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Diego Salvadori

in titolo poesie


IN TITOLO / Diego Salvadori 2015 CC 2015 DIEGO SALVADORI Quest'opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/ diegoscrive@gmail.com http://diegosalvadori.blogspot.com


«Voi guardate in alto quando cercate l’elevazione, io guardo in basso, perché sono elevato» (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)


* prima viene un piede dopo l’altro come se fosse in successione lineare il collo la caviglia poi la pianta l’alluce svagato da un tremore il cartellino appeso recitava “Diego Salvadori- trauma forte” ultimo viene il suo candore l’onnipotenza che di camice si veste e ti analizza

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* i filamenti bruciano si spezzano rattorti sbrigliati in un’ecumene marziale mi mulinellano sul volto in feritoie in cicatrici pronte a svellere il futuro se dentro-fuori è già un tutt’uno di materia e questa vita non porta più il mio nome allora lascio l’arduo compito alle fiamme l’inversa Pentecoste di un addio

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* camminavamo lungo il mare della stoffa annaspavamo silenziosi fra gli smerli nereidi incorporate fatte carne districavamo le maglie di un’attesa e domandando ai nostri giorni un po’ di requie a galla in seta liquida sui flutti le dita s’impigliavano e ogni tanto mi sollevavi verso l’alto verso un guado a riva emerse il satiro brunito squarciò la superficie al nostro mondo gli zoccoli strapparono da terra il manto a ricoprire le sozzure il mare si vuotò della sua stoffa rimase acqua soli stettero i richiami avresti potuto trattenermi avresti... eppure non l’hai fatto non guardai indietro allora non lo feci era il ratto era l’istante era l’addio convinto di poter dimenticare il nostro mare-oceano fatto a due ma nello svellere quel manto di parvenza ho trascinato via con me tutto il sipario e ora resti come buccina nel nulla fatto ti sei cadavere di alghe 9


* s’aprivano le crepe in una piana contro il mio sguardo irrigidito ti scontravi sulle ferite ormai rapprese troppo secche (era fluito il sangue dal mio corpo e disegnava mappature incontrastato) la pelle di lattigine imperlata le dita brancolavano vischiose cortine d’idiozie tra te e il mio corpo privilegiato in un minuto condannato il marchio pesa a mezzaluna sulla fronte ancora gocci m’estirpo se ti sradico lungo il sudario delle ombre mi galleggi

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* e il corpo – tuo – si guasta dentro… lo sguardo bronzo-ambrato mi sorride in un istinto di conquista e adulazione simulandomi coraggio quell’indomita corazza di guerriero pronto a struggersi nei fuochi del futuro e mi finisci vuoi accecarmi t’ami tanto te narciso? e allora fatti carne in ostensione a questa presa dimmelo se vedi che ti vedo e narrami se il corpo tuo si guasta dentro

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* ti ciberesti della mia verginità se ti dicessi quanto sazio di purezza è il mio incarnato e lodi t’intonassi fino a perdermi nel buio che circospetto mi perimetri d’intorno ma non potresti oltrepassarmi mai ti dico se ci riuscissi sarebbe un’impressione una certezza satura di niente eppur ti basta per portarmi avanti a te

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* il tuo rifiuto si disperde in dei sorrisi già lo sapevo che mi avresti fatto male l’avevo scritto in una pagina sbiadita tra le colonne di un ricordo elementare si presentiva già nell’aria il tuo distacco sfiorandomi caviglie dita fredde madide di tremiti sussulti mi ricercavano mentendomi spavalde ma se il tuo nome rassomiglia a tanti altri allora traccia la distanza fallo adesso metti subito alla porta il mendicante e la sua questua non ridesti tenerezze o compassioni voglio solo che mi guardi ecco il nulla: lì: mi vedi

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* salii la rampa ritta fino in cima sbucai da quella porta in finto noce varcai la soglia di barriera poco salda entrai nel regno nelle coltri nell’alcova e mi aspettavi lì nel luogo degli sguardi mi confondevi nelle prospettive assenti chissà cosa cercavi che volevi dicevi tante troppe cose non seguivo forse persi la mia strofa andavi avanti non potevo starti dietro mi riecheggiavo per sentirti meno solo e percepire quale fosse il vero te parlavo a me fuori dal mio corpo nell’azzerato erotismo di un autunno sahariano depersonalizzavo la distanza quella dimora mi teneva prigioniero ho perso la tua traccia la tua impronta che si dissolve sopra il tavolo d’icone fitto di tarocchi in digitale domani l’altro non sarai che l’altro ieri ma ora maledetto tu mi esisti 14


