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affrontare la complessità lavorando sul vivente

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stessa e delle divinità ad essa ispirate. Abbiamo adottato modalità aleatorie di concepire la nostra distinzione dalla natura, fino a generare un’impropria astrazione. Certamente abbiamo dimostrato capacità di immaginazione, conoscenza e invenzione, leve principali dell’evoluzione della nostra specie e dello sviluppo di civiltà negli ultimi millenni. Sono ancora queste le forze che dobbiamo esercitare, ma in termini meno muscolari e più intelligenti. Pensare noi stessi come esseri e comunità naturali oltre che culturali può consentirci di percorrere vie di sviluppo nuove, proprio mentre siamo impegnati anche sull’intelligenza artificiale. Non vedo le due vie necessariamente in contraddizione. La proposta di Diana Balmori (2010) di integrare la città nella natura costituisce pertanto anche una sollecitazione ad interpretare la complessità degli habitat urbani attraverso il vivente, per renderli meno vulnerabili, più resilienti e più prestanti. Lavorare sul vivente significa determinare condizioni perché le sue molteplici forme possano collaborare con efficienza in direzioni ritenute utili a fini stabiliti. Lavorare sul vivente significa chiamare indirettamente all’azione le piante, che negli insediamenti possono svolgere molte funzioni con effetti diretti sulla qualità della vita degli uomini e degli animali. Lavorare sul vivente significa anche indurre ad azioni utili gli esseri umani, attraverso una loro crescita culturale, nonché attraverso le esperienze educative dirette che le stesse trasformazioni dei luoghi che essi vivono possono generare. Lavorare sul vivente significa dunque proseguire ad inda-

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Progettare trasformazioni dei paesaggi nel mondo che cambia - Gabriele Paolinelli  

La ricerca della sostenibilità può essere considerata un’astratta ‘utopia della fuga’ mentre in realtà è interessante la sua concretezza com...

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