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Foto di Salvatore Ognibene

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Testimoni di giustizia di Sara SpartĂ

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Ulisse di Francesca Barra

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Gaetano Saffioti la scelta di restare di Michela Mancini

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In culo alla mafia di Valeria Grimaldi

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Francesco Di Palo e le tentate testimonianze di Giustizia dalla Puglia di Marialaura Amoruso

La redazione: redazione@diecieventicinque.it http://www.diecieventicinque.it/

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1968


Foto di Letizia Battaglia

di Sara Spartà “Dieci anni fa due bambini cadevano nella polvere della strada ed uno aveva un pezzo di pane in bocca.”* Venticinque anni fa su quella strada le porte si chiudevano, le finestre si serravano, le tendine di poliestere consumate dal tempo riparavano gli occhi da quella vista, le orecchie dal boato, l’animo dalla paura. Riparavano l’uomo dalla propria coscienza, dai propri scrupoli, dalla giustizia. Venticinque anni fa su quella strada si riversavano due madri straziate dal dolore, con il volto rigato dalle lacrime e dalla rabbia, con le loro urla soffocate dalla polvere e dall’indifferenza, con le braccia tese verso due corpicini scalzi, verso Rosario e verso Giuseppe. Morti. Ammazzati per errore. Sono strade polverose e di violenze infami quelle che attraversano molti paesi del Sud. Strade sulle quali sangue innocente viene lavato via troppo in fretta dall’omertà e dal silenzio di chi sceglie di non vedere. Niscemi come Palmi, come Bivona, come Napoli. Paesi in cui spesso il diritto a vivere lo devi barattare con la voglia di urlare, di denunciare, di sapere. Paesi in cui vivere vuol dire rinunciare. Oppure parlare ma essere costretti ad andare via e non ritornare. È quello che succede a chi decide di testimoniare, persone comuni che non chiudono le loro finestre ma decidono di spalancarle e di dare nuovo ossigeno alle proprie vite. Scelgono di calcare le aule dei tribunali, di strappare le lettere di

minaccia anonime, di alzare la cornetta del telefono e di rispondere. Sono quelli che il nostro ordinamento ha deciso di chiamare “Testimoni di Giustizia”. Perchè testimoni, collaboratori di giustizia, pentiti non sono la stessa cosa. E la dignità di una persona passa anche da qui. L’art.16 bis D.L. 8/91 nel 2001 definisce testimoni di giustizia: “Coloro che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali- anzi essendone a volte vittime, hanno sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo se stessi e le loro famiglie alle “reazioni degli accusati e alle intimidazioni della delinquenza”. La loro condizione in Italia oggi non è delle migliori. Mario Raimondi, ceramista e presepista di Palermo, il silenzio lo sta uccidendo nella sua casa umida e piena di muffa. Lo Stato lo ha costretto ad elemosinare. Lea Garofalo scrive prima di morire: “Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia”. E come loro molti altri. Per questo in questo numero abbiamo scelto alcune storie, quella di Ignazio Cutrò, di Gaetano Saffioti, di Francesco Di Palo e di Ulisse, raccontate da ragazzi che provengono da quelle terre, che sanno ascoltarle e farle proprie. Storie simbolo di una condizione e di una scelta, che sono riuscite attraverso l'esempio a darci alti modelli di vita. Storie per cui non sono stati premiati, ma hanno pagato a volte a caro prezzo. Un tratto comune che lega tutte è

la solitudine silenziosa con la quale si affrontano i giorni e dall'altro la certezza di nessun ripensamento. Nei loro volti, nei loro occhi non si legge alcun tentennamento, nessun dubbio solo onestà. Mentre lo Stato non è mai abbastanza pronto per garantire loro certezze e la società li allontana, li scansa, li isola ecco che diventa importante capire cosa è cambiato rispetto a venticinque anni fa. Ogni loro testimonianza ha permesso di scoprire intere organizzazioni, sistemi di potere che a volte galleggiavano distrattamente in superficie. Di colpire intere famiglie, affiliati, singoli. E tutto questo inconsapevolmente, con l'unico obiettivo di non restare al balcone a vedere come va a finire la corrida, ma di regalare un futuro migliore ai propri figli e a quelli di altri, che per paura nessuno ha saputo difendere.