* arranca l’anima in corteggio alle chimere per quattro torno indietro a brancolare le rupi sbriciolano scisti del passato io le raccolgo a sfregio di mia colpa cadenze intrepide malesseri m’assorda è lo zigzag della discesa e devo farlo eppure ancora ormeggio sul tuo petto le reti strozzano promiscue una sirena

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* già nelle viscere m’insidi Xenamante sondami in assedio delle carni scuoti la mia perdita l’aprirsi nel grido interstellare che mi crepita ci disFa

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* nelle prossimità recondite del collo suggevo un punto la tua origine del mondo mentre la carne era per farsi muschio e legno profumo marcescente d’energia e ci accerchiava l’Acqua Cheta impunemente era l’inizio della nostra immonda crasi umida mi transitava dentro la contrazione di mal’essere disastro

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* sussulti eccedi il mio risveglio esci dal centro in circoli ti frangi ancora mi trapassi mi ristagni tu mi sorprendi carne di straniero

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* aria d’acciaio di vicina lontananza sfiora d’alito rubino l’epidermide che macera tra i cumuli d’ortiche senza palpiti sicuri l’identità non mi appartiene questo sole canta ‘morte’

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* ci sfiora l’estasi agonia estiva tramortisce il mio risveglio mantice di cosmo canto e caos è allucinante scossa che ci muove a due a due in quattro dopo in otto velocità del tuo dolore ai miei sussulti crudele agone degli Alfa dominanti dove divorano epidermidi e i capelli si fanno lacci di un’orgasmica asfissia benda di ricolma percezione umori freddi sublimate cecità

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* gridami e ridimmelo il mio nome ascolterò modulazioni d’abbandono quando trepidanti le tue stimmate si aprono e mi chiedono di dirti quanti occhi abbiamo intorno dammi gioia dammi luce dammi solo superficie fingimi e stupisci giochi io ti gabbo gemini alla fine nel tuo muto diramarsi nell’alveo fluttuante saprò leggere i presagi

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* grumi incontrollabili ci fendono nel buio di un contatto anticipato forse inutile meschino quantomeno necessario dunque aprimi dischiudi sfoglia i petali se dico al tuo respiro di trafiggermi e riempire i coni d’ombra quali fossero dei calchi ero nulla è l’a due prendi tutta la mia inerzia sbozza taglia poi sutura sii l’artista io modello

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* volgono i sensi al prossimo tuo corpo sfiorami tentennami guardando il burrascoso anticipare del mio giorno

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* necessità d’essere presa nelle maglie forse giacere o forse soffocarci sentire il tattile vagare di un lamento perdere forza dileguarsi collassare mentre il visibile mi alberga mi ri-guarda prima di farmi espiazione tra le fauci adamantine di un Cerbero mansueto che isquatra il giorno e non mi lascia ormai più pace e allora il sangue sopraggiunga m’attraversi zampilli forte molestando i miei terrori la carne turga d’invisibile svelato venga a placare la mia fame di leggero sono materia sono grezza sono nulla saliva il giorno d’invetriato liquefatto sporca d’una patina sacrale mi disincaglio dalla terra: Epifania

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* da parte

a parte mi traversi poi rifuggi col corpo la mia presa da maestro nessuno spazio da difendere rapisci se sai come saziare la mia fame ma l’anima? ogni tua parola infesterò d’immarcescibile veemenza mi disfo quando è giorno mi ritraggo sono la notte il canto a solo “ti ritrovo”

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* mangio l’attesa ma è l’attesa che mi mangia maniaca fissa di qualcosa di qualcuno incline a darmi un attimo di vita se lasci attraversare la tua anima dal vento se provi a costruire una parvenza di futuro l’attesa lo divora resecante uno per uno gli stralci penzolanti al buio della noia

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* voglio cose che mi facciano del male perché dal male n’esca fuori la salvezza e la maledizione s’inabissi nei liquidi del corpo e del mio ventre glabra metta poi radici germogli d’amarezza si risenta echeggi il suo richiamo alla mia testa come una folla madrilena di follia

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* la vita sugge solitudini nel vuoto ubriacature distorsioni evanescenze il giorno arretra al mio mal’essere carnale l’ennesimo sei tu che a lui ti volti un corpo solo si ritrae nel metatempo scuote l’ultrasuono del dolore sono altro forse bestia forse maschio la slabbratura prossemica di me

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* a strale trasfigura in luce questo calvario di trovarmi innanzi a te

