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DiECi eVENTiCiNQUE N ° 33 - aprile 2017

(il)legalizzazione!

in questo numero: - Editoriale di Giuseppe Mugnano - Che fine ha fatto il ddl sulla legalizzazione della cannabis? di S.D. - Il bancomat della criminalità organizzata di Davide Tumminelli - Luca Marola: la legge arriva;quando l'opinione pubblica è a favore di Greta Esposito - Cannabis: viaggio intercontinentale nella legislazione sulle droghe leggere di Chiara Valzano - Sondaggio: cosa ne pensano gli studenti universitari di Bologna sulla legalizzazione? di Sergio Scollo - Sguardo sullo spaccio a Bologna di Antonio Cormaci - Eugenio Finardi, cantore dei diritti umani di Giuseppe Mugnano


EDITORIALE Cannabis: questione morale o di salute? __________________ Di Giuseppe Mugnano

In Italia da anni si sta cercando di sfatare l’ennesimo tabù: è giusto rendere legali le droghe leggere? Se si prendono in considerazione alcune realtà estere, prime tra tutte Olanda e Stati Uniti, la risposta risulterebbe affermativa. Le rispettive esperienze hanno evidenziato un calo del consumo di sostanze stupefacenti soft in seguito alla liberalizzazione ad opera degli apparati statali. Legalizzare equivale a regolamentare e arginare un fenomeno che nel nostro Paese è uscito fuori dal controllo statale, finendo nelle mani delle organizzazioni criminali. D’altra parte, la cannabis per uso terapeutico è stata legalizzata nel 2013 e 11 regioni italiane a prevedono che sia il San (Sistema sanitario nazionale) a farsi carico delle spese di distribuzione, mente le rimanenti lasciano che sia il paziente a farsi carico della spesa. Da gennaio è cominciata la produzione interna di cannabis presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, il quale riesce a coprire quasi l’intero fabbisogno nazionale, riducendone progressivamente l’importazione e abbattendo i costi di produzione e, di conseguenza, quelli di vendita che attualmente si aggirano intorno ai venti euro al grammo. “Studi recenti - spiega Achille Gallina Toschi, vice-presidente di Federfarma Bologna - hanno evidenziato i benefici sui pazienti sottoposti alla terapia del dolore sostituendo, in alcuni casi, i farmaci oppiacei con altri composti con sostanze cannabinoidi”. Spesso questi farmaci vengono usati per contrastare alcune patologie come la Sindrome di Tourette e la sclerosi multipla, oltre che per attenuare i dolori che occorrono nei malati in stato terminale, facendo le veci della più comune morfina. La questione medica appare dunque abbastanza chiara, mentre, quando ci si addentra nell’aspetto morale della faccenda legato alla legalizzazione della cannabis per uso personale, il muro sollevato dalle istituzioni prima, e da una larga fetta dell’opinione pubblica poi, sembra essere quasi invalicabile. Quando si parla di cannabis, e più in generale di chi si fa gli spinelli, si pensa ad una parte della nostra cittadina posta ai margini della nostra società civile. Se qualche decennio addietro, difatti, coloro che facevano uso di sostanze stupefacenti erano considerati sì dei disadattati, ma anche individui che avevano qualcosa da dire e contro cui protestare, ora queste stesse persone sono ritenute disadattati e basta. Bisogna però prendere in considerazione altre argomentazione, riguardanti il consumo di altre sostanze potenzialmente dannose alla salute: il tabacco e l’alcol. I dati ISTAT attestano che ogni anno in Italia muoiono circa 80mila persone l’anno a causa del fumo; 40mila sono invece i decessi per motivi legati all’abuso di alcol (cirrosi epatica, tumori, infarto, suicidi, omicidi, incidenti stradali, domestici o sul luogo di lavoro). Ci sono, per tal ragione, campagne promosse dal Ministero della Salute per sensibilizzare su queste tematiche. Ci dovremmo però interrogare sul perché non si provi ad aprire un tavolo di discussione in merito all’uso di sostanze stupefacenti. Prima di tutto quindi serve avere un quadro completo della questione, senza cadere in luoghi comuni. Pertanto abbiamo cercato di raccogliere i pareri, autorevoli e non, per delineare i confini dell’attuale situazione a Bologna e nel nostro Paese.

sommario: Pag. 3 - che fine ha fatto il ddl sulla legalizzazione della cannabis? Pag. 4 -il bancomat della criminalità organizzata Pagg. 5 et 6 - Luca Marola: la legge arriva;quando l'opinione pubblica è a favore Pag. 7 - cannabis: viaggio intercontinentale nella legislazione sulle droghe leggere Pag. 8 -sondaggio: cosa ne pensano gli studenti universitari di Bologna sulla legalizzazione? Pag. 9 - sguardo sullo spaccio a Bologna Pagg.10 et 11- Eugenio Finardi, cantore dei diritti umani Pag. 12 - contatti

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CHE FINE HA FATTO IL DDL SULLA LEGALIZZAZIONE DELLA CANNABIS?