* Totò Liardo, sindaco di NiscemiDiscorso 21 marzo 1997- 2a Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno. I bambini sono Rosario Montalto e Giuseppe Cutruneo, di otto e dieci anni, uccisi per errore in una guerra tra faide, il 27 Agosto 1987 a Niscemi.

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Brano tratto da LA GIUSTA PARTE, testimoni e storie dell’antimafia. Caracò editore – www.caracò .it

ULISSE Mi chiamo Ulisse. In realtà è un nome in codice. Ulisse come l’eroe di Omero che desiderava tornare nella sua terra, Itaca. Mi è venuto così, d’istinto, il giorno in cui ho capito che avrei avuto una nuova identità. La mia vita è cambiata per sempre il 15 ottobre 1990. Quel giorno mi trovavo con mia moglie a bordo di un furgone, sulla tangenziale all’entrata di Napoli. Ho visto venirmi incontro sulla corsia di emergenza un uomo che cercava di sfuggire, con fatica, a un inseguimento. Barcollava, forse ferito. Dietro di lui un’altro uomo tentava di raggiungerlo con un’arma puntata. Con un gesto estremo ho pensato di investire l’uomo armato con una brusca manovra di sterzo a destra. Non sono riuscito ad investirlo. Non ho avuto il coraggio di ucciderlo. Dai finestrini posteriori abbiamo visto il killer sparare e la vittima cadere a terra. Ho cercato di inseguire il killer, ma lui si è dileguato a piedi. Velocemente. In quel momento hai pochi secondi. Puoi chiudere gli occhi eandare via. Oppure seguire il tuo istinto, se ce l’hai, e denunciare. Sono scelte che possono cambiare la tua vita e il corso della giustizia. Accorciarlo. Io gli occhi li ho tenuti aperti e sono andato dai carabinieri rispondendo alle domande fino all’una di notte, in caserma. Abbiamo scoperto così che il killer aveva ucciso un altro uomo. L’altra vittima era il fratello del ragazzo freddato davanti a noi. Sono arrivati i genitori, avevano perduto due figli così, lo stesso giorno. Hanno avuto giustizia grazie a noi. Quell’immagine, questo pensiero, ci ripagherà sempre. Nel frattempo, dopo alcune settimane di latitanza, il colpevole di quel duplice omicidio, Giovanni Salemme, fu arrestato. E dal 1990 al gennaio del 1994, fino al secondo processo, siamo rimasti senza protezione, conducendo più o meno la vita di prima e ricevendo solo pochi segnali di pericolo. Alla vigilia del processo di secondo grado, gli avvertimenti sono diventati minacce. Qualcuno ha ucciso il nostro

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Joseph Turner, Ulisse, 1829

di Francesca Barra

cane, l’auto è stata danneggiata e io sono stato seguito. Ho ricevuto intimidazioni perfino attraverso un vigile urbano, poi condannato, ma uscito un mese dopo su patteggiamento. Il 28 gennaio del 1994, pochi giorni prima dell’appello, ci hanno portati via. Mi hanno dato una pistola e rapidamente il porto d’armi. Nell’albergo dove pensavamo di restare qualche settimana, abbiamo vissuto quattro mesi con due figli piccoli: due anni e mezzo il primo, un anno festeggiato in quella stanza, il secondo. Prima di noi aveva ospitato dei pentiti. Così ci trattavano, senza conoscere la differenza. E ce n’è un’altra di distinzione. Tra testimone e testimone...Noi non eravamo imparentati nè amici di malavitosi e non avevamo subito richieste di pizzo nè chiedevamo giustizia per qualche congiunto ucciso. Insomma, il nostro interesse era esclusivamente dovuto a coscienza civile e all’educazione ricevuta. E allora perché ci trattavano da pentiti? Prima che mi facciate voi questa domanda vi anticipo. Prima di dimostrare responsabilità nei confronti della giustizia, dovevo tutelare i miei figli, i miei genitori, gli amici. Gli amici sì. Con le nuove conoscenze il passato si è sempre costretti a nasconderlo e vivere senza veri amici è come essere condannati

