui”, Andrea Petrucci

na di libri che con cadenza regolare si abbellisce di nuovi volumi dedicati al segno non è sufficientemente estrema: oggi la D406 ha condiviso un nuovo progetto con Edo Chieregato e Liliana Cupido (il primo, Canicola 6, autunno 2008), realizzando il numero 9 della rivista Canicola, in cui 21 disegnatori – solo in parte provenienti dal fumetto e alcuni dei quali già artisti della galleria – sono stati invitati a condividere un’idea, dando così vita ad una sorta di originale e significativa raccolta, seppur parzialissima, sul disegno contemporaneo italiano. Afferma il direttivo della galleria: «dal progetto del nuovo numero di Canicola è nata poi la mostra nella quale gli artisti, oltre al lavoro appositamente realizzato per la rivista, espongono numerosi altri disegni dimostrando la vivacità e l’interesse nel panorama nazionale di una forma artistica troppo spesso relegata fra le arti “minori”». Canicola è una delle riviste italiane più interessanti del momento nel panorama internazionale e ha ricevuto un’infinità di prestigiosi riconoscimenti; abbiamo chiesto a Edo Chieregato – uno dei curatori, oltre che Docente di fumetto presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna – di passeggiare con noi nelle terre di confine e di illustrarci intenti e morfologia di ciò che ci auguriamo non possa che espandersi e proliferare, in un’Italia così tanto preoccupante sotto mille punti di vista...

un’attività editoriale con lo scopo di fare ricerca in ambito grafico e narrativo attraverso il fumetto e il disegno contemporaneo. Raccontaci... Edo Chieregato: Canicola nasce per il desiderio di fare innanzitutto una rivista a fumetti che potesse proporre autori, segni, storie, sensibilità un po’ oblique alla produzione più diffusa del fumetto italiano. Nasce per il piacere e la necessità di riunire disegnatori dalla forte personalità visiva e dallo stile potente. Il fumetto in Italia sta vivendo un buon decennio, con una grande rinascita creativa e produttiva, e nonostante il mercato in continua crescita rimane di nicchia, come tante altre discipline della cultura e dell’arte. L’impressione è che stiano crescendo sempre più giovani autori promettenti per un pubblico più aperto ed esigente. Il fumetto è un linguaggio di forte immediatezza, ha il fascino del racconto che arriva dal disegno, dalle parole, ma soprattutto dalla loro fusione. È un modo per guardare e filtrare il reale con peculiarità espressive uniche.

Viviana Siviero: Canicola è una associazione culturale con sede a Bologna che dal 2004 ha

Quale il confine che separa il mondo del fumetto e quello considerato più specificatamente artistico e come si pongono le vostre ammirevoli edizioni a riguardo? Non è certamente scontato che il fumetto sia considerato arte ma questo credo abbia poca importanza. È importante piuttosto riconoscere un buon fumetto, è importante sapere leggere un fumetto per quello che è, cioè non un’opera d’arte ma un rac-

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“Circolo tennis”, Luca Caimmi


conto per parole e immagini che può raggiungere livelli “artistici”. In certi casi il disegnatore è un artista o ha una tensione e un’urgenza del segno che emozionano e raccontano ancor prima delle parole e allora diventa tutto chiaro: i confini scompaiono. Le edizioni di Canicola, nella cura e nelle scelte di porsi come cosa bella nel suo insieme, cercano di muoversi nella terra di nessuno dove tutto vale. Siamo interessati al racconto ma non ci precludiamo nulla dal punto di vista formale, ci piace chi fa ricerca ma nello stesso tempo siamo legati alla tradizione. Cos’è Canicola e come è strutturato ogni numero? Canicola è innanzitutto una rivista di fumetti e disegno. Nata come laboratorio di confronto tra gli autori fondatori, ora è un condominio dove tentare una proposta critica nuova ogni volta. Da una parte c’è un gruppo di autori come Andrea Bruno, Michelangelo Setola, Giacomo Monti, Marino Neri, Francesco Cattani, Amanda Vähämäki, Giacomo Nanni, Vincenzo Filosa che sono chiamati a collaborare con continuità, dall’altra c’è il tentativo di creare un focus ad ogni numero. Nell’ottavo numero ad esempio ci siamo dedicati all’Oriente con i cinesi Chihoi Lee e Yan Cong di cui abbiamo anche pubblicato due romanzi, Hok Tak Yeung, Hanakuma Yusaku autore culto dell’underground giapponese, Yuichi Yokoyama affermato artista contemporaneo, i disegni dell’animatore Naoyuki Tsuji i cui video sono proiettati nelle gallerie d’arte. “1981”, Gabriella Giandelli

no man’s land

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Ci illustri la vostra collaborazione con la galleria D406 di Modena, che ricordiamo non è alla prima esperienza… Cosa presenta l’ultimo numero di Canicola? Come sono stati selezionati gli artisti e in che modo hanno dato vita a quella che è per la natura del suo medium una vera e propria mostra fatta libro (e non sua riproduzione)… Vero quello che dici: l’oggetto finale del fumetto è il libro, ed è anche per questo che cerchiamo di curare al meglio la scelta della carta, la stampa, la rilegatura, la grafica, ecc. Ma quando gli originali hanno la forza intrinseca di molti autori che pubblichiamo anche una buona esposizione assume un senso e una specificità che il libro non può restituire. La galleria D406 lavora da anni egregiamente nell’ambito del disegno contemporaneo e la collaborazione è arrivata con naturalezza proprio per una ricerca comune in un ambito senza confini. L’ultimo numero di Canicola è un numero tutto italiano. L’idea era appunto quella di mescolare le carte. Mettere in una stessa stanza diversi approcci al disegno: dal fumetto all’animazione, dall’illustrazione alla grafica alla street art. E nello stesso tempo di far colloquiare grandi maestri di fama internazionale (Mattotti, Giandelli, Toccafondo, Ricci) con giovani e giovanissimi disegnatori di grande talento (Caimmi, Petrucci, Vicidomini). Quali sono i progetti su cui state lavoran-


do? Avete già idee per il prossimo numero? È in produzione il nuovo numero della rivista, il decimo, sarà un numero davvero speciale perché interamente a colori e rivolto ai bambini. Abbiamo chiesto ad autori italiani e stranieri dediti alla ricerca, di misurarsi con una narrazione per piccoli sebbene non sia loro abituale. Crediamo infatti che soprattutto i bambini possano essere in grado di interiorizzare una proposta visiva anche sofisticata e che per raccontare storie per loro non sia obbligatorio affidarsi a cliché visivi e preconfezionati. Stiamo preparando anche nuovi libri: La coda del lupo di Marino Neri disegnato con un segno di pennello caldo ed evocativo, due libri di grande formato per dare spazio al disegno della tedesca Anke Feuchtenberger e della finlandese Amanda Vähämäki entrambi in collaborazione con D406, e infine Irene e i clochard, un libro bellissimo di Florent Ruppert & Jerome Mulot, due autori francesi inediti in Italia che arrivano proprio dal mondo dell’arte contemporanea e che saranno ospiti a marzo a Bilbolbul il Festival internazionale del fumetto di Bologna. Sotto: “Bruno è hans”, Stefano Ricci A fianco, dall’alto: “Deposto”, Rosario Vicidomini “Paesaggio urbano”, Lorenzo Mattotti “Giovane donna non si innamora”, Nanni

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a cura di Sonia Vigo e Francesca Di Giorgio

rapture

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Un anno di Arte e Moda. Prêt-à-porter “à la carte”...

Le grandi maisons di moda internazionali scelgono – nell’era imperante di internet, e-book e applicazioni da iPad – la monumentalità di un’edizione deluxe cartacea che non passa inosservata. Le griffes scelgono di comunicare se stesse in occasione dell’anniversario: 30 anni PRADA (2009), gli ultimi 10 di Marc Jacobs per Louis Vuitton (2009), Cento anni di tessuti, innovazione, qualità e stile di Ermenegildo Zegna (2010), 125 anni a casa Gherardini (2010). Pronta anche la prima monografia di KENZO: i suoi primi 40 anni sul mercato. Affidano la loro immagine a progetti dal sapore tradizionale ma dall’animo up to date. Lontani dagli stereotipi che le vorrebbero devote ai party a go go, il bello si gioca (e non è un segreto) nel backstage, nella bottega, nell’opificio che co-

struisce day by day un’immagine che si sublima in memoria collettiva. Accanto alla storia di un brand, i volti diventati icone del contemporaneo: eccellenti mediatori, se non artefici stessi, di nuovi stili di vita... (v. Fashion:Box, Contrasto, 2010) Nell’ultimo anno diverse celebrazioni... qui, un diario per immagini ne raccoglie alcune dove il fascino di uno scatto in bianco e nero sfuma nel colore di una nuova idea, di una nuova location, di un altro progetto che nasce... Nell’attesa, dal regno dell’imponderabile (anche se il diavolo vesta Prada ormai è una certezza) si può uscire fuori, se non con un abito prêt-à-porter, almeno con la leggerezza libera dal peso delle cose... (F.D.G.)


- PRADA: creatività, modernità e innovazione. Progetto Prada Arte, 2009, 708 pp., euro 100,00

- Ermenegildo Zegna. Cento anni di tessuti, innovazione, qualità e stile, AA.VV., con racconti fotografici inediti di Mimmo Jodice, Mattias Klum, Patrick Cariou e Roberto Cecato, SKIRA, 2010, 408 pp., euro 80,00 Nella pagina precedente: Stage PRADA “Fantasia”. Sopra, in alto: primo store PRADA, Galleria Vittorio Emanuele II Milano, photo credit Armin Linke. A lato: primo Ermenegildo Zegna Global Store aperto in Asia, Shinjuku, Tokyo, 2009, arch. Peter Marino, photo credit Takeshi Nakasa. Sotto: ADV 1994, photo credit Claus Wickrath.

