Adriatico. La città dopo la crisi

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Adriatico la città dopo la crisi

Antonio di Campli, architetto, dottore di ricerca in Urbanistica, è attualmente Borsista Postdoc presso l’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL). Visiting Professor a Bogotà, ha insegnato nelle facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Torino e Pescara.

la città dopo la crisi Antonio di Campli

A partire dalla metà degli anni ’90 gli studi sull’Adriatico, prodotti nell’ambito delle discipline urbane e territoriali, sono costruiti attorno a discorsi dove prevale l’azione del singolo, di ciò che viene pensato e prodotto dal basso, e appaiono spesso segnati da entusiasmi circa la capacità di assecondare i mutamenti economici, di produrre innovazione. L’insieme di questi discorsi rimanda ad alcune figure quali assenza di gerarchie, trasformazioni nonlineari, crescite incrementali, che hanno descritto il territorio adriatico, e le società che lo abitano, come un grande sistema adattivo, modellato da una moltitudine di soggetti, dove il benessere è ricercato entro una dimensione quasi sempre privata. A valle di questa stagione di costruzione, e concettualizzazione, dello spazio adriatico oggi è possibile individuare diversi fenomeni che descrivono uno scostamento da queste logiche e che possono essere ricondotti in buona parte alla crisi delle economie che a lungo hanno sostenuto la costruzione di questo modello spaziale così come a più generali modificazioni nel sistema di preferenze e negli immaginari abitativi di chi vive o pratica anche solo come turista, questi litorali. Da qui nasce la necessità di trovare nuove lenti attraverso le quali osservare questo spazio che può essere considerato uno dei contesti privilegiati per riflettere attorno alla definizione di immagini, sguardi e progetti per la città “dopo la crisi”.

Antonio di Campli


Adriatico la cittĂ dopo la crisi Antonio di Campli

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Indice

pa

adriatico bi-coastal economy

aloni

clearing

continuità/rivalità

ansie sociali coaguli

comfort

distretto turistico divenire elevazione a maggiore

costa

islam

lato oscuro

modernità paesaggio politiche

turismo

costa crisi

corda

economia ecosistema

immagine locale

portolano

potere

democrazia

frammistione

infinito

intelligenza

minorazione

parco

residuo

sinapsi straniamento

visione doppia

attrito

ecotono fenici

reti

orbite

periferia scollamento

sottrazione spazio interno vuoto

pa

di

mimicry

montaggio omologazione opacità/luminosità

paesaggi coloniali

sfilacciamenti sottosviluppo

arcipelago

finzione forme regolative

identità

ginestre

approdi

concatenamenti condesatori conflitti

sfere terra/mare

valutazione zone di contatto

pa

2


Adriatico. La città dopo la crisi Separazioni / finzioni La costa infinita La costa infinita. Un ecosistema turistico Osservare i litorali Il parco costiero del medioadriatico Quattro scenari

parte

parte

parte

1 2

3

l’immagine

Due strategie Vedere doppio Un paesaggio di meno

making of

Pianificare i litorali Due tradizioni nel governo delle coste. ICZM e le politiche del Datar Tre esperienze italiane. Toscana, Liguria, Provincia di Venezia Riscrittura di territori all’interno di politiche. Vasab e Interreg Bibliografia

forme d’azione 3


Adriatico: centralitĂ , filamenti, reti.

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Adriatico La città dopo la crisi Osservare oggi lo spazio adriatico permette di cogliere fenomeni e individuare pratiche difficilmente riconducibili alle retoriche sulla città prodotte negli ultimi quindici anni per interpretare e progettare questi territori. A partire dalla metà degli anni ’90 gli studi sull’Adriatico, prodotti nell’ambito delle discipline urbane e territoriali, sono costruiti attorno a discorsi dove prevale l’azione del singolo, di ciò che viene pensato e prodotto dal basso, e appaiono segnati da entusiasmi circa la capacità, riconosciuta come propria delle società e dei sistemi produttivi adriatici, di assecondare i mutamenti economici (la figura del surfista), così come le modificazioni ambientali, di produrre innovazione. L’insieme di questi discorsi rimanda ad alcune figure quali assenza di gerarchie, trasformazioni non-lineari, ecologia, crescite incrementali, innovazione che si produce al margine del caos1, che hanno descritto il territorio adriatico, e le società che lo abitano, come un grande sistema adattivo, modellato da una moltitudine di soggetti, dove il benessere è ricercato entro una dimensione quasi sempre privata. A fronte di tali caratteri il progetto urbano e territoriale, negli anni ’90 e anni 2000, ha tentato di controllare i processi molecolari di costruzione dello spazio prevalentemente attraverso strategie volte a costruire narrazioni di tipo lineare: il lavoro sulle reti, infrastrutturali o ambientali viste come l’elemento in grado di dare una struttura alla nebulosa delle trasformazioni molecolari; la definizione di modelli 1. Figure proprie delle discipline della complessità attorno alle quali si è molto riflettuto negli anni ’80 e ’90 soprattutto a partire dalla diffusione delle ricerche di Murray GellMann, Ilya Progogine, Humberto Maturana e Francisco Varela e dalle riflessioni di Edgar Morin.

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di paesaggio come dispositivo di controllo tra le esigenze di crescita economica e qualità del territorio; l’attenzione alle pratiche minute, quotidiane, d’uso dello spazio e alla ricombinazione attenta dei materiali urbani prodotte da queste; l’individuazione di contesti locali visti come soggetto di riferimento per politiche e progetti in grado di favorire la coesione tra gli attori e forme di sviluppo locale. Tutte queste forme del progetto sono accomunate dal tentativo di ritrovare figure territoriali e paesaggi identificabili, leggibili, dal desiderio di evidenziare, entro palinsesti territoriali divenuti opachi, elementi di lunga durata. A valle di questa stagione di costruzione, e concettualizzazione, dello spazio adriatico oggi è possibile individuare diversi fenomeni che descrivono uno scostamento da queste logiche e che possono essere ricondotti in buona parte alla crisi delle economie che a lungo hanno sostenuto la costruzione di questo modello spaziale. Su questi temi, in particolare a proposito dei processi di ristrutturazione del settore della piccola e media impresa nell’attuale fase di internazionalizzazione delle economie, così come sul declino delle forme del turismo balneare2 più consuete in Adriatico, economisti e geografi hanno discusso molto. Allo stesso tempo altri mutamenti hanno luogo, nei modi di praticare questi spazi, nel sistema di preferenze e negli immaginari abitativi di chi vive o pratica anche solo come turista, questi litorali. Queste modificazioni sembrano essere esito di una diffusa insoddisfazione o delusione 3, termine che qui è inteso in senso hirschmaniano 4, da parte di chi abita questi luoghi, circa le prestazioni e la dimensione 2 Quello legato alle sole dotazioni di attrezzature balneari e al servizio al turista. 3 Rispetto ad un ambito urbano la delusione è esito di un processo di montaggio di due immagini, quella presente nelle proprie attese e desideri e quella che ci si forma quando si è di fronte all’oggetto, quando si è nel luogo. Questa forma di discordanza, o straniamento cognitivo ha un manifesto carattere introspettivo che permette all’abitante a mettere a fuoco meglio i propri desideri, di attivare un particolare processo di progettazione però “negativa” dove il luogo tende ad ridefinito come spazio residuale. 4 Una riflessione attorno al concetto di delusione è stata fatta da Albert Hirschman che nel 1981 ha scritto un testo che si presenta come una sorta di romanzo intellettuale sulle