all’isolamento: è una castrazione, è la rinuncia a una parte importante dei sentimenti e della vita di relazione. Alla luce di tutto questo vi starete chiedendo: lo rifaresti? Sì, lo rifarei. E il mio gesto è la mia eredità per i miei figli, i miei genitori, i miei amici. Io sono un uomo onesto. Incensurato, se questo serve per confermare il mio stato. Non sono diventato testimone di giustizia masticando certe terminologie, certi codici, stringendo talvolta o per sbaglio qualche mano collusa. Non avevamo in famiglia nessun mafioso. Ecco perché quando nel gennaio del 1995 mi han chiesto di sottoscrivere il documento per la richiesta di un protocollo definitivo, sono rimasto senza parole. Anzi, a bocca chiusa. Come quando non si ha nemmeno più la forza di controbattere. Il documento era lo stesso che usavano i pentiti. Il primo punto richiedeva di impegnarsi a non commettere più reati. Reati, ma quale reati? Li ho denunciati, non commessi. Per non rimanere senza protezione ed essere costretti a tornare a casa con tutti i rischi che ciò avrebbe comportato, fui costretto a firmare, ma con un senso di nausea. Giuro che questa è stata tra le peggiori cose che mi sono capitate. La domanda di protezione firmata avrebbe dovuto avere una durata annuale


rinnovabile. Tanto stabilisce la legge. Ma l’anno dopo, a marzo, ci è stata revocata. Non ritenevano che fossimo più in pericolo perché il killer era stato condannato anche in appello all’ergastolo. Le procure di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli dichiararono tuttavia che il rischio a cui eravamo sottoposti era rimasto immutato. Il giudice a cui hanno affidato la nostra pratica dichiarò che per noi era sufficiente tenersi lontani da Napoli e Caserta per vivere tranquillamente. Strano modo di ringraziare chi rischia per la giustizia. E la casa, il lavoro, i parenti, gli amici, la vita che silascia non contano nulla? Avevo sempre pensato che si dovevano esiliare i cattivi. Ma allora per lo Stato noi eravamo i cattivi? Ci stavano semplicemente e brutalmente scaricando? Siamo rimasti nella casa che gli hanno affidato, senza pagare l’affittoma senza lavoro, percependo lo stipendio da dipendente statale garantito dal sistema di protezione. Lontano da casa – che nel frattempo è stata svenduta – dalla mia terra, dagli amici e parenti, dal lavoro. Mia moglie si è ammalata, i figli per anni hanno ignorato la loro vera identità. Un giorno ci arriva pure la richiesta di lasciare la casa. Ma dove dovevamo andare? Non avevamo più proprietà e ritornare nella nostra città era fuori

discussione, altrimenti ci avrebbero ammazzato. Abbiamo tenuto duro presentando ricorso al TAR, facendo causa al Ministero dell’Interno e inviando valanghe di lettere al direttore del servizio. A fine 1999 abbiamo trovato lavoro in un altro luogo epoi ci siamo trasferiti. Arresi. A volte ci capita di ingoiare rospi sul nuovo posto di lavoro perché non è opportuno attirare l’attenzione su di noi. Così ci capita di sopportare angherie da colleghi o superiori proprio a noi che abbiamo infranto il muro dell’omertà in una terra di pericolosi assassini. Io so che non sono solo, ma occorrerebbero giornalisti coraggiosi come Giancarlo Siani, giudici di prima linea, magistrati incorruttibili. Provate a chiudere gli occhi. A riaprirli in un luogo distante, chesomiglia a una prigionia, a un esilio. Pensate che tutto ciò che avetefatto fino ad ora non lo farete più. Il nome in codice che ho scelto è la metafora di colui che fa ditutto per tornare nella sua Itaca. Ma io, a differenza di Odisseo, non potrò mai tornare nella mia terra e se mai dovesse avvenire nulla sarebbe come prima. Nel 2001 lo status di “testimone” viene scisso da quello di “collaboratore”. Io continuo ad avere fiducia nelle istituzioni, a rispettarela legge. Non ho potuto festeggiare i successi professionali coni colleghi, i compleanni con amici e vicini di casa, ma anche solo riscattare i miei sacrifici ritornando sicuro in Campania. Non ho offeso la terra, non voglio riconoscimenti o medaglie. Chiedo di godere del diritto alla vita, che è una declinazione di libertà. È un principio che spesso si nasconde fra dietrologie, paroloni, ma che è alla base della nostra Costituzione. Non è una speranza, è la base di un paese democratico. Non è uno strumentoe nemmeno il fine. E anche se la legge è migliorata, anche se oggi la differenza fra testimoni e collaboratori è chiara alla maggior parte delle persone, ci sono storie, come la mia, che non possono non scuotere una responsabilità che, prima di essere nei confronti della giustizia e dei nostri cari, è nei confronti di noi stessi. Io vengo dalla Campania. Sono napoletano. Viviamo in terre disgraziate, in cui Stato e antistato spesso si confondono e i cittadini sanno che possono chiedere tutela ad uno o all’altro. Siamo abituati ad alcuni atteggiamenti che sembrano “normali”. Ognuno di noi è