____________________________________________ di S.D.

La

fame sensazionalista tutta italiana ha avuto in dono l’ennesima pagnotta: scatenatevi oh opinionisti d’ogni dove, perché il terreno fertile in cui far crescere l’indignazione popolare ci è stato oggi offerto da un minorenne ligure. Usate questo giovane gesto, risentitevi per la perdita di una giovane vita, sdegnatevi di fronte all’arretratezza nostrana, siate fieri dell’inondazione delle vostre opinabili opinioni! Approfittatene tutti di questo lauto pasto, e quando il profumo di un’altra portata avrà pervaso i vostri sensi, abbandonatelo, dimenticandovi del sollazzo donatovi. La proliferazione dialettica regalataci dall’atto del giovane consumatore di Lavagna ha elegantemente invaso i nostri media, evidenziando una questione che da tempo viaggia sulla linea del visibile-invisibile. Taciuta perché considerata di secondaria importanza od utilizzata come jolly in campagne elettorali, sta di fatto che, ad oggi, l’Italia manca di una idonea regolamentazione sulla cannabis: v’è però un prode intergruppo parlamentare che da tempo giostra, senza troppo successo, in realtà, tra i meandri del proibizionismo. Una proposta di legge in tal senso infatti già c’è: ma è stata bloccata, buttata in un dimenticatoio italiano da politiche e liturgie autoreferenziali, pendente ad oggi presso le Commissioni riunite di Giustizia e Affari sociali. È una proposta mediata, non liberalizzata, concreta e che si sposa con una politica ormai ampiamente diffusa in Europa e nel mondo; una politica che non macchia i semplici consumatori, che non pone il fardello del Reato sulle spalle di chi semplicemente ne fa uso. Questa proposta di legge, peraltro ampiamente sostenuta, prevederebbe un possesso in casa fino a 15 grammi e all’esterno fino a 5 e permetterebbe una coltivazione fino a 5 piante a testa, liberando finalmente il consumatore dal contatto diretto con l’illegalità: una proposta quindi che andrebbe davvero a colpire la criminalità organizzata e che trasformerebbe un giro d’affari stimato intorno ai 5 miliardi di euro l’anno in una possibilità per l’Italia, una possibilità concreta per chi in questo momento di fare filosofia sul proibizionismo non ha tempo, perché è un terremotato, perché è sotto la soglia di povertà. Eppure gli emendamenti vengono bocciati e la proposta si fa di nebbia sulla scia di questo terrore diffuso della tossicodipendenza, nonostante dati alla mano - provenienti dal dipartimento delle politiche antidroga - evidenzino come il modello proibizionista sia totalmente inefficace, superato, datato. Si continua a credere che un modello repressivo sia più giusto, si adatti meglio a quello che è una vergogna-una dipendenza- piuttosto che intervenire, come peraltro la proposta Giachetti farebbe, destinando il 5% dei proventi annui al Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga. Si spera quindi che, anche sull’onda di una fretta dettata dall’interesse mediatico, questa proposta venga finalmente analizzata seriamente e che nel più breve periodo possibile si giunga quindi ad una regolamentazione che si sposi con l’ampio utilizzo che della cannabis viene abitualmente fatto nel nostro Paese.

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IL BANCOMAT DELLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA

______________________________________ di Davide Tumminelli

business illegale. L’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, in un recente studio, ha affermato che l’Italia risulta essere oggi il secondo più grande centro di guadagno dello spaccio di droghe leggere in Europa, alle spalle della sola Spagna.

Di recente la direzione nazionale antimafia ha parlato di un consumo stimato

di cannabis sul territorio italiano pari a circa 3 milioni di chilogrammi l’anno. Il dato quantitativo rende poco l’idea del mercato, se paragonato a corrispettivo economico, oscillante tra i 5 e gli 8 miliardi di euro. Sarebbe questo il giro d’affari che produce, ogni anno, lo spaccio di droghe leggere nel nostro Paese. Dove finiscono tutti questi soldi? Possono, piccoli criminali, gestire un mercato così vasto? E’ credibile che la criminalità organizzata non allarghi i suoi tentacoli su questi enormi interessi? Un indizio per giungere alla risposta a questi interrogativi può essere dato dalle indagini seguite all’attentato terroristico di Madrid del 2004. Tlili Lazhar, uno dei pochi pentiti della jihad, ha affermato che la strage è stata in gran parte finanziata con i proventi dell'hashish che gruppi vicini ad Al Qaeda vendettero, tra gli altri, anche alla camorra napoletana. Prova queste dichiarazioni anche il fatto che Lazarat, città albanese, definita da molti come la capitale mondiale della marijuana, risulti da tempo controllata da personaggi vicini all’ISIS, che forniscono le sostanze stupefacenti sui più grandi centri di spaccio europei e con i ricavi finanziano lo Stato Islamico. Questo quadro terrificante chiarisce come il mercato illegale delle droghe leggere, sia diventato, non solo una fonte di guadagno, ma una vera e propria zona grigia in cui le varie organizzazioni criminali, dei più svariati tipi, tessono relazioni, scambiano mercati, ingenti quantità di denaro e influenze politiche. All’aspetto internazionale della faccenda si aggiunge il fatto che l’Italia sia al centro di questo

