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SOMMARIO

Editoriale

IL NUOVO ANNO DI DIAVOLETTO

di Giando Carbone

Interviste NEL GIARDINO DEI TARM

intervista a Enrico Molteni di Giando Carbone

LO SCORRERE DEL TEMPO

intervista ai NUJU di Mirko Fagnocchi

Rubriche REplayer di Antonio Asquino

Charles Mingus - The Black Saint & the Sinner Lady

Ritratti Rock di Roberto Cavone

RAVI SHANKAR

Love Affair di Giordano Criscuolo I DRIVER

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

DONNE VELATE

Il Monsignore di Mauro Savino

WOOLTON ‘57 - ABOVE US ONLY SKY

REcenZone di Arthur Stuart

THE DANCERS - THE BOX EP

REcenZone di Nicola Bianconi

ALI’ - LA RIVOLUZIONE NEL MONOLOCALE

Re_Verie di Sabrina Tolve

LE DISSOLUTE ASSOLTE

Il Viaggiatore di Giuliano Volpe

A ‘GREEN’ DAY

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IDEATO E DIRETTO da Giando Carbone CAPOREDAZIONE Francesco Volonnino REDAZIONE Antonio Asquino Giando Carbone Roberto Cavone Giordano Criscuolo Mirko Fagnocchi Cinzia Ficco Mauro Savino Arthur Stuart Nicola Bianconi Sabrina Tolve Giuliano Volpe

GRAFICA Antonio Mattia Vazza

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IL NUOVO ANNO DIAVOLETTO Editoriale di Giando Carbone

Buon 2013 a tutti! Cominciamo questo nuovo anno così come ci eravamo lasciati, ovvero nel segno del rock. E il segno del rock per quest'anno prevede un cielo pieno di incontri entusiasmanti. Non staremo qui a farvi promesse astrologiche ma possiamo preannunciarvi un gran 2013 per la Diavoletto Netlabel, l'etichetta digitale proprietaria di REvolution Rock, di conseguenza un grande anno anche per la webzine. Sarà un anno di releases digitali gratuite grazie alle quali ascolterete ottima musica e scoprirete tanti nuovi gruppi. Molto probabilmente ci sarà un evento nazionale che cambierà le sorti della nostra etichetta. Sarà l'anno del secondo festival Diavoletto a cui si sta già lavorando e che si candida a diventare l'appuntamento dell'estate. Sarà inoltre l'anno della seconda compilation firmata Diavoletto e che avrà un concetto di fondo questa volta. E poi ancora radio, comunicazione, musica, convegni e tanto altro. Ma adesso basta con il menù, e' ora di tuffarci in questo nuovo REvolution Rock. Non abbiate paura, vi condurremo Nel Giardino dei Fantasmi con un'interessante chiacchierata con Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti. E ancora i Nuju, le rubriche REvolution che sono ormai un cult di questa webzine. REvolution Rock sta crescendo vertiginosamente e tutto questo e' dovuto anche ai quasi 3000 lettori dell'ultimo numero. Buona lettura.

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NEL GIARDINO DEI FANTASMI

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI INTERVISTA DI di Giando Carbone

Il 7 dicembre e' uscito il vostro settimo disco, "Nel Giardino dei Fantasmi". Nella numerologia il 7 e' associato all'Archetipo del Saggio, e' il simbolo della perfezione e rappresenta il compimento di un ciclo. Sembra che questo disco sia nato sotto una buona stella! Non avevamo pensato a tutta questa numerologia! Ma se dici che è andata bene così, siamo contenti. Entriamo "Nel giardino". C'è tutto un mondo, che poi è la nostra realtà, fatto di note, parole in questo nuovo album. I TARM hanno sempre saputo raccontare ciò che ci circonda attraverso la loro lente d'ingrandimento regalandoci immagini suggestive. Chi sono i fantasmi che popolano questo giardino? Non è un concept, non c'è un unico tema conduttore. Ci sono varie suggestioni, è un disco molto musicale con l'ausilio di strumenti fin'ora da noi mai utilizzati come il mandolino o il balafon. Ma in linea di massima i fantasmi sono quelli del nostro passato, del nostro percorso artistico. Dai punkeggianti inizi, circa 20 anni fa, fino all'esperienza reggae del penultimo lavoro. Non mi va di parlare di genere o di classificare un modo di suonare ma in questo nuovo disco si percepisce da subito una maturità stilistica, che ovviamente procede di pari passo a quella personale. Credi che sia giunto il tempo di abbandonare i suoni sporchi e le sperimentazioni elettroniche che spesso non portano in nessun posto e lasciar spazio ad una maggiore definizione nel modo di suonare? gennaio2013 #tredici

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No, in realtà volevamo fare un disco così "folk" perché ci sembrava nelle nostre corde. Ciò non toglie che siamo ancora molto legati ai suoni più urgenti e sporchi del punk o alle nuove derive dell'elettronica. Abbiamo molte passioni, di certo quando metti insieme molte canzoni è bene ci sia un filo conduttore che tiene unito tutto. Nel brano "I Cacciatori" si parla di ragazzi scomparsi ma in verità ammazzati [ non guardarmi così perché ho quindici anni / sono io quello di cui parla la tv / dissotterrato dal giardino dopo quasi vent'anni / riconosciuto dai denti e dai capelli blu ]. La cronaca ci ha abituati a storie come questa e noi ci stiamo abituando alla spettacolarizzazione di questi tragici eventi. Non stiamo diventando anche noi un po' cacciatori? È sempre stato così. La gente è interessata sempre dalle stesse cose. Che poi la tecnologia ci porti a dosaggi diversi d'informazione è un dato di fatto, ma di cosa pensate parlassero nelle osterie cento anni fa? La curiosità dell'essere umano va sempre nella stessa direzione, come se capire ciò che succede agli altri aiutasse ad essere più preparati ai casi della propria vita. Parliamo un po' de La Tempesta, la più importante etichetta indipendente italiana, anche se a voi piace definirla "un collettivo di artisti" (e che artisti! TARM, Teatro degli Orrori, Pan del Diavolo, Le luci della centrale elettrica...). La nostra etichetta e' la Diavoletto Netlabel, un'etichetta digitale che gestisce anche questo magazine e che, non ti nascondo, si ispira alla Tempesta. Come sta cambiando, secondo te, il mainstream grazie anche a queste nuove realtà digitali? È un discorso molto complesso, forse tra un po' di anni sarà più facile interpretare ciò che sta succedendo oggi. Tra poco, febbraio credo, sbarcherà Spotify in Italia e cambierà tutto di nuovo. Forse quella sarà la piattaforma su cui ascolteremo musica per un po' di tempo. Sarà tutto online, tutto disponibile sempre, insomma simile all'idea di futuro che avevamo quand'eravamo ragazzi. Non so più cosa pensare. I dischi erano la mia vera passione, ma direi che stanno per scomparire dal pianeta. Devo farmene una ragione.