convinto di avere buoni sentimenti e di essere nel giusto se non fai contrabbando di armi, non chiedi il pizzo, non ti droghi. Perché la maggior parte di noi non è coinvolta personalmente. È evidente che quando andiamo a pagare merci più care perché il commerciante è costretto ad alzare i prezzi, noi paghiamo il pizzo. Quando chiediamo le raccomandazioni e lo chiediamo ai politici che spesso vivono in simbiosi con ambienti malavitosi, noi ci affidiamo a una malavita in giacca e cravatta. Io sono un testimone di qualcosa che non conoscevoa danno di qualcuno che non conoscevo. Ma se capitasse a te, ripeto, che faresti? Fate delle sane famiglie. I vostri figli saranno picciotti o uomini onesti grazie alla vostra educazione. Io amo questo paese e le istituzioni di questo paese, ma non tutti quelli che le servono. Questi anni mi pesano? Sì, ma sono contento...

nota Un funzionario statale, nato a Napoli, nell’ottobre del 1990 assiste, insieme con la moglie, a un omicidio. A seguito della loro testimonianza, il killer è stato arrestato e processato. Dopo l’addio alla sua vecchia vita, a parenti, amici, colleghi, lavoro, casa, Ulisse e sua moglie diventano testimoni di giustizia fino alla condanna all’ergastolo dell’assassino, il bosscampano Giovanni Salemme. Oggi vivono in una lo località segreta, senza più la tutela del sistema centrale di protezione.