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del comfort degli spazi dell’abitare nei territori adriatici, in particolare nei contesti di dispersione insediativa. Questa versione costiera della città generica, di latta, losangelena 5, costruita sulle basi di preferenze e per soddisfazioni individuali, pittoresca, è connotata da un’alternanza tra luoghi immunitari, protetti, spazi connotati da una esasperata sovrapposizione di usi e cure (la casa isolata su lotto, la palazzina, l’arenile, il centro storico), e altri opachi, invisibili, verso i quali si manifesta indifferenza (spazi agricoli che percolano nell’edificato, spazi in attesa, sistemi ambientali), ed è proprio questo spazio scritto come un codice morse, che i suoi stessi abitanti osservano con uno sguardo distaccato, distratto, che oggi risulta insoddisfacente, faticoso, privo di comfort e qualità. Crisi delle economie e delusione per la qualità e la dimensione del comfort che connota l’abitare nella dispersione insediativa adriatica, hanno quindi prodotto in questi anni un generale indebolimento dei tradizionali processi di trasformazione molecolare attorno a cui sono stati costruiti molti dei racconti su questa dispersione costiera. Si tratta dell’affievolirsi di quei processi di costruzione spaziale legati all’autopromozione e descritti dall’icona della casa isolata su lotto o della casa-capannone. A questo fenomeno si accompagna un processo di ricolonizzazione dei centri storici di piccole città collinari, dove si cerca di approfittare delle condizioni e delle qualità dei tessuti densi, e delle loro consolidate dotazioni di servizi, per ricostruire nuove forme di un’abitare di prossimità ricercando condizioni di maggiori comfort dove queste già si danno, riutilizzando ciò che c’è, cercando di limitare quella dinamiche del comportamento collettivo delle società contemporanee e dove si opera una critica alla teoria tradizionale del consumo così come definita dal pensiero economico neoclassico. Albert Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna, 1983. 5 Il termine città generica è di Koohlhaas e si trova in: Rem Koolhaas, Bruce Man S,M,L,XL, The Monacelli Press, New York, 1994 ; il primo paragone di Pescara a Los Angeles, successivamente ripreso da molti studi territoriali è di Piovene, si veda: Guido Piovene, Viaggio in Italia, Mondadori, Milano, 1957; città di latta è una locuzione di Desideri, si veda: Paolo Desideri, Città di latta, Costa & Nolan, Genova, 2000.

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serie di movimenti pendolari a medio raggio che connotano l’abitare reticolare della diffusione insediativa. Si tornano ad abitare piccoli tessuti storici, spesso non di particolare pregio o celebrati, importando qui alcune delle condizione dell’abitare nella dispersione, mantenendo ad esempio, alcune forme di anonimato, e combinandole con una maggior estroversione verso spazi urbani dotati di un carattere domestico. La prossimità che si ricerca qui non è intesa in senso sociale quanto piuttosto in senso spaziale, ambientale, qualcosa oltre la casa, nello spazio urbano attorno alla residenza, da riconfigurare, come direbbe Peter Sloterdijk, come una “bolla”, come un interno urbano. L’insieme di queste riscritture di tessuti compatti, operate, come nella dispersione, in maniera individuale, restituiscono una particolare densità a questi luoghi, saturi non più solo di cultura ma di nuovi usi, pratiche, una densità stratificata dove gli spazi, i servizi, vengono utilizzati però in maniera oscillante, secondo varie combinazioni temporali. Questi fenomeni, parafrasando Reyner Banham, stanno ridefinendo molte delle ecologie della città adriatica: la spiaggia, le colline, i centri storici, il sistema delle reti ambientali e quello infrastrutturale e delle attrezzature ad esso connesse, e contemporaneamente mostrano gli effetti spaziali di quei processi di marginalizzazione dello spazio adriatico rispetto ai territori interni cha hanno avuto inizio già dalla fine degli anni ’90. Nonostante gli entusiasmi cartografici che in passato alcune ricerche hanno manifestato nel leggere questo territorio come una città, è forse proprio adesso che per la prima volta questo vasto filamento urbanizzato sta assumendo una forma di città, e la sta assumendo

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nella sua forma più propriamente moderna, quella della periferia, uno spazio dominato da logiche funzionali, da luoghi specializzati, da gerarchie. Da qui nasce la necessità di trovare nuove lenti attraverso le quali osservarla: quali forme sta assumento questo spazio? E come guardare quel suo doppio, l’altra riva dei balcani, senza cadere in un gioco di specchi che sottendono una diffusione lineare di modelli di trasformazione dalla riva più progredita verso quella più arretrata? Come uscire da quelle retoriche sul carattere intimo e raccolto dell’Adriatico che sottendono politiche implicitamente neocoloniali verso la riva orientale? L’Adriatico è uno spazio doppio, i cui caratteri sono esito non solo dei legami con i territori interni ma anche della frizione tra le due rive contrapposte. L’insieme di tali questioni identifica le rive adriatiche come uno dei contesti privilegiati per riflettere attorno alla città “dopo la crisi”. Si tratta di questioni che richiedono la definizione di immagini, sguardi e progetti adeguati. Note sulla ricerca Questo studio si pone come obiettivo la costruzione di un nuova immagine del territorio costiero adriatico, una immagine selettiva, densa, ma aperta alla prefigurazione di nuove e diverse forme d’azione per il governo dei paesaggi e dei territori costieri delle due rive dell’adriatico. La costruzione dell’immagine non è intesa come processo di definizione di un progetto tradizionale per questo territorio quanto piuttosto come uno strumento utile a prendere decisioni che viene offerto agli attori, uno strumento che non appartiene alle tradizionali6 forme di regolazione tese 6. Tradizionale nel senso di un prodotto offerto come chiuso, coerente nelle sue parti e definito nelle priorità secondo un programma che riflette un’intenzionalità pubblica chiara.

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a ridefinire comportamenti ma piuttosto quale strumento regolativo del senso e del significato. Un’immagine di un territorio, di un oggetto, di un paesaggio corrisponde ad un particolare modo di vedere; attraverso di essa alcune informazioni e caratteri propri dell’oggetto descritto decantano e definiscono un campo segnato da pieghe e allusioni interpretative, questioni progettuali. Immagini, spazi e modi di vedere, non possono essere considerate variabili slegate ma costituiscono una coordinazione che tiene insieme ciò che si osserva e i modi della sua trasformazione selezionando ciò che è rilevante per modificare l’oggetto osservato e mettendo in ombra ciò che non lo è. In tal senso è possibile intendere un’immagine non come specchio o ripetizione della cosa o, all’opposto, una derealizzazione in cui perdersi, bensì come luogo di espressione di un particolare potere che in vari modi media la relazione conoscitiva tra un modo di vedere un territorio e la sua modificazione, capace di ordinare il visibile alludendo ad una sua oscurità, a dilatare, come diceva Klee, l’oggetto osservato “al di là del proprio fenomeno”. Lo studio che viene presentato nelle pagine seguenti richiede inoltre qualche precisazione circa il percorso di ricerca seguito, un percorso non tradizionale e non deduttivo, che lavora su tre piani diversi tra loro connessi (l’immagine, il making of, le forme d’azione). Seguendo una logica non cartesiana o lineare, la ricerca non è ritagliata in un unico ambito, ma è costruita secondo una logica combinatoria tra parti distinte il cui intreccio permette di far emergere diverse questioni, di istituire sinapsi, secondo un approccio che può essere quello del collezionista (Benjamin), dell’archivista (Derrida) o del bricoleur (Lévi-Strauss). Questa logica, non lineare, sembra la più adeguata a restituire il carattere complesso del governo dei litorali, soprattutto in relazione al carattere sempre più incerto e “affollato” del progetto. Il