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Rimanendo in tema Tempesta, siete reduci dal festival "La Tempesta al Rivolta", che si è tenuto l'8 dicembre a Marghera (Ve). Quest'estate il festival della label e' stato proposto, in doppia data, a Roma. Un tentativo di conquista della Penisola o un necessario allargamento vista la mole di seguaci in aumento e sparsi in tutta Italia ormai? L'idea è essere itineranti per quanto riguarda l'appuntamento estivo, stanziali per quello invernale. Essere itineranti è più faticoso, ogni volta bisogna ricostruire tutto, inventarsene di nuove. Ma è anche il suo bello. La doppia data è stata una prova che credo non faremo più, l'eccitazione di tutto in un giorno solo non ha paragoni. Chiaramente per noi è un modo di portare in giro il nostro modo di vedere le cose, la parola conquista non è precisa ma metaforicamente ha senso. Con questa domanda chiudo (non a caso e' la numero 7). Ti ringrazio per questa intervista e rinnovandoti stima e complimenti ti chiedo un'ultima cosa sul vostro nuovo disco "Nel Giardino dei Fantasmi". Alla fine di un analisi della società e del mondo in cui viviamo, a volte cruda e immediata, che traspare anche dai testi di Davide c'è comunque un barlume di speranza, un riscatto della bellezza che prima o poi tornerà per riappropriarsi di ciò che è suo. Cosa dobbiamo fare, a tuo avviso, per perseguire questa bellezza? Nonostante alcuni vedano in noi solo il lato "morti", c'è anche il lato "allegri" ed è vero ciò che dici. Uno sguardo critico su ciò che ci circonda serve proprio a capire meglio le cose e a migliorarle. Per trovare la bellezza ovunque.

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nuju INTERVISTA DI di Mirko Fagnocchi

Siamo qui con i Nuju, coloro che si battono da veri Chansonnier con le pallottole x il sociale, ebbene si, 2 album alle spalle e questo del 2012 scritto in giro x il mondo "On the Road" su di un pulmino, cosa spinge un gruppo al giorno d'oggi ad esternare la propria rabbia col diverbio delle parole e arrivare a scrivere canzoni viscerali come le vostre? Lo scorrere del tempo… Vivere in una società che tenta in tutti i modi di tarpare le ali ai giovani. Ognuno di noi oggi se accende la tv, legge i giornali, si fa un giro su internet, si rende conto che c’è qualcosa di strano, qualcosa che non va. Noi riusciamo a esprimere il nostro dissenso attraverso le canzoni… Ma non solo questo. Esprimiamo anche i sogni. Durante la seconda guerra mondiale c’è stata una generazione intera che è morta per la libertà, ragazzi che hanno avuto la sfortuna di vivere sotto una dittatura. Anche noi viviamo sotto una dittatura, quella economica. Siamo una generazione sfigata, che quello che ha lo deve ai genitori e quello che avrà lo dovrà ai figli. Ma non vogliamo essere tristi. Siamo romantici, per questo la nostra musica sta al nostro tempo come il neorealismo stava alla fine delle seconda guerra mondiale. Vogliamo essere come i film di Monicelli, Totò e Sordi, comico-drammatici. Tradotto il vostro nome significa NESSUNO, acronimo che sottolinea il fatto che al giorno d'oggi nell'Underground non serve essere un qualcuno, ma l'importante esserci e lasciare il segno, che dite? Il nostro nome è di chiara derivazione omerica. Lo abbiamo scelto perché siamo dei viaggiatori che, come Ulisse, quando sono nella loro Itaca sognano di partire, quando sono in viaggio sognano solo Itaca. Da questo nascono altre sfaccettature, dal Pirandello di Uno Nessuno Centomila fino alla voglia di collettività contro il predominante individualismo di oggi. Oggi nell’underground siamo tutti Nessuno, il mondo indipendente non riesce a creare un movimento, è tutto uno sgomitare a chi è più figo. Per cosa poi? Per qualche “like” su Facebook o per una recensione sulla webzine di turno. Jovanotti recentemente ha fatto un tour negli USA e si è presentato come “Mr. Nobody”… L’idea è uguale alla nostra, identica. Solo che lui non è il Signor Nessuno e tutti i giornali ne hanno parlato. Non basta fare dischi o video per lasciare il segno, servono

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idee, sudore e tanto pubblico. Dicevano i CSI (tanto scopiazzati oggi), “chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”. L'inizio del brano La Rapina comincia col gracchiare della puntina di un disco o sbaglio? Anche voi affezionati al vintage, ovvero OLD STYLE... forse anche per sottolineare quei tempi che non torneranno più, compianti anni della rinascita economica e perché no discografica, musicale? È “Ho visto un uomo” che inizia con il gracchiare della puntina di un disco, ma “La Rapina” è sicuramente Old Style! Ci piace il vintage, ci piace guardare al passato per costruire il futuro. Nella nostra musica cerchiamo anche di seguire l’attualità, infatti insieme ai brani citati, in altri ci sono degli inserti contemporanei, come la dubstep. Sicuramente gli anni della grande discografia musicale sono finiti, così come ormai rimane solo una decrescita economica. Non c’è da parte nostra nostalgia però, anche perché quei tempi non li abbiamo vissuti né li mitizziamo. Guardiamo ad oggi e cerchiamo di raccontare i nostri tempi così come li viviamo. Considerati pionieri dell' Urban / Folk , come nasce questa sperimentazione? Forse dalle radici paesane di madre terra, accumulo di etnia, saggezza, ruralità' che fanno scoprire il mezzo necessario Dell umanità' : la necessità di comporre , suonare quello che viene dal profondo? Belle parole… Hai centrato la nostra vita, insieme alla nostra musica. Siamo nati in piccoli paesi (folk) e trasferiti in grandi città (urban). Come vedi in tutta la nostra musica sono presenti le nostre esperienze, dai testi ai suoni. È come se non potessimo far altro che quello che facciamo. Siamo quello che suoniamo. La definizione l’abbiamo adottata quando per un concerto a Terracina, un giornalista locale, Diego, ci ha recensito dicendo che facevamo urban-folk. Pensando fosse un neologismo musicale abbiamo chiesto se potevamo usarla e da allora, quando ci chiedono che genere facciamo, sappiamo cosa rispondere. gennaio2013 #tredici

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Molti riconoscimenti in poco più di 3 anni da "Radici Etnocontest " del 2010 all opening act a Campovolo sin al 2012 , quanto sudore e lavoro di un gruppo di ragazzi giovani che da quanto abbiamo letto si dividono tra lavoro da dipendenti e la musica.

succede il contrario, ogni cosa che si ascolta si riporta a una categoria predefinita. Ciò non significa che i Nuju o altri non siano derivativi, tutti oggi deriviamo da qualcosa, ma bisognerebbe provare a stimolare gli artisti che, magari, hanno speso mesi della propria vita per quel pezzo di plastica che ora sta in mano al recensore.