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Gaetano Saffioti

Joseph Turner, Ulisse, 1829

intimidatori. Poi la goccia: un’autista, sotto minaccia delle armi, fu costretto a LA SCELTA DI RESTARE incendiare un camion che stava guidando. Il fratello di Gaetano rischia di rimanere di Michela Mancini ucciso. L’imprenditore calabrese non ha più Tano Grasso lo ripete come un mantra: dubbi. Rinuncerà ai sogni, alle speranze di denunciare le estorsioni è un modo per crescita, ad una vita tutto sommato garantirsi la fetta di felicità che spetta di “tranquilla” – l’illusione della normalità diritto ai lavoratori onesti. Denunciare chi mafiosa – e porterà tutte le registrazioni impone il pizzo e sottrae ricchezza, non è che aveva meticolosamente conservato al solo una lotta di principio, significa procuratore Roberto Pennisi. Saffioti soprattutto ristabilire la normalità: chi diventa testimone di giustizia. decide di avere un’impresa al Sud, deve «All'alba del 25 gennaio 2002, all'arrivo avere gli stessi diritti di chi lavora in in azienda trovo la Finanza: "Siamo qui territori ancora incontaminati dalle mafie. per lei, se deve uscire l'accompagniamo Gaetano Saffioti, imprenditore di Palmi – noi". Finiva un incubo e ne cominciava un che con le sue dichiarazioni ha dato vita altro. Da allora sono sempre con me e con sequestro dei beni di un boss, all’operazione Tallone D’Achille, la mia famiglia. In pochi giorni persi tutte automaticamente bisognava "risarcirlo" determinando l’arresto di numerosi le commesse, 55 dei 60 operai. Il fatturato pagando il doppio. Per arrivare al esponenti delle ndrine calabresi – questa scese da 15 milioni a 500 mila euro, le cantiere al porto di Gioia Tauro dovevo normalità la cerca ormai da dieci anni. Il banche mi chiudevano i conti attivi, i attraversare i territori di tre famiglie. E paradosso è che questa ricerca ha fornitori mi chiedevano fideiussioni oltre pagavo per tre. Come i caselli trasformato la sua vita in quella di un autostradali. Compravo una cava di inerti il terzo grado di parentela perché "tu sei condannato. Un condannato libero però. un morto che cammina". Mia moglie per fare il calcestruzzo? Non me la Gaetano è nato e cresciuto a Palmi, facevano usare, imponevano di comprare piangeva. I clienti sparivano, nemmeno le cittadina della piana di Gioia Tauro. La confraternite venivano più a chiedermi i il materiale da loro. Così per le sua famiglia era proprietaria di un contributi per le feste patronali». macchine: le mie restavano ferme e frantoio. L’imprenditore calabrese noleggiavo le loro. Pagavo anche se non Nonostante fosse costretto ad una vita conosce la ndrangheta a soli nove anni. blindata, Gaetano decide di restare nella mi piaceva. Io glielo dicevo: non si può Racconta al quotidiano La Stampa: «Ero sua Calabria. La sua terra non la lascia, andare avanti così. E loro mi sfidavano: andato in una colonia estiva a significherebbe ammettere una sconfitta. denuncia. Avevo paura: di essere ucciso Sant'Eufemia, in Aspromonte, riservata ai Sopravvive solo grazie alle commissioni ma anche di essere considerato un più bravi della classe. Ci tenevo da che arrivano dall’estero: Spagna, Francia, prestanome dei boss e arrestato. Quindi morire. Dopo due giorni fui richiamato a registravo tutto: gli incontri, i colloqui, i Romania. Un parte dell’aeroporto di casa. Torna perché mi manchi, disse mio Parigi è stato costruito con i materiali pagamenti». padre. Anni dopo ho saputo che era stato della sua ditta. Saffioti aveva un piccolo La paura di denunciare, Gaetano la minacciato e temeva per me. Morto mio conosceva bene. Suo padre morì a soli 50 sogno: «Vorrei togliermi la soddisfazione padre, la famiglia era diventata più di fare un chilometro della anni, lasciando una donna sola con sei debole: una donna sola con sei figli Salerno-Reggio Calabria, ma non mi è figli e un’attività da mandare avanti. Un minorenni. Arrivavano telefonate e mia consentito. Ho offerto il materiale gratis giorno, l’ennesima richiesta estorsiva madre piangeva. Noi chiedevamo: chi è spinse la madre di Gaetano a raccontare ai ma non lo vogliono. In compenso i 48 che 'sta 'ndrangheta?». figli la verità. Le continue pressioni della ho fatto arrestare, tutti condannati in La risposta non tarda ad arrivare. Nel primo grado, tra patteggiamenti e sconti ndrangheta non le davano pace, i soldi 1981, Gaetano, appassionato di mezzi per di pena sono tutti liberi. E qualcuno non bastavano e lei non sapeva come movimento terra, apre la sua ditta. lavora alla Salerno-Reggio». venirne fuori. I figli incalzavano: «Fatturavo 5 milioni e mezzo di lire. Gaetano non si è pentito delle scelte che “parliamone alla Polizia”. La madre di Comincio a lavorare per i privati. Nel ha fatto. La sua azienda sembra essersi Gaetano non vuole saperne niente. Le 1992 aggiungo l'impianto di calcestruzzo trasformata in un carcere di massima regole di quei territori sono chiare: chi e vinco le prime gare d'appalto sicurezza: cancelli blindati, muri in parla è un traditore, l’unica scelta pubbliche». Un’impresa così brillante cemento armato, decine di telecamere, possibile è cercare un intermediar0, o al non sfugge all’occhio vigile della filo spinato tutt’intorno. Ma lui si sente massimo andare via. Scappare dalla ndrangheta. Gaetano continua a libero. Come non lo era stato mai. E se propria terra non è nemmeno così raccontare al quotidiano torinese: «Si semplice come sembra, non è detto che te rimane in Calabria è per ricordare a chi presentavano a tutte le ore, io preparavo i non ha ancora il coraggio di scegliere la lo lascino fare. Fu allora che Gaetano soldi e li consegnavo a pacchi da dieci normalità, che essere liberi è possibile. comincio a farsi una domanda: sono milioni. Quando ne arrestavano uno, il libero? Una domanda che diventa un giorno stesso si presentava un sostituto. tarlo. Erano cordiali, sapevano prima di me che Intanto l’azienda dell’imprenditore mi era arrivato un accredito in banca e calabrese cresce, i ricavi aumentano del venivano a riscuotere la percentuale, dal 20-30 % l’anno. E insieme ai profitti 3 al 15 per cento. Quando c'era un crescono le richieste dei boss e gli atti