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Per trovare conferma di questi studi, basti osservare la concretezza dei numeri. Stando a quanto riportato dal Ministero dell’Interno i sequestri di marijuana in Sicilia si aggirano intorno a settantotto mila chili e circa quarantotto mila piante. La maggior parte dei sequestri degli ultimi dieci anni sono stati effettuati nell’ambito di indagini relative a Cosa Nostra. L’ultimo maxi sequestro risale allo scorso 4 ottobre. Il mandamento di San Giuseppe Jato, piccolo centro in provincia di Palermo, gestiva una piantagione che contava più di 900 arbusti di marijuana, con tanto di impianto di irrigazione di ultima generazione. Le indagini, coordinate dai sostituti procuratori della Dda Francesco Del Bene, Siro De Flammineis e Amelia Luise, dimostrano che il clan palermitani tendono sempre più a puntare su questo tipo d’affari. Le piantagioni di cannabis sono diventate il mezzo più facile per fare cassa e per ottenere liquidità; liquidità senza la quale risulta impossibile finanziare gli altri ambiti d’azione delle organizzazioni criminali e che può essere ottenuta in alternativa, soltanto con le estorsioni, che risultano essere sempre più difficili da svolgere in seguito alla crisi economica e all’insofferenza dei commercianti, ormai stanchi e vessati oltre ogni limite. Tutto questo fa si che la famosa ‘erba verde’ si stia trasformando sempre più nel cuore pulsante delle varie compagini mafiose. Vero e proprio ‘oro verde’, senza il quale la criminalità organizzata sarebbe profondamente danneggiata. Come influirebbe su tutto questo la legalizzazione? Di certo non azzererebbe il traffico illegale e non farebbe sparire le mafie. Ma infliggerebbe loro un colpo duro, durissimo.


LUCA MAROLA: LA LEGGE ARRIVA; QUANDO L'OPINIONE PUBBLICA È A FAVORE. _________________ di Greta Esposito

La proposta di legge per la legalizzazione delle droghe leggere è stata depositata alla Camera a luglio del 2015 e, ad oggi, rimane in attesa di discussione in Commissione parlamentare. Luca Marola, titolare del grow-shop il Canapaio Ducale di Parma, autore di numerosi libri sull'argomento e da sempre impegnato nella battaglia antiproibizionista, che ha chiarito i diversi aspetti del disegno di legge, fornendo una possibile chiave di lettura su un argomento che non divide più così tanto l'opinione pubblica come qualche tempo fa. Quale futuro prevede per il DDL a un anno e mezzo dalla presentazione? “Non credo ci sia un problema di discriminazione nei confronti di questo disegno di legge, ma esiste un problema legato alla produzione legislativa italiana. Ci dobbiamo scandalizzare del fatto che oggi la macchina italiana di produzione legislativa è così lenta e farraginosa, piuttosto che questo anno e mezzo di tempo sul ddl. Vedo e immagino come questo testo arriverà fatalmente ad arenarsi: o perché la legislatura cadrà entro l'approvazione definitiva del testo di legge da parte del parlamento, o perché lo scoglio insormontabile che ad oggi abbiamo è il Senato della Repubblica, dove non ci si avvicina ad avere una vaga maggioranza. Tuttavia, ad oggi, il deposito del testo di legge sulla legalizzazione ha già sortito degli effetti molto positivi. I sondaggi dimostrano proprio come ci sia un prima deposito del testo di legge e un dopo, con un aumento esponenziale dei favorevoli alla legalizzazione, che mese per mese continua a crescere. La cosa più significativa è stata l'editoriale in prima pagina sul Corriere della sera, in cui l’editorialista di punta ha sostenuto e sostiene il testo della legalizzazione. Insomma, si è lavorato sull'opinione pubblica e questo è il principale beneficio che abbiamo avuto da questa discussione. Ricordo come negli Stati Uniti si sia arrivati a leggi sulla cannabis legale dopo che l'opinione pubblica veniva misurata come maggioritariamente a favore della regolamentazione. La legge arriva, quando l'opinione pubblica è in maggioranza a favore di quella presa di posizione”.

ca fondamentale quella di resistere a un'eventuale caduta della legislazione e l'obiettivo era proprio questo. Per questo motivo, al prossimo giro, si riparte su quei testi lì, per cui non devono essere ripresentati e non è necessario attendere una nuova calendarizzazione. Inoltre, è il testo nato un anno dopo il deposito del testo dall’inter-gruppo parlamentare, per cui anche se si è lavorato in coordinazione, si ha avuto un anno di più per studiare le singole norme della legge. In tal senso è nata una proposta un po' più innovativa e più avanzata rispetto a quella precedente. Ad esempio, sul testo di legge di iniziativa parlamentare bisogna sempre comunicare a un'autorità amministrativa l'inizio di un’auto-coltivazione. Nel caso della proposta di legge a iniziativa popolare, la dichiarazione si fa se si hanno più di 5 piante (dalle 6 alle 10), mentre è libera da 0 a 5 piante. L'altro elemento, per esempio, riguarda il numero di iscritti massimi a un social club: il testo dell’inter-gruppo prevede al massimo 50 iscritti, noi lo abbiamo portato a 100 massimo. Non si era preso in considerazione il fatto che esistono città metropolitane, con un numero di abitanti molto alto o sindaci che devono applicare la legge nazionale, ma possono usare armi amministrative che ostacolano la reale applicazione, concedendo ad esempio un'autorizzazione sola per l'apertura di un social club sul territorio. Inoltre, la coltivazione a scopo commerciale, se fatta all'aperto, deve rispettare i criteri di coltura biologica europea. Questo norma è stata introdotta anche in un'ottica, molto fantascientifica, di produzione non solo per il mercato interno, ma anche per l'esportazione, ponendo le basi per prodotti di qualità”.