Questo è un argomento che ci sta particolarmente a cuore, perché in molti si meravigliano quando gli diciamo che la musica non è il nostro lavoro, ma nello stesso tempo non accettiamo quando ci dicono che è un hobby. C’è tanto sudore in quello che facciamo, ci sono i sacrifici di chi smonta a lavoro e sale su un furgone a fare chilometri, ci sono le ferie organizzate per andare a suonare, ci sono le notti passate in autostrada perché la mattina dopo si lavora, ci sono le scelte di lavori non troppo impegnativi perché poi altrimenti non si può suonare, ci sono mogli e figlie che rimangono a casa. È il sogno di cui sopra. Non accettiamo che qualcuno ci impedisca di esprimerci e sognare e allora continuiamo a sudare e lavorare, convinti che bisogna resistere per raggiungere il traguardo di un unico lavoro, quello di musicisti.

3 mondo , un album molto amAto dalla critica , recensito dai migliori giornalisti Indie , vi accostano tanto al rimpianto ed amato Rino Gaetano , lusinga che onora e gratifica ...allo stesso momento!!!! Eravate dei suoi Fans immagino! Rino Gaetano è l’unico artista che amiamo citare tra i nostri ispiratori, perché mette d’accordo tutti… Noi cerchiamo di prendere la sua predisposizione a giocare con la musica e le parole, l’ironia e il romanticismo. Quando chi ci recensisce ci accosta a lui ci fa un grande piacere, perché ascoltandoci, sappiamo, che non è così “visibile” l’accostamento.

Folk che si mischia alla musica Balkanika, o sbaglio? Le vostre origini ....Itaca , vi è' familiare, ma la Calabria fatta di Taranta / Folk risuona nell orecchio attento Dell ascoltatore.

Un vostro pensiero che va oltre i confini della musica , ovvero i Nuju ai microfoni della Diavoletto si presentano con un motto ai loro Fans : .................................Quale?

Noi diciamo sempre che siamo un gruppo di ragazzi calabresi, non un gruppo calabrese, proprio perché non vogliamo che qualcuno ci confonda nel movimento di pizziche e tarante che tanto ha dato ma che oggi è altrettanto abusato. Per noi la tarantella e il 6/8 entrano nella nostra musica così come il balkan o i ritmi in levare, così come il rock o l’elettronica. Certo ci sono cose che ci vengono più semplice, proprio perché siamo nati in piccoli paesi e cresciuti nella ruralità di cui parlavi prima. Se sul palco, però, compaiono tamburelli e fisarmonica, ciò non indica che la taranta fa parte della nostra ispirazione. È molto importante potersi liberare dagli steccati che affollano le menti degli addetti ai lavori, dare delle etichette è un modo semplice per recensire un disco, così come fare paragoni. Per non citare nessuna testata e nessun giornalista musicale, proviamo a pensare a un grande giornalista sportivo, Gianni Brera, lui creava neologismi per descrivere ciò che vedeva. Nella musica, invece, molto spesso

Contro la crisi La Rapina! …occhio alla polizia postale però, non vorremmo ci vengano a cercare per istigazione a delinquere…

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9) Vi ringrazio di essere stati con noi e sono onorato di aver parlato con voi di Urban Folk e vi saluto da Freak Rocker , Stay Rock n Roll ,with Us , un abbraccio forte da Mirko Fagnocchi.

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RePlayer di Antonio Asquino

rubriche in revolution

CHARLES MINGUS

The Black Saint & The Sinner Lady

1963

Mettiamo subito le cose in chiaro : questo disco è un esplosione di creatività,genio ed emozioni impossibile da paragonare a qualsiasi altra musica abbiate mai sentito ( e sottolineo “sentito” non semplicemente “ascoltato” ) in vita vostra. Una montagna russa capace di condurre vorticosamente l'ascoltatore dalle vette dell'immaginazione e dell'intelletto umano fino in fondo negli abissi della psiche , d'altronde essendo frutto della creatività,delle paure e della rabbia di uno come Charles Mingus , sarebbe impossibile il contrario. Andiamo con ordine : il percorso musicale di Charles Mingus è tra i più brillanti e sensazionali del novecento per aspirazione e risultato, dopo aver studiato trombone e violoncello , è passato celermente al contrabbasso e al piano acquistando in breve tempo una tecnica e una capacità compositiva eccellenti , le frequentazioni con altri musicisti hanno visto sfilare negli anni nomi del calibro di : Louis Armstrong , collaborazioni con Miles Davis , Dizzy Gillespie , Bud Powell e Charlie Parker, ha fondato un'etichetta con Max Roach ed è stato fraterno amico di quel genio assoluto che corrisponde al nome Eric Dolphy. Insomma ha respirato l'aria e le idee di alcuni dei più grandi musicisti di tutti i tempi ed a loro si è prima avvicinato , poi con molti di loro ha scambiato idee, con tanti ci ha suonato e poi , da un certo punto di vista , ha messo la freccia e superato la musica che lo ha formato a destra , ridefinendo i confini sia della musica che della cultura del secolo scorso e questo disco ne è superbo esempio. Ma sarebbe riduttivo e persino offensivo limitare tutto ciò a puro genio musicale , come scrivevo