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in culo alla mafia

Joseph Turner, Ulisse, 1829

della propria famiglia; per un senso di responsabilità nel mostrarsi come un uomo che non si piega davanti alle minacce e alle estorsioni ma che vuole portare avanti gli ideali di onestà e legalità come priorità di fronte al potere mafioso. Perchè la mafia ha interesse, di Valeria Grimaldi soprattutto nelle realtà locali, a diffondere la propria influenza e le proprie scelte, Bivona è un piccolo comune di circa 4000 perchè vuole creare consenso, vuole anime nella provincia agrigentina, a 90 fornire un senso di protezione: la mafia km da Palermo. Agricoltura, piccola mi ha aiutato a trovare lavoro, la mafia mi imprenditoria e commercio locale: un aiuta a continuare il mio lavoro. Ma paesino come tanti, si direbbe. Ma Bivona Ignazio non ci sta, e decide di sacrificare ha un'altra caratteristica: la mafia locale, tutto per combattere una battaglia nel la cosiddetta "mafia della bassa segno del giusto. quisquina", non meno importante per Il 10 ottobre 1999 è il giorno in cui tutto è radicamento e sviluppo di tante altre cominciato. Quella sera Ignazio riceve realtà siciliane, e non solo. E anche qui si una telefonata dal nipote che gli dice di presenta l'ossimoro legalitàrecarsi urgentemente in contrada Canfuillegalità/mafia-antimafia che caratterizza tino perchè era stata incendiata una pala anche la storia siciliana: infatti sono meccanica. Parte la prima denuncia contro originari di Bivona i fratelli Sabella, ignoti, la prima di molte. Alfonso e Marzia, il primo sostituto Il 23 maggio del 2006 sembra esserci una procuratore del pool antimafia a Palermo svolta nella vita lavorativa di Ignazio: due di Gian Carlo Caselli nel 1993; la lavori in corso, ma soprattutto, essersi seconda, invece, unica donna del pool di aggiudicato un lavoro importante. magistrati che nel 2006 coordinò la Sarebbe riuscito, di lì a poco, ad iscriversi cattura di Bernarno Provenzano. Ed è a alla SOA, la certificazione obbligatoria Bivona che si incrocia la storia di Ignazio per gli appalti pubblici di lavori. Sarebbe Cutrò, imprenditore della zona che nel riuscito a realizzare il suo sogno, e il 2006, a seguito di intimidazioni e minacce desiderio che gli aveva espresso suo alla propria persona e alla propria padre: ingrandire l'azienda. Ma quel azienda, decide di diventare testimone di pomeriggio, i materiali per svolgere giustizia. Per il suo bene e per il bene l'appalto aggiudicato gli vengono bruciati:

e l'ente che gliel'aveva commissionato non poteva risarcire quanto perduto, con il rischio di non poter completare l'opera. Così Ignazio utilizza i fondi del SOA per il risarcimento, pur di portare a termine il lavoro nei tempi prefissati, rinunciando al suo sogno. Si reca nuovamente alla Caserma dei Carabinieri: una seconda denuncia contro ignoti. Il 23 Novembre dello stesso anno, un altro incendio: altri macchinari bruciati. Ignazio era solito rimanere per tutta la notte a sorvegliarli, per essere sicuro che non accadesse nulla: ma quella sera era venuto giù un acquazzone tremendo, ed era rimasto a casa. Altra denuncia: i pensieri e i timori si affollano nella mente di Ignazio, ma come gli aveva insegnato suo padre bisogna andare avanti "a testa alta e a schiena dritta". E così fece. Si susseguirono altre vicende: una tazza nera capovolta trovata sulla cassetta della posta di casa; materiali per eseguire altri lavori che spariscono improvvisamente dai cantieri; contenitori di plastica pieni di olio per ciclomotori lasciati davanti casa; fiammiferi e liquido infiammabile lasciato accanto ai macchinari; cartucce di fucili da caccia trovati sui sedili della macchina. Ignazio altro non può fare che ricorre a denunce su denunce. Grazie alle sue testimonianze viene avviata la famosa operazione "Face off", che porta all'arresto di Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto, tutti imprenditori