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à la Maison... foyer d’arte, moda e architettura. La storia del sodalizio trentennale, tra Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, comunica tramite l’indiscutibile tocco, dai grandi eventi, agli annunci su eBay, fino ai nuovi centri di divulgazione dell’arte della moda – gli Epicentri Prada – ma sempre memore dello storico negozio che nel 1913 inaugurò in galleria Vittorio Emanuele a Milano. La stessa apertura ai linguaggi che Louis Vuitton ha più volte mostrato con i pattern delle borse di Takashi Murakami o con i suggestivi allestimenti delle vetrine commissionate a Olafur Eliasson, sino all’imminente apertura a Parigi della Fondation Louis Vuitton, edificio in vetro su progetto di Frank Gehry che accoglierà il profondo legame della griffe con l’arte contemporanea. Nelle case della sartorialità si celebrano anniversari con generazioni di prodotti di anima robusta, come il marchio Ermenegildo Zegna che da mente a mano, attento ai materiali, consacra la tecnica. Da un astuccio con le dorature dei palazzi rinascimentali alla lettera “g” della casa fiorentina Gherardini, alla rivoluzione del prêt-à-porter di Walter Albini, gli anni ‘20 del Gatsby-look e la sua donna asciutta. Tutti così solidamente risolti in qualità e stile da diventare emblemi, come da libro, icone scelte da icone, in un gioco reciproco di rendersi immortali… (S.V.) - FASHION:BOX. I classici della moda, le icone che li hanno resi immortali. Testi di Antonio Mancinelli, Contrasto, 2010, 480 pp., euro 28,00

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- GHERARDINI. Testi di Eva Desiderio, Electa, 2010, 160 pp., euro 40,00

A lato: Gherardini, store. Photo credit Pierpaolo Pagano. Sopra dall’alto Katharine Hepburn, Il lungo viaggio verso la notte, 1961© Bob Henriques / Magnum Photos; Ornella Muti e Marcello Mastroianni in “Giallo napoletano“ (1979), diretto da Sergio Corbucci.© Gherardini / Dadorosa S.r.l.. Nella pagina successiva: ritratto di Walter Albini per la campagna pubblicitaria della collezione P/E 1977. Foto e courtesy Maria Vittoria Backhaus.


- Walter Albini e il suo tempo. Lâ&#x20AC;&#x2122;immaginazione al Potere. Un libro e un progetto della Fondazione Pitti Discovery, a cura di Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi, copertina: artwork di Francesco Vezzoli, Collana Mode, edizioni Marsilio - Fondazione Pitti Discovery, 2010, 225 pp., euro 34,00 - KENZO. Antonio Marras e Kenzo Takada, testo di Olivier Saillard, contributi di Bradley Quinn e Catherine Ormen, prefazione di Francesco Bonami, 2010, Rizzoli , 280 pp., euro70,00 - Louis Vuitton. Arte, Moda e Architettura, Rizzoli illustrati, 2009, 404 pp., euro 85,00

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Pier Paolo Pancotto. Arte contemporanea: dal Minimalismo alle ultime tendenze

Achille Bonito Oliva. Enciclopedia delle arti contemporanee

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Nell’età del world wide web, dell’e-book e dei new media l’operazione editoriale enciclopedica avviata da Achille Bonito Oliva arriva come un flash inaspettato. Nonostante il termine enciclopedia suoni un po’ âgé se ne rispolvera con piacere uno degli obiettivi principali: mettere in dialogo le conoscenze. Nel “cerchio del sapere” specialistico di ABO convergono otto sezioni tematiche – musica, architettura, arti visive, cinema, new media, teatro, fotografia, letteratura – approfondimenti a loro volta contrappuntati da schede critiche inerenti il tema. Il filo che tiene insieme questo primo tomo scorre sulla linea del “tempo”. Il tempo comico, elemento trasversale, scardinatore di linguaggi e insieme strumento munifico di nuove vedute sul mondo. L’introduzione generale è affidata all’impegnativa disamina filosofica di Massimo Cacciari a cui fanno seguito I portatori del tempo, così definiti da Bonito Oliva, gli intellettuali chiamati a traghettare il lettore in un percorso fluido e denso di reciproci rimandi agganciati ad un pertinente corredo iconografico. (Francesca Di Giorgio)

Titolo: Enciclopedia delle arti contemporanee A cura di: Achille Bonito Oliva Autori: AA.VV. Editore: Electa Anno di edizione: 2010 Pagine: 520 Prezzo: euro 75,00

Il testo dello studioso Pier Paolo Pancotto, Arte contemporanea: dal Minimalismo alle ultime tendenze, da poco dato alle stampe, costituisce un’importante ricognizione dello stato attuale dell’arte contemporanea. Un lavoro accurato e minuzioso che, oltre a citare nomi, lavori, date e mostre di rilievo, tenta di cucire insieme esperienze solo apparentemente distanti l’una dall’altra secondo un’aggiornata e impegnativa ricerca metodologica. In particolare negli ultimi due capitoli: Le radici dell’arte odierna e Una Babele linguistica, dedicati rispettivamente agli anni ‘80 e alla fase più precipuamente contemporanea della storia dell’arte, dove sono indagati fenomeni come l’impegno sociale e l’arte ambientale in una prospettiva e con uno sguardo circolare e globale. Un libro dallo stile chiaro ed incisivo, forse un po’ sbilanciato verso Usa e Germania e poco aggiornato sulla video-arte ma indubbiamente tra i migliori testi in circolazione, soprattutto per lo sforzo di ricostruzione storica della contemporaneità. (Laura Fanti) Titolo: Arte contemporanea: dal Minimalismo alle ultime tendenze Autore: Pier Paolo Pancotto Editore: Carocci editore Collana: Quality paperbacks Anno di edizione: 2010 Pagine: 171 Prezzo: euro 18,00


Denis Curti / Sara Dolfi Agostini. Collezionare fotografia. Il mercato delle immagini

Quello che Silvia Segnalini, avvocato e docente all’Università di Roma La Sapienza e appassionata collezionista, ha consegnato alle stampe è uno strumento utilissimo ad ogni operatore, appassionato e frequentatore del mondo dell’arte, un mezzo indispensabile per districarsi nel complesso, e spesso troppo tecnico, ambito del diritto. Caratterizzato da uno stile diretto ed immediato, il suo linguaggio si rende semplice e chiaro nella spiegazione delle norme legislative che regolano e disciplinano gli aspetti della gestione dei beni culturali in genere e, allargando la sfera ai possibili destinatari finali, offre questo testo come valido strumento agli artisti, critici, galleristi, collezionisti, antiquari… La completezza del lavoro della Segnalini si rileva anche dall’attenzione particolare rivolta ai contesti più attuali della nostra contemporaneità come la moda, il design, la fotografia, il video, la performance e l’arte digitale, di cui potrebbero non essere note le norme che ne disciplinano giuridicamente la cura e che nel suo lavoro sono invece incluse e precisate. (Matteo Galbiati)

Titolo: Dizionario giuridico dell’arte. Guida al diritto per il mondo dell’arte Autore: Silvia Segnalini Editore: Skira Collana: Skira Paperbacks Anno di edizione: 2010 Pagine: 272 Prezzo: euro 30,00

Titolo: Collezionare fotografia. Il mercato delle immagini Autori: Denis Curti e Sara Dolfi Agostini Editore: Contrasto Anno di edizione: 2010 Pagine: 317 Prezzo: euro 21,90

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Silvia Segnalini. Dizionario giuridico dell’arte. Guida al diritto per il mondo dell’arte

Denis Curti direttore della sede milanese dell’agenzia fotografica Contrasto e Sara Dolfi Agostini critica d’arte per Il Sole 24 ORE e il magazine Arte e Critica curano un testo che, a dispetto del titolo, va oltre l’apparente impostazione da manuale. Gli strumenti forniti al lettore per districarsi nel campo incerto della fotografia investono gli aspetti più svariati: dalla storia del mezzo e suoi sperimentatori, ai contesti in cui si sviluppa e con i quali viene a contatto come semplice medium, prima, e opera d’arte, poi, fino a temi più concreti di attribuzione di valore economico, difficile da stabilire con regole univoche ed oggettive. Strutturato in capitoli brevi, interconessi ed integrati da “Focus on” - centrati maggiormente sull’aspetto del mercato - il volume si presta ad un’agile lettura anche perché attinge da ricerche nate in ambito universitario. Ribaltando il volume, una serie di cases histories e schede su questioni conservative e tecniche di stampa. (Francesca Di Giorgio)


a cura di Gabriele Tinti

Christian Chironi Cristian Chironi è un artista che da sempre si ispira al mondo dello sport e perciò non potevamo non coinvolgerlo in questo corso di interviste e di riflessioni. Un artista “tutto muscoli” quindi, che è rimasto tale anche negli ultimi lavori in cui ha deprivato momentaneamente la propria ricerca, i propri progetti, dai riferimenti a quel mondo. Gabriele Tinti: Cristian, gran parte del tuo lavoro si riferisce allo sport. Vorrei cominciare col chiederti che senso ha parlare di sport, di spirito sportivo oggi e quale significato assume nel tuo lavoro. Cristian Chironi: C’è stato un importante momento della mia ricerca in cui ho usato come pretesto il