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RePlayer di Antonio Asquino

rubriche in revolution

poco sopra , qui si parla di psiche,di anima, di un uomo che si è fatto portavoce di un popolo e ha trasposto tutte le sue sofferenze , le sue speranze ,le sue paure e i suoi desideri più profondi in musica . Per sua stessa definizione la sua natura di “bastardo” (e a questo proposito consiglio vivamente a chiunque leggerà di procurarsi la sua splendida autobiografia “Peggio di un bastardo” ) , lo collocava al di fuori di qualsiasi “gabbia”e qualsiasi definizione antropologica , sociale e culturale (figuriamoci musicale) , Mingus era estraneo a qualsiasi ghetto ( come dichiarò egli stesso: “mi sento come uno che appartiene a tanti mondi, ma non mi sento a casa da nessuna parte”) e malgrado l'estrazione avesse origine nella borghesia di colore e non avesse vissuto in prima persona la spiacevole esperienza di crescere nelle classi sociali più disagiate, era orgogliosamente arrabbiato e perfettamente consapevole della condizione di inferiorità nella quale era tenuto il suo popolo, da sempre in prima fila con fierezza nelle lotte condotte dalla sua gente. L' obbiettivo del musicista è utilizzare la musica jazz per definire la difficile condizione del popolo con cui divideva le giornate e il difficile equilibrio personale , sopratutto a livello psichico , portando un messaggio di nuova consapevolezze e di reazione , veicolando un indispensabile grido di uguaglianza sociale ,libertà individuale e speranza ,attraverso musica mai udita e concepita prima ,musica che superava e ampliava anche lo stesso cerchio jazz che pure (con il blues) era vista e vissuta come la musica nera per eccellenza. “ “The Black Saint and the Sinner Lady” è quindi concepito come una sorta di "catarsi" sia per l'autore che per il popolo nero in generale. Il punto di partenza per questo viaggio verso un’agognata resurrezione del popolo nero è la psicologia variegata piena di buchi neri del suo autore , Mingus è perfettamente conscio del proprio squilibrio mentale e questi pezzi sono il mezzo per trasporre in musica la sua lucida follia attraverso il superamento della musica jazz nel suo momento d’oro , ripiegata sullo swing e sulle orchestrine da ballo . Charles la rimpiazza con qualcosa di mai udito , una musica completamente trasfigurata , complessa ma che allo stesso tempo arriva dritta al cuore dell'ascoltatore e non lo molla più .trasportandolo in secoli di storia e in luoghi mai visitati nel qui e ora. Questo capolavoro fu registrato nel 1963, la sua unicità si avverte fin dalla lettura delle note di copertina che il musicista fa vergare al suo psichiatra , il Dr. Edmund Pollock , che scrive : “a mio parere questa composizione contiene il messaggio personale e sociale del Signor Mingus, egli lo sente intensamente, tenta di raccontare alla gente di come si sentiva nel panico e profondamente angosciato, poiché egli ama”. Le incisioni avvengono tutte in un giorno , in un'unica sessione , il 20 Gennaio del 1963 , da una band che vede Mingus stesso al contrabbasso e altri undici elementi (secondo molti la migliore formazione messa in piedi dal nostro) comprendenti : dal trombone ellingtoniano di Quentin Jackson al sax alto (memore del miglior Coltrane) di Charlie Mariano, dalla chitarra spagnoleggiante di Jay Berliner , alla batteria di Dannie Richmond e al piano di Jaki Byard ( con cui ebbe ripetuti scontri poiché Mingus riteneva che non fosse entrato nello spirito del pezzo , al punto da risuonare tutte le parti di pianoforte in prima persona e lasciargli solo le parti orchestrali). Il risultato finale è una vera e propria suite di jazz orchestrale' in parte debitrice a Duke Ellington , (con il quale il compositore aveva collaborato un anno prima per l'album “Money Jungle”), soprattutto nell'orchestrazione di trombe, il piano e sax.. L'opera è strutturata in quattro movimenti che si dipanano in un intero LP (fatto rarissimo per l'epoca) la tracklist è la seguente : 1) Track A – Solo Dancer - Stop! Look! And Listen, Sinner Jim Whitney! ; 2) Track B – Duet Solo Dancers - Hearts' Beat and Shades in Physical Embraces ; 3)Track C - Group Dancers - (Soul Fusion) Freewoman and Oh, This Freedom's Slave Cries ; 4)Mode D - Trio and Group Dancers a sua volta divisa in : ”Mode E - Single Solos and Group Dance”, “Mode F - Group and Solo Dance , Stop! Look! And Sing Songs of Revolutions!” , “Saint and Sinner Join in Merriment on Battle Front “e “Of Love, Pain, and Passioned Revolt, then Farewell, My Beloved, 'til It's Freedom Day “. Entrare nel merito di ogni singola traccia non renderebbe giustizia all'opera,stavolta non si parla di canzoni e niente è estraibile dal suo contesto in un continuum musicale e spirituale che prima definisce e poi distrugge gli argini della composizione stessa travolgendo anima e mente di chi ascolta La suite è composta da quattro parti di cui l'ultima è suddivisa a sua volta in tre movimenti . La prima parte omaggia le grandi orchestre jazz degli anni venti, mentre la ritmica tira fino al caos totale. “Duet Solo Dancers” inizia con un assolo al pianoforte (che ricorda ancora Ellington) , poi la calma viene alterata da trombe in stile jungle che si spingono fino a simulare uno spiritual , la terza parte è caratterizzata da alcuni passaggi chitarristici in stile flamenco per poi fare ritorno al blues. La sezione conclusiva, “Mode D - Trio and Group Dancers”, è un'orgia caotica di ritmi differenti, chitarre spagnoleggianti, fiati, interventi corali, accelerazioni spiritual e gospel a riassumere in soli diciassette minuti circa l'epopea in musica di un intero popolo. Il disco presenta continui cambi di tempo, interludi di piano, momenti di puro blues e stacchi con assoli alla Coltrane, è’ un jazz che mira al superamento del “be - bop”, intriso di spiritual e blues, a tratti caricaturale, che ha metabolizzato certi modi latini,l'impostazione bandistica, il flamenco e certe veemenze free. Il suono è compatto ,curatissimo e orchestrale , si definisce tra alti, bassi, tempi dispari, assoli torreggianti e un grande lirismo malinconico nei momenti più dilatati, i bassi rutilanti e sferraglianti, gli ottoni come lance che trafiggono, la sezione ritmica multiforme che non di rado si abbandona al caos. I momenti corali nascono all’improvviso e con la stessa repentinità si abbandonano ad accelerazioni , l’armonia sembra non godere di un centro definito e si sposta continuamente dal blues al flamenco Come avevamo già visto , l'ispirazione viene dal tema caro all'autore della ricerca dell'umanità ,la voglia di riscatto di un popolo mediata dall'esperienza personale in tutto il suo profondo disagio psichico Charles Mingus ,come novello Diogene , che si identifica nel “santo nero”,peccatore come

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RePlayer di Antonio Asquino

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la donna del titolo dell'album . E' un disco immenso e indefinibile , dove l'autore scrive pagine di musica mai concepita prima e tutti i musicisti danno il loro enorme contributo solista a una partitura intricata, complessa e di grande fascino scritta quasi completamente su carta (improvvisazioni a parte ) che il compositore ha fatto provare e riprovare con attenzione estrema ai dettagli prima di entrare in sala di registrazione. Dei richiami al maestro Duke Ellington abbiamo già scritto ricordiamo in particolare le sortite irruenti dei fiati bassi, i passaggi preludianti del pianoforte , i tratti melodici ricamati dalla performance stellare di Charlie Mariano al sax, i “lamenti” delle trombe con la sordina , la chitarra di Jay Berliner richiama, per esplicita ammissione di Mingus , quella che ascoltava negli anni dell'infanzia suonata dal fratellastro Odell L'autore l'ha definita «ethnic-folk-dance music»,farà scuola e la ritroveremo declinata in tanti e in maniera particolarmente creativa e convincente nella Liberation Orchestra di Charlie Haden . . Il capolavoro di Mingus, per intensità e compattezza. sorprendente per la varietà di strutture compositive, per i crescendo e le accelerazioni parossistiche (metafore della lotta), per gli stop & go, per gli intrecci e l'irrompere dei fiati. L'innovazione messa in atto da Mingus è il concedere la massima libertà espressiva ai musicisti in partiture ariose e poliritmiche suonando loro solo la struttura dei pezzi al piano in modo da dare una vaga idea di cosa avesse in mente e di come il brano dovesse suonare. In fase di post-produzione Mingus volle sottoporre il materiale a un lavoro di sovraincisioni maniacali denotando un perfezionismo e un'attenzione al dettaglio che diverrà proverbiale. Questo concept album nato apparentemente per narrare l’amore e le sofferenze legate ad esso (la solitudine), presto si trasfigura nella rappresentazione di una psiche torturata dalla solitudine e le ingiustizie subite a più livelli dagli uomini di colore, in una sorta di psicodramma ( “Touch my beloved’s thought while her world’s affluence crumbles at my feet” recita la frase riportata in copertina) ; è un disco completo e definitivo ,vetta assoluta della musica del novecento e del genio di uno dei più grandi compositori di tutti i tempi . Sono sicuro di non avergli reso giustizia scrivendone ,è un disco che si può solo ascoltare ,interiorizzare e risuonarsi in testa miliardi di volte ,le parole in certi casi non possono molto anche se il più grande critico musicale di tutti i tempi Lester Bangs è andato molto vicino a cogliere il senso di questa meraviglia scrivendo cosi' : “Quello era IL disco, bambini che nascevano, taxi che strombazzavano, gente che scopava, coppie che litigavano, grida di dolore e solitudine in stanze isolate che nessuno riesce a sentire, risate di bambini, scontri di ribelli e guerriglieri, gente di tutti i tipi che piangeva, urlava e gridava di gioia, stordita agli incroci delle strade, e qualcuno tra loro che moriva” . Considerando che si parla di un disco è un gran bel leggere no? Ecco , ascoltarlo é anche molto meglio