Nel 2016, l'Associazione Luca Coscioni insieme ai Radicali Italiani e al sostegno di altre associazioni ha preparato una proposta di legge d'iniziativa popolare presentata alla Camera con quasi 60000 firme. Quali sono i punti principali? "Le leggi di iniziativa popolare hanno come caratteristi-

La recente scomparsa del ragazzo suicida di Lavagna, trovato in possesso di 10 g di hashish, ha riportato in auge il dibattito sulla legalizzazione. Quanto è radicato a livello culturale il proibizionismo nel nostro paese? “I testi di legge applicati in Colorado, Washington e Oregon, seppur molto diversi tra loro, sono stati elaborati da commissioni

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molto ampie che rispettavano tutti gli interessi in gioco. Una della preoccupazioni era proprio quella di impedire la nascita di posizioni dominanti perché a differenza dell’Italia, dove l'antiproibizionismo è stato sequestrato da una parte della sinistra e dai centri sociali, negli USA la regolamentazione della cannabis è un principio estremamente liberale. Uno dei cardini del liberalismo classico o sociale è impedire l'esistenza di posizioni dominanti: no oligopoli, no monopoli. In effetti, da tre anni in Colorado, quasi tre anni Washington e due anni l’Oregon non esistono posizioni dominanti sul mercato. Ovviamente ci sono aziende che hanno lavorato meglio e quindi sono più forti rispetto ad altre, però non c'è un sovvertimento delle regole del mercato, per cui dall'inizio è così e la situazione viene cristallizzata. Stessa cosa succede con tutti gli altri testi di legge approvati per via referendaria negli altri stati. Che vi sia comunque una minoranza di coltivatori più duro e puro che vuole tutto e subito, che vede come minaccia ad ogni forma di cambiamento avvenuto anche con il coordinamento delle istituzioni, sì ci sta. Questo problema, però, non è previsto né sulla carta né sulla pratica e a questo momento è infondato. Sfido chiunque a trovare una posizione monopolistica nei 9 Stati che ad oggi hanno legalizzato la cannabis negli USA. In Italia, il testo di legge dell’inter-gruppo e parte di quello ad iniziativa popolare, ricalca la legge del Colorado. Credo che ci sarà un monopolio legale, perché è giusto che lo Stato, in un settore che ad oggi è appannaggio esclusivo della criminalità e che è di grosso impatto sulla società e sul singolo individuo, possa intervenire, fissando regole e sovvertendo la normale legge di mercato, imponendo delle regolamentazioni e dei controlli maggiori, per evitare quella porcheria che è accaduta per esempio con la legalizzazione del gioco d’azzardo". La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha sottolineato come ogni forma di azione repressiva fino ad ora non abbia permesso di contrastare la diffusione di cannabinoidi e sostenendo ogni proposta di legge a favore della regolamentazione. Perché questo viene recepito ancora dall'opinione pubblica come un tema non prioritario? “Una delle prime obiezioni che fanno ai politici che si occupano di questo tema è

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è spesso: “abbiamo altri problemi”. Il monopolio del mercato illegale di stupefacenti e il fenomeno del consumo ha ricadute su ogni aspetto della vita della collettività di una società. Sovverte ogni regola commerciale di mercato perché i soldi in nero raccolti dalle mafie vengono investiti e drogano l'economia pulita. Ha un forte impatto sul sistema giudiziario italiano: la maggior parte dei tribunali sono ingolfati proprio per reati legati al possesso. Questo rallenta e fa sì che l'Italia venga sanzionata dalla Corte di giustizia europea ogni anno per il sovraffollamento delle carceri. Inoltre vi sono costi altissimi per l’impiego delle forze dell'ordine di fronte a un risultato nullo. Se fosse calato il consumo o si fosse ridotto il numero degli spacciatori forse si riuscirebbe a vedere un rapporto di efficacia. Seguendo una semplice logica di costi e benefici si capisce come questa sia una legge sbagliata, inefficace, dannosa e criminogena, perché sei consumatori annuali, seppur saltuari, di cannabis in Italia vengono costretti dallo stato a entrare in contatto con la criminalità e a delinquere e il loro atto delinquenziale è soltanto quello di andare ad acquistare del fumo. In tal senso lo Stato costringe delle persone che hanno una vita irreprensibile ad essere per la legge criminali e ad entrare in contatto con il mondo della criminalità solo per questo aspetto”. Può riassumere tre motivi fondamentali per cui la legalizzazione della marijuana dovrebbe essere introdotta nel nostro paese?