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gioco del calcio. Per me, per la mia famiglia, è qualcosa di importante. Intere generazioni dei Chironi lo hanno praticato, me compreso. Lo sport è vita. Parlarne permette di avere una lente di ingrandimento per osservare tutto ciò che ti accade attorno. Volevo avere un luogo comune, un elemento che mi permettesse di coniugare insieme più cose. L’arte, poi, come il calcio, parafrasando Jean Paul Sartre, è un’ “autentica” metafora della vita ed è governata da principi, regole e significati analoghi. Il football è immaginazione, storia, memoria collettiva, aggregazione, illusione, proiezione, passione, adrenalina. Il tuo è anche un lavoro sulla memoria. Una memoria individuale, localizzabile (nella tua


terra, nella tua infanzia) ma che diventa, nella condivisione che lo spettatore prova avendo vissuto tempi anche se non luoghi analoghi, universale. I tuoi lavori degli inizi (Untitled #1 e #2, Lina e Le Petit) sono tutti centrati sulla figura di tua madre. Con Poster, il primo che ha a che fare con lo sport, passi a lavorare, quasi come fosse un naturale sviluppo, su tuo padre, sull’eredità che ti ha lasciato fatta soprattutto di cultura sportiva, di amore e di sacrifici vissuti per il calcio. Che cosa ha rappresentato per te questo passaggio? Che importanza ha avuto nel prosieguo del tuo lavoro? Il mio è anche un lavoro sulla memoria, ma non soltanto. Questa è una delle chiavi di lettura della mia ricerca ma non l’unica. Gli elementi autobiografici mi interessano relativamente. Quello che inseguo è il rapporto con l’immagine. La foto della donna vestita con l’abito bianco era perfetta per la sua iconicità, che ben si prestava ad ogni presupposto; come quello di conferirgli tridimensionalità in un altro spazio e corpo. Potevo anche non sottolineare questo aspetto, in quanto l’opera funziona al di là dello svelamento. Circa la continuità è vero, il passaggio tra i lavori, come dici, è stato naturale. In Poster abbandono l’indagine sull’identità femminile per sondare i modelli maschili. Con mio padre mi diverto tuttora a guardare l’album della raccolta di foto di annate calcistiche. Le ritengo anche un’ar-

“Gap #1”, 2008, inkjet print from scanned negative d-bond, pvc-forex backing according to print size, white wood frame, in different format, courtesy dell’artista

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“Gap #2”, particolare, 2008, inkjet print from scanned negative d-bond, pvc-forex backing according to print size, white wood frame, in different format, courtesy dell’artista


chiviazione generazionale di una comunità. Quello che mi colpì la prima volta che le vidi, era che a destra o a sinistra degli uomini schierati, c’era sempre un vuoto; capii che la fotografia poteva darmi l’opportunità di inserirmi in quello spazio e in quel tempo, mettendomi in posa con i giocatori ritratti. La performance in questo caso nasce da una fotografia e alla fotografia ritorna. Da quelle piccole foto conservate nell’album, ho realizzato dei poster in PVC in scala reale, rifacendo le stesse casacche e utilizzando lo stratagemma di un rialzo in plexiglas trasparente, per attuare il meccanismo di una finzione svelata. Più come attraversamento che inganno. È stato un passaggio fondamentale, che ha aperto la mia ricerca al sonoro, al site specific, all’installazione. Mi piace che all’estero gli riconoscano uno stile italiano. Tra le immagini c’è ne una del 1975 circa, i giocatori sono immobili davanti allo scatto fotografico, entro a far parte del loro schieramento dinanzi al pubblico e il sonoro del TG1 annuncia l’omicidio di Pier Paolo Pasolini… Già Pasolini. Propp (2008), rimanda all’ipotetico titolo che lo scrittore diede al suo possibile saggio sul calcio come sistema di segni. Con Propp ragioni sul calcio come linguaggio, come codice al cui interno si svolgono delle azioni come attualizzazioni di infinite possibilità combinatorie. Lo fai al tuo solito modo, combinando immagini

video (questa volta declinate in un’estetica minimale e geometrica), fotografia e performance. Vuoi parlarci di quanto è importante e che cosa significa per te questa intrusione in modi di rappresentazione differenti? In Propp ogni elemento si richiama e si completa vicendevolmente come in un’impostazione tattica di una squadra, in cui ogni componente con le proprie caratteristiche, deve saper interagire alla perfezione con il resto del gruppo. I diversi modi di rappresentazione permettono di esplicare al meglio la comunicazione che sta alla base di un determinato lavoro. Introdurmi all’interno di una nuova rappresentazione è inoltre motivo di sperimentazione e ricerca. Il concetto stesso di intrusione è alla base del lavoro, vi è talvolta un “entrare” all’interno di un’immagine, non solo fisicamente, ma con l’immaginazione e in stretto rapporto tra bidimensionale e tridimensionale, conflitto e integrazione, passato e presente, materiale e immateriale. Mi riferisco ad ogni situazione in cui si faccia uso di creatività e immaginazione nella ricerca di una conoscenza. Talvolta uso la fotografia o il fotografico, altre volte la performance, il video, l’installazione o il disegno; l’arte in contesti pubblici e in una valenza site specific; recentemente mi sono avvicinato ad un’idea di scultura come sottrazione e in questo momento uso il cutter per prelevare, dalle immagini

“Offside #4”, 2007, analog photo print on d-bond, pvc-forex according to print size, black wood frame, in different format, courtesy collezione privata e dell’artista

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“Propp #1”, 2008, graphics and photo from scanned negative, inkjet print, black wood frame and forex mount, dimensions 207 x 87cm, courtesy Placentia Arte e dell’artista

Gap invece parte dalla guerra – la Seconda Guerra Mondiale con i suoi orrori vissuti nei campi di prigionia – e dalla passione per la fotografia del tenente Vittorio Vialli che, chiuso in quei campi rappresentava clandestinamente (e quanto coraggiosamente!) ciò che vi succedeva attraverso i suoi scatti rubati. In questa occasione utilizzi il calcio per farci entrare con più decisione all’interno del dramma della guerra, portandoci indietro all’emozione liberatrice che una partita dava ad ogni prigioniero, a quell’emozione la sola capace di far dimenticare la propria condizione, di far sognare ancora. Il lavoro nasce studiando l’archivio fotografico dell’Istituto Parri Emilia-Romagna. Tra le tante immagini sulla Seconda Guerra Mondiale, mi hanno particolarmente colpito quelle appartenenti al fondo Vialli. Ma è tutto l’atteggiamento degli IMI (internati militari italiani), a catturare la mia attenzione: la forza di una generazione che nasce da un rifiuto collettivo e che sceglie di soffrire piuttosto che passare al collaborazionismo. Il mio rapporto con questo periodo storico nasce da un’esigenza di ri-editare questa determinazione. Nella rappresentazione utilizzo il calcio ancora una volta come luogo comune. L’opera Gap #2 per esempio, è una sorta di fotocronaca. Immortala una partita disputata dagli internati. La torretta fa da corner e sancisce lo spazio geometrico, così come tutto il contesto attorno. In alcuni lager di detenzione militare, si svolgeva un vero e proprio campionato di calcio tra detenuti e le stesse sentinelle tedesche si fermavano ad assistere alle partite. Attraverso la metodologia di lavoro en-

tro in campo e partecipo all’azione da gioco. Il football rappresenta in questa immagine un momento di normalità all’interno dell’anormalità del lager. La partita è intesa come vero e unico momento di evasione.

Cristian Chironi nasce nel 1974 a Nuoro. Tra le recenti personali: 2010 - Hypnerotomachia, Galleria Biagiotti, Firenze, a cura di P. Gaglianò. 2009 - DK, Art Fall 09, Padiglione d’Arte Contemporanea di Palazzo Massari, Ferrara, a cura di S. Fanti. Tra le recenti collettive: 2010 - Spectator is a worker, in Tina-B Contemporary Art Festival, Jòb Gallery, Prague, a cura di D. Capra. - City Limits - Close your eyes and dream, Tongji University, Shanghai, China, a cura di L. Panaro. 2009 - Rereading the Image - Photography as storage of meaning (Italy 1970-2009), Prague Biennal Art 4, Karlin Hall, Prague, a cura di L. Panaro.

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contenute nei libri, tutto quello che è in via di estinzione o sta per sparire.


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â&#x20AC;&#x153;Il peso del tempo sospeso/sumoâ&#x20AC;? (particolare), 2003, fiberglass cm 150x150x190.


Stefano Bombardieri intervista di Ilaria Bignotti

Rinoceronti sospesi a mezz’aria, o appesantiti da un grosso bagaglio, un leviatano trascinato da una bambina, il camion container schiantato in un museo, ma anche lottatori di sumo, elefanti, coccodrilli, gorilla, ippopotami: sono questi i personaggi onirici e spaesanti creati da Stefano Bombardieri, artista bresciano noto a livello internazionale per le sue installazioni XXL, che abbiamo incrociato per le strade di una città o in ampie sale espositive. A Ferrara li ha portati tutti, o quasi, i suoi animali, liberandoli per le piazze, i musei e gli spazi cittadini, lasciando sostare una tigre sotto l’abside del Duomo, portando i passeggeri della sua Arca di Noè al Museo di Storia Naturale, mentre il rinoceronte con il suo pesante fardello procede lento sul ponte del Fossato del Castello degli Estensi. Ma stavolta qualcosa è cambiato: molti animali recano sul corpo un numero formato da led luminosi, a dichiarare quanti esemplari di quella specie siano ancora in vita. Ecco spiegato anche il titolo del progetto, The Faunal Countdown, ideato per l’anno mondiale della biodiversità grazie alla collaborazione tra MLB Home Gallery e il Museo di Storia Naturale di Ferrara e patrocinato dal Ministero dei Beni Culturali. Una mostra di “art-safari urbano” che, con il nuovo anno, si sposterà a Istanbul in primavera, in estate in Sardegna, a Dubai in autunno e a Pechino in inverno: un vero e proprio giro del mondo, insomma.

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“Bagaglio in castello” (particolare), 2010, fiberglass cm 350x160x220. Photo credit Marco Caselli Nirmal.