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Love Affair di Giordano Criscuolo

I DRIVER

Riprendo in mano il mitra Mi piace quando spruzza e Mi piace spruzzarmelo in faccia Duro Lungo Pungente Come il freddo Come questo freddo Come certi palazzi. Questi. La periferia è dentro di me È uno stato di abbandono a se stessi La periferia è un’attenuante Una scusa Una giustificazione Per lasciarsi andare. Tanto… È bello metterlo dentro Infilarlo con quasi violenza E godere Senza pensare a chi si ha di fronte Senza rispettarlo Infilzarlo dentro e basta. Fremere. Sconvolgersi La nebbia Lo smog Il fumo La cappa di nebbia, smog e fumo Il quartiere È la mia prigione O l’ignoranza L’ignorare Il non essere al corrente? Dovrei essere al corrente Che troppi spruzzi mi fanno stare male E mi dipingono borse profonde sotto gli occhi E mi demoralizzano? La periferia è la periferica prediletta dal mio cervello Eppure Lo sento I driver non sono giusti. I driver non sono quelli. Giuro Giuro Che non sparerò mai più Questa puzzolente poltiglia In faccia Ne a me Ne ad altri Solo un ultima volta. Ecco I driver.

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Napoli Ottobre-Dicembre 2006

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

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DONNE VELATE

INTERVISTA A Stefania Spanò

di Cinzia Ficco

Illustra le sofferenze inflitte ai bambini e alle donne di tutto il mondo. E riesce a farlo solo perché è riuscita a liberarsi delle sue. Stefania Spanò, nata quarantasette anni fa a Napoli, fa la disegnatrice. “Disegno da quando ero piccola – racconta – ma da alcuni anni le mie sono illustrazioni di denuncia. Racconto di abusi, diritti negati, brutture umane! Poi ci sono le vignette di ANARKIKKA. Lei è molto ironica. Ho scelto questi temi, perché rispetto e mi sento molto vicina a chi soffre. Chi viene abusato non deve essere lasciato solo. I miei disegni cercano di dare voce e anima a situazioni spesso ignorate. E poi raffigurare il dolore degli altri un po’mi aiuta”. molto più vecchi di loro. Bambine senza alcuna tutela. Per loro il I suoi disegni hanno fatto parte del progetto Unchildren. Ci dice dramma di essere donne comincia molto presto. E poi ci sono le qualcosa di più? bambine alle quali le madri “cancellano” il seno. Una tortura per Il progetto Unchildren è una mia creazione. Ne sono l’autrice. Ho cominciato da lì, dalle mostruosità che riserviamo ai bambini, in tutte “proteggerle” dalle violenze. Madri che, per nascondere la femminilità delle loro figlie, sono costrette a torturarle, procurando danni a volte le parti del mondo. E’ iniziato tutto quasi per caso. Leggendo, irreparabili. Una violenza per evitarne altre. studiando, scoprivo cose terribili, mai immaginate. Non ho potuto Per fare quei disegni ha viaggiato molto? fare a meno di raccontare. Unichildren è stato realizzato in collaborazione conFrancesca de Lena, che ne ha scritto i testi. Sono No, ho studiato molto, ho parlato tanto con chi poteva raccontare 17 tavole, molto grandi. Ho cercato qualcuno interessato a portarlo in quelle tragedie. Per realizzare Unchildren c’è voluto un anno. mostra ed ho avuto il patrocinio di Terre des hommes.La mostra è Quella mostra si ripeterà e a cosa ha portato? durata un anno e mezzo. Le tappe principali sono state: Milano Non so se si ripeterà, mi piacerebbe, ma non ci sono più soldi a Palazzo Marino 19/23 novembre 2009, Roma Sala Santa Rita 8/30 disposizione. A cosa a portato? Beh, non riesco più a smettere di giugno 2010, Genova Palazzo Ducale 13/21 novembre 2010, disegnare per raccontare. Quell’iniziativa ha cambiato la mia vita. Bruxelles Sala Conferenze della CE 7/8 dicembre 2010. Le illustrazioni che le stavano molto a cuore cosa ritraevano? La prima è quella dalla quale tutto è cominciato. Ha un posto speciale nel mio cuore. Ritrae le donne velate dell’Iran. Tra di loro due bambini. L’unica macchia di colore. Quando ho iniziato questo disegno, la mia intenzione era parlare delle donne. Poi, ho visto quei bambini e i loro sguardi. E sono venuti tutti gli altri. Ovunque ci giriamo, c’è un bambino che soffre. E le nostre responsabilità sono immense. I bambini sono tutti figli nostri. Un’altra illustrazione, che ho molto a cuore, è quella con la quale ho raccontato il dramma delle spose bambine. A volte piccolissime, date “in pasto” ad uomini

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Non le procura dolore disegnare donne e bambini violati? E’ molto doloroso. Unchildren è stato a tratti lacerante. A volte ho bisogno di lunghe pause. Non ripaga e non soddisfa. Mi gratificherebbe di più sapere che nel mondo non ci sono più sofferenze per orrori e violenze, né fame, né ingiustizie. Su cosa sta lavorando ora? Sono impegnata in progetti per contrastare la violenza sulle donne.

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

rubriche in revolution Si sente tosta? So che sono resistente. La vita non è stata facile, ma ho imparato a concentrarmi sugli aspetti positivi. Per chi le piacerebbe lavorare? Mi piacerebbe lavorare con chi abbia voglia di approfittare della mia arte per raccontare con me. Mi piacerebbe che mi commissionassero una campagna contro la violenza, che mi dessero uno spazio per fare graphic journalism, che portassero in mostra i miei lavori nelle scuole, che si trovasse un editore per Unchildren. Al libro hanno partecipato alcuni importanti scrittori italiani con 17 racconti. Ne cito alcuni: Eraldo Affinati, Ivan Cotroneo, Fabio Geda, Lia Levi, Paolo Cognetti. Ma non si riesce a pubblicarlo. Non è abbastanza commerciale. Speriamo nel futuro.