“Verrebbero sottratti sei milioni di clienti alle mafie e alla criminalità organizzata. Si investirebbero delle risorse e si eliminerebbero quelle che finiscono alla criminalità organizzata, trasformandole in denaro pubblico da investite per le collettività. La legalizzazione è una manovra finanziaria annuale e si vede questo genere di risultato virtuoso negli Stati Uniti, dove hanno legalizzato. Terzo e ultimo punto: uno stato deve prendersi cura, così come esiste una legislazione italiana o europea sulla sicurezza degli alimenti e dei prodotti, dei diritti dei consumatori. Non è tollerabile che i consumatori di droghe leggere siano esclusi e alla mercé di criminali senza scrupoli. Ricordiamoci che sia sulla marijuana che su tutte le altre sostanze è spesso il materiale da taglio usato per appesantirle e aumentarne i costi e i profitti, ad essere più dannoso rispetto alla sostanza stessa”.


CANNABIS: VIAGGIO INTERCONTINENTALE NELLA LEGISLAZIONE SULLE DROGHE LEGGERE _______________________________________ Di Chiara Valzano

La

storia ci dice che negli anni ’40 l’Italia era il secondo Paese produttore al mondo di canapa, utilizzata prevalentemente nell’ambito tessile e per la produzione della carta. Bologna è stata capitale indiscussa di tale produzione. Siamo nel secondo millennio e la situazione si è completamente capovolta. Attualmente, in Italia vige la legge Jervolino–Vassalli, varata negli anni ’90, che nel corso del tempo ha subito numerosi interventi giurisprudenziali. La Legge Fini-Giovanardi ha rappresentato un momento di transizione, prima che fosse dichiarata incostituzionale nel 2006. Una legge profondamente restrittiva; una legge che equiparava le droghe leggere alle droghe pesanti, che trasformava la detenzione della marijuana, anche se per uso personale, in reato e introduceva la dose massima consentita, oltre la quale lo spaccio era presunto, con rischio di reclusione fino a vent’anni. Dopo la sentenza della Consulta è ritornata la distinzione precedente: spaccio e detenzione sono ritornate ad essere considerate come due facce diverse della stessa medaglia. Il criterio della modica quantità permette oggi di stabilire se si tratta o meno di uso personale, mentre la coltivazione è sempre considerata reato. È opportuno quindi analizzare la disciplina delle droghe leggere nel panorama internazionale: un viaggio nel mondo, alla scoperta dei paesi che reprimono e tollerano l’uso della cannabis. Tra i Paesi che sicuramente hanno esercitato una forte influenza su questo tema, primo fra tutti è il Portogallo. Diciassette anni fa, questo Paese ha depenalizzato il possesso di qualunque tipo di droga, dalla marijuana all’eroina. Gli effetti sono stati sorprendenti. A seguito della depenalizzazione c’è stata una notevole riduzione delle morti causate da HIV e overdose. E’ ancora sanzionato lo spaccio. Chi commette reati legati alle droghe riceve un mandato di comparizione che comporta l’obbligo di presentarsi davanti ad una commissione costituita da psicologi, giuristi e assistenti sociali. I grandi trafficanti sono ancora spediti in carcere e rischiano lunghe pene. La logica di tale leggeadottata dal

governo s ocialista sembra essere la seguente: i consumatori abituali di droghe sono considerati delle persone bisognose di aiuto e non dei criminali. Meno permissiva di quanto possa sembrare è invece la legislazione olandese. Meta di pellegrinaggio per giovani e adulti, l’Olanda compie una rigorosa distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti. E’ possibile l’uso fino a 5 grammi nei coffee shop. Superato tale limite si può incorrere in pene che vanno da una semplice multa a diversi anni di detenzione. La ratio di questa pratica è che la vendita di ristrette quantità di droghe leggere comporta una riduzione del rischio del ben più pericoloso abuso di droghe pesanti. Nella maggior parte del mondo l’uso della cannabis è ancora considerato un reato penale. Il consumo può essere punito, con il carcere, come in Francia e in Gran Bretagna, o con pene più miti in altre nazioni. Estreme sono le scelte legislative delle cosiddette Black country: Singapore, Malesia, Iran, Cina, Arabia Saudita, Emirati Arabi sono i paesi dove anche l’uso di piccole quantità è sanzionato con condanne degradanti e rischiose, consistenti in pene corporali e, addirittura, nella condanna a morte. A Singapore, per esempio, chi fa uso di cannabis è soggetto alla fustigazione o all’impiccagione, nel caso si venga scoperti in possesso di grosse quantità. In Cina, invece, l’uso di sostanze stupefacenti è considerata una malattia da curare previo soggiorno a tempo indeterminato in campi di lavoro e rieducazione. Interessante è la legislazione dell’India. Il governo indiano proibisce l’uso e il possesso di cannabis se non per manifestazioni religiose. In molte città sacre il governo controlla i negozi che vendono cannabis sotto forma di bhang, una bevanda che viene sorseggiata durante dei rituali Indù, per raggiungere uno stato di estasi o nirvana. L’Uruguay è stato il primo Paese dell’America Latina a procedere nel 2003 alla legalizzazione. Una legislazione più flessibile è stata adottata in Colombia, Messico e Brasile, dove le droghe leggere sono illegali, ma il loro consumo raramente porta a pene detentive. Non a caso, è proprio in questi territori che si concentra la maggior parte della produzione di cannabis. Da questa analisi è possibile dedurre che la legalizzazione delle droghe leggere presenta pro e contro. Il mercato dellacannabis non sembra costituire a tutti i costi un pericolo per la società. Quel che è certo è che la legalizzazione costituirebbe un traino per la crescita economica e sottrarrebbe entrate ai loschi traffici della criminalità organizzata. Ma il mercato irregolare svanirà del tutto? Aumenteranno i consumatori di tali sostanze? A voi l’ardua sentenza.