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Ilaria Bignotti: Stefano, cosa succede? Con quel conto alla rovescia applicato sui tuoi animali stai forse “facendo i conti” con il tuo lavoro e avviando una nuova direzione della tua ricerca? Stefano Bombardieri: Diciamo che attraverso questo progetto espositivo le mie opere hanno già assunto un significato diverso: se fino ad oggi erano metafore per dire altro, come suggerivano i loro titoli, a Ferrara gli animali tornano ad essere, semplicemente, animali. Ovvero, testimoni di un pericolo esistente, quello della loro estinzione. In questo senso sì, la chiave di lettura è diversa; quanto al mio lavoro, in realtà, da sempre, abbraccia due prospettive. Una più emozionale, legata all’impatto che suscitano le mie opere di grandi dimensioni e spesso inconsuete rispetto agli spazi in cui sono collocate. Questa è la parte di me più nota e letta dal pubblico e dalla critica, ovviamente. Ma vi è un altro aspetto della mia ricerca, più concettuale, essenziale, più assoluto e anche più “duro”. Lo puoi trovare sempre a Ferrara, in questi mesi, in un’altra mostra curata ancora da Maria Livia Brunelli nella sua Home Gallery: Natura morta/viva. Conversation avec Chardin, un omaggio, o meglio un dialogo, con il cosiddetto pittore del silenzio esposto in contemporanea a Palazzo dei Diamanti. Fin dall’immagine dell’invito, in effetti, per chi ti conosce come l’artista dei grandi animali esotici

o delle opere extra large per spazi altrettanto over-size, sarà di certo una sorpresa vedere il tuo nome associato a un teschio con due bicchieri vuoti e una tavola nuda e cruda... Questo progetto mi ha infatti permesso di rendere esplicita la componente più nascosta, eppure fondamentale della mia intera ricerca. Ispirandomi all’opera di Chardin, che rivoluzionando il modo di dipingere la natura morta introdusse oggetti d’uso comune nelle sue composizioni pittoriche, ho utilizzato cose recuperate direttamente dal mio studio: scatole di ferro grezzo entro le quali ho disposto una serie di animali imbalsamati appartenenti alla collezione del Museo di Storia Naturale di Ferrara, gli stessi animali che Chardin utilizza nelle sue composizioni di nature morte; ma nella mia installazione, gli animali sembrano vivi, quasi sul punto di andarsene dalle basi su cui si ergono e guardano il pubblico. Un’altra opera consiste in una tavola apparecchiata con piatti, bicchieri, posate, completamente color cenere, come se fossero coperti dalla patina di un tempo sospeso. I convitati sono assenti, ma ne percepiamo la presenza invisibile dai fremiti e dai tintinnii che misteriosamente escono dagli oggetti sul tavolo. Ho conversato con Chardin, dunque, parlandogli della mia visione di una natura morta che è sempre pronta a vivere, a rimettersi in moto, in costante trasformazione come i nostri sogni e i nostri ricordi...


Selezione mostre personali recenti: 2009 - The animals countdown, a cura di A. C. Bellati, Galleria Della Pina Arte Contemporanea, Pietrasanta (LU) 2007 - Man Ray e Stefano Bombardieri, a cura di F. Farina e M. L. Brunelli, MLB Home Gallery, Ferrara Selezione mostre collettive recenti: 2008 - Expo-Terra, Tour & Taxis Gallery, Bruxelles - Le temps au temps, Riff Art Project Gallery, Strasburgo, Francia - Emergenze Creative, a cura di M. L. Brunelli, Museo MAR, Ravenna 2007 - 52° Biennale di Venezia, ospite del Padiglione della Repubblica Araba Siriana, Venezia - Il settimo splendore. La modernità della Malinconia, a cura di G. Cortenova, Palazzo Forti, Palazzo della Ragione, Verona

È come se nel tuo lavoro si respirasse un costante gioco di opposti: benché i tuoi soggetti siano spesso esseri viventi, per i materiali con cui sono creati e il contesto in cui li collochi paiono svaporare nel mondo dell’artificio e del sogno; per le loro grandi dimensioni e le collocazioni, le tue opere possono essere considerate monumenti contemporanei, eppure, al contempo, paiono alludere costantemente a qualcosa di esclusivamente intimo, personale... Da un lato, da artista, avverto l’urgenza di dover “fare uscire”, esporre al mondo il mio lavoro; dall’altro desidero e cerco il mistero, avverto la necessità di non svelare che cosa le mie opere simboleggino o a cosa alludano, perché ciascun animale, qualsiasi soggetto da me ideato e creato, è la trasfigurazione di un mio pensiero, di un mio sentimento, di un sogno o di un incubo che sono assolutamente personali, e gelosamente “miei”. Come leggi oggi, guardando indietro e in prospettiva, il tuo lavoro? Credo che “il coraggio di osare” sia la frase con la quale posso racchiudere tutto il mio percorso: di osare nelle scelte del soggetto e della sua collocazione, assolutamente dipendenti l’uno dall’altra e sempre pensati in relazione; di osare con i materiali e con la tecnica, attentamente padroneggiati grazie ad una lunga ricerca; di osare con i miei sogni e con i miei incubi, trasformandoli in visioni che diventano pubbliche, eppure resta la componente del mistero; di osare con il mito e con la metafora, che si trasformano in immagini ingombranti, enormi, come il bisogno di esprimerci, di guardarci dentro; di osare,

Eventi in corso: Stefano Bombardieri. Natura morta/viva. Conversation avec Chardin a cura di M. L. Brunelli MLB Home Gallery, Ferrara Fino al 23 gennaio 2011

The Faunal Countdown. Rassegna d’arte invadente a cura di M. L. Brunelli Città di Ferrara, Museo di Storia Naturale e sedi varie Fino al 25 gennaio 2011 Gallerie di riferimento: Bel-Air Fine Art Gallery, Ginevra (CH) Della Pina Arte Contemporanea, Pietrasanta (LU) Galleria Ferrero, Nizza Marchina Arte Contemporanea, Brescia MLB Home Gallery, Ferrara Riff Art Project Gallery, Parigi

infine e innanzitutto, con la scultura, considerandola un mezzo necessario per arrivare a dire, o meglio a raccontare, una forma possibile della mia storia e delle mie visioni.

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Stefano Bombardieri è nato nel 1968 a Brescia. Vive e lavora tra Brescia, Svizzera, Francia e Germania.

“Natura morta/viva”, 2010, stampa su alluminio, cm 70x100.


PARCO

Pordenone ARte COntemporanea

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato” di Elena Paloscia

dossier luoghi/spazi

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A Pordenone l’arte contemporanea raddoppia e conquista ben 2000 mq: da novembre 2010, infatti, le sedi dedicate all’arte contemporanea saranno due, entrambe sotto l’acronimo di PARCO, Pordenone ARte COntemporanea. L’inaugurazione del nuovo museo di arte contemporanea, uno dei pochi in triveneto, si inserisce in un piano di implementazione del sistema museale della città. L’edificio di Villa Galvani, che risale alla fine del Settecento ed è immerso in una delle aree verdi più importanti della città, già sede staccata del Museo Civico d’Arte di Palazzo Ricchieri, rinnova la sua vocazione come spazio espositivo grazie ad un completo restauro che l’ha reso più funzionale e moderno. Il progetto di riqualifica dell’area ha previsto anche l’ampliamento con la costruzione, a cura di Ugo Perut e dello studio Furlan&Pierini, di un fabbricato contemporaneo che risponde ai più aggiornati criteri museografici. Dotata di quattro grandi sale espositive con soffitti che raggiungono anche i sei metri di altezza e una terrazza che unisce i due corpi di fabbrica, e che si affaccia sul laghetto del parco, la nuova struttura è stata appositamente concepita come luogo in grado di ospitare anche opere di grandi formato e sculture che potranno essere collocate anche en plein air. Il nuovo edificio, integrandosi con l’ambiente circostante dialoga con la villa preesistente, creando nuove opportunità di fruizione grazie anche a spazi dedicati ai servizi museali e

ad una sala conferenza in grado di accogliere oltre cento persone. Particolare attenzione è stata dedicata al contenimento del dispendio energetico mediante la realizzazione di un sistema di climatizzazione alimentato da una pompa di calore che utilizza la falda acquifera sottostante. L’architetto tedesco Thomas Herzog, invece, è l’artefice del ripristino della seconda sede espositiva dedicata all’arte contemporanea in città. La sede sita strategicamente in posizione centrale, era un edificio scolastico risalente al 1925; questo spazio di circa 750 mq è dotato di sette sale espositive. Nel restauro, che ha coinvolto anche la piazzetta interna sono stati messi in opera una serie di accorgimenti volti a


Nella pagina a fianco: Esterni spazio progettato da Thomas Herzog. Photo credit Elena Tubaro. In questa pagina: sotto Esterni. Photo credit Gianni Pignat, a lato Esterni della sede principale di PARCO Pordenone Arte Contemporanea. Photo credit Valentino Nicola.

PARCO - Pordenone ARte COntemporanea Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato” Mostre in corso: Jim Goldberg a cura di V. Fougeirol e M. Minuz In collaborazione con Magnum Photos PARCO2, Pordenone ARte COntemporanea, Galleria Arte Moderna e Contemporanea Pordenone “A. Pizzinato” Via Bertossi 9, Pordenone Info: 0434 392916 Fino al 30 gennaio 2011

Corrado Cagli e il suo magistero. Mezzo secolo di arte italiana dalla Scuola Romana all’Astrattismo. A cura di F. Benzi e G. Ganzer In collaborazione con l’Archivio Cagli PARCO, Galleria Arte Moderna e Contemporanea Pordenone “A. Pizzinato” viale Dante Alighieri 33, Pordenone Info: 0434 392935 Fino al 30 gennaio 2011

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rendere l’edificio il più possibile ecosostenibile. Gli ambienti sono stati isolati con materiali naturali e traspiranti, che insieme ad un attento studio della ventilazione interna, all’aumento dell’inerzia termica dell’edificio, alla riduzione delle temperature massime mediante una sistema di canalette in cui scorre l’acqua ed, infine, ad una illuminazione il più possibile naturale, concorrono a rendere questo spazio l’esempio concreto di una rifunzionalizzazione effettuata secondo regole all’avanguardia e perfettamente integrata nel tessuto urbano. La Galleria d’Arte Moderna che sarà intitolata ad Armando Pizzinato, uno degli artisti più noti del territorio, ha l’ambizioso obiettivo di essere al contempo polo museale che accoglierà parte delle collezioni civiche di arte contemporanea, e sede espositiva per importanti eventi culturali. Sarà l’occasione, non solo per alimentare l’interesse ed accrescere la sensibilità nei confronti delle arti visive da parte della cittadinanza ma, anche, di porsi quale punto nevralgico per nuove proposte ed esperienze. Giovandosi, in particolare, di una posizione strategica di confine che pone la città in relazione con Slovenia, Croazia ed Austria la città aspira ad essere un avamposto della cultura internazionale. Ciò sarà possibile creando una rete di relazioni con enti privati e pubblici che collaboreranno attivamente alla creazione di una programmazione di ampio respiro. Questi propositi sono confermati dalle due mostre inaugurali che il museo ha scelto di dedicare rispettivamente a Corrado Cagli, organizzata in collaborazione con l’Archivio Cagli di Roma e al fotografo statunitense Jim Goldberg realizzata in collaborazione con la Magnum.