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il Monsignore di Mauro Savino

rubriche in revolution

Woolton ’57

above us only sky

Quelli nati nel 1940 erano “i figli della Guerra”, concepiti tra un bombardamento e l’altro in una di quelle notti in cui l’alcol era la medicina più economica e alla portata, per quanti reclamavano una giovinezza che qualcun altro stava distruggendo in nome del vecchio, umano, troppo umano desiderio di dominare il mondo. Niente di nuovo alla fine. Solo un quadro più grande e terribile di quello che l’umanità da sempre si era affannata a dipingere, saziando la propria volontà di potenza a discapito delle individualità e delle differenze. Lo avevano fatto i romani, i greci, ed ora toccava alla più oscura incarnazione dell’uomo che sia mai esistita. Il folle sogno di un austriaco invasato che cambiò una volta per tutte le serrature dell’inconscio collettivo e dei suoi prodotti ancestrali, altrimenti tenuti scrupolosamente sotto chiave perché l’uomo non aprisse il vaso di pandora dei suoi impulsi più oscuri. L’austriaco si procurò le chiavi di quel mondo nascosto e orribile e portò l’inferno sulla terra. Ma era un uomo, solo un uomo, fino a prova contraria. Nuove furono però le dinamiche in cui si espresse questa sua natura. Come uomini erano coloro che vi si opposero, pur se furono diverse le loro ragioni e intenti. Nessuna lotta tra il bene e il male. Pearl Harbour non fu poi un’esperienza così diversa dalla guerra in Iraq: imperi, pulsioni ancestrali a confronto. E sullo sfondo l’infinito “Perché?” a cui nemmeno Sofocle seppe dare risposta. Un mondo provato e sconfitto, perché sconfitta fu l’umanità: questo fa la guerra. Il resto transita sui libri di storia come didascalia, morale posticcia, “liberazione”, etica provvisoria della cd. Resistenza. E panacea americana: una storia di cioccolate e opere pie che avevano poco di evangelico, in realtà. Ma si sa, il potere sa abbellirsi quando serve. Il prima e il dopo interessano però soprattutto gli individui. La guerra è l’esplosione di forze della natura che devastano e distruggono, ma l’individuo è solo, e spesso inconsapevole, di fronte a qualcosa che è più grande di lui, ovvero la morte decisa altrove in sua vece. La guerra condanna a morte, mentre questa dovrebbe essere una questione privata. Ecco cosa c’è di odioso sotto le macerie, dopo i bombardamenti, dopo Hiroshima… Allora, ecco l’altro mistero, la vita si slancia verso l’avvenire, sogna, lotta, combatte. Anche noi oggi lottiamo per vivere, anche se la guerra che hanno deciso per noi è una guerra bianca, una guerra di banche, di vecchi incartapecoriti che amputano l’anima di questa e altre generazioni a venire, in nome del possesso. Di cosa? Della vita? Quale? La loro? La nostra? Ma nulla in realtà si possiede. Poiché l’uomo è nel tempo. E il suo tempo finisce. Il potere è l’oppio regalato dall’immortalità a creature caduche, che trasformano il loro approssimarsi alla morte in un sogno di vigore chiuso in una cassetta di sicurezza della Federal Reserve. Accanto a, e no lontano da, tutto questo, perché non ci sono mondi lontani e felici o uomini ‘migliori’, solo uomini che fanno questa o quella vita, c’era e c’è altro. Ma la vita scarseggiava in quel 1940. Qualcuno, così, nasceva, involuto, e senza averlo chiesto. In una notte di troppe bottiglie. Quella notte del 9 ottobre 1940 fu la volta di un bambino che avrebbe poi combattuto una guerra con sé stesso e che con sé stesso fece forse alla fine i conti. Ma poi chissà. Comunque, la guerra, l’altra guerra, finì. “La guerra è finita”. Non esiste nulla di più rasserenante. Se riuscissimo a porre fine anche alle nostre di guerre… Woolton nel ’57 era un tipico sobborgo inglese di gente che tirava a sfangarla in qualche modo, ma che conosceva le tipiche forme

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il Monsignore di Mauro Savino

rubriche in revolution di solidarietà che si sviluppano nei piccoli centri. Quelle che ieri e ancor più oggi mancano nelle nostre esistenze semiclaustrali di operatori outboud, un modo diverso di chiamare gli schiavi della fine del capitalismo, chiusi in una stanza a lavoro, chiusi in una stanza dopo il lavoro. Liverpool era una città portuale, un’altra cosa. E un altro tempo. Ragazzini più o meno vispi cominciavano ad avvertire le ristrettezze non solo materiali, ma soprattutto ideali, della loro esistenza. Il futuro era un lavoro dignitoso, una famiglia e trent’anni di mutuo. Storia nota, ma allora si era nel ’57 e il mondo stava per cambiare irreversibilmente, prima di tornare sui suoi passi, cosa cui assistiamo oggi, noi residui seriosi di un’epoca che vinse e perse nella speranza. Cambiava, il mondo. Camionisti dal fascino ambiguo riscrivevano la storia della musica con un colpo d’anca e con la tinta nera per i capelli, ex operai e camerieri mettevano su gruppi di skiffle e proto-rock ‘n roll. Erano young men non ancora ventenni che si inventavano qualche serata di divertimento. Anche se presto l’inimmaginabile sarebbe accaduto. Un fenomeno di massa avrebbe di lì a poco catalizzato l’attenzione praticamente di tutti. Con la musica. Come ciò avvenne, perché avvenne, è questione storiografica e parzialmente senza risposta. Esiste, anche in questo caso, un margine ampio di imponderabilità. Che si tratti di Hitler o della band più famosa di sempre. Si suonava alla buona nel ’57, dopo la scuola e nelle feste rionali. Gente che aveva il bagno fuori dall’abitazione si aggrappava alle energie della propria gioventù e suonava, amoreggiava. Provava l’ebbrezza di esistere. Palchetti improvvisati e case di mattoni rossi sullo sfondo, ecco lo scenario. Prima di Amburgo, prima di Stuart Sutcliffe, ci fu questo. Ed è ciò che più ci interessa. La ribellione e la voglia di esprimersi di un adolescente. In un modo o nell’altro. Un modo tutto sommato ‘puro’ di esprimersi. Senza patine che appartengono al mondo degli adulti. E gli adulti, si sa, sono solo persone che o vivono nel passato o non sanno cambiare dopo aver dimenticato. Individui ordinari. Ma non sempre è così. Ogni tanto nasce qualcuno con una marcia in più. Che rifiuta quello che gli si offre per divorare ciò che crede gli spetti. Fanno tenerezza certe foto sbiadite che mostrano un John Lennon adolescente con un ciuffo vistoso e una chitarra dozzinale, che guarda dritto avanti a sé, pur avendo le fattezze di chi non ha visto ancora granché. Un ragazzino con la chitarra. E basta. Dopo la guerra un ragazzino con la chitarra. Ecco il mistero. C’è qualcosa di inspiegabile in tutto questo. C’è qualcosa di inspiegabile nel potere della musica. C’è qualcosa di inspiegabile nel palco, nel palcoscenico, nell’esibizione in sé. Anche se da ragazzi tutto ha qualcosa di magico. Ecco, non se la passavano sempre bene a Woolton allora. Come nei sobborghi di ogni epoca. Eppure…eppure… E’ quell’eppure ciò da cui nascono i miracoli della mitologia moderna del rock. Chi ignora questi passaggi di umanità, ignora una parte importante di sé. Lennon fu un uomo problematico, ma fece ben in tempo a lasciarci in musica le sue osservazioni, i suoi sentimenti. Era partito da Woolton, senza sapere che destinazione assegnare a se stesso, ma sapendo come raggiungerla. Scrisse il suo personalissimo “Guerra e pace” e ci commosse. Forse nel cuore di quel ragazzino di Woolton, forse nel cuore stesso della musica, si cela una profonda commozione. Quando nelle nostre metro affollate e piene di mestizia, passano Imagine, se non ci si ferma addirittura per qualche istante, si porge almeno l’orecchio e per una manciata di secondi si immagina di vivere in pace. Si immagina. Questo nessun orrore può cancellarlo. Lennon lo capì. Per questo ci commuove ancora.