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fare ricerca in qualche modo riflette un fare progettuale. Lo sfondo è il medesimo: la necessità nei processi cognitivi, come in quelli progettuali, di abbandonare posizioni semplici e consolatorie per le quali qualcuno (progettista e/o ricercatore) ha di fronte a sé un percorso che può essere già immaginato nei suoi diversi passaggi. Il caso interviene sempre in modo inaspettato, Jean-Luc Nancy al riguardo parla delle “occasioni insensate del senso”. La progettazione dei litorali: un campo di esperienze La prima questione affrontata è quella del governo dei litorali, dei suoi paesaggi e dei suoi ambienti. Esiste una questione dei litorali da tempo presente nei dibattiti disciplinari, questa è stata esplorata analizzando diverse esperienze, diverse forme d’azione, nazionali ed europee, parte delle quali sono restituite nella seconda parte della ricerca. Le questioni relative al governo delle coste, sostiene Roberto Gambino, collegano strettamente i temi del paesaggio e dell’ambiente a quelli della pianificazione territoriale, riconfigurando in tal modo le tradizionali forme d’azione e obiettivi di quest’ultima. Il risultato di questa interazione è un duplice atteggiamento che viene ad assumere la pianificazione costiera che tende a configurarsi come regolativa ma anche strategica e visionaria. Questa doppia natura si confronta con una laboriosa evoluzione del quadro istituzionale e con le nuove istanze partecipative delle comunità e degli attori locali nella produzione delle politiche costiere. L’esigenza di un approccio strategico nasce dall’incertezza e dalla difficoltà di costruire scenari al futuro per questi contesti, dalla trans-scalarità delle dinamiche da controllare, sia ambientali che paesaggistiche proprie dei contesti costieri. Le questioni poste dal tema dei litorali, gli esiti delle letture delle esperienze che lo hanno affrontato, portano alla necessità di inventare, prendendo

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in considerazione le coste adriatiche (il transetto centrale in particolare), un nuovo dispositivo di governo dei litorali, un dispositivo che può essere costruito a partire da una ridefinizione del concetto di parco costiero. Il progetto di parco come immagine per gli attori Da queste considerazioni e dagli esiti della lettura del territorio, l’immagine che si propone è quella di un parco costiero tra le due rive, un parco costruito secondo la strategia del clearing, o della radura, cioè dell’articolazione delle due rive in parti luminose (cioè costruite, attrezzate, dove è stata operata una radura), e di parti opache (corrispondenti in maniera generale agli spazi rurali e forestali e residuali). Al progetto del parco è dedicata la prima parte di questa ricerca. La nozione di parco merita di essere precisata, per l’uso estensivo e le diverse accezioni delle quali è solitamente caricata. In questo lavoro si è teso a configurare un modello debole di parco costiero visto come sistema di relazioni tra parti piuttosto che come area conchiusa. Questo modello di parco senza confini, a geometria variabile, sembra il più adatto sia a porsi come strumento di governo di queste coste che, a favorire l’integrazione turistica tra le due rive. Le coste adriatiche, orientale ed occidentale, non hanno una storia simile, né seguono, in tempi diversi lo stesso processo di costruzione; entrambe sono però accomunate dal fenomeno turistico. In tal senso è possibile intendere questo come il catalizzatore di un ecosistema tra le due rive, un ecosistema fatto di conflitti e di interdipendenze che può prendere la forma di un parco costiero contemporaneo, un dispositivo in grado di favorire inoltre l’irrobustimento di una bi-coastal economy in formazione. E’ utile forse ribadire come questo modo di intendere il parco sfugge da una logica banalmente evolutiva per la quale i

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luoghi, le situazioni, i territori orientali meno sviluppati, avrebbero di fronte un percorso in qualche modo già tracciato. Una logica secondo la quale qualcosa funziona da riferimento. L’ambiguità che accompagna la nozione di territori lenti nel recente dibattito, ci dice come questo modo di intendere i processi di trasformazione territoriale sia ancora presente. Sfuggire ad una logica banalmente evolutiva non significa peraltro cadere in una prospettiva di pura conservazione rispetto ad una condizione intesa (soprattutto se la si guarda dalla costa italiana), come interessante per una serie di valori ambientali altrove persi. Anche in questo caso ci può mettere in guardia il rinascente ritorno all’ambientalismo moderato e conservatore dei primi anni cinquanta. Quello che trovava accoglienza nelle pagine del Borghese di Leo Longanesi, o del Corriere di Borgese o ancora del Mondo di Pannunzio. Un ambientalismo metapolitico, non giocato su un progetto di trasformazione del sociale, ma su un atteggiamento di dura conservazione: paesaggio contro modernizzazione, identità contro vandalismo, nostalgia contro trasformazione. In modo duro, semplificato e consolatorio. Posizioni umorali e nostalgiche che non fanno della difesa del patrimonio culturale e paesaggistico occasione di progetto, quanto di denuncia. Se a quelle posizioni si deve il merito di aver posto, forse per la prima volta nel nostro paese, il problema della qualità e dei costi dello sviluppo, bisogna pure riconoscere il loro sguardo fisso all’indietro, l’ostilità nei confronti della modernizzazione faticosamente conquistata, il feticismo di chi vuole conservare le cose, non le ragioni che stanno tra le cose e coloro che le abitano, costruiscono o modificano. L’espressione di una difficoltà più generale: quella della cultura del nostro paese a misurarsi con la modernizzazione. Il progetto del parco si misura con la necessità di non ricadere in queste due posizioni semplificate e inattuali,

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per quanto, appunto, oggi ritornino con una certa evidenza. Anche per questa necessità, il progetto si configura come una forma regolativa “debole”, forma non tradizionale offerta gli attori come immagine di riferimento. Le articolazioni che questo parco può prendere sono comunque legate alle geometrie istituzionali che ne potrebbero sottendere la costruzione. In tal senso l’esito proposto dalla ricerca è costituito da quattro scenari istituzionali. Lo sfondo teorico Il progetto del parco si è costruito sulla sollecitazione offerta da un insieme di esperienze di progettazione dei litorali, sull’intenzione di risolvere alcune questioni nei rapporti tra la riva orientale e occidentale, attraverso la nozione di parco e su uno sfondo di riflessione che può considerarsi costitutivo delle soluzioni proposte, seppure, ancora una volta, non vi siano legami dirette tra alcune posizioni ritenute rilevanti e la loro “applicazione” nel progetto. Al centro di questo terzo piano (di sfondo e di natura teorica) sono due nozioni: la nozione di visione doppia, una sorta di dispositivo che costruisce una strategia di osservazione del territorio; la seconda è la nozione di minorazione, così come è desunta da riflessioni maturate nel campo della critica teatrale contemporanea. A queste due nozioni è dedicata la seconda parte di questo studio. Qui è utile richiamarne alcuni caratteri. Con visione doppia si intende la strategia di osservazione contemporanea di due rive contrapposte e con caratteri diversi. Uno degli esiti principali di questa strategia è la costruzione di temi di progetto a partire da un doppio movimento: la progettazione del parco costiero dal mare e da terra. Con minorazione del paesaggio si intende il tentativo di individuare, in analogia ad un processo matematico, una