Adobe Museum of Digital Media AMDM di Chiara Canali

progetti& dintorni

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Il concetto del Museo aziendale tradizionale, costituito da uno luogo fisico e da uno spazio web è stato interamente rivisitato e aggiornato dalla creazione dell’Adobe Museum of Digital Media (AMDM), un museo digitale architettato interamente on-line che ha inaugurato questo autunno. Si tratta di un ambizioso progetto nato dalla collaborazione dell’azienda Adobe con Piero Frescobaldi, co-fondatore della società di produzioni digitali unit9, con sede nel Regno Unito, e Goodby, Silverstein and Partners, agenzia pubblicitaria con sede a San Francisco. L’incontro dei visitatori con questa nuova e innovativa formula museale si sviluppa su vari livelli, attivati dalla connessione web al sito www.adobemuseum. com. La piattaforma interattiva offre tre possibilità: il primo pannello apre a un tour virtuale dalla struttura fantasmagorica e aerodinamica dell’edificio che ospita il Museo, studiata in toto dall’architetto italiano Filippo Innocenti, che presenta un ampio spazio centrale con auditorium per le mostre temporanee mentre le torri laterali ospitano le mostre passate e le opere della collezione permanente. Come recita la directory di presentazione del Museo, guidata da una voce metallica femminile, «La mission dell’Ado-

be Museum of Digital Media è di mostrare e preservare opere innovative e di mettere a disposizione un forum per commentare con esperti il grado in cui i media digitali modellino e influenzino la società d’oggi. Aperto 365 giorni l’anno, 24 ore al giorno e accessibile da ogni parte del mondo, AMDM è un luogo per riflettere sull’importanza e l’impatto dei media digitali sulle nostre vite. Il Museo è un deposito di mostre sempre in cambiamento. I percorsi espositivi saranno curati dalle personalità leader nel campo dell’arte, della tecnologia, dell’industria culturale, per stimolare dibattiti sempre freschi intorno al continuo evolversi del paesaggio digitale». Il pannello al centro espone un benvenuto del primo curatore dello spazio, Tom Eccles (Executive Director del Bard College Center for Curatorial Studies di Annandale on Hudson, New York), che per la prima mostra del museo ha invitato l’artista americano Tony Oursler. La sua video-conferenza farà anche da guida ad alcune parti della mostra motivando le ragioni di questa scelta. Infine il terzo pannello introduce direttamente alle mostre temporanee. Con Valley, Tony Oursler ha ideato un progetto site-specific per riflette sul modo attraverso cui abbiamo esplorato e utilizzato le nuo-


Adobe Museum of Digital Media – AMDM www.adobemuseum.com Progetto a cura di: Piero Frescobaldi e Filippo Innocenti Inaugurazione: 6 ottobre 2010 Mostra di apertura: Valley di Tony Oursler a cura di Tom Eccles Prossima mostra: Mariko Mori gennaio 2011 a cura di Tom Eccles Link per ulteriori info: www.adobe.com/adobemuseum/ blogs.adobe.com/conversations/2010/10/adobeunveils-new-digital museum.

Nella pagina a fianco: Adobe Museum esterni, NYC. In questa pagina, a lato: Adobe Museum interni; sotto: Adobe Museum interni tour; sopra: Adobe Museum Mostra “Valley”, Opera “Uncanny”.

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ve tecnologie nel nostro tempo. Si tratta di un lavoro che attraverso video, schermi televisivi e modelli interattivi ed elettronici indaga il tema della “valle del perturbante” coniata dallo studioso di robotica Masahiro Mori e relazionata a quella serie di pratiche e attività connesse con il mondo ramificato e tentacolare di Internet, che l’artista qui suddivide in 17 aree. Selezionando l’ingresso alla mostra, appare una lavagna nera in cui sono possibili diversi percorsi, appositamente studiati da Tony Oursler, che fanno interagire lo spettatore con un’opera in continua evoluzione. Dopo la mostra Valley è stato annunciato un evento dell’artista giapponese Mariko Mori e del grafico americano John Maeda, Presidente della Rhode Island School of Design. La programmazione delle mostre sarà serrata, con l’ambizione di un aggiornamento ogni trimestre, mentre i progetti archiviati saranno comunque disponibile per gli spettatori a tempo indefinito.


Manifesta 8 di Silvia Conta

progetti& dintorni

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Una Biennale migrante: se l’identità di Manifesta, la biennale europea d’arte contemporanea, è quella di essere itinerante e andare a collocarsi in zone che per vicende storiche e contesto culturale si configurano come crocevia, per l’ottava edizione si spinge ai confini dell’Europa indagando la relazione con l’area del Nord Africa. La ricerca si colloca in Spagna, territorio che per secoli ha accolto l’incontro tra le culture provenienti da entrambe e ne porta, vivi, i segni. Tre i team curatoriali chiamati a scegliere le linee guida di quest’indagine che è divenuta essa stessa centro propulsore di contaminazioni con un centinaio di artisti invitati a sperimentare. Abbiamo parlato con Hedwig Fijen, direttrice della Manifesta Foundation e di quest’edizione trans-continentale. Silvia Conta: A ottobre a Murcia e Cartagena (Spagna), ha preso il via l’ottava edizione di Manifesta. Perché è stata scelta quest’area? Hedwig Fijen: Abbiamo scelto questi luoghi perché zone di transito e incontro di culture. Argomenti quali migrazione, immigrazione, rifugiati, diaspora sono questioni culturali molto forti soprattutto in un tempo in cui i confini geografici sono strettamente definiti dalle condizioni economiche. Manifesta stessa, in quanto biennale itinerante che ad ogni edizione cambia la sua localizzazione, necessita di contributi di vario genere per esprimere libertà, per essere sta-

bile e per essere pronta a considerare i valori locali, regionali, nazionali e parallelamente l’insieme della più estesa comunità europea. Il concept di questa edizione ruota sull’identità della regione spagnola come melting pot di culture, in particolare rifacendosi al complesso legame che storicamente si è instaurato tra Spagna e Maghreb. Dove è nata questa esigenza? Con l’incremento del numero degli stati appartenenti all’Unione Europea, Manifesta vuole interrogarsi non solo sulle dinamiche interne ad essa, ma Sopra, sotto e a lato Tris Vonna-Michell, Balustrade, 2010. Commissioned and produced by Manifesta 8. Photo © Ilya Rabinovich. Courtesy of Manifesta 8.


anche sui rapporti con le regioni confinanti. Con quest’edizione abbiamo dato il via a questa apertura iniziando dall’Africa. Una delle ragioni per cui ci siamo mossi in questo modo è stata la ricerca della possibilità di rispecchiamento di momenti storici o di ideologie, come ad esempio quelle che sono state proprie dei paesi accomunati dal post-comunismo o dal post-colonialismo. Tutto ciò per connettere, confrontare, tentare di decifrare le diverse declinazioni di questi processi e delle comunità coinvolte e la loro relazione con la cosiddetta Europa. Nel concreto, per questa edizione come si è espresso tutto ciò? Per gli europei, soprattutto per via delle colonie, è sempre stato relativamente facile accedere al territorio africano, mentre non è mai avvenuto il contrario. Questo accade ancora oggi agli artisti africani. Per invertire questo squilibrio Manifesta ha invitato artisti provenienti da Algeria, Angola, Camerun, Etiopia, Ghana, Marocco e altri stati africani, spesso attraverso progetti di collaborazione con colleghi dell’Europa o del Medio Oriente, facendo in modo che gli artisti potessero vivere effettivamente la regione e incontrare nuove realtà. Abbiamo puntato l’attenzione sugli artisti emergenti di queste aree dell’Africa che non hanno un facile accesso alle strutture del cosiddetto mondo dell’arte.

Sopra Cuartel de Artillería, Pavilion 1, Murcia, Spain, 2010. Manifesta 8, the European Biennial of Contemporary Art. Photo © Ilya Rabinovich. Sotto Installation shot, Pavilion 1, (particolare). Photo © Ilya Rabinovich.

ne degli oltre cento artisti invitati e la realizzazione dei progetti: circa il novanta per cento delle opere esposte sono state commissionate per Manifesta 8, basandosi su di una ricerca condotta negli ultimi due anni partendo dal territorio.

Manifesta 8 9 ottobre 2010 – 9 gennaio 2011 Murcia e Cartagena (Spagna) www.manifesta.org www.manifesta8.com

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La biennale è stata realizzata mediante il concetto di collective curating. Cosa significa? Questo è uno degli aspetti fondamentali di Manifesta 8: accanto al collective curating è stato introdotto un direttivo artistico composto dai tre gruppi curatoriali stessi: Alexandria Contemporary Arts Forum, Chamber of Public Secrets e tranzit.org. Poiché il senso di collettività è basato sull’interazione, la International Foundation Manifesta ha voluto introdurre questa modalità per la scelta e l’elaborazione del concept generale di questa edizione, nonché per la selezio-


Un giorno di felicità 2010Miniartextilcomo di Matteo Galbiati

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Per la mostra del ventennale Miniartextilcomo si è concessa un’edizione più ricca e diversificata che mai: un grande numero di artisti internazionali dislocati in 10 sedi cittadine, 54 minitessili in concorso selezionati su 412 partecipanti da 40 paesi dei 5 continenti, interventi site-specific, un nutrito programma di eventi collaterali... Abbracciando lavori apparentemente lontani dal mondo del tessile per cercare di orientare l’interesse verso i nuovi linguaggi, questa esposizione, nell’unicità della sua storia e della sua consolidata tradizione in Italia, offre un ruolo attivo nella ricerca e nella sperimentazione dell’arte contemporanea nelle sue forme più attuali. In questa occasione incontriamo il prof. Luciano Caramel, curatore della mostra.