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COSA NE PENSANO GLI STUDENTI UNIVERSITARI DI BOLOGNA SULLA LEGALIZZAZIONE? ____________________ di Sergio Scollo

Il panorama universitario bolognese è da sempre uno dei più vivaci in Italia, grazie all’ incontro di culture e linee di

pensiero differenti portate dai migliaia di studenti iscritti all’Ateneo di Bologna per la loro formazione; ciò rende Bologna la location perfetta per poter esprimere le proprie opinioni e trovare un confronto costruttivo con gli altri. Anche il tema della legalizzazione delle droghe leggere è stato trattato ampiamente raccogliendo svariati pareri e considerazioni. Un sondaggio, da noi svolto nei giorni scorsi, su un campione di studenti universitari ha manifestato un giudizio pressoché unanimemente favorevole alla proposta di legge riguardante la legalizzazione della cannabis: la quasi totalità degli studenti intervistati, infatti, si è schierata a favore della legalizzazione, apportando diverse motivazioni. La principale problematica consiste, a loro parere, nel problematico legame fra criminalità organizzata e consumo di droghe leggere - “Legalizziamo per combattere le mafie” è il mantra degli studenti -

Molti di loro sostengono l’utilità di una regolamentazione riguardante il controllo di produzione e vendita della cannabis: introdurre quindi una cosiddetta statalizzazione delle droghe leggere, così da avere un controllo da parte dello Stato su una ipotetica produzione e soprattutto sulla vendita. Si stima - secondo quanto scritto nel settembre 2016 dal giornalista de L’Espresso Giovanni Tizian -che il nostro Paese sia “al primo posto a livello europeo e sesto a livello mondiale per piante (880 mila) di marijuana sequestrate” . Partendo da questo dato, a detta di molti intervistati, sarebbe opportuno legalizzare la produzione e il consumo, (seguendo comunque delle norme ben precise, già presenti nel ddl fermo in Commissione) per cercare di limitare, almeno in parte, lo strapotere delle mafie e rendere vivibili molti luoghi oggi adibiti allo spaccio. Si è manifestata fra gli studenti anche la consapevolezza di come non si abbia la certezza di quali sostanze chimiche e di quali metodi siano usate per essiccare e trattare la marijuana, visto che, come precedentemente detto, il settore è controllato dalle mafie, oltre che da personaggi disposti a tutto pur di monetizzare. Secondo i ragazzi, sarebbe importante legalizzare le droghe leggere, per regolarizzare la loro produzione e conseguentemente avere la certezza dell’assenza di sostanze che potrebbero causare effetti di gran lunga più dannosi della marijuana in se per se. E lo Stato, distribuendo un prodotto qualitativamente a norma, potrebbe avere entrate consistenti (si prenda ad esempio il Colorado, citato dagli intervistati, dove la cannabis è diventato monopolio di Stato). Infine molti hanno fatto riferimento alla libertà di poter decidere se far uso o meno di questi prodotti senza cadere nell’illegalità, paragonandolo a sostanze come l’alcol e il tabacco che, pur essendo legali, hanno effetti anche maggiormente nocivi alla salute rispetto alla cannabis. “Il proibizionismo perpetrato nei decenni, nei confronti delle droghe leggere non è stato mantenuto per scopi scientifici di prevenzione, ma solamente per convenzioni culturali e interessi politici” - dicono in modo molto schietto alcuni studenti, appena usciti da lezione. “La droga leggera è qualcosa di diffuso, usata non solo dai giovani ma anche dalle vecchie generazioni - afferma uno degli intervistati con concitazione. Quindi non ci vedrei nulla di male”. Una voce, la sua, che potrebbe presto trasformarsi, come successo in tanti altri Paesi del mondo, in legge, eludendo le problematiche legate alla salute e all’(il)legalità.