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edili che, secondo l'accusa, controllavano gli appalti pubblici nella zona di Bivona; gli altri imputati Domenico Parisi, Enzo Quaranta, Giovanni Favara, e Vincenzo Ferranti (quest'ultimo, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, è stato per anni capo mandamento della Quisquina). Il primo grado di giudizio, nel gennaio 2011, ha portato ad una condanna degli imputati (con la sola assoluzione di Vincenzo Ferranti) ad un totale di 76 anni di carcere; nel secondo grado, marzo 2012, è stata parzialmente riformata la sentenza di primo grado, confermando 4 condanne e assolvendo Marcello Panepinto. Ma la battaglia di Ignazio non è ancora terminata: la verità giudiziale ha fatto il suo corso, ma il suo status di testimone di giustizia non gli ha permesso di lavorare per moltissimo tempo. La burocrazia, la sua unica salvezza, ha tardato a farsi sentire ed è stato l'ultimo ostacolo prima che la famiglia Cutrò potesse tirare un sospiro di sollievo. Nel Dicembre 2010 Ignazio si incatena davanti al Viminale: "Lo Stato italiano mi ha prima usato per istruire un processo al gotha mafioso del bivonese e della bassa quisquina e poi mi ha abbandonato al mio destino. Ora basta, fino a quando non mi sarà restituito il mio lavoro, la mia sicurezza e la mia dignità di imprenditore che ha denunciato cosa nostra, io rimarrò incatenato davanti al Ministero dell’Interno". Sembra non esserci tregua, nemmeno il riconoscimento dovuto per la sua azione contro la cosca mafiosa e il sacrificio nell'aver stravolto la sua intera vita: un anno dopo, nel dicembre scorso, gli arriva una cartella esattoriale da 85.562,56 euro da pagare entro 30 giorni; pagamento che doveva essere bloccato non solo per il suo status di testimone di giustizia ma anche a causa del paradosso per cui, la lenta burocrazia non gli concedeva la licenza per poter tornare a lavorare e guadagnare i soldi necessari per pagari i suoi debiti. E lo Stato tace: "Inizierò lo sciopero della fame e della sete." dichiara Ignazio, "la mia non è una minaccia, ma un messaggio di esasperazione. Non mi sento un eroe, ho fatto oltre 28 denunce contro mafiosi ed estorsori, ho subito una trentina di intimidazioni, ma l’ho fatto per coscienza civile”. Ma finalmente, il 25 maggio scorso arriva il pezzo di carta tanto atteso: il Durc, il documento unico di regolarità contributiva, essenziale per poter partecipare alle gare pubbliche. Il 19 giugno Ignazio è tornato finalmente a lavorare: quel lavoro

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che già di per se ti rende orgoglioso, ti appaga e ti fa sentire utile per la comunità, per la tua famiglia, per la tua dignità. Ma questa conquista ha un sapore ancora migliore: un sapore di libertà, fatica, sudore, oltre le intimidazioni, le minacce, i timori, l'essere additati come sbirri, vedere la propria vita stravolta, ma vincere sopra qualcosa che è più grande di te. Un sapore di legalità e giustizia. "Ora e sempre, IN CULO ALLA MAFIA. Oggi la mafia ha perso, la legalità ed i siciliani hanno vinto 10 a 0." Ignazio Cutrò


Francesco Di Palo e le tentate testimonianze di Giustizia dalla Puglia di Marialaura Amoruso

Quando si è piccoli e si cresce così, si pensa che forse può capitare che una macchina prenda fuoco. Può capitare che il bar dove andavi a comprare la tua merenda per la ricreazione con i compagni, prendesse fuoco e fosse d’improvviso chiuso. Nero. Incenerito. Può succedere.

Joseph Turner, Ulisse, 1829

Quando ero piccola e andavo a scuola era usuale notare lungo il tragitto casa-scuola, negozi chiusi, bar bruciati, macchine che improvvisamente nella notte avevano preso fuoco.