Matteo Galbiati: Per la mostra del ventennale, in una situazione generalmente difficile come quella attuale, avete voluto un titolo impegnativo, forte e carico di speranza: Un giorno di felicità. Cosa ha motivato tale scelta? Luciano Caramel: Nasce tutto dal titolo di un bellissimo romanzo del premio Nobel Isaac Bashevis Singer, un libro duro e triste in cui lo scrittore ripercorre gli anni dell’infanzia nel ghetto di Varsavia quando, nonostante l’asprezza dei tempi e della vita, riesce a gioire di un piccolo momento di felicità dato da un imprevisto guadagno. La felicità che vogliamo trasmettere non è quella dell’idiota, dell’ottimista o del qualunquista, ma di chi sa accontentarsi di poco; parliamo di possibilità propositive anche in un mo-


Il cuore della manifestazione, oltre gli interventi su grande scala e site-specific, è costituita dai minitessili – le dimensioni massime sono di 20x20x20 cm – per i quali è stato istituito un vero e proprio concorso. Cosa rappresentano per la manifestazione e che criteri adotta la giuria internazionale per l’assegnazione dei premi? Miniartextil oggi è ormai internazionalmente conosciuto per questi, ma già dalla prima mostra a Genova si parlò di minitessili, che sono sempre stati considerati come sculture nonostante contraddicano alcuni fondamenti dello statuto di questo linguaggio. Col tempo si è visto un innalzamento del livello qualitativo che ha portato al successo della manifestazione ed oggi siamo costretti ad operare una rigorosa selezione tra tutto il materiale che ci arriva. Si fa una pre-selezione per rimettere al giudizio della giuria (composta da me in permanenza e da un artista e uno studioso del tessile che cambiano ad ogni edizione) un nucleo di opere di maggior interesse e qualità. Si assegnano due premi: il premio Ratti (una scultura di Nicola Salvatore) e il premio acquisto Arte&Arte. Visitando la mostra, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, non si ammirano opere realizzate solo con materiali tessili: ci sono video, opere in carta, altre con la cenere... Come possono essere letti questi lavori nell’ambito dell’arte tessile? Quali criteri sono alla base della loro selezione? Da qualche anno seguiamo l’indicazione di presentare non solo opere tessili in senso stretto, cerchiamo di allargare l’orizzonte a tutto quello che si pone nella condizione di tessile, di tessitura, di rete in senso lato. Molte opere mutuano un linguaggio che deriva dal tessile e in questo senso guardiamo a tutta quell’arte che si applica a questo tema.

Che riscontro avete nel pubblico rispetto ad una manifestazione che volutamente lo raggiunge in un numero tanto vario di luoghi nella città? Il pregio di Miniartextil è di applicarsi al territorio, alla specificità delle sue tradizioni che per Como sono state la seta e la tessitura. L’arte si applica a questo. La volontà è quella di incontrare il pubblico e abbiamo sempre avuto riscontri positivi, ma per quanto riguarda la diversificazione delle sedi ci sono pro e contro: se si incontra la gente in luoghi diversi si devono valutare anche le difficoltà nel coordinamento di tutti questi. Il rischio è la dispersione eccessiva. Che bilancio fa di questi primi vent’anni? Un bilancio positivo anche per le collaborazioni e gli scambi nati negli anni dalla Sardegna alla Lituania; dal Museo di Storia del Tessuto e del Costume di Venezia a Montrouge vicino a Parigi. Poi quest’anno ci siamo concessi il regalo di una grande e impegnativa monografia che racconta tutta la nostra storia. Un volume importante e ricco di documenti e contenuti.

Un giorno di felicità. 2010miniartextilcomo. XX mostra internazionale di arte tessile contemporanea. A cura di L. Caramel Ex Chiesa di S. Francesco, Museo Didattico della Seta, Museo Civico Archeologico, Biblioteca Comunale, Teatro Sociale, Camera di Commercio, Chiostrino di S. Eufemia, Francesco Corbetta Studio, Hästens Store e Cassa Rurale e Artigiana Cantù, Como Organizzazione e ideazione: Associazione Culturale Arte&Arte, Como Info: www.miniartextil.it Tappe successive: Salon de l’Hotel de Ville Avenue de la République 43, Montrouge (F) 5 - 25 febbraio 2011 Museo di Palazzo Mocenigo, Venezia giugno-settembre 2011

Nella pagina precedente: Jurate Kazakevičiute, “Celestial Knights Virgo”, 2010, filo di ferro, cotone, tessuti sintetici, nylon, cm 112x50x20. In questa pagina, da sinistra: i Minitessili di Eglè Bernatonyté (“Honey day”, alveare, filo d’oro), Malu Bondanza (“Yes we can”, bacche di lago, fili di ottone, fili di seta), Minnamarina Tammi (“02042004”, filo, carta, tessuto) e Severija Incirauskaite Kriauneviciene (“Just married”, cotone, piastre ferro da stiro)

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mento difficile. Lo vedo come un titolo azzeccato e pieno di speranza.


Latifa Echakhch di Gabriele Francesco Sassone

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La GAMeC di Bergamo, parallelamente alla grande mostra dedicata al collezionismo in città – Il museo privato – presenta la prima personale in un’istituzione italiana di Latifa Echakhch. Nata in Marocco nel 1974, ha studiato in Francia e attualmente vive a Martigny, in Svizzera. Il suo lavoro, che rispecchia con forza questo sovrapporsi di culture, riflette sul concetto di identità come qualcosa di transitante. Il curioso titolo della mostra, Le rappel des oiseaux, è ispirato a un brano di Jean-Philippe Rameau, nel quale un ristretto gruppo di note si trasforma continuamente. Ma “rappel” in francese significa “richiamo”, riferendosi al rientro in scena del protagonista dopo l’applauso finale; quindi anche la mostra è divisa in due grandi sale, nelle quali i lavori sono allestiti con un raro senso della misura. Salta subi-

to all’occhio la scelta di materiali poveri affiancati a oggetti piuttosto semplici, come scarpe o pedine da gioco, che, una volta trattati, perdono il loro significato originale. Questo effetto di straniamento, secondo l’artista, consente allo spettatore di vedere le cose con uno sguardo nuovo. Per esempio, il grande tappeto da preghiera, di cui rimane soltanto il bordo, evoca un esotismo mediorientale distorto proprio perché è una produzione di bassa qualità e, dopo l’intervento, acquisisce la funzione di cornice. O ancora, Stoning, l’opera più riuscita, riflette su tematiche attuali che coinvolgono anche l’Occidente – il corpo femminile, il ruolo della donna – simulando uno scenario da lapidazione. Le pietre gettate a terra, in realtà mattoni che l’artista ha levigato fino a simulare sassi raccolti per strada, pilotano l’attenzio-


ne verso una piccola area vuota dove, si presume, giacesse il corpo esanime della vittima. In Le rappel des oiseaux non vediamo solo gesti d’abbandono o di violenza, ma anche intimi e delicati, appartenenti alla memoria dell’artista: Le thé de Said, una grondaia che riversa acqua in una teiera, oppure Skin, una linea giallastra che scorre lungo la parete ottenuta con una sostanza colorante che simula lo zafferano. Dunque, imitazione e identità in due domande al curatore della mostra, Alessandro Rabottini. Gabriele Francesco Sassone: La cosa che più mi ha colpito delle opere di Latifa Echakhch è, appunto, l’analisi fatta sull’identità. Cosa ne pensi del rapporto tra la figura dell’artista e questo particolare momento storico di frammentazione dell’identità?

Il tuo è un ruolo delicato, soprattutto perché ti obbliga a fare delle scelte. Anche se hai presentato artisti italiani – ad esempio Pietro Roccasalva e Meris Angioletti – cosa risponderesti a chi accusa il nostro sistema di preferire gli artisti stranieri? Non ho concepito il mio ruolo di curatore come quello di un funzionario che deve “proteggere” la produzione artistica nazionale. Secondo me l’arte, quando è buona, va promossa e discussa, non ha bisogno di essere protetta come una specie in via di estinzione. Il mio modo per valorizzare gli artisti italiani è inserirli, quando trovo il loro lavoro interessante, all’interno di un programma internazionale. È l’internazionalità del programma che garantisce visibilità a chi entra a farne parte, mentre se il carattere fosse locale e nazionale avrebbe una ricaduta solo entro i nostri confini. Latifa Echakhch. Le rappel des oiseaux A cura di A. Rabottini GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo via San Tomaso 53, Bergamo Info: 035 270272 Fino al 9 gennaio 2011

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ro che quello che stiamo vivendo sia un momento storico in cui l’identità è frammentata. Da più parti vediamo imporsi forme identitarie quasi calcificate, dal conservatorismo politico al fondamentalismo religioso, fino alla polarizzazione dei ruoli del maschile e femminile. Credo che negli ultimi anni ci siamo un po’ tutti rilassati sull’idea – data per scontata – di un’identità liquida e mobile, ma la realtà quotidiana ci parla di ben altre forme di immobilismo. Credo che un’artista come Latifa dimostri, ancora una volta, la necessità di scavare dall’interno i pregiudizi, svuotandoli della loro sostanza come fa lei con il con-

tenuto simbolico degli oggetti. Senza gesti eclatanti, perché l’arte è efficace quando lavora in profondità.