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SGUARDO SULLO SPACCIO A BOLOGNA __________________________________________ di Antonio Cormaci

Il problema dello spaccio di droga a Bologna, complice anche alcuni recenti eventi di cronaca, è tale che, nella percezione

della popolazione e sui rotocalchi, sta assumendo pieghe, con cadenza ormai giornaliera, legate alla cronaca nera. Non bisogna essere esperti, giornalisti o operatori del diritto o delle forze dell’ordine per comprendere la portata di questo fenomeno. Il quartiere universitario, piazza Verdi, via San Vitale e tutti i vicoli della Bologna più rustica e genuina, mostrano, al calar del Sole, il loro lato peggiore, il loro lato più violento e pericoloso. Non siamo nuovi, infatti, a risse in strada tra spacciatori; siamo abituati ad imbatterci in soggetti sotto l’effetto di droghe e potenzialmente pericolosi per i passanti. Ipocrisia a parte, Bologna è bella, bellissima, ma qualcosa non va. È impressionante constatare come il fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti si sia capillarizzato in tutti i quartieri di Bologna, anche extra-universitari, ammorbando zone periferiche che fino a pochi anni fa erano esenti dal fenomeno. La spiegazione sta nel fatto che dopo le invasioni di zone particolarmente inclini alla produzione di sostanze cannarinoidi – come Iraq e Afghanistan – le popolazioni locali, sia per necessità economiche che per impossibilità di monopolizzare un territorio ben definito, hanno sviluppato un canale alternativo di produzione sul territorio e di smercio, approfittando di contatti con le organizzazioni criminali di ogni Paese europeo, mafia e ‘ndrangheta su tutte. Ciò ha permesso loro di vendere a prezzi vantaggiosi cospicue produzioni di fumo, con conseguenti vantaggi e profitti sui bassi prezzi. A favorire lo spaccio nel capoluogo emiliano-rogmagnolo, la sua posizione geografica, che la rende snodo principale nello spaccio in tutta Europa e di sostanze provenienti, a volte, dai porti controllati dalla ‘ndrangheta in particolar modo. Anche la cocaina, una volta vanto di cittadini ricchi e professionisti, adesso è diventata quasi d’uso comune, con dosi che hanno prezzi accessibili anche per le fasce di popolazione più giovani. Lo testimoniano alcune rilevazioni dell’Arpa, risalenti al 2009, in cui veniva appurata la presenza di quasi 0.10 nanogrammi di cocaina per metro cubo. Ciò ha causato un’operazione di monitoring da parte dell’autorità giudiziaria, con frequenti arresti e controlli. Ma la principale preoccupazione di inquirenti e forze dell’ordine è concentrata sulla crescita esponenziale di droghe sintetiche, prodotte con relativa facilità in contesti casalinghi e di laboratorio. È di febbraio, infatti, la notizia di undici condanne per spaccio di ketamina ed anfetamina, droghe sintetiche di derivazione olandese e spacciate a Bologna, secondo la Procura, nel giro del centro sociale Tsunami di Via Larga. La preoccupazione maggiore, tuttavia, sembra derivare da un’indagine della Polizia conclusa a gennaio. A Bologna sembrerebbe arrivata la c.d. «eroina killer», o 6-MAM, ossia un oppioide contenente un’alta concentrazione di monoacetilmorfina e spacciata nella classica forma di polvere. Dal colore grigiastro, si assume sniffandola o iniettandosela in vena ed amplifica notevolmente i tradizionali effetti dell’eroina. Per questo motivo, viene giudicata altamente pericolosa e, stando alle risultanze degli inquirenti, si starebbe diffondendo capillarmente dentro la città dopo esser stata trovata, per la prima volta, in Bolognina, luogo dell’arresto del primo spacciatore di questa sostanza a Bologna.

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EUGENIO FINARDI, CANTORE DEI DIRITTI UMANI di Giuseppe Mugnano Nessuno vuole prendere posizione, nessuno vuol guardare in faccia alla situazione, ma c'è solo una soluzione non serve la polizia mandatela via c'è già troppa ipocrisia Legalizzatela.

Così cantava nel 1979 Eugenio Finardi, un giovanotto dai mille volti musicali, che spaziavano dal Rock&Roll al reggae. Due anni prima era diventato famoso con La Radio e Musica Ribelle e ora si confrontava con i giganti della musica italiana sul palco del Festivalbar. 15 bambini era la canzone in gara, contenuta nell’album Roccando Rollando. Titolo eloquente in quegli anni di protesta, di un’Italia vessata dal terrorismo degli anni di piombo; un’Italia in fermento, divisa tra ideologie e idealismi. Da dove nacque quindi l’esigenza di trattare questo argomento in un periodo storico tanto delicato? “La mia generazione è stata la prima, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, a confrontarsi con il consumo di sostanze stupefacenti, in particolare la cannabis, che in precedenza era cosa rara; poi c’erano gli acidi: l’utilizzo di queste droghe era vissuto non come un modo di divertirsi, piuttosto come un modo di apprendere culture diverse, come ad esempio quella sciamanica. Nel ’77 però comparve l’eroina che ha devastato un’intera generazione: insieme alle P-38, contribuì a spegnere i movimenti sociali, gli utopisti e le avanguardie degli anni Settanta, ovvero coloro che avevano lottato per ottenere pari diritti per i giovani e le donne. La mia Legalizzatela era quindi un’invocazione a togliere queste sostanze dalle mani della malavita. Sentivo l’esigenza, e la sento ancor di più ora, di chiedere che venissero depenalizzate tali sostanze e concentrarsi su altre maggiormente dannose, comprese l’alcol e il tabacco, altrettanto nocive ma legali. Oggi chi è astemio non è guardato di buon occhio. Bisognava combattere una cultura sbagliata”.