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strategia di governo dei paesaggi in grado di favorire, assecondando il “potenziale della situazione” presente in un territorio, la configurazione di paesaggi vibranti, mutevoli, persistentemente innovativi. Queste categorie concettuali sembrano le più adatte a definire strategie per il governo del paesaggio costiero adriatico, un paesaggio ecotonale, cioè selettivo, mutevole e conflittuale. Una strategia di montaggio La ricerca è quindi composta di più elementi, alcuni più autonomi, altri più connessi, e articolati su tre livelli distinti (ma con molteplici connessioni): l’immagine, che corrisponde alla costruzione del parco costiero; making of, in cui è possibile cogliere il tentativo di istituire connessioni tra discipline diverse e che corrisponde alla costruzione dello sfondo concettuale; casi-studio che corrisponde alla letture delle forme d’azione e di governo. L’immagine che potrebbe descrivere il processo di costruzione della ricerca è quella di una ragnatela, di un rizoma (Deleuze), di una cartografia mobile, o di una mappa oscillante, cioè immagini che permettano di costruire sempre nuove combinazioni. Ragnatela, rizoma o mappa oscillante sembrano figure coerenti con i caratteri dei temi affrontati, il governo delle coste, e hanno un carattere comune, consentono cioè di “iniziare nel mezzo”. Si tratta di un’idea formulata da Deleuze e Guattari, entrambi lettori di Kafka. In un passo dei diari di Kafka si legge: «le cose che mi vengono in mente non si presentano mai attraverso la loro radice, ma per un punto qualunque situato nel loro mezzo: cercate allora di trattenerle, cercate di trattenere un filo d’erba che comincia a crescere soltanto nel mezzo dello stelo e di aggrapparvi ad esso». Ogni ricerca inizia “nel mezzo” di un tessuto che altri hanno cominciato ed altri continueranno a tessere. “Iniziare dal mezzo” significa

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quindi porsi come elemento mobile all’interno dei diversi discorsi già prodotti e contemporaneamente cercarsi un nuovo possibile territorio. A questa costruzione del lavoro ha corrisposto una strategia di esplorazione delle fonti secondo una metodologia articolata nuovamente in tre piani. Per il primo si è trattato di metodologia tradizionale dell’analisi dei casi che ha previsto una presa di conoscenza diretta sui luoghi, interviste con attori rilevanti, ricostruzione di intenzioni, ragioni, interessi di politiche spesso ben determinate dal punto di vista delle risorse. Le fonti sono dirette e di letteratura (testi sullo spazio dell’Adriatico, sulla forma delle sue regolazioni, sulla sua storia, sulle forme del turismo) o esito di sopralluoghi (lungo entrambe le rive dell’Adriatico, in particolare in contesti residuali o in mutazione). Per la seconda parte, una metodologia di progetto: conoscenza dei luoghi, ricostruzione del campo delle questioni attraverso interviste con studiosi e attori, studio della proposta progettuale. Le fonti sono da un lato riferimenti progettuali relativi al litorale, dall’altro testi che trattano il tema del progetto del paesaggio. Per la terza parte, i riferimenti sono stati individuati nelle tre forme d’azione attualmente più ricorrenti (politiche condotte a scala nazionale, strumenti di cooperazione transfrontaliera, piani regionali). La costruzione del testo Mi è sembrato utile non riproporre nel testo l’ordine delle operazioni condotte, ma rendere esplicita la composizione del ragionamento al quale ho accennato, esasperandola, rendendo autonome (per quanto possibile) le tre parti del lavoro. Il testo si compone dunque di due parti, nel primo sono illustrati e argomentati il progetto del parco e il suo sfondo

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teorico. Nella consapevolezza che questi non possano essere distinti, ma anche con l’intenzione di dispiegare entrambi nelle loro più minute articolazioni (cosa che non sarebbe stata auspicabile, forse neppure possibile, entro una “semplice” illustrazione del progetto del parco). Ho separato invece in una seconda parte gli studi condotti su esperienze analoghe. Non perché ritenga esornativi o di minore importanza. Come ho cercato di dire, alcune suggestioni costruttive del mio lavoro sono arrivati dall’esame di queste esperienze. Mi è sembrato tuttavia più semplice, allegarle riconoscendo a questa parte del lavoro una specificità che sarebbe stata appiattita, facendo, di nuovo, rientrare tutto nella presentazione del progetto. La presentazione di questi materiali può sembrare artificiosa, tuttavia essa segue una modalità alla quale ho richiesto, semplicemente, di essere la più chiara possibile.

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Tre questioni

separazioni / finzioni

1

osservare i litorali la costa infinita

vedere doppio

2 esperienze tradizioni di governo

3

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l’immagine

quattro scenari

il parco costiero

making of

un paesaggio di meno

politiche costiere

forme d’azione

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L’immagine

distinzioni insicurezza

1 continuità / rivalità

2 3

allineamento

continuità

4

difesa

clearing

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separazioni / finzioni la costa infinita

crisi ambientale ecosistema turistico

alitĂ

g

periferia

coaguli intrecci

marginalizzazione

“una cittĂ â€?

osservare i litorali mutevolezza ecotono connessioni

il parco

4 scenari: perle reti e nodi infrastrutture fulcri e aloni

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2

Making of

una randstad adriatica due rive opposte

1

2 minorazione

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vedere doppio

ca

opposte

azione

fissitĂ

logiche neocoloniali

mimicry

un paesaggio di meno

divenire

straniamento atteggiamento antipatrimoniale

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Foro di Ortona. Serre.

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2

Due strategie

La costruzione dell’immagine del parco costiero ha come sfondo due questioni, che in maniera parallela alla lettura del contesto e dell’analisi dei casi-studio, ha concorso al processo di costruzione dell’immagine del parco: quella della visione doppia di uno spazio costiero articolato su due rive, e quella della minorazione del paesaggio. Con la locuzione visione doppia si intende il tentativo di osservare contemporaneamente due rive contrapposte e con caratteri diversi. Questa operazione è stata condotta attraverso il confronto tra due possibili letture di questo spazio: l’adriatico come un unico spazio urbano, lettura questa che mette in evidenza gli elementi della continuità infrastrutturale ed ambientale tra le due coste e la lettura dell’adriatico come di due rive dai caratteri opposti, una in buon parte urbanizzata, l’altra selvaggia, lettura questa che mette in evidenza il tono “coloniale” con cui la riva occidentale tende a vedere quella orientale. La strategia della doppia visione è ricorrente nell’ambito di questa ricerca. Essa emerge nel capitolo sulla costa infinita, dove discuto del doppio fenomeno che produce l’immagine del litorale adriatico appunto come una costa infinita, (l’irrigidimento e la frantumazione). La doppia visione ritorna infine nel capitolo sul parco ecotonale dove costruisco le strategie di progetto di nuovo a partire da un doppio movimento: progettare il parco costiero dal mare e da terra. I due punti di vista, entrambi legittimi ma parziali, costruiscono problemi ed evidenziano temi di progetto differenti, la loro composizione permette di costruire un terzo punto di vista in grado di far emergere il carattere ecotonale del litorale.

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Con minorazione del paesaggio si intende il tentativo di individuare una strategia di governo dei paesaggi costieri posta al di fuori dalle tradizionali logiche che oggi frequentemente sottendono le politiche di paesaggio costiero e che corrispondono all’individuazione di uno o più modelli di paesaggio, un processo di selezione di alcuni caratteri, materiali, pratiche, spesso prelevate dal passato, che può portare verso un irrigidimento o canonizzazione di un paesaggio, ad una sua banalizzazione e all’esasperazione di alcuni conflitti. Questa selezione di un modello, la sua “elevazione a maggiore”, può portare ad una volontà di identificazione troppo stretta tra immagini (cartoline) di un paesaggio ed identità delle società locali, e ad un rallentamento della sua evoluzione, come ad esempio nel caso del Chiantishire, un paesaggio cioè inteso solo come sfondo, come “ornamento” banale. La minorazione è un concetto posto in analogia ad un processo matematico, con esso si allude ad una strategia di governo dei paesaggi in grado di favorire, assecondando il “potenziale della situazione” presente in un territorio, i processi evolutivi, di configurare paesaggi vibranti, veloci, cioè persistentemente innovativi. Si tratta di strategie già sperimentate in passato, anche in ambito adriatico, come i processi di trasformazione dei paesaggi agrari dell’Italia meridionale nella fase di ingresso di questi territori nella modernità descritti da Piero Bevilacqua. Questi due concetti apparentemente distanti presentano dei punti di contatto, quelli di variabilità e innovazione. La doppia visione propone, attraverso una strategia di osservazione costruita secondo un movimento pendolare, la costruzione di un punto di vista mutevole, variabile, cioè ecotonale, sull’oggetto o sul contesto osservato, così come la strategia della minorazione che, esaltando la capacità

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Variazione continua: diagramma.

di innovazione mette anch’essa al centro il concetto di variabilità e innovazione. Queste categorie concettuali sembrano le più adatte per il governo di un paesaggio, quello delle coste adriatiche, che è ecotonale, cioè selettivo, mutevole e conflittuale.