Nella pagina a fianco, “Le thé de Saïd”, Grondaia e teiera, 2010. Sopra a sinistra “Stoning”, Pietre, 2010. Entrambe vedute della mostra “Le rappel des oiseaux”, 2010, GAMeC, Bergamo. Courtesy l’artista e kamel mennour, Paris. Photo credit Jacopo Menzani. Sopra a destra “Le rappel des oiseaux”, 2010, veduta dell’installazione, GAMeC, Bergamo. Photo credit Jacopo Menzani.


Space Invader di Daniela Voso

Viaggia solo e si fa chiamare Space Invader, parla poco di poetica e molto di tecnica. Di lui si potrebbe dire che vive nell’omonimo video gioco degli anni ‘80, che aveva per protagonista una piccola astronave impegnata a difendere il mondo dall’invasione aliena. Da Parigi a Bangkok, Invader sta facendo il giro del mondo collezionando punti, mentre diffonde i suoi alieni: mosaici fatti di maioliche o di cubi di Rubik, che attacca in posti strategici. Maggiore la difficoltà dell’affissione - spesso senza autorizzazioni - maggiore la quantità di punti accumulata con un pezzo. Riproduzioni, cataloghi, mappe delle azioni, scarpe e altro fanno da corredo estetico e commerciale al suo lavoro, che oscilla tra i territori dell’arte e quelli del guerrilla-marketing. Ultime tappe: Roma e Tokyo, e ora è in mostra alla galleria romana Wunderkammern con una personale dedicata al suo intervento cittadino. Sui suoi metodi si è già detto molto, proviamo a vedere cosa c’è dietro.

Oltre agli alieni in pixel negli ultimi anni hai iniziato ad usare i cubi di Rubik, qual è il nuovo scopo? RubikCubism è un progetto molto differente, utilizzo i cubi di Rubik come supporto artistico. Sono fantastici. Dici di non essere un artista ma un “invader”. Qual è la differenza? Dicevo. All’epoca non era chiaro che il mio fosse un progetto artistico e così ho sfruttato questa ambiguità definendomi invader e non artista, accezione che a volte mi va stretta. Il lavoro di uno street-artist termina nell’azione? L’azione è fondamentale nel processo creativo di uno street-artist: è un particolare modo di creare. Quando metti un pezzo devi essere veloce e sei sotto adrenalina. Il pezzo è il risultato di un’azione ed è altrettanto importante, perché è ciò che resta. Nel linguaggio comune gli invasori sono coloro che conquistano un territorio con la forza e portano cambiamenti, conflitti, rivoluzioni. Qual è il tuo cambiamento? Probabilmente io rappresento un nuovo modo di essere artista. Spesso mi confrontano con altri. Il mondo è la mia galleria e la gestisco come preferisco. Il mio messaggio attuale è “DIY” (Do It Yourself, n.d.t.)

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Daniela Voso: Qual è il significato delle tue invasioni? Space Invader: Ci sono tanti aspetti dietro l’invasione, ma nessun messaggio diretto, solo il concetto del

video-game: un giocatore e una regola: «Invadere il pianeta con i mosaici space-invaders». È la mia pratica artistica e la mia vita. Invado dunque sono.

Progetti per il futuro? Sì molti. Stay tuned.

Invader, Casilina vecchia (particolare), Roma, 2010. Photo credit S. Schiavon. Courtesy dell’artista. Immagine di sfondo “Alias installati alla Wunderkammern”. Photo credit Alberto Guerri. Courtesy Wunderkammern.

Mostra in corso in Italia: Invader. Roma 2010 and other curiosities Wunderkammern Via Gabrio Serbelloni 124, Roma Fino al 21 dicembre 2010


GUEST di Silvia Conta

di pensiero, il punto nodale, la scelta e la responsabilità di quali opere esporre per presentare la propria ricerca ad un pubblico internazionale, sia lasciata agli artisti, a cui viene data una concreta opportunità di crescita e visibilità, e le cui opere sono poste al centro della scena e del dibattito di cui sono l’asse portante.

GUEST a cura di M. Messieri Museo San Francesco via Basilicius, San Marino orgenizzazione: Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino Info: 0549 885414 Appuntamenti: Carmen Einfinger – Gilberto Giovagnoli Testi critici di V. Dehò e S. Ugolini Fino al 5 dicembre Douglas Henderson – Elisa Monaldi Testi critici di V. Dehò e F. Buonfrate Fino al 24 gennaio 2011

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Connettere, dialogare, promuovere. Addentrandosi nel programma di Guest, il progetto organizzato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino e a cura di Massimiliano Messieri, appare una macchina complessa e insieme tanto perfetta da lasciare massima visibilità agli artisti, per aprire in modo ancora più deciso l’ambiente sammarinese al contemporaneo, non solo organizzando importanti mostre come negli ultimi anni, ma attivando sinergie che collochino la Repubblica in una condizione di effettivo scambio a livello internazionale. Guest è, infatti, soprattutto un’occasione per artisti, critici e curatori di San Marino di entrare in un dialogo costruttivo con artisti e critici internazionali. Il che si traduce, non secondariamente, in un’indagine sulle proposte artistiche presenti sul territorio. In questo progetto, declinato attraverso una triade di bi-personali, che si svilupperà in un triennio, nulla è lasciato al caso: in ciascuna l’opera di un artista sammarinese viene posta in relazione con il lavoro di un artista di diversa provenienza e da anni attivo a livello internazionale. Il progetto è supportato da un critico militante, quest’anno Valerio Dehò, affiancato in ogni bi-personale da un giovane critico sammarinese, fino ad ora Francesca Buonfrate, Martina Selva e Sara Ugolini. La mostra che ha aperto l’intero ciclo, in cui nelle coppie gli artisti sono accomunati dal medium attraverso cui lavorano, ha coinvolto la genovese Daniela Carati e Nico Macina, la cui ricerca si rivolge alla fotografia e alla sua elaborazione. La seconda, attualmente in corso, ha chiamato l’angloamericana Carmen Einfinger e Gilberto Giovagnoli con opere di pittura e disegno, mentre per la terza, dal 17 dicembre, sono invitati l’americano Douglas Henderson e Elisa Monaldi con lavori di tipo installativo. In occasione del finissage, a fine gennaio, sarà presentato anche un catalogo con una ricca documentazione. È interessante notare come, a fronte di una notevole struttura organizzativa e una costante elaborazione

Daniela Carati, “Faccia a faccia con la Bellezza”, 2010, lambdaprint montata su plexiglas e forex, cm 74x99. In alto Nico Macina, “Special Guest”, 2010, stampa al plotter su tela montata su telaio di legno, cm 100x900.


Incontriamo Ruggero Maggi artista e promotore di progetti indipendenti e trasversali. Ci racconta pillole di storia di Mail Art, e suoi derivati, in occasione di generAction un promemoria per le generazioni che lo vede, ancora una volta, in veste di curatore. «Rassegna di oltre 300 artisti e che ha in programma di viaggiare in Francia Portogallo ad Oporto, a Cuba e forse in Russia» dice Maggi. La materia prima per gli artisti coinvolti? Migliaia di Post.it gialli a formare un quadro dinamico e compositivo...

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GenerAction un promemoria per le generazioni

intervista a Ruggero Maggi di Francesca Di Giorgio

Newsletter #45 – 6 OTTOBRE 2010

Francesca Di Giorgio: generAction si inserisce nell’attività espositiva della Galleria di Arti Visive dell’Università del Melo di Gallarate. L’Arte Postale predilige spesso location non convenzionali... Ci introduce il progetto e la scelta di questa sede? Ruggero Maggi: Ho sempre sostenuto che l’Arte Postale non sia un movimento artistico, o almeno non lo sia nell’accezione comune del termine; si potrebbe definire come un grandioso schema di insieme, dove le singole voci formano un processo interattivo sfruttando le infinite potenzialità di questo sistema globale di comunicazione creativa che porta a pensare alla Mail Art come ad un Network mondiale in opposizione al “Sistema Ufficiale” dell’arte. Io stesso, durante un “Congresso Decentralizzato di Arte Postale” che organizzai nel 1986, sollecitato a dare la mia opinione su questo argomento risposi così: La Mail Art usa le Istituzioni, nei luoghi delle Istituzioni… contro le Istituzioni non volendo con questo “scatenare una guerra santa” contro il cosiddetto mondo ufficiale dell’arte, ma per sottolineare una volta di più l’appartenenza della Mail Art a quel mondo culturale underground che ne favoriva il dilagare e forniva un enorme bacino di operatori potenziali, visto che,


Il Post-it, simbolo di promemoria per eccellenza, accompagna da tempo i suoi progetti (ricordo tra gli altri la partecipazione alla 52. Biennale di Venezia, 2007). Come declina il tema Incontro tra le generazioni? “...non c’è miracolo più strabiliante nel veder nascere un bambino. Non c’è conquista più straordinaria nell’insegnare la magia della lettura ad un bambino di sei anni. Non c’è forza più grande sulla terra del caldo respiro di una vecchia nonna senza denti.” (James McBride – South Nyack, N.Y.) In queste poche frasi McBride riassume in modo splendido quel sottile filo che unisce le varie generazioni dell’essere umano. Rapporto tra le generazioni quindi come elemento fondamentale dell’Amore, unica arma a nostra disposizione per combattere l’odio, l’arroganza, l’inciviltà... Guerre e tragedie hanno da sempre segnato il percorso del genere umano, come se le sanguinose lezioni del passato non fossero servite a nulla. Sembra che l’uomo si perda in un deliquio di orrori ed errori, senza riconoscere più la propria natura, senza ritrovare più la propria vocazione verso quella potente forza chiamata amore. Unica barriera da frapporre a tutto ciò è il sentimento che nasce osservando un fratellino sdentato che sorride compiaciuto, con la meraviglia che si rispecchia nei suoi occhi, davanti al miracolo della Vita; una nonna che si muove per casa barcollando sul suo bastone; una madre che piange per la malattia del suo bambino; piccoli che studiano a scuola immersi nel proprio universo di pensieri e ...pensierini. La vita, la famiglia, la tribù che nella quotidianità e proprio nel contatto tra generazioni diverse traggono la propria forza e si contrappongono alla violenza gretta, banale, volgare nella sua completa mancanza di valori etici. La vita è calda, di un calore formato da milioni di gesti, di sorrisi, di carezze che esplodono dirompenti, molto più potenti di qualsiasi stupida bomba, molto più importanti di qualsiasi esercito odorante di morte e di distruzione. La vita è caotica, di un caos inestricabile e complesso, che però accompagna Tutto: dal battito d’ali di In queste pagine alcune vedute di “GenerAction”, Galleria di Arti Visive dell’Università del Melo di Gallarate. Foto di Benedetto Predazzi. A fianco un ritratto di Ruggero Maggi. Foto di Benedetto Predazzi.