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È cambiata la sua concezione del problema in Italia in questi 40 anni? “No, anzi si è rafforzato il convincimento che ci dovrebbe essere un cambio di direzione. Se penso ai miei figli, a come li ho educati, convincendoli ad evitare l’uso di certe sostanze se non in tarda età. Mio figlio, che ha 26 anni, non ha cultura dell’ubriacarsi, bensì quella del buon bere. Evitare certe prassi ti aiuta a rimanere più concentrati nella quotidianità e a vivere meglio. Poi però sento degli altri giovani che abusano di sostanze stupefacenti per andare ai rave party: pensano solo allo sballo, che ritengono una forma di divertimento. Si beve e ci si droga senza pensare, mentre una volta lo si faceva per avvicinarsi alle culture orientali: nonostante oggi viviamo in un sistema globalizzato, il mondo di quegli anni era più aperto, poi con le guerre in Medio Oriente ci siamo chiusi in una realtà più europea”. Padre bergamasco, madre statunitense. Quali differenze ha riscontrato in merito alla legalizzazione? “Il loro caso, prima tra tuti quello della California, ha dimostrato come la legalizzazione delle droghe leggere ha portato alla riduzione del uso personale di cannabis e l’innalzamento dell’età media della prima esperienza di consumo delle stesse: credo che la sua fruizione sia più utile in tarda età che da giovani, dal momento che i suoi effetti, come la perdita di memoria a breve termine e il leggero stato confusionale, sono più indicati per persone con problematiche più serie. Personalmente le farei prescrivere per combattere noia e solitudine, sentimenti che affliggono spesso le persone più anziane”. Pensa che siamo pronti a legalizzare? “Siamo frenati dalla cultura cattolica: si è discusso delle cellule staminali, del testamento biologico, delle unioni civili. Quel che manca è la volontà, politica e sociale, di capire che non è un problema di ordine pubblico, bensì culturale e medico, se si considerano i risvolti terapeutici legati alla legalizzazione. Il proibizionismo non funziona in nessun ambito, che si parli di aborto e, più in generale, di salute. Bisogna comprendere bene certe problematiche e creare una nuova resistenza positiva”. Alla luce delle diverse problematiche che persistono nel nostro Paese (crisi economica, elevato tasso di disoccupazione giovanile, instabilità politica), è condivisibile la scelta di andar via da parte di tanti giovani? “Non è scelta ma necessità. Io sono rimasto qui perché ho avuto delle opportunità. Oggi esiste anche la possibilità per tanti giovani di andare in Erasmus, che ritengo essere un’esperienza fondamentale. In generale però non ci sono molte opportunità, anche se abbiamo la fortuna di vivere in un posto stupendo, in cui la qualità della vita è molto alta: il nostro pregio ma anche il nostro peggior difetto è che siamo un Paese elastico, non rigido sulle piccole cose della vita, ma estremamente elastico in materia di politica ed economia. Se ci fosse davvero una cultura della legalità sarebbe un posto perfetto in cui vivere: si tratta di trovare il giusto equilibrio tra elasticità produttiva e illegalità. Persiste purtroppo la mancanza di senso della responsabilità nella nostra società civile”. De Andrè, Dalla, Fossati, Avion Travel, Elio e le storie tese, Subsonica. Ha collaborato con tanti artisti, capaci di lanciare messaggi sociali di grande impatto. Ritiene ancora possibile avere una presa sulla società attraverso la musica? “Oggi vi è un pensiero unico molto forte, neoliberista. Negli anni ’70 si andava dall’estrema destra extraparlamentare all’estrema sinistra. Ora si spazia tra centro-sinistra e centro-destra e non vi sono grandi differenze tra questi due schieramenti. La politica ha perso di credibilità e di conseguenza siamo diventati tutti molto più individualisti. Ci sono altri gruppi musicali, come Lo Stato Sociale o I Ministri, che lanciano messaggi sociali che però non vengono recepiti come accadeva prima. Questa generazione ha visto crollare tutte le utopie e ha perso fiducia. I miei punti di riferimento erano Berlinguer e Pannella. E ora?” Si sente un cantante un cantante ribelle? Si, ma in senso lato, nel momento in cui si riflette e si cerca di suggerire delle soluzioni. Sono sempre stato un cantante sociale, che cantava il mondo in cui viveva. Il mio modello musicale è Bob Marley, che faceva musica per lanciare messaggi ed essere utile, cercando allo stesso tempo di non essere noiosi ma divertenti”.

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Copertina e vignette: Carlotta Laghi

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(il)legalizzazione! | Numero 33 - aprile 2017  
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