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2

Un paesaggio di meno

La fortuna del paesaggio, il successo di cui gode questa categoria concettuale ormai da più di vent’anni a questa parte, deriva, tra le altre cose, dalla sua capacità di funzionare come un concetto-spugna, in grado cioè di assorbire le più svariate concettualizzazioni, intenzioni e usi e di poter essere applicata agevolmente nei più svariati contesti operativi. A questa fortuna ha corrisposto un danno, quello di essere divenuto una sorta di concetto apparentemente evanescente, evocabile come sfondo di riferimento per qualsiasi operazione di trasformazione o politica territoriale, individuato come una sorta di infrastruttura identitaria utilizzata con l’intenzione di costruire la coesione sociale, di indirizzare il senso delle trasformazioni e di promuovere infine i contesti nei processi di competizione territoriale, ma che allo stesso tempo, veicolando precisi modelli di paesaggio e forzandone la condivisione, diviene origine di conflitti. In questa condizione si pone la necessità di trovare modi nuovi di riflettere sul territorio e sul paesaggio ed è precisamente in quest’ottica che si muovono queste riflessioni, nel tentativo di definire un nuovo sfondo concettuale utile ad individuare strategie per la costruzione dei paesaggi, quello che qui chiamo della minorazione del paesaggio o di un paesaggio di meno. Questo tentativo è costruito secondo un processo analogico, traslando cioè concetti e riflessioni propri della ricerca letteraria e filosofica verso quella degli studi sul paesaggio. In questo processo i riferimenti sono multipli, e accostati per blocchi, quindi discontinui, con la presenza di vuoti

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tra un blocco e un altro; l’immagine di questo processo richiama una costruzione orbitale, le cui parti gravitano attorno al concetto di minorazione, con la consapevolezza che ancora molti spazi sono da colmare e che molti altri necessariamente rimarranno vuoti. Un’operazione condotta in tal senso presenta naturalmente dei pericoli e comporta il rischio di definire un concetto sfocato, poggiante su basi fragili perché non condotto all’interno di un campo di ricerca ben definito, e secondo i modi propri della ricerca. Il concetto di minorazione del paesaggio è inoltre, per molti versi, in conflitto con diverse posizioni o strategie di costruzione del paesaggio oggi dominanti, soprattutto quelle che ruotano attorno ai concetti di memoria, patrimonio, identità delle società locali, sviluppo. Per certi versi è una nozione “pericolosa”, “perturbante” direbbe Anthony Vidler 1, che vuol contribuire, per quanto possibile, a delineare un’idea di paesaggio meno conflittuale, a spezzare la relazione tra paesaggio e immagine, tra paesaggio e storia, cercando di restituire a questo concetto un maggiore significato politico. Gli studi e i riferimenti concettuali fin qui usati sono diversi; in particolare le ricerche sui modi della “minorazione” di un’opera teatrale condotte da Carmelo Bene e il concetto di “divenire”, così come definito da Gilles Deleuze in particolare negli studi condotti da lui proprio sui lavori di Bene e sulla produzione letteraria di Kafka2. Il concetto di paesaggio viene ridefinito nella modernità come strumento di controllo della circolazione dei modelli spaziali, e delle forme e pratiche sociali ad esso associate. 1. Anthony Vidler, Il perturbante dell’architettura, Einaudi, Torino 2006. 2. Oltre a questi, faccio riferimento anche alla nozione di “potenziale della situazione”, che rimanda agli studi di François Jullien a quella di “straniamento” come forma di conoscenza così come discussa da Carlo Ginzburg o dal formalista russo Viktor Sklovskij.

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In questo senso esso può essere considerato come riflesso di diverse forme di controllo spaziale, di più poteri; tra potere e paesaggio esiste un rapporto privilegiato, potendo individuare nello spazio fisico un riflesso del paesaggio sociale. Attualmente le tecniche e i processi di costruzione del paesaggio, come emerge dallo studio di tradizioni disciplinari come quella della pianificazione del paesaggio o della landscape economy, definiscono molte delle loro azioni secondo la selezione di modello di paesaggio di un dato territorio, quindi su di una lettura, spesso rivolta al passato e alla messa in evidenza delle “buone vecchie cose” 3, che si vuole il più possibile condivisa, ma che è spesso fonte di conflitti tra i diversi soggetti coinvolti negli stessi processi di costruzione del paesaggio; lettura generata da ansie circa problematiche ambientali o di tipo economico e sociale, e che quindi porta alla definizione di strategie da mettere in atto per conseguire la realizzazione di quel modello. Si tratta di un processo di selezione di alcuni caratteri, materiali, pratiche, che può portare verso un irrigidimento o canonizzazione di un paesaggio, ad una sua banalizzazione, intesa come riduzione della sua capacità di fornire informazioni a chi lo legge e all’esasperazione di alcuni conflitti. Questa tecnica di costruzione del paesaggio che procede secondo l’individuazione di un modello, più o meno chiaro o debole, può essere letta come un processo di maggiorazione di un dato paesaggio, cioè, utilizzando un linguaggio matematico, di elevazione a maggiore. Si tratta di azioni che mirano alla salvaguardia, alla protezione o messa in valore 3. La citazione è ripresa da una frase rivolta da Bertolt Brecht a Walter Benjamin: “non dobbiamo partire dalle buone vecchie cose ma dalle cattive cose nuove”, in Carlo Ginzburg, Descrizione e citazione, in Il filo e le tracce. Vero, falso finto, Feltrinelli, Milano 2006.

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dei caratteri o patrimoni di un dato paesaggio attraverso azioni che spesso portano, in maniera inaspettata, ad una sua normalizzazione, un irrigidimento che conduce ad una esasperazione dei conflitti, ad una volontà di identificazione troppo stretta tra immagini (cartoline) di un paesaggio ed identità delle società locali, e ad un rallentamento della sua evoluzione. Allora, operazione contro operazione, è possibile immaginare, e sperimentare, un processo contrario, o di minorazione di un paesaggio, cioè di individuazione, in analogia ad un processo matematico, di elementi o materiali, da “togliere”, da sottrarre o da non potenziare, in grado di attivare processi evolutivi che configurino paesaggi persistentemente innovativi, cioè paesaggi del fitness (categoria usata dagli studiosi delle scienze della complessità per definire i modi di vivere delle società locali). Questo concetto di minorazione può essere utile per definire una strategia di costruzione di un paesaggio? Una strategia del genere così rozzamente delineata appare certamente complessa da applicare ai temi della costruzione del paesaggio; legittimare un simile atteggiamento potrebbe infatti portare all’idea che, privati di un modello chiaro o piano di riferimento, qualsiasi azione o processo sia lecito, come un susseguirsi di speculazioni di breve periodo 4. Verso un paesaggio minore. In questo quadro alcuni possibili spunti o direzioni di ricerca possono provenire da studi e ricerche provenienti da altri ambiti disciplinari; in particolare, un riferimento potrebbe essere la tecnica della minorazione, di un’opera teatrale o di un testo, così come proposta 4. Un ulteriore problema nasce dal fatto che i modelli sono sempre stati una grande attrattiva per il pensiero urbanistico e il problema dell’applicazione del modello, e quindi dell’attrito tra teoria e pratica, è una classica questione urbanistica.