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REcenZone

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THE DANCERS Di Arthur Stuart THE DANCERS - The box Ep [VID Records] Vi ricordate le strade della California percorse a ritmo de Gli Sportivi? Questo trio rock'n'roll Veneziano (anche loro!) sembra ripercorrere le stesse strade sotto lo stesso sole e soprattutto sotto il segno del vero rock'n'roll. Un breve Ep ci è giunto in redazione, 10 minuti scarsi di audacia e potenza come uno schiaffo improvviso e dritto in faccia. Punk'n'roll, rock'70s, rockabilly...puah...le classificazioni le lasciamo alle signorine in vena di sfilate il sabato pomeriggio. La verità e' che questo Ep ti entra dritto nello stomaco e resta li' a girare per ore. Da qualche parte ho letto di una registrazione analogica del suddetto Ep, una cosa che mi ha fatto gustare ancor di piÚ il prodotto. Invito tutti a guardare il videoclip di The Box dove i tre supereroi si intrufolano in un bidone dei rifiuti e ve le danno di santa ragione. Guardatelo su youtube, non siate pigri! Questi tre brani rappresentano un antidoto a tutti quelli che credono che il rock'n'roll sia suonare la chitarra e fare il gesto delle corna con la mano. Sfigati. Ascoltate uno dei tre lavori prodotti dai The Dancers e lasciatevi attraversare dalle vibrazioni. Good vibrations.

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REcenZone

rubriche in revolution

ALì

Di Nicola Bianconi La Rivoluzione nel Monolocale / Alì [La Vigna Dischi - 2013] Fino a qualche mese fa Stefano Alì (in arte solo Alì) vendeva fiori a pochi kilometri da Siracusa. Adesso la sua voce calda e decadente risuona in un disco che pur essendo il primo contiene già la maturità artistica del cantautore. Niente male questo La Rivoluzione nel Monolocale uscito per La Vigna Dischi e con la produzione artistica di Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo. Alì è un cantautore moderno, diretto e attuale nelle metriche, suono essenziale con chitarre predominanti. I suoi testi sono la cronaca di questi tempi. Brevi istantanee sui rapporti umani, sui sentimenti, sulla monotonia del vivere moderno che limita sempre più le aspettative (si passa il tempo al bar a cercar stabilità si brinda con gin lemon a chi ancora non ce l'ha/è giunto il sabato e ci si veste a cazzo). Il disco si apre con Armata fino ai denti, ballad-sentimentale diretta come un brusco risveglio di domenica mattina. La voce di Alì, il suo modo di cantare quasi stanco rapiscono l'ascoltatore dal primo istante e lo trascinano verso tutti gli angoli del Monolocale. Sembra di percorrere la costa azzurra a bordo di una Alfa scappottata in Maggio (vorrei che il vento si alzasse e mi portasse via dal ricordo di te), un brano da atmosfera anni '60, delicato e con richiami a qualcosa dei Delta V. In Cash a mio avviso, brano che ho preferito fin dal primo ascolto, emerge (le chiedo come stai?/mi chiede se le do una stabilità/certezze non ne ho) l'essenza di Stefano Alì. La monotonia del posto, delle facce, delle situazioni che non cambiano mai e che fanno da contorno alla superficialità dei rapporti. E in questi tempi di crisi Cash suona come un urlo di disperazione. Interpretazione egregia invece nella cover di Paolo Conte Il miglior sorriso della mia faccia, rivisitata con stile e originalità, un modo elegante per rendere omaggio al grande Maestro. Stefano Alì si inserisce sulla falsa riga dei giovani cantautori contemporanei, senza sfigurare, rivendicando, anzi una sua posizione. Forse non si distacca molto da questa linea ma si presenta con una personalità forte e uno stile del tutto personale. La Rivoluzione nel gennaio2013 #tredici

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Monolocale la inserirei di diritto in un'ipotetica collezione domestica, che ha la casa come metafora di profondo intimismo e di un'analisi spregiudicata e irriverente dei tempi che corrono (Canzoni dell'appartamento di Morgan ne è degno rappresentante di questo filone). Consigliato.

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RE_Verie

rubriche in revolution

di Sabrina Tolve

Le dissolute assolte le donne del Don Giovanni

Il Piccolo Teatro Campo d'Arte è ad un incrocio. Vi si arriva attraversando Campo de' Fiori e proseguendo in via dei Cappellari. Il frastuono della piazza è lontano, e facendo un salto nel passato, vi attende musica degli inizi del Novecento e una delle dissolute, la matrona, Maman, sulla porta. Lei è già in scena, e ci tratta come clienti del Bordello, prima che Leporello venga a prenderci e ad offrirci di fumare un po' del suo sigaro, mentre ci porta giù, in un teatro che è quasi un ipogeo, in un labirinto verticoso e intestino, buio, sottoterra. Ogni spazio ha con sé una storia. Una o due dissolute a spiegarci cos'è stato, chi è stato Don Giovanni. Empio, rubacuori, assassino, amante incallito. Si sono assolte, le dissolute, perché non hanno potuto nulla contro di lui. I suoi modi, i suoi sguardi, le sue proposte di matrimonio e le sue fughe, donna dopo donna, numero dopo numero, per riempire il suo catalogo. E ci si chiede, durante queste intricate giravolte, tra donne che ancora l'aspettano, altre che attendono vendetta, altre che semplicemente ne cantano le gesta come i migliori aedi, se il destino della donna che osa sottomettersi non sia sempre il solito: essere tradite, usate, umiliate. E nonostante tutto, riuscire a far emergere la poesia che può venir fuori da questo cliché, non è cosa da poco. Le sfumature colorate supervendute, non riescono. Non riescono perché non hanno nulla di leggendario o di lontanamente letterario, che possa avvicinarsi anchead una sola storia di queste dissolute. In queste donne c'è una forza, una fragilità, una delicatezza, che cattura. Ci si può rispecchiare oppure no. Eppure si sente fortemente che queste sono donne, non donnette. E alla fine viene una sorta di languore, uscendo di nuovo alla luce, abbandonando il buio e l'umidità di questo teatro che pare abbia vita propria. Autore: Luca Gaeta Regia: Luca Gaeta Cast: Janet De Nardis, Annamaria Zuccaro, Nela Lucic, Marco Giustini, Jessica Zanella, Sabrina Venezia, Laura Gigante, Giulia Morgani, Valeria Pistillo, Raffaela Perra, Glenda Canino, Valentina Ghetti, Agnese Colucci, Lavinia Mancusi, Elisa Menon, Mariaelena Masetti Zannini, Francesca Renzi, Shanna Palmieri, Luca Pontesilli, Federica Marchettini, Andrea Calcabrini, Claudia Donzelli.