una farfalla all’evoluzione di un sistema climatico; dal procedere del traffico convulso al respiro di una foresta quando la nebbia traspira da ogni albero, da ogni ramo, da ogni foglia; dal battito del cuore di un bambino quando gioca alla folla che si reca in processione. Insomma… il Caos regna sovrano o almeno dovrebbe! La Terra non è un enorme vortice, un gorgo dove tutte le civiltà, tutte le tribù, tutte le radici culturali si mescolano e si confondono, ma è formata da una miriade di punti, di pixel che si intersecano interagendo in continuazione. Se vogliamo la presente rassegna è proprio questo: una grande allegoria della vita con le sue innumerevoli sfaccettature, con le sue molteplici possibilità e potenzialità, in questo caso poetiche ed artistiche naturalmente. Che tipo di installazione è stata ideata? Nel 2003 moriva Pierre Restany, carismatica figura di riferimento per diverse generazioni di liberi pensatori, di critici d’arte, di poeti e di artisti. La profonda amicizia che ci legava da più di vent’anni mi spinse a realizzare un’idea che avevo in testa già da un po’ di tempo: ordinare in uno schema apparentemente caotico, ma in realtà geometrico e preciso, una enorme quantità di Post-it®. Sì, proprio quel foglietto giallo che ormai da decenni è sinonimo di appunti, di note da ricordare, che nella propria fragilità assumesse però una potente valenza creativa ed evocativa. Anche Pierre amava servirsi di questi mezzi ingegnosi, lasciandosi alle spalle messaggi per amici, collaboratori, artisti... quindi, oplà, il gioco era fatto, non serviva altro che invitare altri artisti ad intervenirci sopra, dipingendo, incollando,

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per sua stessa ammissione, la Mail Art non favorisce nessuno e chiunque può operare al suo interno. Sono proprio le caratteristiche peculiari dell’Arte Postale che mi hanno fatto accettare l’invito del Melo: una fondazione che – libera da vincoli politici o economici – opera nella più completa autonomia, permettendomi di curare un grande evento collettivo che rappresentasse a livello artistico e poetico ciò che da sempre è considerato interesse primario del centro: il rapporto intergenerazionale.


piegando, stropicciando, tagliando queste candide piccole superfici gialle! Dal 2003 ad oggi ho curato varie rassegne ed installazioni site-specific di quella che io definisco Post.itArt, facendone uno dei miei “cavalli di battaglia”. Dopo la sorpresa derivante dall’immediata e coinvolgente visione d’insieme lo spettatore di generAction potrà approfondire la lettura sfogliando i singoli foglietti gialli, proprio come se l’intera installazione fosse un enorme libro d’artista e gli interventi dei partecipanti, ottenuti con le tecniche più disparate e sfruttando ogni possibilità di impiego dei post-it, ne rappresentassero i singoli capitoli! Uno dei tratti distintivi è il coinvolgimento massiccio di artisti internazionali... Su quali canali vengono gestiti i rapporti fra tutti i componenti? Quali dinamiche si instaurano? Più di 350 artisti postali di una quarantina di Paesi diversi hanno colto l’invito – inviato attraverso la Posta tradizionale – e si sono cimentati a lavorare su questo quadratino di 7,6x7,6 centimetri: poco più grande di un francobollo, appunto! Penso sia utile ricordare alcuni dati relativi a questo fantastico mosaico intarsiato da migliaia di tessere – gli artisti postali – chiamato Mail Art. Dopo alcune esperienze Dadaiste e Futuriste ed i precedenti storici come Fluxus e Nouveau Realisme, fondato dallo stesso Restany, solo negli anni ’60 si crea un vero e proprio laboratorio di arte postale: Ray Johnson fonda la New York Correspondance School of Art (definita così da Ed Plunkett, sbeffeggiando le vere scuole d’arte per corrispondenza!). Sugli aspetti più

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innovativi di questa pratica artistica è rilevante indicare alcune considerazioni di Eugenio Giannì, che ne chiariscono le dinamiche interne per la diffusione dei progetti: “I Centri Propulsori di Progetto e gli Archivi Internazionali rappresentano le colonne portanti. Sono dei veri depositi di lavoro e di comunicazione... In Italia i Centri Propulsori più importanti sono da considerare il C.D.O. di Parma gestito da Romano Peli e Michaela Versari; il Centro di Comunicazione Ristretta (Mohammed) di Genova, di Plinio Mesciulam; l’Archivio Amazon di Milano di Ruggero Maggi (dedicato all’ecologia ed al mondo amazzonico)…”. L’Arte Postale per costituzione ha una natura fortemente pervasiva... dove possiamo continuare a seguire generAction? Il progetto, con questa rassegna, assume una connotazione senz’altro più internazionale e probabilmente espatrierà! Sono infatti previsti successivi passaggi in Francia, in Portogallo ad Oporto, a Cuba e forse in Russia ed ogni volta il progetto si arricchirà di ulteriori interventi realizzati da artisti locali, invitati dai vari enti coinvolti. In contemporanea all’evento di Gallarate e in occasione della sesta Giornata del Contemporaneo, la vedremo a Milano in veste di curatore di un evento d’arte multimediale, ce ne parla? Sin dai primi anni ‘80 compio ricerche sulle implicazioni artistiche e poetiche della ormai nota Teoria del Caos e dei sistemi frattali e per la sesta edizione della Giornata del Contemporaneo, promossa dall’AMACI - Associazione dei Musei


Nell’addentrarsi nella dinamica interna delle cose della natura risulta inevitabile che il linguaggio della geometria euclidea – descrivendo forme astratte e “comode” come triangoli, quadrati, cerchi – risulti inadeguato e non riesca a decifrare le forme riscontrabili in natura. La natura è una bellezza complessa ed il Caos ne dirige diligentemente ed ordinatamente, anche se con un ordine estremamente complesso ed articolato, tutte le operazioni alla base. “[...] Ci sono diversi modi di onorare la bellezza. Laddove un artista traccerebbe uno schizzo, scriverebbe una poesia o comporrebbe una melodia, lo scienziato immagina una teoria scientifica.” (David Ruelle) La vita assorbe ordine da un mare di disordine. Gli artisti che insieme a me partecipano a tale rassegna sono: Paolo Barlusconi, Nirvana Bussadori, Teo De Palma, Marcello Diotallevi, Roberto Franzoni, Luciano G. Gerini, Isa Gorini, Franca Lanni, Maria Grazia Martina, Renata Petti, Tiziana Priori, Jeannette Rütsche, Eugenia Serafini, Elena Sevi, Mario Tonino, Micaela Tornaghi.

Nato come esperimento un anno fa il mercoledì di Espoarte presenta 5 notizie selezionate dal mondo dell’arte, presentate ai lettori per lo più in forma di intervista... Arriva oggi ad oltre 25mila iscritti, ad una mailing mirata, in continua crescita e aggiornamento. Il taglio giornalistico agile e immediato e il successo riscosso dal progetto ci spinge a dedicargli ciclicamente spazio tra le nostre pagine, ripescando contenuti “sempreverdi” che non si trattengono nello spazio di un’esposizione.

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d’Arte Contemporanea Italiani, curerò, nei locali di OD’A Palestra Artistica, una rassegna di arte multimediale dedicata a: Caos, l’anima del Caso. Sul vocabolario alla voce caos si legge: «…l’indistinzione originaria di tutti gli elementi, la materia informe, prima che fosse formato ed ordinato il mondo». Nella moderna teoria del caos (a definire così, nel 1975, i sistemi dotati di complessi schemi d’ordine che creavano problemi di prevedibilità estremamente difficili e che producevano spontaneamente e simultaneamente caos ed ordine insieme, è stato Jim Yorke, un matematico dell’Università del Maryland) tale termine ha però acquisito un nuovo significato. Infatti, se prima era sinonimo di disordine e confusione, ormai da vari anni, a livello scientifico per sistema caotico s’intende un sistema non solo casuale, ma dotato di un complesso schema d’ordine più profondo, nascosto nella struttura stessa della Natura. Questi stessi sistemi sono sensibilmente condizionati da ogni piccola variazione iniziale, che, con il passare del tempo, alimenta conseguenze su larga scala. Questo fenomeno, sintetizzato con l’esempio ironico noto come “effetto farfalla” – l’aria mossa dalle ali di una farfalla a Pechino oggi causerà, in un breve lasso di tempo, una tempesta a New York – fu scoperto da Edward Lorenz all’inizio degli anni ‘60. Creando un semplice modello matematico per rappresentare le condizioni del tempo atmosferico, scoprì che le soluzioni di quelle equazioni erano particolarmente condizionate dalle variazioni inizialmente apportate. Da punti di partenza quasi identici si delineavano percorsi completamente differenti, rendendo così vana ogni previsione a lungo termine. L’ideale laplaciano che si basava su equazioni deterministiche per prevedere con totale precisione i fenomeni atmosferici, venne a mancare e, con una pubblicazione del 1963, Lorenz rese manifesta la teoria del Caos.


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Espoarte 68  

Espoarte Contemporary Art Magazine #68 (dicembre 2010-gennaio 2011)

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