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da Carmelo Bene5, il quale ha condotto delle riflessioni attorno alle nozioni di maggiore e di minore ed ha esplorato la strategia della minorazione di un testo o di un’opera letteraria, in ambito cinematografico e teatrale. Cos’è un personaggio minore [un paesaggio minore]? Bene sostiene che è inutile interessarsi dello stato iniziale o finale di un processo, delle origini o delle conclusioni. Ciò che secondo lui è interessante non è mai il modo in cui qualcosa inizia o finisce, l’interessante è ciò che succede nel mezzo, dove cioè la velocità di trasformazione dei processi è massima. «Non si tratta di ragionare in termini di passato o di avvenire» [di modelli] perchè questi appartengono alla storia; ciò che conta invece è quello che lui chiama «il divenire-rivoluzionario», e non l’avvenire o il passato della mutazione, della rivoluzione. Non ci sono punti di arrivo, «il divenire, il movimento, la velocità, il turbine, si trovano in mezzo e il mezzo» sostiene Bene, «non è un medio, è un eccesso». Virginia Woolf sosteneva che «le cose crescono nel mezzo» e il mezzo non vuol dire affatto essere storico, o del proprio tempo, al contrario, è ciò per cui i tempi diversi riescono a comunicare. Bene vede due operazioni opposte che è possibile attuare su un testo [su un paesaggio]. Da un lato l’elevazione a maggiore: di un pensiero [di un paesaggio] si fa una dottrina, un modello, di un modo di vivere si fa una cultura, di un avvenimento si fa epopea, si pretende in tal modo di ammirare, di salvaguardare, ma in effetti si normalizza, si omogeneizza; allora può essere legittima l’operazione inversa, in che modo cioè minorare, imporre un trattamento 5. Carmelo Bene, Gilles Deleuze, Sovrapposizioni, Quodlibet, Macerata 2002.

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minore, di minorazione, per «sprigionare dei divenire contro la storia, delle vite contro la cultura, dei pensieri contro la dottrina». I teologi, sostiene Bene, sono certamente dei pensatori maggiori ma certi santi sono minori, quali i santi che sono divenuti tali per una disgrazia, per una difformità: San Giuseppe da Copertino, San Francesco, i santi idioti. Secondo questa logica, in ambito letterario autori come Goethe sono da considerarsi maggiori (cioè è possibile leggere e comprendere Goethe solo nella Germania del suo tempo, oppure tra gli autori eterni); altri, come Kafka, scrittore ceco che scrive nel tedesco di Praga (quindi facendo un uso minore della lingua tedesca), sono invece da considerarsi autori minori. Il processo di minorazione di un testo, di letteratura o teatrale, è visto quindi secondo Carmelo Bene come un processo di sottrazione, di detrazione di tutto quanto costituisce elemento di potere, nella rappresentazione. Ciò che è da detrarre, in quest’ottica, è la storia, cioè il marchio temporale del potere, gli elementi costanti, stabilizzanti perchè questi appartengono all’uso maggiore. Si tratta, secondo Bene, di «essere bilingui, ma in una sola lingua, imporre a questa l’eterogeneità della variazione, trarre in essa un uso minore, e ritirare gli elementi di potere o maggioranza». Questa strategia permette di tirar fuori il linguaggio (il paesaggio) da un sistema di opposizioni, di conflitti. Non si tratta quindi di aggiungere ma di sottrarre quegli elementi espressione di un potere, di operare non per addizione, ma per sottrazione, per amputazione. Succede in tal modo che l’opera, il testo il paesaggio, amputato di un pezzo scelto in maniera non casuale, «oscillerà, girerà su se stessa, poggerà 6. La nozione di potenziale della situazione è stata definita da François Jullien come propria della tradizione orientale di ricerca dell’efficacia di un’azione, in François Jullien, Pensare l’efficacia, in Cina e in Occidente, Laterza, Bari 2006. 7. Una storia del paesaggio minore per certi versi è raccontata, anche se non in questi termini, da Piero Bevilacqua in Tra natura e storia. Ambiente economie, risorse in Italia, Donzelli, Roma 2000, in particolare nel capitolo IV, Habitat ed economia degli alberi nel sud, dove si racconta di come l’ingresso delle economie agrarie del sud nella modernità sia caratterizzato da un continuo processo di rinnovamento: impianto di uliveti su vecchi

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su un altro lato», innovandosi. Lavorando su un testo (su un paesaggio) si tratta di assumere un atteggiamento nuovo, non quello classico dell’autore [del progettista o pianificatore] ma piuttosto quello dell’operatore, dove per operazione Bene intende proprio il movimento della sottrazione, dell’amputazione, «che fa nascere e proliferare qualcosa di inatteso, come in una protesi». Non si tratta di aggiungere altra letteratura alla letteratura, ma di sottrarla: «che le parole cessino di far testo». In tal senso è possibile affermare che qui il concetto di minoranza esprime la potenzialità di una situazione 6, la potenza di un divenire, contro quello di maggioranza, che risulta essere espressione della forza di un modello, della rigidità di una situazione, di una visione rivolta prevalentemente verso la storia, passata o futura. Secondo quest’ottica la capacità di un paesaggio di rinnovarsi, secondo ritmi che possono essere, come in una scrittura musicale, veloci o lenti, perdendo di volta in volta alcuni dei materiali o processi che ne costituivano un elemento irrigidente o di potere, è vista in maniera positiva, un elogio del vitalismo del paesaggio. Un paesaggio minore è quindi definibile come un paesaggio in perenne rinnovamento, posto in una condizione di continuo divenire, veloce, che non sottostà alle regole di alcun modello spaziale o sguardo dominante7; maggiori sono invece i paesaggi in cui si riconosce una forma di potere stabile, la cui costruzione è identificabile in un periodo storico, spazio di una o più narrazioni unitarie, in cui soprattutto prevale lo sguardo di un gruppo sociale dominante. Nei paesaggi maggiori quelli che contano sono olivastri (assecondando in tal modo una condizione ambientale esistente), poi l’avvento dei gelseto, per le richieste di seta dei mercati europei, e poi, una volta che questo elemento aveva finalmente finito per connotare i paesaggi meridionali, la sua rimozione per favorire l’economia degli agrumeti. Si tratta di processi di rinnovamento che richiamano per certi versi il racconto della montagna calabrese sulla “terra nuova e buoi rossi”, raccontato da Emilio Sereni in Terra nuova e buoi rossi e altri saggi per una storia dell’agricoltura europea, Einaudi, Torino 1981.

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gli episodi rilevanti, gli eventi che, come fatti individuali che tendono a costruire relazioni con altri eventi o fatti altrettanto individuali con un contesto sociale che funziona solo come contorno o sfondo. Nei paesaggi minori la questione si pone in maniera diversa, dato che qui ogni azione o processo di trasformazione, ogni fatto individuale sono immediatamente innestati sulla politica; in un paesaggio minore cioè ogni azione o trasformazione è politica perché tutto assume un valore collettivo. Non ci sono soggetti, contesti principali, l’insieme della trasformazioni esprime quelli che Deleuze chiama concatenamenti collettivi d’enunciazione e, nei paesaggi minori, sono tali concatenamenti a porsi come elementi del rinnovamento del paesaggio. Il concatenamento è «una molteplicità che comporta parecchi termini eterogenei, e che stabilisce dei legami, delle relazioni fra di essi, attraverso età, sessi, regni, nature differenti» 8. Intesa in tal senso una unità del concatenamento è una unità di co-funzionamento: è una simbiosi, una simpatia. Uomo-animale-oggetto: «uomocavallo-staffa». Nella formazione del concatenamento sono compresenti due elementi: stati di cose («i corpi si penetrano») e regimi di enunciati («i segni si organizzano in un modo nuovo, emergono nuove formulazioni»); potremmo dire che si passa da un processo di de-territorializzazione verso una nuova ri-territorializzazione. In questo processo di divenire non si guarda né al passato né all’avvenire, neanche al presente; la storia viene a mancare. Nel divenire si tratta soltanto di involvere, termine con cui non si intende né la regressione né il suo contrario, l’evoluzione, involuzione significa «perdere, 8. Gilles Deleuze, Claire Parent, Conversazioni, Ombre corte, Verona 2006. 9. Il concetto di divenire, sostengono Deleuze e Guattari, non è uno sviluppo o un’evoluzione, assomiglia ai movimenti di un taxi, «linea d’attesa, linea di fuga, ingorgo, strozzatura, semafori, paranoia leggera, rapporti difficili con la polizia. Essere una linea astratta e spezzata, uno zig-zag che si insinua “fra”», Gilles Deleuze e Felix Guattari, Kafka, per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata 2006.