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Il Viaggiatore di Giuliano Volpe

photo Eduardtrag

rubriche in revolution

A ‘GREEN’ DAY Gennaio 2011. Sfogliando oziosamente il calendario, scopro che il prossimo 17 Marzo cadrà di Sabato. Un’occasione unica per volare a Dublino in occasione del St. Patrick Day, una delle festività più famose del mondo. Dopo un timido tentativo di rintracciare compagni di viaggio, decido di vivere quest’avventura da solo. Per me è un’esperienza completamente nuova. Il primo approccio organizzativo è un po’ sconfortante: i biglietti delle compagnie ‘low cost’ sono già esauriti o quotati a prezzi esorbitanti. Gli ostelli sono strapieni. Colgo quindi l’occasione per sfatare un mito ricorrente sui prezzi delle compagnie di bandiera, infatti scopro che il volo Lufthansa di andata e ritorno sulla tratta ‘Milano – Francoforte – Dublino’ è il più economico in assoluto. A volte succede! Completo l’operazione prenotando - attraverso Laterooms.com e senza anticipare alcuna cifra – la sola notte tra Venerdì e Sabato su un micro-letto in camerata da sei. Il giorno tanto atteso arriva insieme ad un curioso mix di emozione, entusiasmo, immaginazione e qualche banale timore. Il viaggio pomeridiano si rivela molto tranquillo, fatta eccezione per un po’ di apprensione durante lo scalo presso l’enorme aeroporto di Francoforte, nel quale rischio di perdere il secondo volo a causa della notevole distanza tra i due gates di riferimento. In tarda serata, giungo finalmente nel cuore della capitale irlandese, con il solo zaino in spalla. L’ideale sarebbe stato atterrare qualche ora prima, visto che la festa della vigilia di San Patrizio raggiunge il suo apice molto presto per poi scemare rapidamente in un turbinìo di trifogli e pennellate di verde. gennaio2013 #tredici

Accompagnato dalle ultime note della serata, mi incammino verso l’ostello cercando i bicchieri di latte lasciati dai bambini sui davanzali delle finestre. Quest’usanza, ricorrente la notte tra il 16 e il 17 Marzo, è una forma di ringraziamento e di adulazione verso lo gnomo Leprecauno, esecutore di piccole riparazioni e custode di pentole piene di monete. Peccato che l’ingannevole personaggio nasconda le preziose pignatte lì dove nasce l’arcobaleno, ovvero in un punto che si sposta insieme a chi lo osserva! Fantasticando su questa leggenda irlandese e su ciò che accadrà di lì a poche ore, trascorro una piacevole notte in una camera praticamente singola, visto che i miei compagni di stanza giacciono spalmati sui loro letti, inchiodati da un’overdose di Guinness. La giornata successiva inizia con la scena madre del viaggio: luce soffusa del primo mattino, i gomiti poggiati sul parapetto del Father Mathew Bridge, un double espresso tra le mani e gli occhi puntati sulle luccicanti acque del fiume Liffey. Sereno, rilassato,libero. Ma la città si sta svegliando, urge preparare lo stomaco ai bagordi e acquistare una tuba gigante, rigorosamente verde. Così equipaggiato e con gli appunti raccolti su forumviaggiatori.it, visito l’Old Jameson Distillery e il ‘palazzo-pinta’ della Guinness. Non è proprio il giorno ideale per pinacoteche e chiese medievali.. Durante la prima tappa mi offro volontario per la prova dell’assaggiatore: dovrei riuscire a distinguere i whiskies irlandesi dai loro concorrenti americani. Bocciato! La seconda visita è suddivisa su cinque piani, ovvero stores, museo, lezione di corretta spillatura di una

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Il Viaggiatore di Giuliano Volpe

rubriche in revolution

Guinness in cinque mosse, stazione radio e Gravity Bar con birra a fiumi, cantanti ‘a cappella’ e vista mozzafiato sulla città. Arriva l’ora del corteo principale dedicato al patrono d’Irlanda, nel quale musicisti e coreografi danno il meglio di loro stessi attraverso suoni vivaci e impressionanti strutture di stoffa e cartapesta, cariche di simbolismi della tradizione locale. Ai lati del Cornmarket è assiepata una grande folla di spettatori affetti da un’allegria contagiosa, due impetuosi torrenti di smeraldo. Terminata la cerimonia, il primo pomeriggio trascorre tra soste nei pubs caratteristici (tra cui il famoso Temple), lungofiumi, O’Connell Street (dall’Ambassador Theatre al General Poste Office, passando per la James Joyce Statue), un meritato riposo nella pace del Saint Stephens Green e infine Trinity College e U2 Wall, in Windmill Lane. In una zona giochi, vinco una Guinness realizzando un calcio di rigore: due euro per poter calciare verso un portiere mezzo brillo, strenuo difensore di una porta volutamente sbilenca. Poi per qualche ora la città si ferma per l’imperdibile derby rugbistico Inghilterra-Irlanda, quindi mi aggrego ad un gruppo di tifosi extra-large schierati davanti alla tv di un pub. Mi concedono l’ultima sedia disponibile poggiando una sciarpa verde sulle mie spalle, a patto di partecipare al tifo indiavolato e scolarmi il boccale di birra che appare magicamente davanti a me. La trattativa mi sembra equa e il risultato è da spezzarsi in due dalle risate. Verso sera la confusione diminuisce e qualche turista molesto inizia a perdere il controllo, per questo decido di non rimanere in strada fino alla partenza dell’autobus diretto all’aeroporto. Proprio in quel momento, ricordo di aver visto degli stands in allestimento e cerco di ritrovare la zona in cui stavano sorgendo. Mai scelta fu più felice. Quella stessa piazza è diventata una fiera della birra artigianale con ingresso a prezzo modico e possibilità di lasciare lo zaino in una cassetta di sicurezza. Libero dal fardello, mi dedico agli assaggi, ai balli irlandesi, a chiacchierate e scherzi con chiunque mi capiti a tiro. La festa finisce in piena notte, ma mancano ancora cinque ore al volo di ritorno. Mi dirigo comunque verso la fermata della navetta - il servizio Aircoach.ie dura tutta la notte - provando a dormire a bordo e poi in sala d’attesa del check-in. Riposo saltuariamente anche sull’aereo e sull’autobus diretto in città, dimenticandomi che ho ancora la tuba in testa e il viso dipinto di verde (simpatico omaggio di un produttore di birra artigianale). Sono quasi arrivato a casa, è Domenica e suona tardiva la campana di una chiesa. Questo mi ricorda un’altra leggenda irlandese: San Patrizio scaraventa una campana lungo il pendìo di un monte, scacciando serpenti e malesseri dalle città e dall’animo degli abitanti. Anche quest’anno, il prodigio è compiuto.

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RIFUGIO ZENA e' tempo che passa

dal 24 gennaio

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REvolution Rock 13  

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