Ma quando questi episodi arrivano molto vicino a minare le certezze affettive, lì qualcosa ti scuote. Non si può restare fermi, perché non è un volto nascosto dietro una calzamaglia e una pistola sbattuta in testa a farti tremare. Ecco perché arrivi ad un punto in cui vuoi saperne di più e procedi da solo perché ti rifiuti di vivere nell’omertoso pensiero del “è sempre stato e sempre sarà così”. Poi c’è gente che dopo aver vissuto anni in soggezione, piegandosi a pagare il pizzo, decide di reagire. E’ il caso di Francesco Di Palo, un imprenditore di Altamura, quella cittadina balzata all’onore della cronaca per aver rapidamente condotto alla chiusura un Mc Donald’s con quello che di meglio ha Altamura: pane e focaccia! Francesco Di Palo era il titolare della «Venere srl» di Matera, società che produceva vasche idromassaggio e dichiarata fallita un anno prima che l'imprenditore decidesse di denunciare alla magistratura barese i soprusi subiti dalla mala altamurana.

A scuola non una parola di questo. Lì nessuno mi ha mai spiegato che dietro quelle pareti nere non c’era un semplice corto circuito come volevano farci credere. Dietro quelle auto incendiate Di Palo è testimone chiave di uno dei c’era il risultato finale di quello che era la processi più importanti in Puglia che trama culturale di quegli anni 90 a Bari. riguarda l’intreccio tra criminalità, imprenditoria e politica nella città di A volte sentivi degli spari. La gente Altamura, la cui indagine è stata condotta scappava . Un po’ di agitazione e poi dai magistrati antimafia dott.ssa Desirèe tornava tutto come prima, tutti ritornaDigeronimo e dott. Roberto Pennisi. vano a fare quello che stavano facendo Francesco Di Palo continua ad essere un prima senza scuotersi. Perché “ fin a testimone di giustizia “fantasma”, poiché quann s’accidn tra lor, non iè nudd!” cioè ancora in un programma di protezione “finchè si ammazzano fra di loro, non ci provvisorio. sono problemi”. Di Palo le ha provate tutte per attirare Ma quando questi episodi arrivano molto l’attenzione dello Stato: è fuggito più vicino a minare le certezze affettive, lì volte, ha scioperato a Montecitorio, ha qualcosa ti scuote. Non si può restare protestato in qualsiasi forma perché lo fermi, perché non è un volto nascosto stato, quello per cui hai rischiato non può dietro una calzamaglia e una pistola non aiutarti e costringerti a vivere da sbattuta in testa a farti tremare. Ecco fuggiasco con la tua famiglia. Di Palo, ha perché arrivi ad un punto in cui vuoi anche chiesto di uscire dal programma di

protezione perché il Viminale non gli paga più neppure l’affitto della casa nella località protetta in cui vive. Ma quella dei Di Palo è una famiglia reattiva e coraggiosa perché anche il fratello di Francesco, Alessio titolare della nota radio di Altamura, Radio Stereo Regio, che quotidianamente dalle sue frequenze denuncia il malaffare e la malapolitica, parla di ecomafia e di interessi criminali intorno alla politica altamurana, denuncia i legami di un maresciallo dei Carabinieri con il chiacchierato imprenditore dei rifiuti Carlo Dante Columella. Alessio parla dell'infedeltà allo Stato di uomini delle forze dell'ordine. Per questo Alessio Di Palo, il dj della Murgia, è stato picchiato selvaggiamente da due esponenti legati alla mala barese ed è tra quelli che ha contribuito con la sua testimonianza ad imprimere una svolta all'inchiesta che sta svelando i rapporti tra politica, affari e criminalità intorno alla sanità pugliese. Attualmente Francesco Di Palo continua a combattere per essere riconosciuto dallo Stato. Quello stesso Stato che lo ha costretto ad una vita da recluso. Speriamo vivamente che l’Italia non sia nuovamente il Paese in cui per liberarci dalla mafia dobbiamo ricorrere ad un estratto di Torquato Tasso da “La Gerusalemme liberata” “L’anima mia puote scemar la pena: Chè d’esser vendicata in breve aspetta: E dolce è l’ira in aspettar vendetta”.

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Stazione Bologna Centrale

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Vogliamo ringraziarti. Esatto! Proprio te che ci stai leggendo. Grazie per il tuo tempo, grazie anche se non ti siamo piaciuti, se quello che hai letto ti è sembrato tutto sbagliato. Grazie per aver dato un senso a quello che facciamo. La redazione

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Copertina: Flavio Romualdo Garofano Sito web: Salvatore Naso Impaginazione e grafica: Ida Maria Mancini

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N°7 luglio 2012  

Numero 7 luglio 2012 testimoni di giustizia