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semplificare, spingere nella de-territorializzazione»9 dei processi di trasformazione del paesaggio e quindi creare nuovi elementi, materiali, concatenamenti, accoppiamenti, nuovi elementi che costituiscono gli strumenti di una nuova ri-territorializzazione10. Questo processo di puro divenire comporta una distruzione, quella dell’assegnazione di identità fisse che designano stasi e stati di quiete, dei territori come dei gruppi sociali, l’identità finisce cioè per assumere un carattere infinito. Sostiene Deleuze, discutendo della letteratura di Kafka come esempio di letteratura minore, che chi «ha la sventura di nascere nel paese d’una grande letteratura deve scrivere come un ebreo ceco scrive in tedesco, o come un uzbeko scrive in russo. Scrivere come un cane che fa il suo buco, come un topo che scava la sua tana. E, a tal fine, trovare il proprio punto di sotto-sviluppo, un proprio dialetto, un terzo mondo, un deserto tutto per sé. (...) Solo a queste condizioni la letteratura diviene realmente macchina collettiva d’espressione e riesce a trattare, a coinvolgere i contenuti». Minoranza indica quindi la potenza di un divenire, mentre maggioranza indica il potere o l’impotenza di uno stato, di una situazione; con minoranza non si intende nulla di regionalista (etnico o locale) ma neanche di aristocratico. Ciò equivale a dire che l’aggettivo “minore” non qualifica più certi paesaggi insignificanti ma le condizioni rivoluzionarie presenti in ogni paesaggio. Il rapporto tra minorazione e la costruzione del paesaggio ha quindi due possibili uscite operative: con i paesaggi maggiori occorre provare a definire possibili strategie di minorazione (il Romeo e Giulietta di Carmelo Bene senza 10. Si tratta, ad esempio, del processo descritto dai paleontologi nel passaggio dalla scimmia all’uomo, quello cioè di una scimmia che avendo perso alcune delle capacità di stare nel suo ambiente, de-territorializzata, è stata costretta a sviluppare nuovi accoppiamenti, di costruire nuovi strumenti utili per ri-territorializzarsi, per ricostruire un nuovo modo di stare al mondo e nuovi legami con l’ambiente.

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la figura di Romeo), togliere gli elementi di potere che irrigidiscono, che definiscono un modello stabile, per far vibrare delle sequenze, procedere verso un uso intensivo e asignificante del paesaggio, un circuito di stati esito di un concatenamento molteplice o collettivo; con i paesaggi minori11 evidenziarne le caratteristiche della minorità per evitare un suo inquadramento entro modelli rigidi, una loro, ad esempio, “toscanizzazione”, come vorrebbero quelli che si occupano di sviluppo locale rincorrendo le richieste degli operatori turistici internazionali. Operativamente ciò porta a spostare l’attenzione agli elementi minuti e diffusi (fuzzy), a ciò che costituisce, osservando ad esempio i paesaggi adriatici, “sovrapposizione di più usi sullo stesso campo” come definito da Franco Farinelli a proposito dei caratteri del paesaggio agrario abruzzese, e non ad esempio alle grandi infrastrutture, intese come dispositivo per la costruzione di grandi narrazioni unitarie. Un paesaggio minore riesce meglio di altri ad elaborare la materia (proprio in senso biologico, ecologico), o perlomeno a farlo in maniera più innovativa. Solo a queste condizioni il paesaggio diviene realmente macchina collettiva d’espressione e riesce a trattare, a coinvolgere i contenuti così come ben si argomenta ormai da venti anni a questa parte a partire dalle tesi di Rosario Assunto. La Convenzione del paesaggio da questo punto di vista è ambigua. Il paesaggio «così come percepito dalle popolazioni» non è un argomento chiaro, il paesaggio così inteso è ancora uno spazio di conflitti, un’esasperazione di quel “lato oscuro del paesaggio” come discusso già da tempo, in altri ambiti, da John Barrell12. 11. Un caso di paesaggio minore è quello del paesaggio dell’Abruzzo costiero ma l’esempio potrebbe riguardare buona parte dei paesaggi adriatici. Diversamente da quello toscano, ligure o sardo il paesaggio delle colline abruzzesi appare quasi senza grammatica, potenzialmente simile a quello toscano ma per qualche motivo “fastidioso”. Questo paesaggio, sostiene Franco Farinelli, è costruito in analogia al modello marchigiano, vive di elementi e materiali rubati da altrove, importati e innestati su un substrato proprio di un paesaggio montano. Una possibile strategia allora è quella di individuare in questo paesaggio adriatico tutti i punti di sottosviluppo nascosti, spingerlo sino ad una de-territorializzazione che non è più possibile compensare con la storia o con il mito, una

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La questione del paesaggio ha assunto oggi un rilievo politico e sociale che più autori, come ad esempio Roberto Gambino, fanno derivare oltre che da una generale percezione di progressivo degrado dei paesaggi, anche da un generale mutamento nella “struttura del sentire” e del pensare i propri contesti di vita che caratterizza le società occidentali. La domanda di paesaggio, come la ricerca di un ambiente vivibile, è legata agli incubi ambientali, ad una generale condizione di ansia e di insicurezza presente nelle nostre società, al timore di una perdita (quella del vivere confortevolmente nel mondo), e sottende un’idea riduttiva di questo concetto, secondo alcuni rivoluzionario13. Riprendendo l’analogia tra il concetto di letteratura minore e quello di paesaggio minore, se nel primo ambito Kafka indica fra gli scopi di una letteratura minore «l’epurazione del conflitto che oppone padri e figli e la possibilità di discuterne», esprimendo in tal modo un chiaro programma politico, nel secondo ambito il conflitto da affrontare e risolvere è quello tra i diversi sguardi poggiati su un paesaggio espressi dai diversi gruppi sociali, tra gli insiders e gli outsiders, o di nuovo, quello tra padri e figli. Il concetto di minorazione del paesaggio così inteso sottende quindi un programma politico, quello di contribuire a «mutare il nostro modo di desiderare il mondo»14, un programma cioè anti-lirico teso ad «afferrare il mondo per farlo fuggire, invece di fuggire o di accarezzarlo» (Gilles Deleuze). In tal senso è possibile affermare che qui il concetto di minoranza esprime la potenzialità di una situazione, la potenza di un divenire, contro quello de-territorializzazione assoluta come programma di costruzione. 12. John Barrell, The Dark Side of the Landscape: the Rural Poor in English Painting 17301840, Cambridge University Press, Cambridge 1983. 13. Franco Farinelli, Geografia, Einaudi, Torino 2002. Uno dei caratteri che Farinelli individua come rivoluzionari nel concetto di paesaggio è la sua capacità di sovvertire la logica cartografica, propria della modernità, di leggere e costruire il territorio. 14. Antonio Negri, Postfazione in Gilles Deleuze, Claire Parnet, Conversazioni, Ombre corte, Verona 2007; su questi stessi temi anche: Antonio Negri, Kairòs, Alma Venus, Multitudo. Nove lezioni impartite a me stesso, manifestolibri, Roma 2006.