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* inizia ghiaccio bolle dentro la mia pelle il magma latra verminoso di lapilli sono una terra saturata di vestigia io non ti cedo più non abdico al tuo gioco ritraggo orbite nell’incavo degli occhi chiudo il ceruleo lo tramuto in marmo grezzo labbra serrate porta chiusa: tua disfatta non mi raggiungi nemmeno in trasversale non ti cedo e piano piano inaridisco si sfa la tua banale voluttà posticcia la mia immagine ti resta l’icona a solo sazia fame d’ egoista

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* ho deciso di strapparmi a forza gli occhi e lo facemmo insieme ti ricordi? quando la rupe carezzata di terrore s’appoggiava alla mia carne la mia schiena io disteso in sacrificio reclamavo i miei deliri sull’altare l’ossidiana mi trafisse in piena vista poi… brancolo di luce incontrastata la presenza qui di noi un sovrapporsi di vedute visuAli Via dal cretto suolo in putrescenza

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* anche se tu la cercassi nei miei ‘dentro’ non potrai mai e mai riconquistarla perché si è persa (galleggiante iconoclasta) perché invisibile (riottosa mascherata) non si distingue dalle altre non mi guarda solo una volta c’incontrammo e fu peccato perché la gioia è sorda è una carezza invertebrata fra sorrisi e circostanze plasticità di caste riverenze la gioia è una puttana e te la compri.

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* lo scopo è proseguire fino in fondo fiutare le molliche che hai lasciato le scaglie di vetro iridescente nei miei reami verdi di smeraldo combattere l’ignavia del mio corpo ormai un tutt’uno coi vermi e questa roba stucchevole di pianto e di ludibrio dove tralucono in sordina le mie sbornie e le clessidre vomitano il sale di un tempo mare o sogno o schiaffo forse amplesso cerca il mio demonio in uno specchio muore la veglia calpestabile di un giorno

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* strappo d’ovatta cartilagine spezzata un cereo manto su d’incudine in fusione perde geme mi sussulta la calma ride i miei riscatti vuota la realtà la mia innocenza in bilico ogni giorno baluardo ondeggiano cadaveri posticci sogni sonno-anestesie

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* stanco strazia il latitare una fermezza d’iperboli irretite pronte a divampare sulla tela che rifigura e ridisegna questo vuoto dinamitardo di sussulti e di bisbigli sazio di fetali interferenze lucido d’erranza di mutismo ramificato delta di mancanze

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* balza lo spettro in una vacuità di fumo pronta a distogliere le mire di un afflato ultimo perenne di silenzio scorticatosi d’incanto in un mattino a metà maggio dove il corpo sprovveduto non rammenta che le membrane sono prossime a rottura al tracimare forsennato della vita oltre la vita oltre la calma oltre la veglia oltre la forma oltre l’assenza e la presenza scardinatasi in se stessa di ritagli voci vacue malelingue odi et amo quando gocciola per prima oltre la crosta, la ferita, questa terra si ribella la mia anima con lei

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* l’eradicarsi è un tempo in cui si disconoscono i frammenti senza ritegno in cerca di metà plasmati a loro immagine di suoni emersi in plancton poi brodaglia poi liquame dove galleggia in un’instabile costanza il vaticinio di una settica vertigine la sua verginità perduta traccia un lacerarsi dentro a battiti di gruppo nel soliloquio di un abisso krill meduse e giù in fondo plastiche narranti nailon suturati fili a piombo istoriano una faglia della vita in povertà

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* vendetta plana in un ossequio silenzioso i led fosforescenti attraversati vuol riposare in superficie di disfatta al suolo radere crudeli vanità veder la carne infiocchettarsi di brandelli tra i raggi strafottenti delle strobo mentre agonizzante il tuo sorriso si spegne e sbuffa via da sé la vita indegna è la mattanza in corpore vanesia recrudescenza d’odio fatta sacrificio tracima oltre l’apparenza del tuo nulla il grido soffocato a damerino e ora ai piedi cola un liquido terrestre la carne inzuppa è della cenere e gin tonic i mozziconi coprono le orbite lo sguardo tuo di sfida mi s’arrende l’attenta morte qui s’aggira mi carezza lecca a labbra aperte il tuo fallire gusta e ti raccoglie nel trapasso la fine per la tua stupidità

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* che cosa vedono gli occhi se non la parte prossima di un cerchio preso a nascondere nel buio la sua circonferenza di dolore

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CC Diego Salvadori 2015

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