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di maggioranza che risulta essere espressione della forza di un modello, della rigidità di una situazione, di una visione rivolta prevalentemente verso la storia, passata o futura. Secondo quest’ottica la capacità di un paesaggio di rinnovarsi, secondo ritmi che possono essere, come in una scrittura musicale, veloci o lenti, perdendo di volta in volta, alcuni dei materiali o processi che ne costituivano un elemento irrigidente o di potere, è vista in maniera positiva, un elogio del vitalismo del paesaggio. Altre direzioni di ricerca: 1. il potenziale della situazione. Una seconda direzione di ricerca potrebbe provenire dalle ricerche di un sinologo e filosofo francese, François Jullien, nelle cui ricerche si mettono a confronto due diverse forme di ricerca dell’efficacia di un’azione, di una forma di governo, di una conduzione di una guerra. La prima è quella della modellizzazione, propria della tradizione greca e occidentale, che corrisponde alla costruzione di una forma o un modello ideale, (o piano), che ci si pone come obiettivo, individuando in seguito le strategie necessarie per la sua realizzazione; in questa tradizione è centrale il concetto di attrito, cioè di ciò che si frappone tra la teoria e la pratica, di ciò che fa deviare l’azione rispetto al piano prestabilito. La seconda è la tradizione orientale, cinese, che invece ricerca l’efficacia di un’azione individuando in una situazione i fattori favorevoli e quindi, secondo un’atteggiamento che è proprio di un agricoltore; appoggiandosi sui fattori favorevoli, cercare di assecondarli, ostacolando quelli sfavorevoli (al conseguimento di un obiettivo). In questa seconda opzione è centrale la nozione di circostanza o di potenziale della situazione; si tratta qui di sfruttare una disposizione, di saper percepire i vantaggi dalle circostanze e sfruttarli. Non si progetta un piano ma si scoprono nella

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situazione gli elementi favorevoli, da far crescere, di «aiutare ciò che procede da solo; svolgere la conseguenza di un fattore minimo», anticipare (che è il contrario di progettare) dirigendolo in modo graduale in relazione allo sviluppo progressivo della situazione in modo da condurlo al suo massimo potenziale. Questa seconda tradizione o modalità di azione non è del tutto assente dal pensiero occidentale, esiste una nozione, proveniente dal pensiero della Grecia antica, quella di metis, del fiuto, delle astuzie dell’intelligenza, o della capacità di trarre vantaggio dalle circostanze, di vedere come la situazione evolve e sfruttare in essa l’orientamento favorevole (la metis di Ulisse). Dare prova di metis significa quindi scoprire i fattori portanti in seno alla situazione per lasciarsi portare da essi. Questa strategia di azione si contrappone alla nozione platonica dell’eidos, cioè alla ricerca della forma-modello. Secondo questo approccio il processo di minorazione di un paesaggio potrebbe essere inteso come l’assecondamento delle evoluzioni in corso, dei processi, individuando i fattori, i materiali e gli elementi utili al conseguimento di alcuni obiettivi, ridefinibili nel tempo, e la cui individuazione potrebbe essere legata a ragioni di performance economica; una tecnica di costruzione e governo del paesaggio condotta secondo una logica da agricoltore. (In ciò è centrale la questione di ciò che è possibile fare nel paesaggio, non di cià che è possibile osservare). Se le prime due tecniche di minorazione si presentano come strategie propriamente operative, la tecnica dello straniamento, discussa da Ginzburg, si presenta come una tecnica maggiormente legata alle strategie della percezione, di un testo, di un’opera (di un paesaggio). Lo straniamento, o ostranenije, secondo la definizione dei formalisti russi, cerca di rispondere alla domanda: come fare per vedere le

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cose [i paesaggi] con uno sguardo non logorato dall’uso, non dominato cioé da un cliché o modello prestabilito o derivante dall’abitudine? «Per vedere le cose dobbiamo prima di tutto guardarle come se non avessero senso alcuno: come se fossero un indovinello», sostiene al riguardo Ginzburg15 commentando alcuni scritti di Marco Aurelio. Si tratta di una tecnica che formalisti russi avevano individuato come strumento per spezzare gli automatismi percettivi riconoscendo in particolare alla critica, e all’arte, la funzione di operatore dello spaesamento. Sostiene Marco Aurelio: «Cancella la rappresentazione. Ferma i fili che muovono la marionetta. Circoscrivi l’istante presente del tempo. Prendi cognizione di ciò che avviene a te o ad altri. Separa e suddividi l’oggetto in fattore causale e fattore materiale. (...)». Un esortazione a fermarsi, ad osservare gli elementi che ci interessano suddividendolo in quelli che lo compongono, e osservandolo alla distanza. Dice il formalista russo Viktor Sklovskij: «Per resuscitare la nostra percezione della vita, per rendere sensibili le cose, per fare della pietra una pietra, esiste ciò che noi chiamiamo arte. Il fine dell’arte è di darci una sensazione della cosa, una sensazione che dev’essere visione e non riconoscimento. Per ottenere questo risultato l’arte si serve di due procedimenti: lo straniamento delle cose e la complicazione della forma, con la quale rendere più difficile la percezione e prolungarne la durata. Nell’arte il processo di percezione è infatti fine a se stesso e dev’essere protratto. L’arte è un mezzo per esperire il divenire di una cosa; per essa ciò che è stato non ha alcuna importanza». Queta tecnica quindi è intesa come strumento di 15. In particolare Ginzburg discute di come questa tecnica possa essere posta a confronto con una serie di testi che hanno avuto in comune il tentativo di cambiamento del punto di vista e dello spostamento dello sguardo per produrre un oggetto nuovo, inatteso: sguardo su se stessi e sul mondo (Marco Aurelio); sul mondo sociale (Montaigne, La Bruyère, Voltaire, Tolstoj); sul mondo visibile (Proust).

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modifica dell’immagine consueta della realtà, di un paesaggio, attraverso un processo di presa di distanza, di “allontanamento cognitivo” da essa. Si tratta quindi di una tecnica di descrizione di un oggetto [paesaggio] mediante parole che lo illustrano e lo definiscono ma che non vengono generalmente usare per esso, si tratta di un procedimento utile ad uscire fuori dagli ambiti di una percezione automatizzata, di una lettura scontata, sclerotizzata dal peso delle abitudini, e quindi, a partire da questo, a procedere verso strategie di azione nuove, non scontate, che non essendo legate a percezioni, letture derivanti da schemi consolidati, cioé maggiori, possono essere intese come strategie di minorazione. Le riflessioni di Ginzburg su straniamento e distanza si chiudono con una riflessione sul “lapsus di Papa Wojtyla”, pubblicate su Repubblica il quale, si rivolse agli ebrei della comunità di Roma, durante la visita dell’aprile 1986, come ai «nostri fratelli maggiori». Giovanni Paolo II, commenta Ginzburg, ha forse fatto propria la profezia biblica ricordata da San Paolo, il convertito (“Rom. 9, 12“): «Il maggiore sarà sottoposto al minore?» Il processo di minorazione di un paesaggio, secondo le indicazioni che potrebbero provenire da queste tre direzioni di ricerca, si configura quindi come rifiuto di una modalità cartografica di costruzione del paesaggio, di un’atteggiamento rigidamente patrimoniale, ma ha come corollario la messa in discussione del concetto di progresso proprio della modernità, (e quindi di democrazia?) preferendo ad una modalità lineare di governo e costruzione del paesaggio uno stato di perenne vibrazione.

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